“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

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Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi.
Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”.
Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della “cattiva madre”.

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell’orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell’accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Roncoroni, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società.
Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell’ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l’ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l’accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all’intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l’operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.
I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l’applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l’istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.
Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.
L’incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali.
Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l’affettività e l’esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l’autunno 2018 e l’estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis per la disponibilità e il materiale


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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 

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Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità. A che punto siamo?

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Le città sono cambiate, non sono più delle realtà compiute, statiche, con spazi ben definiti e sistemi organizzativi gerarchici. Oggi le città sono sempre più un insieme intricato e mutevole di reti connesse e di soggetti che prendono decisioni interdipendenti necessarie a mantenere in equilibrio un sistema a crescente complessità e customizzazione.

Le attuali dinamiche sociali, culturali ed economiche, conseguenza anche della polarizzazione ed erosione del ceto medio, impattano sulla domanda, sempre crescente, di edilizia sociale nelle aree metropolitane.

I dati degli ultimi cinque anni indicano che circa 1.7milioni di nuclei famigliari sono in uno stato di forte disagio economico e spesso, di conseguenza, abitativo.

Il sistema di edilizia residenziale pubblica, che rappresenta in Italia la quasi totalità di offerta abitativa sociale, si trova nella condizione di esaurimento di una fase storica. Con la regionalizzazione e la chiusura della tassa di scopo che finanziava il settore (Gescal), le condizioni mantenute dal 1998 non rispondono più alle esigenze attuali. Spetta quindi al decisore pubblico ridefinire una visione e un assetto di tale settore.

È uscito a novembre 2019 con ilMulino il volume curato da Christian Iaione, Monica Bernardi ed Elena De Nictolis La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing che raccoglie i risultati del lavoro di indagine svolto dall’unità di ricerca di Luiss LabGov.City, coordinata dal prof. Christian Iaione, nell’ambito del progetto Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità.

La ricerca, realizzata con il sostegno di Federcasa, ha avuto come oggetto un’analisi giuridica ed empirica svolta a livello nazionale e internazionale al fine di identificare modelli di gestione innovativi e sostenibili nel settore dell’housing pubblico e sociale.

Il libro mette in luce la tensione verso spazi urbani più equi, accoglienti e sicuri, ma anche democratici e collaborativi, capaci di alimentare stili di vita e modelli funzionali che contribuiscono a “implementare la qualità della vita”. Obiettivo che dovrebbe essere irrinunciabile per chi governa la città e le sue trasformazioni.

Oggi le nuove strategie e visioni sull’edilizia devono necessariamente tenere conto dei cambiamenti strutturali della società, cambiamenti che passano per forza di cose dalle “rigenerazioni delle periferie”, vere e proprie frontiere dove si gioca la sfida per una città più vivibile, giusta e democratica. Ragionamento che vale per l’edilizia in generale e ancor di più per quella sociale.

Una rigenerazione che va al di là dell’aspetto meramente infrastrutturale, necessario comunque all’aumento del numero di alloggi per rispondere alla domanda reale, e che mette al centro “temi di riprogettazione e co-progettazione degli spazi e modelli di governance” (condivisione nell’uso, collaborazione nella gestione, policentrismo nella proprietà). Una strada che vede i cittadini non più soltanto come dei fruitori passivi di un bene ma agenti attivi del cambiamento.

Negli ultimi decenni è emersa in tutta Europa una vasta gamma di forme di edilizia residenziale promosse e gestite dai residenti in cui, accanto agli alloggi privati, spazi e servizi comuni sono condivisi tra i residenti e con il quartiere. Queste “forme alternative” di edilizia residenziale sono caratterizzate da una maggiore attenzione a valori sociali, quali sostenibilità ambientale, inclusione e coesione sociale, rigenerazione urbana.

Possono rientrare in tale categoria una grande varietà di forme e iniziative: cohousing, habitat participatif, cooperative di residenti, comunità residenziali ecologiche (eco-villaggi), iniziative di recupero di immobili sfitti o abbandonati (self-help housing), community asset ownership, Community Land Trust (CLT).

Ancora oggi in Italia l’edilizia sovvenzionata, ovvero la locazione di alloggi pubblici che comporta oneri a totale carico dello Stato, sembrerebbe l’unico strumento attraverso il quale si garantisce, o si dovrebbe riuscire a garantire, la protezione delle fasce più deboli della popolazione.

Il Piano Casa e il Piano nazionale edilizia abitativa prevedono la possibilità di utilizzare fondi immobiliari chiusi come strumento per finanziare la realizzazione di alloggi sociali. Ad oggi, sono circa 30 gli investimenti deliberati e i fondi immobiliari locali creati su supporto del FIA (Fondo Investimenti per l’Abitare).

Prendendo in considerazione le varie forme possibili, procedurali e di finanziamento, nel testo sono stati analizzati oltre 73 sperimentazioni abitative presenti o da avviare a breve nel territorio italiano.

Nella maggior parte dei casi, i destinatari degli interventi sono soggetti della cosiddetta fascia grigia. Il target giovani è quello maggiormente intercettato. Meno di frequente i progetti sono rivolti a soggetti che vivono situazioni di maggiore fragilità, o comunque le quote loro riservate sono molto ridotte sul totale degli alloggi disponibili.

Persiste un forte divario numerico tra i progetti avviati nel Centro e nel Nord del Paese e quelli posti in essere al Sud.

In materia di rigenerazione urbana, la rimessa in circolo di immobili pubblici in disuso o privati ceduti in concessione non è la norma. Alcune progettualità prevedono la costruzione ex novo dell’immobile.

L’analisi dei casi-studio ha confermato “l’esistenza dei cinque principi di disegno istituzionale elaborati nell’approccio analitico della Co-Città”:

  • la co-governance (condivisione, collaborazione, policentrismo)
  • il ruolo di promotore e successivamente di facilitatore giocato dall’autorità pubblica
  • la creazione e/o la connessione con forme di economia e impresa prodotte per effetto della co-governance, economie a loro volta caratterizzate da un approccio collaborativo e soprattutto da obiettivi di sostenibilità come l’economia circolare o l’economia sociale o solidale
  • la giustizia tecnologica (avanzamenti tecnologici e transizione digitale nel settore dell’housing)
  • lo sperimentalismo, verso nuovi processi decisionali o gestionali pubblici adatti o adattabili al “cambiamento costante e impetuoso che la transizione ecologica e digitale richiede

Le aziende di gestione dell’edilizia residenziale pubblica (dagli Istituti autonomi per le case popolari, alle aziende, fino alle Spa) amministrano in Italia un patrimonio di 836mila alloggi popolari.

