“Oltre ogni verità” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2018)

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Uscito a gennaio 2018 con Edizioni CentoAutori, il nuovo thriller dell’avvocato-scrittore romano Gianluca Arrighi è l’occasione per far conoscere ai suoi lettori il capitano Jader Leoni. Dopo aver deciso quindi, forse in maniera definitiva, di mandare in pensione Elia Preziosi, protagonista indiscusso dei due precedenti libri (L’inganno della memoria e Il confine dell’ombra), Arrighi mette sul tavolo una carta tutta nuova da giocare.

Jader Leoni, capitano del gruppo di intervento speciale e reparto d’élite delle unità antiterrorismo di stanza a Roma, dove vive con la famiglia, viene mandato in un piccolo paese della provincia di Rieti dove, tra l’altro, ha dei parenti e dei ricordi del suo passato che emergono lentamente durante la narrazione ma saranno per la sua conclusione determinanti.

Un piccolissimo paese arroccato sull’Appennino centrale, a vocazione prevalentemente agricola, un ambiente rurale e a tratti dipinto così agreste da ricordare le scene bucoliche di Virgilio. Quale posto migliore per ambientarci un omicidio e uno scandalo a carattere sessuale per rendere ancor più stridente il contrasto tra la realtà e le ipocrisie del pregiudizio e dell’apparenza?

Persone ambigue ma che in fondo non hanno nulla da nascondere e persone perbene che possono trascinarti con facilità estrema in un baratro di menzogne, falsità, dolore e omicidi, nella vana speranza di mantenere inalterata l’apparenza che con tanta dedizione e fatica hanno creato, costruito intorno a se stessi, proprio come le maschere di cui tanto ha narrato Pirandello.

La scrittura di Arrighi è chiara, con frasi brevi e un linguaggio che ricorda molto quello parlato, uno stile narrativo che potrebbe essere definito basico, con la suspense, peculiarità immancabile in questo genere letterario, creata mantenendo pressoché invariato il registro narrativo. Il racconto degli eventi, che incalzano e vanno a incastrarsi come tessere di un puzzle, inocula in chi legge un tanto equilibrato quanto morboso input di curiosità che lo invoglia nel prosieguo della lettura.

Si nota, lungo tutto il testo, l’uso ripetuto della similitudine. Per esempio quando l’autore scrive: “le notizie si diffondono alla velocità di un incendio in un fienile”, oppure “si muoveva rapido e fluido come un fiume nel suo letto”. Espressioni che sembrano servire non tanto a chiarire concetti che sono già chiari ed elementari, quanto a legare il narrato e i protagonisti al territorio, ai luoghi ove le vicende si svolgono. Un incendio in un fienile e un fiume che scorre nel suo letto non possono non legare quanto il lettore legge all’ambientazione stessa, ovvero un ambiente rurale e contadino con il cadavere rinvenuto in un bosco.

Il capitano Jader Leoni, pur differente da Elia Preziosi sotto molti aspetti, lo ricorda per la determinazione, per l’attaccamento al lavoro e agli affetti e per il ricorso, se necessario, a metodi anche poco ortodossi affinché giustizia sia fatta. Un personaggio che, tutto sommato, irrompe bene sul palcoscenico narrativo di Arrighi e che, forse, nei prossimi libri, riuscirà a mettere definitivamente in ombra il suo predecessore.

Persiste, nello stile narrativo di Gianluca Arrighi, la ricerca sistemica della perfezione. Nella precisione e nella cura di ogni singolo dettaglio che riguarda la vicenda narrata come nella stessa scrittura, che può, soprattutto nei dialoghi, risultare a volte troppo manierata. Nel complesso comunque il giudizio sulla nuova avventura letteraria di Arrighi è positivo. La lettura si conferma piacevole e scorrevole. Come positivo viene interpretato da chi legge lo sforzo compiuto dall’autore nel voler raccontare con un tocco originale due aspetti cruciali della contemporaneità: omofobia e islamofobia. L’aver voluto portare i protagonisti della vicenda in un ristretto e rurale contesto ha agevolato anche l’immissione nella quotidianità di questi aspetti troppo spesso raccontati come astratti, lontani. Solo in questo modo infatti si riesce a svelare l’arcano che vuole tutti menzogneri “per nascondere quello che sono veramente”.

Source:Si ringrazia Gaia Luvera, dell’Ufficio Stampa Edizioni CentoAutori, per la disponibilità e il materiale


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La Genovese. Una storia d’amore e di rabbia” di Enrico Fierro (Aliberti Compagnia Editoriale, 2017)

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Aliberti Compagnia Editoriale pubblica nel 2017 il romanzo La Genovese del giornalista Enrico Fierro. Un libro che solo in apparenza è il racconto delle vicissitudini professionali e private di Frank Santaniello. Narra invece uno spaccato profondo di un’Italia intera e di alcuni degli eventi più significativi della seconda metà del secolo scorso attraverso gli occhi impavidi e disincantati di un cronista, prima giovane poi maturo, che ha lottato con se stesso e con il mondo intero per non diventare mai «come tutti volevano». Dove finisce Frank Santaniello e inizia Enrico Fierro l’autore, naturalmente, non lo dice ed è presumibile non lo farà mai. Leggendo il testo, tuttavia, si comprende fin da subito che, per quanto possa trattarsi di un romanzo di fantasia, Fierro è presente in ogni singola parola vi si trova scritta, in ogni cadenza, inflessione, critica o opinione.
Un libro che è un manifesto alla raggia e contro di essa, al giornalismo e contro di esso, alla politica e contro di essa, al popolo e contro di esso. Il perché di tutto questo lo si comprende fin troppo bene leggendo, capitolo dopo capitolo, il romanzo di Fierro.

La scrittura come anche il narrato di Fierro ricorda molto gli scritti di Michael Ende e la sua grande capacità di denuncia sociale raccontando il mondo reale come fosse inventato, perché troppo spesso, purtroppo, la gente è attratta e preferisce “le favole” alla realtà e alla verità che essa inesorabilmente contiene. Uno stile narrativo caratterizzato da un’amara ironia e da un pungente sarcasmo, che a tratti sembra voler essere una “seria” presa in giro di personaggi che facilmente potrebbero incarnare i tipi di cui Fierro racconta.

L’enfasi che l’autore mette nel racconto delle vicende e dei pensieri di Frank, dei litigi con il caporedattore e dei compromessi che proprio non riesce ad accettare sembrano quasi uno sfogo personale dello stesso Fierro il quale, indirettamente, sceglie di tirare fuori anche la sua raggia, come fa il protagonista del libro.
Traspare una vena critica molto amara, o meglio amareggiata. Per un’Italia che poteva essere grande, per il rinnovamento, il progresso paventatosi negli ultimi decenni del millennio scorso e che invece di rinvigorire è andato inesorabilmente scemando. Un progresso che non era e non avrebbe dovuto essere solo economico, ma civile e culturale.

Dalla politica italiana con i suoi innumerevoli scandali alla questione volutamente meridionale, dal ricordo di quanto accaduto lungo il confine tra Albania e Serbia a tangentopoli, dal sisma del 1980 alla vergognosa ricostruzione che ne è derivata… ne La Genovese di Enrico Fierro si trova tutto quello che un lettore attento si aspettava di trovare. Un libro che si legge con la curiosità di conoscere gli sviluppi della vicenda di Frank certo, ma soprattutto con la consapevolezza delle responsabilità che ognuno ha e ha avuto nel determinare, direttamente o indirettamente, il destino dell’Italia e di conseguenza di tutti gli italiani. Un libro che di sicuro non delude anche se rappresenta un boccone molto più amaro da ingoiare rispetto alla succulenta genovese che il protagonista si gusta congedandosi dal lettore.

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Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 


Source: si ringrazia l’Ufficio Stampa della Aliberti Compagnia Editoriale per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore e trama del libro www.aliberticompagniaeditoriale.it


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa

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Guerini e Associati propone al grande pubblico il secondo atto del saggio di Marcello Foa su Gli stregoni della notizia. Il libro di «un giornalista che, dopo oltre 30 anni di carriera, resta profondamente innamorato della propria professione», di un “amore” che rimane comunque critico, consentendogli di osservare il lavoro proprio e dei colleghi con pungente spirito critico, il medesimo vorrebbe fosse presente in tutti gli operatori dell’informazione. Ma così, purtroppo, non è. I motivi sono molteplici ma alcuni più peculiari e pericolosi.

Ne abbiamo discusso nell’intervista che gentilmente ha concesso.

Dieci anni fa lei scriveva di come coloro che conoscono le tecniche per manipolare l’informazione potessero minare le democrazie. Dieci anni dopo ripropone il testo aggiornato in uno scenario che non è poi così confortante. In questo lasso di tempo a fare più passi in avanti sono state le democrazie, gli operatori dell’informazione o i manipolatori?

Ottima domanda. Direi in prima battuta i manipolatori. L’informazione e la comunicazione sono strumenti indispensabili nella gestione del potere e come strumento delle guerre asimmetriche. Le tecniche che descrissi dieci anni fa vengono usate anche oggi, nel frattempo se ne sono aggiunte altre molto sofisticate. Purtroppo i giornalisti, anziché allertarsi e mostrarsi sempre più guardinghi, hanno continuato ad essere facili prede degli spin doctor e questo ha finito per diminuire la credibilità della grande stampa e, in seguito, anche la fiducia nelle istituzioni e nei partiti. Se la nostra democrazia non è morta lo dobbiamo in larga parte al successo della cosiddetta informazione alternativa online, a cui è corrisposto la nascita di nuovi movimenti politici.

