Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)

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Non c’è forse, nella società attuale – sia in Italia che in Europa -, un ritorno indietro, dalla cultura alla biologia, un pericoloso scivolamento da identitarismi culturali a identitarismi razziali?
Nessun noi sa bene cosa sia in realtà la propria identità, eppure ogni noi identitario sa usare le proprie armi da taglio (fisiche, mentali, sociali, giuridiche, politiche) nei confronti di chi arbitrariamente si decide non debba far parte del “noi”.

Quotidianamente ascoltiamo le dichiarazioni del ministro Salvini sulla, a suo parere, necessità di pensare prima agli italiani. Esternazioni politiche e culturali che fanno leva e presa sul bisogno, o meglio sull’impulso di sentirsi e di essere dei “privilegiati” per semplice diritto di nascita. E di lasciare fuori, chiudendo anche porti e aeroporti se necessario, tutti gli altri che non sono noi. Alle dichiarazioni di Matteo Salvini viene dato molto risalto mediatico e le sue affermazioni vengono associate al suo essere un leader politico sovranista e populista. Purtroppo però il concetto di identità viene costantemente frainteso e strumentalizzato, anche da esponenti di opposte fazioni politiche.

«Chi viene qui deve fare i conti con la nostra identità. Che è innanzi tutto identità culturale, civile, spirituale, sociale.»
«Senza identità la contaminazione sarebbe semplicemente annullamento. Può dialogare, contaminare e farsi contaminare chi ha un’identità forte, della quale non si vergogna.»

Sono parole pronunciate da Matteo Renzi nel 2017, riportate per esteso nel testo del professor Remotti, il quale sottolinea il carattere volutamente provocatorio delle stesse. Per mettersi agli antipodi rispetto a una destra politica che vuole la chiusura, il partito democratico, per tramite delle parole pronunciate dall’allora segretario, dichiara di essere per l’apertura. Un ‘apertura controllata però per non rischiare di annullarsi nella “babele delle differenze”.
Non ci si può “abbarbicare all’identità” e nel contempo proporre con forza l’apertura verso il futuro, verso le trasformazioni, verso una società diversa da quella attuale. Per sua natura, ricorda Remotti, l’identità ci inchioda al passato, a un presente tutto impregnato di passato.
La ricerca delle somiglianze (il pensiero delle somiglianze e delle differenze che l’autore indica con l’acronimo SoDif) porta invece altrove rispetto alle attuali società ed epoca.

Gli identitarismi si somigliano troppo e alla fine diventa facile, quasi naturale, scivolare da una posizione all’altra. Se siamo davvero propensi a una “logica meticcia” dell’incontro con gli altri, dobbiamo allora essere disposti a vederci trasformati dal dialogo stesso. Non necessariamente in quello che sono gli altri, ma in qualcosa di inedito, di diverso sia da quello che eravamo noi sia da quello che erano gli altri. Per Remotti, l’identità non è un dato di fatto, una realtà acquisita, bensì va intesa più saggiamente come un’aspirazione. Al posto dell’identità così come viene ora intesa, ci sono invece somiglianze, ovvero somiglianze e differenze. Si chiede allora l’autore quand’è e come è potuto accadere che “i nostri simili” sono diventati semplicemente “altri”. Un vuoto linguistico che nasconde ed evidenzia al contempo altri campanelli d’allarme. Quando vengono meno le somiglianze, o meglio l’affermazione delle somiglianze, si entra nell’ottica di far valere solo le differenze, ossia ciò che viene considerato “il volto esterno e truce delle identità”.

L’analisi dei concetti di somiglianza e differenza, convivenza, appartenenza, condivisione, estraneità… nonché la relazione tra essi e l’io di ognuno, viene portata avanti nel testo da Remotti con un rigore quasi scientifico, nonostante si basi su scienze non di certo “esatte” come viene considerata per esempio la matematica. L’antropologia e la sociologia saranno anche non scientificamente esatte ma riescono a permeare fino agli strati più reconditi dell’uomo e della società. Esattamente come fa Remotti con la sua analisi, esemplare, della teoria delle somiglianze e delle differenze, che immediatamente riporta “gli altri” (i diversi, gli stranieri, gli estranei) al loro più consono posto di “simili” e l’individuo al suo altrettanto miglior essere in realtà condividuo. Anche l’io infatti è un fascio di somiglianze e di differenze – sincroniche e diacroniche – sia con sé, sia con gli altri.

Un’analisi, questa portata avanti da Francesco Remotti in Somiglianze. Una via per la convivenza, che evidenzia in maniera netta e decisa la pochezza, intellettuale e culturale, di certi efferati discorsi e individualismi estremi cui si sono ridotte, o sono rimaste ancorate, la politica e la società odierne, anche italiane purtroppo.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (Il Mulino, 2019)

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Andrea Graziosi, docente di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli, pubblica a febbraio 2019 con Il Mulino il saggio Il futuro contro. Democrazia, libertà, mondo giusto con l’obiettivo di far riflettere e discutere della situazione in cui versa quello che viene da tutti indicato come Occidente, e l’Italia all’interno di esso.
Il mutamento radicale in atto in tutto il mondo ha letteralmente fatto sbandare l’Occidente, quindi anche Europa e Italia, palesando la sua pressoché totale incapacità di trovare risposte, alternative e nuovi principi fondativi per riadattare alle nuove condizioni quelli esistenti.
Uno degli errori più comuni, commesso anche in Italia, sono le politiche e i tentativi di riportare economia e società allo status quo precedente la grande crisi, far ripartire la crescita e ritornare alla mitica età dell’oro del secolo scorso. Nulla di più sbagliato. Per Graziosi quanto accaduto in quello che ormai deve essere considerato, perché lo è a tutti gli effetti, il passato è riconducibile a tutta una serie di congiunture favorevoli e condizioni straordinarie che hanno reso possibile un’elargizione di privilegi e benefici ad ampie fette non solo di classi dirigenti e politiche ma anche di privati cittadini. Una situazione che raramente si ripresenterà.

Da ciò nasce anche l’atteggiamento molto ostile nei confronti delle élite tradizionali incapaci ormai di continuare a garantire la incessante e costante crescita del tenore di vita e l’ampliamento di quelli che vengono indicati come “diritti”, ma che in realtà, come ricorda più volte Graziosi, sono privilegi consentiti proprio dalle condizioni straordinarie che hanno permesso la crescita continua e il benessere diffuso, ottenuto in verità quasi sempre a credito, ovvero bruciando anno dopo anno risorse maggiori di quelle realmente possedute. Ovvio quindi che la riduzione drastica di quest’ultime ha generato una altrettanto cospicua riduzione dei “diritti”, ovvero dei privilegi. E la rabbia diffusa tra le popolazioni occidentali, Europa e Italia incluse in toto, sarebbe dovuta al non voler pagare un conto molto salato per “consumazioni” che altri avrebbero ordinato per noi.
Nell’analisi di Graziosi, il razionamento di scarse risorse e i conflitti da questo generati, la paura della diversità e dell’immigrazione, nonché il calo dell’ottimismo, che prendono il posto delle antiche lotte su come meglio distribuire una ricchezza che sembrava infinita in società sempre in crescita e che sembravano tendere verso l’omogeneità, potrebbero spingere la democrazia verso un conflitto tra spinte demagogiche – nel senso classico del termine – e tendenze elitarie – nutrite anche dalla meritocrazia della società della conoscenza – che ne metterebbe in difficoltà strutturale la natura aperta e liberale, fino ad oggi conosciuta e amata.

Per ammissione dello stesso autore, Il futuro contro non può essere considerato un saggio storico o di geopolitica in senso stretto, piuttosto una raccolta di considerazioni, enunciate a titolo personale, volte a dare forza e vesti nuove a ideali in cui egli ha sempre creduto e continua a credere, un liberalismo progressista capace di mettere al primo posto libertà e apertura, ma cosciente che bisogna fare i conti con identità, esclusioni, sofferenze e diversità senza per questo imboccare «strade sbagliate come il socialismo, il nazionalismo o uno dei loro tanti ibridi».

I ceti colti e benestanti progressisti, che partecipano dei frutti della conoscenza e della globalizzazione, avrebbero contribuito, secondo Graziosi, alla sostituzione della “vecchia dicotomia” – che era comunque più forte nelle retoriche che nella realtà – tra una destra nazionalista e sostenitrice del mercato e una sinistra statalista ma comunque “nazionale” – «e spesso anch’essa nazionalista». Tale dicotomia sarebbe stata sostituita da quella che vede contrapposti i favorevoli e gli ostili a un cambiamento accelerato dall’apertura e dalla globalizzazione. La sinistra avrebbe così fatto propri dei principi liberali (merito, mercato, competizione, ecc.), mentre la destra avrebbe via via abbandonato il sostegno all’economia liberale, riavvicinandosi alle posizioni della tradizionale destra nazionalista e antimercato. La sostituzione della dicotomia originaria avrebbe inoltre contribuito a spostare la linea di confine tra destra e sinistra dall’economia alla cultura. Le questioni economiche avrebbero così perso sempre più di importanza come indicatori diretti degli orientamenti elettorali, e sostituiti da fattori come il multiculturalismo, legato anche all’immigrazione, all’ambiente, alla razza e ai comportamenti di genere. Ciò probabilmente contribuisce a spiegare il risentimento che il progressismo colto e benestante si è attirato, rendendosi odioso anche perché soddisfatto di sé e privo di sensi di colpa visto che la sua posizione sociale è, al contrario delle vecchie élite, “meritata”. Soddisfatto dei risultati raggiunti e orgoglioso delle proprie convinzioni, esso sembra vivere in quella che è stata definita “bolla culturale, valoriale e di benessere”, concentrandosi sui problemi che emergono all’interno di essa e applicando all’esterno la moltiplicazione infinita «dello schema intellettuale nuovi soggetti-nuovi diritti».

Il libro di Graziosi analizza nel dettaglio gli aspetti focali del progressismo liberale, i punti di forza come anche quelli di debolezza, gli sviluppi positivi e negativi, le degenerazioni e le crisi tentando di far luce soprattutto su quelle peculiarità che egli considera i capisaldi di un sistema economico e sociale che non può e non deve essere sostituito, ma certamente modificato, adattandolo ai mutamenti avvenuti come anche a quelli in atto in tutto il mondo, non soltanto nella sua parte occidentale. I concetti di evoluzione e libertà sono per l’autore imprescindibili e insuperabili. A cambiare di sicuro dovrà essere la politica, italiana ma soprattutto europea, che dovrà acquisire maggiori ruolo e qualità.
Per costruire la nuova narrazione del progressismo liberale, «capace di leggere il mondo nuovo in cui viviamo», sarà necessario seguire la ragione come anche la passione. Il fine è capire e far capire che l’unica via per superare in modo intelligente difficoltà innegabili è disegnare un futuro credibile, basato su progresso e apertura.
L’opposto di quanto sta purtroppo accadendo in Italia e in tanti altri stati europei alle prese con estremismi e populismi che invocano invece il ritorno a una sorta di incredibile quanto pericoloso e deleterio purismo razziale e culturale.

Graziosi esplora a fondo i «laboratori politici» di Movimento Cinque Stelle e Lega nazionale di Salvini.
Pur presentando caratteristiche davvero rimarchevoli, come l’uso innovativo di una piattaforma digitale, il M5S lascerebbe trasparire molteplici fragilità nel discorso politico portato avanti, dovute a confusione e poca capacità amministrativa oltre che politica. Il successo che continua a riscuotere lo si deve, per Graziosi, alla peculiarità del tempo odierno, un’era dominata dalle percezioni, nella quale l’affermazione di un nuovo discorso può comunque soddisfare a lungo bisogni psicologici di novità e rottura anche se nulla poi cambia davvero.
La Lega, che è un fenomeno molto meno innovativo, rischia di fare maggiore presa sugli elettori proprio in virtù dell’esperienza già maturata. Quella proiettata da Salvini è una declinazione del «mondo giusto irriflesso e autoconsolatorio» analizzato da Graziosi nel testo, un mondo in cui tutti hanno ciò che si meritano, gli italiani prima di tutto, perché siamo in Italia. Un mondo che vede i criminali puniti e i cittadini onesti liberi di difendersi, gli anziani gioire dei diritti riacquisiti e i giovani, ancora una volta, lasciati al proprio destino.
Sarebbe però opportuno chiedersi, come sottolinea anche Graziosi, che Italia ne verrà fuori. Chi rappresenta oggi la probabile o possibile alternativa politica. Dov’è la sinistra con i suoi militanti che non mancano occasione per rivendicare i tentativi di Enrico Berlinguer e la sua “questione morale”, quando poi la realtà è che il grande vuoto intellettuale e ideale in essa creatosi ha generato continue fratture interne e l’unico vero collante apparso efficace negli ultimi decenni è stato l’anti-berlusconismo. Hanno forse intenzione di perseguire questa strada così lungamente battuta creando un “nuovo” anti-salvinismo?

Se per garantire il miglior futuro realisticamente possibile occorre fare delle riforme impopolari nell’immediato, bisogna avere un discorso in grado di spiegare con chiarezza i motivi e i risultati di quelle riforme. Per Graziosi, sincero sostenitore del progressismo liberale, le soluzioni devono essere in linea con l’immagine generale dell’Italia che ci si propone di ricostruire. Un’Italia inserita in primo luogo nell’Unione europea e poi nel mondo, aperta alla prima e ragionevolmente aperta al secondo, circondata di opportunità e non da nemici. Come sarebbe invece nella visione dell’autore il paese se trionfasse la politica di Salvini.
Solo nell’Europa unita, infatti, i talenti, le inclinazioni e le energie dei suoi abitanti hanno lo spazio necessario per dispiegarsi e possono trovare gli strumenti di azione dei pubblici poteri adeguati a far fronte alle difficoltà e alla crisi, nonché la forza per parlare al mondo delle grandi potenze.

Graziosi ha scritto Il futuro contro scegliendo volutamente un registro narrativo semplice e lineare, una scrittura che sembra indirizzata a tutti. Si è basato su conoscenze e competenze certo, ma anche sull’esperienza e sulla condivisione di importanti momenti e decisioni, politiche o economiche, attuali e passati. Momenti e passaggi importanti che poi, direttamente o indirettamente, hanno determinato il corso degli eventi, contribuendo a plasmare quelle che sono l’Italia e l’Europa di oggi. Scelte e azioni da tenere bene a mente, che insegnano molto, soprattutto laddove sono risultate sbagliate.
Un libro, Il futuro contro, che non ha la pretesa di essere un manuale e forse neanche un saggio, nel senso stretto del termine, ma pregno di considerazioni e analisi che meritano di essere lette perché foriere di nuove osservazioni e riflessioni nel lettore, stimolandone molto lo spirito critico, e questo è senz’altro molto positivo. Una lettura per certo consigliata.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni de IlMulino per la disponibilità e il materiale


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“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il grande inganno di internet” di David Puente (Solferino, 2019)

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Uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico e politico di oggi sono, purtroppo, le fake news, ovvero le false notizie che andrebbero a inficiare la altrimenti corretta informazione. Sarà vero ma ciò non toglie che, anche laddove circolassero solo notizie vere e non manipolate, i problemi reali che un paese come il nostro deve affrontare resterebbero invariati.
L’informazione falsa e manipolata non è un’invenzione del Terzo Millennio né della Rete. La funzione svolta da internet può essere semmai paragonata a quella di un acceleratore di particelle, questo sì.

Il pericolo, si afferma, è la potenza o meglio il potenziale di queste “bufale” che muoverebbero l’opinione pubblica e, di conseguenza, i voti in cabina elettorale verso quei politici o quei partiti che ne saprebbero fare un miglior uso.
La soluzione a questo legittimamente definibile problema però non va cercata nello smascheramento delle bugie, o fake, bensì nel tentativo di capire il motivo o i motivi per cui le persone crederebbero o credono con tanta faciloneria alle false notizie piuttosto che a quelle vere.

David Puente, debunker di professione, pubblica con Solferino Editore il suo resoconto sui più clamorosi, a suo parere, casi di fake news italiani, che egli stesso ha o avrebbe prontamente smascherato, nonché una sorta di decalogo su come svelare una “bufala”. Al tutto fa da sfondo la narrazione della vita e della tecnica di un “demistificante qualificato”.
Magari le intenzioni di Puente sono nobili. Forse lui veramente crede in quello che fa e nella sua pubblica utilità ma qualche perplessità, lo si conceda, non può mancare.

Leggendo il libro, visionando il blog personale dell’autore, scorrendo i suoi articoli si denotano chiaramente un linguaggio e un metodo comunicativo che rispecchiano in toto la divulgazione del Terzo Millennio. Non si ritrova un registro narrativo articolato e chiaro, volto a spiegare in maniera esaustiva quanto l’autore vuol comunicare, la sua tesi e le argomentazioni a supporto o contrarie a essa quanto, piuttosto, uno stile di scrittura molto coreografico, spettacolare, enfatico caratterizzato da continui e ripetuti “lanci” di frasi a effetto volte a lasciar intendere in chi legge l’imminente arrivo della tanto attesa soluzione del mistero, ovvero lo smascheramento della fake news.

Una informazione, quella di David Puente, che è molto simile alla contro-informazione che afferma di voler contrastare. Stile e linguaggio eccessivamente scenografici, spettacolari. Inoltre, pur volendo ammettere una certa utilità sociale nel lavoro svolto da Puente davvero non se ne comprende lo scopo ultimo. Considerando il numero di notizie false che girano in Rete e fuori da essa come può egli davvero credere che il metodo per fermarle sia smascherarle? Un’impresa molto donchisciottiana bisogna ammetterlo.

Necessita piuttosto un profondo cambio di paradigma nella formazione delle persone. La cultura, la conoscenza, la competenza, lo sviluppo di un acuminato senso critico, di una spiccata capacità di giudizio potrebbero magari aiutare a contrastare il diffondersi di notizie false e magari anche limitarne gli effetti negativi. Questo potrebbe davvero servire per invertire la tendenza attuale, non l’azione di un singolo il quale, per quanto abile possa essere, da solo per certo non potrà mai riuscire nell’intento di smascherare tutte le bugie che ogni istante vengono scritte, raccontate o lanciate sul web e fuori da esso.

Ci saranno sempre quelli che criticheranno David Puente, o chi per lui, e quelli invece che lo vedranno come un guru, che seguiranno il suo lavoro e accetteranno, sempre e comunque, la sua versione. Ed è proprio su questo che bisogna riflettere. Sulla necessità delle persone di avere, per ogni cosa, una guida certa di cui fidarsi, cui delegare qualche responsabilità. In questo caso quella di riflettere, di conoscere, di capire… di sforzarsi almeno di farlo.


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Guerra alle fake news o retorica e propaganda? 

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018)

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Con il saggio Immigrazione. Cambiare tutto Stefano Allievi decide di andare ancora più a fondo nella questione immigrazione, molto più di quanto aveva fatto nel testo Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, scritto a quattro mani con Gianpiero Dalla Zuanna ed edito sempre da Editori Laterza.

In questa nuova pubblicazione Allievi non percorre solamente la linea del tempo, narrando del passato e del presente, ma estende la sua analisi anche a quella dello spazio. Uno sguardo che parte dal locale per arrivare al globale. E viceversa. Con piglio molto più critico, deciso e, per certi versi, incisivo.

Per Allievi, l’immigrazione è un fenomeno di dimensioni sempre più ampie, sempre più diffuso, sempre più frequente. Il quale, per essere compreso e “governato”, presuppone, come tutti i fenomeni complessi, uno sforzo di analisi e riflessione altrettanto complesso. Un fenomeno che va affrontato nelle sue grandi linee, ma anche nei suoi snodi più problematici. Ed è esattamente quello che ha tentato di fare Allievi in Immigrazione. Cambiare tutto.

Un libro la cui stesura è stata preceduta da una minuziosa ricerca, raccolta e analisi dei dati da fonti originali. Da interviste e confronti con addetti ai lavori, operatori nel campo dell’accoglienza ma, soprattutto, in quello dell’integrazione sul territorio, aspetto su cui ritorna più volte Allievi nel libro. Il tutto ha portato l’autore a elaborare delle ipotesi e portare avanti delle tesi, a definire le problematiche e suggerire possibili soluzioni . Giungendo anche a estremizzare volutamente degli aspetti del fenomeno proprio al fine di evidenziare la necessità del cambiamento.

Sottolinea l’autore quanto l’immigrazione non sia un mero fenomeno che può essere letto con la logica dello schieramento ideologico, ipotizzando anche di ricevere critiche da coloro i quali invece hanno mostrato apprezzamenti al suo precedente lavoro. Critiche dovute, con ogni probabilità, alle obiezioni addotte da Allievi alle politiche sulle migrazioni poste in essere dai governi italiani, non solo quello attuale ma anche i precedenti, e quelle ancor meno risolutive dell’Unione europea. Tutto quello che non vi hanno detto sull’immigrazione parlava della normalità dell’immigrazione in quanto tale, delle sue implicazioni, delle sue dinamiche, anche spiacevoli, ma afferenti comunque a un fenomeno strutturale della società dell’uomo. In Immigrazione. Cambiare tuttoinvece l’autore si concentra sull’analisi dell’eccezionalità di alcuni aspetti del fenomeno, nella speranza che non restino tali a lungo.

Il dibattito pubblico e politico si concentra sovente sull’analisi delle conseguenze dei processi migratori ignorando del tutto o quasi quelle che ne sono le cause e che andrebbero invece analizzate molto più a fondo. Le conseguenze ci interessano perché ci toccano da vicino, concretizzandosi in arrivi e sbarchi poco graditi a parti significative della pubblica opinione. Ma anche le cause, sottolinea Allievi, ci riguardano, anche quando non ce ne accorgiamo.

Per ragionare su quest’ultime, ci si può anche limitare a citare, in ordine sparso, alcune parole:

  • Guerre (e, a monte, la vendita degli armamenti con cui si fanno).
  • Sfruttamento.
  • Dittature.
  • Ingiustizie.
  • Diseguaglianze.
  • Crescita demografica non accompagnata da crescita economica.
  • Persecuzioni mirate (per motivi etnici, religiosi, razziali, politici).
  • Calamità naturali.

Dopo aver descritto nel dettaglio tutti i maggiori fattori di spinta (guerre, fame, sfruttamento, dittature, ingiustizie, disuguaglianze, persecuzioni), i push factor che sono anche la causa di spinta appunto alle migrazioni, Allievi passa in rassegna quelli che sono invece i pull factor, i fattori di attrazione, che spingono i migranti verso determinati paesi e non altri. Il differenziale economico e salariale è indubbiamente fra questi, ma lo è anche la costruzione dell’immaginario sugli altri paesi, che ha tante possibili ragioni, «reali nei loro fondamenti, anche se talvolta immaginarie nella loro estensione».

In questo, l’Europa dovrebbe prendere atto e coscienza di essere diventata «l’America dell’Africa (e di altre aree del mondo)», o per lo meno «un’America più vicina e meno irraggiungibile dell’altra, ancora la più ambita».

La letteratura sulle migrazioni, e anche «la sua vulgata giornalistica e popolare», tende a porre l’enfasi sui fattori di espulsione, mentre questi andrebbero sempre relazionati a quelli di attrazione.

Ad ogni modo, gli arrivi di migranti non compensano il calo demografico in atto in Italia, Europa e nell’intero Occidente. Iproblemi sono altri, sono culturali certo ma riguardano soprattutto le modalità di arrivo, e la filiera di irregolarità che implica. Dietro a viaggi e sbarchi ci sono mafie che si arricchiscono, violenze inenarrabili, il tutto per un giro di affari di dimensioni mostruose che a sua volta fa da volano ad altri investimenti illegali. In più i richiedenti asilo costituiscono un costo, almeno nel periodo in cui sono sotto esame e quindi a carico dei rispettivi sistemi di protezione, mentre il migrante economico, per così dire, si arrangia in proprio.

Andare ad aiutare qualcuno lontano dà il senso di essere implicati attivamente in «un’eroica epopea del bene», mentresubire arrivi organizzati da altri in casa propria implementa un «terribile senso di impotenza e di passività senza difese». Si genera un profondo senso di inquietudine che diviene terreno fertile per estremismi e nazionalismi, al punto da paragonare gli arrivi dei migranti a un vero e proprio esodo di massa, l’invasione dei nostri paesi di cui tanto si narra nella “vulgata giornalistica e popolare” descritta da Allievi. E così l’imperativo categorico diviene “fermare gli sbarchi” e farlo a ogni costo.

Ma per l’autore la questione non può assolutamente essere risolta in mare, dove è necessario salvare le vite e non c’è alternativa a questo, a meno di non volersi assumere scientemente il ruolo dello spettatore che si trasforma in boia. Va risolto «altrove» e riguarda tutti. La sola vera via, quella indicata da Allievi nel testo, è concordare politiche complessive, a livello europeo, che tocchino i vari nodi della questione: dall’aiutarli a casa loro, al concertare politiche europee comuni, aprendo canali di ingresso legale, che bypassino tutto questo e riescano a rendere irrilevante all’origine – o almeno fortemente ridimensionata e minoritaria – la necessità di partire illegalmente via mare, e quindi i salvataggi.

