Chi tutela questi bambini? “Bellissime – Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite” l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango, 2017)

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Stendhal affermava che «la bellezza non è che una promessa di felicità». Già, semplicemente una promessa.

Con le parole del noto scrittore francese si apre al lettore il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite, edito quest’anno da Fandango Libri. Un “documentario” di parole che racchiude più di quanto ci si aspetti, che racconta più di quello che si vorrebbe sapere e vedere, che lascia poco spazio a fraintendimenti e ipocrisie. Insomma, un libro necessario.

La Piccinni condensa nelle pagine di Bellissime il risultato delle sue ricerche sul campo, delle sue ricerche documentarie, delle sue esperienze dirette, il racconto di testimoni e testimonianze varie nonché i suoi personali ricordi d’infanzia… al punto da conferire all’intero testo un’impostazione che non è quella del saggio tecnico in senso stretto, piuttosto di un dettagliato reportage giornalistico. La scrittura rimane sempre semplice, lineare, quasi colloquiale.

Va riconosciuto anche all’autrice il merito di essere riuscita, nonostante la costante personalizzazione del racconto, a far rimanere le sue opinioni e le sue esperienze marginali rispetto al racconto principale del testo. E così Bellissime permette al lettore di «guardare oltre la superficie» glitterata e “sorridente” del mondo della moda-bimbi, emblema e simbolo, come il campo della moda in generale, del «culto della grazia e della necessità di piacere». Il che non sarebbe neanche così tanto da recriminare se la bellezza fosse «fine a se stessa», invece «diventa espediente per arrivare a qualcosa».

Questo, associato al fatto che parliamo di minori, di piccoli che non superano il metro e venti di altezza e i dodici anni di età, inizia già a rendere chiaro quanto pericoloso sia il quadro che si delinea in questo “universo” nel quale scarsissima importanza viene data al «labirinto emotivo» della «necessità di piacere agli altri» e alle conseguenza cui vanno o possono andare incontro questi cuccioli, necessari e sacrificabili a quanto pare in nome del marketing e della pubblicità.

Leggendo Bellissime si viene catapultati in un mondo pressoché sconosciuto a chi non segue molto la moda, le sfilate, le tendenze, gli eventi… un mondo di finzione, come il cinema, i film e le serie tv, dove i “modelli” e le “modelle” vengono travestiti per apparire altro rispetto a quello che sono fuori dai set e dalle passerelle. Dove questa finzione però arriva finanche a prendere il sopravvento sulla realtà e sulla reale necessità dei bambini a cui, a volte, viene negato anche di bere e andare in bagno. Per rispettare i tempi. Non si può non chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?!

Il lettore più volte si chiede, insieme alla Piccinni, quando i genitori hanno «smesso di fantasticare su figli medici o avvocati, per cominciare a vaneggiare sullo showbiz».

La situazione è molto più complessa, è vero, e l’autrice la analizza da svariate angolazioni portando avanti un gran bel lavoro di ricerca e sintesi, entrando in punta di piedi in questo mondo pieno di paillettes e lustrini, mossa forse da un innato e assolutamente motivato rispetto per l’infanzia che accompagna e vigila sulla scrittura dell’intero libro. Un rispetto che mai andrebbe calpestato o messo in discussione, figuriamoci poi per il mero tornaconto economico di un brand di moda o dell’etichetta sponsorizzata in pubblicità.

Bellissime è un pugno nello stomaco del lettore, il quale all’improvviso realizza, o meglio rammenta, di essere troppo spesso spettatore, osservatore o telespettatore di immagini, video, spot, serie tv, film o spettacoli di vario genere in cui “protagonisti” sono dei minori… e tutto appare sempre talmente normale, ordinario da passare quasi inosservato. La Piccinni ci ricorda tutto quello che c’è dietro. Il delirio. La «retorica dell’apparenza» di questo «mondo adulto miniaturizzato», dove, soprattutto le bambine, subiscono una precocissima sessualizzazione, «giovanissima carne addobbata da donna» e incitata a imitarne gli atteggiamenti più sensuali.

E allora ci si chiede perché in un mondo, quello vero, martoriato dalla piaga della pedofilia, si invogliano giovani ragazze e bambine ad attirare l’attenzione su una versione sexi e provocante di se stesse?

Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite si rivela fin dalle prime pagine una lettura interessante, necessaria che illumina, come un faro, i lati bui di un mondo scintillante ma dal verso sbagliato e che invoglia il lettore a riflettere sui molteplici aspetti di questo fenomeno sociale, come di tutti gli altri ad esso direttamente o indirettamente collegati. A metabolizzare il concetto che la bellezza oggi altro non è che «l’eredità di un mondo fallito».

Flavia Piccinni: Nata a Taranto, è una scrittrice e giornalista italiana. Ha pubblicato numerosi romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. Collabora con diversi giornali, è autrice di documentari per Rai1 e Radio3 e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Scheda libro:

Prezzo: € 16, 00 (su Libreria Universitaria € 15, 20)
Ebook: non disponibile
Pagine: 200
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: pdf inviato al recensore, da parte di Simonetta Simonini per conto di Fandango Libri, che ringraziamo.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi (Tea, 2017)

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Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Uscito con Tea, del gruppo editoriale Mauri Spagnol, Laguna nera di Michele Catozzi è un giallo la cui storia, come sospesa nel tempo, ben si sposa con l’ambientazione. Venezia, la città «più bella del mondo», dove il tempo sembra essersi fermato… o almeno questo vorrebbero i nostalgici della bellezza della città lagunare. I tradizionalisti incalliti come il commissario Nicola Aldani, protagonista delle indagini sull’omicidio al centro della vicenda e veneziano doc che sembra smarrire un pezzo di sé ogni qualvolta per le calli apre un nuovo fast food o un qualsiasi altro store che non siano le antiche trattorie a lui tanto care.

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Una struttura particolare quella studiata da Catozzi in Laguna nera che si apre al lettore con un prologo nel quale l’autore rivela a chi legge indizi utili a conoscere e riconoscere l’identità dell’assassino. Così accade che al lettore sembra gli siano state fornite informazioni maggiori di quelle in possesso degli inquirenti. La sfida, che invoglierà comunque al prosieguo della lettura, sarà quindi determinata dall’ansia di conoscere le modalità che porteranno la squadra interforze a conoscere il mistero che si cela dietro l’omicidio dell’assessore Baldan. Un’esecuzione che in realtà è una vendetta, maturata per quasi trent’anni.

