La Chiesa esemplare è solo un miraggio? “Peccato originale” di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2017)

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«Per essere ascoltati dobbiamo essere esemplari». Con queste parole papa Ratzinger ammonisce il cardinale Bertone riguardo la linea dell’Istituto per le Opere di Religione , sottolineando che bisogna essere esemplari nei confronti del mondo finanziario internazionale. Gli imperativi categorici sono esempio e trasparenza. Per lo Ior come per tutto il resto.

Come si spiegano allora la controversa morte di Albino Luciani, ovvero papa Giovanni Paolo I? La scomparsa di Emanuela Orlandi? I progetti di riforma e trasparenza continuamente arenati? Le accuse di pedofilia e pratiche coatte di omosessualità?

«Noi dobbiamo essere tra quelli che cambiano le regole, per essere inattaccabili». Invece la strada che sembra essere stata scelta il più delle volte è quella della «impunità» che «rafforza gli autori delle violenze» o delle violazioni. Favorendo o comunque non ostacolando gli attacchi delegittimanti le vittime e ingenerando in questo modo la formazione di vere e proprie roccaforti di potere e «lobby gay».

Esce in prima edizione a novembre 2017 con Chiarelettere Peccato originale. Conti segreti, verità nascoste, ricatti: il blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco di Gianluigi Nuzzi. Un libro scritto con l’intento preciso di dare una risposta a sette interrogativi, ovvero i sette tasselli mancanti nel lavoro di ricerca, condotto dall’autore ormai da oltre dieci anni, sui segreti e sugli scandali in Vaticano.

Per trovare le risposte Nuzzi si è affidato agli insegnamenti del giudice Giovanni Falcone e ha «seguito il filo del denaro», che «in ogni storia di potere s’intreccia a quello del sangue e a quello del sesso». Tre infatti sono le parti in cui il libro è suddiviso: Sangue, Soldi, Sesso. Più l’appendice che riporta per esteso i documenti fonte della ricerca e dell’inchiesta dell’autore.

Uno stile, quello di Nuzzi, che ricorda gli scalpitii di un mustang imbrigliato. Un cavallo indomabile costretto dalle briglie a frenarsi mentre il suo desiderio è battere in lungo e in largo le praterie americane. È così l’autore, che vorrebbe raccontare apertamente tutto ciò che sa, che ha scoperto, che gli è stato raccontato… deve dosare e misurare ogni passaggio. Dicendo egualmente quanto necessario a comprendere la profondità e lo spessore dei «tre fili narrati», ma costretto a stare attento ai risvolti giudiziari che il resoconto potrebbe portare, per lui stesso, per i testimoni e le fonti, anche quando non vengono direttamente citati.

L‘autore ritorna più volte sullo stesso concetto o passaggio e sembra farlo non solo per essere certo della chiarezza della narrazione, ma anche per sincerarsi di essere rimasto fedele a quanto prefissosi di raccontare.

Nuzzi si sofferma in descrizioni e resoconti molto analitici e dettagliati eppure questo non sembra avere lo scopo di “illudere” il lettore lasciandogli credere di aver letto tutto quanto c’era da sapere. Il modo in cui egli presenta i fatti lascia agevolmente intendere sia solamente la superficie, appena rischiarata, del profondo pozzo nero di segreti custoditi tra le mura pluricentenarie dello Stato della Città del Vaticano.

Si percepisce in Peccato originale una grande volontà di fare chiarezza, di esporre i fatti in maniera tale che il tutto risulti il più comprensibile possibile nonostante, come nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la durata infinita delle indagini, i sotterfugi, i depistaggi, gli intrighi, le dichiarazioni contraddittorie, le ritrattazioni, le sparizioni, gli occultamenti e gli eclissamenti, i decessi e l’improvvisa follia dilagante…

Forse perché un po’ plasmato sul linguaggio e sui tempi televisivi, lo stile narrativo di Nuzzi è puntellato di frasi che annunciano, di lì a breve, una rivelazione importante, un colpo di scena o comunque un qualcosa che deve per forza di cosa tenere lo “spettatore” incollato. In realtà, in un libro-inchiesta come il suo non servono questi espedienti. Il lettore è già invogliato a proseguire la lettura per l’interesse che suscita il narrato e non per queste intercalari che lo “preannunciano”.

Un libro, Peccato originale di Gianluigi Nuzzi, che è come una goccia d’acqua che perfora la roccia. La “testardaggine” dell’autore nel voler comunque continuare il suo lavoro d’indagine nonostante gli ostacoli e le difficoltà sono paragonabili proprio alla forza dell’acqua la quale riesce sempre a infiltrarsi e trovare la sua via di fuga, esattamente come la verità tanto cercata nelle buie stanze dello Stato Vaticano e che emerge, attraverso il lavoro dell’autore, illuminando lentamente ma sempre più tasselli di questa gigantesca “installazione” religiosa.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore www.chiarelettere.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016)

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Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

Bana Alabed, siriana di Aleppo e rifugiata in Turchia dove vive tuttora con la famiglia, scrive le parole che il mondo non avrebbe mai voluto leggere, mai dovuto ascoltare. All’età di otto anni pubblica un libro che è una lunghissima lettera indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta che l’ha privata del diritto di essere una bambina. Dear World, pubblicato in Italia come Caro Mondo da TRE60, nella versione tradotta da Eloisa Banfi, è un libro che si spera faccia «venir voglia di aiutare le persone». Come si augura la stessa autrice.

Sotto il peso delle macerie dei palazzi crollati per i continui e ripetuti bombardamenti ad Aleppo est, dove viveva insieme a tutta la famiglia, Bana, incoraggiata dalla madre, cerca di comunicare al mondo intero e soprattutto ai “potenti” di turno quello che sta accadendo perché lei, come il resto degli abitanti del suo quartiere, non riescono a capacitarsi degli orrori cui sono costretti.

Libri come Caro mondo mostrano tutto il loro essere necessari in quanto accompagnano il lettore dentro le vite di coloro che, troppo spesso, vengono indicati indistintamente come civili, sfollati, rifugiati, migranti… mentre sono delle persone, abitanti, popoli, vite anche molto giovani con diritti quotidianamente violati, calpestati, ignorati. Un testo scritto da una doppia angolazione: quella di una bambina che ancora non ha piena coscienza soprattutto delle conseguenze di ciò che sta accadendo anche se percepisce il male, il dolore e la sofferenza che sta trascinando dentro la sua giovane vita e di tutti i suoi cari; e l’altra, quella di una madre che, pur avendo molta più consapevolezza di quanto sta accadendo e delle conseguenze, non riesce a non avere quasi le stesse reazioni della figlia, dettate dal terrore di un qualcosa che appare ed è troppo “brutto” da poter essere sconfitto.

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

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Bana e i suoi famigliari si chiedono continuamente come possano essere così crudeli verso dei civili, dei bambini… vittime innocenti di una follia omicida che ha deciso di spaccare una città e un Paese, che prima erano uniti, e annientare tutti coloro che non si sono schierati apertamente con il regime. Non basta essere neutrali ed è impensabile avere un’opinione o un credo differente. Crudeltà a cui il nostro pianeta ha già assistito altre volte, troppe, anche in passato. Bana Alabed cita in apertura del libro Anna Frank, forse la bambina, vittima della follia dei guerrafondai, più famosa. Dietro al racconto di Bana e di sua madre si percepisce una sorta di emulazione positiva, insita nella volontà di dar voce a tutti i bambini, vittime innocenti della follia omicida degli adulti, dei “grandi”, dei “potenti”, degli “estremisti” come anche dei “rivoluzionari”.

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

Quando un’azione ha ripercussioni negative sui civili, soprattutto se bambini, è di certo una scelta sbagliata e sarà di sicuro foriera di male, dolore e sofferenza che dovevano essere evitati. Le centinaia di migliaia di vittime innocenti della guerra siriana ne sono la dimostrazione, come lo sono le vittime innocenti di ogni guerra combattuta, ma lo è anche la distruzione di una città antica e «abitata da più tempo». Un luogo che era la casa di Bana e della sua famiglia, come di tutte le famiglie degli sfollati e dei rifugiati che ora qualcuno vorrebbe anche “aiutare a casa loro”, dimenticando o ignorando che queste persone per prime, se avessero potuto scegliere, avrebbero di gran lunga preferito restarsene davvero nelle loro abitazioni, senza bombe né fucili, senza proiettili né macerie a progettare il proprio futuro insieme a parenti e amici, invece di attendere il cessate il fuoco per fare la conta dei morti e dei feriti ed essere costretti poi ad abbandonare tutto per rifugiarsi in un luogo più sicuro.

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Un libro importante, Caro Mondo di Bana Alabed, una lettera che è una speranza per l’umanità.


Per la prima foto, copyright: Jordy Meow.


Articolo originale qui

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La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)

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Come si è potuto credere che dopo la firma degli accordi che decretavano la fine dei conflitti l’unica cosa che rimaneva da fare era la ricostruzione post-bellica dei territori devastati? Come si può pensare che la devastazione della guerra non abbia modificato e compromesso per sempre coloro che l’hanno vissuta in prima persona, maggiormente se bambini e bambine? Come ci si può illudere che una guerra non porti dei ‘cambiamenti’ a livelli globale? Intere etnie sterminate, popoli distrutti, traumatizzati, sfollati, costretti a spostarsi, a migrare… E soprattutto come è potuto accadere che tutto questo sia sempre rimasto fuori dai libri di storia?

Basterebbe solo un’attenta riflessione sulle risposte a questi interrogativi per comprendere l’importanza e la portata di un lavoro di ricerca e studio come quello condotto da Bruno Maida ne L’infanzia nelle guerre del Novecento, edito quest’anno dalla Einaudi. Ma c’è molto altro nel testo. C’è quello che, purtroppo, spesso non si ritrova nei libri di storia. Una ricerca documentaria dettagliata, uno studio accurato delle fonti, prontamente citate, una descrizione lucida e imparziale di fatti e conseguenze, uno sguardo all’intero pianeta e a quello che vi accade, scartando la visione e la descrizione troppo occidentale che spesso condiziona anche saggistica e storiografia.

Un libro imponente il testo di Maida sui disastri causati dalle guerre del secolo scorso e di quello appena iniziato. Una grandezza che non si misura con il numero delle pagine. Un resoconto importante che ‘costringe’ il lettore a considerazioni sul fatto che vedere «un bambino con un fucile in mano è un’immagine che non possiamo interrogare senza mettere in discussione noi stessi e le nostre responsabilità». Si chiede Maida se rendere visibile anche il più piccolo e feroce segno della guerra non sia «l’ultimo spazio possibile di narrazione per suscitare un sussulto etico» da parte di chi in Occidente è «ormai ‘dimitrizzato’ da ogni immagine di violenza» e si preoccupa invece «per gli spostamenti di popolazione che quelle guerre possono procurare».

I bambini che hanno combattuto, che hanno conosciuto solo la guerra come condizione di vita, «spesso non vogliono la pace» e non perché abbiano qualcosa in contrario, «è che proprio non la conoscono, in fondo la temono anche un po’». La ‘temono’ come qualsiasi altra cosa sconosciuta. Vivono in un vero e proprio «deserto esistenziale» fatto di mancanze. Privi di famiglia, genitori, affetti e affetto, senza scuola né istruzione… privati di tutto hanno imparato a conoscere e riconoscersi solo nella guerra, nella violenza e nelle armi. Per loro spesso «tornare a essere bambini», semplicemente non è possibile.

L‘umanità non è l’alternativa alla guerra, ma «la condizione imprescindibile con la quale dobbiamo misurarci», il confine insuperabile che dovrebbe «definire il nostro rapporto con la polarità pace-guerra». E se la guerra rimane «il gioco più pericolosamente seduttivo», il ‘tirocinio’ che «ogni società in ogni epoca si è preoccupata di realizzare», alla pace anche se non si può giocare la si può sempre «insegnare». Ed è ciò che andrebbe sempre fatto.

Il testo di Bruno Maida L’infanzia nelle guerre del Novecento è quasi rivoluzionario nel genere perché non rappresenta un libro sulla memoria bensì un saggio storico sull’azione e sulla reazione alle «fratture profonde» che ogni guerra lascia in chiunque ne faccia esperienza e lo fa in riferimento a un periodo storico particolare, nel quale «all’affermarsi e al diffondersi di un sistema di protezione nazionale e internazionale per i civili nei contesti bellici» è corrisposto un progressivo e crescente «coinvolgimento diretto e indiretto dell’infanzia».

L‘infanzia nelle guerre del Novecento è un libro di storia chiaro, imparziale, descrittivo e analitico, basato su fonti e documenti certi. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore e trama libro quarta di copertina

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Guerra alle fake news o retorica e propaganda?

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Con la pubblicazione dell’articolo sul New York Times si ravviva il dibattito sulle fake news e sul loro possibile condizionamento della campagna elettorale e dell’opinione pubblica. A essere nuovamente chiamati in causa sono i social network, più volte indicati come facile veicolo di diffusione dei fake.

Nell’articolo a firma di Sheera Frenkel viene citato anche il segretario dem Matteo Renzi e il suo accorato appello ai social appunto, in particolare Facebook, affinché si possa avere una campagna elettorale pulita.

«We ask the social networks, and especially Facebook, to help us have a clean electoral campaign. The quality of the democracy in Italy today depends on a response to these issues».

Beh, se la qualità della democrazia in Italia dipende da questo allora sono molti gli interrogativi che dovremmo porci. Perché l’ex capo del governo, che è stato fra i più assidui politici a utilizzare i social network per comunicare con i cittadini, improvvisamente vi si scaglia contro? Cosa va considerato fake news e soprattutto a chi spetta il compito di deciderlo?

Renzi e il suo partito dal palco della Leopolda hanno lanciato accuse molto pesanti contro l’opposizione. Accuse che non sembrano trovare grande riscontro nei dati, neanche in quelli di Adsense Google. E se così fosse, non sarebbe anche questa una fake news?

È chiaro quindi che il problema non sono “i social network, soprattutto Facebook”, non sono soltanto i social il problema. Le fake news possono diffondersi attraverso qualsiasi mezzo di informazione e anche nelle piazze, ai comizi, agli incontri, per le strade… La soluzione va cercata in tutt’altro modo rispetto a quello proposto da Matteo Renzi, dal Partito democratico e anche dal governo.

Assegnato alle commissioni riunite 1° Affari Costituzionali e 2° Giustizia il 28 febbraio 2017, il disegno di legge Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica parte da un presupposto ingannevole e a tratti offensivo: siccome le persone non sono e non possono essere in grado di comprendere e di distinguere una notizia vera da un fake allora bisogna intervenire preventivamente per evitare “la manipolazione dell’informazione online” e “garantire la trasparenza sul web”.

Lecito a questo punto chiedersi a chi spetta il compito di selezionare “preventivamente” le notizie che possono poi trovare diffusione online e su quali principi e in base a quali competenze specifiche lo debba fare.