Le notizie false non sono prerogativa dei nostri tempi, eppure oggi sembra che interi governi vogliano indire addirittura una crociata contro quelle che sono state definite “armi contro la democrazia”. Sono le fake news che girano in Internet e sui social media il vero pericolo per le democrazie occidentali o si attaccano queste per distrarre le persone da altro?

Le fake news sono chiaramente un pretesto per mettere a tacere o comunque limitare l’informazione alternativa online, che, contrariamente ai miei colleghi, saluto con molto favore. Nel saggio dimostro come lo scopo reale di queste polemiche sia l’instaurazione di una sorta di censura che, in nome di una causa apparentemente giusta (“le fake news vi ingannano!”), permetta ai governi di discriminare tra buona e cattiva informazione. Ma queste sono logiche da regime autoritario. Diversi studi hanno dimostrato come l’influenza delle “fake news” sull’elettorato sia marginale ed effimera. La mia tesi è che le vere indisidie siano rappresentate dalle manipolazioni che nascono dentro le istituzioni, con effetti davvero devastanti, ma contro cui non si levano mai voci e tanto meno richieste di sanzioni.

Le va di spiegarci la differenza tra comunicazione istituzionale e comunicazione politica?

Certo. La comunicazione istituzionale è per sua natura oggettiva, neutrale, spoliticizzata: viene usata dai governi non per fare propaganda ma per permettere ai cittadini di disporre di dati e notizie oggettive riguardanti l’attività dello Stato e dello stesso governo.

La comunicazione politica, invece, permette ai ministri di prendere parte al dibattito politico e di difendere le proprie opinioni. I problemi nascono quando i comunicatori più spregiudicati, ovvero gli spin doctor, le mischiano o addirittura, come capita sempre più frequentemente, aboliscono la distinzione. Quando questo accade si abusa del potere delle istituzioni e informazioni apparentemente oggettive sono in realtà falsate o manipolate alla fonte. È un fenomeno invisibile, di cui i cittadini (e quasi sempre anche gli stessi giornalisti) non sono consapevoli ma gravissimo per una democrazia.

Lei scrive che i giornalisti sanno sempre qualcosa in più del pubblico. Come utilizzano queste informazioni? Ciò li rende più ricattatori o più ricattabili?

Direi che li rende troppo vicini al potere. Mi spiego: la frequentazione dei politici e dei governi è inevitabile; come è inevitabile che si instauri una certa confidenzialità con le proprie fonti. Non puoi fare degli scoop se non hai degli informatori all’Eliseo, a Palazzo Chigi o al Pentagono. Il problema è che i giornalisti tendono a diventare troppo simpatetici con l’establishment e dunque ad assorbirne le logiche e gli interessi. Smettono di ringhiare e di abbaiare, diventano dei cani da guardia troppo docili, troppo “di casa”; si sentono gratificati dalla vicinanza con il potere e questo finisce per limitare la capacità critica e il coraggio di denunciare. Un giornalista conosce presidenti e primi ministri ma dovrebbe essere sempre temuto da costoro. Purtroppo non è sempre così e questa è una delle ragioni del conformismo della grande stampa che finisce per pensare troppo al Palazzo e con il Palazzo, distaccandosi dalla realtà e dai cittadini.

Perché è così difficile garantire un’informazione originale e corretta anche all’interno di stati democratici?

Da un lato per la ragione che le ho esposto, a cui se na aggiungono altre: i condizionamenti dettati dagli interessi degli editori, la riduzione delle risorse economiche a disposizione delle redazioni, che comporta uno scadimento qualitativo di quest’ultime . Però c’è un punto fondamentale: per esercitare fino in fondo la propria missione di coscienza critica, i giornalisti dovrebbero conoscere le tecniche usate dagli spin doctor per orientare o manipolare l’informazione, ma sebbene, come dimostro nel saggio, gli esempi siano numerosi e ricorrenti, questa consapevolezza non matura. E i giornalisti continuano a essere prede fin troppo facili degli spin doctor. Risultato: un’informazione tendenzialmente conformista.

Proviamo a calcolare il senso della corretta informazione in base ai parametri della conoscenza e a quelli dell’era digitale. Lei da decenni ormai studia e compie ricerche per raccontare scomode verità. Si può anche non condividere il suo lavoro ma non si può negare che cerchi sempre di documentarlo con fonti certe. Lei ha 28 mila persone che seguono il suo profilo social. Il sito tematico dove si afferma di perseguire la mission di smascherare le bufale mediatiche, ovvero le fake news, BUTAC è seguito, sullo stesso social network, da 125 mila persone. Diciamo che il loro non è proprio un metodo scientifico piuttosto un rifarsi alla cultura dominante. Tant’è vero che, oltre a lei, un altro giornalista che finisce spesso nel loro mirino è Giulietto Chiesa. Il punto su cui vorrei discutere con lei è il motivo per cui tanta gente preferisce credere semplicemente e tranquillamente a loro? E, se mi permette, anche conoscere la sua opinione sul perché tante persone preferiscano sia un sito a dir loro cosa sia una bufala invece di documentarsi personalmente…

Tendenzialmente i debunker sono simpatetici con le istituzioni nella presunzione che rappresentino la fonte della Verità. Il mio approccio è opposto: io individuo nella manipolazione dentro le istituzioni una delle minacce più gravi alla nostra democrazia. È normale che in genere non sia amato dai debunker, che infatti sono restii ad attaccare i governi e l’establishment economico, men che meno gli spin doctor. Direi che mi sembrano funzionali all’establishment, che infatti li elogia (vedi la Boldrini nella passata legislatura). La loro visione privilegia e difende l’ortodossia istituzionale e i loro toni sono sovente inquisitori, polemici, ostentamente denigratori. Non c’è distacco critico. D’altronde molti di loro si sono autoproclamati in questo ruolo, senza credenziali professionali o accademiche ma naturalmente il pubblico questo non lo sa. Bisogna essere molto sicuri di sè per erigersi quotidianamente a giudici (e con toni implacabili) degli altri. Quanto contano davvero? Difficile dirlo. Alcuni studi hanno dimostrato che la loro influenza è limitata.

Uno dei punti su cui lei insiste molto nel libro è l’influenza degli esperti della comunicazione usati dai politici in campagna elettorale e non solo, gli spin doctor. In questi giorni primeggia tra i titoli dei giornali il datagate che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica. Era davvero così inaspettato l’utilizzo di tutti i dati raccolti e immagazzinati dai social media?

Assolutamente no. Nel saggio scrivo che i giornalisti anziché infervorarsi sulle fake news, dovrebbero occuparsi di problemi ben più seri e gravi, come le insidie rappresentate dalla capacità di Facebook di orientare le nostre emozioni i nostri stati d’animo e anche le nostre idee politiche. Lo scandalo di Cambridge Analytica è esploso adesso e sebbene le circostanze siano state in parte strumentalizzate, non mi ha affatto sorpreso. Ma ad essere pericolosa non è tanto la società britannica, quanto Zuckerberg stesso.

Lei afferma che la concorrenza di siti e blog online sia salutare al giornalismo classico ma che comunque spetti a questo portare avanti il riscatto dell’informazione. Lo farà?

Me lo auguro di cuore. Io resto convinto che una stampa autorevole e coraggiosa sia indispensabile per la nostra democrazia. Solo i grandi media sono attrezzati per condurre battaglia davvero scomode e coraggiose, che richiedono ingenti mezzi economici e le necessarie tutele giuridiche. Ma bisogna volerlo e bisogna poter contare su editori all’altezza. Che ci riesca non lo so, che debba provarci lo credo con tutte le mie forze.


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L’importanza della scienza e della cultura nelle parole di Lucia Votano. “La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina” (Di Renzo Editore, 2017)

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Pubblicato con Di Renzo Editore, La via della seta di Lucia Votano è un lungo e intenso dialogo che la fisica porta avanti con il suo interlocutore prima e con il lettore poi. Un libro nato da un’intervista che lo stesso editore ha composto per l’autrice, trasformato poi in testo e proposto al lettore in forma narrativa. Un’idea originale che si rivela anche interessante nel risultato. Leggendo il testo si riescono a intuire le domande, non inserite, ed è piacevole seguire le risposte.

Un libro che accompagna il lettore nel “misterioso” mondo della ricerca scientifica e lo aiuta a meglio comprenderne il funzionamento, le dinamiche, le evoluzioni e, purtroppo, anche le involuzioni. Come quella che sta attraversando il nostro Paese e che nessuno sembra realmente intenzionato ad arginare. Un disinteresse protratto verso la scienza e la cultura in generale che ha profondamente minato il ruolo centrale che Italia ed Europa hanno avuto in passato. I paesi asiatici, soprattutto Cina e Giappone, hanno «assunto un ruolo rilevante, direi predominante, nell’ambito della ricerca» e questo è un grave errore sottovalutato dal mondo occidentale, Italia in primis, per «l’assoluta rilevanza della conoscenza come valore in sé e come motore trainante del benessere sociale ed economico della nazione».

