Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

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È ora di dire basta alla «antimafia della retorica e delle cerimonie». Non è sufficiente scandalizzarsi, indignarsi e commuoversi, «occorre muoversi». La mentalità mafiosa «conquista molte menti. Ma spesso non lo si confessa neppure a noi stessi». È presente in ognuno, ed è «quella parte della coscienza di ciascuno che è tentata di imboccare una scorciatoia, accettare una lusinga facile, un compromesso, una raccomandazione o un lavoro in nero». La forma mentis del “mi conviene” che ha consentito alle organizzazioni mafiose di estendersi oltre le loro zone di origine, fino a quelle località ritenute estranee a tutto ciò che invece è penetrato nel loro substrato modificando intere economie e società. Anche se in tanti ancora lo negano.

Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari, uscito in prima edizione a settembre 2017 con Rizzoli, è il libro che racconta «le inchieste di un ragazzo che svelano i segreti della ‘ndrangheta al Nord» e quelli dei «professionisti plurilaureati, poliziotti, medici, figure istituzionali, giornalisti, preti, impiegati, imprenditori, uomini d’affari, commercialisti, amministratori pubblici» che della criminalità organizzata si servono per soddisfare la loro bramosia di successo, potere e denaro. Perché, è inutile negarlo, «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Come sottolinea il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ha curato la prefazione al libro di Minari.

Per contrastare la criminalità organizzata, che sia Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta o altro ancora, è necessario «diminuire la domanda di mafia». Gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti, prostituzione, prodotti contraffatti o sottocosto, «sono tutti mercati in crescita che alimentano una mafia del capitale». Al pari dei «molti imprenditori del Nord» che ogni giorno richiedono «i servizi delle mafie»: smaltimento rifiuti, false fatturazioni, manodopera sottocosto, recupero crediti, «aggiudicazione degli appalti pubblici, soldi freschi per prestiti facilitati»… Per contrastare la criminalità organizzata bisogna innanzitutto scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da «ciascuno di noi, senza delegare gli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori». Perché di certo «non diventeremo onesti per decreto legge».

Il libro di Elia Minari, al pari delle inchieste da lui portate avanti con l’ausilio della “squadra” dell’associazione Cortocircuito da lui stesso fondata, è «una beffa per chi ritiene che ciò che può fare ogni singolo cittadino non conti nulla e per chi si adagia in una comoda rassegnazione», come evidenzia Marco Imperato, magistrato, curatore della postfazione a Guardare la mafia negli occhi. Parole forti, potenti e necessarie perché, per quanto sia lodevole, l’operato di Minari non deve essere descritto come “eroico”. Elia Minari non deve diventare un “eroe” non perché non lo meriti, semplicemente il suo esempio deve essere un monito per altre coscienze, un input per il cambiamento civico di ognuno, e non un mezzo per lavarsi la coscienza pensando che tanto ci sono altri designati a cambiare e migliorare la società.

Ciò naturalmente non significa che non debba essere riconosciuta la scelta coraggiosa di Elia Minari e dei suoi colleghi di Cortocircuito. Tutt’altro. Diviene sempre più necessario e importante fare fronte comune contro «le campagne mediatiche che assicurano visibilità ai mafiosi» e, al contempo, ostacolare «la macchina del fango che è pronta a colpire chi denuncia la criminalità organizzata del Nord-Italia» e non solo, purtroppo. Le persone, i cittadini preferiscono fingere di non vedere ciò che accade intorno a loro, anche perché «non sempre si tratta di comportamenti sanzionabili dal punto di vista penale. Per questo motivo sono atteggiamenti ancora più insidiosi», tuttavia non si può davvero credere che la mafia al Nord, come al Centro, non esiste solo perché non si incontrano per strada soggetti che imbracciano la lupara o indossano un gessato. Questo neanche al Sud lo vedi più ormai. Rimanere ancorati a vecchi stereotipi e luoghi comuni è semplicemente un modo per giustificare il diniego del radicamento, palese e conclamato, della criminalità organizzata in tutto il territorio nazionale e anche oltre.

Elia Minari negli anni ha accumulato conoscenza ed esperienza eppure il suo approccio al problema che cerca di analizzare e contrastare è rimasto genuino, semplice, come il modo stesso di raccontarlo. Una chiarezza e una semplicità che è propria di chi dice, unicamente, la verità. Se un “semplice” liceale spulciando su internet, in cerca di informazioni per scrivere il suo articolo per il giornalino della scuola, trova dati e nomi che legano imprenditori locali e malavita, da documenti pubblici accessibili online su siti di istituzioni e Prefettura, viene da chiedersi come mai a nessun “professionista” del settore, locale e non, sia mai venuto in mente di farlo. O peggio, se lo ha fatto perché poi quelle informazioni non sono state diffuse.

Notizie che andrebbero diffuse e che invece passano in sordina. «Quasi nessun telegiornale nazionale ne parla» del «maxi-processo» che si sta svolgendo dal 2016 «nell’aula bunker al centro della Pianura Padana», costruita apposta «nel vasto cortile del tribunale di Reggio Emilia».

Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, «non è più un’esclusiva di politici e vip: anche i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico». Chi sono i giornalisti che rispondono al loro appello? Perché lo fanno? Perché scelgono di riportare “fedelmente” la loro versione dei fatti? Diventiamo così «vittime inconsapevoli di un depistaggio culturale», frutto della “campagna mediatica” dei clan. Secondo i magistrati, in alcune aree del Nord Italia, c’è stato un «condizionamento dei cittadini e delle loro menti». Parole che pesano, «parole di piombo».