Dall’analisi condotta risulta evidente la necessità, per questi attori, di ritrovare una nuova centralità nella “complessa e articolata architettura delle politiche pubbliche che si occupano di disagio abitativo”. Ritenendo problematica anche in questo settore l’eccessiva privatizzazione di enti pubblici e la dismissione di beni e funzioni pubbliche protrattasi negli anni in base al “postulato indimostrato” che il privato, qualunque tipologia di privato, è di per sé più efficiente e idoneo a rispondere a un bisogno della collettività.

La presenza del soggetto pubblico (azienda di edilizia popolare o ente locale) nella funzione di promozione, supporto, facilitazione, moderazione, monitoraggio, in veste di piattaforma abilitante gli attori coinvolti nei progetti di housing, appare invece elemento chiave per garantire un maggior grado di successo e sostenibilità delle diverse forme di condivisione, collaborazione e policentrismo nell’abitare.

A conclusione dell’indagine traspare come sia tutto ancora da verificare l’andamento nei prossimi anni, in quale misura e a quali condizioni sarà possibile o meno garantire scalabilità e replicabilità, nonché sostenibilità sociale ed economico-finanziaria ai modelli di co-governance nel settore dell’abitare.

Risulta anche necessario coinvolgere gli investitori pazienti o di lungo termine, come le casse previdenziali e i fondi pensione, per rinforzare le infrastrutture di housing sociale esistenti e andare oltre il sistema dei fondi immobiliari, attraverso un modello che garantisca la redditività degli investimenti ma anche la sostenibilità sociale e climatica, minimizzando così rischi normalmente correlati a questo tipo di progetti.

Bibliografia di riferimento

La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing, a cura di Christian Iaione, Monica Bernardi, Elena De Nictolis, Società Editrice ilMulino, Bologna, 2019



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale


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Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 


 

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“Questa è l’America” di Francesco Costa (Mondadori, 2020)

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Questa è l’America raccontata da Francesco Costa: un Paese la cui cultura «preferisce da sempre alla prudenza una certa ingenua e avventuriera incoscienza», soprattutto quando si tratta di «inseguire qualche comodità in più».
L’America descritta nel libro di Costa in realtà sono solamente gli Stati Uniti che l’autore sviscera nei loro “segreti” più intimi, narrando di vicende umane diffuse ma spesso dimenticate o peggio ignorate. Casi umani che sono il derivato o la conseguenza diretta, se si preferisce questa espressione, della cultura che li ha prodotti.
Un Paese i cui abitanti sembrano inseguire con la medesima forza d’animo gli ideali del liberismo, quelli del patriottismo, il famigerato sogno americano e le promesse di pubblicità più o meno ingannevoli che siano. Fa tutto parte del medesimo circuito, un sistema noto appunto come America.

Una cultura, quella americana, o per meglio dire statunitense, che ha saputo “vendersi” al mondo intero come il non plus ultra, il top dell’evoluzione, della libertà, del progresso e via discorrendo. Ma che, al contempo, ha saputo e sa celare al medesimo mondo i suoi lati più oscuri. Le falle di questo enorme sistema che racchiude in sé lo spettro del mondo intero: potere e denaro concentrati nelle mani di quei sempre meno numerosi che “ce l’hanno fatta” versus il resto della popolazione che fatica a rimanere a galla.
Il Paese dei paradossi. Questo sembrerebbe a conti fatti l’America descritta da Costa. Una realtà molto all’avanguardia nella ricerca anche in campo medico che conta una sempre maggiore fetta di popolazione che cade nella rete della dipendenza dai farmaci, a causa proprio di quella certa ingenua e avventurosa incoscienza di cui parla l’autore.

Vero e falso, reale e inventato, autentico e posticcio sembrano essere i termini opposti che meglio definiscono l’America per Costa e, in particolare, il Nevada famoso in tutto il mondo per Las Vegas e l’Area 51.
Paradossi incomprensibili almeno quanto le idee degli stessi americani. Alle ultime elezioni presidenziali il popolo americano, quello dislocato lungo gli immensi territori che vanno a comporre gli Stati Uniti d’America, ha votato il candidato meno comprensibile, agli occhi del resto del mondo, e anche di quelli della rimanente America. Un candidato con un programma e delle idee che erano l’esatto contrario di quelle del presidente uscente. Obama aveva la ferma intenzione di cambiare il Paese, renderlo più equo e giusto. Evidente che questo a una ben ampia fetta di popolazione non sta affatto bene, piuttosto il contrario, ovvero allontanare ulteriormente l’ingerenza del governo centrale dalla vita e dagli affari degli americani dei singoli Stati.

Leggendo le storie di vita americana riportate da Francesco Costa in Questa è l’America si viene ben presto a delineare quello che è il quadro reale della vita degli americani, veri non cinematografici. Quelli che ne sono i comportamenti, gli ideali, i valori. Sprezzanti e deviati, non tutti ovviamente. La cui filosofia di vita sembra ispirasi sempre più a un estremo o estremizzato individualismo, un egoismo mascherato ma neanche poi troppo.
Atteggiamenti, comportamenti, sentimenti e ambizioni che spopolano ormai anche nel resto di quella parte di mondo definita occidentale e che continua a vedere negli Stati Uniti d’America un faro.

Trasversalmente, Francesco Costa tocca tutti i principali nodi della cultura statunitense e, di rimando, quella occidentale. Dal servizio sanitario all’istruzione, dalla politica all’economia reale, dalle attività sportive come caccia e pesca alla violenza, dall’ideologia agli estremismi e lo fa raccontando storie di vita quotidiana cui aggiunge riflessioni personali e riferimenti spazio-temporali i quali, più di una volta, si presentano come veri e propri resoconti storici. E lo fa con uno stile narrativo semplice, lineare, anch’esso quotidiano, al pari delle storie che racconta. Evita l’autore un linguaggio politico o economico e, al contempo, sembra volutamente tenersi alla larga anche da uno stile prettamente giornalistico che di sicuro gli sarebbe più congeniale.

Avendo scelto di raccontare la vita degli americani, Costa sembra quindi aver deciso di farlo con un linguaggio che più si avvicinasse al vissuto narrato. Una soluzione che si è dimostrata molto efficace e che ha per certo contribuito a rendere il libro ancor più interessante.
Un libro che si racchiude benissimo nel titolo perché, dopo averlo letto, si è tentati di esclamare davvero: Questa è l’America! E farlo dando all’esclamazione la medesima intonazione e lo stesso significato che Pirandello voleva diffondere con il titolo della sua opera teatrale Così è (se vi pare). E al lettore di Costa pare proprio che così è l’America.


