Il Buddhismo contro l’imbarbarimento del caos. “Le ragioni del Buddha” di Diego Infante (Meltemi, 2018)

Tag

, , , , , , ,

Dare un senso al proprio stare al mondo. Domande esistenziali che tutti e ognuno, magari inconsciamente e inconsapevolmente, si pongono o dovrebbero porsi. E, laddove non trovano libero sfogo o accesso, generano con ogni probabilità un processo lesivo dell’essere interiore che, inevitabilmente si ripercuote in quello esteriore, nelle relazioni e nello stare al mondo e nel mondo.
Qual è lo scopo del vivere l’esistenza terrena? Quale il senso di “vivere” gran parte di essa rinchiusi in prigioni di cemento più o meno grandi o in scatole di ferro accessoriate con ruote e ogni “confort”?

La società moderna «costituisce il brodo di coltura ideale per il sorgere di nuove domande», non più «esigenze dettate dalla sussistenza, quanto la necessità» di dare, appunto, un senso al proprio stare al mondo. Che non può e non deve ridursi al consumo di risorse e all’accumulo di beni materiali e denaro.

In un’epoca in cui l’istruzione, l’informazione, la comunicazione sembrano svolgersi sempre più caoticamente, a colpi di lanci e smentite, promesse e dinieghi, slogan e titoloni… una vorticosa giostra che pare essere stata creata apposta per nascondere il vuoto, di senso soprattutto, il libro di Infante assume quasi un valore catartico. Un invito non ad abbracciare una qualsivoglia religione o ideologia quanto, piuttosto, a praticare una accurata e profonda riflessione sul mondo come su noi stessi. Riflettere, per esempio, sul dualismo kantiano tra il mondo noumenico e quello del fenomeno. Sulla realtà come volontà e come rappresentazione, ovvero «il mondo come noi ne facciamo esperienza».

Si pensi alla realtà immaginata e costruita per i bambini occidentali, fatta di sontuose feste di compleanno, regali sotto l’albero, beni di consumo mutevole e superflui, spesso inutili eppure spacciati e sentiti come assolutamente necessari. Una rappresentazione talmente distorta di quella che è la realtà, di quello che è il mondo reale da apparire surreale se non proprio paradossale che in tanti, adulti prima ancora dei bambini, tuttora ci credano. Il mondo fuori dai format televisivi, cinematografici e pubblicitari, quello in cui vivono milioni di persone che si cerca costantemente di incantare con la ‘felicità consumistica’ del mondo occidentale, la cui economia verte interamente «sul foraggiamento dei desideri».

«Non è peregrino affermare che l’Occidente abbia costruito il proprio paradigma nella più completa ignoranza del meccanismo per cui per ogni azione si generano forze inverse e contrarie». E volendo contestualizzare il discorso nel dibattito, in questo periodo caldissimo, sui migranti, si nota che la discussione si sviluppa sul tema dell’accoglienza, nella declinazione dei favorevoli e dei contrari, della necessità o nel dovere che l’Occidente deve assumersi per dare una possibilità a tutti loro di costruirsi una nuova vita, quanto più simile possibile a quella immaginata o vissuta per se stessi. Nessuno, o quasi, pensa invece che la soluzione vada ricercata nella rinuncia dell’Occidente tutto in primo luogo ai suoi innumerevoli e inappagabili “desideri” che si traducono in consumo, in spreco di risorse, suolo e spazio che non competono solo agli occidentali bensì agli abitanti dell’intero pianeta.

Cita Infante nel testo una esemplare frase di Tiziano Terzani: «Se l’Homo sapiens, quello che siamo ora, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto con il prossimo e meno rapace nei confronti del resto del mondo?»
Di sicuro questa mutazione non avverrà fin quando il paradigma di una felicità raggiungibile solo attraverso l’economia di appagamento dei desideri sarà considerato un imperativo. Solo attraverso la rinuncia, la ricerca interiore prima che esteriore, la solidarietà e l’empatia contrapposte all’individualismo sfrenato si potrà sperare in un reale e profondo cambiamento. Inutile utopia per alcuni, speranza per altri.

Di sicuro c’è che finora tutte le ideologie indistintamente davano «la certezza morale necessaria per giustificare la violenza in funzione di un mondo migliore», inducendo ad accettare come «un fatto scontato che qualcuno debba morire perché gli altri possano vivere liberi e felici». La citazione di Pankaj Mishra restituisce nella giusta ottica gli errori di fondo di una cultura basata sul profitto e sul benessere propri, e sul disinteresse pressoché totale per gli altri, usati spesso solo come anonimi destinatari di una beneficenza e di gesti caritatevoli volti a rappresentare la propria presunta bontà d’animo nonostante la conscia violenza inflitta, direttamente o indirettamente, al mondo e ai suoi abitanti. In altre parole ipocrisia e apparenza, che poi, in fondo, sono le fondamenta della cultura dell’immagine e della rappresentazione su cui sembra essere stato costruito tutto l’impianto del progresso occidentale.

Nelle differenze enormi con gli insegnamenti buddhisti Infante riesce a trovare se non proprio similitudini almeno potenziali punti di incontro che potrebbero costituire altrettanti punti di partenza per un buddhismo che accompagni l’Occidente nel suo percorso accelerativo: «l’accelerazione potrebbe innescare la messa in discussione e quindi il capovolgimento di prospettiva». Un “viaggio” per guardare lontano laddove la distanza può fungere «da specchio per guardare vicino e soprattutto dentro».
Esattamente la svolta che fu caratteristica di «un grande viaggiatore qual è stato Tiziano Terzani»: un viaggio dentro e non fuori. Un viaggio la cui meta non era un luogo fisico ma un posto della mente, uno stato d’animo, «una condizione di pace con se stesso e col mondo».

Anche Le ragioni del Buddha di Diego Infante rappresenta, per certi versi, un viaggio che il lettore compie attraverso la narrazione dell’autore sul sentiero da lui tracciato o su quello della propria mente. Un viaggio lento, a volte accidentato, ma pregno di significati. Un peregrinare tra domande e risposte seguendo i lineamenti di uno stile narrativo intenso, molto ricercato. Una ricercatezza che si denota sia nel fraseggio come anche nell’impiego di vocaboli di non largo utilizzo. Un percorso di scrittura e un ragionamento avallati da numerose citazioni e riferimenti bibliografici che spaziano dai testi di Baumer a Dumont o Kumar, il più volte citato Terzani e numerosi altri autori. Un libro articolato, ben strutturato e ben riuscito nello scopo dichiarato e prefissosi dall’autore.


Source: Si ringrazia l’autore Diego Infante per la segnalazione e il materiale.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

“Monasteri del Terzo Millennio” di Maurizio Pallante (Edizioni Lindau, 2014) 

“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018) 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Quanto ha inciso l’essere ‘imbecille’ nell’evoluzione umana? “L’imbecillità è una cosa seria” di Maurizio Ferraris (Il Mulino, 2016) 

Blog del Giovedì: Oro nero o Oro blu? 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

Tag

, , , , , , , , ,

Cento anni dopo il primo conflitto mondiale i governi e i popoli dell’intero pianeta si pongono i medesimi interrogativi, di nuovo.
Come si accumulano rischi enormi, poco compresi e poco controllabili? In che modo quadri di riferimento anacronistici e obsoleti ci impediscono di capire cosa sta succedendo intorno a noi? Il motore di ogni instabilità è forse lo sviluppo disomogeneo e combinato del capitalismo globale? Possiamo raggiungere una stabilità e una pace perpetue?
Di nuovo, le medesime domande perché sono queste che «accompagnano le grandi crisi della modernità».

In Crashed, edito in Italia da Mondadori ad agosto 2018 nella versione tradotta da Chiara Rizzo e Roberto Serrai e intitolata Lo schianto, Adam Tooze analizza gli ultimi dieci anni, dal 2008 al 2018, dalle origini della crisi prima finanziaria poi economica che ha investito, a quanto hanno detto, a più riprese l’intero sistema globale. Per la gran parte menzogne o giustificazioni a provvedimenti che i governanti hanno ritenuto essere improrogabili. Per gestire la crisi dell’eurozona dopo il 2010, per esempio, condotta seguendo una logica che non è stata altro che «una ripetizione dei salvataggi bancari del 2008, ma questa volta sotto mentite spoglie».

E così, mentre ai contribuenti europei venivano richiesti enormi sacrifici, i medesimi chiesti in precedenza ai cittadini americani, «banche e altri istituti di credito erano pagati col denaro riversato nei paesi che beneficiavano del salvataggio». Tutto perché al centro della crisi eurozona venivano messe le politiche del debito sovrano. «Come i responsabili della UE sono ora disposti ad ammettere pubblicamente», questo non aveva alcun fondamento sul piano economico. La sostenibilità del debito pubblico può diventare un problema, a lungo termine. La Grecia, per esempio, era insolvente. Ma l’eccessivo debito pubblico non era il denominatore comune della più ampia crisi dell’eurozona. Il denominatore comune era «la pericolosa fragilità di un sistema finanziario eccessivamente legato all’indebitamento» e troppo dipendente «da finanziamenti a breve termine basati sul mercato».

La Federal Reserve statunitense si è proposta fin da subito come fornitore di liquidità di ultima istanza per il sistema bancario globale. Ma cosa vuol significare davvero il fatto che la finanza e l’economia globali dipendono, in ultima istanza, dalla decisioni del governo americano?
La crisi dei mercati emergenti (Messico, Corea, Thailandia, Indonesia, Russia, Argentina) degli anni Novanta ha mostrato a tutto il mondo «con quanta facilità uno Stato possa perdere la propria sovranità». Nel 2008, «nessuna delle vittime degli anni Novanta» è stata costretta a ricorrere al Fondo monetario internazionale. Una lezione che i paesi dell’eurozona sembrano non aver imparato neanche ora.

La crisi nell’eurozona è stata affrontata in maniera disomogenea, «una confusione di visioni contrastanti» che hanno portato alla messa in scena di un «dramma sconfortante di occasioni mancate, di fallimenti nella leadership e di fallimenti nelle azioni collettive». Generando un danno sociale e politico da cui «il progetto della UE potrebbe non riprendersi mai più».

La crisi finanziaria ed economica del 2007-2013 si è trasformata, tra il 2013 e il 2017, «in una crisi politica e geopolitica globale dell’ordine mondiale uscito dalla guerra fredda», le cui ovvie implicazioni politiche «non dovrebbero essere schivate». Pulsioni di rinnovamento e aneliti di cambiamento sono giunti da ogni parte ma «contro la sinistra le brutali tattiche di contenimento hanno fatto il loro lavoro». Si pensi a quanto accaduto, per esempio in Grecia. Invece non altrettanto è accaduto per la destra che ha resistito ed è avanzata nel consenso e nella determinazione. Si pensi a quanto sta accadendo, per esempio, in Austria.

Questa «nuova politica» del periodo successivo alla crisi è stata demonizzata come populismo, trattata alla stregua degli anni Trenta o attribuita alla «malvagia influenza della Russia», invece va osservata, sottolinea Tooze, come un segno della vitalità della democrazia europea davanti al «deplorevole fallimento dei governi» riassumibile forse nelle parole di Jean-Claude Juncker citate nel testo: «Quando le cose si fanno serie, bisogna mentire».

La tesi portata avanti da Tooze ne Lo schianto è di collocare la crisi bancaria nel suo contesto più ampio, politico e geopolitico, oltre che, naturalmente, finanziario ed economico perché è necessario «confrontarci con l’economia del sistema finanziario». La narrazione offerta dall’autore tenta di mostrare «la percezione dall’interno del funzionamento – o del non funzionamento – della circolazione del potere e del denaro» e di chiarire le dimensioni dell’interdipendenza del sistema globale nonché «l’estrema dipendenza del sistema finanziario globale dal dollaro». E l’importanza delle conseguenze di tutto ciò. Per tutti.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017) 

Il ‘trumpismo’ decreterà la fine della più ‘grande’ democrazia occidentale? “TRUMPLAND” di Luca Celada (manifestolibri, 2018) 

The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del  libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa 

Guerre dichiarate e guerre segrete. Analisi geostrategica della guerra delle informazioni combattuta nel conflitto civile siriano 

Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura Miarie-Hélène Brousse) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Ancora minacce al Movimento Agende Rosse – sezione Modena e Brescello. Le attiviste non si arrendono. Che la loro lotta diventi di tutti gli italiani

Tag

,

Il 22 luglio scorso attiviste del Movimento antimafia Agende Rosse – sezione di Modena e Brescello allestiscono un banchetto a Serramazzoni nell’ambito del tour Donne contro la mafia19luglio1992 che vede numerose tappe, oltre a quella nella cittadina emiliana.

Il fomat vede la presenza di donne, impegnate a vario titolo nella lotto contro le mafie, che si prefiggono un unico grande obiettivo: opporsi fermamente a un sistema mafioso che da decenni si è radicato anche nel Nord Italia.

L’incontro-banchetto del 22 luglio prevedeva la trasmissione dei discorsi del 19 luglio, registrati a Palermo in occasione della commemorazione della strage di via D’Amelio, e l’affissionedi striscioni e altro materiale inerente il processo Aemilia.

Secondo quanto riportato anche dalla Gazzetta di Modena, durante la manifestazione pacifica e informativo-divulgativa, alcuni uomini si sono avvicinati al banchetto e, mantenendo sguardi fissi e minacciosi, hanno tentato di dissuadere le attiviste con plateali e inequivocabili gesti dellamano, come a voler dire: “finitela qui e andatevene via subito”. Una foto sarebbe stata scattata, come fosse una segnalazione di schedatura e poi il pedinamento di una delle tre attiviste allorquando si è allontanata, da sola, dal luogo del banchetto.

Sabrina Natali, una delle attiviste che da anni ormai segue l’inchiesta e i dibattimenti in aula del processo Aemilia contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Italia, sul suo profilo social ha ringraziato tutti coloro che le hanno mostrato solidarietà. Ha ribadito che “questi segnali di fastidio” sono e restano tali e non riusciranno a intimorire né tantomeno fermare il Movimento, il tour e il lavoro tutto che portano avanti. Fondamentale però è la rete, che deve esserci, e che deve fare quadrato intorno a loro, come a tutti gli attivisti o cronisti minacciati.

Una rete fatta di persone, di parole e di azioni concrete. Una rete che deve, o meglio dovrebbe, passare anche attraverso l’informazione, i media. Perché quanto sta accadendo in Emilia Romagna non è molto dissimile da quanto accade in Calabria, in Puglia, in Campania, in Sicilia, in Lombardia, in Veneto… e tentare, inutilmente, di catalogare i fatti come fraintendimenti, le azioni come visionarie e paranoiche immagini di pochi, le inchieste e i processi come una persecuzione giudiziaria, di fatto, non cambierà la realtà delle cose e non renderà l’Emilia Romagna e l’Italia intera un posto migliore solo perché, per non urtare interessi, turismo e commercio, si sceglie e si preferisce non parlare, non vedere, non capire. O meglio fingere di non vedere e non capire.

Al banchetto era presente anche Catia Silva, ex-consigliere al comune di Brescello, primo nel Nord Italia a essere stato sciolto per mafia, più volte oggetto di minaccia.

La tempestiva comunicazione alle forze dell’ordine di quanto accaduto durante il banchetto del 22 luglio ha reso possibile l‘immediato inizio delle attività investigative. Intanto le attiviste dichiarano di non avere intenzione alcuna di arretrare e confermano un nuovo incontro a Serramazzoni per il 19 agosto e la presenza costante in aula alla ripresa delle udienze per il processo Aemilia a partire dal 6 settembre.

