Più in là del silenzio: la comunicazione oltre il linguaggio verbale nell’opera di Guarducci e Milandri

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Il linguaggio, nella sua accezione più generale, può essere inteso come un sistema simbolico di comunicazione oppure, in maniera ancora più astratta e generale, come la facoltà di comunicare simbolicamente. Per cui il linguaggio è l’insieme di codici (verbali e non verbali) che permettono di trasmettere, conservare, elaborare informazioni. 

La grande scoperta filosofica (Cimatti, 2010) di Ferdinand de Saussure è che la lingua c’è. Cioè la lingua esiste di per sé, non soltanto quando qualcuno la usa. Essa è «al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio e un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui» (de Saussure, 1978, 19).

C’è qualcosa della lingua che sfugge completamente al parlante. La lingua, in questo senso, non è un fenomeno psicologico, non è qualcosa che dipende da quello che il parlante ricorda, crede o pensa. La lingua sta fra i parlanti, come l’acqua fra i pesci del mare (Cimatti, 2018).

Saussure scopre che la lingua non è un ‘fatto sociale’ fra gli altri. Essa è il ‘fatto sociale’, tutti gli altri non sono che conseguenze di questo fatto fondamentale (Durkheim, 1970).

Il parlante, che pensa di usare intenzionalmente la lingua, di fatto non sa nulla di come funziona la lingua che crede di usare, il cui dispositivo è, sostanzialmente, inconscio. La lingua ‘parla’ e il parlante si accoda (Cimatti, 2018).

Il linguaggio non è un sistema di simboli o segni isolato, ma intrecciato a molte altre condotte non verbali. Attraverso il racconto delle vicende dei protagonisti del romanzo, Guarducci e Milandri indagano i linguaggi quali strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda (Guarducci, Milandri, 2026).

Ed ecco allora che si profila il grande interrogativo esistenziale alla base del libro di Guarducci e Milandri: la comunicazione verbale serve all’individuo oppure il linguaggio verbale si serve dell’individuo?

La lingua trova la sua unità e la base del suo funzionamento «nel suo carattere semiotico» (Benveniste, 1969). Tale carattere è peculiare della cognizione umana, capace di procurare un surrogato dell’esperienza il quale possa essere trasmesso infinitamente nel tempo e nello spazio e possa essere decostruito e ricostruito mediante relazioni non usuranti con il mondo. L’accadere di una lingua è l’accadere di una forma di vita. Ogni lingua viva non è un prius bensì un posterius, ovvero la risposta del soggetto, individuale o collettivo, alle sollecitazioni dell’ambiente fisico e socio-culturale. Ogni parola, inoltre, è un gesto del corpo, è tutt’uno con una corporeità fisica e culturale fortemente valutativa, di parte, posizionata. La parola dipende da altro, da un raccordo geostorico e antropologico variabile nel tempo e nello spazio (Caputo, 2010).

La parola nel testo di Guarducci e Milandri presto diventa pensiero, tormento che attanaglia il protagonista intorno alsuono delle parole prima e al suono della vita poi:

«Teodoro sorride e annuisce, ma il suo pensiero è lontano. Il timo, la salsa, la perfezione di quella cena: tutto sembra essere pensato per fare una bella figura. Ma chi sono, davvero, le persone che siedono attorno al tavolo? Chi sono al di là delle parole, dei piatti e dei sorrisi che si scambiano? Teodoro si sente un po’ come un osservatore di quella scena» (Guarducci e Milandri, 2026, 9-10).

La reazione semantica fra il linguaggio e la realtà è descrivibile come dialettica esistente fra linguaggio-pensiero e realtà, vale a dire tra segni e oggetti. Nel loro aspetto pragmatico, i segni danno luogo a determinati comportamenti sociali conseguenti all’immagine mentale della realtà in essi oggettivata e alle relative idee in essi immagazzinate. La realtà e glioggetti non consistono soltanto in ‘cose’, ma sono anche atteggiamenti, relazioni, processi, sensazioni, sentimenti; coinvolgono, quindi, il mondo esterno e quello interno, quello naturale e quello sociale (Klaus, 1964). 

La comunicazione può essere fondante quando si assume il linguaggio – e quindi i sistemi segnici che lo presuppongono – secondo la prospettiva della pragmatica, vale a dire quando si considerano i segni linguistici in rapporto agli uomini che li producono, li emettono e li ricevono; se ne ricerca l’origine nella vita vissuta, nelle condizioni materiali dell’esistenza umana; se ne esamina l’uso in funzione dei bisogni umani; si riconosce che il linguaggio è contemporaneamente un prodotto e un elemento dell’attività pratica dell’uomo nel suo sforzo di trasformazione del mondo (Ponzio, 2006).

Guarducci e Milandri spingono verso una riflessione inversa, ovvero cercare la trasformazione del mondo e di sé stessi non nella parola, nella comunicazione verbale, bensì nell’assenza di questa: nel silenzio.

«Claudia è nata in una casa piena di rumori. Non di quelli fastidiosi, ma di quelli che riempiono l’aria di vita: voci sovrapposte, risate, porte che sbattono, canzoni alla radio, il profumo del sugo che si mescola al detersivo dei pavimenti» (Guarducci e Milandri, 2026, 32).

Ai nostri giorni siamo invasi dalle parole, dal rumore. La parola sembra essere diventata quasi uno strumento obbligato per l’affermazione e la celebrazione di sé stessi. Tacere equivale a digiunare verbalmente. Un silenzio che non è semplicemente assenza di rumore e di parola, ma è una realtà plurale. Nel silenzio possono emergere energie che si traducono in un’attività intellettuale più feconda, capace di stimolare la nostra memoria e di aguzzare le nostre facoltà di ragionamento e di immaginazione (Bianchi, 2025).

Il silenzio ci appartiene quanto la parola ma, essendo sfrangiato, indefinito spazio del possibile, lateralizzato rispetto al messaggio funzionale spesso non gode del rispetto dovuto. 

L’elemento che funge da filo conduttore e attraversa il non verbale, il preverbale, il paraverbale e il verbale è proprio il silenzio: tutti questi aspetti della comunicazione vibrano di questo nesso che, originariamente privo di identificazione, trova una via definitoria solo se messo in rapporto con la situazione comunicativa nella quale viene a trovarsi. Nel rapporto interpersonale il silenzio può essere sintonico o disinteressato: prudente o rispettoso, poetico o afasico. Non è citabile. Ambiguità e libertà sono le principali caratteristiche del silenzio sociale. Al contrario della parola non subisce trasformazioni semantiche, né connotative né denotative, anche se il suo essere polisenso lo lega a differenti codici antropologici, che possono variare da latitudine a latitudine, a seconda del diverso significato delle espressioni facciali. 

Bisognerebbe a questo punto sottolineare la doppia accezione data al silenzio dai latini: silere che è affermazione del silenzio e tacere che è la negazione del suono. A silere si collega la mistica, l’arte intesa come poesia, pittura, musica, creatività, architettura, inconscio, natura. A tacere viene associata la volontà del singolo individuo, l’equilibrio, la saggezza, la prudenza, la paura (Stecchina, 2011).

Consapevole della formatività del silenzio, Pitagora chiedeva ai suoi discepoli un saper tacere della durata di ben cinque anni. In questo lasso di tempo essi potevano soltanto ascoltare i suoi insegnamenti. L’ascolto è processo attentivo nel quale il mondo interiore si annulla davanti al suono dell’altro (Stecchina, 2011).

Teodoro, protagonista del libro di Guarducci e Milandri, è alla ricerca di un silenzio che coinvolga anche la sua partner Claudia nonché la cerchia di amici. Una ricerca che lo porta a imparare «una lingua fatta di sottrazioni» (p. 65). Un silenzio sottratto al continuo parlare che per Claudia diventa «un luogo dove non doveva più dimostrare nulla» (p. 77).

Il silenzio protegge anche da sé stessi, dal proprio ego messo in discussione, dalla nevrosi da prestazione mentale o dal bisogno di emergere, dalla nostra cultura, da tutto quanto si è sedimentato in noi, come cultura, credenze, tradizioni. Il silenzio è liberatorio, nel tempo dilatato, nel rapporto mai conflittuale. Il silenzio, fuga dalle troppe parole che confondono il nostro essere, è vocazione di chiarezza (Stecchina, 2011).

La consapevolezza, e più precisamente la capacità di riflettere su sé stessi è forse la caratteristica peculiare della nostra specie nella biosfera. Un’azione per certo amplificata dal silenzio attivo, che sorge dall’interno. Un silenzio pieno, che apre a una dimensione nuova dell’attenzione e rende l’azione, fisica o intellettuale, fluida ed efficace. 

I nostri sensi raccolgono continuamente un’enorme massa di stimoli e di informazioni provenienti dall’ambiente esterno e interno, che sono elaborati dai centri sottocorticali senza che noi ce ne accorgiamo. Solo una piccola parte di queste informazioni raggiunge la corteccia cerebrale e affiora alla coscienza, attirando così la nostra attenzione. 

L’attenzione è anche attesa. La pratica del silenzio attivo può migliorare la qualità dell’attenzione proprio concedendo il tempo e i benefici dell’attesa (Barbiero et.al., 2007).

Il silenzio imposto da Teodoro nel suo rapporto con Claudia l’hanno costretta a lunghe attese che le sono servite perché ha riflettuto su ogni cosa accadeva intorno. La sua attenzione ne ha giovato. Il suo animo anche. Il suo rapporto con Teodoro ha raggiunto un livello diverso, inaspettato.

«Claudia aveva sempre pensato che l’amore fosse fuoco. Passione. Parole. Poi aveva capito che era sopportazione. Impegno. Condivisione. Ma ora stava scoprendo una terza cosa: l’amore, forse, era anche assenza di rumore» (p. 77).

Il tema del silenzio, ovvero dell’assenza di rumore che il personaggio Claudia sembra identificare anche come amore, apre immediatamente il campo a una duplice constatazione: innanzitutto, osservando il contesto in cui viviamo, possiamo notare il fatto che il nostro tempo sembra avere paura di questa dimensione. I contemporanei paiono in larga parte identificare il silenzio con il vuoto, con il nulla, con un’inquietante assenza. Al contempo, ci avvediamo di una dinamica diametralmente opposta: il silenzio è ricercato da tante persone che, stanche della confusione esteriore e interiore che spesso accompagna la loro quotidianità, desiderano che questa dimensione ormai perduta torni a far parte dell’esistenza (Camisasca, 2023).

Cosa porta o potrebbe portare davvero il silenzio alle esistenze? La conoscenza dell’altro e dell’amore vero, come nel caso dei protagonisti del libro di Guarducci e Milandri? Oppure la conoscenza di sé stessi? Oppure tutto ciò? 

Non si può tematizzare il silenzio se non nel suo rapporto con la parola, con il duplice e reciproco beneficio della dicibilità del silenzio e di una più adeguata collocazione della parola all’interno di un orizzonte di senso, in cui il silenzio è chiamato a svolgere un ruolo di risemantizzazione della parola, per farla uscire dalle secche della mera valenza indicativa. Ma per ottenere questo doppio risultato (di poter dire il silenzio e di risemantizzare la parola per evitarne la cristallizzata caduta di senso) bisogna ricollocare il silenzio tra il cogito e la parola, ritrovandolo e riscoprendolo come anima del primo e come la dimensione significativa della seconda. 

Se ci atteniamo alle posizioni del pensiero moderno della ragione tutta dispiegata, o del tutto dicibile professato dalla ragione tecnica, non ritroviamo che decise condanne del silenzio. 

Dove domina il sapere assoluto, un sapere sostanziale, non c’è spazio per il silenzio perché non c’è più spazio per quest’attitudine alla reconnaissance che giustifica e motiva il filosofare come immer weider. È forse necessario uscire, magari solo temporaneamente, dalla stretta pertinenza del pensiero (o del pensare) occidentale per poter sperimentare percorsi diversi, in cui le assillanti questioni che finiscono con l’impedirci violentemente di “fare silenzio”, vengono sostituite da questioni e domande alle quali si risponde senza rispondere o rinviando la risposta (Signore, 1992).

La lettura del Tao Te Ching e dei testi buddhisti costituisce per Pontiggia (Pontiggia, 2002) la via d’accesso alla dimensione più profonda della scrittura letteraria, una strada che consente l’acquisizione di una più alta consapevolezza riguardo al valore della parola in relazione al vuoto da cui essa trae origine. Da qui ne consegue l’invito alla pratica del non agire e del non dire in accordo con il ricorrente appello al silenzio inteso quale spazio significativo assoluto (Cannavacciuolo, 2021).

Sapere quando non si deve parlare è altrettanto importante della conoscenza di ciò che si deve dire. La pragmatica del silenzio insegna che il tacere è, di per sé, una forma di comunicazione, spesso di forte impatto emotivo, che implica, in sé, il cortocircuito logico per cui, anche non comunicando, ossia rifiutando la comunicazione, in realtà si sta comunicando l’intenzione di non comunicare. Eppure, è bene ribadirlo, l’ambiguità del silenzio non è soltanto un difetto di comunicazione, il risultato di un equivoco o una strategia omissiva che a volte rasenta la complicità con la menzogna o l’inganno. Il silenzio attesta, all’interno del linguaggio, l’esistenza dell’intraducibile (Tagliapietra, 2020).

«Il parlare si compone soprattutto di silenzi, sicché un essere che non fosse in grado di rinunciare a dire molte cose, sarebbe incapace di parlare» (Ortega y Gasset, 1937, 42). Detto altrimenti, ciò significa che il tutto, ovvero la totalità dell’essere, è e rimane indicibile e, in questa prospettiva, è forse possibile interpretare, all’inizio del pensiero filosofico, l’opzione radicale della filosofia di Parmenide nei termini di un paradossale «Discorso ridotto al Silenzio» (Kojève, 1968, 224). 

Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein si chiude con le seguenti parole: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Per il filosofo, il linguaggio è contornato dal silenzio, dal silenzioso mostrarsi del pensiero (Valent, 1990). Sembra quindi che Wittgenstein pensi al silenzio come la conseguenza di una doppia depurazione, che consiste nell’aver liberato il linguaggio da quel suo uso distorto che si chiama filosofia e che dà vita al guazzabuglio dei problemi metafisici, ma anche nell’aver emancipato, in qualche modo, la filosofia del linguaggio, facendo intravedere una sorta di saggezza silenziosa (Tagliapietra, 2020). 

