La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi?

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Mark Zuckerberg, ideatore e ceo del social network Facebook, il 12 gennaio 2018 scrive, sulla sua pagina social, un post che ha scatenato una grande eco mediatica. Il succo del suo comunicato riguarda l’imminente e progressivo cambiamento dell’algoritmo che gestisce la condivisione dei post e dei video perché, a suo dire, Facebook sta deragliando da quello che era lo scopo originario per cui lui stesso l’ha inventato.

Facebook sarebbe quindi stato ‘costruito’ per aiutare le persone a rimanere in contatto e avvicinarsi a quelle ritenute importanti, affettivamente parlando. Per questo motivo famigliari e amici devono restare il fulcro del mondo social racchiuso nell’universo del libro delle facce. La esplosione di contenuti pubblici starebbe quindi rompendo l’asse dell’equilibrio, allontanandosi dallo scopo principale del social, ovvero «help us connect with each other» (“aiutarci a connettersi tra noi”).
Zuckerberg si augura che il tempo passivo trascorso sui social, in particolare il suo, diminuisca e che gli utenti siano sempre più stimolati a interagire. Adottando queste misure lui dichiara di aspettarsi una diminuzione del tempo trascorso sul social ma, al contempo, si augura che sia tempo prezioso, di qualità.


«I expect the time people spend on Facebook and some measures of engagement will go down. But I also expect the time you do spend on Facebook will be more valuable


Il social network Facebook quindi, per mano dei suoi organizzatori, vuole spronare i suoi utenti a essere più attivi, cliccando like e commentando post personali, famigliari, di amici e conoscenti, foto e riflessioni… saranno quindi scoraggiate le condivisioni di post da pagine pubbliche, da link esterni, notizie, informazione e quant’altro possa distogliere l’attenzione e l’interesse degli utenti dallo scopo principale del social: “aiutarci a connettersi tra noi”.
Ora, a meno che una persona non abbia tutti i suoi affetti lontano e viva isolato su un eremo, davvero si fatica a comprendere fino in fondo la necessità della condivisione social e non di quella reale di immagini, foto, ricordi, impressioni, pensieri, riflessioni, considerazioni… che invece potrebbero e possono benissimo essere condivise de visu, via mail, in chat, su skype, al telefono… Ma l’aspetto più interessante e a tratti inquietante è il tentare di capire se davvero Zuckerberg sia così filantropo da boicottare volutamente il suo social network a beneficio dell’affettività dei suoi iscritti.

Due giorni dopo l’annuncio di Marc Zuckerberg già è virale la notizia, basata su dati della rivista Forbes, di una perdita di 3,3miliardi di dollari a causa del calo nella quotazione in borsa del titolo Facebook. Zuckerberg possedendo il 17% delle azioni ne avrebbe quindi subito un danno personale. Ora, considerando che sempre secondo la rivista Forbes, il patrimonio complessivo dell’ideatore di Facebook ammonterebbe a 72,4miliardi di dollari, quella subita è una perdita che, pur ammettendo non fosse stata calcolata, sarebbe per certo facilmente recuperabile.
La scelta di modificare l’algoritmo di condivisione non sarebbe piaciuta a investitori e sponsor e il titolo societario scende del 4,4%.
Lo stesso Zuckerberg ha dichiarato di prevedere un leggero calo nella quantità del tempo che gli utenti trascorreranno sul social a seguito dei cambiamenti dell’algoritmo. È lecito supporre avesse anche preventivato un iniziale calo di fiducia da parte di investitori e sponsor?

Dopo un 2017 trascorso a tentare in vari modi di bloccare segnalare contrastare confutare le fake news Facebook sembra compiere una decisa virata che prevede, in buona sostanza, una riduzione delle notizie, presumibilmente quindi anche delle cosiddette bufale, e l’ammissione neanche troppo implicita che il social non è un organo idoneo alla diffusione dell’informazione. Non è per questo scopo che è stato creato.
La ricerca condotta dal team di Facebook in sinergia con esperti accademici avrebbe messo in luce che l’utilizzo dei social per connettersi con persone a cui teniamo sarebbe un toccasana per il nostro benessere.

Quindi creare un ambiente social con parenti, famigliari e amici, connettersi virtualmente con loro, condividere sul social momenti di vita, di affetto, di amore, di delusione, di tristezza, di passione… gioverebbe alla di ognuno “felicità e salute”. Essere sempre più il fulcro della propria filter bubble. Questo lo scopo reale di Facebook. Questo il ‘benessere’ di cui sembra parlare il suo fondatore, il quale anni fa ha dichiarato, parafrasando forse inconsapevolmente le parole del patron di Le Figaro, Hippolyte de Villemessant (“Per i miei lettori è più importante l’incendio di in solaio nel Quartiere Latino che una rivoluzione a Madrid”), ha detto: “La morte di uno scoiattolo davanti casa può essere più pertinente per i tuoi interessi di quella di una persona in Africa”. Naturale a questo punto chiedersi cosa esattamente “è più pertinente” per “gli interessi” immediati e futuri del ceo di Facebook.

Il primo data center di Facebook fuori dagli Stati Uniti è stato impiantato a Luleå, in Svezia. Un anonimo enorme capannone grigio che racchiude in sé un’immensa memoria connessa. È prevista l’apertura prossima di strutture simili a Clonee in Irlanda e a Odense in Danimarca. I responsabili della struttura svedese più volte hanno ribadito al giornalista Diego Barbera, giunto in loco per un servizio, che «i dispositivi vengono trasportati in modo riservato e sicuro» affinché «sia impossibile accedere a qualsivoglia dato». Tutte «le informazioni sono conservate, e i vecchi supporti sono completamente distrutti». Massima protezione e cautela quindi nella raccolta dei dati che assolutamente non devono lasciare la struttura, né essere trafugati. Ma allora a cosa serve questo immenso archivio di dati e informazioni condivise dagli utenti del social network Facebook?

In un servizio di Stefania Rimini per la trasmissione Report, girato nell’ormai lontano 2011, illuminante già nel titolo (“Il prodotto sei tu”) ci si chiedeva come mai una società fondata dall’allora poco più che ventenne Marc Zuckerberg che, in apparenza, non comprava e non vendeva nulla, assolutamente gratuita, facesse tanto gola a investitori internazionali quali «la banca Goldman Sachs ma anche la Microsoft, il miliardario russo Yuri Milner e il magnate di Hong Kong Li Ka Shing». Una società all’epoca non ancora quotata in borsa che ha subito una crescita vorticosa ed esponenziale, nel numero degli iscritti come nel valore di mercato nella quale sembra «tutto bello tutto gratis ma se ti va di leggere i termini contrattuali che quasi nessuno legge, scopri che sì, non stai pagando per il prodotto… perché il prodotto sei tu».

Profili che ogni utente compila volontariamente al momento dell’iscrizione, con dati personali anche sensibili, consegnati autonomamente ma con quanta reale coscienza dell’uso che ne verrà fatto? Schede zeppe di informazioni personali, di gusti e preferenze, livello culturale e titoli di studio, professione, stato civile, sesso e orientamento sessuale, orientamento politico e religioso… che rischiano però di diventare dati troppo statici e obsoleti se non li si rinvigorisce con aggiornamenti continui. Nuovi like, nuove foto, nuovi commenti… espressioni a loro volta delle singole personalità che navigano in questo mare che il suo proprietario dichiara di voler far diventare sempre più un porto sicuro. Stare bene quando si accede al social, sentirsi in famiglia, condividere con gli affetti, con gli amici, con i conoscenti… tutto per far sentire al meglio l’utente, libero di manifestare e condividere il suo essere. A pieno beneficio di chi?

Non è naturalmente un problema precipuo di Facebook ma generale della Rete e dei social. Semplicemente è la costante premura del suo fondatore a creare e fortificare questa sorta di filter bubble a destare qualche sospetto di troppo.

Sempre nel 2011 esce per Il Saggiatore il libro di Eli Pariser Il filtro. Quello che internet ci nasconde (“The Filter Bubble. What The Internet Is Hiding From You”). Nel libro Pariser sottolinea l’impiego dei filtri per creare la bolla nella quale ognuno poi naviga in base alla “rilevanza” che è in pratica l’unico vero criterio seguito. Una bolla creata in base alle pagine che visitiamo, ai link che cerchiamo, agli interessi e via discorrendo. Quello verso cui non mostriamo interesse semplicemente scompare… dalla nostra filter bubble. Se due persone compiono la medesima indagine su un motore di ricerca, per esempio Google, i risultati saranno molto dissimili tra loro. Ciò è conseguenza della «personalizzazione del web», creata dagli indicatori impiegati per stabilire chi siamo e cosa potrebbe piacerci in base proprio agli interessi che abbiamo mostrato e che sono costantemente monitorati.

I nostri interessi devono essere mostrati e costantemente aggiornati a beneficio di chi li cataloga, li archivia, li studia e poi, magari, li utilizza come merce di scambio con chi questi dati li usa per creare prodotti ad hoc, studiati e realizzati sulle esigenze e sugli interessi dichiarati, proposti poi direttamente a chi ha manifestato il desiderio di possederli tramite pubblicità, newsletter, spot, link… Il tutto, naturalmente, in forma anonima e sicura per l’utente. Certo.

Il mondo cambia, il commercio anche, la globalizzazione avanza, la Rete è fondamentale e anche utile. Nessuna obiezione. Rimane però la curiosità di sapere con quanta coscienza l’utente compie le sue scelte, definisce i suoi interessi, manifesta e soddisfa i propri bisogni.

Per Pariser «la democrazia dipende dalla capacità dei cittadini di confrontarsi con punti di vista diversi. Quando internet ci offre solo informazioni che riflettono le nostre opinioni limita questo confronto».

A questo punto viene naturale chiedersi quanto potere abbiano effettivamente Google e Facebook, per citarne alcuni, nella creazione della di ognuno filter bubble e quanto invece sia dovuto alla incoscienza o proprio alla volontà dell’utente di dedicare il suo tempo e le sue energie solo per ciò che gli interessa e gli piace e annullare i problemi, le opinioni dissimili, gli argomenti per lui ostici. In base a queste considerazioni viene da affermare che la vera filter bubble la creiamo noi stessi, dentro e fuori la Rete e i social.

Sul portale di wearesocial.com si può leggere una dettagliata descrizione di cosa sia in realtà il social thinking, ovvero l’approccio alla «creatività per risolvere problemi di business e brand». La base di partenza sono i social insight – «comprensione del comportamento sociale delle persone e, di conseguenza prendere in considerazione i canali e le piattaforme per loro rilevanti» – permettendo così lo sviluppo di «idee creative che costruiscano valore per i brand e per le persone». Mentre gli insight tradizionali permettono di comprendere i comportamenti delle persone concentrandosi solo su motivazioni individuali, gli insight social «mettono questa comprensione nel contesto delle nostre relazioni interpersonali, delle community e della società fornendo evidenze spesso nascoste, inaspettate o inespresse».

Le social idea sono idee «powered by people». Sono idee con un altissimo potenziale e di grande valore, in altre parole sono preziose, esattamente come il tempo passato sui social a raccontarle, perché «sono in grado di creare o rafforzare relazioni e community, unire le persone, attivare conversazioni e stimolare all’azione». Addirittura possono o potrebbero «influenzare il comportamento delle persone e avere un impatto culturale». Molto più spesso però sono studiate per capire come «creino valore di business».

Il numero delle persone in Italia Europa e nel mondo connesse a internet è in costante aumento, lo stesso per il tempo trascorso sui vari social. In crescita anche la connessione tramite smartphone, in calo quella da pc. Social e video sono le ‘mete’ preferite dalla gran parte degli utenti connessi in Italia. Oltre la metà della popolazione online utilizza applicazioni di messaging e chat dai dispositivi mobile. Perché?

I motivi addotti per spiegare il fenomeno ormai di massa dell’adesione a social e chat sono numerosi e spaziano dalla paura della solitudine che attanaglierebbe tutti fuori dal web alla possibilità di trovare lì campo libero allo sfogo delle proprie frustrazioni, dell’aggressività altrimenti repressa e via dicendo. Ma la verità è che online, sui social, nelle chat, nei gruppi… non troviamo altro, troviamo esattamente ciò che incontriamo per strada, al bar, allo stadio, nei parchi e lungo le vie. La differenza forse è che nella auto-celebrazione di se stessi che spesso si fa sui social ci si illude di trovare un pubblico copioso interessato alle foto, ai pensieri, ai commenti, alle riflessioni, alle offese, agli sfoghi, ai like… il pubblico in effetti c’è ed è anche molto attento a ogni interazione, ma non è quello che si pensa.

Albine ha reso pubblico il Val-You Calculator, un ‘divertente’ test che consente a ognuno di calcolare quanto vale il suo profilo social per Facebook. Farlo equivale a ritrovarsi dinanzi a un risultato che dà una cifra irrisoria, soprattutto se non si è molto attivi sui social. Ma, a ben pensarci, stando alla stima di giugno 2017, Facebook ha raggiunto i 2miliardi di utenti. Ed ecco che una cifra irrisoria moltiplicata per 2miliardi diventa un colosso quotato in borsa, finanziato da investitori globali e con un potere sociale, culturale e commerciale enorme. Enorme.


Articolo originale qui


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Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017)

Quanto ha inciso l’essere ‘imbecille’ nell’evoluzione umana? “L’imbecillità è una cosa seria” di Maurizio Ferraris (Il Mulino, 2016)


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’ultimo salto del canguro” di Paolo Vanacore (Castelvecchi, 2017)

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Uscito in prima edizione con Castelvecchi Editore a luglio 2017, L’ultimo salto del canguro di Paolo Vanacore è un testo molto originale, non tanto nella forma quanto nel contenuto. Mente e pensieri raccontati attraverso i piccoli gesti quotidiani, il lavoro, le riunioni famigliari, gli amori, i tradimenti, le passioni… il tutto condito con una pungente ironia e un crudo realismo che contribuiscono a rendere l’insieme una gradevole lettura, un’amara riflessione, un’acuta eredità letteraria.

La prefazione, curata da Andrea Carraro, prepara il lettore a quanto ritroverà poi nel testo. Una storia nella quale i protagonisti “recitano a soggetto”, per così dire, “all’insaputa degli altri”. Una storia raccontata solo in apparenza con un linguaggio semplice. Un libro caratterizzato invece da uno stile narrativo proprio della formazione professionale dell’autore, che è anche autore e regista teatrale. Spiccano infatti i dialoghi e la loro incisività, passaggi che invece rappresentano spesso incognite o delusioni nei testi di narrativa.

Una storia raccontata al lettore dallo stesso protagonista, Edo, che enfatizza con molta auto-ironia i propri “disastri” amorosi. Auto-ironia e riservatezza che forse sono solo tentativi di difesa dai pregiudizi degli altri, soprattutto quando sono “vicini” e provengono da amici e parenti.

Edo è cresciuto a Roma, come l’autore, in una città che insegna presto a guardare al mondo senza troppe illusioni. Lavora al Bioparco. Ogni giorno attraversa la giungla cittadina prima e quella animale poi osservandole entrambe, riflettendo sui comportamenti umani e su quelli animali, sorridendo e facendo sorridere il lettore con argute considerazioni, spiritose meditazioni e una piccante ironia.

Source: Si ringrazia l’addetta stampa per la disponibilità e il materiale

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Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce (Marcos y Marcos, 2016)

Quando la fantasia racconta la realtà: “Appalermo Appalermo” di Carlo Loforti (Baldini&Castoldi, 2016)

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Musica e parole in “Un accordo maggiore in sottofondo” di Ugo Cirilli

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Auto-pubblicazione dello stesso autore, Un accordo maggiore in sottofondo di Ugo Cirilli è un testo che si presenta al lettore con un incipit alquanto originale. ‘Scritto’ direttamente dal protagonista, descrive al lettore, in pochi ma chiari passaggi, cosa aspettarsi dal libro.

Un inizio che spiazza il lettore, il quale si aspettava un classico cappello introduttivo dell’autore o una prefazione curata per suo conto. Invece si ritrova a leggere un capitolo ‘zero’ molto breve e ben costruito che incuriosisce e invoglia a continuare la lettura.

Il protagonista annuncia al lettore l’imminente lettura del suo diario ma, in realtà, la struttura del libro se ne distanzia parecchio. Un accordo maggiore in sottofondo è una sorta di romanzo tra il biografico e di formazione sicuramente non scritto nella forma di diario classicamente intesa. Un romanzo in cui l’io narrante è lo stesso protagonista.

Pur non essendo un ‘classico’ diario il racconto rimane comunque molto intimistico, con il narratore che si pone e si vede sempre come il centro della storia narrata e di tutto il suo mondo. Una vicenda al limite del rocambolesco che dà anche numerosi spunti di riflessione sul precario mondo dello show business e music industry gravato e aggravato dalla presenza della Rete, dei social, dai reality, dei siti di condivisione di video e musica. Nuovi trampolini sempre più acrobatici quanto rischiosi perché al salto in alto dello slancio iniziale spesso segue una vorticosa discesa, veloce e inesorabile.