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È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017) 

“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 


 

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Storie di ordinaria integrazione: “Mare Fermo” di Guy Chiappaventi (Ensemble, 2019)

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La squadra si chiama Save the Youths, “Salvate i giovani”. Gioca in Terza categoria, a Fermo, nelle Marche, provincia felix prima della crisi del distretto calzaturiero più famoso del mondo, trentacinquemila abitanti e centoquaranta richiedenti asilo. Nel 2016 un delitto terribile e razzista, quello di Emmanuel, un profugo nigeriano e cattolico, ucciso con un pugno da un italiano.

I calciatori africani della Save the Youths hanno attraversato il deserto, sono passati dalle prigioni della Libia e poi hanno fatto la traversata in mare con il barcone. Come Alhagie Fofana detto “Barbadillo”, gambiano, muratore, che ha dovuto fare due volte il viaggio nel canale di Sicilia. Ha visto morire nella stiva quarantasette persone. Questa è la storia di una squadra precaria per definizione – tre di loro sono partiti per l’estero a metà stagione dopo le restrizioni nella concessione della protezione umanitaria – che è anche un racconto della provincia italiana nell’epoca dei porti chiusi e del rancore verso gli immigrati.

In un’epoca che sembra vorticosamente avvilupparsi su se stessa e, a volte, anche strangolarsi con le medesime catene create e generate dagli interminabili discorsi che riguardano le migrazioni, le immigrazioni, addirittura le invasioni di migranti, ebbene proprio in questo momento Guy Chiappaventi scrive e pubblica un libro, Mare Fermo, che sembra rappresentare proprio un fermo immagine. Non una richiesta di aiuto o quant’altro, piuttosto la trasposizione scritta di quella che è, contrariamente alla narrazione diffusa, la quotidianità di chi vive in Italia, di chi vive l’Italia. Quella vera, quotidiana, dei piccoli o piccolissimi centri urbani sparsi su tutto il territorio nazionale. Storie di ordinaria integrazione.

Esiste per certo, purtroppo, il razzismo e la discriminazione, inutile negarlo. Ma esiste anche altro, tanto altro che va oltre la retorica che di recente sembra farla da padrona. Ed è proprio di questo che Chiappaventi ha voluto narrare in questo suo libro che si presenta al lettore con una dedica molto significativa. A due generazioni di persone differenti, che hanno vissuto un Paese completamente diverso, opposto per certi versi. Eppure traspare, dalle parole dell’autore, la naturalezza di certi comportamenti e sentimenti, maggiormente laddove permangono scevri da pregiudizi o storture varie.

Se Mare Fermo di Guy Chiappaventi fosse una favola, la sua morale potrebbe per certo essere individuata nel bisogno di non stigmatizzare mai luoghi o individui, né strumentalizzarli per fini politici.

La piccola città marchigiana di Fermo tempo fa è balzata alla cronaca per tristissimi episodi di delinquenza, violenza e razzismo. Ma Chiappaventi ha dimostrato che in quella città e, soprattutto, tra i suoi abitanti c’è molto altro.

Non tutti gli italiani sono razzisti, o delinquenti, o mafiosi, o imbroglioni… e questo assunto vale per ogni etnia, razza, nazionalità o cittadinanza. Punto. Ovviamente è vero anche il contrario, altrimenti è alto il rischio di cadere nella trappola dell’esaltazione infondata di un nazionalismo dal sapore troppo estremista oppure nel tristemente noto ad etnologi ed antropologi “mito del buon selvaggio”.

Mare Fermo di Guy Chiappaventi, attraverso parole e immagini, racconta storie di un presente troppo spesso distorto, di bisogni strumentalizzati, di valori confusi. Semplicemente storie di umana resilienza.

Guy Chiappaventi: Giornalista e inviato del TgLa7. Ha vinto il premio Ilaria Alpi nel 1998. È autore di numerosi documentari tra cui: L’uomo nero. Storia di Massimo Carminati (premio Parise 2017); La caduta, su Siena e David Rossi; Il sindaco, il vescovo e il boss, sulla città di Gela; Le lenzuola della mafia, sull’omosessualità nella camorra e nella mafia. Ha pubblicato diversi libri di successo tra cui: Pistole e palloni (uscito in sette edizioni), Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi (segnalazione al Premio FIGC Ghirelli nel 2017) e La valigia del centravanti. Nove storie di numeri


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale


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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Borignhieri, 2019) 


© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019)

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Le linee di tendenza in atto nel mondo sono il ritorno alla fabbrica e la diffusione a macchia di leopardo di nuove filiere di valore. Con Fabbrica Futuro, Marco Bentivogli e Diodato Pirone intendono focalizzare l’attenzione su un Paese, l’Italia, che appare in larga misura inconsapevole o distratto e che, invece, non può permettersi di restare ai margini.

L’industria italiana, sottolineano gli autori, è una delle vittime del processo di mitriadismo, ovvero dell’assuefazione a dosi piccole ma quotidiane di “un veleno fatto di cifre sbagliate o false o distorte da strumentalizzazioni”, di commenti semplicistici, da notizie magari anche vere ma quasi sempre decontestualizzate e prive di un valido confronto.

I lavoratori, non solo gli operai, assumono quasi sempre il profilo di vittime destinate al sacrificio invece di veri e propri protagonisti dell’evoluzione del lavoro.

Per Bentivogli e Diodato necessita innanzitutto liberarsi da una visione della fabbrica ferma al Novecento. La manifattura si è evoluta tantissimo e, assieme alla capacità di intrapresa e al lavoro fondato sulla competenza, “è tornata a essere il caposaldo di una società il più possibile equa, solidale, inclusiva, democratica”.

All’indomani della grande crisi finanziaria del 2008, sono stati gli Stati Uniti i primi a riscoprire la fabbrica.

L’occupazione del settore industriale Usa è passata da 11.5milioni di unità del gennaio 2010 a quota 12.8milioni del gennaio 2019. Stando ai dati diffusi dal Bureau of Labor Statistics, l’industria americana assicura 120-150mila posto di lavoro in più ogni anno, da quasi dieci anni.

Ciò contribuirebbe molto a sfatare il mito ben radicato anche in Italia ormai che associa l’innovazione tecnologica alla compressione dei posti di lavoro industriali.

Bentivogli e Pirone sottolineano con forza come il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Una svolta che fu colta in tutta la sua portata dalla FIAT sotto la guida di Sergio Marchionne ma che non è stata assimilata e ben compresa dal Paese in generale. Eppure “anche l’industria italiana è tornata a creare posti di lavoro”, che a fine 2018 sono risaliti intorno a quota 4milioni, con una crescita di 2.5 punti percentuali circa nel biennio 2017-2018.

