La vita di un avvocato di strada. Intervista a Massimiliano Arena

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La vita di un avvocato di strada. Intervista a Massimiliano Arena

Massimiliano Arena si augura che «i giovani di oggi facciano un po’ meno master, meno corsi di perfezionamento e di aggiornamento, e si buttino un po’ di più sulle strade del mondo, a fare esperienze di vita. A sentire odori, anche nauseabondi. Sporcarsi mani e piedi», perché lui crede nella propria professione. Lui vede nell’avvocato “l’angelo custode” del cliente, un suo alleato. Eppure, nell’immaginario collettivo e anche nella gran parte della realtà in cui anch’egli vive e lavora, il legale è, troppo spesso, uno scaccia-guai avido di denaro che non disdegna di difendere anche corrotti, assassini e malavitosi pur di vedersi accreditata la lauta parcella.

Ma chi sono davvero gli avvocati e, soprattutto, chi è Massimiliano Arena e cosa fa con lo sportello Avvocati di strada? Ne abbiamo parlato in un’intervista in occasione dell’uscita del suo libro, Io, avvocato di strada edito da Baldini+Castoldi.

Prima di entrare nel vivo del suo libro, se mi permette, vorrei chiedere la sua opinione riguardo la dichiarazione di Giuseppe Conte: «Sarò l’avvocato di tutti gli italiani». E subito su social e web si sono scatenati adducendo come motivazione più diffusa la non necessità di avere un avvocato. Ciò è dovuto forse anche al fatto che un supporto legale viene associato quasi sempre a qualcosa di negativo. Lei come commenta la dichiarazione del Presidente del Consiglio e la reazione del “popolo della Rete”?

Credo che il premier Conte volesse fare leva sulla sua biografia personale, per dimostrare continuità tra l’impegno forense e l’impegno politico. La nostra cultura ci impone di pensare al paziente dello psicologo come a un matto e al cliente di uno studio legale come ad una persona nei guai o, peggio, malavitosa. Nella cultura anglosassone l’avvocato è una sorta di angelo custode. L’avvocato negli Usa è un alleato del quotidiano, piuttosto che una risorsa da attivare in caso di urgenza e necessità.

Al di là di tutto non mi cambia nulla la dichiarazione del Premier, tanto meno la reazione del web. Andiamo alla sostanza delle cose, al saper fare, al saper essere.

Poi, beato il popolo che non ha bisogno di eroi, di avvocati e di giudici.

Nello specifico della sua esperienza personale invece lei si è quasi subito scontrato con un mondo diverso da quello immaginato. Dilaga un atteggiamento arrivista e opportunista tra i suoi colleghi. Com’è stato l’impatto con la realtà?

Devo ammettere che la esperienza come avvocato di strada ha salvato l’amore per questo lavoro e l’attaccamento ai valori e agli ideali da cui trae origine. È ovvio che ogni mestiere, arte e professione può essere contaminata da luoghi comuni e anche quella forense è una professione non immune da questo vizio.

Io me la tengo stretta e credo che sia una professione, o forse un’arte, nobile al pari di quella medica, nella misura in cui ripristina dignità e diritto, e di conseguenza migliora la salute dell’individuo e della comunità.

So di essere stato oggetto di derisione, di scherno da parte di tanti colleghi, i più anziani, o quelli che non hanno altro impegno se non quello dell’esercizio dell’invidia. Poi mi chiedo invidia di cosa, se il nostro studio legale, quello di avvocato di strada, pur essendo il più grande in Italia, è quello che paradossalmente fattura meno, cioè nulla.

La bellezza e i paradossi ci salveranno!

La vita di un avvocato di strada. Intervista a Massimiliano Arena

Il tempo trascorso in Bolivia, in Guinea Bissau, negli orfanotrofi, nelle comunità rurali e agricole l’hanno avvicinata alla vita vera, quella dura, spietata. E ha rappresentato l’input per una svolta nella sua di vita e nella carriera professionale. Si sente una persona migliore oggi?

Mi sento migliore rispetto a me stesso, mai rispetto agli altri. Tenere a bada l’Ego non è facile, è la sfida più grande. Anzi il mio messaggio è che se uno coi miei limiti ha fatto tutto ciò, allora è la prova provata che chiunque possa farlo, ed anche meglio.

Allo stesso tempo mi auguro che i giovani di oggi facciano un po’ meno master, meno corsi di perfezionamento e di aggiornamento, e si buttino un po’ di più sulle strade del mondo, a fare esperienze di vita. A sentire odori, anche nauseabondi. Sporcarsi mani e piedi. Riequilibrare il totale squilibrio tra il saper fare e il saper essere.

Quali sono state le difficoltà maggiori riscontrate nell’apertura dello sportello Avvocati di strada?

In primis la diffidenza degli altri avvocati. È ovvio che uno sportello di assistenza legale gratuita possa celare dietro le quinte il pericolo di procacciamento illegale della clientela. Per questa ragione io ho imposto che al mio sportello nessuno dei colleghi e delle colleghe possa ricevere il conferimento di un mandato. Noi possiamo solo dare orientamento e assistenza. Per il resto non ho visto grandissime resistenze anzi è stato un crescendo di riconoscimenti, di attestati, alla lunga anche da parte dell’ordine forense.

Si è mai ritrovato a pensare che, alla fin fine, non ne valeva la pena?

I poveri puzzano, si lamentano, raccontano bugie e ti prendono in giro. Lo fanno continuamente. Per molti di loro è un modello di vita e di comportamento. Tutto ciò mette a dura prova la resistenza di chi vuole aiutarli. Eppure, è proprio in questa resistenza che si misura l’attaccamento ai valori ideali che muovono verso la solidarietà. Il chiedersi se valga la pena è naturale. Me lo sono chiesto in Bolivia quando vedevo la gente che prendeva i pacchi dono e li andava a vendere al mercato. Me lo sono chiesto quando ho scoperto che chi chiede aiuto in realtà sta meglio di tanti altri. La missione dell’avvocato è quella di difendere tutti, noi non giudichiamo nessuno.

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Lei vive e lavora in una realtà, la città di Foggia, che vede un tessuto sociale minato da una diffusa prostituzione e un radicato caporalato. Uno sfruttamento presente in tantissime zone d’Italia, tra l’altro. Qual è la risposta delle istituzioni e della cittadinanza alla vostra attività professionale?

Le istituzioni ricorrono alla nostra associazione molto spesso, siamo il surrogato di uno Stato sociale traballante. Mettiamo spesso pezze a colori grazie anche alla rete del volontariato e dell’associazionismo locale, che è sdoganato da limiti di spesa pubblica. Conta solo il cuore, buttarlo oltre la ragione e darsi da fare. Nella nostra città noi e le nostre associazioni gemelle siamo molto ben voluti, la gente ci cerca, ci segnala i casi di emergenza e noi ci muoviamo dallo sportello sia in città che nelle campagne limitrofe, soprattutto nei periodi di raccolta del pomodoro dove i picchi di caporalato, di prostituzione e di schiavitù umana raggiungono livelli da gironi infernali.

La vita di un avvocato di strada. Intervista a Massimiliano Arena

Quale ritiene essere il disagio maggiore nella società odierna?

Il disagio maggiore della società moderna è una educazione perversa all’egoismo e al conflitto. Anche la comunicazione politica oramai è viziata da egoismo, individualismo e naturale propensione al conflitto. Chiunque giunge al potere si sente in diritto di distruggere tutto il resto e si atteggia a salvatore del mondo. Questo paese, le comunità che lo popolano e che lo animano, hanno bisogno di una pace sociale. Il più grande investimento che si possa fare in questo momento in questo paese non è sulle infrastrutture, o sulla detassazione. Noi dobbiamo investire in riconciliazione, dobbiamo fare la pace e sanare i conflitti e le ferite. Così come fu fatto magnificamente dai padri costituenti nel secondo dopoguerra. Ed infatti dal secondo dopoguerra nacque una generazione di cittadini che hanno scritto la storia del nostro paese e lo hanno portato al boom economico.

Molti di noi pensano che Nelson Mandela abbia vinto il premio Nobel per la Pace perché è stato in carcere per più di 25 anni. Falso. Nelson Mandela ha legittimato il suo premio Nobel nella misura in cui una volta giunto al potere, anziché vendicarsi contro i suoi aguzzini, li ha perdonati e ha aperto in ogni provincia i così detti tribunali della riconciliazione, dove bianchi e neri si sono scambiati il perdono di anni di segregazione razziale, di uccisioni, di rapimenti e stupri. Il Sudafrica è ripartito, affondando le proprie fondamenta sul perdono e sulla riconciliazione e ciò ha fatto di quel paese un paese moderno e proiettato al futuro.

Dove non è presente il volontariato come lo sportello Avvocati di strada chi si occupa di difendere gli interessi e i diritti degli ultimi?

Io sono per propensione naturale ottimista. Trovo modo di riscontrare questo mio ottimismo girando l’Italia. Vi sono eroi anonimi, i quali, senza alcuna organizzazione, si battono per i diritti degli ultimi. Sono loro la speranza che quella grande opera di investimento sulla riconciliazione dei conflitti e sul perdono sociale possa finalmente partire e salvare le sorti delle nostre comunità.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“10 cose da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018)

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Il decreto vaccini dell’allora Ministro Beatrice Lorenzin è stato convertito in legge il 28 luglio 2017. «Con legge sui vaccini proteggiamo i nostri figli e le prossime generazioni», dice la Ministra che sceglie, per attuare questa forma di protezione, la linea dura: «Le vaccinazioni obbligatorie saranno vincolanti per iscrizione ad asili e servizi per l’infanzia. Dovranno vaccinarsi anche gli studenti fino a 16 anni. Sanzioni per chi non rispetta l’obbligo da 100 a 500 euro».

E, immancabilmente, sono partite “campagne di informazione” condotte «a suon di slogan, frasi da cartellone pubblicitario», con un dibattito sulla salute dei cittadini consumatosi perlopiù in «rissosi talk show ed enigmatiche circolari» emanate «dai più svariati enti, che hanno finito per avvelenare il clima».
Tutto questo si sarebbe potuto evitare «spiegando, tra l’altro, quali studi hanno portato a decidere l’obbligatorietà di ben dieci vaccini» e sul perché l’Italia «stia adottando sulle vaccinazioni una politica ben diversa rispetto a quella degli altri Paesi, anche quelli più avanzati, nonostante manchi l’evidenza di imminenti epidemie».

Per farlo necessitavano persone competenti, serie, pacate, libere da interessi e/o coinvolgimenti vari. Il professor Giulio Tarro decide di scrivere un libro, 10 cose da sapere sui vaccini. Tutta la verità. Un libro indispensabile per genitori consapevoli, e lo pubblica a marzo di quest’anno con Newton Compton Editori mettendoci dentro tutto ciò che è necessario, basilare conoscere per effettuare delle scelte consapevoli. Non coercizioni ma scelte. Non imposizioni passibili di multa ma decisioni maturate nell’ottica del benessere individuale e collettivo.

Un libro, quello del professor Tarro, che si rivela utile, necessario e interessante in ogni sua riga. Con un linguaggio semplice e lineare riesce a spiegare fin nei minimi dettagli tutti gli aspetti inerenti le malattie e i relativi vaccini. Un manuale tecnico che spiega la medicina in maniera chiara e accessibile a tutti.

Le vaccinazioni, ad oggi, sono ancora «il modo più sicuro ed efficace per ottenere la protezione da alcune gravi malattie», sia individuale che collettiva, ma è fondamentale una netta distinzione, che purtroppo manca, fra interesse pubblico e privato, nella ricerca, nella sperimentazione, nella vendita e somministrazione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per rispondere adeguatamente alle nuove sfide del XXI secolo, «la medicina deve concentrarsi sulla salute della persona piuttosto che solo sulla malattia». Utile potrebbe essere approfondire e proseguire la ricerca sull’immunoprofilassi, per ridurre sempre più i rischi della vaccinazione che pur sempre ci sono. Portare avanti strutturate campagne di informazione che favoriscano l’adesione invece della coercizione. Studiare tempistiche specifiche per le singole malattie e immunizzazioni piuttosto che scegliere sempre e comunque la copertura cosiddetta a gregge e a grappolo, essendo tutte le vaccinazioni concentrate nei primi mesi di vita dei bambini e invariate per genere nonché, a volte, polivalenti, ovvero somministrate in unica dose per diverse tipologie di malattie.

Presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge per modificare alcuni aspetti del decreto Lorenzin in materia di obbligatorietà delle vaccinazioni, come riporta l’agenzia di stampa PublicPolicy.  Innanzitutto si chiede di «eliminare l’obbligo per un soggetto immunizzato di assumere un vaccino per cui ha già l’antigene» e porre fine al «divieto di ingresso negli asili per i bambini che non sono in regola con le vaccinazioni». Viene anche chiesta l’abolizione dell’obbligatorietà della presentazione della documentazione vaccinale quale requisito di accesso negli asili perché questo provvedimento viene considerato «ingiustificato e irrazionale», soprattutto se rapportato all’eventuale inosservanza dei ragazzi più grandi, per i quali è prevista solo una sanzione amministrativa e non l’esclusione dall’accesso nelle aule.
In buona sostanza, il nuovo disegno di legge cerca di eliminare, o quantomeno limitare, l’aspetto coercitivo del decreto Lorenzin. Ci si augura che a questo disegno di legge faranno seguito strutturate campagne informative che contribuiranno per certo, come già accaduto in altri Paesi, a far aumentare per libera scelta il consenso alla vaccinazione.

Giulio Tarro: è nato a Messina nel 1938. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli. Ha dedicato la sua vita alla ricerca sia in Italia che all’estero. Allievo di Sabin e Presidente della Commissione sulle biotecnologie della virosfera UNESCO, è stato candidato al Nobel per la Medicina.


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PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo

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«Questo è il Capitalismo: tutti cercano di guadagnare sulle disgrazie altrui.»

A dirlo è un agente immobiliare della Florida ai microfoni del documentarista Michael Moore per Capitalism: a love story, lavoro che risale all’anno 2009.

Ma se il Capitalismo è il male, come ha fatto a resistere così a lungo?

Il sistema sarebbe costituito e basato su quella che viene definita propaganda, ovvero l’abilità di convincere le persone, che restano quindi vittime dello stesso sistema, a sostenere il medesimo e a credere che sia buono, la scelta migliore.

Ma come si fa a convincere milioni di persone in tutto il mondo che l’unica scelta utile per il benessere collettivo sia il Capitalismo?

Naomi Klein in Shock Economy, pubblicato la prima volta nel 2007, racconta la privazione sensoriale. Tecniche di persuasione volte a indurre la monotonia, la perdita di capacità critica, il vuoto mentale. Ma che significa “perdita di capacità critica”?

Sostanzialmente si tratta dell’incapacità, troppo spesso indotta anche da istruzione, informazione e pubblicità pilotate, di porsi delle domande, di analizzare dati e fatti con spirito critico appunto, invece di immagazzinare passivamente notizie e, soprattutto, immagini stereotipate e artefatte.

«Se ti è stato ripetuto per un’intera vita che le cose stanno come ti dicono gli altri, iniziare a pensare di cambiarle è una cosa grossa.»

A dirlo è un’operaia della Republic in sciopero da giorni con i colleghi contro la repentina chiusura della fabbrica e la ferma volontà di non corrispondere ai lavoratori i salari e la liquidazione già maturata. La lotta civile da loro portata avanti si è conclusa con il riconoscimento dei propri diritti e il versamento di quanto dovuto.

Combattere, lottare, protestare, scioperare solo per vedere riconosciuti i«servizi basilari»o essenziali, che in realtà sarebbero diritti. Perché in fondo ha ragione Erri De Luca che in Piigs sostiene che, con il Capitalismo sfrenato e deregolato, «i diritti sono diventati servizi. E i servizi hanno un costo e quindi vi può accedere solo chi se li può permettere».

Ea coloro che non possono permetterseli che succede? Già.

Questa «corrente selvaggia del Capitalismo» nel quale viviamo, il Capitalismo senza limiti, «ha conquistato il pianeta». Ed è basato sulle idee di un economista di nome Milton Friedman, per il quale tutto deve essere privatizzato tranne «la spesa militare, i tribunali e alcune strade e autostrade». Ma quando i doveri a cui dovrebbe adempiere il governo, lo Stato, vengono delegati a società private, che hanno naturalmente scopo di lucro, che succede?

Nel Rapporto 2005 della Citibank, stilato per i suoi investitori più ricchi, gli operatori di uno dei gruppi bancari più grandi che opera e ha interessi praticamente in tutto il mondo, compresa l’Italia, giungevano alla conclusione che «gli Stati Uniti non erano più una Democrazia, ma erano diventati una Plutonomia». Una società controllata esclusivamente da e per l’1% dell’élite che dispone di ricchezze maggiori di quelle del 95% della popolazione. «I ricchi sono la nuova aristocrazia e non si vede la fine della miniera che stanno sfruttando». Tutto bello, dal loro punto di vista, se non fosse per un problema, un intoppo cui ancora non erano riusciti a trovare la soluzione. Secondo Citigroup la minaccia peggiore e a breve termine sarebbe stata la richiesta, da parte della società, di una suddivisione più equa della ricchezza. Citigroup lamentava il fatto che i non ricchi potessero anche non avere potere economico, ma avevano lo stesso potere di voto dei ricchi. Infatti ogni persona ha diritto a un voto, indipendentemente dal suo potere economico. «Ed ecco quello che davvero li spaventa: che i non ricchi possano ancora votare. E hanno il 99% dei voti».

C‘è qualcosa che non torna però in questo ragionamento. Se i non ricchi rappresentano il 99% e hanno quindi un potere di voto enorme perché il tutto non cambia e loro lo sopportano passivamente? Per la propaganda?

In parte è vero ma ciò sarebbe dovuto a un effetto indiretto di essa. L’emulazione. Secondo quanto si legge nel Rapporto Citigroup, i non ricchi sopportano tutto perché «la maggior parte di essi è convinta che un giorno potrà anch’essa diventare ricca».

Cosa succede quando realizza che non accadrà mai? Succedono le rivolte, le rivoluzioni, gli scioperi, gli scontri, le proteste… a volte pacifici e consumati nelle cabine elettorali, altre volte nelle piazzecon risultati più o meno tragici, ma sempre per i non ricchi. Il Cile di Pinochet, i Desaparecidos in Argentina, la Gran Bretagna della Iron Lady Margaret Thatcher, la Russia di Yeltsin e poi ci sono le rivolte in Grecia e in Spagna contro l’austerità dell’Unione Europea… Tutte duramente represse in nome del benessere del Capitalismo.

Il Capitalismo per poter funzionare necessita ancora del consenso e dell’appoggio incontrastato della popolazione, di quel 95% di cui scrivono i relatori della Citigroup che ha il diritto di voto e quindi il potere di mandare al governo esecutori o meno degli interessi degli investitori, degli operatori finanziari, delle Corporation, delle banche… Un metodo per aggirare l’ostacolo del diritto di voto, o quantomeno indirizzarlo verso la direzione voluta,però è stato trovato.

«Se ti servi della paura riesci a far fare alla gente ciò che vuoi».

Ancora Friedman, quando insegnava economia all’Università di Chicago, durante le sue lezioni affermava: «la terapia di shock economico può stimolare le società ad accettare la più pura forma di capitalismo deregolato». La Dottrina dello Shock, che la Klein ha studiato e analizzato nel suo libro, ovvero «il sistematico saccheggio della sfera pubblica dopo un disastro», quando le persone sono molto concentrate su un’emergenza, su una catastrofe che può essere un evento naturale o il risultato di politiche e tattiche, può essere un terremoto, un’alluvione, uno tsunami oppure una rivolta, un conflitto, un attentato terroristico… Non importa, perché sempre e comunque il Capitalismo, deregolato e senza limiti, per tramite dei suoi fautori e operatori, troverà il modo per trarne profitto, un grande profitto che finirà sempre e comunque nelle mani di quella élite dell’1% che da sola detiene in mano le ricchezze praticamente dell’intero pianeta. E per ricchezze non vanno intesi solo denaro e preziosi ma i beni, quelli sìdavvero preziosi, che il pianeta fornisce per la vita dei suoi abitanti, come l’acqua e l’aria pulite, per esempio.

L‘opinione di Michael Moore sul Capitalismo è molto drastica, per lui «è il male. Non si può regolamentare. Bisogna sostituirlo con qualcosa di buono. E questo qualcosa si chiama Democrazia». Ma per farlo è necessario, innanzitutto, che le popolazioni sviluppino la «resistenza allo shock» con la conoscenza, la lotta pacifica, la resilienza, lo sciopero, l’organizzazione e la solidarietà. Non da ultimo, e di pari passo con la conoscenza, il mantenimento della memoria collettiva, la rivalutazione degli insegnamenti del passato, della Storia, frutto di uno studio critico e diapprofondimento non di mnemonica assimilazione di contenuti e concetti preconfezionati. In maniera tale che i non ricchi smettano di desiderare, di sognare di diventare ricchi pensando che questo porti loro felicità e benessere e non avidità e insano potere, come invece accade, e ritrovino o trovino in prima istanza l’importanza, la sacralità della vita, degli esseri umani, delle risorse del nostro pianeta e smettano di idolatrare persone, come Phil Gramm, per esempio, ex-senatore Usa e vice-presidente di UBS Investment Bank, il quale ha dichiarato di considerare Wall Street «un luogo sacro».In realtà è tutt’altro che un luogo sacro. Somiglia piuttosto a «un folle Casinò, dove si scommette su qualunque cosa».Anche sulla vita umana.

Nel suo intervento durante il dibattimento in Senato precedente la votazione per il governo del cambiamento, Mario Monti ha detto: «Non il Presidente del Consiglio, ma l’intero vostro Governo nascerebbe oggi come governo dimezzato se altre forze politiche non avessero dato, in un momento difficilissimo della vita del Paese, prova di grande responsabilità». Ovvero l’appoggio al suo governo e alle misure di austerità imposte come “sacrificio necessario” per evitare al Paese, cioè all’Italia, la “vergogna” dellaGrecia, ossia la Troika. Ma attenzione, avverte ancora Monti, «non è escluso che l’Italia possa dover subire ciò che ha evitato allora, l’umiliazione della Troika». Shock Economy.

Le misure economiche poste in essere dall’allora Governo presieduto dallo stesso Monti e che egli dichiara hanno portato l’Italia «fuori dalla grave crisi finanziaria»hanno riguardato, soprattutto, e continuano a riguardare il taglio della spesa pubblica per diminuire il deficit di Bilancio.

Detto in parole più semplici, il taglio della spesa pubblica diviene quasi sempre un taglio alle spese sociali, che equivalea diretaglio dei servizi.

In Italia, stando ai dati diffusi dal Censis, i finanziamenti dati alle Regioni e legati ai servizi sociali si sono ridotti di circa l’80% dal 2007 al 2014 (da 1.600milioni di euro a 297milioni di euro). Per quantificare un esempio, ma i tagli dal 2007 a oggi hanno riguardato anche la scuola pubblica e quindi l’istruzione, la sanità e quindi la salute dei cittadini e la loro assistenza. E via discorrendo…

Sempre del Censis i dati relativi all’indebitamento di oltre 7milioni di italiani per pagare le cure mediche. Ci sono poi anche quelli che non si indebitano ma, semplicemente, rinunciano a curarsi perché i soldi non li hanno. E questa è l’amara realtà conseguenza diretta dell’austerità, di quel “sacrificio necessario” richiesto da Monti, dal suo governo e da quelli successivi.

Una domanda però bisogna porsela: perché c’è stata la cosiddetta esplosione del debito pubblico italiano che ha reso necessario gli interventi di riordino dei conti pubblici pena la Troika?