Nel testo si legge che, avendo il web mostrato i suoi ‘pericoli’, si rende necessaria «una netiquette per il rispetto degli utenti». Poco oltre però si legge: «le notizie false, o fake news o bufale, ci sono sempre state, ma non sono mai circolate alla velocità di oggi. Per questo non è più rinviabile un dibattito serio in questo senso». Il pericolo quindi sarebbe insito nella velocità di circolazione delle bufale e non solo o non tanto nella loro esistenza, che è più antica del web.

Le notizie false, le opinioni che rischiano di essere scambiate per fatti e non per pareri ci sono sempre stati ma internet ne ha velocizzato la diffusione e quindi questo è il momento di agire. Bene. Ma come si intende procedere?

«Usare gli strumenti già a disposizione nel nostro ordinamento giuridico spostando l’attenzione dal reale al virtuale perché gli attori sono sempre gli stessi». Esistono quindi già gli strumenti nel nostro ordinamento giuridico atti a evitare il diffondersi di notizie false, fuorvianti, di campagne a favore dell’odio e via discorrendo. Se esistono già vuol dire che sono già testati. Hanno funzionato nel reale? Sono risultati efficaci? E se non hanno funzionato nel reale perché si pensa funzioneranno nel virtuale?

Stando a quanto scritto nel testo del disegno di legge all’incremento dei consensi di movimenti populisti nei Paesi occidentali ha fatto seguito la «accresciuta» preoccupazione che le fake news possano essere diffuse a poi «cavalcate» a fini politici.

Si guarda alle azioni poste in essere da Francia e Germania, ai loro programmi volti a verificare l’attendibilità delle notizie che circolano sul web e alla celere rimozione di quelle ritenute false. Viene da chiedersi a questo punto: e tutte le altre? Come vengono verificate le notizie che passano attraverso tutti gli altri canali di informazione e istruzione? Anche per quelle c’è un monitoraggio costante che prevede la loro rimozione qualora fossero poi indicate come fake? Ovviamente non è possibile. Al massimo ci sono le smentite. E quelle ci sarebbero anche per il web ma evidentemente per i legislatori non bastano.

Si propone ai «colossi della rete» l’uso di selettori software per rimuovere «i contenuti falsi, pedo-pornografici o violenti» e si ritiene necessario ridiscutere «i tabù dell’anonimato, della trasparenza e della proprietà dei media online, del diritto di replica, di rettifica, del diritto all’oblio, della protezione della privacy e della rimozione dal web dei contenuti lesivi».

C’è però un qualcosa di profondamente sbagliato nell’azione del legislatore che dice di agire per proteggere gli interessi dei cittadini ma forse lo fa per proteggere i propri. Ed è la considerazione, scarsa, che si dimostra avere di questi. Il ritenere che non possono né potranno mai essere in grado di discernere da soli il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso. Se così è bisognerebbe allora agire su questo. Formare i cittadini affinché siano indipendenti.

Il concetto di notizia «è sicuramente mutato nel passaggio dai media tradizionali ai social media e alle piattaforme online», colme di contenuti generati dagli utenti, dove «si è imposto l’infotaintment», ovvero la mescolanza tra informazione e intrattenimento, «tipicamente sfruttabile ai fini commerciali». Siamo certi che ciò sia avvenuto solo nel mondo virtuale?

«Chiunque, infatti, può dire quello che vuole, per la più che legittima libertà di espressione, ma se il pubblico di internet prende per buono e fondato qualsiasi cosa circoli online, senza più distinguere tra vero e falso, il pericolo è enorme». Il pericolo è enorme, è vero, ma permane anche se gli poni dei filtri artificiali perché in questo modo si potranno, forse, bloccare le notizie ritenute false o dannose ma non si farà nulla per creare dei cittadini più responsabili, più critici e più scaltri. Inoltre continuando ad additare i social e la Rete come principali veicoli di diffusione delle fake news, a volte citando solo questi, si rischia di ingenerare l’illusione che tutte le altre notizie che circolano al di fuori di essi siano automaticamente vere e fondate. Cosa che palesemente non è così.

Per aumentare il senso di panico nel testo viene anche ricordato che il pericolo si fa ancor più particolare quando si va a guardare come vengono trattati «aspetti sensibili della società», e viene citato a titolo esemplificativo la sanità. Sarebbe opportuno precisare e ricordare, come bene hanno fatto Beatrice Mautino e Dario Bressasini nel saggio Contro natura. Falsi allarmismi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola (Rizzoli, 2015), che quasi tutta l’informazione scientifica viene fatta da esperti e professionisti del settore solo nelle pubblicazioni scientifiche mentre nei mezzi di informazione che siano radio, tv, giornali e quant’altro sono dei generalisti a occuparsene. Che poi si vuole ritenere i generalisti sempre più affidabili delle persone comuni è un altro discorso.

Va da sé che i fomentatori di odio, i pedo-pornografi, i faker devono essere perseguiti legalmente, che deve essere impedito loro di truffare gli altri ma il punto è che i loro sostenitori o seguaci, come dir si voglia non li educhi certo al cambiamento bloccando o rimuovendo qualche notizia o video su internet. Chiuso un canale di sfogo ne cercheranno un altro. Se non tenti almeno di capire perché cadono facilmente in queste trappole, se non formi, in buona sostanza, dei cittadini con un elevato spirito critico, una vasta cultura e un notevole senso civico, dentro ma soprattutto fuori la Rete, chiuderai una porta ma loro cercheranno e troveranno un altro portone per dare libero sfogo alla propria rabbia.

Il giornalista del Guardian Joris Luyendijk nel saggio Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri (Einaudi, 2016) parla della disinformazione e del disinteresse del pubblico da un’altra angolazione, e si chiede perché «tanta gente mostra così scarso interesse a proposito di tematiche direttamente connesse ai loro interessi». Passa a descrivere poi i punti salienti del metodo da lui stesso inventato e definito della «curva di apprendimento». Luyendijk sostiene che spiegando con meticolosità, serietà e correttezza i dati e i fatti, nella maniera più chiara e continuativa possibile, il pubblico apprezzerà leggere anche di notizie e materie un tempo per lui ostiche. Forse seguendo il metodo di Luyendijk ci si lascerebbe meno facilmente abbindolare da bufale, fake o propaganda che, se letta con spirito critico e attenzione, appare chiaramente per quello che è: una surreale menzogna.

Modificando la legge 13 luglio 2015, n° 107, cosiddetta Buona Scuola, si stabilisce nel nuovo disegno di legge che le istituzioni scolastiche, «nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili», individuino tra gli obiettivi formativi quello riguardante «l’alfabetizzazione mediatica» e sostengano «programmi di formazione volti a promuovere l’uso critico dei media online». E gli altri media? A chi spetta il compito di portare avanti questi progetti? Agli stessi insegnanti? Sulla base di quali competenze e conoscenze? Parlando di social e di odio forse andrebbe ricordato che proprio su Facebook esistono innumerevoli gruppi formati da docenti e leggendo i loro post e commenti si comprende la scarsa stima che hanno del sistema scolastico in generale, l’apatia verso gli studenti, la frustrazione per i compensi da fame… Nessuno nega che in Italia come nel resto del mondo ci siano o ci possano essere i migliori insegnanti ma ci sono anche coloro che scrivono e partecipano a questi gruppi di sfogo collettivo e tra essi ci sono anche gli educatori che verrebbero selezionati per stimolare «l’uso critico dei media online» negli studenti.

I legislatori italiani per arginare il problema dei fake online guardano alle misure repressive poste in essere, per esempio in Germania. Un Paese che stenta a introdurre nel proprio sistema legislativo norme contro la criminalità organizzata adducendo come motivazione il fatto che in Germania questa semplicemente non ci sia ma che ritiene doveroso, necessario e urgente muoversi per punire un faker, online.