I corridoi umanitari evitano il traffico illegale di manodopera, organizzando un traffico legale collaborativo, organizzato, rivolto nello specifico ai richiedenti asilo veri. Così facendo si riesce a far entrare chi ne ha diritto, distinguendo a monte tra richiedenti asilo o titolati della protezione umanitaria e migranti economici, in situazione di sicurezza, senza arricchire la criminalità organizzata.

Allievi sottolinea che sono tre i mutamenti fondamentali – che hanno a che fare con le migrazioni – che stanno cambiando non solo il paesaggio migratorio, ma la struttura stessa delle nostre società. E li sintetizza con tre parole chiave:

  • Mobilità.
  • Pluralità.
  • Mixité(da intendersi come “mischiamento”, significa che trovandosi in mezzo agli altri si cambia, più o meno inevitabilmente, tutti).

Sta avvenendo un mutamento di proporzioni tali che richiede un cambiamento di paradigma interpretativo radicale. Bisogna spostarsi dal locale al globale, se si vuole capire cosa succede (sul piano analitico), anche se poi al locale si ritorna, quando si cercano le soluzioni ai problemi concreti (sul piano pratico). Il problema, per Allievi, è appunto imparare a connettere le due dimensioni, locale e globale. E la sensazione è che, al momento, il livello di consapevolezza di questa necessità sia ancora drammaticamente basso.

Se l’Unione Europea non vuole fare un gigantesco passo indietro rispetto alla sua storia recente, e ritornare a essere solo una zona di libero scambio, una unione commerciale su pochi prodotti, deve essere capace di assumere questo problema come problema/soluzione collettiva. Attivare una “Agenzia europea della mobilità e delle migrazioni”, dotata delle risorse e dei poteri necessari. Prevedere una forma di programmazione degli ingressi europea e non delegata e limitata ai singoli stati. «Un permesso di soggiorno europeo», e la possibilità di circolazione per immigrati e richiedenti asilo, attraverso «una modifica agli insensati regolamenti di Dublino» che nazionalizzano un problema che è invece comunitario, irrigidendolo e rendendone più complicata, e irrazionale, e costosa, la gestione.

Una sorta di Piano Marshall per l’Africa sarebbe necessario, purché venga posto in essere con criterio, in tempi relativamente brevi o, in ogni caso, congrui alla sua poi effettiva efficacia. Ma andrebbe comunque accompagnato da «una contro-narrazione», da un’operazione verità, sulla realtà delle condizioni economiche dell’Europa e delle drammatiche condizioni del viaggio della speranza, via terra e via mare.

Una campagna verità andrebbe fatta anche in Italia e in Europa. Una recente indagine dell’Ipsos rivela come gli italiani siano convinti che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione residente in Italia, e di questi, i musulmani siano il 20%. Le cifre reali invece dicono che gli immigrati sono circa il 10% (stimando e comprendendo anche gli irregolari) e i musulmani il 3.5% circa.

L’immigrazione c’è sempre stata, c’è e ci sarà, è inevitabile che ci sia. Non è dunque un problema di «se», ma di «quanto» e di «come».

Allievi ritorna così a descrivere il fenomeno delle migrazioni come un dato strutturale da sempre esistito, teoria che ha rappresentato il filo conduttore del precedente libro scritto con Dalla Zuanna. Inutile quindi continuare a trattarlo come un’urgenza o un’emergenza. Come inefficaci continueranno a essere le politiche “nazionaliste” adottate dai vari stati dell’Unione europea. Realmente valevoli saranno quelle prese in comunione e che tengano conto di tutti gli elementi indicati dallo stesso autore, ovvero dei pushe dei pull factor, quindi delle cause come delle conseguenze, dei risvolti locali ma anche di quelli globali. Gli accordi tra l’UE e la Turchia, per esempio, hanno avuto come diretta conseguenza la diminuzione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica e, come conseguenza indiretta, l’aumento su quella mediterranea, ovvero in Italia. Bloccare quest’ultima rotta senza un piano locale-globale ben strutturato non farebbe altro che spostare verso nuove rotte gli sbarchi o gli arrivi, di certo non servirebbe a fermarli o diminuirli.

I costi di accoglienza e di integrazione dei migranti ricadono inevitabilmente sul paese di arrivo ed è per questo che i principali soggetti in causa, ovvero Italia e Grecia, chiedono sempre maggiori finanziamenti all’Unione europea in virtù del principio in base al quale facendosi carico di queste operazioni assolvono in realtà funzioni comuni che, come tali, andrebbero considerate. In breve, a pagare dovrebbe essere l’UE. Tutto ciò però non ha solo dei risvolti economici, ci sono aspetti sociali e culturali ancora troppo sottovalutati.

Allievi espone il concetto in maniera molto chiara, decisa e concisa. Stiamo importando lavoratori unskilled neoimmigrati e ne esportiamo di skilled e molto ben formati, per quel che riguarda gli italiani che emigrano. Gli immigrati che arrivano non conoscono lingua e cultura italiane, nelle loro intenzioni in genere non vi è neanche il desiderio di rimanere nel nostro paese. La maggior parte delle risorse investite per la loro formazione e accoglienza si allontana insieme a loro quando lasciano l’Italia, non appena ne hanno l’occasione. La loro destinazione prescelta fin dal principio sono i paesi del Nord Europa.

Tutto questo non rischia seriamente di aumentare ulteriormente il divario già esistente tra i vari paesi dell’Unione europea? Non sarebbe quindi più opportuno pensare o ripensare a una equa redistribuzione di migranti e immigrati?

Anche per questo, chiosa Allievi, bisogna concordare a livello europeo, globale, politiche capaci di affrontare il fenomeno delle migrazioni non come un’emergenza o un problema dei paesi frontalieri, ma come un fenomeno strutturale che abbraccia, inevitabilmente, locale e globale, cause e conseguenze, politica e cultura.

Immigrazione. Cambiare tuttodi Stefano Allievi è un testo molto più critico, rispetto alle precedenti pubblicazioni dell’autore. Un rigore maggiore nell’esposizione del narrato che riflette l’inasprimento generale dei toni in merito a questo fenomeno, oppure ne è conseguenza diretta o indiretta. Per certo, egli afferma più volte la necessità di invertire la rotta, soprattutto per le politiche nazionali e comunitarie. Cambiare tutto e farlo in maniera decisa, senza slogan o false promesse da parte sopratutto dei politici italiani che tentano e hanno tentato anche in passato di trasformare il fenomeno complesso dell’immigrazione in linfa nazionalista per le campagne elettorali.

Il saggio di Allievi è un libro molto ben strutturato, scritto con un linguaggio deciso, incisivo ma chiaro e accessibile a tutti. Un’analisi, quella dell’autore, che aiuta il lettore a meglio comprendere alcune dinamiche interne ed esterne al fenomeno migratorio, alle sue cause come anche alle conseguenze. Una lettura che si rivela, fin dalle prime pagine, per certo interessante.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa degli Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019)

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Diventa sempre più evidente il legame tra la questione europea e quella nazionale, ovvero di come le fratture politiche ed economiche tra l’Italia e gli altri paesi dell’Unione si ripercuotano inevitabilmente in spaccature all’interno del nostro stesso Paese.
Marco Piantini, nel saggio La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà edito da Donzelli nel 2019 con prefazione di Giorgio Napolitano e postfazione di Giuliano Amato, racconta per esteso la storia politica economica finanziaria e sociale dell’Unione europea degli ultimi trent’anni. Dalla caduta del Muro di Berlino, con tutto il carico di sogni e speranze generatosi come contraltare a quello fisico e materiale dei cumuli di macerie, all’evoluzione e, per certi versi, involuzione delle democrazie occidentali. Dal progresso tecnologico e digitale, vero trampolino di lancio della globalizzazione, alle incertezze della società attuale, italiana ed europea.

Un libro che raccoglie e sviluppa riflessioni e interventi dell’autore maturati o esternati in anni e sedi differenti, voluto dallo stesso Piantini per due motivazioni principali:
– Offrire elementi di riflessione e analisi su quella che viene solitamente indicata come la “vecchia” politica e sulla sua alternativa, ossia la “nuova” politica post-novecentesca.
– Esternare la preoccupazione sulle sorti dell’Unione europea e dell’Italia in Europa.
Un legame oramai inscindibile, quello che unisce il nostro paese all’Unione e agli altri paesi membri, che potrebbe essere riconsolidato solo dopo aver sciolto i nodi del rapporto difficile, ma anch’esso indispensabile per il rilancio dell’UE, tra Germania e Italia.
Piantini ritiene che entrambi i paesi soffrano, al pari dell’intera Unione, di una “crisi di senso” dello sviluppo capitalistico. Al di là delle idee, delle ideologie, dei sogni e delle speranze, il confronto con la realtà impone di affrontare la questione europea come questione politica del nostro tempo, collegata alla crisi delle democrazie liberali. E Piantini fa bene a ricordarlo.

Le divisioni e i pregiudizi affiorati nel dibattito politico di entrambi i paesi (Italia e Germania) sono stati paradigmatici di ancor più grandi divisioni nell’Unione europea. Responsabilità di classi dirigenti molto più concentrate su una visione nazionale che non su una visione di ampio respiro. I problemi comuni degli Stati europei sì è preferito considerarli straordinari. La corsa a risolvere insieme “situazioni di emergenza” non ha avuto il sostegno di una visione di insieme solida e condivisa per il futuro. Al contempo, si è addossata spesso all’Europa, intesa come entità distinta da ogni singolo paese, l’incapacità di ben governare «ciò che la storia e la geografia ci assegnano nei confini nazionali, e talvolta anche in quelli regionali o locali».
Una visione caricaturale della “cattiva Germania” ha limitato l’impatto di critiche fondate ai limiti della visione politica egemone in Germania e in Europa. Per Piantini è necessario uscire dalla narrazione semplicistica e far maturare un confronto serrato e di merito a livello europeo e bilateralmente. Condizione utile a rendere più palesi gli errori compiuti in particolare in ambito di politiche economiche e di un contraddittorio e lento sviluppo dell’assetto del sistema di governo dell’euro. La moneta unica viene indicata dall’autore come uno straordinario progetto di unità tra i popoli europei e di salvaguardia per il futuro in termini di sostenibilità finanziaria e coesione sociale ma «il costo del non completamento del suo sistema di governo è molto alto, e può mettere a repentaglio l’unità dell’Unione europea».

L’Europa tutta e ogni Paese membro devono prendere coscienza e atto che la sola Nigeria tra pochi decenni avrà più abitanti dell’UE, e che oggi la sola Cina spende il 20% degli investimenti globali in ricerca. Ancora, che con i trend attuali in circa trent’anni le economie di Cina e India varranno più di tutte quelle dell’attuale G7. Per Piantini c’è bisogno dell’Italia, di un’Italia unita e credibile, per condurre nei prossimi anni una battaglia culturale e politica a favore di un’Europa che costruisca il proprio futuro in termini di progresso. Necessitano la continuità e la flessibilità italiane. La continuità avuta sinora nelle linee essenziali di politica estera ed europea. La flessibilità intesa come capacità di presenza, azione e mediazione, impostata su linee guida fondamentali ma adattabile nelle forme e nei contesti.

Marco Piantini sottolinea come l’Italia e i suoi governi, nel tempo, non siano stati capaci di sviluppare politiche nazionali degne di un grande paese e come abbiano poi caricato di ogni questione l’Europa. Prevedibile quindi l’euroscetticismo che ne è derivato. Ma il grande paradosso per l’europeismo italiano è che mai come oggi è forte la domanda di standard, regole e livelli di vita europei, eppure mai prima d’ora l’euroscetticismo era stato così invasivo.
È impossibile pensare realisticamente a un ritorno indietro della politica contemporanea. Ma è lecito esigere una rifondazione degli ideali della politica e chiedere un rinnovato impegno per l’Europa come motore di inclusione sociale e di partecipazione democratica. L’abuso del termine “populismo” è stato un alibi perfetto per una politica scarsa di contenuti e incapace di riconoscere che «la complessità è il perimetro della democrazia».

Lo sviluppo economico ha determinato una crisi di senso che accompagna una ricchezza senza precedenti, nella sua sproporzionata e iniqua distribuzione. Una ricchezza che in molti casi non crea opportunità e «finisce per essere percepita da tanti come inutile». Ne derivano irrisolte questioni materiali e identitarie, segnali di un «possibile declino della civiltà europea».
Piantini espone nel dettaglio la sua analisi della crisi inglese sfociata poi nella richiesta di uscire dall’Unione, ovvero la Brexit. Una crisi sviluppatasi tra la vicina Calais, con un campo migranti diventato simbolo delle disastrose impreparazioni sul tema migrazioni, e la torre di Grenfell andata a fuoco a Londra causando morte e disperazione, «un concentrato del penoso quadro abitativo e sociale quasi al centro del polmone finanziario europeo».
Calais e Grenfell sono, per l’autore, due cupi richiami di questi anni, di quanto potrebbe restare nel lungo tempo della politica europea:
Incredulità: per come la storia del mondo sia andata avanti in questi decenni, per come l’interdipendenza si presenti con gli occhi dei migranti alle porte di casa e riesca ancora incredibilmente a sorprenderci.
Rabbia: per il disagio sociale, accresciuto dalla trasformazione delle nostre città da luoghi ricchi di tolleranza a luoghi impoveriti dall’indifferenza.