Il link e i codici QR presenti nel testo per dare al lettore la possibilità di ascoltare la musica ‘in diretta’ e in contemporanea con il protagonista lasciano un po’ spiazzati e potrebbero rappresentare un serio rischio di calo di interesse in chi legge. Forse ritrovarli tutti alla fine del testo avrebbe anche potuto attrarre il lettore, il quale magari, dopo essersi appassionato a leggere la singolare biografia dell’artista/musicista protagonista, ne avrebbe anche voluto conoscere e ascoltare il suono e la musica. Ma interrompere il racconto con un’immissione così estemporanea è un grosso rischio, anche per il fatto che il lettore, ascoltando il brano, è improbabile senta e percepisca le medesime emozioni che l’io narrante dischiara di aver provato scrivendo e ascoltando quel determinato brano musicale. In un testo di narrativa il lettore avrebbe di gran lunga preferito ritrovare quelle sensazioni descritte con il solo impiego delle parole.

Un libro, Un accordo maggiore in sottofondo, nel quale l’io narrante/protagonista Stefano racconta la sua vita e ci mette dentro tutte le sue esperienze, un testo che sembra raccogliere anche molte delle personali esperienze dello stesso autore, Ugo Cirilli. Un libro con un buon margine di miglioramento ma comunque gradevole e interessante.

Ugo Cirilli: Nato a Pietrasanta (Lucca), consegue la Laurea in Psicologia Cognitiva Applicata. Si forma tra esperienze nel settore della comunicazione e live come chitarrista di band, mantenendo costante l’interesse per l’arte dello scrivere.

Source: Si ringrazia l’autore Ugo Cirilli per la disponibilità e il materiale 

Disclosure: copyright 1° immagine: “Ludwig van Beethoven”, ritratto William Girometti 1974; 2° immagine “Natura morta con strumenti musicali”, Evaristo Baschenis XVII secolo

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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G8, scuola Diaz e Bolzaneto: Il tempo trasforma la colpa in merito?

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Nel novembre del 2015 nuove condanne furono inflitte agli agenti di polizia e funzionari che non impedirono le violenze alla scuola Diaz nel luglio 2001, allorquando si svolse il G8 a Genova. Il risarcimento richiesto ammontava a 350mila euro ma il giudice della Corte dei Conti lo ha ridimensionato accogliendo la tesi secondo cui non essendo stati identificati tutti i responsabili del pestaggio non si poteva accollare l’intero importo esclusivamente agli indagati. Il Tribunale di Genova ha così condannato i responsabili al pagamento di 110mila euro, a titolo di risarcimento morale e materiale per le violenze subite dal giornalista Mark William Covell.

«Arrivato al primo piano dell’istituto, ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese, stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: “basta basta” e cacciai via i poliziotti che picchiavano.»

A raccontarlo ai pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona è il vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma Michelangelo Fournier, uno dei 28 poliziotti imputati per la vicenda, nella nuova versione illustrata agli inquirenti nel 2007, molto diversa da quella fornita inizialmente.

«Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza»

Uno spirito di appartenenza che in altri contesti non si fatica a indicare come omertà. Non si può a questo punto non porsi la domanda che in tanti urlano da quasi venti anni: cosa è successo veramente alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto e durante i giorni del G8 di Genova?

Sembrava una macelleria messicana”, dice Fournier. Macelleria messicana è una situazione in cui si verificano atti di estrema violenza e crudeltà. Perché a Genova si sono verificati?

Il G8 è un annuale incontro tra i capi di stato e di governo delle maggiori democrazie mondiali. Il summit del 2001 si è tenuto nella città di Genova tra il 20 e il 22 luglio. I punti discussi all’ordine del giorno sono molteplici e spaziano dal commercio internazionale alla fame nel mondo, dai problemi legati all’ambiente alle innovazioni tecnologiche, dai cambiamenti climatici alle malattie, dalla finanza alla pace nel mondo. Gli incontri tra i grandi della Terra sono blindati, come i luoghi in cui si svolgono e ciò che viene fatto trapelare sono le dichiarazioni ufficiali dei diretti interessati, o chi per essi, in conferenza stampa e l’idea che il tutto possa quasi essere una costosissima reunion di pranzi ed eventi che forse potrebbe anche essere evitata visto che se i partecipanti sono concordi sul da farsi potrebbero comunicarselo in mille altri modi e se non lo sono non è detto che lo diventino proprio in quei giorni.

Le iniziative contro il G8 sembrano essere tutte motivate dalla convinzione che un altro mondo è possibile. Un mondo votato verso il commercio equo e solidale, la finanza etica, l’annullamento del debito dei paesi poveri, le produzioni biologiche, pregno di azioni concrete contro le guerre. Con limiti e restrizioni al commercio delle armi. Un mondo con uno sviluppato senso critico, sociale e solidale. Un mondo pulito. Le numerose sigle e associazioni che protestavano contro il G8 a Genova si erano riunite in un comitato chiamato Genova Social Forum, il cui portavoce fu nominato Vittorio Agnoletto, medico milanese fondatore della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (LILA).

In un’intervista rilasciata a oltremedianews, Agnoletto ha dichiarato che, a parer suo, l’aspetto più scioccante sul piano politico è stato l’assalto alla scuola Diaz perché «quell’evento ha reso evidente che, da parte delle istituzioni dello Stato e dei suoi rappresentanti, non c’era assolutamente più nessun rispetto della legge, delle regole e della legalità e che i rappresentanti dello Stato stavano agendo unicamente in base alla logica del più forte e stavano manipolando completamente la realtà, costruendo, come si è potuto vedere successivamente, una versione del tutto falsa di quello che stava accadendo».

Ma perché la polizia irrompe nella scuola Diaz? Ufficialmente è alla ricerca dei black bloc, i manifestanti del blocco nero indicati come i responsabili dei disordini durante le manifestazioni e degli atti di vandalismo alla città. Ma questi black bloc alla Diaz non c’erano.

Agnoletto, nel corso dell’intervista, ci tiene a precisare però che il fatto più grave accaduto a Genova durante il G8 è stato l’uccisione di Carlo Giuliani: «Una vita umana che non potrà mai essere restituita è un valore incomparabile rispetto a qualunque altro evento».

Carlo Giuliani, giovane manifestante no-global muore in piazza Alimonda per il proiettile sparato dall’arma di ordinanza del carabiniere Mario Placanica, indagato per omicidio e prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Giuliani minacciava di colpire l’auto dentro cui stazionavano Placanica e colleghi con un estintore. Placanica gli ha sparato in testa. In tanti si saranno chiesti in tutti questi anni quale effetto avrebbe sortito un colpo sparato in aria contro un gruppo di manifestanti che, nella concitazione del momento, provavano ad assalire e assaltare i nemici di quel momento con armi di fortuna. Ma c’è anche un’altra domanda da porsi: perché la polizia, il cui compito sarebbe quello di proteggere i cittadini, aveva incarnato fin da subito le sembianze del nemico, ovvero lo Stato e i suoi rappresentanti che se ne stavano blindati nella zona rossa? La domanda è ovviamente retorica e la risposta è già in essa contenuta.

Agli occhi dei manifestanti, come per i membri del blocco nero e degli ultras, i celerini, ovvero i poliziotti della squadra mobile, la cosiddetta celere, sono l’incarnazione dello Stato e dei suoi rappresentanti, o meglio ne sono i servi, diventando di fatto il nemico da ‘combattere’. Quello vero, diciamo così, è inarrivabile, barricato, e così l’interesse si concentra sul suo surrogato oppure, come nel caso degli ultras, sui ‘nemici’ della tifoseria avversaria. Ma questi poliziotti, i celerini, come vedono i loro ‘nemici’ sul campo e come i rappresentanti dello Stato?

