“Il male in corpo” di Marisa Fasanella (Castelvecchi, 2019)

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«Il cielo ha il colore del piombo e una nube maleodorante galleggia sul borgo vecchio: si spande fino alla nuova strada, entra nelle case, nel letto delle creature. La terra si rivolta e butta fuori gli acidi e i rifiuti e i bambini muoiono e gli adulti se ne vanno con il male in corpo.»

Incisivo e potente il nuovo libro di Marisa Fasanella, Il male in corpo, uscito in prima edizione a luglio 2019 con Castelvecchi Editore.

Indaga Marisa Fasanella la vita e le persone, osserva, assimila e metabolizza emozioni, sentimenti, male e dolore, lo trasforma in carne, in viscere, e poi rende il tutto di nuovo libero attraverso la scrittura. Per questo nei suoi scritti appare quasi tangibile la “carnalità” del narrato, storie che raccontano vita e vite tormentate dalla storia.

«l’urina si sciolse e le bagnò le cosce»
«nel sangue del mestruo che mi scorre tra le gambe»

Utilizza con frequenza l’autrice queste figure stilistiche, impiegate per dare incisività alla descrizione di particolari momenti di tensione emotiva, di situazioni di forte stress, di shock. L’impatto fisico e sensoriale cui sono sottoposte le protagoniste del libro all’improvviso, senza preavviso. E mente e corpo neanche hanno il tempo di reagire, semplicemente cedono e scorrono via, come i fluidi corporei.

Il dolore, unito a una incrollabile voglia di riscatto e giustizia, è il leitmotiv principale del libro. Persone che divengono fin da subito dei personaggi, ingabbiati più che inquadrati nella struttura narrativa, nella storia che è proprio la loro e che non potrà mai condurre a un “bel” finale, perché a muovere l’azione non è la speranza bensì il dolore, la mancanza, la sofferenza. Sono infatti le assenze più ancora delle presenze le caratterizzanti la figura della protagonista Miriam.
Sarà l’assenza di Massimo a far incrociare la sua esistenza con quella di Mairim, l’altra importante figura del libro.

Marisa Fasanella ha da sempre abituato i suoi lettori a una narrazione basata sul noto, intessuta nei luoghi del suo vissuto, quindi presenti in se stessa prima ancora che nella sua scrittura. Ne Il male in corpo questo aspetto tende a scemare, non perché Fasanella parli di luoghi a lei ignoti bensì perché racconta di una cittadina la quale, seppur bene geolocalizzata nella mente e nella conoscenza dell’autrice, non ha una identità geografica specifica. Potrebbe essere una qualsiasi città. Si presume sia una scelta voluta della stessa autrice, in considerazione del secondo tema portante la narrazione, la denuncia per i danni ambientali, per i crimini a danno dell’ambiente e dell’uomo protratti nel tempo e largamente diffusi, purtroppo.

Il male in corpo conferma lo stile narrativo potente e incisivo di Marisa Fasanella, caratterizzato da una visceralità quasi ancestrale. Una scrittura che esprime a fondo il legame di anima e corpo ma anche quello ancor più profondo tra uomo e territorio.

Una lettura che rischia di essere emotivamente molto impegnativa ma assolutamente consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Strategie politico-militari e servizi segreti del secondo conflitto mondiale nell’analisi di Giovanni Cecini e Robert Hutton

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Analisi dei testi L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton (Newton Compton Editori, Roma, 2019)

Una guerra, per quanto nefasta e criticabile, ha per sua natura una fine, connaturata nell’esaurimento delle possibilità di vittoria.
Cosa caratterizza allora la seconda guerra mondiale?
La Germania e in parte anche il Giappone proseguirono il conflitto al mero scopo di distruggere l’umanità insieme a loro. Ecco spiegato, per Cecini, il motivo per cui questo fu un qualcosa al di sopra del conflitto militare, essendo un momento esistenziale della storia dell’umanità.

Il ricorso all’ideologia esasperata, più che la violenza in se stessa, fu la vera discriminante nel ritenere il Tripartito condannabile dall’intera umanità, ancor prima della sconfitta in campo.
I “genocidi industriali” del Reich e l’apocalisse infernale delle due bombe atomiche sul Giappone hanno messo negli anni a seguire in profonda crisi morale il senso etico dell’esistenza dell’uomo.
Si parla spesso del dramma provocato dai bombardamenti a tappeto e si ignorano invece i “frequentissimi casi di cannibalismo tra la popolazione civile” come tra le stesse truppe combattenti. Si citano, anche a sproposito, le cosiddette “marocchinate” ma si tende a minimizzare come lo “stupro fosse un autentico mezzo bellico in tutti gli eserciti, nel Tripartito come tra gli Alleati”.

Esempi che da soli basterebbero a rendere l’idea di quanto devastante sia stato il secondo conflitto mondiale. Eppure, come accaduto e accade per ogni grande evento storico, si sceglie a tavolino cosa tramandare. Tutto il resto deve finire nel dimenticatoio. E così sarebbe se non ci fossero studiosi come Cecini.
Tutti i conflitti bellici in realtà, siano essi mondiali e non, andrebbero analizzati come ha fatto Giovanni Cecini e magari anche in questo modo somministrati agli studenti, soprattutto quelli dei gradi superiori. Sicuramente risulterebbe loro più utile, interessante e stimolante studiarli. Piuttosto che nella classica versione cronologica, inaridita da nomi, luoghi e date.
Potrebbe risultare essere un modo migliore per comprendere gli accadimenti, le motivazioni, gli errori e le conseguenze. Diventando anche uno stimolo per moniti futuri.

L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini è un libro metalogico, all’interno del quale il conflitto bellico non è semplicemente raccontato, bensì prima scomposto per essere poi ricomposto, sebbene su piani di analisi differenti. L’autore utilizza la metafora dello specchio frantumato, avendo egli avuto cura di raccontare quel che si vedeva nei singoli frammenti, diversi tra loro per forma e dimensione. Un libro costruito quindi sulla riflessione che invita per certo a riconsiderare il solido mainstream venutosi a creare, guardandosi bene però dall’incitare allo scandalo o alla scoperta sensazionale. Nulla di tutto questo si troverà all’interno del testo. Quella di Cecini è un’analisi accurata, ponderata e basata su dati e fatti concreti, reali. Un’analisi investigativa condotta con grande competenza e professionalità.

La documentazione e l’analisi storica infatti non andrebbero mai trattate al pari del gossip o della cronaca nera. La volontà di diffondere un vero, o presunto tale, scoop non è mai di aiuto a chi vuol fare chiarezza.
Analizzare a fondo i fatti, le decisioni, le scelte e le costrizioni… scandagliare il tutto come fa un sonar tra i fondali marini, senza cadute scandalistiche o pregiudizi di sorta, aiuta senz’altro a meglio comprendere le ragioni di dette scelte, giuste o sbagliate che siano.
Studiare le congiunture del particolare momento storico di riferimento, raffrontarle con altre situazioni, analoghe oppure opposte, riflettere sui danni causati e le altre conseguenze… tutto ciò contribuisce in larga misura ad acquisire maggiore consapevolezza di passato e presente e dovrebbe essere anche di grande supporto per comporre al meglio il futuro.

Non sono per certo necessarie leggende metropolitane o falsità, le odierne fake news, per rendere avvincente o intrigante un conflitto bellico.
Lo storico deve voler comprendere, non accontentarsi di ricevere a scatola chiusa delle verità consolatorie e di comodo. Vale anche lo studioso e lo studente.

Ma qual è stato il senso più autentico della seconda guerra mondiale?
Cecini sottolinea più volte nel testo come non sia possibile dare una risposta univoca a questa domanda. Il conflitto è stato ed ha rappresentato tante cose, diverse e anche opposte tra loro.
Negli anni successivi al conflitto, e soprattutto di recente, molte volte si è messo in dubbio “il valore morale” degli alleati, perché spesso il loro ruolo è stato mitizzato e “portato su un piano diverso da quello meramente storico”.

Di sicuro c’è che, grazie proprio alla seconda guerra mondiale, l’America è diventata a tutti gli effetti la prima potenza economica a livello mondiale, mentre la Cina e l’Unione Sovietica hanno assoggettato milioni di liberi cittadini con la forza e la paura, imponendo loro il proprio credo politico.
Il Paese che invece ne è uscito vittorioso solo sulla carta sembrerebbe essere stato il Regno Unito. Partito agli inizi del Novecento come unica e indiscussa superpotenza mondiale, nel giro di quarant’anni si è visto scippare il titolo prima dall’America e poi dall’Unione Sovietica. Uno strappo mai completamente risanato.
Chi invece è riuscita a superare anche il crollo del vecchio impero coloniale è stata la Francia perché, come ricorda e sottolinea Cecini, l’Africa è quasi più francese oggi di ottant’anni fa.

Ad ogni modo, tutte le grandi potenze interessate al conflitto sono le stesse che oggi vanno a comporre il G8, con la sola aggiunta della Cina, paese che riveste un peso sempre maggiore nel contesto socioeconomico internazionale.

La grande eredità che ha lasciato la seconda guerra mondiale, per anni nei popoli di tutto il mondo, è stata la speranza di un mondo migliore. Ma, senza ombra di dubbio, e bene fa Cecini a ricordarlo nel suo libro, la divisione in blocchi contrapposti, il mancato giudizio verso tutti i criminali di guerra, nonché l’esasperazione della Guerra Fredda hanno di molto diluito i grandi e buoni proposito scaturiti al termine del conflitto.
Se ci si dimentica che molti dei problemi attuali non sono altro che conseguenze della seconda guerra mondiale, allora davvero si rischia non solo di “perdere un patrimonio di esperienze molto prezioso” ma anche e soprattutto di “rendere vane le morti di milioni di persone”.

Commentando L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton, Tony Robinson ha affermato:

«In un’epoca in cui lo spettro dell’antisemitismo torna a fare paura, questo incredibile libro è indispensabile per ricordare che non siamo immuni alla minaccia del fascismo»

Il libro di Hutton nasce con lo scopo precipuo di voler raccontare una storia deliberatamente celata, come spesso accade, nella presunzione o illusione che non parlare di qualcosa di sgradevole aiuti a cancellarlo o, quantomeno, a fare in modo che rimanga nell’ombra e finisca quanto prima nel dimenticatoio anche per coloro che ne sono, in tutto o in parte, a conoscenza.
Ciò lo si fa anche per evitare di dare un’immagine di sé o del proprio Paese sbagliata, o comunque non corrispondente a quella che invece si vuole dare.

Hutton, al pari di quanto fatto da Cecini, ha narrato di un qualcosa che ha molto di incredibile, ma lo ha fatto con rigore e serietà, senza scoop sensazionalistici o allarmismi complottisti. Lo ha fatto semplicemente raccontando la verità, riportando date, dati, nomi e fatti concreti.

Si tratta di argomenti spinosi e questo è evidente, come lo è il fatto che a partire dal 2 settembre 1945 di tante cose si è preferito non parlare più. Troppo era accaduto. Bisognava solo mettere un punto fermo, voltare pagine e ricominciare. Ricostruire interi paesi manche anime ed esistenze.
Così facendo però non si è data la possibilità di analizzare molti aspetti ed eventi. Accadimenti e movimenti di pensiero che si è creduto di aver eliminato per sempre. Oggi, purtroppo, scopriamo che così non è stato. In tanti paesi europei certe idee hanno sempre continuato a bruciare, come fuoco sotto la cenere, magari anche in virtù del fatto che di ciò non se ne doveva parlare.

Il narrato del libro di Hutton è una storia vera.
Sin dal 1945 la Gran Bretagna “ha raccontato a se stessa una storia della guerra”. In questa narrazione, non solo il Paese si opponeva da solo alle forze militari del fascismo ma era anche straordinariamente resistente all’ideologia stessa. Mentre altre nazioni soccombevano a idee simili o collaboravano con gli invasori, la Gran Bretagna restava salda. Quella forza di carattere salvò non solo il Regno Unito ma l’Europa tutta.
Questa la versione narrata dagli inglesi agli inglesi, come al resto del mondo, e riportata da Hutton nel testo. Ma “l’MI5 conosceva una storia diversa”. Ed è di quella che racconta l’autore.

