Quando l’intreccio di un libro è quello di vite vere. “Il bambino del treno” di Paolo Casadio (Piemme, 2018)

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Uscito in prima edizione con la casa editrice Piemme il 23 gennaio 2018, a ridosso della Giornata della Memoria, Il bambino del treno di Paolo Casadio non è un libro sui peccati o sulle colpe bensì un resoconto sui fatti, sulle testimonianze, sui ricordi che devono anche essere un monito. Non è un libro, l’ennesimo, sulla deportazione degli ebrei ma un’opera letteraria sull’umanità e anche, purtroppo, sulla sovente disumanità degli stessi umani.

Il casellante Giovanni Tini è tra i vincitori del concorso da capostazione, dopo essersi finalmente iscritto al PNF. Un’adesione tardiva, provocata più dal desiderio di migliorare lo stipendio che di condividere ideali. Ma l’avanzamento ottenuto ha il sapore della beffa, come l’uomo comprende nell’istante in cui giunge alla stazione di Fornello, nel giugno 1935, insieme alla moglie incinta e a un cane d’incerta razza; perché attorno ai binari e all’edificio che sarà biglietteria e casa non c’è nulla. Mulattiere, montagne, torrenti, castagneti e rari edifici di arenaria sperduti in quella valle appenninica: questo è ciò che il destino ha in serbo per lui. Tre mesi più tardi, in quella stessa stazione, nasce Romeo, l’unico figlio di Giovanni e Lucia, e quel luogo che ai coniugi Tini pareva così sperduto e solitario si riempie di vita. Romeo cresce così, gli orari scanditi dai radi passaggi dei convogli, i ritmi immutabili delle stagioni, i giochi con il cane Pipito, l’antica lentezza di un paese che il mondo e le nuove leggi che lo governano sembrano aver dimenticato. Una sera del dicembre 1943, però, tutto cambia, e la vita che Giovanni, Lucia e Romeo hanno conosciuto e amato viene spazzata via. Quando un convoglio diverso dagli altri cancella l’isolamento. Trasporta uomini, donne, bambini, ed è diretto in Germania. Per Giovanni è lo scontro con le scelte che ha fatto, forse con troppa leggerezza, le cui conseguenze non ha mai voluto guardare da vicino. Per Romeo è l’incontro con una realtà di cui non è in grado di concepire l’esistenza. Per entrambi, quell’unico treno tra i molti che hanno visto passare segnerà un punto di non ritorno.

La scrittura di Casadio è molto poetica, melodiosa, risuona in chi legge anche a voce bassa e ricorda quasi una lieve musica di sottofondo alle scene di vita di Giovannino, di sua moglie Lucia e del loro bambino Romeo.
Una scrittura che riesce a strappare anche qualche sorriso al lettore. Come per l’apprendimento vorace del piccolo Romeo dalle pagine del «Carlino», che riportano enfaticamente quanto sta accadendo in Europa alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Un bambino alla soglia dell’età scolare che si rivolge così al padre e agli altri commensali: «stasera sgavazziamo. Mangiamo la carcassa del coniglio che ci fa orgasmo».
Uno stile melodioso quindi ma che a tratti appare proprio canzonatorio. Come quando sembra voler farsi burla degli stessi pensieri di Giovannino, il quale tenta di nascondere finanche a se stesso i reali motivi che lo hanno spinto ad accettare quel trasferimento che suona troppo come un esilio, un avanzamento di carriera che sembra quasi una punizione per il ritardo all’adesione al partito. Una punizione che può rappresentare la salvezza, dal medesimo partito. Ma poi bisogna fare i conti con il destino…

«E il capostazione ebbe la percezione nuova che la valle del Muccione stesse divenendo una specie d’ospizio per sconfitti, un luogo separato dal mondo dove si condensavano i relitti umani, e il pensiero gli regalò attimi d’autentica, inattesa commozione.»

In chi legge si forma l’immagine di un microcosmo ricreato da Giovannino dove i “relitti umani” in realtà sono coloro che si sentono ‘diversi dentro’ come lui stesso del resto, come sua moglie, anche se non se lo sono mai detto, e come il loro bambino. Un po’ consapevolmente e un po’ no ha accettato questo esilio volontario lontano dai centri del regime nella speranza di esserne appunto quanto più isolato possibile. Una lontananza che si evidenzia anche nello scarso interesse mostrato verso i diplomi, le medaglie, i riconoscimenti, i premi e ogni genere di cose intraprese dal regime per lodare e premiare i cittadini che si fossero distinti, ma in realtà poste in essere per alimentare il forte attaccamento alla patria, al senso del dovere e alle regole, necessario per avere una sudditanza omologata alla perfezione.
E mette una gran tristezza notare l’impiego ripetuto di questi “contentini” anche da parte di quei governi e quelle istituzioni che si professano altro, nate proprio come antitetiche al fascismo e ai regimi dittatoriali in generale.

«I privilegi fanno le differenze, e le differenze costruiscono le distanze.»

Casadio ripropone ne Il ragazzo del treno anche l’immagine ormai lontana di tanti italiani che «s’imbarcavano per l’impero», ovvero cercavano sollievo alle sofferenze, agli stenti e alla fame chiedendo di poter lasciare la patria in cambio di un appezzamento e una nuova vita in Etiopia. Ecco forse la vera colonizzazione italiana. Ed ecco ancora come la Storia ritorna e si ripete nelle tante famiglie africane, anche etiopi, che compiono il viaggio inverso ma motivate dalle medesime ragioni.

Il libro di Paolo Casadio non è un testo proclama contro il fascismo, è il racconto di vita delle persone che subiscono, loro malgrado, le ripercussioni dei regimi dittatoriali, che lasciano poco o per nulla spazio alla libertà, che ognuno dovrebbe avere, di scegliere.
Ed è così che la storia di Giovannino, Lucia e Romeo potrebbe essere quello che è, ovvero il racconto di una famiglia italiana che tardivamente ha aderito al partito, oppure altro. La narrazione delle vicende di una qualsiasi famiglia in una qualunque località del mondo, vittima innocente e passiva di scelte non proprie, di decisioni insindacabili, di politiche inamovibili, di una società nella quale il bisogno (di nutrirsi, di dare sostentamento alla propria famiglia, …) “costringe” al compromesso e alla rinuncia dei propri ideali. All’annientamento della persona in favore della crescita del popolo, all’interno del quale non c’è spazio per l’estro e per il diverso, additati seduta stante come una minaccia. Perché il diverso può creare un diversivo, rompere l’equilibrio e mostrare a tutti un qualcosa che invece deve essere occultato. La crescita nella diversità. Il progresso e l’evoluzione nella cultura e nella conoscenza.

«Divieto di vivere, ecco il fine, l’obiettivo» dei prevaricatori e i genitori, a qualunque parte o fazione appartengano, si ritrovano tutti a compiere i medesimi gesti protettivi rivolti ai propri figli, nel momento in cui per loro si teme. Ed è proprio in questi gesti, come in quelli privi di pregiudizio dei bambini, che bisognerebbe cercare il seme dell’uguaglianza e farlo germogliare ovunque e per chiunque.
Riesce Casadio, ne Il bambino del treno, a far trapelare profonde riflessioni come questa senza il bisogno di manifestarle apertamente. Sono i piccoli gesti, egregiamente riprodotti dalla scrittura, a parlare per loro.