In un’ottica apparentemente paradossale, il silenzio, nelle sue molteplici declinazioni, può diventare quindi un’occasione per rivalutare il dialogo e spostarlo sul terreno dell’autentica reciprocità. Il silenzio non è il semplice tacere ma una dimensione simbolica rituale comunicativa ed è la possibilità dell’esperienza significativa di essere profondamente in relazione (Di Nuzzo, 2023).

Esattamente ciò di cui sono alla ricerca Teodoro e Claudia: un legame che attraverso il silenzio definisca e rafforzi la loro unione. Inoltre, dopo le prime reticenze e la paura di questo vuoto, Claudia avverte di non avere «più paura del silenzio. È diventato mio alleato» (p. 77).

Scoprire o riscoprire il silenzio significa innanzitutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle proprie esperienze. Un viaggio senza punti di arrivo e senza conclusioni, che si appaga del suo peregrinare, percorrendo i più diversi territori di applicazione del silenzio (Di Nuzzo, 2023).

Partire dalle spinte contrapposte che animano il rapporto interpersonale è importante non solo per riconoscere quanto sia solo apparente la contraddizione fra individuale e sociale e quanto il silenzio – pur appartenendo all’autoriflessione – riesca poi a gestire la capacità relazionale nella ribalta del sociale (Goffman, 1969). Cercare o trovare rifugio nel silenzio risponde anche all’esigenza di salvaguardare la propria intimità, spesso posta a rischio da una socievolezza mal declinata che va oltre le soglie fissate dal giusto equilibrio fra soggettività e oggettività. La mancata realizzazione di questo equilibrio mina le basi del gioco democratico che sorregge la relazione e rende la comunicazione non coerente alla logica del riconoscimento e del rispetto reciproco (Simmel, 1983). Creando la dipendenza dalle cose materiali, certe, misurabili, visibili, la cultura moderna ha stabilito il mito dell’acquisizione e ha reso la certezza un valore irrinunciabile. Per questo, da principio di saggezza la capacità di dubitare, ospitata dal silenzio, è divenuta sintomo di debolezza o di inferiorità e gli individui malcelano o tacciono le proprie perplessità, ancorandosi all’esistente e ai mezzi culturali che lo amplificano nella comunicazione (Fromm, 1951). La tendenza a non interrogarsi trova sostegno nel processo che ha trasformato la ragione in razionalità e la realtà in realismo. Per trasmettere le certezze dell’ordine sociale, il linguaggio ha lasciato progressivamente spazio al rumore della modernità ed è stato svuotato di ogni significato trascendente e critico verso la situazione esistente. Da qui il paradosso del progresso materiale che produce l’illusione di poter comprendere qualunque cosa ma non riconosce l’importanza del riso e del pianto, del sorriso e del silenzio, quali mezzi per comunicare con noi stessi e con l’esterno che travalica le appartenenze culturali (Fromm, 1951). 

La comunicazione è partecipazione, poiché essa prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione, nonché l’accordo sulle regole sottese a ogni scambio comunicativo. Essa ha una matrice culturale e una natura convenzionale, non soltanto in quanto rappresenta un esito degli accordi e delle convenzioni culturalmente stabilite all’interno di una determinata comunità, bensì anche in quanto assume combinazioni come più probabili e altre meno. Qualsiasi scambio comunicativo verbale non consiste nel produrre frasi isolate e astratte, ma nell’adoperare enunciati per realizzare un effetto intenzionale sull’interlocutore entro un definito contesto relazionale. Per Goffman (Goffman, 1963), esistono delle ‘regole’ precise entro cui inquadrare le proprie sequenze comunicative ed esse consentono di definire la situazione, stipulando congiuntamente il significato e la struttura dell’interazione e della comunicazione in corso (Anolli, 2002). Specularmente si potrebbero ipotizzare come egualmente valide le ‘regole’ che sottendono alla comunicazione non verbale, nella fattispecie il silenzio. Anche in questo caso lo scopo ultimo dell’interlocutore è l’effetto intenzionale all’interno del contesto relazionale. Per certo ciò che avviene nel rapporto tra Teodoro e Claudia nell’opera di Guarducci e Milandri, laddove la protagonista afferma addirittura che il silenzio è diventato il suo alleato nel mantenimento dell’equilibrio relazionale e comunicativo con il compagno di vita. 

Bibliografia di riferimento

Anolli, L. (2002), Inquadramento storico e teorico sulla comunicazione, in Id (a cura di), Psicologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna.

Barbiero, G. et.al. (2007), Di silenzio in silenzio. Una dimensione di incontro tra arte e pedagogia e scienza, Anima Mundi Editrice, Otranto (LE). 

Benveniste, É. (1969), Sémiologie de la langue, in Semiotica, I, 1, pp. 1-12.

Bianchi, E. (2025), Il silenzio e il tacere, in Firenze Architettura. 1, pp. 16-19.

Cannavacciuolo, L. (2021), Dire/tacere. Lo spazio del silenzio nella scrittura di Pontiggia, in V. Arsillo, L. Cannavacciuolo, M. Costagliola d’Abele, G. Notaro (a cura di), Il silenzio e le forme. Modelli e rappresentazione nelle letterature europee moderne, Edizioni dell’Orso, Alessandria. 

Camisasca, M. (2023), Il silenzio, in Materiali si estetica. Terza serie – N. 10.2.

Caputo, C. (2010), Linguistica e filosofia del linguaggio in Saussure, in RIFL 3: 12-10.

Cimatti, F. (2010), Concetto e significato. Saussure e la natura umana, in Rivista italiana di Filosofia del Linguaggio, 3.

Cimatti, F. (2018), La lingua c’è. Saussure, Chomsky e Lacan, in Philosophy Kitchen #9 – Anno 5 – Settembre 2018.

de Saussure, F. (1978), Corso di linguistica generale, a cura di T. De Mauro, Laterza, Bari.

Di Nuzzo, A. (2023), Silenzi rituali, silenzi esistenziali. Riflessioni tra antropologia e filosofia, in A. Chahoud, A. Campus, G. Lusini, S. Marchesini (a cura di), Tempus Tacendi. Quando il silenzio comunica, Alteritas, Verona. 

Durkheim, E. (1970), Le regole del metodo sociologico, Sansoni, Firenze. 

Fromm, E. (1951),  Il linguaggio dimenticato, Bompiani, Milano, 1962.

Goffman, E. (1969), La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna. 

Goffman, E. (1963), Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione, Einaudi, Torino, 1971.

Guarducci, F., Milandri, M. (2026), Più in là del silenzio, Editoriale Le lettere, Firenze.

Klaus, G. (1964), Die Macht des Wortes. Ein Erkenntnisheoretisch-Pragmatisches Traktat. Verlag der Wissenschaften, Berlin.

Kojève, A. (1968),  Essai d’une histoire raisonée de la philosophie païenne, Gallimard., Paris, Vol. 1 – 224.

Ortega y Gasset, J. (1937), Myseria y esplendor de la traducción, in La Nación. Maggio-Giugno 1937. Poi in Id. Obras Completas, in Revista de Occidente, Madrid 1932-1986, Vol. V. Tr. it. Miseria e splendore della traduzione, il nuovo melangolo, Genova, 2001.

Pontiggia, G. (2002), Formato e stile, in Id. Prima persona, in G. Pontiggia, Opere, a cura di Daniela Marchesini, Mondadori, Milano, 2004.

Ponzio, A. (2006), Produzione linguistica e ideologia sociale, Graphis, Bari, Prima Edizione 1973.

Signore, M. (1992), Filosofia e comunicazione tra silenzio e parola, attraverso la “persona”, in Idee 20:3.

Simmel, G. (1983), Forme e giochi di società. Problemi fondamentali della sociologia, Feltrinelli, Milano.

Stecchina, G. (2011). Silenzio. Profili tematici di una modalità comunicativa non gestuale, in A. Tafuri (a cura di) Annuario 2009-2010 del corso di master di primo livello in Analisi e gestione della comunicazione, EUT – Edizioni Università di Trieste, Trieste, pp. 76-106.

Tagliapietra, A. (2020), Il silenzio, ovvero la riserva dell’intraducibile, in Giornale Critico di Storia delle Idee – Rivista Internazionale di Filosofia, Numero 1, pp. 17-32.

Valent, I. (1990), Crisi del linguaggio e linguaggio della crisi nel Tractatus logico-philosopficus in id. Asymmetron. Microntologie della relazione, in Italo Valent – Opere, a cura di A. Tagliapietra, Moretti & Vitali, Bergamo, 2008.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La lingua italiana è a rischio oppure sta attraversando una fase di trasformazione e adattamento?

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Edoardo Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico

Ogni lingua cambia senza sosta, e nel cambiare sostituisce abitudini precedenti con abitudini successive. Le nuove abitudini, però, prima di diventare generalizzate sono in minoranza, e quindi si chiamano errori. Poi diventano varianti abbastanza accettate, e infine possono scalzare la vecchia abitudine e diventare la norma. Visto nel passato, questo genere di cose appare al tempo stesso inevitabile e privo di insidie, perché come risultato ha prodotto la lingua che ci hanno trasmesso. Ma visto al presente, cioè mentre si verifica, scatena le preoccupazioni e le alzate di scudi di tante persone. La percezione che in molti hanno è che la lingua giusta sia quella consueta appresa e parlata. Lombardi Vallauri indaga a fondo quanto questo pensiero possa essere o diventare insidioso e preoccupante.

L’italiano in bilico: le scomodità del cambiamento

Sono numerosi i cambiamenti (o mode) in atto di cui non si può essere sicuri se verranno respinti e resteranno errori, o se piano piano entreranno a far parte dell’italiano standard. 

Tali fenomeni sono quelli che Tullio De Mauro (2006) chiama «neosemie», cioè (in greco) nuovi sensi, con cui tipicamente molti semicolti adoperano oggi un buon numero di parole italiane. Se questi usi fossero davvero limitati ai semicolti, si potrebbero considerare solo come tratti un italiano popolare, substandard, o per lo meno approssimativo. Tuttavia – ed è questo ciò che Lombardi Vallauri (2026) ha inteso mostrare – vi sono molti casi in cui una parola sta assumendo un senso nuovo (e in prima battuta erroneo) anche nell’uso, non di rado pretenzioso, di parlanti e scriventi che si collocano a livelli culturali alti, e in situazioni comunicative abbastanza formali. 

Una causa di nuovi significati è l’influsso di una parola simile più conosciuta, che inganna. Un esempio potrebbe essere l’uso di innestare per “innescare”. Il senso di “dare inizio a un processo incrementale” (tipicamente circoli virtuosi o viziosi, ma non solo) è associato a innescare, per metafora dall’avvio del processo che porta all’esplosione di una carica dopo che la si è, appunto, innescata. Per somiglianza, si trasferisce su innestare, che fino a poco tempo fa aveva solo il senso di “piantare qualcosa in qualcos’altro” (in procedimenti botanici, meccanici e simili) il significato di innescare.

Oppure leggiadro utilizzato con il significato di “leggero”. Questo aggettivo, in italiano, vuol dire “bello, elegante, grazioso” e non “leggero”. I dizionari non recepiscono questa nuova accezione, che va considerata ancora errore. 

Alcuni nuovi significati si devono alla perdita di una parte dei tratti semantici della parola, cioè a una interpretazione semplificata del suo senso nei contesti in cui appare. Ciò è un meccanismo fondamentale del cambiamento linguistico, non necessariamente da considerarsi come un qualcosa di negativo. Se morale designa anche semplicemente la conclusione di una vicenda è perché tipicamente una morale concludeva le favole portatrici di un insegnamento. Aleatoriosignifica “rischioso, di esito incerto”. Tuttavia, il termine oggi circola molto con un senso più generico: “incerto riguardo il suo verificarsi o alle sue conseguenze”, ma anche quello più banale di “vago, impreciso”.

In alcuni casi, a facilitare lo slittamento di senso sono condizioni di natura prevalentemente sintattica. È il caso di piuttosto che utilizzato nel senso di “oppure” quando invece significa “anziché, di preferenza rispetto a”. 

L’italiano in bilico: dalla forma corretta al correttismo

L’ampio accesso alle dinamiche pubbliche da parte di persone con poca cultura ha fra le sue conseguenze un fenomeno caratterizzato dall’insorgere di «correttismi» (Lombardi Vallauri, 2026).

Il correttismo inizia con la tentazione legittima di ricorrere a forme pur sempre corrette, ma diverse da quelle prevalenti, preferendole perché capaci di mostrare l’elevatezza del proprio linguaggio. Però poi continua con la tendenza meno legittima a stigmatizzare chi usa le forme usuali, a quel punto ritenute errate. 

Il perfettamente legittimo perché già letterario interpetrare è adottato da molti in luogo del più usuale (e più aderente alla forma latina) interpretare. Molti, credendo che di forma giusta ce ne sia una sola e che sia quella inusuale, arrivano finanche a credere che quello usato dalla massa sia errato, e si mettono a correggere chi dice interpretare.

Egual ragionamento si può fare per obiettareobiettivoobiezione i quali ripetutamente vengono segnalati come errori laddove li si scrive con la doppia b: obbiettare, obbiettivo, obbiezione.

L’italiano in bilico: scrivere serve solo a scrivere?

Oggi gli italiani scrivono sempre peggio. Si scrive molto, ma sempre meno in condizioni di accuratezza. Si insegna meno a scrivere. La cultura umanistica è sempre meno diffusa. Sempre più testi hanno natura volatile, perché non esistono sulla carta, ma sui siti web. Nelle versioni online, vengono cambiati continuamente, rendendo antieconomico confezionare con accuratezza ciò che deve essere prodotto in fretta e avrà vita breve (Giunta, 2017).

E allora Lombardi Vallauri si chiede se in tanti oggi non sanno più scrivere bene perché saper scrivere non rappresenta più un’abilità necessaria. Eppure scrivere (e leggere) cose ben scritte serve a diventare bravi a parlare. E parlare, per certo, rimane una funzione di grande importanza nella vita non solo pubblica, ma anche privata e persino intima. 

Si diventa capaci di parlare sia correttamente che in maniera efficace solo se si legge molta roba buona e si scrivono testi di una certa accuratezza. In altre parole, l’addestramento a parlare bene non consiste solo nel parlare molto e con impegno, ma richiede il supporto della buona scrittura e della buona lettura.