Ecco perché la rete della comunità deve farsi ancora più forte e folta e quella dei media ancora più luminosa, affinché una accecante luce abbagli anche l’ombra di tutta quella zona grigia che vorrebbe e chiede invece profilo basso e silenzio per continuare ad agire indisturbata.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

Ci sono verità che si vorrebbe tenere nascoste per sempre eppure “Quel terribile ’92″… 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 

Grande raccordo criminale. Intervista agli autori 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Tanta spiritualità nascosta dietro una pungente ironia: “Cammino doppio” di Serenella Baldesi (AUGH! Edizioni, 2017)

Tag

, , , ,

Un romanzo molto intimistico, Cammino doppio di Serenella Baldesi. Lo stesso può dirsi dello stile narrativo. Il racconto scorre attraverso i pensieri della protagonista che osserva, riflette, commenta, scrive e descrive tutto ciò che accade dentro e fuori se stessa. Ed è attraverso questo “filtro” che il lettore scopre il romanzo, la protagonista e la sua storia. Nonché il paesaggio e gli scenari da lei visti lungo il Cammino che la condurrà, insieme ai compagni di viaggio, a Santiago de Compostela.

L’ironia spesso presente nei pensieri e nelle parole di Alex, espressione neanche troppo velata di un maturo cinismo, strappa ripetuti sorrisi al lettore e contribuisce ad alleggerire il “peso” della lettura. Riesce l’autrice a non trasformare la sua creazione letteraria in un troppo scontato romanzo di formazione o, peggio, in un libretto educativo-informativo dei benefici mistici del Cammino.

Un libro che si fa leggere, Cammino doppio. Pur nella apparente semplicità del registro narrativo e del narrato si rivela e si conferma fino in fondo una lettura interessante e, direttamente o indirettamente, introspettiva.

La protagonista, Alessandra detta Alex, pagina dopo pagina, conquista sempre più il lettore. Una vera e propria eroina contemporanea alle prese con tutti i problemi di una vita “crudele” e “spietata” come solo quella vera può essere. Lei stessa realizzerà lungo il Cammino che i problemi reali sono altri però e che i sassi che si porta nel cuore e nello zaino possono essere trasformati in sogni o in realtà, spetta solo a lei decidere, scegliere e agire.

Ottima la rappresentazione, volontaria o involontaria che sia stata, che la Baldesi fa dell’uomo-donna contemporaneo medio, culturalmente parlando, che conosce e riconosce tutte le marche commerciali, tutti i loghi e i brand ma ignora o mal ricorda le fonti, quindi gli autori, delle citazioni letterarie o storiche. Che ha fretta e voglia di condividere sui social ogni istante della propria esistenza che, altrimenti, gli sembrerebbe quasi inutile, vuota. Che conosce ogni aspetto della vita e delle azioni del suo calciatore preferito, della squadra cui appartiene, dell’industria posta in essere per promuoverlo e ignora del tutto aspetti che dovrebbero interessarlo davvero. Offre, in questo modo, la Baldesi uno scorcio di un’umanità alla deriva che proprio grazie al Cammino, o comunque anche per esso, ritrova o sembra ritrovare i propri argini.

Quello che forse delude un po’ il lettore, o quantomeno lo disillude rispetto alle premesse, è il finale. Troppo romanzato rispetto al taglio che l’autrice sembrava volesse dare al suo libro, all’immagine se vogliano a suo modo rivoluzionaria della protagonista la quale, invece, sembra perdere molto del suo “ironico” fascino rischiando di trasformarsi nell’ennesima donzella in pericolo salvata dal prode cavaliere in sella al valoroso destriero.

Nel complesso comunque Cammino doppio di Serenella Baldesi viene giudicato positivamente e considerato una lettura da consigliare, leggera ma con stile.

Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’addetta stampa per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” 

“Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

La musica come rinascita spirituale. “Il pianoforte segreto” di Zhu Xiao-Mei (Bollati Boringheri, 2018)

Tag

, , , , ,

Da sempre la musica, ma andrebbe detto l’arte in generale, detiene un immenso potere: quello di muovere e smuovere le masse, il popolo. Ed è per questo che gli artisti, soprattutto quelli definiti “ribelli” o “rivoluzionari” perché non accettano di livellarsi agli altri, che non mentono ma raccontano senza veli la verità, sono considerati pericolosi per «la loro costante messa in discussione della realtà, e la loro sempre maggiore richiesta di libertà».

Tutto ciò era ben chiaro anche a Mao Zedong il quale affermava che «i cinesi non saranno mai più un popolo di schiavi», riferendosi al capitalismo e all’Occidente e a tutte quelle che considerava devianze e perversioni culturali. Mai più schiavi delle idee e ideologie altrui quindi… solo delle proprie. Infatti il suo regime non ha creato progresso, civiltà, cultura, innovazione. Quella che lui stesso e i suoi sostenitori chiamavano “Rivoluzione Culturale” altro non è stata che una dittatura di colore opposto a quelle più tristemente note. Che ha avuto i suoi seguaci, i suoi oppositori, i perseguitati e i reietti. Gli impuri, come la famiglia di origine di Zhu Xiao-Mei, rei di essere “musicisti e intellettuali”.

Bollati Boringheri pubblica a giugno di quest’anno la versione tradotta da Tania Spagnoli de La Rivière et son secret di Zhu Xiao-Mei, appellandola Il pianoforte segreto. Si percepisce, nel libro di Zhu Xiao-Mei, una grazia, una semplicità, una naturalezza, nel racconto come nella scrittura, che sono affatto comuni.
Un libro che non è il racconto di chi vuol apparire, o di chi vuol insegnare, no, Il pianoforte segreto narra “semplicemente” una storia. Vuole aprire al mondo una biografia che non è solo quella personale dell’autrice bensì di una nazione intera, la Cina, alle prese con un potere che, professando uguaglianza e parità, ha finito con il generare solo ingiustizia e povertà, economica e culturale.
Anche le idee migliori quando diventano ideologie imposte ad altri e rappresentano quindi delle imposizioni esplodono per intero nella loro accezione negativa.

Il pianoforte segreto può essere definito un libro lento. Una scrittura che si sofferma nei dettagli, precisa nel raccontare aspetti che, se anche in un primo momento possono apparire secondari o addirittura irrilevanti, si sveleranno poi tutti fondamentali per poter ammirare il quadro che l’autrice ha dipinto con la sua penna, o meglio ancora l’aria che le sue mani hanno sentito e suonato al pianoforte. In questo modo Xiao-Mei ha scritto lo spartito della sua esistenza che si intreccia a quella di tanti altri giovani cinesi illusi prima e disillusi poi dalla Rivoluzione Culturale tanto attesa, di tanti uomini e donne, anche occidentali, che con impegno e dedizione trovano il loro personale riscatto, emblema e simbolo di un’evoluzione più ampia che nasce e può nascere solo allorquando si accetta di «mescolare le culture e farle dialogare».

Mao affermava che la Cina «è povera e bianca, ma su una pagina bianca si possono scrivere dei bei poemi». Purtroppo a fare eco alle sue parole non arrivarono i poemi bensì la carestia, la povertà, il nero di una cultura svuotata e oscurata, le sedute di denuncia e autocritica, gli istituti di correzione e tutto quanto poteva servire per nascondere quanto più a lungo possibile il fallimento della sua ideologia.

Le pagine prima bianche del suo libro Xiao-Mei invece le ha riempite di parole utili. Necessarie innanzitutto alle vittime della Rivoluzione Culturale. Ma anche a coloro i quali, come la stessa autrice, quella Rivoluzione l’hanno superata e hanno avuto la possibilità di una «rinascita spirituale», grazia all’arte in generale ma, soprattutto, alla musica. Grazie ad essa Zhu Xiao-Mei afferma di aver ritrovato la propria umanità.
Un libro assolutamente consigliato, Il pianoforte segreto di Zhu Xiao-Mei, anche per conoscere a fondo un periodo storico ancora alquanto sconosciuto in Occidente.


Articolo originale qui


Disclosure: Fonte trama libro e biografia dell’autrice www.bollatiboringheri.it


LEGGI ANCHE

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 

“Quindici cadaveri” di Mark Oldfield (Newton Compton, 2013) 

“L’uomo di Lewis” di Peter May (Einaudi Stile Libero, 2013) 

“Non temerò alcun male” di L.K. Brass (Autopubblicazione, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor” di Cristiana Boido (Dissensi, 2017)

Tag

, , ,

Cristiana Boido studia per un intero anno i contenuti dei post delle community social che ruotano intorno alla figura di Manuel Agnelli e, soprattutto, alla sua partecipazione come giudice del programma televisivo X-Factor.
Scopre, in questo modo, che i fan hanno, letteralmente, costruito «una mitologia dal basso», una specie di «religione condivisa». Manuel Agnelli è così diventato «un mito in senso classico, un meme». Perché?

Stando a quanto dice un suo fan, Agnelli «non ha avuto paura di spostarsi nel fango della tivù generalista ed è in grado di plasmare il fango in qualcosa che è destinato a durare nel tempo». Dunque i suoi tanti follower si aspettano molto da lui che avrebbe continuato a raccontare, per trent’anni, questa verità: «la differenza tra l’immagine del mondo trasmessa dai media e la realtà».
Nulla da eccepire se non fosse che, come riporta la stessa Boido nel libro, il settanta per cento dei partecipanti non seguiva gli Afterhours (il gruppo di cui Agnelli è frontman, ndr) prima di X-Factor.

X-Factor ha sfruttato il potenziale fenomenologico di Agnelli oppure è accaduto il contrario?

Perché prima della partecipazione a una trasmissione della “tivù generalista” tutti questi follower non lo seguivano? Lo seguiranno anche poi? Continueranno a seguire X-Factor anche qualora lui non vi partecipasse più? Cosa si aspettano davvero i fan da lui?
Se davvero seguono e ammirano quanto Manuel Agnelli dice non avrebbero mai dovuto seguire un programma come X-Factor. E, per contro, Agnelli per essere coerente non avrebbe mai dovuto calarsi a fare, estremizzando, il gioco del nemico.

La Boido attribuisce al pubblico di X-Factor «lo scettro di ignorante ipermoderno». Uno spettatore non più passivo ma iperattivo, soprattutto sui social. Che commenta, dibatte, discute, critica e si scopre ogni giorno esperto in qualcosa: musica, cinema, danza, televisione, calcio, sport in generale, politica, geopolitica, insegnamento, medicina, fisica, astronomia, … senza però che a questo esteso spirito di critica vorace sia mai corrisposto un aumento delle visite «a teatro, a balletto, all’opera o abbia incrementato il consumo di letteratura e saggistica».

Tutto ciò che il pubblico esprime sui social convinto di essere un esperto critico in materia viene letteralmente catturato dagli operatori del settore e sfruttato per confezionare pacchi, ovvero programmi, che piacciano a lui, in quanto pubblico e non critico ovviamente. Perché nell’attuale «sistema economico, votato al profitto» verità, giudizio, gusto, ma anche bene, male, bello, brutto, «devono rispondere a una domanda effettiva, al pari della merce», intesa in senso classico.
I produttori di X-Factor hanno, in buona sostanza, “venduto” un prodotto che aveva tutto il potenziale per diventare un fenomeno e il pubblico lo ha “comprato” in toto. Facendo in questo modo lievitare il consenso personale di Agnelli e, di rimando, quello della trasmissione televisiva.