Si ha quasi l’impressione, leggendo il romanzo di Casadio, di avere tra le mani o davanti agli occhi un libro d’altri tempi, un racconto nel quale la storia e i suoi protagonisti viaggiano a rallentatore, o meglio a un ritmo più lento di quello che la frenesia odierna impone. Un tempo in cui un semplice gesto, anche solo uno sguardo era importante. E diventava una svolta oppure un ricordo.

Il bambino del treno di Paolo Casadio è un libro che fa commuovere il lettore. Dopo avergli strappato diversi sorrisi lo aspetta al varco con un finale che umanamente non può lasciare indifferenti. Ma ciò che maggiormente colpisce è il senso stesso del libro, che in parte traspare nel testo e per il resto è ben spiegato dallo stesso autore nella nota conclusiva che precede i ringraziamenti. E non è affatto scontato. E questo forse è il motivo per cui il libro non può che essere “giudicato” positivamente anche da chi magari si era intestardito nel volerlo per forza considerare l’ennesimo racconto sui deportati ebrei ad Auschwitz. C’è anche questo nel romanzo di Casadio ma unitamente a molto altro ancora.

È un intreccio, questo forse il termine più adatto a riassumere l’essenza del libro. Un intreccio di vite, di esistenze, di ricordi… di destini. Un libro da leggere, valido e necessario.

Paolo Casadio: Nato a Ravenna nel 1955, s’interessa da anni alla lingua, ai racconti e alla storia della sua terra. Esordisce come coautore con il romanzo Alan Sagrot (Il Maestrale, 2012). La quarta estate, pubblicata da Piemme, ambientato a Marina di Ravenna nel 1943, il suo primo romanzo come autore singolo, ha riscosso grande successo di critica ed è stato insignito di numerosi premi: premio “Ravenna e le sue pagine 2015”, premio “Il Delfino – Marina di Pisa 2015”, premio letterario internazionale “Montefiore 2015”, premio speciale opera prima “Cinque Terre-Golfo dei Poeti 2016”, premio della giuria al concorso internazionale “Città di Pontremoli 2016”, premio speciale “Cattolica 2016”, premio letterario “Massarosa” per opera prima, Contropremio “Carver” 2017, Premio “Francesco Serantini” 2017.


Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Copyright prima immagine: URBEX – La stazione di Fornello; seconda immagine: EVENTBRITE – PhotoWalk alla scoperta della vecchia miniera di Fornello.


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto” di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017)

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Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile».

Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.

Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.

Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.

Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile.

Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 


 

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“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017)

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Denunciare i danni del lavoro precario, in una società strutturata secondo la regola che il valore di ogni cosa è commisurato al suo costo, è assolutamente doveroso e bene ha fatto l’autrice a sottolineare che non si deve in alcun modo «soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce». Bisogna smetterla di enumerare i suicidi per precariato o fallimento come un elenco di casi individuali. È necessario urlare e mobilitarsi contro le classi dirigenti e politiche che promettono, illudono, arraffano e affamano. Ribellarsi alla cultura mafiosa e omertosa che nel lavoro prolifera più che altrove. Inchiodare alle proprie responsabilità generazioni intere di italiani che hanno preferito il compromesso, turandosi il naso prima al seggio elettorale e poi accettando leggi e provvedimenti che hanno generato condizioni di lavoro da vero e proprio sfruttamento.

Pubblicato con la casa editrice Laterza, Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana è un testo molto ben scritto e articolato che analizza vari aspetti del fenomeno e da varie angolazioni, senza mai perdere di vista l’obiettivo, ovvero il racconto e la denuncia. Punti di partenza fondamentali affinché si metta in essere la “rivoluzione” del cambiamento, quello voluto dal popolo e non da esso subito.

È vero quanto dice l’autrice, che l’unità di classe della popolazione è stata costantemente attaccata proprio allo scopo di fare breccia e dividere. Ma lo è anche il fatto che ciò è stato possibile perché glielo si è lasciato fare. Andrebbe comunque ridimensionato l’aspetto di socializzazione del lavoro, e anche della scuola. Si può e si deve avere una vita anche fuori da questi luoghi che hanno, o dovrebbero avere, come scopo principale lo svolgimento della propria attività professionale e di formazione. L’essere umano è molto altro, il lavoro è solo una parte, una necessità generata dal bisogno di possedere un reddito, una retribuzione. Ottimo quando la Fana ricorda che dovrebbero lavorare tutti e di meno. È esattamente ciò che serve. Basta straordinari non pagati o sottopagati, basta collaborati “volontari” … lavorare tutti e meno.


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Doveroso aprire una parentesi sul reale ruolo svolto dai sindacati, più volte citati dall’autrice, nati per essere e farsi portavoce delle richieste dei lavoratori e garanti dei loro diritti e diventati, con il tempo e con i pubblici finanziamenti, sempre più dei semplici delegati, valvola di sfogo, mediatori, pacificatori tra le parti, zona cuscinetto tra l’avidità della ricchezza e lo sfruttamento della forza lavoro.


«Una triste storia di sfruttamento che ha coinvolto circa 18.500 lavoratori e che vede la firma dei tre maggiori sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil.»


Un esempio tra i tanti, troppi che si potrebbero elencare, il reclutamento di giovani sponsorizzato con lo slogan a effetto “Essere volontario in Expo Milano 2015”.

Un libro interessante, necessario, doveroso Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana, pubblicato nell’epoca che si definisce della digitalizzazione, e si ritiene evoluta rispetto a quelle oramai “arcaiche” industriale, agricola, capitalista. Una società che però sembra mantenere intatte moltissime forme e logiche di sfruttamento usate anche in passato. Solo che viene dato loro un nome diverso, preferibilmente preso in prestito dalla terminologia inglese. Così tutto diventa più cool, glam, fashion, trendy… Appunto. E così la precarizzazione del lavoro diventa jobs act, il lavoro a chiamata diventa voucher, il lavoro a cottimo diviene free lance. Ma la sostanza resta immutata, o peggiora. Purtroppo. E quando si ha necessità ulteriore di “ottimizzare” i costi per il personale entra in gioco la vera essenza dell’alternanza scuola-lavoro.

Straordinaria la lettera indirizzata al ministro Poletti, apparsa sul portale online dell’Espresso il 20 dicembre 2016 e riproposta anche nel testo, dettata forse, più che dal sentimento o dall’impulsività, dal tentativo di arginare con l’azione i conati di vomito che si riaffacciano a ogni decreto, legge o dichiarazione pubblica, ufficiale o ufficiosa, che corrisponde, in realtà, alla manifestazione di un potere immeritato, immotivato e malgestito da parte di intere classi politiche e dirigenti.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa degli Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


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Il volto inedito e gli amori impossibili degli ‘ospitalieri’ di Malta ne “La carezza del cavaliere” di Paolo Gambi

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Seconda prova narrativa per l’eclettico e spumeggiante Paolo Gambi. La carezza del cavaliere, un romance storico auto-prodotto, racconta al lettore le vicende e le vicissitudini di un nobile cavaliere sempre in bilico tra la vita reale e quella impostagli dall’Ordine. Un muro, neanche troppo invisibile, che separa i due mondi come il grande portone in legno divide e isola la sua lussuosa e silenziosa dimora dal circo frenetico della capitale appena fuori di esso. Un miscuglio di emozioni e sensazioni, esperienze e rimorsi che hanno contribuito a delineare i contorni di un’amara esistenza vista oramai dallo stesso Bertrando come «un enorme peccato. Un lunghissimo peccato d’omissione».