Se il sindaco di Brescello, il paesino noto per i film di Don Camillo e Peppone, afferma pubblicamente che «i cittadini devono avere la possibilità di leggere al bar la Gazzetta dello Sport senza essere disturbati da un giornalista che fa domande sulla mafie» è evidente che il condizionamento mediatico non avviene solo da parte dei mafiosi dichiarati e se i cittadini appoggiano le sue dichiarazioni diventa palese il grande problema civico e sociale cui non si può assolutamente assistere inermi. Tutto ciò è quantomeno sbalorditivo. Come se il vero diritto per i cittadini fosse leggere le notizie sportive e non vivere nella legalità.

Elia Minari in Guardare la mafia negli occhi riporta una interessante descrizione di fatti, dati e testimonianze della situazione reale di vaste aree indicate come lontane ed estranee alla realtà malavitosa del Sud Italia ma che poi tali non sono. Un resoconto altrettanto interessante delle scelte e dei progetti portati avanti da politici e amministratori locali diventati in seguito “nazionali”. Chiamati quindi a governare l’intero Paese dopo aver compiuto determinate scelte in ambito locale.

Quando preti, amministratori locali e cittadini lamentano il “calo d’immagine” del territorio e il “danno al turismo” come conseguenza delle inchieste, delle denunce e dei processi contro il malaffare comprovato allora davvero non si può negare la presenza mafiosa ma neanche l’esistenza di una propaganda mediatica e sociale che ha come «obiettivo principale screditare gli organi dello Stato», in secondo luogo «creare le condizioni per un atteggiamento più morbido nei confronti di questi “giovani imprenditori edili”» che amano definirsi «vittime delle leggi».

Invita il resoconto di Elia Minari alla riflessione sulla provincia italiana, quella distante dai grandi agglomerati urbani, dove non si trova nulla di ciò che c’è nelle grandi città compreso un presidio delle forze dell’ordine. Ed è proprio qui, nella “tranquilla” provincia che la mafia insinua il suo potere tentacolare presentandosi come “degno” sostituto di uno Stato quantomeno distante quando non proprio assente. Molto educativa anche la storia del nonno di Elia, Lino Minari. L’unica vera “favola” che meriterebbe di essere raccontata a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne… di qualunque età. Per contrastare la criminalità mafiosa «non è necessaria la scorta, è sufficiente essere cittadini» e maturare un grande senso civico e civile.

Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Rizzoli e l’Associazione Cortocircuito per l’interesse, il materiale e la disponibilità

Disclosure: Fonte tema libro, biografia autore, info sul testo www.rizzoli.eu

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Centro Italia, ferma ricostruzione e consegna moduli abitativi: il report di OsservatorioSisma denuncia i gravissimi ritardi

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Alla vigilia del secondo inverno dopo il sisma che ha colpito, lo scorso anno, una vasta area del Centro Italia che abbraccia ben quattro regioni (Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio), Legambiente e Fillea-Cgil presentano i dati dell’Osservatorio per la ricostruzione di qualità. Solo una scuola è stata realizzata sulle 108 da ricostruire previste da due piani straordinari approvati dal Commissario straordinario per la ricostruzione. Un’altra è in costruzione. Su 3570 casette richieste complessivamente nelle quattro regioni interessate, 995 risultano quelle consegnate.

Il report dell’Osservatorio per la ricostruzione di qualità, promosso da Fillea-Cgil e Legambiente per monitorare la ricostruzione delle aree del Centro Italia, individua «responsabilità lungo tutta la complessa catena di comando, non sempre chiara». Sottolinea, inoltre, che l’esigenza del “fare presto” non deve inficiare la qualità del costruito, e manifesta «forte preoccupazione all’idea che per la riapertura di alcune scuole ci si possa accontentare del miglioramento sismico e non dell’adeguamento nonostante gli ingenti investimenti».

La priorità, in casi come questo, è giusto che sia la volontà di velocizzare l’uscita dallo stato di emergenza, ma ciò non deve in alcun modo precludere il rispetto della legalità. Viene a tal proposito ricordata l’inchiesta della Procura di Napoli sulle aziende impegnate nella sistemazione delle casette.

La normativa stabilisce che sia Invitalia a svolgere le gare di affidamento dei lavori e le ordinanze commissariali hanno deciso che sono 105 le scuole da ripristinare: 18 in base al primo programma straordinario (gennaio 2017) e 87 in base al secondo (luglio 2017). Tre invece sono finanziate dai donatori. Del primo gruppo, è in costruzione solo la scuola primaria Romolo Capranica di Amatrice. Del secondo, è stata realizzata la scuola dell’infanzia Benedetto Costa di Sarnano, grazie ai finanziamenti della Regione Friuli Venezia Giulia.

Il resto delle gare non viene assegnato, nonostante l’ordinanza 35 del 31 luglio abbia modificato le prime due con «l’obiettivo di facilitare la messa a gara». Ci si chiede, a questo punto, se sia «lecito domandarsi per quale motivo, a fronte di quasi 900 aziende che inizialmente (l’elenco è aggiornato al 31 maggio) hanno espresso interesse alla realizzazione dei 18 edifici scolastici, soltanto la realizzazione di uno sia stata aggiudicata». Il 4 agosto 2017 Invitalia pubblica un secondo “avviso esplorativo” per la costruzione delle 18 scuole. L’elenco di esecutori interessati alla ricostruzione degli edifici scolastici «giunge così a 1119 aziende». Ma, a quasi tre mesi «da questo secondo avviso ancora nessuna gara è stata aggiudicata».