Verso la fine della guerra, i servizi segreti avevano identificato centinaia di uomini e donne britannici, in apparenza leali ma che bramavano una conquista da parte dei nazisti. Alcuni di loro si erano addirittura spinti oltre, rischiando finanche la vita per aiutare il Fuhrer. La gran parte delle testimonianze sono andate o sono state distrutte, eppure permangono le trascrizioni di oltre seicento conversazioni, avvenute tra il 1942 e il 1944, nelle quali si legge di come questi cittadini britannici discutono su come sia meglio muoversi per “tradire il proprio Paese con la Germania”.

È stato possibile, per Hutton, raccontare questa storia grazie alla decisione di rendere pubblica una selezione di dossier storici dell’MI5.
Solo così ha potuto vedere la luce L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti, che ricostruisce nel dettaglio l’operato dell’agente segreto inglese identificato con il nome in codice Jack King.
Un libro che è stata anche una grande sfida per l’autore. Nel tentativo continuo di voler descrivere l’intero quadro attraverso l’assemblaggio di un puzzle di cui non possiede tutti i pezzi. Alcuni ancora rimangono un mistero. La speranza, per Hutton, è che in futuro altri dossier vengano desecretati, anche se è consapevole che la scoperta di nuove informazioni potrebbe rivelare errori, naturalmente commessi in buona fede, nella ricostruzione da lui stesso fatta nel testo.

I libri di Giovanni Cecini e Robert Hutton hanno davvero un valore incredibile per la conoscenza e l’analisi di un periodo della recente storia che andrebbe sezionato tutto per essere ben compreso. Esattamente come ha fatto Cecini e, in un certo qual modo, lo stesso Hutton che ha puntato un riflettore su un punto preciso e poi ha zoomato quanto più gli è stato possibile fare.
L’incredibile storia della seconda guerra mondiale e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti sono due lavori accurati, precisi, interessanti e assolutamente necessari.

Bibliografia di riferimento

Giovanni Cecini, L’incredibile storia della seconda guerra mondiale. Strategie, armi, protagonisti del conflitto che ha cambiato le sorti del mondo, Newton Compton Editori, Roma, settembre 2019.

Robert Hutton, L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti. Nome in codice Jack King: l’agente segreto inglese che sconfisse Adolf Hitler, Newton Compton, Roma, ottobre 2019.




Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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“Voci da Uber” di Maria Anna Mariani (Mucchi Editore, 2019)

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Tante storie. Ognuna racconta una vita, uno spaccato di essa almeno. Brevi capitoli che sono come luci di una installazione e che si illuminano a intermittenza. Il filo conduttore è la stessa autrice, la quale “salta” da un’auto all’altra e, nel breve tempo del tragitto di volta in volta percorso, riflette, si interroga e chiede, immagazzina informazioni… tutta materia che diventerà poi l’energia illuminante la sua installazione, la sua opera. Il suo libro.

Voci da Uber è il titolo che Maria Anna Mariani ha scelto di dargli. E sono tante le “voci” filtrate, che hanno attraversato il corpo e la mente dell’autrice prima di diventare non sonore ma egualmente udibili e incisive, attraverso la scrittura.

Per ogni storia Mariani parte da un piccolo e in apparenza insignificante particolare per raccontare una intera esistenza. Leggere le sue storie è quasi come vedere o immaginare il mondo intero attraverso una feritoia. Ciò che vedi è reale ma per comprenderlo a fondo devi lavorare comunque molto di fantasia.

Voci da Uber è o sembra una lettura “leggera”. All’inizio. Poi il lettore riflette su quanto l’autrice ha scelto di scrivere, su quali parole, dei tanti discorsi con i vari autisti con cui è entrata in contatto ha voluto inserire nel testo, e comprende quanto in realtà la sua narrazione sia profonda.

Uber è tra le aziende che meglio hanno incarnato l’economia del primo decennio del Nuovo Millennio. Ma Uber è anche lo specchio di quella che è diventata la società del Nuovo Millennio. Polverizzata, precarizzata, frenetica, violenta.
Autisti che svolgono questo lavoro perché hanno perso il proprio oppure perché altrimenti non riuscirebbero a pagarsi gli studi, sono solo alcuni tra gli esempi più sintomatici del cambiamento sociale in atto. La chiamano flessibilità perché suona meglio ma è pura precarietà. La definiscono possibilità di scelta perché suona più ottimistico ma in realtà sono scelte dettate più dalla mancanza che dalla sovrabbondanza di opportunità.

Negli Stati Uniti, dove l’autrice ha condotto la sua indagine e dove l’azienda è sorta e maggiormente si è diffusa, questo modello economico e sociale è radicato nella cultura dei suoi abitanti. Interessante è allora capire le dinamiche del suo sviluppo a macchia d’olio nelle altre realtà del mondo che possiamo indicare come occidentali o occidentalizzate. Sarà questo il futuro anche dei giovani europei che vorranno proseguire i loro studi? Per pagarli dovranno svolgere questa tipologia di lavoro? Gli operai delle oramai innumerevoli fabbriche dismesse dovranno riadattare l’esperienza lavorativa a questo genere di attività?

Maria Anna Mariani non affronta direttamente tutte queste tematiche, lasciandole però intravedere tra le luci e le ombre della quotidianità dei protagonisti delle sue corse ovvero storie.
Come il problema delle aggressioni, della violenza, inflitta o subita. Anch’esse specchio di una società arida e avida.

Riesce l’autrice a trasmettere la sua presenza in ogni singolo capitolo del libro senza mai lasciare che essa diventi invadente o prorompente. Lasciando in questo modo fluire i vari “protagonisti” e relative storie come auto appunto nel traffico delle grandi arterie e delle piccole vie della città.

Voci da Uber di Maria Anna Mariani si rivela essere molto interessante nella sua apparente semplicità e linearità. Un libro pieno di spunti di riflessione sulle problematiche della società attuale certo ma anche sulle potenzialità offerte da scelte alternative e innovative, come possono essere appunto le soluzioni di mobilità alternativa.


