#26giugno : Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, fitta l’agenda delle Nazioni Unite per l’obiettivo 3

Il 26 giugno è la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga e le Nazioni Unite proseguono le campagne e le attività inserite nel programma dell’Agenda 2030, nella fattispecie l’obiettivo 3 che stabilisce, tra l’altro, il bisogno di «rafforzare la prevenzione e il trattamento di abuso di sostanze, tra cui l’abuso di stupefacenti e il consumo nocivo di alcol».

Il programma lanciato quest’anno dall’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC) è Listen First – ascoltare bambini e giovani è il primo passo per aiutarli a crescere sani. Un’iniziativa volta a sostenere la prevenzione dell’abuso di droghe e alcol e promuovere investimenti per il benessere dei bambini e dei ragazzi, ma anche delle loro famiglie e dell’intera comunità.

Attività che si sommano alle numerose altre organizzate lungo tutto il territorio nazionale dalla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT).

Con la Risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987, l’Assemblea Generale dell’ONU scelse il 26 giugno per celebrare la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, affermando la sua «determinazione nel rafforzare l’azione e la cooperazione a livello nazionale e internazionale per combattere questi fenomeni». Sulla scia di questa determinazione nasce, nel 1997, l’UNODC (Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine – United Nations Office on Drugs and Crime), creato dalla fusione del Programma di Controllo sulla Droga delle Nazioni Unite e dal Centro per la Prevenzione del Crimine Internazionale.

Durante le 26esima Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale, tenutasi a Vienna il 23 maggio 2017, «è stato sottolineato come, nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al traffico di droga, al crimine organizzato transnazionale e al terrorismo, questo tipo di crimini continui a espandersi a livello transnazionale». In quest’ottica va guardato il progetto di rafforzamento dei controlli, della comunicazione e della sicurezza negli aeroporti dell’Africa Occidentale e dell’America Latina (AIRCOP), un’iniziativa congiunta dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD) e l’Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale (INTERPOL).

Il 22 giugno scorso, durante un evento tenutosi presso il Centro internazionale di Vienna, in collaborazione col Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e (ECOSOC) e le organizzazioni non governative, l’UNDOC ha presentato il Rapporto mondiale sulla droga 2017.

Ogni anno muoiono almeno 190.000 persone a causa della tossicodipendenza. E il danno causato da queste problematiche non si ferma alle persone e alle comunità coinvolte: «l’abuso di droghe conduce a malattie debilitanti quali l’HIV, l’epatite e la tubercolosi, mentre il traffico illecito foraggia il riciclaggio di denaro e il terrorismo», inoltre «la corruzione, principale facilitatore della criminalità organizzata, si ripercuote su tutta la catena di approvvigionamento della droga», scrive Yury Fedotov, Direttore Esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine.

Dalla ricerca si evince che terroristi e gruppi armati traggono vantaggio dal commercio di stupefacenti, «secondo alcune stime, più dell’85% delle coltivazioni di oppio dell’Afghanistan si trovano nei territori sotto il controllo dei Talebani». Il commercio di queste droghe continua a prosperare mentre «nuove minacce emergono, quali la diffusione di metanfetamina e di nuove sostanze psicoattive». Inoltre anche il modello imprenditoriale di queste attività si sta evolvendo, «grazie al crescente ruolo della criminalità informatica e del darknet».

Fedotov sottolinea che criminalità e droghe sono sempre stati considerati soggetti marginali dello sviluppo, mentre ora vengono sempre più guardati come un vero e proprio ostacolo al raggiungimento dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030 e in particolare dell’obiettivo 3 sulla salute e dell’obiettivo 16 sulla pace e la giustizia. «La nostra risposta è di lavorare a stretto contatto con i nostri partners per prevenire il traffico e il consumo di droga, e il crimine». Tenendo sempre a mente che «essi si avvantaggiano della stessa instabilità che generano». Una instabilità volta a ostacolare «lo sviluppo, la pace e i diritti umani».

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La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

Esce a marzo di quest’anno con Rizzoli il nuovo romanzo di Giulio Perrone, Consigli pratici per uccidere mia suocera. Un libro che racconta di come può essere e diventare “surreale” la realtà.

Lo precisa in apertura lo stesso autore che il romanzo è il prodotto della sua fantasia, «ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale». Ma probabile, possibile e plausibile. La vicenda narrata da Perrone e tutte le piccole e grandi sfaccettature che ne fanno da corollario infatti rispecchiano perfettamente storie lette o ascoltate di vera quotidianità, a cui l’autore può aver direttamente assistito o che gli possono essere state raccontate. Dai tormenti adolescenziali alle turbe in età matura, dagli intrighi amorosi all’incapacità di accettare il tempo che passa, dalla volontà costante di “amare” del protagonista alla difficoltà di maturare… il tutto condito con scene e battute divertenti e irriverenti che “alleggeriscono” la lettura rendendola ancor più piacevole.

Lo stile di scrittura scelto da Perrone sembra tratto dal “narrato quotidiano”, con l’io narrante che racconta la sua vita come se la stesse riassumendo a dei vecchi amici incontrati al pub o al bar. Un registro narrativo che sembra ben rispecchiare la realtà di cui parla, esattamente come i protagonisti del libro incarnano perfettamente i tipi narrativi che l’autore ha voluto descrivere. Il ritratto esatto di quanto realmente accade o potrebbe accadere da quando il lavoro, ad esempio, è diventato sempre più “flessibile”, che poi è solo un modo meno chiaro e palese di dire intangibile, ovvero evanescente.

Consigli pratici per uccidere mia suocera sembra una “commedia dell’incontrario”, con il protagonista Leo che pur trascorrendo le sue giornate nulla-facendo manifesta il suo costante bisogno di evasione dal mondo e dai problemi, rifugge dalla madre che tenta di metterlo in guardia e corre in direzione opposta verso il padre che i problemi invece li attrae come una calamita. Pur rammaricato dal non potersi più «prendere una vacanza dalla vita», Leo sceglie comunque la strada “giusta” senza ripensamenti… forse. Ma è sicuramente giusto ribadire che la storia raccontata da Giulio Perrone è uno specchio vero e veritiero della condizione attuale di tanti giovani e, per dirla tutta, anche tanti non più così giovani e la loro quasi perenne difficoltà a metabolizzare anche gli oneri dell’età adulta, essendo invece per la maggiore interessati solo ai “piaceri” che questa comporta.

Un romanzo gradevole, Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone, che si rivela una lettura piacevole non senza comunque interessanti spunti di riflessione sull’attualità e la modernità. Un libro che pur mancando, per fortuna, di dare concreti consigli per uccidere chicchessia regala al lettore uno spaccato di vita reale e realistica tra le cui righe sorridere e riflettere.

Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.rizzoli.eu

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Esce quest’anno con Ugo Guanda Editore Ogni spazio felice di Alberto Schiavone, un libro costruito intorno al concetto di “angolazione”. Ogni cosa e anche ogni persona può sembrare diversa se osservata da un angolo differente. Il poliedrico punto di vista dell’autore sulla vita, sui sentimenti, sulle relazioni, sui tanti vizi e le poche virtù di tutti e ognuno viene raccontato al lettore per tramite del protagonista, Amedeo, un omino minuto e simpatico che ha dovuto imparare a convivere con il dolore e i sensi di colpa e che sopravvive nella sua vita immaginandone mille altre.

Manca un solo anno affinché per la società Amedeo venga considerato vecchio a tutti gli effetti ma la vita che lui e sua moglie Ada si sono lasciati dietro le spalle è tanta, gravata da dolori e perdite che l’hanno inesorabilmente segnata al punto che sembra non abbiano solo smesso di combattere ma proprio di vivere. Giornate tutte uguali cadenzate da alcol, fumo e invettive varie rappresentano ormai il loro stare in questo mondo, sotto lo sguardo di una gatta che li asseconda e di una figlia che li biasima.

Al lettore viene svelato fin da subito il perché hanno accettato che l’alcol diventasse «il loro stesso fiume» nel quale si «sono immersi e provano a restare a galla tenendosi per mano». Una mano che viene stretta ancor più forte nel momento stesso in cui Amedeo si era illuso di poterla lasciare e la paura di perdere per sempre sua moglie lo riporta alla realtà e all’amore che li ha tenuti uniti, nonostante tutto.

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Ogni spazio felice si concentra su una settimana di vita della coppia Amedeo e Ada, ma Schiavone è riuscito a raccontare la loro intera vita attraverso episodi, ricordi, emozioni… con un registro narrativo semplice ma non scontato, quotidiano ma mai banale, come la stessa esistenza dei protagonisti. Una vicenda, quella narrata dall’autore, in cui sono inseriti pezzi di storia italiana, come l’occupazione delle fabbriche e le lotte operaie degli anni ’80, stralci di perenne attualità, come il razzismo e il terrorismo, e riflessioni sparse su vita e sentimenti. Traspare dal testo la capacità di osservazione dell’autore, il quale ha poi sapientemente inserito nella sua storia inventata situazioni e accadimenti a cui potrebbe aver assistito o che gli potrebbero essere stati raccontati. Fatti realmente accaduti. Storie di uomini e donne che vivono e sopravvivono in una grande città che nella fattispecie è Milano ma potrebbe essere un qualsiasi agglomerato urbano in Italia e nel mondo che tanto è «sempre più uguale».

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Un mondo in continua evoluzione che ormai solo «la parte ricca, colta» cerca di preservare, nel senso di volerlo conservare così com’è, o meglio com’è stato finora non volendosi mischiare «con i barbari o gli esclusi». Trascinandosi in un atteggiamento cieco e bieco che non permette di vedere e comprendere tante cose come, per esempio, «che verrà rasa al suolo».

Tra il racconto delle sue storie inventate e dei suoi viaggi immaginati, Amedeo riflette su quello che osserva passeggiando per le vie cittadine o su quello che vede guardando sua moglie ubriaca regalando al lettore un resoconto dettagliato del mondo che si vuole preservare e di quello che si vorrebbe impedire.

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Evitando sistematicamente di esprimere giudizi Alberto Schiavone è riuscito lo stesso a descrivere bene la società contemporanea, con i suoi tanti vizi, le poche virtù, gli innumerevoli pregiudizi e l’incontenibile ipocrisia alimentata da stereotipi e luoghi comuni duri da scalfire. Un mondo in cui ogni spazio può essere felice oppure no, nel quale «non è poi così difficile divenire complici» anche senza volerlo, in quanto «può bastare essere innamorati».


Disclosure: Per la prima foto, copyright Naomi August

Articolo originale qui:

http://www.sulromanzo.it/blog/la-disperazione-del-viver-quotidiano-in-ogni-spazio-felice-di-alberto-schiavone

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“La legge sugli ecoreati sta dando i suoi frutti”, parola di Legambiente: 574 ecoreati, 971 persone e 43 aziende denunciate nel 2016

Bilancio in positivo per i primi due anni della legge sugli ecoreati, approvata il 29 maggio 2015. A sottolinearlo un dossier di Legambiente che ne evidenzia l’utile impiego per il sequestro di depuratori malfunzionanti, per fermare l’inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, per intervenire su situazioni di inquinamento pregresso e per fermare attività illegali di vario genere. Una legge con la quale lo Stato italiano, finalmente, sembrerebbe aver dichiarato “guerra” agli ecocriminali. Una svolta necessaria. Una “riforma di civiltà” com’è stata definita proprio da Legambiente.

Il dossier Ecoreati nel Codice penale analizza nel dettaglio i numeri e le storie di una «legge che funziona», frutto di un lavoro parlamentare trasversale sul testo che aveva unificato i progetti di legge di Ermete Realacci (Pd), Salvatore Micillo (M5s) e Serena Pellegrino (Si) ha finalmente consentito alla giustizia italiana di lasciarsi alle spalle «decenni di disastri ambientali senza colpevoli».

Nel 2016, a fronte di 1215 controlli, sono stati sanzionati 574 ecoreati, denunciate 971 persone e 43 aziende e sequestrati 133 beni per un valore di quasi 15 milioni di euro. 18 le ordinanze di custodia cautelare.

143 i casi di inquinamento ambientale, 13 quelli di disastro ambientale, 6 di impedimento di controllo, 5 i delitti colposi contro l’ambiente, 3 quelli di omessa bonifica e 3 i casi di aggravanti per morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale.

La Campania si conferma la regione in cima alla lotta al crimine ambientale con 70 ecoreati contestati mentre è la Sardegna la regione con il maggior numero di denunciati (126). L’Abruzzo è in cima per numero di aziende coinvolte (16) mentre la Puglia per numero di arresti (14). In Calabria è stato registrato il numero più alto di sequestri (43). L’Umbria è invece la regione con il maggior numero di reati contravvenzionali contestati (64). In Liguria è stato registrato il maggior numero di persone denunciate (83).

In base ai dati raccolti dal ministero della Giustizia, per l’attività di 87 procure nel 2016, risultano iscritti 265 procedimenti in applicazione della legge 68/2015 con 446 persone indagate e 13 imputate.

Estendendo l’indagine a ritroso fino al 1 giugno 2015, ovvero alla data di inizio dell’applicazione della legge sugli ecoreati, risultano iscritti 467 procedimenti con 651 persone indagate e 17 imputate. Nel 2015 sono stati 41 i procedimenti in tribunale che hanno portato a condanne di primo grado, dei quali 35 per inquinamento e 3 per disastro ambientale.