I poliziotti del reparto mobile sono addestrati per garantire l’ordine e devono restare impassibili agli sputi, agli insulti, alle minacce, al lancio di oggetti… almeno fino a quando il loro comandante non dà il via alla carica, ovvero alla “occupazione del territorio” e allora partono i lacrimogeni e, quando non bastano, vengono sfoderati gli sfollagente, usati fino a quando il funzionario non dice “basta!”. Vengono offensivamente indicati come servi. Sono in realtà servitori dello Stato, il medesimo che, attraverso altri funzionari e altri servitori, manda, per fare un esempio, indirizzate direttamente a loro le lettere di sfratto, coatta esecuzione della volontà statale che tante volte hanno avuto il compito di supportare e coordinare. Sono servitori addestrati a mostrare il muso duro verso protestanti, manifestanti, sfrattati e tifosi ma che devono remissivamente sottostare agli ordini dei diretti superiori, chiunque essi siano e qualsiasi decisione prendano. Costretti a difendersi in aula quando perdono le staffe e a vedere, inermi, i funzionari giudiziariamente illesi per decisioni sbagliate che hanno portato, magari, conseguenze disastrose. La domanda da porsi non è relativa alla presenza o meno di rabbia e frustrazione, ma semplicemente quando e verso chi verrà incanalata.

L‘Italia, per i fatti accaduti alla scuola Diaz di Genova e alla caserma di Bolzaneto è stata condannata prima perché si trattava di tortura e poi perché ritardava l’adeguamento delle leggi. E ciò è di una tale gravità da far rabbrividire. Non si sta parlando di raptus, di errore strategico, di impulsività… no, si parla di tortura. Qualsiasi forma di coercizione fisica o mentale non inferta allo scopo di ottenere una confessione o informazioni va intesa come violenza, sevizia, crudeltà fine a se stessa dettata solo dalla brutalità. Azioni che, per essere poste in essere, necessitano di un addestramento, di sangue freddo e anche di un certo macabro auto-controllo derivante da una formazione militare o paramilitare oppure da devianze psichiatriche.

Vincenzo Canterini, all’epoca dei fatti comandante del Primo reparto mobile romano, nel quale era inquadrato il VII Nucleo Sperimentale antisommossa guidato da Michelangelo Fournier che irruppe nella scuola Diaz, nel libro Diaz, scritto con Simone Di Meo e Marco Chiocci (Imprimatur, 2012), racconta la sua verità sulla sanguinosa notte di Genova.

«La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti.»

In un’intervista rilasciata per altraeconomia.it, Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Quotidiano nazionale e cofondatore del Comitato Verità e Giustizia per Genova, testimone e vittima dei fatti della Diaz, ribatte, punto per punto, le dichiarazioni di Franco Gabrielli, oggi capo della Polizia, all’epoca dirigente della Digos di Roma. Partendo proprio dalle scuse che non sono mai arrivate… «come le ragioni chiare per le quali si vorrebbe chiedere scusa: Per i pestaggi alla Diaz? Per i falsi realizzati dopo l’irruzione? Per la violazione di numerosi articoli del codice penale e della Costituzione? Per averne impunemente ostacolato i processi, come riconosciuto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo? Per le mancate rimozioni e sanzioni disciplinari dei responsabili delle violenze?»

Nel luglio del 2015 sono diventate definitive le condanne ai 25 poliziotti per l’irruzione nella scuola Diaz al termine del G8 di Genova del luglio 2001. Tutti condannati in Cassazione per falso aggravato in relazione ai verbali di perquisizione e arresto a carico dei manifestanti. L’unica imputazione sopravvissuta alla prescrizione dopo i trascorsi 11 anni. Pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni anche per alcuni degli alti gradi inflitta nel 2012:

  • Giovanni Luperi (capo del Dipartimento analisi dell’Aisi).

  • Franco Gratteri (capo della Direzione centrale anticrimine).

  • Gilberto Caldarozzi (capo del Servizio centrale operativo).

Tutti condannati a risarcire le parti civili ma nessuno che abbia mai veramente rischiato di finire in carcere, complice anche lo sconto di tre anni all’indulto approvato nel 2006. Diverse le prescrizioni che sono cosa ben diversa da un’assoluzione.

A luglio 2017 per chi non era potuto andare in pensione si prospettava la concreta possibilità di rientrare in servizio.

L’11 settembre 2017 il ministro dell’Interno, Marco Minniti, nomina vice direttore tecnico operativo della Direzione investigativa antimafia Gilberto Caldarozzi. Pietro Troiani, il poliziotto accusato di aver introdotto nella scuola Diaz due bottiglie incendiarie tipo Molotov, già vicequestore avrebbe ricevuto anche l’incarico di dirigente del Centro operativo autostradale di Roma con competenza su tutto il Lazio.

Michelangelo Fournier prontamente ha tenuto a replicare alle affermazioni di Marco Travaglio allorquando il direttore de Il Fatto quotidiano avrebbe affermato che Fournier «dopo la prima condanna a 4 anni e 2 mesi ascese al vertice della Direzione Centrale Antidroga». La condanna di Fournier era solo di 2 anni e non di 4 ma, per il resto, Travaglio resta sulle sue posizioni specificando che «fare carriera non significa necessariamente ottenere promozioni e premi: per chi partecipò all’assalto alla Diaz, anche se alla fine sembrò pentirsene, già il fatto di seguitare a ricoprire ruoli di responsabilità nella Polizia di Stato dopo quello che era accaduto, e addirittura dopo essere stato condannato per lesioni personali continuate, mi pare sufficiente per dire che ha fatto carriera».

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sempre in merito alle promozioni, in particolare quella di Caldarozzi, ipotizza uno sviluppo differente se in Italia ci fosse stata per tempo e da tempo un’adeguata legge sulla tortura. Mentre Enrica Bartesaghi, già presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova istituito a sostegno «delle vittime della repressione delle forze dell’ordine nell’esercizio della manifestazione del pensiero», ormai sciolto e madre di Sara, tra le vittime della Diaz, scrive parole che rappresentano invece esattamente lo scenario che è stato.

«In questi lunghissimi anni ho assistito a numerose promozioni indecenti di buona parte dei condannati per le violenze e le torture alla Diaz e a Bolzaneto, da parte di tutti i governi che si sono succeduti. Non c’è mai stata alcuna sospensione, nessun allontanamento dei colpevoli, nessuna legge o riforma volta a prevenire e condannare quello che è successo a Genova»

I manifestanti avevano il diritto di protestare? Di sfilare in corteo per dimostrare la loro opinione, contraria, alle decisioni dei grandi della Terra? Avevano il diritto di alloggiare in quella scuola trasformata per l’occasione in dormitorio? I celerini avevano il diritto di manganellare a destra e a manca fino all’alt del funzionario incaricato di dare il comando? I poliziotti hanno il diritto di fabbricare prove mancanti? Di dichiarare il falso? Di trascriverlo nei verbali? I funzionari hanno il diritto di impartire determinati ordini incuranti delle conseguenze? Se viene dimostrato l’errore nella catena di comando quanto è importante che corrisponda un’adeguata punizione in un paese che si dichiara democratico? Se il vertice non viene punito perché dovrebbe esserlo chi ha solamente eseguito degli ordini? Se il vertice non era a conoscenza perché questi ‘picchiatori’ selvaggi e ‘torturatori’ non sono stati fermati?

Al G8 i manifestanti riunitisi come Genova Social Forum volevano partecipare a cortei e manifestazioni lungo le strade della città che ospitava i grandi della Terra proprio in quei giorni, presumibilmente, perché volevano approfittare dell’interesse mediatico elevato per l’occasione. La Costituzione italiana è a favore della libera manifestazione delle proprie idee. Se i Capi di Stato e di Governo devono riunirsi in sontuose location per prendere decisioni che poi, inevitabilmente, ricadranno sui popoli, i cittadini che vanno a comporre quelle popolazioni hanno e devono avere a loro volta il diritto di di riunirsi e manifestare le proprie personali opinioni. Il dispiegamento di forze dell’ordine impiegato per proteggere le celebrities dovrebbe essere dispiegato anche per proteggere la popolazione, i cittadini, siano essi manifestanti oppure no.

I poliziotti vengono chiamati in causa per motivi diversi. Viene detto loro di entrare in azione per arginare la violenza. Devono essere pronti anche con il minimo preavviso e, quasi sempre, non hanno idea di cosa li aspetta davvero. Tra gli interventi più frequenti richiesti agli agenti della mobile è il servizio d’ordine allo stadio. Le violenze dentro e appena fuori gli stadi sono innumerevoli, spesso gravissime e si riallacciano a dinamiche psicologiche e sociali che poco o nulla hanno a che fare con lo sport e la sportività. Piuttosto legate alla rabbia repressa, alla frustrazione, all’appartenenza a un gruppo e la sottomissione alle sue regole. Violenza estremista e provocazione, come quella dei black bloc, che inevitabilmente finisce con il coinvolgere persone che nulla hanno a che fare con tutto ciò. Momenti in cui il tutto appare ancora più surreale, paradossale, incredibile al punto da lasciare increduli, basiti, scioccati tutti… in un primo momento, poi l’indifferenza ritorna a farla da padrona. Ma non per le vittime, non per i carnefici, non per coloro che nuovamente in quel delirio vengono chiamati a ‘combattere’.

«Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». (Bertolt Brecht)

Articolo originale qui

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Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

Disclosure: Copyright prima immagine galleria per La storia della tortura www.focus.it

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È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017)

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“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Uscito con Longanesi, il saggio di Sergio Romano Trump e la fine dell’american dream sembra raccontare in realtà la fine delle speranze che il mondo occidentale per intero ha riposto nella più grande potenza mai esistita che non dei sogni degli stessi americani, da sempre parti opposte di una nazione al contempo «puritana e liberale, bigotta e spregiudicata, isolazionista e internazionalista, protezionista e liberoscambista».

Si è liberi di pensarla come si vuole ma resta il fatto che il neo-presidente degli Stati Uniti d’America è stato democraticamente eletto con un’elezione in cui a premiarlo è stato proprio l’elettorato, ovvero la parte reale dell’America, disseminata nei cinquanta stati tra praterie, deserti, città e campagne, centri e periferie… non solo geograficamente ma anche socio-culturalmente parlando. I suoi elettori lo hanno votato perché le sue dichiarazioni e le sue promesse «erano esattamente quelle che volevano sentire dal loro presidente».

Il saggio di Romano è una sorta di biografia non autorizzata di Donald Trump come personaggio pubblico attratto dalla politica, anche se restatone formalmente fuori fino al momento della candidatura a presidente. Un libro che ripercorre le tappe che lo hanno portato a diventare prima molto ricco poi molto famoso, poi ancora, credibile agli occhi di una gran fetta degli americani, visti i risultati delle elezioni presidenziali. La parte più interessante del testo, comunque, risulta essere Un proscritto europeo nel quale l’autore elenca una serie di «domande che gli europei dovrebbero fare a se stessi». Ad esempio la prima chiede se sia «ancora utile affidare la propria sicurezza a un consorzio militare in cui il principale socio è, dallo scorso novembre, un personaggio contraddittorio, stravagante e imprevedibile».

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Interrogativi che, in realtà, bisognava porsi da tempo per eventi e situazioni che con Trump hanno trovato un più ampio margine di dibattito ed estensione ma che prima non erano di certo del tutto assenti. Romano stesso ammette che «esiste una stampa che ha rinunciato a qualsiasi pretesa di obiettività per scalzarlo dal potere», la medesima che in altri punti del libro definisce “la migliore americana”. Mezzi di informazione che hanno inevitabilmente influenzato gli altri nel resto del mondo. È lecito raccontare malefatte e cattive intenzioni ma quando si perde di obiettività non è mai un buon segno per la qualità e la credibilità stessa dell’informazione.

Alcuni esempi.

  • La notizia più clamorosa del viaggio di Trump in Arabia Saudita fu la firma di impegni per la fornitura al Regno dei Saud di armi per la somma di 110 miliardi di dollari. Per correttezza andava sottolineato che «erano trattative avanzate durante la presidenza di Obama». Immediatamente divennero «un tassello della politica estera che il nuovo presidente avrebbe fatto nella regione». Se la trattativa si fosse conclusa durante la presidenza Obama avrebbe ingenerato lo stesso clamore mediatico?
  • Grande eco ha suscitato anche la dichiarazione del presidente Trump di voler costruire un muro lungo la frontiera messicana per fermare gli ingressi irregolari. Poco risalto venne invece dato alla precisazione che, in realtà, il muro esisteva già dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Una sequenza di muri e recinti, fari e sensori. Trump voleva solo «che la cinta fosse completata a spese del Messico».

LEGGI ANCHE – “Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS”, intervista a Sergio Romano

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Il saggio di Romano si presenta al lettore come un lungo articolo di giornale, un reportage di dati e fatti in cui spesso l’autore inserisce, come in un’antica tragedia, i suoi personali cori. Opinioni e considerazioni espresse secondo il suo personale gusto e la sua esperienza o formazione. Nella quasi totalità in opposizione alla figura, all’operato e alle dichiarazioni del presidente Trump.

Un saggio, Trump e la fine dell’american dream di Sergio Romano, che si rivela molto interessante soprattutto per le conclusioni cui l’autore giunge e vuol far giungere il lettore ne Un proscritto europeo. Nella volontà di guardare e far guardare oltre gli eventi e le semplici dichiarazioni, oltre l’informazione o la disinformazione. Nella speranza di raggiungere e coltivare un più elevato spirito critico, arma necessaria per contrastare l’avanzata non solo di singoli personaggi ambigui ma di intere potenze e organizzazioni.


Per la prima foto, copyright: Samantha Sophia.


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“Veleno nelle gole” di Simona Barba e Gisella Orsini (Riccardo Condò Editore, 2016)

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Anni ’70. Un incidente nello stabilimento industriale dove lavora come chimico e altri avvenimenti drammatici travolgeranno la vita di Lorenzo, che non riuscirà più a placare il suo bisogno di giustizia e di conoscenza. Una verità scomoda lo porterà a scontrarsi con la complicità silente di una cittadinanza che, di fronte al rischio della perdita di lavoro, sceglierà di rinunciare persino alla salute. Una lunga lotta contro un mondo avviato verso lo sviluppo a tutti i costi…

Un tuffo nel passato, un salto indietro nel tempo di quasi cinquant’anni per presentare al lettore uno spaccato dell’Italia in pieno boom economico, nel clou di quello che veniva indicato come un vero e proprio miracolo in un Paese da poco uscito devastato da ben due conflitti mondiali e in piena ripresa… almeno così si credeva. C’è sempre un prezzo da pagare, per tutto, e quello che simbolicamente hanno pagato i protagonisti della fiction nata dalla fantasia di Simona Barba e Gisella Orsini corrisponde a quello pagato realmente da tutti gli italiani.

Pubblicato nel 2016 con Riccardo Condò Editore, Veleno nelle gole è un libro che, se letto nella giusta prospettiva, fa letteralmente mancare il respiro in chi legge perché, se è vero che la storia è di pura fantasia, sappiamo anche che la realtà troppo spesso la supera questa fantasia. Purtroppo.

Veleno nelle gole è un testo breve con una scrittura lenta, cadenzata sui ritmi di piccole comunità, il cui tempo è scandito dalle sirene della fabbrica, dal suono delle campane, dal peso dei ricordi e dalle incertezze per il futuro. Un libro la cui storia è fiction, frutto della fantasia delle autrici, ma il cui nudo realismo è una cartina tornasole indirizzata verso chi ancora finge di non sapere, di non capire e tenta di nascondere la verità, come polvere sotto il tappeto, come rifiuti nei campi, lungo gli argini dei fiumi, sotto i piloni dei ponti che creano le lunghe vie di comunicazione che hanno finito per far diventare gli angoli del nostro Paese non solo e non tanto più vicini, quanto, solamente, più uguali, simili, soprattutto nel male.

Un libro breve, Veleno nelle gole di Simona Barba e Gisella Orsini, ben scritto e interessante, carico di significati e risvolti interessanti. Un libro da leggere.

Simona Barba: nata a Pescara, ha compiuto studi classici e successivamente conseguito la Laurea in Architettura presso l’Università degli studi di Firenze. Iscritta all’Ordine degli Architetti di Pescara, impegnata nel settore automotive. Autrice di numerosi racconti brevi.

Gisella Orsini: Nata a Ginevra, ha conseguito la Laurea in Filosofia presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti. Atleta professionista per l’atletica leggera. Ha partecipato a varie esperienze di laboratori teatrali e seguito corsi di sceneggiatura.


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In Terra Santa regnerà per sempre la guerra?

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Il giorno 6 dicembre 2017 tutti i media internazionali rilanciano la notizia bomba della decisione del presidente americano Donald Trump: l’ambasciata verrà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme perché, a suo dire, «non si può continuare con formule fallimentari. La scelta di oggi su Gerusalemme è necessaria per la pace».

Per la pace? Di chi?

Il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, ha definito il gesto «una provocazione ingiustificata», aggiungendo che «la posizione religiosa nel cuore di tutti gli arabi, musulmani e cristiani, rende assurda qualsiasi manipolazione del suo status».

Alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente Reuven Rivlin rispondono invocando «il cammino di pace». Per l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina invece agendo in questo modo il presidente americano «ha distrutto ogni speranza di soluzione di pace sulla base del principio dei due Stati». Il presidente palestinese Abu Mazen teme che il gesto «aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l’intera regione che attraversa momenti critici, e ci trascinerà dentro guerre senza fine».

Durante la 200esima sessione della Commissione esecutiva Unesco, tenutasi a Parigi il 13 ottobre 2016, fu approvata una risoluzione che in buona sostanza cercava di limitare gli interventi israeliani sulla spianata delle Moschee adducendo come motivazione il fatto che tale luogo riveste notevole importanza per le tre grandi religioni monoteiste, non solo per gli ebrei. Israele intanto aveva già inserito i due siti palestinesi (Al-Haram Al-Ibrāhīmī/Tomb of the Patriarchs a Al-Khalil/Hebron e il Bilāl ibn Rabāh Mosque/Rachel’s tomb a Betlemme) nell’elenco del proprio Patrimonio Nazionale e risposto alla richiesta di cancellarli invocando l’antisemitismo dilagante.

Nella risoluzione Unesco viene chiesto a Israele di:

  • Ripristinare lo status quo valso fino al settembre 2000, allorquando la gestione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif era di competenza della Fondazione religiosa Jordanian Awqaf Department. 

  • Fermare l’escalation di aggressioni e misure illegali poste in essere contro il personale della Jordanian Awqaf.

  • Fermare la continua occupazione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif da parte degli estremisti di destra e delle forze militari.

  • Fermare le continue aggressioni ai danni di civili, comprese figure religiose musulmane e preti.

  • Porre fine alle violazioni e alle restrizioni all’accesso al sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif, evitando in questo modo le conseguenti violenze e quanto accaduto nel 2015.

  • Rispettare l’integrità, l’autenticità e l’aspetto culturale del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif e si afferma di essere rammaricati per i danni causati dalla polizia israeliana alle porte e alle finestre della Moschea di al-Qibli essendo il luogo di culto musulmano parte integrante del sito Patrimonio dell’umanità.

  • Rinunciare a tutti i progetti di costruzione relativi all’area del sito Patrimonio dell’umanità.

Il 23 dicembre 2017 Israele annuncia di voler lasciare l’Unesco entro la fine del 2018 «per i sistematici attacchi da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite contro lo Stato ebraico». Il portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nashon, avrebbe precisato che la decisione «è stata presa per i tentativi dell’Unesco di disconnettere la storia ebraica dalla terra di Israele».

Il 12 ottobre 2017 anche gli Stati Uniti d’America avevano annunciato di voler lasciare la «agenzia delle Nazioni Unite dopo mesi di tensioni sul nodo del Medio Oriente». Un annuncio prontamente avvalorato dal premier Netanyhau: «La decisione di Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce». L’Unesco sarebbe così diventata «la sede di risoluzioni bizzarre, anti israeliane e in pratica antisemite».

Il Dipartimento di Stato Americano ha reso noto che, con la decisione di ritirarsi dall’Unesco, «gli Usa intendono diventare poi un osservatore permanente della missione per contribuire alle visioni, prospettive e competenze americane su alcune delle importanti questioni affrontate dall’organizzazione inclusa la tutela del patrimonio dell’umanità». Gli Stati Uniti intendono quindi diventare un ‘osservatore’ esterno rispetto all’organizzazione delle Nazioni Unite che conta quasi 200 stati membri ed è preposta a promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione.

Quando la Corte Penale Internazionale de L’Aia ha avviato un’indagine preliminare per verificare se in Palestina siano stati commessi dei crimini di guerra, il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha bollato la decisione come «scandalosa» in quanto avrebbe come unico scopo quello di «arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore». Già al momento dell’adesione al Trattato di Roma il Presidente palestinese Abu Mazen aveva fatto pervenire alla Corte un documento con il quale autorizzava l’apertura di procedimenti di inchiesta per presunti crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati a partire dal 13 giugno 2014.

Avigdor Lieberman ha definito ‘scandalosa’ la decisione della Corte Penale Internazionale de L’Aia di condurre un esame preliminare sull’operato bellico del suo Paese nei ‘territori occupati’:

 

«Decisione scandalosa il cui unico scopo è giudicare e arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore. […] La stessa Corte che non ha trovato motivo di intervenire in Siria dove ci sono stati più di 200 mila morti, o in Libia o in altri posti, trova appropriato ‘esaminare’ il più morale esercito del mondo in una decisione basata interamente su considerazioni anti israeliane. […] Israele agirà nella sfera internazionale per ottenere lo smantellamento della Corte Penale Internazionale, che rappresenta l’ipocrisia e mette le ali al terrore».

 

Per Lieberman la decisione presa da Abu Mazen «sancisce la fine degli accordi di Oslo», siglati tra Israele e Olp nel 1993, che posero le basi degli obiettivi a lunga scadenza da raggiungere, compreso il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’autogoverno in quei territori.

Viene naturale chiedersi se quello israeliano sia davvero il più morale esercito del mondo” o no.

Usa, Israele e Sudan sono tra i paesi firmatari il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale dell’Aja (Cpi), lo Statuto di Roma, anche se poi hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificare.

Breaking the silence. Israeli soldiers talk about the occupied territories è un’associazione di ex militari israeliani di stanza a Hebron, fondata nel 2004 che raccoglie testimonianze di veterani e arruolati. Le documentazioni riportate sono molto cruente e spesso il sito, l’associazione e i suoi membri sono stati accusati di diserzione o spionaggio da parte del governo israeliano.

C’è una testimonianza video caricata da Breaking the silence sul canale Youtube nella quale un soldato, di cui è oscurato il volto, racconta dell’operazione Margine protettivo del 2014: «per l’esercito israeliano, se una persona si trova entro 200 metri da un carro armato, non è innocente. Non ha motivo di essere lì. Quindi anche se avessimo trovato una persona a due chilometri di distanza avremmo comunque aperto il fuoco, perché non era previsto ci fossero civili nella zona. Se avessimo trovato qualcuno, non sarebbe stato un civile. Per noi non esistevano civili. Se vedevamo qualcuno, gli sparavamo».

Per noi non esistevano civili”.

145 testimonianze raccolte da Breaking the silence sono diventate La nostra cruda logica, pubblicato in Italia da Donzelli Editore con prefazione di Alessandro Portelli nel 2016. Si legge nella prefazione: «Nessuno di questi soldati ha neanche l’ombra di un’incertezza sul diritto di Israele a esistere, a difendersi, a vivere con sicurezza. Ma cominciano a domandarsi se questo sia il modo migliore, più morale e a lungo termine più realistico di perseguire questi fini, se questo corrisponda ai principi che hanno fondato il paese al quale appartengono e che amano e servono». I soldati «hanno paura, si sentono soli, sono confusi, non capiscono; sanno di essere circondati da ostilità; usano in senso anche molto estensivo il termine terrorista». Sembrano ritenere che «nei Territori, ogni palestinese è un potenziale terrorista».

«Ci sono un sacco di episodi. Le stronzate di ogni tipo che facevamo. Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo.»

«Avevi detto che pensavate di continuo a come surriscaldare l’atmosfera. Cosa significa? Beh, volevamo tenerci svegli, quindi cercavamo un modo per innervosire un po’ gli arabi, così gli sparavamo un sacco di pallottole di gomma, per tenerci impegnati, così il tempo a Hebron sarebbe passato un po’ più in fretta.»

«Uscivamo di pattuglia, ecco un esempio, qualche ragazzino magari ci guardava in questo modo, e non ci piaceva il suo sguardo – e allora veniva immediatamente colpito.»

Unità: Brigata Kfir; Località: Hebron; Anni: 2006-2007

I soldati affermano anche che episodi tipo quelli riportati nel libro o sul sito di Breaking the silence erano prassi, avvalorata e spesso concordata con gli stessi ufficiali al comando delle truppe. Mentono? Lo fanno anche i palestinesi che da anni denunciano questo genere di violenze?

Il 7 dicembre 2017 il leader di Hamas annuncia: «venerdì 8 dicembre sarà l’inizio di una nuova Intifada chiamata la liberazione di Gerusalemme». E già si registrano numerosi scontri e feriti a Gaza e Cisgiordania dove i palestinesi copiosi partecipano a manifestazioni di protesta contro la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e trasferirvi l’ambasciata americana.