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Uber, la rivolta dei taxi 

A quanto ammonta il valore della ciclo-ricchezza? “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala” di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini (Egea-UniBocconi, 2019) 


 

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“Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi” di Gianni Cuperlo (Donzelli “Editore, 2019)

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Quale sarà il destino dell’alleanza imbastita dopo la crisi di Ferragosto tra le forze “più ostinatamente rivali”?
L’estate folle del 2019” è destinata a inaugurare davvero una «terza Repubblica»?
E, soprattutto, come si muoverà “il partito maggiore” nel dedalo politico italiano cercando di salvare se stesso e la sinistra tutta?

Gianni Cuperlo, a pochi mesi dalla nascita del nuovo governo giallorosso, riprende i post da lui stesso scritti sul social network Facebook come una sorta di diario della crisi estiva, li riordina, li attualizza e li fa diventare un libro, Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi, edito a dicembre 2019 da Donzelli Editore.

Pur ammettendo che il cammino da compiere non sarà facile né scontato, Cuperlo sembra avere le idee chiare su cosa va fatto e su cosa effettivamente serva al Partito Democratico e alla sinistra tutta per dare una portentosa sferzata alla politica italiana, ponendo resistenti argini alla pericolosa ascesa di nazionalismi e populismi.

Innanzitutto non bisogna volgere l’attenzione solo sul programma di governo, ma sarà necessario restituire un’anima al partito, ai componenti di esso come anche agli stessi elettori. Per farlo bisognerà abbandonare luoghi comuni, stereotipi e menzogne. Perché, per invertire davvero la rotta, “alcune verità devi dirle”, anche se sono scomode. Meglio ancora sarebbe dirle tutte.
Contro tutti gli allarmismi su migranti, immigrazioni e presunte invasioni, ricorda Cuperlo che da qui al prossimo decennio l’Europa avrà bisogno di almeno cinquanta milioni di nuovi cittadini, e questo solo per tenere in piedi il sistema pensionistico.

Tre sono i pilastri cardine della ricostruzione che ha in mente l’autore: Sud, formazione, governo locale. Tre nodi che, inevitabilmente finiscono con il tormentarlo il pettine di chi si confronta con l’amministrazione dello Stato e il suo governo.
La scuola, con i suoi alunni demotivati e apatici e con gli insegnati apatici, demotivati e sottopagati. Tutti poco qualificati. Un divario che continua a crescere e a pesare. Istruzione, formazione e cultura ne risentono da anni ormai. Innalzamento dell’obbligo scolastico fino al 18° anno come fatto in Portogallo e adeguamento delle retribuzioni per i docenti. Queste la riforma a costo zero e l’investimento da considerare prioritario per Gianni Cuperlo.
I governi locali, i Comuni abbandonati a se stessi, sotto finanziati e troppo spesso ignorati.
Il Sud che continua a essere considerato, a torto o ragione, il tallone di Achille di un intero Stato che fatica a reggere gli standard internazionali. Un Sud che va raccontato in chiave di risorse, certo necessarie, ma anche di emancipazione e giustizia.

Andrebbe poi svecchiato l’ordinamento stesso dell’economia. Il diritto societario, favorendo e valorizzando la funzione di fare impresa. Il diritto fallimentare, incentivando l’allarme precoce, la riallocazione delle risorse e un’ingerenza regolata del giudice. Il processo civile e la sfera amministrativa: minore burocrazia, un codice appalti meno esposto “alle bizze del vento” e procedure rapide al Tar. Lotta all’evasione, grande e piccola, e sgravi fiscali.
Mettere inoltre mano al “capitolo enorme” della parità di genere che, mai come oggi, assume i contorni di una vera e propria battaglia per l’universalità dei diritti.

Per Cuperlo, c’è da ricostruire un assetto delle istituzioni, un sistema politico tutt’altro che a regime. Bisogna ripensare un congresso vero: “serve una Costituente”. La sfida è convincere a entrare in scena “energie di frontiera” nell’impegno civico, sociale, ambientalista, del praticare solidarietà e fare democrazia.
Ricorda l’autore l’esistenza di forum su temi oggetto di cura per milioni di persone, reti delle quali spesso si tace l’esistenza. Risorse interne a dipartimenti e facoltà dove la ricerca sul mondo per come cambiava è avanzata producendo teoria, progetto, affinità sparse e per questo “meno a rischio di cristallizzarsi”.
Cuperlo ritiene necessario andarlo a cercare quel mondo, scomodarlo, disturbarlo, perché è questo che farebbe davvero la differenza e “scaverebbe un fossato col prima che nessuna distrazione di massa saprebbe colmare”.

La destra la sua formula pare averla trovata. Ha riscritto le gerarchie al suo interno e confinato “l’ala sedicente liberale” ai margini, anche per il mancato rinnovamento dentro Forza Italia. Ha inoltre arruolato “qualche scheggia estremista” e attende impaziente la resa dei conti alle urne.
Il destino della sinistra invece è ancora un’incognita. Non è certo scontato. Ma per Cuperlo spetta a loro comprendere come condizionarlo, invertendo una “percezione divenuta sondaggio e poi conferma dentro le urne”. Perché l’autore considera proprio questo il nodo centrale: decidere se l’approdo al governo vissuto in quel modo inatteso e fulmineo vada inteso come un cigno nero oppure sia il sentiero, “per quanto accidentato”, di un riassetto del sistema politico tutto.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


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È l’ingiustizia economica il volano dei populismi? “Questa non è l’Italia” di Alan Friedman (NewtonCompton Editori, 2019) 

Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (IlMulino, 2019) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro. Analisi del testo “All’alba di un nuovo mondo” di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli (IlMulino, 2019) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Have a nice day” di Serenella Baldesi (Ensemble, 2018)

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Può la routine quotidiana essere completamente stravolta da un incontro pressoché casuale? Può la vita di una donna essere posta in discussione per intero solo a causa del fato o del destino? Può davvero il caso scegliere il destino di una persona oppure ciò che accade alla fin fine è sempre frutto di una scelta?
Le risposte a questi quesiti, tutt’altro che banali, sembrano essere l’impalcatura su cui Serenella Baldesi ha deciso di far poggiare l’intero impianto costruttivo del suo libro, Have a nice day, edito da Ensemble in prima edizione a ottobre 2018.