Il corpo centrale del testo è caratterizzato dal racconto del lavoro di indagine degli inquirenti, routine arricchita dalle riflessioni che Catozzi attribuisce al suo commissario Aldani sulla società “strozzata” dalla malavita organizzata ma anche dallo strozzinaggio, quello vero che a Venezia è tangibile lungo il molo di attracco dinanzi al Casinò del Lido. Il luogo simbolo delle contraddizioni di un’amministrazione che sostiene le campagne contro il gioco d’azzardo e, al contempo, gestisce la struttura. Specchio di uno Stato intero che sponsorizza le campagne pubblicitarie contro il gioco d’azzardo mentre organizza lotterie, gratta e vinci, totogol e autorizza l’apertura di sempre nuove sale slot.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Apoteosi di una tale zona grigia è l’ingresso a pieno titolo nelle istituzioni di soggetti appartenuti o appartenenti alla criminalità organizzata, oppure alla Mala del Brenta. A dimostrazione della «vulnerabilità di Venezia alle infiltrazioni mafiose» e, aggiungerei, dell’Italia intera. Perché nei territori dove «mafiosi e camorristi» non riescono a «emergere con un’organizzazione propria» preferiscono «cooperare». E i legami tra “affari” e politica, inutile negarlo o fingere di non saperlo, divengono sempre più intensi, radicati e dannosi. La storia scritta da Catozzi, è bene ricordarlo, pur basandosi su accadimenti veri del passato, come le scorrerie dei membri della Mala del Brenta, è frutto solo della sua fantasia. Ma si sa che spesso, purtroppo, la realtà supera di gran lunga la fantasia di uno scrittore.

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Interessanti risultano anche i passaggi nei quali l’autore porta il protagonista a riflettere e chiosare sul precario stato delle forze dell’ordine, sui continui tagli che, inevitabilmente, vanno a ripercuotersi sull’esito stesso delle indagini. Quasi tenero l’epilogo, dove Catozzi porta Aldani a vincere le sue battaglie più dure, quelle condotte contro la spending review del governo che taglia fondi e mezzi e lo fa quasi a dispetto di chi ogni giorno combatte contro il Male e la Mala.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Un giallo “lungo” Laguna nera di Michele Catozzi, che snocciola indizi e informazioni per oltre trecento pagine, ma che egualmente affascina il lettore per l’impostazione che l’autore ha dato alla storia, per l’attualità delle tematiche trattate e, non da ultimo, per la simpatia che suscitano i protagonisti, a partire dal commissario Aldani alle prese con crimini, delitti e deliri famigliari. Un libro promosso a pieni voti e una lettura di certo consigliata.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi” (DeA Planeta, 2017)

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Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Da pochi giorni tornato nelle librerie italiane con Sedici alberi, edito da DeA Planeta nella traduzione di Alessandro Storti, Lars Mytting continua il suo racconto della forza e della potenza degli alberi ma questa volta, a fare da sfondo alle vicende dei protagonisti, ci sono i grandi accadimenti del recente passato europeo, in primis la seconda guerra mondiale e il nazismo. Una scrittura potente quella di Mytting in grado di affascinare i lettori parlando di piante ma raccontando la vita.

Lars Mytting sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova e racconterà Sedici alberi dal suo punto di vista ma intanto lo abbiamo raggiunto per un’intervista sul libro e qualche curiosità sullo stile della scrittura.

Dopo il successo di Norwegian Wood ritorna nelle librerie italiane con Sedici alberi, un libro che racconta una storia diversa ma nella quale “gli alberi” rivestono egualmente un ruolo fondamentale. Cosa si è prefisso di raccontare in realtà ai suoi lettori con Sedici alberi?

Il desiderio di raccontare una storia buona, e forse bella, è sempre il principale motore per me nella fiction. Non inizio mai un romanzo con la volontà che sia un “progetto” in grado di illuminare o documentare qualcosa di politico o storico. Ma quando scrivo noto solo che questo elemento sarà grande, questo periodo della storia europea è adeguato, questo gusto del paesaggio delle foreste nordiche suona bene. Dopo un paio di anni passati a scrivere comincio a pensare che vada bene, che questa è la storia dove ci rendiamo conto che gli eventi del lontano passato, forse due generazioni fa, possono direttamente impattare su persone che vivono molti decenni dopo. E questo percorso della storia europea, specialmente le due guerre, più altre interessanti ambientazioni come le isole Shetland e campi di battaglia in Francia hanno trovato spazio nella storia. Ma prima e soprattutto mi piace che il romanzo sia uno specchio attraverso il quale il lettore vede parti della sua vita.

La complessità del protagonista, Edvard Hirifjell, ha reso la strada della verità così tortuosa oppure è stata l’intricata vicenda a determinare l’uomo che infine è diventato?

Edvard è affascinante. Si prefigge la ricerca della verità senza sapere se la verità sarà buona per lui o se sarà troppo spiacevole da sopportare. Pone un grande fardello su di sé, dicendo: “Sarò quello su cui i morti possono fare affidamento”. Dall’inizio sa che c’è un mistero di famiglia nascosto nel suo passato, e prova il grande desiderio di scoprire cos’è successo, ma man mano che le cose vanno avanti ha bisogno di sbloccare davvero i segreti spiacevoli per avvicinarsi al suo obiettivo originale. Così penso che siano gli eventi a modellare lui, il periodo descritto nel libro diventa il più importante di tutta la sua vita.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Sedici alberi sembra un ibrido tra un poliziesco e il racconto di una saga famigliare che coinvolge intere comunità provate dalla seconda guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Suo scopo era raccontare delle devastazioni che i conflitti arrecano anche a distanza di svariati decenni?

In una certa misura, perché sono così tragici che non dovrebbero essere dimenticati. Ma le storie di guerra sono state raccontate molte volte, con riferimento sia a eventi militari sia civili, così per me era più importante usarli come uno sfondo per quello che poteva accadere tra le persone quando c’è una guerra, semplicemente perché sanno che le loro vite sono fragili e si assumono maggiori rischi e le regole originarie non sono più valide. Nessuno dei più importanti eventi del passato descritti nel libro sarebbero potuti accadere in tempo di pace, sebbene non siano necessariamente delle azioni militari.

Nel testo si legge: “l’albero deve incapsulare la ferita per continuare a crescere. I cerchi della crescita deviano tutto intorno alla lesione, generando linee imprevedibili”. È stato così anche con Edvard? È così anche con le persone reali?

Sì, penso che sia uno dei punti più sottili del libro. Gli alberi con le loro vite straordinarie, spesso crescendo in luoghi ostili, hanno al loro interno dei bei modelli. Un pino con una vita facile si rivela molto noioso, duro e a grana dritta, quando viene tagliato per farne legna da ardere o mobili. Lo stesso succede con le persone. Le cicatrici delle battaglie che affrontiamo in vita possono essere belle. So che ci sono delle culture in cui le cicatrici sono autoinflitte perché è prova che possono sopportare il dolore, e il dolore e la bellezza vanno mano nella mano nel libro.