Se anche dovessero riuscire a bloccare le fake news online resterebbero le altre, quelle che ci sono sempre state, come ammettono anche i legislatori italiani, che però viaggiavano a velocità meno sostenuta. Oppure, per dirla con altre parole, arrivavano in ritardo. Ma c’erano e non erano un problema urgente. Come c’erano i pedo-pornografi, i fomentatori di odio e tutto il resto. Internet è solo un nuovo canale utilizzato. Chiuso questo è molto probabile ne troveranno un altro. Per evitare che ciò accada è necessario fornire i cittadini di tutti gli strumenti utili alla formazione di un concreto e profondo senso critico e ciò non potrà mai avvenire attraverso una selezione preventiva o una rimozione tempestiva di contenuti ritenuti scomodi o falsi. E non si riuscirà a farlo neanche gravando una categoria di lavoratori già molto frustrata, come quella dei docenti e degli insegnanti, di ulteriori compiti per cui molto probabilmente non sono adeguatamente preparati.

La democrazia italiana non è certo in pericolo per un tot di bufale che girano in internet. Lo è magari per la corruzione dilagante, per il voto di scambio, per i ricatti elettorali delle mafie, per l’evasione fiscale che ruba fondi destinati all’istruzione e alla sanità pubbliche, lo è perché abbiamo insegnati sottopagati, malpreparati a svolgere il proprio lavoro, frustrati e amareggiati perché non vengono riconosciuti loro i propri diritti, perché abbiamo dei ragazzi e delle ragazze costretti a recarsi in aule bislacche di istituti fatiscenti, perché vengono negati loro i mezzi necessari per una preparazione adeguata ai tempi, per essere competitivi in ambito internazionale. La democrazia in Italia è a rischio perché abbiamo un elevato numero di politici corrotti, perché c’è una cospicua infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni comunali, perché spesso si legifera tutelando interessi che non sono quelli dei cittadini.

Combattiamole queste fake news ma combattiamo anche tutto il resto.

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Contro natura” di Bressanini e Mautino (Rizzoli, 2015)

È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione

“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

Articolo originale qui

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I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017)

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L’incertezza è un rischio perché per agire devi essere impavido, come un ginnasta o un circense che si lanciano nel vuoto senza avere una rete di protezione pronto ad accoglierli e trattenerli se qualcosa dovesse andare storto. Ma la vita è sempre un’incertezza e quindi un rischio. Come lo sono i protagonisti del libro di Montemarano e i luoghi dove le loro storie si snodano e si annidano dentro cubi di cemento che possono essere al contempo nidi e trappole.

Periferia. Questa è la geolocalizzazione scelta da Marco Monterano a fare da sfondo alle vicende di Matteo e sua sorella, di Antonio e sua madre, di Bernardo e dei bulli di Zeppetella… scorci di vita strappati al cemento dei cubi di mattoni, dei muri infiniti, delle strutture fatiscenti e abbandonate che determinano paesaggi desolanti e prospettive incerte. Come la vita. Come il futuro. Come il passato.

E sono proprio i ricordi confusi che tormentano Matteo e Arianna, flash di una vita vissuta che sembra immaginata e sogni che sono incubi ma sembrano veri, reali.

In libreria da settembre 2017, Incerti posti di Marco Montemarano, edito da Morellini, è una conferma del carattere letterario dell’autore, del suo personale stile di scrittura, della sua voglia di non limitarsi a inventare delle storie ma raccontare i fatti della vita e farli entrare nella mente del lettore. Per conoscere. Per capire. Per dare in qualche modo giustizia a vittime di episodi di cronaca passati quasi in sordina o comunque presto dimenticati.

Si ritrova nel testo di Montemarano anche il dualismo tra Sud e Nord, inteso però come la parte settentrionale dell’Europa, non solo dell’Italia. Mentre il meridione è ‘egregiamente’ rappresentato dalla periferia romana e dai suoi abitanti. Un sottile e pungente resoconto della società, che è una realtà di molti luoghi e città italiane, e che può essere spiegata parafrasando le riflessioni del protagonista, Antonio, sulla madre del suo amico Bernardo.

«La signora vedeva suo figlio circondato da ombre e non capiva che Bernardo l’ombra ce l’aveva dentro»

Un libro, Incerti posti, che racconta del malessere più intimo e personale come delle difficoltà lavorative, dello sfruttamento sessuale di una giovane donna e di quello professionale, dell’amore e dell’odio, dei segreti e delle verità che si preferisce fingere di non vedere o capire anche quando appaiono troppo palesi per poterle ancora nascondere… eppure lo fa con uno stile narrativo semplice, senza presunzioni di sorta, anche quando racconta di fatti tragici, drammatici o violenti lo fa come un semplice ma chiaro reportage. Sarà poi compito del lettore riflettere sul narrato e trarne le dovute conclusioni.

Una narrazione che coinvolge il lettore come già accaduto leggendo gli altri libri di Marco Montemarano, una scrittura per passione che cattura il lettore e lo ‘costringe’ a riflettere sui mali della vita e sulle sue incertezze. Incerti posti, un libro da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale

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Un solo essere” di Marco Montemarano (Neri Pozza, 2015)

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

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#25novembre: Il ‘ponte’ contro la violenza, attivismo no stop per tutte le donne

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Insieme a tutte le altre iniziative previste, partirà nella giornata odierna dedicata alla violenza di genere, la campagna dell’ONU UNiTE centrata sul tema “Nessuno deve essere lasciato indietro: poniamo fine alla violenza contro le donne e le ragazze”. Un no stop di attivismo che durerà 16 giorni, ovvero fino al 10 dicembre, giornata dedicata ai diritti umani. Un ‘ponte’ voluto proprio perché aggredire, maltrattare, stuprare, uccidere un altro essere umano equivale a violare la sua persona e i suoi diritti.

Un ‘ponte’ che per il movimento One Billion Rising dell’attivista americana Eve Ensler arriverà fino al 14 febbraio 2018 con la campagna Solidarietà, voluta per fermare qualsiasi forma di abuso o violenza ai danni di donne e bambine. Mentre rappresenta un lungo cammino per le organizzatrici della manifestazione nazionale a Roma Non Una di Meno intenzionate ad andare avanti fino a quando non ci saremo davvero affrancati dalla violenza di genere in tutte le sue forme. Un percorso di libertà e liberazione che coinvolge migliaia di donne, trans e queer.

Il quarto rapporto di Eures sul femminicidio in Italia rivela che sono 114 le vittime nei primi dieci mesi del 2017. 114 donne che hanno perso la vita per morte violenta. E se l’omicidio non può mai avere una motivazione valida a giustificarlo, in questi casi davvero bisogna ammettere che la ricerca arcaica e superata di virile possesso e dominio sulla ‘propria’ donna è davvero una stupida rivendicazione che va estirpata alla radice con un accurato programma culturale che include anche trasmissioni e programmi televisivi, produzioni cinematografiche, pubblicazioni di libri e qualsiasi altro frutto della modernità che continui a inculcare, in maniera diretta o subliminale, il concetto e la divisione dei ruoli tra maschi e femmine.

È necessario agire d’impatto sulla violenza diretta, sulle aggressioni fisiche e verbali, sullo stalking, e su tutte le varie forme di violenza, a ogni livello, ma bisogna anche lavorare sulla violenza strutturale insita nella cultura dominante e trasmessa anche ai giovanissimi, spesso in maniera inconscia. Come ricorda Flavia Piccinni in Bellissime (Fandango, 2017), viviamo in una società che molto precocemente è in grado di inquadrare nei ruoli di genere l’essere umano. Ruoli che vengono inculcati e che spesso diventano una prigione, che non considera i nostri desideri e le nostre ambizioni, le nostre passioni e i nostri sogni, ma che ci proietta nel futuro esclusivamente attraverso le pressioni sociali e le aspettative degli altri.