L‘ordinanza 33 dell’11 luglio 2017 approva invece il secondo programma straordinario per la riapertura delle scuole nei territori delle regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, e prevede la costruzione di 87 scuole, con uno stanziamento complessivo di 231.038.692. In questo caso, i committenti sono i Comuni e le Province. Incaricata a svolgere le gare d’appalto «su indicazione degli Enti preposti» è sempre Invitalia. «Ad oggi, su tali opere Invitalia non ha pubblicato alcun bando». Il report dell’Osservatorio per una ricostruzione di qualità è datato ottobre 2017.

La richiesta complessiva delle Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE) è di 3570 (205 in Abruzzo, 775 nel Lazio, 1824 nelle Marche e 766 in Umbria), da 43 su 140 comuni danneggiati dal sisma. «Al 17 ottobre 2017 ne sono state consegnate 995, pari al 27.87% del totale richiesto».

Spettano alla Protezione Civile l’acquisto, le opere di urbanizzazione, l’installazione e la consegna delle casette richieste, sotto il cui coordinamento i Comuni «sono stati delegati a quantificare il fabbisogno delle casette, individuare le aree per la loro installazione e quelle per la sistemazione delle strutture pubbliche». La Protezione Civile ha «inoltre assegnato alle quattro Regioni coinvolte il compito di provvedere all’urbanizzazione delle aree preposte a ospitare le casette».

Va detto, a onor del vero, e i promotori del report lo fanno, che vi sono anche cause oggettive che giustificano «in parte i ritardi e le differenze». Il susseguirsi degli eventi sismici (24 agosto, 26 e 30 ottobre, 18 gennaio) che a più riprese ha allargato l’area del cratere, allungato i tempi per la verifica dei danni sugli immobili, ha fatto aumentare progressivamente le persone rimaste senza casa. Va aggiunta poi la difficoltà a individuare aree idonee a causa «della presenza di vincoli, a partire da quello idrogeologico, nel territorio dell’Appennino». Ecco allora che «una pianificazione preventiva che individui nelle aree a rischio le aree preposte a ospitare gli sfollati in casi di emergenza avrebbe potuto accelerare di molto i tempi» e avrebbe anche prodotto «un minore impatto paesaggistico e ambientale».

Un altro aspetto su cui il report si sofferma a lungo è la prevenzione dello sfruttamento del lavoro e il mantenimento della legalità. Come dimostra, ad esempio, l’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli di inizio ottobre «sulle varie aziende totalmente fittizie che occupavano lavoratori in nero in Umbria, tra l’altro privi delle più elementari dotazioni antinfortunistiche» adibiti sia all’allestimento delle aree per le SAE sia al montaggio delle stesse. Le verifiche effettuate sul campo dagli operatori del Sindacato «hanno registrato, in tutte e quattro le Regioni interessate, la presenza di lavoratori completamente sconosciuti alle Casse edili» o denunciati «con un monte ore di lavoro di molto inferiore a quello effettivamente svolto».

La normativa prevista per la fase della Ricostruzione è molto vincolante dal punto di vista del controllo della trasparenza e della legalità. Prevede infatti un’anagrafe delle aziende tenuta dalla Struttura di Missione antimafia creata apposta per gestire la fase successiva agli eventi sismici del 2017. Ma così non è per la fase di emergenza, come per la costruzione delle SAE, fasi «in cui non vengono messi in atto alcuni procedimenti preventivi essenziali». Viene consigliato a tutti i soggetti attuatori, quelli che affidano i lavori, l’adozione del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva per congruità). Illusorio pensare di fare presto saltando alcuni passaggi, «utilizzando l’alibi dell’emergenza». In virtù della «esperienza italiana sulla realizzazione delle opere pubbliche», il vero rischio è che, così facendo, si assista al «blocco dei cantieri a seguito dell’intervento della magistratura».

La filosofia seguita e suggerita nel report di Osservatorio Sisma è “si può fare presto e bene”. Affinché il vedere «i tetti delle casette di Accumoli divelti dalle raffiche di vento» non diventi una consuetudine.

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Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

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Il libreria da ottobre 2017 con Morellini Editore, Piano americano di Antonio Paolacci è il romanzo che l’autore “non voleva scrivere” ma che i lettori invece vogliono di sicuro leggere.

 

Una trama che si tesse intorno a uno degli eventi più importanti della vita di un uomo e di una donna e si intreccia con tutti i sentimenti che l’autore sceglie di mettere nero su bianco o che finge di confidare ai suoi lettori. La nascita di un figlio è un evento che cambia la vita dei genitori già nove mesi prima la venuta al mondo e il protagonista del libro, una volta realizzato, sembra smarrire tutti i suoi precedenti punti di riferimento.

Piano americano si presenta al lettore come uno spettacolo teatrale, una irriverente “messa in scena” della vita dello scrittore Antonio Paolacci, protagonista del libro, il quale è al contempo attore, comparsa, pubblico e regista della rappresentazione per antonomasia delle “maschere”. Il grande drammaturgo Luigi Pirandello ha ricordato nelle sue opere la presenza delle “maschere” che tutti e ognuno indossano ogni giorno ma l’autore per meglio chiarire il concetto chiama in causa il noto sociologo Erving Goffman che, in La vita quotidiana come rappresentazione (Il Mulino, 1969), ne dà un’eccellente interpretazione e spiegazione.