Ciò vale un po’ per tutti i programmi televisivi ma per i talent in particolare in quanto i concorrenti di questi, per il pubblico «rappresentano la voglia di riscatto», potenziale ovviamente, che ognuno potrebbe avere, mentre i giudici sono «il braccio armato dei supereroi».

Agnelli deve aver sbaragliato tutti nel momento in cui, conquistata la «fama mediatica alla quale aspirava», inizia a fare esattamente quello che aveva detto, ovvero «usare il potere per fare altro». In linea con le proprie idee. Un atteggiamento più consono al classico detentore di potere sarebbe stato quello volto alla «conservazione del sistema esistente».

Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor di Cristiana Boido, pubblicato in prima edizione da Dissensi a dicembre 2017, si rivela un libro interessante, uno studio approfondito sulla «mitopoiesi collettiva», ovvero la narrazione collettiva dal basso che permea ormai ogni comunicazione/relazione. Generata dall’aggregazione intorno a valori, eventi, personaggi e fenomeni “laterali”, offre la possibilità di «smontare sino agli elementi costituenti e di decifrare i percorsi di creazione di valori e, quindi, della creazione di miti come strumento di potere».

Ottima si presenta la struttura dell’indagine condotta dalla Boido, buona la qualità del narrato e notevole la bibliografia cui fa riferimento la stessa autrice. Una lettura non semplice ma di certo consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi? 

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Segnalazione Videocontest Urban Nature: WWF e Videomakeroftheyear insieme per la biodiversità


LEGGI ANCHE

Il futuro della comunicazione sono i video? Nasce a Milano il Festival #videomakeroftheyear 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Le nuove frontiere della suspense: “Alla ricerca della vita”, il thriller ‘biologico’ di Giovanni Nebuloni (13Lab, 2018)

Tag

, , , , ,

Nulla si teme più per la salute di un’epidemia. Ne Alla ricerca della vita Giovanni Nebuloni ne ha immaginato una di cancro umano trasmissibile.
Un thriller originale quello scritto da Nebuloni e pubblicato a marzo di quest’anno da 13Lab. Un giallo pieno di suspense che lui stesso ama definire ‘biologico’. E, in effetti, non è solo e non è tanto l’azione volontaria degli uomini a generare l’intrigo quanto quella della natura, o meglio della biologia animale, cui l’uomo appartiene.

La ricerca della vita che l’autore fa compiere alle protagoniste del libro sembra essere più uno scavo profondo nel torbido dell’animo umano, mosso da sentimenti di rivincita, di rivalsa, di supremazia. Scienza e vita si incontrano e si scontrano brutalmente all’interno di un laboratorio nella lontana e misteriosa città di Johannesburg, in South Africa. Uno scontro dove sembra uscirne vittoriosa solo la morte. Ma è un inganno. Oppure no.

Si è certamente divertito Giovanni Nebuloni a ‘sfidare’ i suoi lettori in un gioco di azioni e reazioni, emozioni e riflessioni, un vortice esistenziale che rasenta a tratti l’esistenzialismo puro.

Ad accogliere il lettore è una citazione di Gabriel García Márquez che racchiude in sé il senso estremo anche del libro di Nebuloni.

«Lo turbò il sospetto che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».

Nebuloni è giunto al decimo romanzo e sta portando avanti la sua ricerca sulla conoscenza ma anche sulla scrittura. E sull’intreccio di entrambe. Per il fondatore della Fact-Finding Writing (Scrittura conoscitiva – Scrivere per conoscere) infatti l’immobilità, del corpo ma soprattutto della mente, se non proprio deleteria è di sicuro inutile. Il movimento implica invece evoluzione e, pertanto, «eventualmente, anche la vita – si pensi alle erbe che tenacemente, partendo dal seme attecchiscono nel cemento». Oppure, ritornando al nuovo romanzo, alle cellule che mostrano metamorfosi e cambiamento, ai corpi che generano anticorpi, alle malattie, alle epidemie come pure le resistenze immunitarie alle medesime.

La vita, la natura, la biologia, la scienza e la medicina… che nel libro di Nebuloni si fondono al mistero, alla suspence, all’intrigo e sono tenute insieme, non solo e non tanto dalla storia narrata, quanto dallo stile della narrazione. Una scrittura che appare studiata, maturata proprio per raccontare questo genere di storie.

I personaggi, come l’ambientazione stessa, a volte appaiono troppo mutevoli e sfuggenti, quasi evanescenti. Sembrano sfuggire al lettore che vorrebbe meglio inquadrarli, definirli. Ma forse è una scelta voluta dell’autore che permette in questo modo una migliore concentrazione proprio sulla scrittura, sulla evoluzione del suo percorso narrativo e conoscitivo.