Rispettare tutte le regole imposte dall’Ordine e dal rango hanno costretto il protagonista a una vera e propria “omissione di vita” che lui stesso rimette al suo confessore-confidente in un momento, della sua lunga esistenza, in cui inizia a prevalere il senso di inquietudine e insofferenza per le briglie che lo hanno frenato, nella vita come nell’amore.

L’autore porta i suoi lettori, o meglio la loro fantasia, dentro i palazzi più antichi e aristocratici della capitale. Un mondo ai più sconosciuto, fatto di cerimoniali, pompa magna, etichetta e dressage, titoli nobiliari e un grande grandissimo vuoto… esistenziale, determinato perlopiù dall’essere ‘costretti’ a vivere una vita dentro una bolla che, per quanto dorata e luccicante possa essere, facilmente tende a diventare una prigione e una condanna.

Lo stile narrativo di Gambi è lento, modellato quasi a seguire il passo del venerando protagonista. Analitico e descrittivo ma mai eccessivamente pomposo o stucchevole. Spiccano le stoccate ironiche e satiriche che alleggeriscono di molto la lettura del testo e strappano ripetuti sorrisi in chi legge.

La carezza del cavaliere ricorda, per certi versi, una ‘crociata‘ contro le ipocrisie, una battaglia che troppo spesso assume i contorni semiseri di un’avventura donchisciottesca. Una vita di rinunce e regole per distinguersi da chi in fondo è molto più simile di quanto si pensi, in un mondo dove l’ossessione del distinguersi diventa, alla fin fine, omologazione allo stato puro.


«matrone romane a passeggio per dimenticare la propria infanzia a Frascati; squali dei palazzi con sguardi affilati dalla coscienza delle proprie malefatte, ma ammantati di perfette giacche e cravatte. Il tutto sotto lo sguardo attento della Malavita che governa la città»


Un libro, La carezza del cavaliere di Paolo Gambi, che si rivela, fin dalle prime pagine, una lettura interessante a, al contempo, leggera e divertente.


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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La Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla. “Manuale distruzione” di Roberto Corradi (Sperling&Kupfer, 2016)

Quanto ha inciso l’essere imbecille nell’evoluzione umana? “L’imbecillità è una cosa seria” di Maurizio Ferraris (Il Mulino, 2016) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Un viaggio nella Letteratura tra miti e leggende in “Morfisa o l’acqua che dorme” di Antonella Cilento (Mondadori, 2018)

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Fresco di stampa per Mondadori il nuovo romanzo di Antonella Cilento, Morfisa o l’acqua che dorme, si apre al lettore con tre intense citazioni d’autore. Lente e profonde, come il testo stesso della Cilento.

Uno stile narrativo, quello dell’autrice, molto più vicino, per indole e carattere, agli scrittori citati (Montero, Tomasi di Lampedusa, Croce) che agli scrittori, o meglio ai narratori di oggi.

Leggere le storie della Cilento è un’immersione, ogni volta sempre più intensa, nella Letteratura con l’iniziale maiuscola. Quell’universo che ha appassionato tanti lettori e tanti critici, di ogni epoca ed età. Libri che sono mondi da esplorare. Personaggi che sono guide, esempi, eroine ed eroi, paria e rinnegati… ma sempre e comunque interessanti. Illuminanti. Personaggi che sono, anche, animali bizzarri, strambi, nani e gobbi e popolano tutti la città senza tempo dove l’autrice è nata e lavora.

Una città, Napoli, nella quale sacro e profano si mescolano da sempre in un fluido inscindibile che travolge mito e realtà e rende unica la città, i suoi abitanti e la loro storia.

Tra miti e mitologia, personaggi strambi e animali bizzarri, vicende del presente e del passato trovano spazio, nel testo della Cilento, anche scene che rimandano al teatro popolare che ha contribuito a creare la storia e la cultura della città partenopea. Sceneggiate come quella di Nennella che rifiuta di sposare l’uomo per lei scelto dal padre. Un “buon partito” che lei rinnega perché nzevuso. Ma Egidio, accecato dai denari del promesso sposo questa puzza proprio non la sente, fiutando solo il profumo di un matrimonio che sarebbe l’unione di sua figlia con «una miniera d’oro». Scene che rimandano al teatro di Scarpetta e De Filippo, un genere tanto popolare quanto amato, nel suo amaro realismo.

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Una vera e propria magia che scaturisce dall’incontro e dalla fusione degli opposti, il serio e il faceto, il sacro e il profano, il mare e la montagna vulcano di nome Vesuvio che guarda tutti e sembra minacciarli col suo sguardo di fuoco. Uno sguardo immutato nei secoli. Un legame che ha reso immortale questa cultura. La medesima dalla quale la Cilento attinge con bramosia informazioni e spunti di riflessione. In questo testo preferendo il periodo, come lei stessa sottolinea, di una Napoli senza dominatoriné conquistatori. Il Ducato, noto ai più come bizantino ma «di fatto indipendente». Una scelta che la Cilento motiva come un sogno di lunga data ma che per realizzarsi necessitava forse di tutto il tempo intercorso. Tempo che l’autrice ha impiegato a documentarsi e istruirsi. E si ritrova tutta la sua meticolosa ricerca nel testo, nelle descrizioni, nelle narrazioni.

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Non è mai facile, e forse neanche necessario, inquadrare le storie e la scrittura della Cilento. Del resto, per sua stessa ammissione, non hanno mai un rigido percorso prestabilito. Si plasmano a seconda delle notizie, delle informazioni, delle esperienze, delle conoscenze che l’autrice assorbe e studia, modellando poi, pagina dopo pagina, intreccio, personaggi e stile narrativo. Il tutto tenuto assieme forse più che dal narrato, proprio dal linguaggio che sale e scende a seconda dei personaggi e delle scene, come il cavo d’acciaio che segue e al contempo trattiene trapezisti e acrobati.

 

Un libro che entusiasma il lettore sia quando il linguaggio è aulico sia quando ricorda la vulgata dei vichi e dei vasci. Un testo, Morfisa o l’acqua che dorme che certo non può essere inteso come romanzo commerciale e che forse proprio per questo è meritevole di una larghissima diffusione.


Per la prima foto, copyright: Théo Roland.


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La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi?

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Mark Zuckerberg, ideatore e ceo del social network Facebook, il 12 gennaio 2018 scrive, sulla sua pagina social, un post che ha scatenato una grande eco mediatica. Il succo del suo comunicato riguarda l’imminente e progressivo cambiamento dell’algoritmo che gestisce la condivisione dei post e dei video perché, a suo dire, Facebook sta deragliando da quello che era lo scopo originario per cui lui stesso l’ha inventato.

Facebook sarebbe quindi stato ‘costruito’ per aiutare le persone a rimanere in contatto e avvicinarsi a quelle ritenute importanti, affettivamente parlando. Per questo motivo famigliari e amici devono restare il fulcro del mondo social racchiuso nell’universo del libro delle facce. La esplosione di contenuti pubblici starebbe quindi rompendo l’asse dell’equilibrio, allontanandosi dallo scopo principale del social, ovvero «help us connect with each other» (“aiutarci a connettersi tra noi”).
Zuckerberg si augura che il tempo passivo trascorso sui social, in particolare il suo, diminuisca e che gli utenti siano sempre più stimolati a interagire. Adottando queste misure lui dichiara di aspettarsi una diminuzione del tempo trascorso sul social ma, al contempo, si augura che sia tempo prezioso, di qualità.