Tra il serio e il faceto, tra il reale e il surreale… Paolacci in Piano americano dà libero sfogo a tutti i sentimenti repressi di coloro che, con impegno e fatica, scelgono di “donare” le loro creazioni al mondo intero sotto forma di opere di narrativa o componimenti in versi e vengono ripagati con scarso interesse e ancor meno moneta sonante. L’autore volutamente sembra estremizzare la situazione che, comunque, nella realtà non è poi tanto dissimile da quella descritta e analizzata dal protagonista del libro.

«Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile.»

Lo stile narrativo di Paolacci sembra un vestito di sartoria che scivola dolcemente ma con precisione estrema sulle curve del corpo che avvolge. E così che la scrittura si modella intorno alle emozioni, alle sensazioni, ai sentimenti che vuol descrivere al punto da creare o stroncare, con volontà, pathos in chi legge. Un libro interessante Piano americano che, se pur Antonio Paolacci non voleva scrivere, il lettore ha di certo piacere a leggere.

Antonio Paolacci: Nato nel basso Cilento, vive a Genova. È scrittore e editor. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È l’ideatore di Progetto Santiago, il primo progetto editoriale italiano gestito interamente da scrittori, artisti e professionisti indipendenti.

Source: Si ringrazia l?ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale.

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La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“I piani inferiori della luna” di Michele Manna (Ensemble, 2017)

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Esce in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble la raccolta di racconti brevi di Michele Manna. I piani inferiori della luna racchiude in sé una scrittura che è vera poesia, armoniosa e avvolgente. Prosa in versi al punto che l’autore più volte ricorre all’uso delle figure retoriche maggiormente impiegate nella narrazione poetica. Come, ad esempio, il ricorso ricorrente alla sinestesia (paura solida, domato presente, …).

I personaggi di Manna, i protagonisti come le comparse dei suoi racconti, non hanno un nome, vengono indicati semplicemente con i pronomi personali che aiutano chi legge a meglio definirli nel loro genere, maschile o femminile. Eppure sono talmente ben caratterizzati da apparire, fin dalle prime battute, concreti e reali. La “evanescenza” generata dalla mancanza di nomi propri viene in effetti subito compensata dal poterli, in questo modo, individuare o reincontrare in chiunque e in ognuno.

I temi trattati ne I piani inferiori della luna sono molti e spaziano dall’amore, in tutte le sue forme, ai vari sentimenti ed emozioni scaturiti dalle esperienze e dalle prove che la vita ci pone davanti. Una visione molto radicata della vita, quella mostrata da Manna nel testo. Una vita che scorre inesorabile verso il suo tramonto, verso quel tempo che è di bilanci e fors’anche di rimpianti. Uno sguardo sovente rivolto al passato, anche per la presenza ripetuta di miti e personaggi della mitologia classica. In linea comunque con la filosofia che sembra essere alla base delle composizioni e che si può sintetizzare nelle parole del protagonista del racconto Qualcosa d’altro: «siamo fatti anche di tutto ciò che abbiamo perduto».

Sembra quasi incredibile che I piani inferiori della luna sia l’opera di esordio di Michele Manna. Uno stile talmente particolare e deciso, dal taglio decisamente originale, che lascia comunque intendere un lungo e articolato percorso creativo dietro l’opera così presentata ai lettori. Un libro che si apprezza sia per l’originalità della forma che per i contenuti.

Michele Manna: Nasce a Roma, dove vive e lavora. I piani inferiori della luna è il suo esordio letterario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale.

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Quando la poesia racconta il “banale quotidiano”. Intervista a Vivian Lamarque

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Prostituzione minorile: vuoto educativo e sesso a pagamento. Un’emergenza trasversale

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Ultimo, in ordine di tempo, lo scandalo scoppiato pochi giorni fa nella cittadina campana di Avellino. Tre arresti per l’ordinanza di misura cautelare del Gip presso il Tribunale di Napoli, dietro richiesta della Procura Distrettuale di Napoli, con l’accusa di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, atti sessuali a pagamento e violazione della legge Merlin sulla prostituzione. Giovani ragazze, molte delle quali minorenni, dopo aver marinato la scuola si intrattenevano nel noto circolo ricreativo privato e sarebbero state indotte a consumare rapporti sessuali in cambio di denaro o altri benefit.

Vicenda che richiama alla mente le altre, innumerevoli purtroppo, scoperte in varie città italiane. Tra le più clamorose quella nota come “dei Parioli” a Roma che ha coinvolti nomi molto noti.

Don Aniello Manganiello, il prete anti-camorra fondatore dell’associazione Ultimi, durante un incontro sulla legalità tenutosi in una cittadina alle porte del capoluogo ha parlato di una vera e propria «emergenza educativa». Del vuoto rimasto dopo il crollo dell’alleanza che legava «le varie agenzie educative: la famiglia, la scuola, la parrocchia con l’oratorio».

Ora lasciando pure da parte la religione, rimangono le perplessità sulle famiglie: «non è immaginabile che un genitore non si preoccupi di quello che fa il figlio fuori dagli orari di scuola. O se a scuola ci va o meno».

Ma hanno veramente bisogno di quei soldi, guadagnati in quel modo? E per cosa? Sono vittime inconsapevoli di adescamento oppure razionalmente credono di portare avanti dei futuri progetti di facile guadagno? Cosa pensano davvero accettando di prostituirsi nell’illusione magari di intraprendere così la giusta strada per il loro riscatto sociale?

Per la ricarica del telefonino, per poche decine di euro o per molto di più, per emulazione… Le motivazioni che spaventano maggiormente sono quelle che tirano direttamente in ballo le famiglie, come reali mandanti delle “scelte” di questi giovani o perché pur di riuscire ad allontanarsene si mostrano disposti a tutto. Viene da chiedersi quanto in realtà sia profondo questo degrado morale e sociale prima che economico.

Secondo i dati forniti da Gruppo Abele, l’associazione fondata a Torino da don Luigi Ciotti, delle 120mila prostitute censite in Italia, 20mila non hanno compiuto diciotto anni, le più piccole hanno «l’età da terza media». 20mila “baby squillo” cercate da uomini adulti, presumibilmente in numero molto maggiore. Single forse ma anche mariti, padri, nonni…

A Ventimiglia sembra risultassero oltre 2mila contatti di clienti nei telefonini di due studentesse al primo anno delle superiori. A Cuneo una ragazza ha dichiarato agli inquirenti che fingeva di «avere 20 anni e mi hanno creduta. Meglio loro del coetaneo che poi mette le tue foto su internet» perché, a suo dire, loro, ovvero i clienti, sono «tutte bravissime persone che mi hanno sempre rispettata» e dato la possibilità di comprare «cose che altrimenti mi sarei sognata».

Stando a quanto dichiarato da Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, all’agenzia di stampa nazionale Dire, «la prostituzione minorile è aumentata più del 500% negli ultimi 3 anni e coinvolge in egual misura maschi e femmine». Ragazzi che credono di compiere scelte con consapevolezza, determinate «dalla scissione che i giovani hanno impostato tra l’affettività e la sessualità», si sentono adulti e «scientemente, rispetto alla loro età, considerano l’atto sessuale come passeggero e poco significativo». E proprio mentre cercano di urlare al mondo intero il loro essere “adulti” dimostrano «l’incapacità di difendere il proprio corpo» e si mostrano «completamente inconsapevoli delle conseguenze psicologiche di ciò che fanno».

Scelte estreme cui potrebbero seguire ulteriori trasgressioni per «cercare nella trasgressione seguente un modo per superare quella precedente» che in tanti dichiarano essere decisioni personali. Di sicuro tutte «un po’ larvate, perché dietro c’è sempre un adulto che con i suoi soldi foraggia suddetti comportamenti devianti».

Il problema dello sfruttamento della prostituzione minorile in Italia, purtroppo, è di dimensioni molto più ampie. Vanno considerati non solo i minori che affermano di essere consenzienti ma anche tutti coloro che non lo sono. Il Rapporto CRC 2015-2016 riportato sul sito del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, coordinato da Save The Children Italia, riporta i dati dell’indagine Eurostat 2015 secondo cui nell’Unione Europea il 14% del totale delle vittime di tratta per sfruttamento sessuale sono di minore età. Solo nell’anno 2015 si sarebbero perse le tracce di almeno 10mila minori, 5mila minori sarebbero scomparsi in Italia e molti di loro sarebbero coinvolti nello sfruttamento sessuale.

Nel rapporto si sottolinea inoltre «l’assenza di campagne sistematiche di prevenzione, sensibilizzazione e informazione, di programmi formativi e campagne destinate agli adolescenti volte a promuovere una sessualità libera e autodeterminata» mentre, per contro, rimane «ancora diffusa l’erotizzazione precoce del corpo delle bambine nella comunicazione pubblicitaria». E così accade che la prostituzione dei minori italiani e stranieri si inserisce nel medesimo processo sociale di «normalizzazione della mercificazione dei corpi e della sessualità» che ha «radicalizzato stereotipi e pregiudizi discriminatori ai danni dei minori». Se da un lato «le bambine e le adolescenti italiane sono rappresentate come adolescenti avide, spregiudicate, senza valori, disposte a tutto per consumare di più», d’altro canto «rimangono occultate le dinamiche di potere e sopraffazione che sottendono al reclutamento delle minori, all’organizzazione dello sfruttamento sessuale e alla fruizione a pagamento del corpo delle stesse».

Disclosure: Copyright per la prima immagine ©ComboniFemMagazine / per la seconda immagine ©SalvatoreBarbagallo (dipinto a tema “La prostituzione minorile”).

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Le “myricae” della vita in “Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (presentARTSÌ, 2016)

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Come si fa a «sopravvivere, nonostante tutto»? I dolori, le delusioni, le malattie, le perdite… tutte quelle ombre che vanno a “scurire” e, al contempo, a caratterizzare la vita di ognuno e che la possono condizionare al punto che si può, di punto in bianco, scegliere di resettare l’essere che si è stati fino a quel momento e “crearne” un altro, plasmandolo intorno all’umano che si vuol essere. Così è stato per Elio, il protagonista di Due volte a settimana di Ernesto Valerio, pubblicato dall’associazione presentARTSÌ – bottega di prodotti culturali, in prima edizione a maggio 2016.