La scienza e la cultura svolgono «entrambe, e congiuntamente, il ruolo di motore dello sviluppo di una nazione». Purtroppo però i vari governi italiani succedutisi negli ultimi decenni non hanno fatto altro che tentare di ridimensionarne l’importanza nei fatti, con tagli continui e indiscriminati ai fondi e ai finanziamenti, anche se, a parole, erano tutti propensi per il loro incremento e la loro rivitalizzazione. E così mentre il mondo intorno a noi «cambia velocemente, anzi corre, noi siamo rimasti quasi fermi», perseverando su «antichi errori», continuando a «puntare su un modello di sviluppo a contenuto medio-basso di conoscenza».

Un libro, La via della seta, che ricorda molto i romanzi di formazione. Un romanzo che è anche un’accurata auto-biografia di una scienziata, di una donna, di una madre, di una compagna. Una persona che ha affrontato per certo la vita con determinazione, compiendo anche scelte coraggiose e, per certi versi, audaci, in considerazione del periodo storico in cui sono state realizzate.

Interessante la parte di narrazione della vita privata e di quando e come questa abbia inciso e determinato quella professionale. Parimenti quella in cui l’autrice si sofferma in considerazioni e analisi sull’Italia di ieri e su quella di oggi. Ma l’aspetto davvero eccezionale del libro sono i passaggi nei quali la Votano si dilunga in descrizioni tecniche sugli aspetti specifici del suo lavoro e su argomenti vari di fisica, come le forze le particelle gli acceleratori. Sono vere e proprie lectio magistralis pur nella semplicità del registro linguistico che si è deciso di utilizzare. Interessanti e stimolanti. Riescono a trasmettere, più ancora delle altri parti del libro, la passione dell’autrice per il proprio lavoro ma, più in generale, per la fisica e la scienza. Oltre, naturalmente, le sue profonde e corpose conoscenze.

La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina di Lucia Votano è un libro molto interessante, innovativo nella forma e superlativo nel contenuto, un dialogo articolato che racconta la carriera scientifica dell’autrice, da lei stessa indicata come «un faticoso sentiero di montagna, sempre in salita, ma allietato a tratti da splendidi panorami».


Articolo originale qui



Disclosure: fonte biografia dell’autrice www.direnzo.it


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Scuola dell’Infanzia violata da maltrattamenti e abusi. Come fermare tanta rabbia?

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Dalla onlus La via dei colori, fondata e presieduta da Ilaria Maggi, avvertono di usare con cautela termini come maltrattamenti e abusi, almeno fin quando non si hanno prove certe di quanto può rivelarsi solo un’apprensione esagerata o un fraintendimento. Esistono dei campanelli d’allarme, sintomi specifici che connotano in maniera pressoché inequivocabile una situazione d’abuso. Questi campanelli però sembra che li ascoltino troppi genitori.

Dal dicembre 2010 al marzo 2017, La via dei colori ha preso in carico circa 95 processi per reati di maltrattamento (572 cp), abuso dei mezzi di correzione (571), abuso sessuale e pedofilia. 95 processi, non segnalazioni o denunce. Sul sito ministeriale si legge che, per quanto riguarda la scuola dell’infanzia, è previsto un numero minimo di 18 e uno massimo di 26 bambini per classe. Considerando una semplice media ponderale di 22 bambini se ne deduce che nei 95 processi seguiti dalla onlus sono coinvolti, a vario titolo, almeno 2090 alunni. La via dei colori non è l’unica associazione che si occupa di questo e i tribunali in Italia sono tantissimi… Si arriva così a cifre spaventosamente alte da indurre immediatamente a chiedersi cosa in concreto è stato fatto per prevenire ulteriori aggressioni e maltrattamenti, denunce e processi.

Sembra impossibile reperire, forse perché non esiste, un dossier, un report ufficiale, un’indagine conoscitiva istituzionale sulla situazione scolastica italiana, o meglio sulle qualifiche degli insegnanti, sulle procedure di valutazione, se ce ne sono, e sui dati relativi ai maltrattamenti e agli abusi ma soprattutto sulle conseguenze a lungo termine. Sulle innocenti vittime certo ma anche su chi le ha generate. Che fine fanno questi insegnanti?

I casi balzati alla cronaca che hanno destato maggiore clamore sono stati sovente accompagnati da spezzoni di video delle riprese effettuate dalle telecamere nascoste posizionate dalle forze dell’ordine. Immagini che colpiscono soprattutto per le urla, tante urla da parte delle o degli insegnanti. I locali di quelle scuole hanno l’isolamento acustico? Difficile a credersi. Come arduo è pensare che nessuno sentisse. Non si denuncia per omertà o perché lo si considera un atteggiamento educativo normale? In entrambi i casi si parla di situazione terrificante inammissibile e inaccettabile.

In un’intervista rilasciata per ilfattoquotidiano.it, la Maggi parla di circa 13 segnalazioni al giorno ricevute al numero verde dell’associazione. Non sempre si tratta di reati già commessi certo ma nel corso della loro attività hanno scoperto di «insegnanti che li tengono legati, che fanno mangiare loro il cibo vomitato e che usano percosse non solo con le mani. Le vessazioni sono all’ordine del giorno».

Più di una volta è capitato che i dirigenti dell’istituto coinvolto hanno provato a giustificarsi adducendo di non sapere, di non essere a conoscenza e di non essersi mai resi conto… scusanti che, in ogni caso, non li esimono dalla responsabilità legale e, soprattutto, morale di quanto accaduto. La legge italiana non ammette ignoranza, neanche noncuranza e mai come in questi casi così deve essere.

Violenze non solo fisiche ma anche psicologiche sono state documentate in diversi asili nido, con «urla sistematiche e cibo spesso raccolto da terra e imboccato a forza erano purtroppo la norma per una ventina di spaventatissimi bambini, troppo piccoli per reagire o solo per parlare con i genitori». Agghiacciante il resoconto che rovigooggi.it fa di quanto accaduto nell’asilo dove l’intero corpo docente, composto da tre maestre, è risultato coinvolto. Violenze fisiche e psicologiche protratte su bambini di età compresa tra uno e tre anni.

Sembra che oltre al danno ci si diverta quasi ad aggiungere anche la beffa allorquando si tenta di giustificare i comportamenti ritenuti “meno gravi” come reminiscenza di una formazione e, conseguentemente, di un’educazione all’antica. Il fatto è che non conta se e quando era in vigore o di uso comune una simile tipologia di educazione, in famiglia o a scuola, il punto è che nel Terzo Millennio è assolutamente inaccettabile anche solo credere di poter giustificare una tal simile mancanza di correttezza e professionalità in educatori ed educatrici che sono, in un certo senso, figure istituzionali perché si occupano, o dovrebbero farlo, dell’educazione di coloro che saranno i cittadini futuro dello Stato, che direttamente o indirettamente, tra l’altro, garantisce loro il posto di lavoro e il salario.

Lavorare a stretto contatto con i minori di anni sei richiede una preparazione e delle conoscenze che non riguardano solo la sfera della didattica, abbracciando invece campi che vanno dalla psicologia alla medicina in senso stretto. Gli operatori de La via dei colori sottolineano l’importanza di conoscere aspetti e caratteristiche del funzionamento del corpo umano anche per evitare di causare danni involontari ma che potrebbero egualmente essere gravi e irreversibili per i piccoli alunni.

Shaken Baby Syndrome, ovvero la ‘sindrome da bambino scosso‘ può essere una terribile conseguenza di un gesto che in pochi sanno o ritengono essere potenzialmente molto pericoloso. Il cervello dei neonati e dei bambini molto piccoli è ancora immaturo e lo scuotimento con brusche accelerazioni e decelerazioni del capo causa o può causare lesioni di tipo meccanico all’encefalo.

Il 21 novembre 2013 La via dei colori ha lanciato, a tal proposito, l’iniziativa #iostoconMattia per sensibilizzare genitori e insegnanti «sulla Shaken Baby Syndrome che ha ucciso il piccolo Mattia» e anche per fare in modo che la triste vicenda di Mattia Pierinelli, per troppo tempo passata in sordina, continui a essere raccontata sia come riscatto che come monito a non sbagliare più.

Negli Stati Uniti 30 bambini ogni 100mila nati l’anno subiscono gravi danni a causa della ‘sindrome da bambino scosso’. In Italia mancano dati ufficiali ma «tutte le strutture ospedaliere più avanzate per la diagnosi precoce del maltrattamento sui bambini ci confermano la necessità di avviare un’ampia azione informativa per la prevenzione». A dirlo è Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes, che ha lanciato la prima campagna di sensibilizzazione su questa sindrome, “Non scuoterlo!”, con uno spot tv e un sito informativo dedicato.

La scusante più frequente al comportamento aggressivo degli insegnati è la diseducazione o mala-educazione dei bambini che assumerebbero atteggiamenti ingestibili, emulati anche dai soggetti più remissivi, generando il caos in classe. Sottolineando che bisogna anche tenere presente le condizioni precarie e oggettivamente difficili nelle quali sono costretti a operare i docenti. E la soluzione che avrebbero trovato è aggredire i bambini? Viene da sé che questo ragionamento, portato avanti da chi vuol difendere l’indifendibile, non convince neanche un po’. Se ci sono dei bambini con deficit comportamentali non è aggredendoli che la situazione migliora. Se ci sono carenze strutturali e di organico sul posto di lavoro non è aggredendo i piccoli ospiti della struttura che si migliorano le cose.