La ragione ultima per la quale Bentivogli e Pirone hanno scritto Fabbrica Futuro è la volontà, da loro considerata una utile necessità, di dare voce a una realtà industriale italiana strategica, ovvero le fabbriche FCA, “che sembra rimasta afona”.

Gli autori sottolineano come l’opinione pubblica italiana semplicemente ignora che dagli stabilimenti italiani di Fiat Chrysler nel 2019 sono usciti tra gli 800 e i 900mila veicoli, vi lavorano 57mila persone che assicurano fra il 2 e il 3 per cento del Pil e oltre 20miliardi di export. Questi stabilimenti, inoltre, rappresentano la punta di un iceberg di una filiera composta da 2190 aziende della componentistica, che generano 46miliardi di fatturato, hanno 156mila addetti e garantiscono circa 5miliardi di attivo della bilancia commerciale.

Analizzano a fondo la situazione attualmente presente negli stabilimenti FCA in territorio italiano, sottolineando come la vecchia FIAT ormai ha profondamente cambiato la propria cultura del lavoro. L’aumento della componente intellettiva nel lavoro operaio è un processo che già si tocca con mano e che “è destinato a importanti sviluppi nei prossimi anni”.

Soffrono mille problemi quelle fabbriche e ciò è innegabile ma è nell’intenzione degli autori la volontà di non vederle solo come degli stipendifici. La loro presenza nel territorio fa ancora da ascensore sociale e assicura robustezza alle aree territoriali nelle quali sono inserite.

A dimostrazione di ciò Bentivogli e Pirone riportano una luna serie di esempi, tra i quali:

  • le donne-capo che gestiscono Pomigliano;
  • il basso tasso di divorzi fra i lavoratori FCA di Melfi rispetto alla media regionale;
  • la scelta di Sevel (la joint venture tra FCA e PSA) che forma e assume giovani supertecnici direttamente nelle scuole.

Eppure il ricco patrimonio umano e tecnico dell’automotive italiano oggi corre rischi serissimi.

Entro i prossimi dieci anni vetture elettrificate, autonome e condivise trasformeranno “l’oggetto automobile in una sorta di computer su quattro ruote”, da usare e produrre in maniera molto differente rispetto all’oggi. Quote sempre maggiori di valore aggiunto dell’industria auto dovranno essere dirottate verso i produttori di batterie e di tecnologie. Anche FCA, come tutti i costruttori, è quindi “stretta nella morsa fra l’inevitabile aumento degli investimenti e la prevedibile riduzione degli utili «resi» dal capitale impegnato”.

A tutto ciò, per Bentivogli e Pirone, va aggiunta “la disfunzionalità aziendale di FCA”, che ha circa 90mila dipendenti in Nord America e che assicurano quasi il 90 per cento dei 5miliardi di utili aziendali, “mentre la parte europea, italiana in particolare, a fatica resta a galla”.

Ma, per gli autori, l’Italia non può assolutamente permettersi di rinunciare a queste fabbriche.

Stabilimenti che già non esisterebbe più, o sarebbero finite “a mo’ di spezzatino”, se non si fosse affermato in FCA un nuovo modello di lavoro, figlio:

  • della visione di un manager speciale come Sergio Marchionne;
  • del progetto di cambiamento e di modernizzazione da parte del sindacato;
  • della qualità e del sapere dei lavoratori.

Fabbriche che rappresentano, a conti fatti, “una testimonianza valida per l’intera società italiana”.

Uno dei meriti maggiori che Bentivogli attribuisce all’operato di Sergio Marchionne è l’aver abituato la FIAT a fare a meno della politica e dello Stato, “a differenza dei suoi predecessori e di gran parte dei suoi detrattori”. Lavorando di concerto con i sindacati, si è riusciti a creare “un clima di affidabilità, un terreno che prima del contratto di Pomigliano era pregiudicato”.

Cambiamento riscontrabile in particolare nell’implementazione del World Class Manufacturing (Wcm), che spinge i gruppi dirigenti degli stabilimenti a esporsi, a coinvolgere i dipendenti e comunque a lavorare con spirito di squadra.

Più uno stabilimento è efficiente, sulla base di un codice comune a tutti gl stabilimenti, e più il premio ai lavoratori è consistente. Il medagliere del Wcm, del resto, non contiene solo elementi di efficienza, ma anche aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro (zero incidenti è il primo obiettivo), e a tutti quei fattori che all’interno di un’azienda concorrono a migliorare in modo condiviso la gestione e i risultati dello stabilimento.

Per cui, la fusione con Crysler, l’adozione del Wcm, gli accordi sindacali innovativi, sono la dimostrazione, per Bentivogli, della capacità italiana di gestire la diversità multidimensionale in un’economia globale.

Un esempio che l’autore ritiene necessario estendere il più possibile e il prima possibile all’intero comparto manifatturiero italiano perché se è vero che “FCA può fare a meno dell’Italia ma l’Italia non può fare a meno di FCA”, lo è anche che ciò vale per tutte le grandi realtà industriali e manifatturiere. Ovvio quindi che bisogna creare le condizioni necessarie affinché diventi conveniente restare o tornare in Italia. Operando magari sull’onda di quanto fatto negli Stati Uniti, laddove si può ritenere che il boom del manifatturiero sia stato favorito dalla convergenza di moltissimi fattori, non solo politici:

  • le scelte monetarie accomodanti;
  • la relativa debolezza del dollaro;
  • l’energia a basso costo legata allo shale gas;
  • la forbice del costo del lavoro che tende a ridursi rispetto a molti Paesi asiatici, in particolare la Cina;
  • l’alta produttività del sistema americano;
  • la rapidità nel trasferire le innovazioni alle linee produttive;
  • la scoperta che fare manifattura all’estero è difficile e in definitiva non è così premiante, a causa dell’inferiore scolarizzazione del personale e dell’inefficienza di sistemi meno evoluti di quelli occidentali.

Negli Stati Uniti sono rientrati interi spezzoni della “vecchia industria”, a partire dagli elettrodomestici di General Electric ai camion della Ford, alle gigantesche macchine movimento terra della Caterpillar, alle turbine a gas di multinazionali europee come la Siemens.

Ragioni per cui, secondo l’analisi di Bentivogli e Pirone, il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Perché, concludono, oggi sono proprio le fabbriche a parlarci di futuro.



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il male in corpo” di Marisa Fasanella (Castelvecchi, 2019)

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«Il cielo ha il colore del piombo e una nube maleodorante galleggia sul borgo vecchio: si spande fino alla nuova strada, entra nelle case, nel letto delle creature. La terra si rivolta e butta fuori gli acidi e i rifiuti e i bambini muoiono e gli adulti se ne vanno con il male in corpo.»