Molto si è parlato nei giorni scorsi delle molestie poste in essere da noti esponenti dello show business e della politica e tante, purtroppo, sono state le critiche rivolte alle vittime invece che ai carnefici. Anche questo fa parte di un retaggio culturale frutto della violenza strutturale cui veniamo inconsciamente sottoposti, tutti. Una società che precocemente ipersessualizza giovani vite lasciando sottintendere che con la provocazione e la bellezza si possono raggiungere risultati altrimenti insperati è una società deviata che produce e produrrà sempre vittime e carnefici.

Basta fare un giro negli store di giocattoli per realizzare quanto, la cultura della parità di genere, sia ancora molto lontana da raggiungere. Prodotti per la pulizia della casa che riproducono fedelmente quelli da grandi, tutto il necessario per fare il bucato, la spesa e accudire bambolotti che sembrano dei bambini veri, bambole e fatine con corpi mozzafiato e accessioni glam da urlo… sono lo specchio incondizionato dei ruoli che si vorrebbe rivestissero le donne nel mondo reale: angelo del focolare o bomba sexi. Ce n’è di strada da percorrere per cambiare e sconfiggere questi stereotipi radicati da secoli di cultura sessista e maschilista.

Il corpo delle donne non è un oggetto votato alla riproduzione o al soddisfacimento dei piaceri sessuali di uomini che ne hanno il pieno controllo e per abbattere queste “certezze” radicate non basta mostrare il volto tumefatto delle donne vittime di violenza, non basta fare la conta dei morti e dei feriti, bisogna reagire e per farlo è necessario mostrare a tutti la forza della conoscenza. Portare avanti campagne di informazione, istruzione e cultura che formino le menti dei giovani, maschi o donne che siano, e mostrino loro un differente modo di emergere nella società e nel lavoro. Un metodo che non preveda provocazione o abuso ma basato sulle doti, le qualità, la conoscenza e la preparazione che ognuno deve avere e sul rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Uno stupratore o un omicida non avrà mai paura di agire guardando l’immagine di una vittima di abusi, potrebbe addirittura essere invogliato all’emulazione. Ma avrà di certo paura di pene severe, di una società che non starà ferma ad aspettare che sia troppo tardi ma risponderà repentinamente a ogni violazione dei diritti dei suoi membri, compreso quello di non diventare vittima di un’assurda violenza motivata dalla frustrazione, dall’incapacità, dall’ignoranza che, come si è visto, coinvolge tutti i livelli economici e sociali.

Ammonta a 10 milioni di euro il finanziamento stanziato per i progetti per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, il cui bando è consultabile sul sito governativo del Dipartimento per le pari opportunità. Supportare attività di sensibilizzazione rispetto a sei aree d’intervento, questo lo scopo dichiarato dell’iniziativa: donne migranti e rifugiate, inserimento lavorativo delle vittime di violenza, supporto alle donne detenute che hanno subito violenza, programmi di trattamento di uomini maltrattati, supporto e protezione delle donne sottoposte anche a violenza “economica” e progetti di sensibilizzazione, prevenzione ed educazione. Vengono elencati per ultimi ma in realtà i progetti di sensibilizzazione, prevenzione ed educazione devono precedere e magari prevenire la violenze e quindi i progetti conseguenti.

Il Dipartimento governativo per le pari opportunità afferma di avere una attenzione particolare verso quei progetti volti a sostenere campagne di comunicazione culturale contro la violenza di genere che include, si immagina, anche la violenza domestica. Dovrebbe includere anche la violenza strutturale. Doveroso a questo punto ricordare che è sempre frutto di un’attività governativa la scandalosa campagna di comunicazione pro fertilità, prontamente ritirata, che ha giustamente scatenato le ire di molti cittadini e cittadine, associazioni, movimenti e attivisti e che rientra a pieno titolo nell’imprigionamento in ruoli che certo non aiuta nel progresso culturale per cui si sta lottando. Errori che sarebbe preferibile non ripetere più, soprattutto nelle istituzioni pubbliche.

Enti pubblici e governativi, istituti scolastici e accademici, organizzazioni e movimenti, associazioni e attivisti anche quando agiscono privatamente hanno il dovere morale di mostrare e dimostrare la parità e l’uguaglianza tra le persone, di evitare ogni forma di violenza, anche come forma di reazione e monitorare il progresso culturale della società.

Personalmente sono stata accusata di lasciarmi fuorviare da idiosincrasie relativamente al giudizio negativo espresso in una recensione, o meglio una stroncatura. Un testo di narrativa, un romanzo indicato come adatto a tutti, venduto in tutte le librerie fisiche e digitali, pubblicato con un grande editore italiano e proposto per un concorso letterario la cui giuria popolare si compone di studenti delle superiori è stato da me additato come misogino per tanti passaggi ed espressioni presenti nel testo, ma soprattutto perché in esso l’apparato genitale maschile veniva indicato come “arma”. Quindi dovremmo tacere dinanzi al fatto che l’organo riproduttivo maschile venga indicato come arma e così proposto agli adolescenti italiani o di qualsiasi altro paese? In virtù del numero di aggressioni e violenze a scopo sessuale che ogni giorno martorizzano il nostro paese e non solo lo trovo assurdo, inutile e pericoloso. Non è la sottoscritta a peccare di idiosincrasia bensì chi ritiene gli organi riproduttivi maschili più “potenti” di quelli delle donne, di chi ritiene il corpo femminile utile solo a divenire vittima della “arma” in possesso dei maschi, di coloro che, in buone sostanza, restano ancorati a un retaggio culturale obsoleto che non può e non deve più essere trasmesso alle nuove generazioni.

È necessario e doveroso affrancare soprattutto i giovani dalla prigionia della divisione rigida dei ruoli, dai pregiudizi e dai retaggi culturali obsoleti e deleteri, e far comprendere loro la reale portata della parità e del rispetto che non si misura nella libertà di denudarsi, di essere provocanti o opportunisti, di usare la violenza o la forza… no, si tratta di avere piena coscienza dei propri diritti e fare di tutto per vederli riconosciuti.


Articolo originale qui

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Siamo umani solo attraverso l’umanità degli altri”, ritratto di Nelson Mandela e pratiche dell’identità

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Chi o cosa determina il concetto di identità del singolo e del gruppo? Le pratiche dell’appartenenza e dell’esclusione sono innate o artificiali?

 

Pubblicato in seconda edizione ad aprile 2017 con Cose d’Africa, Nelson Mandela. Una luce per tutti di Pap Kan ripercorre i punti salienti della singolare vicenda di Madiba. La mobilitazione politica, la prigionia, l’amore e la vita privata nonché quella di pubblico dominio e a tutti nota venuta dopo la scarcerazione. La strenua lotta alla Apartheid affinché “ciascun essere umano avesse il diritto di non essere trattato così com’è accaduto a lui”. Un uomo, Nelson Mandela, con un “principio dominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso”, convinto che nessuno è interamente buono o cattivo ma che in tanti si comportano “come delle bestie” perché in base a questi comportamenti vengono premiati, lodati, fanno carriera o diventano personalità note.