La lingua italiana e il pensiero sessista

L’aspetto della lingua che in Italia ha subito i più forti contraccolpi per motivi ideologici negli ultimi anni è certamente quello che riguarda le questioni di genere e l’espressione stessa del genere delle persone. Il dibattito sul tema si fa risalire alla pubblicazione di Sabatini (1987) che denunciava il fenomeno del «sessismo nella lingua italiana» da una sede istituzionale, e proponeva una serie di cambiamenti linguistici per contrastarlo.

Ma la lingua italiana è davvero maschilista?

Il dibattito chiede giustamente attenzione sugli usi della lingua che possono offendere o danneggiare le persone di sesso femminile. Bisogna, naturalmente, tenere in considerazione anche coloro che si professano di genere diverso dal maschile e dal femminile e hanno il medesimo desiderio di non subire ingiustizie. La lingua stessa, sottolinea Lombardi Vallauri, ha bisogno di non soffrire interventi che rendano difficile o penoso per tutti farla funzionare. 

La mentalità delle persone si riflette continuamente nel modo in cui usano la lingua. Anche senza che c’entri il sesso, una parola tende a evocare soprattutto ciò per cui viene più frequentemente adoperata.

Termini quali segretario e segretaria evocano un qualcosa di completamente diverso: il primo rimanda al capo di un partito, il secondo un’impiegata addetta a coadiuvare il lavoro di un dirigente. Non è la lingua in sé a determinare questa differenza, e sia segretario che segretaria sono a disposizione dei parlanti italiani per entrambi i significati. 

In altri casi, però, è proprio la lingua ad accordare una sorta di preferenza al maschile sul femminile. In diversi nomi di mestieri o categorie di persone l’opzione principale prevista dalla lingua italiana è quella maschile, rispetto a cui il femminile si presenta come derivato mediante un suffisso. La lingua non prevede l’inverso, cioè nomi maschili “secondari” derivati da un più primario femminile. Ancor più strettamente legato alla struttura della lingua è il fatto che quando si intende sia di maschi che di femmine la forma adoperata è identica a quella del maschile. Le ragioni di ciò possono essere di due strutture: qualitativa e quantitativa.

La principale possibile ragione qualitativa è che il maschile, quando è divenuto il genere non marcato, fosse sentito come più in grado – rispetto al femminile – di rappresentare entrambi i generi. Nell’analisi di Lombardi Vallauri, la lingua, scegliendo il maschile come non marcato, sembra dirci: ad avere qualcosa in più è il sesso femminile. La marca in più delle femmine potrebbe essere la capacità di generare, quindi di ospitare un altro individuo: cioè un ulteriore, macroscopico sovrappiù di animatezza. Le principali caratteristiche dei maschi si ritrovano, approssimativamente, anche nelle femmine; invece le femmine hanno una caratteristica decisiva ed evidente che i maschi non hanno. Quindi il termine che designa il maschio è portatore di significati più generali e più adatti a designare le caratteristiche comuni dei due gruppi. I maschi sono individui più generici delle femmine.

Per quanto riguarda la ragione quantitativa, si tende a sentire come meno marcato, meno speciale, più adatto a rappresentare la totalità, ciò che è più frequente. In italiano i sostantivi maschili che finiscono in -o sono assai piùnumerosi di quelli femminili che finiscono in -a. Fra le ragioni di questo stato di cose vi è certamente anche il fatto che in latino la vocale tematica caratterizzava essenzialmente i femminili, mentre la (da cui la italiana) si trovava sia nei maschili in -us che nei neutri in -um.

Conclusioni: l’italiano è in bilico o attraversa l’ennesima fase di cambiamento?

Gli attacchi alla lingua italiana sono eterogenei ma hanno in comune la contemporaneità, ovvero il fatto che stanno accadendo adesso. Questo il motivo per cui è necessario prenderli tutti in esame, anche se afferenti ad aspetti diversi. 

Non è facile indicare direzioni di uscita dal bilico. Lombardi Vallauri lo ha fatto con molta cautela, suggerendo di tenere sempre in considerazione le esigenze dettate dalla vita e dalle dinamiche sociali. Ma farlo senza mai dimenticare o ignorare le strutture e i meccanismi con cui funziona la lingua. Conoscere a fondo la lingua e come funziona aiuta a decidere quali comportamenti linguistici sono veramente utili e quali ci intralciano; quali scelte di lingua offendono e danneggiano davvero le persone, e quali le rispettano di più. 

Sapere come funziona la lingua è necessario per capire in che direzione ci conviene uscire dal bilico. Quale che sia il problema, difficilmente le soluzioni giuste sono tutte schiacciate in una sola direzione, come farebbe credere un atteggiamento esclusivamente ideologico.

Bibliografia

T. De Mauro, Dizionaretto delle parole del futuro, Laterza Roma-Bari, 2006.

C. Giunta, Saper scrivere è così importante?, «Il Sole-24 Ore», 12 febbraio 2017.

E. Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico. Quello che sì, quello che no, Il Mulino, Bologna, 2026.

A. Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1987.


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© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Maurits Cornelis Escher, Esplorando l’infinito

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Esplorando l’infinito di Escher (Aesthetica, 2026, pp. 192, €26) non è una monografia critica né un’opera illustrata: si tratta di un’opera in cui a parlare è lo stesso artista, attraverso lettere, conferenze, scritti di vario genere. Non ci sono filtri e il pensiero dell’autore può fluire direttamente verso il lettore il quale, proprio attraverso le sue parole, scopre tutto il suo universo.

Il libro di Escher è uscito in prima pubblicazione nel 1986, la versione attuale è arricchita dall’introduzione di Luca Taddio, docente di Estetica e filosofia della tecnica all’Università degli Studi di Udine, e dalla presentazione di Federico Giudiceandrea, fondatore e presidente della Microtec, estimatore dell’arte di Escher nonché curatore di numerose mostre dell’artista.

Come sottolinea Taddio nella introduzione al libro, Escher, grafico e artista, si staglia come un ponte tra il mondo visibile e quello invisibile, tra il rigore della matematica e l’incanto dell’immaginazione. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni del mondo, ma virtualità della realtà, dove regole e visione si intrecciano e la logica dell’attualità cede il passo al regno della possibilità. 

Ogni sua incisione, ogni suo disegno, celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in alcun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito.

Le litografie, xilografie e incisioni dell’artista sono popolate da scale infinite, prospettive vertiginose, spazi che si piegano e si ribellano alla tridimensionalità. Non c’è caos nel suo lavoro: l’intero spettro visibile è regolato da un ordine profondo, quasi mistico, che scaturisce dallo spazio della geometria, dalla simmetria e dal concetto stesso di infinito.

Le opere di Maurits Cornelis Escher possono essere definite un’esplorazione del possibile: un viaggio nel visibile. Si celebra lo spazio e la natura mutevole delle sue architetture prospettiche, la sua capacità di immaginare dimensioni intangibili eppure reali, percepibili al tatto dello sguardo

Egli sembra voler ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo. La sua arte è un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto.

Dalle sue opere traspare chiaramente il suo non essere solamente artista ma vero e proprio creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà.

Ed è esattamente questo che invitano a cercare nel testo ma soprattutto nelle opere di Escher Taddi e Giudiceandrea: la potenza del mondo raffigurato e di quello immaginato, la visione del reale e quella del sogno. La tensione continua tra il finito e l’infinito. Alla ricerca della funzione più autentica dell’arte: dare voce al mistero dell’esistenza.

«La vita è possibile solo quando i sensi percepiscono i contrasti» (Escher, da De Grafische, n.13, settembre 1951).

Rileggere oggi le parole dell’artista permette di cogliere quanto la sua opera sia ancora attuale. I suoi lavori non sono solo dimostrazioni di abilità tecnica, ma anche riflessioni profonde sulla natura della realtà e sulla capacità della mente umana di creare e interpretare mondi impossibili. In un’epoca in cui la scienza stava rivelando dimensioni dell’esistenza e sfidando le percezioni tradizionali, sottolinea nella presentazione Giudiceandrea, l’arte di Escher rappresentava un dialogo con queste idee rivoluzionarie. Attraverso i suoi paradossi visivi, egli ci invita a vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire. 

Esplorando l’infinito, ovvero leggere le parole di Escher, è un’esperienza da vivere. Un invito a guardare le opere dell’artista olandese con occhi nuovi, guidati dalle sue stesse parole. 


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Milena Contini e Michela Martignoni, La bella Costa

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All’espressione “gli uomini fanno la storia” va data un’interpretazione lato sensu. Gli uomini a cui ci si deve riferire sono gli individui afferenti al genere umano: maschi o donne che siano.

È questo uno dei grandi insegnamenti che il libro di Milena Contini e Michela Martignoni ricorda ai lettori.

La bella Costa (Solferino, 2026, pp. 256, €18) è un romanzo storico centrato sulla figura di Antonietta Galera e sulla città di Genova. Siamo nel 1800 eppure questa donna ha la forza e la determinazione per opporsi a un matrimonio combinato e sposa un uomo molto più anziano di lei di cui è innamorata certo ma con il quale condivide passioni e ideali. Donna impavida dimostra fin dall’inizio di non volersi tirare indietro, per nessuna ragione, dinanzi ai tanti ostacoli che la vita o il destino pongono lungo il suo cammino.

È una donna molto affascinante e riceve numerose attenzioni ma, con grande maestria, riesce a “sfruttare” il suo charme per conquistare potere e influenza in una società nella quale alle donne venivano notoriamente riservate attività differenti. 

La bella Costa, questo il suo soprannome, si appassiona alla politica quale mezzo di trasmissione di ideali e cultura e riesce a raccogliere intorno a sé un salotto culturale tra i più vivaci della città. Un ritrovo frequentato da Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Notorio il fatto che il sermone Su la mitologia che Monti scrisse nel 1825 era stato richiesto dalla stessa Antonietta Costa per le nozze del figlio Bartolomeo con la marchesa Francesca Maria Durazzo. Lei ne fu entusiasta, come della notorietà e del lustro che avrebbe regalato al matrimonio di suo figlio cantato nei versi del celebre poeta. 

La voglia di riscatto e, per certi versi, di rivalsa che animava le scelte di vita di Antonietta Costa Galera era il riflesso del grande sogno che ella ha inseguito con tanto ardore: una Genova più forte in un’Italia più unita. Ella è stata anche una sostenitrice e collaboratrice di Giuseppe Mazzini con cui condivideva sogni e ambizioni.

Questo, in breve, il ritratto della donna che le autrici hanno scelto di raccontare, attraverso il loro romanzo, quale simbolo di una forza che, al pari di quella maschile, ha mosso il mondo e fatto la storia.

Antonietta Costa Galera sembra la reale protagonista del libro. Anche la città di Genova sembra ricoprire un ruolo importante per le vicende che le autrici hanno scelto di raccontare. Eppure, fin dalle prime pagine, il lettore si accorge che l’unico vero protagonista del libro è il popolo. Sono le persone, raccontate con una profonda e commovente umanità. E questo sembra il reale scopo dell’opera scritta a quattro mani da Milena Contini e Michela Martignoni: raccontare la storia d’Italia e di Genova del 1800 attraverso le vicende pubbliche e personali di personaggi noti, in primis Antonietta Galera ma farlo per raccontare ciò che è realmente accaduto. La forza, la sofferenza, la determinazione, gli amori, le passioni, le speranze di un intero popolo che trova, in questo libro, negli abitanti di Genova la sua incarnazione.


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Vincenzo Pardini, I figli di Wanda e altri racconti

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Il rapporto tra uomo e animale è sempre stato improntato all’unità o alla separazione. Nel tempo del mito uomini e animali potevano comunicare; poi l’uomo si è posto su un piano superiore, eppure ha continuato a sentire l’animale come un altro sé: «L’animale è infatti l’immagine nello specchio che ci fa vedere chi siamo, ma non è noi, è un altro»1.

Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista. Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro corpo, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima)2.

Questa separazione è stata spesso superata attraverso la metamorfosi, che da una parte rappresenta la più grande disobbedienza a un ordine imposto dall’uomo stesso, dall’altra si configura come la possibilità di tornare a un rapporto più vero con l’altro, e attraverso l’altro con sé stesso3.

Il rapporto complesso tra uomo e animale, tra uomo e natura è alla base del libro di Vincenzo Pardini I figli di Wanda e altri racconti (Oligo, 2026, pp. 164, €16), nel quale l’autore mette in evidenza le dinamiche di sopravvivenza, istinto e convivenza difficile tra civiltà e mondo selvaggio.

Gli uomini hanno sempre parlato, narrato e poi scritto della terra, delle sue manifestazioni più diverse e contrastanti, ora celebrandone fecondità, prodigalità, meraviglie: ora smarrimenti e paure dinanzi alla sua avarizia, alla fatica di trarne di che vivere, alla sua potenza devastatrice4.

Pardini conferisce ai suoi racconti un tono tra il bucolico e il critico che ricorda la narrazione di Boccaccio oppure, andando ancora più indietro, Plutarco.

L’ambiente raccontato da Boccaccio è un luogo in cui la natura è al servizio della civiltà, in cui il potenziale selvaggio e primordiale dell’elemento – equoreo nel caso della Fortuna nel Decameron – è totalmente esorcizzato e addomesticato, uno spazio che consente e favorisce la presenza e le attività degli uomini. Il paesaggio naturale non ha valore di per sé, ma nella misura in cui può essere ‘agito’ dall’uomo5.

Nella letteratura europea, da Tucidide a Camus, passando per Manzoni, la narrazione di catastrofi naturali come le pandemie, in particolare la pestilenza ha assunto fin dall’antichità un grande rilievo, in quanto racconto di una crisi non soltanto sanitaria, ma anche morale e sociale. Per Boccaccio, il racconto è il rimedio efficace in un periodo di profonda crisi della società6.

L’autore sembra voler rincorrere un desiderio analogo: raccontare dei boschi dimenticati, degli animali selvaggi mal tollerati, di tutto quell’universo che cerca di vivere e sopravvivere intorno agli agglomerati urbani in modo da riuscire in qualche modo a salvarlo e preservalo dall’attacco dell’uomo. In realtà però, leggendo il testo, ci si chiede se sia questo il reale obiettivo oppure se il fine ultimo non sia salvare l’uomo dalla sua stessa crudeltà? 

La considerazione che l’autore sembra avere degli animali, invece, rimanda direttamente agli animali razionali e intelligenti di Plutarco.

L’interesse di Plutarco per il mondo animale nasce dalla bontà e dalla gentilezza del suo animo e muove da un sentimento spontaneo e istintivo di simpatia, benevolenza e amore nei riguardi degli animali. Ne consegue che l’attenzione che a essi il filosofo rivolge non è quella dello scienziato in senso stretto né del naturalista, piuttosto quella dell’etologo che osserva e studia comparativamente il comportamento animale rispetto a quello dell’uomo7.

Ne I figli di Wanda e altri racconti si ravvisa lo stesso sguardo positivo rivolto al comportamento animale nonché un occhio più critico verso il comportamento umano. Per certo si percepisce un invito alla riflessione sull’eccessiva antropizzazione dello spazio e del territorio cui segue, spesso, un atteggiamento ostile nei confronti del selvaggio. L’autore sembra voler trasmettere ai lettori una domanda che, nel suo caso, appare retorica mentre per molti risulta ancora inutile, purtroppo: siamo veramente certi che la civiltà prosperi laddove vi sia un netto distacco da natura, ambiente e territorio?


1G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.

2E. Viveiros De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi, Milano, 2023.

3G. Grosso, L’ibrido e l’animale nella letteratura del secondo Novecento. Un percorso didattico, in Natura Società Letteratura, Atti del XXII Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Bologna, 13-15 settembre 2018.

4D. Demetrio, Raccontare la terra. Per un’ecologia narrativa, in Autobiografie, n. 2, 2021, Mimesis Edizioni.

5I. Tufano, Boccaccio e l’invenzione del paesaggio, in La Letteratura italiana e le arti, Atti del XX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Napoli, 7-10 settembre 2016.

6H. Honnacker, I loci amoeni nel Decameron di Giovanni Boccaccio come antidoto alla pandemia, in Griselda – il portale di letteratura, Unibo – Università di Bologna, 18 ottobre 2021.

7F. Becchi, Irrazionalità e razionalità degli animali negli scritti di Plutarco (ovvero il paradosso della superiorità razionale ed etica degli animali), in Prometheus, volume 3, 2000.


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Simona Cantelmi, L’odore del sonno

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Un romanzo costruito intorno al concetto di paura. Ecco cosa rappresenta per il lettore L’odore del sonno di Simona Cantelmi (Les Flâneurs Edizioni, 2026, pp. 204, €16). Un romanzo giallo che rivela molti tratti psicologici e intimistici. Una storia che fa riflettere non solo per il delitto e le relative indagini, ma soprattutto per le sfumature introspettive che l’autrice ha costruito intorno ai personaggi principali, in primis Anna, vera grande protagonista del libro. L’unico personaggio a parlare in prima persona.

Una scelta stilistica che aiuta a entrare in empatia con il personaggio di Anna, una figura ambivalente: da un lato molto introversa e silenziosa e dall’altro si pone innumerevoli domande che, in diversi punti, rappresentano proprio lo slancio alla vicenda. A tratti, sembra di entrare nella sua testa, ascoltare i suoi pensieri, percepire le sue emozioni, le sue paure. Nei passaggi in cui Cantelmi abbandona la terza persona e lascia parlare Anna in prima, sembra proprio un dialogo stretto con il lettore. Il pathos ha in questi momenti dei picchi notevoli. 

Ogni atto conoscitivo e di ricerca dell’uomo nei confronti del reale ha la sua radice in una istanza che, per così dire, si impone all’io dal proprio profondo: «L’uomo è un essere che patisce la propria trascendenza»1. Una ricerca conoscitiva che è un “sapere dell’anima” e diventa una scrittura filosofica2. Una rivelazione. Come il racconto che scaturisce dalle parole di Anna il cui parlare sembra provenire da un’altra dimensione, da un sentire profondo che la stessa donna riesce con fatica a intendere e interpretare. 

La storia raccontata da Cantelmi non è per certo un racconto autobiografico in senso stretto, anche l’ambientazione è inventata: un piccolo paese in provincia di Bologna che non si trova nelle cartine geografiche ma che racchiude in sé molti aspetti reali o realistici e che aiuta l’autrice a raccontare comunque la sua città. Eppure traspare dal narrato la volontà di Cantelmi di raccontare sé stessa, attraverso il racconto di Anna. 

A volte, pensando alla scrittura autobiografica si immagina un qualcosa volto al rafforzamento della propria identità e di un’ostentata autocelebrazione. Il racconto autobiografico ha invece la misteriosa efficacia di apportare degli anticorpi in grado di contrastare i sintomi di questa malattia di sovradimensionamento dell’io che, pur avendo una causa immaginaria, produce effetti di realtà. Quindi è pur vero che nella pratica autobiografica il soggetto, autocomprendendosi, si costituisce, ma con un esito diverso dall’appropriazione di sé. La verità a cui si perviene al termine del racconto di sé, che ha il suo inizio nella certezza di esistere3, è che il proprio è inappropriabile4. Sembra essere esattamente ciò che è accaduto a Simona Cantelmi laddove ha iniziato o pensato di scrivere di sé stessa per ritrovarsi poi con la consapevolezza del non potersi pienamente appropriare di ciò nella scrittura che diventa allora ricerca e tensione emotiva. 

Il mondo antico raffigurava la Paura come una divinità, fisicamente rappresentata con i capelli dritti (anche oggi diciamo che i capelli si drizzano per la paura), la bocca aperta, gli occhi spalancati e spaventati5. I versi tra i più famosi della Commedia dantesca ricordano il pensiero dell’autore che rimanda proprio alla paura: «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinnova la paura!» (Inf., | 1-6). La selva oscura, lo smarrimento di un cammino conosciuto, la presenza delle tre fiere sono elementi minacciosi che concretizzano ciò che Dante pellegrino non conosce e che teme. L’ignoto6.

Cantelmi invece nel suo romanzo racconta di una paura a tratti differente perché ingenerata da un qualcosa che, se non è proprio noto, è quantomeno ipotizzato o temuto. 

Si può affermare comunque, in generale, che l’uomo prova paura o angoscia in situazioni in cui è difficile capire e trovare delle soluzioni. La paura è l’aspetto attualizzato dell’angoscia, i loro antonimi sono la speranza e la sicurezza. L’angoscia e la paura sono spesso la causa delle strutture isosemiche che fanno sorgere un certo tema ma non lo costituiscono7. Ed è esattamente questo il modo in cui vengono utilizzate da Cantelmi ne L’odore del sonno. Una angoscia e una paura afferenti in particolare alla protagonista. 

La paura e l’angoscia possono avere anche un’origine sociale, nel senso di un timore di sbagliare oppure derivare da un contesto violento e aggressivo. L’autrice si sofferma su tematiche sensibili quali gli abusi, le violenze, la microcriminalità, in particolare quella giovanile. Accadimenti che si intrecciano con il vissuto di Anna e Jack e rimandano a un passato che sembrava superato e dimenticato. Attraverso le visioni Anna rivive il tutto dapprima nella sua mente e poi nella concretezza del reale. 

L’odore del sonno è un noir nel quale il lato oscuro dell’animo umano viene indagato a fondo e non solo per il fine dell’indagine sul delitto. Una ricerca sull’essere dei protagonisti che incontra più volte i luoghi del loro vissuto nonché i ricordi dettagliati di strade, angoli, piazze di una città, Bologna, che per certo vive anche nell’animo della stessa autrice. 


1M. Zambrano, La vita in crisi, in Id., Verso un sapere dell’anima, Cortina Editore, Milano, 2009.

2M. Giosi, Maria Zambrano: scrittura di sé come confessione, tra esilio e storia, in Studi sulla Formazione: 22, 2-2019.

3P. Ricoeur, Il conflitto delle interpretazioni, Jaca Book, Milano, 1986.

4I. Poma, Narrarsi. L’autobiografia come forma di cura di sé, in Dialoghi, 3/2025.

5L.M. Millin, Supplimento al dizionario delle favole, Tipografia del Majno, Piacenza, 1807.

6S. Teucci, I mille volti della paura, in Griselda – Il portale di letteratura, UNIBO – Università di Bologna, Bologna, 2026.

7M. Metzeltin, B. Wegenstein, Concettualizzazioni della paura e dell’angoscia, in Cuadernos de Filología Italiana 2, 1995.


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© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Guerre dichiarate e guerre segrete: Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei e le operazioni ibride di e contro l’Occidente

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I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica1 e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento.

Un ulteriore aspetto che va considerato è la complessa relazione fra comunicazione/propaganda e manipolazione. Anche quest’ultima non di certo nuova e non di certo “inventata” dai social media2.

La manipolazione può essere in relazione all’emittente, ai contenuti, al pubblico e al contesto3.

I processi manipolatori negli ecosistemi comunicativi si realizzano per lo più attraverso la creazione di influenza sul contesto sociale di riferimento e/o sull’agenda. In questa prospettiva, i meccanismi più frequenti sono quelli della polarizzazione e della saturazione comunicativa4.

Quello che viene detto, quando viene detto, da chi viene detto e perché, quante volte e da quanti emittenti, a chi viene detto e perché… determina la “verità” di quell’accadimento.

Un Tupolew Tu-154 con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynsky e altre 95 persone è precipitato il 10 aprile 2010 mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nessuno dei passeggeri, tra cui numerosi alti dirigenti polacchi, è sopravvissuto all’incidente. Il presidente polacco si stava recando con la moglie a Smolensk, da dove avrebbe dovuto proseguire in macchina verso Katyn per commemorare l’eccidio di oltre 22mila ufficiali e soldati polacchi, massacrati durante la Seconda guerra mondiale5.

Le autorità russe avevano avvertito della pericolosità dell’atterraggio in condizioni ambientali sfavorevoli a causa di una fitta cortina di nebbia, suggerendo in alternativa l’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. A quel tempo la tensione tra Varsavia e Minsk era montata sulla questione delle discriminazioni subite dall’Unione dei polacchi in Bielorussia. Forse anche per orgoglio nazionale il diniego di atterrare a Minsk, nonostante la scarsa visibilità a Smolensk. 

Il presidente Lech Kaczynsky non aveva gradito che il suo primo ministro Donald Tusk fosse stato invitato dal capo del governo Vladimir Putin alla prima cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di Katyn che si era svolta il 7 aprile, da qui l’idea di una seconda commemorazione il 10 aprile a cui avrebbe partecipato insieme a veterani e a esponenti dell’opposizione.

Il 13 aprile 1943 la radio tedesca dava notizia che nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory, non lontano dal villaggio di Katyn, erano state trovate sette fosse comuni contenenti i corpi di militari polacchi, ancora identificabili dalle uniformi, il cui numero veniva valutato sui 10mila. La radio tedesca accusava di questo misfatto le autorità sovietiche. Radio Mosca addossava la responsabilità dell’eccidio ai tedeschi, nuovi occupanti della zona. 

La questione di Katyn si trascinò a lungo e, nonostante tentativi di mediazione da parte inglese e americana, contribuì a rendere definitiva la rottura fra il governo polacco di Londra e il governo sovietico. Essa ebbe uno strascico anche al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra tedeschi nell’estate-autunno del 1946, e il tribunale militare internazionale (contro l’opinione in dissenso del giudice sovietico) non si soffermò sull’accusa formulata contro i criminali di guerra nazisti per la strage di Katyn6.

Valentina Sergeevna Parsadanova è stata una importante studiosa e ricercatrice russa, che si è occupata delle relazioni tra la Russa e la Polonia e, ovviamente, del massacro di Katyn. 

Siccome al tempo le fonti a disposizione degli studiosi erano decisamente scarse, il valore assoluto del contenuto dell’intervento di Parsadanova risulta essere minimo. Il valore relativo invece è grande. Il fatto stesso che una storica sovietica abbia tentato di ricostruire il massacro degli ufficiali polacchi avvenuto a Katyn dimostra che il livello d’indipendenza dei ricercatori nell’Urss di Gorbachev era completamente diverso rispetto al periodo precedente la perestroyka. Fra tutti i documenti presenti, Parsadanova si concentrò, in particolare, su una monografia7, definendola la prima ricerca scientifica pubblicata in Polonia, e in seguito affermando esplicitamente che la precedente pubblicistica polacca spesso non mirava tanto a fare chiarezza sul problema, quanto a sfruttarlo nella lotta politica8. Da parte dei pubblicisti polacchi della fine degli anni Ottanta, tuttavia, un certo livello di propensione alla polemica era del tutto comprensibile, considerando fra l’altro che, appena prima della comparsa dell’articolo di Parsadanova, c’erano ancora, anche fuori dall’Urss, convinti sostenitori della tesi della responsabilità tedesca per il crimine commesso a Katyn9.

L’incidente del Tupolev Tu-154 dell’Aeronautica Militare Polacca è avvenuto a pochissimi chilometri di distanza dal massacro di Katyn.

Jessikka Aro racconta di essere stata a lungo convinta che la causa dell’incidente di Smolensk fosse stato l’errore umano del pilota. Una versione che coincide con quella ancora largamente sostenuta. A farle cambiare idea è stato il racconto del giornalista Michail Rachoń10.

«Mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. […] La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare»11.

Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il possibile ruolo della Russia nella tragedia veniva trattato solo da qualche canale d’informazione polacco. La Aro si dichiara attonita: tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte, come se qualcuno avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica. Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente. 

Le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico del 2003-05 rappresentano un tornante fondamentale nelle relazioni tra la Russia e le potenze occidentali, in quanto momento e fattore di una robusta intensificazione della dinamica geopolitica di inasprimento dei rapporti russo-occidentali che, anni dopo, sfocerà nella drammatica contrapposizione della guerra in Ucraina. La “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina sono state interpretate da Mosca come l’esito di un’ingerenza delle potenze occidentali nell’estero vicino della Russia. Gli eventi nelle vicine repubbliche post-sovietiche si sviluppano in un quadro già deteriorato di diffidenza e persino animosità da parte di Mosca nei confronti delle potenze occidentali, dovuto a scelte geopolitiche di grande momento compiute dall’Occidente e che hanno frustrato e allarmato la Russia: l’intervento militare del 1999 in Kosovo, l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM12. Un disagio che predispone i dirigenti russi ad attribuire intenzioni malevole all’America e ai suoi alleati. 