In Sedici alberi si parla molto delle bombe inesplose che hanno reso sterminati campi vere e proprie roulette russe, assurde e pericolose. Anche Edvard sembra, a suo modo, essere una “bomba” pronta a esplodere in qualsiasi momento. Lo salvano più i ricordi o i suoi amati alberi?

Difficile da dire, in realtà, dato che sta combattendo così tanto con le forze che ha dentro, ma penso che voglia andare alla conclusione, o forse dovremmo dire all’inizio, degli eventi che l’hanno modellato. Quando infine diventa quello su cui i morti possono fare affidamento, penso che abbia raggiunto il suo obiettivo, e s ritrova con un semplice desiderio per il resto della vita: voler fare qui sulla terra cose che quelli in paradiso saranno lieti di vedergli fare.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

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Cercando la verità nel suo passato e in quello dei suoi parenti, Edvard sembra imparare molto dagli errori commessi. Guardando alla storia del secolo scorso e ai conflitti mondiali lei pensa che gli uomini abbiano imparato qualcosa dagli sbagli e dalle atrocità inflitte e subite dalla popolazione mondiale?

Sì, senz’altro abbiamo imparato. La nostra consapevolezza delle conseguenze della guerra e di altre atrocità è giustamente ritenuta molto importante, e noi reagiamo immediatamente quando qualcosa per esempio ci ricorda i movimenti fascisti dell’Europa degli anni Trenta. Il problema è che, quando qualcosa di molto pericoloso inizia a prendere piede, ha una nuova forma e non sempre riusciamo a riconoscerlo. Dato che l’immaginazione umana è senza fine, lo è anche il male purtroppo. Così noi potremo ritrovarci con altri disastri anche in futuro, a meno che non iniziamo a usare la nostra immaginazione meglio della nostra capacità di distruzione.

Per la prima foto, copyright: Adarsh Kummur.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017)

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Se lo Stato produce «leggi che fanno la guerra ai poveri (non alle ragioni della povertà) delle nostre città» diventa doveroso e necessario «un radicale cambio del punto di osservazione sulla società». Così i curatori del testo Under. Giovani mafie periferie, edito a maggio 2017 da Giulio Perrone Editore, Danilo Chirico e Marco Carta, hanno fatto una vera e propria «immersione nelle periferie e nella povertà», in quello che è a tutti gli effetti «il tema di questa Italia» ma di cui «nessuno sembra volersi occupare», o almeno di farlo in maniera seria e concreta. Hanno fatto «un tuffo nel passato» scoprendo che «le cronache di questi mesi (con i commenti, gli allarmi, le preoccupazioni, le polemiche) sono le stesse di dieci o venti anni fa», ovvero che «per dieci o venti anni nessuno ha mosso un dito».

Lo scopo dichiarato del libro è «promuovere una discussione pubblica il più possibile larga» per illuminare problematiche e criticità, formulare strade alternative da percorrere, irrompere nella politica affinché cambi «linguaggio, priorità e modalità» e metta fine alla «colpevolizzazione dei poveri e degli emarginati con la scusa del decoro».

UNDER si compone di vari contributi legati tra loro dalla ferma volontà di illuminare «il senso di abbandono di chi vive ai margini della città contemporanea», quartieri dormitorio privi di spazi aggregativi in cui «i centri commerciali, spiega il sociologo Massimo Ilardi, sono diventati le nuove piazze, supplendo ai vuoti spaventosi di intervento pubblico». Buchi di presenza e assistenza che hanno contribuito a trasformare velocemente le periferie in «ghetti in mano alla criminalità organizzata». È necessario «offrire alternative al welfare delle mafie» e questo non può più essere un dovere che lo Stato continua a scaricare su associazioni e singoli privati.

Stando ai dati diffusi dal rapporto Disordiniamo del Garante per l’Infanzia, «l’Italia spende per bambini e famiglie l’1,3% del Pil, rispetto all’11% della Germania, per fare un esempio comparativo e indicativo». Non si può certo affermare che si sta facendo il massimo. I margini di miglioramento sono notevoli considerando anche che attualmente «le risorse vengono impiegate soprattutto sotto forma di trasferimento di denaro». Programmi strutturali e strutturati, progetti e obiettivi ad ampio raggio e duraturi nel tempo potrebbero, magari, dare risultati migliori. A parole, tutti affermano di voler investire nella scuola e nella cultura. Anche la ministra Fedeli lo fa nell’intervista riportata nel testo, nella quale viene più volte menzionata Labuonascuola ma l’Italia, stando ai dati Eurostat, «è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’educazione e al penultimo posto per quella destinata alla cultura».

Così, anche se la stessa ministra mette le mani avanti quando afferma che «non sempre è possibile percepire subito i risultati delle azioni che vengono messe in campo. Soprattutto in ambito scolastico», non si può non chiedersi quanto siano invece necessari provvedimenti più incisivi che evitino alle nuove generazioni di restare costantemente indietro rispetto ai loro coetanei europei e mondiali. Intere generazioni sempre più affascinate dal mondo criminale nel quale non occorre studiare e lavorare, pagare tasse e contributi, dove a vincere è il più scaltro e basta “poco” per riempire il portafogli. Dove le «carriere crescono all’ombra di uno ‘stupore di maniera’ di fronte ai casi di cronaca più sensazionali», quelli su cui né la stampa né il pubblico può tacere fingendo di non sapere che «non si può costruire un paese civile se si rinuncia a una seria cultura antropologica della criminalità minorile».

Il sistema mafioso è una sanguisuga, se smetti di nutrirlo va altrove oppure si indebolisce. Se invece ci scendi a compromesso, se accetti la spartizione non solo contribuisci a rafforzarlo ma ne diventi a tutti gli effetti una pedina, una componente, anche se mafioso non ti ritieni e preferisci essere etichettato come onorevole, professionista, impiegato, politico, cittadino… Nonostante sia tutt’oggi molto diffusa e condivisa l’opinione dei «negazionisti delle mafie», i quali forse preferiscono pensare e lasciar credere che il fenomeno sia ancora legato e circoscritto a determinati territori e figuri che cinema e televisione hanno stereotipato alla stregua di ‘maschere’ senza tempo. La mafia si è evoluta e diffusa e quella visibile tra i giovani delle periferie non è che una soltanto delle sue evoluzioni.