Abbandonare carriera e amore per riscoprire la vita, propria e degli altri, attraverso piccoli e grandi oggetti recuperati, riadattati, comprati e rivenduti. Storie ed epoche che si incontrano e si intrecciano lungo il cammino delle esistenze umane. E così questi oggetti diventano per Elio le myricae care al Pascoli, le “piccole” cose che consentono al poeta di riscoprire sensazioni, presenze, fenomeni agli altri impercettibili e che permettono di capire e carpire il cosmo e la vita. A Elio serviranno per riscoprire se stesso e suo padre, con cui inizierà a sentirsi telefonicamente due volte a settimana.

Il libro di Ernesto Valerio si compone pezzo dopo pezzo, capitolo dopo capitolo e solo alla fine il lettore ne riesce a ben comprendere il senso e il grande potenziale. Ci sono delle ripetizioni cicliche che durante la lettura infastidiscono ma poi si realizza che sono servite all’autore per meglio definire il personaggio e la sua storia. Quella di Valerio in Due volte a settimana è una scrittura che sembra ruotare intorno alle piccole cose della vita ma che egualmente gli consente delle puntate verso i grandi sbagli del vivere contemporaneo, la frenesia che a volte assume proprio i contorni della follia. Per la carriera. Per il denaro. Quasi azzerando l’essenza vera e profonda dell’esistenza.

La storia raccontata da Ernesto Valerio in Due volte a settimana riflette alla perfezione la citazione di Michele Mari che accoglie il lettore: «e adesso che te ne sei accorta non so se la mia vita sarà rubricata come cosa patetica o come cosa eroica». La differenza la farà la sensibilità di chi legge e l’ordine costituito della sua personale scala dei valori. Chi scrive ritiene il testo di Valerio un ottimo modo per raccontare di come le persone, quelle reali che affrontano ogni giorno la vita a testa alta, riescono a «sopravvivere, nonostante tutto»

Ernesto Valerio: Nasce a Lanciano. Si laurea in Comunicazione a L’Aquila e in Sociologia Economica a Trento. Risiede e lavora a Mantova. Due volte a settimana è il suo primo romanzo.

Source: Si ringrazia Raffaella Tenaglia della Pixie Promotion per la disponibilità e il materiale

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L’età ingrata” di Francesca Segal (Bollati Boringheri, 2017)

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Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Esce in prima edizione ad agosto 2017 per Bollati Boringheri L’età ingrata di Francesca Segal, nella versione tradotta dall’inglese da Manuela Faimali. Titolo originale The Awkward Age. E sembra proprio ruotare intorno al concetto di età il libro della Segal. L’età biologica e quella che si vorrebbe avere. Il sentirsi troppo “vecchi” o troppo “immaturi”. Il non essere mai troppo “grandi” per ricominciare e il non sentirsi più “piccoli” anche quando lo si è ancora.

Una famiglia allargata quella che cercano di costruire Julia e James, molto allargata, forse troppo. Con rispettivi figli e compagni, suoceri e consuoceri, ex-mogli, amici, conviventi… che generano un tale caos nella statica vita della donna al punto da farle perdere di vista i suoi reali bisogni. Con un deciso colpo di spugna sembrerà decisa a resettare il tutto e ristabilire la pace con sua figlia Gwen. Ma davvero si può cancellare quello che è stato, ciò che si è vissuto in prima persona e fingere che non sia mai accaduto? Ovvio che la risposta è no ma Julia ha imparato dai propri errori e capito che necessitava prestare «più attenzione. La prossima volta sarebbe stata pronta ad afferrare Gwen prima che cadesse». Perché per lei l’errore più grande commesso, durante la relazione con James, era l’aver anteposto il suo essere persona all’essere genitore, una madre per la cui figlia era il «centro del suo mondo». Se Gwen «prima dava l’impressione di essere forte era perché c’era Julia a sorreggerla».

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Un libro, L’età ingrata, che costringe il lettore a un’attenta riflessione sui sentimenti, sui cambiamenti, sull’essere genitore come sull’essere figli. Interessante inoltre il modo in cui l’autrice usa le parole, il registro narrativo e le ambientazioni per riprodurre discorsi, dialoghi e pensieri carpiti nelle loro diverse angolazioni, ovvero dai vari punti di vista, sottolineandone le differenti interpretazioni, conseguenza anche della volontà, manifesta o recondita, di chi ascolta e di chi parla o pensa.

Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Julia sceglie la strada del nuovo amore di James per “ritornare” alla vita. Come può quindi criticare sua figlia Gwen per aver scelto la stessa strada per ribellarsi alla non-vita? Si sa che gli adolescenti non riescono a controllare gli istinti e quindi ora tutti gli adulti si sentono in obbligo di salvare Gwen e Nathan da se stessi fingendo di non capire che in realtà a dover essere “salvati” sono proprio loro che hanno permesso alla burrascosa storia d’amore tra due teenager di «trascinare a bordo l’intera famiglia».

Una famiglia non è un qualcosa che si può definire a tavolino. Non nasce spontaneamente per volontà di due persone che all’improvviso si scoprono innamorate. Gli “avanzi” delle famiglie “rotte” in precedenza non si incastrano con altrettanta facilità come il loro desiderio di stare insieme, sotto lo stesso tetto. Perché i figli degli altri non diventano i propri da un giorno all’altro e così Julia e James si convincono «che il figlio dell’altro avesse danneggiato il proprio» e si schierano «automaticamente con la squadra avversaria», finendo per odiarsi pur amandosi ancora.

Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Julia deve guidare la giovane Gwen lungo i sentieri intricati dell’adolescenza e verso l’età adulta, matura, lei che viene da tutti considerata fragile e indifesa, incapace di mostrare «alcuna ambizione per il futuro» di sua figlia «oltre a una non meglio specificata “felicità”». E proprio mentre Julia gongola al pensiero di essere riuscita a non insegnare a Gwen che «il valore di una persona si misura dai voti scolastici», come invece aveva fatto James con suo figlio, la nonna di sua figlia sperava invece che si decidesse una volta per tutte a educarla a opporsi alla cultura della «biologia come destino». Adesso le donne possono scegliere il proprio futuro. Adesso le donne, di ogni età, devono scegliere il proprio destino.

LEGGI ANCHE – Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

L’età ingrata di Francesca Segal si dimostra una lettura senz’altro interessante con la scrittura a prisma, con tanti angoli e altrettante sfaccettature che corrispondono ai punti di vista dei protagonisti e coinvolgono il lettore in riflessioni e lo spingono a interrogarsi sui temi dell’amore, della felicità, dell’educazione e del rispetto reciproco, delle relazioni e delle convivenze, delle storie finite e di quelle appena cominciate, della vita e delle scelte compiute… a qualunque età.


Per la prima foto, copyright: Priscilla Du Preez.

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“La forza della necessità. Antologia del radicalismo inglese dei secoli XVIII e XIX” di Mauro Cotone (Rogas Edizioni, 2017)

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forza della necessità

Pubblicato con Rogas Edizioni La forza della necessità di Mauro Cotone si presenta proprio come una classica antologia. Dopo la prefazione, curata Adolfo Noto, e una introduzione al periodo storico il testo è strutturato in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un singolo autore. L’idea è quella di ripercorrere, attraverso le singole elaborazioni, il pensiero e i movimenti che hanno portato, più o meno pacificamente, alla nascita del radicalismo sociale. Tesi e proposte che «esulino dall’ambito agrario» e che spazino «dalle esigenze del movimento femminile, fino alla condanna dello schiavismo, per arrivare persino alla semplificazione linguistica».

Leggendo il testo di Cotone si ripercorre mentalmente tutta la storia delle travagliate lotte, giurisdizionali e sociali, combattute dalle popolazioni per vedere riconosciuti i propri diritti. I medesimi che oggi, purtroppo, vengono dati per scontati, accantonati o non giustamente considerati.

La forza della necessità, pur trattando argomenti che facilmente possono risultare tediosi o ostici per il grande pubblico, risulta ben strutturato, chiaro e interessante. In diversi punti la narrazione si fa talmente sublime che il lettore quasi dimentica di stare leggendo. Gli sembra di trovarsi in un’aula accademica e di stare ascoltando una lezione o una conferenza sul tema dello «sviluppo di alcune linee di pensiero politico che cominceranno così a definirsi e a essere definite ‘democratiche’».

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“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

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Che fine ha fatto Emanuela Orlandi dopo la sua scomparsa il 22 giugno 1983? Chi comanda davvero al Comune di Roma? Qual è la vera storia del “Giglio magico” di Matteo Renzi?

Tre quesiti semplici, chiari, necessari. È da questi che parte l’idea del nuovo saggio di Emiliano Fittipaldi, Gli impostori. Inchiesta sul potere, uscito in prima edizione con Feltrinelli a settembre 2017. Ed è sempre da queste domande che sono partite le inchieste portate avanti dall’autore, descritte passo passo nel testo.

Ma chi sono gli impostori di cui si parla nel libro? Sono coloro che «attraverso menzogne, occultamenti e propaganda sfacciata si presentano alla gente diversamente da come sono in realtà». Impostori sono i preti pedofili. Impostori sono quei politici che «dicono di aiutare gli ultimi e poi fanno il contrario, tagliando le tasse ai ricchi». Compito dei giornalisti è raccontare la verità smontando menzogne occultamenti e propaganda.

Fittipaldi si sofferma spesso nella descrizione dell’iter seguito nella fase investigativa delle sue inchieste e sembra farlo non tanto per dare fondatezza alle stesse, basata piuttosto sui dati e sui risultati, quanto per dimostrare che chiunque (giornalisti, investigatori, cittadini…) in realtà, volendo, lo potrebbe fare, almeno nella parte di ricerca da fonti pubbliche. In teoria quindi se tanti cronisti non fossero così “pigri” avremo migliaia di inchieste come quelle portate avanti dall’autore e dai pochi “investigatori” come lui. Non è impossibile e neanche tanto complicato ma ci vuole determinazione correttezza coraggio. Qualità che, purtroppo, sembrano scarseggiare nel mainstream della comunicazione e non solo.

Un altro punto su cui l’autore ritorna spesso è lo scarso clamore mediatico e il freddo interesse del pubblico alle sue rivelazioni e scoperte. E lo fa non perché sia in cerca di gloria ma per tentare di capirne le motivazioni. Che ci sia tra il pubblico italiano una preoccupante assuefazione allo scandalo e alla corruzione? Che queste notizie in qualche modo “disturbino” non solo i diretti interessati ma anche il pubblico che, quasi quasi, ne farebbe volentieri a meno per meglio concentrarsi su partite di calcio, trash tv e gossip vario?