L’autore è fuor di dubbio un europeista convinto e, a tratti, nostalgico delle emozioni per questo grande “sogno” collettivo, o meglio comunitario, in parte realizzato, in parte naufragato. Vede nei diritti, conseguiti e conseguibili, e nella dimensione della cittadinanza e della socialità l’unica via concreta e percorribile per rianimare la politica europea. Una politica, a livello nazionale e comunitario, che non si concentri sul successo personale di un singolo leader, chiunque esso sia, bensì sia espressione di un “movimento collettivo” che abbia un serio e valido progetto volto, soprattutto, alla creazione di un nuovo welfare. Intorno alla scienza e allo sviluppo che la tecnologia permette deve nascere una società nuova, rinnovata, che veda una riduzione del tempo di lavoro e una crescita nell’accesso a servizi di avanguardia, «luoghi di vita e lavoro pensati secondo principi fondamentali».
Solo i regimi autoritari sono in grado di offrire punti fermi e certi che facilmente fanno presa sui cittadini disorientati e impauriti. La democrazia invece è per sua stessa natura mutevole e incerta. Ora è il momento di cambiare quella strutturatasi nei paesi europei a partire dal crollo del Muro e della divisione tra Occidente e Oriente.
Questa, per Marco Piantini, la vera sfida del Terzo Millennio, che dovrà perentoriamente condurre i Paesi e l’Unione alla “nuova” democrazia. Pena la disfatta totale.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


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L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019) 

“Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa” di Federico Fubini (Longanesi, 2019) 

“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

99 vs 1: queste le percentuali di una ricchezza che impoverisce tutti. “99%” di Gianluca Ferrara, il libro sui paradossi del mondo moderno (Dissensi, 2016) 


 

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Recensione a “Hanno tutti ragione?” di Massimo Adinolfi (Salerno Editrice, 2019)

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Verità, post-verità, fake news, Big Data, democrazia, Rete, politica, populismo. Sono questi i termini che più spesso oggi si ascoltano e si leggono sui media, nelle discussioni e nei dibattiti, compresi quelli istituzionali. Estremizzando, potrebbero addirittura essere indicati come i simboli della società attuale e del suo cambiamento in quanto, ognuno di essi, rimanda a un aspetto della quotidianità che oramai appartiene a tutti e ad ognuno.
Ma quanto del loro reale significato come anche delle effettive applicazioni e implicazioni se ne conosce davvero? Non molto in realtà. E il libro di Massimo Adinolfi, Hanno tutti ragione?, uscito lo scorso giugno con Salerno Editrice, conferma l’eccesso di superficialità dell’informazione corrente, nonché la presunzione di conoscenza di gran parte degli utenti, che poi altri non sono che cittadini ed elettori.

La democrazia per essere davvero tale necessita la volontà e la possibilità di dare voce a tutti e di accogliere in sé anche opinioni e pareri discordanti tra loro. Deve basarsi sul principio della rappresentatività e sulla mediazione. Tutto questo in alcun modo fa venire meno l’importanza della verità in assoluto e della verità in democrazia. Una democrazia rappresentativa della volontà del popolo che esprime la sua sovranità mediante il voto ma che deve, per rimanere tale, conservare le istituzioni e gli istituti fondamentali. In prima istanza il Parlamento che non rappresenta l’organo esecutivo della volontà popolare bensì un organo deliberativo nel quale, per tramite degli eletti, confluiscono tutte le singole volontà degli elettori. O almeno così dovrebbe essere. Non si può davvero pensare di migliorare la democrazia eliminando il Parlamento e le sue funzioni come, per assurdo, non si può pensare di velocizzare la Giustizia eliminando i processi. Concetti purtroppo non così scontati come dovrebbero invece essere e che l’autore fa molto bene a chiarire e analizzare nel dettaglio.

L’ultima parte del libro è dedicata alla giustizia, ma non quella rappresentata dalla magistratura. La giustizia cui fa riferimento Adinolfi è quella sommaria che tiene banco su media e social network. Quella immediata, categorica, perentoria. Che assolve o condanna gli esseri umani in base a una foto, un post, un articolo o addirittura solamente il titolo. Un fenomeno sociale e culturale che si è amplificato a dismisura grazie ai social e che necessita, per l’autore, di un argine. Altrimenti davvero il rischio sarà che sempre più cittadini si convinceranno dell’inutilità delle istituzioni, in questo caso la magistratura, e che sia più veloce ed efficace la Giustizia del fai da te.

I processi, o meglio le sommarie sentenze mediatiche andrebbero evitati e sarebbe più opportuno tacere. Laddove invece è assordante il silenzio, per Massimo Adinolfi, è nel ruolo che ricoprono le opposizioni in Parlamento le quali, invece di dibattere per far valere comunque idee e progetti, per frenare quelle contrarie, si lasciano andare invece a un imbarazzante mutismo, colmato, si fa per dire, soltanto da cinguettii mediatici che, non di rado, scadono in veri e propri scontri a colpi di tweet e risposte tra gli esponenti di maggioranza e minoranza. Un infelice spettacolo che andrebbe senz’altro limitato. Un altro argine che occorrere erigere o fortificare.

Massimo Adinolfi utilizza un impianto filosofico molto tecnico e preciso per costruire la struttura portante del libro ma riesce comunque a dare un taglio piacevolmente discorsivo all’intero narrato, che non risulta ostico o pedante, tutt’altro. Complici anche gli argomenti di stretta attualità, Hanno tutti ragione?, è un saggio che ben si presta a una gradevole lettura anche laddove il lettore non è alla ricerca di un manuale o un libro tecnico in senso stretto. Non per questo vengono meno la qualità dello scritto o la validità del narrato.


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Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 

Guerra alle fake news o retorica e propaganda? 

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filare bubbole la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi? 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)


 

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SPECIALE WMI: Il ruolo culturale delle biblioteche oggi in Italia

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Qual è il ruolo culturale delle biblioteche, pubbliche e private, oggi in Italia? Perché, nella società che si definisce dell’informazione, i luoghi simbolo della cultura vera, come appunto le biblioteche, si considerano ormai obsoleti, superati, inutili? Che relazione si pone tra diritto alla conoscenza, libertà di pensiero e di espressione e libertà di accesso all’informazione? I libri e la libertà. Le biblioteche e la democrazia. Bibliotecari e pubblico. Il rapporto dei cittadini con la lettura.

Le biblioteche sono istituzioni che, inspiegabilmente, restano fuori da ogni dibattito, mediatico e istituzionale, sulla cultura. Eppure esse rappresentano non solo i luoghi fisici di conservazione della memoria del passato ma, soprattutto, la struttura, la tecnica, il metodo, la fisicità e la possibilità concreta per la creazione di una cultura, di un’informazione e anche una educazione, quanto più ampie e diffuse possibile, che non siano faziose, di parte o partitiche, settarie e limitate.
Proprio le biblioteche, le quali rimangono ancora oggi estranee ed esterne alle logiche del mercato, all’economia imperante, al consumismo e alla superficialità di una conoscenza priva di fondamenta solide e logiche.
Michel Melot sosteneva che «la biblioteca è una macchina per trasformare la convinzione in conoscenza. La credulità in sapere». Come riportato anche nella premessa al testo L’azione culturale della biblioteca pubblica di Cecilia Cognini (Editrice Bibliografica, 2014).

Cognini ricorda che uno degli obiettivi dei programmi di Europa 2020 è proprio quello di «promuovere e consolidare la società della conoscenza». Ponendo al centro l’istruzione e le competenze, la ricerca, l’innovazione e la società digitale, allo scopo di favorire «un uso intelligente e consapevole delle nuove tecnologie». L’economia della conoscenza si basa sulla centralità del ‘capitale umano’ come «elemento capace di determinare un andamento positivo dello sviluppo di un paese». Nello scenario sociologico internazionale sempre di più si sta consolidando il bisogno di superare il PIL come indicatore dello stato di benessere di un paese, in Italia «lo Cnel e l’Istat hanno elaborato degli indicatori per misurare il BES, il benessere equo e sostenibile», ricollegando concettualmente il tasso di benessere di una società a fattori che «comprendono cultura e salute e altri aspetti immateriali della vita contemporanea».

Ecco che entra in gioco il concetto di apprendimento per tutto l’arco della vita, che diventa «un aspetto essenziale nella prospettiva esistenziale delle persone». L’intelligenza degli individui, ma anche quella di ognuno, non può essere ricondotta a una sola tipologia, «educare a pensare la complessità diventa un obiettivo rilevante per la società della conoscenza». L’azione della biblioteca pubblica può essere interpretata come una «sintesi efficace delle diverse vocazioni e stratificazioni di senso che il concetto di cultura rappresenta».
Affinché cultura e creatività si radichino in un territorio è necessario che si sviluppi una “atmosfera creativa”. In base al concetto largamente esposto nelle sue opere da Walter Santagata, per rendere percepibile un’atmosfera creativa è necessario che «il bagaglio di idee e creatività raggiunga un certo livello» e che siano presenti determinati ingredienti: «le reti creative, i sistemi locali della creatività, le microimprese di servizi». Anche le biblioteche, gli archivi e i musei sono soggetti essenziali da questo punto di vista, perché anch’essi qualificano il tessuto economico e sociale di un dato territorio, «aumentando la predisposizione delle persone a investire nelle loro capacità e competenze conoscitive e accrescendo la qualità sociale di una comunità».
Laddove per “qualità sociale” deve intendersi la misura secondo cui le persone sono capaci di «partecipare attivamente alla vita sociale, economica e culturale e allo sviluppo delle loro comunità», in condizioni che migliorino il benessere collettivo e il potenziale individuale.

Nella filiera del patrimonio culturale proprio le biblioteche possono conquistare «un ruolo e una rilevanza centrali, ancora solo parzialmente esplorate», e contribuire, per la loro capillarità e accessibilità e la loro vocazione alla divulgazione, a «promuovere la più ampia conoscenza e fruizione possibili del patrimonio culturale del nostro paese». Come indicato nel Manifesto IFLA/Unesco, la biblioteca pubblica svolge un «ruolo centrale anche nel promuovere la consapevolezza dell’importanza dell’eredità culturale che è propria di una comunità e di un territorio», non solo nel senso più scontato del mettere a disposizione del pubblico i fondi di storia e cultura locale o i documenti conservati nelle sezioni “Manoscritti e Rari”, ma più in generale come «promozione della capacità di lettura e interpretazione del patrimonio culturale di una comunità» al fine di trovare nuovi modi per raccontarlo, «nella consapevolezza delle nuove sfide poste dalla società multiculturale e dal digitale».

La vita degli adulti dovrebbe essere centrata sull’apprendimento continuo. Una educazione «fortemente correlata a una diversa concezione del sapere», non più focalizzato solo sull’acquisizione di abilità e contenuti ma anche di atteggiamenti e comportamenti. Esiste un sottostimato ma innegabile «legame fra formazione permanente e sviluppo democratico della comunità». L’atto di conoscere è a un tempo biologico, linguistico, culturale, sociale e storico e «la conoscenza non può essere dissociata dalla vita umana e dalla relazione sociale».
Nicholas Carr sostiene che la rete ci ha confinato nella superficialità e nell’incapacità di approfondire, mentre Rheingold Howard ritiene che questa ci aiuti a sviluppare appieno tutto il potenziale dell’intelligenza collettiva. Per Cecilia Cognini forse hanno ragione entrambi. Innegabile è di sicuro il fatto che internet e le nuove tecnologie hanno «modificato le modalità di apprendimento, i contesti e gli scenari di riferimento e con essi il ruolo delle biblioteche», da ricercarsi proprio nella formazione permanente.

La formazione permanente può avere un ruolo centrale nel «contrastare il ritardo di alfabetizzazione presente nel nostro paese».
Stando ai dati ISOFOL-PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) l’Italia è la più bassa fra i paesi Ocse per partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale degli adulti, con appena il 24% a fronte di una media del 52%. In questo ambito la biblioteca «può promuovere una visione proattiva e non passiva della cultura».
Per Cecilia Cognini l’azione della biblioteca si esplica sostanzialmente in quattro modi:
Predisposizione all’accesso.
Formazione dei cittadini.
Definizione di un ambiente sicuro.
Costruzione della motivazione a imparare.