Cesare Moreno della onlus Maestri di strada afferma di non avere paura della mafia, «perché mi confronto tutti i giorni con questo ambiente». A spaventarlo invece è «questa società che non crede in se stessa e non ha nulla da dire ai giovani». Uno Stato che, nonostante gli slogan e le belle parole, sembra aver abbondantemente gettato la spugna. Nella provincia di Reggio Calabria ben 81 comuni, su un totale di 83, «non hanno i servizi sociali». Così, in terra di ‘ndrangheta, «si è abbandonata completamente un’idea di sociale» e la lotta al crimine organizzato «è affidata soltanto a magistrati, poliziotti, esercito». Una «lotta a metà, quindi inefficace per definizione». Sempre attuali le parole di Platone che vedeva «la giustizia giusta esistere solo in un paese giusto».

Sottolinea Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, come «è del tutto evidente che parlare di sviluppo economico immaginando di applicare il solito paradigma del prima lo sviluppo e la crescita, poi il welfare è una pericolosa stupidaggine» non solo per le periferie geografiche ma anche per quelle sociali. Affinché ci sia «sviluppo ci deve essere essere coesione sociale», altrimenti è più facile ci siano solo squilibri e sfruttamento.

A Roma, a Ponte di Nona, con «il piano di riqualificazione realizzato nell’ambito del progetto Punti Verdi Qualità» i cittadini «si sono ritrovati una gigantesca sala slot inaugurata nel 2009 mentre l’asilo è rimasto chiuso». Una città, la capitale, dove «si contano oltre 50.000 slot machine» in uno stato, l’Italia, che vieta il gioco d’azzardo. Che afferma di vietarlo in base alla normativa vigente.

Le politiche di austerity hanno «indebolito la continuità degli interventi sociali», piegando anche «la necessità dei più deboli alla logica del massimo ribasso». Incisivo l’intervento di Marco Carta su una città schiacciata «sotto il mondo di mezzo» dove sembra si operano scelte e interventi «come se un bambino da recuperare fosse una buca da riempire».

Più volte, leggendo Under. Giovani mafie periferie, ci si chiede come si fa, in terra di mafia, a scegliere liberamente. La verità è che non si può dove manca uno Stato a fornire gli strumenti necessari per poterlo fare. Perché, è inutile negarlo, è proprio laddove lo Stato arretra sulle proprie responsabilità che le organizzazioni criminali riescono ad avanzare e a radicare il controllo del territorio, che per loro è fondamentale. Il sistema mafioso «ha tante porte che qualcuno avrebbe il dovere di chiudere». Le famiglie, certo. La scuola, anche. Ma è dallo Stato e da tutte le sue istituzioni che deve partire la spinta più potente. Che dovrebbe partire. Non serve additare il fenomeno come peculiare delle regioni del Sud. Non è bastato in passato per evitare che la mafia si espandesse anche oltre i confini di stato e non servirà neanche ora a salvare i giovani e le periferie, geografiche e sociali.

 

E se è vero che «le mafie si combattono anche con la cultura e con la coscienza collettiva» lo è di sicuro che il popolo tutto deve ‘combattere’ la latitanza dello Stato nelle periferie come nei centri, per le strade come nei palazzi, nei discorsi come sulla carta… affinché nessun cittadino sia costretto a chiedersi «da che parte sta la legge». Mai.

Under. Giovani mafie periferie curato da Danilo Chirico e Marco Carta è una miscellanea di contributi di numerosi autori che risulta al lettore molto interessante spaziando dal racconto di testimonianze dirette a fatti, da resoconti di dati e statistiche a progetti attuati o da attuare. Un libro che si spinge oltre le intenzioni dei curatori, ovvero la spinta ad aprire “una discussione pubblica il più possibile larga”, perché lo ‘squarcio’ che apre in chi lo legge è più profondo e non riguarda solo l’esterno, il relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi.

Danilo Chirico: Nato a Reggio Calabria, vive e lavora a Roma. Giornalista, scrittore e autore televisivo. Ha scritto e curato diversi libri sulle mafie. È presidente dell’Associazione antimafie daSud.

Marco Carta: Giornalista romano impegnato a far conoscere e indagare ‘il lato oscuro’ della capitale.

In Under. Giovani mafie periferie sono presenti articoli e/o contributi di: Lorenzo Misuraca, Angela Iantosca, Andrea Meccia, Lara Facondi, Gianluca Palma, Carmen Vogani, Daniela Valdacca, Jessica Niglio, Amalia de Simone, Bruno Palermo, Dario Antonini, Zeno Gaiaschi, Sara Troglio.

Source: Si ringraziano Giulia Martiradonna e la Bookmedia Events per la disponibilità e il materiale.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro la mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

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La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Allievi e Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017)

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Esce con Mimesis, del marchio editoriale MIM, nella collana Eterotopie, il saggio sulla comunicazione nel tempo della globalizzazione IN-SECURITY di Annamaria Rufino, con la prefazione a firma del professore emerito della Sorbona Michel Maffesoli, tradotta dal francese da Ciro Pizzo.

Un testo breve e conciso ma, al contempo, interessante, chiaro e con un gran bello scopo: precisare alcuni aspetti essenziali della globalizzazione, che è un «produttore di periferie» per effetto della «crisi del sistema relazionale e della fine della dimensione spazio-tempo» e, soprattutto, della comunicazione al tempo della medio-globalità.

Il «totalitarismo dolce delle democrazie occidentali» si contrappone al «totalitarismo duro», come quello «del nazismo e dello stalinismo», ma è comunque necessario, doveroso discorrere dei buchi neri creati da questa “dolcezza”, degli errori e delle assenze di iniziative… in una parola, come sottolinea l’autrice nel testo, dei «vuoti» nel sistema che generano «insicurezza, paura, violenza». Vuoti, mancanze che non riguardano solo i cittadini, le persone, bensì le Istituzioni la cui responsabilità maggiore sembra risiedere nell’incapacità di fare in modo che «la conoscenza, il sapere sappiano adattarsi alla “complessità” attuale». Il “webmondo” prevede «nessuna partecipazione dell’utente» e può, a tutti gli effetti, essere considerato una «ideologia totale» che ha «destrutturato la capacità interpretativa del mondo, trasformando la società globale in una super-massa».

Per Maffesoli, l’intuizione fondamentale del libro della Rufino sta nel tentativo dell’autrice di cercare il modo per «integrare nella maniera più a buon mercato l’insicurezza, come canalizzare libido ed energia, personali e collettive». Un po’ svolgendo la funzione sociale che da sempre hanno avuto le «Feste dei folli, le inversioni sociali, i carnevali», ovvero quella di «ritualizzare l’insicurezza» mediante queste «configurazioni antropologiche che hanno saputo far metabolizzare l’istinto aggressivo, che è proprio dell’animo umano». Inutile negarlo o regalarlo ai margini, alle “periferie”. Etichettarlo come afferente a gruppi etnici e sociali specifici. Il risultato è questo “vuoto” conseguenza diretta di «quest’energia fondamentale “slancio vitale (Bergson) o anche “libido” (Jung)» che, non potendo essere repressa, viene manifestata sotto forma di in-sicurezza, paura, smarrimento, violenza fisica e verbale che ha trovato terreno fertile anche nella Rete e nei social network e che ha origine da seri «problemi di coesione sociale, ordine, sicurezza, identità».