«I expect the time people spend on Facebook and some measures of engagement will go down. But I also expect the time you do spend on Facebook will be more valuable


Il social network Facebook quindi, per mano dei suoi organizzatori, vuole spronare i suoi utenti a essere più attivi, cliccando like e commentando post personali, famigliari, di amici e conoscenti, foto e riflessioni… saranno quindi scoraggiate le condivisioni di post da pagine pubbliche, da link esterni, notizie, informazione e quant’altro possa distogliere l’attenzione e l’interesse degli utenti dallo scopo principale del social: “aiutarci a connettersi tra noi”.
Ora, a meno che una persona non abbia tutti i suoi affetti lontano e viva isolato su un eremo, davvero si fatica a comprendere fino in fondo la necessità della condivisione social e non di quella reale di immagini, foto, ricordi, impressioni, pensieri, riflessioni, considerazioni… che invece potrebbero e possono benissimo essere condivise de visu, via mail, in chat, su skype, al telefono… Ma l’aspetto più interessante e a tratti inquietante è il tentare di capire se davvero Zuckerberg sia così filantropo da boicottare volutamente il suo social network a beneficio dell’affettività dei suoi iscritti.

Due giorni dopo l’annuncio di Marc Zuckerberg già è virale la notizia, basata su dati della rivista Forbes, di una perdita di 3,3miliardi di dollari a causa del calo nella quotazione in borsa del titolo Facebook. Zuckerberg possedendo il 17% delle azioni ne avrebbe quindi subito un danno personale. Ora, considerando che sempre secondo la rivista Forbes, il patrimonio complessivo dell’ideatore di Facebook ammonterebbe a 72,4miliardi di dollari, quella subita è una perdita che, pur ammettendo non fosse stata calcolata, sarebbe per certo facilmente recuperabile.
La scelta di modificare l’algoritmo di condivisione non sarebbe piaciuta a investitori e sponsor e il titolo societario scende del 4,4%.
Lo stesso Zuckerberg ha dichiarato di prevedere un leggero calo nella quantità del tempo che gli utenti trascorreranno sul social a seguito dei cambiamenti dell’algoritmo. È lecito supporre avesse anche preventivato un iniziale calo di fiducia da parte di investitori e sponsor?

Dopo un 2017 trascorso a tentare in vari modi di bloccare segnalare contrastare confutare le fake news Facebook sembra compiere una decisa virata che prevede, in buona sostanza, una riduzione delle notizie, presumibilmente quindi anche delle cosiddette bufale, e l’ammissione neanche troppo implicita che il social non è un organo idoneo alla diffusione dell’informazione. Non è per questo scopo che è stato creato.
La ricerca condotta dal team di Facebook in sinergia con esperti accademici avrebbe messo in luce che l’utilizzo dei social per connettersi con persone a cui teniamo sarebbe un toccasana per il nostro benessere.

Quindi creare un ambiente social con parenti, famigliari e amici, connettersi virtualmente con loro, condividere sul social momenti di vita, di affetto, di amore, di delusione, di tristezza, di passione… gioverebbe alla di ognuno “felicità e salute”. Essere sempre più il fulcro della propria filter bubble. Questo lo scopo reale di Facebook. Questo il ‘benessere’ di cui sembra parlare il suo fondatore, il quale anni fa ha dichiarato, parafrasando forse inconsapevolmente le parole del patron di Le Figaro, Hippolyte de Villemessant (“Per i miei lettori è più importante l’incendio di in solaio nel Quartiere Latino che una rivoluzione a Madrid”), ha detto: “La morte di uno scoiattolo davanti casa può essere più pertinente per i tuoi interessi di quella di una persona in Africa”. Naturale a questo punto chiedersi cosa esattamente “è più pertinente” per “gli interessi” immediati e futuri del ceo di Facebook.

Il primo data center di Facebook fuori dagli Stati Uniti è stato impiantato a Luleå, in Svezia. Un anonimo enorme capannone grigio che racchiude in sé un’immensa memoria connessa. È prevista l’apertura prossima di strutture simili a Clonee in Irlanda e a Odense in Danimarca. I responsabili della struttura svedese più volte hanno ribadito al giornalista Diego Barbera, giunto in loco per un servizio, che «i dispositivi vengono trasportati in modo riservato e sicuro» affinché «sia impossibile accedere a qualsivoglia dato». Tutte «le informazioni sono conservate, e i vecchi supporti sono completamente distrutti». Massima protezione e cautela quindi nella raccolta dei dati che assolutamente non devono lasciare la struttura, né essere trafugati. Ma allora a cosa serve questo immenso archivio di dati e informazioni condivise dagli utenti del social network Facebook?

In un servizio di Stefania Rimini per la trasmissione Report, girato nell’ormai lontano 2011, illuminante già nel titolo (“Il prodotto sei tu”) ci si chiedeva come mai una società fondata dall’allora poco più che ventenne Marc Zuckerberg che, in apparenza, non comprava e non vendeva nulla, assolutamente gratuita, facesse tanto gola a investitori internazionali quali «la banca Goldman Sachs ma anche la Microsoft, il miliardario russo Yuri Milner e il magnate di Hong Kong Li Ka Shing». Una società all’epoca non ancora quotata in borsa che ha subito una crescita vorticosa ed esponenziale, nel numero degli iscritti come nel valore di mercato nella quale sembra «tutto bello tutto gratis ma se ti va di leggere i termini contrattuali che quasi nessuno legge, scopri che sì, non stai pagando per il prodotto… perché il prodotto sei tu».

Profili che ogni utente compila volontariamente al momento dell’iscrizione, con dati personali anche sensibili, consegnati autonomamente ma con quanta reale coscienza dell’uso che ne verrà fatto? Schede zeppe di informazioni personali, di gusti e preferenze, livello culturale e titoli di studio, professione, stato civile, sesso e orientamento sessuale, orientamento politico e religioso… che rischiano però di diventare dati troppo statici e obsoleti se non li si rinvigorisce con aggiornamenti continui. Nuovi like, nuove foto, nuovi commenti… espressioni a loro volta delle singole personalità che navigano in questo mare che il suo proprietario dichiara di voler far diventare sempre più un porto sicuro. Stare bene quando si accede al social, sentirsi in famiglia, condividere con gli affetti, con gli amici, con i conoscenti… tutto per far sentire al meglio l’utente, libero di manifestare e condividere il suo essere. A pieno beneficio di chi?

Non è naturalmente un problema precipuo di Facebook ma generale della Rete e dei social. Semplicemente è la costante premura del suo fondatore a creare e fortificare questa sorta di filter bubble a destare qualche sospetto di troppo.

Sempre nel 2011 esce per Il Saggiatore il libro di Eli Pariser Il filtro. Quello che internet ci nasconde (“The Filter Bubble. What The Internet Is Hiding From You”). Nel libro Pariser sottolinea l’impiego dei filtri per creare la bolla nella quale ognuno poi naviga in base alla “rilevanza” che è in pratica l’unico vero criterio seguito. Una bolla creata in base alle pagine che visitiamo, ai link che cerchiamo, agli interessi e via discorrendo. Quello verso cui non mostriamo interesse semplicemente scompare… dalla nostra filter bubble. Se due persone compiono la medesima indagine su un motore di ricerca, per esempio Google, i risultati saranno molto dissimili tra loro. Ciò è conseguenza della «personalizzazione del web», creata dagli indicatori impiegati per stabilire chi siamo e cosa potrebbe piacerci in base proprio agli interessi che abbiamo mostrato e che sono costantemente monitorati.

