Rivoluzione digitale sì, ma “Non essere una macchina”

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Una guida per orientarsi nel dibattito sul tema, per comprendere in cosa consista in realtà la cosiddetta Rivoluzione digitale, su come vada collocata nella prospettiva di lungo corso della storia dell’umanità e, sopratutto, per conoscere più da vicino le IA – intelligenze artificiali – e il valore dei dati. È in questo modo che Andrea Prencipe, rettore della Luiss University, definisce il libro di Nicholas Agar, docente di etica al MIT.
Un testo che di sicuro si rivela essere tutt’altro che una lettura scontata sul tema della Rivoluzione digitale che interessa la contemporaneità ma la cui percorrenza determinerà quello che sarà il futuro prossimo e remoto dell’intero pianeta.

La Rivoluzione digitale sta trasformando le vite umane. Buona parte dello sconvolgimento provocato dalla Rivoluzione industriale fu dovuta all’automazione della forza muscolare. La Rivoluzione digitale invece, sottolinea Agar, sta automatizzando il lavoro mentale umano. Rappresenta perciò una minaccia per le occupazioni il cui contenuto intellettuale è alto, ovvero quelle occupazioni che di norma richiedono lunghi anni di studi e riservano salari elevati.
I progressi nell’intelligenza artificiale paiono condurre a una progressiva polverizzazione dell’agentività umana. Sembra proprio che dovremo affrontare un futuro nel quale il controllo sulle società e sulle vite umane sarà sempre più e inesorabilmente ceduto alle tecnologie digitali “con poteri decisionali palesemente superiori”.

Agar ritiene che gli uomini, in generale, hanno la tendenza a supporre che le cose continueranno esattamente come adesso. Si tende a sottovalutare la minaccia all’agentività umana human agency – da parte delle macchine. Questo accade anche perché molte delle odierne intelligenze artificiali non sembrano rappresentare una reale minaccia per il nostro posto di lavoro. Così facendo si ignora però il rapido ritmo di miglioramento che esse hanno in assoluto e in confronto a quello umano.
Gli uomini manifestano quindi un pregiudizio verso le capacità delle macchine future e, parallelamente, una visione alterata delle reali abilità umane. Agar sostiene che questo bias a favore degli esseri umani sia tanto insostenibile quanto il geocentrismo precopernicano.

Lo scopo che Agar si è prefisso scrivendo il saggio Non essere una macchina è descrivere ciò che è indispensabile fare per salvaguardare l’agentività umana nell’Era digitale. Salvaguardare il contributo umano non significa di certo respingere le meraviglie tecnologiche che la Rivoluzione digitale ha portato, richiederà piuttosto un’attenta considerazione degli ambiti dell’attività umana che cederemo alle macchine.

Le società che emergeranno dalla Rivoluzione digitale dovrebbero essere strutturate intorno a quelle che Agar chiama economie sociodigitali.
Il valore principale dell’economia digitale è l’efficienza.
Il valore principale dell’economia sociale è l’umanità.
In un’economia sociale completamente allargata dovremmo essere liberi di scegliere il lavoro che si desidera svolgere. Questo tipo di economia, per l’autore, potrebbe costituire una risposta a uno dei mali tipici della nostra epoca: l’isolamento sociale.
Spodestati dalle posizioni lavorative basate sull’efficienza, dovremmo essere liberi dunque di dedicarci a “nuove tipologie di lavoro che soddisfino le esigenze sociali degli esseri umani”. Lavori che dovremo anche essere in grado di inventarci ex-novo in quanto, con ogni probabilità, “se non le creeremo, quelle mansioni non esisteranno”.

Alcuni sostengono che dovremmo reagire ai progressi digitali offrendo agli uomini un reddito universale di base. Ma per Agar senza il collante sociale del lavoro si dovrebbe trovare un altro modo per evitare che le nostre società si disgreghino in sotto-comunità definite da appartenenza etnica, affiliazione religiosa e altre caratteristiche apprezzabili a livello sociale. Quando lavoriamo insieme, in un certo senso, superiamo i confini tra razza, religione, genere e capacità. Agar definisce il lavoro come il collante sociale che aiuta a trasformare gli estranei in società coese che si fidano l’una dell’altra. Quando avalla la regola del lavoro però Agar lo fa su concetti che esulano molte delle forme che il lavoro assume in questi tempi di incertezza economica. Egli ritiene infatti che “buona parte del lavoro odierno è insoddisfacente”.
Un altro contesto nel quale bisogna lavorare con gli altri per ottenere risultati e successo è lo sport.
Altre visioni sul futuro vedono tutta la ricchezza generata dalle macchine digitali nelle mani dei pochi che le posseggono.

La visione del futuro secondo Agar vedrebbe un’Era digitale nella quale saremo circondati da favolose tecnologie digitali ma riusciremo ancora a godere di esistenze intensamente sociali.
Sia nel caso del cambiamento di clima, sia in quello della minaccia all’agentività umana proveniente dalla Rivoluzione digitale, le ricompense per il successo e le sanzioni per il fallimento sono talmente alte da obbligarci a compiere gli sforzi più grandi.

Più volte l’autore ritorna sul tema dei dati, da considerare come la vera forma di ricchezza che contraddistingue la Rivoluzione digitale: “Noi abdichiamo al controllo dei nostri dati a favore di Google, Facebook e 23andMe, proprio come all’inizio del XX secolo i coltivatori texani furono felici di accettare misere somme di denaro in cambio del diritto di altri a sondare i loro terreni alla ricerca di petrolio, inutile per la loro attività di coltivatori o allevatori”. E invece sono proprio questi dati il nuovo oro che sembra dettare le regole della “borsa digitale”.

Si potrebbe anche scegliere di non realizzare l’ideale dell’economia sociodigitale, chiosa Agar, e continuare a considerare le tecnologie come influenze di principio sull’esperienza umana collettiva, però dovremmo allora attenderci o temere un futuro disumanizzato, dominato in tutto e per tutto dal valore dell’efficienza. Una vera e propria scelta di estinzione programmata con consapevolezza, avendo volutamente optato per “cedere le nostre occupazioni alle versioni robotiche e migliori di noi stessi”.
Del resto, in un mondo dove sono le macchine a farla da padrone, rischiamo davvero di diventare una sorta di nuovi gladiatori, e Prencipe nella prefazione al libro di Agar si chiede se arriveremo a dipendere da “un algoritmo-imperatore che deciderà della nostra vita e della nostra morte con un pollice verso”.
I gladiatori facevano appello alla pietas degli imperatori, ma sembra davvero arduo poter contare su un sentimento così umano quando si ha a che fare con le macchine. E conviene anch’egli con l’autore che “conservare l’umanità anche nell’era digitale, o almeno rendere quest’ultima più umana, può allora essere l’unica via di uscita da questo apparente vicolo cieco”.

Bibliografia di riferimento

Nicholas Agar, Non essere una macchina. Come restare umani nell’era digitale, Luiss University Press, Roma, 2020.
Traduzione di Anna Bissanti dal testo originale in lingua inglese How to be human in the digital economy, MIT Press (Massachusetts Institute of Technology Press), Stati Uniti d’America, 2019.
Edizione italiana con prefazione di Andrea Prencipe


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavinia (Giunti, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste” di Liliana Madeo (Miraggi, 2020)

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Vittime. Complici. Protagoniste recita il sottotitolo del libro di Liliana Madeo. Ma le donne che il lettore incontra nel testo non sono né vittime, né complici, né protagoniste. Non solo questo almeno. E non sono neanche numeri, dati, statistiche. Sono narrazioni. Di vita. Di vite. Di esistenze dominate dal punto interrogativo, all’interno delle quali formulare una domanda può essere, a volte, anche più complesso del cercarne la risposta.
Esistenze evanescenti che appartengono a un mondo fatto di ombre, di confini mai ben definiti. Un mondo di contrapposizioni, Quasi all’incontrario.
Una realtà che non è lontana da quella in cui credono di vivere tutti, che con essa si fonde e si confonde. Un mondo nel quale le scelte non le detta il coraggio ma la mancanza di alternative. Perché quando lo Stato fa un passo indietro, il territorio non resta a guardare e l’anti-Stato diventa Stato e inizia a governare, a suo modo, e a comandare, a volte anche sullo stesso Stato.