Si dice che la violenza è lo strumento preferito di chi non ha a disposizione altri strumenti. E gli insegnanti di strumenti e metodi dovrebbero averne molti altri e differenti. Soprattutto con i bambini piccoli, piccolissimi e in età da asilo nido.

L’ordinamento giuridico italiano pone tra i diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo il pieno sviluppo della persona umana. L’articolo 13 della Costituzione sancisce che “la libertà personale è inviolabile”. La Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nell’articolo 2 consacra espressamente “il diritto alla vita”. Quando si parla di persona o di uomo bisogna leggere ogni cittadino di qualunque sesso o età anagrafica. Maltrattare verbalmente, psicologicamente e/o fisicamente un bambino è una grave violazione della sua libertà, della sua persona e dei suoi diritti umani.

Nel pieno di un dibattito pubblico e mediatico sulla sicurezza dei bambini dietro le porte chiuse delle aule, la segreteria nazionale della Federazione Italiana Scuole Materne (FISM) diffonde una nota nella quale, pur dichiarando di comprendere le preoccupazioni dei genitori, ritiene che «la richiesta di introdurre negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia sistemi di videosorveglianza allo scopo di prevenire comportamenti di violenza e maltrattamenti sui bambini da un lato non risolverebbe la preoccupazione, dall’altro darebbe origine ad altre questioni di non poco conto». La telecamera «disincentiva, quando non sostituisce, il dialogo, l’ascolto, la relazione indispensabili tra scuola e famiglia». Non sarebbe quindi necessario l’uso di questo strumento per ‘controllare’ «come gli insegnanti impostano e realizzano il lavoro educativo». Molto meglio sarebbe, a parer loro, il confronto, il dialogo, la parola… I genitori «devono essere aiutati a imparare a partecipare alla vita della scuola», perché «devono essere aiutati a imparare a ‘vedere’, leggere, capire, direttamente nei/dai loro figli la presenza di eventuali problemi e non guardare la loro esperienza di vita scolastica attraverso una telecamera».

Il punto è che proprio attraverso la ‘lettura’ del comportamento dei propri figli i tanti genitori che hanno denunciato si sono accorti di quanto in realtà accadeva a scuola. Dopo che era accaduto. Invece di insistere tanto sul voler aiutare i genitori a ‘vedere’ i segnali di pericolo perché non si tenta di studiare un modo per prevenire i danni? Si può anche convenire che l’uso delle telecamere non sia la migliore delle soluzioni ma almeno si focalizzi sulla prevenzione, perché un bimbo maltrattato non è un danno collaterale ma il nocciolo della questione.

Una posizione che ricalca quella del garante della privacy espressosi in merito alla legge 2574 (Prevenzione abusi in asili e case di cura) ma che, forse, la minimizza troppo. Per Antonello Soro infatti non bisogna «inseguire le scorciatoie tecnologiche come esclusiva risposta ai problemi complessi» ma è importante sottolineare come «anche uno solo di questi episodi costituisce motivo di apprensione e di grave allarme sociale». Dovrebbe. Invece si rabbrividisce a leggere la voce pressoché univoca di coloro che operano a vario titolo nel comparto scolastico e che, pressoché all’unisono, definiscono il sistema scolastico nazionale un ambiente “sano” e un’istituzione che funziona “bene”, certo l’esistenza di mele marce, anche alla luce dei processi e delle sentenze giudiziarie, non può essere negata ma di casi isolati vogliono si tratti.

La realtà e l’onestà intellettuale invece vorrebbero che a fronte di maltrattamenti visti, sentiti e taciuti ognuno di questi operatori si passasse una mano sulla coscienza. Perché l’omertà difronte a un reato, anche laddove non è punibile legalmente, lo è per certo moralmente.

«La tecnica non potrà mai sostituire “l’uomo”, nessuna telecamera potrà mai sopperire a carenze insite nella scelta e nella formazione del personale deputato all’educazione e all’assistenza di soggetti particolarmente vulnerabili». Necessario quindi seguire le indicazioni del «disegno di legge approvato» volte a «introdurre sistemi di controlli più articolati ed efficaci che coinvolgano attivamente il personale tutto e, se del caso, le famiglie stesse».

Nel ddl 2574 infatti si parla di accurati metodi di valutazione dei requisiti all’atto dell’assunzione e di successivi e continuati processi formativi e di aggiornamento. Sostegno e ricollocamento per chi risulta non idoneo. Persiste il solito intoppo che dalle modifiche apportate «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» che stride notevolmente quando si parla di strutture pubbliche, statali o comunali. Nel testo ci si sofferma poi sull’utilizzo e sui modi di impiego delle telecamere di sorveglianza e sugli oneri finanziari, null’altro su requisiti, formazione e aggiornamento degli operatori.

Il quadro che emerge dall’osservazione di questo grave allarme sociale dipinge i tratti a tinte forti di una formazione (quella degli operatori) che cerca di fare il più possibile quadrato per difendere la categoria e anche il posto di lavoro, che si indispone e assume un atteggiamento ostile per ogni critica o accusa, continuando ad accumulare in questo modo rabbia e frustrazione. Per contro c’è la ressa dei genitori, intimoriti e spaventati, impossibilitati a ottenere garanzie certe e vessati dalla necessità di affidare i propri figli a queste strutture, diversamente non avrebbero a chi affidarli durante quelle ore. Anche in loro questa situazione genera rabbia e frustrazione. Quasi marginale appare la figura di questi piccoli che sembrano non avere voce e non solo perché per molti di loro è prematuro anche il solo saper parlare.

Lo Stress Lavoro Correlato è «la percezione di squilibrio avvertita dal lavoratore quando le richieste del contenuto, dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro, eccedono le capacità individuali per fronteggiare tali richieste», secondo la definizione datane dalla European Agency for Safety and Health at Work (EU-OSHA). Le categorie professionali più interessate dallo Stress Lavoro Correlato sono:
Medici
Infermieri
Poliziotti
Assistenti Sociali
Insegnanti
Autotrasportatori

Lasciando da parte un attimo le professioni sanitarie, immaginiamo che dei poliziotti sfoghino tutto l’eccesso di rabbia accumulata e il senso di frustrazione su vittime, a caso, inermi. Tipo quanto accaduto alla scuola Diaz dopo il G8 di Genova. Oppure che un autotrasportatore dia di matto e sfoghi tutto lo stress accumulato verso ignari automobilisti che, per caso, lo incontrano lungo le strade percorse. Anche i bambini che subiscono maltrattamenti sono vittime casuali. Visionando gli spezzoni di video delle riprese delle camere posizionate dalle forze dell’ordine si può osservare che si tratta, semplicemente, di bambini, con i loro atteggiamenti e le loro peculiarità. Niente di più e niente di meno.

Il voler cercare a tutti i costi di ridimensionare quanto sta accadendo, considerando gli eventi come esempi isolati e non come un grave allarme sociale rischia di ingigantire il problema piuttosto che arginarlo. Poi succede che i genitori, esasperati, cercano di farsi giustizia da soli, cercano la vendetta e per trovarla usano a loro volta la violenza.

Ilaria Maggi de La via dei colori, lei stessa genitore di un bambino maltrattato a scuola, lancia un accorato appello affinché episodi del genere non si verifichino più: «non solo corriamo il rischio di inficiare il processo, che è la giusta sede per punire i maltrattamenti, ma incorriamo nel grave errore di non dare il buon esempio. I nostri bambini hanno già conosciuto la violenza e meritano da noi un esempio diverso». Eguali parole sarebbe stato utile ascoltare o leggere da tutti quegli operatori che si ritengono la parte buona del ben funzionante sistema scolastico nazionale e sarebbe stata già una ottima base di partenza per contrastare il fenomeno. Il persistente tentativo diffuso di minimizzare, di negare, di distrarre oltre a confermare una carenza o una mancanza addirittura di professionalità, non fa altro che alimentare il fuoco della rabbia e della frustrazione, di entrambe le posizioni.


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La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017) 

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Guerre dichiarate e guerre segrete. Analisi geostrategica della guerra delle informazioni combattuta nel conflitto civile siriano

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I governi di tutto il mondo basano le proprie decisioni sui rapporti informativi dei servizi di intelligence, strutture di sicurezza cui spetta il compito di reperire tutte le informazioni possibili necessarie alle autorità per compiere le proprie scelte e prendere le relative decisioni. Un potere enorme racchiuso nelle mani di una rete di persone pressoché invisibili, ma che esistono e agiscono, anche se all’ombra di governi e istituzioni, determinandone però la linea e le iniziative. Andrea Foffano, docente di sicurezza e intelligence presso ASCE e ANVU-ISOPOL, sottolinea come alcune notizie di carattere internazionale sono in grado di poter stabilire l’andamento politico, sociale ed economico di un’intera comunità nazionale. Anche laddove queste informazioni fossero volutamente forzate o addirittura falsate. Infatti, uno dei principi cardine dell’attività d’intelligence, svolta da tutti i servizi di informazione del mondo, non è altro che l’imperativo: usa tutto e tutti per raggiungere i tuoi scopi.
Quali sono allora gli scopi dei servizi di intelligence e quali quelli degli stati per cui lavorano?