I nostri interessi devono essere mostrati e costantemente aggiornati a beneficio di chi li cataloga, li archivia, li studia e poi, magari, li utilizza come merce di scambio con chi questi dati li usa per creare prodotti ad hoc, studiati e realizzati sulle esigenze e sugli interessi dichiarati, proposti poi direttamente a chi ha manifestato il desiderio di possederli tramite pubblicità, newsletter, spot, link… Il tutto, naturalmente, in forma anonima e sicura per l’utente. Certo.

Il mondo cambia, il commercio anche, la globalizzazione avanza, la Rete è fondamentale e anche utile. Nessuna obiezione. Rimane però la curiosità di sapere con quanta coscienza l’utente compie le sue scelte, definisce i suoi interessi, manifesta e soddisfa i propri bisogni.

Per Pariser «la democrazia dipende dalla capacità dei cittadini di confrontarsi con punti di vista diversi. Quando internet ci offre solo informazioni che riflettono le nostre opinioni limita questo confronto».

A questo punto viene naturale chiedersi quanto potere abbiano effettivamente Google e Facebook, per citarne alcuni, nella creazione della di ognuno filter bubble e quanto invece sia dovuto alla incoscienza o proprio alla volontà dell’utente di dedicare il suo tempo e le sue energie solo per ciò che gli interessa e gli piace e annullare i problemi, le opinioni dissimili, gli argomenti per lui ostici. In base a queste considerazioni viene da affermare che la vera filter bubble la creiamo noi stessi, dentro e fuori la Rete e i social.

Sul portale di wearesocial.com si può leggere una dettagliata descrizione di cosa sia in realtà il social thinking, ovvero l’approccio alla «creatività per risolvere problemi di business e brand». La base di partenza sono i social insight – «comprensione del comportamento sociale delle persone e, di conseguenza prendere in considerazione i canali e le piattaforme per loro rilevanti» – permettendo così lo sviluppo di «idee creative che costruiscano valore per i brand e per le persone». Mentre gli insight tradizionali permettono di comprendere i comportamenti delle persone concentrandosi solo su motivazioni individuali, gli insight social «mettono questa comprensione nel contesto delle nostre relazioni interpersonali, delle community e della società fornendo evidenze spesso nascoste, inaspettate o inespresse».

Le social idea sono idee «powered by people». Sono idee con un altissimo potenziale e di grande valore, in altre parole sono preziose, esattamente come il tempo passato sui social a raccontarle, perché «sono in grado di creare o rafforzare relazioni e community, unire le persone, attivare conversazioni e stimolare all’azione». Addirittura possono o potrebbero «influenzare il comportamento delle persone e avere un impatto culturale». Molto più spesso però sono studiate per capire come «creino valore di business».

Il numero delle persone in Italia Europa e nel mondo connesse a internet è in costante aumento, lo stesso per il tempo trascorso sui vari social. In crescita anche la connessione tramite smartphone, in calo quella da pc. Social e video sono le ‘mete’ preferite dalla gran parte degli utenti connessi in Italia. Oltre la metà della popolazione online utilizza applicazioni di messaging e chat dai dispositivi mobile. Perché?

I motivi addotti per spiegare il fenomeno ormai di massa dell’adesione a social e chat sono numerosi e spaziano dalla paura della solitudine che attanaglierebbe tutti fuori dal web alla possibilità di trovare lì campo libero allo sfogo delle proprie frustrazioni, dell’aggressività altrimenti repressa e via dicendo. Ma la verità è che online, sui social, nelle chat, nei gruppi… non troviamo altro, troviamo esattamente ciò che incontriamo per strada, al bar, allo stadio, nei parchi e lungo le vie. La differenza forse è che nella auto-celebrazione di se stessi che spesso si fa sui social ci si illude di trovare un pubblico copioso interessato alle foto, ai pensieri, ai commenti, alle riflessioni, alle offese, agli sfoghi, ai like… il pubblico in effetti c’è ed è anche molto attento a ogni interazione, ma non è quello che si pensa.

Albine ha reso pubblico il Val-You Calculator, un ‘divertente’ test che consente a ognuno di calcolare quanto vale il suo profilo social per Facebook. Farlo equivale a ritrovarsi dinanzi a un risultato che dà una cifra irrisoria, soprattutto se non si è molto attivi sui social. Ma, a ben pensarci, stando alla stima di giugno 2017, Facebook ha raggiunto i 2miliardi di utenti. Ed ecco che una cifra irrisoria moltiplicata per 2miliardi diventa un colosso quotato in borsa, finanziato da investitori globali e con un potere sociale, culturale e commerciale enorme. Enorme.


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Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017)

Quanto ha inciso l’essere ‘imbecille’ nell’evoluzione umana? “L’imbecillità è una cosa seria” di Maurizio Ferraris (Il Mulino, 2016)


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’ultimo salto del canguro” di Paolo Vanacore (Castelvecchi, 2017)

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Uscito in prima edizione con Castelvecchi Editore a luglio 2017, L’ultimo salto del canguro di Paolo Vanacore è un testo molto originale, non tanto nella forma quanto nel contenuto. Mente e pensieri raccontati attraverso i piccoli gesti quotidiani, il lavoro, le riunioni famigliari, gli amori, i tradimenti, le passioni… il tutto condito con una pungente ironia e un crudo realismo che contribuiscono a rendere l’insieme una gradevole lettura, un’amara riflessione, un’acuta eredità letteraria.

La prefazione, curata da Andrea Carraro, prepara il lettore a quanto ritroverà poi nel testo. Una storia nella quale i protagonisti “recitano a soggetto”, per così dire, “all’insaputa degli altri”. Una storia raccontata solo in apparenza con un linguaggio semplice. Un libro caratterizzato invece da uno stile narrativo proprio della formazione professionale dell’autore, che è anche autore e regista teatrale. Spiccano infatti i dialoghi e la loro incisività, passaggi che invece rappresentano spesso incognite o delusioni nei testi di narrativa.

Una storia raccontata al lettore dallo stesso protagonista, Edo, che enfatizza con molta auto-ironia i propri “disastri” amorosi. Auto-ironia e riservatezza che forse sono solo tentativi di difesa dai pregiudizi degli altri, soprattutto quando sono “vicini” e provengono da amici e parenti.

Edo è cresciuto a Roma, come l’autore, in una città che insegna presto a guardare al mondo senza troppe illusioni. Lavora al Bioparco. Ogni giorno attraversa la giungla cittadina prima e quella animale poi osservandole entrambe, riflettendo sui comportamenti umani e su quelli animali, sorridendo e facendo sorridere il lettore con argute considerazioni, spiritose meditazioni e una piccante ironia.

Source: Si ringrazia l’addetta stampa per la disponibilità e il materiale

LEGGI ANCHE

Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce (Marcos y Marcos, 2016)

Quando la fantasia racconta la realtà: “Appalermo Appalermo” di Carlo Loforti (Baldini&Castoldi, 2016)

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Musica e parole in “Un accordo maggiore in sottofondo” di Ugo Cirilli

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Auto-pubblicazione dello stesso autore, Un accordo maggiore in sottofondo di Ugo Cirilli è un testo che si presenta al lettore con un incipit alquanto originale. ‘Scritto’ direttamente dal protagonista, descrive al lettore, in pochi ma chiari passaggi, cosa aspettarsi dal libro.

Un inizio che spiazza il lettore, il quale si aspettava un classico cappello introduttivo dell’autore o una prefazione curata per suo conto. Invece si ritrova a leggere un capitolo ‘zero’ molto breve e ben costruito che incuriosisce e invoglia a continuare la lettura.