Ma il compito del giornalista va ben oltre quello delle pubbliche relazioni, come ricordano anche le citazioni con le quali Gli impostori si apre al lettore e che rendono molto bene l’idea di cosa ci si deve o ci si debba aspettare leggendo testi che raccolgono il frutto di inchieste giornalistiche. Saggi che, come dimostrano le parole stesse di Fittipaldi, non servono solo come fonte di informazione fungendo anche da archivio di dati e fatti che possono tornare utili nel tempo.

Gli impostori è strutturato in tre distinte parti: Emanuela, Raggirati, Il Giglio nero. Tutte centrate sullo scopo prefissosi da Fittipaldi, ovvero «alzare i tappeti in cerca di polvere e notizie insabbiate» per riuscire così a misurare «la distanza tra quanto promesso dai poteri di turno e quanto poi realizzato». Ovvero, in altre parole, «misurare lo spread tra la propaganda delle parole e la durezza dei fatti». Nel caso dell’analisi della scomparsa di Emanuela Orlandi si va oltre con il tentativo non solo di capire chi e perché c’è dietro questa vicenda ma anche la volontà di scoprire cosa effettivamente sia accaduto e a quale destino sia poi andata incontro questa giovane ragazza.

Più volte si è cercato di ostacolare o di fermare il lavoro di Emiliano Fittipaldi, anche per via giudiziaria. Leggendo i suoi reportage se ne evince con chiarezza il perché. Fittipaldi non sembra lasciarsi influenzare dalla cultura dominante o dai luoghi comuni, né condizionare dal flusso di notizie e/o opinioni in merito all’argomento trattato… egli basa le sue elaborazioni sui fatti, sui dati e sulle fonti certe. Una vera seccatura insomma per chi vorrebbe che quelle informazioni non venissero mai diffuse.

Gli impostori. Inchiesta sul potere di Emiliano Fittipaldi conta oltre duecento pagine ma si legge quasi tutto d’un fiato, con bramosia, con “famelica” sete di conoscenza. Determinato corretto coraggioso. Insomma un libro necessario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Feltrinelli Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte tema libro e biografia autore www.feltrinellieditore.it

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

Grande Raccordo Criminale” di Bulfon e Orsatti (Imprimatur, 2014)

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È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

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Amare vuol dire prendersi tutto il male dell’altro? “Dammi tutto il tuo male” di Matteo Ferrario (HarperCollins Italia, 2017)

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“Mind Maps 1” di Luca Bosani

Dall’istante stesso in cui si incrocia lo sguardo del proprio figlio o della propria figlia il primo pensiero di ogni genitore, o quasi, è il forte desiderio di proteggerlo o proteggerla, a ogni costo, dal male. Ma cosa accade quando sono gli stessi genitori ad arrecare il male ai propri figli, a portarlo nelle loro piccole vite?

Il male è entrato nella vita, dentro Barbara bambina senza che lei avesse fatto nulla per attirarlo e chiede ad Andrea come può fare, ora, per liberarsene. Lui si offre di prenderlo per sé. Dammi tutto il tuo male, le dice. Poco tempo dopo Barbara si offrirà di fare lo stesso con lui. E così ha veramente inizio la loro vita, insieme.

Uscito in prima edizione ad agosto 2017 con HarperCollins Italia, Dammi tutto il tuo male di Matteo Ferrario è davvero potente profondo e intenso. Un libro studiato e scritto come fosse un puzzle, ma all’incontrario. Si presenta apparentemente completo fin dall’inizio ma poi perde, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello e i buchi neri che avrebbero dovuto crearsi si illuminano invece di profondità e luce intensa cosicché un nuovo sorprendente scenario viene a formarsi dinanzi agli occhi increduli del lettore. Uno stile e una scrittura che rimandano al gioco degli specchi, nel quale un’ombra o un rimando può schiarire la reale immagine riflessa o occultarla meglio, esattamente come accade per ciò che l’autore dice o tace.

A ogni nuovo capitolo non solo la storia acquista maggiore profondità e spessore ma anche lo stesso protagonista, Andrea. Raccontando della sua vita l’autore descrive anche uno spaccato delle periferie milanesi, dei paesi che vanno a comporre l’hinterland metropolitano e al contempo sembrano costituirne anche l’anima vera, seppur non quella ‘centrale’.

Essere una persona buona, fare una buona impressione, saper stare al proprio posto, evitare le brutte figure… sono tutte cose che non hanno «nulla a che vedere con il bene». Essere una persona buona può equivalere a essere una persona educata o gentile ma «non si può tenere lontano il male, restando sempre gentili». Non basta a tenerlo lontano, fuori dalla propria vita e da quella delle persone che si amano. E allora come liberarsene? Con altro male?

Con Dammi tutto il tuo male Matteo Ferrario è riuscito a scrivere un ottimo libro che indaga il male e la mente dei malvagi come anche di coloro che tali non sono, non si ritengono o che riescono a celare a tutti il loro vero volto. Che racconta della violenza silenziosa, nascosta, impunita in grado di colpire e segnare la mente prima del corpo. Di quella subita come di quella inflitta. Delle azioni malvagie e delle reazioni ‘cattive’ che scatenano le prime. Un libro che conferma il potenziale di Ferrario e che rappresenta anche un grande esordio tutto italiano per la casa editrice.

Matteo Ferrario – foto di Ginevra Massari

Matteo Ferrario: Architetto, giornalista e traduttore. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie e antologie. È autore di due romanzi.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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