“Sono andato a sbattere” di Michele Molinari (IlRio, 2018)

Tag

, , , ,

Un libro sulla resilienza, su come trasformare i traumi in “occasioni”. Sono andato a sbattere di Michele Molinari è un testo scritto dall’autore alla fine di un lungo e sofferto periodo introspettivo, che ha fatto seguito a un altro percorso, lungo e sofferto, che ha riguardato al contempo corpo e anima. Un trauma. Il trauma da cui tutto ha avuto origine.

Un libro emotivamente impegnativo perché pone il lettore in una condizione di immediata empatia con il protagonista, con il suo trauma e con i suoi pensieri. Un personaggio che è lo stesso autore ma potrebbe essere chiunque e questo contribuisce a rendere ancora più coinvolgente il narrato, il racconto del vissuto. Le emozioni e i sentimenti che ne sono derivati. Le considerazioni più generali enunciate.

«Non sento più le gambe – continua a ripetere. Si è buttato dal terrazzino, è il minimo che gli potesse succedere – commenta l’infermiere intanto che mi cambia il collarino. C’è qualcosa di cupo nella sua disperazione, non sono urla di dolore bensì suoni lanciati da una mente ferita, forse un processo che viene da lontano e al quale i famigliari sono ormai avvezzi. Lo accarezzano dolcemente, in silenzio, non parla nessuno.»

Come se avessero piena consapevolezza di ciò che sta accadendo, di ciò che è accaduto e di cosa riserverà loro il poi, il dopo. Il futuro.
Al contrario, il protagonista del libro di Molinari, lui stesso, è molto disorientato, incredulo, incerto. E l’autore trasmette molto bene tutti questi sentimenti ed emozioni attraverso la scrittura. Riesce a descrivere quanto accade e a creare fin dalle primissime battute un legame con il lettore. Si è scelto il termine battuta non per puro caso. La vena ilare che percorre l’intero narrato, l’ironia che tenta di esorcizzare paura e dolore è una costante che il lettore ritrova lungo tutto il testo.

Lo stile narrativo è semplice, chiaro, lineare. Per la maggior parte si tratta della trascrizione dei pensieri e delle emozioni dello stesso protagonista, con l’aggiunta di pochi e brevi passaggi in cui si riportano le conversazioni intercorse soprattutto con il personale medico e paramedico.
L’ambiente, pur se poco descritto, ben viene percepito dal lettore, proprio attraverso il racconto del vissuto dell’io narrante.

Un libro, Sono andato a sbattere di Michele Molinari, che racconta di una sfida, quella tra il protagonista e il suo dolore. Una dura lotta contro lo sgomento, l’incredulità, la paura, il terrore, l’ansia… contro tutti quegli inevitabili strascichi che il trauma si è portato appresso. Un libro che non ha la pretesa di fare la morale o insegnare, semplicemente vuole raccontare una storia. Perché anche la narrazione è una fase del percorso la quale, insieme alle altre, contribuisce a costruire il ponte da percorrere o la corda cui aggrapparsi per tornare alla “normalità” che non sarà certo la vita di prima bensì un’altra, diversa, perché tra le due resterà sempre inciso, come scolpito nella roccia, il trauma e tutto ciò che verrà sarà, inevitabilmente, costruito e modellato intorno a esso.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

Raccontare la vita. “Due secondi di troppo” di Andrea Mauri (Il Seme Bianco, 2018) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Boringhieri, 2019)

Tag

, , , ,

Di migrazione e immigrazione oggi si sente parlare molto e altrettanto se ne legge. Meno di integrazione e troppo poco di emigrazione. Il leitmotiv più ricorrente riguarda la presunta invasione in atto e la conseguente formazione di due fazioni contrapposte. I sostenitori di questa tesi da una parte e gli oppositori dall’altra. Il tutto però spesso tende a rimanere, volutamente si immagina, molto impersonale. I viaggi che diventano rotte e le persone neanche etnie, bensì solamente cifre, numeri di questo esodo che viene indicato come il più epocale nella Storia conosciuta e il più allarmante.
Si può dibattere all’infinito ma, nella gran parte dei casi, gli esponenti delle avverse fazioni non arretrano neanche di un solo passo, restando invece tutti fermi sulle originarie posizioni.

Maurizio Pagliassotti non ha imparato a conoscere la migrazione e l’immigrazione leggendo i giornali o seguendo i servizi televisivi. No, lui ha conosciuto i migranti perché gli sono semplicemente passati accanto, lungo le vie del suo paese, da sempre, da quando ne ha memoria. E bene si ricorda anche la diffidenza delle persone, dei suoi compaesani.
Lui è cresciuto lungo la strada che da Claviere in Italia porta a Briançon in Francia, lungo una delle famigerate rotte percorse dai migranti. Dodici chilometri di sentiero montano che separano i migranti dalla loro destinazione.

Un breve tragitto, rispetto a quello percorso in totale, ma non per questo più agevole o meno complicato. In considerazione anche degli ostacoli interposti dai governi, italiano e soprattutto francese, che cercano con ogni mezzo di rallentarli, scoraggiarli e fermarli.
Ed è proprio a questo punto che si assiste a un grande paradosso, ricordato da Andrea Bajani nella prefazione al libro di Pagliassotti, allorquando egli rammenta che tutti questi giovani migranti passano e vanno perché “è un istinto che nessuno può disinnescare o rispedire al mittente”, spesso senza ringraziare alcuno, e lo fanno semplicemente perché “muovono dall’assunto elementare, di specie, che la terra è di tutti”. Un vero e proprio scandalo per i governi dei Paesi che stanno attraversando e per i cittadini che abitano questi luoghi, uno scandalo che qualcuno potrebbe anche leggere come una provocazione ma che di sicuro è in grado di mettere in crisi un intero sistema.

Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina di Maurizio Pagliassotti, uscito in prima edizione a ottobre 2019 con Bollati Boringhieri, è il racconto non di un’invasione ma di un “transito epocale”, un travaso che avviene un po’ per volta, e ogni volta un pezzo di questo mondo, quello lasciato indietro, si sposta verso e dentro un vero e proprio altro mondo, “propagandato – e dunque offerto, per certi versi – come migliore”.
Esemplare la descrizione del libro fatta da Bajani nella prefazione. Coglie infatti quest’ultimo l’essenza vera e profonda della narrazione di Pagliassotti e la sintetizza egregiamente nel “breve” spazio di poche righe.

Pagliassotti ha idee molto chiare, decise, a tratti categoriche sul fenomeno della migrazione. Considerazioni che egli ha maturato negli anni e che hanno poi trovato un loro ordine nella scrittura del libro. Le sue riflessioni spesso non si basano su grandi teorie economiche, politiche o finanziarie, no, si avvicinano piuttosto a un’ottica socio-antropologica. Lo studio della realtà attraverso i propri sensi, la vista e l’udito innanzitutto. Il racconto di emozioni, sentimenti e risentimenti vissuti in prima persona o in una maniera comunque diretta. Accadimenti che se pure non ti hanno coinvolto in prima persona ti hanno comunque attraversato, di traverso appunto, e inevitabilmente ti hanno segnato.

Ha realizzato Pagliassotti che in Italia, ma in tutto questo “sgangherato Occidente”, si avverte un continuo bisogno di scaricare la violenza accumulata e altrimenti repressa sui poveri. Una rabbia terribile generata però dal fatto che non si sta bene. Ed ecco allora che i migranti diventano “il paracetamolo di immense masse alienate”, che vivono vite orrende in luoghi orrendi venduti come interessanti, stimolanti.
Lo scopo del suo libro è togliere la speranza a queste immense masse alienate che, per quanto possano essere arrabbiate, feroci, crudeli non riusciranno comunque a fermare il transito di coloro che fuggono da luoghi, posti, ricordi, eventi… che molti afferenti alla massa non hanno mai visto né conosciuto, per loro fortuna. Il transito dei migranti è un fenomeno epocale che non si può certo fermare con qualche slogan o barriera, fisica o legale. È una vera e propria lotta, pacifica e silenziosa, per la sopravvivenza.

Ancora dodici chilometri di Maurizio Pagliassotti è un libro molto intenso che racconta di piccoli gesti, di poche parole dette o taciute ma che comunque spingono il lettore verso riflessioni profonde su temi importanti, spesso dimenticati o ignorati. Una lettura interessante e per niente scontata.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Giampiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“A un passo dalla follia” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2019)

Tag

, , , ,

Per meglio descrivere il protagonista del libro di Arrighi si può ricorrere alle parole di Nietsche, il quale in Al di là del bene e del male scrisse:

«chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà in te.»

Elia Preziosi ha guardato in fondo all’abisso a tal punto che non solo la sua mente bensì la sua intera esistenza ne è stata risucchiata, come preda e vittima di un vorticoso tornado generato e alimentato dal Male. Eh sì perché è proprio questo che Preziosi cerca di combattere, in questo come nei precedenti libri di Arrighi.
Non un delitto, non un criminale, per quanto spietato possa essere. Le pagine di A un passo dalla follia scrutano a fondo l’abisso del Male, in tutte le sue manifestazioni e forme.

Arrighi tenta, con questo nuovo libro, di dare un’impronta nuova ai suoi legal thriller votando la narrazione verso una spy story che vede coinvolti anche i servizi segreti italiani e i dogmi della religione cattolica.
Il respiro che traspare da questa narrazione è infatti più ampio di quello dei precedenti libri, nei quali la storia era per certi versi imbrigliata nella sola vicenda principale, ovvero i delitti di cui trovare il responsabile. Libri che più si avvicinavano ai classici della letteratura gialla. Mentre con A un passo dalla follia Arrighi sembra strizzare l’occhio agli autori contemporanei americani in particolare. Lo si denota anche dal fatto che il nuovo romanzo è più corposo, proprio in termini di pagine, rispetto ai precedenti e, anche per questo, più vicino ai suddetti autori.

Lo stile di scrittura permane il medesimo. A tratti però lo si ritrova più incisivo, o forse volutamente più provocatorio. Uno stile più folle o esasperato se si vuole, perfettamente in linea con il narrato.
Lo stile, il linguaggio, il fraseggio, la punteggiatura… tutto è, come consueto, molto curato. Presumibilmente ciò è ancora merito dello stesso autore, che sembra mantenere sempre un forte legame con i suoi scritti. Cosa che si evince dalla narrazione e, appunto, dalla struttura del testo.

 

Pronta per i lettori anche un’antologia di racconti firmati da Lama, Landini, Pulixi, Vicidomini e dallo stesso Arrighi che porta il ben esplicativo titolo Natale rosso sangue, in pubblicazione sempre con Edizioni CentoAutori.
Gli amanti del genere hanno quindi molto materiale per indagare sempre più a fondo l’abisso del Male e della Follia.

 


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni CentoAutori per la disponibilità e il materiale



LEGGI ANCHE

“Oltre ogni verità” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2018) 

Cosa accade quando il mondo non va oltre “Il confine dell’ombra?” Esce oggi il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

È l’ingiustizia economica il volano dei populismi? “Questa non è l’Italia” di Alan Friedman (NewtonCompton Editori, 2019)

Tag

, , , ,

In tempi normali, i populisti restano ai margini della società, ne rappresentano solamente una piccola parte. Ma in presenza di gravi crisi o traumi collettivi, come una guerra o una depressione economica, questi gruppi minoritari possono trasformarsi in movimenti di massa e diventare la maggioranza.
È quanto accaduto negli anni Trenta in Europa in seguito alla crisi del ’29, o negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Ed è ciò che è accaduto in Italia nel marzo 2018.
Il punto centrale è l’ingiustizia economica, la sproporzione tra i sacrifici chiesti alla classe media e a quella medio-bassa, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i super ricchi ingrassano persino di più.

È questa la tesi esposta da Alan Friedman in Questa non è l’Italia, edito a settembre 2019 da Newton Compton Editori. Una visione condivisibile in toto che accenna ai motivi propulsori dei movimenti populisti e sovranisti che acquistano sempre maggiore consenso in Italia, in Europa e in genere nei paesi occidentali.
Il saggio si apre al lettore così con una notevole introduzione al fenomeno di stretta attualità e con lucide considerazioni sul come queste insoddisfazioni della classe medio e medio-bassa vengano intercettate da “astuti demagoghi” che le trasformano in slogan e promesse elettorali.

Friedman riporta nel testo una accurata cronistoria di quanto accaduto nel tempo in Africa, Medio oriente e Europa. Le decisioni e gli accordi che hanno portato direttamente Stati e popoli alla situazione attuale, a crearla o subirla.
Politiche sui migranti anche apparentemente distanti tra loro, nel tempo e nello spazio, oppure simili ma che hanno generato conseguenze diverse.
Leggi, decreti, accordi, trattati, muri, barriere, campi che sono prigioni, diritti che diventano privilegi, doveri che divengono slogan, propaganda spacciata per speranza, persone che diventano numeri o peggio merce di scambio, finanziamenti che sono ricompense e un’umanità intera che mostra da un lato e subisce dall’altro il suo volto peggiore.

La seconda parte del libro, molto più corposa della prima, si rivela un po’ meno interessante e un po’ troppo pedante, laddove l’autore si limita a elencare e commentare, o meglio criticare acerbamente, una lunga serie di fatti e accadimenti noti.
Principalmente si concentra su Steve Bannon, Matteo Salvini, Donald Trump, Luigi di Maio, Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. Persone che Friedman non stima molto, per usare un eufemismo, contrariamente a Mario Draghi, Jean-Claude Juncker e Dominique Strauss-Kahn per i quali invece l’autore prova molta ammirazione.
Dominique Strauss-Kahn. Proprio lui. Ma Friedman ne parla in maniera positiva dal punto di vista professionale, affermando che fosse da sempre noto a tutti la sua ossessione per le donne ma che questa è un’altra storia. Non c’entra.

La visione politica ed economica dell’autore è ben nota e viene più volte rimarcata dallo stesso nel testo, anche con commenti e giudizi un po’ troppo offensivi, almeno nell’ottica di chi scrive.
In Questa non è l’Italia vi sono numerosi passaggi che ricordano troppo il linguaggio e i metodi utilizzati da chi viene ripetutamente redarguito dallo stesso autore proprio per queste volgarità. Linguaggio volgare e incitazione all’odio sono le accuse sovente rivolte ai demagoghi populisti da Friedman.
Se combatti la violenza con la violenza ne risulterà solo altra violenza. Se combatti la volgarità con la volgarità, il risultato sarà solo altra volgarità.

“Abbassarsi” al livello di chi si critica proprio per il suo linguaggio volgare, per i suoi modi rozzi, per l’incitamento all’odio, in generale non è mai una scelta felice. Il caso particolare non fa eccezione.
Per fare un esempio: definire “sciroccati” esponenti di forze politiche democraticamente eletti non in linea con il proprio pensiero non è molto edificante. Legittimo non condividere idee e progetti. Altra cosa è lasciarsi andare a queste derive di stile.

«(Salvini, ndr.) non può contare su Farage. Né su Orbán. E neanche sulla Polonia. Solo su Le Pen, una manciata di estremisti dell’Europa dell’Est e sciroccati vari.»

Decisamente più gradite al lettore le parti in cui l’autore compie un’accurata critica basata sui fatti, i contenuti, le azioni concrete, sulla confutazione di tesi con dati e prove attendibili.

Friedman si sofferma molto nel raccontare, in particolare, la storia di Bannon e quella di Salvini con l’intento, sopratutto per il primo, di dimostrare l’evanescenza del potere che ostenta ma che, a conti fatti, non ha. Nessuna obiezione al riguardo. Soltanto che il nocciolo del problema non può di certo essere questo. Si può anche dimostrare con certezza assoluta che Bannon, Salvini, tutti i leader populisti e quelli di partiti estremisti non abbiano in realtà alcun potere ma ciò non rappresenterebbe di certo una soluzione.
Bannon, Salvini e via discorrendo sono degli attori del particolare momento storico in atto, sono intercambiabili e sostituibili in qualunque momento. Il punto è semmai capire perché costoro acquisiscono sempre maggiore consenso. Studiare le dinamiche che hanno portato e portano le persone, i cittadini, gli elettori a manifestare sempre più apertamente e con convinzione interesse e appoggio verso questi movimenti politici.
Ed è esattamente per questo che la prima parte del testo di Friedman risulta molto più interessante della seconda.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University press, 2019) 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (ilMulino, 2019) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro. Analisi del testo di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli (ilMulino, 2019)


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

La Storia del noi contro loro non finisce mai: “I muri che dividono il mondo” di Tim Marshall (Garzanti, 2018)

Tag

, , , ,

Negli ultimi venti anni sono stati eretti in tutto il mondo muri e recinti per migliaia di chilometri. Almeno sessantacinque paesi, ovvero più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini.
Tim Marshall, per trent’anni corrispondente estero BBC e Sky News, inviato di guerra in Croazia, Bosnia, Macedonia, Kosovo, Afghanistan, nel saggio I muri che dividono il mondo, edito in Italia nel 2018 da Garzanti, non si limita a elencarli e a descriverne le caratteristiche. Va ben oltre. Indaga a fondo e racconta per esteso le motivazioni che hanno portato alla costruzione di quelli che egli chiama muri ma che sono, in realtà, barriere, recinti e divisioni di ogni tipo.

Impossibile analizzarli tutti così Marshall si è concentrato su quelle divisioni che illustrano meglio i problemi dell’identità in un mondo globalizzato, oppure gli effetti della migrazione di massa (gli Stati Uniti, l’Europa, il subcontinente indiano), il nazionalismo come forza di unità e al contempo di divisione (la Cina, il Regno Unito, l’Africa), i legami tra religione e politica (Israele e Medio Oriente).
Le divisioni fisiche, ricorda Marshall, riflettono le divisioni culturali – le grandi idee che hanno guidato le nostre civiltà e ci hanno dato un’identità e un senso di appartenenza – come il grande scisma cristiano, la suddivisione dell’islam nelle due fazioni sciita e sunnita, fascismo e democrazia. Di fronte a minacce percepite, come la crisi finanziaria, il terrorismo, il conflitto armato, i profughi e l’immigrazione, il crescente divario tra ricchi e poveri, le persone si attaccano maggiormente ai rispettivi gruppi di riferimento. Si accentua la paura verso tutto ciò che è o rappresenta l’altro, il diverso e alla fine tutto si riduce al concetto di noi e loro e ai “muri che costruiamo nelle nostre menti”, prima ancora di farli diventare concreti, reali, fisici.

Dobbiamo prendere coscienza di ciò che ci ha diviso, e di ciò che continua a dividerci, per capire cosa sta accadendo oggi nel mondo. Ed è esattamente quello che ha fatto Tim Marshall nel testo. La nostra capacità di pensare e di costruire ci dà la possibilità di riempire gli spazi divisi dai muri con la speranza, in altre parole di costruire ponti.

«Per ogni muro che separa due paesi c’è un’autostrada dell’informazione; per ogni al-Qaeda c’è un gruppo di assistenza interreligiosa; per ogni sistema antimissile c’è una stazione spaziale internazionale.»

Una lettura molto intensa, I muri che dividono il mondo di Tim Marshall. Un libro che pone il lettore di fronte una innegabile realtà dell’essere umano in quanto tale, che invita alla riflessione sui grandi temi e le tante ideologie che hanno diviso volendo unire e finito per unire laddove lo scopo era dividere. Una fotografia del mondo di oggi, triste per certi versi ma non senza speranze per l’autore, il quale pur consapevole della attuale continua ascesa di nazionalismi e politiche identitarie continua a ritenere possibile e probabile lo spostamento del “pendolo della Storia” che potrebbe tornare a oscillare in direzione dell’unità.
Assolutamente condivisibile la sua speranza purché venga nutrita e alimentata da certezze ed evidenze reali. Il rischio è quello di aggrapparsi a ogni seppur effimero barlume di cambiamento, anche laddove si riveli un fuoco di paglia.

Nel 1989 è caduta una importante barriera, il Muro di Berlino, dando inizio a quella che sembrava una nuova era di apertura e internazionalismo. Sull’onda dell’entusiasmo di quei momenti alcuni intellettuali arrivarono a prevedere la fine della Storia. Un errore, come sottolinea lo stesso Marshall, perché “la Storia non finisce”. Mai. E le migliaia di chilometri di muri e recinti costruiti o rimasti da allora ne sono la triste e palese dimostrazione. Purtroppo.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Garzanti per la disponibilità e il materiale


Articolo originale qui



LEGGI ANCHE

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro 

“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019)

Tag

, , , ,

Su LeFigaro ogni lavoro di Christophe Guilluy viene definito “un evento”. Nell’accezione più comune evento è un accadimento, fasto o nefasto, foriero di novità, di cambiamento, e genera quasi sempre uno scossone, fisico o emotivo. In tal senso il saggio La società non esiste va inteso come un grande evento.
Da geografo Guilluy osserva, studia e descrive il mondo non dal punto di vista politico, economico, sociale, umano… ma nel suo essere complesso e completo, raccontando al lettore la morfologia intrinseca ed estrinseca della società odierna o meglio, per utilizzare una sua espressione, della a-società attuale.

Il libro si apre al lettore con le parole pronunciate nell’ottobre 1987 dall’allora Primo ministro del Regno Unito Margaret Thatcher, allorquando neanche ella poteva immaginare quanto sarebbero state profetiche, perfette, secondo l’autore, per descrivere la crisi che ha colpito tutti i Paesi occidentali.

«There is no society: la società non esiste»

Nell’analisi di Guilluy, la visione della Thatcher fu sposata da tutte le classi dirigenti d’Occidente, non solo dai conservatori. Il progetto liberista della Iron Lady è andato ben oltre le proprie intenzioni, nel senso che le riforme economiche addotte nel tempo non hanno sacrificato soltanto la classe contadina e operaia prima e gli operatori del terziario poi “sull’altare della globalizzazione” ma l’intera società, giungendo così ad oggi che potremmo definire “l’epoca della a-società”.

Un’epoca caratterizzata dalla rottura del legame tra il mondo di sopra e il mondo di sotto che non passa attraverso la lotta frontale tra le classi sociali, ma attraverso la sua negazione. La “nuova borghesia” abbandona le classi popolari occidentali e, con loro, anche la lotta di classe. Per la prima volta nella Storia, la classe dominante e i suoi portavoce nel mondo dei media, della cultura e dell’università non parlano né a nome né contro le classi popolari, perché ormai le considerano “fuori dalla Storia”. Dopo essersi autoproclamate rappresentanti della società aperta e della convivenza, le classi dominanti del Ventunesimo secolo hanno realizzato in pochi decenni quello che nessuna borghesia era mai riuscita a fare prima: “prendere le distanze dalle classi popolari senza scatenare conflitti o violenza”.
Da parte loro, le classi popolari sono consapevoli di questo fenomeno e reagiscono non riconoscendo più alcuna legittimità a un mondo di sopra che si sottrae alle sue responsabilità.

L’ondata populista che attraversa oggi il mondo occidentale è per Guilluy solo la punta dell’iceberg di un soft power delle classi popolari, che presto metterà il mondo di sopra di fronte all’alternativa di tornare a far parte del movimento reale della società oppure scomparire del tutto.
Dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Germania alla Scandinavia, “la dinamica populista” mostra sempre la stessa geografia (le periferie urbane e rurali) e la stessa sociologia (le categorie umili che rappresentavano la maggioranza della classe media). Per l’autore ci troviamo dinanzi a un vero e proprio terremoto che scuote le società occidentali non in modo isolato e irrazionale, ma come un vero e proprio movimento tettonico iniziato ormai quasi mezzo secolo fa.

Operai, contadini, impiegati, lavoratori autonomi… categorie che fino a ieri si trovavano su fronti politici opposti a poco a poco si sono riunite in un’unica contestazione, accomunati dallo stesso senso di isolamento culturale e geografico. Guilluy, in base anche ai dati raccolti con uno studio condotto in Francia nel 2004 insieme al geografo Christophe Noyé sui voti per il Front National, sottolinea come il consenso populista aumenti man mano che ci si allontani dal centro, dalle metropoli globalizzate e gentrificate. A risultati simili sono giunti anche indagini sul voto per le elezioni del presidente Trump e per il referendum sulla Brexit, per l’FPO in Austria e per il PVV in Olanda.
La dinamica populista sarebbe dunque trainata dalla combinazione di due forme di precarietà: quella sociale, derivante dal modello economico, e quella culturale, effetto della nascita della società multiculturale.

Questa reazione populista è la risposta del mondo di sotto al “grande disegno sociale” della vecchia classe media occidentale, un progetto che ha portato di fatto “alla scomparsa delle stesse società a cui si è applicato”. Spiegare questi risultati con le interferenze dei servizi segreti russi o con il moltiplicarsi delle fake news è, per Guilluy, nel migliore dei casi disonesto. L’ondata populista non è il risultato di qualche manipolazione ma delle riforme economiche avviate già negli anni Ottanta.

Per la classe dominante, il massacro della classe operaia era il prezzo da pagare per adattare le economie occidentali alla globalizzazione, e sarebbe stato compensato sul lungo periodo dalla terziarizzazione dell’economia, dall’aumento della scala di produzione e quindi dalla crescita di posti di lavoro più qualificati e meglio retribuiti. Invece, dopo la dismissione dell’industria, è cominciata quella del comparto agricolo. Siccome operai e contadini sono figure di un modello economico ritenuto ormai superato si è preferito pensare che la loro scomparsa non avrebbe pregiudicato il pattern dominante. Quando poi è arrivato il turno del terziario, che ha cominciato a indebolirsi fortemente nei venti anni a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, con la polarizzazione dell’occupazione e la diffusione di lavori precari il gioco delle tre carte condotto fino a quel momento ha tristemente svelato la sua mendace natura.

L’analisi di Christophe Guilluy si riferisce in particolare alla Francia, che egli ha studiato nel dettaglio, ma può essere facilmente estesa a gran parte dei Paesi europei e occidentali in genere, Stati Uniti inclusi, dove facilmente si riscontrano eventi e dati simili a quelli riportati dall’autore nel testo.

Se è vero che in Cina, in India e più in generale nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), sta nascendo una nuova classe media, in Occidente quest’ultima sta scomparendo.
Operai e agricoltori. Impiegati, i “piccoli colletti bianchi” che non sono stati in grado di adattarsi alle esigenze della rivoluzione digitale. I giovani che non hanno acquisito le competenze per accedere ai lavori altamente qualificati della nuova economia. Gli anziani, i pensionati, non abbastanza produttivi e troppo costosi per la collettività… Tutti indicati come “marginali”. Il problema, sottolinea Guilluy, è che sommando tutti questi marginali si ottiene un insieme completo: quello della vecchia classe media occidentale.

Le categorie che fino a ieri costituivano la base della classe media non possono essere considerate come un mero agglomerato di lavoratori e/o consumatori. Costituivano il cuore pulsante della classe media occidentale perché ne incarnavano lo stile di vita. Per Guilluy ne erano il referente culturale, ed è la perdita di questo status che mina alla base il modello e i valori dell’intera società.
La sfida non è più gestire il regresso sociale, ma rifare daccapo la società. Reinventarla. Riadattarla ai tempi, ai cambiamenti. Riassettare il paradigma culturale prima ancora di quello politico, economico e finanziario.

Il populismo non è un’ondata di febbre irrazionale, ma l’espressione politica di un processo economico, sociale e culturale fondamentale. Guilluy ritiene doveroso e necessario smettere di considerarlo un fenomeno sporadico e transitorio, anch’esso marginale. O peggio ancora sbeffeggiarlo accomunandolo a manifestazioni politco-culturali estremiste con l’intento di riuscire ad arginarlo facendo leva su antirazzismo e antifascismo “da operetta”.
È bene precisare che l’autore si mostra pienamente convinto della necessità di mantenere sempre alta la resistenza contro il fascismo e il razzismo, lotta che egli considera lodevole. Il punto è che quando tutto questo diventa retorica funzionale alla classe dominante per vietare o sviare qualsiasi diagnosi della realtà sociale e culturale delle classi popolari diventa molto controproducente. Al pari di una lotta alla corruzione e al malaffare da passerella.

La società non esiste di Christophe Guilluy è un saggio molto ben strutturato. L’autore utilizza un linguaggio chiaro e preciso a cui conferisce una modulazione ciclica, ritorna più volte sullo stesso concetto ma partendo da punti di origine differenti. Ciò favorisce per certo la comprensione da parte del lettore. È un testo che fornisce delle risposte ovvio, ma agevola il lettore anche nel ragionamento proprio. Invitandolo, in maniera indiretta e consequenziale alla lettura, a formulare degli interrogativi e ricercare egli stesso delle risposte. A guardarsi intorno. Osservare il proprio mondo da una diversa prospettiva e con una maggiore consapevolezza, frutto anche delle nozioni apprese leggendo il libro.
Una lettura che può stordire o stupire. In ogni caso molto interessante.


Bibliografia di riferimento

Christophe Guilluy, La società non esiste. La fine della classe media occidentale, Luiss University Press, Roma, prima edizione in lingua italiana aprile 2019. Traduzione di Riccardo Antoniucci. Libro originariamente pubblicato in Francia da Éditions Flammarion, 2018, col titolo No Society. La fin de la classe moyenne occidentale.



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (ilMulino, 2019) 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

A quanto ammonta il valore della ciclo-ricchezza? “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala” di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini (Egea-UniBocconi, 2019)

Tag

, , , , ,

L’Italia ancora oggi resta il maggior produttore europeo di biciclette, con un fatturato complessivo di 1.3miliardi di euro, pur in calo di oltre il 50% rispetto a dieci anni fa.
I dati di Confindustria/Ancma, sull’andamento del mercato delle bici in Italia per il 2018, confermano l’inarrestabile crescita del settore e-bike che “vola a doppia cifra e si prevede farà la parte del leone entro quattro-cinque anni” rispetto alla bicicletta tradizionale: 173mila le e-bike vendute (+16.8%).
Un rapporto di Legambiente del 2019 stima in 7.6miliardi il valore economico generato in senso lato dal comparto cicloturistico. Un dato che farebbe lievitare a quasi 12miliardi il valore attuale del Pib, il Prodotto interno bici (indicatore che calcora il giro d’affari complessivo a due ruote).

Stime che Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini, autori di Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala, ritengono credibili, anche se non hanno un fondamento scientifico, e possono dare un’indicazione concreta del valore attuale della ciclo-ricchezza. In considerazione, soprattutto, del margine di crescita enorme cui potrebbe ambire il settore in Italia.
Per fare un esempio, a margine delle 173mila e-bike vendute in Italia nel 2018 c’è il milione venduto in Germania nello stesso anno.

Per Santilli e Soldavini, il ritardo italiano è legato a una rete di vendita che è stata incapace di innovarsi e fatica a scrollarsi di dosso convinzioni senza fondamento e tradizionalismi pericolosi, uniti a un’oggettiva difficoltà a gestire un prodotto che è una via di mezzo tra una bici e un motorino, con ricadute anche sui temi della gestione e manutenzione.

L’Italia ha sempre avuto un ruolo di leadership, indiscussa fino a una decina di anni fa, grazie alla sua grande tradizione manifatturiera, ma che arretra ormai pericolosamente. Eccellenze, storie affascinanti, imprenditori straordinari. Ma, come ricordano gli autori di Bikeconomy, il mondo non è stato a guardare e se una colpa si può dare ai costruttori italiani è proprio da ascrivere alla loro incrollabile convinzione che nessuno avrebbe potuto togliere all’Italia e ai suoi produttori la leadership del ciclismo.
Ma così non è stato.
La produzione italiana nel 1994 era 5.8milioni di pezzi. Nel 2017 appena 2.4milioni.

Le ragioni del ritardo e dell’arretramento italiano sono molteplici e Santilli e Soldavini le descrivono tutte nel dettaglio.
Dimensioni aziendali troppo piccole, scarsa attenzione al marketing, allo sviluppo di reti commerciali globali, alle analisi dei mercati, alla finanza aziendale, alla comunicazione. Il tutto aggravato da un’evidente incapacità di gestire gli inevitabili e spesso deficitari passati generazionali, nonché la ritrosia all’ingresso di manager competenti e in grado di arricchire le potenzialità dell’azienda.
Molte imprese italiane hanno capi d’azienda che non sono stati in grado di innovare o di passare per tempo il testimone a soggetti adeguati, mentre i produttori stranieri, dietro i quali ci sono gruppi finanziari e industriali, sono cresciuti vertiginosamente.

Due gli esempi virtuosi italiani che gli autori riportano nel testo.

Il primo riguarda l’azienda Pinarello che, nel marzo 2017, ha ceduto la maggioranza a L Cattertan, il più grande fondo di private equity consumer-focused globale, legato al gruppo del lusso LVMH. La scelta ha avuto come obiettivo lo sviluppo internazionale dell’azienda trevigiana e ha premiato la coraggiosa strategia messa in atto da Fausto Pinarello.

Il secondo riguarda il marchio specializzato in abbigliamento ciclistico sportivo La Passione, il primo brand in Italia a essere venduto solo online. Al suo terzo anno di attività, punta a chiudere il 2019 con un fatturato superiore ai 5milioni di euro, in arrivo soprattutto da mercati come Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Giappone, Sud Corea e Nord Europa.

Si chiedono a questo gli autori quali siano le intenzioni degli altri imprenditori italiani, di certo presi in contropiede da queste operazioni e da esse allarmati.
Cosa si può fare allora per preservare le eccellenze italiane?
Santilli e Soldavini consigliano di aggregarle e farle convergere in un polo del ciclismo di qualità, ispirandosi al modello del lusso mondiale rappresentato da LVMH, gruppo presente nei cinque più importanti settori del mercato del lusso: vini e alcolici, moda e pelletteria, profumi e cosmetici, orologi e gioielleria, con 75 maison e un fatturato, nel 2017, di 46.8miliardi di euro.

Purtroppo la gran parte degli imprenditori interpellati dagli autori si dichiarano convinti che nel mondo ci sarà sempre chi acquisterà i loro prodotti. Si chiedono allora Santilli e Soldavini, e il lettore con loro, su quali basi si fondi questa certezza, in considerazione anche dei grandi gruppi in grado di penetrare il mercato a livello globale, di fare ricerca e sviluppo con fondi pari all’intero fatturato delle aziende italiane, pronti “a diversificare o peggio a entrare in comparti che ancora vedono una certa leadership italiana”.

Invece di arroccarsi su posizioni e vedute ormai obsolete, andrebbe esaltato il binomio tradizione-innovazione e rivolto lo sguardo al futuro, che è già presente considerando la rapidità con la quale evolvono mercato e consumatori. In sintesi si dovrebbe pedalare più velocemente per stare o rimanere un passo avanti agli altri e non accontentarsi di starne uno indietro nella convinzione che oltre non si può indietreggiare.

La scarsa e tardiva attenzione rivolta al “fenomeno e-bike”, il sostanziale disinteresse verso la mobilità cittadina e il connesso “fenomeno delle smart city”, la sottovalutazione del cicloturismo e delle potenzialità del cosiddetto “ciclismo per tutti”, hanno portato, secondo l’analisi di Santilli e Soldavini, a relegare gran parte dei produttori italiani in nicchie quasi esclusivamente dedicate al ciclismo agonistico e agli amatori agonisti, che però sono una percentuale minima del mercato.
Bisognerebbe invece guardare e magari copiare le sempre più frequenti partnership, dalle quali per il momento i produttori italiani sembrano essere tagliati fuori. Partenariati tipo quello stilato tra Bmw e Mercedes per le bici a pedalata assistita e i progetti delle “ciclabili del futuro”.
Senza ignorare o sottovalutare un fattore che è invece assai rilevante, ovvero quello dei new corner. Soggetti finora estranei a operare in questo comparto che ne hanno ben capito le potenzialità e che possiedono capacità imprenditoriali, manageriali e finanziare “sconosciute a chi opera nel settore da decenni”, come sembrano essere tanti imprenditori italiani.

Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini, edito da Egea-UniBocconi in prima edizione a settembre 2019, è una lettura sorprendente. Il lettore non si aspetta di certo di trovarvi tutte le informazioni che invece gli autori sono riusciti a reperire e organizzare in maniera ordinata e interessante. Un’analisi dettagliata della cosiddetta “economia della bicicletta” che stupisce anche chi riteneva di conoscerne a fondo i dettagli, come ammette lo stesso Beppe Conti nella prefazione al libro.




Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro 

Ci perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (IlMulino, 2019)


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “L’affare Modigliani” di Dania Mondini e Claudio Loiodice (Chiarelettere, 2019)

Tag

, , , , ,

L’affare Modigliani di Dania Mondini e Claudio Loiodice, edito da Chiarelettere in prima edizione a ottobre 2019, è una palese denuncia. Contro i troppi intrecci, misteri, errori, omissioni, leggerezze… che hanno ruotato e ruotano intorno alla figura dell’artista di origini livornesi.
Un libro scritto in “chiave criminologica”, una vera e propria inchiesta che, partendo da una ricostruzione geo-cronologica dei fatti, indaga a fondo sui particolari, sulle sviste, sui processi, le sentenze, le false certificazioni e gli alibi altrettanto dubbi che hanno caratterizzato questo vero e proprio business stimato dagli autori in almeno 11miliardi di euro. Cresciuto a dismisura proprio in seguito alla prematura scomparsa dell’artista le cui opere, prima vendute per mero bisogno di sussistenza, hanno poi visto lievitare il loro valore in maniera imponente. Lo stesso è accaduto per i tanti falsi in circolazione.

Sei sono i protagonisti principali della narrazione: Amedeo Modigliani e la sua compagna Jeanne Hébuterne, la loro figlia Jeanne e la nipote Laure, l’archivista piemontese Christian Parisot e “il tenace alfiere e cacciatore di falsi” Carlo Pepi. Sei personaggi principali intorno a cui si muovono tutta una serie di comparse su quello che gli autori hanno indicato e descritto come un immaginario palcoscenico sul quale si snoda l’intera vicenda ma, soprattutto, si consumano gli otto capitoli che vanno a comporre il libro. Otto capitoli per altrettante “scene del crimine”, minuziosamente descritte e analizzate, con precisi e definiti riferimenti al materiale cartaceo e non su cui gli autori si sono basati e che permane in loro possesso, a testimonianza e prova delle loro affermazioni.

Scopo del libro infatti non è solo la divulgazione della intera vicenda, ma una vera e propria denuncia di fatti criminali. Il testo contiene diverse ipotesi di reato. Le prime copie del libro sono state infatti consegnate alle procure competenti, in Italia e all’estero.

Cento anni di storia raccontati da Dania Mondini e Claudio Loiodice impiegando un registro narrativo molto rigoroso, forte, deciso e preciso. Affermazioni secche. Dichiarazioni che lasciano poco o nulla spazio a fraintendimenti. Esposizioni dei fatti e delle opinioni o testimonianze chiara e concisa.
Un rigore stilistico che non può non essere ricondotto al fine ultimo per cui il libro è stato scritto. Un atto di denuncia volto a ridare dignità all’artista Modigliani, al suo estro come al suo essere una persona che ha pensato fuori dagli schemi ma non per questo merita o ha meritato discredito.
“Anarchico, folle, violento, alcolizzato, drogato, attaccabrighe, dispotico, irascibile, puttaniere, irresponsabile, egocentrico” sono solo alcuni dei dispregiativi con i quali è passato alla storia “il più grande dei pittori italiani del Novecento”.

Un libro, L’affare Modigliani, scritto da Mondini e Loiodice anche per rivalutare e preservare l’immenso patrimonio culturale, artistico e architettonico dell’Italia, troppo spesso oggetto di interesse solo economico. Un patrimonio dal valore inestimabile che non può non aver attirato l’interesse anche dei corrotti e del malaffare.

Un testo molto interessante, quello scritto da Dania Mondini e Claudio Loiodice. Una lettura a tratti anche impegnativa, nei contenuti, ma sempre scorrevole e accattivante per lo stile di scrittura e lo studio della struttura dell’opera nel suo complesso, sicuramente oggetto di attento e preventivo interesse da parte degli stessi autori. Un libro che essi dedicano a Giordano Bruno, “eretico rivoluzionario” perché a volte è proprio nell’eresia la vera rivoluzione. Perché l’eresia non è ciò che non va detto, bensì ciò che non si vuole venga detto. In questo senso anche L’affare Modigliani è una vera e propria “eresia”.



Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

“Il Patto sporco” di Nino di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere, 2018) 


Immagine in evidenza: Amedeo Modigliani, Bambina in abito azzurro, 1918, Collezione privata Jonas Netter


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “Manifesto per la verità” di Giuliana Sgrena (ilSaggiatore, 2019)

Tag

, , , ,

Esce con ilSaggiatore il nuovo libro di Giuliana Sgrena Manifesto per la verità, il quale in realtà più che un manifesto per la verità sembrerebbe un resoconto dettagliato dello stato malandato in cui versa l’informazione italiana, sintetizzabile con un’espressione utilizzata dalla stessa autrice: “il giornalismo sta morendo perché ci sono le fake news o le fake news proliferano perché il giornalismo sta morendo?

Lei è una giornalista, evidente e prevedibile quindi che concentri la sua attenzione sull’informazione giornalistica, ma il problema delle fake news, della violenza di genere, delle molestie sessuali, nonché il fenomeno migratorio e, soprattutto, il modo in cui tutto ciò viene percepito, discusso e affrontato non è certamente risolvibile con la sola riforma o modifica dei massmedia. Necessita o necessiterebbe un cambio di paradigma culturale che deve partire dall’educazione, passare dall’istruzione, perseverare nell’informazione e abbracciare tutti i campi dell’essenza e della convivenza umana.

Il libro di Giuliana Sgrena sembra essere pervaso da un profondo senso di nostalgia che accompagna la narrazione e la determina, in qualche modo, orientandola verso un certo desiderio melanconico di ritorno al passato, a quando le cose andavano meglio, al periodo in cui le persone, gli italiani, si informavamo meglio perché leggevano i giornali cartacei e non si lasciavano fuorviare dalla cattiva informazione e dai fake in Rete.
Pur volendo dare per buona la teoria secondo la quale prima gli italiani erano meglio informati, non può essere certo un ritorno al passato la via per la soluzione dei problemi attuali. I problemi non nascono dal mezzo utilizzato per istruirsi, formarsi, informarsi bensì dal contenuto ed è quello che lascia molto desiderare, sia in Rete che in formato cartaceo.

I giornalisti, i direttori di giornale e gli editori che li pubblicano non hanno mai sviluppato la necessità di formarsi e specializzarsi, di impegnarsi per offrire al pubblico un servizio eccellente. Hanno sempre “rincorso” le notizie che vendevano più copie prima e ottengono più like oggi. Sono per la gran parte dei “generalisti”, incaricati di occuparsi di questo o quell’altro a seconda, prevalentemente, di ciò che desidera leggere o vedere il lettore oppure della linea che ha in mente l’editore. Tranne le pubblicazioni scientifiche e settoriali, sono persone poco qualificate a trattare di argomenti delicati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Con le dovute eccezioni, certo.

L’informazione, al pari dell’istruzione, non dovrebbe mai avere partito, colore politico, fede religiosa, pregiudizio. Soprattutto quando riguarda il comparto pubblico. In Italia non è così. Non lo è mai stato. E l’informazione vera ha sempre scarseggiato. Oggi è stata quasi completamente sostituita dalla diffusione di opinioni, più o meno autorevoli, spacciate per informazione. Questa è la prima grande fake news che investe tutto il settore, digitale o cartaceo che sia.

In Manifesto per la verità Giuliana Sgrena ritorna anche sul finanziamento pubblico all’editoria e attacca gli esponenti del Movimento Cinque Stelle che invece sono contrari. Afferma che togliendo i finanziamenti pubblici si limita o si rischia di eliminare del tutto il pluralismo dell’informazione e nell’informazione.
In tutti gli anni in cui è rimasto in vigore il finanziamento pubblico all’editoria il pluralismo era garantito e l’informazione ottima? Cosa vuole intendere esattamente Sgrena quando parla di pluralismo?
Finora e tuttora si assiste alla presenza di giornali che si ispirano all’ideologia di sinistra o di destra e quelli più o meno cattolici e cristiani i quali, attraverso il lancio di fatti di cronaca o di politica nazionale e internazionale, cercano di diffondere il più possibile il proprio e rispettivo punto di vista. Beh, l’informazione è, o meglio dovrebbe essere, cosa ben diversa. Corretta, neutrale, imparziale. Sempre e comunque.

Nella prima parte del testo, Giuliana Sgrena si sofferma a lungo nella descrizione dell’assalto mediatico tristemente riservato alle vittime di aggressioni, violenze o molestie a scopo sessuale. Evidenzia la disparità di trattamento riservato da alcune testate e giornalisti agli aggressori e/o alle vittime a seconda della loro nazionalità di provenienza. Umanamente ed eticamente nessuno può contraddire le sue parole, allorquando accusa media e lettori di utilizzare il sistema dei due pesi e delle due misure. Ma il problema, che è culturale e non solo di informazione, non si risolve evitando che un giornalista o un direttore scrivano o pubblichino un determinato articolo e relativo titolo. Si potrebbe obiettare all’autrice che anche questo, paradossalmente, fa parte del pluralismo dell’informazione da lei stessa auspicato. Sembra assurdo ma è così. Articoli, titoli e giornali che seguono questo orientamento esistono perché hanno dei lettori, dei sostenitori.
Il punto allora non è il pluralismo dell’informazione ma la sua qualità.

I giornalisti inseguono le notizie che sanno per certo faranno “presa” sul loro target di lettori. Ecco perché è sulla formazione/apprendimento della popolazione che si deve compiere uno strutturale e profondo lavoro culturale ed educativo. Sull’istruzione, che deve formare persone colte, preparate. Socialmente e culturalmente evolute. Perché saranno loro stesse a fare la differenza. Non un giornale in più o in meno, laddove permangono tutti sempre e comunque di parte.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber 

“La mattina dopo” di Mario Calabresi (Mondadori, 2019)

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 

Guerra alle fake news o retorica e propaganda? 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro

Tag

, , , , ,

Analisi del testo All’alba di un nuovo mondo di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli (ilMulino, 2019)

Da alcuni anni ormai è tornata a circolare in Europa, come anche negli Stati Uniti d’America, la “cupa profezia” sull’incipiente tramonto dell’Occidente. L’ottimismo liberaldemocratico e l’euforia di vittoria, che seguirono la fine della Guerra Fredda, hanno lasciato ampio spazio al timore di un futuro minaccioso.

Secondo Yascha Mounk, scrittore, accademico e relatore esperto sulla crisi della democrazia liberale e sulle cause di origine e diffusione dei populismi, ritiene oggi possibile immaginare che le democrazie liberali siano in procinto di lasciare il posto a democrazie illiberali. Ovvero governi delle maggioranze che si accompagnano all’affievolimento, se non alla soppressione, dei diritti individuali di libertà.

Per Angelo Panebianco, è ovvio ormai che la società aperta occidentale, “con i suoi gioielli” (la rule of law, il governo limitato, i diritti individuali di libertà, la democrazia, il mercato, la scienza), sia o appaia a rischio.

Nel suo saggio L’Europa sospesa tra Occidente e Oriente, riporta la visione di “molti osservatori” secondo i quali la prova più evidente del venir meno della volontà di tanti europei di scommettere sul futuro è l’invecchiamento demografico che interessa vari Paesi europeo-occidentali. Sottolinea Panebianco come lo smettere di fare figli determina, sul piano macrosociale, cambiamenti di vasta portata. Ma è anche il segnale di una visione collettiva pessimistica del futuro. Ènecessario inoltre pensare alle difficoltà che mostrano le società occidentali in rapporto alla questione dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati.

Crisi demografica e difficoltà di fronteggiare le conseguenze sociali, economiche e politiche dell’immigrazione extraeuropea (in Europa) o latinoamericana (negli Stati Uniti) segnalano quella che diversi osservatori attenti alle idee circolanti, agli orientamenti culturali prevalenti, interpretano come una crisi morale che sta minando la fiducia in sé stesse delle società occidentali, ne sta corrodendo il tessuto sociale.”

Crisi che potrebbe inoltre aver favorito l’insorgenza e la diffusione dei movimenti populisti, sviluppatisi praticamente in ogni Paese occidentale. Formazioni politiche che hanno in comune nazionalismo, ostilità alle tradizionali ancore internazionali – atlantismo, europeismo – delle democrazie liberali, predilezione per politiche di chiusura delle frontiere sia per le persone (politiche anti-immigrati) sia, in alcuni casi, per le merci (protezionismo economico).

Per Panebianco, l’insorgenza populista arriva al termine di un lungo processo di erosione dei vecchi equilibri. Un lento ma incisivo fenomeno di indebolimento degli intermediari politici che, nell’analisi del filosofo francese Bernard Manin, ha caratterizzato il passaggio dalle vecchie democrazie di partito alle nuove “democrazie del pubblico”. I vecchi legami fra elettori e partiti sono stati sostituiti da rapporti diretti, non mediati, fra leader e pubblici generando una situazione che renderebbe le democrazie molto più instabili di un tempo, condizionate dalla volubilità delle opinioni pubbliche e dalla conseguente, elevata volatilità delle arene elettorali.

Diverse sono le scuole di pensiero che si contendono la spiegazione di tali epocali cambiamenti. La più diffusa, e fors’anche la più condivisa dagli occidentali, attribuisce la responsabilità a tre cause concomitanti:

  • La lunga crisi economica mondiale cominciata negli anni 2007-2008.

  • La pressione esercitata sugli equilibri politici delle democrazie occidentali dall’incremento dei flussi migratori registrato negli ultimi anni.

  • L’aumento, nel caso dell’Europa, dell’insicurezza collettiva a causa degli attentati e della minaccia continua di cui è responsabile il terrorismo jihadista.

Una diversa scuola di pensiero vede invece in ciò che sta accadendo la conseguenza, forse irreversibile, di processi di lungo periodo. Ed è riscontrabile proprio in questo la maggior differenza tra le due linee di pensiero.

Per la prima scuola saremmo di fronte a una fase transitoria assolutamente reversibile nel momento stesso in cui si registrerà una ripresa della crescita economica (con conseguente riassorbimento della disoccupazione), un migliore controllo da parte dei governi e dell’Unione Europea dei flussi migratori in entrata e, infine, una decisa strategia di contrasto al terrorismo.

Per la seconda scuola invece siamo in presenza di un cambiamento “strutturale, di riduzione della forbice, di perdita del primato occidentale”.

Visione quest’ultima condivisa anche da Kishore Mahbubani, preside e docente della Lee Kuan Yew School of Public Policy presso la National University di Singapore già membro del corpo diplomatico di Singapore, il quale afferma che è dagli inizi del XXI secolo che la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. Il Resto del Mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione… Ora, si domanda Mahbubani, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto?

Nella fine della Guerra Fredda l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando, secondo Mahbubani. Innanzitutto perché la “vittoria” non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica. Inoltre, l’Occidente tutto si è lasciato “distrarre” dagli eventi dell’11 settembre del 2001. Nessuno, in tutto il mondo occidentale, ha messo in luce che “l’evento più gravido di conseguenze storiche del 2001 non era l’11 settembre. Era l’entrata della Cina nel WTO (World Trade Organization)”.

L’ingresso di quasi un miliardo di lavoratori nel sistema mondiale degli scambi avrebbe per forza di cose avuto come risultato una massiccia ‘distruzione creativa’ e la perdita di molti posti di lavoro in Occidente.”

Nell’agosto 2017, una relazione della Banca dei Regolamenti Internazionali confermava che l’ingresso di nuovi lavoratori provenienti dalla Cina e dall’Europa Orientale nel mercato del lavoro era la causa di “salari reali in declino e della contrazione della quota del lavoro nel reddito nazionale”.

Angelo Panebianco, nel suo saggio, riporta per esteso la visione di diversi osservatori per i quali si è ormai entrati nella fase di passaggio dalla breve stagione dell’unipolarismo americano a un nuovo multipolarismo nel quale Stati Uniti e Cina, pur essendo le due potenze più forti, dovranno comunque fare i conti con altre potenze, quali Russia, India, forse anche Brasile, Indonesia, Sud Africa.

Un multipolarismo nascente che, per Panebianco, si innesta su un mondo attraversato da diversità culturali e da scontri di civiltà, e di cui nessuna ancora conosce le dinamiche di sviluppo e funzionamento. Nessuno sa se da esso deriverebbero stabilità e ordine oppure, all’opposto, instabilità/precarietà e disordine.

Come si muoverà e quale ruolo avrà l’Unione Europea in questo nuovo scacchiere internazionale?

La questione delle migrazioni, unitamente alla crisi dei debiti sovrani, ha alimentato un diffuso quanto inedito sentimento di ostilità verso l’UE entro settori sempre in crescita dell’elettorato, aprendo sempre più spazi a movimenti di protesta che combinano antieuropeismo e volontà di chiusura delle frontiere all’immigrazione extra europea.

In realtà, sottolinea Panebianco, l’antieuropeismo montante è più un effetto che una causa. La quale andrebbe ricercata piuttosto nei “vizi all’origine” della costruzione europea.

Fu l’America lo sponsor esterno che favorì l’integrazione europea (in funzione antisovietica). Fu l’America che garantendo militarmente la sicurezza europea consentì alle istituzioni comunitarie di ‘specializzarsi’, di dedicare ogni sforzo al perfezionamento del mercato europeo, alla crescita e al finanziamento di misure di protezione sociale.”

In buona sostanza, l’accordo era: “il warfare agli Stati Uniti e il welfare all’Unione Europea”. Ciò ha reso impossibile sviluppare un’autonoma politica europea della sicurezza.

Il secondo vizio d’origine, per Panebianco, consisteva nella tradizionale vaghezza della meta finale, dello scopo del processo di integrazione.

Quando con la moneta unica l’integrazione europea fece un salto di qualità, il problema della necessità di far seguire all’unificazione monetaria una qualche forma di unificazione politica o, per lo meno, qualche deciso passo istituzionale in quella direzione, entrò nell’agenda politica. Ma non appena si cominciò seriamente a parlare di ‘unificazione politica’ le magagne (fino a quel momento nascoste sotto il tappeto dalle élite europee) vennero fuori.”

Come si può fare un’unificazione politica quando non è possibile stabilire con sicurezza dove vadano collocati i confini? A Est e a Sud dove sono i confini dell’Europa? Si chiede Panebianco, per il quale laddove è ancora difficile stabilire con esattezza chi è dentro e chi è fuori, non è neanche lontanamente immaginabile costruire una comune identità politica.

L’Europa diventa sempre più fragile, sempre più debole. Ciò costituisce un’imperdibile occasione per predatori affamati e con zanne e artigli affilati.”

Emblematica questa narrazione figurativa utilizzata da Panebianco, il quale rappresenta i potenziali predatori di una sempre più fragile e debole Europa come bestie affamate dotate di zanne e artigli affilati. Un passaggio che rimanda alla Letteratura di viaggio o meglio, tornando ancora più indietro nel tempo, alle narrazioni epiche e/o cavalleresche, laddove i nemici da combattere e sconfiggere, complice la paura, assumevano nella mente dell’autore prima, nelle pagine scritte e nell’immaginario collettivo poi connotati sempre più primitivi, animaleschi, mostruosi, diabolici o satanici.

Panebianco rievoca l’immagine di questi figuri parlando della conquista economica della Cina di Xi Jin Ping, che sta attuando il suo progetto di “neoimperialismo economico (con inevitabili risvolti politici)”.

Neoimperialismo che rimanda inevitabilmente a quello non “neo”, subito dalla Cina e da tanti altri paesi asiatici e africani, allorquando furono essi stessi a doversi misurare con predatori affamati armati non solo di zanne e artigli affilati ma di munizioni, fucili, baionette e cannoni.

Angelo Panebianco teme il neoimperialismo economico e, soprattutto, i suoi inevitabili risvolti politici. La sua tesi è che se viene meno il primato occidentale – ovvero il potere finora esercitato dal “blocco” statunitense-europeo, più il Giappone -, non c’è altro ordine internazionale possibile. Prevarrebbe il caos per l’assenza di un enforcer dell’ordine, una potenza o un blocco di potenze con la capacità economica, le risorse coercitive e la volontà politica di creare le condizioni di un ordine internazionale. Solo il mondo occidentale ha, per l’autore, le risorse, culturali prima ancora che politiche, economiche e militari, per creare per lo meno un embrionale, imperfetto quanto si vuole, ordine internazionale liberale, ossia in linea di principio accettabile dalla maggior parte dei viventi.

Le potenze autoritarie, nella visione di Panebianco, possono aumentare, se le condizioni lo consentono, le proprie chance di influenzare altri Paesi ma difficilmente possono anche dare vita a un ordine internazionale stabile. Coloro che vivono sotto il giogo delle potenze autoritarie sono pronti, appena ne hanno la possibilità, a ribellarsi.

L’ordine autoritario genera continui e diffusi focolai di resistenza, genera disordine. Crea esso stesso le condizioni per la propria sconfitta.”

Palese quindi che solo un ordine liberale sia in grado di garantire stabilità, prosperità e crescita, economica ma anche sociale e culturale. Meno ovvio invece appare chi sarà alla “guida” del nuovo “ordine internazionale legittimo” visto che lo stesso Panebianco ammette che, laddove l’Occidente non ponga rimedio ai tanti problemi interni, non è poi così scontata la sua leadership.

L’Occidente dovrebbe prima:

  • Rilanciare (ma evidentemente anche ristrutturare) i rapporti interatlantici.
  • Migliorare l’integrazione europea.
  • Trovare il modo di ricostituire – mediante innovazioni istituzionali ancora da inventare – un equilibrio oggi spezzato fra la competenza dei pochi e il diritto dei più di far sentire la propria voce negli affari pubblici.

In buona sostanza, l’Occidente dovrebbe andare nella direzione opposta a quella verso cui sta andando, ovvero seguire il medesimo percorso che starebbero invece seguendo i suoi emulatori, secondo l’analisi di Kishore Mahbubani.

Per millenni, le società asiatiche sono state profondamente feudali. La ribellione contro ogni genere di mentalità feudale che ha preso impulso a partire dalla seconda metà del XX secolo è stata enormemente liberatoria per tutte le società asiatiche. Milioni di persone hanno smesso di essere spettatori passivi e si sono trasformati in agenti attivi del cambiamento, evidente nelle società che hanno accettato forme democratiche di governo (India, Giappone, Corea del Sud, Sri Lanka), ma anche in società non democratiche (Cina, Birmania, Bangladesh, Pakistan, Filippine), che lentamente e costantemente stanno progredendo. E diversi paesi africani e latino-americani guardano ai successi asiatici. Cinquanta anni fa, pochi governi asiatici credevano che una buona governance razionale potesse trasformare le loro società. Oggi questa è la convinzione prevalente. Siamo vicini al paradosso. Gli asiatici hanno appreso dall’Occidente le virtù della governance razionale, eppure mentre i livelli di fiducia asiatici stanno risalendo molti occidentali stanno perdendo la fiducia nei propri governi.”

Il testo di Panebianco possiede e trasmette una visione del mondo molto occidentalocentrica, ignorando del tutto o quasi l’assunto portato avanti, per esempio, da Iain Chambers, docente di Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Università l’Orientale di Napoli, per il quale “l’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sia diventato il mondo”.

Differente impostazione presenta invece il secondo saggio che va a comporre il libro edito da ilMulino. La Chiesa cattolica e l’Europa di Sergio Belardinelli tratta degli aspetti spirituali della contemporanea civiltà europea.

Che cosa succede nel momento in cui in Europa, il continente che per secoli è stato il cuore della fede cristiana, la gran maggioranza degli abitanti sembra non essere più interessata a questa fede?

E che cosa succede nel momento in cui la Chiesa cattolica sembra interessarsi sempre meno dell’Europa, rivolgendosi invece ad altri mondi, come l’America Latina, l’Africa o l’Asia?

Come le istituzioni politiche europee hanno perduto la fiducia dei cittadini europei, allo stesso modo, secondo Belardinelli, si direbbe che la Chiesa cattolica ha perduto la loro fede. Il loro problema non risiederebbe tanto nella evidente autoreferenzialità, quanto piuttosto nel fatto che esse operano su loro stesse e verso l’esterno come se fossero mere organizzazioni e soltanto in vista della loro autoconservazione. Naturale allora che, per certi versi, Stato e Chiesa si riducano a macchine burocratico-amministrative, “sempre più incapaci, l’uno, di generare senso civico, senso di fiducia e di appartenenza a una comunità, e, l’altra, di generare quella fede, quelle forme di vita ecclesiali, diciamo pure, quel senso di trascendenza di cui potrebbero avvantaggiarsi tutti gli altri sistemi sociali”.

La fede cristiana sta diventando impotente, non soltanto nei confronti della politica, ma di qualsiasi altro ambito della vita sociale. In buona sostanza, Belardinelli sottolinea come politica, scienza, arte, architettura… non sanno più che farsene della fede.

Gli autori affermano che, guardandosi intorno, si realizza presto di stare assistendo all’alba di un nuovo mondo, che essi vorrebbero comunque governato dal “realismo liberale” occidentale pur dovendo ammettere di non conoscere quali ne saranno i contorni e i caratteri. Nessuno in realtà lo può ancora sapere in quanto “molto dipende dal realismo con il quale la nostra e le generazioni che seguiranno sapranno affrontare le sfide che incombono”.


Bibliografia di riferimento

A. Panebianco, S. Belardinelli, All’alba di un nuovo mondo, ilMulino, Bologna, 2019

(collana Voci, pp, 132, parte prima: L’Europa sospesa tra Occidente e Oriente, Angelo Panebianco; parte seconda: La Chiesa cattolica e l’Europa, Sergio Belardinelli)


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilMulino Editore per la disponibilità e il materiale



LEGGI ANCHE

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (ilMulino, 2019) 

“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi