Il linguaggio, nella sua accezione più generale, può essere inteso come un sistema simbolico di comunicazione oppure, in maniera ancora più astratta e generale, come la facoltà di comunicare simbolicamente. Per cui il linguaggio è l’insieme di codici (verbali e non verbali) che permettono di trasmettere, conservare, elaborare informazioni.
La grande scoperta filosofica (Cimatti, 2010) di Ferdinand de Saussure è che la lingua c’è. Cioè la lingua esiste di per sé, non soltanto quando qualcuno la usa. Essa è «al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio e un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui» (de Saussure, 1978, 19).
C’è qualcosa della lingua che sfugge completamente al parlante. La lingua, in questo senso, non è un fenomeno psicologico, non è qualcosa che dipende da quello che il parlante ricorda, crede o pensa. La lingua sta fra i parlanti, come l’acqua fra i pesci del mare (Cimatti, 2018).
Saussure scopre che la lingua non è un ‘fatto sociale’ fra gli altri. Essa è il ‘fatto sociale’, tutti gli altri non sono che conseguenze di questo fatto fondamentale (Durkheim, 1970).
Il parlante, che pensa di usare intenzionalmente la lingua, di fatto non sa nulla di come funziona la lingua che crede di usare, il cui dispositivo è, sostanzialmente, inconscio. La lingua ‘parla’ e il parlante si accoda (Cimatti, 2018).
Il linguaggio non è un sistema di simboli o segni isolato, ma intrecciato a molte altre condotte non verbali. Attraverso il racconto delle vicende dei protagonisti del romanzo, Guarducci e Milandri indagano i linguaggi quali strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda (Guarducci, Milandri, 2026).
Ed ecco allora che si profila il grande interrogativo esistenziale alla base del libro di Guarducci e Milandri: la comunicazione verbale serve all’individuo oppure il linguaggio verbale si serve dell’individuo?

La lingua trova la sua unità e la base del suo funzionamento «nel suo carattere semiotico» (Benveniste, 1969). Tale carattere è peculiare della cognizione umana, capace di procurare un surrogato dell’esperienza il quale possa essere trasmesso infinitamente nel tempo e nello spazio e possa essere decostruito e ricostruito mediante relazioni non usuranti con il mondo. L’accadere di una lingua è l’accadere di una forma di vita. Ogni lingua viva non è un prius bensì un posterius, ovvero la risposta del soggetto, individuale o collettivo, alle sollecitazioni dell’ambiente fisico e socio-culturale. Ogni parola, inoltre, è un gesto del corpo, è tutt’uno con una corporeità fisica e culturale fortemente valutativa, di parte, posizionata. La parola dipende da altro, da un raccordo geostorico e antropologico variabile nel tempo e nello spazio (Caputo, 2010).
La parola nel testo di Guarducci e Milandri presto diventa pensiero, tormento che attanaglia il protagonista intorno alsuono delle parole prima e al suono della vita poi:
«Teodoro sorride e annuisce, ma il suo pensiero è lontano. Il timo, la salsa, la perfezione di quella cena: tutto sembra essere pensato per fare una bella figura. Ma chi sono, davvero, le persone che siedono attorno al tavolo? Chi sono al di là delle parole, dei piatti e dei sorrisi che si scambiano? Teodoro si sente un po’ come un osservatore di quella scena» (Guarducci e Milandri, 2026, 9-10).
La reazione semantica fra il linguaggio e la realtà è descrivibile come dialettica esistente fra linguaggio-pensiero e realtà, vale a dire tra segni e oggetti. Nel loro aspetto pragmatico, i segni danno luogo a determinati comportamenti sociali conseguenti all’immagine mentale della realtà in essi oggettivata e alle relative idee in essi immagazzinate. La realtà e glioggetti non consistono soltanto in ‘cose’, ma sono anche atteggiamenti, relazioni, processi, sensazioni, sentimenti; coinvolgono, quindi, il mondo esterno e quello interno, quello naturale e quello sociale (Klaus, 1964).
La comunicazione può essere fondante quando si assume il linguaggio – e quindi i sistemi segnici che lo presuppongono – secondo la prospettiva della pragmatica, vale a dire quando si considerano i segni linguistici in rapporto agli uomini che li producono, li emettono e li ricevono; se ne ricerca l’origine nella vita vissuta, nelle condizioni materiali dell’esistenza umana; se ne esamina l’uso in funzione dei bisogni umani; si riconosce che il linguaggio è contemporaneamente un prodotto e un elemento dell’attività pratica dell’uomo nel suo sforzo di trasformazione del mondo (Ponzio, 2006).
Guarducci e Milandri spingono verso una riflessione inversa, ovvero cercare la trasformazione del mondo e di sé stessi non nella parola, nella comunicazione verbale, bensì nell’assenza di questa: nel silenzio.
«Claudia è nata in una casa piena di rumori. Non di quelli fastidiosi, ma di quelli che riempiono l’aria di vita: voci sovrapposte, risate, porte che sbattono, canzoni alla radio, il profumo del sugo che si mescola al detersivo dei pavimenti» (Guarducci e Milandri, 2026, 32).
Ai nostri giorni siamo invasi dalle parole, dal rumore. La parola sembra essere diventata quasi uno strumento obbligato per l’affermazione e la celebrazione di sé stessi. Tacere equivale a digiunare verbalmente. Un silenzio che non è semplicemente assenza di rumore e di parola, ma è una realtà plurale. Nel silenzio possono emergere energie che si traducono in un’attività intellettuale più feconda, capace di stimolare la nostra memoria e di aguzzare le nostre facoltà di ragionamento e di immaginazione (Bianchi, 2025).
Il silenzio ci appartiene quanto la parola ma, essendo sfrangiato, indefinito spazio del possibile, lateralizzato rispetto al messaggio funzionale spesso non gode del rispetto dovuto.
L’elemento che funge da filo conduttore e attraversa il non verbale, il preverbale, il paraverbale e il verbale è proprio il silenzio: tutti questi aspetti della comunicazione vibrano di questo nesso che, originariamente privo di identificazione, trova una via definitoria solo se messo in rapporto con la situazione comunicativa nella quale viene a trovarsi. Nel rapporto interpersonale il silenzio può essere sintonico o disinteressato: prudente o rispettoso, poetico o afasico. Non è citabile. Ambiguità e libertà sono le principali caratteristiche del silenzio sociale. Al contrario della parola non subisce trasformazioni semantiche, né connotative né denotative, anche se il suo essere polisenso lo lega a differenti codici antropologici, che possono variare da latitudine a latitudine, a seconda del diverso significato delle espressioni facciali.
Bisognerebbe a questo punto sottolineare la doppia accezione data al silenzio dai latini: silere che è affermazione del silenzio e tacere che è la negazione del suono. A silere si collega la mistica, l’arte intesa come poesia, pittura, musica, creatività, architettura, inconscio, natura. A tacere viene associata la volontà del singolo individuo, l’equilibrio, la saggezza, la prudenza, la paura (Stecchina, 2011).
Consapevole della formatività del silenzio, Pitagora chiedeva ai suoi discepoli un saper tacere della durata di ben cinque anni. In questo lasso di tempo essi potevano soltanto ascoltare i suoi insegnamenti. L’ascolto è processo attentivo nel quale il mondo interiore si annulla davanti al suono dell’altro (Stecchina, 2011).
Teodoro, protagonista del libro di Guarducci e Milandri, è alla ricerca di un silenzio che coinvolga anche la sua partner Claudia nonché la cerchia di amici. Una ricerca che lo porta a imparare «una lingua fatta di sottrazioni» (p. 65). Un silenzio sottratto al continuo parlare che per Claudia diventa «un luogo dove non doveva più dimostrare nulla» (p. 77).
Il silenzio protegge anche da sé stessi, dal proprio ego messo in discussione, dalla nevrosi da prestazione mentale o dal bisogno di emergere, dalla nostra cultura, da tutto quanto si è sedimentato in noi, come cultura, credenze, tradizioni. Il silenzio è liberatorio, nel tempo dilatato, nel rapporto mai conflittuale. Il silenzio, fuga dalle troppe parole che confondono il nostro essere, è vocazione di chiarezza (Stecchina, 2011).
La consapevolezza, e più precisamente la capacità di riflettere su sé stessi è forse la caratteristica peculiare della nostra specie nella biosfera. Un’azione per certo amplificata dal silenzio attivo, che sorge dall’interno. Un silenzio pieno, che apre a una dimensione nuova dell’attenzione e rende l’azione, fisica o intellettuale, fluida ed efficace.
I nostri sensi raccolgono continuamente un’enorme massa di stimoli e di informazioni provenienti dall’ambiente esterno e interno, che sono elaborati dai centri sottocorticali senza che noi ce ne accorgiamo. Solo una piccola parte di queste informazioni raggiunge la corteccia cerebrale e affiora alla coscienza, attirando così la nostra attenzione.
L’attenzione è anche attesa. La pratica del silenzio attivo può migliorare la qualità dell’attenzione proprio concedendo il tempo e i benefici dell’attesa (Barbiero et.al., 2007).
Il silenzio imposto da Teodoro nel suo rapporto con Claudia l’hanno costretta a lunghe attese che le sono servite perché ha riflettuto su ogni cosa accadeva intorno. La sua attenzione ne ha giovato. Il suo animo anche. Il suo rapporto con Teodoro ha raggiunto un livello diverso, inaspettato.
«Claudia aveva sempre pensato che l’amore fosse fuoco. Passione. Parole. Poi aveva capito che era sopportazione. Impegno. Condivisione. Ma ora stava scoprendo una terza cosa: l’amore, forse, era anche assenza di rumore» (p. 77).
Il tema del silenzio, ovvero dell’assenza di rumore che il personaggio Claudia sembra identificare anche come amore, apre immediatamente il campo a una duplice constatazione: innanzitutto, osservando il contesto in cui viviamo, possiamo notare il fatto che il nostro tempo sembra avere paura di questa dimensione. I contemporanei paiono in larga parte identificare il silenzio con il vuoto, con il nulla, con un’inquietante assenza. Al contempo, ci avvediamo di una dinamica diametralmente opposta: il silenzio è ricercato da tante persone che, stanche della confusione esteriore e interiore che spesso accompagna la loro quotidianità, desiderano che questa dimensione ormai perduta torni a far parte dell’esistenza (Camisasca, 2023).
Cosa porta o potrebbe portare davvero il silenzio alle esistenze? La conoscenza dell’altro e dell’amore vero, come nel caso dei protagonisti del libro di Guarducci e Milandri? Oppure la conoscenza di sé stessi? Oppure tutto ciò?
Non si può tematizzare il silenzio se non nel suo rapporto con la parola, con il duplice e reciproco beneficio della dicibilità del silenzio e di una più adeguata collocazione della parola all’interno di un orizzonte di senso, in cui il silenzio è chiamato a svolgere un ruolo di risemantizzazione della parola, per farla uscire dalle secche della mera valenza indicativa. Ma per ottenere questo doppio risultato (di poter dire il silenzio e di risemantizzare la parola per evitarne la cristallizzata caduta di senso) bisogna ricollocare il silenzio tra il cogito e la parola, ritrovandolo e riscoprendolo come anima del primo e come la dimensione significativa della seconda.
Se ci atteniamo alle posizioni del pensiero moderno della ragione tutta dispiegata, o del tutto dicibile professato dalla ragione tecnica, non ritroviamo che decise condanne del silenzio.
Dove domina il sapere assoluto, un sapere sostanziale, non c’è spazio per il silenzio perché non c’è più spazio per quest’attitudine alla reconnaissance che giustifica e motiva il filosofare come immer weider. È forse necessario uscire, magari solo temporaneamente, dalla stretta pertinenza del pensiero (o del pensare) occidentale per poter sperimentare percorsi diversi, in cui le assillanti questioni che finiscono con l’impedirci violentemente di “fare silenzio”, vengono sostituite da questioni e domande alle quali si risponde senza rispondere o rinviando la risposta (Signore, 1992).
La lettura del Tao Te Ching e dei testi buddhisti costituisce per Pontiggia (Pontiggia, 2002) la via d’accesso alla dimensione più profonda della scrittura letteraria, una strada che consente l’acquisizione di una più alta consapevolezza riguardo al valore della parola in relazione al vuoto da cui essa trae origine. Da qui ne consegue l’invito alla pratica del non agire e del non dire in accordo con il ricorrente appello al silenzio inteso quale spazio significativo assoluto (Cannavacciuolo, 2021).
Sapere quando non si deve parlare è altrettanto importante della conoscenza di ciò che si deve dire. La pragmatica del silenzio insegna che il tacere è, di per sé, una forma di comunicazione, spesso di forte impatto emotivo, che implica, in sé, il cortocircuito logico per cui, anche non comunicando, ossia rifiutando la comunicazione, in realtà si sta comunicando l’intenzione di non comunicare. Eppure, è bene ribadirlo, l’ambiguità del silenzio non è soltanto un difetto di comunicazione, il risultato di un equivoco o una strategia omissiva che a volte rasenta la complicità con la menzogna o l’inganno. Il silenzio attesta, all’interno del linguaggio, l’esistenza dell’intraducibile (Tagliapietra, 2020).
«Il parlare si compone soprattutto di silenzi, sicché un essere che non fosse in grado di rinunciare a dire molte cose, sarebbe incapace di parlare» (Ortega y Gasset, 1937, 42). Detto altrimenti, ciò significa che il tutto, ovvero la totalità dell’essere, è e rimane indicibile e, in questa prospettiva, è forse possibile interpretare, all’inizio del pensiero filosofico, l’opzione radicale della filosofia di Parmenide nei termini di un paradossale «Discorso ridotto al Silenzio» (Kojève, 1968, 224).
Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein si chiude con le seguenti parole: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Per il filosofo, il linguaggio è contornato dal silenzio, dal silenzioso mostrarsi del pensiero (Valent, 1990). Sembra quindi che Wittgenstein pensi al silenzio come la conseguenza di una doppia depurazione, che consiste nell’aver liberato il linguaggio da quel suo uso distorto che si chiama filosofia e che dà vita al guazzabuglio dei problemi metafisici, ma anche nell’aver emancipato, in qualche modo, la filosofia del linguaggio, facendo intravedere una sorta di saggezza silenziosa (Tagliapietra, 2020).
In un’ottica apparentemente paradossale, il silenzio, nelle sue molteplici declinazioni, può diventare quindi un’occasione per rivalutare il dialogo e spostarlo sul terreno dell’autentica reciprocità. Il silenzio non è il semplice tacere ma una dimensione simbolica rituale comunicativa ed è la possibilità dell’esperienza significativa di essere profondamente in relazione (Di Nuzzo, 2023).
Esattamente ciò di cui sono alla ricerca Teodoro e Claudia: un legame che attraverso il silenzio definisca e rafforzi la loro unione. Inoltre, dopo le prime reticenze e la paura di questo vuoto, Claudia avverte di non avere «più paura del silenzio. È diventato mio alleato» (p. 77).
Scoprire o riscoprire il silenzio significa innanzitutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle proprie esperienze. Un viaggio senza punti di arrivo e senza conclusioni, che si appaga del suo peregrinare, percorrendo i più diversi territori di applicazione del silenzio (Di Nuzzo, 2023).
Partire dalle spinte contrapposte che animano il rapporto interpersonale è importante non solo per riconoscere quanto sia solo apparente la contraddizione fra individuale e sociale e quanto il silenzio – pur appartenendo all’autoriflessione – riesca poi a gestire la capacità relazionale nella ribalta del sociale (Goffman, 1969). Cercare o trovare rifugio nel silenzio risponde anche all’esigenza di salvaguardare la propria intimità, spesso posta a rischio da una socievolezza mal declinata che va oltre le soglie fissate dal giusto equilibrio fra soggettività e oggettività. La mancata realizzazione di questo equilibrio mina le basi del gioco democratico che sorregge la relazione e rende la comunicazione non coerente alla logica del riconoscimento e del rispetto reciproco (Simmel, 1983). Creando la dipendenza dalle cose materiali, certe, misurabili, visibili, la cultura moderna ha stabilito il mito dell’acquisizione e ha reso la certezza un valore irrinunciabile. Per questo, da principio di saggezza la capacità di dubitare, ospitata dal silenzio, è divenuta sintomo di debolezza o di inferiorità e gli individui malcelano o tacciono le proprie perplessità, ancorandosi all’esistente e ai mezzi culturali che lo amplificano nella comunicazione (Fromm, 1951). La tendenza a non interrogarsi trova sostegno nel processo che ha trasformato la ragione in razionalità e la realtà in realismo. Per trasmettere le certezze dell’ordine sociale, il linguaggio ha lasciato progressivamente spazio al rumore della modernità ed è stato svuotato di ogni significato trascendente e critico verso la situazione esistente. Da qui il paradosso del progresso materiale che produce l’illusione di poter comprendere qualunque cosa ma non riconosce l’importanza del riso e del pianto, del sorriso e del silenzio, quali mezzi per comunicare con noi stessi e con l’esterno che travalica le appartenenze culturali (Fromm, 1951).
La comunicazione è partecipazione, poiché essa prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione, nonché l’accordo sulle regole sottese a ogni scambio comunicativo. Essa ha una matrice culturale e una natura convenzionale, non soltanto in quanto rappresenta un esito degli accordi e delle convenzioni culturalmente stabilite all’interno di una determinata comunità, bensì anche in quanto assume combinazioni come più probabili e altre meno. Qualsiasi scambio comunicativo verbale non consiste nel produrre frasi isolate e astratte, ma nell’adoperare enunciati per realizzare un effetto intenzionale sull’interlocutore entro un definito contesto relazionale. Per Goffman (Goffman, 1963), esistono delle ‘regole’ precise entro cui inquadrare le proprie sequenze comunicative ed esse consentono di definire la situazione, stipulando congiuntamente il significato e la struttura dell’interazione e della comunicazione in corso (Anolli, 2002). Specularmente si potrebbero ipotizzare come egualmente valide le ‘regole’ che sottendono alla comunicazione non verbale, nella fattispecie il silenzio. Anche in questo caso lo scopo ultimo dell’interlocutore è l’effetto intenzionale all’interno del contesto relazionale. Per certo ciò che avviene nel rapporto tra Teodoro e Claudia nell’opera di Guarducci e Milandri, laddove la protagonista afferma addirittura che il silenzio è diventato il suo alleato nel mantenimento dell’equilibrio relazionale e comunicativo con il compagno di vita.
Bibliografia di riferimento
Anolli, L. (2002), Inquadramento storico e teorico sulla comunicazione, in Id (a cura di), Psicologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna.
Barbiero, G. et.al. (2007), Di silenzio in silenzio. Una dimensione di incontro tra arte e pedagogia e scienza, Anima Mundi Editrice, Otranto (LE).
Benveniste, É. (1969), Sémiologie de la langue, in Semiotica, I, 1, pp. 1-12.
Bianchi, E. (2025), Il silenzio e il tacere, in Firenze Architettura. 1, pp. 16-19.
Cannavacciuolo, L. (2021), Dire/tacere. Lo spazio del silenzio nella scrittura di Pontiggia, in V. Arsillo, L. Cannavacciuolo, M. Costagliola d’Abele, G. Notaro (a cura di), Il silenzio e le forme. Modelli e rappresentazione nelle letterature europee moderne, Edizioni dell’Orso, Alessandria.
Camisasca, M. (2023), Il silenzio, in Materiali si estetica. Terza serie – N. 10.2.
Caputo, C. (2010), Linguistica e filosofia del linguaggio in Saussure, in RIFL 3: 12-10.
Cimatti, F. (2010), Concetto e significato. Saussure e la natura umana, in Rivista italiana di Filosofia del Linguaggio, 3.
Cimatti, F. (2018), La lingua c’è. Saussure, Chomsky e Lacan, in Philosophy Kitchen #9 – Anno 5 – Settembre 2018.
de Saussure, F. (1978), Corso di linguistica generale, a cura di T. De Mauro, Laterza, Bari.
Di Nuzzo, A. (2023), Silenzi rituali, silenzi esistenziali. Riflessioni tra antropologia e filosofia, in A. Chahoud, A. Campus, G. Lusini, S. Marchesini (a cura di), Tempus Tacendi. Quando il silenzio comunica, Alteritas, Verona.
Durkheim, E. (1970), Le regole del metodo sociologico, Sansoni, Firenze.
Fromm, E. (1951), Il linguaggio dimenticato, Bompiani, Milano, 1962.
Goffman, E. (1969), La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna.
Goffman, E. (1963), Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione, Einaudi, Torino, 1971.
Guarducci, F., Milandri, M. (2026), Più in là del silenzio, Editoriale Le lettere, Firenze.
Klaus, G. (1964), Die Macht des Wortes. Ein Erkenntnisheoretisch-Pragmatisches Traktat. Verlag der Wissenschaften, Berlin.
Kojève, A. (1968), Essai d’une histoire raisonée de la philosophie païenne, Gallimard., Paris, Vol. 1 – 224.
Ortega y Gasset, J. (1937), Myseria y esplendor de la traducción, in La Nación. Maggio-Giugno 1937. Poi in Id. Obras Completas, in Revista de Occidente, Madrid 1932-1986, Vol. V. Tr. it. Miseria e splendore della traduzione, il nuovo melangolo, Genova, 2001.
Pontiggia, G. (2002), Formato e stile, in Id. Prima persona, in G. Pontiggia, Opere, a cura di Daniela Marchesini, Mondadori, Milano, 2004.
Ponzio, A. (2006), Produzione linguistica e ideologia sociale, Graphis, Bari, Prima Edizione 1973.
Signore, M. (1992), Filosofia e comunicazione tra silenzio e parola, attraverso la “persona”, in Idee 20:3.
Simmel, G. (1983), Forme e giochi di società. Problemi fondamentali della sociologia, Feltrinelli, Milano.
Stecchina, G. (2011). Silenzio. Profili tematici di una modalità comunicativa non gestuale, in A. Tafuri (a cura di) Annuario 2009-2010 del corso di master di primo livello in Analisi e gestione della comunicazione, EUT – Edizioni Università di Trieste, Trieste, pp. 76-106.
Tagliapietra, A. (2020), Il silenzio, ovvero la riserva dell’intraducibile, in Giornale Critico di Storia delle Idee – Rivista Internazionale di Filosofia, Numero 1, pp. 17-32.
Valent, I. (1990), Crisi del linguaggio e linguaggio della crisi nel Tractatus logico-philosopficus in id. Asymmetron. Microntologie della relazione, in Italo Valent – Opere, a cura di A. Tagliapietra, Moretti & Vitali, Bergamo, 2008.
Articolo pubblicato su Satisfiction.eu
© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).