Sul sito della Consob, l’Autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, si legge che la crisi finanziaria del 2007 ha avuto inizio, in realtà, negli Stati Uniti già a partire dal 2003, allorquando «cominciò ad aumentare in modo significativo l’erogazione di mutui ad alto rischio», ossia a clienti che in condizioni normali non avrebbero ottenuto credito perché «non sarebbero stati in grado di fornire sufficienti garanzie». Ciò è stato reso possibile dalla cosiddetta bolla immobiliare, favorita dalla Federal Reserve che ha consentito al prezzo degli immobili di salire mantenendo tassi di interesse bassi. Ma, soprattutto, dalla cartolarizzazione, ovvero dalla possibilità per gli istituti di credito, le banche, di trasferire i mutui, dopo averli “trasformati” in titoli, a soggetti terzi e recuperare così buona parte del credito vantato. In questo modo le istituzioni finanziarie «poterono espandere enormemente le attività in rapporto al capitale proprio», realizzando profitti molto elevati, ma esponendosi anche al «rischio di perdite ingenti».

«I titoli cartolarizzati sono stati sottoscritti da molti investitori sia negli Usa che in Europa».

Bill Black, uno dei supervisori bancari americani, ricorda, intervistato in Capitalism di Moore, che l’FBI «iniziò ad allertare l’opinione pubblica nel settembre del 2004 sul fatto che ci fosse un’epidemia di frodi sui mutui messa in atto dalle banche». Ma l’amministrazione Bush destinò centinaia di agenti specializzati in crimini finanziari ad altre mansioni, nonostante «stavamo entrando, durante tutto il periodo dell’amministrazione Bush, nella più grande ondata di crimini finanziari del Paese ma, in realtà, della storia mondiale».

Ritornando all’analisi della crisi fatta dalla Consob, si legge che le operazioni di cartolarizzazione generavano prodotti strutturati molto complessi, poco standardizzati e poco liquidi. I prodotti strutturati, inoltre, venivano scambiati prevalentemente over the counter (OTC), ossia «al di fuori dei mercati regolamentati, e in assenza di prezzi significativi, cioè di prezzi utilizzabili per una loro valutazione condivisa dagli operatori di mercato». In quella circostanza fu palese che le agenzie «avevano assegnato rating troppo generosi (anche per effetto di conflitti di interessi che creavano incentivi in tale direzione) e si erano dimostrate troppo caute nel rivedere il proprio giudizio sugli emittenti che incominciavano a manifestare i primi segnali di crisi».

«Le istituzioni finanziarie coinvolte nell’erogazione dei mutui subprime registrarono pesanti perdite».Tali titoli, ormai ampiamente diffusi sul mercato, persero ogni valore e diventarono illiquidabili. La banca di investimento Lehman Brothers avviò le procedure fallimentari il 15 settembre del 2008 e questo innescò un ulteriore processo di «tensione e incertezza sui mercati».

La crisi apparve sempre più nella sua «natura sistemica», con “turbolenze” senza precedenti che si estesero dal mercato dei prodotti strutturati ai mercati azionari e, progressivamente, all’intero sistema finanziario evidenziando un «elevato grado di interconnessione».

In breve tempo la crisi dei mutui si trasferì all’economia reale statunitense ed europea provocando «una caduta di reddito e occupazione». Sempre sul sito della Consob si legge che, nel complesso, gli aiuti erogati alle banche dei rispettivi sistemi nazionali in Europa ammontano a 3.166miliardi di euro, sotto forma di «garanzie (2.443miliardi), ricapitalizzazioni (472miliardi) e linee di credito e prestiti (251miliardi)». La Consob dichiara di far riferimento a dati MBRES del dicembre 2013.

3.166miliardi di euro.

«I salvataggi bancari accrebbero in modo significativo il debito pubblico dei paesi coinvolti, gettando i presupposti per la cosiddetta crisi del debito sovrano».

La crisi del debito sovrano dei paesi europei è dovuta quindi alla crisi finanziaria partita da Wall Street ed estesasi fino agli istituti finanziari europei che hanno poi ricevuto, in complesso, 3.166miliardi di euro di aiuti.

Ora la domanda che viene da porsi è: perché per far rientrare il debito pubblico non è stato richiesto un sacrificio alle banche invece che ai cittadini?

Ma sorgono anche altri interrogativi. Ipotizzando anche e volendo dare per buona la versione che sostiene l’effetto sorpresa della crisi del 2007, ovvero che ha avuto un effetto domino perché inaspettata, allora ci si chiede cosa in concreto sia stato fatto per evitare che accada di nuovo. I mercati finanziari deregolati sono stati regolamentati? Se gli aiuti a sostegno delle banche hanno come conseguenza l’esplosione dei debiti pubblici degli Stati è stato previsto un piano differente di intervento in caso di nuova crisi? Invece di darli alle banche tutti quei miliardi di euro non potrebbero essere destinati direttamente all’economia reale? Al welfare? Al pubblico impiego? Al sociale? All’istruzione? Alla sanità? Cosa hanno poi fatto le banche con quei soldi pubblici? Contano di restituirli?

Ripensando alle parole di Mario Monti sembrerebbe proprio di no. Piuttosto pare ci sia una qualche tanto grave quanto incomprensibile responsabilità dei cittadini e dell’allora opposizioni incapaci di comprendere fino in fondo la serietà della “vergogna della Troika”. Con il 92% del consenso in Parlamento il governo Monti sarebbe riuscito a portare l’Italia fuori dalla crisi finanziaria e ad avviare una «seppur lenta, ripresa». Forza Italia, Partito Democratico, Fratelli d’Italia… li nomina tutti come sostenitori tranne la Lega, unica forza politica di opposizione nel Parlamento di allora, e Movimento Cinque Stelle come esterno alle istituzioni. All’epoca c’erano solo il blog di Grillo e i meetup.

Uno dei punti chiave su cui si è tanto insistito, lo ha fatto il governo Monti e lo ha fatto anche il governo Renzi, era il precetto del 3%. Se il deficit restava al di sotto di questa percentuale la ripresa e con essa la crescita dell’Italia sarebbero arrivate più fervide che mai. In più sedi istituzionali e conferenze Matteo Renzi ha sottolineato la coerenza del suo esecutivo nel rispettare questa direttiva.

Restare al di sotto del 3% significa mantenere la politica di tagli alla spesa pubblica.

Ma da dove viene fuori questo 3%? Funziona davvero?

Guy Abeille, ex funzionario del Ministero delle Finanze francese, ai microfoni dei giornalisti di PresaDiretta, intervista poi ripresa anche nel documentario Piigs, dichiara che, una sera del 1981, l’allora Presidente Mitterrand lo chiama perché necessita di una norma che fissasse il tetto del debito pubblico. «Il Presidente voleva qualcosa di semplice, di pratico. Non cercava una teoria economica ma uno strumento a uso interno». Siccome tutte le soluzioni sembravano complicate, Abeille e colleghi hanno pensato di rapportare il deficit al Pil. Il risultato di questa elementare operazione matematica è stato 3. Ed ecco il 3%. «Nessun criterio scientifico».

Qualche anno più tardi, quando a Maastricht bisogna trovare una regola per l’unione monetaria, Trichet disse: «Noi abbiamo un numero che ha funzionato benissimo in Francia». Da quando il 3% è diventato una regola, continua Abeille, «tutti hanno dovuto legittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica, della gente che vota», gli economisti hanno elaborato mille spiegazioni scientifiche, ma «io posso garantire che le cose sono andate esattamente come ho raccontato».

Sembra una barzelletta ma in realtà è molto triste. Sarà per questo motivo, forse, che alla prima votazione utile il popolo italiano ha premiato proprio quelle forze politiche che hanno scelto, nel tempo, di rimanere fuori da quel 92% che ha preferito invece imporre “sacrifici” alla popolazione tra cui proprio la regola del 3%.

In effetti lo scrivevano anche i relatori del Rapporto Citigroup in America che il diritto di voto equanime può essere un grande problema, perché i non ricchi non hanno potere economico ma sono in tanti, tantissimi, e siccome ogni persona ha diritto a un solo voto, il loro complessivamente supera di gran lunga quello delle élite, ovvero di coloro che, da questa immensa crisi finanziaria che ha investito l’economia reale di praticamente tutti i Paesi, sono riusciti forse anche a guadagnarci. Ho scritto forse ma penso di sicuro.

La Consob segnala che, nel novembre 2012, è stato adottato il nuovo Regolamento europeo come contromossa della crisi che ha messo in discussione anche «la capacità di tenuta di quasi tutti i comparti della regolamentazione del sistema finanziario», per l’attitudine a «creare un sistema di incentivi distorto e deresponsabilizzante». Gli eventi occorsi hanno messo in evidenza «la necessità di una riforma degli assetti istituzionali della supervisione finanziaria in Europa e negli Usa» e di rivedere «l’approccio tradizionalmente improntato all’autodisciplina» in alcuni settori del mercato finanziario, tra i quali «quello relativo ad agenzie di rating, fondi speculativi e mercati cosiddetti over the counter». In Europa è stata disegnata una nuova «architettura istituzionale» volta a promuovere «regole armonizzate e prassi uniformi di vigilanza e applicazione delle norme».

Sulle politiche di austerity invece permane la visione condivisa di governi locali e comunitari.

Riacquistare la capacità critica, la forza di volontà, creare gli anticorpi alla dottrina della shock economy, riappropriarsi degli strumenti utili a dar voce alle popolazioni e ai loro diritti, lo sciopero, la piazza, la cabina elettorale… Ecco la vera forza del popolo, della Democrazia.

Michael Moore sostiene che, nonostante i contenuti, le case di produzione e distribuzione cinematografica scelgano di produrre e distribuire egualmente i suoi documentari perché convinte che forniranno comunque un incasso e che la gente, anche se li guarderà, poi non farà nulla di così rivoluzionario da mettere in bilico il sistema. Moore è convinto del contrario e continua a lavorare a sempre nuovi documentari-inchiesta. Chi ha ragione? Solo il popolo, le scelte e le decisioni che prenderà potranno dirlo.

Le parole dell’operaia della Republic in sciopero per far valere i propri diritti di lavoratrice e cittadina sintetizzano alla perfezione il mix di meraviglia ed entusiasmo che accompagna la scoperta della possibilità di liberarsi della privazione sensoriale cui si viene costantemente sottoposti: «Se ti è stato ripetuto per un’intera vita che le cose stanno come ti dicono gli altri, iniziare a pensare di cambiarle è una cosa grossa». Immaginate riuscirsi cosa sarà.


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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E se l’inferno fosse vuoto? Intervista a Giuliano Pesce

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Avvicinarsi quanto più possibile al limite è, spesso, l’unico modo per compiere scelte diffcili, esistenziali. Decisioni che altrimenti non si avrebbe la giusta spinta per prenderle. E Giuliano Pesce ne L’inferno è vuoto spinge al massimo i suoi personaggi, “costringendoli” ad affrontare rocambolesche avventure che, proprio nel loro essere così esageratamente surreali, diventano punto d’appoggio per riflessioni intense sulla vita e anche sulla sua fine. Il dualismo esistenziale tra vita e morte raccontato con l’originalità che caratterizza gli scritti di Pesce e l’immancabile pungente ironia con la quale condisce il tutto e lo rende piacevole al lettore.

Gli abbiamo rivolto alcune domande sul nuovo romanzo, edito sempre da Marcos y Marcos, incuriositi anche dal confronto con il precedente.

Esce il nuovo romanzo, sempre per Marcos y Marcos, e questa volta sembra lei abbia voluto scrivere il libro al contrario. Mi spiego: in Io e Henry il lettore scopriva la scena topica solo alle ultime battute mentre adesso costituisce proprio l’incipit. Si tratta di una scelta legata alla storia oppure ci sono altre motivazioni?