La fine della Guerra fredda maturò come conseguenza dell’ambizioso rilancio del political warface occidentale da parte dell’amministrazione Reagan, di cui fu parte cospicua il robusto sostegno prestato dagli americani a Solidarnošc in Polonia all’indomani della proclamazione dello stato d’assedio (dicembre 1981). Dopo la proclamazione della legge marziale in Polonia, Reagan approvò una serie di importanti direttive in materia di sicurezza nazionale (National Security Decision Directives) che «autorizzavano gli Stati Uniti a minare il controllo sovietico in Europa orientale»13. In questa cornice, una delle decisioni più rilevanti fu la firma (novembre 1982) di un presidential finding che «approvava un programma di azione coperta della CIA per l’invio di denaro e assistenza non letale a Solidarnošc»14.

La Casa Bianca adottò in Polonia «un approccio a doppio binario, uno pubblico l’altro coperto, per mandare soldi e materiale»15, e, se le operazioni coperte furono di competenza della CIA, il grande protagonista dell’altro lato del political warface reaganiano fu il NED (National Endowment for Democracy): un “centauro” (o un ibrido) organizzativo sospeso tra governo americano e società civile16. Il compito principale di cui fu investito il NED fu la promozione delle istituzioni democratiche nel mondo, in risposta al proselitismo ideologico delle speculari organizzazioni finanziate dai sovietici17.

Il NED ha svolto un ruolo anche in Serbia nel 2000 nel quadro degli eventi che portano all’uscita di scena del presidente Slobodan Miloševic. Senz’altro un obiettivo politico dell’amministrazione Clinton , perseguito all’indomani della campagna aerea del 1999 che mette fine alla repressione serba ai danni degli albanesi del Kosovo senza però riuscire a cambiare la leadership politica serba. 

In Serbia nel 2000 si delinea uno schema in cui un ventaglio di enti non governativi ma finanziati prevalentemente dal Governo americano sostiene le attività (non violente) delle organizzazioni dell’opposizione, come radio B92 (che riceve donazioni anche direttamente dalla governativa US Agency for International Development), o come Cittadini per le elezioni libere e la Democrazia – CeSID, un’associazione attiva nel controllo delle regolarità del processo elettorale, oppure ancora come Otpor (Resistenza), un’associazione studentesca che sarà protagonista delle manifestazioni di piazza contro Miloševic all’indomani delle elezioni presidenziali18.

È utile sottolineare come in particolare Otpor diventerà presto un punto di riferimento per i movimenti di altri paesi dell’Europa orientale nonché, in misura non trascurabile, parte attiva nelle “rivoluzioni colorate”. Due leader di Otpor – Srdja Popovic e Slobodan Djinovic – fonderanno a Belgrado nel 2005 il CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy – che dal «dal quartier generale di Belgrado, in Serbia, gestisce una rete di istruttori e consiglieri con esperienza nella costruzione e nella guida di efficaci movimenti non violenti»19.

I veterani di Otpor (e del CeSID) si recano ripetutamente a Minsk nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2001, per stabilire contatti con gli attivisti locali che si oppongono al presidente Lukaschenko, a spese di ONG come Freedom House20. Anche qui, come accaduto in Serbia, l’ambasciata americana lavora per aggregare le opposizioni attorno a un unico candidato (il sindacalista Vladimir Goncharik)21, ma la base di consenso su cui poggia il potere di Lukaschenkoè solida, e la tempestiva azione degli apparati di sicurezza (che ostacolano le iniziative degli attivisti democratici) stroncano ogni eventuale velleità di innescare una “valanga” democratica come quella che ha travolto Miloševic22.

Fin dalla seconda fase dell’era Eltsin, con Evgenij Primakov ministro degli esteri e poi primo ministro, Mosca rivendica sostanzialmente lo spazio post-sovietico, il suo “estero vicino”23, come propria sfera di influenza. È la dottrina Primakov24. Con Putin, poi, la politica estera russa nell’”estero vicino” diviene più assertiva.

Riguadagnata una certa stabilità interna, Mosca si può dedicare alla politica estera azionando spesso e volentieri la leva del ricatto energetico per mettere in riga ora la Bielorussia dell’imprevedibile Lukaschenko ora la Georgia di Shevardnadze (spintasi un po’ troppo in là nel suo movimento verso il polo euro-atlantico). Dal canto suo, e specularmente, l’America si dà da fare per dare una prospettiva di piena indipendenza economica e politica da Mosca alle repubbliche post-sovietiche – si pensi alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che consente di far affluire il petrolio del Caspio nel mercato globale aggirando il territorio russo. L’11 settembre 2001 favorisce una distensione russo-americana, che si rivela però effimera, non portando a un reale superamento delle principali ragioni di attrito, mentre proprio nel mezzo della lotta globale al terrorismo islamico la Georgia apre le porte a una piccola ma significativa presenza militare americana sul proprio territorio che acuisce le apprensioni russe. È in questa cornice di larvata competizione geopolitica che vanno dunque inserite le “rivoluzioni arancioni”25.

Il denaro che arriva in Georgia per i programmi di assistenza democratica serve a finanziare, tra l’altro, i viaggi dei leader dell’opposizione georgiana Zurab Zhvania e Mikheil Saakashvili in Serbia e in Polonia, dove essi possono ricevere consigli dai veterani dei movimenti democratici locali26. Il proposito dei militanti georgiani è molto chiaro: far leva sulle elezioni parlamentari della fine del 2003 – quando mancano ancora due anni alla scadenza del mandato presidenziale di Shevardnadnze27 – per ottenere la «prematura rimozione di un presidente legalmente eletto»28.

È però in Ucraina, nel 2004, in occasione delle elezioni presidenziali che vedono in lizza Victor Yanukovich e Viktor Yuschenko che le «U.S. – supported activities» si fanno più intense29. Ritroviamo, in questo contesto, i veterani di Otpor – accompagnati peraltro dai militanti georgiani di Kmara reduci dalla “Rivoluzione delle Rose” – nel ruolo di “precettori” degli attivisti ucraini che si oppongono al presidente Leonid Kuchma e al suo erede designato Yanukovich, con il contributo delle solite ONG occidentali30.

La guerra variamente definita dai russi come “non-convenzionale”, “sovversiva”, “di coscienza” o “ibrida” è, invariabilmente, dalla prospettiva di Mosca, una strategia non militare ma per nulla pacifica di regime-change a cui ricorrono le potenze occidentali per imporre i loro obiettivi geopolitici. Gli analisti russi ragionano, implicitamente o esplicitamente, a partire dalla constatazione almeno di un’importante continuità, tra Guerra fredda e dopo-Guerra fredda: la persistenza del fattore nucleare che protegge, oggi come nella stagione del bipolarismo, il territorio russo da aggressioni di tipo militare e convenzionale31.

Strategia che non ha protetto Teheran soprattutto perché l’Iran non possiede armi nucleari operative, ma solo una capacità definita “di soglia” o “near-threshold”, che gli consentirebbe di sviluppare una capacità nucleare in tempi relativamente brevi. Tuttavia la fase in cui si trovava ancora a febbraio di quest’anno consente un suo significativo degrado, seppur a un costo estremamente elevato32.

L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio 2026 – Ruggito del Leone – è, per dimensioni e intensità, molto superiore a quella condotta a giugno 2025 dall’amministrazione Trump contro siti nucleari. Gli obiettivi questa volta sono Teheran e altre città ed aree del paese e la guida suprema Ali Khamenei.

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma33.

Una spirale di tensione che va ricondotta ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del Partito di Dio libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico34.

Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz35.

L’operazione Epic Fury, lanciata da Trump il 28 febbraio 2026, rappresenta il secondo round di attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Tale operazione ha determinato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Il blocco ha interrotto anche il transito delle metaniere che esportavano gas dal Qatar e dagli Emirati. I paesi che beneficeranno di una crisi prolungata sono quelli la cui esportazione non transita da Hormuz: Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada36.

La drammatica evoluzione degli eventi del 3 gennaio 2026 su Caracas è il culmine di una campagna di pressione durata mesi e iniziata a metà settembre con attacchi militari contro imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Inoltre, il massiccio dispiegamento di navi da guerra americane, al largo delle coste venezuelane, aveva già indicato un cambio di passo da parte degli USA. L’operazione è stata ufficialmente catalogata come operazione di contrasto al narcotraffico. Con l’arresto di Maduro però lo scenario cambia: le accuse di narcoterrorismo (il narcotraffico è stato ribattezzato dall’amministrazione Trump “minaccia terroristica”) sembrano aver fornito la cornice formale dell’operazione, ma l’arresto e il trasferimento negli Stati Uniti indicano che l’obiettivo principale era politico, ovvero forzare un cambio di regime a Caracas. 

Sul piano politico, il governo di Caracas rappresentava da tempo un obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump.

Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. I

l presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana37.

RuptlyRT (Russia Today) e Sputnik sono un ecosistema mediatico finanziato dalla Russia e additati in Europa e Stati Uniti per attività di disinformazione e soft power. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione di Sputnik e di diverse entità di RT (RT English, RT UK, RT Germany, RT France e RT Spanish) nell’UE o rivolte all’UE a causa della propaganda legata alla guerra in Ucraina. Ruptly tecnicamente è un’agenzia di video-notizie con sede a Berlino, per cui è europea, e ha continuato a produrre contenuti anche dopo le sanzioni. 

Da tempo la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi, dell’UE e dei suoi Stati membri38.

«La Ruptly di Berlino truffa la gente tanto quanto la fabbrica di troll di San Pietroburgo. Si spaccia per un’azienda privata col fine di nascondere i propri legami col Cremlino. Si presenta come una startup tedesca nonostante sia parte integrante di RT e della rete mediatica di stato»39.

La “guerra ombra” della Russia, intensificatasi a seguito dell’inasprirsi del conflitto in Ucraina, ha trasformato il Baltico in un teatro strategico di crescente tensione tra Mosca e l’Occidente.

Le tensioni nel Mar baltico hanno radici molto profonde e ancora oggi l’area costituisce un importante nodo geopolitico. Da un lato, le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e i Paesi che affacciano da Nord (Svezia e Finlandia) e dall’altro la Russia. 

Prima dell’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass i rapporti erano tesi ma relativamente stabili. Ma, a partire dal 2014, si registrano cyber-attacchi, campagne di disinformazione e attività di spionaggio. Un’ulteriore aggravante è stato l’inasprimento della guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte dall’Unione Europea40. Il numero di attacchi russi in Europa si sono triplicati tra il 2023 e il 2024, concentrati soprattutto sul fianco orientale della NATO, in Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia, così come nel mar Baltico, ma anche verso coloro che fornivano armi o altri materiali all’Ucraina, o che davano rifugio a disertori russi (Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito). Non sono stati registrati attacchi contro Paesi con relazioni più strette con la Russia, come Ungheria o Serbia41.

Jessikka Aro nel libro La guerra segreta di Putin racconta nel dettaglio delle operazioni ibride della Russia contro l’Occidente rimarcando in più occasioni il suo punto di vista e le esperienze vissute in prima persona ma determinante, per il lettore, è l’enfasi che ella pone sulle risposte, spesso non adeguate, dei paesi che ne sono stati vittime e di come lo stato sotto attacco e la popolazione siano stati o meno protetti.

Tolstoj si domanda cosa muove le nazioni e la sua risposta stravolge il concetto generale di storia e storiografia. Non sono i grandi leader a determinare il corso della storia, ma la somma delle volontà individuali di innumerevoli persone comuni42. Queste innumerevoli persone comuni possono agire sul corso della storia con le rivolte, con le proteste, con il silenzio, dando il potere a qualcuno o togliendolo. 

«Le democrazie sono definite dalla loro cultura della comunicazione. Se una democrazia consiste nel fatto che i cittadini decidono, collettivamente, cosa deve essere fatto, allora il processo con cui lo fanno determina quasi tutto ciò che segue.»43

Esiste una stretta correlazione tra libertà di opinione, nuove tecnologie e formazione del consenso. Ma questa correlazione quanto è davvero incidente nella limitazione del livello di consapevolezza delle proprie scelte?

«Ogni forma di media ha la sua epistemologia, i suoi pregiudizi, e favorisce certe abitudini cognitive rispetto ad altre.»44Si tratta dei SOC (Sistemi Operativi Culturali). Le culture mondiali sono gestite non solo dalla lingua che parlano ma ancor di più dai sistemi di scrittura che la struttura di queste lingue definisce. I sistemi di scrittura come SOC dominanti sono ciò che distingue fondamentalmente l’Oriente e l’Occidente. Il nazionalismo è una delle tante applicazioni dell’alfabetizzazione fonologica. 

Soprattutto prima dell’assalto algoritmico delle fake news e della post-verità, la maggior parte delle persone dava per scontata l’esistenza di una netta distinzione tra conoscenza oggettiva (fatti scientifici, storici, codici legali) e soggettiva (opinioni, sentimenti, desideri). La trasformazione digitale sta mettendo in dubbio qualsiasi informazione. Colpiti da un’amnesia intermittente, gli utenti fanno sempre più affidamento a sistemi più “intelligenti” lasciando che siano questi a “pensare” e “giudicare”45.

Il passaggio dell’informazione dalla mente allo schermo (qualunque esso sia: televisione, computer o smartphone) è emerso da diversi decenni come l’esternalizzazione della maggior parte delle nostre capacità cognitive, a partire dalla perdita della proprietà privata del linguaggio e del nostro pensiero. Non è né più né meno che la progressiva esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive dal nostro inconscio e persino dal nostro corpo fisico.

La facilità con cui attori politici, criminali e terroristi malintenzionati sono in grado di creare filmati illusori e fittizi, tali da ingannare anche i telespettatori più sofisticati, mette in seria difficoltà istituzioni, leader politici e canali di informazione, costretti a lottare per costruire e proteggere la propria affidabilità46.

Dalla prospettiva degli Stati occidentali, particolare preoccupazione ha generato l’impegno in questo campo da parte di attori russi. L’attenzione per le dimensioni difensiva e offensiva della manipolazione delle informazioni è ben presente anche nella dottrina della Federazione Russa47. Per la leadership di Mosca e attori a essa legati48, la disinformazione costituisce una strategia che, a fronte di investimenti e rischi non ingenti, consente di raggiungere rilevanti obiettivi politici49.

Tali obiettivi possono variare a seconda degli avversari. Per esempio, prima dell’invasione dell’Ucraina, l’influenza della Russia attraverso la disinformazione avrebbe assunto la forma di cerchi concentrici: Mosca punterebbe a generare caos in Ucraina, destabilizzare gli Stati Baltici, influenzare politicamente l’Europa orientale, ingenerare confusione in Occidente e distrarre gli Stati Uniti50. Ovviamente attori riconducibili alla Federazione Russa non sono gli unici a essere impegnati in estese attività di disinformazione51.

Mentre la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata in una fase di conflitto aperto con azioni sia militari che cyber, l’intelligence iraniana non ha assunto il semplice ruolo dello spettatore: è uno degli attori centrali di una guerra ibrida che si gioca su campi tradizionali e digitali, narrazioni sociali e reti di influenza, così come su battaglie di informazioni e sistemi di controllo interno. Quello che sta avvenendo non è un’escalation casuale, ma il risultato di decenni di competizione tra potenze regionali e globali, dove gli strumenti dell’intelligence sono stati ampiamente integrati in operazioni militari, diplomatiche e tecnologiche. Da parte di tutti gli attori. La morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione aerea congiunta israeliano-statunitense, non è stata un colpo di scena improvvisato, ma il culmine di mesi di raccolta di informazioni e di sorveglianza da parte dei servizi di intelligence americani e israeliani. L’operazione è stata resa possibile dalla combinazione di spie umane, tecnologie di sorveglianza satellitare e raccolta dati di segnali e immagini, che ha permesso di localizzare e colpire i principali decisori iraniani con precisione millimetrica. Questo mercato di informazioni ha aperto una fase nuova per l’intelligence, ovvero non più confinata all’analisi e alla previsione, ma parte integrante dell’azione militare e del decision-making strategico. Il conflitto attuale sta mostrando quanto sia centrale la dimensione cognitiva: non conta solo chi controlla i campi militari o i server, ma chi controlla la narrativa. Le operazioni di tipo hack-and-leak, la diffusione di messaggi mirati su reti social e app, e la manipolazione dell’informazione sono tutte strategie che mirano a modellare la percezione pubblica – sia in Iran che all’estero – come parte integrante della competizione strategica. Questo tipo di operazioni va oltre la mera raccolta di informazioni: è progettato per generare effetti su opinione, morale e coesione sociale52.

La disinformazione e la misinformazione rappresentano un rischio grave a livello globale. In tutto il mondo, esistono profonde divisioni tra coloro che cercano di preservare un determinato sistema di valori e le istituzioni che lo governano, e coloro che nutrono opinioni opposte. I gruppi che non hanno beneficiato degli ordini politici, sociali ed economici prevalenti stanno ora assumendo un ruolo politico più centrale. Al centro di questa divisione si trova la polarizzazione che, secondo il Global Risks Perception Survey 2025-2026 (GRPS), rappresenta il terzo rischio più grave nei prossimi due anni. Inoltre, la polarizzazione sociale è identificato come un fattore che contribuisce alla disinformazione, alla disuguaglianza e alle tensioni interne agli stati53.

Sun Tzu, nel suo celebre trattato L’arte della guerra54sosteneva che il modo più efficace per vincere non è affrontare il nemico sul campo, ma logorarne la resistenza dall’interno.

Questo principio è ancora oggi alla base delle operazioni di disinformazione e influenza condotte da attori statali come la Russia e la Cina. A differenza di Russia e Cina, l’Unione Europea non ha investito adeguatamente in questo ambito. Con la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha abbassato la guardia, smantellando gran parte delle proprie contromisure, mentre Mosca e Pechino hanno fatto esattamente l’opposto, rafforzando in modo aggressivo le loro strategie di influenza. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, Bruxelles ha adottato contromisure, avviando una vasta campagna di informazione tramite le moderne piattaforme sociali. I risultati si sono rivelati soddisfacenti55.

I protagonisti delle “nuove guerre” sono gli stati tradizionali, i terroristi, le bande mercenarie, gruppi etnici, comunità politico-religiose trasversali e diffuse. Sono soggetti che si aggregano e disaggregano sulla base degli “eventi” e degli “obiettivi”, in un modo che sembra sfuggire, per ora, alle dicotomie coerenza/incoerenza e unitarietà/frammentazione. Ciò comporta difficoltà nel distinguere “guerra” e “terrorismo”, ma anche sinergia tra obiettivi simbolici e obiettivi strategici. Gli antagonismi geopolitici sono spesso caratterizzati dal gioco di specchi tra rivendicazioni territoriali e strategie identitarie, così come dalla continua interazione tra rivendicazioni pragmatiche e dettagliate e contestazioni dell’ordine globale56.


1E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica: media e costruzione del consenso, Carocci, Roma, 2011.

2E. De Blasio, M. Socirce, Il disordine informativo e l’odio in rete. Democrazia a rischio, in H-ermes. Journal of Communication, n. 23, 2023.

3G. Gili, Il problema della manipolazione. Peccato originale dei media?, Franco Angeli, Milano, 2001.

4L. Morlino e M. Sorice (a cura di), L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, Luiss University Press, Roma, 2021.

5Swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/il-presidente-polacco-perde-la-vita-in-un-incidente-aereo/8649100 (consultato il 24 marzo 2026).

6Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/katyn_(Enciclopedia-Italiana)/ (consultato il 24 marzo 2026).

7Cz. Madajczyk, Dramat katynski, Pwn, Varsavia, 1989.

8D. Artico, La strage di Katyn nella storiografia sovietica, in Italia contemporanea, n- 223, giugno 2001.

9R. Horyn-Swiatek, The Katyn Forest, Londra, 1988.

10J. Aro, La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente, Neri Pozza, Vicenza, 2026.

11J. Aro, id. (dalla Introduzione, pp. 7-8).

12Il trattato ABM (Anti Balistic Missile) è considerato la base del processo di disarmo che ha consentito la realizzazione degli accordi Start I e II. Si veda: https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed844/pdfbtind.pdf (Consultato il 4 aprile 2026).

13S. G. Jones, A Covert Action. Reagan, the CIA, and The Cold War Struggle in Poland, W.W. Norton & Company, 2018, pp. 9-10. 

14S.G. Jones, op.cit.

15B.B. Fisher, Solidarity, the CIA, and Western Technology, in International Journal of Intelligence and Counter Intelligence, 25 (3), 2012, pag. 429.

16L. Robinson et.al., Modern Political Warface, RAND, 2018.

17C. Stefanachi, Le “rivoluzioni colorate” nelle percezioni strategiche della Russia di Putin: la “guerra ibrida” dell’occidente, in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 1 / 2024.

18C. Stefanachi, op.cit.

19CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy: https://canvasopedia.org/who-we-are/ (consultato il 26 marzo 2026).

20M. MacKinnon, The New Cold War. Revolutions, Rigged Elections and Pipeline Politics in the Former Soviet Union, Random House Canada, 2007.

21M. MacKinnon, op.cit.

22C. Stefanachi, op.cit.

23G. Toal, Near Abroad. Putin, the West, and the Contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017.

24M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, Milano, 2009.

25C. Stefanachi, op.cit.

26L.A. Mitchell, The Color Revolution, University of Pennsylvania Press, 2012.

27M. MacKinnon, op.cit.

28S.F. Jones, The Rose Revolution: A Revolution without Revolutionaries?, in Cambridge Review of International Affairs, n. 1, 2006, pag. 41.

29M. MacKinnon, The New Cold War, cit., pag. 159.

30C. Stefanachi, op.cit.

31C. Stefanachi, op.cit.

32D. Dolzikova, M. Savill, Why Iran may accelerate its nuclear program, and Israel may be tempted to attack it, in Bulletin of the Atomic Scientists, 26 aprile 2024.

33ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 28 febbraio 2026.

34ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

35ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

36M. Lombardini, Blocco dello Stretto di Hormuz: Petrolio sopra quota cento, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 20 marzo 2026.

37A. De Luca, Trump-Maduro: atto finale, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 3 gennaio 2026.

38L’UE impone sanzioni agli organi di informazione pubblici RT/Russia Today e Sputnik che svolgono attività di radiodiffusione nell’UE, Comunicato Stampa, Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea, 2 marzo 2022: https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/#:~:text=In%20virtù%20di%20tali%20misure%2C%20l’UE%20sospenderà,confronti%20dell’UE%20e%20dei%20suoi%20Stati%20membri.

39J. Aro, La guerra segreta di Putinop.cit., pag. 159.

40S. Bissacco, La strategia ibrida della Russia nel mar Baltico: una nuova Cortina di ferro?, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 20 maggio 2025.

41Rapporto CSIS – Center for Strategic & International Studies, marzo 2025: https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/2025-03/250318_Jones_Russia_Shadow.pdf?VersionId=LHamL2L7HJwLgZ7a_wq6xkTIwMh3TFpk (consultato il 29 marzo 2026). 

42L. Tolstoj, Guerra e Pace, 1867.

43Z. Gershberg, S. Illing, The Paradox of Democracy: Free Speech, Open media, and Perilous Persuasion, University of Chicago Press, 2022, Prefazione.

44Z. Gershberg, S. Illing, op.cit.Introduzione.

45D. De Kerckhove, Parole e algoritmi: schizzo per un’antropologia politica della trasformazione digitale, in M. Calamo Specchia (a cura di), Processi politici e nuove tecnologie, Giappichelli, Torino, 2024.

46D. De Kerckhove, op.cit.

47A. Beccaro, Il concetto di Gray zone: la dottrina GERASIMOV e l’approccio russo alle operazioni ibride. Possibili convergenze con la dottrina Cinese. Obiettivi strategici e metodologia d’impiego nello scenario geopolitico attuale. Prospettive del ruolo del Potere Aereo e Spaziale nei “Gray zone Scenarios”, Ricerca, CeMiSS – Centro Militare di Studi Strategici – CASD – Centro Alti Studi per la Difesa, 2021.

48M. Laruelle, K. Limonier, Beyond “hybrid warfare”: a digital exploration of Russia’s entrepreneus of influence, in Post-Soviet Affairs, n. 37, 2021.

49F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico – Anno XXIV n. VII, 2022.

50P. Pomerantsev, M. Weiss, The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture, and Money, Institute of Modern Russia, 2014.

51Si vedano: J.S. Curtis, Springing the “Tacitus Trap”: countering Chinese state-sponsored disinformation, in Small Wars & Insurgencies, n. 32, 2021; M. Dubowitz, S. Ghasseminejad, Iran’s COVID-19 Disinformation Campaign, in CTC Sentinel, n. 13, 2020; D. Byman, The Social Media War in the Middle East, in The Middle East journal, n. 75, 2021.

52A. Teti, Intelligence e guerra ibrida: perché la crisi in Iran può colpire Europa e Italia, in Agenda Digitale, 3 marzo 2026.

53WEF – World Economic Forum, The Global Risks Report 2026https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf(Consultato il 3 aprile 2026).

54Sun Tzu (500-320 a.C. ca), L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2018.

55Audizione Senato Antoinette Nikolova:https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/649/Audizione_SenatoAntoinette_Nikolova.pdf

56C. Sbailò, Guerre ibride: quali risposte possibili?, in DPCE online, Sp-1 / 2024.


Articolo pubblicato sul numero 79 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Antonella Presutti, La nebbia sale dalla terra

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Con La nebbia sale dalla terra (Arkadia, 2026, pp. 120, €14) Antonella Presutti porta il lettore in un Molise al contempo reale e immaginario. Una realtà che appare sospesa, confusa, misteriosa, avvolta da una nebbia che porta con sé gocce di vita passata. Personaggi di oggi che si fondono e si confondono con figure di un passato che non solo ha generato il presente ma sembra artefice anche del futuro che verrà. 

Il luogo dove Presutti ambienta la sua storia è un’antica dimora di campagna situata tra Salcito e Bagnoli, circondata da un florido giardino che affaccia sul Trigno. Un luogo sospeso tra passato e presente. Un’ambientazione perfetta per il racconto dell’autrice. 

Il testo pubblicato da Arkadia Editore è una nuova versione del romanzo uscito già nel 2020 con Emersioni. Un libro che nasce intorno al luogo apparso all’autrice perfetto dopo averlo a lungo cercato, esplorando contrade e cascine della sua terra, dimenticata, dove non si incontra alcuno se non ne mesi estivi, dove il tempo diventa incuria e ogni cosa sembra destinata all’oblio. 

Quasi per caso Presutti scopre la scrittura di Lina Pietravalle e se ne innamora, affascinata dal trasporto che ingenerava in lei la lettura di quelle pagine che raccontavano di un tempo andato, con altri odori e sapori e colori. Da qui ne è nata la passione per la ricerca di luoghi sempre più reconditi, dimenticati, abbandonati. Farli rivivere attraverso le sue storie, ricche di personaggi che sembrano avere e mantenere un legame con il territorio ma per certo lo hanno con la stessa autrice che si è divertita a modellarli secondo innumerevoli declinazioni.

La nebbia sale dalla terra si apre con una citazione di Edna O’ Brien: La storia cambia a seconda di chi la racconta

La storia raccontata dai personaggi di Presutti cambia molte volte anche in conseguenza dell’impronta marcata e decisa che l’autrice ha voluto dare loro e, di conseguenza, alla storia stessa. Oppure il contrario.

Un romanzo corale come quello di Presutti che narra una vicenda a cavallo tra passato e presente, è una forma narrativa studiata proprio affinché la polifonia – ovvero la presenza di molteplici punti di vista narranti – sia di aiuto al lettore nella comprensione del legame che unisce il presente al passato e di come quest’ultimo influenzi i destini individuali e collettivi.

Pensando alla Letteratura italiana il romanzo corale che subito sovviene alla mente è I Malavoglia (1881) di Giovanni Verga strutturato in modo tale che l’impersonalità dell’anonimo “narratore popolare” lasciasse spazio al vero protagonista del libro: la comunità intera di Aci Trezza. Nel libro di Presutti l’impersonalità del narratore viene a mancare ma il continuo salto temporale tra passato e presente aprono il passaggio al vero protagonista del romanzo: il Molise. 

Come Verga contrappone i valori arcaici e solidi della famiglia Malavoglia alla modernità disgregatrice e pervasa di interesse personale del resto del villaggio, allo stesso modo Presutti sembra contrapporre il pensiero e l’intensità di idee di personaggi e scrittori del passato, in particolare Lina Pietravalle, all’aridità del pensiero contemporaneo intriso di incuria ed egoismo.