I palestinesi rivendicano da tempo immemore ormai Gerusalemme Est come capitale di quel tanto atteso e sperato Stato palestinese il cui riconoscimento sarebbe pietra miliare nel processo di pace. Nelle dichiarazioni del presidente americano non ci sono riferimenti a quale parte della città o della sua totalità come capitale dello Stato di Israele ma in ogni caso parliamo di una decisione che avrà «ripercussioni pericolose sulla stabilità e sulla sicurezza del Medio Oriente», come ha sottolineato il re di Giordania Abdullah II commentando la decisione di Trump. Ancora più categorico il presidente turco Erdogan il quale considera l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele «una linea rossa per i musulmani».

Trump ha tenuto a sottolineare che l’annuncio risponde al «migliore interesse degli Stati Uniti, di Israele e dei palestinesi». E allora ci si chiede come una decisione unilaterale che fa nettamente pendere l’ago della bilancia verso una sola delle parti possa agevolare anche le altre.

Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che «sta al popolo palestinese guidare la terza Intifada contro questa decisione, e sta alla Resistenza, palestinese e libanese, assumersi le proprie responsabilità per favorire l’unione di tutte le fazioni e i partiti palestinesi e sostenere la causa di Gerusalemme contro il complotto americano». Sottolineando anch’egli che gli Usa ormai non potranno più porsi come mediatori tra palestinesi e israeliani.

Quello che è riuscito a ottenere finora il presidente Trump non sembra essere un avanzamento nel processo di pace a beneficio di tutte le parti quanto, piuttosto, un inasprimento del muro contro muro che da sempre caratterizza la strenua lotta tra i governi e relativi popoli.

Abdel Bari Atwan dalle colonne del quotidiano online Rai Al Youm ipotizza l’ennesimo errore di valutazione di americani, sauditi e israeliani, dopo quanto già accaduto in Siria: «Washington e Riyadh stimavano una reazione apatica della popolazione araba mentre, al contrario, i palestinesi oggi lottano insieme al rinnovato sostegno dei loro fratelli arabi e musulmani per ottenere la vittoria». Si tratta davvero dell’ennesimo errore di valutazione oppure Tel Aviv è pronta alla repressione contro le proteste palestinesi forte anche del rinvigorito appoggio americano?

Donald Trump e Benjamin Netanyahu si sono mostrati decisi e soddisfatti per il prossimo trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme che verrà a quel punto indicata come legittima capitale dello Stato ebraico affermando che questo sarà un passo avanti nel cammino di pace.

Giovedì 21 dicembre 2017 è stata votata in sessione straordinaria all’Assemblea generale dell’Onu la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana e riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele. 128 nazioni hanno votato a favore della condanna, 9 contrarie, 35 astenute e 21 assenti. I nove contrari, oltre Stati Uniti e Israele sono: Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, Isole Marshall. Il 24 dicembre 2017 gli Stati Uniti hanno iniziato a negoziare un taglio di 285 milioni di dollari di fondi destinati all’Onu per il 2018 motivando il gesto a causa della “inefficienza e le spese facili dell’Onu”.

A partire dalle ore immediatamente successive a queste dichiarazioni scontri e sommosse si sono verificati in Terra Santa e manifestazioni di protesta hanno avuto luogo in varie parti del pianeta. Sono state convocate diverse riunioni ufficiali in regime di urgenza per valutare la situazione e i risvolti. Sono stati sparati tre razzi da Gaza a cui Israele ha risposto sparando colpi di cannone e lanciando un’offensiva con raid aerei. Morti, feriti, violenza, attacchi e contro-attacchi, provocazioni e offensive… un cammino, o meglio un percorso che di pacifico non sembra avere proprio nulla, purtroppo.

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Riflettori puntati sul mondo della finanza in “Fine dell’oblio” di L.K. Brass

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Continua la saga de Il deal dell’Apocalisse di L.K. Brass che con Fine dell’oblio aggiunge un altro capitolo alle avventure di Daniel e Anna, sempre impegnati nella loro crociata contro le ingiuste e occulte operazioni della finanza internazionale.

Troveranno nuovi compagni di viaggio che sono in realtà presenze del loro passato e, in contemporanea, dovranno, ancora una volta, dire addio ad affetti e amori. Un’esistenza straziante la loro, votata a combattere nemici tanto ‘invisibili’ quanto crudeli la cui unica fede è il denaro che porta al successo, che conduce al potere.

In Fine dell’oblio L.K. Brass si è divertito a inserire un lungo prologo e un paio di capitoli iniziali che, se pur necessari al compimento della storia, ritardano il reincontro del lettore con i protagonisti lasciati ne I mercanti dell’Apocalisse e le loro adrenaliniche vicende. A partire dal terzo capitolo però il lettore viene ricompensato e riesce a ‘inserirsi’ appieno nella vicenda narrata, a seguirla con interesse crescente e sperare di ritrovarla ancora nel prossimo libro.

In teoria la vicenda di Daniel Martin e Anna Laine potrebbe aver trovato la sua conclusione in maniera esaustiva anche con un minor numero di pagine e di libri ma quello portato avanti dall’autore sembra essere un progetto di più ampio respiro, nel quale le vicissitudini dei protagonisti ne costituiscono solo una parte. La capacità maggiore di scrittura di L.K. Brass risiede infatti nella volontà di raccontare ciò che in letteratura e al cinema viene sempre presentato come fantascientifico per quello che in realtà è, e di farlo anche molto bene. Azioni e operazioni che hanno luogo ogni giorno nel mondo reale come in quello surreale della finanza. E presentarlo come un vero problema, anche qualora la storia da lui narrata sia tutto frutto di fantasia.

Raccontare il danno causato all’economia reale dalle manipolazioni dei mercati finanziari. «Pensa alla mamma che stringe la sua bimba che si sta spegnendo per la fame, perché la farina ha raggiunto prezzi che lei non può pagare. Pensa ai bambini di Atene che arrivano a casa la sera e scoprono che i genitori si sono suicidati perché hanno perso tutto. Pensa se questo si moltiplicasse non due, non dieci, ma cento o mille volte»… Pensiamo che la moltiplicazione è già in atto, purtroppo. Bisogna pensarci, agire e risalire alla «fonte del danno».

L.K. Brass conferma con Fine dell’oblio la sua capacità di inventare storie interessanti e coinvolgenti, di raccontare il lato oscuro della finanza internazionale in maniera da renderlo comprensibile e accessibile a tutti, di denunciare i mali del mondo e di farlo in maniera ineccepibile creando libri assolutamente da leggere.


Source: Si ringrazia l’autore L.K. Brass per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro quarta di copertina; fonte biografia sito personale dell’autore

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È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi


Articolo disponibile anche qui

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Il ‘maledettismo’ letterario tra ottocento e novecento in “Una tranquilla repubblica libresca” di Dario Pontuale (Edizioni Ensemble, 2017)

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Cosa accomuna autori apparentemente lontani tra loro? Qual è il filo invisibile che lega le opere e la ‘ribellione’ degli autori ‘maledetti’?

Domande queste che, forse, hanno incuriosito più di uno studioso del prolifico periodo letterario a cavallo tra ottocento e novecento, ricco di cambiamenti e contraddizioni che rispecchiavano i sussulti storici e sociali a cui assistevano, operosi o inermi, letterati e illetterati. Si potrebbe partire proprio da questo per analizzare e comprendere la reale portata del cambiamento in atto in quel periodo, che ha determinato tutte le susseguenti innovazioni. La letteratura perde il suo carattere aulico e diventa, come l’istruzione e la cultura in generale, produzione di massa e mezzo di conoscenza e diffusione dei malesseri e delle ribellioni di intere generazioni di artisti ‘maledetti’ perché in contrasto e in opposizione al sistema precostituito, nella società come nell’arte. E questo sembra essere stato il percorso seguito da Dario Pontuale nella sua ricerca tra le opere e il pensiero degli autori che maggiormente, a suo discernimento, hanno incarnato il malessere dell’epoca.

 

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble, Una tranquilla repubblica libresca. Incroci letterari tra ottocento e novecento si presenta al lettore come un dettagliato resoconto delle scoperte letterarie frutto delle assidue ricerche bio-bibliografiche di Dario Pontuale su autori, artisti e musicisti anche lontani tra loro, in apparenza. Arrigo Boito, Emilio Salgari, Italo Svevo, Fernando Pessoa, Renato Serra, Italo Calvino, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia… tutti studiati nell’ottica del «deflagrante pensiero del maledettismo», un universo rinsaldato da «una comune insofferenza per gli ipocriti costumi borghesi». Un’aspra lotta tra artisti e società, «un conflitto inedito fino ad allora nel panorama nostrano». Una ‘ribellione’ che ha come obiettivo la «autonomia dell’arte», una delle «virtù principali» che, unitamente a bellezza e natura, sembravano già allora irrimediabilmente compromesse dalla «industrializzazione imperante».