Incisivo e potente il nuovo libro di Marisa Fasanella, Il male in corpo, uscito in prima edizione a luglio 2019 con Castelvecchi Editore.

Indaga Marisa Fasanella la vita e le persone, osserva, assimila e metabolizza emozioni, sentimenti, male e dolore, lo trasforma in carne, in viscere, e poi rende il tutto di nuovo libero attraverso la scrittura. Per questo nei suoi scritti appare quasi tangibile la “carnalità” del narrato, storie che raccontano vita e vite tormentate dalla storia.

«l’urina si sciolse e le bagnò le cosce»
«nel sangue del mestruo che mi scorre tra le gambe»

Utilizza con frequenza l’autrice queste figure stilistiche, impiegate per dare incisività alla descrizione di particolari momenti di tensione emotiva, di situazioni di forte stress, di shock. L’impatto fisico e sensoriale cui sono sottoposte le protagoniste del libro all’improvviso, senza preavviso. E mente e corpo neanche hanno il tempo di reagire, semplicemente cedono e scorrono via, come i fluidi corporei.

Il dolore, unito a una incrollabile voglia di riscatto e giustizia, è il leitmotiv principale del libro. Persone che divengono fin da subito dei personaggi, ingabbiati più che inquadrati nella struttura narrativa, nella storia che è proprio la loro e che non potrà mai condurre a un “bel” finale, perché a muovere l’azione non è la speranza bensì il dolore, la mancanza, la sofferenza. Sono infatti le assenze più ancora delle presenze le caratterizzanti la figura della protagonista Miriam.
Sarà l’assenza di Massimo a far incrociare la sua esistenza con quella di Mairim, l’altra importante figura del libro.

Marisa Fasanella ha da sempre abituato i suoi lettori a una narrazione basata sul noto, intessuta nei luoghi del suo vissuto, quindi presenti in se stessa prima ancora che nella sua scrittura. Ne Il male in corpo questo aspetto tende a scemare, non perché Fasanella parli di luoghi a lei ignoti bensì perché racconta di una cittadina la quale, seppur bene geolocalizzata nella mente e nella conoscenza dell’autrice, non ha una identità geografica specifica. Potrebbe essere una qualsiasi città. Si presume sia una scelta voluta della stessa autrice, in considerazione del secondo tema portante la narrazione, la denuncia per i danni ambientali, per i crimini a danno dell’ambiente e dell’uomo protratti nel tempo e largamente diffusi, purtroppo.

Il male in corpo conferma lo stile narrativo potente e incisivo di Marisa Fasanella, caratterizzato da una visceralità quasi ancestrale. Una scrittura che esprime a fondo il legame di anima e corpo ma anche quello ancor più profondo tra uomo e territorio.

Una lettura che rischia di essere emotivamente molto impegnativa ma assolutamente consigliata.


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Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Strategie politico-militari e servizi segreti del secondo conflitto mondiale nell’analisi di Giovanni Cecini e Robert Hutton

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Analisi dei testi L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton (Newton Compton Editori, Roma, 2019)

Una guerra, per quanto nefasta e criticabile, ha per sua natura una fine, connaturata nell’esaurimento delle possibilità di vittoria.
Cosa caratterizza allora la seconda guerra mondiale?
La Germania e in parte anche il Giappone proseguirono il conflitto al mero scopo di distruggere l’umanità insieme a loro. Ecco spiegato, per Cecini, il motivo per cui questo fu un qualcosa al di sopra del conflitto militare, essendo un momento esistenziale della storia dell’umanità.

Il ricorso all’ideologia esasperata, più che la violenza in se stessa, fu la vera discriminante nel ritenere il Tripartito condannabile dall’intera umanità, ancor prima della sconfitta in campo.
I “genocidi industriali” del Reich e l’apocalisse infernale delle due bombe atomiche sul Giappone hanno messo negli anni a seguire in profonda crisi morale il senso etico dell’esistenza dell’uomo.
Si parla spesso del dramma provocato dai bombardamenti a tappeto e si ignorano invece i “frequentissimi casi di cannibalismo tra la popolazione civile” come tra le stesse truppe combattenti. Si citano, anche a sproposito, le cosiddette “marocchinate” ma si tende a minimizzare come lo “stupro fosse un autentico mezzo bellico in tutti gli eserciti, nel Tripartito come tra gli Alleati”.

Esempi che da soli basterebbero a rendere l’idea di quanto devastante sia stato il secondo conflitto mondiale. Eppure, come accaduto e accade per ogni grande evento storico, si sceglie a tavolino cosa tramandare. Tutto il resto deve finire nel dimenticatoio. E così sarebbe se non ci fossero studiosi come Cecini.
Tutti i conflitti bellici in realtà, siano essi mondiali e non, andrebbero analizzati come ha fatto Giovanni Cecini e magari anche in questo modo somministrati agli studenti, soprattutto quelli dei gradi superiori. Sicuramente risulterebbe loro più utile, interessante e stimolante studiarli. Piuttosto che nella classica versione cronologica, inaridita da nomi, luoghi e date.
Potrebbe risultare essere un modo migliore per comprendere gli accadimenti, le motivazioni, gli errori e le conseguenze. Diventando anche uno stimolo per moniti futuri.

L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini è un libro metalogico, all’interno del quale il conflitto bellico non è semplicemente raccontato, bensì prima scomposto per essere poi ricomposto, sebbene su piani di analisi differenti. L’autore utilizza la metafora dello specchio frantumato, avendo egli avuto cura di raccontare quel che si vedeva nei singoli frammenti, diversi tra loro per forma e dimensione. Un libro costruito quindi sulla riflessione che invita per certo a riconsiderare il solido mainstream venutosi a creare, guardandosi bene però dall’incitare allo scandalo o alla scoperta sensazionale. Nulla di tutto questo si troverà all’interno del testo. Quella di Cecini è un’analisi accurata, ponderata e basata su dati e fatti concreti, reali. Un’analisi investigativa condotta con grande competenza e professionalità.

La documentazione e l’analisi storica infatti non andrebbero mai trattate al pari del gossip o della cronaca nera. La volontà di diffondere un vero, o presunto tale, scoop non è mai di aiuto a chi vuol fare chiarezza.
Analizzare a fondo i fatti, le decisioni, le scelte e le costrizioni… scandagliare il tutto come fa un sonar tra i fondali marini, senza cadute scandalistiche o pregiudizi di sorta, aiuta senz’altro a meglio comprendere le ragioni di dette scelte, giuste o sbagliate che siano.
Studiare le congiunture del particolare momento storico di riferimento, raffrontarle con altre situazioni, analoghe oppure opposte, riflettere sui danni causati e le altre conseguenze… tutto ciò contribuisce in larga misura ad acquisire maggiore consapevolezza di passato e presente e dovrebbe essere anche di grande supporto per comporre al meglio il futuro.

Non sono per certo necessarie leggende metropolitane o falsità, le odierne fake news, per rendere avvincente o intrigante un conflitto bellico.
Lo storico deve voler comprendere, non accontentarsi di ricevere a scatola chiusa delle verità consolatorie e di comodo. Vale anche lo studioso e lo studente.

Ma qual è stato il senso più autentico della seconda guerra mondiale?
Cecini sottolinea più volte nel testo come non sia possibile dare una risposta univoca a questa domanda. Il conflitto è stato ed ha rappresentato tante cose, diverse e anche opposte tra loro.
Negli anni successivi al conflitto, e soprattutto di recente, molte volte si è messo in dubbio “il valore morale” degli alleati, perché spesso il loro ruolo è stato mitizzato e “portato su un piano diverso da quello meramente storico”.

Di sicuro c’è che, grazie proprio alla seconda guerra mondiale, l’America è diventata a tutti gli effetti la prima potenza economica a livello mondiale, mentre la Cina e l’Unione Sovietica hanno assoggettato milioni di liberi cittadini con la forza e la paura, imponendo loro il proprio credo politico.
Il Paese che invece ne è uscito vittorioso solo sulla carta sembrerebbe essere stato il Regno Unito. Partito agli inizi del Novecento come unica e indiscussa superpotenza mondiale, nel giro di quarant’anni si è visto scippare il titolo prima dall’America e poi dall’Unione Sovietica. Uno strappo mai completamente risanato.
Chi invece è riuscita a superare anche il crollo del vecchio impero coloniale è stata la Francia perché, come ricorda e sottolinea Cecini, l’Africa è quasi più francese oggi di ottant’anni fa.

Ad ogni modo, tutte le grandi potenze interessate al conflitto sono le stesse che oggi vanno a comporre il G8, con la sola aggiunta della Cina, paese che riveste un peso sempre maggiore nel contesto socioeconomico internazionale.

La grande eredità che ha lasciato la seconda guerra mondiale, per anni nei popoli di tutto il mondo, è stata la speranza di un mondo migliore. Ma, senza ombra di dubbio, e bene fa Cecini a ricordarlo nel suo libro, la divisione in blocchi contrapposti, il mancato giudizio verso tutti i criminali di guerra, nonché l’esasperazione della Guerra Fredda hanno di molto diluito i grandi e buoni proposito scaturiti al termine del conflitto.
Se ci si dimentica che molti dei problemi attuali non sono altro che conseguenze della seconda guerra mondiale, allora davvero si rischia non solo di “perdere un patrimonio di esperienze molto prezioso” ma anche e soprattutto di “rendere vane le morti di milioni di persone”.

Commentando L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton, Tony Robinson ha affermato:

«In un’epoca in cui lo spettro dell’antisemitismo torna a fare paura, questo incredibile libro è indispensabile per ricordare che non siamo immuni alla minaccia del fascismo»

Il libro di Hutton nasce con lo scopo precipuo di voler raccontare una storia deliberatamente celata, come spesso accade, nella presunzione o illusione che non parlare di qualcosa di sgradevole aiuti a cancellarlo o, quantomeno, a fare in modo che rimanga nell’ombra e finisca quanto prima nel dimenticatoio anche per coloro che ne sono, in tutto o in parte, a conoscenza.
Ciò lo si fa anche per evitare di dare un’immagine di sé o del proprio Paese sbagliata, o comunque non corrispondente a quella che invece si vuole dare.

Hutton, al pari di quanto fatto da Cecini, ha narrato di un qualcosa che ha molto di incredibile, ma lo ha fatto con rigore e serietà, senza scoop sensazionalistici o allarmismi complottisti. Lo ha fatto semplicemente raccontando la verità, riportando date, dati, nomi e fatti concreti.

Si tratta di argomenti spinosi e questo è evidente, come lo è il fatto che a partire dal 2 settembre 1945 di tante cose si è preferito non parlare più. Troppo era accaduto. Bisognava solo mettere un punto fermo, voltare pagine e ricominciare. Ricostruire interi paesi manche anime ed esistenze.
Così facendo però non si è data la possibilità di analizzare molti aspetti ed eventi. Accadimenti e movimenti di pensiero che si è creduto di aver eliminato per sempre. Oggi, purtroppo, scopriamo che così non è stato. In tanti paesi europei certe idee hanno sempre continuato a bruciare, come fuoco sotto la cenere, magari anche in virtù del fatto che di ciò non se ne doveva parlare.

Il narrato del libro di Hutton è una storia vera.
Sin dal 1945 la Gran Bretagna “ha raccontato a se stessa una storia della guerra”. In questa narrazione, non solo il Paese si opponeva da solo alle forze militari del fascismo ma era anche straordinariamente resistente all’ideologia stessa. Mentre altre nazioni soccombevano a idee simili o collaboravano con gli invasori, la Gran Bretagna restava salda. Quella forza di carattere salvò non solo il Regno Unito ma l’Europa tutta.
Questa la versione narrata dagli inglesi agli inglesi, come al resto del mondo, e riportata da Hutton nel testo. Ma “l’MI5 conosceva una storia diversa”. Ed è di quella che racconta l’autore.

Verso la fine della guerra, i servizi segreti avevano identificato centinaia di uomini e donne britannici, in apparenza leali ma che bramavano una conquista da parte dei nazisti. Alcuni di loro si erano addirittura spinti oltre, rischiando finanche la vita per aiutare il Fuhrer. La gran parte delle testimonianze sono andate o sono state distrutte, eppure permangono le trascrizioni di oltre seicento conversazioni, avvenute tra il 1942 e il 1944, nelle quali si legge di come questi cittadini britannici discutono su come sia meglio muoversi per “tradire il proprio Paese con la Germania”.

È stato possibile, per Hutton, raccontare questa storia grazie alla decisione di rendere pubblica una selezione di dossier storici dell’MI5.
Solo così ha potuto vedere la luce L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti, che ricostruisce nel dettaglio l’operato dell’agente segreto inglese identificato con il nome in codice Jack King.
Un libro che è stata anche una grande sfida per l’autore. Nel tentativo continuo di voler descrivere l’intero quadro attraverso l’assemblaggio di un puzzle di cui non possiede tutti i pezzi. Alcuni ancora rimangono un mistero. La speranza, per Hutton, è che in futuro altri dossier vengano desecretati, anche se è consapevole che la scoperta di nuove informazioni potrebbe rivelare errori, naturalmente commessi in buona fede, nella ricostruzione da lui stesso fatta nel testo.

I libri di Giovanni Cecini e Robert Hutton hanno davvero un valore incredibile per la conoscenza e l’analisi di un periodo della recente storia che andrebbe sezionato tutto per essere ben compreso. Esattamente come ha fatto Cecini e, in un certo qual modo, lo stesso Hutton che ha puntato un riflettore su un punto preciso e poi ha zoomato quanto più gli è stato possibile fare.
L’incredibile storia della seconda guerra mondiale e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti sono due lavori accurati, precisi, interessanti e assolutamente necessari.

Bibliografia di riferimento

Giovanni Cecini, L’incredibile storia della seconda guerra mondiale. Strategie, armi, protagonisti del conflitto che ha cambiato le sorti del mondo, Newton Compton Editori, Roma, settembre 2019.

Robert Hutton, L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti. Nome in codice Jack King: l’agente segreto inglese che sconfisse Adolf Hitler, Newton Compton, Roma, ottobre 2019.




Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Voci da Uber” di Maria Anna Mariani (Mucchi Editore, 2019)

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Tante storie. Ognuna racconta una vita, uno spaccato di essa almeno. Brevi capitoli che sono come luci di una installazione e che si illuminano a intermittenza. Il filo conduttore è la stessa autrice, la quale “salta” da un’auto all’altra e, nel breve tempo del tragitto di volta in volta percorso, riflette, si interroga e chiede, immagazzina informazioni… tutta materia che diventerà poi l’energia illuminante la sua installazione, la sua opera. Il suo libro.

Voci da Uber è il titolo che Maria Anna Mariani ha scelto di dargli. E sono tante le “voci” filtrate, che hanno attraversato il corpo e la mente dell’autrice prima di diventare non sonore ma egualmente udibili e incisive, attraverso la scrittura.

Per ogni storia Mariani parte da un piccolo e in apparenza insignificante particolare per raccontare una intera esistenza. Leggere le sue storie è quasi come vedere o immaginare il mondo intero attraverso una feritoia. Ciò che vedi è reale ma per comprenderlo a fondo devi lavorare comunque molto di fantasia.

Voci da Uber è o sembra una lettura “leggera”. All’inizio. Poi il lettore riflette su quanto l’autrice ha scelto di scrivere, su quali parole, dei tanti discorsi con i vari autisti con cui è entrata in contatto ha voluto inserire nel testo, e comprende quanto in realtà la sua narrazione sia profonda.

Uber è tra le aziende che meglio hanno incarnato l’economia del primo decennio del Nuovo Millennio. Ma Uber è anche lo specchio di quella che è diventata la società del Nuovo Millennio. Polverizzata, precarizzata, frenetica, violenta.
Autisti che svolgono questo lavoro perché hanno perso il proprio oppure perché altrimenti non riuscirebbero a pagarsi gli studi, sono solo alcuni tra gli esempi più sintomatici del cambiamento sociale in atto. La chiamano flessibilità perché suona meglio ma è pura precarietà. La definiscono possibilità di scelta perché suona più ottimistico ma in realtà sono scelte dettate più dalla mancanza che dalla sovrabbondanza di opportunità.

Negli Stati Uniti, dove l’autrice ha condotto la sua indagine e dove l’azienda è sorta e maggiormente si è diffusa, questo modello economico e sociale è radicato nella cultura dei suoi abitanti. Interessante è allora capire le dinamiche del suo sviluppo a macchia d’olio nelle altre realtà del mondo che possiamo indicare come occidentali o occidentalizzate. Sarà questo il futuro anche dei giovani europei che vorranno proseguire i loro studi? Per pagarli dovranno svolgere questa tipologia di lavoro? Gli operai delle oramai innumerevoli fabbriche dismesse dovranno riadattare l’esperienza lavorativa a questo genere di attività?

Maria Anna Mariani non affronta direttamente tutte queste tematiche, lasciandole però intravedere tra le luci e le ombre della quotidianità dei protagonisti delle sue corse ovvero storie.
Come il problema delle aggressioni, della violenza, inflitta o subita. Anch’esse specchio di una società arida e avida.

Riesce l’autrice a trasmettere la sua presenza in ogni singolo capitolo del libro senza mai lasciare che essa diventi invadente o prorompente. Lasciando in questo modo fluire i vari “protagonisti” e relative storie come auto appunto nel traffico delle grandi arterie e delle piccole vie della città.

Voci da Uber di Maria Anna Mariani si rivela essere molto interessante nella sua apparente semplicità e linearità. Un libro pieno di spunti di riflessione sulle problematiche della società attuale certo ma anche sulle potenzialità offerte da scelte alternative e innovative, come possono essere appunto le soluzioni di mobilità alternativa.


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A quanto ammonta il valore della ciclo-ricchezza? “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala” di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini (Egea-UniBocconi, 2019) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi” di Gianni Cuperlo (Donzelli “Editore, 2019)

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Quale sarà il destino dell’alleanza imbastita dopo la crisi di Ferragosto tra le forze “più ostinatamente rivali”?
L’estate folle del 2019” è destinata a inaugurare davvero una «terza Repubblica»?
E, soprattutto, come si muoverà “il partito maggiore” nel dedalo politico italiano cercando di salvare se stesso e la sinistra tutta?

Gianni Cuperlo, a pochi mesi dalla nascita del nuovo governo giallorosso, riprende i post da lui stesso scritti sul social network Facebook come una sorta di diario della crisi estiva, li riordina, li attualizza e li fa diventare un libro, Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi, edito a dicembre 2019 da Donzelli Editore.

Pur ammettendo che il cammino da compiere non sarà facile né scontato, Cuperlo sembra avere le idee chiare su cosa va fatto e su cosa effettivamente serva al Partito Democratico e alla sinistra tutta per dare una portentosa sferzata alla politica italiana, ponendo resistenti argini alla pericolosa ascesa di nazionalismi e populismi.

Innanzitutto non bisogna volgere l’attenzione solo sul programma di governo, ma sarà necessario restituire un’anima al partito, ai componenti di esso come anche agli stessi elettori. Per farlo bisognerà abbandonare luoghi comuni, stereotipi e menzogne. Perché, per invertire davvero la rotta, “alcune verità devi dirle”, anche se sono scomode. Meglio ancora sarebbe dirle tutte.
Contro tutti gli allarmismi su migranti, immigrazioni e presunte invasioni, ricorda Cuperlo che da qui al prossimo decennio l’Europa avrà bisogno di almeno cinquanta milioni di nuovi cittadini, e questo solo per tenere in piedi il sistema pensionistico.