Olivia è una donna, cinquantenne, sposata, senza figli, sportiva, che svolge la professione di architetto e di amministratore dell’impresa di famiglia. Lavoro, matrimonio e vita le sembrano ormai solo una cupa routine da continuare a praticare per inerzia. Priva di stimoli e sensazioni forti lascia che il tempo scorra lungo le anse di questo tran tran quotidiano. Non si aspetta di certo che, da un momento all’altro, la signora che era sposata, etero, architetto e imprenditrice compia una rivoluzione tale da spingerla verso “l’amore femminile” e a spostarsi a vivere all’estero.

Molte sono le prove che Oli è chiamata ad affrontare nella sua personale rinascita, la second life che la vita, il destino oppure lei stessa hanno scelto di offrirle. Altrettante le delusioni che, esattamente come nella prima vita, la protagonista del libro di Baldesi, cerca di imputare a svariati colpevoli. Solo quando realizza e comprende di essere e dover essere il solo “burattinaio” di se stessa pare ritrovare quell’equilibrio che sembrava smarrito.

Uno stile narrativo, quello impiegato da Serenella Baldesi, che sembra creato su misura per la storia narrata. Un fraseggio chiaro ma al contempo carico di parole ed espressioni vorticose, che sembrano aver origine dalla stessa protagonista, girarle intorno, risucchiare il lettore e prendere forma poi nelle varie vicissitudini che coinvolgono cuore e mente di Oli. Il personaggio principale, la protagonista, è ben delineato e caratterizzato. Un po’ meno gli altri protagonisti. Ma questa, forse, è una scelta voluta, proprio per lasciarli in quella sorta di nebbia che avvolge l’intera esistenza di Olivia, e fare in modo che sia solo lei ad emergere dal grigiore dei suoi tormenti.

Un romanzo, Have a nice day di Serenella Baldesi, senza risposte ma con tante domande. Un libro che non vuole insegnare bensì raccontare. Con una protagonista che vuole imparare a conoscere se stessa e un lettore che segue e insegue il suo percorso riflettendo sui tanti misteri e segreti che solo la vita può farti incontrare.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale


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“L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano” di Francesco Gnerre (Rogas Edizioni, 2018) 

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador 

“Splendore” di Margaret Mazzantini (Mondadori, 2013) 

Tanta spiritualità nascosta dietro una pungente ironia: “Cammino doppio” di Serenella Baldesi (AUGH! Edizioni, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Non avevamo capito che l’alterità resta anche se i regimi crollano. “Il Muro. La fine della guerra fredda in quindici storie” di Francesco Cancellato (Egea-UniBocconi, 2019)

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Il Muro di Francesco Cancellato è un libro che celebra delle ricorrenze, ma non è questa la migliore chiave di lettura. È un libro che, attraverso il ricordo di accadimenti, piccoli e grandi, importanti o meno, voluti o casuali, apre al lettore tante finestre, preludi per altrettanti spunti di riflessione su un determinato periodo storico e, soprattutto, sull’attualità e sulla contemporaneità di fatti ed eventi che davvero sembrano destinati alla ciclicità.

Attraverso il racconto di quindici storie, Cancellato accompagna il lettore in una profonda riflessione su quanto in realtà non abbiamo compreso di quell’evento noto a tutti come la fine della Guerra Fredda, ovvero la caduta del Muro di Berlino. Un accadimento definito epocale, soprattutto per i significati simbolici che si è scelto di accostarvi.
Sottolinea però l’autore nella introduzione, con estrema precisione, tutto quello che non si è voluto o non si è riuscito a comprendere. Che non abbiamo capito. A partire dal motivo per cui il Muro è stato abbattuto che, per Cancellato, coincide con quello per cui fu costruito: “evitare un esodo di massa dalla Repubblica Democratica Tedesca verso Occidente”.

Si è preferito credere e lasciar credere che patrie, frontiere, nazionalismi e pulizie etniche erano un qualcosa che l’Europa fosse riuscita a seppellire insieme al nazismo e non si è dato il giusto peso ai segnali contrari. Come la guerra nei Balcani, esplosa contemporaneamente alla fine della Guerra Fredda.
Non ci si aspettava di certo che quella stessa Unione Europea nata dalla “liberazione dei Paesi dell’Est sarebbe stata messa in discussione proprio da loro”. Loro, che hanno conosciuto il dramma del totalitarismo, della repressione, dell’esodo di massa, sono diventati i più spietati nemici dei profughi del Terzo Millennio.
Vittime di muri e confini di filo spinato che li separavano dal resto del mondo, oggi sono i costruttori dei nuovi muri d’Europa.

Per Cancellato, quando il Muro fisico che divideva la Germania è crollato un altro, invisibile ma ben più resistente, è rimasto esattamente com’era. Perché il 9 novembre del 1989 non si è riabbracciato un popolo diviso, dai medesimi tratti somatici e con le stesse radici culturali, ma si sono mescolati due mondi che per quarant’anni hanno vissuto uno in opposizione all’altro. Perché “non avevamo capito che l’alterità resta anche se i regimi crollano”. E non avevamo capito anche che, in fondo, “gli europei che ci guardavano dall’altra parte della cortina di ferro non avevano proprio tutti i torti”.

Ricorda l’autore che, con la crisi di Lehman Brothers del 2008, abbiamo scoperto che fabbricavamo denaro col denaro, che la nostra ricchezza era qualcosa di effimero, che si reggeva sul nulla, che l’Europa non è destinata per diritto divino a essere la guida del mondo civilizzato, che la globalizzazione tanto agognata ci ha portato in casa nuove economie che ci hanno fatto sembrare d’un tratto obsoleti.
Cancellato, ovviamente, non ha la soluzione a tutti questi problemi ma afferma che tornare indietro, studiare quanto accaduto, può aiutare a capire cosa è andato storto e perché.
In effetti, leggere le quindici storie che vanno a comporre il libro, come del resto la stessa introduzione, si rivela essere molto utile al lettore il quale, egualmente non ha soluzioni immediate e dirette, ma ne riceve potenti stimoli di riflessione, rilettura critica, analisi. E questo è per certo, sempre, positivo.

