“Il Seme della Speranza” di Emiliano Reali (Watson edizioni, 2020)

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A maggio 2020 esce, con Watson edizioni, la versione rinnovata del fantasy di Emiliano Reali Il Seme della Speranza. Un libro strutturato su diversi livelli di scrittura che danno adito ad altrettanti strati interpretativi. Una storia creata per essere una amena lettura, per i lettori più giovani che tanto sembrano apprezzare il genere, oppure un profondo e articolato spunto di riflessione su tematiche varie ma tutte di stretta attualità.

Come molti romanzi di fantascienza le vicende narrate si sviluppano a cavallo tra due realtà, o mondi come vengono definiti in questo caso. Il primo, quello dominato dalla magia, simbolicamente perfetto in ogni sua manifestazione, l’altro, corrispondente al pianeta Terra, devastato da tutta una serie di problematiche che vanno dai danni all’ambiente alla depravazione dei suoi abitanti.

Nell’eterna lotta tra il bene e il male entrano in gioco, nel libro di Reali, vari elementi presi dall’immaginario collettivo o da influenze religiose. Come il libero arbitrio donato agli uomini della Terra dalla generatrice del mondo magico Spirya. Una libertà dosata male e usata anche peggio che condurrà all’apparente irreversibilità del degrado e della distruzione, che coinvolgerà anche la medesima dea sovrana.

Ma, come ogni fantasy che voglia definirsi tale, ci saranno gli impavidi protagonisti pronti a tutto pur di salvare capre e cavoli, in questo caso mondo vero e mondo magico. Quattro Spiriti fratelli che sono l’incarnazione degli elementi principali: acqua, aria, terra, fuoco.

Tra accadimenti avventurosi, ripensamenti e risentimenti, battute d’arresto e riprese motivazionali si snoda la seconda parte della storia, in parallelo tra i due mondi legati a doppio filo nel bene e nel male. Un fantasy che a tratti sembra strizzare l’occhio alle più classiche delle fiabe per bambini, dove la morale invita tutti a non arrendersi mai, neanche davanti a difficoltà che sembrano insormontabili. A dire il vero, molti sono gli elementi presenti nel libro di Emiliano Reali che rimandano al mondo delle fiabe prima ancora che al fantasy vero e proprio. Non da ultimo il talismano magico che si rivelerà fondamentale per la buona riuscita dell’eroica impresa del protagonista, il seme della speranza appunto.

La parola d’ordine del libro comunque resta senza ombra di dubbio alcuno fantasia. L’autore ha senz’altro dato libero sfogo alla sua fantasia, trascrivendo avventure e personaggi che deve aver coltivato per anni nel suo personale immaginario, inserendo nel testo una quantità davvero notevole di personaggi, oggetti, ambienti e situazioni al punto che, a tratti, il libro tende ad assomigliare a un immenso calderone magico all’interno del quale ribollono tutti insieme, personaggi e accadimenti, e il lettore si aspetta, da un momento all’altro, una grande e potente “esplosione”. Ed è proprio grazie a ciò che si riesce a mantenere alto il livello di attenzione durante la lettura. La scrittura, invece, non subisce particolari o rilevanti climax ascendenti, mantenendo al contrario un ritmo pressoché costante.

Il registro narrativo è semplice e chiaro, il fraseggio breve e, fatta eccezione per la terminologia che potremmo definire tecnica del fantasy, lo stile è tutto sommato lineare. Di sicuro questo potrebbe agevolare la lettura da parte di un pubblico più giovane al pari della velatura protettiva con la quale sono nascosti gli argomenti più sensibili trattati nel testo, che potrebbero, in questo modo, anche sfuggire a giovani lettori per i quali rischierebbero di non essere adatti senza un adeguato supporto e sostengo.


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“L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi” a cura di Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo (Guerini e Associati, 2020)

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Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo si occupano da anni del tema, con tutto il carico emotivo che ne deriva, e hanno deciso di raccogliere dati, analisi e riflessioni nel libro edito da Guerini e Associati a giugno di quest’anno: L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi.

La scelta del titolo naturalmente non è casuale. Vuole fin da subito portare o riportare la mente del lettore ai tragici fatti dell’agosto del 1989, allorquando gli italiani non poterono più nascondere di non essere né migliori né diversi dagli altri. Un episodio grave, gravissimo, aveva costretto tutti a fare i conti con la propria coscienza.

Non si poteva più fingere di non sapere chi in realtà fossero le persone che si occupavano della raccolta del cibo che quotidianamente confluiva sulle tavole dei cittadini italiani e, soprattutto, il triste grado di sfruttamento cui erano sottoposte.

Lo spirito di sdegno che si elevò subito dopo l’uccisione di Jerry Masslo poteva anche lasciare adito a sentimenti di speranza affinché le cose cambiassero e, quanto accaduto, non si ripetesse mai più.

Speranze. Vane.

Basta leggere i dati delle indagini, delle inchieste e dei reportage per realizzare quanto lunga sia invece la strada ancora da percorrere.

Marco Omizzolo, nella sua inchiesta diventata un libro1, ricorda che in Europa sono circa 880mila i lavoratori costretti a varie forme di subordinazione e ricatto e che negli 80 distretti agricoli italiani sono presenti, tranne rare eccezioni, condizioni di lavoro, di alloggio e sanitarie in costante violazione dei diritti umani.

Ma sono in tanti a pensare che, in fondo, se le condizioni non gli stanno bene questi lavoratori se ne possono anche ritornare da dove sono venuti.

Già da dove sono venuti.

Jerry Masslo era originario dello stesso bantustan di Nelson Mandela ed era fuggito da un Sudafrica in piena apartheid a soli 29 anni. Prima di intraprendere il lungo viaggio verso l’Europa, aveva portato sua moglie e due figli nello Zambia, perché ritenuto luogo più sicuro. Un altro suo figlio era stato ucciso da una pallottola vagante durante una manifestazione per i diritti dei neri. Il suo sogno era riuscire a raggiungere il Canada e ricongiungersi con il resto dei famigliari.

Il lavoro nei campi a Villa Literno, dove è stato poi ucciso, era una necessità. Non un piacere o una scelta.

Ma tutto questo, ovvero le esistenze che ci sono dietri i numeri di cui tanto si parla, ancora oggi, molto spesso, si preferisce ignorarle. Meglio disumanizzarle rendendole meramente cifre, numeri, statistiche, problemi o emergenze da affrontare. Solo che così facendo a disumanizzarsi non sono loro.

La verità è che ha ragione Marco Aime quando scrive che è triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo2.

Nonostante l’evidenza dei fatti, tutt’ora si continua ad affrontare il tema delle migrazioni come fosse un’emergenza, un problema la cui soluzione va ricercata in accordi e trattative più o meno lecite che poco o nulla tengono in considerazione le vite, le esistenze dei migranti stessi. Lo scopo molto spesso è accontentare l’elettorato o peggio guadagnarci qualcosa.

Secondo Iain Chambers, il razzismo non è una semplice patologia individuale o di gruppo, ma una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo3.