Il protagonista annuncia al lettore l’imminente lettura del suo diario ma, in realtà, la struttura del libro se ne distanzia parecchio. Un accordo maggiore in sottofondo è una sorta di romanzo tra il biografico e di formazione sicuramente non scritto nella forma di diario classicamente intesa. Un romanzo in cui l’io narrante è lo stesso protagonista.

Pur non essendo un ‘classico’ diario il racconto rimane comunque molto intimistico, con il narratore che si pone e si vede sempre come il centro della storia narrata e di tutto il suo mondo. Una vicenda al limite del rocambolesco che dà anche numerosi spunti di riflessione sul precario mondo dello show business e music industry gravato e aggravato dalla presenza della Rete, dei social, dai reality, dei siti di condivisione di video e musica. Nuovi trampolini sempre più acrobatici quanto rischiosi perché al salto in alto dello slancio iniziale spesso segue una vorticosa discesa, veloce e inesorabile.

Il link e i codici QR presenti nel testo per dare al lettore la possibilità di ascoltare la musica ‘in diretta’ e in contemporanea con il protagonista lasciano un po’ spiazzati e potrebbero rappresentare un serio rischio di calo di interesse in chi legge. Forse ritrovarli tutti alla fine del testo avrebbe anche potuto attrarre il lettore, il quale magari, dopo essersi appassionato a leggere la singolare biografia dell’artista/musicista protagonista, ne avrebbe anche voluto conoscere e ascoltare il suono e la musica. Ma interrompere il racconto con un’immissione così estemporanea è un grosso rischio, anche per il fatto che il lettore, ascoltando il brano, è improbabile senta e percepisca le medesime emozioni che l’io narrante dischiara di aver provato scrivendo e ascoltando quel determinato brano musicale. In un testo di narrativa il lettore avrebbe di gran lunga preferito ritrovare quelle sensazioni descritte con il solo impiego delle parole.

Un libro, Un accordo maggiore in sottofondo, nel quale l’io narrante/protagonista Stefano racconta la sua vita e ci mette dentro tutte le sue esperienze, un testo che sembra raccogliere anche molte delle personali esperienze dello stesso autore, Ugo Cirilli. Un libro con un buon margine di miglioramento ma comunque gradevole e interessante.

Ugo Cirilli: Nato a Pietrasanta (Lucca), consegue la Laurea in Psicologia Cognitiva Applicata. Si forma tra esperienze nel settore della comunicazione e live come chitarrista di band, mantenendo costante l’interesse per l’arte dello scrivere.

Source: Si ringrazia l’autore Ugo Cirilli per la disponibilità e il materiale 

Disclosure: copyright 1° immagine: “Ludwig van Beethoven”, ritratto William Girometti 1974; 2° immagine “Natura morta con strumenti musicali”, Evaristo Baschenis XVII secolo

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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G8, scuola Diaz e Bolzaneto: Il tempo trasforma la colpa in merito?

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Nel novembre del 2015 nuove condanne furono inflitte agli agenti di polizia e funzionari che non impedirono le violenze alla scuola Diaz nel luglio 2001, allorquando si svolse il G8 a Genova. Il risarcimento richiesto ammontava a 350mila euro ma il giudice della Corte dei Conti lo ha ridimensionato accogliendo la tesi secondo cui non essendo stati identificati tutti i responsabili del pestaggio non si poteva accollare l’intero importo esclusivamente agli indagati. Il Tribunale di Genova ha così condannato i responsabili al pagamento di 110mila euro, a titolo di risarcimento morale e materiale per le violenze subite dal giornalista Mark William Covell.

«Arrivato al primo piano dell’istituto, ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese, stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: “basta basta” e cacciai via i poliziotti che picchiavano.»

A raccontarlo ai pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona è il vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma Michelangelo Fournier, uno dei 28 poliziotti imputati per la vicenda, nella nuova versione illustrata agli inquirenti nel 2007, molto diversa da quella fornita inizialmente.

«Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza»

Uno spirito di appartenenza che in altri contesti non si fatica a indicare come omertà. Non si può a questo punto non porsi la domanda che in tanti urlano da quasi venti anni: cosa è successo veramente alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto e durante i giorni del G8 di Genova?

Sembrava una macelleria messicana”, dice Fournier. Macelleria messicana è una situazione in cui si verificano atti di estrema violenza e crudeltà. Perché a Genova si sono verificati?

Il G8 è un annuale incontro tra i capi di stato e di governo delle maggiori democrazie mondiali. Il summit del 2001 si è tenuto nella città di Genova tra il 20 e il 22 luglio. I punti discussi all’ordine del giorno sono molteplici e spaziano dal commercio internazionale alla fame nel mondo, dai problemi legati all’ambiente alle innovazioni tecnologiche, dai cambiamenti climatici alle malattie, dalla finanza alla pace nel mondo. Gli incontri tra i grandi della Terra sono blindati, come i luoghi in cui si svolgono e ciò che viene fatto trapelare sono le dichiarazioni ufficiali dei diretti interessati, o chi per essi, in conferenza stampa e l’idea che il tutto possa quasi essere una costosissima reunion di pranzi ed eventi che forse potrebbe anche essere evitata visto che se i partecipanti sono concordi sul da farsi potrebbero comunicarselo in mille altri modi e se non lo sono non è detto che lo diventino proprio in quei giorni.

Le iniziative contro il G8 sembrano essere tutte motivate dalla convinzione che un altro mondo è possibile. Un mondo votato verso il commercio equo e solidale, la finanza etica, l’annullamento del debito dei paesi poveri, le produzioni biologiche, pregno di azioni concrete contro le guerre. Con limiti e restrizioni al commercio delle armi. Un mondo con uno sviluppato senso critico, sociale e solidale. Un mondo pulito. Le numerose sigle e associazioni che protestavano contro il G8 a Genova si erano riunite in un comitato chiamato Genova Social Forum, il cui portavoce fu nominato Vittorio Agnoletto, medico milanese fondatore della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (LILA).

In un’intervista rilasciata a oltremedianews, Agnoletto ha dichiarato che, a parer suo, l’aspetto più scioccante sul piano politico è stato l’assalto alla scuola Diaz perché «quell’evento ha reso evidente che, da parte delle istituzioni dello Stato e dei suoi rappresentanti, non c’era assolutamente più nessun rispetto della legge, delle regole e della legalità e che i rappresentanti dello Stato stavano agendo unicamente in base alla logica del più forte e stavano manipolando completamente la realtà, costruendo, come si è potuto vedere successivamente, una versione del tutto falsa di quello che stava accadendo».

Ma perché la polizia irrompe nella scuola Diaz? Ufficialmente è alla ricerca dei black bloc, i manifestanti del blocco nero indicati come i responsabili dei disordini durante le manifestazioni e degli atti di vandalismo alla città. Ma questi black bloc alla Diaz non c’erano.

Agnoletto, nel corso dell’intervista, ci tiene a precisare però che il fatto più grave accaduto a Genova durante il G8 è stato l’uccisione di Carlo Giuliani: «Una vita umana che non potrà mai essere restituita è un valore incomparabile rispetto a qualunque altro evento».

Carlo Giuliani, giovane manifestante no-global muore in piazza Alimonda per il proiettile sparato dall’arma di ordinanza del carabiniere Mario Placanica, indagato per omicidio e prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Giuliani minacciava di colpire l’auto dentro cui stazionavano Placanica e colleghi con un estintore. Placanica gli ha sparato in testa. In tanti si saranno chiesti in tutti questi anni quale effetto avrebbe sortito un colpo sparato in aria contro un gruppo di manifestanti che, nella concitazione del momento, provavano ad assalire e assaltare i nemici di quel momento con armi di fortuna. Ma c’è anche un’altra domanda da porsi: perché la polizia, il cui compito sarebbe quello di proteggere i cittadini, aveva incarnato fin da subito le sembianze del nemico, ovvero lo Stato e i suoi rappresentanti che se ne stavano blindati nella zona rossa? La domanda è ovviamente retorica e la risposta è già in essa contenuta.