Le storie dei romanzi di Nebuloni sono comunque auto-conclusive per cui il lettore, anche laddove non avesse seguito il suo percorso o non avesse letto le precedenti pubblicazioni, non riscontrerà alcun intoppo in tal senso nel leggere Alla ricerca della vita. Un testo interessante, nell’ottica del percorso di scrittura conoscitiva che Nebuloni segue da anni, ma valido anche come mera lettura di un thriller, in questo caso ‘biologico’.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore, Giovanni Nebuloni, per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

L’evoluzione attraverso la scrittura. Intervista a Giovanni Nebuloni 

È la lavorazione a fare il libro, non i singoli ‘ingredienti’: la ‘ricetta’ di Giovanni Ricciardi intervistato per “Gli occhi di Borges” 

L’importanza di indagare sul senso della vita ne “Il segreto del coltivatore di rose” di Antonino La Piana (Falco Editore, 2016) 

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura di Marie-Hélène Brousse)

Tag

, , , , , , ,

“Guernica”, Pablo Picasso, olio su tela, 1937

Seguendo la ferrea logica che porta la nostra civiltà a una segregazione sempre più massiccia, a erigere muri, alla delazione, al sospetto paranoico abbiamo assistito alla caduta delle identità collettive. E ora non resta che l’identità individuale, «l’Io che non vuole sapere dell’alterità», considerata una «minaccia costante contro la sua unità, contro la sua sicurezza, contro il suo potere». Il legame sociale attuale, caratterizzato dal predominio del “senza limite”, «trova nella forma contemporanea della guerra una declinazione pragmatica», una guerra che è essa stessa “senza limite”, non più una contrapposizione tra Stati, ma di tutti contro tutti.

Pubblicato nel 2015 in Francia con il titolo originale La psychanalyse à l’épreuve de la guerre da Berg International Éditeurs, Guerre senza limite, curato da Marie-Hélène Brousse, esce in Italia in prima edizione a maggio 2017 con Rosenberg&Sellier, nella versione curata da Paola Bolgiani. Un saggio che raccoglie i contributi di un nutrito gruppo di psicoanalisti che hanno lavorato sul tema della guerra e della relazione fra la psicoanalisi e la guerra.

Un’esperienza sempre traumatica che segna tutti i soggetti che vi sono confrontati, anche indirettamente, la guerra è senz’altro «un laboratorio dello psichismo», dal momento che essa è lungi dall’essere terminata, piuttosto trasformata è diventata multipla, diversa, che «si sposa con la modernità» e le sue forme contemporanee manifestano i tratti di quell’epoca che è la nostra, in questo inizio di XXI secolo. Una società nella quale le trasformazioni del legame sociale rendono necessario il progetto di «una nuova psicologia delle masse» per capire a fondo «quel che la guerra insegna alla psicoanalisi e quel che la psicoanalisi può insegnare sulla guerra», forte dei nuovi strumenti e dati a disposizione.

Il testo si articola in diverse sezioni, ognuna delle quali con uno scopo ben preciso, ma tutte interconnesse secondo il filo logico del ragionamento che ruota intorno al concetto di guerra, all’esperienza di guerra (diretta e indiretta), ai traumi che essa genera, alla guerra come paradigma del legame sociale per una nuova psicologia delle masse.

Ricorrente nel discorso comune è la “ricerca della pace”. Si afferma che l’Europa, dopo i traumi dei conflitti mondiali, abbia finalmente raggiunto lo scopo. L’Europa è in pace. Gli europei si dichiarano pacifisti. Non si può allora non chiedersi, e gli autori lo fanno, come si debba in realtà interpretare questa “pace a casa propria” allorquando si deve legarla al traffico, al commercio e alla vendita di armi che l’Europa e gli europei continuano a praticare.

Lacan partiva dal «reale della guerra» che ci accompagna in modo costante «come una dimensione ineliminabile del potere moderno» e sosteneva che «il potere capitalista ha bisogno di una guerra ogni vent’anni». Per reggere. Per funzionare. La spesa militare è infatti una costante dei fautori del capitalismo. Fa girare l’economia, come suol dirsi. Dapprima con gli armamenti, poi con la ricostruzione, poi la macabra giostra deve ripartire per un altro giro… ed ecco trascorsi i venti anni.

I contributi che compongono il saggio Guerre senza limite analizzano sia questi aspetti, che potrebbero essere definiti macroscopici, del fenomeno, sia quelli più intimi, attinenti il microcosmo di ognuno. Gli effetti deleteri che il contatto con la guerra ha, inevitabilmente, con i soggetti che la vivono o la subiscono.

Per Freud la guerra «autorizza e legittima l’aggressività propria dell’essere umano, che spinge verso le sue inclinazioni più oscure». Ma quando ti trovi faccia a faccia con la morte, vedi morire i tuoi compagni, le mutilazioni, le torture, le lesioni… l’aspetto per così dire “liberatorio” della guerra diventa aleatorio ed è molto facile sviluppare problemi psichici.

Paralisi di vario tipo.
Tic.
Spasmi.
Tremori.
Stati dissociativi.
Riduzione del campo visivo.
Cecità.
Sordità.
Afonia.
Mutismo.

“Psicoanalisi”, Michele Cara, pennarelli e matite su carta, 2011

Sono alcune tra le più frequenti conseguenze psichiche e psicofisiche della guerra. Solo chi l’ha vissuta lo può sapere. Agli altri, per i quali la guerra è quella vista in televisione, al cinema o come un videogame, i reduci appaiono addirittura strani. Persone che per assurdo faticano a incontrarsi, a capirsi.

In un mondo ormai al contempo «mondializzato e in piena implosione geopolitica ed economica», appare ragionevole affermare che «non c’è che la guerra, e tangenzialmente un’unica guerra». La guerra che una «civiltà decaduta dai suoi titoli di civiltà fa contro se stessa». Eppure uno spiraglio di speranza ancora si intravede laddove si può affermare che «non siamo costretti dall’evoluzione a rimanere fissati alle condizioni del passato, possiamo evolvere verso il meglio». Dovremmo. Dobbiamo.