Il testo curato da De Cesaris e Impagliazzo si compone di numerosi contributi, nei quali i rispettivi autori trattano il tema dell’immigrazione da varie angolazioni che vanno dall’aspetto umano e sociologico a quello politico e geopolitico e, pur essendo una pluralità di voci, ben sembrano armonizzarsi tra di loro regalando al lettore una interessante e riflessiva lettura.

1Marco Omizzolo, Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019

2Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2020

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“Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo (Donzelli, 2020)

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La Storia ci ha insegnato e abituato a un’Italia divisa, frammentata nei vari stati e contesa da stirpi, rami, dinastie e imperi che l’hanno sempre pensata come composta da tre ampie zone: un Nord, un Centro e un Sud. Ancora oggi questa distinzione, più di tanto altro, sembra esserne una delle caratteristiche più ampiamente riconosciute.

Si chiede però Raffaele Nigro perché debba essere così suddivisa l’Italia e non, per esempio, in senso opposto, ovvero come egualmente tre zone ma disposte in senso verticale. Avremo quindi una fascia tirrenica, una adriatica e una lunga e sinuosa lisca centrale formata dalla dorsale che per intero l’attraversa. Ecco allora apparire la catena montuosa degli Appennini non solo e non tanto nella sua accezione geo-morfologica più classica, ma come vera e propria anima di una civiltà che ad essa si conforma, da essa prende forma e con essa si trasforma.

Ogni luogo natio imprime nel carattere e nella mente dell’individuo il suo tratto peculiare ma l’Appennino, nelle parole di Giuseppe Lupo, fin da subito insegna ai suoi “figli” a vivere in uno stato di sospensione, «non appartenere più alla geografia che ci ha originati e tuttavia non essere legati nemmeno al luogo dove ci si ferma per mettere radici».

Uno stato di sospensione che sembra caratterizzare anche la narrazione dell’intero saggio: tra passato, presente e futuro; tra antico, rurale e moderno; tra suggestione, tradizione e innovazione; tra identità, somiglianza e ribellione.

Ma qual è lo scopo di una visione verticale dell’Italia appenninica?

Lo scopo degli autori, come anche della Fondazione cui il loro lavoro di scrittura è legato, non sembra essere tanto quello di ricercare un’affinità, un’omologazione che renda l’Italia tutta uguale, unita e indistinta, quanto piuttosto quello di trovare l’unione proprio nella diversità, in quelle differenze che, a ben guardare, acquistano il sapore della somiglianza. In quello spirito di adattamento a un territorio che sa essere impervio e ostile, almeno quanto può essere dolce e ospitale. Un adattamento diverso, che ha generato luoghi diversi eppure affini, nell’animo di chi li abita.

È un’idea, quella di Civiltà Appennino. Un’idea cui ha fatto seguito un progetto. Un’idea e un progetto ambiziosi ma non presuntuosi. Una ricerca che vuol condurre la civiltà a ripensare questi luoghi, a riabitare, a rivivere l’Appennino ma non nel senso, o almeno non soltanto, di una riscoperta del passato, dell’antico, del rurale. Piuttosto nel pensare un modo nuovo di abitarli, che non sia slegato dalla contemporaneità e, soprattutto, che sia proiettato verso il futuro.

Un sogno forse, che ad alcuni potrebbe anche apparire come un’inutile utopia eppure nel senso profondo che spinge gli autori a portare avanti le loro idee si intravede una potente resilienza che non è animata da nostalgia bensì da una grande passione, per la vita, per un’esistenza che sia scandita dai ritmi dell’uomo e perché no, anche della natura, fermo restando il suo essere una vita moderna.

Bibliografia di riferimento

Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, Roma, Donzelli Editore, 2020


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Credits per le immagini, tranne la copertina del libro, www.pixabay.com


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“Dalla parte dell’assassino” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2020)

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Ci sono molti modi per indagare e riflettere sulla società e sulla contemporaneità. Pietro Francesco De Sarlo ha scelto di farlo attraverso le storie che racconta e i personaggi che inventa.

Dalla parte dell’assassino è un romanzo giallo nel quale l’autore inserisce tratti tipici del romanzo poliziesco e tratti peculiari invece dei romanzi di formazione.

Partiamo dal protagonista, un commissario che è innanzitutto un cittadino, scontento del modo in cui la società, lo Stato che egli stesso “serve” ogni giorno, lo tratta. Una persona che stenta a comprendere e fare proprie le dinamiche dell’era digitale. Orfano di ogni riferimento, anche professionale, travolto com’è da un mondo in continua evoluzione, tanto lontano da quello in cui è cresciuto da sentirlo estraneo. La velocità vorticosa che muove tutto intorno a lui è talmente celere per i suoi flemmatici tempi e ritmi che sembra quasi esserne trascinato e, in alcuni passaggi della narrazione, si figura il paradossale scenario nel quale sono gli accadimenti e inseguire lui piuttosto che egli rincorrerli per svelare il mistero che avvolge i delitti.

Nonostante il ritmo serrato del libro, la storia si apre al lettore lentamente, a piccoli pezzi alla volta. Si parte da una vicenda con un interesse personale e limitato e mai ci si sarebbe aspettati poi di vederla illuminare l’immenso scenario che ne deriva da quella sorta di effetto domino che scatenano gli eventi narrati.

Una storia di omicidi che mette a dura prova il commissario il quale sembra essere l’unico a nutrire interesse verso la risoluzione del caso. Un’impresa narrata quasi come un’avventura donchisciottesca, nella quale risalta e contrasta la sua caparbia volontà di proseguire nelle indagini nonostante appare l’unico a voler dare la caccia a un omicida le cui vittime erano invise ai più.

Una ruggine che in realtà acquista quasi sempre, durante tutta la narrazione, i contorni di un vero e proprio risentimento ostile rivolto verso una società in completa avaria e verso i suoi rappresentanti più in vista, responsabili e capro espiatorio per eccellenza di un mondo sbagliato nel fondo e nel profondo. Una società descritta con una cura particolare per i luoghi e per le persone, specchio di un’Italia intera e di un sistema che sta portando il Paese a una vera e propria svendita di beni materiali e immateriali.

De Sarlo spazia dalla politica all’economia, da riflessioni di carattere sociale ad analisi di geopolitica internazionale. Immette nel testo fatti e personaggi reali o realistici. Avanza anche delle responsabilità, dirette o indirette, riguardo azioni o decisioni che hanno portato o contribuito alla situazione attuale. Ma riesce ad inglobare il tutto all’interno della storia principale senza appesantire la narrazione che, al contrario, risulta leggera e scorrevole con diverse punte ben inserite di ironia capaci di suscitare nel lettore una sincera ilarità.

Lo stile narrativo di De Sarlo è molto curato. Dimostra infatti l’autore di dedicare particolare attenzione ai dettagli, alla costruzione del periodo e, dal punto di vista narrativo, all’intreccio. I personaggi, in particolar modo il protagonista, sono ben caratterizzati, studiati e definiti proprio per assolvere il ruolo che l’autore ha voluto attribuire loro. Funzionali a un racconto che sembra però anch’esso funzionale ad essi. Un gioco di rimandi che, lungi dall’ingenerare confusione, consente a chi legge di rimanere ben ancorato alla realtà, nonostante si tratti ufficialmente di un’opera di fantasia e che pare rifarsi all’evidenza largamente condivisa della realtà che quasi sempre supera di la fantasia e l’immaginazione.