Per esemplificare il lavoro svolto da servizi segreti e governi Foffano analizza il conflitto civile siriano partendo da quanto accaduto due anni prima l’inizio della guerra. Ovvero allorquando nel tratto di mare compreso tra l’Iran e la penisola del Qatar, fu scoperto uno dei più grandi giacimenti energetici di gas naturale, usufruibile da entrambi i Paesi. La Siria, al cui governo si trovavano gli Alauiti del Presidente Bashar al-Assad, fedeli alleati degli Sciiti iraniani, negò il consenso al transito delle strutture di trasporto sul proprio territorio nazionale per la Qatar-Turkey pipeline, che avrebbe dovuto collegare l’Europa con il Qatar. Mentre diede il proprio consenso per il passaggio dell’Islamic pipeline progettato dall’Iran. Washington decise di intervenire in difesa dei propri alleati (Qatar e Arabia Saudita) e iniziò a sostenere militarmente le fazioni ribelli che, dopo l’avvento della Primavera Araba in Siria, avevano iniziato a opporsi al regime di Assad. Parallelamente, l’Arabia Saudita iniziò a finanziare in modo massiccio molti dei gruppi terroristici e jihadisti che si opponevano allo stesso regime.

Secondo quanto riportato in un’inchiesta del NewYork Times, l’Arabia Saudita avrebbe finanziato la guerra segreta della CIA in maniera continua e massiccia, si parla di circa un miliardo di dollari da parte degli Stati Uniti e svariati miliardi di dollari provenienti da ricchi e anonimi finanziatori sauditi. Un servizio segreto estero che fornisce sistemi d’arma di ultima generazione a gruppi ribelli divenuti poi estremisti, jihadisti, terroristi è di sicuro una scomoda verità. Modi di agire che ricordano molto, forse troppo, la guerra russa in Afghanistan, con gli americani intenti a sostenere militarmente i Talebani e i Mujaheddin. Americani e sauditi, con il sostegno fondamentale del Pakistan e dei pashtun della zona tribale, avevano creato a Peshàwar il più grande centro jihadista del mondo. Come ricorda Pierre-Jean Luizard, storico e direttore del Centre national de la recherche scientifique, del tempo in cui gli jihadisti erano i nostri eroi che combattevano contro l’Impero del Male, e solo in un secondo momento si trasformarono in barbari che avevano portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente.

Per Luizard, il regime siriano ha avuto sempre alcuni difetti agli occhi degli occidentali. In primis per il diniego a una pace con Israele che non prevedesse la restituzione del Golan, occupato dall’esercito ebraico nel 1967. Continua ad avere ottimi rapporti con Mosca, alleato della repubblica sciita dell’Iran e a sostenere militarmente gli Hezbollah, l’unica formazione araba che abbia fermato Israele nella guerra del 2006. Appartiene a quell’asse della resistenza che intende mantenere un’indipendenza dal sistema occidentale alleato con le potenze sunnite del Golfo. Insomma, il nemico perfetto che ha fatto della Siria il terreno ideale per una guerra santa.

Secondo Joshua Landis, uno dei massimi esperti mondiali della politica siriana, circa il 60-80% delle armi che gli Stati Uniti hanno introdotto nel paese sono finiti nelle mani di gruppi terroristici jihadisti riconducibili ad al-Qaeda. Ma se a qualcuno venisse in mente di trovare le prove per accusare gli Stati Uniti di fomentare la guerra in Medio Oriente, avverte Foffano, sappia che andrà incontro a un fallimento certo. Il conflitto in atto in Siria appartiene a una nuova tipologia di guerra: quella per procura, nella quale gli attori in campo mascherano il proprio intervento tramite il sostegno, più o meno indiretto, ad una delle parti in causa. Scontri nei quali il secondo livello, ovvero la guerra delle informazioni, risulta alla fin fine più potente e pericoloso del primo, gli scontri armati sul campo. Almeno per gli Stati che non risultano in apparenza coinvolti direttamente nello scontro perché per quelli direttamente chiamati in causa e soprattutto per le popolazioni ad essi afferenti la situazione naturalmente cambia e anche di molto.

Bana Alabed, la ragazzina che ha fatto conoscere il dolore dei cittadini di Aleppo a tutto il mondo attraverso i suoi tweet inviati ai presidenti di tutte le maggiori potenze mondiali, si chiede come le persone possano essere così crudeli da far diventare, per un bambino, nessun posto sicuro e dedica il libro che racchiude la sua storia a tutti i bambini che soffrono a causa di una guerra, per dire loro che non sono soli, purtroppo. In tanti, in troppi soffrono e subiscono le conseguenze di scelte non proprie, non volute e non condivise in nome di una pace che stenta ad arrivare e a causa di interessi che raramente coincidono con quelli di interi popoli e troppo spesso invece con quelli elitari di ristrette cerchie e categorie di persone.

 

Quei terroristi che in altri scenari operativi sparsi per il mondo gli Stati Uniti stavano combattendo, a prezzo di numerose vittime fra i soldati dell’esercito americano e della coalizione internazionale, anche come conseguenza dell’intervento, diretto o indiretto che sia, degli stessi nel conflitto civile rischiavano di prendere il potere in Siria e allora lo Stato Maggiore decise di servirsi dei servizi segreti di intelligence per passare informazioni militari alle forze armate delle altre nazioni impegnate nel conflitto. Con la certezza che i servizi segreti di Assad avrebbero intercettato il movimento di dati e utilizzato il tutto nella lotta contro gli jihadisti. I cablo del Dipartimento di Stato americano, resi pubblici nel corso degli anni da Wikileaks, avrebbero gettato un fascio di luce su un retroscena assai torbido e buio.

Un rischio enorme quindi quello corso dagli americani. Non si può non chiedersi il perché reale del continuo e persistente intervento degli Stati Uniti in Medio Oriente o in qualsiasi altra parte del mondo si prospetti o si profili una qualsivoglia instabilità. Al termine della cosiddetta Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono diventati l’unico polo dominante schierato in campo geopolitico mondiale. L’America è una di quelle nazioni, insieme a tante altre del cosiddetto Occidente, ad aver improntato il proprio sistema economico sulla competitività: non riescono a trovare una sicura e certa stabilità interna, senza ricorrere a nuovi mercati e ad altrettanti investimenti. Lo slogan del ventennio era: “Chi si ferma è perduto!”. Ecco, mai parole furono più adatte a descrivere la situazione di alcune potenze mondiali a ridosso del ventunesimo secolo.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001, da questo punto di vista, sono stati un avvenimento strategicamente molto importante. Hanno decretato l’inizio della «guerra al terrore» che ha significato l’invasione dell’Afghanistan, la guerra ai Talebani, l’invasione dell’Iraq, gli interventi in Libia e in Siria. Operazioni nelle quali ogni mossa è politica, è dettata da convenienze economiche e risponde sempre a chiare regole sociali. Giulietto Chiesa, giornalista e politico italiano, considera il terrorismo islamico un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando. L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetta in questo senso. Ma, una volta abbattuto il Comunismo sovietico, l’Occidente si è ritrovato senza un nemico da combattere. Senza nemici e con un nuovo gigantesco alleato e vassallo non è riuscito a spiegare al mondo intero come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli. Il problema non sarebbe quindi esterno, bensì interno, nel modello di sviluppo scelto. Il piano messo in atto sarebbe stato quello di sostituire il terrore rosso con il terrore verde. Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un’antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Per Foffano, prima di passare all’analisi oggettiva dei fatti, provando conseguentemente a interpretarli sino a giungere a una spiegazione logica e razionale degli avvenimenti, bisogna forzatamente sgombrare il campo da ogni sorta di pregiudizio politico-ideologico, che potrebbe in qualche modo viziare la nostra intrinseca capacità critica. Quello che Chiesa definisce con parole molto più crude Matrix, con riferimento diretto alla omonima produzione cinematografica. L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo. Il mondo reale è altrove però, fatto in un altro modo, è furibondo, è feroce, è senza tregua. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

Anche quanto sta accadendo o è già accaduto in Siria, per fare un esempio, viene tagliato fuori dall’immagine che del conflitto hanno milioni di occidentali indotti a credere che si stia parlando, solo, dell’ennesima lotta contro il terrorismo, di matrice islamica questa volta, necessaria e imprescindibile per la sicurezza e la stabilità del mondo, occidentale naturalmente.


Bibliografia di riferimento:

A. Foffano, “Siria. La guerra segreta dell’intelligence”, Ed. Solfanelli, 2017
P.J. Luizard, “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna”, Rosenberg&Sellier, 2016
B. Alabed, “Caro mondo”, Tre60, 2017
G. Chiesa, “Putinofobia”, Piemme, 2016


LEGGI ANCHE

La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016) 

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016) 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa per “Putinofobia” (Piemme, 2016) 

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini 

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell’Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo 

Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella 

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein 

Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’Isis, intervista a Sergio Romano 


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il futuro della comunicazione sono i video? Nasce a Milano il Festival #videomakeroftheyear

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Se il futuro della comunicazione sono i video allora ciò implica una grande responsabilità in coloro che li elaborano, ovvero la nuova figura professionale definita videomaker. Persone che, con l’avvento dell’era digitale, hanno condensato in un’unica figura le professioni di regista, cameraman, montatore, produttore e autore.

Una responsabilità enorme se si pensa che la maggiore diffusione i video la trovano nelle piattaforme online che premiano le visualizzazioni e non i contenuti, con il rischio elevato di far diventare virali produzioni trash, kitch, di cattivo gusto o gossip. Responsabilità degli utenti che li visualizzano certo ma anche di chi li produce con lo scopo precipuo di diffonderli.

Anche per questo motivo ben vengano iniziative volte a regolamentare le produzioni video e a premiare i meritevoli, in senso buono. Ovvero le produzioni di qualità.

Nasce a Milano #videomakeroftheyear il primo Festival dei videomaker e della comunicazione, che avrà luogo il 14 e il 15 marzo 2018 in diverse sale messe a disposizione dalla Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM). L’intero progetto nasce da un’idea del suo direttore, Marco Bertani, e sarà un’occasione per visionare i tanti video iscritti al concorso (500), premiare i più meritevoli, parlare della professione del videomaker, del filmmaker e dei video come strumento di comunicazione. Una parte dell’evento sarà dedicata alle opportunità di sviluppo del lavoro legato a videomaking e comunicazione, con incontri dedicati anche ad avvicinare differenti figure professionali del settore per discutere su idee e progetti, convergenze e possibilità (Meet Your Director).

Sono 15 le categorie video da premiare:

  • Cortometraggio
  • Lungometraggio
  • Documentario
  • Wedding
  • Spot
  • Virale/Fake
  • Travel/Reportage
  • Music/Videoclip
  • Sport
  • Action
  • Recensione
  • Vblog
  • Web serie
  • Istituzionale/Fashion/Training
  • Graphic/Animated

Cui si aggiungeranno 3 premi speciali offerti dalla rivista Tutto Digitale, per la miglior regia, miglior montaggio e miglior fotografia.

La giuria tecnica di 10 esperti sarà affiancata da 3 membri scelti tra videomaker professionisti e 3 semi-professionisti. Numerosi gli ospiti che interverranno durante gli speech, i workshop e le cerimonie di apertura e chiusura. Il Festival è aperto a tutti i talenti: il professionista, il semi-professionista, l’amatore e lo youtuber. I video inviati provengono da videomaker di ogni parte del mondo. Cosa che ha meravigliato gli stessi organizzatori. Ma, in fondo, questo è proprio uno degli aspetti peculiari della Rete e dell’era digitale.

Il Festival rientra tra le iniziative in programma per la Milano Digital Week (15-18 marzo), di cui è anche partner.

Tutte le info su www.videomakeroftheyear.com

C’è molta attesa ora per la visione dei video in concorso e per la premiazione, nella speranza che il Festival serva a lanciare un grande messaggio di qualità e professionalità, anche amatoriale, perché se è vero che i video sono il futuro della comunicazione lo è anche il fatto che rivestiranno sempre maggiore importanza nella diffusione della cultura, campo al quale il trash e il kitch non dovrebbero mai appartenere.


Source: Si ringraziano il direttore Marco Bertani e Ferdinando de Martino dell’Ufficio Stampa del Festival videomakeroftheyear per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017) 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016) 

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi? 


 

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Quando una poltrona in Parlamento conta più della dignità dei cittadini. Campagna elettorale e diritti fondamentali nell’Italia del Terzo Millennio

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A ridosso della conclusione dell’ennesima campagna elettorale basata, per la gran parte, su promesse, vere-false buone intenzioni, veri-falsi buoni propositi, allarmismi vari e dominata dall’intramontabile retorica della propaganda, ci è sembrato doveroso analizzare e puntare i riflettori su un aspetto pressoché dimenticato da tutti, o quasi, i candidati alle imminenti parlamentarie: i diritti dei cittadini italiani.

Su una pubblica affissione si legge: “Incontro con gli elettori”. Si riduce a questo l’importanza dei cittadini per i politici alla ricerca disperata della poltrona o di un incarico? Ascoltare, o fingere di farlo, le lamentele, i disagi, i problemi, e promettere il cambiamento inevitabile ma successivo e conseguente le elezioni, o meglio l’elezione del diretto interessato.

Una ricerca dell’Espresso ha calcolato che, nelle liste presentate per le elezioni 2018, sono presenti tantissimi politici oltre il terzo mandato. Significa che sono persone entrate in parlamento da quasi o oltre venti anni.

Persone che della politica ne hanno fanno un mestiere certo ma che, soprattutto, non vedono alternativa al rimanere dentro le istituzioni. Sembra quasi lo considerino un loro diritto. Non è così. Il loro è un dovere invece. Hanno il dovere di servire lo Stato e il popolo italiano. Sono in tanti, tantissimi che dovrebbero farlo eppure i diritti dei cittadini italiani sono continuamente e ripetutamente calpestati. E sarebbe il momento di dire basta, indipendentemente dalle elezioni e dal loro esito.

Stando ai dati riportati nel report Rule of Law Index 2017-2018 di World Justice Project, l’Italia si attesta in 31° posizione, tra Barbados e Emirati Arabi.

Gli indicatori utilizzati sono:

Restrizioni del potere governativo
Livelli di corruzione
Amministrazione aperta (open government)
Diritti fondamentali
Ordine e Sicurezza
Rispetto e Controllo dei Provvedimenti
Giustizia (Civile e Penale)

A onor del vero va detto che, rispetto al precedente studio, l’Italia guadagna 4 posizioni ma viaggia ancora su un binario lento e accidentato rispetto alla nazione europea top performer, ovvero la Danimarca.
Naturale a questo punto chiedersi cosa manca davvero all’Italia e agli italiani rispetto alla Danimarca certo ma anche agli altri 29 Paesi che la precedono.

Dal precedente report del 2016, gli indicatori maggiormente peggiorati a livello globale riguardano l’area dei diritti umani, il controllo del potere governativo, la giustizia. In Italia gli indicatori evidenziati in negativo riguardano principalmente la corruzione, l’ordine e la sicurezza (della persona e della proprietà), la giustizia civile.

Anche una semplice ricerca online basta per mettere in risalto l’innumerevole quantità di organismi, enti e associazioni presenti in Italia sorti allo scopo di tutelare il cittadino, il consumatore, lo studente, il docente, il lavoratore, il pensionato, il diversamente abile, il lavoratore autonomo, l’imprenditore, l’orientamento religioso, l’orientamento sessuale, e via discorrendo. Ma per questo non ci sarebbero già le Istituzioni e lo Stato? Domanda ovviamente retorica.
Se un cittadino necessita dell’intervento di una terza parte per tutelare i propri interessi, o meglio i propri diritti, e farli valere anche nei confronti del medesimo stato di cui fa parte allora viene da sé che in questo “stato” molti conti non tornano.

Leggendo i dati pubblicati nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia dell’Associazione per le libertà A buon diritto, il quadro negativo viene confermato in toto. Scrive Luigi Manconi nella prefazione allo studio: «La tutela e l’effettività dei diritti umani non è questione esotica che riguardi solo lande lontane, popoli oppressi e regimi totalitari. Al contrario, è problema che ci riguarda direttamente. Ed è bene, di conseguenza, partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicare, di quei diritti, il valore e l’urgenza». Come dargli torto.
La premessa fondante del progetto da cui ha avuto origine il rapporto è «una visione unitaria del sistema dei diritti e una concezione piena della persona umana che ne è titolare». Del resto se non si rispetta la persona come si può anche lontanamente pensare ne saranno tutelati gli averi e relativi diritti? La Storia passata e presente ci insegna che «non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili».

A settembre 2016 il ministro Poletti annuncia un incremento del Fondo per la non autosufficienza di 50milioni di euro. A febbraio 2017, in sede di Conferenza Stato-Regioni, l’aumento viene annullato. La associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità protestano. L’aumento viene reintegrato ma senza specificare tempi e modalità. «La vicenda del Fondo per le non autosufficienze è indicativa della situazione di incertezza e precarietà che accompagna la vita delle persone con disabilità nel nostro paese». Incertezza e precarietà che accompagnano la vita di tutti i cittadini ma che, certo, nel caso di disabili e malati, diventa un boccone ancor più amaro e disgustoso da ingoiare.

Dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili «non sembra esserci più nessuno in Italia che non sia stato invitato almeno una volta al matrimonio di due amici o di due amiche». Nell’immaginario collettivo infatti le unioni civili sono equiparate al matrimonio, ma «ciò non è pienamente vero». A cominciare dal «diritto ai figli», sia quelli già esistenti che quelli da concepire e mettere al mondo. Per giungere su un terreno «sul quale l’inezia della politica e del legislatore si fa pesantemente sentire ed è quella degli atti di omofobia».

Molteplici sono gli esempi che si potrebbero addurre per elencare le violazioni della libertà di espressione e di informazione. Troppe le intimidazioni fisiche e verbali ai danni di cronisti. Innumerevoli i casi in cui la libertà di stampa è pregiudicata da pressioni politiche sociali criminali.

La percentuale di laureati in Italia è tra le più basse in Europa. La spesa pubblica destinata all’istruzione è stata via via sempre più ridimensionata. La condizione contrattuale e lavorativa del corpo docente, la condizione di precarietà lavorativa per un significativo numero di insegnanti, lo stato disastroso in cui versano molte scuole pubbliche determinano una situazione di innegabile violazione del diritto allo studio e all’istruzione pubblica per i giovani e di sfavorevoli condizioni di lavoro per gli insegnanti.

Un sistema sanitario nazionale che, di fatto, si compone di «21 sistemi (19 Regioni e le Province di Trento e Bolzano), ognuno dei quali è strutturato in modo autonomo» non può garantire eguaglianza nelle prestazioni mediche e sanitarie e quindi se regna la disparità è presente una grave violazione dei diritti dei cittadini. Anche se sono stati rinnovati i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) da garantire su tutto il territorio, in concreto permangono forti squilibri su base territoriale nell’erogazione dei servizi, sull’importo dei ticket e sui tempi d’attesa. Inoltre va ricordato che i LEA sono gli “essenziali” appunto, ovvero la punta dell’iceberg dei servizi di cui i cittadini possono aver bisogno e a cui hanno diritto.

Sulle garanzie di lavoro e di reddito è quasi pleonastico sottolineare quanto la situazione italiana sia «ben lontana dal poter essere considerata positivamente». Lo stesso può dirsi di protezione dell’ambiente e vita buona.

Nel 1998 Grecia e Germania hanno istituito rispettivamente la Commissione per i Diritti Umani e la figura di un Commissario per i diritti umani e gli aiuti umanitari. Nel 2001 lo ha fatto l’Irlanda. Nel 2007 Francia e Regno Unito. E l’Italia? Non risulta esserci nulla del genere. Perché?
Un impegno che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede agli Stati firmatari dal 1993 e che in Italia vede il progetto di legge per realizzarlo fermo in Parlamento dal 2002.

Sul sito del Festival dei Diritti Umani a tal riguardo si legge una dichiarazione del luglio 2015 dell’allora ministro Paolo Gentiloni: «È importante che nasca con una fortissima caratteristica di indipendenza un’agenzia per la salvaguardia dei diritti umani, serve anche a noi che stiamo al governo». “È importante che nasca” e “serve anche a noi che stiamo al governo”. Già.

I principi fondamentali della Costituzione sono straordinari, nella teoria del pensiero e della ideologia che li ha generati ma diventano quasi improponibili volgendo lo sguardo al mondo reale concreto nel quale sono costretti a districarsi i cittadini di ieri come di oggi. Una realtà nella quale ogni diritto è una conquista ottenuta con la strenua forza di volontà, con la “lotta” non armata di cortei e manifestazioni, referendum e quant’altro dovrebbe servire a far ottenere e preservare i diritti di tutti i cittadini e di ognuno di essi.

Le campagne elettorali strutturate secondo la logica della promessa e della chiacchiera andrebbero abolite, vietate per coloro che sono politici uscenti, che essendo già stati in carica devono produrre prove concrete del lavoro svolto durante il mandato. Non promesse ma rendicontazioni perché l’ad e il consiglio di amministrazione di un’azienda che incassano corposi cedolini azionari e assegni sostanziosi mentre i dipendenti della medesima società temono il licenziamento o sono alla bancarotta non sono di certo dei buoni amministratori. Lo stesso deve valere per gli amministratori pubblici che hanno per certo incassato tutti i loro stipendi e benefit per l’intero periodo trascorso nelle istituzioni e oltre e devono dimostrare, quantomeno, di aver meritato quel denaro per il lavoro svolto e i risultati ottenuti. Le promesse non servono e le scuse non bastano, contano solo i fatti e i dati, reali, tangibili e documentati.

Determinante quindi, per i cittadini, l’abbandono del voto di scambio, di quello per cortesia, per abitudine, per illusione… necessario invece il voto ragionato per cambiare davvero un Paese, per costringere la sua classe dirigente a fare bene il proprio lavoro.
Albert Einstein definiva la follia come l’ostinazione nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso. I cittadini italiani devono smetterla di aspettare che le cose cambino rimanendo inermi ad aspettare, devono fare in modo di essere loro stessi il cambiamento che vogliono vedere, come auspicava Martin Luther King. A cominciare dal voto per le prossime elezioni parlamentarie. Un voto ragionato.


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“Rituali si resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017)

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Uscito in prima edizione a ottobre 2017 con la casa editrice Novalogos, curato da Luca Benvenga e tradotto dall’originale in lingua inglese da Luigi Cocciolo e Angela Giorgino, Rituali di resistenza (titolo originale: Resistance Through Rituals: Youth Subcultures in Post-War Britain) si presenta come una lettura surreale. Risulta infatti molto difficile per il lettore metabolizzare l’idea che uno studio sociale così articolato, compiuto dal centro di studi culturali (Centre for Contemporary Cultural Studies) che Stuart Hall ha personalmente diretto dal 1968 al 1979, sia giunto in Italia solo nell’anno 2017. Addirittura in un Millennio differente da quello in cui ha avuto luogo.

Va chiarito subito comunque che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ovvero che si tratti ormai di una ricerca “datata” e per questo meno valida e attendibile, lo studio rimane interamente valido e interessante. Oltretutto, come ricordato anche nella prefazione curata da Davide Borrelli, «fare sociologia guardando al contributo degli Studi culturali significa, quindi, guadagnare una chance in più per mettersi al riparo contro l’ovvietà e l’immediatezza del senso comune», perché non sempre il buon senso produce «senso “buono”, cioè fornisce un resoconto adeguato dei regimi di verità, delle relazioni di potere, delle pratiche sociali, delle strutture di sensibilità, e delle forme di soggettività che caratterizzano un certo contesto culturale».

Un lavoro importante quello portato avanti da Hall e Jefferson, un «esercizio sistematico di “decodifica oppositiva” rispetto alle pratiche e ai codici delle forme culturali dominanti», uno studio orientato alla «esplorazione delle nuove aggregazioni di giovani che hanno squarciato la società inglese» negli anni successivi l’ultimo conflitto bellico. Sub-culture giovanili che vivevano un mondo diverso da quello attuale ma anche da quello precedente i conflitti bellici mondiali, gruppi di aggregazione che volevano mostrare il loro essere. L’ascesa dei “giovani” come nuovo soggetto nella Gran Bretagna del dopoguerra è una delle «manifestazioni più impressionanti, e tangibili, di mutamento sociale in quel periodo».

La “cultura dominante” rappresenta se stessa come «l’unica forma di cultura» e, in quanto tale, cerca di definire e contenere «entro il suo raggio inclusivo tutte le altre» che nascono come sub-culture spesso di opposizione e contrasto ma è necessario ricordare che sempre di essa, in un certo qual modo, ne sono espressione. Le sub-culture devono «esplicitare una forma e una struttura eterogenea rispetto alla cultura “madre” per esserne riconoscibili» ma, di contro, in quanto sottoinsiemi, è indispensabile la presenza di «caratteri essenziali che le ricolleghino e innestino nella cultura più ampia».

I membri di una sub-cultura possono «camminare, pensare, agire e apparire diversamente rispetto ai genitori e al resto dei coetanei», ma essi appartengono a quelle stesse famiglie, frequentano le stesse scuole, svolgono più o meno gli stessi lavori, e abitano le stesse «squallide strade». Cultura dominante e sub-culture sopraggiunte con la nuova condizione di benessere, di «crescente interesse attribuito al mercato, al mercato e all’incremento dell’industria del tempo libero» che aveva nei giovani i principali destinatari. Molto prevedibile quindi che la «predisposizione dei giovani al consumo» non fosse altro che «l’inizio di una sostanziale base economica di una cultura giovanile unica, indipendente e autoprodotta».

Alcuni aspetti della nuova cultura giovanile erano visti come «caratterizzanti degli effetti peggiori della nuova cultura di massa», ovvero la «tendenza a ridurre l’impulso ad agire e la resistenza della classe operaia». Mentre gli studi culturali di Stuart Hall e Tony Jefferson «focalizzarono stili, simboli e vita quotidiana», ovvero tutte quelle «visioni soggettive dei giovani proletari (e non)», nella «nuova sinistra italiana invece tutto questo fu ignorato e apertamente attaccato dalle impostazioni “oggettivistiche” dell’operaismo».

Le sub-culture britanniche hanno influenzato gran parte del mondo, specie nell’area occidentale, eppure «è singolare notare l’isolamento in cui si muovono queste ricerche». L’indifferenza verso una politica culturale espansiva ha «favorito la radicalità dei movimenti, il loro relativo successo e la catastrofe finale».

Un saggio fuor di dubbio interessante, quello di Stuart Hall e Tony Jefferson sui Rituali di resistenza che sono al contempo presagio e conseguenza dei cambiamenti. Uno studio che merita senz’altro di essere conosciuto e diffuso, per le analisi intrinseche come per quelle ad esso correlate. Una lettura che a tratti può apparire impegnativa ma che, alla fine, risulta soddisfacente nella sua totalità e istruttiva nella sua complessità.

Stuart Hall: (1932-2014), sociologo e teorico della cultura, cofondatore della New Left Review nel 1960. Direttore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1968 al 1979, è stato docente di sociologia alla Open University.

Tony Jefferson: criminologo, collaboratore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1972 al 1979, direttore del Dipartimento di Criminologia e professore emerito alla Keele University.

Luca Benvenga: sociologo, si occupa di linguaggi corporali e comunicazionali delle culture giovanili metropolitane, sulle quali ha scritto articoli in riviste e monografie.


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Source: Fonte vignetta raffigurante alcuni idealtipi subculturali e immagine: www.sociologicamente.it


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Università: corsi, titoli, tanto studio ma quanto lavoro? Dati occupazionali a confronto e riflessioni sulla formazione accademica in Italia

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Il 25 gennaio 2018 viene pubblicata una news sul blog informativo del Miur presentata come una “buona notizia” per le studentesse che intendono frequentare l’università e in particolare per coloro che scelgono corsi accademici con indirizzo scientifico.
Con un Decreto a firma della ministra Fedeli vengono stanziati 64,2milioni di euro per le università pubbliche, da utilizzarsi nella misura di 59,2milioni per il Fondo giovani e 5milioni per i Piani per l’orientamento, e 2,6milioni di euro per le università non statali. 3milioni di euro sono destinati a essere un incentivo per l’iscrizione a corsi scientifici da parte delle studentesse. Le università potrebbero prevedere per questo l’esonero totale o parziale delle tasse, contributi aggiuntivi o varie forme di sostegno. Una misura resasi necessaria in virtù del fatto che questi percorsi accademici sono «scelti, in media, da solo tre studentesse su dieci». Vengono anche suggeriti dei possibili profili, come «data scientist, esperto di Big Data, analista degli investimenti o come ingegnere».

Dando uno sguardo anche sommario alla classifica stilata dal social Linkedin, il cui scopo dichiarato è far entrare in contatto le aziende con chi cerca lavoro, si riesce a ipotizzare almeno una motivazione per cui il ministro spinga verso l’iscrizione a questi precisi corsi accademici e non altri.
I mestieri più ambiti, con uno stipendio più alto e una maggiore offerta di impiego sono, o sarebbero:

Medico
Ingegnere
Ingegnere informatico
Product manager
Analista finanziario
Data (Big Data)

Si parla naturalmente di chi entra o cerca di entrare nel mercato del lavoro, altrimenti sono ben altri i lavori con retribuzioni da capogiro e via discorrendo… ma questo è un altro discorso.
Il Rapporto 2017 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, XIX Indagine Condizione occupazionale dei Laureati, redatto con il sostegno dello stesso Miur, offre numerosi spunti di riflessione e analisi anche riguardo i suggerimenti della ministra Fedeli.

Il gruppo disciplinare scelto come percorso di studi ha una notevole incidenza per le chance occupazionali. Le professioni sanitarie e di ingegneria risultano più favorite, i gruppi disciplinari psicologico e geo-biologico i meno favoriti. Confermate le tradizionali differenze di genere, quelle su cui cerca di incidere la ministra, e soprattutto territoriali. Si riescono a collocare meglio gli uomini e quanti risiedono nei medesimi luoghi di studio, preferibilmente al Nord Italia. I neo-laureati provenienti da famiglie nelle quali almeno un genitore è laureato registrano una minore occupazione a un anno dal conseguimento del titolo. Il voto conta, ma di certo è più determinante la velocità, il rispetto dei tempi previsti dal corso di studi e quindi il proporsi nel mercato del lavoro in età giovane. Le esperienze di lavoro, le competenze informatiche, i tirocini e gli stage, come pure le esperienze di studio all’estero contribuiscono ad aumentare le probabilità di lavorare entro un anno dalla laurea.

Per il 51% dei laureati triennali e il 48% dei magistrali biennali il titolo risulta “molto efficace o efficace” ai fini dell’assunzione. Valori ancora in calo rispetto al 2008 ma confermati se confrontati con «l’utilizzo, nel lavoro svolto, delle competenze acquisite all’università e la richiesta, formale o sostanziale, della laurea per l’esercizio della propria attività lavorativa».
I dati di AlmaLaurea migliorano ancora se si considera l’occupazione a cinque anni e la percezione dell’efficacia del titolo, ma chi osserva questi grafici rimane un tantino perplesso in virtù anche delle considerazioni e delle conclusioni cui giungono i rapporti internazionali su preparazione universitaria e occupazione.

The Sodexo International University Lifestyle Survey 2017, intervistando oltre 4000 studenti cerca di capire qual è il loro livello di soddisfazione. Le percentuali delle risposte date dagli universitari italiani definisce un quadro un po’ meno roseo di quello abbozzato da AlmaLaurea.
Il 43% degli intervistati si dichiara insoddisfatto circa le scarse possibilità di trovare un’occupazione dopo la laurea. Questi studenti lamentano anche un eccessivo carico di lavoro (51%) e un disequilibrio nel tempo da dedicare a studio, socializzazione e lavoro (44%). Ci si chiede allora se gli studenti universitari abbiano delle ambizioni eccessive, fretta nel realizzarle, stanchezza cronica nell’essere ancora degli studenti oppure se i dati occupazionali a un anno o cinque anni dalla laurea necessitino di un’analisi più dettagliata.

I dati prodotti dal Rapporto di AlmaLaurea si basano su rilevazioni Istat, presumibilmente quindi con esse dovrebbero convergere anche prendendo in considerazione altri parametri.
L’Italia del Sud e del Centro si colloca in posizioni molto inferiori alla media degli altri Paesi dell’Europa a 28 e delle aree settentrionali dello stivale. Per intenderci, i livelli medi occupazionali dell’Italia si trovano esattamente tra Spagna, Croazia e Grecia. Questa volta la fonte dei dati riportata dall’Istat è Eurostat.

Salta subito all’occhio l’elevata incidenza dell’aumento dell’occupazione a termine per i dipendenti, la stima Istat a novembre 2017 calcolava in +14mila lavoratori permanenti e ben +54mila lavoratori a termine. Un dato che diventa ancor più significativo se si prende in considerazione il trimestre settembre-novembre, dove l’occupazione è cresciuta esclusivamente tra i dipendenti a termine (+101mila). Ed ecco allora che ci si ritrova a pensare ai numeri, ma soprattutto alle persone che stanno dietro a questi valori e li vanno realmente a comporre. Gli occupati a termine del trimestre settembre-novembre non è detto che saranno i medesimi del trimestre, per esempio, gennaio-marzo. In questo modo i tassi di occupazione potrebbero anche restare stabili o magari salire ma le persone veramente occupate non è detto che siano sempre le stesse. Lavorare per un trimestre o un semestre e rimanere inattivo magari per il resto dell’anno o anche più come si configura nelle classifiche occupazionali?

Il calo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 49 anni «amplifica in particolare la diminuzione della disoccupazione nella classe 35-49 anni», mentre la crescita della popolazione di ultracinquantenni «amplifica l’aumento della disoccupazione in questa classe di età». Sorge il dubbio a questo punto sulla veridicità degli slogan che parlano di “aumento di posti di lavoro”, quando in realtà a concretizzarsi è solamente una diminuzione nel numero della forza lavoro.

Rimanendo sulle esigenze e sui doveri della classe di età più giovane, ovvero quella compresa tra i 15 e i 24 anni, numerosi sono i problemi da dover affrontare nella scelta prima e nell’impiego poi dei titoli scolastici conseguiti. Anche in virtù del fatto che poi in tanti si ritrovano a dover cercare e a svolgere mansioni differenti dalle quali, in teoria, si erano preparati durante gli anni della formazione scolastica, è bene ricordare che la scelta dell’indirizzo di studi viene compiuta troppo spesso usando il parametro dell’esclusione o il metro dell’onere, di studio ed economico. Anche per questo, presumibilmente, la ministra Fedeli ha scelto di impiegare 5milioni di euro per i Piani per l’orientamento.

Stando ai dati diffusi dal Rapporto Economico sull’Italia 2017 dell’OCSE, la situazione occupazionale nel nostro Paese non è buona «perché non c’è incontro tra domanda e offerta di lavoro». Ci sono relativamente pochi laureati nelle materie che interessano le aziende o le istituzioni e, contemporaneamente, continuano a ingrossarsi le fila tra i laureati il cui titolo conduce a lavori che hanno un mercato già oltremodo saturo. Il che è ulteriormente paradossale se si considera che l’Italia ha un numero di laureati (in percentuale 18%) che è molto inferiore alla media europea (in percentuale del 37%).
Cosa chiede il mercato del lavoro lo abbiamo visto, interessante a questo punto scorrere l’elenco delle facoltà che hanno più iscritti e più laureati:

Lettere
Scienze politiche
Economia
Formazione artistica

Un deciso aumento si è riscontrato negli iscritti alla facoltà di ingegneria, mentre in netto calo le iscrizioni a medicina e chirurgia. A scoraggiare e fare da imbuto per certo i test di ammissione. Meglio allora ripiegare su qualcosa di più “accessibile”. Con la pecca però che poi gli studenti italiani continuano a essere meno preparati, rispetto ai coetanei stranieri, in materie scientifiche, in formazione linguistica e anche in tecnologia. Poco competitivi quindi sul mercato del lavoro italiano e ancora peggio su quello internazionale.

La formazione è una sfida e, come per tutte le sfide, se si preferiscono le scorciatoie si arriverà forse prima al traguardo ma per certo si sarà impreparati ad affrontarlo e superarlo. Non bisogna lasciarsi abbindolare da facili promesse. Bisogna metterci il massimo impegno e pretendere che i propri diritti, come quello all’istruzione, vengano rispettati. È doveroso chiedere, urlare, pretendere l’adeguamento della formazione scolastica a tutti i livelli e non lasciarsi facilmente abbindolare o tentare da entrate immediate, legate a lavori saltuari e temporanei perché, inutile illudersi, se non si maturano le competenze necessarie, con estrema difficoltà si riuscirà poi a inserirsi adeguatamente nel mercato del lavoro. A meno che non si scelga la via biasimevole della “raccomandazione”. La peggiore delle scorciatoie, perché non creerà mai una forza lavoro all’altezza della concorrenza, nazionale e soprattutto internazionale, ma continuerà a generare solamente degli schiavi, sottomessi all’avidità senza scrupoli di classi dirigenti e malavitosi che si nutrono, come vere e proprie sanguisughe, di cittadini ignoranti, inermi e passivi.


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