Articolo originale qui



LEGGI ANCHE

L’Italia nella prima guerra mondiale, un’inutile strage 

La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017) 

Rotta Libia-Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef 

Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati 

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016) 

Intervista a Giuseppe Catozzella per “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014) 

In Terra Santa regnerà per sempre la guerra? 

Guerre dichiarate e guerre segrete. Analisi geostrategica della guerra delle informazioni combattuta nel conflitto civile siriano 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 

The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 


Source: Si ringrazia Marta Guerci dell’Ufficio Stampa della Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

99 vs 1: queste le percentuali di una ricchezza che impoverisce tutti. “99%” di Gianluca Ferrara, il libro sui paradossi del mondo moderno (Dissensi, 2016)

Tag

, , , , ,

Nel 2012 Gianluca Ferrara scrive e pubblica 99%, un libro che vuole denunciare la sproporzione enorme nella distribuzione della ricchezza. Nel 2016 il libro esce in seconda edizione perché l’autore non si capacita del fatto che l’odierno sistema «persevera nel folle intento di accumulare ricchezze a scapito dell’abnorme crescita delle diseguaglianze e del dramma ambientale».

Una percentuale che non è solo lo slogan usato dai giovani di Occupy Wall Street, è una cifra reale. Stando ai dati diffusi da Oxfam, l’1% della popolazione più ricca del pianeta gode di un patrimonio maggiore del restante 99%. 62 uomini tra i più ricchi al mondo hanno un patrimonio stimato equivalente a quello di 3.6miliardi più poveri.

È sotto gli occhi di tutti, per non vederlo o non capirlo bisognerebbe mentire, innanzitutto a se stessi. Ragion per cui viene naturale chiedersi: perché non si decide di invertire la rotta? Cambiare sistema? Redistribuire la ricchezza, almeno quella afferente i bisogni primari, che dovrebbe essere proprietà di tutta l’umanità?

Nei quattro anni intercorsi tra la prima e la seconda edizione del libro la rotta non è stata invertita, il sistema non è stato cambiato e la ricchezza non è stata redistribuita così Ferrara decide di ripubblicare 99% rincarando la dose di accuse nella prefazione al nuovo testo. Come dargli torto.

Il testo di Ferrara è, per certi versi, molto cruento. Nel senso che il suo stile di scrittura diretto rende molto bene i concetti espressi e anche la situazione tragica in cui versa l’intero sistema. Ma non è la negatività il filo conduttore del libro e il fine ultimo inseguito. No, tutt’altro. L’autore vuole invece lanciare un messaggio attivo e, soprattutto, reattivo: «La situazione è veramente troppo ingarbugliata e critica per lasciare spazio al pessimismo e alle negatività. È il momento di agire!»

Nella prefazione all’edizione del 2012, Vandana Shiva ricorda lo stile organizzativo dei movimenti del popolo, sviluppatisi un po’ ovunque, basati sulla più profonda e diretta democrazia: l’auto-organizzazione e l’autogestione. «È così che funzionano la vita e la democrazia». Quello che Mahatma Gandhi chiamava Swaraj. «Quelli del sistema dominante, abituati alla gerarchia e al dominio, non capiscono l’organizzazione orizzontale e chiamano questi movimenti “senza guida”, senza direzione». In tutto il mondo ormai la democrazia rappresentativa sembra aver raggiunto i suoi limiti democratici, «i soldi guidano le elezioni e il denaro gestisce il governo».

Oggi il concetto di libertà, della persona , è stato in realtà sostituito dalla “democrazia del libero mercato”. Che significa «libertà per le imprese di sfruttare chi vogliono, cosa vogliono, dove vogliono e come vogliono». Ma significa anche «fine della libertà per le persone e la natura in tutto il mondo».

I nuovi movimenti stanno «occupando gli spazi politici ed economici per creare una democrazia vivente con la gente e la terra – al posto delle corporazioni e dell’avidità – al centro di essa».

Come è stato possibile arrivare ad accettare che i nostri abiti siano fabbricati sfruttando «la forza lavoro di poveri senza diritti resi schiavi in fabbriche-lager» oppure permettere che i nostri fondi pensione e i nostri risparmi fossero «usati per speculazioni che affamano milioni di impoveriti o che vengano utilizzati per finanziare investimenti in armamenti» senza la minima manifestazione pubblica, totalitaria e di piazza da parte del popolo ripetutamente ingannato?

È da questo genere di domande che ha origine il libro di Gianluca Ferrara ed è a simili interrogativi che cerca di arrivare e far arrivare il lettore.

Il saggio di Ferrara non si basa solo su delle riflessioni o considerazioni personali dell’autore bensì su una lunga e articolata bibliografia che spazia dalle opere di Barnard a quelle di Bauman, da Chomsky a Cacciari, da Molinari a Latouche, da Napoleoni a Strada, da Zanotelli a Terzani… solo per citarne una ristretta parte. E porta avanti un discorso ragionato basato su un ottimo metodo critico e di apprendimento. Una lettura per certo consigliata per comprendere a fondo i meccanismi di questo “sviluppo economico” che sta portando in realtà al sottosviluppo, che promette crescita «ma causa distruzione e mette in pericolo di vita» l’intero pianeta.

Gianluca Ferrara: Ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali. Ha scritto diversi saggi. Direttore editoriale di Dissensi Edizioni, è stato eletto in Senato nel marzo 2018 con il Movimento Cinque Stelle.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi