Amare vuol dire prendersi tutto il male dell’altro? “Dammi tutto il tuo male” di Matteo Ferrario (HarperCollins Italia, 2017)

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“Mind Maps 1” di Luca Bosani

Dall’istante stesso in cui si incrocia lo sguardo del proprio figlio o della propria figlia il primo pensiero di ogni genitore, o quasi, è il forte desiderio di proteggerlo o proteggerla, a ogni costo, dal male. Ma cosa accade quando sono gli stessi genitori ad arrecare il male ai propri figli, a portarlo nelle loro piccole vite?

Il male è entrato nella vita, dentro Barbara bambina senza che lei avesse fatto nulla per attirarlo e chiede ad Andrea come può fare, ora, per liberarsene. Lui si offre di prenderlo per sé. Dammi tutto il tuo male, le dice. Poco tempo dopo Barbara si offrirà di fare lo stesso con lui. E così ha veramente inizio la loro vita, insieme.

Uscito in prima edizione ad agosto 2017 con HarperCollins Italia, Dammi tutto il tuo male di Matteo Ferrario è davvero potente profondo e intenso. Un libro studiato e scritto come fosse un puzzle, ma all’incontrario. Si presenta apparentemente completo fin dall’inizio ma poi perde, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello e i buchi neri che avrebbero dovuto crearsi si illuminano invece di profondità e luce intensa cosicché un nuovo sorprendente scenario viene a formarsi dinanzi agli occhi increduli del lettore. Uno stile e una scrittura che rimandano al gioco degli specchi, nel quale un’ombra o un rimando può schiarire la reale immagine riflessa o occultarla meglio, esattamente come accade per ciò che l’autore dice o tace.

A ogni nuovo capitolo non solo la storia acquista maggiore profondità e spessore ma anche lo stesso protagonista, Andrea. Raccontando della sua vita l’autore descrive anche uno spaccato delle periferie milanesi, dei paesi che vanno a comporre l’hinterland metropolitano e al contempo sembrano costituirne anche l’anima vera, seppur non quella ‘centrale’.

Essere una persona buona, fare una buona impressione, saper stare al proprio posto, evitare le brutte figure… sono tutte cose che non hanno «nulla a che vedere con il bene». Essere una persona buona può equivalere a essere una persona educata o gentile ma «non si può tenere lontano il male, restando sempre gentili». Non basta a tenerlo lontano, fuori dalla propria vita e da quella delle persone che si amano. E allora come liberarsene? Con altro male?

Con Dammi tutto il tuo male Matteo Ferrario è riuscito a scrivere un ottimo libro che indaga il male e la mente dei malvagi come anche di coloro che tali non sono, non si ritengono o che riescono a celare a tutti il loro vero volto. Che racconta della violenza silenziosa, nascosta, impunita in grado di colpire e segnare la mente prima del corpo. Di quella subita come di quella inflitta. Delle azioni malvagie e delle reazioni ‘cattive’ che scatenano le prime. Un libro che conferma il potenziale di Ferrario e che rappresenta anche un grande esordio tutto italiano per la casa editrice.

Matteo Ferrario – foto di Ginevra Massari

Matteo Ferrario: Architetto, giornalista e traduttore. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie e antologie. È autore di due romanzi.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017)

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Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si somigliano in realtà America e Italia? E quanto invece sono dissimili? Coraggio e un pizzico di incoscienza sono la giusta prospettiva per evolvere nella vita e nella crescita personale? Chiara Barzini al suo esordio letterario ha cercato di condensare in Terremoto questo e molto altro ancora.

Ne abbiamo parlato in un’intervista a ridosso dell’uscita in Italia per Mondadori della versione italiana di Things That Happened Before The Earthquake.

Things That Happened Before The Earthquake, che in Italia è diventato semplicemente Terremoto, sembra voler mettere in relazione non solo due realtà, quella italiana e quella americana, ma anche i diversi modi di viverle. Cosa si era prefissa di “raccontare” in questo suo esordio letterario?

Da sempre osservo queste due culture così diverse tra di loro e le metto a contrasto, ma l’idea principale era quella di raccontare la storia di un gruppo di outsider che provano a fare il loro meglio per essere accettati (o rifiutati). Volevo raccontare le vulnerabilità e le paure di chi vive al di fuori dalla “azione principale”.

Il registro narrativo, al pari dello stesso narrato, è forte, deciso, a tratti provocatorio. È stata una scelta voluta oppure conseguenza della trama e del suo sviluppo?

Penso che la voce di Eugenia che racconta la sua storia debba essere decisa perché in qualche modo glielo richiede l’ambiente che la circonda. È un ambiente “forte” al quale per sopravvivere bisogna rispondere in maniera forte.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si sente o si è sentita simile e vicina a Eugenia, la protagonista di Terremoto? E in cosa invece non potreste essere più dissimili?

Siamo simili in certe cose “scellerate”, ma Eugenia è una versione molto più sicura di sé rispetto a come ero io. È un concentrato bionico. Volevo che fosse un’antieroina e volevo accompagnarla anche attraverso le scelte più sbagliate. Perchè da adolescenti si compiono gli errori migliori ed è giusto che sia così.

Periferie difficili da abitare, rave, festini, multietnicità sociale sembrano i temi centrali del libro. In base alla sua esperienza, quanto l’Italia di oggi ha finito per somigliare all’America degli anni Novanta?

Non vedo molta somiglianza tra l’Italia di oggi e l’America degli anni Novanta. In America, in quegli anni soprattutto––purtroppo dall’11 settembre molto meno e con Trump ancora peggio–– le minoranze etniche possono evolversi sia socialmente che economicamente. Qui si tende a isolare le minoranze e a rilegarle sempre negli stessi ruoli. La legge sulla cittadinanza statunitense prevede lo ius soli, qui è assurdo che ne stiamo ancora a parlare.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Da giovanissima ha lasciato l’Italia per gli States con la sua famiglia. Cosa ha comportato questo cambiamento e lo rifarebbe senza rimpianti?

Sicuramente è stato un trauma in quel momento, ma non ho alcun rimpianto. Rispetto i miei genitori per essere stati così coraggiosi. Ora che sono una madre, mi accorgo di quanto sia difficile prendere rischi, soprattutto per la nostra generazione che è cresciuta con genitori più o meno sessantottini e a volte un po’ incoscienti… Ma lo spirito di avventura che hanno avuto loro in quel momento è stato prezioso per la mia crescita.

Terremoto, già uscito nella versione americana, sta riscuotendo svariati consensi. Cosa si aspetta dal mercato e, soprattutto, dal pubblico italiano?

Spero che il pubblico italiano lo legga senza pregiudizi e a cuore aperto. È stato scritto con una grande dose di onestà emotiva ed è il mio primo romanzo quindi mi sento particolarmente vulnerabile.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Insieme a Francesco Pacifico, ha curato anche la traduzione in italiano del libro. Com’è stato tradurre se stessa? Ha mai avuto la tentazione di riscrivere alcune parti?

La traduzione mi ha sopresa perchè ero sicura che il libro avrebbe cambiato forma in italiano invece sono felice perchè penso che ci sia tutto lo spirito della versione originale. Questo è stato molto liberatorio. Qualche parte è stata riscritta in effetti. Ho pensato fosse importante scegliere di cambiare alcuni toni ed evidenziare alcune sfumature culturali americane per il pubblico italiano in modo da spiegare anche delle cose di quel paese. Per quello americano sono andata più a fondo sui dettagli culturali italiani in modo che anche loro potessero capire.


Per la prima foto, copyright: Frank Köhntopp.

Per le foto di Chiara Barzini, copyright: Jeannette Montgomery Burron.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

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Gli effetti collaterali involontari del moderno «sistema della merce», durante la sua «fase storica ascendente», hanno eclissato per molto tempo «la sua natura negativa». Si è preferito vederne solo gli aspetti positivi al punto che le crisi apparivano, o volevano essere interpretate, come mere «interruzioni nel suo processo di ascesa» e considerate sempre «superabili in linea di principio». A cosa ha condotto questo atteggiamento protratto e diffuso è sotto gli occhi di tutti.

Mimesis editore propone quest’anno, nella versione tradotta dal tedesco e curata da Samuele Cerea, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz. Libro uscito per Eichborn Verlag nel 1991 e, per certi versi, terribilmente profetico.

Scrive infatti l’autore, ventisei anni fa, che se pure la crisi del sistema della merce non dovesse superare i limiti che ha finora raggiunto, «il subsistema occidentale non potrebbe sopravvivere al collasso globale». In alcune regioni dell’Asia, in Arabia e nel Nordafrica la reislamizzazione si è trasformata «nel surrogato di un’ideologia militante, diretta contro l’Occidente», che così sta alimentando «un becchino di tipo nuovo, privo di obiettivi trascendenti ma pronto a tutto».

Un estremismo che diventa «brodo di coltura per iniziative violente e suicide» che potrebbero diventare, e in realtà lo sono poi diventate, «aggressioni militari disperate su grande scala contro i centri del mercato mondiale». Un fondamentalismo islamico accomunato solo dal nome all’antica cultura islamica premoderna che mostra e ha mostrato per certo tratti barbarici ma che «non sono certamente più barbarici delle pretese che i signori ‘civilizzati’ delle istituzioni finanziarie internazionali avanzano, senza battere ciglio, nei confronti di una parte sempre maggiore dell’umanità».

Un saggio, quello di Kurz, che fa rabbrividire il lettore e, al contempo, gli permette di comprendere i motivi reali per cui il filosofo tedesco, «assai poco incline ai compromessi» non poteva che «suscitare forti reazioni di amore e odio» nella comunità intellettuale internazionale, in quella economica e anche nel pubblico raramente incline ad accettare e metabolizzare il catastrofismo insito in alcuni ragionamenti, come quelli portati avanti da Kurz, anche e soprattutto quando corrispondono a realtà e verità.

Il collasso della modernizzazione è fuor di dubbio, come sottolinea Samuele Cerea nell’introduzione al libro, «un’analisi radicale e spietata della società capitalistica», ma lo è altrettanto del socialismo di Stato essendo «la differenza tra le forme dell’economia di mercato e quella dell’economia pianificata solo relativa». La loro base comune è il lavoro o, per meglio dire, «il lavoro astratto, cioè l’attività umana assoggettata all’automovimento del denaro».

Certamente è stato «un grossolano errore interpretare il tracollo storicamente asincrono dei paesi del socialismo di Stato e dei paesi del Terzo mondo come la prova di superiorità dell’Occidente, cioè dell’avanguardia storica del capitalismo globale, e del suo modello». Che poi è esattamente ciò che si voluto credere in tutti questi anni e allora non si può non chiedersi, insieme al curatore, fino a che punto «l’opinione pubblica, gli intellettuali, i media, ma soprattutto l’establishment politico ed economico» siano consapevoli «della catastrofe che incombe su di una società globale che sembra fare acqua da tutte le parti».

Per Kurz l’Occidente è stato un «bizzarro trionfatore» frastornato dalla «sua stessa superiorità e dalle conseguenze del proprio trionfo». Questa vanagloria la si può facilmente ritrovare nella mancata oculatezza nell’analisi delle conseguenze della «crisi particolare del sistema perdente» che poteva, e in effetti lo ha fatto, innestare una «crisi globale in grado di minacciare anche il presunto vincitore».

Molto interessante risulta per il lettore la descrizione fatta da Kurz del paradosso insito quanto ignorato delle moderne economie. La produzione non è finalizzata al consumo personale ma a un «mercato anonimo» e il senso del processo non è la soddisfazione delle necessità concrete ma «la metamorfosi del lavoro in denaro (salario o profitto)». E così accade che «l’astratto interesse monetario» spinge ogni produttore verso quei prodotti e quelle forme produttive che gli garantiscono il massimo guadagno, nel modo più rapido e diretto, «a dispetto dei contenuti e delle conseguenze, per quanto deprecabili». Senonché lo stesso produttore «nel suo alter ego di consumatore» manifesta l’interesse precisamente opposto. Insomma, peggio di un cane che morde la sua stessa coda perché la ragione di tutto ciò è solamente il denaro.

Produttori e consumatori «si sfidano l’un l’altro in un confronto perpetuo», con il risultato che «ciascun produttore tende a tutti gli altri delle trappole» in cui tutti e ciascuno «finiscono invariabilmente per cadere a causa dell’universalità del legame sociale».

L’Occidente – «che è ormai entrato nella sua fase di crisi» – e l’Est – «che si è convertito a discepolo della logica capitalistica della concorrenza dopo il suo tracollo» – alla fine «si ingannano vicendevolmente». L’Est guarda di continuo al «passato splendore» mentre l’Occidente attende il suo definitivo tracollo per poter fruire di «nuovi mercati che però esistono solo nella sua fantasia» e lo stesso accade per le «centinaia di milioni di individui in Africa». Ciò che tutti sembrano dimenticare e che Kurz invece sottolinea è che «necessità concrete e aspirazioni umane non possono generare nessun mercato», ossia alcun potere di acquisto produttivo. Quest’ultimo infatti nasce solo dallo «sfruttamento di forza-lavoro umana in forma aziendale» e per giunta a un livello «conforme allo standard mondiale di produttività».

Il Terzo mondo, che ha già quasi «ultimato la sua fase di collasso», rappresenta per Kurz «il modello autentico della ‘modernizzazione di recupero‘». Le strutture interne della modernizzazione del Terzo mondo e quelle dei paesi del socialismo reale «si dimostrano, a posteriori, sorprendentemente affini». Soprattutto se si fa «astrazione dai camuffamenti ideologici e politici». A posteriori sembrano essersene accorti anche «gli istituti di credito internazionali, allineati all’economia di mercato occidentale», come la Banca mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ovvero «i principali creditori delle economie del collasso». Tuttavia anche qui, come per le nuove riforme di mercato nei paesi dell’Est, «la causa viene scambiata con l’effetto».

Il FMI, la Banca mondiale e gli altri grandi creditori occidentali stanno «spingendo da tempo il Terzo mondo verso la destabilizzazione interna, sociale e politica». Cosicché «controreazioni violente, per quanto parossistiche e insensate, saranno inevitabili». La Storia recente e contemporanea ha dimostrato, purtroppo, la veridicità di queste affermazioni. Per la massa crescente degli «esclusi», la «barbarie ‘ufficiale’ del denaro» appare ancor «più soggettivamente terrificante dell’aperto dominio della mafia».

Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz, nella versione in italiano curata da Samuele Cerea è un saggio da leggere assolutamente.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte biografia autori e tema del saggio www.mimesisedizioni.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Insegnare scrittura creativa per sostenere il talento. I 25 anni di Lalineascritta nell’intervista ad Antonella Cilento

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Insegnare scrittura creativa per sostenere il talento. I 25 anni di Lalineascritta nell'intervista ad Antonella Cilento

Nel 1993 nasceva, per volontà della sua ideatrice Antonella Cilento, la prima scuola di scrittura al Sud. Venticinque anni dopo Lalineascritta è «una fucina e un mattatoio» dove «si lavora e si crea sul pericoloso filo teso sul vulcano» ma le cui attività hanno travalicato i confini nazionali.

Abbiamo chiesto ad Antonella Cilento cosa ha significato portare avanti un simile progetto a Napoli e in Italia, dove la cultura «è alla fine la Cenerentola dei settori produttivi», nell’intervista che gentilmente ci ha concesso a ridosso dei festeggiamenti per il compleanno della “sua creatura”.

Lo scorso 20 settembre Lalineascritta ha soffiato sulle prime venticinque candeline. Cosa ha provato la sua ideatrice?

Una grande serenità, come quando fai tappa dopo una lunga navigazione: tanti scogli e molte tempeste superate, la sicurezza che ormai è davvero solo il viaggio che conta, non la meta, come ci dicevamo, senza capire veramente il senso di questa frase, da giovani. Ho la sensazione precisa di aver costruito un solido edificio, ora starà a chi lavora con me crescere e costruire con altrettanta forza.

Ho iniziato quando avevo ventitré anni, un’età in cui, senza forti pubblicazioni e in virtù dell’anagrafe, ci si potrebbe sentire insicuri: mi ha fatto emozionare una mia antichissima allieva, arrivata nei miei corsi quando ne avevo forse ventotto, oggi bravissima e apprezzata story editor della RAI, Viola Rispoli, che mi ha sussurrato all’orecchio “ero giovanissima e tu mi sembravi tanto grande ma, a pensarci adesso, anche tu eri tanto giovane”. Entrambe (Viola è stata una delle più talentuose che ho formato e i risultati si vedono) facevamo proprio quel per cui eravamo nate, le ho risposto.

Ed è questo il senso: aver inventato un metodo unico, quello che marchia tutti i corsi de Lalineascritta, puntando sul condividere con gli allievi le tappe del percorso creativo, affrontando blocchi, paure, indecisioni, rinunce, implementando le letture, soprattutto al di fuori di mode e standard editoriali, quindi curando una vera formazione della persona, in una direzione per di più interdisciplinare, poiché scrivere con profondità, con una voce autentica, significa conoscere letteratura, arte, teatro, cinema e anche il proprio corpo.

È stato bello rivedere, grazie ai contributi video e al materiale cartaceo di un tempo, gli albori delle lezioni, i libretti con i racconti dei partecipanti che erano ancora simili a delle fanzine, e poi i libri stampati dei corsi e degli allievi usciti con grandi editori.

È stato ancor più bello ricevere attestati di stima e affetto da scrittori ed editor che sono diventati anche cari amici ospitati negli anni da Lalineascritta: costruire una comunità, rivedere antichi allievi e i recenti, incontrare come ogni anno i nuovi regala un senso agli sforzi fatti, al lavoro svolto con passione.

Insegnare scrittura creativa per sostenere il talento. I 25 anni di Lalineascritta nell'intervista ad Antonella Cilento

I corsi di scrittura, i percorsi e i vari progetti portati avanti in questi anni sono stati molteplici e di ampio respiro ma lei, guardandosi indietro, ha qualche rimpianto?

Nessun rimpianto: faccio e ho fatto sempre esattamente quel che volevo e ora che uno staff di sette persone è al lavoro intorno al progetto de Lalineascritta è ancor più evidente che si possono realizzare i sogni: non ho rimpianti ma lamento deficienze strutturali. Chi vuol fare cultura in Italia deve confrontarsi con l’assenza di autentici investimenti in questo settore, che è alla fine la Cenerentola dei settori produttivi, con lobby e piccoli poteri, anche dei media, mentre in un laboratorio così come lo concepisce Lalineascritta di fatto si formano professionalità che trovano poi sbocco nel mondo dell’editoria e della cultura e, soprattutto, si formano lettori consapevoli, quindi cittadini in grado di pensare con acume, che sanno scrivere e leggere con competenza.

Dunque, ogni volta che l’interazione con politica, media e istituzioni ha mostrato il limite, e tanti purtroppo sarebbero gli esempi, mi sono rafforzata nella scelta di lavorare esclusivamente con le forze e il contributo dei partecipanti ai laboratori: sono loro a sostenere e a chiedere che il progetto prosegua, che la ricaduta su ormai migliaia e migliaia di persone di ogni età e in ogni regione d’Italia (e con i corsi in web conference dal vivo ormai anche in mezzo mondo, dall’Inghilterra al Giappone) produca ancora domande, curiosità, risponda a bisogni sostanziali e sostanziosi.

LEGGI ANCHE – Antonella Cilento: quando la scrittura diventa più di un mestiere

Lei ha definito la scrittura un’arte che si apprende giocando a scrivere. Tutti possono imparare a scrivere. Ma chi può “imparare” a essere scrittore o scrittrice?

Il talento non si impara e non si insegna, ovviamente.

La ferita che porta ciascuno sulla pagina è misteriosa e personale.

Tuttavia, si insegna e si è sempre insegnato sin dall’antichità, come questo talento si sviluppi e si sostenga: occorre conoscere le tecniche, gli strumenti, i trucchi del mestiere e occorre impiantare un’autodisciplina, un allenamento, senza i quali anche il più talentuoso fa cilecca.

L’obiettivo è che ognuno cerchi la propria voce: del resto, basta leggere alcuni degli autori che abbiamo formato e che ora vanno per la loro strada, per accorgersi che le voci sono molto distinte e che rispondono di letture e domande differenti, da Giusi Marchetta a Rossella Milone, da Massimiliano Virgilio a Michele Di Palma, a tanti altri.

Si impara a usare bene quel che in potenza è in noi, ciò che brilla ma ancora non sappiamo se potrà avere una forma. Io stessa insegno apprendendo e apprendo insegnando: il mio lavoro è nato, come quello di mia sorella Iole Cilento per le arti visive, osservando il mio percorso creativo. Cosa facciamo, in che modo lo facciamo, in che trappole cadiamo, quali strategie inventiamo per uscire dal pericolo costituito da noi stessi man mano che scriviamo un racconto, un romanzo, una drammaturgia, una sceneggiatura, realizziamo un quadro o una scenografia, ecc…

Il metodo Lalineascritta consiste proprio nell’accompagnare, indirizzare, stimolare le arti nascoste o seppellite in noi: vale per i miei tre corsi di narrativa come per il corso di ludoscrittura condotto da Marco Alfano, Parole a manovella, per il corso di drammaturgia diretto da Stefania Bruno, In scena, o per il corso di editoria (fortunatissimo) condotto da Valentina Giannuzzi e Stefania Cantelmo, per i corsi di opera lirica e uso del segno e del colore, Una notte all’opera e L’immagine parlante, condotti da Iole Cilento e per il corso di improvvisazione teatrale che riprende quest’anno grazie a Paolo Oliveri del Castillo.

In tutti, con gli strumenti professionali di ogni singola espressione, si punta prima alla scoperta di sé, quindi alla conoscenza profonda e interdisciplinare, infine alla produzione professionale. E naturalmente, molti escono semplicemente lettori più forti, spettatori più consapevoli, fruitori competenti: formare il pubblico delle arti non è meno importante, anzi è la base del nostro lavoro.

Insegnare scrittura creativa per sostenere il talento. I 25 anni di Lalineascritta nell'intervista ad Antonella Cilento

Tra le nuove iniziative de Lalineascritta ci sarà il progetto “Il piatto dell’amicizia”. Di cosa si tratta?

La collaborazione assai felice con l’Accademia d’Ungheria di Roma e il suo attuale direttore, il professor Istvàn Pùskas, produrrà nel corso dell’anno diverse occasioni di parlare del rapporto fra la nostra letteratura e quella ungherese nel contesto europeo: “Il piatto dell’amicizia” è un evento dedicato alla grandissima Magda Szàbo, l’Elsa Morante ungherese, già amata in Italia grazie alle traduzioni Einaudi ma oggi in completa riscoperta e totale esplorazione grazie al prezioso lavoro di Anfora a Milano, la casa editrice abilmente condotta da Mònika Szilàgiy, che ci consente di leggere in nuova traduzione romanzi straordinari, da Per Elisa ad Abigàil, molti dei quali ancora in uscita.

Il centenario di Szàbo sta inseguendo eventi di celebrazione in tutt’Italia e tocca quindi anche Napoli, il giorno 1 novembre, al Cinema Hart, in partnership con Lalineascritta, dove il pubblico potrà sentire brani letti, trovare i libri, dialogare anche con l’attuale traduttrice, Vera Gheno, ascoltare il contributo di scrittrici, scrittori e critici e applaudire il film tratto dall’omonimo romanzo di Szàbo, La porta, da Istvàn Szàbo, il grande regista di Mephisto.

Se tutto andrà bene, questo “piatto dell’amicizia”, espressione ungherese citata nei romanzi di Szàbo che indica il piatto disponibile per ogni viandante che bussi alla nostra porta, stabilirà una importante novità per la decima edizione di Strane Coppie, quella del 2018, dove dialogheranno come ogni anno i grandi classici della letteratura mondiale fra Napoli, Milano, Verona e, speriamo, Roma, con grandi protagonisti della letteratura ungherese, che già conosce fortuna in Italia grazie all’amore dei lettori per Sàndor Màrai, ad esempio.

Salta all’occhio anche la partecipazione di Montesano e del suo Lettori selvaggi. Sembra scontato e banale ma in effetti non lo è. Imparare a scrivere ed educare alla lettura è un imperativo de Lalineascritta?

Non c’è dubbio: vogliamo formare lettori forti, curiosi e selvaggi.

Quando ormai sei anni fa iniziammo questo percorso chiedendo di fare lezione da noi a uno scrittore davvero importante e di livello europeo come Giuseppe Montesano, che oggi è un affettuoso e autentico amico de Lalineascritta, cercavamo proprio di precisare ancor di più lo spazio dedicato alla lettura, con le inevitabili ricadute sulla scrittura.

I Magnifici Sette, scherzoso omaggio a un cinema amato, di Giuseppe Montesano sono sette lezioni magistrali a cadenza mensile che raccontano grandi autori di ogni epoca e lingua. Quest’anno si va ad esempio da Saul Bellow a Balzac, da Shakespeare a Clarice Lispector, a Paolo Villaggio.

Ed è un grande onore che queste lezioni abbiano integrato e stimolato il lavoro che da dieci anni Montesano portava avanti e che si è concretizzato in quel capolavoro che è Lettori selvaggi, fresco vincitore del Premio Viareggio.

Permettersi il lusso di scrivere oggi libri così, portolani di lettura per lettori smarriti o desiderosi di mappe inconsuete, di punti di vista interni, verticali, non ovvi, è una ricchezza straordinaria: solo il meglio per i lettori de Lalineascritta (e anche per me, che quando ascolto queste lezioni mi concedo il lusso dopo tanti anni di tornare allieva: siamo sempre allievi).

Insegnare scrittura creativa per sostenere il talento. I 25 anni di Lalineascritta nell'intervista ad Antonella Cilento

Lalineascritta può vantare di essere la prima scuola di scrittura creativa del sud Italia. Cosa ha significato aprire un laboratorio come questo a Napoli?

La prima al Sud e fra le prime quattro o cinque in Italia ai tempi: anche se oggi le attività de Lalineascritta tendono a diventare sempre più nazionali, i corsi di base si svolgono ancora tutta la settimana a Napoli e raccolgono utenza da molte regioni vicine e da alcune lontane.

Napoli è sempre un ostacolo e uno stimolo: l’umanità che scorre nei laboratori è vivace e potente, l’umanità che governa o vive nella città tende a ignorare, sacrificare, distruggere i propri figli. È una storia antica, che non inizia e non termina con noi: un grande spreco di potenzialità.

Dunque, lavorare qui chiede muscoli e intelligenza e molta, molta, molta pazienza: ma siamo sempre nella città con la più antica e ricca letteratura in lingua d’Europa. E nei racconti e nei romanzi degli allievi si vede, lo notano sempre anche gli editor ospiti e amici, come Antonio Franchini, Giulia Ichino, Laura Bosio, Manuela La Ferla e, da quest’anno, anche Alberto Rollo. Una fucina e un mattatoio: si lavora e si crea sul pericoloso filo teso sul vulcano.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il mondo in un condominio: “Questo nostro mondominio” di Vanessa Chizzini

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Primo atto del secondo movimento del progetto editoriale di Vanessa Chizzini, Questo nostro mondominio si propone al lettore come una piece teatrale messa in scesa nell’angusto ma infinito spazio del cortile interno di uno stabile dall’intonaco scrostato, uno di quelli tanto cari a Mic che li identifica come «la Milano che più mi piace».

Ritornano in Questo nostro mondominio Mic, Sam e la signora Adriana già incontrati in L’eleganza matta e Vertigini e stravedimenti, ovvero nel lato A e nel lato B del primo movimento de La vertigine del caso. È trascorso un anno dal viaggio in treno che li ha portati a Venezia e ora si ritrovano tutti nel cortile del palazzo dall’intonaco scrostato dove abita Ume, amica della signora Adriana e sarta, e dove avranno modo di confrontarsi con una nuova realtà: il mondo dei condomini che animano quel cortile nel silenzio dell’immobilità, apparente, di oggetti e persone.

Tutto si svolge in breve tempo ma dall’ora di arrivo, ovvero nel primo pomeriggio, a quella in cui lasciano lo stabile, nella prima serata, molte cose sembrano cambiare, trasformarsi, e molte riflessioni affollare la mente di Mic, voce narrante dell’intera vicenda.

Quando Mic e la signora Adriana arrivano nel cortile manca Sam ma sembra mancare proprio “la vita” in quel luogo che ha l’aspetto desolato di uno stabile in disuso. All’arrivo di Sam però il cortile si è decisamente animato al punto che Mic fatica a riassumere tutto quanto è accaduto nel breve lasso di tempo intercorso. Vite intere passate, raccontate, abbozzate nei ricordi o nei rimpianti… discorsi che evocano luoghi lontani, tempi andati, amori sfuggiti, affetti perduti. Il tutto condensato in quell’angusto spazio che alla fine del libro ha mostrato la bellezza accennata da Mic all’inizio del testo in un vortice di sensazioni ed emozioni, narrate attraverso le storie dei protagonisti, che permettono anche al lettore di vedere oltre i muri scrostati, le macchie di ruggine o di umidità, le panchine malandate, le bici ammassate, le dimensioni ridotte.

Un luogo che diventa la ruota panoramica di un luna park, da cui si può ammirare il mondo da tante angolazioni, notando ad ogni nuovo giro qualcosa che prima era sfuggito. Perché è proprio vero che «quello che non si vede non è meno importante di quello che è in piena luce». E se da una parte il cortile dello stabile dall’intonaco scrostato diventa una vera e propria finestra su un intero mondo, dall’altra appare il chiaro riflesso del mondo, quello vero.

Con il lato A del secondo movimento de La vertigine del caso la Chizzini sembra aver fatto un notevole passo avanti nel suo progetto editoriale che appare, in questa occasione, molto più lineare ma al tempo stesso molto più interessante per il lettore il quale ne resta affascinato fin dalle prime battute forse proprio per il merito che va riconosciuto all’autrice di esser riuscita a narrare il mondominio nascosto dietro i muri scrostati degli stabili di quella che forse è davvero la Milano migliore, senza dubbio quella più genuina.

L’interesse sempre crescente del lettore di Questo nostro mondominio non può certo imputarsi a una semplice «vertigine del caso», come la definirebbe l’autrice, ovvero una coincidenza, piuttosto al fatto che il progetto acquisisce sempre maggiore forma non solo nella mente di Vanessa Chizzini. E se il cortile pagina dopo pagina diventa qualcosa in più di «una macchia di cemento senza un angolo di verde», La vertigine del caso appare al lettore più di un semplice stravedimento dell’autrice, diventando uno strumento che le persone, non solo i protagonisti, possono usare «per rientrare in contatto con se stessi».

Questo nostro mondominio risulta quindi una lettura gradevole, una piacevole riscoperta dello stile dell’autrice già incontrato ne L’eleganza matta e in Vertigini e stravedimenti ma, soprattutto, diventa una aspettativa maggiore rivolta al progetto editoriale di Vanessa Chizzini nel suo complesso.

Vanessa Chizzini: Nata a Udine, una laurea al Dams di Bologna, un lavoro in campo editoriale a Milano e una casa editrice specializzata in cinema e teatro. Autrice di testi teatrali, di romanzi e titolare di un brevetto per invenzione industriale ispirato alle cabine spalma-crema del progetto editoriale “La vertigine del caso”.

Source: Si ringrazia Vanessa Chizzini per la disponibilità e il materiale.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Chi tutela questi bambini? “Bellissime – Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite” l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango, 2017)

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bellissime

Stendhal affermava che «la bellezza non è che una promessa di felicità». Già, semplicemente una promessa.

Con le parole del noto scrittore francese si apre al lettore il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite, edito quest’anno da Fandango Libri. Un “documentario” di parole che racchiude più di quanto ci si aspetti, che racconta più di quello che si vorrebbe sapere e vedere, che lascia poco spazio a fraintendimenti e ipocrisie. Insomma, un libro necessario.

La Piccinni condensa nelle pagine di Bellissime il risultato delle sue ricerche sul campo, delle sue ricerche documentarie, delle sue esperienze dirette, il racconto di testimoni e testimonianze varie nonché i suoi personali ricordi d’infanzia… al punto da conferire all’intero testo un’impostazione che non è quella del saggio tecnico in senso stretto, piuttosto di un dettagliato reportage giornalistico. La scrittura rimane sempre semplice, lineare, quasi colloquiale.

Va riconosciuto anche all’autrice il merito di essere riuscita, nonostante la costante personalizzazione del racconto, a far rimanere le sue opinioni e le sue esperienze marginali rispetto al racconto principale del testo. E così Bellissime permette al lettore di «guardare oltre la superficie» glitterata e “sorridente” del mondo della moda-bimbi, emblema e simbolo, come il campo della moda in generale, del «culto della grazia e della necessità di piacere». Il che non sarebbe neanche così tanto da recriminare se la bellezza fosse «fine a se stessa», invece «diventa espediente per arrivare a qualcosa».

Questo, associato al fatto che parliamo di minori, di piccoli che non superano il metro e venti di altezza e i dodici anni di età, inizia già a rendere chiaro quanto pericoloso sia il quadro che si delinea in questo “universo” nel quale scarsissima importanza viene data al «labirinto emotivo» della «necessità di piacere agli altri» e alle conseguenza cui vanno o possono andare incontro questi cuccioli, necessari e sacrificabili a quanto pare in nome del marketing e della pubblicità.

Leggendo Bellissime si viene catapultati in un mondo pressoché sconosciuto a chi non segue molto la moda, le sfilate, le tendenze, gli eventi… un mondo di finzione, come il cinema, i film e le serie tv, dove i “modelli” e le “modelle” vengono travestiti per apparire altro rispetto a quello che sono fuori dai set e dalle passerelle. Dove questa finzione però arriva finanche a prendere il sopravvento sulla realtà e sulla reale necessità dei bambini a cui, a volte, viene negato anche di bere e andare in bagno. Per rispettare i tempi. Non si può non chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?!

Il lettore più volte si chiede, insieme alla Piccinni, quando i genitori hanno «smesso di fantasticare su figli medici o avvocati, per cominciare a vaneggiare sullo showbiz».

La situazione è molto più complessa, è vero, e l’autrice la analizza da svariate angolazioni portando avanti un gran bel lavoro di ricerca e sintesi, entrando in punta di piedi in questo mondo pieno di paillettes e lustrini, mossa forse da un innato e assolutamente motivato rispetto per l’infanzia che accompagna e vigila sulla scrittura dell’intero libro. Un rispetto che mai andrebbe calpestato o messo in discussione, figuriamoci poi per il mero tornaconto economico di un brand di moda o dell’etichetta sponsorizzata in pubblicità.

Bellissime è un pugno nello stomaco del lettore, il quale all’improvviso realizza, o meglio rammenta, di essere troppo spesso spettatore, osservatore o telespettatore di immagini, video, spot, serie tv, film o spettacoli di vario genere in cui “protagonisti” sono dei minori… e tutto appare sempre talmente normale, ordinario da passare quasi inosservato. La Piccinni ci ricorda tutto quello che c’è dietro. Il delirio. La «retorica dell’apparenza» di questo «mondo adulto miniaturizzato», dove, soprattutto le bambine, subiscono una precocissima sessualizzazione, «giovanissima carne addobbata da donna» e incitata a imitarne gli atteggiamenti più sensuali.

E allora ci si chiede perché in un mondo, quello vero, martoriato dalla piaga della pedofilia, si invogliano giovani ragazze e bambine ad attirare l’attenzione su una versione sexi e provocante di se stesse?

Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite si rivela fin dalle prime pagine una lettura interessante, necessaria che illumina, come un faro, i lati bui di un mondo scintillante ma dal verso sbagliato e che invoglia il lettore a riflettere sui molteplici aspetti di questo fenomeno sociale, come di tutti gli altri ad esso direttamente o indirettamente collegati. A metabolizzare il concetto che la bellezza oggi altro non è che «l’eredità di un mondo fallito».

Flavia Piccinni: Nata a Taranto, è una scrittrice e giornalista italiana. Ha pubblicato numerosi romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. Collabora con diversi giornali, è autrice di documentari per Rai1 e Radio3 e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Scheda libro:

Prezzo: € 16, 00 (su Libreria Universitaria € 15, 20)
Ebook: non disponibile
Pagine: 200
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: pdf inviato al recensore, da parte di Simonetta Simonini per conto di Fandango Libri, che ringraziamo.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi (Tea, 2017)

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Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Uscito con Tea, del gruppo editoriale Mauri Spagnol, Laguna nera di Michele Catozzi è un giallo la cui storia, come sospesa nel tempo, ben si sposa con l’ambientazione. Venezia, la città «più bella del mondo», dove il tempo sembra essersi fermato… o almeno questo vorrebbero i nostalgici della bellezza della città lagunare. I tradizionalisti incalliti come il commissario Nicola Aldani, protagonista delle indagini sull’omicidio al centro della vicenda e veneziano doc che sembra smarrire un pezzo di sé ogni qualvolta per le calli apre un nuovo fast food o un qualsiasi altro store che non siano le antiche trattorie a lui tanto care.

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Una struttura particolare quella studiata da Catozzi in Laguna nera che si apre al lettore con un prologo nel quale l’autore rivela a chi legge indizi utili a conoscere e riconoscere l’identità dell’assassino. Così accade che al lettore sembra gli siano state fornite informazioni maggiori di quelle in possesso degli inquirenti. La sfida, che invoglierà comunque al prosieguo della lettura, sarà quindi determinata dall’ansia di conoscere le modalità che porteranno la squadra interforze a conoscere il mistero che si cela dietro l’omicidio dell’assessore Baldan. Un’esecuzione che in realtà è una vendetta, maturata per quasi trent’anni.

Il corpo centrale del testo è caratterizzato dal racconto del lavoro di indagine degli inquirenti, routine arricchita dalle riflessioni che Catozzi attribuisce al suo commissario Aldani sulla società “strozzata” dalla malavita organizzata ma anche dallo strozzinaggio, quello vero che a Venezia è tangibile lungo il molo di attracco dinanzi al Casinò del Lido. Il luogo simbolo delle contraddizioni di un’amministrazione che sostiene le campagne contro il gioco d’azzardo e, al contempo, gestisce la struttura. Specchio di uno Stato intero che sponsorizza le campagne pubblicitarie contro il gioco d’azzardo mentre organizza lotterie, gratta e vinci, totogol e autorizza l’apertura di sempre nuove sale slot.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Apoteosi di una tale zona grigia è l’ingresso a pieno titolo nelle istituzioni di soggetti appartenuti o appartenenti alla criminalità organizzata, oppure alla Mala del Brenta. A dimostrazione della «vulnerabilità di Venezia alle infiltrazioni mafiose» e, aggiungerei, dell’Italia intera. Perché nei territori dove «mafiosi e camorristi» non riescono a «emergere con un’organizzazione propria» preferiscono «cooperare». E i legami tra “affari” e politica, inutile negarlo o fingere di non saperlo, divengono sempre più intensi, radicati e dannosi. La storia scritta da Catozzi, è bene ricordarlo, pur basandosi su accadimenti veri del passato, come le scorrerie dei membri della Mala del Brenta, è frutto solo della sua fantasia. Ma si sa che spesso, purtroppo, la realtà supera di gran lunga la fantasia di uno scrittore.

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Interessanti risultano anche i passaggi nei quali l’autore porta il protagonista a riflettere e chiosare sul precario stato delle forze dell’ordine, sui continui tagli che, inevitabilmente, vanno a ripercuotersi sull’esito stesso delle indagini. Quasi tenero l’epilogo, dove Catozzi porta Aldani a vincere le sue battaglie più dure, quelle condotte contro la spending review del governo che taglia fondi e mezzi e lo fa quasi a dispetto di chi ogni giorno combatte contro il Male e la Mala.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Un giallo “lungo” Laguna nera di Michele Catozzi, che snocciola indizi e informazioni per oltre trecento pagine, ma che egualmente affascina il lettore per l’impostazione che l’autore ha dato alla storia, per l’attualità delle tematiche trattate e, non da ultimo, per la simpatia che suscitano i protagonisti, a partire dal commissario Aldani alle prese con crimini, delitti e deliri famigliari. Un libro promosso a pieni voti e una lettura di certo consigliata.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi” (DeA Planeta, 2017)

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Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Da pochi giorni tornato nelle librerie italiane con Sedici alberi, edito da DeA Planeta nella traduzione di Alessandro Storti, Lars Mytting continua il suo racconto della forza e della potenza degli alberi ma questa volta, a fare da sfondo alle vicende dei protagonisti, ci sono i grandi accadimenti del recente passato europeo, in primis la seconda guerra mondiale e il nazismo. Una scrittura potente quella di Mytting in grado di affascinare i lettori parlando di piante ma raccontando la vita.

Lars Mytting sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova e racconterà Sedici alberi dal suo punto di vista ma intanto lo abbiamo raggiunto per un’intervista sul libro e qualche curiosità sullo stile della scrittura.

Dopo il successo di Norwegian Wood ritorna nelle librerie italiane con Sedici alberi, un libro che racconta una storia diversa ma nella quale “gli alberi” rivestono egualmente un ruolo fondamentale. Cosa si è prefisso di raccontare in realtà ai suoi lettori con Sedici alberi?

Il desiderio di raccontare una storia buona, e forse bella, è sempre il principale motore per me nella fiction. Non inizio mai un romanzo con la volontà che sia un “progetto” in grado di illuminare o documentare qualcosa di politico o storico. Ma quando scrivo noto solo che questo elemento sarà grande, questo periodo della storia europea è adeguato, questo gusto del paesaggio delle foreste nordiche suona bene. Dopo un paio di anni passati a scrivere comincio a pensare che vada bene, che questa è la storia dove ci rendiamo conto che gli eventi del lontano passato, forse due generazioni fa, possono direttamente impattare su persone che vivono molti decenni dopo. E questo percorso della storia europea, specialmente le due guerre, più altre interessanti ambientazioni come le isole Shetland e campi di battaglia in Francia hanno trovato spazio nella storia. Ma prima e soprattutto mi piace che il romanzo sia uno specchio attraverso il quale il lettore vede parti della sua vita.

La complessità del protagonista, Edvard Hirifjell, ha reso la strada della verità così tortuosa oppure è stata l’intricata vicenda a determinare l’uomo che infine è diventato?

Edvard è affascinante. Si prefigge la ricerca della verità senza sapere se la verità sarà buona per lui o se sarà troppo spiacevole da sopportare. Pone un grande fardello su di sé, dicendo: “Sarò quello su cui i morti possono fare affidamento”. Dall’inizio sa che c’è un mistero di famiglia nascosto nel suo passato, e prova il grande desiderio di scoprire cos’è successo, ma man mano che le cose vanno avanti ha bisogno di sbloccare davvero i segreti spiacevoli per avvicinarsi al suo obiettivo originale. Così penso che siano gli eventi a modellare lui, il periodo descritto nel libro diventa il più importante di tutta la sua vita.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Sedici alberi sembra un ibrido tra un poliziesco e il racconto di una saga famigliare che coinvolge intere comunità provate dalla seconda guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Suo scopo era raccontare delle devastazioni che i conflitti arrecano anche a distanza di svariati decenni?

In una certa misura, perché sono così tragici che non dovrebbero essere dimenticati. Ma le storie di guerra sono state raccontate molte volte, con riferimento sia a eventi militari sia civili, così per me era più importante usarli come uno sfondo per quello che poteva accadere tra le persone quando c’è una guerra, semplicemente perché sanno che le loro vite sono fragili e si assumono maggiori rischi e le regole originarie non sono più valide. Nessuno dei più importanti eventi del passato descritti nel libro sarebbero potuti accadere in tempo di pace, sebbene non siano necessariamente delle azioni militari.

Nel testo si legge: “l’albero deve incapsulare la ferita per continuare a crescere. I cerchi della crescita deviano tutto intorno alla lesione, generando linee imprevedibili”. È stato così anche con Edvard? È così anche con le persone reali?

Sì, penso che sia uno dei punti più sottili del libro. Gli alberi con le loro vite straordinarie, spesso crescendo in luoghi ostili, hanno al loro interno dei bei modelli. Un pino con una vita facile si rivela molto noioso, duro e a grana dritta, quando viene tagliato per farne legna da ardere o mobili. Lo stesso succede con le persone. Le cicatrici delle battaglie che affrontiamo in vita possono essere belle. So che ci sono delle culture in cui le cicatrici sono autoinflitte perché è prova che possono sopportare il dolore, e il dolore e la bellezza vanno mano nella mano nel libro.

In Sedici alberi si parla molto delle bombe inesplose che hanno reso sterminati campi vere e proprie roulette russe, assurde e pericolose. Anche Edvard sembra, a suo modo, essere una “bomba” pronta a esplodere in qualsiasi momento. Lo salvano più i ricordi o i suoi amati alberi?

Difficile da dire, in realtà, dato che sta combattendo così tanto con le forze che ha dentro, ma penso che voglia andare alla conclusione, o forse dovremmo dire all’inizio, degli eventi che l’hanno modellato. Quando infine diventa quello su cui i morti possono fare affidamento, penso che abbia raggiunto il suo obiettivo, e s ritrova con un semplice desiderio per il resto della vita: voler fare qui sulla terra cose che quelli in paradiso saranno lieti di vedergli fare.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

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Cercando la verità nel suo passato e in quello dei suoi parenti, Edvard sembra imparare molto dagli errori commessi. Guardando alla storia del secolo scorso e ai conflitti mondiali lei pensa che gli uomini abbiano imparato qualcosa dagli sbagli e dalle atrocità inflitte e subite dalla popolazione mondiale?

Sì, senz’altro abbiamo imparato. La nostra consapevolezza delle conseguenze della guerra e di altre atrocità è giustamente ritenuta molto importante, e noi reagiamo immediatamente quando qualcosa per esempio ci ricorda i movimenti fascisti dell’Europa degli anni Trenta. Il problema è che, quando qualcosa di molto pericoloso inizia a prendere piede, ha una nuova forma e non sempre riusciamo a riconoscerlo. Dato che l’immaginazione umana è senza fine, lo è anche il male purtroppo. Così noi potremo ritrovarci con altri disastri anche in futuro, a meno che non iniziamo a usare la nostra immaginazione meglio della nostra capacità di distruzione.

Per la prima foto, copyright: Adarsh Kummur.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017)

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Se lo Stato produce «leggi che fanno la guerra ai poveri (non alle ragioni della povertà) delle nostre città» diventa doveroso e necessario «un radicale cambio del punto di osservazione sulla società». Così i curatori del testo Under. Giovani mafie periferie, edito a maggio 2017 da Giulio Perrone Editore, Danilo Chirico e Marco Carta, hanno fatto una vera e propria «immersione nelle periferie e nella povertà», in quello che è a tutti gli effetti «il tema di questa Italia» ma di cui «nessuno sembra volersi occupare», o almeno di farlo in maniera seria e concreta. Hanno fatto «un tuffo nel passato» scoprendo che «le cronache di questi mesi (con i commenti, gli allarmi, le preoccupazioni, le polemiche) sono le stesse di dieci o venti anni fa», ovvero che «per dieci o venti anni nessuno ha mosso un dito».

Lo scopo dichiarato del libro è «promuovere una discussione pubblica il più possibile larga» per illuminare problematiche e criticità, formulare strade alternative da percorrere, irrompere nella politica affinché cambi «linguaggio, priorità e modalità» e metta fine alla «colpevolizzazione dei poveri e degli emarginati con la scusa del decoro».

UNDER si compone di vari contributi legati tra loro dalla ferma volontà di illuminare «il senso di abbandono di chi vive ai margini della città contemporanea», quartieri dormitorio privi di spazi aggregativi in cui «i centri commerciali, spiega il sociologo Massimo Ilardi, sono diventati le nuove piazze, supplendo ai vuoti spaventosi di intervento pubblico». Buchi di presenza e assistenza che hanno contribuito a trasformare velocemente le periferie in «ghetti in mano alla criminalità organizzata». È necessario «offrire alternative al welfare delle mafie» e questo non può più essere un dovere che lo Stato continua a scaricare su associazioni e singoli privati.

Stando ai dati diffusi dal rapporto Disordiniamo del Garante per l’Infanzia, «l’Italia spende per bambini e famiglie l’1,3% del Pil, rispetto all’11% della Germania, per fare un esempio comparativo e indicativo». Non si può certo affermare che si sta facendo il massimo. I margini di miglioramento sono notevoli considerando anche che attualmente «le risorse vengono impiegate soprattutto sotto forma di trasferimento di denaro». Programmi strutturali e strutturati, progetti e obiettivi ad ampio raggio e duraturi nel tempo potrebbero, magari, dare risultati migliori. A parole, tutti affermano di voler investire nella scuola e nella cultura. Anche la ministra Fedeli lo fa nell’intervista riportata nel testo, nella quale viene più volte menzionata Labuonascuola ma l’Italia, stando ai dati Eurostat, «è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’educazione e al penultimo posto per quella destinata alla cultura».

Così, anche se la stessa ministra mette le mani avanti quando afferma che «non sempre è possibile percepire subito i risultati delle azioni che vengono messe in campo. Soprattutto in ambito scolastico», non si può non chiedersi quanto siano invece necessari provvedimenti più incisivi che evitino alle nuove generazioni di restare costantemente indietro rispetto ai loro coetanei europei e mondiali. Intere generazioni sempre più affascinate dal mondo criminale nel quale non occorre studiare e lavorare, pagare tasse e contributi, dove a vincere è il più scaltro e basta “poco” per riempire il portafogli. Dove le «carriere crescono all’ombra di uno ‘stupore di maniera’ di fronte ai casi di cronaca più sensazionali», quelli su cui né la stampa né il pubblico può tacere fingendo di non sapere che «non si può costruire un paese civile se si rinuncia a una seria cultura antropologica della criminalità minorile».

Il sistema mafioso è una sanguisuga, se smetti di nutrirlo va altrove oppure si indebolisce. Se invece ci scendi a compromesso, se accetti la spartizione non solo contribuisci a rafforzarlo ma ne diventi a tutti gli effetti una pedina, una componente, anche se mafioso non ti ritieni e preferisci essere etichettato come onorevole, professionista, impiegato, politico, cittadino… Nonostante sia tutt’oggi molto diffusa e condivisa l’opinione dei «negazionisti delle mafie», i quali forse preferiscono pensare e lasciar credere che il fenomeno sia ancora legato e circoscritto a determinati territori e figuri che cinema e televisione hanno stereotipato alla stregua di ‘maschere’ senza tempo. La mafia si è evoluta e diffusa e quella visibile tra i giovani delle periferie non è che una soltanto delle sue evoluzioni.

Cesare Moreno della onlus Maestri di strada afferma di non avere paura della mafia, «perché mi confronto tutti i giorni con questo ambiente». A spaventarlo invece è «questa società che non crede in se stessa e non ha nulla da dire ai giovani». Uno Stato che, nonostante gli slogan e le belle parole, sembra aver abbondantemente gettato la spugna. Nella provincia di Reggio Calabria ben 81 comuni, su un totale di 83, «non hanno i servizi sociali». Così, in terra di ‘ndrangheta, «si è abbandonata completamente un’idea di sociale» e la lotta al crimine organizzato «è affidata soltanto a magistrati, poliziotti, esercito». Una «lotta a metà, quindi inefficace per definizione». Sempre attuali le parole di Platone che vedeva «la giustizia giusta esistere solo in un paese giusto».

Sottolinea Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, come «è del tutto evidente che parlare di sviluppo economico immaginando di applicare il solito paradigma del prima lo sviluppo e la crescita, poi il welfare è una pericolosa stupidaggine» non solo per le periferie geografiche ma anche per quelle sociali. Affinché ci sia «sviluppo ci deve essere essere coesione sociale», altrimenti è più facile ci siano solo squilibri e sfruttamento.

A Roma, a Ponte di Nona, con «il piano di riqualificazione realizzato nell’ambito del progetto Punti Verdi Qualità» i cittadini «si sono ritrovati una gigantesca sala slot inaugurata nel 2009 mentre l’asilo è rimasto chiuso». Una città, la capitale, dove «si contano oltre 50.000 slot machine» in uno stato, l’Italia, che vieta il gioco d’azzardo. Che afferma di vietarlo in base alla normativa vigente.

Le politiche di austerity hanno «indebolito la continuità degli interventi sociali», piegando anche «la necessità dei più deboli alla logica del massimo ribasso». Incisivo l’intervento di Marco Carta su una città schiacciata «sotto il mondo di mezzo» dove sembra si operano scelte e interventi «come se un bambino da recuperare fosse una buca da riempire».

Più volte, leggendo Under. Giovani mafie periferie, ci si chiede come si fa, in terra di mafia, a scegliere liberamente. La verità è che non si può dove manca uno Stato a fornire gli strumenti necessari per poterlo fare. Perché, è inutile negarlo, è proprio laddove lo Stato arretra sulle proprie responsabilità che le organizzazioni criminali riescono ad avanzare e a radicare il controllo del territorio, che per loro è fondamentale. Il sistema mafioso «ha tante porte che qualcuno avrebbe il dovere di chiudere». Le famiglie, certo. La scuola, anche. Ma è dallo Stato e da tutte le sue istituzioni che deve partire la spinta più potente. Che dovrebbe partire. Non serve additare il fenomeno come peculiare delle regioni del Sud. Non è bastato in passato per evitare che la mafia si espandesse anche oltre i confini di stato e non servirà neanche ora a salvare i giovani e le periferie, geografiche e sociali.

 

E se è vero che «le mafie si combattono anche con la cultura e con la coscienza collettiva» lo è di sicuro che il popolo tutto deve ‘combattere’ la latitanza dello Stato nelle periferie come nei centri, per le strade come nei palazzi, nei discorsi come sulla carta… affinché nessun cittadino sia costretto a chiedersi «da che parte sta la legge». Mai.

Under. Giovani mafie periferie curato da Danilo Chirico e Marco Carta è una miscellanea di contributi di numerosi autori che risulta al lettore molto interessante spaziando dal racconto di testimonianze dirette a fatti, da resoconti di dati e statistiche a progetti attuati o da attuare. Un libro che si spinge oltre le intenzioni dei curatori, ovvero la spinta ad aprire “una discussione pubblica il più possibile larga”, perché lo ‘squarcio’ che apre in chi lo legge è più profondo e non riguarda solo l’esterno, il relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi.

Danilo Chirico: Nato a Reggio Calabria, vive e lavora a Roma. Giornalista, scrittore e autore televisivo. Ha scritto e curato diversi libri sulle mafie. È presidente dell’Associazione antimafie daSud.

Marco Carta: Giornalista romano impegnato a far conoscere e indagare ‘il lato oscuro’ della capitale.

In Under. Giovani mafie periferie sono presenti articoli e/o contributi di: Lorenzo Misuraca, Angela Iantosca, Andrea Meccia, Lara Facondi, Gianluca Palma, Carmen Vogani, Daniela Valdacca, Jessica Niglio, Amalia de Simone, Bruno Palermo, Dario Antonini, Zeno Gaiaschi, Sara Troglio.

Source: Si ringraziano Giulia Martiradonna e la Bookmedia Events per la disponibilità e il materiale.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro la mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

Grande Raccordo Criminale” di Bulfon e Orsatti (Imprimatur, 2014). Intervista agli autori

I giorni della Cagna” di Daniele Autieri (Rizzoli, 20169. Come le mafie si sono prese Roma e l’Italia

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Allievi e Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017)

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Esce con Mimesis, del marchio editoriale MIM, nella collana Eterotopie, il saggio sulla comunicazione nel tempo della globalizzazione IN-SECURITY di Annamaria Rufino, con la prefazione a firma del professore emerito della Sorbona Michel Maffesoli, tradotta dal francese da Ciro Pizzo.

Un testo breve e conciso ma, al contempo, interessante, chiaro e con un gran bello scopo: precisare alcuni aspetti essenziali della globalizzazione, che è un «produttore di periferie» per effetto della «crisi del sistema relazionale e della fine della dimensione spazio-tempo» e, soprattutto, della comunicazione al tempo della medio-globalità.

Il «totalitarismo dolce delle democrazie occidentali» si contrappone al «totalitarismo duro», come quello «del nazismo e dello stalinismo», ma è comunque necessario, doveroso discorrere dei buchi neri creati da questa “dolcezza”, degli errori e delle assenze di iniziative… in una parola, come sottolinea l’autrice nel testo, dei «vuoti» nel sistema che generano «insicurezza, paura, violenza». Vuoti, mancanze che non riguardano solo i cittadini, le persone, bensì le Istituzioni la cui responsabilità maggiore sembra risiedere nell’incapacità di fare in modo che «la conoscenza, il sapere sappiano adattarsi alla “complessità” attuale». Il “webmondo” prevede «nessuna partecipazione dell’utente» e può, a tutti gli effetti, essere considerato una «ideologia totale» che ha «destrutturato la capacità interpretativa del mondo, trasformando la società globale in una super-massa».

Per Maffesoli, l’intuizione fondamentale del libro della Rufino sta nel tentativo dell’autrice di cercare il modo per «integrare nella maniera più a buon mercato l’insicurezza, come canalizzare libido ed energia, personali e collettive». Un po’ svolgendo la funzione sociale che da sempre hanno avuto le «Feste dei folli, le inversioni sociali, i carnevali», ovvero quella di «ritualizzare l’insicurezza» mediante queste «configurazioni antropologiche che hanno saputo far metabolizzare l’istinto aggressivo, che è proprio dell’animo umano». Inutile negarlo o regalarlo ai margini, alle “periferie”. Etichettarlo come afferente a gruppi etnici e sociali specifici. Il risultato è questo “vuoto” conseguenza diretta di «quest’energia fondamentale “slancio vitale (Bergson) o anche “libido” (Jung)» che, non potendo essere repressa, viene manifestata sotto forma di in-sicurezza, paura, smarrimento, violenza fisica e verbale che ha trovato terreno fertile anche nella Rete e nei social network e che ha origine da seri «problemi di coesione sociale, ordine, sicurezza, identità».

Come un’illusione ottica, «la globalizzazione e, direi, la comunicazione globale» non produce “conoscenza” o sapere ma “narrazioni”, «labili narrazioni come quelle giornalistiche, di ogni fonte, che dominano i fatti e sono fagocitanti rispetto a tutte le conoscenze e a tutti i saperi». Una vera e propria «ideologia destrutturante» in quanto la narrazione giornalistica è, in buona sostanza, un «produttore di fatti di cui non è possibile o è quantomeno difficile verificare la fondatezza, della notizia e della sua interpretazione». Ragion per cui «la percezione del dato sfuma in immagini e parole cui si fatica a dare un volto e un senso» e la comunicazione allora «rimane mera informazione». A lungo andare le narrazioni giornalistiche creano «un vuoto interpretativo e cognitivo». Inoltre questo tipo di comunicazione acquisisce sempre maggiore spazio. Quello «lasciato vuoto dalle istituzioni».

Annamaria Rufino più volte ripete ne IN-SECURITY la necessità di «un’azione coordinata e consapevole» da parte delle istituzioni in maniera tale da «correggere un sistema arido di comunicazione e di interpretazione», oltre che di «consapevolezza dei sistemi sicuritari», in quanto l’insicurezza percepita in modo diffuso e incontrollabile «si è trasformata paradossalmente nell’indicatore principale utilizzato per misurare i difetti d’ingranaggio tra sistema istituzionale e sociale» di un modello, quello occidentale, che «si è dissolto proprio nel momento in cui ha raggiunto la sua massima estensione».

Uno strumento valido di aiuto potrebbe essere, secondo la Rufino, «riabilitare alla sicurezza attraverso una comunicazione responsabile», individuando i «punti cruciali del complesso meccanismo dell’insicurezza» così da disattivare «il diffuso atteggiamento difensivo che si trasforma in violenza e aggressione, attive e passive, verbali e fisiche». La sfida a questo punto, che l’autrice pone ai suoi lettori in forma di domanda, è la concreta possibilità di una comunicazione sostenibile che contrasti le derive totalizzanti del non-luogo medio-globale.

Un libro interessante IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale di Annamaria Rufino, in grado di stimolare il lettore verso un dibattito solo in apparenza aperto e diffuso. Una riflessione valida e concreta sul problema della in-sicurezza e della paura, della comunicazione e dell’informazione nell’era dichiarata della loro massima diffusione.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autrice www.mimesisedizioni.it

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