Leggendo i racconti de Il Muro ci si ritrova in più occasioni a rapportarli con il presente, quasi sempre per analogia purtroppo. Una Storia che tende sempre a ritornare. Utilissimo quindi appare al lettore il consiglio di Francesco Cancellato allorquando invita il lettore a non fermarsi all’evidenza della contraddizione, ma di scavare più a fondo in questi quarant’anni di Storia che meritano senz’altro di essere approfonditi. E di usare il libro come “una specie di piccola porta d’ingresso”.

Una piccola porta d’ingresso che aiuta il lettore a varcare la soglia di un ampio mondo di riflessione e analisi.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea Editore-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


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“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019) 

Quale futuro per le democrazie del post liberalismo e populismo? Jan Zielonka “Contro Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale” (Editori Laterza, 2018) 

All’alba di un nuovo mondo_ l’Occidente, il sé e l’altro (Analisi del testo “All’alba di un nuovo mondo” di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli – IlMulino, 2019) 

Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (IlMulino, 2019) 

Democrazie senza scelta e partiti anti-establishment. La rivolta degli elettori nell’indagine di Morlino e Raniolo (Analisi del testo “Come la crisi economica cambia la democrazia” di Leonardo Morlino e Francesco Raniolo – IlMulino, 2019) 

Chi vince e chi perde nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Egea-UniBocconi, 2019) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Sono andato a sbattere” di Michele Molinari (IlRio, 2018)

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Un libro sulla resilienza, su come trasformare i traumi in “occasioni”. Sono andato a sbattere di Michele Molinari è un testo scritto dall’autore alla fine di un lungo e sofferto periodo introspettivo, che ha fatto seguito a un altro percorso, lungo e sofferto, che ha riguardato al contempo corpo e anima. Un trauma. Il trauma da cui tutto ha avuto origine.

Un libro emotivamente impegnativo perché pone il lettore in una condizione di immediata empatia con il protagonista, con il suo trauma e con i suoi pensieri. Un personaggio che è lo stesso autore ma potrebbe essere chiunque e questo contribuisce a rendere ancora più coinvolgente il narrato, il racconto del vissuto. Le emozioni e i sentimenti che ne sono derivati. Le considerazioni più generali enunciate.

«Non sento più le gambe – continua a ripetere. Si è buttato dal terrazzino, è il minimo che gli potesse succedere – commenta l’infermiere intanto che mi cambia il collarino. C’è qualcosa di cupo nella sua disperazione, non sono urla di dolore bensì suoni lanciati da una mente ferita, forse un processo che viene da lontano e al quale i famigliari sono ormai avvezzi. Lo accarezzano dolcemente, in silenzio, non parla nessuno.»

Come se avessero piena consapevolezza di ciò che sta accadendo, di ciò che è accaduto e di cosa riserverà loro il poi, il dopo. Il futuro.
Al contrario, il protagonista del libro di Molinari, lui stesso, è molto disorientato, incredulo, incerto. E l’autore trasmette molto bene tutti questi sentimenti ed emozioni attraverso la scrittura. Riesce a descrivere quanto accade e a creare fin dalle primissime battute un legame con il lettore. Si è scelto il termine battuta non per puro caso. La vena ilare che percorre l’intero narrato, l’ironia che tenta di esorcizzare paura e dolore è una costante che il lettore ritrova lungo tutto il testo.

Lo stile narrativo è semplice, chiaro, lineare. Per la maggior parte si tratta della trascrizione dei pensieri e delle emozioni dello stesso protagonista, con l’aggiunta di pochi e brevi passaggi in cui si riportano le conversazioni intercorse soprattutto con il personale medico e paramedico.
L’ambiente, pur se poco descritto, ben viene percepito dal lettore, proprio attraverso il racconto del vissuto dell’io narrante.

Un libro, Sono andato a sbattere di Michele Molinari, che racconta di una sfida, quella tra il protagonista e il suo dolore. Una dura lotta contro lo sgomento, l’incredulità, la paura, il terrore, l’ansia… contro tutti quegli inevitabili strascichi che il trauma si è portato appresso. Un libro che non ha la pretesa di fare la morale o insegnare, semplicemente vuole raccontare una storia. Perché anche la narrazione è una fase del percorso la quale, insieme alle altre, contribuisce a costruire il ponte da percorrere o la corda cui aggrapparsi per tornare alla “normalità” che non sarà certo la vita di prima bensì un’altra, diversa, perché tra le due resterà sempre inciso, come scolpito nella roccia, il trauma e tutto ciò che verrà sarà, inevitabilmente, costruito e modellato intorno a esso.


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Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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Raccontare la vita. “Due secondi di troppo” di Andrea Mauri (Il Seme Bianco, 2018) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 


 

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“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Boringhieri, 2019)

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Di migrazione e immigrazione oggi si sente parlare molto e altrettanto se ne legge. Meno di integrazione e troppo poco di emigrazione. Il leitmotiv più ricorrente riguarda la presunta invasione in atto e la conseguente formazione di due fazioni contrapposte. I sostenitori di questa tesi da una parte e gli oppositori dall’altra. Il tutto però spesso tende a rimanere, volutamente si immagina, molto impersonale. I viaggi che diventano rotte e le persone neanche etnie, bensì solamente cifre, numeri di questo esodo che viene indicato come il più epocale nella Storia conosciuta e il più allarmante.
Si può dibattere all’infinito ma, nella gran parte dei casi, gli esponenti delle avverse fazioni non arretrano neanche di un solo passo, restando invece tutti fermi sulle originarie posizioni.