Nella premessa al testo di Mauro Guerrini curato da Tiziana Stagni De Bibliothecariis. Persone Idee Linguaggi (Firenze University Press, 2017) Luigi Dei, magnifico rettore dell’Università degli Studi di Firenze, definisce le biblioteche «uno dei più preziosi patrimoni che le Università posseggono o ai quali gli Atenei fanno costante riferimento come irrinunciabile stella polare per le loro missioni». Per il rettore Dei non bisogna lasciarsi intimorire dal progresso scientifico-tecnologico, dal digitale, dalla rete… perché «la nostra era non è più unica di quanto lo sembrassero le precedenti ai nostri predecessori». I nuovi media troveranno «il loro posto nelle biblioteche» e così i bibliotecari assolveranno alla loro missione secondo modalità «stupendamente innovative e con strumenti d’inenarrabile potenza e versatilità». Il destino che attende quindi queste istituzioni, secondo Luigi Dei, è quello di «rivestire nel futuro un ruolo sempre più centrale nella vita dell’uomo».

Il testo di Mauro Guerrini si apre al lettore con una citazione di Shiyali Ramamrita Ranganathan:

«Fino a quando l’obiettivo principale di una biblioteca fu la conservazione dei libri, tutto quello che si pretese dal suo personale fu che fosse costituito da guardiani capaci di combattere i quattro nemici dei libri: fuoco, acqua, parassiti e uomini. Non era strano che un posto di lavoro in biblioteca rappresentasse il rifugio possibile per le persone incapaci di fare altri lavori. Ci volle davvero molto tempo perché si comprendesse che era necessario un bibliotecario professionale

Per Guerrini il tronco di attività e di competenze che regge la professione bibliotecaria si basa essenzialmente su due temi caratterizzanti: gli utenti e le risorse bibliografiche. «Il bibliotecario mette in relazione positiva queste due entità». La biblioteca pubblica italiana è, in questa fase storica, chiamata a difendere la Costituzione, le istituzioni democratiche, il diritto a un’informazione libera, tempestiva e plurale, «arginando le manipolazioni che pervadono, armai da sessant’anni, l’assetto partitocratico delle istituzioni e dei mass-media». Non può esistere democrazia senza controllo. E il controllo, oltre che dalla tripartizione dei poteri, deve essere esercitato dall’elettorato: «un cittadino bene informato è un requisito della democrazia perché conosce e giudica tramite la scheda elettorale l’operato dei politici, dei potenti, della società».
La biblioteca è chiamata a documentare in modo imparziale i diversi punti di vista dai quali un tema può essere interpretato anche conflittualmente e senza avanzare, in modo evidente o tra le righe, la preferenza per nessuno.

Quella del bibliotecario è una professione, e la capacità di scindere tra orientamenti personali e comportamento professionale fa parte del bagaglio culturale e professionale, «anzi ne determina il livello di professionalità». Libro è libertà sono indissolubili. La biblioteca non è il luogo di una verità unica, e neanche della verità degli altri, è il luogo dove «il lettore deve costruirsi la propria».
Il diritto alla conoscenza, la libertà di pensiero e la libertà di espressione sono condizioni necessarie per la libertà di accesso all’informazione. «Il bibliotecario è il garante dell’accesso a un’informazione libera», senza restrizioni e non condizionata da ideologie, credi religiosi, pregiudizi razziali, condizioni sociali, ecc… «ovvero da tutto ciò che in qualsiasi misura possa rappresentare un fattore di discriminazione e di censura». Suo compito è inoltre garantire la riservatezza dell’utente e «promuovere, quale strumento di democrazia, l’efficienza del servizio bibliotecario».

Guerrini ritiene doveroso cercare di individuare le ragioni, in una prospettiva storica, sia della mancata consapevolezza da parte del cittadino dei servizi e delle potenzialità informative che le biblioteche mettono a disposizione della comunità, sia del venir meno di quei servizi essenziali verso il cittadino da parte di alcuni enti pubblici, motivati dal continuo costante e inarrestabile taglio dei finanziamenti statali. I tagli dei fondi alla cultura sono intesi e lasciati intendere come «tagli al superfluo». E allora, si chiede Mauro Guerrini: «quando si capirà che investire in biblioteche significa investire per la democrazia, lo sviluppo economico e la qualità della vita?»
L’Italia può, o meglio potrebbe, svolgere un ruolo importante a livello politico generale, come «ponte di cultura» ma anche di pace e di libertà intellettuale, di scambio informativo, di modello di conoscenza, «di incontro e di dialogo fra culture diverse, fra Nord Europa e paesi che si affacciano sul Mediterraneo». L’Italia è un Paese di confine che «subisce l’urto dei flussi migratori», ma «la nostra cultura, le nostre biblioteche possono essere un efficace strumento di pace, di diffusione della comprensione e di reciproco rispetto».

Per Antonella Agnoli, autrice de Le piazze del sapere (Editori Laterza, 2014), in una società caratterizzata da disuguaglianza crescente e dalla scomparsa o dalla privatizzazione di molti servizi sociali, «la biblioteca è diventata un presidio del welfare». Occorre fare della cultura una questione politica centrale per il paese, «chiedere al governo e agli enti locali di tornare a investire sulla scuola e sulla cultura». Tante buone pratiche si affermano a livello locale ma, alla fin fine, tutte o quasi sono costrette a cedere sotto il peso di una politica nazionale che «va in direzione opposta».
Inoltre va sottolineato che scuole, università, biblioteche e altre istituzioni culturali sul territorio «non comunicano tra loro, non agiscono in sinergia», non vanno a costituire un «ambiente globale dove i talenti possano svilupparsi e lavorare».
Le biblioteche pubbliche, per Agnoli, devono essere considerate «un servizio universale, come la scuola o l’ospedale». Ma, soprattutto, dovrebbero agire in sinergia con tutte le altre istituzioni culturali, soprattutto afferenti al sistema scolastico, secondo progetti e programmi coordinati dallo stesso Miur per ovviare a oggettivi e oramai sistemici deficit di apprendimento.
Stando ai dati Ocse-PISA (Programme for International Students Assessment), la capacità degli studenti italiani di leggere e interpretare un testo sono molto inferiori a quelli degli studenti degli altri paesi europei. Il che significa che diventeranno adulti non in grado di «leggere un libro o un giornale» e di comprenderne appieno il significato e, soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché «in difficoltà a capire una scheda elettorale, una bolletta della luce o un estratto conto». Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Ne La biblioteca che vorrei (Editrice Bibliografica, 2014) Antonella Agnoli ricorda che ogni giorno in Italia si condividono online 5milioni di foto, Facebook ha 20milioni di iscritti mentre Twitter ne ha 10milioni e afferma che «il prezzo che paghiamo alle meraviglie offerte da iTunes, Youtube, Twitter e Instagram è la rinuncia, del tutto volontaria, ai libri. La fine della lettura». Ma è davvero così? Prima dell’avvento di internet e dei social le persone leggevano davvero molto più di adesso? E in che misura?
Tralasciando i tempi in cui il tasso di analfabetismo era ancora molto elevato e diffuso e osservando l’Italia e gli italiani della seconda metà del Novecento si deve ammettere di trovarsi di fronte un quadro dipinto per la maggiore da radio, calcio e televisione. Internet e i social sono solo il mezzo di distrazione del nuovo millennio che è andato ad aggiungersi o a sostituirsi a quelli imperanti nel secolo scorso. I lettori, quelli forti, che non si lasciavano attrarre dalla televisione nel Novecento non si lasciano sedurre neanche dai nuovi media. I numeri erano pochi allora e lo sono anche oggi. È questo il nocciolo del problema.

Andrea Capaccioni in Le biblioteche dell’Università (Maggioli Editore, 2018) sottolinea come già numerosi stati hanno incrementato gli investimenti per sostenere un più efficiente sistema di istruzione superiore e per fornire ai cittadini un accesso alla formazione lungo tutto l’arco della vita. Gli atenei sono dunque chiamati a svolgere «un ruolo sociale (civic university) sempre più importante» e a garantire livelli qualitativi elevati attraverso «periodiche verifiche dei risultati raggiunti sul piano scientifico e divulgativo». C’è un forte legame tra la biblioteca, l’insegnamento e la ricerca al punto che le biblioteche dell’università sono state definite «specchio dell’educazione superiore». Troppe volte però la biblioteca, invece di «luogo privilegiato della propria missione», viene considerata dagli atenei come mero «strumento da includere tra le attrezzature didattiche».
È tuttavia innegabile che in una società sempre più interessata alla produzione e alla gestione dell’informazione «le università costituiscono un obiettivo strategico per i governi di tutto il mondo» e con esse tutti i luoghi di produzione e conservazione delle informazioni e della cultura, comprese naturalmente le biblioteche.
Si prospetta la necessità di ripensare il ruolo e le funzioni della biblioteca nel nuovo contesto culturale e tecnologico e Capaccioni si chiede se le università siano pronte a gestire il cambiamento. Ma egli stesso rammenta poi che nel mondo è in costante crescita il numero di università che hanno individuato nelle loro biblioteche il luogo ideale per istituire dei learning center «in cui ai tradizionali servizi bibliotecari si affiancano iniziative legate alla didattica e all’information literacy».

Per John Palfrey, autore di BIBLIOTECH (Editrice Bibliografica, 2016), «le biblioteche sono in pericolo perché ci siamo dimenticati quanto esse siano eccezionali». Le biblioteche danno accesso alle abilità e alle conoscenze necessarie per adempiere al nostro ruolo di cittadini attivi. La conoscenza che le biblioteche offrono e l’aiuto che i bibliotecari forniscono «sono la linfa di una repubblica informata e impegnata». Le democrazie possono funzionare soltanto se tutti i cittadini hanno pari accesso all’informazione e alla cultura, in modo tale che possano «essere aiutati a fare buone scelte, siano esse relative alle consultazioni elettorali o ad altri aspetti della vita pubblica». E l’accesso eguale e paritario alla cultura può esserci solo laddove ci siano istituti e istituzioni pubbliche (scuole, atenei, biblioteche, archivi, …) per usufruire dei quali non è importante «quanto denaro si ha in tasca». Nel mondo digitale le biblioteche, come anche gli altri istituti della cultura, devono continuare a ricoprire le funzioni essenziali di accesso libero alla conoscenza, laboratori per lo studio, l’apprendimento e la ricerca, depositi della conoscenza. Esattamente come hanno fatto nel periodo analogico.
Il futuro delle biblioteche è importante per vari motivi, ma per Palfrey in testa alla lista delle priorità vi è fuor di dubbio il loro ruolo nel tutelare in modo certo la conoscenza culturale nel lungo periodo.
Allorquando i nuovi materiali digitalizzati verrano seriamente inclusi nei piani di studio scolastici, «un’iniziativa nazionale fra biblioteche, che renda disponibili documenti di supporto appropriati a tutti i docenti e agli studenti» potrebbe abbattere i costi della transizione per le scuole e permettere agli allievi di avere «un facile accesso e gratuito a strumenti di studio rilevanti».
La scusante che va per la maggiore, in genere, è la mancanza di risorse finanziarie, ma in molti casi le questioni relative all’educazione non hanno molto a che fare con i soldi, quanto piuttosto «con l’amministrazione, la visione, l’impegno».

La mancanza di visione e impegno rischia di continuare a lasciare i cittadini di oggi e di domani in balìa di questo immenso «rumore informazionale di fondo», un vero e proprio «turbine di gossip» che genera una diffusa condizione di alfabetizzati-illetterati storditi «dagli irrilevanti contributi di un pervadente disturbo che li strania da ogni stimolo di autentica realtà». Alfredo Serrai, in La biblioteca tra informazione e cultura (Settegiorni Editore, 2016), indica come unica strada percorribile il progettare «un salvataggio della intellettualità antica racchiusa nelle gloriose biblioteche antiche innestandola nel quadro sistematico di una sintesi culturale che la valorizzi». Naturalmente incorporandola nella storia e nella cultura del passato ma «con le estensioni, gli sviluppi e i rivolgimenti prodotti dalle acquisizioni, tecnologiche e concettuali, del pensiero moderno».
Perché, a rifletterci bene, sottolinea Serrai, il problema di fondo rimane quello del rapporto che si intende avere con il passato. Conservarlo come fossero resti mummificati oppure continuare a «sentirci il ramo più alto di uno stesso grande albero ancora vitale» e verosimilmente prosperoso. Quando le biblioteche si ridurranno a Musei, nel senso di luoghi destinati alla conservazione delle testimonianze, sarà anche la fine della cultura che le biblioteche aveva generate e alimentate.
Chiedersi se spariranno le biblioteche va di pari passo con il domandarsi se continuerà il dissolvimento di quella che si continua a riconoscere ancora come la nostra attuale cultura.

Come conseguenza della aumentata velocità dei mezzi di comunicazione, della immediatezza delle comunicazioni, spesso identiche e ripetitive, si assiste a una generale e uniforme «omologazione concettuale e a un diffuso appiattimento di pensiero». Si percepisce come unicamente reale, «non solo sul piano personale ma anche su quello cosmico», soltanto il presente e l’immediato. Ma se l’informazione non diventa Cultura, ovvero «trama di un ordito molteplice e complesso» che si nutre del passato per affrontare il presente e guardare il futuro, allora è ben poca cosa, avverte Serrai. La biblioteca è e deve sempre porsi come sorgente di cultura e non di informazione o ragguaglio, come sono invece i motori di ricerca molto utilizzati nella navigazione su internet.

La motivazione a documentarsi, a interrogarsi, a immaginare ipotesi risolutive, a indagare e anche semplicemente a leggere può originarsi in «modo intrinseco solo se queste attività vengono comprese come necessarie per capire i mondi con cui si entra in contatto». Se l’intenzione è capire, non è sufficiente porsi di fronte a un testo, bisogna «costruire il proprio testo esplorando altri testi alla ricerca, in primo luogo, di ciò che non si capisce».
Tentare di motivare alla lettura attraverso la proclamazione della sua importanza, l’imposizione della sua realizzazione, la gratificazione del suo essere compiuta si rivelano, pressoché sempre, operazioni non sufficienti a produrre un’abitudine duratura nel ricorrere al documentarsi per conoscere, per capire, perché «non si basano su alcun bisogno del soggetto che dovrebbe compiere l’atto di leggere».
Attualmente in Italia la formazione scolastica «non riesce a trasmettere un approccio metodologico alla ricerca bibliografica» e, soprattutto, «non sempre aiuta a comprendere l’importanza di buoni documenti» per la ricerca e per l’approfondimento «per la vita, per il lavoro, per le scelte importanti».
Tra le convinzioni comuni c’è quasi sempre l’idea, «ben nota ai docenti e ai bibliotecari», che la rete, «o meglio un indifferenziato Google», sia la fonte documentale unica. Naturalmente non è così. È necessario dunque cominciare a trasmettere con fermezza l’idea che l’importante non è solo ottenere delle risposte immediate, indistinte e omogenee, bensì imparare a valutare «quali strumenti potrebbero aiutarci a raggiungere delle informazioni rilevanti, oltre che corrette». E così internet, invece che essere il mezzo attraverso cui si accede, «con approcci specifici, a libri elettronici, articoli scientifici da acquistare, preziosa documentazione di fonte pubblica, documenti open access da consultare, migliaia di cataloghi di biblioteche nel mondo da interrogare,» … diventa un tutto indistinto, in cui il recupero è affidato al «funzionamento di algoritmi non noti o all’uso di pochissime fonti note».
Queste alcune delle importanti indicazioni illustrate da Piero Cavaleri e Laura Ballestra nel Manuale per la didattica della ricerca documentale (Editrice Bibliografica, 2014).
L’obiettivo è quello di rendere gli studenti consapevoli del processo che conduce a «una trasformazione dei dati informativi in reali conoscenza e cultura». Consapevolezze e competenze che il personale docente dovrebbe già aver acquisito.

La lezione di Roberto Tassi del 2015, raccolta da Ugo Fantasia nel testo Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche ed edita da il Mulino nel 2017 è la miglior risposta possibile al quesito di senso sull’esistenza delle biblioteche.
Nel testo si compiono un’analisi e un’indagine sulle origini e sulla storia delle biblioteche, condotte attraverso i testi antichi e i documenti anche meno noti, tali da diventare esse stesse la testimonianza diretta dell’importanza della conservazione. Dal diventare la ragione evidente per la quale tutto il sapere accumulato non deve andare perduto bensì custodito, coltivato, nutrito, incrementato, fortificato.

«Studiare la storia dei testi significa studiare la storia della realtà bibliotecaria.»

Si fa tanto e presto a dire che bisogna avvicinare i giovani alla lettura. E questo è senz’altro un ottimo proposito. Ma gli adulti quanto leggono? Genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, al ministero, la classe politica e dirigente in generale quanto leggono e quanto si documentano in realtà?
L’importanza perentoria delle biblioteche, degli archivi, dei musei e di tutti gli istituti della cultura è innegabile. Ciò che invece va accantonata, dismessa, dimenticata è la convinzione dell’inutilità della cultura e della sua scarsa incidenza sul benessere collettivo, anche economico.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Andrea Capaccioni, Le biblioteche dell’Università. Storia, Modelli, Tendenze, Maggioli Editore (nuova edizione 2018).

Andrea Capaccioni, Le origini della biblioteca contemporanea. Un istituto in cerca d’identità tra vecchio e nuovo continente (secoli XVII-XIX), Editrice Bibliografica, 2017.

Mauro Guerrini, Tiziana Stagni (a cura di), De Bibliothecariis. Persone, Idee, Linguaggi, Firenze University Press, 2017.

Cecilia Cognini, L’azione culturale della biblioteca pubblica, Editrice Bibliografica, 2014.

John Palfrey, Elena Corradini (traduzione di), BIBLIOTECH. Perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, Editrice Bibliografica, 2016.

Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Editori Laterza, 2014.

Antonella Agnoli, La biblioteca che vorrei. Spazi, Creatività, Partecipazione, Editrice Bibliografica, 2014.

Alfredo Serrai, La biblioteca tra informazione e cultura, Settegiorni Editore, 2016.

Piero Cavaleri, Laura Ballestra, Manuale per la didattica della ricerca documentale, Editrice Bibliografica, 2014.

Anna Maria Mandillo – Giovanna Merola (a cura di), Archivi Biblioteche e Innovazione. Atti del Seminario tenuto a Roma il 28 novembre 2006 (Annale 19/2008 dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli fondata da Giulio Carlo Argan), Iacobelli Editore, 2008.

Massimo Accarisi – Massimo Belotti (a cura di), La biblioteca e il suo pubblico. Centralità dell’utente e servizi d’informazione, Editrice Bibliografica, 1994.

Ugo Fantasia (a cura di), Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche (Lezione Roberto Tassi 2015), il Mulino, 2017.


Articolo apparso sul numero 54 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

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L’innovazione è l’evoluzione del capitalismo occidentale. AI, Blockchain e Ubiquitous Computing: ma la tecnologia non dominerà mai sull’uomo. “L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani” di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

Un titolo palesemente provocatorio quello scelto da Alessandro Aleotti per il suo saggio L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani, edito da Bocconi Editore. Voluto proprio per attirare l’attenzione su un tema solo in apparenza molto discusso nel dibattito politico e culturale. Per sottolineare come il termine cambiamento sia oggi «utilizzato con estrema superficialità», dimenticando che, «nel discorso pubblico, il cambiamento appartiene alla complessità dei processi sociali e non alla semplicità del variare dei gusti, delle mode o delle opinioni personali».
La principale sfida che pone il «cambiamento generato dalle trasformazioni economiche e sociali» è quella che, individualmente e collettivamente, «ci deve vedere impegnati nello sforzo di sottrarsi alle egemonie retoriche» le quali, «in nome di una dogmatica apologia del cambiamento, uniformano i pensieri e i comportamenti».

Se è per certo vero che il cambiamento rappresenta «la cifra identificativa della contemporaneità», ciò che per Aleotti permane illusorio è l’idea che le sue forme ci inglobino e, in questo modo, «ci sollevino dall’onere e dalla responsabilità di osservarle e capirle». L’obiettivo a cui richiama il provocatorio titolo del libro è quello di «rafforzare nel lettore un punto di vista personale» che non deleghi le scelte che competono alla «sua capacità cognitiva e spirituale». Rincorrere semplicemente «la velocità del cambiamento», senza soffermarsi in analisi e riflessioni critiche, porta a «esaurire le energie fisiche e instupidire quelle mentali». Necessita invece l’utilizzo, sia sul piano individuale che collettivo, «di un paradigma comportamentale diverso da quello delle narrazioni prevalenti».

Un libro, L’illusione del cambiamento di Alessandro Aleotti, provocatorio nel titolo ma senz’altro molto riflessivo e metodico nel suo contenuto.

Quella in cui viviamo è l’era definita della globalizzazione, una rivoluzione che Aleotti definisce della «mobilità». Un processo che se ha generato «indiscutibili elementi di emancipazione individuale e collettiva», ha contemporaneamente condotto a «una progressiva dissoluzione delle struttura intermedie», a cominciare dagli Stati-nazione, che tradizionalmente «garantivano quadri identitari e forme di protezione agli individui». Conseguenza diretta sono le tensioni cui la condizione umana viene di continuo sottoposta. Due le possibili alternative per l’autore:
– Accettazione di forme di adattamento che, retoricamente protette dalle miracolistiche del cambiamento, rischiano di condurre a un disorientamento individuale e a un’alienazione collettiva.
– Assunzione di responsabilità di un “progetto umano” che non deleghi alcuna soluzione al cambiamento, ma sia in grado di affrontarlo e renderlo funzionale alla condizione esistenziale, ovvero sia capace di dominarlo.
Aleotti protende decisamente per la seconda alternativa.

Il cambiamento è, contemporaneamente, «la struttura del presente, ma anche lo strumento attraverso cui il presente si esprime». L’idea di poter inseguire il cambiamento «adeguando lo sforzo umano alla sua velocità, risulta ben presto velleitaria». Quello che necessita è, quindi, «un approccio strumentale che vede il cambiamento come un ostacolo da superare e non come un fine a cui tendere».

È evidente come la parte preponderante di ciò che consideriamo «cambiamento» nella società contemporanea «derivi dalla Tecnica, cioè dall’implementazione tecnologica ed economica delle innovazioni cognitive» che provengono da scienze considerate esatte come la matematica, la fisica e la cibernetica. I beni prodotti dalla Tecnica divengono un «fine un sé» e «ogni sistema cerca di accaparrarsene la maggior quota possibile», non solo per soddisfare i propri bisogni, ma «soprattutto per stabilire un’egemonia sui soggetti con cui compete».
La tendenza della Tecnica, quindi, mette all’ordine del giorno «il rischio reale che l’uomo ne sia travolto e inglobato». Se ciò non accade è perché, in ultima analisi, «resta un elemento prodotto dallo sforzo umano e, come tale, attribuisce all’uomo ogni responsabilità in termini di dominio e sottomissione». Quindi se è vero che la Tecnica («cioè la forma principale da cui origina il cambiamento») perde la sua «natura strumentale per diventare uno scopo», è altrettanto vero che l’uomo («sia individualmente che come parte di un progetto umano») resta sempre «in grado di decidere di non farne il proprio obiettivo esistenziale».

Analizzando le metamorfosi della Tecnica «da mezzo a scopo» sul «fronte più evidente dell’economia contemporanea», ovvero «la finanziarizzazione», si può vedere con chiarezza come «l’abnorme crescita delle attività finanziarie derivi da paradigmi della Tecnica che danno vita a prodotti – come i derivati – generati da complesse formule algoritmiche». Nessuna forma di scarsità viene debellata dalla gigantesca crescita della ricchezza finanziaria, «confermando la natura non più strumentale del capitale finanziario generata dalla Tecnica».

Sottoposto alla «frusta» di mercati finanziari pienamente inseriti nella società della Tecnica, «lo storico capitalismo industriale riesce a mantenere il proprio tasso di profitto solo a costo di forti riduzioni di manodopera e di spregiudicate strategie disruptive», come la war economy, l’obsolescenza programmata, il sovraconsumo generato dall’economia dei brand e via discorrendo.
L’evoluzione del capitalismo occidentale, «posto che la produzione di beni tradizionali si è spostata sull’asse indo-cinese», prenderà corpo attraverso la produzione di ancora sconosciuti beni e servizi, «di cui la Silicon Valley rappresenta il modello embrionale».
Questo nuovo «capitalismo dell’innovazione» non si porrà più l’obiettivo dell’integrazione lavorativa e sociale della totalità degli individui, ma solo quello di una «crescita trascinata dalle continue accelerazioni della società della Tecnica». In questo scenario evolutivo, ciò che si troverà «sotto» e «sopra» il corpo sociale rappresentato da coloro che lavorano all’interno dell’economia capitalistica «non sarà più una patologia, bensì una parte fisiologica del sistema».