Di sicuro non mi piace ripetermi. Ma non è certo una scelta progettata a tavolino. La scena di apertura, con il papa che si getta nel vuoto durante l’Angelus, mi ronzava in testa già da anni, suggerita da un amico, quasi per scherzo. Per iniziare a scrivere un romanzo, però, ho bisogno di avere in mente sia la scena iniziale che quella finale. A quel punto si tratta solo di raccontare – prima di tutto a me stesso – come si collegano quelle due immagini. È come se la storia fosse già lì da qualche parte, e io dovessi solo scriverla.

Anche ne L’inferno è vuoto il tema principale sembra essere legato all’esistenzialismo o sbaglio?

Direi che il romanzo è dominato dall’azione e dalla suspense, più che dalla filosofia. Che poi i personaggi si trovino a scontrarsi con temi come l’angoscia, il peccato, la colpa e il peso delle decisioni prese o subite, credo sia inevitabile, poiché sono calati in situazioni estreme, in cui non possono esimersi dal cercare di dare un senso alla propria esistenza. Penso per esempio al personaggio di Bara, un gangster che, nel momento del suo massimo dramma personale, si trova – suo malgrado, direi – a riflettere su come le esistenze di tutti gli uomini siano intrinsecamente collegate e apparentemente dominate da forze che ci appaiono, in fondo, del tutto incomprensibili:

«Se qualcuno è sopravvissuto a quella tempesta di fuoco, è giusto che sia così. La fortuna è più che un dio tra gli uomini. Perché tutti gli uomini sono solo il risultato della fortuna: la vita è una vincita alla lotteria degli spermatozoi. Tutti nascono unici, sorteggiati fra trecento milioni di girini bianchi. Nascono unici per ritrovarsi circondati da un mucchio di altre persone – tutte vincitrici – aggrovigliate tra loro, intrecciate come i fili dello stesso tappeto. Ma ognuno pensa per sé, tira in una direzione, vuole tracciare il proprio disegno. E allora tiri anche tu, senza sapere nemmeno quale senso abbia quell’ordito. Tu tiri, loro tirano; e all’improvviso è tutto finito. Come se non fosse mai successo.fanculo.»

In Io e Henry si percepiva molto del dualismo tra solitudine, fisica o mentale che sia, e condivisione, di vita ed esperienze. Reali o immaginarie che fossero. Ne L’inferno è vuoto invece tutto sembra consumarsi nella lotta infinita ed eterna tra vita e morte. Considerando anche che si parla di personaggi particolari con esistenze borderline, i protagonisti del suo romanzo sono persone che vogliono vivere o morire?

«Possibile che tutti i tuoi discorsi finiscano con la morte?» chiede Bara – uno dei personaggi del romanzo – al suo amico Beccamorto, che gli risponde: «Sembra che la vita funzioni così».

Sicuramente uno dei temi portanti del romanzo è la tensione tra la vita e la morte. I personaggi – che siano gangster, attori o uomini di Chiesa – si trovano costantemente in situazioni di pericolo. Parliamoci chiaro: una pistola puntata alla testa spingerebbe chiunque a fare un bilancio della propria esistenza, e mi intrigava molto l’idea di cogliere i personaggi in un momento di riflessione così estremo. E poi, dopotutto, chi è in grado di cogliere il dramma della fine se non un personaggio letterario? La vita di ognuno di loro – che si concluda con una morte violenta o meno – è destinata a esaurirsi sulla pagina.

Permane la sua volontà e capacità di raccontare aspetti e problemi contemporanei molto seri e attuali attraverso l’uso dell’ironia e dell’autoironia. Nonostante le avventure esilaranti che si avvicendano e si inerpicano nel giro di brevissimo tempo, riesce comunque a dare al lettore margini per riflessioni ponderate. Sono folgorazioni letterarie le sue oppure i suoi scritti rispecchiano un preciso piano di lavoro?

Ogni storia ha il suo modo di essere raccontata. L’inferno è vuoto ondeggia tra commedia e tragedia, e credo che riesca a porre il lettore nel giusto stato d’animo per affrontare le riflessioni a cui fai riferimento: ci si trova di fronte a temi universali, come sono la difficoltà di comprendere il senso della vita e della morte, ma li si osserva dal punto di vista personaggi molto particolari, che spesso stride con il senso comune. Credo che un buon romanzo debba sempre pungolare il lettore, e invitarlo a spingersi un po’ più in là, in luoghi che non pensava di poter raggiungere e che invece sono proprio lì, dietro la pagina.

Sembra esserci molto di autobiografico nel protagonista, aspirante scrittore, Fabio Acerbi e molto di lei scrittore in tutta la storia. Come si inserisce simbolicamente un papa in tutto questo?

Più che a me stesso, il personaggio di Fabio Acerbi – aspirante scrittore, alle dipendenze di un Grande Editore che dispone della sua vita come meglio crede – è ispirato ai tanti giovani che ho visto e vedo affacciarsi nel mondo del lavoro editoriale. Spesso, da fuori, si ha un’idea della Casa Editrice come luogo di cultura per eccellenza, in cui si passa la giornata a discutere di libri e di scrittura, un luogo in cui c’è ancora tanto spazio per il sogno e la fantasia. Ma non è così: le redazioni sono sempre più piccole e i ritmi di lavoro frenetici. E molti si trovano spiazzati.

Per quanto riguarda il papa, non credo che sia un simbolo attinente al mondo editoriale, che infatti occupa solo una piccola parte del romanzo. L’estremo gesto del pontefice si rifà semmai a quella tensione tra vita e morte, inferno e paradiso, salvezza e dannazione di cui abbiamo parlato prima.

Lei popola Roma di personaggi strambi e la anima di persone improbabili le cui rocambolesche vicende solo in apparenza sembrano inverosimili. Viene naturale chiedersi se davvero l’inferno è vuoto?

Non appena Fabio Acerbi mette piede a Roma, riceve una telefonata da un numero sconosciuto. «Chi sei?» chiede. «La tua guida», risponde una voce contraffatta. «Per questo lato dell’inferno».

La maggior parte dei personaggi del romanzo vive una vita immersa nella violenza, fisica o psicologica che sia. Quando si parla di gangster, prostitute e spacciatori, è facile immaginarci la loro esistenza come un oceano di dannazione. Ma, se si estende il discorso anche a personaggi più vicini a noi è impossibile non pensare al Mondo come, quantomeno, all’anticamera dell’inferno. Dappertutto ci sono persone – vecchi, donne e bambini – che vivono per la strada, o addirittura muoiono di fame e in guerre inutili, scatenate dall’avidità e dal disprezzo per la vita di altri uomini come loro, mentre la maggior parte di noi sta a guardare senza fare un bel niente.

In queste condizioni, chi può essere così arrogante da pensare di essere salvo?


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Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo Appalermo” di Carlo Loforti 


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The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo?

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La questione in fondo si riduce a due semplici quesiti: fin dove sono disposti ad arrivare i business men per raggiungere il loro tanto agognato profitto? Fino a che punto cittadini e governi sono disposti a rinunciare a doveri e diritti pur di rispettare le impunite leggi del libero mercato?

Originariamente il ruolo e lo scopo delle Corporation era tutt’altro rispetto a quello attuale e somigliava più a una cordata di persone o società che appaltavano un grosso lavoro dallo Stato, il quale stabiliva rigidamente tempi, costi e regole. Così sono stati costruiti la gran parte dei ponti americani e le immense ferrovie che attraversano il Paese.
Oggi sono persone giuridiche cui vengono riconosciuti tutti i diritti delle persone e anche più, in quanto sono indicate come particolari. Per legge hanno il solo scopo di tutelare gli azionisti e non la comunità o la forza lavoro. «Non hanno un’anima da salvare o un corpo da incarcerare» e sono prive di «coscienza morale» come sottolinea Noam Chomsky, uno dei tanti intervistati del documentario The Corporation appunto, prodotto da Jennifer Abbott, Mark Achbar e Joel Bakan nel 2003.

La Corporation è ormai un’istituzione dominante nella realtà contemporanea. Grandi, enormi società di capitali con poteri altrettanto sconfinati e controlli sempre più limitati.
Le Corporation oggi sono globali ed essendo tali, in sostanza, i governi hanno perso qualsiasi forma di controllo su di loro. A dirlo è l’ex amministratore delegato della Goodyear, una delle Corporation che si scoprì aveva preso parte al complotto ordito per spodestare il presidente Roosevelt. Oggi queste azioni, questi complotti sono inutili perché «il Capitalismo è il padrone incontrastato». Rappresenta ormai a tutti gli effetti «l’Oligarchia regnante del nostro sistema».

Un sistema che nel 2008 ha portato il mondo intero ad affrontare una delle crisi economiche più terribili mai presentatesi dove, ancora una volta, a rimetterci sono stati i deboli e i meno furbi. In Europa, per esempio, a farne le spese sono stati i Paesi additati come deboli o peggio come piigs. Infelice acronimo che voleva sottolineare le porcine economy dei Paesi con un’economia debole e un debito pubblico insostenibile, «i Paesi maiali sono Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna». Un acronimo che è diventato anche il titolo del documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre girato nel 2017.

Come il documentario The Corporation anche Piigs risulta essere molto illuminante per quello che si scopre e non si conosceva e per quello che viene invece confermato da chi, magari, in altre sedi tende a negare o minimizzare.

Stefano Fassina sostiene che la distinzione tra economie forti e deboli all’interno dell’eurozona, e che dà adito a stereotipi e luoghi comuni duri da scalfire, sia in realtà «una lettura strumentale» fatta, «come sempre avviene nella Storia, da chi è più forte, da chi orienta la comunicazione, da chi orienta l’interpretazione» e lo fa per «scaricare su una parte problemi che invece erano sistemici». E va avanti sottolineando il fatto che i Paesi virtuosi erano tali proprio per i problemi dei Paesi periferici: «la Germania cresceva per le esportazioni e la Grecia, che era in debito, riceveva dei prestiti perché qualcuno premeva per importare Mercedes dalla Germania».

Chi esercitava dette pressioni? Gli interessi di chi stanno tutelando in questo modo gli Stati e l’UE?
Possiamo ipotizzare che anche in Europa le Corporation, che chiamiamo Multinazionali o Società di Capitali, si beffano dei diritti dei cittadini e delle leggi per raggiungere i loro tanto amati profitti? Ma laddove i Governi accettano e acconsentono il loro “gioco” non vengono minati i principi fondamentali della Democrazia?

Yanis Varoufakis sostiene che, in realtà, «la Democrazia non è mai stata la caratteristica principale dell’Unione Europea». E racconta nel dettaglio le risposte che si è sentito dare nel momento in cui vi si è recato per contrattare i termini di una eventuale soluzione per il suo Paese. Soluzione che per molti versi poteva sembrare una vera e propria punizione, per un popolo, quello greco, che aveva osato alzare la testa e la voce contro i ferrei diktat dell’austerity. Per esempio, l’Europa nello «spostare le perdite delle banche sulle spalle dei contribuenti più deboli ha rivelato il suo autoritarismo».

Sergio Mattarella lo scorso 26 maggio ha sottolineato come la funzione e il ruolo del Presidente della Repubblica sia di garanzia e non può quindi né deve subire imposizioni di alcun tipo, dichiarando di poter accettare tutte le nomine proposte tranne quella del Ministro dell’Economia. «La designazione del Ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari». L’incertezza della nostra posizione nell’euro «ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende».

Paolo Barnard, sempre all’interno del documentario Piigs, afferma che il debito pubblico è un problema quando uno stato contrae passivi con una moneta non sua. Gli fanno eco Stephanie Kelton e Paul De Grawe. «I Paesi eurozona riscuotono le tasse in euro, spendono in euro ma non hanno sovranità monetaria». Il risultato di questo è che «i mercati possono mettere in sofferenza lo Stato italiano, vendendo in massa i titoli sapendo che il governo non ha euro per ripagare i detentori dei titoli».

Federico Rampini invece sottolinea la necessità di «riprendere l’economia perché è il nostro futuro». E rimarca «l’analfabetismo economico» di cui soffrono gli italiani. Che non suona tanto come un’offesa quanto come una mera constatazione del fatto che si stenta a capire i concetti base di economia. Si continua a credere che tutto ciò che riguarda l’economia rimanga «nel mondo magico» della stessa. Bisogna invece iniziare a riflettere sul fatto che «tutto è economia»: le guerre, lo sfruttamento, l’abbandono dello stato sociale, della sanità, dell’istruzione…

Per i broker di Wall Street l’Undici Settembre è stata una «benedizione camuffata». Tutti quelli che non erano nelle Torri Gemelle e si sono salvati hanno immediatamente investito in oro e hanno raddoppiato il capitale. A raccontarlo alla telecamera degli operatori di The Corporation è un broker di Wall Street.
Quando l’America bombardò l’Iraq nel 1991, tutti i broker tifavano affinché Saddam Hussein continuasse a dare problemi, a incendiare pozzi, così il prezzo del petrolio sarebbe continuato a salire e loro a guadagnare. «Noi speravamo in una pioggia di bombe su Saddam». Quella, al pari dell’Undici Settembre, era una tragedia, una vera e propria catastrofe con bombardamenti, guerre, morti… il broker si rende conto di questo ma ammette che anche «la devastazione crea opportunità».

Fin dove si spingono questi operatori dei mercati, mediatori o investitori che siano? Esiste un limite oltre il quale si rifiutano di pescare nel torbido?

Stando ai dati forniti da un Rapporto del Dipartimento del Tesoro, in una sola settimana 56 Corporation americane sono state multate per aver commerciato con nemici ufficiali degli Stati Uniti, «compresi terroristi, tiranni e regimi dittatoriali». Le Corporation sono in grado di produrre grande ricchezza ma anche «enormi danni, molto spesso taciuti».

Le politiche governative e statali non possono e non devono piegarsi sempre e comunque agli umori del libero mercato, in considerazione anche e soprattutto del fatto che a guadagnarci, come anche a rimetterci, sono sempre gli stessi. Da un lato le grandi società di capitali, gli investitori e i broker e dall’altro i piccoli investitori e le popolazioni.
Ancora il Presidente Mattarella, sempre nel corso dell’intervento per motivare la bocciatura di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, sottolinea come la manifesta volontà di uscire dall’euro è cosa ben diversa «da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione Europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano». E i cambiamenti necessari da porre in essere sarebbero davvero tanti.

A chiusura del documentario Piigs c’è la lunga e amara analisi di Giuliano Amato sulla sovranità monetaria e su quella economica dei Paesi membri e dell’intera Unione Europea. Egli stesso ammette che la soluzione da loro trovata e poi posta in essere è stata sconsigliata da molti economisti, specie americani. «La vostra Banca Centrale se non è la Banca Centrale di uno Stato non può assolvere alla stessa funzione a cui assolve la Banca Centrale di uno Stato che, quando lo Stato lo decide, diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza». Che poi è quanto affermato anche da Paolo Barnard. Ma gli “architetti” ideatori dell’eurozona, tra cui appunto lo stesso Amato, non hanno voluto dar retta a questi economisti, stabilendo addirittura nei Trattati dei «vincoli che impedissero di aiutare chi era in difficoltà». L’Unione Europea in sostanza non si assume la responsabilità degli impegni dei singoli stati e la Banca Centrale Europea non può comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli stati. Non sono previste agevolazioni creditizie e finanziarie per i singoli stati… insomma, moneta unica dell’eurozona ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. «Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi», chiosa Giuliano Amato.

«Certo che ci saranno trasferimenti di sovranità. Ma non sarebbe intelligente da parte mia richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo» (Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Europe Agency, 24 giugno 2007).

I problemi, che già sapevano esserci in potenza, sono aumentati notevolmente dopo la crisi del 2008 ma, soprattutto, in conseguenza delle misure intraprese per “superarla”. Politiche che, nell’opinione di Stefano Fassina, «hanno aggravato i problemi invece di risolverli».
Si pensi, per esempio, al Fiscal Compact. Il Patto di Pareggio di Bilancio. L’anticristo del Bilancio di un’istituzione pubblica che, paradossalmente, può garantire maggiore benessere ai cittadini lavorando in sofferenza. Perché l’istituzione pubblica è l’unica società esistente al mondo che non ha scopo di lucro, quindi non opera per il profitto ma per i servizi ai cittadini. Basti pensare al New Deal lanciato dal Presidente americano Roosevelt che, forse anche per politiche come questa, si inimicò le Corporation che tramarono per destituirlo.
«Il pareggio di Bilancio dà priorità alla stabilità dei prezzi mettendo in secondo piano il diritto al lavoro, alla salute e a un salario dignitoso… per esempio».

Ma se tutti sapevano l’inutilità, o meglio la nocività di questi provvedimenti per i singoli Stati e, soprattutto, per i cittadini, perché sono stati posti in essere comunque? Sono stati imposti a reale beneficio di chi? Del mercato? Delle Corporation, che in Europa diventano le Multinazionali?

A seguito del veto del Presidente Mattarella, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio diffonde un video nel quale sottolinea che il governo del cambiamento sia stato stoppato non per Paolo Savona e l’impossibilità di trovargli un sostituto, bensì perché chiunque, nel corso della sua carriera, fosse stato in qualche misura critico sull’euro non andava bene. Non poteva andare bene. «Se siamo in queste condizioni non siamo in una Democrazia libera». Nel Contratto di Governo non c’è l’uscita dall’euro, è prevista la modifica dei Trattati, la rivisitazione di alcune regole europee. Il veto quindi si basava su opinioni non su reali intenzioni. Eppure il tutto andava fermato o cambiato. Perché?

Nel momento stesso in cui Luigi Di Maio ha palesato l’eventualità di procedere con l’iter per la messa in stato di accusa del Presidente il dibattito sui media ma, soprattutto, sui social si è infervorato generando due aperte fazioni che, prontamente, si sono schierate a favore o contro Sergio Mattarella. Gli interventi vertevano tutti o quasi sul diritto costituzionale o meno che aveva o che ha il Presidente della Repubblica di opporsi alla nomina di un singolo Ministro e su quali motivazioni detta scelta debba basarsi. Nessuno però o quasi si è posto l’unico interrogativo utile, ovvero: i mercati e gli investitori sono una motivazione valida?
La risposta è arrivata, qualche giorno più tardi le dichiarazioni di Mattarella, da Günther Oettinger, commissario UE al Bilancio: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nella giusta direzione» (“The markets will teach the Italians to vote for the right thing”). Il giornalista Bernd Thomas Riegert ha poi rimosso questo tweet e lo ha sostituito adducendo come motivazione il fatto di non aver riportato fedelmente la citazione di Oettinger. Il succo di quanto scrive in seguito non si discosta poi tanto dalla prima versione. Si tratta semplicemente di un messaggio meno chiaro, meno esplicito ma di eguale sostanza.
Un modo meno “aggressivo” di dire la stessa cosa, diciamo nei termini usati anche dal Presidente Mattarella.

Gli italiani però si sono offesi per le sue parole, quelle del commissario UE, e questi allora si è pubblicamente scusato. Va bene, scuse accettate ma la sostanza non cambia. È vero oppure non lo è che i mercati influenzano i governi? È vero oppure non lo è che se un Ministro dell’Economia non piace ai mercati il ministro non lo può fare? È vero oppure non lo è che, se i singoli Paesi mantengono la responsabilità sui debiti pubblici pur avendo abbandonato la sovranità monetaria, è necessario quantomeno rinegoziare i Trattati?

Nell’intervista rilasciata per il documentario Piigs, Noam Chomsky evidenzia quanto sia «interessante osservare le reazioni in Europa quando qualche politico suggerisce che forse la gente dovrebbe avere voce su ciò che la riguarda». Citando, per esempio, i Referendum popolari indetti in Grecia nel 2015. «La reazione è stata di incredulità: Come osate chiedere alla gente cosa deve accadergli? Non sono affari loro. Devono seguire gli ordini. Prendiamo noi le decisioni…».
Yanis Varoufakis ricorda che al primo Eurogruppo cui ha presenziato propose un accordo, un compromesso tra la Troika e il Governo greco, «a metà tra le loro imposizioni e il mandato elettorale». Wolfgang Schauble rispose: «Le elezioni non possono essere permesse se modificano il programma economico della Grecia».

«La Grecia è stata selvaggiamente punita per aver osato chiedere un Referendum e i tecnocrati europei hanno imposto misure ancora più dure, per togliere loro dalla testa l’idea folle che la democrazia possa avere un qualche valore». (Noam Chomsky)

Fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo?


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Derive del terrorismo e dell’antiterrorismo in “Non c’è sicurezza senza libertà” di Mauro Barberis (ilMulino, 2018)

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Il saggio del professor Barberis si apre con una citazione di Edward Snowden che in parte anticipa il fulcro centrale del discorso portato avanti dal filosofo e per il resto rende perfettamente l’idea di cosa il lettore deve aspettarsi inoltrandosi tra le righe del libro Non c’è sicurezza senza libertà, edito quest’anno da ilMulino: «Il terrorismo è solo un pretesto».

In Putinofobia (Piemme, 2016), Giulietto Chiesa afferma che, mentre il terrore rosso operante nell’ex Impero Sovietico fosse un nemico vero dell’Occidente, il terrore verde, ovvero quello di matrice islamista, sia in realtà una mera invenzione dello stesso Occidente. Non è l’unico saggista ad affermare una cosa del genere ma bisogna stare bene attenti al significato di queste parole.

Lo stesso Barberis, che in Non c’è sicurezza senza libertà più volte si avvicina alla linea tracciata anche da Chiesa, risulta essere ben lontano dall’affermare che il terrorismo islamista non esiste, letteralmente parlando. È ovvio che gli jihadisti esistono, come pure i foreign fighter. Naturale che gli attacchi terroristici nelle città dell’Occidente ci sono stati, come pure le vittime… quello su cui Barberis, Chiesa, Luizard e altri studiosi invitano a riflettere sono le dinamiche che hanno dato origine a detta forma di terrorismo e le conseguenze, durature seppur non immediate e dirette, di questi attacchi al cuore e ai simboli della civiltà occidentale.

Pierre-Jean Luizard, storico e direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique a Parigi, in La trappola Daesh (Rosenberg&Sellier, 2016) afferma che l’unica strada indicata come percorribile per annientare in maniera definitiva il terrorismo estremista di matrice islamica sia la sconfitta militare del Califfato. È una storia già nota, quella che raccontano media e politici, che prospetta una soluzione già fallita. Basti ricordare quanto accaduto all’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, alle guerre e alle invasioni che ne sono derivate, alla uccisione di Osama bin Laden e all’affermazione dell’avvenuta sconfitta di Al-Qã’ida.

Il terrorismo islamista si è presentato più forte e organizzato di prima ed è tornato prepotentemente e più volte a bussare alle porte degli stati occidentali, mietendo vittime e democrazia. Esatto, perché è proprio da questo punto che parte la dettagliata analisi del fenomeno portata avanti da Mauro Barberis. Sentirsi o essere al sicuro non significa necessariamente sentirsi o essere liberi. Spesso i valori di sicurezza e libertà, «lungi dell’essere solidali, confliggono». E allora non si può non chiedersi, insieme all’autore, a quanta libertà personale abbia dovuto rinunciare ogni occidentale in seguito non solo e non tanto alle minacce terroristiche quanto alle misure restrittive e limitative intraprese dai vari governi, Stati Uniti in primis.

Conta poco che un 11 settembre sia oggi, con tutti i controlli aerei posti in essere, irripetibile. Autorità e apparati conservano i poteri e le risorse loro attribuiti per prevenire la replica. Da eventi come l’11 settembre, o da noi in Italia i terremoti, si sta «sviluppando una sorta di capitalismo della catastrofe» che ruota intorno al concetto di “sicurezza sociale” che non è mai stata un ostacolo allo sviluppo del mercato «come crede la gran parte dei neoliberisti contemporanei, ma una sua condizione necessaria».