Non sembra trattarsi di semplice nostalgia o, per contro, arida critica alla contemporaneità quanto, piuttosto, l’esternazione di una ricerca continua che l’autrice sta conducendo e che la porta a indagare oltre al presente anche il passato. 

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


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Alberto e Mariacristina Galgano, Il Sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi

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Il Sistema Toyota, o Toyota Production System (TPS) oppure ancora toyotismo, è un sistema organizzativo produttivo post-fordista sviluppato in Giappone tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento soprattutto da Taiichi Ohno. 

Anche nel 2025, per il sesto anno consecutivo, Toyota si è confermata azienda leader mondiale nelle vendite. In anni in cui gli altri costruttori hanno costantemente dovuto fare i conti con gli effetti negativi di regole e mercati. Perché? Si punta il dito sull’ibrido, sul vantaggio temporale e tecnologico che la Toyota continua a mantenere. Ciò è sicuramente vero ma la solidità dell’intera azienda non può dipendere solo quello. 

Bisogna focalizzare l’attenzione proprio sul Metodo Toyota, basato su Miglioramento Continuo (Kaizen) e rispetto delle persone, avente come obiettivo principale la riduzione degli sprechi ottimizzando tempistiche e risorse. 

Ma cosa hanno in comune un’industria automobilistica e un ospedale? Un metodo potenzialmente vincente. 

Alberto e Mariacristina Galgano ne Il sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi (GueriniNext, 2006 – 2026, pp. 280, €26) si sono posti un unico interrogativo da cui è partita tutta l’indagine che li ha condotti alla scrittura del libro: E se il problema della Sanità non fosse la mancanza di risorse, ma come le usiamo?

Il cambiamento nella Sanità auspicato dagli autori e guidato dal Sistema Toyota non è una rivoluzione globale e immediata, o uno stravolgimento imposto da una legge o una riforma. Si tratta di un processo che parte dal basso, dal singolo ospedale, con la speranza, ovviamente, che si sparga e si diffonda a macchia d’olio fino a diventare strutturale dell’intero Sistema Sanitario. 

Il libro è uscito in prima edizione nel 2006. All’epoca in Italia il poter applicare un approccio manageriale studiato per un’industria automobilistica al settore sanitario era un concetto pressoché sconosciuto. Differente invece era la situazione negli Stati Uniti, dove in diversi ospedali l’applicazione del Metodo Toyota per la Sanità era già una realtà. Vengono riportate nel testo le esperienze relative a: Virginia Mason Medical Center, Park Nicollet, Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), ThedaCare.

Queste strutture sanitarie sono da tutti considerate pionieristiche nell’applicazione del Metodo Toyota alla Sanità. Lo hanno adottato a partire dagli albori del nuovo Millennio. Ma cosa è successo davvero in questi anni? Il Metodo infallibile per la Toyota lo è davvero anche per la Sanità?

Il Virginia Mason Medical Center, a Seattle, ha ottenuto risultati sorprendenti sul valore offerto dalla loro Spine Clinic, rispetto alle medie regionali. I pazienti saltano meno giorni di lavoro (4,3 contro 9 per episodio) e necessitano di meno visite di terapia fisica (4,4 contro 8,8). Inoltre, l’uso delle risonanze magnetiche per valutare la lombalgia è diminuito del 23% dal lancio IPU della clinica. Una migliore assistenza ha effettivamente ridotto i costi e anche aumentato le entrate attraverso una maggiore produttività e una maggiore domanda1.

L’IPU – Integrated Practice Units è uno dei sei componenti della Value Agenda, la strategia fondamentale nel contesto della Value-Based Healthcare (VBHC), sviluppata per ristrutturare i sistemi sanitari mettendo al centro il paziente e il valore generato. 

Implementare le Unità di Assistenza Integrate significa organizzare le pratiche mediche intorno a un team dedicato e multidisciplinare che persegue l’unico scopo di creare valore per il paziente seguendo l’intero ciclo di cure. Invece di fornire assistenza in reparti specializzati, si creeranno linee di cura sia per il trattamento della malattia che le sue complicazioni correlate. 

Nel 2001, Gary Kaplan, amministratore delegato del Virginia Mason Medical Center, volò in Giappone per vedere come la Toyota costruiva le sue automobili. L’azienda è rinomata in tutto il mondo per il sistema di produzione “just in time”, altamente efficiente. Kaplan rimase molto impressionato e affermò: «era ciò che è possibile: creare prodotti senza difetti; avere esattamente ciò di cui si ha bisogno, né più né meno, e che questo accada sempre. Era l’antitesi di ciò che si vede nel settore sanitario».  Dal 2001, il Virginia Mason Medical Center ha inviato sette team (composti da medici, infermieri e altro personale) in Giappone per formarsi secondo il Metodo Toyota. Tornati a Seattle, i team applicano le tecniche apprese, volte soprattutto a eliminare eventuali sprechi o inefficienze, per ottimizzare le operazioni di ospedali e cliniche. Viene attribuito all’impiego del metodo Toyota la riduzione di circa 55 chilometri della distanza percorsa a piedi dal personale ogni giorno, coperta maggiormente per attività burocratiche o spostamenti da un settore all’altro, e lo sgombero di circa 1200 metri quadri di spazio prima utilizzato come magazzino o per altre attività improduttive. La struttura ha calcolato (nel 2006) un risparmio di 11 milioni di dollari in investimenti di capitali programmati, una riduzione evidente dei tassi di infezioni nei pazienti e un notevole aumento del livello di soddisfazione di quest’ultimi. 

Nel Sistema Toyota, qualsiasi passaggio che non aggiunga valore al prodotto viene considerato uno spreco, ovvero un “muda”. 

Al momento della introduzione del Sistema Toyota in ospedali e cliniche statunitensi, invece il “muda” sembrava essere ovunque. 

Mike Kaupa, vicepresidente senior di Park Nicollet, non appena ha iniziato ad applicare l’approccio Toyota ha eliminato le numerose sale d’attesa, gli enormi magazzini di stoccaggio e i relativi costi. La nuova clinica ambulatoriale del centro non aveva alcuna sala d’attesa e ciò è stato possibile grazie all’adozione del one piece flow production system usato dalla Toyota2.

Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC) ha iniziato ad applicare i principi del Sistema di produzione Toyota ad alcuni posti letto chirurgici per pazienti ricoverati. Il personale in prima linea di diverse discipline ha collaborato con un team centrale per riprogettare i processi di cura utilizzando il ciclo PDCA (pianifica, esegui, verifica, agisci) di Toyota. Dal 2001 al 2003, UPMC ha migliorato la somministrazione endovenosa di antidolorifici, ridotto le infezioni dovute a cateteri endovenosi e migliorato i tempi di risposta per i servizi, dalle analisi di laboratorio alla consegna dei pasti. 

Questi successi hanno spianato la strada all’UPMC per diventare uno dei 13 ospedali partecipanti al Transforming Care at the Bedside, un progetto sponsorizzato dalla Robert Wood Johnson Foundation e dall’Institute for Healthcare Improvement. Durante i 12 mesi del progetto la struttura ha registrato un aumento delle chiamate della squadra di pronto intervento al letto del paziente, il 30% in meno di pazienti andati in arresto cardiaco e una mortalità inattesa diminuita del 27%3.

Le strategie adottate da ThedaCare sono molto vicine alle scelte del Virginia Mason Medical Center: visita al letto del paziente da parte dell’équipe clinica al momento del ricovero, elaborazione di un piano di assistenza unificato con il contributo del paziente, riunioni quotidiane al letto del paziente, revisioni periodiche per monitorare i progressi del paziente, miglioramenti alla progettazione degli spazi e all’organizzazione del personale. Tra il 2006 e il 2010, ThedaCare ha registrato una riduzione del 15-20% dei costi per paziente e una riduzione del 10-15% della durata media della degenza, un aumento dell’11% della produttività infermieristica e una maggiore soddisfazione di medici, personale e pazienti4.

Spesso, sottolineano gli autori, uno degli errori più frequenti in cui si incorre quando si parla dell’approccio Lean in Sanità, cioè del Lean Healthcare, è non ricordare che il primo obiettivo è quello di ridurre gli errori, non la qualità. Dunque si tratta non solo di uno strumento per eliminare gli sprechi ma, prima di tutto, un approccio finalizzato a fornire il massimo valore al paziente. Generare il massimo valore non solo per il paziente ma anche per tutti gli altri stakeholder, come il personale stesso, i fornitori, il territorio in generale. 

La Toyota è una delle poche aziende che ha praticamente raggiunto, nell’analisi degli autori, l’obiettivo dello Zero Difetti. Nelle Strutture Sanitarie in Italia tale obiettivo è ancora molto lontano.

In Sanità, il Lean è visto come uno strumento in grado di migliorare tanto i processi clinici che i processi di supporto tecnico-amministrativi, con l’obiettivo di massimizzare il valore del paziente5.

Molti studi concordano nell’attribuire all’implementazione di progetti Lean in Sanità importanti risultati, alcuni direttamente quantificabili (come la riduzione del tempo impiegato nell’esecuzione di determinati processi a parità di volumi di attività, riduzione dei costi, incremento della produttività, riduzione del tasso di mortalità) altri di natura più qualitativa (riduzione della probabilità di commettere errori, miglioramento del clima organizzativo, incremento della soddisfazione del paziente)6. Anche se la letteratura scientifica concorda che è importante adottare un approccio «sistemico» per l’attuazione di progetti Lean, la maggior parte degli studi e delle esperienze si concentrano su singoli processi (come accettazione e pronto soccorso) e/o singola unità operativa (reparto)7.

Negli ultimi anni, l’assistenza sanitaria è stata chiamata a rispondere alle crescenti pressioni derivanti dai cambiamenti della domanda, dovuti ai cambiamenti epidemiologici e alla richiesta di qualità e sicurezza, nonché all’aumento dei costi dovuto all’introduzione di nuove tecnologie. Queste grandi sfide sono esacerbate dalla contrazione delle risorse disponibili nei sistemi sanitari e, per la maggior parte dei paesi, dal principio dell’accesso universale alle cure dei pazienti. Per soddisfare le esigenze di quest’ultimi, un ospedale deve utilizzare un certo numero di risorse scarse al momento giusto: letti, attrezzature tecnologiche, personale con adeguate competenze cliniche, dispositivi medici, rapporti diagnostici e via discorrendo. Una delle questioni più rilevanti è la gestione dei flussi di pazienti al fine di acquistare, mettere a disposizione e utilizzare queste scarse risorse al momento giusto e nel modo giusto, e di garantire la migliore assistenza possibile. Sebbene siano molti gli esempi di successo del Lean nelle strutture sanitarie, molte sono le resistenze nell’applicazione di tale metodo8.

A formare il modello giapponese concorrono sia elementi hard di natura strutturale (meno scorte, automazione frugale, prossimità fisica dei fornitori, …) sia elementi soft di natura culturale e sociale (alta qualificazione e coinvolgimento, impiego a vita, sistema retributivo, rituali di appartenenza, …). I vari elementi sono tra loro concatenati e innestano un circolo virtuoso di rafforzamento. Un circolo virtuoso non certo esente da critiche. La principale questione riguarda la vivacissima controversia sulle conseguenze che il Toyotismo provoca sul lavoro umano. Il sistema produttivo Just In Timeinfatti è efficientissimo se tutto gira al meglio ma è estremamente fragile se sorge un qualsiasi intoppo. Di conseguenza, per poter funzionare il JIT richiede un ambiente sociale assolutamente collaborativo ed estrema dedizione al lavoro. Il lavoro umano diventa più responsabile ma più impegnativo; più flessibile ma più diligente; più di gruppo ma più controllabile; meno burocratico ma non meno vincolante sul piano dei rapporti interni alla comunità di lavoro9. Di fronte a questa ambiguità, spesso basta la scelta di un aggettivo, l’uso di una tonalità piuttosto di un’altra, l’inversione retorica degli argomenti perché lo scenario di stimolante competizione suggerito dai fautori del modello si trasformi, per mano dei critici, in un incubo oppressivo10.

Lo squilibrio strutturale tra lavoratori e destinatari del welfare previdenziale, sanitario e sociale è crescente, ed è comune a tutti i Paesi sviluppati, ma con un’intensità particolare in Italia. OCSE stima che in Italia la forza lavoro potenziale si ridurrà del 30% entro il 2050, dato superiore a qualsiasi altro grande paese europeo, determinando, a parità di altre condizioni, una diminuzione del PIL pro-capite del 17% con le inevitabili ricadute sul livello di benessere collettivo e gettito fiscale. Le conseguenze della crisi demografica, che diviene economica e sociale, impattano direttamente e indirettamente sul SSN. Quest’ultimo è stato disegnato come modello Beveridge, ritenendo che la scelta collettiva fosse la più efficace nell’allocare risorse (scarse) a fronte di bisogni (infiniti). Le liste d’attesa sono da sempre considerate uno strumento fisiologico, e in un certo senso virtuoso, dei sistemi Beveridge, proprio perché esprimono nitidamente l’elenco delle priorità. Sulla carta e nei principi nobili del nostro legislatore, il SSN è concepito come un assetto istituzionale particolarmente adatto a governare situazioni di scarsità, proprio perché capace di concettualizzare, esplicitare e agire le priorità collettive utili a massimizzare il beneficio sociale complessivo. Il quadro demografico dei paesi occidentali e le sue conseguenze sul welfare generano degli scenari strutturali da “coperta corta”, in cui le architetture Beveridge potrebbero dare il meglio di sé, perché più attrezzate dal punto di vista istituzionale per definire le priorità allocative coerenti con l’interesse collettivo. Si pensi alla disponibilità di dati, alla forza di analisi e programmazione unitaria, al capitale istituzionale disponibile per concretizzare scelte di priorità in cui i cittadini possano riconoscersi, proprio in risposta ai gap crescenti tra bisogni e risorse. Purtroppo, le dinamiche cognitive, politico-culturali e istituzionali in corso rendono difficile esplicitare trade off strutturali sempre più stringenti, rendendo difficile o impossibile definire priorità di policy, che spesso sono anche priorità allocative. L’assenza di consapevolezza, dibattito e decisionalità, rende le priorità dei sistemi inconsapevoli, emergenti di volta in volta e quindi spesso casuali e sbagliate, ovvero inefficaci per massimizzare il benessere generale11.