È trascorso oltre un secolo dalle lotte degli artisti della Bohème e della Scapigliatura, tante cose sono cambiate, il mondo stesso lo è, eppure i problemi che devono affrontare quotidianamente le persone e i malesseri raccontati dagli artisti nelle proprie opere sembrano essere immutati, o solo peggiorati.

 

Un lavoro, quello portato avanti da Pontuale, che può essere definito di investigazione letteraria. Come un autentico segugio infatti l’autore studia testi di letteratura e critica e ne assimila a fondo i contenuti, ricollocandoli poi nella composizione della sua opera, incastrandoli alla perfezione come tessere di un puzzle. Un modo nuovo di ‘raccontare’ la letteratura. Dal suo interno. L’autore infatti sembra mescolarsi al gruppo degli scapigliati milanesi, per fare un esempio di quanto trovato nel testo, sembra vedere ciò che essi hanno visto, sentire ciò che essi hanno sentito, raccontare poi ciò che immagina abbiano voluto raccontare, urlare, tramandare.

Si percepisce, lungo tutta l’opera di Pontuale, una ricerca non solo delle ragioni e delle responsabilità del «decadimento culturale italiano di inizi novecento», ma anche la volontà di citare tutti gli autori “disordinati e maledetti” i quali, attraverso il loro comportamento e le proprie opere, hanno denunciato il malessere, interpretandolo a volte come personale altre come cosmico.

Ciò invita il lettore a riflessioni sul senso della letteratura. Che sia solo intrattenimento ed evasione o denuncia ed educazione?

Colpisce, durante la lettura di Una tranquilla repubblica libresca, la capacità dell’autore di evitare giudizi e riflessioni troppo personali essendo egualmente egli riuscito a descrivere il volto umano, oltre quello letterario e artistico, dei personaggi trattati, i risvolti spesso nascosti o ignorati del periodo storico e di essere riuscito a mostrare al lettore le differenze e le similitudini con quello attuale senza mai sottolinearle apertamente.

Una critica impersonale che riesce comunque a trasmettere in chi legge tutta l’umanità presente negli artisti di cui si racconta come nello stesso autore. Una grande passione per la letteratura e il mondo delle arti e una notevole sensibilità per i temi della cultura intesa anche come mezzo di espressione e analisi dei malesseri e delle problematiche sociali.

Una lotta perenne contro ingiustizie e mali sociali che a volte assume i contorni della mobilitazione mentre più spesso si manifesta attraverso l’assordante silenzio dell’alienazione volontaria dal mondo e dalla stessa vita. Il grande merito che va riconosciuto a questi autori è l’aver portato «nella letteratura la vita vera» perché non può esserci «ordine nella scrittura se non c’è ordine nel mondo».

Ricordando gli insegnamenti di Sciascia, Pontuale sottolinea come «ogni cittadinanza esige responsabilità». Lui sembra essersi volontariamente assunto quella di non lasciare cadere nell’oblio questi autori ‘maledetti’ troppo spesso dalla critica di allora come da quella odierna perché eccessivi, trasbordanti le righe di un sistema che quando non riesce agevolmente a inquadrare preferisce cancellare.

Una tranquilla repubblica libresca di Dario Pontuale è un testo ben scritto, ordinato e corretto e si rivela, al contempo, una piacevole e amena lettura per chi è in cerca magari solo di curiosità e originalità e un interessante spunto per riflessioni più articolate sul panorama artistico e culturale del periodo storico interessato come di quello attuale.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte della trama e della biografia dell’autore quarta di copertina

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La Chiesa esemplare è solo un miraggio? “Peccato originale” di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2017)

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«Per essere ascoltati dobbiamo essere esemplari». Con queste parole papa Ratzinger ammonisce il cardinale Bertone riguardo la linea dell’Istituto per le Opere di Religione , sottolineando che bisogna essere esemplari nei confronti del mondo finanziario internazionale. Gli imperativi categorici sono esempio e trasparenza. Per lo Ior come per tutto il resto.

Come si spiegano allora la controversa morte di Albino Luciani, ovvero papa Giovanni Paolo I? La scomparsa di Emanuela Orlandi? I progetti di riforma e trasparenza continuamente arenati? Le accuse di pedofilia e pratiche coatte di omosessualità?

«Noi dobbiamo essere tra quelli che cambiano le regole, per essere inattaccabili». Invece la strada che sembra essere stata scelta il più delle volte è quella della «impunità» che «rafforza gli autori delle violenze» o delle violazioni. Favorendo o comunque non ostacolando gli attacchi delegittimanti le vittime e ingenerando in questo modo la formazione di vere e proprie roccaforti di potere e «lobby gay».

Esce in prima edizione a novembre 2017 con Chiarelettere Peccato originale. Conti segreti, verità nascoste, ricatti: il blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco di Gianluigi Nuzzi. Un libro scritto con l’intento preciso di dare una risposta a sette interrogativi, ovvero i sette tasselli mancanti nel lavoro di ricerca, condotto dall’autore ormai da oltre dieci anni, sui segreti e sugli scandali in Vaticano.

Per trovare le risposte Nuzzi si è affidato agli insegnamenti del giudice Giovanni Falcone e ha «seguito il filo del denaro», che «in ogni storia di potere s’intreccia a quello del sangue e a quello del sesso». Tre infatti sono le parti in cui il libro è suddiviso: Sangue, Soldi, Sesso. Più l’appendice che riporta per esteso i documenti fonte della ricerca e dell’inchiesta dell’autore.

Uno stile, quello di Nuzzi, che ricorda gli scalpitii di un mustang imbrigliato. Un cavallo indomabile costretto dalle briglie a frenarsi mentre il suo desiderio è battere in lungo e in largo le praterie americane. È così l’autore, che vorrebbe raccontare apertamente tutto ciò che sa, che ha scoperto, che gli è stato raccontato… deve dosare e misurare ogni passaggio. Dicendo egualmente quanto necessario a comprendere la profondità e lo spessore dei «tre fili narrati», ma costretto a stare attento ai risvolti giudiziari che il resoconto potrebbe portare, per lui stesso, per i testimoni e le fonti, anche quando non vengono direttamente citati.

L‘autore ritorna più volte sullo stesso concetto o passaggio e sembra farlo non solo per essere certo della chiarezza della narrazione, ma anche per sincerarsi di essere rimasto fedele a quanto prefissosi di raccontare.

Nuzzi si sofferma in descrizioni e resoconti molto analitici e dettagliati eppure questo non sembra avere lo scopo di “illudere” il lettore lasciandogli credere di aver letto tutto quanto c’era da sapere. Il modo in cui egli presenta i fatti lascia agevolmente intendere sia solamente la superficie, appena rischiarata, del profondo pozzo nero di segreti custoditi tra le mura pluricentenarie dello Stato della Città del Vaticano.

Si percepisce in Peccato originale una grande volontà di fare chiarezza, di esporre i fatti in maniera tale che il tutto risulti il più comprensibile possibile nonostante, come nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la durata infinita delle indagini, i sotterfugi, i depistaggi, gli intrighi, le dichiarazioni contraddittorie, le ritrattazioni, le sparizioni, gli occultamenti e gli eclissamenti, i decessi e l’improvvisa follia dilagante…

Forse perché un po’ plasmato sul linguaggio e sui tempi televisivi, lo stile narrativo di Nuzzi è puntellato di frasi che annunciano, di lì a breve, una rivelazione importante, un colpo di scena o comunque un qualcosa che deve per forza di cosa tenere lo “spettatore” incollato. In realtà, in un libro-inchiesta come il suo non servono questi espedienti. Il lettore è già invogliato a proseguire la lettura per l’interesse che suscita il narrato e non per queste intercalari che lo “preannunciano”.

Un libro, Peccato originale di Gianluigi Nuzzi, che è come una goccia d’acqua che perfora la roccia. La “testardaggine” dell’autore nel voler comunque continuare il suo lavoro d’indagine nonostante gli ostacoli e le difficoltà sono paragonabili proprio alla forza dell’acqua la quale riesce sempre a infiltrarsi e trovare la sua via di fuga, esattamente come la verità tanto cercata nelle buie stanze dello Stato Vaticano e che emerge, attraverso il lavoro dell’autore, illuminando lentamente ma sempre più tasselli di questa gigantesca “installazione” religiosa.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore www.chiarelettere.it

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