E le donne che appartengono a questo mondo sono addestrate, esattamente come dei soldati. Solo che non stanno in trincea, o meglio la loro trincea è nascosta e si plasma seguendo l’ombra proiettata dal proprio uomo o dalla famiglia. Spesso è l’unica realtà che conoscono e che vogliono conoscere.
Il libro di Liliana Madeo racconta la vita delle donne di mafia che vivono in Sicilia. È uscito in prima edizione ventisei anni fa. Le storie che narra descrivono una realtà antica, maschilista. Un mondo la cui cultura però non sembra essere cambiata più di tanto in tutti questi anni trascorsi.
Le regole dell’Onorata Società, come veniva anticamente chiamata Cosa Nostra, riguardo le donne non sono state di certo stravolte. Restano inferiori all’uomo nella piramide del comando.
Eppure le donne di mafia si muovono in maniera completamente diversa rispetto al passato. Sono istruite, competenti nei più svariati settori, viaggiano, si curano nell’aspetto, partecipano sempre più e sono attive anche in ambito operativo eppure l’affiliazione vera e propria a loro rimane preclusa.

A ben riflettere e con una certa amarezza si possono riscontrare dei parallelismi tra l’evoluzione di ruolo delle donne di mafia, dagli anni Novanta ai nostri giorni, e quella delle donne italiane in generale. Anche nella società civile o normale, oppure in qualsiasi altro modo si preferisce indicarla, i comportamenti e le azioni delle donne sono cambiati rispetto al passato. Un cambiamento che forse è iniziato prima, con i movimenti femministi degli anni Settanta, o forse no. Ma ciò che fa riflettere davvero sono le limitazioni, le preclusioni, il maschilismo tutt’ora imperanti, riscontrabili nei più svariati settori, anche se spesso si tende a mascherarli o sminuirli.
Ed ecco allora che viene da chiedersi se sia l’Onorata Società ad adattarsi ai tempi che cambiano, pur restando fedele ai principi fondanti, oppure se nella Società che per comodità chiameremo civile albergano, magari inconsciamente, tratti comuni alla prima sul ruolo sociale che devono ricoprire le donne?
È triste anche solo pensarlo, me ne rendo conto. Ma ignorando la realtà non la si cambia di certo, Piuttosto si tende ad avallare determinati comportanti.

Donne di mafia parte da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice a partire dal 1992 e diventata un libro nel 1994. Nasce dalla curiosità dell’autrice di scoprire cosa pensavano le donne di mafia di quanto stava accadendo, quale fosse il loro ruolo, quali erano i sentimenti che accompagnavano i principali eventi delle loro vite, vite scandite da potere, prestigio, denaro ma anche da violenza, morte, dolore.
Sono anni molto particolari per la Storia d’Italia. Scandali, corruzione, attentati, inchieste, processi, pentitismo… vicende che si intrecciano e si mescolano cui non è possibile attribuire una univoca chiave di lettura che sia al contempo universalmente chiarificatrice. L’indagine svolta da Madeo contribuisce a far luce su alcuni dei tanti misteriosi aspetti di quelle vicende, in particolare narra di quelli che si potrebbe definire i retroscena, ovvero gli sviluppi privati, interni a famiglie e coppie, le azioni poste in essere da queste tante donne di mafia per salvare la posizione, il potere, la famiglia oppure la vita, propria o dei propri affetti.

Un libro, Donne di mafia, già pubblicato e che ha ispirato anche una miniserie televisiva, eppure si conferma un testo di un’attualità sconvolgente e di un interesse notevole. Leggerlo o rileggerlo, anche dopo averne visto la trasposizione cinematografica, rimane un’esperienza impressionante.


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018) 

La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018) 

Ci sono verità che si vorrebbe tenere nascoste eppure “Quel terribile ’92″… 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 


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“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

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Monica Lanfranco si occupa da anni di educazione alla sessualità. Gira con fatica nelle scuole di tutta Italia cercando, di volta in volta, di abbassare l’altezza e ridurre lo spessore, con lo scopo di arrivare a farli scomparire, dei muri costruiti a suon di stereotipi e pregiudizi, arcaici retaggi culturali e ignoranza purtroppo largamente diffusa, il tutto condito con una massiccia dose di presunzione di superiorità con cui ancora oggi vengono educati bambini e ragazzi.
Crescere uomini è il titolo del libro edito da Erickson che assembla l’esperienza e le considerazioni dell’autrice e riporta anche molte delle risposte date dai ragazzi che hanno partecipato al sondaggio, creato dalla stessa Lanfranco, basato sui temi della sessualità, della pornografia e del sessismo.

A colpire è, tra le tante cose, il fatto che la quasi totalità dei ragazzi dichiara che la fonte unica, primaria e assoluta di insegnamento, apprendimento e ispirazione per la propria sessualità è la pornografia attraverso il web.
Lanfranco afferma che questo è un dato che dovrebbe fare riflettere le persone adulte di riferimento. Verissimo.
La pornografia basa i propri bias sulla carnalità e l’assenza di contesti, emozioni, sentimenti, responsabilità, maturità… le persone diventano corpi-oggetto atti a soddisfare pulsioni. È evidente e palese che il ricorso a questo tipo di visione produca effetti non proprio lodevoli negli adulti quindi si possono facilmente immaginare le conseguenze nefaste che causano sui giovani.
È lecito a questo punto domandare quanti degli adulti che dovrebbero orientare ed educare i giovani coltiva la propria sessualità matura allo stesso modo, ovvero attraverso la pornografia.

È prassi comune confondere la divisione biologica che vede la presenza di persone o animali di sesso maschile e di sesso femminile (maschi e femmine) con quella sociale che vede invece la divisione in uomini e donne. L’avere un apparato di riproduzione che funziona regolarmente o meno non dovrebbe essere fattore determinante e descrivente l’essere umano cui appartiene. Purtroppo non è così e la confusione che impera nell’attuale sistema culturale non può che ingenerare seri danni a coloro i quali viene trasmesso.
Esiste poi tutto l’universo dei transgender. Dal libro di Monica Lanfranco appare palese che i giovani – e anche i non più tali in realtà – fatica ancora a ben comprendere i diritti delle categorie più longeve, figuriamoci poi con quelle recenti. Purtroppo.

Da una recente indagine condotta da wired.it è emerso chiaramente che questi ragazzi, educati alla sessualità dalla pornografia, non si accontentano di esserne semplici fruitori passivi ma la trasformano in azioni concrete nelle quali si fondono e si confondono desideri e pulsioni sessuali, risentimento e vendetta, aggressività e violenza.
Per quanto tempo ancora gli adulti designati alla loro educazione e formazione e le istituzioni continueranno a ignorare il problema o a relegarlo come fenomeno marginale?
E di nuovo si ritiene lecito e doveroso domandare quanti adulti in realtà, pur non ammettendolo, condividono le posizioni espresse e le azioni intraprese da questi ragazzi.

Si chiede Lanfranco come si potrà mai riuscire a sconfiggere modelli sessisti e stereotipi che vogliono, ad esempio, l’uomo cacciatore e la donna preda, senza un’educazione ai sentimenti e all’empatia sin dai primi anni di scuola e socializzazione. Già. Come darle torto.
Invece di lasciare che i ragazzi e le ragazze formino il loro immaginario e attingano informazioni sulla sessualità attraverso il mondo della pornografia online bisognerebbe instaurare con loro un dialogo fin dall’infanzia, perché affrontare il discorso della sessualità nelle varie età della vita serve certamente a prevenire gravidanze precoci o indesiderate nonché malattie sessualmente trasmissibili ma anche a educare “alla convivenza pacifica tra le persone e nella collettività, avendo l’educazione una potente funzione preventiva nei confronti della velenosa piaga della violenza maschile sulle donne, che è alla base di ulteriori violenze nel contesto umano”.

