“Brexit Blues” di Marco Varvello (Mondadori, 2019)

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, avvalorata dal risultato del referendum del 23 giugno 2016, nota come Brexit, ha scatenato valanghe di discussioni pubbliche e politiche sui termini certo ma, soprattutto, sulle conseguenze. Per l’economia come per le tantissime persone che, a vario titolo, hanno attraversato il canale della Manica per studio o lavoro. I termini della loro permanenza sul suolo britannico saranno magari da rivedere ma difficilmente si assisterà a scene così drammatiche come quelle paventate da media e sostenitori del Remain. L’emigrazione, soprattutto per lavoro, è cosa ben precedente la nascita degli accordi dell’Unione europea e quella nel Regno Unito ha riguardato e riguarda tutt’ora non solo e non esclusivamente cittadini comunitari.
Qualcuno potrebbe dire che si farà come si è sempre fatto. Eppure i sostenitori convinti di un’Europa unita e inscindibile sembrano essere addirittura terrorizzati da quello che di certo, a loro avviso, accadrà.

Tutte queste paure Varvello le ha trasformate in storia, nel racconto di una società, quella inglese del post-Brexit, che sembra essere diventata l’incarnazione di una moderna Gomorra dove tutto è portato allo stremo e all’esasperazione. Un’estremizzazione per certo voluta dallo stesso autore per sottolineare il timore di pericoli che possono celarsi dietro cambiamenti troppo repentini radicali e profondi: «Alla fine l’avrebbe spuntata il buon senso, pensavano. Il Remain avrebbe vinto. Magari di misura, ma avrebbe vinto. Gli elettori non avrebbero davvero scelto il salto nel buio».

Le reali tappe storiche e politiche della vicenda principale, il Referendum sulla Brexit, comprese le interviste e le dichiarazioni di politici e opinionisti, fanno da sfondo e da sottofondo alle azioni e alle vicissitudini dei protagonisti delle storie descritte. Il registro narrativo utilizzato dall’autore è semplice, lineare, con una scrittura che rimanda molto al parlato comune, nell’uso di frasi brevi, di un linguaggio non particolarmente ricercato e nell’impiego di espressioni di largo utilizzo.
C’è una sensazione di malessere continuo che accompagna le storie e i protagonisti fin dalle primissime battute. Una sorta di blues narrativo che solo in apparenza si può ricondurre al Referendum e al suo risultato. In realtà, più si va avanti con la lettura più in chi legge si rafforza la convinzione che questo mal di vivere sia legato alle vite, alle esistenze e al vissuto quotidiano, su cui potrà magari incidere e influire anche questo nuovo grande evento ma che rimarrebbe e persisterebbe in ogni caso.

In Brexit Blues Marco Varvello sceglie di alternare capitoli in cui racconta le varie storie e parti nelle quali invece esprime il suo personale parere, anche sulle medesime vicende appena narrate. È una scelta stilistica molto azzardata, il lettore non riesce fino in fondo a legare tutte le varie narrazioni e, soprattutto, si chiede il motivo per cui si è scelto di spezzettare in questo modo il libro. L’intento principale di Varvello sembra, alla fin fine, quello di raccontare la sua opinione su quanto sta accadendo nel Regno Unito e le parti in cui lo fa in effetti travalicano per interesse quelle in cui la narrazione segue gli eventi e le vicende di sconosciuti.

Il libro di Varvello appare molto più simile a una memoria di ricordi e opinioni personali dell’autore che non a un romanzo, un reportage giornalistico o un saggio critico. Sono le idee e le tesi dell’autore a farla da padrone nel testo e sono sempre queste a rimanere impresse nella mente di chi legge, molto più delle tante storie raccontate, vere o presunte che siano.
Il Regno Unito e gli inglesi, molti di loro almeno, non temono la Brexit perché forse è proprio vero che «questo Paese è globale. Da secoli vive oltre la dimensione europea». Colonizzatori, avventurieri e conquistatori. Sovrani e mai sudditi. Forse non è tanto la Brexit a spaventare così tanto quanto il fatto che, in realtà, il Regno Unito non è mai entrato davvero nell’Unione Europea, non fino in fondo almeno.


Articolo originale qui


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’oro dei Medici” di Patrizia Debicke Van der Noot (Tea, 2018)

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L’oro dei Medici, pubblicato con Tea, è un romanzo storico che Patrizia Debicke sceglie di ambientare, almeno in parte, a bordo di una nave, nella fattispecie un’imbarcazione della flotta granducale, da guerra.
Un rischio e un ulteriore livello di difficoltà. Una sfida che l’autrice sembra aver voluto lanciare a se stessa. Il linguaggio e la parlata propri del Cinquecento in un contesto ancor più arduo.
Il lavoro di documentazione che certamente la Debicke ha fatto, unitamente a un’attenta verifica, hanno comunque dato buoni frutti.
Il linguaggio, seppur preciso e tecnico, non risulta ostico o stucchevole. È attento, elaborato, ma fluido e scorre bene come l’intera vicenda narrata.

Persiste anche in questo lavoro letterario la descrizione dettagliata e minuziosa, anche anatomica, dei protagonisti e la sottolineatura della loro prestanza fisica, la virilità, la forza di valorosi condottieri, uomini forti e determinati. Descrizioni che ne enfatizzano le caratteristiche generali e accentuano l’aspetto deciso e perentorio del loro essere e del loro volere. Uomini blasonati, avvezzi al comando, alla servitù e ai privilegi.

La Debicke ha studiato molto e in maniera approfondita il periodo in cui ha deciso di ambientare i suoi romanzi storici. Leggendo i libri di colei che più volte e a buon diritto è stata indicata come “la signora del Cinquecento”, traspare l’impegno profuso e la cura per ogni dettaglio, che sia di interesse storico artistico architettonico o linguistico.
Eppure riesce l’autrice, nei suoi libri e attraverso le sue storie, ad attualizzare, per così dire, le vicende come anche i protagonisti i quali, pur essendo perfettamente inseriti nel contesto storico di riferimento, sembrano avere sempre un qualcosa che li avvicina e li accomuna agli uomini e alle donne, ai governanti e alla popolazione, ai benestanti come agli indigenti di oggi.

Il Cinquecento raccontato ne L’oro dei Medici, come anche negli altri romanzi di Patrizia Debicke, è un mondo, il mondo visto dall’aristocrazia, dai principi, dai cardinali, dai pontefici. Nel quale i componenti tutti i livelli inferiori della popolazione vivono le loro esistenze, quando va bene, di riflesso, quando va male, in condizione di completa precarietà e abbandono.
D’altronde è esattamente questo il mondo cinquecentesco che è passato alla Storia attraverso libri, scritti e opere d’arte. Fu solo a cavallo tra 1500 e 1600 infatti che Annibale Carracci, per fare un esempio, compì la sua grande e personale rivoluzione nella pittura: la rappresentazione della vita quotidiana di bassa estrazione come opera d’arte. Il suo Bottega del macellaio è tra le opere più famose al riguardo. Ancor più audace, controversa ed estrema la rivoluzione portata avanti da Michelangelo Merisi, ovvero Caravaggio.

Questa volta la Debicke ha scelto come protagonista un personaggio che è anche un cliché: Don Giovanni. Il suo appartiene alla famiglia de’ Medici, figlio naturale di Cosimo I ed Eleonora Albizzi, legittimato per volere del padre. Un vero Don Giovanni di nome e di fatto. Ma l’autrice è riuscita a renderlo di gran lunga più interessante raccontando di un uomo e delle sue “conquiste” amorose certo ma anche dei suoi principi, dei sentimenti, del coraggio e del rispetto che si conquista con l’onore e il valore e non solo e non tanto con il denaro e i titoli nobiliari.

L’utilizzo di figure retoriche e la ricercatezza di termini e linguaggio fanno sì che la Debicke regali al lettore “immagini di parole” molto suggestive. Per riportare alcuni esempi: «Ma il sole, coi connotati dell’inverno che incombeva, mostrava gran fretta di coricarsi nel letto di nuvole basse, arrossate, che sfioravano il mare» oppure «il grande portone della Canaviglia si spalancò, prontamente vorace, ad accogliere il ritorno di Don Giovanni».
Patrizia Debicke racconta, di fantasia certo seppur con incredibile verosimiglianza, gli intrighi, i complotti, gli inganni, i tradimenti posti in essere, per posizione privilegi e denaro, da aristocratici, nobili, condottieri, notabili e prelati. Lotte di potere quasi sempre intestine o afferenti a qualcuno facente parte della Curia romana. Una Chiesa di preghiera e potere che ancora oggi sembra aver conservato le sue peculiari tipicità.

Un libro scritto nell’era di internet e della comunicazione ultra-veloce e che sembra trasportare il lettore in un mondo quasi surreale, dove il tempo si misura con le clessidre, le notizie viaggiano attraverso lettere e missive sigillate e consegnate a mano. Un mondo diverso, antico eppure, per certi versi, così ancora tristemente attuale.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke, pubblicato in seconda edizione digitale da Tea a maggio 2018, è una lettura senz’altro consigliata.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte 



Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa di Tea e AnnaMaria Riva – Comunicazione e Promozione per la segnalazione, la disponibilità e il materiale.


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“La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke (Todaro, 2016) 

Intrighi di palazzo e mistero ne “L’eredità medicea” di Patrizia Debicke (Parallelo45 Edizioni, 2016) 

Intervista a Patrizia Debicke Van der Noot 

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke (Delos Digital, 2015) 

“A bon droit” di Luciana Benotto (La Vita Felice, 2017) 

 Il Rinascimento italiano nel romanzo geo-storico di Luciana Benotto 

Intervista a Marco Buticchi per “Il segno dell’Aquila” (Longanesi, 2015) 

“Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo” di Franco Forte (Mondadori, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Raccontare la vita. “Due secondi di troppo” di Andrea Mauri (Il Seme Bianco, 2018)

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Andrea Mauri vive e lavora a Roma, negli archivi della Rai, le Teche. Ogni giorno attraversa la città, incontra persone, segue le strade e riflette sulla vita, incontra storie, altre le immagina, poi si reca a lavoro e vive tra mille storie del passato. È in questo modo forse che, pian piano, ha plasmato il racconto della vita di Antonello e di sua madre. Una narrazione in continuo bilico tra passato, presente e futuro. Un passato dimenticato e cercato, un presente invivibile e un futuro che racconta cose che si è costretti a tenere nascoste.

Un romanzo breve, Due secondi di troppo, ma molto intenso. Poche pagine che racchiudono e condensano interi mondi, intere vite. Quella di un ragazzo il quale, nel tentativo di librarsi e prendere il volo, inciampa su se stesso e si lega talmente a quella parte di vita che non c’è più da restarne quasi prigioniero. E quella di una madre, molto più forte e determinata, la quale ha trascorso l’esistenza conoscendo in anticipo il futuro e i segreti di tutti, anche del figlio, costretta a vivere sospesa nell’oscurità dei ricordi, ingoiati dalla demenza senile che l’ha duramente colpita.

Gran parte della storia è ambientata e si consuma all’interno della casa di riposo, dove la donna è ricoverata e dove il figlio trascorre molto del suo tempo nel tentativo, quasi disperato, di far ricordare alla madre il passato ma non quello vero, piuttosto quello che lui avrebbe voluto fosse. Una vita nella quale sua madre non leggeva il futuro e lui non si vergognava di essere omosessuale.

Il romanzo di Andrea Mauri è molto suggestivo. Profondo. Lo stile narrativo molto incisivo. Fraseggio breve, struttura delle frasi essenziale, costruzione ridotta al minimo riescono egualmente a essere molto interessanti, a catturare l’interesse del lettore e mantenere alto il suo livello di attenzione durante la lettura, che è anche un invito alla riflessione su alcuni temi delicati ed essenziali che toccano in diversa maniera, o potrebbero comunque farlo, la vita di tutti e di ognuno.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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Le “myricae” della vita in “Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (presentARTSÌ, 2016)  

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 


© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Quarta: I nuovi modi di fare Editoria

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Analisi dei nuovi modi di fare editoria. Pubblicazioni a pagamento, auto-pubblicazioni, scrittura social. Nuova e vecchia editoria a confronto.

 

 

Sul sito dell’Associazione Italiana Editori (AIE) si possono facilmente trovare tutte le indicazioni sulle procedure e sulle regole da seguire per diventare un editore. Viene segnalato inoltre quanto complesso sia il cumulo di norme che regolano l’esercizio dell’attività editoriale e sottolineati gli obblighi che ciascuno deve rispettare nel corso della propria attività.
Gli editori sono, in buona sostanza, degli imprenditori che commercializzano libri o periodici. Imprenditori particolari però, perché nelle loro mani passano la cultura, l’informazione, l’educazione.
Oltre l’aspetto commerciale quindi non va mai dimenticato il carattere peculiare di queste aziende chiamate case editrici.

Nell’anno 2017 sono state quasi 5mila le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo, ovvero un’opera letteraria. Eppure tutte queste imprese sembrano non bastare o non soddisfare le richieste dell’utenza. Di chi vuol pubblicare non di chi vuol leggere, si badi bene. Ecco allora spiegato uno dei motivi del sorgere di sempre nuovi modi di fare editoria.

Ma cosa si intende esattamente con nuovi modi di fare editoria? È bene partire da una definizione di quello “vecchio”.

In un’intervista di Ada Gigli Marchetti pubblicata sul Bollettino di storia dell’editoria in Italia, Franco Angeli sottolineava che la sua è nata come una «impresa familiare che trae finanziamenti dal prodotto che commercializza. L’editoria basa la sua prosperità sul prodotto che riesce a diffondere. E si tratta di un prodotto che paga a posteriori con i diritti d’autore». L’editoria quindi, nella visione che aveva Franco Angeli, non ha bisogno di un grosso investimento di capitali iniziale, se non per quanto riguarda le librerie, tuttavia «ha un solo vero problema, quello di azzeccare i titoli giusti e di mettere insieme un catalogo adeguato».

Quello che conta insomma è la scelta dei titoli giusti e la formazione di un catalogo adeguato. E come si fa? Lo si impara con la formazione e la pratica. Il rovescio della medaglia vede una sempre più massiccia diffusione di siti, piattaforme, start up, società, aziende e via discorrendo che sembrano voler mescolare le carte e anche le regole di questo “gioco” chiamato editoria.

Dapprima ci hanno provato quelli che si fanno chiamare egualmente editori, lasciando sottintendere di esserlo, i quali però non essendo in grado di effettuare una accurata e lungimirante scelta di titoli e, di conseguenza, di un valido catalogo che è, in buona sostanza, il biglietto da visita e al contempo la credenziale maggiore per una casa editrice, accettano di pubblicare chiunque e in qualunque momento. A volte senza neanche stare troppo a sindacare sulla forma e sul contenuto dei titoli pubblicati. Una chimera per scrittori e aspiranti tali? In genere sì. Il trucco c’è e viene prontamente svelato al momento della presentazione del conto. Agli “editori a pagamento” non andrebbe permesso l’uso di detto appellativo. Sono tipografi o stampatori, insomma operatori del settore editoriale ma non certo editori.

Serviva davvero poco affinché qualcuno iniziasse a pensare che invece di pagare un presunto tale editore che comunque non garantiva adeguati editing, promozione e diffusione, si poteva anche eliminare del tutto questa superflua figura di intermediario e pubblicarsi da soli i propri libri. In tipografie o stamperie fisiche o digitali. Ecco allora che nasce il self publishing. Il punto però è che, se non si ha accesso alla distribuzione, se non si ha un grande numero di lettori, se non ci si affida comunque a qualche professionista della promozione, il risultato che si ottiene è più o meno lo stesso della pubblicazione a pagamento. In più va detto che sono davvero pochi i titoli auto-pubblicati che meritano o meriterebbero un’adeguata pubblicazione editoriale. Lo stesso vale per le pubblicazioni con i cosiddetti editori a pagamento.

Nel 2016 gli editori italiani hanno pubblicato 61.188 titoli, per un totale di copie stampate di 128.825. A questi numeri vanno aggiunti i titoli pubblicati con editori a pagamento e quelli auto-pubblicati. E vanno aggiunti ancora tutti gli e-book. Sempre nel 2016 la quota di lettori italiani è risultata essere ancora in calo. Rispetto al totale di potenziali lettori (ovvero tutti i cittadini al disopra dei sei anni) solo il 40.5% ha dichiarato di aver letto almeno un libro in un anno. Presumibilmente tra essi ci sono anche molti degli aspiranti scrittori. Una situazione a dir poco paradossale.

Considerando la mole degli aspiranti scrittori in Italia il numero di lettori dovrebbe essere altissimo, e si parla di quelli definiti forti, che hanno letto molto più di un solo libro in un anno. Non si può davvero pensare e per lungo tempo di poter scrivere libri senza essere un lettore non forte ma fortissimo. Anche e per certi versi soprattutto per coloro i quali si professano sostenitori del progresso e dell’innovazione, in campo editoriale, che osteggiano il predominio degli arcaici colossi editoriali, che criticano il lavoro dei piccoli e medi editori, che non condividono la missione dell’editoria indipendente. Di coloro insomma che sembrano fare affidamento esclusivo sui nuovi e innovativi mezzi di socializzazione e condivisione. Essere innovativi, stare al passo con i tempi, ambire a una rivoluzione culturale non preclude affatto le competenze e le conoscenze che permangono e rimangono elemento necessario e imprescindibile.

Le piattaforme di social publishing consentono di scrivere e condividere i propri scritti, perlopiù brevi storie. Una sorta di blog collettivi cui partecipano coloro che scrivono e coloro che leggono, o dovrebbero leggere. Affinché il tutto funzioni, si afferma essere molto di aiuto la lunghezza breve delle storie. Così, senza troppo impegno, chiunque abbia cinque minuti liberi li può passare leggendo la short story. Che poi, alla fin fine, è quanto accade nei social network per così dire “tradizionali” allorquando non si condividono o non si leggono articoli e link vari provenienti da altri siti ma quelli scritti sulla timeline, i post personali. Il rischio infatti è che le caratteristiche e la qualità di quanto scritto sia in realtà molto livellata per entrambe le tipologie di piattaforma, quella del social network e quella del social publishing.

Va da sé che ognuno può scrivere ciò che gli pare, nei limiti della legge e del decoro, ovunque gli pare, anche su un papiro se è ciò che vuole, ma parlare di scrittura di un libro, di pubblicazione di un’opera letteraria, di essere o diventare uno scrittore è un’altra cosa. Che questo sia chiaro.

«Se numericamente c’è molta concorrenza, nei fatti il livello medio dei manoscritti inviati e il livello delle capacità degli aspiranti scrittori è talmente basso, il livello di totale inconsapevolezza rispetto a quel che viene scritto e impunemente inviato è così tragicamente alto, che se siete cerebralmente normodotati, lettori abituali, e fate esercizio di scrittura creativa da qualche tempo, per voi sarà quasi impossibile non riuscire a pubblicare», con un «vero piccolo, medio o grande editore». A dirlo è Marco Cubeddu, caporedattore della rivista letteraria Nuovi Argomenti in un articolo pubblicato su Linkiesta.it.
È presumibile pensare che i tanti, tantissimi aspiranti scrittori i cui manoscritti vengono dichiarati illeggibili o non pubblicabili trasmigrino prontamene, insieme alle proprie opere, in Rete, sui social, sulle piattaforme di scrittura social, su quelle di auto-pubblicazione e via discorrendo, ma nella sostanza, ovvero nella qualità degli scritti, ancora nulla è cambiato.

Cubeddu riporta un esempio che lui stesso ricorda essere banale e abusatissimo ma che funziona, perché rispecchia la realtà. «Statisticamente, la maggior parte delle volte, se sentite rumore di zoccoli, si tratta di un cavallo. Rarissimamente di una zebra. Cavallo=testi illeggibili, Zebra=testi leggibili, interessanti, pubblicabili…» e conclude affermando che «ci vuole una grande autostima per sentirsi zebre». Oppure vanagloria, allorquando ci si sente delle zebre senza aver ritenuto necessario e doveroso leggere, leggere e ancora leggere libri, senza essersi immersi nel mondo della Letteratura, della Cultura, senza essersi esercitati a scrivere, a riscrivere, a rivedere…

Da uno sguardo sommario in Rete emerge che tutti questi nuovi modi di fare editoria, lanciati nel web come importanti novità, tanto attesi affrancamenti dalla vecchia e superata editoria tradizionale, sono poi, pian piano, tutti scemati. Non che gli aspiranti abbiano smesso di scrivere o di cercare un modo alternativo per diffondere le proprie opere letterarie. Solamente che, forse, i due modi di fare editoria non sono né complementari né alternativi, sono proprio due cose diverse e così vanno viste oltre che pensate.


Articolo apparso sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere: “Storia segreta della ‘ndrangheta” di Gratteri e Nicaso (Mondadori, 2018)

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Uscito in prima edizione a ottobre 2018, con la casa editrice Mondadori, Storia segreta della ‘ndrangheta di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso è un testo corredato e arricchito di riferimenti a fonti certe e documentali. Un resoconto storico che ahinoi forse non entrerà mai a far parte dei libri di storia, maggiormente se scolastici. Con il rischio, o meglio la certezza che i ragazzi continueranno ad apprendere delle mafie secondo stereotipi aridi e inutili o, peggio ancora, in maniera mitizzata attraverso tv, cinema e videogame.

Nel testo vengono descritti con dovizia di particolari i legami che hanno unito, fin dagli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, i boss calabresi con quelli siciliani, della “Nuova Camorra organizzata” di Napoli e la banda della Magliana a Roma.

Gratteri e Nicaso dedicano quasi un intero capitolo alla descrizione del radicamento della ‘ndrangheta in varie e numerose regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, NordEst e Centro Italia), nonché l’espansione in Europa e nel resto del mondo. A smontare, o almeno tentare di farlo, i luoghi comuni che vogliono la corrispondenza perfetta tra mafie e Sud Italia, tra Terra dei fuochi e Campania.
Sono ormai disparate e diffuse le inchieste che hanno portato ad arresti e processi per mafia al Nord ma quella «destinata a rimanere nella storia» è Crimine-Infinito, scattata nel 2010. Un’indagine sviluppatasi su un doppio fronte: lombardo e calabrese. Servita a «individuare e colpire decine di ‘ndranghetisti radicati in Lombardia» e a cambiare «la percezione della ‘ndrangheta».

Tra passato e presente, in sostanza, c’è una sola differenza: «ieri la ‘ndrangheta era ritenuta forza eversiva, oggi è sempre più governo del territorio». Un tempo era il boss ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni o favori, oggi «è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti». I consigli comunali calabresi sciolti per mafia sono stati «3 nel 2016, 12 nel 2017 e 8 nei primi otto mesi del 2018».

Ciò che colpisce durante la lettura di Storia segreta della ‘ndrangheta, oltre la grande capacità di narrazione e sintesi degli autori, è il ritrovare delle sconcertanti somiglianze con quanto accade nel tempo, nella storia appunto, come anche nell’attualità della cronaca.
A seguito del terremoto del 28 dicembre 1908, che ferisce duramente Reggio Calabria e Messina, il Parlamento stanzia un finanziamento di 100milioni di lire per la ricostruzione. «Subito dopo il terremoto, molti calabresi annusano l’affare della ricostruzione».
E poi arrivano gli anni in cui «si ricorre al tritolo per taglieggiare le imprese che si aggiudicano i lavori dell’ultimo tratto dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria». Del resto, sono oltre 170 i miliardi previsti per la realizzazione dell’opera. Una cifra enorme, «alla quale si aggiungono i fondi della legge Pro-Calabria», 345miliardi stanziati dal governo per opere di sistemazione idraulico-forestale.

Nell’intento degli autori c’è la volontà di raccontare la storia della ‘ndrangheta per conoscerne gli aspetti più reconditi, per capire quanto sia in realtà necessario «combatterla, spezzando quel grumo di potere che continua ad alimentarla». Perché la ‘ndrangheta è «una sorta di mostruoso animale giurassico» che non si estingue perché «sono ancora in tanti a proteggerla, a tutelarla, a cercarla e a legittimarla». Non si può non convenire con Gratteri e Nicaso allorquando, nelle conclusioni del libro, affermano che servirebbe un «nuovo sentimento etico-politico», in grado di coinvolgere individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili «per rendere sconveniente la scelta dell’illegalità».


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice Mondadori per la disponibilità e il materiale.


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“Il Patto sporco” di Nino Di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere, 2018) 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 

L’Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’amicizia è amore assoluto? “Calle del vento” di Monica Bianchetti (Linea Edizioni, 2018)

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La scrittura che diventa un viaggio introspettivo “dovuto”. Per certi versi necessario. Un cammino per ritrovare se stessi e i propri affetti e sentimenti. Emozioni che sembravano perdute. Per limare quella rabbia che non è frustrazione, bensì dolore. Sentimenti e amicizia sono i punti focali della scrittura di Monica Bianchetti e il tema principale del suo nuovo romanzo, Calle del vento, edito da Linea Edizioni.
Una scrittura che è un percorso il quale, esattamente come la vita, può sorprenderti o deluderti ma mai smetterà di insegnarti affinché si possa imparare o continuare a sognare, amare o, “semplicemente”, vivere.

*****

Un timido raggio di sole fa vibrare l’acqua dei canali e Venezia si sveglia.
Giulia cerca la sua migliore amica, scomparsa misteriosamente tra le calli della città più bella del mondo. Dove è finita Pea?
La storia di un’amicizia dove le anime si toccano oltre lo spazio e il tempo.
“Penso a chi si ritroverà tra le mani queste pagine. Cosa capirà di noi? Scrivere parole è come scrivere note. Alla fine si compone un’armonia di suoni ed emozioni forse per dare un senso a questa nostra vita, spesso arrangiata, imprevista e imprevedibile. (…)
Che storia è questa? La storia di un’amicizia che s’arrotola felice, nei giorni che furono e che saranno.
Amicizia, la nostra, che corteggia affetto e sogna sogni, noi, che la vita ce la siamo sempre inventata.
Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne.
A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.
Ma abbiamo veramente tutti l’anima che crediamo di avere? E abbiamo tutti un amico da amare e proteggere o rimpiangere?
Non vi è felicità per me dove tu non sei”.

*****

Ne abbiamo parlato con l’autrice in un’intervista.

Calle del vento è, principalmente ma non solo, una storia di amicizia. Cosa rappresenta l’amicizia per te?

Lo volevo fortemente questo libro sull’amicizia.
Quel legame profondo che spesso ci ha accompagnati sin da piccoli, un’amica che ti dice quelle cose che nemmeno tu avresti il coraggio di dire a te stesso, un’amica che indovina quando deve chiamare o giungere. Amica che ti sta attorno e dentro e che, quando manca, passando da una stanza all’altra vai cercandola.
Un libro che ho fortemente sentito. Quell’esigenza di scrivere per ricordare la mia amica che, anche se fisicamente non è più, la sento qua, tra le righe, in un raggio di sole che squarcia le nubi, in un profumo di tutto quello che c’è stato dietro di noi, la leggerezza dell’infanzia e un abbraccio che mi chiude. L’amicizia, quella vera, è esclusiva, ti aiuta a crescere, non ti abbandona. Il vero amico non se ne va, casomai ci si può prendere una pausa, possono esserci dei momenti in cui ci si separa, ma alla fine ci si ritrova sempre. Alla fine è amore, un amore che va oltre, che non ha interessi, secondi fini, non crea malintesi, né aspettative. L’amico ti accetta esattamente per come sei.
Tu riponevi le tue speranze in me e io in te, senza bisogno di alcun sacrificio, un sentimento disinteressato. Non è questo forse il vero senso profondo dell’amicizia? Il contenuto più autentico, una sorta di altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla. L’amicizia è gratuita, è un rapporto che crea amore; proprio per questo non conosce il linguaggio del prezzo.”

Il libro è dedicato a Frida di cui, tu affermi, aver ereditato i desideri. Come si possono ereditare i desideri degli altri?

“Vita dolce, vita amara, susseguirsi di ore e giorni, nascite, eventi, dipartite, musica e risate, pianto e paura, questa è la signora vita che ci gira intorno e noi ci stiamo proprio in mezzo, qui, a cercare di campare.”
Finché a un certo punto la “signora vita” decide di prendersi qualcosa o qualcuno.
La mia amica oggi non c’è più. Io ho ereditato i suoi desideri perché il desiderio è attesa e apre spazi infiniti. Tutti noi prima o poi perdiamo qualcosa: le chiavi di casa, un treno, un’occasione, il senno. Io ho perso lei e da oggi in poi gli anni saranno difficili da sopportare, ma se i suoi desideri diventeranno i miei sogni, sogni che in qualche modo cercherò di realizzare, allora lei sarà ancora con me. Ma forse il suo unico grande desiderio era semplicemente quello di poter continuare ancora a vivere.

Ad ogni tuo nuovo libro sembra che la scrittura diventi per te un qualcosa di sempre più profondo, intimo. Nel testo si leggono frasi che sembrano provenire dalla parte più nascosta delle viscere… o del cuore. Dove ti sta portando questo percorso che è anche molto introspettivo?

È un percorso dovuto più che voluto. Un viaggio nei sentimenti più profondi, nell’io più nascosto. Non basta più narrare. Come creare una stanza dove i pensieri ti vengono incontro. La lettura di un libro è molto soggettiva. Io sto diventando una lettrice molto esigente. Non mi accontento più di leggere e basta. Mi serve una storia che mi coinvolga in prima persona, che mi scavi dentro, nella quale potermi identificare o confrontare. Forse la mia scrittura avverte la necessità di questa mia crescita interiore e sto diventando anche una scrittrice esigente. L’anima inizia ad avere un’importanza peculiare, perché solo l’anima può riconoscere certi sentimenti. Si può tranquillamente fingere di avere un cuore, ma non si finge di avere un’anima.

L’amicizia certo, ma il tema fondante del libro sembrano essere i legami, nonché i sentimenti che da questi derivano. Sono i legami a generare il nostro vissuto o, piuttosto, il contrario?

Entrambe le cose in modo differente, in situazioni diverse e in momenti inaspettati. I legami faranno sempre parte della nostra vita e spesso percorrono strade invisibili. Forse è proprio la paura della solitudine che genera legami.
Ci sono dei legami che rimarranno eterni, anche se apparentemente lontani. Un po’ come il sole e la luna: lontanissimi, ma essa si vede solo perché viene illuminata dal sole.

Senza spoilerare troppo la storia che si snoda seguendo un mistero che ne rappresenta anche un filo conduttore, volevo soffermarmi, quasi paradossalmente parlando di un libro, sul silenzio e sulle cose mai dette. Un aspetto peculiare delle protagoniste. Può una parola taciuta determinare l’intero corso di una vita?

Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne. A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.”

È da sempre che vado alla ricerca del silenzio assoluto. L’unico posto al mondo nel quale ho potuto sperimentare un silenzio quasi totale è stato nel deserto del Sinai. Ma lì ho capito che anche in quello che crediamo silenzio, rimane nel timpano una vibrazione che genera ronzii e sibili; gli scienziati dicono che sia il fruscio dell’attività cerebrale.
Per cui il silenzio, in cui spesso ci identifichiamo, sovente è solo assenza di parole.
La parole di un libro sono parole silenti. Passano direttamente in te, dagli occhi, alla testa e, se siamo fortunati, al cuore e tutto senza passare prima dalle orecchie.
In Calle del vento ci sono pochi dialoghi, è quasi un monologo di memorie. È proprio nel silenzio che nascono domande e a volte si trovano risposte.
Ma alla fine la vita è rumore che prorompe, come Calle del vento, dove il sentimento dell’amicizia vincerà su tutto, anche sul tempo.


Monica Bianchetti è nata a Vicenza dove tutt’ora vive.
Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce con il suo libro Il sapore della neve.
Ha collaborato inoltre con l’autore Alberto Di Gilio al libro Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra.
Nel 2016 esce il suo romanzo Il cuore appeso (Linea Edizioni).


Articolo originale qui


Source: si ringrazia l’autrice Monica Bianchetti per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

“Il destino non è volontà”, intervista a Monica Bianchetti per “Il cuore appeso” (Linea Edizioni, 2016) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&G, 2016) 

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il diritto alla salute passa attraverso gli ingranaggi della white economy. È questo il futuro della Sanità?

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Stando a quanto si legge sui giornali, si ascolta nei talk show e si commenta sui social, la transazione graduale del comparto sanitario da un sistema in prevalenza pubblico a uno in prevalenza privato sembrerebbe la scelta più sensata. Necessaria per azzerare, o quantomeno ridurre al minimo le lunghe e improponibili liste di attesa, per essere curati in strutture migliori e all’avanguardia nel settore. E via discorrendo. Non si intravedono all’orizzonte valide opzioni alternative. Del resto i politici, in questi anni, ci hanno messo il carico da novanta con i continui tagli ai fondi destinati alla sanità pubblica e innescando, non si sa quanto consciamente, un circolo vizioso per cui «i servizi peggiorano, le condizioni in cui operano i sanitari diventano sempre più difficili e, inevitabilmente, i rischi di errori gravi aumentano». Come in aumento sono pure le denunce e le richieste di risarcimento contro, pressoché esclusivamente, i medici ospedalieri del comparto sanitario pubblico.

I medici, le Asl per cui lavorano e le Regioni possono tutelarsi stipulando polizze assicurative che coprano i rischi per errori, che purtroppo accadono. Tuttavia l’aumento esponenziale di denunce e richieste di risarcimento hanno reso il comparto molto poco appetibile per le compagnie assicuratrici, molte delle quali si sono ritrovate, nel tempo, anche a dover gestire, o tentare di farlo, ingenti perdite legate proprio alla responsabilità civile medica.

«A dimostrarlo bastano tre casi esemplari riportati dall’Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, ndr) nel suo dossier del 2014»:
Lloyd’s di Londra che, nel 2012, ha dovuto immettere 10milioni di sterline – dei 30 richiesti a tutti i soci per l’aumento di capitale – nelle casse della Lloyd’s Market-form, in crisi di liquidità proprio per le perdite sul mercato italiano della responsabilità medica.
Faro Assicurazioni, una piccola compagnia genovese cui avevano fatto ricorso molte Regioni e aziende ospedaliere d’Italia. «In poco tempo l’azienda è stata subissata da una mole ingestibile di richieste risarcitorie».
– La compagnia rumena Societatea de Asigurare-Reasigurare City Insurance S.A., gestita quasi per intero da italiani e che proprio in Italia vantava il 90 per cento dei contratti. «Una serie di indagini ha portato ad accertare la sua incapienza e, il 2 luglio 2012, l’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, ndr) le ha proibito di stipulare nuove polizze nel nostro paese».

Ciò ha favorito la nascita di un nuovo fenomeno, «la cosiddetta autoassicurazione». La singola azienda ospedaliera o la Regione da cui essa dipende si fa carico del pagamento dei risarcimenti, «in pratica, una polveriera».

Secondo l’Ania, le principali cause dell’aumento del numero di denunce per malpractice e di risarcimento sarebbero tre:
– Una maggiore consapevolezza e attenzione dei pazienti alle cure ricevute, a volte anche favorita, soprattutto recentemente, da alcuni fornitori di servizi di gestione del contenzioso.
– Un deciso aumento degli importi dei risarcimenti riconosciuti dai tribunali.
– L’ampliamento dei diritti e dei casi da risarcire da parte della giurisprudenza.

Per migliorare la situazione l’Ania, in audizione alla Camera dei deputati nel 2013, ha avanzato tre proposte:
– Passare a un sistema in cui, per determinate casistiche di eventi, sia previsto un risarcimento, o meglio un indennizzo standardizzato, senza la ricerca e l’attribuzione della responsabilità.
– La rivisitazione del concetto di responsabilità attraverso l’introduzione di protocolli che esimano gli operatori dalla responsabilità se essi sono in grado di dimostrare di averli correttamente eseguiti, o attraverso una più precisa delimitazione del perimetro della responsabilità.
– Il contenimento del ricorso alla giustizia ordinaria tramite meccanismi alternativi di risoluzione del contenzioso e la disincentivazione delle richieste infondate.

Per Carraro e Quezel il metodo migliore per ridurre i rischi legati alla malpractice è dotare la sanità di più risorse e migliorare «le condizioni di lavoro degli addetti, fornendoli di mezzi adeguati e di occasioni più frequenti per aggiornare le loro conoscenze scientifiche e le loro competenze tecniche».
Del resto, se da un lato l’Ania teme sviluppi negativi conseguenti all’autoassicurazione di Asl e Regioni, dovuti in prevalenza all’inesperienza nel settore degli stessi, rispetto a una compagnia assicuratrice, dall’altro la stessa Ania che propone l’introduzione di rigidi protocolli dimostra la medesima ignoranza, in campo medico. La casistica cui vanno incontro quotidianamente medici, chirurghi e operatori sanitari è tale da renderle improponibile una simile opzione. Piuttosto necessita una maggiore diffusione e un costante aggiornamento delle linee guida scientifiche, già parzialmente in uso.

Le scelte della politica, «declinate in mille modi diversi e perversi» (dal blocco del turnover alla riduzione dei posti letti, dall’accorpamento degli ospedali all’aumento dei ticket, dal ritocco dei Lea – Livelli essenziali di assistenza – all’eliminazione dei servizi essenziali), sembrano «scientificamente concepite per agevolare il processo di destrutturalizzazione del sistema sanitario italiano». Francesco Carraro e Massimo Quezel sottolineano le due conseguenze di questa situazione:
Gli italiani rinunciano a curarsi, non avendo risparmi sufficienti per farlo.
– Come in molti altri settori della vita quotidiana, anche in quello della salute il cittadino è costretto a fare un mutuo.
Nel 2017 gli istituti specializzati nel credito hanno erogato 400milioni di euro a pazienti costretti a indebitarsi per garantirsi le cure.

Non vi sono dubbi quindi che questo fenomeno ha generato «un business dai contorni appetibilissimi» per quelle stesse compagnie di assicurazione che stanno scappando dal campo della responsabilità civile medica. «La chiamano white economy».
Stando ai dati forniti dall’Ania, «tra il 2013 e il 2014 gli italiani hanno sborsato per le polizze malattia 2 miliardi di premi». Ma c’è un risvolto alquanto inquietante e a raccontarlo agli autori di Salute S.p.A. è proprio un broker assicurativo: «Le polizze sono concepite per pagare il meno possibile».

Parafrasando il motto molto in voga tra i banker della city londinese, come riporta il giornalista del «Guardian» Joris Luyendijk nel saggio Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri: «It’s only Opm (other people’s money)», si potrebbe quasi affermare che i broker assicurativi operano seguendo il mantra: It’s only other people’s lives.

Salute S.p.A., il libro-inchiesta di Francesco Carraro e Massimo Quezel, edito in prima edizione da Chiarelettere a settembre 2018, è un testo molto articolato e analitico, che affronta il problema della malpractice nella sanità pubblica ma, soprattutto, ne indaga le cause. Molto interessanti le tre interviste, poste a conclusione del testo, a un broker assicurativo, a un liquidatore e a un medico legale, perché entrano nel vivo del discorso. Raccontano in concreto il nocciolo della questione. Del diritto alla salute, se è poi veramente ancora tale e se lo è mai davvero stato. Delle lacune della sanità pubblica. Delle carenze di quello che vorrebbe tanto porsi come “il secondo pilastro”, ovvero il comparto assicurativo ma di come, in realtà, questo difetti proprio, anche se non esclusivamente, in quello che è il cardine su cui si fonda e si regge la pubblica sanità: il principio mutualistico. Destrutturare il comparto sanitario pubblico a favore di quello privato significa, inesorabilmente, abbandonare detto principio. Se si ritiene la soluzione migliore la si può anche intraprendere in via definitiva purché lo si faccia con cognizione di causa e, soprattutto, informando correttamente i cittadini in merito.

Salute S.p.A. si rivela essere senz’altro una lettura interessante, non da ultimo perché invoglia alla riflessione su tematiche fondamentali date, troppo spesso e con troppa leggerezza, per scontate ormai. Un libro da leggere.

Bibliografia di riferimento

Salute S.p.A., Francesco Carraro, Massimo Quezel, Chiarelettere (prima edizione settembre 2018).

Biografia degli autori

Francesco Carraro, avvocato e scrittore, si occupa da anni di responsabilità civile, medica in particolare, e di azioni di risarcimento danni. È autore di “KrisiKo. La via d’uscita nel grande gioco della crisi” (con Vito Monaco) e di “Post scriptum. Tutta la verità sulla post verità”, entrambi pubblicati dalla casa editrice padovana Il Torchio.

Massimo Quezel, patrocinatore stragiudiziale, ha dedicato anni allo studio e alla formazione in materia di infortunistica, risarcimento danni e responsabilità professionale medica, con l’obiettivo di fare da controcanto allo strapotere delle assicurazioni. Nel 2001 ha fondato un network nazionale di studi di consulenza il cui obiettivo è tutelare i diritti dei danneggiati al fine di garantirgli la possibilità di ottenere il giusto risarcimento. È autore del libro “Assicurazione a delinquere” (Chiarelettere 2016).


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere edizioni per la disponibilità e il materiale


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Cosa significa davvero scegliere di essere un medico in Italia? “Dal profondo del cuore” di Ciro Campanella (Di Renzo Editore, 2017) 

“10 cosa da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018) 

Liberi dall’amianto? I numeri parlano chiaro e non danno certo conforto 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Festa al trullo” (Les Flaneurs Edizioni, 2018), la black comedy di Chicca Maralfa

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Poco diffuso in Italia come genere letterario, la black comedy è stata utilizzata dalla giornalista scrittrice Chicca Maralfa per raccontare la sua terra di origine, la Puglia, e soprattutto gli esilaranti paradossi di un’epoca nella quale tutto, ma proprio tutto, può diventare “di tendenza”.
Antiche masserie che svettano come dune nel deserto di quell’immensa distesa che è il tavoliere e che diventano location perfette per mettere in scena la vita di un tempo, quando era ancora reale e non mera rappresentazione.
Si è letto di tutto in questi anni, finanche di un matrimonio nel quale gli invitati vestivano gli abiti degli antichi contadini del luogo. Estremizzazioni che sono senz’altro dei paradossi. E allora Maralfa decide di portare proprio questi paradossi a “sconsacrare” altri luoghi simbolo della sua Puglia, i trulli.

Festa al trullo non è un libro denuncia, non è un giallo e neanche un noir anche se un mistero incuriosisce il lettore e cattura la sua attenzione. È senz’altro una black comedy. La scrittura di Maralfa strappa molti sorrisi e alcuni passaggi sono davvero esilaranti, ma l’intera narrazione è come offuscata da una leggera nebbia. Uno sfondo grigio che si dissolverà con il colpo di scena finale ma lascerà egualmente un po’ di amaro in bocca al lettore, il quale continuerà a pensare all’uso sconsiderato che si fa di usi costumi e tradizioni. Promozioni commerciali che sono altro rispetto alle valorizzazioni a scopo turistico. Ammesso sia poi questo ciò di cui necessitano certi luoghi.

Chiara Laera è una famosissima influencer nel campo della moda. Sta preparando l’evento di punta dell’estate: una grande festa per il lancio del marchio ciceri&tria di Vanni Loperfido. Il brand, ispirato a un piatto tipico della cucina salentina, dà il tema alla serata che si svolgerà nella sua proprietà in valle d’Itria. Per avere il massimo risalto mediatico, decide di allestire un set felliniano 2.0, chiedendo alla gente del posto di interpretare se stessa. L’obiettivo è rendere veritiera e originale la messa in scena di tradizioni millenarie, uno spettacolo unico per i tantissimi invitati. Ma non tutto fila liscio. C’è chi, in questa terra, non sopporta l’invasione dei portatori di nuovi costumi, anche di genere, a tal punto da vedere minacciato il proprio ecosistema esistenziale. A fare da sfondo alla serata, una distesa di meravigliosi ulivi secolari minacciati da un killer silenzioso: la Xylella.

Un registro narrativo chiaro, conciso e molto al passo con i tempi, quello di Chicca Maralfa. Una scrittura che sta al passo con i tempi e il ritmo dell’era digitale, non dimenticando però l’importanza della lucidità e delle regole. Personaggi ben caratterizzati e perfettamente inseriti nel contesto che l’autrice, peraltro, conosce molto bene. Festa al trullo rappresenta di sicuro un esordio letterario ben riuscito. Una lettura di certo consigliata.

Chicca Maralfa è nata e vive a Bari. Giornalista, è responsabile dell’ufficio stampa di Unioncamere Puglia. Appassionata di musica indipendente e rock d’autore, ha collaborato per la Gazzetta del Mezzogiorno, Ciao 2001 e Music, Antenna Sud e Rete4. Nel 2018 con L’amore non è un luogo comune ha partecipato all’antologia di racconti L’amore non si interpreta (l’Erudita),contro la violenza psicologica sulle donne. Festa al trullo è il suo primo romanzo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’addetta stampa di “Festa al trullo” per la disponibilità e il materiale.


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Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017) 

 “Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli (Leggereditore, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Quale futuro per le democrazie del post liberalismo e populismo? Jan Zielonka “Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale” (Editori Laterza, 2018)

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La democrazia liberale era mal concepita o semplicemente è stata mal realizzata? Quale futuro avranno le democrazie del post liberalismo e populismo? Quali sono le caratteristiche della contro-rivoluzione in atto? E dove condurrà i paesi del blocco democratico liberale?

Da Washington a Varsavia, Atene e Berlino, i politici anti-establishment continuano ad avanzare a spese di quelli di centro-sinistra e centro-destra. Questa sembra essere diventata la nuova normalità e le elezioni italiane del 4 marzo 2018 non hanno fatto che confermare «in maniera abbastanza spettacolare una tendenza generale». L’Italia di oggi rappresenta «un caso da manuale di contro-rivoluzione».

Jan Zielonka, docente di Politiche europee all’Università di Oxford e liberale convinto, scrive un saggio, Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, edito in Italia da Laterza, sotto forma di lunga e articolata lettera al suo ormai scomparso mentore Ralph Dahrendorf, seguendo anche in questo le orme del suo maestro, il quale anni addietro aveva scritto un’opera utilizzando il medesimo registro narrativo. Zielonka analizza quanto accaduto nelle democrazie liberali negli ultimi trent’anni e, con spirito molto critico, ne definisce gli errori ammettendo la sconfitta di quel sistema in cui, nonostante tutto, egli ancora crede ma che necessita di profondi e strutturali cambiamenti e adeguamenti.

Rivoluzioni e contro-rivoluzioni sono sempre portatrici di turbolenze, e «non abbiamo ancora assistito alle peggiori manifestazioni della confusione e del conflitto generati dall’attuale delirio politico». I “nuovi arrivati” hanno sollevato una gran quantità di valide critiche all’establishment liberale, ma saper distruggere un vecchio ordine non implica essere capaci di costruirne uno nuovo: «l’universo del governo è altra cosa rispetto al cosmo dell’opposizione».
È probabile che tutti i notevoli sforzi di aumentare la spesa dello Stato e di allargare i diritti degli occupati scatenino una reazione dei mercati, un trasferimento degli affari all’estero e una conseguente delusione negli elettori e «il nuovo governo deve sapere in anticipo come affrontare queste situazioni».

Ai media piace concentrarsi sulle individualità e i retroscena politici, ma dovrebbero invece «dare spazio ai dilemmi politici che questi nuovi governi con programmi radicali di cambiamento devono affrontare». Puntando l’obiettivo sui valori e le norme che si nascondono dietro gli slogan politici, guardare all’Italia come a un «caso particolare dell’affascinante esperimento storico» che va sviluppandosi in Europa. Un esperimento che è al contempo un pericolo e un’opportunità.
Alcuni, molti in realtà, sarebbero contenti di preservare lo status quo o, addirittura, riportare indietro l’orologio a un «mitico passato». Molti liberali auspicano il ritorno «ai bei tempi andati del regno liberale» e non vogliono vedere alcun cambiamento.

Negli ultimi trent’anni essi hanno dato la priorità alla libertà sull’uguaglianza, i beni economici hanno ricevuto più attenzione e protezione di quelli politici, i valori privati sono stati accarezzati più di quelli pubblici, ora «queste priorità vanno rivisitate». Per Zielonka le riforme dei parlamenti non produrranno miracoli, necessita quindi costruire o ricostruire la democrazia su altri pilastri oltre la rappresentanza: «in particolare la partecipazione, lo scambio di opinione e la contestazione». Il liberalismo ormai non può votarsi «né alla difesa dello status quo né all’imposizione di un qualsiasi dogma».

Il populismo è diventato un tema di discussione pressoché universale. I liberali si sono dimostrati «più abili nel puntare il dito contro gli altri che nel riflettere su se stessi». Dedicano molto più tempo a spiegare la nascita e i difetti del populismo che non a illuminare i motivi della «caduta del liberismo». Il libro di Jan Zielonka intende concentrare l’attenzione proprio su questo squilibrio, è «il libro autocritico di uno che è liberale da sempre».

Oggi è l’intera Europa a versare in «uno stato di confusione», i cittadini si sentono insicuri e arrabbiati, «i loro leader si rivelano incompetenti e disonesti», i loro imprenditori appaiono furibondi e la violenza politica è in aumento. Si chiede Zielonka se sia possibile invertire il pendolo della storia e in che modo bisogna farlo.
La «deviazione neoliberista ha fatto molti danni», ma l’autore non ritiene plausibile abbandonare alcuni punti centrali della «fede liberale»: la razionalità, la libertà, l’individualità, il potere sotto controllo e il progresso. Egli si dichiara convinto che le attuali difficoltà della situazione europea possano trasformarsi «in un altro meraviglioso Rinascimento», ma ciò richiederà una seria riflessione di quanto finora è andato storto.

In Europa, la politica si è configurata sempre più come «un’arte di ingegneria istituzionale» anziché come «arte di negoziazione fra le élite e l’elettorato». Poteri in numero sempre maggiore sono stati delegati a istituzioni non elettive – banche centrali, corti costituzionali, agenzie regolatorie – . «La politica incline a cedere alla pressione pubblica era considerata irresponsabile, se non pericolosa».
I politici contro-rivoluzionari sono spessi appellati populisti, ma «questo termine è fuorviante e stigmatizzante» e, secondo Zielonka, non coglie quello che è il loro obiettivo chiave, ovvero abolire l’ordine stabilito a partire dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 e sostituire le élite che lo hanno generato.

Da intellettuali, non bisogna coltivare un «pensiero manicheo di bianco o nero».
Da democratici, non si deve mai ironizzare sulle scelte elettorali.
Da attivisti pubblici, non bisogna illudersi che la gente “si svegli” all’improvviso e «si accomodi nuovamente dietro di noi».
Lo scopo, sottolinea Zielonka, non è dimostrare semplicemente che le critiche erano sbagliate, bensì vedere se gli ideali liberali reggono di fronte ai cambiamenti sociali e tecnologici.
La spiegazione più frequente dell’odierna difficoltà dei liberali è la svolta neoliberista. Ma «il liberalismo è stato sequestrato da avidi banchieri oppure è stato un terreno di coltura ideale per l’autoindulgenza?»
La rivoluzione del 1989 ruotava intorno a concetti quali democrazia, sicurezza, Europa, confini e cultura. La gente voleva essere governata da un diverso tipo di politico e l’autore teme che «la situazione di oggi sia simile». I politici contro-rivoluzionari non si oppongono soltanto a singole politiche liberali, ma ne sfidano l’intera logica, e «tentano di introdurre una nuova normalità».

Che un paese possa o meno permettersi una più incisiva politica sociale non è solo «funzione di fatti statistici ma anche di scelte politiche». Molto dipende dalla concezione che si ha del bene e della giustizia. E invece, per assurdo, quelli che suggeriscono un salario minimo o un bonus per ogni figlio che si aggiunge alla famiglia finiscono per essere «etichettati dai neoliberisti come irresponsabili populisti». Allora Zielonka cita Andrew Calcutt, il quale sostiene che, anziché prendersela con il populismo perché «realizza quello che noi abbiamo messo in moto», sarebbe meglio riconoscere «la parte vergognosa che noi abbiamo avuto in tutto ciò».

Solo attraverso una profonda e articolata autocritica il liberalismo e i liberisti riusciranno a non soccombere all’avanzata dei contro-rivoluzionari. Solamente ciò consentirà loro di rivedere principi e dogmi adeguandosi ai tempi ormai mutati. È questa l’unica strada percorribile per Jan Zielonka il quale più volte nel testo sottolinea la sua ferrea convinzione nei valori puri e originari del liberalismo. Quelli che non vanno abbandonati, piuttosto ritrovati. Ed è con questa seppur flebile speranza ch’egli congeda il lettore di Contro-Rivoluzione. Un libro che racconta le degenerazioni dell’attuale sistema come anche quelle di chi vorrebbe combatterlo e cambiarlo. Un libro che è un’accorata richiesta di cambiamento, di adeguamento e, soprattutto, di equilibrio.

Bibliografia di riferimento

Jan Zielonka, Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, Editori Laterza, 2018. Traduzione di Michele Sampaolo dall’edizione originale Counter-Revolution. Liberal Europe in Retreat, Oxford University Press, 2018.

Biografia dell’autore

Jan Zielonka insegna Politiche europee alla University of Oxford ed è Ralf Dahrendorf Fellow al St Antony’s College.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Editori Laterza per la disponibilità e il materiale.


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Democrazia senza scelta e partiti anti-establishment. La rivolta degli elettori nell’indagine di Morlino e Raniolo 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il Patto sporco” di Nino Di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere, 2018)

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«Era un processo che faceva paura».

Così chiosa Saverio Lodato nell’appendice al libro, scritto con il pm Antonino Di Matteo, che racconta per esteso e nel dettaglio quel “Patto sporco” tra Stato e anti-Stato che mai avrebbe dovuto esserci. A spaventare l’Italia e gli italiani, molti di essi, sembrava però più l’azione investigativa prima e giudiziaria poi e che ha portato al processo noto come “sulla Trattativa” e alla relativa condanna degli imputati, rei di minaccia a corpo politico dello Stato, un «terribile reato», come lo definisce lo stesso Lodato.
La sentenza del 20 aprile 2018 della seconda Corte di assise di Palermo sancisce il reato e la condanna e decreta, indirettamente, che la vera “boiata pazzesca” non è stato il processo, che aveva un valido e solido impianto accusatorio, bensì il tentativo di chi ha cercato di sminuire il lavoro della magistratura e il tentativo di far luce sui tanti punti scuri e oscuri che hanno sancito la nascita della seconda Repubblica, ne hanno accompagnato il corso e velano tutt’ora la storia e la cronaca del nostro Paese.

«Era un processo che faceva paura».

Non è certo facile ammettere che lo Stato si è piegato, ha accettato il compromesso con l’anti-Stato che ufficialmente dichiara sempre di combattere. E, soprattutto, che non lo ha fatto per fermare morti e stragi.
Gli ufficiali del Ros non hanno lasciato alcuna traccia scritta della esistenza e della evoluzione dei loro rapporti con Vito Ciancimino. «È assolutamente grave e oltremodo significativo il fatto che, nel lungo periodo dei loro contatti con Vito Ciancimino, gli ufficiali del Ros non adottarono alcuna iniziativa investigativa» e invece, «a dimostrazione che la loro era una iniziativa “politica”, si siano rivolti e abbiano riferito dei loro contatti con Ciancimino a esponenti del governo e del Parlamento».

In questi lunghissimi venticinque anni, man mano che il racconto dei collaboratori di giustizia si è unito alle prove investigative raccolte, il puzzle è apparso sempre più completo, e chiaro. Dal resoconto di coloro che lo hanno vissuto in prima linea emerge un ulteriore aspetto che deve davvero “fare paura”. Quella che Nino Di Matteo, nella sua requisitoria finale al processo “sulla Trattativa” definisce «omertà istituzionale». Un paradosso che è tale solo in apparenza. Lo Stato che collabora alle indagini e all’inchiesta meno dell’anti-Stato.

Il Patto sporco, di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, edito da Chiarelettere è un libro «scritto da entrambi con passione e rabbia». Perché se in tutti questi anni la stampa, i giornali, i telegiornali, i grandi opinionisti avessero offerto all’opinione pubblica «un minimo sindacale di informazione» sull’argomento, «difficilmente questo libro avrebbe avuto un senso». Sarebbero notizie già note. Invece così non è stato.

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Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.”

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Il testo si presenta come una lunga e articolata intervista che, in realtà, somiglia più a una memoria a due voci nella quale Lodato irrompe con più impeto nelle parti ufficiali e professionali della narrazione, lasciando maggiore adito al pm quando questi racconta i risvolti e le conseguenze di tutto ciò sulla sua vita privata. Laddove Di Matteo parla delle inchieste e dei processi, Lodato dimostra la sua grande esperienza e determinazione in merito. Le sue sono le parole di chi non si è mai arreso, nonostante tutto, e ha sempre continuato a svolgere il proprio lavoro.
Egual ragionamento va fatto per le parole, per le azioni, il comportamento e il lavoro tutto svolto da Antonino Di Matteo. In maniera amplificata, visto che da oltre cinque anni vive secondo i dettami e le regole di quello che in gergo viene definito “primo livello di protezione eccezionale”.

C’è poi la parte di narrazione nella quale il pubblico ministero abbandona per alcuni attimi gli abiti ufficiali e professionali per vestire, “semplicemente”, quelli di uomo, di padre, di marito. Brevi racconti che aiutano il lettore a meglio comprendere il reale significato nonché le conseguenze di scelte che sono per certo coraggiose, ammirevoli e che non possono e non devono, o meglio non dovrebbero mai andare incontro a critiche e facili opinioni da parte di chi non sa, non comprende o finge di non farlo perché pur predicando l’antimafia di facciata in realtà ne è poi attratto o, peggio, coinvolto a vario titolo, molto più di quanto non vorrebbe ammettere neanche con se stesso.
E questo accade tra i cittadini, tra i colleghi, tra le forze dell’ordine e i servizi segreti, tra gli operatori dell’informazione e della comunicazione, tra i politici e gli imprenditori. In quella parte dello Stato che è in qualche modo legata a doppio filo all’anti-Stato.

In uno scenario del genere, di queste dimensioni, «non si può parlare di un merito della magistratura», bensì del «demerito di chi ha volutamente ignorato che, per lunghi tratti di strada, Stato e mafia hanno camminato di pari passo».

Un libro, Il Patto sporco di Di Matteo e Lodato, che si legge con l’adrenalina in circolo e il battito del cuore in accelerazione.
Con la voglia di conoscere fin dove la bravura di magistrati come Di Matteo, eredi professionali e morali di Falcone e Borsellino, li ha portati a svelare i tanti, troppi misteri e segreti dei legami marci tra Stato e anti-Stato.
Con il desiderio di una diffusione e condivisione sempre maggiore di questi traguardi.
Con la speranza che l’Italia della terza Repubblica sia o diventi davvero altro rispetto a quello che, purtroppo, è stata la nascita e la storia della seconda appena conclusa.
Un libro, Il Patto sporco di Di Matteo e Lodato, assolutamente necessario. Da leggere. Da comprendere. Da condividere.


Biografia degli autori

Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere per la disponibilità e il materiale


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