Più volte citato dallo stesso Barberis, Michel Foucault sosteneva che la seconda conseguenza del liberismo, e dell’arte liberale di governare, è la formidabile estensione delle procedure di controllo, di costrizione e di contrappeso delle libertà. L’allerta seguita agli attacchi terroristici in territorio occidentale ha innalzato notevolmente l’asticella dei controlli e delle limitazioni della privacy di ognuno. Ma quanto in realtà queste misure possono o incidono sul reale rischio di nuovi attentati? Barberis afferma che la quasi totalità delle misure antiterrorismo è inadeguata, non necessaria e sproporzionata. Perché viene posta in essere comunque?

I limiti militari e tattici del nuovo terrorismo sono stati più volte dimostrati sul campo di battaglia. La vera forza dei terroristi risiede nell’eco mediatica che le loro “gesta” riscontrano sui media e nella Rete. Se le loro azioni, al pari delle minacce e dei video propagandistici, non ricevessero l’attenzione mediatica che invece trovano in tutto il mondo ormai il loro “potere” e la conseguente efficacia ne sarebbero inevitabilmente compromessi. Mauro Barberis sottolinea come ciò sia vero anche per le misure e le reazioni antiterroristiche dei governi, i quali sembrano affidarsi sempre più spesso alla tattica della politica-spettacolo, dove tutto viene “spettacolarizzato” al fine di ottenere il consenso del pubblico, ovvero dei cittadini. Tattiche che possono risultare affini, almeno per quel che concerne l’esagerazione o, se si preferisce, l’estremizzazione.

Battere così tanto sul concetto di sicurezza può anche sembrare un modo per stimolare e, al contempo, far leva sulla paura. Una persona che ha paura è decisamente molto più remissiva. In nome della sicurezza di tutti si può anche arrivare ad accettare passivamente limitazioni della propria libertà personale purché ciò sia utile a sconfiggere il pericoloso nemico che motiva i provvedimenti di urgenza intrapresi dai vari stati. Provvedimenti che poi si trasformano da eccezione a regola.

Riscontrabile, ad esempio, nella tendenza degli esecutivi ad appropriarsi della legislazione in tempo di guerra tramite la decretazione d’urgenza. Poi le guerre finiscono ma i governi, compreso quello italiano che ufficialmente non entra in guerra da settant’anni, continuano a legiferare per decreto. Quanti decreti vengono approvati? Qual è la loro reale emergenza? A legiferare non è preposto il Parlamento?

Quesiti doverosi su argomenti complessi è vero ma molto attuali. Situazioni e decisioni da cui derivano le sorti di interi popoli e nazioni. Tematiche di cui, a volte, spaventa il sentirne parlare o leggere perché, più o meno consciamente, si teme la scoperta di un ordine inverso delle cose, delle azioni e, soprattutto, delle motivazioni che hanno preceduto e determinato le scelte, di governi e terroristi. Eppure, alla fine, risulta sempre positivo lo studio e l’approfondimento di questi temi.

Non c’è sicurezza senza libertà di Mauro Barberis si presenta al lettore come una sistematica analisi di concetti, nozioni, dati, diritti e violazione degli stessi che ruota intorno a due termini affatto scontati: sicurezza e libertà. Un libro che appare moderato anche nelle tesi “estreme” più volte espresse, le quali vanno assimilate e maturate prima di essere frettolosamente giudicate o mal-interpretate.

Una interpretazione che deve essere portata avanti con una grande onestà intellettuale, la medesima che Barberis chiede abbiano sempre i “produttori” culturali, prima ancora dei politici e dei governanti. Avallando così l’ipotesi e la speranza che un’informazione e una educazione “libere” possano essere le migliori apripista per i cambiamenti di cui il mondo ha bisogno. Cambiamenti che potranno e dovranno per forza venire dalla cultura, in particolare dai libri, vero punto di forza nel giudizio dell’autore, il quale attribuisce loro una potenza talmente intensa da essere, a volte, una vera e propria catarsi.

Una lettura forse impegnativa Non c’è sicurezza senza libertà di Barberis, soprattutto nell’excursus storico-politico e nell’analisi dettagliata di dati e provvedimenti governativi, ma di sicuro interessante e, per molti versi, illuminate. Assolutamente consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore quarta di copertina


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il segreto della sorgente” di Luca Rossi (Autopubblicazione, 2017)

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Con Il segreto della sorgente si chiude la trilogia scritta e autopubblicata da Luca Rossi I rami del tempo. Una saga fantascientifica che abbraccia vasti mondi e dimensioni lungo un immenso quanto indefinito arco temporale.

L’ambientazione è lo Spazio ma il modo di raccontarlo è molto “fantasy” e rispecchia più l’idea che l’autore sembra avere di esso che non la sua reale conformazione. Lo stesso può dirsi delle emozioni che ai protagonisti vengono riferite da Rossi, attribuibili più a persone che immaginano lo Spazio rispetto a coloro che lo hanno “abitato” davvero, come gli astronauti per esempio.

La narrazione è lenta, l’autore si sofferma molto sui dettagli non solo ambientali ma anche di pensiero. Racconta molto Rossi le emozioni e le sensazioni dei protagonisti.

Il “copione”, se così possiamo definirlo, ricalca il classico schema dei libri e, soprattutto, dei film fantascientifici. Una sorta di Apocalisse, che nella trilogia di Rossi ha avuto luogo nel primo volume; i protagonisti miracolosamente scampati e costretti a intraprendere il “cammino” della rinascita che, in questo caso, si tratterà di una trasmigrazione spazio-temporale; la scoperta di essere a ciò predestinati e il nuovo e risolutivo cammino verso l’epilogo.

Il genere fantascientifico, come anche lo stesso distopico, nasce proprio con lo scopo di meravigliare il lettore, di stupirlo con gli scenari e le ambientazioni, le avventure e imprese eroiche, i contrasti e le affinità con il mondo reale… L’autore è stato forse troppo “attento” a restare sempre nel fantasioso, e ciò vale sia per l’ambientazione che per i personaggi, che restano nell’universo per loro creato e immaginato e lì rimangono senza appassionare o coinvolgere più di tanto il lettore. Meglio invece i riferimenti alla situazione economica, finanziaria e politico-militare che aiutano il lettore a ricollegare quanto legge con considerazioni e riflessioni sull’attualità.

Rossi ha dichiarato di voler intraprendere la tortuosa e difficile strada della scrittura “a tempo pieno”. Un “cammino” che di certo non è meno lungo o accidentato di quello che lui stesso ha fatto percorrere ai protagonisti de Il segreto della sorgente e dell’intera saga. Si consiglia di perseverare quanto e come loro. L’impegno che per certo ci sta mettendo lo aiuterà senz’altro.


Source: Si ringrazia l’autore Luca Rossi per la segnalazione e il materiale


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Il ‘trumpismo’ decreterà la fine della più ‘grande’ democrazia occidentale? “TRUMPLAND” di Luca Celada (manifestolibri, 2018)

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Stando a quanto scrive Luca Celada in TRUMPLAND. Scheletri e fantasmi dell’America nazional-populista, edito da manifestolibri, il rischio di vedere l’inabissamento della democrazia americana c’è ed è anche molto alto. Il ‘trumpismo’ imporrà «una necessaria resa dei conti? O è semplicemente il prologo al degrado definitivo, all’inferno hobbesiano che anticipa secoli bui di un declino oscurantista?». Celada teme che ciò possa riguardare non solo l’America ma l’Occidente intero con ripercussioni sull’intero pianeta.

L’autore sembra dimenticare però che, per la gran parte degli abitanti del pianeta, questo “buio” così temuto per l’Occidente è realtà da secoli ormai. Per tutto il tempo che è servito allo stesso Occidente a cercare di convincere tutti che il libero mercato, incluso quello finanziario, avrebbe rappresentato la crescita estrema del pianeta. Una folle corsa verso il tanto agognato benessere che sta involvendo e rapidamente anche in una rovinosa caduta libera verso la distruzione, l’autodistruzione. Il presidente degli Stati Uniti viene indicato come un problema e, per tanti versi, lo è ma il nocciolo fondamentale è che non si riesce a vedere oltre, a guardare a un mondo che sia profondamente e realmente diverso, che non sia per intenderci neoliberista, capitalista, lobbista e finanziario.

Il dilemma americano, sottolinea Celada, è in gran parte quello di tutto l’Occidente, «e coincide con quello delle sinistre, che ovunque stentano a trovare una risposta adeguata alla crisi del tardo neoliberismo». Invece di dedicare ogni energia e ogni strumento a disposizione per risolvere questo vero problema le sinistre, in America come in Europa, rifiutano finanche di ammettere le sconfitte elettorali, la constatazione di essersi staccate dalla realtà nella quale vive il popolo che loro amano sempre più chiamare semplicemente “elettorato”.

È vero, come sostiene Celada in TRUMPLAND, che i proclami del presidente non servono, ma altrettanto inutili sono le ideologie e fors’anche le idee laddove non trovano la concretizzazione in leggi e provvedimenti efficaci. L’amministrazione Obama che tanto viene osannata e giudicata tra le migliori, e forse lo è anche stata, ha comunque continuato a siglare accordi esteri per la fornitura di armi e materiale bellico e la tanto declamata riforma sanitaria continuava a lasciare senza copertura sanitaria decine di migliaia di cittadini americani e, anche per coloro che rientravano nell’assistenza, le coperture erano risicole. “Meglio di niente” si potrebbe obiettare. Anche se lo spirito migliore sarebbe non di scegliere il male minore ma chiedere a gran voce il giusto. Il punto piuttosto è un altro: gli americani abbienti sono disposti ad accollarsi questi oneri? Il risultato elettorale delle presidenziali del 2016 parlano abbastanza chiaro.

Angelo Mincuzzi, autore insieme a Hervé Falciani de La cassaforte degli evasori (Chiarelettere, 2015), in un’intervista ha dichiarato: “tra i documenti della banca risulta chiaramente come i clienti della HSBC preferissero perdere i soldi in operazioni finanziarie sbagliate, a volte anche venire truffati dai gestori, ma la cosa che non volevano assolutamente era pagare le tasse su quei soldi”. Pagare le tasse equivale a contribuire a sostenere il welfare. E loro non lo vogliono fare.
È vero che la presidenza Trump l’ha strappata per i voti dei grandi elettori ma lo è anche che quasi 63milioni di americani hanno scelto di votare per lui. E non sono certo pochi.

Se almeno, in tutti questi anni, la gran parte dei media e dei giornalisti non si fossero, al pari di governi e amministratori, piegati ai diktat del mercato e della finanza forse non si sarebbe mai arrivati al punto in cui invece si è rovinosamente giunti.
La domanda da porsi è: “in che percentuale media e stampa raccontano e hanno raccontato la verità, sempre e comunque?”

Nel suo documentario, omonimo del libro di Celada, Micheal Moore sostiene che «ogni dipendente licenziato, anonimo, dimenticato, che fa parte della cosiddetta classe media, ama Trump. Lui è il cocktail umano esplosivo che loro stavano aspettando. La bomba a mano umana che potevano tirare legalmente sul sistema che gli aveva rubato la vita». Chi li ha portati a questo livello di rabbia e disperazione?

Elencare i difetti e gli errori di Trump serve fino a un certo punto. Se i media americani, per esempio, avessero sempre raccontato la verità invece di portarlo a diventare una star amata dal pubblico per i suoi già improbabili programmi forse il popolo americano non avrebbe preso così tanto sul serio la sua candidatura alle presidenziali. Troppo spesso e per troppo tempo i cronisti, di tutto l’Occidente, sono stati al servizio degli “stregoni della notizia” e quindi ogni loro allontanamento da questa “retta” linea viene automaticamente vissuto come una sorta di tradimento anche dallo stesso presidente americano il quale, «sparando a zero dalla postazione Twitter della Casa Bianca sulle riviste che gli negano la copertina di uomo dell’anno, chiedendo la chiusura di network, declassando l’intera categoria dei giornalisti a “nemici della patria”», in fondo non fa che manifestare il suo stupore. Quante copertine e quante apologie gli hanno dedicato osannando le sue doti di imprenditore e uomo d’affari e celando tutto il resto? Relazioni e amicizie che naturalmente continua a coltivare anche ora che è diventato presidente.

Per Celada l’America ancora non si capacita di ciò che è accaduto ma stiamo parlando di un Paese davvero “grande”, immenso, vasto e per comprendere gli americani non bisogna seguire l’informazione da format o da spot che viene propinata al pubblico mondiale in tutte le salse. Il Paese più democratico e liberale che esista al mondo. No, la vera America e la sua reale popolazione è quella che sta dietro le telecamere, lontano dai riflettori, “nascosta” e disseminata lungo un vastissimo territorio conquistato e dominato proprio in nome del tanto caro a Trump imperativo o mantra come dir si voglia che vede e vuole la supremazia assoluta e incondizionata dei bianchi su tutte le altre etnie.

Luca Celada non disdegna di sottolineare più volte all’interno del libro la sua consapevolezza che il neo presidente americano, la first family e le loro azioni rappresentano e incarnano, per certi versi, il male assoluto per l’America certo ma anche per l’intero pianeta. Ciò che realmente sorprende il lettore non è il resoconto dettagliato delle azioni di Trump, prevedibili e già note per chi sceglie di informarsi comunque e diversamente, bensì il fatto che l’autore, corrispondente Rai a Los Angeles per 20 anni e inviato per «Il Manifesto» abbia dovuto scrivere un libro e pubblicarlo con una casa editrice indipendente per raccontarle.

TRUMPLAND di Luca Celada è scritto con un ritmo serrato, come se l’autore avesse dovuto faticare per riuscire a far rientrare tutto quello che riteneva necessario scrivere e che, per questo, abbia dovuto “aumentare la velocità”. Lo stile è deciso. Celada voleva chiaramente che al lettore arrivasse in modo inequivocabile il messaggio e le informazioni che intendeva divulgare.


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Liberi dall’amianto? I numeri parlano chiaro e non danno certo conforto

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Tra il 1945 e il 1992 in Italia sono state prodotte 3.7milioni di tonnellate di amianto grezzo e importate 1.9milioni di tonnellate. Con la legge 257/1992 è stata decretata la cessazione dell’impiego dell’amianto sull’intero territorio nazionale. In 26 anni sono stati registrati 21.463 casi di mesotelioma maligno, di cui il 93% a carico della pleura e il 6.5% del peritoneo. Oltre 6mila morti l’anno.

In occasione della giornata mondiale delle vittime dell’amianto, che cade il 28 aprile, Legambiente ha pubblicato il dossier Liberi dall’amianto? e ribadito «l’urgenza e la necessità improrogabile per il nostro Paese di agire attraverso una concreta azione di risanamento e bonifica del territorio».

A distanza di 26 anni dall’approvazione della legge, «il Piano Regionale Amianto non è stato approvato in tutte le Regioni». L’indagine posta in essere da Legambiente ha stimato un totale di quasi 58milioni di metri quadri di coperture in cemento amianto. Si parla di 370mila strutture di cui oltre 20mila sono siti industriali, 50.744 edifici pubblici, 214.469 edifici privati, oltre 60mila le coperture in cemento amianto e 18.945 altra tipologia di siti.
Sono oltre 1.195 i siti ricadenti in I Classe, ovvero a maggiore rischio, e 12.995 quelli in II Classe.

Molto a rilento vanno avanti le attività di bonifica. Rilevamenti ISPRA del 2015 parlano di 369mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto prodotti (71% al Nord, 18.4% al Centro e 10.6% al Sud), di cui 227mila tonnellate smaltite in discarica e 145mila tonnellate esportate nelle miniere dismesse della Germania a fronte di quasi 40milioni di tonnellate di amianto presenti sul territorio.

E molto scarse sono anche le attività di formazione del personale tecnico, con programmi e momenti di aggiornamento che risultano solo in otto Regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Valle d’Aosta e Veneto) e nella Provincia Autonoma di Trento, nonché le attività di formazione e informazione rivolte ai cittadini. Scarse, sporadiche e comunque risalenti a diversi anni fa.

Stando ai dati forniti dal Ministero dell’Ambiente, aggiornati al novembre 2017, in Italia «ci sono circa 86mila siti interessati dalla presenza di amianto, di cui 7.669 risultano bonificati e 1.778 parzialmente bonificati». Tra questi rientrano anche i «779 impianti industriali (attivi o dismessi)» e «10 SIN (Siti di Interesse Nazionale da bonificare) che presentano problemi connessi al rischio amianto». Numeri che lo stesso Ministero dell’Ambiente «ritiene essere sottostimati» in quanto i dati raccolti dalle Regioni «non consentono una copertura omogenea del territorio nazionale».

Inoltre 20 anni di produzione normativa ha generato «una situazione ingarbugliata e spesso contraddittoria tra norma e norma». Alla risoluzione di questo problema era preposto il Testo Unico per il riordino, il coordinamento e l’integrazione di tutta la normativa in materia di amianto, presentato a novembre 2016 al Senato e realizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali. «Il Testo Unico è al momento ancora fermo in Senato».

Il monitoraggio delle fibre disperse in aria è «una delle attività fondamentali che gli Enti preposti dovrebbero mettere in campo» per prevenire l’insorgere di rischi sanitari per i cittadini. I dati forniti dalle Regioni in tal senso «sono però scoraggianti».

Il V Rapporto fornito dall’INAIL attraverso il ReNaM (Registro Nazionale dei Mesoteliomi), risalente al 2015, sottolinea come «l’Italia è attualmente uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto correlate». L’incisività della malattia è rarissima fino a 45 anni («il 2% dei casi registrati»). L’età media della diagnosi è «69.2 anni, senza distinzione significativa di genere». Il 69.5% dei casi analizzati presenta un’esposizione professionale («certa, probabile, possibile»), il 4.8% famigliare, il 4.2% ambientale, l’1.6% per un’attività extralavorativa di svago o hobby.
Per quanto riguarda i casi da esposizione professionale, i settori di attività maggiormente coinvolti risultano essere:
Edilizia
Industria pesante

Sul sito del Ministero della Salute si legge che «la presenza delle fibre di amianto o asbesto nell’ambiente comporta inevitabilmente dei danni a carico della salute, anche in presenza di pochi elementi fibrosi». I danni a carico della salute sono “inevitabili” anche in presenza di pochi elementi fibrosi perché si tratta di «un agente cancerogeno». Particolarmente nocivo è il fibrocemento (“eternit”), una mistura di amianto e cemento particolarmente friabile e quindi soggetta a danneggiamento o frantumazione, infatti «i rischi maggiori sono legati alla presenza delle fibre nell’aria» che, una volta inalate, «si possono depositare all’interno delle vie aeree e sulle cellule polmonari». Asbestosi, mesotelioma (tumore che si sviluppa a carico della membrana che riveste i polmoni, pleura, o gli altri organi interni, peritoneo), tumore dei polmoni… queste le conseguenze che possono e in genere si manifestano anche a distanza di molti anni dall’esposizione e a bassi livelli di asbesto.

In questo opuscolo ministeriale informativo ci tengono a ribadire che, essendo un agente cancerogeno, «occorre evitare l’esposizione anche a bassi livelli di concentrazione» poiché basta «una minima esposizione per subirne gli effetti nocivi». Già. Ma se le tonnellate di amianto sparse, disseminate e abbandonate lungo tutto il territorio nazionale non vengono bonificate come si fa a evitare l’esposizione anche a minime quantità di asbesto, magari aerodisperso? La risposta a questa domanda però non si trova nell’opuscolo e nemmeno negli allegati a esso accorpati sul sito ministeriale.

Qualche indicazione viene data in caso di bonifica o smaltimento di manufatti già esistenti. Viene consigliato in questi casi di non procedere da autodidatta bensì di «rivolgersi sempre a personale qualificato» in maniera tale da «non recare danni maggiori a se stessi e agli altri».

Si legge ancora che l’articolo 4 della Legge 257/92 «prevedeva l’istituzione della Commissione per la valutazione dei problemi ambientali e dei rischi sanitari connessi all’impiego dell’amianto». L’ultimo mandato di suddetta Commissione si è concluso nel 2005, con proroga fino al 2006. Dopodiché è cessata l’attività di monitoraggio come anche quella di «produzione di documenti tecnici affidati a essa come compiti fondamentali». Per «mantenere tuttavia vivo l’interesse per le tematiche rimaste in sospeso e mettere in luce le nuove problematiche emergenti», il Ministero ha previsto la costituzione di un Gruppo di studio che, nel 2012, ha elaborato «un rapporto finale, che fotografa lo stato dell’arte della problematica».

Il rapporto sullo “stato dell’arte” ci dice che ogni Regione, ad accezione di Molise e P.A. di Bolzano, ha istituito un Centro Operativo (COR) con compiti di identificazione di tutti i casi di mesotelioma insorti nel proprio territorio e di analisi della storia professionale, residenziale, famigliare e ambientale dei soggetti ammalati. «La rilevazione avviene coinvolgendo tutte le fonti informative utili (ospedali pubblici e cliniche private) e conducendo la ricerca attiva dei casi». Nella relazione gli operatori del Gruppo di lavoro si dichiarano abbastanza soddisfatti della raccolta dati al riguardo. Stessa cosa non può dirsi per i tumori polmonari, in quanto «non esiste in Italia un sistema di registrazione esaustivo dei casi integrato dalla raccolta anamnestica delle circostanze che espongono ad amianto». Per l’asbestosi si fa invece riferimento alle «statistiche INAIL di denunce e di riconoscimento di malattie professionali» e viene precisato che «l’attendibilità delle statistiche INAIL sulle denunce e riconoscimento delle asbestosi non è mai stata valutata attraverso un confronto con un adeguato golden standard».

Diverse Regioni hanno approvato programmi di sorveglianza sanitaria per gli ex-esposti ad amianto. Ma si tratta di protocolli estremamente eterogenei, si passa infatti dalla «Regione Campania, che prevede la sistematica fornitura di strumenti diagnostici tecnologicamente avanzati e quella delle Regioni Piemonte e Friuli Venezia Giulia che delegano le decisioni, caso per caso, ai medici di base». Nella relazione si legge anche che, per quanto riguarda l’estero, «l’esperienza più esaustiva è quella finlandese», che integra uno screening per tutte le malattie correlate all’amianto (compresa l’offerta di Tac spirale), servizi di igiene e di analisi chimica, progetti di ricerca e cooperazione internazionale.

Anche la relazione del Gruppo di Lavoro pone l’accento sul censimento a macchie di leopardo e i ritardi nelle bonifiche, spesso fatte anche male. «Questi censimenti, nonostante il cospicuo e ripetuto impegno economico, hanno in realtà prodotto risultati di non eccessivo rilievo e di limitata fruibilità». Stesso discorso vale per la bonifica e lo smaltimento. Ci sono stati sicuramente dei miglioramenti nella conoscenza del processo di dismissione dell’amianto «ma se non esteso a tutte le Regioni non permette di avere un quadro completo a livello nazionale del trend in atto, con particolare riferimento al destino finale dei rifiuti di amianto, che attualmente non risulta ben conosciuto nel sue caratteristiche».

Le informazioni che si evincono dalla relazione sommate ai numeri del dossier di Legambiente fanno emergere un quadro davvero allarmante o, se si preferisce, disarmante della situazione italiana a 26 anni dalla messa al bando di questo elemento fibroso altamente nocivo per la salute dei cittadini. «Quanto fatto sino ad oggi non può quindi considerarsi un punto di arrivo in quanto l’esigenza di costante e sempre più approfondita conoscenza della tematica è elemento essenziale per assicurare oltre alla correttezza delle azioni anche la tutela degli operatori, dei cittadini, dell’ambiente».

Essendo molti i Paesi che ancora estraggono e lavorano fibra di amianto viene riscontrato, «con frequenze non eccessive ma certamente meritevoli di attenzione», l’arrivo sul territorio nazionale di merce non conforme ai dettami normativi in materia di amianto. L’obiettivo da porsi è, quindi, «evitare, per quanto possibile, l’ingresso in Italia di prodotti realizzati con componentistiche vietate dalla normativa vigente riguardanti materiali con fibre di amianto» e per raggiungere detto scopo è necessaria una «organica interazione tra i vari soggetti coinvolti o comunque cointeressati». Organi centrali, Regioni, Asl, dogane portuali e aeroportuali.

Anche il Gruppo di Lavoro ministeriale, come Legambiente, giunge alla conclusione che sia necessario redarre quanto prima un Testo Unico normativo di riferimento. «Diversi Ministeri (Ambiente, Industria, Sanità) hanno nel tempo legiferato per le proprie competenze, ma non sempre si è tenuto conto di altri precedenti provvedimenti di diverse amministrazioni con cui vi potevano essere elementi di non chiarezza applicativa».

Per la tutela degli operatori, dei cittadini e dell’ambiente ci si attenderebbe quindi quanto prima l’approvazione di un Testo Unico articolato ed esaustivo, un censimento che vada a coprire l’intero territorio nazionale e una bonifica altrettanto plenaria.

A giugno 2012 il Ministero della Salute pubblica il Quaderno n°15 sullo «stato dell’arte e prospettive in materia di contrasto alle patologie asbesto-correlate». Ma quali sono esattamente le patologie asbesto-correlate?
Sono respirabili tutte le fibre, «come generalmente quelle di asbesto», con diametro inferiore a 3.5micron. Le fibre comprese tra 5 e 10 micron di lunghezza, arrivando all’interstizio e per via linfatica alle sierose, «possono determinare lesioni interstiziali e pleuriche»:
Fibrosi
Ispessimenti e Placche pleuriche
Neoplasie
Quelle di lunghezza superiore ai 10micron, arrestandosi a livello alveolare, «possono provocare lesioni alveolari (alveolite asbestosica)».

Tra le patologie asbesto-correlate vengono quindi inserite:
Asbestosi
Pleuropatie asbesto-correlate (Placche pleuriche e Ispessimento pleurico diffuso)
Versamenti pleurici benigni (pleuriti benigne da asbesto)
Tumore polmonare
Mesotelioma (Mesotelioma pleurico e Mesotelioma maligno extrapleurico)

Vanno evidenziate poi le patologie extrapolmonari da asbesto. «Una possibile correlazione è stata evidenziata tra l’esposizione ad asbesto e le patologie autoimmunitarie». Gli effetti sull’apparato gastrointestinale «sono prevalentemente riconducibili all’insorgenza di tumore dello stomaco». Per quanto riguarda l’apparato riproduttivo, «una possibile correlazione è stata documentata con il tumore ovarico». La IARC (International Agency for Research on Cancer) definisce come «sufficiente l’evidenza di insorgenza di cancro alla laringe e dell’ovaio in seguito a esposizione ad asbesto e limitata quella per tumore della faringe, stomaco, colon-retto».

Negli Stati Uniti e in Svezia, dove i consumi di amianto sono diminuiti più precocemente, «si assiste già a una diminuzione dei tassi di mortalità e di incidenza». Laddove i consumi sono cresciuti, come nei Paesi in via di sviluppo, «le limitate statistiche disponibili suggeriscono che l’epidemia sia attualmente al suo esordio». Il declino del consumo di amianto in Italia è avvenuto «in ritardo rispetto ad altri Paesi occidentali». La bonifica e lo smaltimento dell’amianto messo al bando orami dal lontano 1992 sono ancora procedure in fase di rodaggio. Per il nostro Paese si prevede una diminuzione dei picchi di mortalità e incidenza a partire dal 2015-2020. Si prevede. O meglio si suppone. Si potrebbe anche immaginare che la gran parte dell’amianto prodotto e importato tra il 1945 e il 1992 fosse stato tempestivamente censito, smaltito e i siti, pubblici e privati, bonificati… già si potrebbe ma quello che proprio non si può fare è cambiare la realtà, lo stato delle cose. E quello è disastroso.

Tre verbi che devono diventare azioni concrete e diffuse: censire, bonificare, smaltire. Tutto e ovunque. E farlo in tempi brevi. Tutto il resto sono parole, o meglio chiacchiere inutili.


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Non temerò alcun male” di L.K. Brass (Autopubblicazione, 2017)

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L.K. Brass mantiene anche in Non temerò alcun male l’impostazione data alle altre sue pubblicazioni. Romanzi ambientati in località e città solo in apparenza amene. Personaggi che forse non la vorrebbero neanche una vita “normale” e sono costantemente “costretti” dal caso, dalle loro conoscenze come dalla forte determinazione che li caratterizza, a dimenarsi tra mille pericoli e ostacoli, affrontare i cattivi, combattere il male nelle sue molteplici forme pur di portare a compimento la missione o il salvataggio.

Storie che solo in apparenza ricordano o rimandano a quelle di spionaggio o geopolitica internazionale. A muovere i protagonisti di Brass non è mai la mera sete di vendetta o di denaro, la stabilità economica o di potere… no, l’autore racconta le vicende di persone che mantengono sempre, nonostante tutto, la loro profonda umanità. E questa forse è proprio la peculiarità che meglio li caratterizza.

Invariato, rispetto alle precedenti opere, il registro narrativo. Uno stile di scrittura che è apparso maturo fin dai primi romanzi. Una grande capacità di raffigurazione pur nell’essenzialità delle descrizioni ambientali e temporali. Una immediata capacità di coinvolgimento del lettore nel quale suspense e curiosità si fondono già dalle prime pagine.

L’autore racconta sempre, nei suoi libri, storie in apparenza inverosimili, esagerate, con intrighi e complotti internazionali. Vicende che letteratura, cinema e televisione ci hanno abituati a indicare come tali, ovvero verificabili solo nella finzione, nell’immaginario fantasioso di uno scrittore, produttore, sceneggiatore o regista che sia. Eppure è proprio in questo loro “esagerato” irrealismo che le storie di Brass acquisiscono tutta l’autorevolezza di un racconto di vita vissuta: nella precisione dei dettagli, nella descrizione accurata dei gesti come dei pensieri dei protagonisti… tutto lavoro che, ogni volta, conferma le grandi doti di scrittura dell’autore, indipendentemente dalla veridicità o meno dello scritto.

Che sia una storia vera o immaginaria a un certo punto non conta più per il lettore di Brass, ammaliato e rapito com’è dai suoi scritti al punto da desiderare con forza, nel caso di Non temerò alcun male per esempio, che la storia duri ancora molto, prosegua in altri libri e, magari, trovi una “migliore” conclusione. Anche in questo caso infatti l’epilogo è triste, amaro, realistico, come del resto l’intera vicenda. Le storie raccontate dall’autore, come gli stessi protagonisti, non sono facili e loro non hanno di certo una vita semplice, nonostante l’assenza quasi plenaria di difficoltà economiche e conoscenze, soprattutto linguistiche e informatiche. Persone che a un occhio estraneo potrebbero dare l’idea di essere dei privilegiati sono in realtà dei tormentati che scelgono però, comunque, di portare a fondo la loro missione, gli impegni presi, anche quando sono perfettamente consapevoli di cosa questa scelta comporterà per la loro vita e per quella dei loro cari.

Uomini profondamente innamorati e rispettosi delle compagne. Impavidi e coraggiosi. Pronti a rischiare la vita pur di saperle al sicuro o di ottenere per loro giustizia. Personaggi certo, ma anche modelli ideali che hanno al fianco donne altrettanto coraggiose, fedeli e determinate. “Fantasiosi” modelli di persone che si vorrebbe incontrare sempre più spesso nella vita reale, di cui si sentirebbe parlare molto più volentieri che non, come purtroppo accade, di psicopatici violenti, aggressivi e vendicatori che usano la violenza per placare le personali frustrazioni e insicurezze, che fanno la voce grossa nel tentativo di celare il vuoto della loro ignoranza.

Tecnicamente molto ben riusciti i passi nei quali Max legge stralci della bozza del romanzo di Lisa e vengono, in questo modo, chiariti i punti salienti e quelli rimasti ancora oscuri della vicenda che ha stimolato la giornalista prima a indagare nell’archivio, per caso ritrovato nella soffitta della loro nuova abitazione, e poi a mettere nero su bianco quanto scoperto. Risultano questi dei passaggi narrativi molto interessanti che aiutano il lettore a entrare nel rapporto profondo tra Max e sua moglie, come a conoscere quei personaggi finora solamente nominati, anche laddove si parla di persone e vicende del passato.

I libri di Brass sono ben scritti e hanno sempre una trama molto fitta e articolata, sono romanzi che non disdegnano la denuncia, l’impegno civile e sociale, la conoscenza e l’analisi dei problemi e dei mali della società contemporanea. Il lettore non può quindi fare a meno di chiedersi se la via dell’autopubblicazione sia una scelta dell’autore o sei i libri non trovano interesse e riscontro da parte degli editori e, in questo caso, per quale motivo. Nella quarta si legge: «L.K. Brass ha scelto di aprire al pubblico anche le opere inedite perché è convinto che solo i lettori abbiano l’ultima parola». Probabilmente è questo che interessa all’autore, il quale vuole far arrivare i suoi scritti ai lettori, indipendentemente dalla presenza o meno di un editore.

La storia di Lisa e Max e, in particolare le vicissitudini della donna, invogliano il lettore a riflettere sulla “leggerezza” con la quale tutti o quasi hanno sostituito i tradizionali mezzi di scrittura e condivisione in favore del molto più “accessibile” computer. Elemento indispensabile certo ma strumento che ha cancellato il diritto al ripensamento, all’oblio e alla privacy, maggiormente dopo l’avvento delle Rete. Strumento dove anche ciò che viene in apparenza cancellato rimane accessibile per coloro che conoscono i meccanismi e i processi di funzionamento molto più della gran parte dei comuni fruitori. Non si può tornare indietro e non sarebbe neanche un vantaggio ma è assolutamente necessario andare avanti con coscienza reale e consapevolezza di cosa ciò veramente rappresenti. E Brass nei suoi libri più volte cerca di mostrarlo ai suoi lettori.

Il finale è perfettamente in linea con il resto della storia e non delude di certo il lettore, anche laddove si era potuto sperare in un epilogo meno tragico e cruento. Ma, come spesso ricordato anche nel libro, la realtà supera sempre la fantasia e, per essere realistica, una storia non può e non deve seguire solo le speranze e i sentimenti. Non reggerebbe l’impatto con la realtà, in questo caso rappresentata dallo “spietato” giudizio critico del lettore.

Impressiona quasi che Brass capace di scrivere in maniera molto rigida di spionaggio, pirateria informatica, complotti, esecuzioni efferate, armi e ordigni… sia al contempo capace di destinare alla compagna una dedica di siffatta dolcezza. Del resto è lo stesso dualismo che si ritrova anche nei suoi personaggi.
«Non di certo per ultima, ringrazio la mia prima lettrice, mia fonte d’ispirazione quando scrivo di legami indissolubili. Ho la fortuna di non dovermi addentrare in alcuna selva oscura, ma accanto a lei non temerei alcun male».

Un libro sicuramente ben riuscito, Non temerò alcun male che L.K. Brass ha pubblicato a marzo dello scorso anno. Un romanzo che soddisfa gli amanti del thriller ma che contiene anche tanto altro. Una lettura per certo consigliata.


L.K. Brass: Nato a Lugano, si occupa di consulenza per i sistemi informativi finanziari. Ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra e Zurigo. Ha esordito con “Il deal dell’Apocalisse” (pubblicato anche con il titolo “I mercanti dell’Apocalisse”), primo libro dell’omonima trilogia. “Non temerò alcun male” è il suo quarto romanzo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore L.K. Brass per la disponibilità e il materiale


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