Anche l’attività delle Arpa, nell’elaborazione dei dati forniti da AssoArpa, sono positivi e in costante aumento. Dal 2015 al 2016 le prescrizioni impartite sono aumentate da 580 a 1296, le asseverazioni sono passate da 183 a 935, mentre il gettito economico è passato da 491mila euro a quasi 2,2 milioni di euro incassati direttamente dalle tasche dei trasgressori. Per il 2016 le Arpa che hanno prodotto più prescrizioni sono state quelle di Emilia Romagna (413), Piemonte (373) e Veneto (190), mentre quelle più impegnate nelle asseverazioni sono state ancora il Veneto (208), poi Lazio (157) e di nuovo Emilia Romagna (115), che ritorna anche per quanto riguarda il gettito economico (oltre un milione di euro), seguita da Piemonte (circa 950mila euro) e Toscana (oltre 550mila euro).

Tra le indagini più significative del 2016 vengono annoverate:

  • Operazione Poseydon, conclusa il 2 novembre dalla Guardia di Finanza e dalla Capitaneria di porto di Taranto con 14 arresti per i delitti di inquinamento e disastro ambientale, oltre che per illegale fabbricazione e detenzione di ordigni e sostanze esplosive.

  • Operazione Panta Rei eseguita dall’allora Corpo forestale dello Stato di Chieti e Pescara che ha contestato i reati di inquinamento ambientale, insieme alle attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, truffa ai danni dello Stato, peculato e abuso d’ufficio.

  • Operazione condotta dai Carabinieri del Ros e dalla Procura di Brescia, che lo scorso novembre ha bloccato una presunta organizzazione criminale dedita alla miscelazione sistematica di rifiuti speciali pericolosi da spacciare come “materiali ferrosi”, con destinazione ricorrente le acciaierie bresciane.

  • Inchiesta Spazzatura d’oro della Dda di Perugia per i reati di disastro ambientale, inquinamento ambientale e altri reati ambientali.

  • Accuse di disastro ambientale colposo e permanente per la gestione della discarica di Malagrotta alle porte della Capitale, indagine portata avanti dalla Procura di Roma.

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Il “lungo travaglio” dell’adozione nel racconto di un padre. Intervista a Arnaldo Funaro per “Un bimbo mi aspetta” (LOG Edizioni, 2017)

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

Arnaldo Funaro e sua moglie Tiziana decidono, senza mai pentirsene, di salire «sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali» per lasciarsi alle spalle lo status di coppia e abbracciare quello di famiglia.

Un percorso lungo e difficile che paragonano a un parto, solo che a soffrire fisicamente, oltre che emotivamente, sono entrambi i genitori. E scelgono poi di raccontare ogni passo del cammino intrapreso in un diario pubblicato online sui social network. Da questo racconto nasce in seguito il libro pubblicato da LOG edizioni.

Perché scrivere e rendere pubblico ogni passaggio della vicenda? Perché trasformare il diario social in libro? Tanti gli interrogativi inerenti la vicenda. Alcuni abbiamo cercato di farli sciogliere proprio ad Arnaldo Funaro ponendoglieli direttamente nell’intervista centrata sul libro, Un bimbo mi aspetta, ma anche su vari aspetti dell’adozione nazionale e internazionale di minori.

La perdita di un figlio naturale e l’attesa per l’arrivo di un figlio adottivo. Perché ha scelto di mettere nero su bianco tutte le emozioni e le riflessioni che ruotano intorno a questi importanti accadimenti e perché ha poi deciso di renderli social pubblicandoli online?

Ci sono varie ragioni. La prima, senza dubbio, è la mia passione per la scrittura, che è anche il mio lavoro in comunicazione. Questa passione/lavoro mi ha sempre dimostrato come mettere nero su bianco i propri pensieri serva a rielaborarli, rivelandone così aspetti diversi, che altrimenti resterebbero nascosti.

La seconda ragione, la volontà di creare per mia figlia un diario capace di farle comprendere con forza e dolcezza come siamo diventati una famiglia.

La terza: ogni volta che ho incontrato altre coppie, lungo il nostro percorso, mi sono reso conto di come fossimo tutti prigionieri degli aspetti burocratici, delle lungaggini, della nostra condizione di persone poco comprese (i miei genitori, per esempio, hanno capito cosa abbiamo affrontato solo dopo aver letto il libro) e ho creduto, a ragione finora, che fosse importante avere uno strumento per liberare i nostri sentimenti, ma con un fine positivo. Così è iniziata la pubblicazione sui social, lo strumento più giusto, in quel momento, per arrivare a tutti e permettere la condivisione di queste tappe.

Il libro Un bimbo mi aspetta è una rielaborazione del suo diario pubblicato sui social network ma cosa ha rappresentato, per lei, riordinare il testo e soprattutto quale scopo si è prefisso di raggiungere nel vederlo pubblicato?

I social sono un enorme tritacarne senza memoria. La pagina Un bimbo mi aspetta, per esempio, sta andando avanti, ma ogni volta che aggiungo un post, allontano nel tempo i capitoli della nostra esperienza. Rimettere tutto su carta, invece, permette di fissare in un contenitore unico, materico, l’esperienza vissuta e renderla fruibile in modo diverso, più personale se vogliamo. Trasformare una pagina in un libro mi ha permesso, con LOG, di creare uno strumento anche per chi non sa come star vicino a persone che si amano e che cercano di avere figli. Amici, genitori e parenti potranno leggere con semplicità quanti sentimenti si mettano in moto nel percorso adottivo, e avranno un oggetto col quale comunicare la propria vicinanza a chi ne sta compiendo uno, regalando questo libro.

Nel testo traspaiono le emozioni del relazionarsi con gli altri, soprattutto con coloro che si ritrovano a vivere esperienze simili o comuni e specularmente con chi invece ha vissuto esperienze differenti. Il libro vuol essere un aiuto per coloro che si trovano o si possono trovare nella sua situazione oppure un oblò per chi non avendo fatto certe esperienze si attarda nel comprenderle?

Hai colto perfettamente il punto, ossia la doppia natura di questo volume. Il libro parla a tutti e con obiettivi diversi. Le coppie che stanno cercando la propria strada verso la creazione di una famiglia (non importa se adottando o attraverso la medicina), e le persone che spesso, involontariamente, sottovalutano la sofferenza e la frustrazione di chi vorrebbe avere figli e non riesce. Forse più che un oblò, una porta da socchiudere e poi attraversare.

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Perché in Italia è difficile adottare un bambino? E perché vengono tanto caldeggiate le cosiddette “adozioni a distanza”?