Agli occhi dei manifestanti, come per i membri del blocco nero e degli ultras, i celerini, ovvero i poliziotti della squadra mobile, la cosiddetta celere, sono l’incarnazione dello Stato e dei suoi rappresentanti, o meglio ne sono i servi, diventando di fatto il nemico da ‘combattere’. Quello vero, diciamo così, è inarrivabile, barricato, e così l’interesse si concentra sul suo surrogato oppure, come nel caso degli ultras, sui ‘nemici’ della tifoseria avversaria. Ma questi poliziotti, i celerini, come vedono i loro ‘nemici’ sul campo e come i rappresentanti dello Stato?

I poliziotti del reparto mobile sono addestrati per garantire l’ordine e devono restare impassibili agli sputi, agli insulti, alle minacce, al lancio di oggetti… almeno fino a quando il loro comandante non dà il via alla carica, ovvero alla “occupazione del territorio” e allora partono i lacrimogeni e, quando non bastano, vengono sfoderati gli sfollagente, usati fino a quando il funzionario non dice “basta!”. Vengono offensivamente indicati come servi. Sono in realtà servitori dello Stato, il medesimo che, attraverso altri funzionari e altri servitori, manda, per fare un esempio, indirizzate direttamente a loro le lettere di sfratto, coatta esecuzione della volontà statale che tante volte hanno avuto il compito di supportare e coordinare. Sono servitori addestrati a mostrare il muso duro verso protestanti, manifestanti, sfrattati e tifosi ma che devono remissivamente sottostare agli ordini dei diretti superiori, chiunque essi siano e qualsiasi decisione prendano. Costretti a difendersi in aula quando perdono le staffe e a vedere, inermi, i funzionari giudiziariamente illesi per decisioni sbagliate che hanno portato, magari, conseguenze disastrose. La domanda da porsi non è relativa alla presenza o meno di rabbia e frustrazione, ma semplicemente quando e verso chi verrà incanalata.

L‘Italia, per i fatti accaduti alla scuola Diaz di Genova e alla caserma di Bolzaneto è stata condannata prima perché si trattava di tortura e poi perché ritardava l’adeguamento delle leggi. E ciò è di una tale gravità da far rabbrividire. Non si sta parlando di raptus, di errore strategico, di impulsività… no, si parla di tortura. Qualsiasi forma di coercizione fisica o mentale non inferta allo scopo di ottenere una confessione o informazioni va intesa come violenza, sevizia, crudeltà fine a se stessa dettata solo dalla brutalità. Azioni che, per essere poste in essere, necessitano di un addestramento, di sangue freddo e anche di un certo macabro auto-controllo derivante da una formazione militare o paramilitare oppure da devianze psichiatriche.

Vincenzo Canterini, all’epoca dei fatti comandante del Primo reparto mobile romano, nel quale era inquadrato il VII Nucleo Sperimentale antisommossa guidato da Michelangelo Fournier che irruppe nella scuola Diaz, nel libro Diaz, scritto con Simone Di Meo e Marco Chiocci (Imprimatur, 2012), racconta la sua verità sulla sanguinosa notte di Genova.

«La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti.»

In un’intervista rilasciata per altraeconomia.it, Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Quotidiano nazionale e cofondatore del Comitato Verità e Giustizia per Genova, testimone e vittima dei fatti della Diaz, ribatte, punto per punto, le dichiarazioni di Franco Gabrielli, oggi capo della Polizia, all’epoca dirigente della Digos di Roma. Partendo proprio dalle scuse che non sono mai arrivate… «come le ragioni chiare per le quali si vorrebbe chiedere scusa: Per i pestaggi alla Diaz? Per i falsi realizzati dopo l’irruzione? Per la violazione di numerosi articoli del codice penale e della Costituzione? Per averne impunemente ostacolato i processi, come riconosciuto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo? Per le mancate rimozioni e sanzioni disciplinari dei responsabili delle violenze?»

Nel luglio del 2015 sono diventate definitive le condanne ai 25 poliziotti per l’irruzione nella scuola Diaz al termine del G8 di Genova del luglio 2001. Tutti condannati in Cassazione per falso aggravato in relazione ai verbali di perquisizione e arresto a carico dei manifestanti. L’unica imputazione sopravvissuta alla prescrizione dopo i trascorsi 11 anni. Pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni anche per alcuni degli alti gradi inflitta nel 2012:

  • Giovanni Luperi (capo del Dipartimento analisi dell’Aisi).

  • Franco Gratteri (capo della Direzione centrale anticrimine).

  • Gilberto Caldarozzi (capo del Servizio centrale operativo).

Tutti condannati a risarcire le parti civili ma nessuno che abbia mai veramente rischiato di finire in carcere, complice anche lo sconto di tre anni all’indulto approvato nel 2006. Diverse le prescrizioni che sono cosa ben diversa da un’assoluzione.

A luglio 2017 per chi non era potuto andare in pensione si prospettava la concreta possibilità di rientrare in servizio.

L’11 settembre 2017 il ministro dell’Interno, Marco Minniti, nomina vice direttore tecnico operativo della Direzione investigativa antimafia Gilberto Caldarozzi. Pietro Troiani, il poliziotto accusato di aver introdotto nella scuola Diaz due bottiglie incendiarie tipo Molotov, già vicequestore avrebbe ricevuto anche l’incarico di dirigente del Centro operativo autostradale di Roma con competenza su tutto il Lazio.

Michelangelo Fournier prontamente ha tenuto a replicare alle affermazioni di Marco Travaglio allorquando il direttore de Il Fatto quotidiano avrebbe affermato che Fournier «dopo la prima condanna a 4 anni e 2 mesi ascese al vertice della Direzione Centrale Antidroga». La condanna di Fournier era solo di 2 anni e non di 4 ma, per il resto, Travaglio resta sulle sue posizioni specificando che «fare carriera non significa necessariamente ottenere promozioni e premi: per chi partecipò all’assalto alla Diaz, anche se alla fine sembrò pentirsene, già il fatto di seguitare a ricoprire ruoli di responsabilità nella Polizia di Stato dopo quello che era accaduto, e addirittura dopo essere stato condannato per lesioni personali continuate, mi pare sufficiente per dire che ha fatto carriera».

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sempre in merito alle promozioni, in particolare quella di Caldarozzi, ipotizza uno sviluppo differente se in Italia ci fosse stata per tempo e da tempo un’adeguata legge sulla tortura. Mentre Enrica Bartesaghi, già presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova istituito a sostegno «delle vittime della repressione delle forze dell’ordine nell’esercizio della manifestazione del pensiero», ormai sciolto e madre di Sara, tra le vittime della Diaz, scrive parole che rappresentano invece esattamente lo scenario che è stato.