Nelle risposte date al questionario somministrato loro dalla stessa autrice, i ragazzi hanno mostrato immaturità e, al contempo, una violenza inaudita. Sono soli, troppo soli nell’affrontare un aspetto fondamentale della loro crescita esistenziale ed è evidente che da soli e soprattutto attraverso il ricorso alla pornografia non ce la potranno mai fare a crescere uomini davvero.

«È la libertà di concepire il sesso in modo personale e di manifestarlo a proprio modo. La sessualità è una libertà di chiunque

Dietro questa risposta, che non è tra le peggiori che si leggono nel libro, traspare pesante un retaggio culturale, consentitemi, molto bigotto che affianca la sessualità a qualcosa di nascosto, sporco, peccaminoso. Almeno questo è ciò che viene insegnato nella speranza di tenere i giovani lontano il più possibile da essa. Complice anche una certa ingerenza religiosa che raconta di castità, purezza, celibato… E così nell’immaginario di giovani e non il piacere sessuale diventa ben presto qualcosa di proibito e, come tale, ancora più desiderabile. Ottenerlo equivale allora a raggiungere la libertà. Ottenerlo a qualunque costo. E le donne, seguendo quest’ottica, sono tutte solamente delle femmine procura piacere, proprio come le femmine della pornografia, ovvero l’unica educazione alla sessualità che hanno conosciuto.

Viene da sé che nel Terzo Millennio ciò è palesemente inammissibile, o dovrebbe esserlo. In Italia di educazione sessuale fatta bene se ne discute sin dagli anni Settanta ma ancora non si è trovato il bandolo della matassa. Possibile? Incredibile ma vero. Quando si affrontano argomento quali il sesso, la sessualità e l’orientamento sessuale, ci ricorda l’autrice, è necessario sapere che ci si trova davanti, prima di tutto, alla paura: di dire la cosa sbagliata, di dire troppo, di essere troppo espliciti… in buona sostanza istituzioni, educatori e famiglie non riescono a trovare il modo giusto per parlare agli adolescenti di sesso, sessualità e orientamento sessuale per timore, paura, ignoranza e, mentre loro lasciano passare anni prima di decidere come fare, intere generazioni fanno formazione con la pornografia attraverso il web e danno libero sfogo alla rabbia e al risentimento accumulati nelle chat di social dove impera sessismo, maschilismo, misoginia, istigazione palese alla violenza e allo stupro, pornografia e pedopornografia… Sintetizzando ancora: un vero disastro.

Alla domanda cosa significa per te essere virile?, due risposte sono risultate particolarmente esemplificative degli universi culturali contrapposti tra i quali la società può scegliere, spingendo l’educazione verso l’uno o l’altro paradigma:

•“Essere carismatico e donnaiolo, di corporatura massiccia e peloso.”
•“Secondo il codice dei gentlemen significa avere rispetto dell’altro sesso.”

Il rispetto, il pilastro intorno al quale andrebbe costruito l’intero sistema di valori. Un rispetto che naturalmente deve essere reciproco e universale.

Crescere uomini di Monica Lanfranco, ma in realtà tutto il lavoro da lei svolto, rappresenta un’ottima base di partenza per serie riflessioni sul tema e sui problemi esistenti ma, soprattutto, è la testimonianza di una strada percorribile per risoluzione di questi problemi.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale


Consiglio di Lettura

Françoise Héritier, Maschile e femminile. Il pensiero della differenza. Titolo dell’edizione originale Masculin/Féminin. La pensée de la différence


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Le regole di condotta: il comportamento in pubblico tra impegno e partecipazione

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Quando si trova in presenza di altri, l’individuo è guidato da un sistema particolare di regole definite da Goffman proprietà situazionali. Queste regole controllano la “distribuzione del coinvolgimento dell’individuo nella situazione”, coinvolgimento espresso mediante un idioma convenzionale di segnali comportamentali.

Spesso l’individuo si adegua a queste regole senza riflettere, pagando ciò che ritiene essere “solo un piccolo tributo alle convenzioni”. In realtà, sottolinea Goffman, la pena finale per chi rompe la regola è dura.

L’analisi condotta dal sociologo canadese riguarda la società occidentale, in special modo nordamericana della metà del secolo scorso. Una società che potrebbe sembrare molto lontana da quella attuale, dove si riempivano le prigioni con coloro che trasgredivano l’ordine legale e, parzialmente, i manicomi con quelli che agivano in maniera inappropriata.

I manicomi oggi non esistono più, o meglio le strutture che ancora esistono hanno cambiato nome. Le regole di comportamento in pubblico sembrano essere notevolmente cambiate. Ma ne siamo davvero certi? E se la risposta è si, siamo sicuri che ciò sia davvero un bene?

Le regole di condotta servono a definire quello che è e deve essere il comportamento in pubblico di ogni individuo. In passato ci si aspettava anche che da queste emergesse per facile e immediata deduzione l’appartenenza all’una o all’altra classe sociale. In caso contrario, persi i dovuti punti di riferimento, l’individuo veniva visto e percepito come estraneo, al raggruppamento, ovvero straniero.

Al giorno d’oggi ognuno sembra comportarsi in pubblico come meglio crede. Sembra non esistano più rigide regole di comportamento. Di sicuro il comportamento in pubblico non necessariamente agevola l’identificazione alla “classe” di appartenenza e i trasgressori dell’etichetta non vengono più, meramente per ciò, internati nei manicomi. Non con la frequenza di un tempo almeno.

Eppure, a ben guardare, coloro che si allontanano, per i più svariati motivi, da quelle che sono le regole, non scritte, del comportamento in pubblico anche oggi come in passato sono immediatamente individuati e percepiti come estranei, stranieri, diversi.

E anche oggi, esattamente come nel passato non così lontano indagato da Goffman, rompere la regola porta o può portare conseguenze dure.

Per esemplificare il concetto basta osservare le reazioni in pubblico alla presenza di un individuo estraneo al raggruppamento. Uno “straniero” per dirla in maniera semplice. Quest’ultimo veste in modo diverso, parla un’altra lingua, è avvezzo a muoversi diversamente… E, quand’anche si parli tanto di accoglienza e integrazione, la percezione della presenza estranea è tutt’ora avvertita, spesso osteggiata. Espressione palese del fatto che questo individuo non viene percepito come afferente al raggruppamento, che unisce gli individui non per sesso, età, legami di sangue o altro bensì per la condivisione delle medesime regole di comportamento in pubblico.

Si pensi ancora all’omofobia dilagante, al bullismo e cyberbullismo… ovvero a tutti quegli atteggiamenti di rifiuto e condanna verso gli individui che sono estranei e percepiti come diversi.

Le parole non cambiano la realtà, e la realtà è che oggi, proprio come in passato, c’è la tendenza ad addossare responsabilità e colpe di problemi di varia natura legati alla società su coloro che non la rappresentano, agli occhi di chi invece se ne ritiene pienamente rappresentante.

I vinti di oggi, per usare l’espressione di Giovanni Verga, che affollano prigioni e centri e strutture di “accoglienza” di vario genere, sono l’equivalente dei vinti su cui ha indagato Erving Goffman che affollavano prigioni e manicomi.

Eppure oggi, esattamente come allora, il Male vero non deve per forza risiedere in questi individui ma può benissimo annidarsi in coloro che indossano alla perfezione la maschera dell’inclusione e conoscono e rispettano tutte le regole del raggruppamento, in pubblico. Già in pubblico. Perché anche Goffman, come già fece Pirandello, sottolinea la linea, a volta profondissima, che separa il comportamento in pubblico da quello non in pubblico, ma non la esplora limitando l’analisi alla condotta degli individui in presenza di altri.

Un’azione può essere ritenuta corretta o scorretta soltanto in rapporto al giudizio che ne dà un particolare gruppo sociale, mai in assoluto. Eccezion fatta ovviamente per i comportamenti criminali. E anche fra i gruppi più piccoli e più saldamente uniti è probabile esistano al riguardo dissensi e incertezze. Uno tra i migliori esempi forniti da Goffman è il comportamento, solo in apparenza diverso, di vari gruppi religiosi nei luoghi di culto. Alcuni infatti entrandovi mantengono le scarpe e tolgono il copricapo, altri fanno esattamente l’opposto, togliendo le scarpe e mantenendo il capo coperto. Gesti che solo in apparenza possono sembrare differenti ma che nascondono in realtà una somiglianza di fondo riscontrabile nella ragione che li ha originati, ovvero il senso di profondo rispetto nutrito verso quei luoghi per loro sacri.

Goffman analizza a fondo i modelli di comportamento che di certo non sono un qualcosa di statico. E Adriano Zamperini nel saggio introduttivo al testo sottolinea come, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, si è avuta un’involuzione del sistema ottocentesco delle buone maniere, “tale da corrompere l’etichetta con un vuoto formalismo”, trasformando l’interazione umana in “una commedia delle apparenze”, dove il fine non è certo rispettare l’altro ma piuttosto “farsi spazio, sedurre, promuovere se stessi come un brand”, in sostanza avere successo. È innegabile che il cosiddetto buon comportamento non sia più – anche se in effetti non lo è mai stato compiutamente – un orizzonte collettivamente condiviso.

In passato coloro che non rispettavano l’etichetta, le buone maniere e mostravano di non sapersi comportare in pubblico erano identificati spesso come dei criminali. Oggi, paradossalmente, siamo costretti a vedere persone che si ritengono esono ritenute rispettabili che assumono movenze e linguaggi riconducibili ad ambienti criminali e giustificarsi adducendo la blanda motivazione dell’ilarità o dello scherno. Basti pensare al seguito non solo mediatico che hanno avuto produzioni cinematografiche come Il padrino o Gomorra. All’emulazione che ne è seguita in vari ambiti del vivere sociale: dagli slang alle movenze, dalle riproposizioni in chiave parodistica alle riproduzioni in maschera. In genere travisando quello che è, o dovrebbe essere, lo scopo divulgativo-educativo legato alla diffusione di informazioni sullo stile di vita e sui comportamenti tenuti dalla criminalità, organizzata o meno che sia.

Senza contare poi la confusione ingenerata, soprattutto negli individui in età adolescenziale, riguardo ciò che è giusto e ciò che non lo è. Tra i comportamenti corretti e quelli che lo sono meno. E questo non per ritornare a vecchi sistemi o ordini ormai desueti bensì per regolare la vita sociale e il rispetto degli individui che si incontrano in luoghi di interazione pubblici. Linee guida venute meno anche a causa dell’eccessiva urbanizzazione cui è andata incontro la società occidentale. Ricorda infatti Zamperini il concetto di overload, che sta a indicare il sovraccarico di stimoli cui è sottoposto quotidianamente l’abitante di un grande nucleo urbano.

Il sistema cognitivo individuale è incapace di elaborare gli innumerevoli input provenienti dall’ambiente urbano. Troppi e troppo incessanti per essere adeguatamente processati dalla mente umana. Per reggere questa moltitudine di sollecitazioni, il cittadino farebbe ricorso a tre modalità comportamentali: fissa ciò che ritiene prioritario, tendendo così a eludere il resto; alza barriere psicologiche protettive – come l’ampio ricorso agli smartphone per ascoltare musica con gli auricolari per isolarsi dal frastuono tipico dei luoghi pubblici; crea proprie regole e istituzioni.

In buona sostanza, il cittadino all’interno di metropoli dove può potenzialmente trovare di tutto ha la tendenza a smarrire se stesso.

Goffman con il saggio Il comportamento in pubblico ha cercato di dimostrare che la sintomatologia dei malati mentali può a volte avere a che fare più con la struttura dell’ordine pubblico che non con la natura del disordine mentale.

Oggi assistiamo a una profonda crisi che implica anche il comportamento in pubblico degli individui costretti a modificare ogni loro abitudine a causa del SARS-CoV-2 portatore della malattia Covid-19 e una delle frasi che si legge o si ascolta con maggiore frequenza è: quanto torneremo alla normalità?

E se fosse proprio questa normalità come noi la conosciamo a essere il vero problema di fondo?

Non sarebbe forse più opportuno cogliere l’occasione per ripensare le regole di condotta del nostro nuovo comportamento in pubblico?

Bibliografia di riferimento

Erving Goffman, Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione, Einaudi, Torino, 2019.

Traduzione di Franca e Enrico Basaglia dal titolo originale Behavior in public places. Notes on the social organization of gatherings, The Free Press, a division of Simon&Schuster Inc., New York, 1963.

Versione con un saggio introduttivo di Adriano Zamperini


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale


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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 

“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il complotto Toscanini” di Filippo Iannarone (Piemme, 2018)

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Il complotto Toscanini di Filippo Iannarone, edito da Piemme in prima edizione a gennaio 2018, si apre al lettore con una citazione di Lucio Anneo Seneca.
«Non osiamo molte cose non perché sono difficili, ma molte cose sono difficili perché non osiamo».
E l’autore, in questo libro, ha osato molto. Un esempio ben costruito e ben riuscito di come i fatti storici reali diventino poi, grazie alla fantasia e all’immaginazione, un canovaccio che rappresenta solo la base di partenza e, al contempo, una piccola parte seppur non marginale, della storia presentata al lettore.

Iannarone, attraverso la descrizione dei ricordi dei protagonisti o degli accadimenti della storia narrata, racconta i sentimenti, le emozioni, le sensazioni, le speranze e le paure non di un gruppo o di una generazione, bensì di un’intera nazione.
Dopo gli orrori del conflitto, le atrocità della guerra, i combattimenti, i bombardamenti, la distruzione, le rovine… l’Italia sembra risorgere. E per tutti si profila non il desiderio di ricostruire il vecchio, il passato, ma di creare davvero un Paese nuovo, sotto l’egida del grande rinnovamento chiamato Repubblica.
Anche se l’ombra del male, della sofferenza, del dolore e della morte non abbandona nessuno di quelli che l’hanno guardata dritta negli occhi. Il male del conflitto, della guerra, del fanatismo, dell’estremismo, del fascismo e del nazismo.

Notevole anche il modo in cui l’autore riesce a descrivere il profondo rapporto che unisce i protagonisti, Luigi e Iolanda. Un legame che si è creato cercando di strapparlo al buio della vita che finisce. Un’esistenza, quella di Luigi, che è rinata giorno dopo giorno accanto a quella donna che poi sarebbe diventata sua moglie. Ad unirli l’amore, certo, ma anche la passione, il coraggio, gli ideali e gli intenti comuni. Elementi tutti che hanno contribuito a saldare un rapporto nel quale entrambi si vedono e si rispecchiano perfettamente.
Grande l’abilità narrativa di Iannarone nel comunicare al lettore questi sentimenti forti, intensi, lasciandoli trasparire da pochi piccoli gesti e parole legati, tra l’altro, alla “banale” quotidianità.

«La costruzione della comunicazione di buone notizie è ancor più importante in democrazia» perché «la percezione da parte della gente comune di vivere in un paese normale ci permetterebbe di avere meno problemi di ordine pubblico, di disperdere questa continua incitazione al conflitto sia da destra sia da sinistra». Iannarone centra un nodo dolente della democrazia, di tutte le democrazie occidentali, le quali hanno saputo costruire un’immagine mediatica di se stesse basata sulla libertà di pensiero e di idee e sulla libera circolazione delle stesse. Al contempo, hanno sempre puntato su una comunicazione che indichi la propaganda come un qualcosa che non appartiene alla democrazia bensì ai regimi dittatoriali.
Le democrazie in effetti non impongono se stesse, regalano invece una bella, positiva e propositiva immagine di sé.

Riesce l’autore a descrivere e trasmettere al lettore la società italiana degli anni Trenta, come anche di quella dell’immediato dopoguerra, sul finire degli anni Quaranta. Esemplare il modo in cui riesce a cogliere e descrivere anche le minime sfumature comportamentali rispetto ai suddetti periodi, i quali, seppur non lontani sulla linea del tempo, lo sono stati molto invece per tutto il resto. Egual ragionamento vale per i rapporti di genere e di classe. Leggendo Il complotto Toscanini si realizza quanto in effetti il mondo sia cambiato e quanto, invece, sia rimasto invariato o addirittura peggiorato.

Il rapporto tra Luigi e Iolanda, quello professionale molto rigido e gerarchico, la società italiana e le sue classi. I ruoli sociali e famigliari degli uomini e delle donne. Il che non vuol significare che le donne non lavorassero anche fuori di casa, allora come adesso. Vi era solo una più netta e definita distinzione tra i generi che al giorno d’oggi sembra essere stata colmata solamente in apparenza. In realtà si intravede solo una gran confusione, un’illusione di progresso e di parità. Una zona grigia che troppo spesso produce ombre deformi e pericolose.

L’emancipazione femminile di cui tanto si narra deve, per essere cosa seria e concreta, passare necessariamente attraverso la parità, l’eguaglianza e il rispetto reciproco di diritti e doveri. Altrimenti è una farsa. E, purtroppo, è quello a cui sembra di assistere quotidianamente. Come per la comunicazione anche per i diritti civili le battaglie come i traguardi sono tutt’altro che lontani ricordi da poter archiviare.

Ottima la struttura narrativa del libro. Una solida “impalcatura”che regge bene l’intreccio sviluppato lungo una doppia linea temporale. Il presente e il passato che si avvicendano nei vari capitoli che vanno a comporre il testo ma che si intersecano di continuo nel racconto, nello svolgersi delle vicende e nella narrazione dei ricordi o dei pensieri.

Dalla lettura del testo si evince chiaramente il dettagliato lavoro di ricerca preventivo eseguito da Iannarone, il quale deve essersi accuratamente documentato non solo sulla storiografia dell’epoca nella quale ha deciso di ambientare la sua storia, ma anche sui costumi e le abitudini del tempo. I protagonisti infatti vestono, parlano e hanno delle movenze che li identificano perfettamente nel periodo considerato.

Grazie a una cura particolare per i dettagli, a “pause narrative” nelle quali il colonnello Luigi Mari e il suo assistente, il tenente Vinicio Barbetti, fanno il punto della situazione e di quanto scoperto, alle analisi e ai racconti storico-letterari del colonnello o dei suoi intervistati, l’autore riesce a rendere famigliare per il lettore l’intera vicenda, pur nella sua complessità, i tanti personaggi e anche l’ambiente.

Nei ringraziamenti Iannarone sottolinea come lo abbia aiutato la grande passione per la musica e questo sarà certamente vero. Ma deve essergli occorso uno studio profondo e articolato per ricostruire nel suo libro ambienti e accadimenti cui è impossibile abbia presenziato. Ciò che i suoi occhi non hanno visto direttamente, la sua mente ha fatto propri grazie a un minuzioso processo di immedesimazione che poi deve aver trasferito al protagonista, Luigi Mari.

La storia raccontata ne Il complotto Toscanini è un’indagine investigativa indiretta, ovvero condotta da persone diverse dagli inquirenti incaricati ufficialmente, e posticipata nel tempo. Molti anni dopo l’omicidio. Il punto di partenza è una verifica su una celebrità, il maestro Toscanini, al fine di meglio valutare la sua candidatura a senatore a vita.
Nonostante questo, nulla manca al libro rispetto un più classico poliziesco. Piuttosto molto altro si ritrova nel testo di Iannarone.

Informazioni storiche, artistiche, letterarie che arricchiscono la narrazione senza appesantirla e, al contempo, dilatano il lavoro di indagine. Del tutto compatibile con il carattere peculiare dell’investigazione, non ufficiale appunto e non finalizzata a scovare il colpevole e assicurarlo alla giustizia.

Un testo molto valido, Il complotto Toscanini di Filippo Iannarone. Un’ottima opera letteraria che merita senz’altro di essere letta anche come punto di riferimento e apprendimento.


Articolo originale qui



Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Trasformare un ambiente magico in opera d’arte. “Napoli velata e sconosciuta” di Maurizio Ponticello (Newton Compton Editori, 2018)

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Uno dei meriti che vanno senz’altro riconosciuti ai fratelli Carracci, in particolare Annibale, è l’aver trasformato la vita quotidiana in opera d’arte. Celeberrimo ed esemplare il suo dipinto Bottega del Macellaio (o Grande Macelleria, 1585 ca., olio su tela, 190×271, Oxford, Christ Church Gallery).
Perché sono solamente la vita vera, l’ambiente reale che ci circonda, le persone che lo vivono, lo attraversano, lo modificano, consapevolmente o meno, il capolavoro di cui alla fin fine vale sempre la pena narrare.
Bene lo ha compreso Maurizio Ponticello, il quale da anni ormai indaga a fondo ogni remoto angolo o mistero della sua città, del suo ambiente, per svelarne aspetti reconditi o mal interpretati. Una passione la sua che non smette di meravigliare il lettore, per quello che trova leggendo certo, ma anche per l’impegno e la dedizione, la professionalità e la serietà con cui porta a termine i suoi lavori.
Da ottobre 2018 nuovamente in libreria con Napoli velata e sconosciuta, edito da Newton Compton, un libro sui luoghi e simboli dei misteri, degli dèi, dei miti, dei riti, delle feste. Napoli, la città forse più raccontata al mondo, la metropoli di cui si pensa di conoscere architettura e cultura. Eppure, ogni volta, leggendo i testi di Ponticello si resta basiti dal cumulo di pregiudizi, preconcetti e luoghi comuni che l’autore ha dovuto “spalare” prima di poter raccontare di quella meravigliosa opera d’arte diffusa che è la capitale partenopea.

«Napoli non è stratificata solamente nel proprio impianto urbanistico, anche per arrivarle al cuore occorre andare di strato in strato, sempre più a fondo. Il suo nucleo vibrante è celato, e tale resta agli occhi indiscreti che hanno per la fonte di Mnemòsine. Napoli non giungerà nuda alla meta. Né mai ci sarà una meta.»

Napoli velata e sconosciuta si compone di due parti ben distinte. La prima affronta il mito della fondazione, i caratteri nascosti della Sirena eponima, e «la cifra sacra su cui nacque la città nuova»; la seconda è centrata sull’analisi di «alcuni dettagli presi a modello» per esplorarli secondo «il principio esoterico delle considerazioni da dentro e le considerazioni da fuori». Durante la lettura però le due parti non così distinte e il lettore ha l’impressione di leggere un flusso continuo di informazioni, aneddoti, miti, leggende, storie che abbracciano il sacro e il profano, la leggenda e la tradizione, il passato e il presente. Con lo sguardo rivolto anche verso il futuro.
Il criterio di indagine seguito da Ponticello è quello che lui stesso definisce “Metodo Tradizionale”, che muove dalle fonti originarie disponibili, mette insieme mito e storia e privilegia il linguaggio arcano del simbolo e della mitologia per interpretare la storia.
Pian piano che la velatura su Napoli e i suoi tanti misteri si solleva, grazie al certosino impegno di Ponticello, il lettore non può fare a meno di chiedersi se siano i napoletani ad abitare la città o se sia quest’ultima a vivere dentro di loro.
Napoli è poliedrica e l’analisi dell’autore non poteva non spaziare dall’antropologia alla storia, dalla letteratura alla filologia, dalla glottologia alle religioni, dalla sociologia all’etnologia. Un lavoro di ricerca immenso che a tratti potrà anche sembrare ostico alla lettura ma è senza dubbio motivato, ben strutturato e valido.

Dodici anni dopo la sua prima pubblicazione, Napoli velata e sconosciuta appare incredibilmente un libro ancora rivoluzionario nel suo genere, come lo definì, nell’introduzione al primo libro, Stefano Arcella. Incredibile appare anche il fatto che si sia resa necessaria la nuova edizione come tentativo di arginare, di nuovo, la diffusione di scritti imprecisi e «interpretazioni fuori luogo», la maggior parte delle volte dettate da «interessi di cupole e parrocchie».
Con un linguaggio ancor più diretto e provocatorio, Ponticello riporta quindi sugli scaffali l’opera prima, riveduta e ricontrollata, il suo baluardo contro il pregiudizio, l’imprecisione e il plagio.
Un’opera letteraria che si rivela fuor di dubbio valida, nella struttura come nei contenuti.


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L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale

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Il Nord globale sta assumendo alcuni dei tratti un tempo caratteristici del “Terzo Mondo”, come la crescente diversità interna, la conflittualità su base etnica e razziale, l’aumento di povertà e disuguaglianza, la crescita degli insediamenti informali e di una gioventù sotto-proletarizzata.

Crescita di un’economia neoliberista accompagnata da un forte aumento della disuguaglianza, insorgenza di pandemie e catastrofi naturali che talvolta stimolano il sorgere di movimenti di resistenza popolare, concezioni innovative della democrazia che si ispirano a strutture di politica partecipativa del passato, queste e altre caratteristiche contrastanti della modernità africana sembrano investire progressivamente il resto del mondo.

L’Africa, nella visione dei Comaroff, sta diventando una condizione globale. Cosicché studiare l’Afromodernità potrebbe metterci nelle condizioni di meglio comprendere il mondo contemporaneo.

Nonostante sia stata a lungo considerata un soggetto marginale da condurre per mano sulla strada della civilizzazione, “un recipiente passivo di interventi e aiuti provenienti dal Nord”, oggi il continente africano sembra aver ripreso in mano il proprio destino offrendo il suo contributo alla comprensione dei fenomeni della contemporaneità.

Come sottolinea Cecilia Pennacini nell’introduzione al testo, con Teoria dal Sud del mondo i Comaroff hanno realizzato l’obiettivo di riportare gli africani, “che gli imperi coloniali avevano posto ai margini del mondo”, al centro della riflessione contemporanea lasciando intuire le enormi potenzialità – demografiche, economiche, culturali, epistemologiche – di un continente la cui storia permane in gran parte sconosciuta all’Occidente.

Le grandi civiltà del suo passato e la straordinaria creatività della sua popolazione contemporanea – costruita in gran parte da giovani inseriti nella globalizzazione grazie alla diffusione capillare delle tecnologie digitali – suggeriscono uno scenario di grande interesse per una teoria sociale che voglia uscire finalmente dall’eurocentrismo per tentare di comprendere le più recenti dinamiche globali.

Lo studio etnografico condotto da Jean e John Comaroff ha avuto inizio in un’area remota sita tra il Botswana e il Sudafrica. Attraverso un lungo percorso di ricerca e indagine, gli autori hanno sviluppato una teoria dei processi globali di produzione della conoscenza e del ruolo che l’antropologia e gli studi africani possono svolgere, a livello globale, nella contemporaneità. Una riflessione, quella condotta dai Comaroff, definita da Pennaccini di ampissimo respiro, nella quale resta tuttavia evidente l’impronta di una tradizione di pensiero nata sul confine che separa e allo stesso tempo unisce il Nord e il Sud del mondo, all’interno di quella zona che Pratt nel 1992 definì di contatto, dove gli europei si confrontarono con le popolazioni extraeuropee in un contesto segnato da marcate e diseguali relazioni di potere.

Il particolare punto di vista che gli Tswana esprimono sulla loro società e, più in generale, sul mondo riesce a provocare nell’osservatore esterno quel prezioso effetto di straniamento che consente di de-familiarizzare l’ordinario della sua palese ordinarietà, contribuendo a un decentramento del punto di vista in grado di offrire prospettive nuove e originali.

In epoca coloniale, la società tswana ha attraversato una serie di trasformazioni, la più rilevante delle quali è, con ogni probabilità, l’espropriazione di gran parte delle terre maggiormente produttive da parte dei coloni bianchi e, più in generale, dall’introduzione di nuove forme economiche di stampo capitalistico.

Gli Tswana, come le altre popolazioni sudafricane, saranno soggetti a un massiccio processo di urbanizzazione, che spingerà la popolazione maschile verso le nascenti città minerarie e industriali “dove verranno di fatto trasformati in proletari”.

I primi contatti con gli occidentali sono dovuti all’incontro con i missionari metodisti i quali, lungi dal limitarsi ad agire nella sfera morale e religiosa, intervennero a tutto campo sulle istituzioni fondamentali della società locale (il matrimonio poliginico, la sessualità, i modelli di genere, i modelli corporei, la divisione del lavoro, l’economia, i contenuti e i modi dell’educazione scolastica, la salute…).

Due snodi fondamentali nello sviluppo “civile” di un popolo. Trasformazioni profonde, veicolate, studiate che hanno alternato a fondo i paradigmi sociali e culturali dei Tswana.

Si evince con facilità estrema il parallelismo con quanto accaduto nella più e meno recente storia dell’Occidente e della stessa Italia. Lo spopolamento delle campagne e l’indottrinamento religioso che, anche in questo caso, va a modificare, plasmare, frenare i comportamenti.

Nella gran parte delle regioni sudafricane l’arrivo degli europei e l’insieme dei cambiamenti che innescò, ebbe l’effetto di scatenare una violenta conflittualità interna. Una situazione generata anche dalla perdita dei punti di riferimento originari. La forte emigrazione, per esempio, ebbe come conseguenza diretta un profondo indebolimento del tessuto familiare e sociale che porterà a un declino pressoché totale del settore agricolo.

Spesso gli osservatori europei hanno insistito sull’intrinseca fragilità delle democrazie africane, apparentemente incapaci di raggiungere un adeguato livello di maturazione. Come sottolinea Cecilia Pennacini nell’introduzione, gran parte delle critiche riguardano i brogli elettorali e la corruzione delle classi dirigenti. I Comaroff fanno notare che questi fenomeni, apparsi in un primo momento nel mondo coloniale e postcoloniale, stanno progressivamente investendo anche le democrazie occidentali. Si diffondono a macchia d’olio nei paesi del Nord sempre più alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, dove la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. Dove si registra un continuo e progressivo indebolimento del tessuto sociale ed economico.

La politica, nella cultura Tswana, è in primo luogo “dimensione partecipativa vissuta nel fluire della vita sociale”. Gli Tswana credono fortemente nel senso di responsabilità che il leader deve alla comunità. Nel testo viene anche ricordato, a tal proposito, un antico adagio tswana: kgosi ke kgosi ka morafe (“un capo è un capo grazie alla sua nazione”).

Per gli autori, la concezione politica tradizionale tswana si basa in definitiva su un’idea di democrazia sostanziale, mentre la democrazia formale ottenuta attraverso il voto risulta essere poco saliente. Riecheggia in ciò l’eco delle richieste di una democrazia maggiormente partecipativa, cavallo di battaglia dei sempre più diffusi movimenti populisti che “utilizzano le arene digitali come forma privilegiata di espressione popolare”.

Come hanno ben compreso molti investitori internazionali, non da ultimi i cinesi, l’Africa è entrata in una fase totalmente nuova in cui lo sviluppo dei suoi mercati sta aprendo enormi possibilità economiche. Ma questa trasformazione continua a essere percepita da molti come una mera imitazione dello sviluppo occidentale, “una visione eurocentrica che impedisce di comprendere appieno le caratteristiche originali del cambiamento in corso”.

Liberandoci di questa prospettiva ottocentesca, come suggerisce Pennacini, e seguendo il filo d’indagine dei Comaroff si scopre invece che i fenomeni osservabili in Africa sembrerebbero addirittura anticipare e non seguire taluni processi che stanno investendo l’Europa e il Nordamerica.

Un’economia emergente, quella africana, tutt’altro che priva di contraddizioni, dal momento che si basa sul desiderio degli stati postcoloniali e dei loro governanti di guadagnare entrate spendibili nelle forme più flessibili e deregolate, a scapito della protezione dei lavoratori, dei controlli ambientali, delle imposizioni fiscali. Lo sviluppo economico si è spesso manifestato in forme rapinose che massimizzano il profitto al minimo costo realizzando pochi investimenti strutturali. Si tratta di soluzioni ispirate a dottrine neoliberiste, che in questi contesti hanno raggiunto formulazioni estreme e incontrollabili, con il conseguente aumento di fenomeni quali la conflittualità, la xenofobia, la criminalità, l’esclusione sociale, la corruzione… Una violenza strutturale che si riscontra anche nella versione occidentale di tali forme di economia, una economia deregolamentata che inizia a diffondersi a livello globale.

Il Nord globale sta assumendo alcuni dei tratti un tempo caratteristici del Terzo Mondo, come la crescente diversità interna, la conflittualità su base etnica e razziale, l’aumento di povertà e disuguaglianza, la crescita degli insediamenti informali e di una gioventù sotto-proletarizzata. Secondo i Comaroff l’Africa, a quanto pare, sta diventando una condizione globale. Ragione per cui studiare l’Afromodernità può metterci in condizione di meglio comprendere il mondo contemporaneo.

Bibliografia di riferimento

Jean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo. Ovvero, come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, edizione italiana Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.

Introduzione all’edizione italiana di Cecilia Pennacini.

Traduzione di Mario Capello dal testo originale Theory from the South. Or, how Euro-America is evolving toward Africa, Routledge, Taylor&Francis Group, 2012.

Cartaceo 320 pp

Pdf 3.2 MB

Epub 879.4 KB



Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale


Articolo originale qui


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Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro (Analisi del testo “All’alba di un nuovo mondo” di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli – ilMulino, 2019) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (ilMulino, 2019) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

Promuovere la crescita delle economie in via sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il dilettantismo imposto e altre diseguaglianze dello sport nella società contemporanea

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Ogni volta che si parla o si legge di sport, inevitabilmente, si configura nella mente un’immagine positiva. Eh sì, perché lo sport è vita, è benessere, è salute, è rinascita, è rivincita… Ma cosa si nasconde davvero dietro queste immagini positive?

Luca Bifulco e Mario Tirino sono stati i curatori di un libro che risponde a questo e molti altri interrogativi.

Sport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali, edito lo scorso novembre da Rogas Edizioni, non è un libro-inchiesta, è una raccolta di saggi, frutto di accurate indagini e analisi sul mondo dello sport in tutte le sue sfaccettature e, soprattutto, sui suoi legami e risvolti nei vari ambiti della contemporaneità: dalla moda al turismo, dalla politica agli affari, dalla salute al consumismo, dai media alla globalizzazione.

Un libro che indaga la passione per lo sport in tutte le sue manifestazioni: tifoso, spettatore, consumatore. La celebrità sportiva che trasforma un eroe in un brand. Dalla comunicazione e dai nuovi media, come i social che “vendono” la celebrity sportiva. Il tutto racchiuso in un universo commerciale che ha un giro d’affari enorme, incredibile e impensabile in alcuni casi, un business che unisce società sportive, atleti, federazioni, operatori commerciali, finanziari, brand di moda, accessori e attrezzature, operatori del settore turistico, alberghiero, del food e beverage… e che si muove, paradossalmente, in un “dilettantismo imposto” proprio dallo Stato e dalle sue leggi. E, come se ciò non bastasse, bisogna aggiungere quel tanto di discriminazione di genere che, a quanto pare, non manca mai.

In Italia, nessuna atleta di genere femminile può essere considerata una professionista. Non è mai stata istituita, infatti, una lega Pro femminile in nessuna delle 60 discipline esistenti e riconosciute dal CIO – Comitato Olimpico Internazionale.

Per gli atleti di genere maschile le leghe Pro riconosciute sono 4: calcio – FIGC, pallacanestro – FIP limitatamente alla serie A1, golf – FIG, ciclismo – FIC.

Non esistono quindi tutele legali contrattuali valide per categoria, tutele garantite per infortuni e malattie, piani previdenziali…

Ecco perché la bellissima immagine dello sport e degli sportivi, vestiti di tutto punto con abiti creati ad hoc da brand che sanno il fatto loro acquisisce se non altro delle sfumature meno rosee.

I saggi raccolti nel volume curato da Bifulco e Tirino sono di ampio respiro, trattano di vari temi con l’obiettivo palese di raffigurare tutte le differenti modalità di penetrazione dello sport nella società contemporanea e nella vita quotidiana e sottolineare quanto lo sport incida sulle modalità di strutturazione dei fatti sociali e quanto ne sia a sua volta condizionato, particolarmente nell’odierna epoca contrassegnata da un’imponente commercializzazione e spettacolarizzazione del “reame sportivo”.

Lo scopo del libro non è certo quello di denuncia, non è neanche questo il tono della narrazione. Esiste invece negli autori e curatori la volontà di fornire “validi strumenti teorici per potenziare la consapevolezza e la competenza critico-analitica indispensabile per comprendere le comprendere le composite e variabili relazioni tra la società e lo sport”.

Bibliografia di riferimento

Luca Bifulco, Mario Tirino (a cura di), Sport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali, Rogas Edizioni, Roma, 2019


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Rogas Edizioni per la disponibilità e il materiale


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A quanto ammonta il valore della ciclo-ricchezza? “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala” di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini (Egea-UniBocconi, 2019) 

Tangenti, frodi e riciclaggio: corruzione e inchieste che fanno tremare il mondo del calcio. “Cartellino rosso” di Ken Bensinger (Newton Compton, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Recensione a “Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano” di Massimo Lugli (Newton Compton, 2019)

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La mattina del 2 novembre 1975 il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini viene rinvenuto in un campo incolto in via dell’idroscalo, lungo il litorale romano di Ostia. Sull’atroce delitto non è mai stata fatta veramente luce. Ombre e misteri ancora oscurano la verità, anche dopo così tanti anni.

Nel 2005, a distanza di trent’anni dall’omicidio, l’imputato al processo svoltosi tra il 1975 e il 1976, Pino Pelosi, dichiaratosi in prima istanza colpevole del reato, durante la partecipazione alla trasmissione televisiva Ombre sul giallocondotta da Franca Leosini, ritratta la sua versione e afferma di non essere lui il vero colpevole bensì altre persone di cui non conosceva la reale identità ma che lo avevano minacciato qualora non si fosse addossato la colpa. In seguito alle sue dichiarazioni il processo non fu riaperto ma il mistero è tutt’altro che concluso.

Un tragico evento che ha scosso gli animi dell’intera comunità letteraria del Novecento italiano e quella di numerosi cittadini di allora e di oggi, soprattutto in virtù delle considerazioni che scaturiscono ovvie pensando alla “scomodità” dei temi che Pasolini trattava nei suoi articoli di giornale, alla “delicatezza” degli argomenti sui quali indagava…

Un tragico evento che, per certo, deve aver scosso anche Massimo Lugli, cronista di nera per La Repubblica per quarant’anni. Molto deve essersi documentato Lugli sui fatti del ’75. Indagini, analisi, considerazioni, che gli sono rimaste in testa per anni. Informazioni che ha metabolizzato. Su cui ha riflettuto. Che sono poi diventate l’anello centrale dell’impalcatura intorno alla quale ha scritto il suo romanzo Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano. Un libro il cui protagonista sembra essere l’alter ego dello stesso autore, basta immaginarlo alle prime battute lavorative quaranta anni fa.

Tranne alcuni sparuti passaggi, Lugli sembra aver completamente abbandonato la scrittura “tecnica” del giornalista e, nel romanzo, utilizza un registro narrativo che sembra rifarsi molto più al parlato locale, alla Roma con i suoi sobborghi dove la storia è per intero ambientata. Uno stile narrativo molto diretto, a tratti spietato, in alcuni paragrafi molto cruento… in sintesi uno stile che si adatta molto bene ai contenuti della vicenda narrata.

Marco Corvino, protagonista del libro, indaga sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini lasciando credere a tutti quelli con cui viene in contatto di essere incaricato dal giornale per il quale lavora. Una menzogna che lo mette in pericolo quasi quanto il rischio che corre per essersi esposto sulla strada. Troppe domande si tramutano in breve tempo in rischio molto alto.

Raccontando del delitto Pasolini, Lugli offre al lettore uno spaccato della Roma e dell’Italia tutta degli anni Settanta, con la delinquenza di strada e le bande, i movimenti studenteschi, l’estremismo rosso e nero, il femminismo e l’esplosione di una società tutta in continua evoluzione, cambiamento.

Un romanzo, Il giallo Pasolini di Massimo Lugli, che mostra al lettore del nuovo millennio quanto distanti sembriamo essere da quei tempi e quanto in realtà ne siamo vicini, legati da un filo invisibile che unisce passato e presente. Una lotta continua dalla cui evoluzione deriverà il futuro.

I personaggi del romanzo sono tutti ben caratterizzati, raccolti dal volgo di una Roma tanto aristocratica quanto popolare, allora come oggi. Dai delinquenti di borgata ai poliziotti coriacei, dai colleghi giornalisti, trai i quali si notano figure che rimandano a nomi molto noti del panorama giornalistici italiano della seconda metà del Novecento e degli inizi del nuovo millennio, al “saggio” maestro di karate. Personaggi tutti che si alternano e si mescolano su quel simbolico palcoscenico che sono i capitoli del libro di Lugli, dando così vita e risalto a un teatro di luci e di ombre, di speranze e delusioni, gioie e dolori… nient’altro che lo spettacolo della vita.

Massimo Lugli, Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano

Newton Compton Editori, prima edizione ottobre 2019

Pagine 336

Rilegato 8.42 euro

Epub 4.99 euro


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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“Pecorelli deve morire” di Valter Biscotti (Baldini+Castoldi, 2019) 

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“Ammazzati l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Le organizzazioni mafiose. La mano visibile dell’impresa criminale” di Maurizio Catino (ilMulino, 2020)

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Quando si apprende che l’argomento di un libro, di un articolo, di un servizio giornalistico, riguarda la mafia, intesa come istituzione e, di conseguenza, il lavoro ha per oggetto la sua analisi in generale bisogna ammettere che si rischia di cadere nel luogo comune affermando, o solo pensando: ma basta con le parole! Cos’altro c’è ancora da dire che non sia stato detto? Servono fatti non parole!

Tutti sono caduti in simili considerazioni, chi prima e chi dopo. Poco male, se non ci si ferma alla copertina o, in questo caso, al titolo.

Le organizzazione mafiose. La mano visibile dell’impresa criminale è un corposo saggio che riesce nel quasi incredibile intento di mostrare al lettore le organizzazioni mafiose in maniera del tutto nuova. Partendo da un punto di vista mai del tutto analizzato fino in fondo perché, in genere, si ha quasi timore di affiancare a queste strutture illegali terminologie e analisi finora riservate a organizzazioni intese lecite, in tutto e per tutto.

Ed è esattamente questo che ha fatto Maurizio Catino: studiare le mafie per quello che, a tutti gli effetti, sono. Delle organizzazioni. Perché esse presentano quasi tutte le caratteristiche da sempre impiegate per individuare leorganizzazioni:

  • Una progettazione intenzionale dell’organizzazione.
  • Una divisione del lavoro dotata di ruoli differenziati e in qualche modo definiti.
  • Il coordinamento tra persone e attività.
  • Carriere e sistemi di premi e punizioni.
  • Ruoli e codici di condotta.
  • Una netta distinzione tra membri e non membri.

Ricorda inoltre l’autore che è proprio considerandole come organizzazioni che si può arrivare a comprenderne la resilienza e longevità, nonché la continua diffusione e proliferazione anche in territori nuovi e lontani dal centro comunemente inteso come luogo di origine.

Per capire al meglio il loro essere, oltre al loro funzionamento, è necessario “studiare congiuntamente tre aspetti”:

  • Il primo riguarda la dimensione organizzativa interna, le strutture, i ruoli, i “servizi” offerti, i meccanismi operativi, i codici e le regole.
  • Il secondo aspetto attiene all’ambiente esterno nel quale l’organizzazione criminale opera. Un ambiente composto da soggetti individuali e organizzati che entrano in relazione con l’organizzazione criminale. Sono questi “soggetti esterni all’organizzazione mafiosa che modellano e conformano l’azione delle mafie, non il contrario”. Ciò accade soprattutto nelle aree di nuovo insediamento.
  • Il terzo aspetto fa riferimento al grado di percezione del fenomeno criminale da parte del contesto esterno, al livello di tolleranza dell’ambiente, al ruolo delle agenzie di contrasto. L’azione di queste ultime infatti costituisce uno tra “i fattori di innovazione, cambiamento e adattamento dell’organizzazione mafiosa”.

Per riuscire a comprendere in che modo le mafie funzionano, il loro comportamento criminale, come fanno affari e come utilizzano la violenza è necessario, sottolinea l’autore, innanzitutto capire il modo in cui le mafie sono organizzate. Esaminando i diversi tipi di organizzazione mafiosa si può vedere con chiarezza che non tutte le forme di organizzazione sono uguali.

Nel testo, Catino dimostra come i diversi modi di organizzazione nelle mafie influenzano il comportamento, i conflitti e l’impiego della violenza.

Nonostante operino “in ambienti estremamente ostili”, violino la legge, commettano crimini e “siano soggette a intense persecuzioni da parte delle agenzie chiamate a far rispettare la legge”, le mafie sono tra le organizzazioni più resilienti mai conosciute. E, per capirne le motivazioni, Catino suggerisce di associare la loro elevata capacità adattiva e longevità ai loro comportamenti scaturiti proprio in quanto sono organizzazioni formali.

Le mafie non sono solo organizzazioni criminali, sono anche organizzazioni economiche che basano la loro forza sostanzialmente sulla vendita di “protezione e servizi extralegali” a qualcuno che li compra. Ma, soprattutto, “sono profondamente inserite nell’economia, nella politica e nella società”.

L’idea portante del libro di Catino è la convinzione che, riuscire a comprendere al meglio la fisiologia, la logica organizzativa e i dilemmi affrontati dalle mafie, costituisca un importante strumento per aumentare l’efficacia delle azioni di contrasto, per orientare le scelte politiche e per accrescere la resilienza della società civile, la sua resistenza a queste organizzazioni.

Proprio per questa convinzione l’autore ha dedicato l’ultimo e corposo capitolo allo studio approfondito delle tre mafie italiane – Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta – , “prestando particolare attenzione alle dinamiche di espansione nel Nord Italia e ai legami con i cosiddetti colletti bianchi”.

Risulta essere infatti ancora diffusa la convinzione che le organizzazioni mafiose siano peculiarità della cultura meridionale italiana. Teoria avallata anche da “molti studiosi, specialmente in Italia”.

Non troverebbe spiegazione alcuna dunque l’esistenza di tali organizzazioni in paesi culturalmente molto diversi come il Giappone (la Yakuza), la Cina (la Triade), la Russia (Mafia russa) e gli Stati Uniti (Cosa Nostra americana). In considerazione anche del fatto che alcune di queste organizzazioni, come la Yakuza e La Triade, hanno avuto origine anche molto tempo prima di quelle italiane.

Il fatto interessante, fa notare Catino, è che, nonostante abbiano avuto origine in contesti storici e in luoghi molto distanti tra loro, le varie mafie sono caratterizzate da elementi organizzativi comuni. E ciò è dovuto, per l’autore, non a un processo di reciproca conoscenza e scambio, bensì alla presenza di problemi comuni con cui le diverse organizzazioni si sono dovute confrontare nel tempo. Non bisogna parlare di isomorfismo quindi ma di comuni risposte evolutive e adattive a problemi ed esigenze comuni alle varie organizzazioni. Perché, lungi dall’essere organizzazioni onnipotenti come spesso vengono dipinte, le mafie “soffrono di molteplici problemi e sono obbligate a fare i conti con una serie di complessi dilemmi organizzativi di non facile risoluzione”.

Il saggio di Maurizio Catino risulta essere davvero, come nelle intenzioni dello stesso autore, un nuovo modo di indagare un fenomeno che in Italia come altrove è tutt’altro che marginale. Un metodo d’indagine, quello portato avanti da Catino, che si prefigge di mantenere costantemente neutrale il punto di vista dell’investigatore, evitando di cadere in luoghi comuni, pregiudizi o ipocrisie. Rigore tecnico e obiettività sembrano essere le parole chiave che meglio descrivono il metodo d’indagine che Catino ha utilizzato per analizzare le organizzazioni mafiose

Bibliografia di riferimento

Maurizio Catino, Le organizzazioni mafiose. La mano visibile dell’impresa criminale, Società Editrice ilMulino, Bologna, 2020.

Traduzione dalla lingua inglese di Jacopo Foggi.



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