Negli ultimi cinque anni (2021 – 2025) i vincitori del Lean Healthcare Award sono stati, nell’ordine: APSS Trento, Humanitas Research Hospital, AUSL Romagna, AOU Alessandria, ASL Salerno12.

Il Progetto piattaforma digitale Covid-19 @Home ha fatto vincere all’APSS Trento il premio Lean Healthcare Award nel 2021. @Home ha ottimizzato la gestione di oltre 40 mila pazienti, estendendosi rapidamente per il contact tracing durante il Covid-19. Ma l’approccio Lean ha riguardato anche SempliceMente, il progetto pilota dell’azienda per mappare e migliorare i processi, eliminando inefficienze e valorizzando il personale. Il tutto centrato sulla qualità (migliorare la qualità dell’assistenza, compresa quella infermieristica), focalizzandosi sul valore per il paziente e la continuità assistenziale. 

Nel 2022 il Lean Healthcare Award è stato assegnato all’ Humanitas Research Hospital di Rozzano per il progetto “Lean-paziente in prericovero”, che ha l’obiettivo di ridurre le attese durante il pre ricovero in ospedale, migliorando sempre di più la soddisfazione del paziente. Un progetto studiato intorno al paziente, con percorsi personalizzati in funzione della patologia e dello stato di salute di ognuno. Un pre-ricovero sempre più ritagliato sulle esigenze cliniche del paziente. L’Humanitas ha applicato le metodologie Lean anche per migliorare la qualità e l’efficienza nel reparto di radioterapia. In sostituzione della lastra al torace, seguendo le linee guida, è stato condotto uno studio su 1200 pazienti sui quali l’inserimento della punta del catetere venoso centrale ad accesso periferico è stato eseguito con l’ausilio dell’elettrocardiogramma intracavitario, con un abbattimento dei tempi di attesa per il paziente quantificato nel 73%. Dopo l’esito dello studio, il nuovo metodo è stato applicato a tutti i pazienti che necessitavano l’inserimento di un PICC.

La sesta edizione del Lean Healthcare Award ha visto trionfare l’AUSL Romagna con il progetto Digital (he)ART Network che utilizza la tecnologia digitale per il monitoraggio a distanza dei pazienti con scompenso cardiaco, ottimizzando i percorsi di cura e riducendo gli sprechi, in linea con Filosofia Lean e Metodo Toyota. 

Il Lean Healthcare Award 2024 è stato assegnato all’AOU di Alessandria per il progetto Fixing the hospital to fix crowding in ED: un progetto che ha introdotto nuovi meccanismi organizzativi e tecnologie innovative per migliorare i percorsi di cura, riducendo le inefficienze e i tempi di attesa. Circa il 47% del tempo dei professionisti del Pronto Soccorso è dedicato ai pazienti in attesa di un posto letto. Questo progetto ha inciso in maniera determinante sulle azioni di efficientamento della degenza per garantire risposte più rapide e una presa in carico ottimale. 

Il progetto Telestroke ha portato la ASL Salerno a vincere il Lean Healthcare Award 2025: un sistema che ha ottimizzato la gestione dell’ictus acuto, riducendo i tempi di intervento e migliorando l’assistenza, integrando telemedicina e LeanManagement. L’ASL Salerno ha ottenuto un ulteriore riconoscimento con il premio aggiuntivo Value Based Healthcareper l’applicazione di un modello incentrato sul valore delle cure prodotte. 

Intorno a questi esempi positivi esiste tutto un universo di criticità che la grave crisi di sostenibilità del SSN ha progressivamente generato e che condizionano l’esperienza quotidiana di cittadini e pazienti, con ostacoli crescenti all’accesso, alla qualità e all’equità delle cure. L’ottavo Rapporto GIMBE, presentato a Roma il giorno 8 ottobre 2025, evidenzia tutte le criticità sperimentate da cittadini e pazienti (Box 1.1) e l’utilizzo non consapevole del SSN e spese out-of-pocket non necessarie (Box 1.2).

I Box 1.1 e 1.2 elencano nel dettaglio tutti gli sprechi e le perdite di valore che Metodo Toyota e Filosofia Lean cercano di abbattere.

Un Sistema come quello Toyota necessita da 6 a 10 anni per arrivare alla pienezza del suo funzionamento. Ma gli autori ricordano e sottolineano quanto la «lotta agli sprechi» possa essere considerato il mantra della filosofia Toyota, e quanto lo spreco più grave per qualsiasi organizzazione, ma per la Sanità in particolare, riguarda l’intelligenza del proprio personale. Valorizzare questa risorsa, la sua intelligenza, la sua creatività, la conoscenza profonda dei processi e delle opportunità di miglioramento presenti è certamente la strada più efficace per migliorare. 


1M. Marsilio e A. Rosa, Lean e Value Based Management. Modelli e strumenti per la creazione di valore nelle aziende sanitarie, Franco Angeli, Milano, 2020.

2M. McCarthy, Can car manufacturing techniques reform health care?, in The Lancet, Vol 367, 2006.

3M.J. Ball, Patient Safety: a Tale of Two Institutions, in Journal of Healthcare Information Management, volume 20, numero 4, anno 2006.

4Toyota Principles Help Improve Outcomes, Cost Saving at ThedaCare, Becker’s Hospital Review, 16 ottobre 2012.

5D. Jones e A. Mitchell, Lean thinking for the NHS: A report commissioned by the NHS Confederation, 2006.

6Si vedano: L. Brandao de Souza, Trends and approaches in lean healthcare, in Leadership in Health Services, n. 22, 2009; P. Mazzocato et.al., Lean thinking in healthcare: a realist review of the literature, in Quality and Safety in Health Care, n. 19, 2010; Z.J. Radnor, Implementing Lean in Health Care: Making the link between the approach, readness and sustainability, in International Journal of Industrial Engineering and Management, n. 2, 2011; Z.J. Radnor et.al., Lean in the healthcare: The unfilled promise?, in Social Science & Medicine, n. 74, 2012; S.J. Spear, Fixing health care from the inside, today, in Horward Business Review, n. 83 (9), 2005; J.J. Waring e S. Bishop, Lean healthcare: Rhetoric, ritual and resistance, in Social Science & Medicine, n. 71, 2010.

7Si vedano: L. Brandao de Souza (2009) op.cit.; P. Mazzocato et.al (2010) op.cit.;  Z.J. Radnor (2011) op.cit.

8M. Marsilio e A. Rosa (2020), op.cit.

9Si vedano, tra gli altri: Y. Sugimori et.al., Toyota production system and kanban system, in International Journal of Production Research, vol. 15, n. 6, 1977; Y. Momden, Toyota Production System, Institute of Industrial Engineers, Atlanta, 1983; R. Schonberger (1982), Tecniche Produttive Giapponesi, Franco Angeli, Milano, 1990; K. Koike, Intellectual Skill and the Role of Employees as Constituent Members of Large Firms in Contemporary Japan, in Aoki e Gustaffson (a cura di), The firm as a nexus ah treaties, 1988.

10G. Bonazzi, Modello giapponese, toyotismo, produzione snella: alcune questioni aperte, in Quaderni di Sociologia, 3 | 1992.

11Rapporto OASI 2025 – Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano a cura di CERGAS – Centre for Research on Health and Social Care Management, Bocconi University, Milano.

12www.leanaward.it (Ultima consultazione 19 marzo 2026).


Articolo pubblicato su FIRSTonline


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Roberto Maggiani, Un uomo in Argentina

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Con Un uomo in Argentina (Il ramo e la foglia Edizioni, pp. 320, €19) Roberto Maggiani ci riporta indietro nel tempo, al 1975 ma, per ben comprendere i suoi personaggi, bisogna tornare ancora più indietro: agli anni della Germania nazista e a ciò che è avvenuto nell’immediato secondo dopoguerra. Il libro inizia raccontando la semplice vita di un uomo ormai ottuagenario, vedovo, che vive in un paese della provincia di Cordoba, in Argentina, accudito da alcuni familiari e una badante. La descrizione che ne fa l’autore rimanda al lettore l’immagine di un uomo quasi indifeso. Eppure basta una sola notizia riportata in un qualsiasi venerdì mattina da un quotidiano locale per cambiare repentinamente la scena e le impressioni. 

Un giornalista ha identificato a Miramar, non lontano da Buenos Aires, un efferato nazista che tempo prima l’ottuagenario e indifeso Adrian aveva presentato ai familiari come un lontano parente. Possibile che egli non conoscesse la vera identità dell’uomo? E se la conosceva, quali sono i reali legami tra i due uomini?

Dal punto di vista storico, la Shoah è considerata il più grande spartiacque dell’età contemporanea: una tragedia senza precedenti che ha rimesso in discussione le logiche e il pensiero occidentale dell’ultimo secolo, modificando l’approccio sociale, culturale, economico e politico dell’individuo in ogni campo d’indagine della realtà storica. Secondo una prospettiva strettamente narratologica, invece, la somma degli eventi che indichiamo con il termine Shoah presenta una forte potenzialità romanzesca, specialmente grazie alla presenza di un pattern di dinamiche e circostanze che sono spesso etichettate come “eroiche”, in relazione ai sopravvissuti. La netta contrapposizione fra personaggi positivi e negativi, che sta alla base di ogni narrazione mitologica, biblica e favolosa nella tradizione occidentale, si presenta con insistenza e chiarezza espressiva nella dicotomica rivalità fra i personaggi protagonisti del filone narrativo dell’Olocausto – i prigionieri nei Lager opposti alle SS naziste, per esempio1. Nel romanzo di Maggiani, questa dicotomia sembra estendersi anche alle due donne le quali, pur cercando entrambe verità sul passato di Adrian, scelgono strade di ricerca diametralmente opposte: la cognata Loida preme affinché tutto rimanga “segreto”, ristretto all’interno delle mura domestiche mentre la badante Ania sembra intenzionata a far luce sulle vicende passate e nascoste a qualunque costo.

La narrazione della storia di Adrian Schneider e del suo “lontano parente” rimanda la mente del lettore al mito della super organizzazione per la fuga degli ex SS.

Nell’ultimo quarto del Novecento alcune pubblicazioni hanno identificato in ODESSA (ipotetico acronimo di Organisation Der Ehemaligen SS Angehörigen – Organizzazione degli ex appartenenti alle SS) il motore della fuga in Spagna, America Latina o Medio oriente di tanti criminali di guerra nazisti. Talvolta sono state indicate altre società segrete, come Die Spinne (Il Ragno), secondo alcuni diretta da Otto Skorzeny, oppure Stille Hilfe (Assistenza Silenziosa), gestita da un pugno di aristocratici. Nel nostro Millennio studiosi e giornalisti hanno scoperto che le prove dell’esistenza di tali organizzazioni erano inventate2. ODESSA e analoghi sono stati un artificio per semplificare una realtà assai meno romanzesca. 

Nel secondo dopoguerra, qualche centinaio di ex SS o di ex gerarchi nazisti, spesso non ancora identificati come criminali di guerra o addirittura già rilasciati dalle autorità alleate (come il prima menzionato Skozeny) sono fuggiti assieme a centinaia di migliaia di profughi dell’Europa centro-orientale e sono migrati in Europa occidentale (Italia, Spagna, Regno Unito), nelle due Americhe (Argentina, Brasile, Cile, Paraguay, Stati Uniti, Canada), in Medio Oriente, in Africa, in Australia. I racconti veridici non hanno il fascino delle spiegazioni complottistiche, né quello dei romanzi di spionaggio affermatisi a partire dagli anni Cinquanta3.

Tutto questo, naturalmente, non ha nulla a che vedere con il romanzo di Maggiani che mai avanza la pretesa di essere una documentazione storica. L’interpretazione di fatti accaduti o immaginati è strettamente funzionale alla narrazione della vita di Adrian e della sua famiglia. E il suo passato è costruito dall’autore in funzione della vicenda che intendeva narrare. Ed è esattamente per questo motivo che funziona, che attrae il lettore e che risulta una intrigante lettura, al pari dei grandi romanzi di spionaggio che sempre largo successo hanno riscosso tra il pubblico. 

In Uncommon Danger (1937) e Cause fro Alarm (1938) di Eric Ambler, i nemici vengono identificati con i rappresentanti dei totalitarismi europei, personaggi che si distinguono nell’esercizio della violenza, ma anche con i rappresentanti privi di scrupoli di un capitalismo che non esita a collaborare con le forze anti-democratiche in nome del profitto e il cui ruolo va assumendo sempre maggiore importanza. Le spie di Ambler raramente sono agenti a servizio del proprio paese, più spesso sono mercenari al soldo del miglior offerente, L’ambiente dello spionaggio non è presentato come un mondo mosso da valori e ideali alti, bensì caratterizzato da squallore ed egoismo. Un’atmosfera che richiama molto quella descritta da Conrad in The Secret Agent (1907). A doversi muovere in tale atmosfera e a dover affrontare i malvagi sopra descritti sono personaggi per lo più anti-eroici, spesso persone comuni che si trovano coinvolte contro voglia in avvenimenti pericolosi4.

Una narrazione per certo meno romanzesca e romanzata, più vicina alla realtà e proprio per questo più realistica e intrigante per il lettore.

I riferimenti storici, più o meno reinterpretati da Maggiani in Un uomo in Argentina, sono funzionali alla vicenda narrata e non il contrario e servono a meglio definire protagonisti e personaggi del libro. Una scelta anti speculativa che si è rilevata vincente. 


1A. Cinquegrani, F. Pangallo, F. Rigamonti, Romance e Shoah. Pratiche di narrazione sulla tragedia indicibile, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2021.

2Si vedano: H. Schneppen, Odessa und das Vierte Reich. Mythen der Zeitgeschichte, Metropol Verlag, Berlin, 2007; U. Gońi, The Real Odessa: Smuggling the Nazist to Peron’s Argentina, Granta Books, New York – London, 2002.

3M. Sanfilippo, ODESSA: Il mito della super organizzazione per la fuga degli ex SS, in G. Fiorentino, M. Sanfilippo, G. Tosatti (a cura di), De Austria et Germania. Saggi in onore di Massimo Ferrari Zumbini, Sette Città, Viterbo, 2018.

4N. Priotti, Nuove prospettive nella Letteratura di spionaggio: il contributo di Eric Ambler, in P. Bertinetti (a cura di), Spy Fiction: un genere per grandi autori, Trauben, Torino, 2014.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


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