Uno stile, quello di Pietro De Sarlo, che diventa un vero strumento di indagine e riflessione sulla contemporaneità senza pretesa di esserlo. Una lettura, Dalla parte dell’assassino, fuor di dubbio piacevole e interessante.


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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“Ritorno a Villa Blu” di Gianni Verdoliva (Robin Edizioni, 2020)

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Ritorno a Villa Blu di Gianni Verdoliva è una storia che mantiene tutta l’architettura classica delle fiabe – nell’impostazione, nella struttura, nei personaggi come anche nel linguaggio – e, al contempo, si presenta innovativa nei contenuti, molto attualizzati rispetto alle consuetudinarie vicende che narrano di principi, principesse, orchi, streghe, fate e folletti.

Tre fratelli che si ritrovano ad aver ereditato l’antica casa famigliare, Villa Blu per l’appunto, e vi si recano per la prima volta soli, senza i parenti “adulti”, ovvero genitori e nonni. Dal prendere le misure su come organizzare e amministrare la proprietà ricevuta in dono si ritrovano catapultati in uno scenario completamente stravolto, nel quale mille avventure li attendono, unitamente a pericoli, personaggi malvagi ma anche buoni.

Alla fin fine il lettore si ritrova dinanzi al classico dualismo tra bene e male, vero grande leit motiv del genere. A salvare il testo di Verdoliva dalla banalità sarà proprio l’aver scelto di rendere molto attuale la vicenda narrata, all’interno della quale si ritrovano diversi spunti di riflessione sul presente.

Espediente parimenti ben riuscito sono i numerosi flashback che l’autore ha inserito nel testo, i quali contribuiscono a dipanare alcuni punti che altrimenti sarebbero potuti rimanere oscuri al lettore.

In diversi punti Verdoliva sembra quasi strizzare l’occhio alla letteratura gialla, allorquando inserisce diversi climax ascendenti per ingenerare in chi legge suspence. Misteri e momenti di tensione narrativa contribuiscono, infatti, a mantenere alto il livello di attenzione durante la lettura. Ma si tratterà sempre e comunque di leggeri momenti di tensione, non ci sono violenti o irruenti splatter nel libro.

Vicende e ritmo sempre più incalzanti e che avranno il loro culmine nella notte del Solstizio d’estate, che sarà la resa dei conti non solo con il sortilegio ma anche con tutto il carico emozionale che grava sui tre fratelli e che investe il presente e il passato dell’intera famiglia.

Lo stile di scrittura è molto equilibrato, caratterizzato da una particolare grazia e cura per i dettagli. Anche nelle lunghe esposizioni e descrizioni, l’autore riesce a donare il giusto ritmo alla scrittura, leggendolo a voce alta si avverte quasi la sensazione di intonare una melodia. È sicuramente un registro narrativo che ben si adatta a un genere letterario per vocazione destinato alla trasmissione, anche orale, al “racconto”.

Gianni Verdoliva, Ritorno a Villa Blu, Torino, Robin Edizioni, 2020

Collana Robin&sons, 184 pagine, 12 euro


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa per la disponibilità e il materiale


Disclosure: per la prima immagine credits www.pixabay.com


 

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“Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (ilMulino, 2020)

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Divario e ostacoli sembrano essere i termini caratterizzanti l’attuale società italiana e occidentale in generale. Un sistema nel quale il capitalismo è tutt’altro che in crisi, magari osteggiato ma di sicuro non in retrocessione, e l’ingiustizia sociale e ambientale segnano alla fin fine lo stato generale delle cose.

In questo contesto nasce il progetto di Forum Disuguaglianze Diversità, di cui Fabrizio Barca è coordinatore, centrato su 15 proposte che sono anche il tema portante del libro Un futuro più giusto edito dalla Società Editrice ilMulino e curato dallo stesso Barca con Patrizia Luongo, ricercatrice del Forum.

Da dove ha origine queste sentimento diffuso di rabbia che sembra spandersi a dismisura avvolgendo intere popolazioni e paesi? Dalle ingiustizie sociali ed economiche. Dallo sfruttamento lavorativo e professionale. Dalle disparità di genere e di razza. Dalle difficoltà che sono costretti ad affrontare quotidianamente un numero sempre crescente di cittadini… Tutto questo, oltre alle negatività oggettive, si trascina dietro anche il serio rischio che la rabbia si trasformi in odio. Rancore e odio verso gli altri, soprattutto deboli e stranieri, cui agevolmente viene addossata la responsabilità per delle colpe che risiedono altrove, a monte e non certo a valle. Qui si cumulano solo i danni e le conseguenze negative degli errori e delle dimenticanze.

Cosa serve allora? Un cambiamento. Un’inversione di tendenza. Un drastico cambio di rotta.

Sono in molti a chiederlo. Anche i promotori del progetto di Forum Disuguaglianze Diversità lo fanno e in maniera molto decisa, ferrea. Con un piglio che appare irremovibile. Con 15 proposte che riguardano nel dettaglio:

  • Conoscenza e Bene comune.
  • Imprese pubbliche europee.
  • Imprese pubbliche italiane.
  • Università e Giustizia sociale.
  • Finanziamento delle imprese.
  • Piccole e medie imprese.
  • Dati personali e algoritmi.
  • Strategie per aree marginalizzate.
  • Servizi e appalti pubblici.
  • Giustizia ambientale.
  • Amministrazioni pubbliche rinnovate.
  • Dignità del lavoro.
  • Consigli di lavoro e cittadinanza.
  • Lavoratori e lavoratrici proprietari/e.
  • Eredità universale.

Studiando nel dettaglio i vari punti appare ancora più chiaro ciò che è ormai da tempo sotto gli occhi di tutti: piuttosto che progressi, le società occidentali, e l’Italia forse più di tutte, hanno fatto troppi passi indietro. Prima importante conseguenza di ciò è la discesa sociale di giovani istruiti e colti, formati e in grado di svolgere professioni altamente qualificate ma mal ricompensati, sfruttati e costretti a un tenore e stile di vita che li riporta indietro anche rispetto, in molti casi, alle proprie famiglie di origine.

Quale futuro si prospetta per delle società che non investono o investono poco sui giovani e, ancor meno, sui giovani molto formati?

Domanda che in molti si pongono, anche nell’ambito del dibattito pubblico e politico, ma a cui nessuno sembra voler dare veramente una risposta. Ciò potrebbe significare una irreversibile presa di coscienza, più che di conoscenza, della reale situazione che rischia di diventare sistemica.

È evidente che certe dinamiche sono sbagliate e basta, nonostante si cerchi su più fronti di farle passare per cosa appetibile e moderna, attraverso un linguaggio poco forbito e ricco di anglicismi. Ed ecco allora che i fattorini diventano rider, i precari diventano part-time, chi è costretto a più lavori per raggiungere un reddito accettabile è multitasking… ma, alla fin fine, si tratta solo e semplicemente di sfruttamento, divario e ostacoli. Una situazione che rischia davvero di implodere. E non solo in Italia.

Ad accentuarne e aggravarne gli effetti si è aggiunta di recente la pandemia di Covid-19 che ha mostrato, inesorabilmente, quanto sia precario e in bilico l’intero sistema.

Cosa fare allora?

Il libro curato da Barca e Luongo viene da questi inteso come una base di partenza su cui costruire un progetto quanto più largamente diffuso e condiviso, con le tante associazioni di cittadinanza attiva con cui il Forum è già in contatto ma anche con enti, università e con chiunque sia ben preparato e motivato ad affrontare i temi del dibattito, propenso a un cambiamento che sia tangibile e concreto e universale.

Evitano, per esempio, gli autori di analizzare l’annosa questione meridionale nei medesimi termini di cui si sente da sempre e inglobandola invece in un discorso più generale di distanza, sociale ed economica, tra centri e periferie, zone centrali e zone marginalizzate. In virtù anche del fatto che ormai la cosiddetta “questione meridionale” ha travalicato i suoi confini storici estendendosi su tutto il territorio nazionale, in tutte le periferie e aree interne.

L’imperativo categorico dell’opera di Barca e di Luongo, ma in realtà dell’intero Forum, è la messa a terra di tutte le proposte, ovvero la loro trasformazione in azioni concrete. Impresa titanica senz’altro ma, laddove si parla di iniziative volte a contrastare lo sfruttamento, le disuguaglianze, la disoccupazione… non si può fare altro che auspicarne l’attuazione nella massima sinergia e condivisione possibile.


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Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità

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«È triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo.»

È con questa significativa frase che si apre al lettore il saggio di Marco Aime. Un libro che approccia il problema da differenti angolazioni, non da ultimo quella storica. È importante comprendere e analizzare, almeno cercare di farlo, perché in epoche diverse e in luoghi differenti sorgano sentimenti di repulsione verso certi gruppi e, soprattutto, come mai tali pulsioni possano trasformarsi in eventi tragici di esclusione, reclusione e anche di morte.

Aime ricorda che, escludendo la sua variante istituzionale – basata su leggi esplicitamente discriminatorie ̶ , e gli eccidi commessi in suo nome, molto spesso il razzismo si presenta come un atteggiamento strisciante, fatto di piccoli gesti, troppo spesso sottovalutati, e di sentimenti diffusi che finiscono talvolta per gettare le basi di un vero e proprio sistema.

Oggi sembra muoversi lungo il labile confine che lo separa dall’etnocentrismo, malattia diffusa che colpisce ogni gruppo umano, facendolo sentire superiore agli altri.

Riporta l’autore la definizione datane da William Graham Summer nel 1906: Etnocentrismo è il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto a esso.

Il razzismo infatti, per Aime, nasce dalla non volontà di conoscere e dall’ansia di classificare, di incasellare, ma di farlo nel modo più semplice e rassicurante, così come classifichiamo piante, animale, rocce. Un apartheid preventivo insomma, che ci allontana senza conoscerci e allo stesso tempo ci fa sentire vicini e simili, altrettanto senza conoscerci.

Oggi ci ritroviamo a dover fare i conti con alcune delle mille sfaccettature del razzismo, declinato in chiave identitaria. Sembrava impossibile che si potesse ritornare a quei deliri eppure sono bastati pochi decenni per assistere a un rifiorire di idee di stampo razzista, espresse in forme diverse ma sempre basate sullo stesso principio: la difesa ossessiva di una presunta purezza del Noi.

Un pregiudizio snobistico e autoreferenziale che sembra davvero essere una debolezza umana universale, evidenziata anche da Claude Lévi-Strauss.

«L’umanità cessa alla frontiera della tribù, del gruppo linguistico, talvolta persino del villaggio, a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli “uomini” (o talvolta – con maggiore discrezione, diremmo – “i buoni”, “gli eccellenti”, “i completi”), sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggi, non partecipino delle virtù – o magari della natura – umane, ma siano tutt’al più composti di “cattivi”, di “malvagi”, di “scimmie terrestri” o di “pidocchi”.»

Le narrazioni sulla razza tentano di radicare la cultura nella natura e di equiparare i gruppi sociali con le unità biologiche. Essenzializzando sul piano somatico-biologico il diverso, l’Altro, ricorda Aime, si giunge a definire i puri (ovvero Noi) e gli impuri (Loro). Ed è nel momento stesso in cui differenze che potevano essere considerate culturali, religiose, etniche vengono percepite come innate e immutabili che inizia il razzismo vero e proprio.

Riprendendo i concetti espressi da Bruce Baum, Aime sottolinea come l’idea stessa di razza contenga già i germi del razzismo. Infatti la classificazione su base razziale, per esempio, non è che un’applicazione sistematica dell’etnocentrismo a tutta la specie umana. E, citando Karen e Barbara Fields, evidenzia come quella della razza sia a tutti gli effetti un’ideologia la quale, al pari di ogni altri ideologia, non ha vita propria. Se la razza sopravvive ancor oggi non è perché ci è stata tramandata o perché l’abbiamo ereditata, bensì perché continuiamo a crearla. E il tutto continua a essere coltivato anche sulla base di contraddizioni e ipocrisie, proprio come accaduto in passato.

Interessante ed emblematico l’esempio, riportato nel testo dall’autore, inerente la Dichiarazione d’Indipendenza americana nella quale si legge: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal (Noi riteniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali). Bellissime parole. Scritte e sottoscritte da persone che, con ogni probabilità, possedevano schiavi neri.

Oggi però il razzismo non si presenta sotto la forma di un’ideologia esplicita e definita, espressa in tesi facilmente condannabili. Il nuovo razzismo si è riformulato sul piano della differenza culturale e, aggirando così il vecchio biologismo, opera con o senza riferimento alla razza nel senso stretto del termine. Aime descrive nel dettaglio come esso, pur non basandosi più sulla razza, in realtà utilizza lo stesso atteggiamento rispetto alle differenze, mirato a svalorizzare l’altro. Questo neorazzismo fonda le proprie spiegazioni nella storia e nella cultura invece che nella biologia e, a volte, si maschera da nazionalismo o da sovranismo.

La nostra infatti è un’epoca postrazziale (ma non postrazzista), caratterizzata da nuove dinamiche di inclusione e di esclusione che si reggono non solo sui segni tangibili e visibili, come il colore della pelle, ma anche e soprattutto sulla cultura e sulla provenienza.

Ecco allora che un termine è rapidamente diventato leit motiv ed espressione chiave delle retoriche politiche postmoderne: identità.

A contribuire alla fortuna delle proposte identitarie sono concorsi diversi fattori tra cui il progressivo decentramento delle produzioni industriali, il passaggio da un modello capitalistico fondato sul lavoro a un’economia sempre più incentrata sulla finanza, la precarizzazione del lavoro, l’erosione progressiva dei servizi e del welfare… in breve, tutto quello che ha contribuito alla nascita di quella che Zygmunt Bauman ha definito società liquida e gravida di incertezze.

Fattori tutti che hanno ingenerato ansia e paure, portando a vedere minacce derivanti da una globalizzazione che vorrebbe omologare tutti attaccando cultura e identità locali.

La crisi economica e la sempre più snervante competizione sul mercato del lavoro offrono un terreno quanto mai fertile ai populisti, che tentano di incanalare rabbie, angosce, frustrazioni lungo la strada della xenofobia e dell’esclusione.

Atteggiamenti e prese di posizione che a volte, purtroppo, vengono sfruttate anche dagli stessi Stati i quali, depauperati della loro tradizionale sovranità, temono di dover prima o poi ammettere debolezze e limitazioni e, motivati dalla volontà di celare l’inganno e proseguire nella finzione, assumono atteggiamenti repressivi nei confronti di coloro che intaccano potenzialmente ma inevitabilmente questa finzione: gli stranieri, gli esclusi.

Aime ricorda al lettore come il pensiero di Stato abbia talmente condizionati i cittadini al punto da far ritenere davvero “loro” il territorio nazionale. Le nuove circolazioni internazionali stanno invece mettendo in crisi tale pensiero, togliendo il velo di ipocrisia che esista un territorio abitato da gente identica. La verità è che oggi, come in passato, il pianeta è costellato da diversi insiemi di quelli che Mbembe definisce territorio mosaico e l’appartenenza a una nazione non è più solo una questione di origine, ma anche di scelta.

Una cosa che accomuna oggi gran parte degli elettori è la rabbia e il risentimento contro chi governa o ha governato fino a ieri. Un qualcosa che a Marco Aime ricorda i rituali di ribellione, ovvero le manifestazioni collettive in cui i rappresentanti dell’autorità e del potere possono essere oggetto di schermo e di irriverenza, ma solo nei termini e nel contesto specifico del rituale. Una sorta di ribellione ritualizzata, come l’ha descritta, dopo averla studiata in Africa meridionale, Max Gluckman.

Il cittadino postmoderno è sempre più solo e solitario e pervaso da un senso di rabbia crescente e indistinta, che non riesce più a tradursi in proposta politica. Allora si limita a chiedere ciò a cui pensa di avere diritto in un modo sempre più incontrollabile, e il colpevole di ogni perdita diventa chi tale mondo ha governato fino al giorno prima: l’élite, la casta o la politica in generale. I populisti non hanno un vero progetto per risolvere i problemi, ma sono in grado di intercettare e fare proprio quell’immaginario rancoroso, che cerca una sorta di vendetta.

Il sentimento politico si trasforma in rancore e il voto diventa il rifugio del disagio e delle pretese privatistiche. In buona sostanza, uno sfogo più che una scelta.

Senza una progettualità vera e propria la politica si ribella a se stessa ma lo fa con un cambiamento apparente. Ecco allora che Aime vede il nesso con i rituali di ribellione. Il sentimento è diventato risentimento. Ciascuno esprime la propria scelta, spesso rabbiosa, senza però inquadrarla in un qualsivoglia orizzonte futuro.

Queste paure, queste solitudini, questo risentimento, avverte l’autore, sono il brodo di coltura di cui si nutrono i diversi movimenti xenofobi che stanno raccogliendo più consensi in tutto il mondo occidentale, presentandosi come l’antipolitica nel momento in cui occupano tutti gli spazi della politica.

E, ancora una volta, lo si fa sulla base di un grande paradosso: i nemici, causa di tutti i mali, sono l’Europa, intesa come Unione Europea e, al contempo, coloro che ne sono chiamati fuori, gli extracomunitari, ovvero i non europei.

C’è senz’altro del vero nelle parole di George David Aiken: se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno. Perché, come sottolineava Umberto Eco, avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro.

Quando consideriamo diverso l’Altro è perché lo misuriamo sul nostro metro ed è qui che nascono i problemi. Abbiamo tutti bisogno, sottolinea Aime, di uno specchio che non rifletta l’immagine di noi stessi, ma quella di colui o coloro da cui vogliamo distinguerci.

I giovani identitari si ritagliano addosso un abito da guerriero Come i loro padri cinquant’anni prima, mettono in discussione chi li ha preceduti ma non per chiedere pace, libertà, uguaglianza e diritti per tutti, al contrario, per limitarli a loro stessi, esponenti bianchi nati in Europa.

Il mito dell’identità ha il vantaggio di presentarsi come nuovo, senza il peso della storia e senza il carico negativo che il razzismo si porta dietro. Ma è ben noto dove porta l’anelito alla “purezza” della razza o, in questo caso, della cultura. Eppure, sottolinea con rammarico Aime, oggi sembra che i termini “fascista” o “razzista” stiano perdendo sempre più la loro carica di stigmatizzazione e quasi non ci si vergogna di proclamarsi, anche pubblicamente, tale. Nella quasi totale indifferenza o rassegnazione.

«Non temo le urla dei violenti, ma il silenzio degli onesti.»

Martin Luther King

A margine dell’analisi di questo straordinario saggio mi sia consentita una breve nota. Nei ringraziamenti Marco Aime elenca tra i suoi “maestri” Vanessa Maher. Nel leggerlo tanti sentimenti sono riemersi, all’improvviso. Mia docente per la seconda annualità del corso di antropologia culturale e relativo esame ho avuto modo di vedere, e ricordare, la preparazione, la dedizione, la serietà… l’incarnazione della grandezza e della potenza della Cultura, quella vera che non ha bisogno e non cerca nemici, che vuole abbatterli i muri invece di costruirli, che vuole capire e non giudicare. La Cultura vera che si basa sulla Conoscenza e non il suo falso alter ego basato su pregiudizio, ignoranza e arroganza.

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2020


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa Einaudi per la disponibilità e il materiale


Disclosure: per la prima immagine, credits www.pixabay.com


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt” a cura di Jacopo Perazzoli (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

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Riscoprire il Rapporto Brandt, a distanza di quarant’anni dalla sua pubblicazione, può diventare molto utile per gli attuali attori politici come per la sfera pubblica in generale.

È questo lo scopo per cui Jacopo Perazzoli, ricercatore presso la Fondazione Feltrinelli e docente di Storia contemporanea all’Università degli studi di Milano, ha curato il volume Per un modello di sviluppo alternativo che raccoglie gli scritti di Fernando D’Aniello e Domenico Romano oltre alle parole dello stesso Willy Brandt.

Un libro che non vuole essere un mero esercizio agiografico né tantomeno un tentativo di ricercare elementi di attualità in quel documento. Il quarantesimo anniversario dalla pubblicazione deve essere, nelle intenzioni del curatore, un momento per comprendere che le grandi proposte possono essere realizzate se basate su solide analisi empiriche del quadro a cui si riferiscono. E che dette proposte possono avere un futuro concreto soltanto se la sfera politica se ne fa carico in maniera convinta. Ovvero il contrario esatto di ciò che è accaduto dopo la pubblicazione del Rapporto North-South, a Program for Survival, noto come Rapporto Brandt, nel febbraio del 1980 e del secondo memorandum del 1983, Common crisis. North-South: cooperation for world recovery.

Oggi, esattamente e forse ancora più di allora, persiste la necessità di trovare un nuovo modello di sviluppo globale capace di coniugare le esigenze dei paesi industrializzati, quelle dei paesi in via di sviluppo e di quelli poveri, anche di materie prime. Ovvero, come sintetizza Perazzoli, connettere prospettive differenti con l’obiettivo di individuare una crescita equilibrata.

Un dibattito che impegna economisti e studiosi, di oggi e di ieri. Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald, convinti sostenitori della necessità di abbandonare, in economia, il neoclassicismo imperante e puntare su un modello di crescita economica basato sull’apprendimento, riprendono e sposano le teorie economiche di Kenneth Arrow.

Un maggiore innalzamento degli standard di vita potrebbe indurre una società dell’apprendimento molto più di quanto fanno e hanno finora fatto piccoli e isolati miglioramenti di efficienza economica o il sacrificio dei consumi correnti per intensificare il capitale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Buona parte della differenza tra i redditi pro capite di questi paesi e quelli dei paesi più avanzati è attribuibile a un gap di conoscenze. Adottare politiche in grado di trasformare le loro economie e le loro società in società dell’apprendimento li renderebbe in grado di colmare questo divario e ottenere una crescita dei redditi significativa. 1

Se un insegnamento può trarsi dal lungo lavoro della commissione presieduta da Willy Brandt, Perazzoli lo individua nella capacità di analizzare a fondo e senza pregiudizi lo stato dell’arte globale, rifuggendo dalla “pericolosa inclinazione ad individuare coloro che, a torto o ragione, possono essere ritenuti i responsabili delle complicate condizioni dell’oggi”.

La via da percorrere era ispirata dalla Ostpolitik, portata avanti dallo stesso Brandt durante il periodo in cui era stato cancelliere della Germania Federale (1969-1974), con la quale egli riteneva di aver dimostrato la possibilità di far emergere aree di interesse comune anche in presenza di irreversibili divergenze ideologiche. Se era stato possibile applicare questo principio al dialogo tra mondo capitalista e mondo comunista allora sarebbe stato possibile applicarlo anche alla negoziazione tra i vari paesi, sviluppati o meno che fossero.

James Bernard Quilligan, già policy advisor e press secretary della commissione, lavorando nel 2001 a un aggiornamento dei risultati prodotti, aveva individuato dodici capitoli su cui il gruppo Brandt si era espresso: lotta a fame e povertà, politiche per famiglia, donne, aiuti, debito, armamenti, energia e ambiente, tecnologica e diritto societario, commercio, monete e finanza, negoziazioni globali.

Le soluzioni a questi problemi, ricorda nel suo intervento Domenico Romano, sarebbero dovute arrivare tramite quattro tipi di intervento:

  • Riforme cooperative dell’ordine economico internazionale.
  • Un trasferimento di risorse economiche e tecnologiche molto intenso dal nord verso il sud, attraverso le multinazionali e tramite un aumento della quota Pil destinata agli aiuti allo sviluppo da parte dei paesi del nord.
  • Supporto al processo di disarmo e nuovi meccanismi di peace keeping internazionali, non tanto e non solo per ragioni etiche ma per liberare spazio per investire risorse nella crescita del sud del mondo.
  • Un programma energetico internazionale che tenesse stabili a un livello comunemente soddisfacente i prezzi e la fornitura di petrolio, in connessione con la ricerca di nuove fonti e forme di energia.

Il tutto sarebbe dovuto avvenire per il tramite di negoziazioni globali tra i protagonisti.

Romano sottolinea che, al di là delle singole soluzioni, l’aspetto centrale del Rapporto Brandt è individuabile in una coppia concettuale: interdipendenza e interesse comune.

L’interdipendenza creava lo spazio per l’interesse reciproco tra nord e sud. Il principale degli interessi comuni è “semplicemente” la sopravvivenza dell’umanità.


«È concreto il rischio che, nel 2000, gran parte della popolazione mondiale continui a vivere in condizioni di povertà. Non è escluso che allora il mondo risulti sovraffollato (e indubbiamente sarà iperurbanizzato), né che l’inedia di massa e i pericoli di distruzione aumentino inesorabilmente.»

Willy Brandt


Nell’attuale contesto economico dei paesi industrializzati, colpito anche da una disoccupazione elevata e vasti processi di trasformazione, è fuor di dubbio forte la volontà di voler proteggere l’economia nazionale a prezzo di uno squilibrio dell’economia internazionale. Ma Fernando D’Aniello ricorda che questo errore è stato commesso da Stati Uniti ed Europa già cinquant’anni or sono, allorquando “il mondo coloniale andò in bancarotta, il Nord America si rovinò, l’Europa fu avvolta dalle fiamme”.

Per Willy Brandt, un mutamento di carattere fondamentale non può essere frutto di carteggi bensì il risultato di ciò che, in un processo storico, prende forma o si abbozza nella mente degli uomini. Mutamenti e riforme non possono aver luogo a senso unico: devono essere favoriti da governi e popoli, sia delle nazioni industrializzate che di quelle emergenti. E, a tal proposito, egli riteneva doveroso invitare a collaborare in maniera più intensa la Repubblica Popolare Cinese, per dar modo anche ad altri di beneficiare della sua esperienza di massimo paese in via di sviluppo.

Solo tramite una vera democrazia globale, che riesca ad ascoltare e far partecipare anche le nazioni del Sud del mondo, quest’ultime accetteranno di sostenere la propria parte di responsabilità globale e non si sentiranno solo pedine su uno scacchiere.

Anche Kishore Mahbubani afferma sia giunto il momento, per l’Occidente tutto, di abbandonare molte delle sue politiche miopi e autodistruttive e perseguire una strategia completamente nuova nei confronti del Resto del Mondo. Una strategia che egli sintetizza con tre parole chiave e definisce appunto delle 3M: minimalista, multilaterale, machiavellica.

  • Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente poi non ha bisogno di esserne bombardato. L’imperativo minimalista dovrà essere fare meno ma fare meglio.
  • Le istituzioni e i processi multilaterali forniscono la migliore piattaforma per ascoltare e comprendere le diverse posizioni a livello mondiale. Il Resto del Mondo conosce molto bene l’Occidente, ora questo deve imparare a fare altrettanto. Il miglior luogo, per Mahbubani, è l’Assemblea Generale dell’ONU, il solo forum dove tutti i 193 Paesi sovrani possono parlare liberamente.
  • Nel nuovo assetto mondiale la strategia servirà più della forza delle armi, per questo l’Occidente deve imparare da Machiavelli e sviluppare maggiore scaltrezza per proteggere i propri interessi a lungo termine. 2

Di solito, continuava Brandt nella relazione introduttiva al Rapporto, si pensa alla guerra in termini di conflitto militare se non di annichilimento. Ma sempre più si diffonde la consapevolezza che un pericolo non minore potrebbe essere costituito dal caos, frutto di fame diffusa, disastri economici, catastrofi ecologiche e terrorismo.

Tutti aspetti con i quali sono quotidianamente costretti a confrontarsi non solo e non soltanto più i paesi meno o a-sviluppati bensì sempre più anche quelli maggiormente sviluppati.

Le tensioni continue che agitano le società occidentali sembrano inarrestabili a causa di guerre e terrorismo che incidono in maniera diretta e indiretta per il tramite di attentati o migrazioni, crisi finanziarie ed economiche e, non da ultimo per ordine di importanza, pandemie che attaccano l’intero sistema. Eppure, ancora una volta, sembra assistere a un atteggiamento che è l’opposto di quanto hanno voluto indicare Brandt, Kishmore o Stiglitz. I più forti o i meno colpiti che stentano ad andare incontro ai meno forti o più colpiti.

Basti citare, a titolo di esempio, cosa sta accadendo in Europa all’idea di attuare un Recovery Fund che dovrebbe aiutare le nazioni più colpite dal Covid-19 a uscire dalla crisi. Paesi come Austria e Olanda si sono mostrati contrari fin da subito a qualsiasi forma di condivisione del debito, mentre tale prospettiva sarebbe ben accolta dai paesi più colpiti, come Italia e Spagna. Da Francia e Germania invece è stata avanzata una proposta di concessioni di denaro a fondo perduto.

Quest’ultima posizione in particolare è stata caldeggiata anche dal Premio Nobel per l’Economia 2001 nonché docente alla Columbia University Joseph Stglitz il quale ha pubblicamente dichiarato di trovare preoccupante il fatto che ancora ci siano paesi in Europa che vogliono imporre condizioni all’assistenza, preferendo erogare prestiti piuttosto che ragionare in termini di trasferimenti o comunque di altre e differenti forme di aiuto.

Lo stesso Brandt nel Rapporto del 1980 sottolineava come la mera concessione di prestiti per lo sviluppo non farebbe che aumentare il carico di debiti delle nazioni del terzo mondo, qualora essi servano a crearvi industrie senza contemporaneamente assicurare i mezzi di rimborso.

Per la gran parte è esattamente quello che poi è successo. Un ulteriore aumento del debito non è certo auspicabile, e non solo per i cosiddetti paesi del terzo mondo. In generale per tutti i paesi del Sud, anche europeo.

Bibliografia di riferimento

Fernando D’Aniello, Domenico Romano, Jacopo Perazzoli (a cura di), Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019.

1Joseph E. Stiglitz, Bruce C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale, Torino, Einaudi, 2018.

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Rendere la natura inutile: come crescere di più spendendo meno risorse

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Per Andrew McAfee, ricercatore del MIT Sloan School of Management e cofondatore e condirettore del MIT Initiative on the Digital Economy, l’unica strada percorribile per salvare il pianeta è quella indicata da Jesse Ausubel, scienziato ambientale statunitense direttore e associato senior del Programma di Ricerca per l’Ambiente Umano della Rockefeller University, ovvero è necessario “rendere la natura inutile”.

Bisogna lavorare per privarla di ogni valore sotto il profilo economico in modo tale da metterla al riparo dalla “vorace attenzione del capitalismo e poterne godere il valore vero”.

Abbiamo impoverito il pianeta oltre misura man mano che, popolandolo, lo adattavamo alle nostre esigenze. Ora, secondo McAfee, abbiamo l’opportunità di porre rimedio a quell’errore, perché ora abbiamo gli strumenti, le idee, le istituzioni necessarie per ritirarci da gran parte del mondo, Per ottenere tutto il cibo di cui abbiamo bisogno da un’esigua quantità di terra. Dobbiamo smettere di pompare veleni nel cielo e negli oceani. Scavare meno miniere e sfregiare meno montagne.

Dobbiamo e possiamo farlo perché ora abbiamo gli strumenti, la tecnologia per farlo.

Per quasi tutta la storia del genere umano la nostra prosperità è stata strettamente connessa alla capacità di attingere risorse dalla Terra. Ma adesso le cose sono cambiate, o stanno cambiando. Negli ultimi anni, sottolinea l’autore, abbiamo visto emergere un modello diverso: “di più con meno”. E nel libro McAfee descrive in dettaglio le modalità di origine e sviluppo di questo nuovo modello che è partito dai paesi tecnologicamente più avanzati.

L’Era industriale è stata caratterizzata da miglioramenti sorprendentemente grandi e rapidi della condizione umana; miglioramenti che, tuttavia, sono avvenuti a spese del pianeta.

Le forze gemelle del progresso tecnologico e del capitalismo, scatenatisi durante l’Era industriale, sembravano spingerci verso una direzione ben precisa: “la crescita della popolazione umana e dei consumi, e il concomitante degrado del pianeta”.

Se, da una parte, il capitalismo ha proseguito per la sua strada, diffondendosi a macchia d’olio, il progresso tecnologico ha invece mutato pelle.

Abbiamo inventato il computer, internet e tutta una serie di tecnologie digitali che ci hanno permesso di dematerializzare i consumi, consentendoci così, con il passare del tempo, di consumare sempre più attingendo sempre meno dal pianeta.

Per Andrew McAfee il progresso tecnologico, il capitalismo, un’opinione pubblica consapevole e un governo reattivo, ovvero i “quattro cavalieri dell’ottimismo”, sono ciò che occorre a un paese per migliorare sia le condizioni di vita dei propri cittadini sia quelle dell’ambiente.

Egli vede un lento ma costante avanzamento di tutti e quattro, in tutte le parti del mondo, dimodoché non si rende necessario apportare drastici quanto radicali cambiamenti alle società e alle rispettive economie, ma necessita semplicemente concentrarsi e implementare quanto di buono si sta già facendo.

L’autore è consapevole di quanto non sia semplice far passare il concetto che saranno proprio capitalismo e progresso tecnologico a consentire di alleggerire la nostra impronta sul pianeta. Bisogna abbandonare l’idea che, man mano che cresce, un’economia è costretta a consumare più risorse.

Al contempo non bisogna mai dimenticare i grandi errori commessi, nella fattispecie:

  • Schiavitù.
  • Lavoro minorile.
  • Colonialismo.
  • Inquinamento.
  • Decimazione di svariate specie animali.

Eppure è proprio osservando questi grandi errori che si può vedere emergere, secondo McAfee, un modello interessante. Man mano che i paesi industrializzati progredivano e diventavano via via più prosperi, hanno iniziato a riservare un trattamento migliore alle persone, ai propri cittadini, e a consumare meno risorse o materie prime.

Jesse Ausubel, insieme a Iddo Wernick e Paul Wagoner, ha condotto un studio dettagliato sull’uso di 100 materie prime negli Stati Uniti tra il 1900 e il 2010. Prima di loro, Chris Goodall aveva svolto un lavoro simile per il Regno Unito.

Delle 100 materie prime prese in esame, 36 hanno raggiunto il picco di utilizzo assoluto. Nella maggior parte dei casi, l’utilizzo di queste materie prime sembra sul punto di diminuire.

In base ai dati riportati nei grafici, McAfee ritiene di poter affermare che l’entità della dematerializzazione negli Stati Uniti è consistente. Ormai si è in grado di creare più “economia” partendo da meno metallo. E ciò vale per molte altre risorse. Solo per i materiali da costruzione l’autore ritiene negativa l’inversione di tendenza, essendo quei dati legati al crollo del settore dovuto in larga misura alla crisi del 2007.

 

Non esistono purtroppo studi equipollenti che possano consentire un raffronto diretto con quanto accade nel resto del mondo.

I dati dell’agenzia Eurostat mostrano come, negli ultimi anni, paesi quali Germani, Francia e Italia hanno visto generalmente stabile, se non in calo, il loro consumo totale di metalli, prodotti chimici e fertilizzanti.

I paesi in via di sviluppo, in particolare quelli con la crescita più rapida, come l’India e la Cina, probabilmente non hanno ancora raggiunto la fase di dematerializzazione. Tuttavia McAfee prevede che in un futuro non troppo lontano (almeno relativamente ad alcune risorse) cominceranno anche loro a ottenere di più con meno.

In buona sostanza per l’autore, nel tentativo continuo di utilizzare sempre meno risorse, le imprese “assetate di profitto” possono percorrere quattro strade principali:

  • Utilizzare una minore quantità di una determinata materia prima.
  • Sostituire una risorsa con un’altra.
  • Utilizzare un numero inferiore di molecole sfruttando meglio i materiali di cui dispongono già.
  • Accorpare dispositivi moltiplicando le loro funzioni e risparmiando risorse e materiali.

La combinazione tra l‘innovazione incessante e i mercati contendibili in cui un gran munero di competitor cerca di ridurre le spese per i materiali ci ha traghettati in un’era post picco. Ed è questa la strada da continuare a percorrere rendendo sempre più la natura inutile, da un punto di visto economico, in modo da farle riacquisire sempre più il suo giusto valore.

Bibliografia di riferimento

Andrew McAfee, Di più con meno. La sorprendente storia di come abbiamo imparato a prosperare usando meno risorse, Egea UniBocconi, Milano, 2020.

Traduzione dalla lingua inglese di Giuseppe Maugeri.

Titolo originale More from less. The surprising story of how we learned to prosper using fewer resources, Scribner, a division of Simon & Schuster Inc, New York, 2019


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Egea – Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


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Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli, 2020)

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Chi ha davvero in mano le redini del potere di uno Stato? Chi sono i burattinai che decidono la direzione da far prendere ai loro burattini?

Domande che ognuno si pone e le cui risposte sono tutt’altro che semplici o scontate.

Giuseppe Salvaggiulo, capo redazione politica de «La Stampa», ha raccolto le confessioni di un capo di gabinetto, il quale per ovvie ragioni ha preferito rimanere anonimo, e, nel libro che ne è risultato, ha trascritto qualcuna delle risposte alle domande sul potere e sui suoi burattinai.

Uscito per la Serie bianca di Feltrinelli Editore a marzo di quest’anno, Io sono il potere è scritto in prima persona, a parlare e raccontare la storia narrata è l’anonimo capo di gabinetto, il quale descrive con dovizia di particolari i momenti più importanti e gli accadimenti più salienti che ha ritenuto doveroso diffondere e rendere “pubblici”.

Un libro che, per fortuna, ha poco di scandalistico o sensazionalistico. L’intenzione dell’autore e del curatore è con ogni evidenza scevra da volontà complottiste. La situazione che si intravede leggendo il libro, leggendone altri che affrontano il medesimo tema, studiando gli accadimenti geopolitici e le varie azioni di governo, non necessariamente riferite a quello attuale ma anche pregresse, rende evidente che focalizzarsi su un unico accadimento, un solo personaggio o un determinato periodo storico si rivela essere alla fin fine troppo fuorviante, in quanto rischia di far passare il messaggio che il concetto sia circoscritto a un solo accadimento, a un unico personaggio, a un determinato periodo storico.

È il sistema nel suo complesso che merita di essere ben compreso, con i suoi ingranaggi, i suoi burattinai e anche i suoi burattini.

D’altronde, sarebbe molto ingenuo continuare a ritenere che il vero potere di un’intero Stato sia dato o lasciato nelle mani di persone che, alla fin fine, sono di passaggio. I ministri, i sottosegretari, gli stessi parlamentati sono vincolati al mandato elettorale e quand’anche permangano per lungo tempo alla Camera o al Senato, per certo sosteranno per periodi più brevi nei palazzi ministeriali.

L’anonimo autore del libro lo dice apertamente che il vero potere lo detengono loro, quelli come lui, che vivono nell’ombra, sono essi stessi delle ombre. Nessuno o pochi conoscono il loro nome e ancora meno il loro volto, eppure sono proprio loro a decidere, lasciando credere agli eletti di passaggio che, insieme allo scranno hanno conquistato anche lo scettro.

Negare l’esistenza di questo potere “occulto” , che poi in realtà tanto occulto non è, equivarrebbe un po’ a negare l’esistenza del potere altrettanto ritenuto occulto dei servizi, o delle associazioni di fratellanza quali la massoneria. Si parla ovviamente della loro parte legale. Altro discorso poi va fatto per quella loro parte, deviata, che purtroppo pure esiste.

Un potere che si potrebbe anche sintetizzare con due sostantivi: relazioni e tecnica. Relazioni intessute negli anni che vanno a comporre il know how dell’esperienza e la tecnica, frutto di abilità e competenze, anch’esse consolidate dall’esperienza. Una lunga esperienza che rende questo potere molto resiliente, ai cambiamenti ma, soprattutto, ai nuovi arrivati, illusi o speranzosi di cambiare tutto, far saltare il banco e compiere la rivoluzione. Tutti però sono costretti a fare i conti con il potere impalpabile ma affilatissimo di questi burattinai i quali, pur vivendo e restando nell’ombra, sono o dicono di essere i reali fari che orientano la rotta delle navi-stato.

L’anonimo capo di gabinetto che lascia la sua confessione a Salvaggiulo neanche per una volta, in tutto il libro, mette in dubbio la forza e l’efficacia del suo potere e ciò fa sembrare ancora più stridente il contrasto tra il suo modo di esercitare un potere, reale e concreto, e quello eccessivamente mediatico dei politici di ogni schieramento ormai.

Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show” eppure viene ricevuto privatamente, ogni volta che lo si ritiene necessario, dal presidente della Repubblica. Un clero formato da una cinquantina di persone che “tengono in piedi l’Italia”.

L’autore afferma che il lavoro svolto da un capo di gabinetto non si può insegnare come fosse una qualsiasi dottrina, si tratta per la gran parte di prassi. Come fosse un flusso di sapere e potere invisibile a occhio nudo eppure molto potente, metaforicamente simile a un gigantesco acceleratore di particelle.

Cosa sarebbe accaduto se la Scienza e gli scienziati avessero ignorato o rigettato tutto ciò che non era tangibile e visibile a occhio nudo? Cosa accade o può accader a una società i cui esponenti a tutti i livelli ignorano, negano o rinnegano l’esistenza di questo potere occulto?


Articolo originale qui


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