Tre sono i pilastri cardine della ricostruzione che ha in mente l’autore: Sud, formazione, governo locale. Tre nodi che, inevitabilmente finiscono con il tormentarlo il pettine di chi si confronta con l’amministrazione dello Stato e il suo governo.
La scuola, con i suoi alunni demotivati e apatici e con gli insegnati apatici, demotivati e sottopagati. Tutti poco qualificati. Un divario che continua a crescere e a pesare. Istruzione, formazione e cultura ne risentono da anni ormai. Innalzamento dell’obbligo scolastico fino al 18° anno come fatto in Portogallo e adeguamento delle retribuzioni per i docenti. Queste la riforma a costo zero e l’investimento da considerare prioritario per Gianni Cuperlo.
I governi locali, i Comuni abbandonati a se stessi, sotto finanziati e troppo spesso ignorati.
Il Sud che continua a essere considerato, a torto o ragione, il tallone di Achille di un intero Stato che fatica a reggere gli standard internazionali. Un Sud che va raccontato in chiave di risorse, certo necessarie, ma anche di emancipazione e giustizia.

Andrebbe poi svecchiato l’ordinamento stesso dell’economia. Il diritto societario, favorendo e valorizzando la funzione di fare impresa. Il diritto fallimentare, incentivando l’allarme precoce, la riallocazione delle risorse e un’ingerenza regolata del giudice. Il processo civile e la sfera amministrativa: minore burocrazia, un codice appalti meno esposto “alle bizze del vento” e procedure rapide al Tar. Lotta all’evasione, grande e piccola, e sgravi fiscali.
Mettere inoltre mano al “capitolo enorme” della parità di genere che, mai come oggi, assume i contorni di una vera e propria battaglia per l’universalità dei diritti.

Per Cuperlo, c’è da ricostruire un assetto delle istituzioni, un sistema politico tutt’altro che a regime. Bisogna ripensare un congresso vero: “serve una Costituente”. La sfida è convincere a entrare in scena “energie di frontiera” nell’impegno civico, sociale, ambientalista, del praticare solidarietà e fare democrazia.
Ricorda l’autore l’esistenza di forum su temi oggetto di cura per milioni di persone, reti delle quali spesso si tace l’esistenza. Risorse interne a dipartimenti e facoltà dove la ricerca sul mondo per come cambiava è avanzata producendo teoria, progetto, affinità sparse e per questo “meno a rischio di cristallizzarsi”.
Cuperlo ritiene necessario andarlo a cercare quel mondo, scomodarlo, disturbarlo, perché è questo che farebbe davvero la differenza e “scaverebbe un fossato col prima che nessuna distrazione di massa saprebbe colmare”.

La destra la sua formula pare averla trovata. Ha riscritto le gerarchie al suo interno e confinato “l’ala sedicente liberale” ai margini, anche per il mancato rinnovamento dentro Forza Italia. Ha inoltre arruolato “qualche scheggia estremista” e attende impaziente la resa dei conti alle urne.
Il destino della sinistra invece è ancora un’incognita. Non è certo scontato. Ma per Cuperlo spetta a loro comprendere come condizionarlo, invertendo una “percezione divenuta sondaggio e poi conferma dentro le urne”. Perché l’autore considera proprio questo il nodo centrale: decidere se l’approdo al governo vissuto in quel modo inatteso e fulmineo vada inteso come un cigno nero oppure sia il sentiero, “per quanto accidentato”, di un riassetto del sistema politico tutto.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


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È l’ingiustizia economica il volano dei populismi? “Questa non è l’Italia” di Alan Friedman (NewtonCompton Editori, 2019) 

Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

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All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro. Analisi del testo “All’alba di un nuovo mondo” di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli (IlMulino, 2019) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Have a nice day” di Serenella Baldesi (Ensemble, 2018)

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Può la routine quotidiana essere completamente stravolta da un incontro pressoché casuale? Può la vita di una donna essere posta in discussione per intero solo a causa del fato o del destino? Può davvero il caso scegliere il destino di una persona oppure ciò che accade alla fin fine è sempre frutto di una scelta?
Le risposte a questi quesiti, tutt’altro che banali, sembrano essere l’impalcatura su cui Serenella Baldesi ha deciso di far poggiare l’intero impianto costruttivo del suo libro, Have a nice day, edito da Ensemble in prima edizione a ottobre 2018.

Olivia è una donna, cinquantenne, sposata, senza figli, sportiva, che svolge la professione di architetto e di amministratore dell’impresa di famiglia. Lavoro, matrimonio e vita le sembrano ormai solo una cupa routine da continuare a praticare per inerzia. Priva di stimoli e sensazioni forti lascia che il tempo scorra lungo le anse di questo tran tran quotidiano. Non si aspetta di certo che, da un momento all’altro, la signora che era sposata, etero, architetto e imprenditrice compia una rivoluzione tale da spingerla verso “l’amore femminile” e a spostarsi a vivere all’estero.

Molte sono le prove che Oli è chiamata ad affrontare nella sua personale rinascita, la second life che la vita, il destino oppure lei stessa hanno scelto di offrirle. Altrettante le delusioni che, esattamente come nella prima vita, la protagonista del libro di Baldesi, cerca di imputare a svariati colpevoli. Solo quando realizza e comprende di essere e dover essere il solo “burattinaio” di se stessa pare ritrovare quell’equilibrio che sembrava smarrito.

Uno stile narrativo, quello impiegato da Serenella Baldesi, che sembra creato su misura per la storia narrata. Un fraseggio chiaro ma al contempo carico di parole ed espressioni vorticose, che sembrano aver origine dalla stessa protagonista, girarle intorno, risucchiare il lettore e prendere forma poi nelle varie vicissitudini che coinvolgono cuore e mente di Oli. Il personaggio principale, la protagonista, è ben delineato e caratterizzato. Un po’ meno gli altri protagonisti. Ma questa, forse, è una scelta voluta, proprio per lasciarli in quella sorta di nebbia che avvolge l’intera esistenza di Olivia, e fare in modo che sia solo lei ad emergere dal grigiore dei suoi tormenti.

Un romanzo, Have a nice day di Serenella Baldesi, senza risposte ma con tante domande. Un libro che non vuole insegnare bensì raccontare. Con una protagonista che vuole imparare a conoscere se stessa e un lettore che segue e insegue il suo percorso riflettendo sui tanti misteri e segreti che solo la vita può farti incontrare.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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