Per Mandela l’Occidente ben rappresenta il bastione delle ambizioni personali:ogni individuo si batte per arrivare primo e sorpassare gli altri. In Africa la nozione di individualismo non è mai penetrata così tanto nel tessuto sociale anche se i secoli di contatto con i colonizzatori prima e i partner politici e commerciali poi ha profondamente modificato le etnie preesistenti.

I Britannici proposero, durante la convenzione nazionale riunitasi a Durban, il principio della superiorità dei bianchi. Il Colour Bar (Codice del Colore, ndr.), che regolava le relazioni interrazziali, stabiliva che “un nero contava poco più di un animale”. Una legge fondiaria del 1913 decretò che i neri non potevano possedere più del 7,8% delle terre sudafricane. La Risoluzione 134 del 1 aprile 1960 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò i massacri e impegnò il governo sudafricano ad abbandonare la sua politica di Apartheid, ma questi “continuò a massacrare i neri”. Ed è in questo clima di tensioni e scontri che matura la personalità di Mandela, la sua intolleranza alle ingiustizie, la sua profetica forza e la determinazione basata sul “verdetto puro e semplice dell’immoralità assoluta dell’Apartheid”.

Nelson Mandela, chiamato rispettosamente Madiba dalla sua gente per rimarcare le sue nobili origini, apparteneva egli infatti al clan del re di Thembu, era convinto che l’umanità che è in ognuno di noi emerga solo attraverso quella degli altri. Il principio dell’empatia, dell’entrare in sintonia con l’altro che in Africa è una religione praticata fin da piccoli mentre in Occidente è semplice materia di studio. Innegabile infatti che il principio fondante della cultura occidentale è la “ossessione classificatrice”, in base alla quale non si riesce proprio a sopportare “né che una sola gente stia in più posti, né che nello stesso posto stiano genti diverse”. La nascita delle nazionalità moderne in Africa, a partire dalla colonizzazione, si deve infatti proprio a questo principio, o meglio a questa ossessione.

La nozione etnografica di confine, ricordata anche da Pier Giorgio Solinas in Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità (La Nuova Italia Scientifica, 1995), prevede due livelli: quello “soggettivo” allorquando ogni gruppo si chiude là dove la sua somiglianza cessa, “dove il potere di uniformità ch’esso detiene nel suo interno cede a poteri d’uniformità altrui”, e l’altro “artificiale” o coloniale posto in essere quando “la fluidità sociale è indomabile”, quando le genti si assomigliano troppo e, soprattutto, si mescolano troppo facilmente e così accade che “qualcuno” interviene a “mettere ordine” stabilendo chi deve assomigliare ad altri e chi deve differenziarsi, “somministra confini e pretende che il discreto interrompa il continuo”.

Dadilahy, anziano Vezo del Madagascar, affermava che “in realtà la gente è solo un’unica gente, ma è il matrimonio che la separa” – “olo raiky avao, fa fanambalia ro mampisarasky”. Tutti sono imparentati fra loro, tutti costituiscono un’unica, vasta famiglia di relazioni. Il matrimonio separa questa unità in quanto crea la “differenza” che deve esistere tra due persone perché possano sposarsi. Parafrasando le parole di Dadilahy si potrebbe affermare che il confine artificiale o coloniale tra i popoli serve per definire ciò che di ogni popolo sarà il destino.

Fin dai primi anni del Novecento, le relazioni tra etnie saranno guidate essenzialmente dall’amministrazione coloniale che crea nuovi rapporti e nuove gerarchie a seconda delle politiche messe in atto. Ogni azione del “potere bianco”, dalla conquista alla gestione corrente, si appoggia su uno o più gruppi in particolare, contro altri gruppi rivali, “o resi tali proprio dall’intervento europeo”, e si ripercuote sulle relazioni interetniche.

Quanto universali fossero i principi su cui Nelson Mandela ha basato la sua lotta ben lo aveva compreso Eric Wolf, antropologo austriaco del secolo scorso, il quale affermava che è necessario abbandonare concettualizzazioni rigide delle singole società e studiare invece i modi di una rete di relazioni che, a partire dal Cinquecento, coinvolge l’intero pianeta. Un uomo con un obiettivo predominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso. E tutto il resto della sua vita è stata “una tattica per raggiungere questo nobile obiettivo”. Mai così sensato come ora che la globalizzazione ha reso tutti più vicini e interdipendenti.

Bibliografia di riferimento

Pap Kan, Nelson Mandela. Una luce per tutti, Teramo, Cose d’Africa Edizioni, 2017.

Pier Giorgio Solinas (a cura di), Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1995.

Biografia Autori

Pap Kan: è scrittore, musicista e compositore senegalese. Autore di numerosi libri e studioso della cultura africana.

Pier Giorgio Solinas: Antropologo ed etnologo italiano. Insegna all’Università di Siena. Ha diretto il programma di ricerca nazionale sulla Dipendenza. Si è dedicato anche allo studio dei linguaggi genealogici, dei sistemi di classificazione bio-molecolare nella parentela.

Nel saggio Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità da lui curato sono presenti contributi di: Rita Astuti, Simonetta Grilli, Berardino Palumbo, Fabio Viti.


Disclosure: Fonte vignetta satirica sul colonialismo in Africa dizionaripiu.zanichelli.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

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È ora di dire basta alla «antimafia della retorica e delle cerimonie». Non è sufficiente scandalizzarsi, indignarsi e commuoversi, «occorre muoversi». La mentalità mafiosa «conquista molte menti. Ma spesso non lo si confessa neppure a noi stessi». È presente in ognuno, ed è «quella parte della coscienza di ciascuno che è tentata di imboccare una scorciatoia, accettare una lusinga facile, un compromesso, una raccomandazione o un lavoro in nero». La forma mentis del “mi conviene” che ha consentito alle organizzazioni mafiose di estendersi oltre le loro zone di origine, fino a quelle località ritenute estranee a tutto ciò che invece è penetrato nel loro substrato modificando intere economie e società. Anche se in tanti ancora lo negano.

Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari, uscito in prima edizione a settembre 2017 con Rizzoli, è il libro che racconta «le inchieste di un ragazzo che svelano i segreti della ‘ndrangheta al Nord» e quelli dei «professionisti plurilaureati, poliziotti, medici, figure istituzionali, giornalisti, preti, impiegati, imprenditori, uomini d’affari, commercialisti, amministratori pubblici» che della criminalità organizzata si servono per soddisfare la loro bramosia di successo, potere e denaro. Perché, è inutile negarlo, «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Come sottolinea il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ha curato la prefazione al libro di Minari.

Per contrastare la criminalità organizzata, che sia Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta o altro ancora, è necessario «diminuire la domanda di mafia». Gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti, prostituzione, prodotti contraffatti o sottocosto, «sono tutti mercati in crescita che alimentano una mafia del capitale». Al pari dei «molti imprenditori del Nord» che ogni giorno richiedono «i servizi delle mafie»: smaltimento rifiuti, false fatturazioni, manodopera sottocosto, recupero crediti, «aggiudicazione degli appalti pubblici, soldi freschi per prestiti facilitati»… Per contrastare la criminalità organizzata bisogna innanzitutto scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da «ciascuno di noi, senza delegare gli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori». Perché di certo «non diventeremo onesti per decreto legge».

Il libro di Elia Minari, al pari delle inchieste da lui portate avanti con l’ausilio della “squadra” dell’associazione Cortocircuito da lui stesso fondata, è «una beffa per chi ritiene che ciò che può fare ogni singolo cittadino non conti nulla e per chi si adagia in una comoda rassegnazione», come evidenzia Marco Imperato, magistrato, curatore della postfazione a Guardare la mafia negli occhi. Parole forti, potenti e necessarie perché, per quanto sia lodevole, l’operato di Minari non deve essere descritto come “eroico”. Elia Minari non deve diventare un “eroe” non perché non lo meriti, semplicemente il suo esempio deve essere un monito per altre coscienze, un input per il cambiamento civico di ognuno, e non un mezzo per lavarsi la coscienza pensando che tanto ci sono altri designati a cambiare e migliorare la società.