«In questi lunghissimi anni ho assistito a numerose promozioni indecenti di buona parte dei condannati per le violenze e le torture alla Diaz e a Bolzaneto, da parte di tutti i governi che si sono succeduti. Non c’è mai stata alcuna sospensione, nessun allontanamento dei colpevoli, nessuna legge o riforma volta a prevenire e condannare quello che è successo a Genova»

I manifestanti avevano il diritto di protestare? Di sfilare in corteo per dimostrare la loro opinione, contraria, alle decisioni dei grandi della Terra? Avevano il diritto di alloggiare in quella scuola trasformata per l’occasione in dormitorio? I celerini avevano il diritto di manganellare a destra e a manca fino all’alt del funzionario incaricato di dare il comando? I poliziotti hanno il diritto di fabbricare prove mancanti? Di dichiarare il falso? Di trascriverlo nei verbali? I funzionari hanno il diritto di impartire determinati ordini incuranti delle conseguenze? Se viene dimostrato l’errore nella catena di comando quanto è importante che corrisponda un’adeguata punizione in un paese che si dichiara democratico? Se il vertice non viene punito perché dovrebbe esserlo chi ha solamente eseguito degli ordini? Se il vertice non era a conoscenza perché questi ‘picchiatori’ selvaggi e ‘torturatori’ non sono stati fermati?

Al G8 i manifestanti riunitisi come Genova Social Forum volevano partecipare a cortei e manifestazioni lungo le strade della città che ospitava i grandi della Terra proprio in quei giorni, presumibilmente, perché volevano approfittare dell’interesse mediatico elevato per l’occasione. La Costituzione italiana è a favore della libera manifestazione delle proprie idee. Se i Capi di Stato e di Governo devono riunirsi in sontuose location per prendere decisioni che poi, inevitabilmente, ricadranno sui popoli, i cittadini che vanno a comporre quelle popolazioni hanno e devono avere a loro volta il diritto di di riunirsi e manifestare le proprie personali opinioni. Il dispiegamento di forze dell’ordine impiegato per proteggere le celebrities dovrebbe essere dispiegato anche per proteggere la popolazione, i cittadini, siano essi manifestanti oppure no.

I poliziotti vengono chiamati in causa per motivi diversi. Viene detto loro di entrare in azione per arginare la violenza. Devono essere pronti anche con il minimo preavviso e, quasi sempre, non hanno idea di cosa li aspetta davvero. Tra gli interventi più frequenti richiesti agli agenti della mobile è il servizio d’ordine allo stadio. Le violenze dentro e appena fuori gli stadi sono innumerevoli, spesso gravissime e si riallacciano a dinamiche psicologiche e sociali che poco o nulla hanno a che fare con lo sport e la sportività. Piuttosto legate alla rabbia repressa, alla frustrazione, all’appartenenza a un gruppo e la sottomissione alle sue regole. Violenza estremista e provocazione, come quella dei black bloc, che inevitabilmente finisce con il coinvolgere persone che nulla hanno a che fare con tutto ciò. Momenti in cui il tutto appare ancora più surreale, paradossale, incredibile al punto da lasciare increduli, basiti, scioccati tutti… in un primo momento, poi l’indifferenza ritorna a farla da padrona. Ma non per le vittime, non per i carnefici, non per coloro che nuovamente in quel delirio vengono chiamati a ‘combattere’.

«Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». (Bertolt Brecht)

Articolo originale qui

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Italia: Tortura, G8, Diaz, Bolzaneto. La condanna della Corte europea e l’iter infinito di una legge che tarda ad arrivare

Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

Disclosure: Copyright prima immagine galleria per La storia della tortura www.focus.it

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017)

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“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Uscito con Longanesi, il saggio di Sergio Romano Trump e la fine dell’american dream sembra raccontare in realtà la fine delle speranze che il mondo occidentale per intero ha riposto nella più grande potenza mai esistita che non dei sogni degli stessi americani, da sempre parti opposte di una nazione al contempo «puritana e liberale, bigotta e spregiudicata, isolazionista e internazionalista, protezionista e liberoscambista».

Si è liberi di pensarla come si vuole ma resta il fatto che il neo-presidente degli Stati Uniti d’America è stato democraticamente eletto con un’elezione in cui a premiarlo è stato proprio l’elettorato, ovvero la parte reale dell’America, disseminata nei cinquanta stati tra praterie, deserti, città e campagne, centri e periferie… non solo geograficamente ma anche socio-culturalmente parlando. I suoi elettori lo hanno votato perché le sue dichiarazioni e le sue promesse «erano esattamente quelle che volevano sentire dal loro presidente».

Il saggio di Romano è una sorta di biografia non autorizzata di Donald Trump come personaggio pubblico attratto dalla politica, anche se restatone formalmente fuori fino al momento della candidatura a presidente. Un libro che ripercorre le tappe che lo hanno portato a diventare prima molto ricco poi molto famoso, poi ancora, credibile agli occhi di una gran fetta degli americani, visti i risultati delle elezioni presidenziali. La parte più interessante del testo, comunque, risulta essere Un proscritto europeo nel quale l’autore elenca una serie di «domande che gli europei dovrebbero fare a se stessi». Ad esempio la prima chiede se sia «ancora utile affidare la propria sicurezza a un consorzio militare in cui il principale socio è, dallo scorso novembre, un personaggio contraddittorio, stravagante e imprevedibile».

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Interrogativi che, in realtà, bisognava porsi da tempo per eventi e situazioni che con Trump hanno trovato un più ampio margine di dibattito ed estensione ma che prima non erano di certo del tutto assenti. Romano stesso ammette che «esiste una stampa che ha rinunciato a qualsiasi pretesa di obiettività per scalzarlo dal potere», la medesima che in altri punti del libro definisce “la migliore americana”. Mezzi di informazione che hanno inevitabilmente influenzato gli altri nel resto del mondo. È lecito raccontare malefatte e cattive intenzioni ma quando si perde di obiettività non è mai un buon segno per la qualità e la credibilità stessa dell’informazione.

Alcuni esempi.

  • La notizia più clamorosa del viaggio di Trump in Arabia Saudita fu la firma di impegni per la fornitura al Regno dei Saud di armi per la somma di 110 miliardi di dollari. Per correttezza andava sottolineato che «erano trattative avanzate durante la presidenza di Obama». Immediatamente divennero «un tassello della politica estera che il nuovo presidente avrebbe fatto nella regione». Se la trattativa si fosse conclusa durante la presidenza Obama avrebbe ingenerato lo stesso clamore mediatico?
  • Grande eco ha suscitato anche la dichiarazione del presidente Trump di voler costruire un muro lungo la frontiera messicana per fermare gli ingressi irregolari. Poco risalto venne invece dato alla precisazione che, in realtà, il muro esisteva già dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Una sequenza di muri e recinti, fari e sensori. Trump voleva solo «che la cinta fosse completata a spese del Messico».

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“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Il saggio di Romano si presenta al lettore come un lungo articolo di giornale, un reportage di dati e fatti in cui spesso l’autore inserisce, come in un’antica tragedia, i suoi personali cori. Opinioni e considerazioni espresse secondo il suo personale gusto e la sua esperienza o formazione. Nella quasi totalità in opposizione alla figura, all’operato e alle dichiarazioni del presidente Trump.

Un saggio, Trump e la fine dell’american dream di Sergio Romano, che si rivela molto interessante soprattutto per le conclusioni cui l’autore giunge e vuol far giungere il lettore ne Un proscritto europeo. Nella volontà di guardare e far guardare oltre gli eventi e le semplici dichiarazioni, oltre l’informazione o la disinformazione. Nella speranza di raggiungere e coltivare un più elevato spirito critico, arma necessaria per contrastare l’avanzata non solo di singoli personaggi ambigui ma di intere potenze e organizzazioni.


Per la prima foto, copyright: Samantha Sophia.


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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