Siamo quello che nel cuore sentiamo di essere? “Potrebbe trattarsi di ali” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana Editrice, 2017)

Esce con L’Iguana Editrice la raccolta di sette racconti di Emilia Bersabea Cirillo che prende il nome dalla prima storia narrata, Potrebbe trattarsi di ali. Sette figure femminili indagate dall’autrice nel loro essere donne, mogli, madri, sorelle, lavoratrici, disoccupate, bambole… secondo un preciso ordine di intenti che regala al lettore il piacere di leggere un’autrice nuova, o meglio rinnovata.

La Cirillo pur restando fedele al suo essere e voler essere una scrittrice del territorio sembra aver fatto un grosso passo in avanti con questa sua nuova pubblicazione. L’ambientazione rimane la sua città, capoluogo dell’omonima provincia irpina, Avellino, ma i suoi racconti non restano più ancorati alla volontà dell’autrice di raccontare la sua terra. Pur rappresentando ancora i luoghi che hanno originato le storie queste diventano universali. Emilia Cirillo sembra essere riuscita a staccarsi dalla volontà di scrivere per se stessa, per soddisfare un suo personale desiderio, la sua scrittura ora, in Potrebbe trattarsi di ali, sembra un regalo per i suoi lettori, che lo accolgono e lo apprezzano.

Più volte ricorre, all’interno dei racconti, il nome del premio Nobel Alice Munro per la quale la scrittura deve «toccare il lettore tanto da farlo sentire un po’ cambiato». La Cirillo sembra aver fatto tesoro degli insegnamenti della Munro.

Il dolore che Beba somatizza al punto da far soffrire l’intero corpo quanto il cuore, la vicenda umana di Camillo e della sua dolly Rebecca, le dimensioni “fuori misura” di Agnese almeno quanto i suoi sogni, la folle gelosia di Natalina che scuote l’abitudinaria Giovanna, il coraggio di Laura, il dolore di Norma e la disperazione di Anna viaggiano lungo lo stesso binario della vita e imprimono nel lettore la sensazione che questi personaggi esattamente come i loro tormenti possono annidarsi ovunque. Reali e realistici al punto da considerare le loro storie come fotografie o meglio ritratti a tinte forti di quello che in verità l’umanità è e rappresenta. E il lettore, insieme al personaggio Agnese, si chiede se le persone sono quello che nel cuore sentono di essere o sono altro.

«Certe sere erano queste storie, quando un freddo dentro mi immalinconiva,

a restituirmi la voglia di non soccombere surgelata»

La Cirillo fa una singolare dedica iniziale: ai corpi che resistono. Leggendo il testo si riesce a capirne il perché. Va sottolineato anche il merito dell’autrice di aver raccontato temi di scottante attualità narrando il vero, il reale, senza ipocrisie e senza lasciarsi deviare dai proclami che inneggiano alla paura. Le storie di Maria Fatima e Anna meritano grande attenzione e riflessione così pure le sfaccettature di Kathrine e dei bambini di Bianca.

Un buon libro, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo, una valida selezione di racconti nuovi tra i quali è stata inserita anche qualche rivisitazione di storie già pubblicate in passato. Una raccolta di storie che merita senz’altro di essere letta.

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Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

I buoni” di Luca Rastello (Chiarelettere, 2014)

Source: Si ringrazia l’autrice, Emilia Bersabea Cirillo, per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia autrice scheda copertina libro

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Gladiatori 3.0: Tratta dei baby calciatori dall’Africa, la Procura di Prato indaga

Si allarga a macchia d’olio la voragine della vergogna intorno all’inchiesta portata avanti dalla Procura di Prato sulla presunta tratta dei baby calciatori provenienti dal continente africano, in particolare da paesi come la Costa d’Avorio e il Senegal. Numerose le perquisizioni effettuate che hanno interessato diverse società sportive, alcune misure restrittive e tanti punti oscuri su cui si cerca ancora di far luce nell’ambito dell’inchiesta in cui si ipotizzano reati di immigrazione clandestina, falso documentale, favoreggiamento reale e frode sportiva.

Azioni che nulla hanno a che vedere con lo sport, quello vero, e la sportività ma che lontane anni luce sono anche da concetti per niente astratti come umanità e integrazione. Molti diranno che in fondo a questi ragazzini è stata data una grande opportunità che altrimenti non avrebbero mai avuto e sarebbero rimasti legati, condannati, al triste destino di vivere nei loro martoriati paesi di origine. L’opportunità, se ve n’è, data a queste giovani vite sembra la stessa che gli antichi romani sostenevano di dare ai gladiatori i quali, combattendo, rimandavano la loro pena di morte e, in alcuni casi, avevano anche la possibilità di riscattarsi. A decidere il loro destino, in ogni caso, erano i romani.

Far leva sulla disperazione per ottenerne un tornaconto economico o d’immagine. Cosa c’è di buono in tutto ciò davvero si fa fatica a comprenderlo eppure il calvario affrontato da questi baby gladiatori del terzo millennio rappresenta il sogno di tanti giovani. Gli ingranaggi del “gioco” del calcio sono il successo, il denaro e il potere… poco importa se per oliare questi subdoli meccanismi si adoperano vite umane, si sacrificano dei ragazzini e il loro futuro, i quali magari neanche si rendono conto di quanto accade e perché. La responsabilità non è solo di chi compie illeciti ma anche di chi si dichiara tifoso o peggio “sportivo”, si indigna per i soldi spesi per l’accoglienza di migranti e profughi ma trova giusto ricoprire d’oro un giocatore, anche di colore, che riesce a tirare in porta un pallone. Se il bello del gioco del calcio è lo sport tutto questo interesse economico cosa c’entra?

Gli spettacoli al Colosseo erano allestiti per intrattenere patrizi e plebei, per “distrarli” dalle decisioni del Senato, per convincerli di essere in fondo dei privilegiati rispetto a chi, meno fortunato di loro, era costretto a combattere per tentare almeno di vedere salva la propria vita. Chi cerca di convincerci che i migranti sono un grande problema perché rubano risorse e lavoro mentre i giocatori di colore rappresentano una grande opportunità da accaparrarsi a ogni costo più o meno sembra voler fare lo stesso gioco degli antichi romani. Lo sport quando diventa business non è più un gioco ma una trappola, deviata e pericolosa.


Source: Fonte inserto notizia www.adnkronos.com

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

Il sesso e le donne, di qualunque età. I pregiudizi duri da scalfire riguardo il comportamento da tenere. Uscire dagli schemi e infrangere le regole di una società, purtroppo, ancora molto maschilista genera il rischio di essere etichettate come “maledette” o “maledettamente perdute”.

Magari oggi si corre meno il rischio di venire rinchiuse in ospedali psichiatrici ma finire nella gogna della cerchia dei conoscenti oppure quella mediatica se si è un nome in vista… beh bisogna ammettere, sempre purtroppo, che può e succede davvero.

Ne abbiamo parlato in un’intervista con Rosa Montero, autrice di In carne e cuore, edito da Salani nella traduzione di Michela Finassi Parolo.

Ne La carne, uscito in Italia come In carne e cuore, si racconta la vita della protagonista ma anche quella degli scrittori, definiti “maledetti”, protagonisti a loro volta della mostra organizzata dalla stessa Soledad. Uscire dagli schemi e osare uno stile di vita diverso comporta il rischio di venire etichettati male in qualunque epoca e società?

Senza dubbio. Male e, soprattutto, si viene presi per pazzi. Nel corso del tempo, molti dissidenti sono stati rinchiusi in ospedali psichiatrici. Questo è successo soprattutto alle donne. Molte donne ribelli sono finite in qualche reparto psichiatrico e questo romanzo ne presenta un esempio con Josefina Aznarez…. Soledad si guarda nelle storie degli scrittori maledetti come chi si guarda allo specchio, perché, per ragioni che non possiamo rivelare e raccontate nel romanzo, nonostante sia una donna affermata sul lavoro, colta e intelligente, si è sempre sentita sul punto di essere emarginata socialmente, sul punto di essere esclusa. Quando, all’inizio del romanzo, Soledad definisce cosa significa per lei essere un personaggio maledetto, apparentemente parla della mostra che sta allestendo, ma in realtà fornisce una definizione di sé.

Ma i tormenti affrontati da Soledad non riguardano soltanto il suo essere in società, quanto piuttosto il suo relazionarsi con il tempo che passa inesorabile e con gli effetti e le conseguenze di ciò. Secondo lei quante cinquantenni vivono in silenzio più o meno le stesse sensazioni della protagonista del libro?

Hahaha, non solo le persone di cinquanta o sessant’anni, no. È proprio questo il supplizio generale, è proprio questa la tragedia dell’essere umano, che viene al mondo pieno di voglia di vivere, con un “IO” immenso che riempie ogni cosa, e che il tempo passi invece così in fretta e ci conduca alla morte. Al nulla, che è impensabile. Si comincia a invecchiare in culla. Questo romanzo tratta del passare del tempo, ciò che ci rende tempo e di come il tempo ci fa e ci disfa, perché vivere è dissolversi poco a poco nel tempo, e questo comincia già nell’infanzia, come ho detto…

Ecco perché ho avuto la soddisfazione di verificare che questo romanzo è letto da uomini e donne di tutte le età, e ci sono ragazzi e ragazze trentenni che si identificano con Soledad.

Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

Il desiderio di avere ancora una vita sessuale attiva a una “certa età” e di mantenere un aspetto gradevole oltre i fatidici “anta” perché, secondo lei, facilmente viene indicato come sconveniente e/o volgare al punto che le donne mature si vedono presto etichettate gergalmente MILF (Mother I’d Like to Fuck)?

Beh, anche se il maschilismo è diminuito molto in Occidente stiamo ancora vivendo in società molto sessiste, senza dubbio. E dalla donna ancora si esige di più (soprattutto in ciò che riguarda il fisico) rispetto agli uomini, sebbene ci sia sempre meno disparità.

Mi sorprende molto il fatto che l’avere una vita sessualmente attiva a una certa età risulti ancora scioccante. Non ho mai voluto scrivere un romanzo sul sesso di una donna di sessant’anni, ma volevo parlare di sesso e basta. Il sesso a sessant’anni mi sembra di una normalità assoluta.

Può, secondo lei, incidere su questo un retaggio culturale di influenza anche religiosa duro da scalfire che vuole la donna, maggiormente se madre, “angelo del focolare”? Lo stesso titolo del suo libro (La carne) che in Italia diventa In carne e cuore sembrerebbe un tentativo di alleggerire l’aspetto carnale appunto della vicenda.

Sì, credo che l’influenza religiosa sia un carico retrogrado nello sviluppo delle donne. Quanto al cambiamento di titolo, il mio editore mi ha detto che c’era già un romanzo dal titolo La carne, ecco perché abbiamo cambiato. Il pensiero della donna destinata a essere “angelo del focolare” mi sembra così datato e obsoleto che mi viene da ridere.

Molto clamore ha fatto la notizia non tanto della sua elezione alla Presidenza di Francia quanto il fatto che Emmanuel Macron avesse al suo fianco una compagna molto più grande, anagraficamente parlando. Si è letto e ascoltato di tutto su questo, compreso che fosse una cosa normalissima. È evidente che così non è altrimenti non ci sarebbe stato tutto l’interesse che invece c’è stato. Perché la coppia Macron-Trogneux è stata una “notizia”?

Anche in questo caso si tratta di una questione di pregiudizio maschilista. Nessuno parla della coppia formata da Trump e sua moglie, anche se la differenza di età è più grande rispetto a quella tra Trogneux e Macron. Insomma, vige il pregiudizio, il pregiudizio rende ciechi, perché in realtà ci sono sempre state le donne con uomini più giovani, sempre, in tutti i secoli. Anche la regina Vittoria d’Inghilterra, che era l’esempio massimo del puritanesimo del XIX secolo, ebbe per molti anni un amante più giovane di lei, Mr.Brown. C’è sempre stato questo tipo di coppie, ma per il pregiudizio sessista imperante sono rimaste in generale segrete, clandestine. Ora cominciano a normalizzarsi e a venire alla luce, come nel caso di Macron.

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Riguardo la protagonista del suo libro invece qual è stata l’osservazione o la critica che più l’ha impressionata?

Hahaha, non leggo mai le recensioni, ma quello che mi più ha colpito è stato il fatto che cinque o sei volte i giornalisti mi hanno detto che era molto coraggioso affrontare il tema tabù dei rapporti sessuali nelle donne di sessant’anni, quando, insisto, l’idea di parlare di questo tema non è mi è mai passata per la testa. Ho voluto parlare di sesso e basta; che poi la protagonista abbia sessant’anni mi sembra una cosa normalissima, sono circondata da uomini e donne che cercano di fare l’amore il più possibile, come tutti. Non è mica come noi donne che ci disattiviamo sessualmente a una determinata età, ai cinquanta o cinquantatré anni! Nessuno dice a Richard Gere: quello che mi piace di te è che hai il coraggio di rompere il tabù del sesso negli uomini di 67 anni con donne di 37 anni più giovani, hahahaha… insomma, è questo il punto. Normalizziamo quello che è normale, per favore.


Per la traduzione dell’intervista dallo spagnolo, si ringrazia Monica R. Bedana.

Per la prima foto, copyright: Nathalia Bariani.

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“Rapita” di Luca Moricca (Valletta Edizioni, 2016)

Edito da Valletta Edizioni Rapita è il secondo libro dedicato da Luca Moricca alle avventure investigative del commissario Giovanni Maglione e della criminologa Mascia Campisi, che lavorano fianco a fianco nei casi più ostici o per risolvere il mistero di delitti particolarmente efferati.

Moricca ha studiato una trama interessante, che funziona. Ciò che lasciano adito a qualche perplessità invece sono la struttura del testo e il linguaggio.

La storia inventata dall’autore ha un suo perché e risulta fin da subito credibile, lo stesso vale per i personaggi e il “ruolo” loro assegnato da Moricca.

Il linguaggio invece risulta a volte un po’ forzato, soprattutto nei dialoghi dove perde di spontaneità e alcuni passaggi risultano troppo da “messainscena”.

Egual discorso va fatto per la struttura la quale, pur essendo di buon livello, a volte risulta eccessivamente schematizzata. Sembra quasi che l’autore, per timore di tralasciare o confondere qualche dettaglio, abbia insistito troppo nella meticolosità e in ciò la narrazione ha perso di fluidità. Potrebbe rientrare in questa presunta paura dell’autore la presenza di numerose ripetizioni, la tendenza a rimarcare troppe volte lo stesso concetto. Per esempio l’incapacità informatica del commissario, la bravura dell’esperto informatico, le doti eccezionali della criminologa… Non serve ripeterlo più di una volta, il lettore altrimenti si indispone. È un concetto che ha già assimilato. Una nozione già appresa. Soprattutto in un giallo o in un thriller che sia il lettore è avido di nuovi indizi e nuove informazioni e a ogni nuovo passaggio ne desidera ancora. La narrazione ripetitiva raramente viene ben accolta.

Bisogna inoltre sottolineare qualche piccola svista nella punteggiatura e alcune ripetizioni di vocaboli ma, nel complesso, la lettura risulta abbastanza scorrevole e gradevole.

Il libro di Moricca si apre al lettore con un antefatto nel quale l’autore “presenta” ai suoi lettori il personaggio misterioso del libro, la presenza che determinerà l’evolversi e l’esito dell’intera vicenda. Un soggetto ambiguo che riuscirà a insinuarsi nelle vite dei protagonisti al punto da riuscire a far scattare la trappola ordita e portare quasi a compimento la sua vendetta. Il fiuto investigativo del commissario Maglione bloccherà tempestivamente il suo agire.

La storia raccontata in Rapita, come preannuncia lo stesso titolo, riguarda un rapimento e una precedente rapina i cui responsabili sono stati solo in parte accusati e condannati. E saranno proprio i fatti passati, cui la presenza misteriosa è legata a doppio filo, che determineranno gli eventi presenti in un crescendo su suspense e azione che sempre piace agli appassionati del genere.

Nel testo non se ne parla direttamente eppure l’autore riesce lo stesso a centrare parte della narrazione sulle figure più temute eppur più ricercate tra i cultori del thriller e del poliziesco: i killer seriali i quali, in realtà, entrano poco nella narrativa di genere italiana restando ancora prerogativa quasi esclusiva degli scrittori americani e scandinavi. Autori a cui Moricca sembra rifarsi molto al pari delle più famose serie televisive, direttamente citate dai protagonisti all’interno del testo. Le descrizioni di Nesbo, Connelly, Aspe così come le scene di CSI e Criminal Minds sembrano essere state determinanti per la formazione dell’autore il quale, comunque, riesce a creare e mantenere una certa originalità nelle ambientazioni e nei personaggi.

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Jo Nesbo “Polizia” (Einaudi, 2014)

La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

Un libro, Rapita di Luca Moricca, che di sicuro non riesce a influenzare e “rapire” il lettore al pari dei thriller di Nesbo, Connelly e Aspe ma che tutto sommato si rivela comunque una gradevole lettura, con margini di miglioramento.

Source: Si rongrazia l’autore Luca Moricca per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte Trama e Biografia autore www.vallettaedizioni.it

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Le sfide all’ordine mondiale: “Il ritorno delle tribù” di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017)

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.

Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.

Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.

Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.

LEGGI ANCHE – La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?

LEGGI ANCHE – Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

LEGGI ANCHE – “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».

Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo.

I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo per “A Disabilandia si tromba” (Sperling&Kupfer, 2017)

Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo

La paura verso ciò che non conosciamo condiziona le scelte e le azioni di ognuno al punto che si tende sempre a catalogare, ovvero “etichettare”, tutto e tutti ciò che ci circondano. Ma come si fa a sconfiggere la paura e il pregiudizio? Marina Cuollo lo ha fatto scrivendo un libro, A Disabilandia si tromba, edito quest’anno da Sperling&Kupfer. Un testo divertente che proprio grazie alla tagliente arma dell’ironia aiuta ad abbattere qualche pregiudizio e a conoscere, per non averne più timore, molti tabù.

Tabù, pregiudizi, preconcetti, ipocrisie e paure possono diventare molto “appiccicosi” ma la Cuollo sembra aver trovato la ricetta per “scollare il collante”. Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Poche cose sono così dure da scalfire quanto tabù e pregiudizi. Lei ha deciso di scrivere un libro proprio per abbatterne qualcuno. Perché lo ha fatto?

Posso girare la sua domanda senza nemmeno passare dal Via (quello del Monopoli. Ha presente?): perché non l’ho fatto prima, visto che ci pensavo da tutta la vita? Eh. Perché? Perché l’idea c’è sempre stata, o quasi, ma mancava il momento, il tempo e magari pure il metodo. Disabilandia è nato da un barattolo, uno di quelli da cucina, per intenderci, cioè da un pensiero facile-facile: quando non conosciamo il contenuto di un “boccaccio” (termine partenopeo che sta per contenitore di vetro con tappo) ci mettiamo un’etichetta. Su questo ci scrivo “sale”, su quest’altro “zucchero”. Et voilà.

Ho iniziato a scrivere a settembre. Sei mesi più tardi ho consegnato l’ultimo capitolo. Altri due e avevo il contratto di Sperling. Dall’idea del “boccaccio” alla firma con la casa editrice è passato relativamente poco ma mi sono serviti tre decenni per metterla a fuoco. L’ho scritto adesso (cioè l’anno scorso a dire il vero), perché non potevo non farlo. Avevo non solo voglia, ma bisogno di scriverlo.

Per raggiungere i suoi lettori ha scelto una delle lame più taglienti: l’ironia. Ridendo e sorridendo i suoi pensieri, affidati alle parole del libro, lambiscono e feriscono più di una spada. Viene da chiedersi come è possibile che nel Terzo Millennio siamo ancora così “diversamente civilizzati”. Le giro la domanda.

Se capita è possibile, direbbe il generale La Palice. L’uomo mica cambia: da duecentomila anni a oggi, sono diversi gli strumenti, le cosiddette facilities, ma le paure no. Quando vediamo qualcosa a noi sconosciuto, che non ci assomiglia, che non è come noi, per la paura che possa essere un T-rex ce la battiamo di corsa.

Per citare Disabilandia: «È la paura che ci muove. La paura di non sapere cosa ci sia dentro, o dietro, o vicino a quello che non conosciamo.»

Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo

Paura e pregiudizio vanno spesso a braccetto. A Disabilandia si tromba lo ha scritto per abbattere qualche pregiudizio, ma come ha sconfitto le sue paure?

E chi ha mai detto di averle sconfitte? Diciamo che ci sto lavorando. Il fatto è che le paure sono parte di noi, un meccanismo naturale che ci serve per sopravvivere. Funziona per associazione di idee: ancora una volta, ci fa stare lontani da quello che non conosciamo/riconosciamo e con questo sistema il nostro cervello separa. Bene, male; buono, cattivo; erbivoro o Tyrannosaurus rex; conosciuto quindi sicuro, ignoto dunque potenzialmente rischioso; pizza (uau!) e broccoli (via di corsa!).

Distinguere serve al nostro istinto per riconoscere i pericoli. Il meccanismo mentale è lo stesso per tutti gli esseri viventi.

Il coraggio invece si acquisisce dopo, con l’esperienza. Ecco a cosa serve davvero Disabilandia: a fare esperienza.

I luoghi comuni sono come delle etichette che si mettono per riuscire a catalogare tutto ciò che ci circonda per meglio controllarlo. Lei scrive di essere stata letteralmente sommersa dalle etichette. Come è riuscita a scrollarsele di dosso?

Vedi risposta precedente: non ho scrollato le etichette, o almeno non tutte. Ho solo smesso di dare loro importanza. Come? Iniziando a riderne.

Per usare una metafora, la risata funge da solvente per la colla delle etichette. Se la colla perde aderenza, l’etichetta scivola giù.

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Dalla sua in realtà non molto elevata “altezza” ha osservato il mondo e i suoi abitanti suddividendoli in varie categorie. Quale la migliore e quale la peggiore?

Nessuna. La mia categorizzazione è un paradosso, un’iperbole, una scelta stilistica. Quello che ho fatto con Disabilandia è stato marcare così tanto le etichette in modo che si rendessero più ridicole di quanto già non siano. Ridicole, sì, ma ripeto: istintive, così come è istintiva la paura verso l’ignoto alla base del bisogno di etichettare/distinguere.

Le mie “sotto-categorie” sono poi un modo per esorcizzare i luoghi comuni, mostrandoli ai lettori: un po’ come se avessi la pretesa di far vivere a chi mi legge esperienze diverse che di suo difficilmente vivrebbe.

La conoscenza è il rimedio segreto verso ogni paura insensata: quando capisci che è un broccolo e non un Tyrannosaurus rex, puoi smettere di tremare.

Mi permetta questa curiosità. Nonostante l’ironia e la simpatia che traspare dalle sue parole il pensiero che quanto da lei affrontato abbia lasciato profondi segni non si riesce proprio a domarlo e viene fuori lo stesso. Il libro è valso anche da valvola di sfogo?

Più che altro come uno show di quelli comici: scriverlo mi ha ammazzato dal ridere.

A tal proposito, proprio qualche settimana fa mi è capitata una di quelle situazioni a cui ho ripensato durante la stesura del libro. Una di quelle da far impallidire una statua di marmo.

La mia reazione istintiva è stata quella di ridere ripensando alle parole di Disabilandia.


Per la prima foto, copyright: Shinsuke Inque.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Se lo chiedono gli stessi autori, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, de L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, edito da RaiEri, «che cosa deve succedere che non sia già successo per voltare pagina e combattere seriamente un’organizzazione criminale che condiziona la crescita e lo sviluppo del nostro Paese». Un’organizzazione criminale la cui storia, fondata su miti e personaggi leggendari, in realtà «è fatta di continue trattative con lo Stato». Quello Stato di cui siamo tutti parte che «quando poteva sferrare il colpo decisivo, si è sempre tirato indietro». Ed è da questo che bisogna partire per creare una coscienza e una cultura che sia veramente in grado di ostacolare e magari anche sconfiggere questa rete criminale fatta di mafiosi certo ma anche di politici corrotti e collusi, di amministratori accondiscendenti, di professionisti che prestano nome e quant’altro possa servire a riempire tasche e portafoglio perché, ed è inutile negarlo, «senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo».

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Perché è l’idea di un Paese e di un popolo veramente libero dalle catene di corruzione e concussione che non deve mai essere abbandonata, anche ora che più di ogni altro periodo si vuole continuare a far passare l’idea che la mafia sia una rete inestricabile, una piovra inestirpabile, che gli impavidi cavalieri solitari votati a combatterla sono destinati a soccombere… Visioni stereotipate e contraffatte la cui diffusione sui network e sui media nazionali crea più danni che benefici. Libri e produzioni televisive che finiscono col rappresentare i mafiosi come degli eroi, protagonisti di vicende nelle quali sono non solo i protagonisti ma i vincitori finendo col diventare gli idoli dei ragazzi delle periferie come dei figli della nuova borghesia. Insistono molto su questo aspetto, pericolosamente sottovalutato o volutamente diffuso, Gratteri e Nicaso, sottolineando l’importanza culturale delle famiglie, dello Stato e delle scuole per evitare che tanti giovani italiani diventino emuli di Genny Savastano (personaggio della serie televisiva Gomorra) o altri, incapaci fino in fondo di distinguere tra il bene e il male, tra realtà e finzione.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Uno dei videogiochi più diffusi si chiama Mafia III e vince chi riesce, con ogni mezzo e senza scrupoli, la scalata nella “famiglia” mafiosa. Libertà di stampa, libertà d’espressione, libertà di opinione… ci sta tutto ma non si riesce proprio a fare a meno di chiedersi perché sia stata autorizzata la vendita di questa tipologia di prodotto, destinata anche ai minori, in un Paese che in teoria ha, o dovrebbe avere, tra i primi punti in Agenda la lotta alle mafie. La lotta non la scalata.

«Solo la cultura, le competenze, oltre alla famiglia, possono dare ai giovani la possibilità di non cadere nelle “tentazioni” del malaffare», la capacità di comprendere che «le “scorciatoie”, siano esse economiche o professionali, hanno sempre “un padrone” che prima o poi chiede il conto». Far capire ai giovani, ma anche a tutti gli altri cittadini e cittadine, che «passerelle, eventi spot e manifestazioni ludiche servono solo a far perdere agli studenti un giorno di scuola». Che è doveroso ricordare le vittime ma con azioni diverse non con retorica e luoghi comuni, parole dette su un palco dell’ennesima cerimonia a cui sono invitati a partecipare tutti, anche coloro che si dovrebbero combattere.

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Stato, politici, amministratori, Scuola, dirigenti, docenti, famiglie… tutti sono tenuti a dare il buon esempio perché «i mafiosi hanno più paura dei maestri elementari che delle manette». Partendo dal sistema scolastico, gli autori suggeriscono misure concrete da porre in essere affinché vero cambiamento sia:

  •          Reale meritocrazia.
  •          Eliminazione dei baronati universitari.
  •          Reale sostegno alla ricerca.
  •          Bonifica dell’ambiente accademico e scolastico dalle clientele.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Perché «la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli», a decidere da che parte stare. E la gente consapevole «sa come esercitare il diritto-dovere del voto, sa distinguere chi progetta politiche di cambiamento e chi millanta promesse». Perché è necessario formare dei cittadini in grado di discernere informazione e disinformazione, con una cultura che dia loro la capacità di compiere scelte libere, indipendenti, coraggiose.

Alcuni sostengono che «l’arte e la fiction non debbano avere un ruolo pedagogico». E sia ma non si può certo ignorare il fatto che «la spettacolarizzazione del mondo criminale» in atto rischia di essere davvero molto pericolosa. Principalmente se si considera che le mafie «sono state protette e utilizzate dal potere politico ed economico» e maggiormente fino a quando la politica non deciderà di «affrontare la mafia. Soprattutto al suo interno».

Un libro interessante, L’inganno della mafia di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, ben strutturato e che senza tanti giri di parole mette nero su bianco tanti aspetti volutamente e indebitamente ignorati dalla politica e dai media. Un libro che è l’esempio tangibile dei suggerimenti dati. «Le mafie sono fenomeni complessi e per comprenderli non bisogna limitarsi a guardare qualche film. Nelle scuole bisognerebbe promuovere sistematicamente la lettura critica dei media e non solo in occasione di progetti estemporanei». Perché lo scopo della scuola oggi non può ridursi al mero indottrinamento, deve essere e diventare il luogo in cui si formano i nuovi cittadini, ai quali sono stati forniti tutti gli strumenti necessari allo sviluppo di un indispensabile spirito critico che consenta e garantisca loro la possibilità e la volontà di compiere scelte in piena autonomia, una vasta cultura tale da renderli in grado di comprendere, selezionare e valutare le informazioni e tutti gli input esterni ricevuti, la capacità di discernere le notizie vere dalle false, l’informazione corretta dalla disinformazione strumentale.

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Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Un racconto “futuristico possibile” che porta il lettore su una città-isola governata dalla tecnologia estrema e dalle sperimentazioni “selvagge” volte a rincorrere il desiderio degli uomini dalla notte dei tempi: l’eterna giovinezza. Ma a quale scopo e a quale prezzo tutto ciò? Interrogativi che si è posto lo stesso autore prima dei suoi lettori e che accompagnano la lettura di Time Deal, il nuovo distopico di Leonardo Patrignani edito da De Agostini.

Curiosità inerenti la storia raccontata e riflessioni sull’attualità scientifica hanno fatto da filo conduttore dell’intervista con l’autore.

Il protagonista di Time Deal fa un patto con se stesso e contro il tempo e giura che sarà per sempre. Nella città di Aurora come nel mondo reale però il tempo è sempre tiranno. Si intravedono delle sfumature particolari che ha voluto dare al concetto di eternità. Esattamente cosa voleva trasmettere ai suoi lettori?

Uno dei miei intenti era quello di rappresentare l’estrema fragilità del concetto di “tempo”. La sua mutevolezza, il suo dipendere costantemente dall’interpretazione soggettiva, emozionale, di ciascuno di noi. Posso promettere ai miei figli di amarli per sempre, ma è un arco di tempo quantificabile? Il mio “sempre” è limitato dalle circostanze materiali legate al corpo, alla sua salute, al suo perdurare nel tempo fino all’inevitabile declino. Tutto questo in Aurora viene messo in discussione, ribaltato, e ci permette dunque di confrontarci con dilemmi di natura etica. Di riflettere sulle scelte che compiamo ogni giorno.

Tecnologia e sperimentazione a ogni costo oppure agire secondo coscienza e morale. Un dualismo che caratterizza i tempi moderni e che sembra il nocciolo della vicenda narrata in Time Deal. Chi paga le conseguenze delle scelte sbagliate nel libro e nella vita reale?

Le paghiamo tutti. Del resto siamo esseri umani, assetati di potere e controllo, incapaci di fare buon uso dei miracoli che la nostra stessa mente compie. Sappiamo giocare a favore e contro di noi, salvarci e condannarci. Credo che sia la nostra natura, la nostra predisposizione. Anche il peggiore degli antagonisti agisce secondo coscienza. La sua coscienza. Tanti anni fa mi colpì molto il personaggio interpretato da Gene Hackman in Extreme Measures, soprattutto per la caratterizzazione psicologica: un perfetto “villain” con le sue salde convinzioni, certo di fare in realtà del bene con la sua pratica medica, anche se questo significa andare oltre ogni confine etico e umano. Lo sguardo dell’attore nel confronto finale con l’eroe della situazione (Hugh Grant) era quello di chi è sicuro di agire secondo una morale inoppugnabile. Credo che la mia dinastia Werner, a capo del colosso TD Pharma, sia molto vicina a questo modello.

Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Il personaggio “ombra” che incombe sui protagonisti del libro è una casa farmaceutica che con le sue sperimentazioni condiziona le scelte e la stessa vita degli abitanti di Aurora. È ancora aperta l’ennesima discussione pubblica sulla necessità o meno dei vaccini e relative sperimentazioni. Perché la scienza fa così paura secondo lei?

Perché tutto ciò che non conosciamo e su cui non abbiamo controllo, semplicemente, spaventa. E ci spinge quindi a dare retta a qualsiasi vento contrario, specialmente se espresso in toni enfatici. La rete è diventata il terreno perfetto per il germogliare di teorie del tutto impresentabili in un consesso scientifico composto da professionisti, perché in rete il pubblico è l’uomo della strada, e l’uomo della strada non è in possesso delle conoscenze e competenze specifiche. Ma ha paura. Lo si spaventa con poco. Io stesso, da genitore, ho dovuto studiare come un dannato per arrivare a prendere una posizione in merito a certe questioni. Ma l’ho fatto con lo stesso approccio con cui mi documento prima della stesura di un romanzo. E dunque leggendo saggi, intervistando professionisti del settore (medico, in questo caso), passando al setaccio statistiche… solo così posso essere certo di aver preso una decisione secondo coscienza, e non perché ho dato credito a una notizia presa da una fonte discutibile. Cosa che però, mi rendo conto, è molto più facile, immediata, e dunque perfetta per arrivare alle masse.

Julian, protagonista del libro, dimostra coraggio e determinazione e a suo modo riesce a compiere la propria missione. Per salvare il mondo, o quantomeno per evitare di distruggerlo, bisogna attendere il coraggio di pochi o tanti cavalieri-Julian oppure è necessario un risveglio generale delle masse dal torpore e dall’apatia?

A volte basta un uomo, e la storia cambia. E per “uomo” intendo un essere umano, naturalmente, a prescindere dal sesso. Basta, quindi, una persona capace di innescare un meccanismo. Chiaro che poi, come in ogni rivoluzione delle menti, questo debba per forza comportare l’adesione di dieci, cento, mille persone convinte allo stesso modo. Il loro sacrificio donerà al genere umano un domani migliore. Ed è per tale motivo che una delle mie citazioni tematiche preferite di questo romanzo è: “gli uomini muoiono, gli ideali sopravvivono”.

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Lo scorso febbraio i ricercatori dell’Ifom (Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) di Milano pubblicano su «Nature Communications» i risultati della loro ricerca sulle molecole che bloccano l’invecchiamento cellulare. Il farmaco, time deal, utilizzato nel suo libro aveva lo stesso scopo. Ricerca e fantasia sembrano rincorrersi lungo un’autostrada che porterà il mondo verso…?

… verso l’estinzione! Scherzi a parte, tengo sotto controllo tutte queste nuove scoperte e pubblicazioni, e per quanto riguarda il tema della senescenza ho incrociato anche gli studi in questione. Dal mio punto di vista ho preferito “creare” un farmaco non biologico, ma ingegnerizzato. Per questo ho approfondito su alcuni saggi gli studi sulle nanotecnologie, che oltretutto in Aurora sono importanti anche in altri tipi di applicazioni, e sono un po’ il “marchio tecnologico” dell’isola. Tant’è vero che si riveleranno utilissime nel terzo atto del romanzo, andando “contro” alle stesse persone che se n’erano servite per i loro scopi. Ad ogni modo, forse è stato Verne a insegnarmi che una buona storia, anche fantastica, può avere un’attinenza estrema alla realtà. E anticipare il futuro. Per lo stesso motivo io rifuggo dalle etichette, e non riesco a parlare di “fantascienza” vera e propria per il Time Deal, ma di “futuristico possibile”, di “realismo distopico”, e allo stesso tempo mi rendo conto che – nel farlo – mi sto ingarbugliando in un’ennesima targhetta.

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La città-isola Aurora lentamente sembra risorgere illuminata e riscaldata da timidi raggi di sole… i suoi fan possono aspettarsi una seconda puntata di Time Deal?

Il mondo che ho raccontato è un territorio con diversi punti inesplorati, una mitologia in evoluzione, una situazione socio-politica il cui domani è ignoto. E poi abbiamo i nostri ragazzi, le storie, le relazioni e il futuro a cui vanno incontro. So che ai lettori piacerebbe saperne di più, me ne sto rendendo conto grazie alla valanga di opinioni sotto le quali mi trovo ancora sommerso, visto che siamo nel periodo di lancio. Sarà il mercato a decidere se torneremo ad Aurora, prima o poi. La mia penna, nel caso, è pronta.

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#26giugno : Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, fitta l’agenda delle Nazioni Unite per l’obiettivo 3

Il 26 giugno è la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga e le Nazioni Unite proseguono le campagne e le attività inserite nel programma dell’Agenda 2030, nella fattispecie l’obiettivo 3 che stabilisce, tra l’altro, il bisogno di «rafforzare la prevenzione e il trattamento di abuso di sostanze, tra cui l’abuso di stupefacenti e il consumo nocivo di alcol».

Il programma lanciato quest’anno dall’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC) è Listen First – ascoltare bambini e giovani è il primo passo per aiutarli a crescere sani. Un’iniziativa volta a sostenere la prevenzione dell’abuso di droghe e alcol e promuovere investimenti per il benessere dei bambini e dei ragazzi, ma anche delle loro famiglie e dell’intera comunità.

Attività che si sommano alle numerose altre organizzate lungo tutto il territorio nazionale dalla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT).

Con la Risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987, l’Assemblea Generale dell’ONU scelse il 26 giugno per celebrare la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, affermando la sua «determinazione nel rafforzare l’azione e la cooperazione a livello nazionale e internazionale per combattere questi fenomeni». Sulla scia di questa determinazione nasce, nel 1997, l’UNODC (Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine – United Nations Office on Drugs and Crime), creato dalla fusione del Programma di Controllo sulla Droga delle Nazioni Unite e dal Centro per la Prevenzione del Crimine Internazionale.

Durante le 26esima Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale, tenutasi a Vienna il 23 maggio 2017, «è stato sottolineato come, nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al traffico di droga, al crimine organizzato transnazionale e al terrorismo, questo tipo di crimini continui a espandersi a livello transnazionale». In quest’ottica va guardato il progetto di rafforzamento dei controlli, della comunicazione e della sicurezza negli aeroporti dell’Africa Occidentale e dell’America Latina (AIRCOP), un’iniziativa congiunta dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD) e l’Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale (INTERPOL).

Il 22 giugno scorso, durante un evento tenutosi presso il Centro internazionale di Vienna, in collaborazione col Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e (ECOSOC) e le organizzazioni non governative, l’UNDOC ha presentato il Rapporto mondiale sulla droga 2017.

Ogni anno muoiono almeno 190.000 persone a causa della tossicodipendenza. E il danno causato da queste problematiche non si ferma alle persone e alle comunità coinvolte: «l’abuso di droghe conduce a malattie debilitanti quali l’HIV, l’epatite e la tubercolosi, mentre il traffico illecito foraggia il riciclaggio di denaro e il terrorismo», inoltre «la corruzione, principale facilitatore della criminalità organizzata, si ripercuote su tutta la catena di approvvigionamento della droga», scrive Yury Fedotov, Direttore Esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine.

Dalla ricerca si evince che terroristi e gruppi armati traggono vantaggio dal commercio di stupefacenti, «secondo alcune stime, più dell’85% delle coltivazioni di oppio dell’Afghanistan si trovano nei territori sotto il controllo dei Talebani». Il commercio di queste droghe continua a prosperare mentre «nuove minacce emergono, quali la diffusione di metanfetamina e di nuove sostanze psicoattive». Inoltre anche il modello imprenditoriale di queste attività si sta evolvendo, «grazie al crescente ruolo della criminalità informatica e del darknet».

Fedotov sottolinea che criminalità e droghe sono sempre stati considerati soggetti marginali dello sviluppo, mentre ora vengono sempre più guardati come un vero e proprio ostacolo al raggiungimento dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030 e in particolare dell’obiettivo 3 sulla salute e dell’obiettivo 16 sulla pace e la giustizia. «La nostra risposta è di lavorare a stretto contatto con i nostri partners per prevenire il traffico e il consumo di droga, e il crimine». Tenendo sempre a mente che «essi si avvantaggiano della stessa instabilità che generano». Una instabilità volta a ostacolare «lo sviluppo, la pace e i diritti umani».

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La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

Esce a marzo di quest’anno con Rizzoli il nuovo romanzo di Giulio Perrone, Consigli pratici per uccidere mia suocera. Un libro che racconta di come può essere e diventare “surreale” la realtà.

Lo precisa in apertura lo stesso autore che il romanzo è il prodotto della sua fantasia, «ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale». Ma probabile, possibile e plausibile. La vicenda narrata da Perrone e tutte le piccole e grandi sfaccettature che ne fanno da corollario infatti rispecchiano perfettamente storie lette o ascoltate di vera quotidianità, a cui l’autore può aver direttamente assistito o che gli possono essere state raccontate. Dai tormenti adolescenziali alle turbe in età matura, dagli intrighi amorosi all’incapacità di accettare il tempo che passa, dalla volontà costante di “amare” del protagonista alla difficoltà di maturare… il tutto condito con scene e battute divertenti e irriverenti che “alleggeriscono” la lettura rendendola ancor più piacevole.

Lo stile di scrittura scelto da Perrone sembra tratto dal “narrato quotidiano”, con l’io narrante che racconta la sua vita come se la stesse riassumendo a dei vecchi amici incontrati al pub o al bar. Un registro narrativo che sembra ben rispecchiare la realtà di cui parla, esattamente come i protagonisti del libro incarnano perfettamente i tipi narrativi che l’autore ha voluto descrivere. Il ritratto esatto di quanto realmente accade o potrebbe accadere da quando il lavoro, ad esempio, è diventato sempre più “flessibile”, che poi è solo un modo meno chiaro e palese di dire intangibile, ovvero evanescente.

Consigli pratici per uccidere mia suocera sembra una “commedia dell’incontrario”, con il protagonista Leo che pur trascorrendo le sue giornate nulla-facendo manifesta il suo costante bisogno di evasione dal mondo e dai problemi, rifugge dalla madre che tenta di metterlo in guardia e corre in direzione opposta verso il padre che i problemi invece li attrae come una calamita. Pur rammaricato dal non potersi più «prendere una vacanza dalla vita», Leo sceglie comunque la strada “giusta” senza ripensamenti… forse. Ma è sicuramente giusto ribadire che la storia raccontata da Giulio Perrone è uno specchio vero e veritiero della condizione attuale di tanti giovani e, per dirla tutta, anche tanti non più così giovani e la loro quasi perenne difficoltà a metabolizzare anche gli oneri dell’età adulta, essendo invece per la maggiore interessati solo ai “piaceri” che questa comporta.

Un romanzo gradevole, Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone, che si rivela una lettura piacevole non senza comunque interessanti spunti di riflessione sull’attualità e la modernità. Un libro che pur mancando, per fortuna, di dare concreti consigli per uccidere chicchessia regala al lettore uno spaccato di vita reale e realistica tra le cui righe sorridere e riflettere.

Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.rizzoli.eu

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