Ciò naturalmente non significa che non debba essere riconosciuta la scelta coraggiosa di Elia Minari e dei suoi colleghi di Cortocircuito. Tutt’altro. Diviene sempre più necessario e importante fare fronte comune contro «le campagne mediatiche che assicurano visibilità ai mafiosi» e, al contempo, ostacolare «la macchina del fango che è pronta a colpire chi denuncia la criminalità organizzata del Nord-Italia» e non solo, purtroppo. Le persone, i cittadini preferiscono fingere di non vedere ciò che accade intorno a loro, anche perché «non sempre si tratta di comportamenti sanzionabili dal punto di vista penale. Per questo motivo sono atteggiamenti ancora più insidiosi», tuttavia non si può davvero credere che la mafia al Nord, come al Centro, non esiste solo perché non si incontrano per strada soggetti che imbracciano la lupara o indossano un gessato. Questo neanche al Sud lo vedi più ormai. Rimanere ancorati a vecchi stereotipi e luoghi comuni è semplicemente un modo per giustificare il diniego del radicamento, palese e conclamato, della criminalità organizzata in tutto il territorio nazionale e anche oltre.

 

Elia Minari negli anni ha accumulato conoscenza ed esperienza eppure il suo approccio al problema che cerca di analizzare e contrastare è rimasto genuino, semplice, come il modo stesso di raccontarlo. Una chiarezza e una semplicità che è propria di chi dice, unicamente, la verità. Se un “semplice” liceale spulciando su internet, in cerca di informazioni per scrivere il suo articolo per il giornalino della scuola, trova dati e nomi che legano imprenditori locali e malavita, da documenti pubblici accessibili online su siti di istituzioni e Prefettura, viene da chiedersi come mai a nessun “professionista” del settore, locale e non, sia mai venuto in mente di farlo. O peggio, se lo ha fatto perché poi quelle informazioni non sono state diffuse.

Notizie che andrebbero diffuse e che invece passano in sordina. «Quasi nessun telegiornale nazionale ne parla» del «maxi-processo» che si sta svolgendo dal 2016 «nell’aula bunker al centro della Pianura Padana», costruita apposta «nel vasto cortile del tribunale di Reggio Emilia».

Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, «non è più un’esclusiva di politici e vip: anche i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico». Chi sono i giornalisti che rispondono al loro appello? Perché lo fanno? Perché scelgono di riportare “fedelmente” la loro versione dei fatti? Diventiamo così «vittime inconsapevoli di un depistaggio culturale», frutto della “campagna mediatica” dei clan. Secondo i magistrati, in alcune aree del Nord Italia, c’è stato un «condizionamento dei cittadini e delle loro menti». Parole che pesano, «parole di piombo».

Se il sindaco di Brescello, il paesino noto per i film di Don Camillo e Peppone, afferma pubblicamente che «i cittadini devono avere la possibilità di leggere al bar la Gazzetta dello Sport senza essere disturbati da un giornalista che fa domande sulla mafie» è evidente che il condizionamento mediatico non avviene solo da parte dei mafiosi dichiarati e se i cittadini appoggiano le sue dichiarazioni diventa palese il grande problema civico e sociale cui non si può assolutamente assistere inermi. Tutto ciò è quantomeno sbalorditivo. Come se il vero diritto per i cittadini fosse leggere le notizie sportive e non vivere nella legalità.

Elia Minari in Guardare la mafia negli occhi riporta una interessante descrizione di fatti, dati e testimonianze della situazione reale di vaste aree indicate come lontane ed estranee alla realtà malavitosa del Sud Italia ma che poi tali non sono. Un resoconto altrettanto interessante delle scelte e dei progetti portati avanti da politici e amministratori locali diventati in seguito “nazionali”. Chiamati quindi a governare l’intero Paese dopo aver compiuto determinate scelte in ambito locale.

Quando preti, amministratori locali e cittadini lamentano il “calo d’immagine” del territorio e il “danno al turismo” come conseguenza delle inchieste, delle denunce e dei processi contro il malaffare comprovato allora davvero non si può negare la presenza mafiosa ma neanche l’esistenza di una propaganda mediatica e sociale che ha come «obiettivo principale screditare gli organi dello Stato», in secondo luogo «creare le condizioni per un atteggiamento più morbido nei confronti di questi “giovani imprenditori edili”» che amano definirsi «vittime delle leggi».

Invita il resoconto di Elia Minari alla riflessione sulla provincia italiana, quella distante dai grandi agglomerati urbani, dove non si trova nulla di ciò che c’è nelle grandi città compreso un presidio delle forze dell’ordine. Ed è proprio qui, nella “tranquilla” provincia che la mafia insinua il suo potere tentacolare presentandosi come “degno” sostituto di uno Stato quantomeno distante quando non proprio assente. Molto educativa anche la storia del nonno di Elia, Lino Minari. L’unica vera “favola” che meriterebbe di essere raccontata a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne… di qualunque età. Per contrastare la criminalità mafiosa «non è necessaria la scorta, è sufficiente essere cittadini» e maturare un grande senso civico e civile.

Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Rizzoli e l’Associazione Cortocircuito per l’interesse, il materiale e la disponibilità

Disclosure: Fonte tema libro, biografia autore, info sul testo www.rizzoli.eu

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Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione” (Nuovi Mondi Edizioni, 2009). Intervista a Petra Reski

Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l’Italia (Rizzoli, 2016). Intervista a Daniele Autieri


© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Centro Italia, ferma ricostruzione e consegna moduli abitativi: il report di OsservatorioSisma denuncia i gravissimi ritardi

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Alla vigilia del secondo inverno dopo il sisma che ha colpito, lo scorso anno, una vasta area del Centro Italia che abbraccia ben quattro regioni (Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio), Legambiente e Fillea-Cgil presentano i dati dell’Osservatorio per la ricostruzione di qualità. Solo una scuola è stata realizzata sulle 108 da ricostruire previste da due piani straordinari approvati dal Commissario straordinario per la ricostruzione. Un’altra è in costruzione. Su 3570 casette richieste complessivamente nelle quattro regioni interessate, 995 risultano quelle consegnate.

Il report dell’Osservatorio per la ricostruzione di qualità, promosso da Fillea-Cgil e Legambiente per monitorare la ricostruzione delle aree del Centro Italia, individua «responsabilità lungo tutta la complessa catena di comando, non sempre chiara». Sottolinea, inoltre, che l’esigenza del “fare presto” non deve inficiare la qualità del costruito, e manifesta «forte preoccupazione all’idea che per la riapertura di alcune scuole ci si possa accontentare del miglioramento sismico e non dell’adeguamento nonostante gli ingenti investimenti».

La priorità, in casi come questo, è giusto che sia la volontà di velocizzare l’uscita dallo stato di emergenza, ma ciò non deve in alcun modo precludere il rispetto della legalità. Viene a tal proposito ricordata l’inchiesta della Procura di Napoli sulle aziende impegnate nella sistemazione delle casette.

La normativa stabilisce che sia Invitalia a svolgere le gare di affidamento dei lavori e le ordinanze commissariali hanno deciso che sono 105 le scuole da ripristinare: 18 in base al primo programma straordinario (gennaio 2017) e 87 in base al secondo (luglio 2017). Tre invece sono finanziate dai donatori. Del primo gruppo, è in costruzione solo la scuola primaria Romolo Capranica di Amatrice. Del secondo, è stata realizzata la scuola dell’infanzia Benedetto Costa di Sarnano, grazie ai finanziamenti della Regione Friuli Venezia Giulia.