Il percorso adottivo è complesso. In Italia diventa anche complicato. Complesso, perché al centro del processo adottivo c’è il minore, non l’aspirante genitore. E questo è corretto, perché si deve essere il più possibile sicuri di non portare il piccolo a soffrire una seconda volta, suo malgrado. Complicato, perché il nostro Paese, come in tanti altri campi, è lento, non informatizzato (immagina cosa significhi trovare le schede giuste in tribunale, anche se negli ultimi anni si sta facendo uno sforzo non indifferente in questo senso), sotto staffato (a Roma l’unificazione di alcuni Municipi ha significato la metà del personale per il doppio delle pratiche): in una parola, addormentato. Ne viene fuori un quadro disarmante dove gli aspiranti genitori spesso preferiscono rivolgersi alla medicina pagando migliaia di euro per un percorso nella fecondazione assistita che spinge all’estero sia per una normativa italiana troppo restrittiva, sia per tanta opacità nella normativa stessa.

L’adozione a distanza è un processo che nasce più da una volontà filantropica che genitoriale. Personalmente, per quasi dieci anni ho sostenuto una bambina in Mozambico per strapparla a un destino di povertà e prostituzione, ma non ha niente a che vedere con la possibilità o la sensazione di essere genitori.

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Stando ai dati diffusi dal Dipartimento di Giustizia Minorile, nel 2015 sono pervenute poco oltre 9 mila domande di adozione delle quali solo 3668 per minori stranieri. Perché, a parer suo, esiste questa discrasia?

Partiamo dal presupposto che un’adozione nazionale non significa arrivare ad avere un bimbo o una bimba italiani, ma semplicemente entrati nella condizione di adottabilità nel nostro territorio. L’adozione nazionale, oltre quelli emotivi, non ha costi. Quella internazionale, invece, associa a una quasi certezza di arrivare fino in fondo costi molto elevati, dai soldi destinati all’ente che si occupa di fare l’abbinamento, tradurre i documenti, seguire le relazioni con il governo straniero, a quelli che vanno invece al Paese scelto per adottare. Mettici i voli, gli alberghi e via dicendo, non si sta mai sotto i ventimila euro. Non tutti sono in grado di mettere insieme cifre di questo genere. Quella economica è una discriminante enorme. Quando mia moglie ed io abbiamo deciso di adottare in Cina, ho lavorato come freelance tutti i weekend per mettere insieme la somma necessaria. Soldi benedetti, ma sudati aspramente.

Lei ha definito l’adozione «un parto, solo con un travaglio più lungo». E allora io le chiedo: cosa ha imparato ad amare e a odiare di questo “lungo travaglio”?

L’adozione è un parto dal travaglio più lungo e, aggiungo, che devi fare in due. Un figlio adottivo lo partorisce anche il papà. Ecco, l’adozione ha il potere di rendere una coppia più forte e consapevole del proprio rapporto. Allo stesso modo, può distruggere un matrimonio, perché serve un’unione di intenti che va oltre la normalità.

Di questo percorso ho odiato l’attesa, la frustrazione di ogni prova superata. Ho capito l’importanza di fare le cose secondo le regole, per evitare di finire in percorsi oscuri, dove non sai se tuo figlio è stato strappato a qualcuno o prodotto per te.

E ho anche amato, certo: ho amato ogni giorno di più mia moglie Tiziana, la vera artefice di questo incredibile viaggio nel tempo e nello spazio che ci ha fatti salire sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali, e ci ha fatto scendere a Pechino, dove siamo arrivati come una coppia per tornare a casa come una famiglia.

Aggiungo se posso una cosa per concludere.

L’adozione non esiste perché qualcuno non è capace di fare un figlio, ma perché qualcuno non è capace di fare il genitore. Al mondo ci sono milioni di bambini che aspettano solo di conoscere le persone che li ameranno in modo esclusivo; che aspettano la propria mamma.

Perché di mamma ce n’è una sola, ma non sempre la conosci il giorno in cui nasci.

Disclosure: Per la prima foto, copyright Danielle MacInnes

Articolo originale qui:

http://www.sulromanzo.it/blog/il-lungo-travaglio-dell-adozione-nel-racconto-di-un-padre-intervista-ad-arnaldo-funaro

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“L’Ammerikano” di Pietro de Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016)

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È lo stesso autore, nella prefazione al libro, a indicarlo come fondato sui contrasti: «tra epoche diverse, diverse aree del mondo e soprattutto tra il solitario e doloroso percorso di vita del protagonista, l’Ammerikano, e la storia del suo antagonista, Vincenzo».

Un libro che in origine ne sembrano due, le cui storie e vite solo in apparenza separate pian piano si tessono e si intrecciano come una trama (accattivante) e un ordito (fitto), il tutto scritto con un registro narrativo interessante. In più occasioni sembra che l’autore si rivolga direttamente al lettore attraendolo nella storia, nelle vicende narrate.

L’Ammerikano di Pietro de Sarlo è un libro a cavallo tra un romanzo-commedia e un giallo che, raccontando una storia immaginaria, descrive innumerevoli sfaccettature di vite reali o possibili. Un libro pensato per i coetanei dell’autore costretti a lasciare la propria terra di origine come i loro padri e nonni, motivati dalla «speranza di una vita migliore per i propri figli». Una narrazione che dà adito a riflessioni amare, ma vere, sulla situazione politica ed economica della Basilicata, che rispecchia e riflette quella del Sud e dell’Italia intera.

La Basilicata da una parte, con il «sogno texano della regione e dei suoi abitanti» ben presto tradottosi «nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero», e l’America dall’altra, con tutta la potenza del suo mainstream che ha contagiato l’intero pianeta e in grado di convincere tutti e ognuno che qualsiasi cosa o persona proviene da lì sia inopinabile e quasi magica. Due universi talmente opposti che, alla fine e paradossalmente, finiscono per somigliarsi. Ben rappresentati e delineati dall’autore a cui va riconosciuto anche il merito di aver creato, con i suoi personaggi, i ‘tipi’ perfetti per l’ambientazione e le scene narrative e di aver raccontato le loro storie con uno stile di scrittura piacevole e scorrevole, infarcito di termini dialettali che se da un lato potrebbero rallentare la lettura e scoraggiare i lettori non meridionali dall’altro la rendono a questi ancor più gradevole.

Un buon libro, L’Ammerikano di Pietro de Sarlo. Un testo che racconta una storia originale e curata nei dettagli. Leggera e a tratti divertente ma che consente lo stesso all’autore di immettervi considerazioni, anche importanti, sullo stato di degrado e abbandono della propria terra natia, sull’emigrazione e l’immigrazione, la politica e la cultura della società non solo lucana e, di rimando, invoglia il lettore a riflettere, regalandogli così non solo una bella storia da leggere e raccontare ma un’eredità di riflessioni da portare avanti.

Pietro De Sarlo, sessantenne lucano, laureato in ingegneria ha sviluppato una importante carriera manageriale nei principali gruppi italiani e esteri operanti in Italia. è autore di numerosi articoli di economia e politica su alcune testate on line come Basilicata24, Economia Italiana, Scenari Economici e Il Giornale Lucano. Già fondatore dell’associazione Pinguini Lucani ha pubblicato, nel 2010, un saggio (Si può Fare!) sull’emergenza economica e ambientale derivante dalle estrazioni petrolifere e sulle possibilità di sviluppo economico e sociale della Lucania.

Articolo originale qui

 

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Seconda: Gli editori indipendenti

Il ruolo degli editori indipendenti nel panorama editoriale italiano e internazionale. Bibliodiversità e desertificazione libraria. Editori indipendenti e autori emergenti.

Gli editori indipendenti in Italia sono quelli che si dichiarano paladini della bibliodiversità, capaci di mantenere alta l’asta della libertà d’espressione grazie al fatto di essere liberi autonomi e sovrani nelle scelte editoriali.

Non rispondendo agli interessi di alcuno riescono a garantire ai lettori piena indipendenza. È veramente questo che accade? Gli editori non-indipendenti sono per contro tutti “dipendenti” da qualcuno? Le loro pubblicazioni sono quindi in un certo qual modo “falsate”?

I grandi editori producono molti titoli ma soprattutto stampano innumerevoli copie puntando al guadagno come ritorno per il numero di copie vendute. Un libro che ha venduto molto e che viene magari anche ristampato è identificato come best seller. Un “best seller” nell’immaginario collettivo diventa un “gran libro”, per l’editore è un “successo editoriale” ma nella realtà rimane semplicemente un titolo che ha venduto molto.

Gli editori indipendenti affermano di preoccuparsi più della bibliodiversità, ovvero di curare la diversità culturale applicata ai libri.

In un articolo pubblicato sull’Huffington Post lo scorso aprile e firmato da Leonardo Romei, venivano riportate tutte le risposte date dagli editori indipendenti presenti al Book Pride 2016 (la Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente) in merito al quesito: cos’è una casa editrice?

Le risposte sono molto varie e parlano di progetti culturali, di laboratori, di strumenti per interpretare lo spirito del tempo… nella gran parte dei casi si percepisce il tentativo di battere sull’aspetto culturale, a volte si palesa la concretezza dell’aspetto economico e la risposta data dalle Edizioni E/O sembra sintetizzare al meglio la complessa situazione. Una casa editrice è «una fabbrica di mondi che però deve fari tornare i conti».

Ecco allora che, almeno in qualcosa, gli editori indipendenti cominciano a somigliare di più ai grandi colossi dell’editoria. Nessuno di loro lavora a un progetto culturale per filantropia bensì tutti lo fanno con un fine economico. Permane l’obiezione che vede gli indipendenti paladini della bibliodiversità. Tuttavia spulciando i cataloghi dei grandi editori si trovano anche lì dei titoli bibliodiversi, certo meno sponsorizzati rispetto ai best seller ma pur sempre presenti. E allora dove sta la differenza, oltre ovviamente nelle dimensioni?

La differenza la dovrebbe fare l’utente che in questo caso coincide con il lettore.

I grandi editori possono giocare con i grandi numeri, con le poderose campagne pubblicitarie e con le “vantaggiose” campagne promozionali volte a invogliare i lettori all’acquisto. Cifre che sempre più spesso divengono per nulla competitive per gli editori indipendenti i quali, per tramite dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti (ODEI), hanno presentato una proposta di legge «a favore della promozione della lettura, per il sostegno delle librerie di qualità, delle biblioteche e delle piccole e medie imprese editoriali» nella quale spiccano le richieste di fissare il tasso massimo di sconto al 5% e di una maggiore regolamentazione delle campagne.

Non si può sapere con certezza assoluta se fissando un tetto massimo di sconto si spingerà il lettore a guardarsi attorno con maggiore attenzione e magari se questi decida di acquistare, a parità di prezzo, libri meno sponsorizzati e pubblicizzati, ma di sicuro regolamentando i ribassi del prezzo di vendita si contribuirà a limitare la “svendita” di un libro.

Nel corso della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri Più liberi, tenutasi lo scorso dicembre a Roma, sono stati presentati i dati dell’indagine Nielsen sul mercato generale del libro di carta. Nei primi dieci mesi del 2016 si è registrato un aumento dello 0,2% del mercato del libro di carta corrispondente a circa 2,1 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Ma il problema di fondo ruota proprio intorno ai quesiti: siamo sicuri che dati col segno più siano segnali positivi dell’editoria? Il mercato del libro è davvero come qualsiasi altro settore della commercializzazione dove chi più vende più guadagna e se così è non ci troviamo dinanzi a una situazione simile al casinò dove è il banco a vincere sempre?

In tutta questa vorticosa giostra fatta di numeri dati vendite e guadagni in che posizione si collocano rispettivamente autori e lettori?

Gianluca Ferrara, saggista e direttore editoriale di Dissensi Edizioni, in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano parla delle difficoltà incontrate come conseguenza della scelta di voler restare dalla parte dei lettori. «Il mercato editoriale è un settore delicato, la “fabbrica del consenso” nasce proprio con i libri, infatti sono i pochi gruppi editoriali che controllano la quasi totalità del settore. Posseggono le tipografie dove si stampano i libri, la distribuzione con cui li veicolano, le librerie dove se li vendono e i giornali dove si pubblicano le recensioni.» Gli spazi che rimangono liberi secondo il sistema appena descritto sono pochi ma al giorno d’oggi, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e nuovi strumenti, le possibilità offerte agli indipendenti sono in aumento e loro dovrebbero approfittarne presentando sempre pubblicazioni lodevoli.

Secondo quanto riportato da Jon Sealy in un articolo per Literary Hub, negli Stati Uniti una serie sempre crescente di piccoli editori indipendenti cerca di aggirare gli ostacoli relativi alla distribuzione e alla vendita dei canali tradizionali aprendo dei propri punti vendita, librerie che siano al tempo stesso centri di commercio al dettaglio e aggregazione culturale. In Italia questo ruolo sembra sia stato assegnato alle fiere di settore.

In buona sostanza quindi l’obiettivo dell’editoria indipendente sembrerebbe ben sintetizzato nelle parole di Carlos Fuentes: «Bisogna creare lettori, non dar loro quello che vogliono». Gli indipendenti sognano di creare dei lettori mentre i colossi sognerebbero di creare dei buoni clienti.

I sogni però devono prima o poi scontrarsi con la realtà e, impossibile negarlo, l’Italia è il Paese dei pochi lettori ma soprattutto dei pochi lettori forti. Ciò significa che le persone che leggono regolarmente, che sono appassionate dalla lettura, che vanno a cercarsi dei titoli che esulano dalle classifiche dei best seller, dalla narrativa di genere, dai libri-tormentone… sono in numero ancora più esiguo e che, per contro, coloro che comprano la narrativa o altro genere a prezzo ribassato nei grandi store commerciali o online forse comprerebbero di meno o non comprerebbero affatto se venisse meno la convenienza economica. Lettori che acquistano libri né più né meno di come fanno la spesa al supermercato, dove le offerte speciali e i tre per due vanno per la maggiore.

È già da un po’ che in Italia si parla di ‘desertificazione libraria‘ in riferimento alle librerie storiche o più o meno recenti che chiudono i battenti per vari motivi ma principalmente ciò va considerato una diretta conseguenza della ‘desertificazione progressiva dei lettori’, frutto a sua volta della ‘desertificazione culturale’ che ormai sta diventando strutturale. Persone, famiglie, coppie, giovani e meno giovani, occupati e inoccupati disposti e addirittura bramosi di accollarsi anche un cospicuo numero di rate pur di ‘possedere’ un’auto, un televisore o uno smartphone di ultima generazione ma che storcono il naso dinanzi una pila di libri che sonnecchia in una pressoché invisibile vetrina. E allora sì che in quest’ottica l’impresa portata avanti dagli editori indipendenti diventa ancora più titanica.

In un’intervista rilasciata per Il Giornale, Matteo Chiavarone, direttore editoriale delle Edizioni Ensemble, afferma che essere “indipendente” è bello ma solo se fai dei bei libri, in numero limitato, mantieni una costante attenzione verso esordienti e autori di Paesi poco esplorati, partecipi assiduamente a eventi culturali e fiere di settore.

Per Gino Iacobelli, già editore e presidente di ODEI, la casa editrice indipendente è «un’azienda che parla con lo scrittore ma anche con il tipografo. Lavora a stretto contatto con tutta la filiera. Gli indipendenti scelgono sempre in virtù di una passione, pur non vergognandosi di gioire dei successi economici ed editoriali».

Se da un lato l’Italia è il Paese dei pochi lettori dall’altro è il regno degli scrittori in erba. Tutti gli editori, grandi e piccoli, indipendenti e non, dichiarano di ricevere decine o centinaia di manoscritti, quotidianamente. Iacobelli sostiene che questo va sempre e comunque visto come un qualcosa di positivo e che ogni editore è libero di scegliere se puntare sulla scrittura oppure sulle idee, magari in questo caso ritornando a lavorare sulla scrittura insieme con l’autore.

E ci sono stati molti casi di “grandi successi” letterari portati avanti da editori indipendenti. Nuovi autori scoperti o scrittori riscoperti, stranieri valorizzati oppure ancora “idee” in cui si credeva fermamente. Il “successo” riscosso dagli editori indipendenti sembra essere quasi sempre legato alle rigide scelte editoriali e all’accurata selezione preventiva dei titoli da inserire nel proprio catalogo per cui è lecito pensare che un autore emergente e non che intende rivolgersi a un indipendente per sottoporre un proprio manoscritto debba preventivamente visionare tutta la linea del catalogo e riflettere, con una quanto maggiore gli riesce obiettiva autocritica, valutare la propria scrittura oppure, quantomeno, la qualità delle proprie idee.

Articolo originale apparso sul numero 49 di Writers Magazine Italia – La Rivista di riferimento per chi scrive diretta da Franco Forte.

Leggi anche – La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Prima: Piccola e Media Editoria

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

Può una vicenda realmente accaduta nella Venezia del 1300 aiutarci a capire e superare alcuni preconcetti e pregiudizi riguardo omosessualità ed evoluzioni transgender? La storia di Rolandina Roncaglia, raccontata nel libro Processo a Rolandina. La storia vera di una transgender condannata al rogo nella Venezia del XIV secolo (edito da Fernandel), ha aiutato l’autore Marco Salvador a liberarsi di vecchie “incrostrazioni” perché conoscere le storie equivale a meglio comprendere le persone, qualunque sia il loro orientamento sessuale, e imparare a rispettarle come tali, per quello che semplicemente sono. Esseri umani.

Omosessualità, transgender, intersessualità sono termini che ancora oggi mettono paura, spaventano perché costantemente sovraccaricati di valenze negative che alla fine non hanno, al punto che quando vengono usati spesso sembra si stia parlando di “fenomeni” negativi e degenerativi e non semplicemente di persone, di sentimenti, di scelte d’amore e preferenze sessuali.

Ne abbiamo parlato con Marco Salvador nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La vicenda narrata nel libro si basa su un fatto realmente accaduto nella Venezia del secolo decimo quarto. Quanto è stato difficile reperire tutto il materiale necessario? E quanto invece è stato interessante spulciare tra i documenti di un’epoca passata da tempo?

I documenti riguardanti Rolandina Roncaglia sono riemersi casualmente mentre cercavo informazioni per un romanzo che sto scrivendo. Della vicenda di Rolandina mi sono innamorato subito, era una storia che bisognava raccontare a tutti i costi.

Reperire i documenti, soprattutto per il Medioevo e il primo Rinascimento, è comunque una faccenda sempre complicata, che necessita di esperienza e anche di un po’ di fortuna. Inoltre bisogna avere un’ottima conoscenza di un latino che non è quello classico, e della brachigrafia, cioè della scrittura abbreviata. Comunque la ricerca d’archivio è sempre una splendida avventura, nella quale si scopre che il passato, anche lontanissimo, non è altro che il presente in abiti e ambienti diversi. I sentimenti, le angosce, le ambizioni e i sogni sono sempre gli stessi.

Il tema principale di Processo a Rolandina comprende l’amore omosessuale, la prostituzione e l’evoluzione transgender di un giovane. Una vicenda che all’epoca venne affrontata con il carico di pregiudizi e ipocrisie tipiche di una società chiusa e bigotta. Stupisce ritrovare tutto ciò anche nella società odierna e assistere alle vere e proprie “inquisizioni” anche mediatiche cui vengono sottoposte queste persone. Perché secondo lei ci siamo trascinati per secoli tali zavorre fatte di pregiudizi e ipocrisie?

La particolarità del caso di Rolandina Roncaglia, lo si vede bene dal testo della sentenza pubblicato in appendice al libro, mette in crisi dei giudici pur usi alla durezza in ogni senso. In copertina si usa il termine “transgender” per favorire una maggior comprensione da parte del lettore medio, ma in realtà sarebbe più esatto definire Rolandina con il termine “intersessuale”. Gli stessi giudici sono costretti ad ammettere che, non fosse per gli organi genitali maschili, Rolandina sarebbe una donna a tutti gli effetti. Tutto ciò per dire che anche allora, come del resto oggi, la diversità, l’esistente non inquadrabile in uno schema fisso e semplificato, metteva paura.

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

La storia di Rolandina ci mostra come l’odio e il rancore vengano dirottati verso i deboli e gli indifesi, mentre si cerca con ogni mezzo di difendere e preservare i potenti anche se principali rei della situazione. Spiace dover constatare che purtroppo anche questo principio oggi è ancora valido. Studiando il passato ha avuto modo di formulare qualche ipotesi sui comportamenti umani dell’epoca e di confrontarli con quelli di oggi?

Una delle principali pulsioni di ogni essere vivente è la riproduzione. In senso biologico, di conservazione della specie. Nell’essere umano a questa pulsione si sono associate infrastrutture culturali, religiose, sociali ed economiche che a seconda delle epoche l’hanno incrudelita o mitigata. Restando pur sempre, oggi come ieri, una pulsione che prevede la possibilità di una lotta per trasmettere il proprio DNA. Ovviamente le prime vittime di questa lotta per la supremazia sono i più deboli.

Restando ancora sull’attualità, con le linee ancora fresche e da rifinire della legge sui diritti delle coppie di fatto è ritornata in auge l’accusa di omofobia della politica con il lancio, poi subito revocato, del Fertility Day. Campagna che l’associazione LGBT Italia ha definito «leggerezza affatto trascurabile perché promuove e veicola l’omofobia». Perché secondo lei da un lato si accusano società, come quella musulmana, di applicare pene ingiuste verso gli omosessuali e dall’altro si pongono in essere certe politiche?

Gran bella domanda. Complicata e profonda, al punto che non so se riuscirò a dare una risposta abbastanza articolata. Semplifichiamo, e diciamo che un certo mondo musulmano è rimasto al tempo di Rolandina e, cosa peggiore, giustificandosi e nascondendosi dietro un libro sacro. Con poca disponibilità a un’analisi critica dello stesso. Ciò vale anche per alcuni ebrei fondamentalisti o cristiani, che fanno riferimento più all’antico testamento che ai Vangeli. Inevitabilmente si ritorna all’istinto di riproduzione a ogni costo, usando la religione come arma.

Per quanto riguarda la politica italiana con i suoi interminabili dibattiti sulle coppie gay e i family day, stenderei un velo pietoso che mi evita l’insulto. Le coppie di fatto, non importa di che sesso, devono avere tutte gli stessi diritti e doveri; è persino banale asserirlo. Per l’omofobia temo che il problema sia un po’ più complicato, perché il suo superamento sottintende il superamento di un’ignoranza che si nutre di incrostazioni culturali-religiose molto stratificate e resistenti.

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

Ritornando invece al romanzo, colpisce e coinvolge molto la storia di Rolandina, ma anche il contesto in cui si svolge. Da un lato una Venezia provata dalla peste, con i suoi abitanti particolarmente incattiviti dalle avversità affrontate, e dall’altra i capricci e lo sfarzo. Che impressioni le ha lasciato lo studio della trecentesca Serenissima?

Per lungo tempo Venezia era stata tollerante con l’omosessualità. O quanto meno aveva girato lo sguardo da un’altra parte. Era lo Stato più laico d’Europa, non per nulla era sempre in conflitto con il papato.  Ma aveva pur sempre al comando un’aristocrazia chiusa e di tipo ereditario. Così torniamo al tema della riproduzione. La peste del 1348, così come quelle successive e ricorrenti, mette in pericolo l’ordine politico, la conservazione di privilegi e poteri nell’ambito delle famiglie che sedevano in Maggior Consiglio. Da qui la reazione violenta contro lo “spreco di sperma”. Che non colpisce la prostituzione femminile solo perché giustificata dalla convinzione che distogliesse i malintenzionati dalle femmine delle stesse famiglie.

Comunque Venezia non era una realtà peggiore di altre, perché il comportamento diviene regola comune. Firenze, per esempio, pur non bruciando gli omosessuali, li priva comunque dei beni e li rinchiude nel carcere dei pazzi.

Cosa l’ha più colpita del Processo a Rolandina e cosa vorrebbe impressionasse maggiormente i suoi lettori?

Anch’io, ahimè, avevo e ho qualche “incrostazione”. Il processo a Rolandina una l’ha sciolta. Rolandina, con il suo comportamento processuale, non si può che amare e ammirare. E come si ama Rolandina inevitabilmente si ama qualsiasi essere abiti un corpo sbagliato, e lo si rispetta e supporta nella sua ricerca di equilibrio. Spero che Rolandina aiuti molti lettori a liberarsi al pari di me almeno di un pregiudizio.

http://www.sulromanzo.it/blog/rolandina-la-transgender-condannata-al-rogo-intervista-a-marco-salvador

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Quanto è importante dibattere e riflettere sull’identità nazionale? ‘Italia mia’ è il tema di èStoria2017 (Gorizia, 25-28 maggio)

È davvero inutile parlare di «un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia e libera dalle lotte di fazione e di comune» come cantava Francesco Petrarca oppure la riflessione sull’identità italiana è il tema politico-storiografico «più rilevante oggi» come afferma Adriano Ossola, ideatore e curatore del Festival èStoria?

Leggi anche – Tra vecchi e nuovi schiavi, cosa insegna la Storia? Intervista a Adriano Ossola

Come gli altri anni il Festival èStoria, giunto alla XIII edizione, sarà caratterizzato dalla volontà di allargare lo sguardo verso orizzonti internazionali, pur mantenendo fisso l’interesse verso l’identità nazionale, e permarrà anche l’intreccio e il connubio tra varie discipline (storia, letteratura, arte, economia, musica, cinema, archeologia). E in effetti, scorrendo il programma delle giornate conclusive che si terranno dal 25 al 28 maggio, si nota fin da subito l’eterogeneità degli eventi e degli incontri, anche per gli stessi temi che spaziano dall’analisi di fatti e accadimenti storici alla presentazione delle eccellenze del territorio, dal ricordo della strage di Capaci e dell’assassinio di Aldo Moro ai dibattiti su migrazioni e Costituzione, dai progetti europei per la didattica al racconto dei mali che affliggono il nostro Paese…

Lo scopo prefissosi dal direttore Ossola è il riuscire a interrogarsi sull’identità italiana «senza retorica o assunti pregiudiziali». Cercando di smontare i luoghi comuni ma chiedendosi, al tempo stesso, quali ne siano le origini. Bisognerebbe chiedersi anche quanto sia importante comprendere e assimilare l’identità nazionale per imparare a sentirci cittadini del mondo prima e cittadini europei poi.

Leggi anche – Cosa significa essere italiani? Il tema di èStoria 2017 sarà ‘Italia mia’

La proiezione, martedì 23 maggio al Kinemax di Gorizia, di Todo Modo, un film di Elio Petri tratto dal romanzo di Sciascia, il quale lo ha definito «un film pasoliniano, nel senso che il processo che Pasolini voleva e non poté intentare alla classe dirigente democristiana oggi è Petri a farlo. Ed è un processo che suona come un’esecuzione…» e l’inaugurazione dello Spazio giovani Trgovski Dom di giovedì 25 maggio dedicata al ricordo dell’uomo e del magistrato «lasciato solo a combattere la mafia», di sua moglie e degli agenti di scorta che persero la vita nell’attentato di Capaci sono appuntamenti necessari per tentare almeno di capire la Storia e il percorso del nostro Paese. Utili anche per indicare nuove vie da percorrere per l’evoluzione in senso inverso o perlomeno diverso dello stesso.

Previsto per venerdì 26 maggio in mattinata il dibattito sulla lingua italiana. Tra le più studiate all’estero, secondo recenti ricerche, «in patria non ha (né ha avuto) vita facile», alle prese ieri come oggi con numerose “insidie” che vanno «dai dialetti agli anglicismi, dai social network alla condizione della scuola».

Leggi anche – Il dialetto che diventa lingua. La storia delle comunità italo-brasiliane

Una “condizione”, quella della scuola italiana, al centro della discussione e punto focale del progetto europeo di ricerca e divulgazione didattica che ha coinvolto scuole e università in Italia, Austria, Germania, Slovenia e Francia. Un progetto ambizioso e auspicabile fin dal titolo: Insegnare la guerra, educare alla pace.

E sempre nella giornata di venerdì 26 maggio è previsto il convegno su Il giorno più lungo della Repubblica, un confronto sul Caso Moro per meglio comprendere cosa abbia realmente rappresentato per la società italiana. Un’analisi «della più grande cesura del nostro passato», un viaggio a ritroso in un’Italia che non c’è più ma che ancora «ci interroga da vicino».

Un evento imponente, il Festival Internazionale della Storia, con i suoi circa 150 appuntamenti, tra convegni presentazioni dialoghi spettacoli mostre proiezioni di film… e 200 ospiti tra storici giornalisti studiosi artisti e testimoni. Numerose inoltre le scuole e le associazioni coinvolte per il tredicesimo appuntamento che vuole portare «al centro della scena la storia come motivo di dialogo» perché il “dialogo” è sempre una scoperta, una apertura, una conoscenza e bisogna imparare a conoscerlo e usarlo, esattamente come i concetti identità nazionale e patria considerando che questa è, nelle parole di Gian Antonio Stella, «una matrioska, ognuna ne contiene un’altra e s’inserisce in un’altra».

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Agency per la disponibilità e il materiale

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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

Daniele Germani da Roma si trasferisce a Barcellona e da lì inizia il suo giro per l’Europa che lo porterà a vivere a Londra, in Irlanda e poi ancora in Spagna, a Madrid. Si immagina che questo suo “peregrinare” gli abbia consentito di vedere posti e gente nuova, assistere o vivere esperienze che altrimenti non avrebbe visto o fatto, ascoltato parole e suoni che altrimenti gli sarebbero risultati estranei… e dalla fusione di tutto ciò che sembra nascere l’idea e la realizzazione di Manuale di fisica e buone maniere edito lo scorso anno da David and Matthaus. Un libro che è al contempo un compendio e un tripudio di idee nozioni e riflessioni. Il racconto, appunto, delle occasioni di vita perdute.

I protagonisti sono Lui e Lei, la loro travagliata vita, le esperienze, l’incontro e l’abbandono, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo… ma la trama del libro di Germani è tutt’altra cosa rispetto a un romanzo d’amore. È un manuale che fonde scienza e letteratura, fisica e sentimenti. È il racconto del vivere con disagio l’esistenza sul nostro pianeta. Lui, con la sua personalità borderline, i suoi tormenti, le crisi e i “colpi di testa”, il fallimento dei sentimenti e l’incapacità di reagire con forza alle avversità della vita. Lei, con il tormento di un triste segreto nel suo passato che combatte cercando di cancellare o quantomeno nascondere le cicatrici evidenti e quelle invisibili e riesce a raggiungere i suoi obiettivi e a superarli. Due persone e due personalità “differenti”, “diverse”, che hanno dovuto imparare da sole a stare al mondo perché entrambe, anche se per ragioni dissimili, sono state sempre incomprese, derise, denigrate, rifiutate.

Leggi anche – Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” (Marcos y Marcos, 2016). Intervista a Giuliano Pesce

Un libro delicato Manuale di fisica e buone maniere di Daniele Germani che conquista il lettore in punta di piedi per la sua storia, i protagonisti ma anche per le riflessioni indotte sul mondo, sui suoi abitanti e soprattutto sulle loro menti. Una scrittura dolce che a tratti si fa ancora più morbida, fluida. Le lettere si arrotondano e si modellano sui sentimenti dei protagonisti e ne viene fuori una lieve “poesia in prosa”.

«Più camminava, più ogni passo e ogni metro, ogni pensiero e ogni piccola scoperta sulla sua natura lo rendevano una maschera tragica di se stesso.»

Le nozioni di chimica, fisica e quantistica inserite nel testo e le riflessioni di Lui in proposito aprono la mente di chi legge verso la consapevolezza, spesso dimenticata, del proprio essere “fisico”, di quanto i nostri pensieri azioni sentimenti accadimenti… incidano direttamente sul nostro corpo che non è cosa diversa e distinta dalla nostra anima nella quale, anche per un retaggio ideologico religioso, si pensa alberghino sentimenti ed emozioni. Ci rammenta l’autore, per tramite del protagonista, la loro stretta relazione e correlazione con la chimica del nostro corpo, del nostro essere… fisico.

«Quella formula, così strana, era una dichiarazione d’amore complicata e romantica, che qualcuno aveva adattato al mercato dei sentimenti.»

Manuale di fisica e buone maniere è un libro non particolarmente lungo, di poco oltre centosettanta pagine, ma incredibilmente intenso, maturato nelle esperienze di vita vissuta, le stesse che originano quella strana alchimia per cui ci si scopre, quasi senza saperlo o volerlo, felici o scontenti di stare al mondo, di vivere un’esistenza in cerca di riscatto oppure sopravvivere in un’altra sentendosi una particella apolide alla ricerca continua della sua metà, illudendosi di riuscire a trovare il ricongiungimento inteso come unica via al rasserenamento. Senza dubbio alcuno Daniele Germani ha scritto un romanzo che non è semplicemente il racconto di una storia. È un libro con un senso e uno scopo. Valido e riuscito.

Source: Si ringrazia Andrea Carnevale dell’Agenzia Letteraria Edelweiss per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore quarta di copertina

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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