Come un’illusione ottica, «la globalizzazione e, direi, la comunicazione globale» non produce “conoscenza” o sapere ma “narrazioni”, «labili narrazioni come quelle giornalistiche, di ogni fonte, che dominano i fatti e sono fagocitanti rispetto a tutte le conoscenze e a tutti i saperi». Una vera e propria «ideologia destrutturante» in quanto la narrazione giornalistica è, in buona sostanza, un «produttore di fatti di cui non è possibile o è quantomeno difficile verificare la fondatezza, della notizia e della sua interpretazione». Ragion per cui «la percezione del dato sfuma in immagini e parole cui si fatica a dare un volto e un senso» e la comunicazione allora «rimane mera informazione». A lungo andare le narrazioni giornalistiche creano «un vuoto interpretativo e cognitivo». Inoltre questo tipo di comunicazione acquisisce sempre maggiore spazio. Quello «lasciato vuoto dalle istituzioni».

Annamaria Rufino più volte ripete ne IN-SECURITY la necessità di «un’azione coordinata e consapevole» da parte delle istituzioni in maniera tale da «correggere un sistema arido di comunicazione e di interpretazione», oltre che di «consapevolezza dei sistemi sicuritari», in quanto l’insicurezza percepita in modo diffuso e incontrollabile «si è trasformata paradossalmente nell’indicatore principale utilizzato per misurare i difetti d’ingranaggio tra sistema istituzionale e sociale» di un modello, quello occidentale, che «si è dissolto proprio nel momento in cui ha raggiunto la sua massima estensione».

Uno strumento valido di aiuto potrebbe essere, secondo la Rufino, «riabilitare alla sicurezza attraverso una comunicazione responsabile», individuando i «punti cruciali del complesso meccanismo dell’insicurezza» così da disattivare «il diffuso atteggiamento difensivo che si trasforma in violenza e aggressione, attive e passive, verbali e fisiche». La sfida a questo punto, che l’autrice pone ai suoi lettori in forma di domanda, è la concreta possibilità di una comunicazione sostenibile che contrasti le derive totalizzanti del non-luogo medio-globale.

Un libro interessante IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale di Annamaria Rufino, in grado di stimolare il lettore verso un dibattito solo in apparenza aperto e diffuso. Una riflessione valida e concreta sul problema della in-sicurezza e della paura, della comunicazione e dell’informazione nell’era dichiarata della loro massima diffusione.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autrice www.mimesisedizioni.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il rinnovamento culturale italiano degli anni ’50 nell’autoritratto di Goffredo Petrassi

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Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Autoritratto di Goffredo Petrassi di Carla Vasio viene pubblicato in prima edizione con Laterza nel 1991 e riproposto al pubblico quest’anno da Mucchi editore. Le memorie di un grande compositore italiano raccolte dalla Vasio affinché le sue ricerche e sperimentazioni in campo musicale, ma che hanno poi influenzato anche la sua esistenza, non vadano perdute o dimenticate.

Ne abbiamo parlato con Carla Vasio nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Il suo libro Autoritratto di Goffredo Petrassi, che raccoglie le memorie di una vita intera, è uscito in prima edizione nel 1991 con Laterza. Perché ha ritenuto necessario ripubblicarlo nel 2017?

Non è stata una mia iniziativa ripubbblicare il lungo colloquio con Goffredo Petrassi: ho risposto alla richiesta di un editore che stimo, soddisfatta che venga riproposta in una nuova edizione la mia conversazione con un artista di altissima sapienza musicale e di nobile intelligenza. Nel raccontare ho scelto una struttura narrativa che permettesse al lettore di partecipare  all’evolversirsi dell’ambiente culturale, specificamente musicale in questo caso, che intorno agli anni cinquanta/sessanta ha rinnovato non solo la tecnica ma l’immaginario delle arti.

Chi era Goffredo Petrassi, oltre il personaggio pubblico?

La narrazione di Petrassi che sta alla base di questo libro è sostenuta da una precisione linguistica e storica necessaria a sottolineare l’importanza della sua opera e del suo insegnamento in un momento  in cui non soltanto la musica ma tutti i linguaggi dell’arte stavano sperimentando la felicità e i rischi di un rinnovamento profondo. Nel raccontare, Petrassi non si perde mai in divagazioni approssimative, fossero storiche o tecniche: non dimentica le difficoltà dell’infanzia e della giovinezza quando la sua famiglia poverissima  si trasferisce da un paese rurale a Roma, e poi la tenacia appassionata che lo ha portato a raggiungere i massimi livelli di preparazione negli studi e poi di innovazione nell’ attività creativa. La sua narrazione musicale raggiungeva sempre un’altissima precisione di linguaggio con una ricchezza di invenzione mai superflua o approssimativa. Inoltre è stato un attento e generoso maestro per i suoi allievi e per chiunque gli chiedesse notizie sull’evoluzione della musica anche in campo internazionale. All’insegnamento si è dedicato con grandissimo senso di responsabilità e con molta generosità.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

I fili conduttori del suo libro, come dell’arte di Petrassi, sembrano essere la passione e la curiosità, verso ciò che si fa come verso la vita intera. Sentimenti, atteggiamenti ma anche modi di essere che oggi sono egualmente presenti negli artisti contemporanei?

Mi auguro di sì. Petrassi esercitava sempre una consapevole e generosa partecipazione alla vita e al lavoro dei suoi allievi e dei suoi amici, con quel rispetto e quel distacco professionale che permettevano anche il formarsi di lunghe amicizie. Non so dire se in questo distratto tempo presente  si formino ancora importanti rapporti insegnante-allievo, impegnati e produttivi. Me lo auguro, tanto più che nella nostra cultura la pratica scolastica ha esempi di nobile generosità che non vanno dimenticati.

Lungo tutto il suo percorso artistico Petrassi non abbandonò mai la ricerca costante e il confronto dialettico con i classici della musica pur evolvendo verso l’originalità e l’innovazione. Era così anche per la sua vita privata?

È giusto dire che nel suo lavoro Petrassi non ha mai abbandonato la ricerca e l’innovazione, come si può osservare in tutta la sua ininterrotta attività creativa e anche nella sua partecipazione agli incontri internazionali di arte musicale, per esempio a Darmshtadt, in Svizzera, e in Germania. Quanto alla sua vita privata, è stata arricchita più che condizionata dagli eventi portati dalla sua attività professionale.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Petrassi ha costruito una carriera internazionale di tutto rispetto e ha collaborato anche con diversi registi componendo colonne sonore per il cinema durante il periodo neorealista. Qual era la sua opinione riguardo questo mondo governato dalla finzione che voleva raccontare la realtà?

La sua cultura era vasta ed eclettica e questo gli ha permesso di partecipare alle innovazioni in vari campi dell’arte tra cui il cinema. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta Petrassi ha composto  le colonne sonore di film che hanno fatto la storia del cinema, tra cui Riso amaro di Dino Risi e Cronaca familiare di Valerio Zurlini, dando all’accompagnamento musicale quella forza innovativa che si stava confermando  nel cinema in quegli anni.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Cosa ha significato per lei scrivere l’autoritratto di Goffredo Petrassi?

È stato un lavoro molto lungo e non facile. Durante i colloqui, che si sono svolti nel corso di un paio di anni, ho raccolto il materiale storico-narrativo che il maestro generosamente mi ha affidato. La sua non era una collaborazione superficiale: controllava il mio testo riga per riga se non parola per parola ed è stato quasi sempre soddisfatto del mio lavoro, che interpretava e ricostruiva i suoi discorsi rispettandone i contenuti e cercando di rendere con la scrittura l’intensità del colloquio.

Io seguivo le sue parole e lui era grato della mia correttezza professionale.

Questo libro è il risultato di una lunga e rispettosa amicizia.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Cosa accadrebbe se la Rete fosse distrutta? “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2017)

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È una domanda che in tanti si fanno: cosa accadrebbe al mondo se improvvisamente internet non fosse più accessibile? Nel giro di pochi anni la Rete è diventata uno strumento indispensabile. Perché?

Giovanni Agnoloni di domande di questo genere se ne deve essere poste molte.

Esce a marzo di quest’anno il capitolo conclusivo della serie a sua firma dedicata proprio alla fine di internet.

L’ultimo angolo di mondo finito, preceduto da La casa degli anonimi, Partita di anime e Sentieri di notte, pubblicati tutti dalla casa editrice Galaad è, come gli altri, un romanzo distopico nel quale l’Apocalisse non riguarda una distruzione di facile individuazione, come un bombardamento o una qualsiasi altra catastrofe naturale, non per questo però meno devastante per gli abitanti della Terra.

Il progetto editoriale di Agnoloni è imponente e complesso e gli sono voluti ben quattro libri per portarlo avanti come si era evidentemente prefisso, quasi come un cammino necessario affinché il suo lettore comprendesse l’importanza del passare da una visione e una cognizione esteriore a un’altra, più profonda e meditativa, che emerge con tutta la sua ‘potenza’ ne L’ultimo angolo di mondo finito dove è innegabilmente l’interiorità di ognuno e di tutti il filo conduttore della narrazione.

I protagonisti sono gli stessi degli altri capitoli ma in questo libro conclusivo sono diversi. Più coscienti ma al tempo stesso più smarriti. La soluzione alle vicende narrate l’autore la offre, i lettori che ne sono in cerca non resteranno scontenti, ma sembra una soluzione ‘scenica’ quando, in realtà, le considerazioni che fuoriescono dalla lettura inducono in riflessioni non semplici e di non facile risoluzione. Pensieri che rimandano all’origine del problema, ai motivi che hanno indotto alla volontà di eliminare la Rete. Un gesto che aveva trasformato il mondo, rivoluzionandolo, eppure la cui utilità era evanescente. La gente che sembrava «stesse recuperando l’umanità che aveva smarrito» in realtà sembrava quasi fin troppo smarrita e bisognosa di attaccarsi ad altro, qualsiasi altra cosa le desse il ‘sostegno’ ricevuto fino ad allora da internet e ha finanche creduto di poterlo trovare negli ologrammi. Non era bastato oscurare la Rete perché «la gente voleva essere schiava» e credeva di poter sostituire i social network con gli ologrammi perché «riflettendosi in quegli specchi fittizi, le persone avrebbero creduto di essersi finalmente trasformate in ciò che non erano mai riuscite a essere».

Il desiderio più o meno inconscio che da sempre sembra accompagnare ‘le masse’ di ottundere sensi e volontà, rifiutare di conoscere se stessi e di migliorarsi, scegliere di affidarsi a chiunque prometta la soluzione ‘migliore’ contribuendo a generare e mantenere «un modello di società diretto dall’alto e privo di elementi di dissenso».

Nonostante il testo sia strutturato in tre differenti contestualizzazioni narrative, il registro narrativo utilizzato dall’autore risulta sempre chiaro e la narrazione scorrevole e piacevole, con un crescendo di suspense e aspettativa man mano che ci si avvicina all’epilogo. E anche se al lettore pare già di conoscere la storia che, in L’ultimo angolo di mondo finito, è, per ovvi motivi, meno auto-conclusiva rispetto agli altri capitoli della serie, comprende fin da subito che la vera novità di questo libro è l’ottica verso cui Agnoloni cerca di ‘indirizzare’ i propri lettori, o quantomeno la strada che sceglie di illuminare per essi. Apparentemente sembra un’angolazione, un semplice punto di vista mentre, in realtà, è una fase, quella principale, del percorso che l’autore ha immaginato e fortemente tracciato per i lettori. Porsi degli interrogativi, cercare le risposte, osservare il mondo, vedere se stessi, ritrovarsi in un contesto, compiere delle scelte, avanzare o arrendersi.

Senza pretese e privo di qualsiasi manifestazione stilistica o narrativa di arroganza Giovanni Agnoloni ha egregiamente completato il suo progetto editoriale che potrà essere condiviso e apprezzato oppure no ma, di sicuro, non potrà essere sminuito nella sua importanza e completezza.

Un buon libro, L’ultimo angolo di mondo finito, che fa parte e conclude l’ottima serie di romanzi dedicati alla fine di internet ma che contengono molto, molto altro ancora. Testi da leggere che non deludono gli amanti del fantascientifico ma per il cui valore letterario possono facilmente essere apprezzati anche da chi il genere non lo preferisce.

Source: si ringrazia l’autore Giovanni Agnoloni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: fonte trama libro e biografia autore www.galaadedizioni.com

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Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione

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Il mondo non ha perso la forza di salvarsi. “Un luogo a cui tornare” di Fioly Bocca (Giunti, 2017)

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Clochard per scelta, olio cartone telato di Rosario Capuana

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con Giunti editore, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca è una bella metafora dello stesso mondo, in cui i ‘civilissimi’ occidentali quotidianamente compiono piccoli o grandi gesti mostruosi considerandoli ormai normali. Basti citare come esempio l’anteporre carriera benessere denaro al proprio essere-umano, al proprio ben-essere, ai sentimenti, agli affetti, ai figli… Un libro pieno di riflessioni mature sulla vita e sui sentimenti, sempre e perennemente acerbi, a volte un po’ troppo.

Un romanzo che, raccontando la storia di Argea e Zeligo, mostra, come il riflesso di uno specchio, quella di tutti. Di chi è prigioniero delle convenzioni e della ‘normalità’ e di chi, al contrario, vive fuori dagli schemi perché costretto, come Zeligo, oppure perché nel vuoto del benessere economico non si riconosce più, come Pietro.

Da sfondo alle vicende dei protagonisti ci sono i sentimenti, le emozioni, i desideri come quello della maternità ma si avverte la volontà di raccontare un diverso modo di guardare il mondo, anche questo un desiderio o, se si preferisce, una visione. Il bisogno di abbracciare una decrescita che, nel caso di Argea, non è solo economica ma esistenziale. A cosa serve lavorare tanto per produrre molto, guadagnare il massimo e dimenticare che tutto questo non ci rende in alcun modo più ricchi dal punto di vista umano? A nulla. E le scelte compiute dalla protagonista sono la dimostrazione che, a volte, le rinunce sono solo l’inizio.

 

Che senso ha trascorrere i giorni a produrre, ad accumulare denaro che si spenderà poi in rimedi antistress? Si chiede Argea a un certo punto della storia e della sua vita. E decide che non ne vale la pena. Decisamente no. Perché «non c’è niente di più triste di un’allegria simulata».

La scrittura di Fioly Bocca è lieve, lenta, intensa e profonda, altalenante come solo i pensieri veri sanno essere. Un registro narrativo perfetto per raccontare di come un ubriaco senzatetto straniero (bosgnacco), di nome Zeligo, sia presto diventato un “vecchio amico” di un’aspirante giornalista scrittrice compagna fissa e madre dei figli di un noto direttore editoriale, di nome Argea. Di come, in breve tempo, la donna guardandolo non vedrà più in lui l’ubriaco senzatetto straniero ma un amico senza il quale la sua vita sarebbe di certo più vuota.

Argea accoglie Zeligo nella sua casa e nella sua vita e viene a sua volta accolta dal mondo al quale appartiene il suo amico bosgnacco, fatto di persone rivestite da una brutta corazza di vestiti laceri e sporchi ma con una grande anima e un cuore pulsante di amore.

L’esatto opposto del mondo dal quale proviene lei, perfettamente incarnato dal suo compagno Gualtiero. Una bella e curata copertina che racchiude in sé il nulla, o peggio il Male.

Uno stile, quello di Bocca, che cura in ogni minimo dettaglio non le parole bensì i sentimenti e le emozioni che vuole far conoscere, trasmettere o semplicemente raccontare ai suoi lettori affinché comincino anche loro a vedere «il male che fa il male degli altri» in questo mondo che, nonostante tutto, «non ha perso la forza di salvarsi», perché «c’è molto bene che non fa notizia». Ed è da quello che bisogna partire o ripartire, come ha fatto Argea.

Un libro intenso, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca che, raccontando la storia di Argea, narra di quello che accade ma, soprattutto, di «quello che uno fa, delle cose che accadono». E il lettore non può non chiedersi: ma cosa siamo o siamo diventati? Ma cosa insegniamo ai nostri figli?

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia dell’autrice www.giunti.it

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La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” (Giunti, 2016)

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

Siamo quello che nel cuore sentiamo di essere? “Potrebbe trattarsi di ali” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana Editrice, 2017)

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Grandi filosofi e fenomeni culturali di massa, la “pop filosofia” delle serie tv. Intervista a Tommaso Ariemma

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Grandi filosofi e fenomeni culturali di massa, la “pop filosofia” delle serie tv

La filosofia e i suoi grandi rappresentanti appartengono al passato o al futuro? Per Tommaso Ariemma, docente universitario ora dedito all’insegnamento liceale, la filosofia si studia con le serie televisive che tanto piacciono ai ragazzi proprio perché incentrate su aspetti determinanti del filosofare che attirano l’attenzione del pubblico, in questo caso degli studenti. Ed ecco che nasce la “pop filosofia” che attrae ragazzi e insegnanti ma anche qualche critica.

Ne abbiamo parlato in un’intervista con Tommaso Ariemma, autore de La filosofia spiegata con le serie tv edito da Mondadori.

Per “svecchiare”, mi consenta il termine, una materia dai più ormai considerata “antica” lei ha inventato un metodo alquanto singolare. Perché e da dove ha origine l’idea?

L’idea ha innanzitutto origine dalle mie ricerche filosofiche, maturate negli anni di insegnamento universitario presso le Accademie di Belle Arti di Perugia e di Lecce come titolare della cattedra di Estetica. Lì ho potuto studiare attentamente molti fenomeni della cultura di massa, come le nuove serie tv, pubblicando numerosi volumi in merito. Una volta entrato a scuola, ho pensato di applicare la mia “pop filosofia” ai programmi liceali, con risultati sorprendenti soprattutto in termini di attenzione e partecipazione dei ragazzi. Si è trattato di applicare le mie competenze filosofiche, ma anche di un felice incontro con la passione dei ragazzi per le nuove serie tv.

La Filosofia si sposa alle serie tv come si adatta a ogni aspetto della vita e della quotidianità?

Si può fare filosofia di qualsiasi cosa. Tuttavia, le nuove serie tv come Lost, Breaking Bad, True Detective sono singolari proprio per la filosofia (o le filosofie) che veicolano. La componente filosofica è determinante, al punto da attirare enormemente l’attenzione del pensiero (e il desiderio di seguire dello spettatore). C’è quindi oggi un’affinità elettiva tra filosofia e serie tv che va colta. Usata in classe, rivoluziona in modo inaspettato la didattica.

Grandi filosofi e fenomeni culturali di massa, la “pop filosofia” delle serie tv

Gli antichi ci insegnano che fare politica equivale a vivere perché ogni scelta che compiamo, dalla più banale alla più complessa, è una scelta politica, consapevole o inconsapevole. Filosofare è un po’ come fare politica secondo lei?

Non si può vivere senza una filosofia più o meno spontanea. Le nostre scelte, la nostra vita, sono orientate da pensieri. Lo studio della filosofia porta a perfezionare i pensieri che ci permettono di orientarci nel mondo. E quindi a renderci più vivi.

Come hanno accolto i suoi alunni l’innovativo quanto originale metodo di studiare i grandi filosofi?

All’inizio i ragazzi sono stati colti di sorpresa: non si aspettavano lezioni di filosofia così vicine al loro immaginario. In un secondo momento, non ne hanno più potuto fare a meno. Soprattutto non hanno potuto più fare a meno di intendere le ore di filosofia come un momento di produzione e trasformazione. L’insegnamento con le serie tv è infatti solo la punta dell’iceberg: studiando insieme i meccanismi alla base della nuova serialità (e uno fra tutti: la Poetica di Aristotele), i miei ragazzi sono invitati a produrre testi transmediali, ebook, video performance, ovvero a mettere in atto (davvero, questa volta) quella “scuola digitale” tanto promossa da governo, quanto poi inattuata per tutta una serie di motivi, come lo scollamento dalla concreta pratica didattica dei formatori. Io quest’anno ho tenuto delle prime lezioni di formazione sul mio metodo “pop filosofico” e ho riscontrato un grande entusiasmo.

Grandi filosofi e fenomeni culturali di massa, la “pop filosofia” delle serie tv

E i suoi colleghi invece come hanno reagito alle sue scelte didattiche?

Bene, in generale. Sono in tanti, da tutte le scuole italiane, a chiedermi suggerimenti e confronti su questa sperimentazione pop. C’è ancora però qualche diffidenza, ma solo da parte di colleghi che hanno, a mio parere, un’idea molto sterile (e in alcuni casi imbarazzante) dell’insegnamento della filosofia: irrigidito su contenuti arretrati, senza confronto con il testo del filosofo e senza una sua attualizzazione problematica. Per applicare il metodo pop c’è bisogno di fare ricerca, di sperimentazione e soprattutto del desiderio di far crescere tutta la classe, senza lasciare nessuno indietro. Alcuni docenti hanno ancora il mito del programma (che, tra le altre cose, con il metodo pop viene davvero svolto fino al contemporaneo), secondo cui bisogna andare “avanti”. Ma dove? Io voglio, invece, che i miei studenti siano “avanti”.

Tre nomi tra i più noti: Nietzsche, Kant e Spinoza. In quali serie televisive bisogna andarli a cercare e perché?

Non credo che si tratti semplicemente di “andarli a cercare”. Spesso sono loro stessi a manifestarsi: come Parmenide o Nietzsche in True Detective, o Spinoza in The Young Pope. I filosofi vengono esplicitamente citati. Ma si possono fare anche interessanti esperimenti mentali, come accade nel mio libro: immaginare, ad esempio, Kant sull’isola di Lost. In questo modo non rinunciamo alla complessità, anzi la moltiplichiamo. Con il risultato di rendere il tutto ancora più avvincente e interessante per i ragazzi.

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“Sono solo un cronista”. Solidarietà a Nello Trocchia e a tutti quelli che come lui ‘combattono’ sul campo

A Vieste, rinomata località turistica del Gargano, provincia di Foggia, «Omar Trotta, 31enne pregiudicato» viene «ucciso all’interno del suo locale» e una troupe del programma di Rai2 Nemo – Nessuno escluso viene inviata sul posto per realizzare «un reportage sulla mafia foggiana». Il film maker Riccardo Cremona e il cronista Nello Trocchia che subisce una «violenta aggressione». Trauma facciale e diffuse escoriazioni diagnosticano i medici del Pronto Soccorso.

Nello Trocchia è anche collaboratore de il Fatto Quotidiano, tra i primi a riportare la notizia e biasimare l’accaduto insieme alla Federazione Nazionale della Stampa italiana che ha espresso «solidarietà e vicinanza» tramite un comunicato a firma congiunta del segretario generale Raffaele Lorusso e del presidente Giuseppe Giulietti.

Non è la prima volta che Trocchia viene aggredito e, nonostante si speri sia sempre l’ultima, purtroppo episodi simili e parimenti gravi troppo spesso si verificano nell’assordante silenzio degli stessi media che poco risalto danno a notizie di questa gravità.

Il silenzio è mafia, l’omertà è mafia. Accettare in sordina episodi simili equivale ad armare il braccio feroce dell’intimidazione mafiosa e della altrettanto pericolosa omertà di chi mafioso non si ritiene. Si lascia vincere la mafia anche quando si afferma che la mafia non esiste.

Tante sono le parole che andrebbero urlate a squarciagola, riportate a caratteri cubitali, trasmesse in video e filmati… innumerevoli sono i pensieri che sovvengono ripensando a questi accadimenti e le autorevoli frasi scritte dallo stesso Trocchia li racchiudono tutti, egregiamente. Per questo si è scelto di riportarli per intero. Perché se non si riesce a dire e fare di meglio almeno ci si adoperi per fare da cassa di risonanza, da tamtam… per illuminare l’oscuro e rompere il silenzio.

«Vi ringrazio assai per la vicinanza e l’affetto. È passato lo spavento e sto meglio, passa tutto. Sul posto c’era una sola telecamera, la nostra, e, invece, dovremmo illuminare a giorno quello che succede nel foggiano. Un omicidio ogni dieci giorni dallo scorso aprile, è spaventoso, come la ferocia e l’aggressività di chi vive in questa quotidiana violenza. Stavo facendo il mio dovere come lo fanno decine di colleghi in terra di mafia. Io non faccio niente di speciale, io sono solo un cronista, e, credetemi, l’elenco è lungo di quelli che vengono aggrediti, intimiditi. Persone che stimo e apprezzo e, come già successo in passato, se ho un attimo per fermarmi e condividere una riflessione è giusto allargarla a loro. A chi è pagato da fame, a chi è solo quando viene intimidito, a chi racconta in questi territori. Un collega, l’altro giorno, mi disse che con 700 euro al mese e quattro querele fisse all’anno era in procinto di abbandonare la professione. Meno siamo a raccontare e più siamo soli. Un quadro desolante che fa comodo a molti. Ogni potere, da quello criminale a quello politico a quello imprenditoriale, lavora per ridurre gli spazi di libertà. Le aggressioni, le intimidazioni e le querele temerarie fanno un male diverso. Le ho conosciute tutte e hanno lo stesso scopo: spegnere il racconto.
Ieri guardavo l’immensità di questo mare, pensavo al mio sud che amo profondamente. Mi atterrisce l’idea di lasciarlo a chi spara in pieno centro alle 3 del pomeriggio, di lasciarlo ai criminali. Ed è solo per questo che ancora resta voglia di continuare a raccontare perché sono nato in un posto sventrato da politica criminale e malavita e appare ancora inaccettabile, ai miei occhi, abituarsi all’idea che alla fine vincano loro».


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