Il resto delle gare non viene assegnato, nonostante l’ordinanza 35 del 31 luglio abbia modificato le prime due con «l’obiettivo di facilitare la messa a gara». Ci si chiede, a questo punto, se sia «lecito domandarsi per quale motivo, a fronte di quasi 900 aziende che inizialmente (l’elenco è aggiornato al 31 maggio) hanno espresso interesse alla realizzazione dei 18 edifici scolastici, soltanto la realizzazione di uno sia stata aggiudicata». Il 4 agosto 2017 Invitalia pubblica un secondo “avviso esplorativo” per la costruzione delle 18 scuole. L’elenco di esecutori interessati alla ricostruzione degli edifici scolastici «giunge così a 1119 aziende». Ma, a quasi tre mesi «da questo secondo avviso ancora nessuna gara è stata aggiudicata».

L‘ordinanza 33 dell’11 luglio 2017 approva invece il secondo programma straordinario per la riapertura delle scuole nei territori delle regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, e prevede la costruzione di 87 scuole, con uno stanziamento complessivo di 231.038.692. In questo caso, i committenti sono i Comuni e le Province. Incaricata a svolgere le gare d’appalto «su indicazione degli Enti preposti» è sempre Invitalia. «Ad oggi, su tali opere Invitalia non ha pubblicato alcun bando». Il report dell’Osservatorio per una ricostruzione di qualità è datato ottobre 2017.

La richiesta complessiva delle Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE) è di 3570 (205 in Abruzzo, 775 nel Lazio, 1824 nelle Marche e 766 in Umbria), da 43 su 140 comuni danneggiati dal sisma. «Al 17 ottobre 2017 ne sono state consegnate 995, pari al 27.87% del totale richiesto».

Spettano alla Protezione Civile l’acquisto, le opere di urbanizzazione, l’installazione e la consegna delle casette richieste, sotto il cui coordinamento i Comuni «sono stati delegati a quantificare il fabbisogno delle casette, individuare le aree per la loro installazione e quelle per la sistemazione delle strutture pubbliche». La Protezione Civile ha «inoltre assegnato alle quattro Regioni coinvolte il compito di provvedere all’urbanizzazione delle aree preposte a ospitare le casette».

Va detto, a onor del vero, e i promotori del report lo fanno, che vi sono anche cause oggettive che giustificano «in parte i ritardi e le differenze». Il susseguirsi degli eventi sismici (24 agosto, 26 e 30 ottobre, 18 gennaio) che a più riprese ha allargato l’area del cratere, allungato i tempi per la verifica dei danni sugli immobili, ha fatto aumentare progressivamente le persone rimaste senza casa. Va aggiunta poi la difficoltà a individuare aree idonee a causa «della presenza di vincoli, a partire da quello idrogeologico, nel territorio dell’Appennino». Ecco allora che «una pianificazione preventiva che individui nelle aree a rischio le aree preposte a ospitare gli sfollati in casi di emergenza avrebbe potuto accelerare di molto i tempi» e avrebbe anche prodotto «un minore impatto paesaggistico e ambientale».

Un altro aspetto su cui il report si sofferma a lungo è la prevenzione dello sfruttamento del lavoro e il mantenimento della legalità. Come dimostra, ad esempio, l’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli di inizio ottobre «sulle varie aziende totalmente fittizie che occupavano lavoratori in nero in Umbria, tra l’altro privi delle più elementari dotazioni antinfortunistiche» adibiti sia all’allestimento delle aree per le SAE sia al montaggio delle stesse. Le verifiche effettuate sul campo dagli operatori del Sindacato «hanno registrato, in tutte e quattro le Regioni interessate, la presenza di lavoratori completamente sconosciuti alle Casse edili» o denunciati «con un monte ore di lavoro di molto inferiore a quello effettivamente svolto».

La normativa prevista per la fase della Ricostruzione è molto vincolante dal punto di vista del controllo della trasparenza e della legalità. Prevede infatti un’anagrafe delle aziende tenuta dalla Struttura di Missione antimafia creata apposta per gestire la fase successiva agli eventi sismici del 2017. Ma così non è per la fase di emergenza, come per la costruzione delle SAE, fasi «in cui non vengono messi in atto alcuni procedimenti preventivi essenziali». Viene consigliato a tutti i soggetti attuatori, quelli che affidano i lavori, l’adozione del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva per congruità). Illusorio pensare di fare presto saltando alcuni passaggi, «utilizzando l’alibi dell’emergenza». In virtù della «esperienza italiana sulla realizzazione delle opere pubbliche», il vero rischio è che, così facendo, si assista al «blocco dei cantieri a seguito dell’intervento della magistratura».

La filosofia seguita e suggerita nel report di Osservatorio Sisma è “si può fare presto e bene”. Affinché il vedere «i tetti delle casette di Accumoli divelti dalle raffiche di vento» non diventi una consuetudine.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

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Il libreria da ottobre 2017 con Morellini Editore, Piano americano di Antonio Paolacci è il romanzo che l’autore “non voleva scrivere” ma che i lettori invece vogliono di sicuro leggere.

 

Una trama che si tesse intorno a uno degli eventi più importanti della vita di un uomo e di una donna e si intreccia con tutti i sentimenti che l’autore sceglie di mettere nero su bianco o che finge di confidare ai suoi lettori. La nascita di un figlio è un evento che cambia la vita dei genitori già nove mesi prima la venuta al mondo e il protagonista del libro, una volta realizzato, sembra smarrire tutti i suoi precedenti punti di riferimento.

Piano americano si presenta al lettore come uno spettacolo teatrale, una irriverente “messa in scena” della vita dello scrittore Antonio Paolacci, protagonista del libro, il quale è al contempo attore, comparsa, pubblico e regista della rappresentazione per antonomasia delle “maschere”. Il grande drammaturgo Luigi Pirandello ha ricordato nelle sue opere la presenza delle “maschere” che tutti e ognuno indossano ogni giorno ma l’autore per meglio chiarire il concetto chiama in causa il noto sociologo Erving Goffman che, in La vita quotidiana come rappresentazione (Il Mulino, 1969), ne dà un’eccellente interpretazione e spiegazione.

Tra il serio e il faceto, tra il reale e il surreale… Paolacci in Piano americano dà libero sfogo a tutti i sentimenti repressi di coloro che, con impegno e fatica, scelgono di “donare” le loro creazioni al mondo intero sotto forma di opere di narrativa o componimenti in versi e vengono ripagati con scarso interesse e ancor meno moneta sonante. L’autore volutamente sembra estremizzare la situazione che, comunque, nella realtà non è poi tanto dissimile da quella descritta e analizzata dal protagonista del libro.

«Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile.»

Lo stile narrativo di Paolacci sembra un vestito di sartoria che scivola dolcemente ma con precisione estrema sulle curve del corpo che avvolge. E così che la scrittura si modella intorno alle emozioni, alle sensazioni, ai sentimenti che vuol descrivere al punto da creare o stroncare, con volontà, pathos in chi legge. Un libro interessante Piano americano che, se pur Antonio Paolacci non voleva scrivere, il lettore ha di certo piacere a leggere.

Antonio Paolacci: Nato nel basso Cilento, vive a Genova. È scrittore e editor. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È l’ideatore di Progetto Santiago, il primo progetto editoriale italiano gestito interamente da scrittori, artisti e professionisti indipendenti.

Source: Si ringrazia l?ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale.

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