Maurizio Pagliassotti non ha imparato a conoscere la migrazione e l’immigrazione leggendo i giornali o seguendo i servizi televisivi. No, lui ha conosciuto i migranti perché gli sono semplicemente passati accanto, lungo le vie del suo paese, da sempre, da quando ne ha memoria. E bene si ricorda anche la diffidenza delle persone, dei suoi compaesani.
Lui è cresciuto lungo la strada che da Claviere in Italia porta a Briançon in Francia, lungo una delle famigerate rotte percorse dai migranti. Dodici chilometri di sentiero montano che separano i migranti dalla loro destinazione.

Un breve tragitto, rispetto a quello percorso in totale, ma non per questo più agevole o meno complicato. In considerazione anche degli ostacoli interposti dai governi, italiano e soprattutto francese, che cercano con ogni mezzo di rallentarli, scoraggiarli e fermarli.
Ed è proprio a questo punto che si assiste a un grande paradosso, ricordato da Andrea Bajani nella prefazione al libro di Pagliassotti, allorquando egli rammenta che tutti questi giovani migranti passano e vanno perché “è un istinto che nessuno può disinnescare o rispedire al mittente”, spesso senza ringraziare alcuno, e lo fanno semplicemente perché “muovono dall’assunto elementare, di specie, che la terra è di tutti”. Un vero e proprio scandalo per i governi dei Paesi che stanno attraversando e per i cittadini che abitano questi luoghi, uno scandalo che qualcuno potrebbe anche leggere come una provocazione ma che di sicuro è in grado di mettere in crisi un intero sistema.

Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina di Maurizio Pagliassotti, uscito in prima edizione a ottobre 2019 con Bollati Boringhieri, è il racconto non di un’invasione ma di un “transito epocale”, un travaso che avviene un po’ per volta, e ogni volta un pezzo di questo mondo, quello lasciato indietro, si sposta verso e dentro un vero e proprio altro mondo, “propagandato – e dunque offerto, per certi versi – come migliore”.
Esemplare la descrizione del libro fatta da Bajani nella prefazione. Coglie infatti quest’ultimo l’essenza vera e profonda della narrazione di Pagliassotti e la sintetizza egregiamente nel “breve” spazio di poche righe.

Pagliassotti ha idee molto chiare, decise, a tratti categoriche sul fenomeno della migrazione. Considerazioni che egli ha maturato negli anni e che hanno poi trovato un loro ordine nella scrittura del libro. Le sue riflessioni spesso non si basano su grandi teorie economiche, politiche o finanziarie, no, si avvicinano piuttosto a un’ottica socio-antropologica. Lo studio della realtà attraverso i propri sensi, la vista e l’udito innanzitutto. Il racconto di emozioni, sentimenti e risentimenti vissuti in prima persona o in una maniera comunque diretta. Accadimenti che se pure non ti hanno coinvolto in prima persona ti hanno comunque attraversato, di traverso appunto, e inevitabilmente ti hanno segnato.

Ha realizzato Pagliassotti che in Italia, ma in tutto questo “sgangherato Occidente”, si avverte un continuo bisogno di scaricare la violenza accumulata e altrimenti repressa sui poveri. Una rabbia terribile generata però dal fatto che non si sta bene. Ed ecco allora che i migranti diventano “il paracetamolo di immense masse alienate”, che vivono vite orrende in luoghi orrendi venduti come interessanti, stimolanti.
Lo scopo del suo libro è togliere la speranza a queste immense masse alienate che, per quanto possano essere arrabbiate, feroci, crudeli non riusciranno comunque a fermare il transito di coloro che fuggono da luoghi, posti, ricordi, eventi… che molti afferenti alla massa non hanno mai visto né conosciuto, per loro fortuna. Il transito dei migranti è un fenomeno epocale che non si può certo fermare con qualche slogan o barriera, fisica o legale. È una vera e propria lotta, pacifica e silenziosa, per la sopravvivenza.

Ancora dodici chilometri di Maurizio Pagliassotti è un libro molto intenso che racconta di piccoli gesti, di poche parole dette o taciute ma che comunque spingono il lettore verso riflessioni profonde su temi importanti, spesso dimenticati o ignorati. Una lettura interessante e per niente scontata.


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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Giampiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“A un passo dalla follia” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2019)

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Per meglio descrivere il protagonista del libro di Arrighi si può ricorrere alle parole di Nietsche, il quale in Al di là del bene e del male scrisse:

«chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà in te.»

Elia Preziosi ha guardato in fondo all’abisso a tal punto che non solo la sua mente bensì la sua intera esistenza ne è stata risucchiata, come preda e vittima di un vorticoso tornado generato e alimentato dal Male. Eh sì perché è proprio questo che Preziosi cerca di combattere, in questo come nei precedenti libri di Arrighi.
Non un delitto, non un criminale, per quanto spietato possa essere. Le pagine di A un passo dalla follia scrutano a fondo l’abisso del Male, in tutte le sue manifestazioni e forme.

Arrighi tenta, con questo nuovo libro, di dare un’impronta nuova ai suoi legal thriller votando la narrazione verso una spy story che vede coinvolti anche i servizi segreti italiani e i dogmi della religione cattolica.
Il respiro che traspare da questa narrazione è infatti più ampio di quello dei precedenti libri, nei quali la storia era per certi versi imbrigliata nella sola vicenda principale, ovvero i delitti di cui trovare il responsabile. Libri che più si avvicinavano ai classici della letteratura gialla. Mentre con A un passo dalla follia Arrighi sembra strizzare l’occhio agli autori contemporanei americani in particolare. Lo si denota anche dal fatto che il nuovo romanzo è più corposo, proprio in termini di pagine, rispetto ai precedenti e, anche per questo, più vicino ai suddetti autori.

Lo stile di scrittura permane il medesimo. A tratti però lo si ritrova più incisivo, o forse volutamente più provocatorio. Uno stile più folle o esasperato se si vuole, perfettamente in linea con il narrato.
Lo stile, il linguaggio, il fraseggio, la punteggiatura… tutto è, come consueto, molto curato. Presumibilmente ciò è ancora merito dello stesso autore, che sembra mantenere sempre un forte legame con i suoi scritti. Cosa che si evince dalla narrazione e, appunto, dalla struttura del testo.

 

Pronta per i lettori anche un’antologia di racconti firmati da Lama, Landini, Pulixi, Vicidomini e dallo stesso Arrighi che porta il ben esplicativo titolo Natale rosso sangue, in pubblicazione sempre con Edizioni CentoAutori.
Gli amanti del genere hanno quindi molto materiale per indagare sempre più a fondo l’abisso del Male e della Follia.

 


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni CentoAutori per la disponibilità e il materiale



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“Oltre ogni verità” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2018) 

Cosa accade quando il mondo non va oltre “Il confine dell’ombra?” Esce oggi il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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È l’ingiustizia economica il volano dei populismi? “Questa non è l’Italia” di Alan Friedman (NewtonCompton Editori, 2019)

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In tempi normali, i populisti restano ai margini della società, ne rappresentano solamente una piccola parte. Ma in presenza di gravi crisi o traumi collettivi, come una guerra o una depressione economica, questi gruppi minoritari possono trasformarsi in movimenti di massa e diventare la maggioranza.
È quanto accaduto negli anni Trenta in Europa in seguito alla crisi del ’29, o negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Ed è ciò che è accaduto in Italia nel marzo 2018.
Il punto centrale è l’ingiustizia economica, la sproporzione tra i sacrifici chiesti alla classe media e a quella medio-bassa, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i super ricchi ingrassano persino di più.

È questa la tesi esposta da Alan Friedman in Questa non è l’Italia, edito a settembre 2019 da Newton Compton Editori. Una visione condivisibile in toto che accenna ai motivi propulsori dei movimenti populisti e sovranisti che acquistano sempre maggiore consenso in Italia, in Europa e in genere nei paesi occidentali.
Il saggio si apre al lettore così con una notevole introduzione al fenomeno di stretta attualità e con lucide considerazioni sul come queste insoddisfazioni della classe medio e medio-bassa vengano intercettate da “astuti demagoghi” che le trasformano in slogan e promesse elettorali.

Friedman riporta nel testo una accurata cronistoria di quanto accaduto nel tempo in Africa, Medio oriente e Europa. Le decisioni e gli accordi che hanno portato direttamente Stati e popoli alla situazione attuale, a crearla o subirla.
Politiche sui migranti anche apparentemente distanti tra loro, nel tempo e nello spazio, oppure simili ma che hanno generato conseguenze diverse.
Leggi, decreti, accordi, trattati, muri, barriere, campi che sono prigioni, diritti che diventano privilegi, doveri che divengono slogan, propaganda spacciata per speranza, persone che diventano numeri o peggio merce di scambio, finanziamenti che sono ricompense e un’umanità intera che mostra da un lato e subisce dall’altro il suo volto peggiore.

La seconda parte del libro, molto più corposa della prima, si rivela un po’ meno interessante e un po’ troppo pedante, laddove l’autore si limita a elencare e commentare, o meglio criticare acerbamente, una lunga serie di fatti e accadimenti noti.
Principalmente si concentra su Steve Bannon, Matteo Salvini, Donald Trump, Luigi di Maio, Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. Persone che Friedman non stima molto, per usare un eufemismo, contrariamente a Mario Draghi, Jean-Claude Juncker e Dominique Strauss-Kahn per i quali invece l’autore prova molta ammirazione.
Dominique Strauss-Kahn. Proprio lui. Ma Friedman ne parla in maniera positiva dal punto di vista professionale, affermando che fosse da sempre noto a tutti la sua ossessione per le donne ma che questa è un’altra storia. Non c’entra.

La visione politica ed economica dell’autore è ben nota e viene più volte rimarcata dallo stesso nel testo, anche con commenti e giudizi un po’ troppo offensivi, almeno nell’ottica di chi scrive.
In Questa non è l’Italia vi sono numerosi passaggi che ricordano troppo il linguaggio e i metodi utilizzati da chi viene ripetutamente redarguito dallo stesso autore proprio per queste volgarità. Linguaggio volgare e incitazione all’odio sono le accuse sovente rivolte ai demagoghi populisti da Friedman.
Se combatti la violenza con la violenza ne risulterà solo altra violenza. Se combatti la volgarità con la volgarità, il risultato sarà solo altra volgarità.

“Abbassarsi” al livello di chi si critica proprio per il suo linguaggio volgare, per i suoi modi rozzi, per l’incitamento all’odio, in generale non è mai una scelta felice. Il caso particolare non fa eccezione.
Per fare un esempio: definire “sciroccati” esponenti di forze politiche democraticamente eletti non in linea con il proprio pensiero non è molto edificante. Legittimo non condividere idee e progetti. Altra cosa è lasciarsi andare a queste derive di stile.

«(Salvini, ndr.) non può contare su Farage. Né su Orbán. E neanche sulla Polonia. Solo su Le Pen, una manciata di estremisti dell’Europa dell’Est e sciroccati vari.»

Decisamente più gradite al lettore le parti in cui l’autore compie un’accurata critica basata sui fatti, i contenuti, le azioni concrete, sulla confutazione di tesi con dati e prove attendibili.

Friedman si sofferma molto nel raccontare, in particolare, la storia di Bannon e quella di Salvini con l’intento, sopratutto per il primo, di dimostrare l’evanescenza del potere che ostenta ma che, a conti fatti, non ha. Nessuna obiezione al riguardo. Soltanto che il nocciolo del problema non può di certo essere questo. Si può anche dimostrare con certezza assoluta che Bannon, Salvini, tutti i leader populisti e quelli di partiti estremisti non abbiano in realtà alcun potere ma ciò non rappresenterebbe di certo una soluzione.
Bannon, Salvini e via discorrendo sono degli attori del particolare momento storico in atto, sono intercambiabili e sostituibili in qualunque momento. Il punto è semmai capire perché costoro acquisiscono sempre maggiore consenso. Studiare le dinamiche che hanno portato e portano le persone, i cittadini, gli elettori a manifestare sempre più apertamente e con convinzione interesse e appoggio verso questi movimenti politici.
Ed è esattamente per questo che la prima parte del testo di Friedman risulta molto più interessante della seconda.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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