L’impossibilità di scegliere «la via facile della mercatizzazione dei bisogni primari» obbligherà il capitalismo a ricercare sempre più «in avanti» gli spazi da far divenire «economia» e, contemporaneamente, «lo costringerà a ritirarsi da altri fondamentali common goods sociali» come la salute, l’abitazione e il primo accesso al credito.
Attraverso una simile dinamica si genereranno, per Aleotti, le condizioni necessarie a far sì che una fascia significativa di popolazione esca definitivamente dallo «scenario lavorista». Le economie saranno «libere di competere» senza preoccuparsi dei livelli occupazionali e i bisogni primari verranno «garantiti da strutture della Tecnica non assimilabili allo Stato o al sistema capitalistico».
I mercati finanziari assumeranno una funzione di «casa da gioco globale», la cui legittimazione non deriverà più dalla gestione ordinaria dei debiti pubblici e dei risparmi privati, bensì da «globali volontà di potenza che muoveranno le masse monetarie verso la creazione di nuove superfici abitabili del capitalismo», siano esse avventure spaziali, perforazioni terrestri, recupero di terre desertiche o di fondali marini.

Oggi, dunque, conclude Alessandro Aleotti, «la pressione mediatica e la potenza tecnologica» ci pongono di fronte «suggestioni quasi irresistibili». A ogni suggestione, tuttavia, «corrisponde sempre un sacrificio». Perciò, rimanere fedeli a se stessi, «attraverso un agire disincantato», resta la più feconda e consigliabile delle esperienze, anche perché «non vi è alcuna contropartita che superi la vita stessa e la soddisfazione del capire».


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


Alessandro Aleotti, 55 anni, bocconiano. Pensatore e realizzatore eclettico, ha fondato e diretto un quotidiano d’opinione, la terza squadra di calcio di Milano, un centro di ricerca sulle trasformazioni urbane e progetti imprenditoriali nell’ITC e nell’editoria. Nel 2014 le sue tavole di “scrittura visiva” sono state esposte al Museo della Permanente. Vive e lavora a Milano


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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016) 


© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’Italia è finita. E forse è meglio così” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2018)

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L’Italia e l’Europa così come le intendiamo noi oggi a breve non esisteranno più? È questo uno degli interrogativi cui cerca di dare risposta Pino Aprile nel suo nuovo libro, L’Italia è finita. E forse è meglio così, edito dalla casa editrice Piemme a ottobre 2018.
Lo Stivale al centro del Mediterraneo è sempre stato un laboratorio di innovazione, come anche un territorio da dominare. Anche oggi è così, solo che la “conquista” non avviene sul campo di battaglia bensì su quello economico-finanziario.

Cosa faranno gli italiani e gli europei tutti? Cederanno terreno e sovranità lasciando che l’attuale tendenza diventi incontrovertibile oppure ritroveranno il coraggio e la determinazione necessari a ogni popolo che si dichiari tale per risollevare le sorti del proprio Paese?

Con uno sguardo rivolto anche al passato, che rappresenta sempre e comunque l’origine dello stato attuale dei Paesi e dei governi, Aprile analizza ad ampio spettro le spinte separatiste che, come tanti piccoli o grandi focolai, stanno lentamente illuminando un’Europa la quale, esattamente come l’Italia, forse così tanto unita non lo è mai stata.
Un’analisi impietosa, quella condotta da Pino Aprile ne L’Italia è finita, critica e rigida ma mai catastrofica. La speranza che i popoli, prima ancora dei governi o dei vari partiti politici, si ravvedano, si mobilitino e uniti combattano per invertire il flusso separatista e divisionista sembra essere e rimanere il filo conduttore dell’intero libro.

*****

Tra una manciata di anni l’Italia, e forse l’Europa, non esisteranno più. Almeno come le conosciamo ora. Si spezzeranno per il fallimento della loro economia. E l’attuale governo giallo-verde potrebbe persino essere l’ultimo di un’Italia unita. Lo dicono autorevoli studi e indagini ben noti agli addetti ai lavori. Né l’una, l’Italia, né l’altra, l’Europa, reggeranno alla spinta disgregatrice: divide et impera è una massima che i mercati finanziari conoscono bene. D’altronde, già oggi l’Italia non è più la stessa, così come non lo sono gli italiani: grandi aziende, grattacieli, interi quartieri, fertili terreni, squadre di calcio appartengono ad arabi, cinesi, capitali stranieri. A noi guardano con preoccupazione – o con speranza – le altre nazioni, perché sin dai tempi della conquista romana o della diffusione del cattolicesimo, siamo il laboratorio per innovazioni che si sono propagate in tutto il continente e oltre. A volte anche nefaste. Steve Bannon, ex consulente alla Casa Bianca di Donald Trump e osannato campione dei razzisti e dei neonazisti made in Usa, lo ha detto chiaro e tondo: «Roma è al centro della politica mondiale. L’Italia fa paura». Lui è di quelli che lo sperano. Unita, in realtà, l’Italia non lo è mai stata. È piuttosto il risultato di un’operazione scellerata di saccheggio e conquista, che ha distrutto un Sud proiettato nel futuro industriale e attuato un vero e proprio genocidio per “convincere” i riluttanti meridionali. È questa la crepa, mai sanata, che si allargherà fino a inghiottire tutto l’edificio dell’Italia unita? Mentre collanti storici come la Chiesa perdono terreno, ovunque rinascono comunità non statuali che trovano altrove la propria identità. Ma forse, come insegna il Rinascimento, proprio nelle tensioni e nelle divisioni gli italiani danno il meglio.

*****

Come per gli altri testi scritti da Aprile, anche ne L’Italia è finita l’autore non manca di sottolineare gli errori commessi e protratti per oltre centocinquanta anni ormai. I pregiudizi ancora imperanti. L’ignoranza palese verso alcune tematiche che si è preferito non indagare mai veramente fino in fondo. Come sempre, Aprile le sue fonti, soprattutto documentali, le cita per esteso.
Non dichiara mai di avere la soluzione per i problemi esposti, bensì di cercarne una valida. Una ricerca che deve necessariamente partire da interrogativi, quesiti, domande per arrivare poi all’analisi delle risposte e delle eventuali proposte.

*****

PINO APRILE giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale del Tg1, Tv7. È autore di saggi accolti con successo e tradotti in diversi paesi. Terroni, uscito nel 2010 e diventato un vero e proprio caso editoriale, e i successivi Giù al Sud, Mai più terroni, Il Sud puzza, Terroni ‘ndernescional e Carnefici, hanno fatto di Aprile il giornalista “meridionalista” più seguito in Italia, riconoscimento che gli è valso molti premi, tra cui il Premio Carlo Levi nel 2010, il Rhegium Julii nello stesso anno e il Premio Caccuri nel 2012. A New York è stato proclamato “Uomo dell’anno” dall’Italian Language Inter-Cultural Alliance.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice Piemme per la disponibilità e il materiale


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Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile 

“Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa” di Federico Fubini (Longanesi, 2019) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Perché in Italia fa così paura il concorso esterno in associazione mafiosa? Davvero “La Giustizia è Cosa nostra”?

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Il 20 aprile 2015 Panorama pubblica online un articolo a firma Maurizio Tortorella titolato Concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che “non c’è”. L’autore entra nel merito della discussione che, a suo dire, va avanti in Italia da ben 30 anni su questo presunto reato che in realtà nel Codice penale «non esiste».

Tale impasse, secondo la redazione di diritto.it e non solo, sarebbe stata superata già a partire dall’ottobre del 1994, allorquando una sentenza delle Sezioni Unite affermava la «configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione mafiosa per quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano occasionalmente un contributo all’ente delittuoso», annullando in questo modo tutte le obiezioni mosse all’esecuzione dei dettami dell’art. 416 c.p. per cui necessita il far parte in maniera stabile dell’organizzazione mafiosa.

Nel libro La Giustizia è Cosa nostra di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo (Glifo Edizioni, 2018), si parla in maniera approfondita della sentenza Demitry della Corte di Cassazione a sezioni unite del 5 ottobre 1994, «proprio l’anno in cui la nozione di “concorso esterno” in associazione mafiosa ha cominciato a prendere una forma definita».
Demitry era un avvocato indagato per concorso esterno e colpito da un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di aver svolto «attività di intermediazione, tra un giudice e un capomafia di rilievo».
Sono poi seguite a ruota le incriminazioni per concorso esterno in associazione mafiosa «di alcuni magistrati, relativamente a ipotesi di processi aggiustati».

Nel già citato articolo di Panorama, l’autore sottolinea come fosse stato Giovanni Falcone nel 1987 a evidenziare la necessità «di una ‘tipizzazione’ capace di reprimere le condotte grigie» e di come i magistrati hanno continuato a fare «un uso pieno e disinvolto del reato-che-non-esiste».

In realtà basta una scorsa veloce ai risultati forniti dal motore di ricerca online per rendersi conto che il fenomeno è molto più esteso e preoccupante di come lo si vuol dipingere.

Un ex pubblico ministero del Tribunale di Trani, ora giudice del Tribunale di Roma, e un suo collega pm a Roma, in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia, sono stati arrestati con l’accusa di «associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso». Arrestato anche un ispettore di polizia in servizio al commissariato di Corato (Bari). Misura interdittiva (al momento dell’articolo in corso di notifica) per un imprenditore di Firenze. Interdetti dalla professione per un anno due avvocati del Foro di Trani. Alcuni degli accusati rispondono di «associazione per delinquere finalizzata a una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale», altri di «millantato credito, calunnia e corruzione in atti giudiziari».

Agli arresti domiciliari un magistrato del Tribunale di Salerno, poi di Reggio Calabria, che si sarebbe adoperato per «favorire imprenditori ai quali era legato da consolidati rapporti di amicizia, trattando cause riferibili a tali amici con esito favorevole» e «ricevendo dagli imprenditori utilità varie». Ai domiciliari un funzionario giudiziario. Divieto di dimora per quattro imprenditori, obbligo di dimora per un consulente fiscale.

Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio «ha parlato di presunti intrecci giudiziari-massonici su cui farebbe affidamento la ‘ndrangheta per ‘aggiustare’ i processi in Corte di Cassazione». Egli stesso sarebbe stato avvicinato, mentre era nella “gabbia di sicurezza” dell’aula-bunker di Reggio Emilia, «da un avvocato che gli avrebbe detto molto esplicitamente che nei giudizi di merito di Aemilia sarebbero scaturite diverse condanne, ma che, grazie alle sue conoscenze, avrebbe potuto aggiustare il processo in Cassazione».

La notizia è del febbraio 2018. Arrestate 15 persone, tra cui l’ex pm di Siracusa, due avvocati e due imprenditori. Le accuse: «frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari».

A darne inizialmente notizia è stato Il Resto del Carlino, ma le conferme sono poi arrivate anche da «ambienti investigativi». Il giudice potrebbe aver «aggiustato i processi dietro il pagamento di somme di denaro, veicolate attraverso professionisti compiacenti».

Anche il presidente del Tar Basilicata tra i magistrati che sarebbero stati in contatto con l’imprenditore arrestato insieme all’avvocato.

Gli esempi, purtroppo, abbondano da Nord a Sud della penisola. A riportarli è quasi sempre la stampa locale, tranne i casi più “eclatanti”, ovvero quelli che vedono coinvolti nomi e volti noti. Ed è allora che si fa strada il paradosso più becero. Si cerca di non associare tali comportamenti scorretti e criminali con le associazioni malavitose, come se queste fossero delle entità astratte e certamente chiuse in se stesse e non invece riconducibili a tutta una serie di azioni, comportamenti e scelte che vanno dal crimine di strada alla corruzione nei pubblici uffici.
Perché spaventa così tanto parlare di concorso esterno in associazione mafiosa? Perché addirittura si fa fatica ad ammetterne l’esistenza trincerandosi dietro cavilli e formalità legislative?

Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo ne La Giustizia è Cosa nostra hanno parlato in maniera approfondita dei processi aggiustati, del ruolo che svolgono taluni avvocati, delle azioni di alcuni magistrati o giudici e ricostruiscono nel dettaglio alcune storie di «giustizia aggiustata». Un libro edito a dicembre 2018 da Glifo Edizioni ma uscito in prima edizione con Arnoldo Mondadori nel 1995 e passato inspiegabilmente in sordina, sia allora che oggi.

Negando o tentando di ridimensionare il fenomeno si pensa forse di riuscire a nasconderlo, lo si fa anche per l’esistenza delle stesse organizzazioni mafiose. Spiazzano e indignano le parole dell’ex magistrato ed ex presidente del Senato Pietro Grasso allorquando scrive: «Se Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri avessero gettato la spugna, se si fossero piegati alla legittima frustrazione, avrebbe vinto chi non voleva cambiare il nostro Paese e sconfiggere la mafia. Per fortuna hanno vinto loro, abbiamo vinto noi».

Hanno vinto loro? Abbiamo vinto noi? La mafia è stata sconfitta?

Nel libro Le Trattative (Imprimatur, 2018), scritto a quattro mani con il giornalista Pietro Orsatti, Antonio Ingroia afferma: «Non esito a definire Grasso la più grande delusione professionale della mia carriera. Tutte le indagini e le notizie di reato considerate politicamente scomode finivano, in un modo o nell’altro, nel cestino della procura, e la classe politica, di destra come di sinistra, gliene è sempre stata grata».
Si può anche scegliere di vedere, credere e tentare di far credere ciò che meglio piace e non ciò che realmente è. Affermare che la mafia non esiste come non esiste il reato di concorso esterno in associazione mafiosa con tale convinzione da riuscire anche a convincere gli interlocutori. Si può fare e lo si fa. Ma la realtà, beh quella è un’altra cosa.

Del resto ognuno sceglie di credere in ciò che è più in linea con i propri principi e ideali, oppure con la mancanza di questi.
Nel secondo libro della trilogia Silo (Wool, Shift, Dust) edito in Italia da Fabbri Editore nel 2014, Hugh Howey in un dialogo tra un giovane aspirante politico e un senatore ormai navigato del Congresso americano fa dire a quest’ultimo: «La negazione è l’ingrediente segreto da queste parti. È il sapore che tiene insieme tutti gli altri. Ecco cosa dico sempre ai nuovi eletti: la verità salterà fuori – salta sempre fuori – ma sarà mescolata a tutte le bugie. Devi negare ogni menzogna e ogni verità con lo stesso vigore. Lascia che siano i siti web e gli spacconi che frignano di continuo sulle malefatte del governo a confondere il pubblico al posto tuo».

Molto più realistico l’intervento di Alfonso Sabella, magistrato già sostituto procuratore nel pool antimafia di Palermo, nel libro di Bolzoni e D’Avanzo. Egli, pur riconoscendo l’immenso lavoro svolto dal team Falcone e Borsellino e da tanti suoi onesti colleghi, sottolinea come poi ci sia stato «un lento ritorno al passato» e di come oggi si è costretti ad assistere alla celebrazione e all’auto-celebrazione di «inutili professionisti dell’antimafia» che «sbucano come funghi nei talk show e nelle stanze del potere».

In un lungo articolo per penalecontemporaneo.it, rivista online di Diritto edita in collaborazione con le Università Degli Studi di Milano e Bocconi, l’avvocato e magistrato Piergiorgio Morosini entra nel vivo della discussione sulla legittimità o meno del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
«Non condivido l’ostentato scetticismo verso l’istituto del “concorso esterno”. Soprattutto lo “scetticismo” gridato da noti esponenti del mondo politico. […] A mio avviso, è proprio grazie al concorso esterno e all’investimento di fior di risorse investigative, che molte procure hanno potuto, finalmente, esercitare un controllo di legalità più incisivo anche sul versante antimafia».

È con queste inchieste sul concorso esterno che la magistratura «ha dimostrato di non volersi fermare sulla soglia del potere». In effetti, il concorso esterno consente di indagare più efficacemente e agevolmente «sulle alleanze ombra fra clan e classe dirigente», riuscendo così a far luce «sul ‘capitale sociale’ delle cosche, in cui ritroviamo i complici nelle istituzioni, nella società, nel circuito economico-finanziario».
I punti critici della materia non possono essere inquadrati in «una inesistente prospettiva in cui si confrontano “il metodo Falcone” e il “metodo Carnevale”, secondo una sbrigativa proposizione. […] Certe affermazioni, destinate a un pubblico di non addetti ai lavori, risultano giuridicamente inutili e, per lo più, foriere di polemiche che incrinano la credibilità delle istituzioni giudiziarie».

La seconda parte di La Giustizia è Cosa Nostra di Bolzoni e D’Avanzo è interamente dedicata al giudice Corrado Carnevale e alle centinaia di processi di mafia, camorra e ‘ndrangheta cancellati dalla I sezione penale della Cassazione.
Relativamente a ipotesi di processi aggiustati, l’incriminazione di Corrado Carnevale si risolse in una condanna in Corte d’Appello nel 2001, poi annullata senza rinvio in Corte di Cassazione nel 2002. Già negli anni Ottanta «Carnevale stava per essere messo sotto procedimento disciplinare da parte del ministro della Giustizia Rognoni, cosa che non avvenne perché era intervenuto personalmente il presidente Andreotti dicendo che Carnevale non si tocca».

Si legge nel prologo del libro: «L’avvocato può avere un ruolo importante per “aggiustare” i processi ma, com’è ovvio, è il giudice che è tutto. […] Se è un giudice popolare, uno di quei cittadini estratti a sorte per far parte delle Corti d’Assise o d’Appello, allora è un gioco da ragazzi “addomesticarlo”. […] Se il giudice è massone, il lavoro viene meglio. Non si sta a perdere troppo tempo. Per questo, anche per questo, capi famiglia e capi mandamento si sono iscritti alla massoneria».

Nel corso di una video-intervista rilasciata al giornalista Sandro Ruotolo e pubblicata sul canale Youtube di Fanpage.it, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo parla proprio dei legami tra massoneria, politica e mafia.
Il Grande Oriente d’Italia è la maggiore organizzazione massonica in Italia con oltre 23mila fratelli divisi in 850 logge e Di Bernardo ne è stato Gran Maestro per un breve periodo, tra il 1990 e il 1993, prima di decidere di dimettersi proprio a causa dell’ambiente compromesso ivi trovato.
Descrivendo la situazione di Calabria e Sicilia afferma: «Ettore Loizzo dichiara che non c’è solo infiltrazione della n’drangheta nelle logge. Ma che, addirittura, la ‘ndrangheta controlla le logge. […] Io avevo saputo più dei siciliani che dei calabresi».
Ettore Loizzo è stato «Gran Maestro Onorario e reggente, con Eraldo Ghinoi, del Grande Oriente d’Italia nel 1993».

Ancora nel prologo del libro di Bolzoni e D’Avanzo sono riportate le parole di Leonardo Messina, collaboratore di giustizia: «È nella massoneria che si possono avere contatti totali con le istituzioni, con gli imprenditori con gli uomini che amministrano il potere, il potere diverso da quello di Cosa nostra».
Ma sono solo i mafiosi a chiedere favori?
«Quando la cosa è fatta, è logico che il giudice chieda qualche favore».
Ma sono solo i giudici, o parte di essi, a chiedere qualche cosa in cambio del favore fatto?

“Uno scandalo della giustizia italiana”, così viene indicato dalla redazione de Il Foglio l’iter giudiziario che ha visto coinvolto l’ex dirigente del Sisde (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, agenzia di intelligenza fondata con lo scopo dichiarato di protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia).

Il 25 febbraio 2006 la Corte di appello di Palermo aveva emesso sentenza di condanna per Contrada per «concorso esterno in associazione mafiosa», sentenza diventata irrevocabile il 10 maggio 2007. Nell’aprile del 2015 la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo giudica la sentenza illegittima in quanto considera l’accusa «non sufficientemente chiara e prevedibile per Contrada ai tempi in cui si sono svolti gli eventi in questione». In buona sostanza, all’epoca dei fatti (ovvero gli anni Ottanta) il reato di concorso in associazione mafiosa «non era chiaro né prevedibile» e per questo motivo la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire il poliziotto.

Marcello Dell’Utri nella sentenza di I grado che lo condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa è considerato «l’ambasciatore, il mediatore degli interessi della mafia nel grande impero economico-finanziario lombardo, il tramite tra Cosa Nostra e uno degli imprenditori ai quali Cosa Nostra si sarebbe affidata per investire, riciclare e far fruttare il proprio denaro: Silvio Berlusconi».

È su Contrada, Dell’Utri e su gli altri nomi e volti noti che si divide l’opinione di stampa e pubblico. Ma il tema o problema del concorso esterno in associazione mafiosa non è personale o soggettivo, riguarda atteggiamenti, comportamenti e azioni che appartengono a una cultura sbagliata ma radicata al punto che in tanti faticano a riconoscerla come tale. Consuetudine che diventa abitudine, normalità. Un abisso della società che si nutre e cresce attingendo dal marcio e mascherandosi di buono. Al punto da creare una sorta di realtà parallela, invisibile ai più ma che condiziona, direttamente o indirettamente, l’esistenza di tutti e di ognuno. Quello che Massimo Carminati ha definito “il Mondo di mezzo”, «in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile […] il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra […] anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno».

È un sistema di scambio. Un do ut des dove richiedenti ed esecutori vivono un perenne scambio di ruoli, favori e interessi. Il Mondo di mezzo non è solo quello di cui parla e vissuto da Massimo Carminati, è tutta la zona grigia dove si incontrano persone che appartengono a qualsiasi ceto sociale, per così dire, e svolgono qualsiasi lavoro, in qualunque parte dell’Italia o del mondo. Braccio armato, manovalanza, criminali, uomini che si appellano d’onore, colletti bianchi, commercialisti, medici, avvocati, funzionari, ingegneri, architetti, commercianti, imprenditori, finanzieri, banchieri e bancari, poliziotti, magistrati, giudici, agenti dei servizi, politici, militari… un vero e proprio esercito di persone grigie che danno origine e mantengono in vita un sistema borderline dai contorni non ben definiti, ed è proprio su questa incertezza che si vuol far perno per allontanare da sé lo spettro del concorso esterno in associazione mafiosa. Perché lo sanno tutti che questa non è una buona cosa, anche laddove dovesse mancare una legge scritta a inquadrarla come crimine mafioso.

Durante il seminario Antimafia italo-argentino, tenutosi a marzo 2019 presso la Camera dei Deputati della Repubblica Argentina, il pm Antonino Di Matteo ha evidenziato i caratteri peculiari della mafia italiana, in particolare di Cosa nostra, come riportato in un articolo pubblicato su antimafiaduemila.com a firma di Giorgio Bongiovanni. Di Matteo ha ricordato anche le motivazioni della sentenza Andreotti, «in cui si certifica come il sette volte presidente del consiglio (il cui reato è stato prescritto) abbia avuto rapporti organici con Cosa nostra almeno fino al 1980», e quella «definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa contro l’ex senatore, fondatore di Forza Italia con Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri». Sottolineando inoltre come «il potere di Cosa nostra derivi proprio dai rapporti con l’esterno, con le istituzioni deviate ed i grandi poteri».

Secondo quanto riportato dai collaboratori di giustizia, Salvatore Riina diceva sempre: «Se noi non avessimo avuto il rapporto con la politica noi eravamo solo una banda di sciacalli e lo Stato con un’azione di normale repressione ci avrebbe schiacciato». Sottolinea il pm Di Matteo che le istituzioni, in Italia ma non solo, devono comprendere che «per poter sconfiggere le mafie non è sufficiente reprimere negli aspetti più violenti ma bisognerebbe recidere ogni possibilità di rapporto con i poteri politici e istituzionali».
Riguardo il reato di concorso esterno, che deve necessariamente essere ricondotto alla categoria dei reati di durata, Nino Di Matteo precisa che «al di là dell’evoluzione giurisprudenziale è la decisiva importanza di colpire adeguatamente quelle manifestazioni criminali che, pur non apparendo immediatamente riconducibili all’associazione mafiosa, in realtà costituiscono la chiave d’accesso che le mafie utilizzano per condizionare a loro favore la politica e le attività di tutte le pubbliche amministrazioni».

«Mafia e corruzione, ne sono convinto, sono due facce della stessa medaglia: aspetti operativi distinti, ma non diversi, di un sistema criminale integrato.»

Nei commenti ai tanti articoli letti sull’argomento, tratti da testate giornalistiche nazionali e locali, di ogni colore politico possibile, ricorre una frase che fa molto riflettere: “uno o è mafioso o non lo è, che significa concorso esterno in associazione mafiosa?”. Al di là della semplicità di un simile pensiero, che può nascondere molta ingenuità oppure molta malizia, si evince il grande problema di fondo, che è culturale prima ancora che giuridico. Sono gli altri a essere dei criminali, dei mafiosi, dei delinquenti, anche se io chiedo un favore oppure lo faccio, se prendo una bustarella o se la passo a qualcuno, se infrango le regole, le leggi, i regolamenti… non sono certo un criminale, un delinquente o un mafioso. I mafiosi, quelli veri, quelli pungiuti lo sono.
La legge andrà sicuramente migliorata, meglio definita, ma questo per certo non basterà a risolvere il problema o arginarlo.
Il procuratore Franco Roberti, nella prefazione a Guardare la mafia negli occhi (Rizzoli 2017) di Elia Minari, scrive che «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Per Minari riuscire a contrastare la criminalità organizzata significa innanzitutto «scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da ciascuno di noi, senza delegare agli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori, perché di certo non diventeremo onesti per decreto legge».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Glifo Edizioni per la disponibilità e il materiale


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