“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018)

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Quasi metà della popolazione mondiale utilizza internet. In Italia le connessioni da dispositivi mobili sono 80 milioni, pari al 134% della popolazione (stimata in quasi 60 milioni di persone), nella misura in cui in tanti dispongono di più dispositivi legati al medesimo account. È bene allora, e anche doveroso per certi punti di vista, rendersi conto di quanti accedono a esso, per quanto tempo e finalizzato a che cosa.

E questo è esattamente lo scopo della ricerca condotta da Giuseppe Lavenia e che ha portato alla scrittura di Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura, edito da Giunti a gennaio 2018. Un saggio sulle potenzialità del cervello umano e delle tecnologiche, sull’uso di entrambi ma, soprattutto, sull’abuso nell’utilizzo della Rete e sulle sue patologiche e deleterie conseguenze.

L’immensa diffusione di internet può considerarsi a tutti gli effetti un fenomeno di massa che si estende a tutti i Paesi e «diviene realmente globale, coinvolgendo la popolazione mondiale al di là delle differenze di genere, razza, etnia, ceto, religione». Una vera e propria rivoluzione con tantissime sfaccettature positive, come sottolinea lo stesso Lavenia nel testo, ma che rischia di diventare un boomerang allorquando soprattutto, ma non in via esclusiva, per i “giovani adulti” l’uso del proprio smartphone è «diventato così essenziale da richiedere di controllarlo e utilizzarlo in qualsiasi momento». Una dipendenza. Ecco di cosa si tratta. Una patologia che colpisce sempre più persone e che ha sintomi, devianze e livelli di gravità molteplici.

Il linguaggio di internet è interattivo e ipertestuale, le comunicazioni sono veloci, velocissime, garantiscono facilmente l’anonimato e regalano ai produttori come anche agli stessi fruitori un tanto benefico quanto ambiguo «senso di infinitezza». La Rete ma soprattuto i social creano con una certa semplicità ciò di cui l’utente come persona ha sempre bisogno, ovvero un «supporto sociale», una rete fatta di esseri umani questa volta che gli danno il supporto cercato con like, commenti, emoticon, messaggi… Tutto ciò “fa stare bene” nell’immediato ma quanto è reale? E quanto invece è effimero e magari anche controproducente?

Navigando in internet attraverso computer, tablet o smartphone si compiono azioni ed esperienze sensoriali limitate che danno una percezione alterata della realtà, quella vera non virtuale. Si possono addirittura creare dei personaggi, gli avatar, che sono versioni edulcorate e autocelebrative di se stessi, modellate sugli ideali cui si fa riferimento oppure sui modelli che si pensa gli altri vorrebbero vedere. Solamente che spesso si finisce con l’identificarsi in tutto e per tutto con l’avatar, staccandosi dalla vita vera. La dipendenza da MUD o giochi di ruoli online può portare a quel fenomeno definito hikikomori, in base al quale i giovani «di fronte a molteplici disagi della crescita, al fenomeno del bullismo e della competizione imposta dalla società impiegano la modalità della fuga nella tecnologia».

Fenomeno pericolosamente in crescita, anche in Italia, come il blue whale, il «modello manipolatorio di gruppo» che, seguendo un preciso «iter di manipolazioni e sottomissione», mette progressivamente a repentaglio la vita della vittima. Processo per certo agevolato dal «meccanismo di condivisione virtuale» che «potenzia l’effetto di distacco dal mondo reale».

La gran parte delle patologie comunque, sottolinea Lavenia, sono presenti anche nella vita offline, solo che con internet divengono di più facile accesso e perciò più diffuse:

Sovraccarico cognitivo
Gioco d’azzardo
Trading
Shopping convulsivo
Porno-dipendenza

Si assiste sempre più di frequente a manifestazioni più o meno gravi di nomofobia, ovvero di paura di rimanere fuori dalla connessione mobile e questi sono atteggiamenti che non possono e non devono essere minimizzati. Piuttosto è necessario provvedere a una corretta prevenzione e una tempestiva diagnosi. Ed è in questa fase che il libro di Lavenia diventa ancora più tecnico, con la descrizione analitica dei sintomi dei vari disturbi e patologie come anche degli strumenti di valutazione, in particolare i test, e dei protocolli di intervento, rimanendo al contempo utile e accessibile.

Nonostante i molteplici aspetti tecnici, Le dipendenze tecnologiche permane un saggio interessante e di facile comprensione anche per un lettore comune. Una lettura piena di informazioni teoriche ma soprattutto pratiche, con esempi concreti che agevolano l’immissione o meglio la re-immissione di problemi seri nel contesto della vera vera, reale. Perché è proprio questo il punto su cui invita a riflettere il saggio di Giuseppe Lavenia. Per quanto possano essere virtuali le realtà create e usate online ricadono inevitabilmente in quella che è la vita reale, offline. Sembra un’affermazione ovvia ma poi, guardando i numeri delle ricerche, non lo è, come il testo di Lavenia può sembrare il resoconto su un argomento di cui tanto, forse troppo, si parla ma ci si rende conto fin dalle prime pagine che non lo è, nell’impostazione come nel contenuto. Un libro necessario ecco cosa in realtà è. Assolutamente da leggere.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografie e trama libro www.giunti.it



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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018)

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La casa editrice ilSaggiatore pubblica quest’anno Less is more, il libro sull’arte di non avere niente che Salvatore La Porta ha non scritto, come sottolinea lui stesso nella conclusione. Per scrivere realmente un libro su questa grande arte l’autore avrebbe dovuto ‘tediare’ il lettore con un, per fortuna, lungo elenco di esempi, dati e citazioni. Avrebbe dovuto raccontare di questa arte praticata «principalmente da chi non ha alcuna visibilità»e, sparso in tutte le parti del mondo, «spende quel poco che possiede per seguire le proprie idee».

Avrebbe certamente potuto La Porta scrivere un testo del genere. Se lo avesse fatto però si sarebbe trattato soltanto della «ennesima trappola». Il lettore avrebbe avuto l’illusione di non avere più nulla da imparare riguardo questo argomento. Avrebbe perso «la coscienza della propria ignoranza», presupposto fondamentale affinché ci si faccia «ammaliare dal demone della ricerca».

Questo il motivo per cui l’autore non ha scritto il libro che avrebbe dovuto dando vita invece a un saggio che potrebbe essere definito esplorativo di un argomento per certi versi ancora troppo ostico per gran parte della collettività, convinta che la felicità vada inseguita nell’ultimo modello di smartphone o console per giochi, nell’autovettura più high tech si possa immagine o nella vacanza più glam possa essere concepita. La Porta si chiede però il perché del fatto che più le persone accumulino beni, averi, proprietà, legami, posizioni, impegni e quant’altro è più siano infelici, insoddisfatti, inappagati e stressati. È evidente a tutti allora che c’è in questo meccanismo una perversione di fondo che ingenera malessere proprio laddove promette il tanto agognato benessere.

Le persone continuano ad accumulare beni, averi e oggetti vari e ogni qual volta ultimano un acquisto vengono pervasi da una strana sensazione di vuoto, di incompletezza, come avessero dimenticato qualcosa, di comprare altro che, forse, li avrebbe fatti sentire più soddisfatti e così non si vede l’ora di ritornare al centro commerciale, che incarna alla perfezione questo meccanismo-mito del consumismo. Così nel tentativo di trovare finalmente quello che manca per terminare «il nostro ritratto», non ci rendiamo che, «come pittori inesperti che tornano continuamente su di un quadro, lo stiamo opprimendo di pennellate fino a renderlo inguardabile».

Solo che non si parla di un ‘semplice’ ritratto bensì della nostra stessa identità sempre più oppressa da tutto ciò che compriamo e accumuliamo. Al punto che in tanti, in troppi, arrivano a legare e far dipendere la propria autostima dal possedere o meno un determinato bene di consumo che può essere un paio di sneakers o uno smartphone.

Dalla mitologia greca ai poeti maledetti, dai miti della Letteratura americana alla cultura degli hippy, passando dal racconto di storie vere più o meno contemporanee Salvatore La Porta analizza l’arte di non avere niente, la ricerca e la rinuncia, i punti d’incontro e quelli di divergenza tra coloro che hanno coraggiosamente scelto di vivere fino in fondo il sogno della libertà: dai legami, dagli averi, dalle aspettative… ovvero dall’esoscheletro costruito, a strati sempre più spessi, e modellato su ogni persona dalla società, dai legami, dagli averi appunto. Da tutto quello definisce e inquadra ogni persona nella società facendogli però, al contempo, dimenticare se stesso.

Un saggio davvero interessante, Less is more di Salvatore La porta anche laddove qualche esempio addotto nel corso della narrazione è potuto sembrare quasi un azzardo al lettore. In realtà per comprendere appieno il senso del libro bisogna attendere di averlo letto per intero, compresa la conclusione che serve a chiarirne molti aspetti che sono potuti sembrare ambigui o confusi. Un libro scritto con un intento e uno scopo ben diverso da quello che il lettore ha immaginato leggendo capitolo dopo capitolo. Un fine più nobile di quello ipotizzato. Un saggio critico che vuol spronare chi legge insinuando dubbi legittimi che portano inevitabilmente a porsi degli interrogativi e stimolare la curiosità sempre positiva della conoscenza. Un libro che invita a «rimanere umani», a non piegarsi «alla schiavitù del possesso» che distrugge il nostro coraggio e «rende la nostra vita un’infelice menzogna».

Salvatore La Porta: È nato e vive a Catania. Autore di numerosi romanzi e racconti. Insegna Diritto d’Autore e Legislazione Editoriale all’Accademia delle Editorie.


Disclosure: Fonte trama libro www.ilsaggiatore.it


Articolo originale qui


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“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea) 

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Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Persone Editore, 2017) 

“Monasteri del Terzo Millennio” di Maurizio Pallante (Edizioni Lindau, 2014) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Costruire personaggi e storie intorno al proprio mondo. “Malùra” di Carlo Loforti (Baldini Castoldi, 2017)

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Torna in libreria Carlo Loforti, già autore di Appalermo, Appalermo!, con Malùra, il nuovo romanzo pubblicato sempre dalla casa editrice Baldini&Castoldi. E anche stavolta lo fa con una storia che solo in apparenza racconta dell’universo individuale del protagonista quando, in realtà, usando con abilità linguaggio e ironia, mostra ai suoi lettori l’immenso macrocosmo di una Palermo e di una Sicilia tutta che sono, in fondo, lo specchio e il riflesso di un’Italia intera.

Con uno stile narrativo che sarebbe ingiusto e riduttivo definire leggero, Loforti racconta le vicende, a tratti rocambolesche, dei suoi protagonisti, rimarcandone i tratti divertenti e, solo in apparenza, limitandosi ad accennare quelli seri e importanti. Riesce invece in questo modo a meglio imprimerli nella mente di chi legge, forse proprio perché non cede mai alla retorica e all’ipocrisia. Una “denuncia narrativa” che solo a uno sguardo disattento può sembrare superficiale e criptica.


«Tutte quelle cose (che avevi prima di entrare in prigione, ndr), quando esci ci sono ancora, mica no. Solo che per quanto tu possa sforzarti di vederle come le vedevi prima, ora sono in bianco e nero, una pellicola sbiadita dentro cui vorresti entrare per ritornarci a vivere ma che appartiene ormai a un’altra dimensione.»


I romanzi di Carlo Loforti sono ambientati in Sicilia, a Palermo, città che l’autore conosce in tutte le sue pieghe e risvolti, come il protagonista di Malùra e Appalermo, Appalermo!, Domenico Calò, detto Mimmo. Un ragazzo, un giovane uomo cresciuto in periferia e che ha assorbito ogni odore, ogni sapore, ogni colore di questa città e lo trasmette al lettore, in maniera graduale ma inequivocabile, attraverso i piccoli gesti quotidiani che riflettono tutto il retaggio culturale che li ha generati.

Il registro narrativo di Loforti in Malùra richiama molto quello già usato in Appalermo, Appalermo! e sembra essere plasmato intorno alla vera essenza del protagonista. Potrebbe anche essere vero il contrario, in qual caso l’autore ha modellato un personaggio che calza a pennello il suo stile di scrittura.
Frasi brevi e di composizione lineare. Discorsi che rimandano al dialogare quotidiano. Riflessioni che sembrano quasi interrotte e controvoglia. Emblema perfetto della personalità di Mimmo, il quale non ha alcuna intenzione di stressarsi per agire e portare qualsiasi cosa alla sua legittima conclusione, come non ha intenzione di sfiancarsi con pensieri e riflessioni che lo stancano e lo sfiniscono nello stesso momento in cui fanno capolino nella sua mente.

I temi o “leit motiv” narrativi incontrati in Malùra sono diversi, ma il romanzo di Loforti sembra concentrarsi maggiormente sul concetto di libertà ritrovata. Tema col quale il libro si apre al lettore, allorquando chi legge sembra “accompagnare” il protagonista nel suo primo giorno di libertà dopo «tredici mesi all’Ucciardone». Ma sarà nel viaggio intrapreso da Mimmo con suo padre Pietro e l’amico Pier Francesco che il simbolismo e la simbologia letteraria abbracceranno in toto gli aneliti di libertà e perché no anche di rinascita.
Un viaggio che proprio in quanto tale è un andare e un tornare, nello spazio geografico dei chilometri percorsi ma, soprattutto, nella mente di Mimmo che, proprio mentre sembra proiettarsi verso il futuro, viene travolta e stravolta dal passato, con tutto il peso e il sovraccarico che si trascina dietro. Un intricato labirinto che, alla fine, rappresenta un enorme, complesso ed esilarante preludio alla «separazione», in quanto poi «si riduce tutto a quello». E la vita stessa in fondo è solo tempo e spazio che intercorre tra una separazione e un’altra.

Anche se Loforti utilizza sempre un registro narrativo divertente e ironico, che ricalca il carattere di Mimmo Calò, traspare dal racconto e dalle vicende vissute dai protagonisti una mesta malinconia di sottofondo che sembra accompagnare tutti, nessuno escluso. Un malessere esistenziale che è appunto una malùra.

Malùra di Carlo Loforti è un romanzo che prosegue nel racconto delle semiserie avventure di vita di Mimmo Calò, già incontrato in Appalermo, Appalermo!, ma la struttura di entrambi i libri è auto-conclusiva. Non è necessario aver letto il primo romanzo per comprendere appieno il secondo.

Con il nuovo romanzo Loforti conferma le sue abilità di scrittore, di narratore della contemporaneità che sa raccontare mali e malesseri individuali e sociali dosando alla perfezione serietà, ironia e auto-ironia. Un libro, Malùra, che rappresenta una valida opera letteraria nel suo complesso e una lettura assolutamente consigliata.


Articolo pubblicato sul numero 51 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


Source: Si ringrazia Michela Rossetti della GDG Press per la disponibilità e il materiale


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Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo!” di Carlo Loforti (Baldini Castoldi, 2016) 

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L’uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta (Salani, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Terza: I colossi dell’Editoria

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I grandi colossi dell’editoria e il mercato editoriale globale. I maggiori gruppi editoriali italiani e gli editori indipendenti. Editori autori e lettori alle prese con la digitalizzazione, la discultura e l’oscurantismo.

A ottobre 2015 il gruppo Mondadori – che già includeva Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfer, Frassinelli, Electa – acquisisce per 127milioni e mezzo Rizzoli, Rizzoli International, Bompiani, Marsilio, Fabbri, Bur, Sonzogno, Etas e la divisione education di Rcs e viene stimato che la nuova formazione conquisterà il 35% del mercato dei libri comprati in libreria e sul web e poco meno del 25% del settore scolastico.
L’acquisizione ha scatenato parecchi rumors tra gli editori, tra gli scrittori e anche tra i lettori. Ripetutamente è stato invocato l’Antitrust e rappresentato in maniera negativa lo scenario successivo per il libero mercato editoriale italiano.
Al momento dell’acquisizione Rcs aveva un debito di 526milioni. Il presidente della Mondadori, Marina Berlusconi, ha commentato l’operazione di acquisto indicandola come un «investimento sul futuro del nostro Paese e sulla qualità di questo futuro».

Guardata dal punto di vista culturale ed editoriale l’acquisizione conclusasi con la formazione del gruppo indicato come Mondazzoli preoccupava in quanto antitetica al pluralismo inteso come sinonimo di indipendenza, differenza e diversificazione. Aspetti editoriali che da anni comunque vengono rivendicati dall’editoria indipendente. Secondo le stime il nuovo gruppo editoriale avrebbe un fatturato oltre 500milioni in un mercato, quello editoriale italiano del 2014, di 1,2miliardi. Ma le critiche non sono mancate anche da parte degli stessi autori ai quali ha risposto Paolo Mieli, presidente di Rcs Libri: «La competizione europea e mondiale si gioca tra colossi dell’editoria, cui si affiancano magari case editrici più piccole».

Viene a questo punto naturale chiedersi se gli autori che hanno manifestato pubblicamente il loro dissenso all’accorpamento dei due grandi gruppi editoriali siano i medesimi che auspicano un numero sempre crescente di copie vendute e libri pubblicati. Perché il nocciolo della questione forse è proprio questo. Se si vuol conquistare un mercato sempre più ampio, globale, non si riuscirà di certo a farlo con una piccola o media casa editrice che potrà magari vantare la bibliodiversità ma di sicuro non la diffusione planetaria, la traduzione in molteplici lingue e la relativa promozione. Insomma non potrà mai ambire e far ambire ai propri autori le tanto agognate milioni di copie vendute. Se poi, invece, si abbandona o accantona l’aspetto economico e monetario e si rivolge la propria attenzione al problema della diversità culturale applicata ai libri allora il discorso cambia, ma la responsabilità non potrà comunque essere imputata totalmente ai colossi che in quel caso andrebbero a pescare in un mercato differente.

Ai cultori liberi e sopraffini non interessa la pubblicità, non interessano le classifiche settimanali mensili o annuali di vendita, le sponsorizzazioni e quant’altro… i titoli che interessano loro se li vanno a cercare, in librerie e biblioteche fisiche o store online.

Per Nicola Lagioia, vincitore dello Strega 2015, la Fondazione Bellonci dovrà «aguzzare l’ingegno e inventarsi delle contromosse per arginare il monopolio». È quantomeno singolare che si sia espresso in questo modo. Scorrendo la lista dei vincitori di quello che viene indicato come uno dei più prestigiosi premi letterari italiani salta all’occhio il fatto che le case editrici siano più meno sempre le medesime. Negli ultimi venti anni la Mondadori appare 7 volte, Einaudi 5, Rizzoli 4, Bompiani 2, Feltrinelli 2. Se si va ancora indietro di 10 anni l’unico editore che salta all’occhio è Leonardo altrimenti gli altri sono sempre gli stessi. E anche andando oltre a ritroso non è che la situazione cambi così radicalmente. Viene da chiedersi quali nefaste conseguenze teme Lagioia per l’ipotetico monopolio indotto dalla presenza della Mondazzoli. In fondo, a pensarci bene, una sorta di monopolio o quantomeno oligopolio esiste già e da decenni ormai.

Le case editrici i cui titoli arrivano finalisti e diventano vincitori dello Strega sono sempre le stesse perché sono le uniche a pubblicare libri meritevoli o c’è dell’altro? Eventualmente è su questo che andrebbe aguzzato l’ingegno.
L’obiettivo concorrenziale di un colosso editoriale come la Mondazzoli è, presumibilmente, un gruppo editoriale di pari o superiori dimensioni perché gli editori a esso afferenti avevano comunque già vinto in rapporto alla piccola e media editoria.

Lo scorso dicembre, in una lunga intervista a La Stampa Marina Berlusconi, parlando di concorrenza commerciale, rivolgeva il suo interesse e manifestava le proprie perplessità verso i 5 grandi colossi del web (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Facebook) che hanno potuto agire, a suo dire, «in un contesto del tutto privo di regole». Un universo sregolato per tassazione ma anche per l’utilizzo di contenuti e copyright. Un universo che deve di certo essere regolamentato, per la trasparenza e la concorrenza ma, soprattutto, per la tutela degli utenti. Come deve essere tutelata da bibliodiversità da parte di coloro che operano, a vario titolo, nel settore della cultura, anche a livello di giuria e organizzazioni di eventi, fiere, saloni e premi letterari. Poi, naturalmente, c’è il pubblico che dovrebbe imparare a compiere ogni volta scelte indipendenti e libere.

Una cinquantina tra intellettuali e scrittori italiani manifestano pubblicamente le loro perplessità circa l’acquisizione e sottoscrivono un accorato appello volto a far desistere le parti in virtù del fatto che questa operazione genererebbe un colosso che avrebbe «enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici e renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari». Doveroso a questo punto andare a spulciare ancora tra i dati di quelle “competizioni che si chiamano premi letterari”.

Negli ultimi 20 anni gli editori i cui titoli sono arrivati tra i 5 finalisti di un altro tra i più quotati premi letterari italiani, il Campiello, sono nella misura di: Einaudi 18 volte, Mondadori 17, Bompiani 11, Rizzoli 9, Feltrinelli 8, Guanda 7, Sellerio 5, Baldini Castoldi 3, Giunti Piemme Aragno Nottetempo Marsilio 2, Il Saggiatore Neri Pozza E/O Adelphi Bollati Boringheri Garzanti Cairo Nutrimenti Ponte alle Grazie La nave di Teseo 1. Ancora più interessante è osservare tra i vincitori 4 volte Einaudi e Mondadori, 3 volte Sellerio, 2 Feltrinelli Bompiani e Guanda, 1 Adelphi Piemme Rizzoli.

Annualmente l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) effettua una rilevazione, indicata come Indagine sulla produzione libraria, presso tutte le case editrici e gli altri enti che svolgono attività editoriale con l’obiettivo di «descrivere le principali caratteristiche della produzione di libri nel nostro Paese». L’indagine si rivolge a circa 2000 unità, registrate in un archivio informatizzato degli editori che viene aggiornato annualmente dall’Istat. Stando ai dati forniti dall’Aie – Associazione Italiana Editori – tra il 2016 e il primo semestre del 2017 le case editrici attive, ovvero quelle che hanno pubblicato almeno un nuovo titolo, sono 4.877. Numeri imponenti che evidentemente attraversano poi grate e imbuti che sembrano farli quasi del tutto scomparire. Da tempo, non dall’acquisizione di Rcs da parte di Mondadori.

Forse ha ragione Antonio Giangrande quando parla di Discultura e oscurantismo. Se in Italia i libri vendono poco non è colpa del digitale, dell’industrializzazione e neanche delle grandi concentrazioni editoriali, «c’entrano invece, e molto, gli usi consolidati della filiera tradizionale del libro, che gli operatori dominanti (grandi editori e distributori, che in Italia poi sono la stessa cosa) non solo faticano a superare, ma tentano disperatamente (e dissennatamente) di difendere, con una distribuzione fatta di una miriade di librerie sparse ovunque, e ora in crisi profonda, abituate come sono a un mercato drogato dal “tanto se non lo vendo lo rendo”. Ecco come funziona». E descrive nel dettaglio tutto l’iter seguito da un piccolo-medio editore serio che va dalla pubblicazione in tipografia di un libro scelto alla riconsegna dell’invenduto (che in Italia ha una percentuale media del 60%) alla pubblicazione di un nuovo libro i cui introiti fittizi serviranno a tappare i buchi lasciati dagli introiti mancati del precedente, e così via…

Se a un accorpamento delle case editrici corrisponde anche un ulteriore accentramento della distribuzione ecco allora che l’imbuto e le maglie della griglia si fanno ancora più stretti per la bibliodiversità. Ma è necessario comunque sempre tenere bene in mente il fatto che l’unico canale di distribuzione e vendita che ha registrato negli ultimi anni un trend positivo è quello digitale. Il medesimo dove i grandi colossi, inclusa la Mondazzoli, vanno a scontrarsi con giganti ben più imponenti di loro.

A tenere alto il livello di concorrenza del mercato librario italiano ci sarebbero il Gruppo Mauri Spagnol, il Gruppo De Agostini, la Feltrinelli, Giunti e anche altri che, volendo, potrebbero simbolicamente dare del filo da torcere al nuovo Gruppo Mondadori-Rcs. Ma tutti parlano di testa calata per gli autori e per gli altri editori, quelli che restano fuori dal nuovo colosso. Eppure influenzare un autore che desidera scrivere il suo libro è di sicuro meno diretto e immediato di quanto potrebbe accadere o accade nella stessa editoria ma parlando di informazione giornaliera, ovvero di quotidiani. Spulciando tra i membri dei Consigli di amministrazione e gli editori i nomi dei principali, intesi come i più grandi per numero di copie, diffusione e sponsorizzazione, vengono fuori dal cilindro sempre gli stessi conigli ma nessuno o quasi di coloro che si mostrano tanto preoccupati per la libertà culturale in Italia sembra volerne parlare.

Viene da sé che la cultura deve essere uno spazio di libertà, che mai deve venir meno la libera circolazione delle idee e la diversificazione culturale ma ciò è importante non solo per i libri, lo è anche per l’informazione, per l’educazione, per le istituzioni, per il sociale e per il territorio… e, soprattutto, va sottolineato che tutto ciò non potrà mai avvenire per la mera presenza di un regime di concorrenza perfetta, ovvero un mercato dualista dove si contrappongono le due grandi visioni del mondo. Il pluralismo e la diversificazione culturale deve essere intrinseca innanzitutto in chi la cultura la vuole creare, sotto forma di libri racconti articoli di giornale o fumetti che siano, e poi in chi la diffonde.

Nella classifica mondiale 2017 di Publishers Weekly e Livres Hebdo il primo grande gruppo editoriale italiano è Mondadori che passa dalla 39° posizione del 2015 alla 28° grazie anche all’acquisizione di Rizzoli Libri (un fatturato di 501milioni di dollari contro i 350milioni del 2015). Seguito a ruota alla 29° posizione da De Agostini Editore (469milioni di dollari nel 2016) e dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol stabile in 33° posizione (431milioni comprensivi anche del fatturato di Messaggerie Italiane).
Altro dato interessante della classifica è la conferma che anche nel 2016 il fatturato globale è ancora in gran parte realizzato da case editrici europee (59,80%). In aumento anche la quota del Nord America (31.12%). Tenendo comunque in considerazione l’esclusione dalla classifica dei gruppi editoriali cinesi non si può non chiedersi come è possibile che una industria, quella editoriale europea, che produce quasi il 60% del fatturato globale del settore sia continuamente denigrata, attaccata, svilita, incompresa, sottovalutata, boicottata da utenti e consumatori, operatori e investitori, governi e istituzioni.

Il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2017 dell’Aie parla di ripresa dopo gli anni della crisi con una crescita del fatturato complessivo del 2016 di un +1,2%. L’editoria libraria italiana diventa sicuramente più internazionale, «con una maggiore capacità di proporre e vendere diritti degli autori italiani sui mercati stranieri (non solo per bambini e ragazzi, ma anche titoli di narrativa) e di realizzare coedizioni internazionali». Dal periodo pre-crisi (2010) i canali di vendita «sono profondamente cambiati: cresce l’online, cala la grande distribuzione, tiene la libreria». Resta e «si aggrava» quello che è «il vero problema strutturale della nostra editoria: il calo progressivo dei lettori di libri».

L’Italia registra la più bassa percentuale di lettori in confronto con le altre editorie:
Italia 40,5%
Spagna 62,2%
Germania 68,7%
Stati Uniti 73%
Canada 83%
Francia 84%
Norvegia 90%

Con questa percentuale media di lettori in Italia e il mercato dirottato verso il digitale e il globale ecco che trovano conferme le strategie poste in essere dai grandi colossi dell’editoria, come Mondadori-Rizzoli Libri. Un fiume di marketing che spaventa gli editori alternativi e indipendenti ma la cui sopravvivenza non dipende tanto da esse quanto proprio dai lettori, troppo scarsi e fors’anche troppo distratti da pubblicità e prodotti di tendenza.

 


Articolo pubblicato sul numero 51 della Rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018)

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“Bond of union” – Maurits Cornelis Escher 

I giovani di età compresa tra i quindici e i trenta anni sono al massimo della potenza biologica, sessuale e ideativa eppure la società «se non ne fa proprio a meno, certamente non impiega opportunamente e utilmente quella generazione». E allora non si può non domandarsi quale futuro avrà, se ce l’avrà, questa società. Se lo è chiesto anche Umberto Galimberti il quale ha preferito far rispondere direttamente a loro, ai giovani che lo incarnano in toto il futuro di cui tanto si parla.

Esce in prima edizione a gennaio 2018 nella Serie Bianca di Feltrinelli Editore La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, un saggio sul “disagio giovanile” che è in realtà una “crisi culturale”, una «condizione culturale depressiva in cui l’individuo è vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti». Ma quali ne sono le cause? E quali le responsabilità?

Dal groviglio inestricabile di opinioni, riflessioni, pareri, statistiche e ammonimenti vari che si leggono e si ascoltano su media, social, incontri, convegni e via discorrendo non si riesce a cavare un ragno dal buco e il «deserto di senso» delle discussioni non fa che lievitare al punto che Galimberti ha ritenuto doveroso ridare, o dare finalmente, la parola ai diretti interessati, ai giovani appunto. E dalle loro parole emerge un quadro dai tratti e dalle tinte molto diverso da quello che ci viene continuamente descritto.

La verità è che, per certi versi, la ‘vecchia’ società, ancorata a quelli che ritiene baluardi e principi inderogabili, sembra quasi aver paura di questa ‘massa giovane’ di nichilisti attivi che appaiono come i soli ad aver compreso che «l’amore è l’unico antidoto al valore del denaro», che non hanno timore di cambiare, stravolgere l’ordine dato, evolversi in altro, evolvere la società in altro. Così la paura arriva a essere camuffata in necessità di inquadrare questi corpi e queste giovani menti negli schemi dati e certi «dell’efficienza e della produttività», nonostante il fatto che «a differenza dei loro padri, i giovani d’oggi non hanno fatto del denaro lo scopo della loro vita».

È davvero possibile pensare che questa società abbia un futuro? Galimberti è giunto alla conclusione che uno spiraglio c’è, ma «unicamente a opera dei ‘nichilisti attivi’» i quali però, sono una minoranza e «spesso trovano solo all’estero le condizioni per potersi esprimere».

Il saggio si apre al lettore con una introduzione dello stesso autore che sembra una contraddizione, un invito a non leggere il testo allorquando Galimberti invita ad ascoltare i giovani, a parlare con loro invece di continuare a impantanarsi nelle innumerevoli considerazioni di psicologi, sociologi, insegnanti, educatori che parlano di loro. Il perché di queste affermazioni lo si comprende proseguendo la lettura che si rivelerà invece davvero utile e necessaria.

Dopo la prima breve parte introduttiva il saggio si compone quasi interamente delle lettere che i giovani hanno inviato a Galimberti per la rubrica che egli tiene settimanalmente per D di Repubblica, intervallate da chiose e cappelli dell’autore stesso. I temi trattati spaziano dalla sessualità alla crescita, dalla formazione al lavoro, dalla spiritualità ai desideri e sono affrontati tutti in maniera originale, unica. Il solo filo conduttore comune è la singolarità dei punti di vista mai falsati da luoghi comuni, pregiudizi di genere, razzismo, omofobia…

Si parla di una parte di giovani, quella che ha scelto di rivolgersi all’autore per la sua rubrica. Non si tratta quindi della totalità dei giovani bensì di un campione più o meno corposo e rappresentativo. Tuttavia in esso si ritrova più equilibro, giudizio e metodo che non in tanta informazione “matura” o in una scuola strutturata sempre più «sull’oggettività di insegnamenti e verifiche, nella quale la soggettività di ogni studente tende sempre più a venire schiacciata, compressa, arginata, limitata». Un sistema educativo che dovrebbe invece avere come obiettivi: «la formazione, il senso critico e la capacità di ricerca». Una scuola, ma si potrebbe tranquillamente parlare di una società tutta, che «si esonera dall’educazione emotiva dei giovani», concentrandosi sulla sola istruzione, ovvero sulla «semplice trasmissione di informazioni da testa a testa».

Occorrerebbero, ed è esattamente quello che i giovani chiedono a gran voce, «insegnanti motivati e carismatici» perché, inutile negarlo, il miglior metodo per apprendere qualcosa o appassionarvisi è la fascinazione, come accade sempre o quasi per ogni cosa nella vita.

“Cubic space division” – Maurits Cornelis Escher

Forse siamo oggi in presenza di un’alienazione ben più radicale di quella denunciata da Marx, ipotizza Galimberti, vittime tutti di una società nella quale «l’uomo non è più il soggetto del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico», sempre in nome di quegli imperativi categorici che neanche si vuol più sapere con esattezza dove condurranno il mondo intero (efficienza, produttività, lavoro, guadagno, crescita, consumo…).

Un saggio fuor di dubbio interessante La parola ai giovani di Umberto Galimberti. Un libro che obbliga chi legge a interrogarsi, insieme all’autore, insieme ai giovani e per loro sul senso di tanti atteggiamenti dati troppo per scontati. Come il fatto che se la felicità consiste nella realizzazione di sé, «che senso ha una vita dove si ha l’impressione che altro non resti se non eseguire azioni descritte e prescritte dagli apparati di appartenenza»? Un libro necessario, assolutamente da leggere.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Feltrinelli Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia dell’autore www.feltrinellieditore.it



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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Continuare a lavorare per un mondo migliore. “L’ultima lezione” di Zygmunt Bauman (Editori Laterza, 2018)

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Esce in prima edizione a gennaio 2018 per Laterza L’ultima lezione di Zygmunt Bauman nella versione tradotta da Valentina Pianezzi e Fabio Galimberti, che si è occupato de L’eredità del XX secolo e come ricordarla; contenente anche un saggio di Wlodek Goldkorm. Un libro con un grande insegnamento positivo, come sottolinea nella prefazione Fabio Cavallucci: «La crisi della storia, le avversità della natura, persino la natura spesso malvagia dell’uomo non possono impedirci di continuare a operare, a costruire, a lavorare per un mondo migliore». Un saggio frutto delle più profonde e importanti analisi di Bauman orientate dallo sforzo costante di individuare i fili nascosti della trama della vita sociale e di trasformare in senso comune le idee maturate nella propria ricerca intellettuale. Unico modo per garantire «quell’osmosi feconda tra riflessione e vita condivisa», come evidenzia lo stesso editore nella sua nota.

Un filosofare, quello di Zygmunt Bauman, che nasce spesso da «teorizzazioni delle sue vicende biografiche», ricorda a margine del saggio Goldkorm. Una biografia che ne ha di cose da raccontare, pregna di esperienze difficili e che hanno portato l’autore a vedere davvero il mondo con occhi diversi. Una visione globale del pianeta che abbraccia soprattutto i popoli e non, come si vorrebbe, soltanto le economie. Un’analisi obiettiva e a tratti ‘spietata’ degli errori commessi e protratti nell’affrontare conseguenze gravi, come le migrazioni globali di popoli, con una visione ancora troppo nazionalista e faziosa.

Un rifiuto nel vedere e soprattutto nel tentare di capire quanto sta accadendo nel mondo, il perché intere popolazioni sono costrette a migrare, nel razionalizzare, coscientemente o meno, che quanto sta accadendo a loro è, alla fin fine, casuale, nel senso che potrebbe un giorno accadere anche a noi. E se da un lato è vero che qualsiasi cosa accade nell’universo è casuale, lo è anche che le guerre «possiamo fare in modo che non scoppino». Tuttavia nello Stato moderno si preferisce scegliere la strada del rifiuto e della negazione con «l’esclusione di tutto ciò che è ingestibile e pertanto indesiderabile». Arrivando ripetutamente agli “omicidi categoriali”, allorquando «uomini, donne e bambini sono stati sterminati perché assegnati a una categoria di esseri da sterminare». E Bauman parla in maniera approfondita degli ebrei, degli armeni, dei kulaki, dei musulmani, degli induisti… sottolineando come «tutti i continenti della terra hanno avuto i loro hutu che hanno massacrato i loro vicini tutsi, e ovunque i tutsi del luogo hanno ripagato con la stessa moneta i loro persecutori».

Edith Birkin, “A Camp of Twins – Auschwitz” – 1980/1982

Quello che conta è arrivare in cima e rimanerci, essere il più forte. L’inattaccabile. Mascherando la ferocia con la necessità di sopravvivere, un valore che «vale la pena perseguire di per sé, non importa quanto elevato possa essere il costo per gli sconfitti, e fino a che punto possano uscirne depravati e degradati i vincitori». Una lezione che Bauman stesso definisce “terrificante”.

Nel nostro mondo di modernità liquida, di rapida disintegrazione dei legami sociali e dei loro contesti tradizionali, le comunità, così come le società, possono essere soltanto conquiste, «artifizi di uno sforzo produttivo». E l’omicidio categoriale va inteso ormai come un sottoprodotto, «un effetto collaterale o una scoria della loro produzione». Per Bauman, la rilevanza dell’olocausto «risiede nel suo ruolo di laboratorio», dove sono state condensate, portate in superficie e rese visibili «certe potenzialità, precedentemente diluite e sparpagliate, delle forme moderne e largamente condivise di convivenza umana». La lezione più importante che dà è il rivelare «il potenziale genocidiale innato nelle nostre forme di vita e le condizioni in presenza delle quali tale potenziale più produrre i suoi frutti letali».

Per tagliare alle radici la tendenza genocida «si deve dichiarare inammissibile il sistema dei due pesi e delle due misure», del trattamento differenziato e della separazione, che getta le basi per «una battaglia per la sopravvivenza condotta come gioco a somma zero». La “concorrenza sfrenata per la violenza” si alimenta dello stesso «disordine mondiale su cui prospera la concorrenza sfrenata per i profitti». Non esistono soluzioni locali a problemi globali e, in un pianeta in via di globalizzazione, «i problemi umani possono essere affrontati e risolti solo da un’umanità solidale».

Un grande saggio L’ultima lezione di Zygmunt Bauman, un testo che espone senza pregiudizi quanto accade o è accaduto e che propone delle soluzioni assolutamente non di parte, come è giusto che sia, se risolutive si vuole esse siano. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Gruppo Editoriale Laterza per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.laterza.it


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Oltre ogni verità” di Gianluca Arrighi (Edizioni CentoAutori, 2018)

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Uscito a gennaio 2018 con Edizioni CentoAutori, il nuovo thriller dell’avvocato-scrittore romano Gianluca Arrighi è l’occasione per far conoscere ai suoi lettori il capitano Jader Leoni. Dopo aver deciso quindi, forse in maniera definitiva, di mandare in pensione Elia Preziosi, protagonista indiscusso dei due precedenti libri (L’inganno della memoria e Il confine dell’ombra), Arrighi mette sul tavolo una carta tutta nuova da giocare.

Jader Leoni, capitano del gruppo di intervento speciale e reparto d’élite delle unità antiterrorismo di stanza a Roma, dove vive con la famiglia, viene mandato in un piccolo paese della provincia di Rieti dove, tra l’altro, ha dei parenti e dei ricordi del suo passato che emergono lentamente durante la narrazione ma saranno per la sua conclusione determinanti.

Un piccolissimo paese arroccato sull’Appennino centrale, a vocazione prevalentemente agricola, un ambiente rurale e a tratti dipinto così agreste da ricordare le scene bucoliche di Virgilio. Quale posto migliore per ambientarci un omicidio e uno scandalo a carattere sessuale per rendere ancor più stridente il contrasto tra la realtà e le ipocrisie del pregiudizio e dell’apparenza?

Persone ambigue ma che in fondo non hanno nulla da nascondere e persone perbene che possono trascinarti con facilità estrema in un baratro di menzogne, falsità, dolore e omicidi, nella vana speranza di mantenere inalterata l’apparenza che con tanta dedizione e fatica hanno creato, costruito intorno a se stessi, proprio come le maschere di cui tanto ha narrato Pirandello.

La scrittura di Arrighi è chiara, con frasi brevi e un linguaggio che ricorda molto quello parlato, uno stile narrativo che potrebbe essere definito basico, con la suspense, peculiarità immancabile in questo genere letterario, creata mantenendo pressoché invariato il registro narrativo. Il racconto degli eventi, che incalzano e vanno a incastrarsi come tessere di un puzzle, inocula in chi legge un tanto equilibrato quanto morboso input di curiosità che lo invoglia nel prosieguo della lettura.

Si nota, lungo tutto il testo, l’uso ripetuto della similitudine. Per esempio quando l’autore scrive: “le notizie si diffondono alla velocità di un incendio in un fienile”, oppure “si muoveva rapido e fluido come un fiume nel suo letto”. Espressioni che sembrano servire non tanto a chiarire concetti che sono già chiari ed elementari, quanto a legare il narrato e i protagonisti al territorio, ai luoghi ove le vicende si svolgono. Un incendio in un fienile e un fiume che scorre nel suo letto non possono non legare quanto il lettore legge all’ambientazione stessa, ovvero un ambiente rurale e contadino con il cadavere rinvenuto in un bosco.

Il capitano Jader Leoni, pur differente da Elia Preziosi sotto molti aspetti, lo ricorda per la determinazione, per l’attaccamento al lavoro e agli affetti e per il ricorso, se necessario, a metodi anche poco ortodossi affinché giustizia sia fatta. Un personaggio che, tutto sommato, irrompe bene sul palcoscenico narrativo di Arrighi e che, forse, nei prossimi libri, riuscirà a mettere definitivamente in ombra il suo predecessore.

Persiste, nello stile narrativo di Gianluca Arrighi, la ricerca sistemica della perfezione. Nella precisione e nella cura di ogni singolo dettaglio che riguarda la vicenda narrata come nella stessa scrittura, che può, soprattutto nei dialoghi, risultare a volte troppo manierata. Nel complesso comunque il giudizio sulla nuova avventura letteraria di Arrighi è positivo. La lettura si conferma piacevole e scorrevole. Come positivo viene interpretato da chi legge lo sforzo compiuto dall’autore nel voler raccontare con un tocco originale due aspetti cruciali della contemporaneità: omofobia e islamofobia. L’aver voluto portare i protagonisti della vicenda in un ristretto e rurale contesto ha agevolato anche l’immissione nella quotidianità di questi aspetti troppo spesso raccontati come astratti, lontani. Solo in questo modo infatti si riesce a svelare l’arcano che vuole tutti menzogneri “per nascondere quello che sono veramente”.

Source:Si ringrazia Gaia Luvera, dell’Ufficio Stampa Edizioni CentoAutori, per la disponibilità e il materiale


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La Genovese. Una storia d’amore e di rabbia” di Enrico Fierro (Aliberti Compagnia Editoriale, 2017)

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Aliberti Compagnia Editoriale pubblica nel 2017 il romanzo La Genovese del giornalista Enrico Fierro. Un libro che solo in apparenza è il racconto delle vicissitudini professionali e private di Frank Santaniello. Narra invece uno spaccato profondo di un’Italia intera e di alcuni degli eventi più significativi della seconda metà del secolo scorso attraverso gli occhi impavidi e disincantati di un cronista, prima giovane poi maturo, che ha lottato con se stesso e con il mondo intero per non diventare mai «come tutti volevano». Dove finisce Frank Santaniello e inizia Enrico Fierro l’autore, naturalmente, non lo dice ed è presumibile non lo farà mai. Leggendo il testo, tuttavia, si comprende fin da subito che, per quanto possa trattarsi di un romanzo di fantasia, Fierro è presente in ogni singola parola vi si trova scritta, in ogni cadenza, inflessione, critica o opinione.
Un libro che è un manifesto alla raggia e contro di essa, al giornalismo e contro di esso, alla politica e contro di essa, al popolo e contro di esso. Il perché di tutto questo lo si comprende fin troppo bene leggendo, capitolo dopo capitolo, il romanzo di Fierro.

La scrittura come anche il narrato di Fierro ricorda molto gli scritti di Michael Ende e la sua grande capacità di denuncia sociale raccontando il mondo reale come fosse inventato, perché troppo spesso, purtroppo, la gente è attratta e preferisce “le favole” alla realtà e alla verità che essa inesorabilmente contiene. Uno stile narrativo caratterizzato da un’amara ironia e da un pungente sarcasmo, che a tratti sembra voler essere una “seria” presa in giro di personaggi che facilmente potrebbero incarnare i tipi di cui Fierro racconta.

L’enfasi che l’autore mette nel racconto delle vicende e dei pensieri di Frank, dei litigi con il caporedattore e dei compromessi che proprio non riesce ad accettare sembrano quasi uno sfogo personale dello stesso Fierro il quale, indirettamente, sceglie di tirare fuori anche la sua raggia, come fa il protagonista del libro.
Traspare una vena critica molto amara, o meglio amareggiata. Per un’Italia che poteva essere grande, per il rinnovamento, il progresso paventatosi negli ultimi decenni del millennio scorso e che invece di rinvigorire è andato inesorabilmente scemando. Un progresso che non era e non avrebbe dovuto essere solo economico, ma civile e culturale.

Dalla politica italiana con i suoi innumerevoli scandali alla questione volutamente meridionale, dal ricordo di quanto accaduto lungo il confine tra Albania e Serbia a tangentopoli, dal sisma del 1980 alla vergognosa ricostruzione che ne è derivata… ne La Genovese di Enrico Fierro si trova tutto quello che un lettore attento si aspettava di trovare. Un libro che si legge con la curiosità di conoscere gli sviluppi della vicenda di Frank certo, ma soprattutto con la consapevolezza delle responsabilità che ognuno ha e ha avuto nel determinare, direttamente o indirettamente, il destino dell’Italia e di conseguenza di tutti gli italiani. Un libro che di sicuro non delude anche se rappresenta un boccone molto più amaro da ingoiare rispetto alla succulenta genovese che il protagonista si gusta congedandosi dal lettore.

Articolo originale qui 


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Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 


Source: si ringrazia l’Ufficio Stampa della Aliberti Compagnia Editoriale per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore e trama del libro www.aliberticompagniaeditoriale.it


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa

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Guerini e Associati propone al grande pubblico il secondo atto del saggio di Marcello Foa su Gli stregoni della notizia. Il libro di «un giornalista che, dopo oltre 30 anni di carriera, resta profondamente innamorato della propria professione», di un “amore” che rimane comunque critico, consentendogli di osservare il lavoro proprio e dei colleghi con pungente spirito critico, il medesimo vorrebbe fosse presente in tutti gli operatori dell’informazione. Ma così, purtroppo, non è. I motivi sono molteplici ma alcuni più peculiari e pericolosi.

Ne abbiamo discusso nell’intervista che gentilmente ha concesso.

Dieci anni fa lei scriveva di come coloro che conoscono le tecniche per manipolare l’informazione potessero minare le democrazie. Dieci anni dopo ripropone il testo aggiornato in uno scenario che non è poi così confortante. In questo lasso di tempo a fare più passi in avanti sono state le democrazie, gli operatori dell’informazione o i manipolatori?

Ottima domanda. Direi in prima battuta i manipolatori. L’informazione e la comunicazione sono strumenti indispensabili nella gestione del potere e come strumento delle guerre asimmetriche. Le tecniche che descrissi dieci anni fa vengono usate anche oggi, nel frattempo se ne sono aggiunte altre molto sofisticate. Purtroppo i giornalisti, anziché allertarsi e mostrarsi sempre più guardinghi, hanno continuato ad essere facili prede degli spin doctor e questo ha finito per diminuire la credibilità della grande stampa e, in seguito, anche la fiducia nelle istituzioni e nei partiti. Se la nostra democrazia non è morta lo dobbiamo in larga parte al successo della cosiddetta informazione alternativa online, a cui è corrisposto la nascita di nuovi movimenti politici.

Le notizie false non sono prerogativa dei nostri tempi, eppure oggi sembra che interi governi vogliano indire addirittura una crociata contro quelle che sono state definite “armi contro la democrazia”. Sono le fake news che girano in Internet e sui social media il vero pericolo per le democrazie occidentali o si attaccano queste per distrarre le persone da altro?

Le fake news sono chiaramente un pretesto per mettere a tacere o comunque limitare l’informazione alternativa online, che, contrariamente ai miei colleghi, saluto con molto favore. Nel saggio dimostro come lo scopo reale di queste polemiche sia l’instaurazione di una sorta di censura che, in nome di una causa apparentemente giusta (“le fake news vi ingannano!”), permetta ai governi di discriminare tra buona e cattiva informazione. Ma queste sono logiche da regime autoritario. Diversi studi hanno dimostrato come l’influenza delle “fake news” sull’elettorato sia marginale ed effimera. La mia tesi è che le vere indisidie siano rappresentate dalle manipolazioni che nascono dentro le istituzioni, con effetti davvero devastanti, ma contro cui non si levano mai voci e tanto meno richieste di sanzioni.

Le va di spiegarci la differenza tra comunicazione istituzionale e comunicazione politica?

Certo. La comunicazione istituzionale è per sua natura oggettiva, neutrale, spoliticizzata: viene usata dai governi non per fare propaganda ma per permettere ai cittadini di disporre di dati e notizie oggettive riguardanti l’attività dello Stato e dello stesso governo.

La comunicazione politica, invece, permette ai ministri di prendere parte al dibattito politico e di difendere le proprie opinioni. I problemi nascono quando i comunicatori più spregiudicati, ovvero gli spin doctor, le mischiano o addirittura, come capita sempre più frequentemente, aboliscono la distinzione. Quando questo accade si abusa del potere delle istituzioni e informazioni apparentemente oggettive sono in realtà falsate o manipolate alla fonte. È un fenomeno invisibile, di cui i cittadini (e quasi sempre anche gli stessi giornalisti) non sono consapevoli ma gravissimo per una democrazia.

Lei scrive che i giornalisti sanno sempre qualcosa in più del pubblico. Come utilizzano queste informazioni? Ciò li rende più ricattatori o più ricattabili?

Direi che li rende troppo vicini al potere. Mi spiego: la frequentazione dei politici e dei governi è inevitabile; come è inevitabile che si instauri una certa confidenzialità con le proprie fonti. Non puoi fare degli scoop se non hai degli informatori all’Eliseo, a Palazzo Chigi o al Pentagono. Il problema è che i giornalisti tendono a diventare troppo simpatetici con l’establishment e dunque ad assorbirne le logiche e gli interessi. Smettono di ringhiare e di abbaiare, diventano dei cani da guardia troppo docili, troppo “di casa”; si sentono gratificati dalla vicinanza con il potere e questo finisce per limitare la capacità critica e il coraggio di denunciare. Un giornalista conosce presidenti e primi ministri ma dovrebbe essere sempre temuto da costoro. Purtroppo non è sempre così e questa è una delle ragioni del conformismo della grande stampa che finisce per pensare troppo al Palazzo e con il Palazzo, distaccandosi dalla realtà e dai cittadini.

Perché è così difficile garantire un’informazione originale e corretta anche all’interno di stati democratici?

Da un lato per la ragione che le ho esposto, a cui se na aggiungono altre: i condizionamenti dettati dagli interessi degli editori, la riduzione delle risorse economiche a disposizione delle redazioni, che comporta uno scadimento qualitativo di quest’ultime . Però c’è un punto fondamentale: per esercitare fino in fondo la propria missione di coscienza critica, i giornalisti dovrebbero conoscere le tecniche usate dagli spin doctor per orientare o manipolare l’informazione, ma sebbene, come dimostro nel saggio, gli esempi siano numerosi e ricorrenti, questa consapevolezza non matura. E i giornalisti continuano a essere prede fin troppo facili degli spin doctor. Risultato: un’informazione tendenzialmente conformista.

Proviamo a calcolare il senso della corretta informazione in base ai parametri della conoscenza e a quelli dell’era digitale. Lei da decenni ormai studia e compie ricerche per raccontare scomode verità. Si può anche non condividere il suo lavoro ma non si può negare che cerchi sempre di documentarlo con fonti certe. Lei ha 28 mila persone che seguono il suo profilo social. Il sito tematico dove si afferma di perseguire la mission di smascherare le bufale mediatiche, ovvero le fake news, BUTAC è seguito, sullo stesso social network, da 125 mila persone. Diciamo che il loro non è proprio un metodo scientifico piuttosto un rifarsi alla cultura dominante. Tant’è vero che, oltre a lei, un altro giornalista che finisce spesso nel loro mirino è Giulietto Chiesa. Il punto su cui vorrei discutere con lei è il motivo per cui tanta gente preferisce credere semplicemente e tranquillamente a loro? E, se mi permette, anche conoscere la sua opinione sul perché tante persone preferiscano sia un sito a dir loro cosa sia una bufala invece di documentarsi personalmente…

Tendenzialmente i debunker sono simpatetici con le istituzioni nella presunzione che rappresentino la fonte della Verità. Il mio approccio è opposto: io individuo nella manipolazione dentro le istituzioni una delle minacce più gravi alla nostra democrazia. È normale che in genere non sia amato dai debunker, che infatti sono restii ad attaccare i governi e l’establishment economico, men che meno gli spin doctor. Direi che mi sembrano funzionali all’establishment, che infatti li elogia (vedi la Boldrini nella passata legislatura). La loro visione privilegia e difende l’ortodossia istituzionale e i loro toni sono sovente inquisitori, polemici, ostentamente denigratori. Non c’è distacco critico. D’altronde molti di loro si sono autoproclamati in questo ruolo, senza credenziali professionali o accademiche ma naturalmente il pubblico questo non lo sa. Bisogna essere molto sicuri di sè per erigersi quotidianamente a giudici (e con toni implacabili) degli altri. Quanto contano davvero? Difficile dirlo. Alcuni studi hanno dimostrato che la loro influenza è limitata.

Uno dei punti su cui lei insiste molto nel libro è l’influenza degli esperti della comunicazione usati dai politici in campagna elettorale e non solo, gli spin doctor. In questi giorni primeggia tra i titoli dei giornali il datagate che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica. Era davvero così inaspettato l’utilizzo di tutti i dati raccolti e immagazzinati dai social media?

Assolutamente no. Nel saggio scrivo che i giornalisti anziché infervorarsi sulle fake news, dovrebbero occuparsi di problemi ben più seri e gravi, come le insidie rappresentate dalla capacità di Facebook di orientare le nostre emozioni i nostri stati d’animo e anche le nostre idee politiche. Lo scandalo di Cambridge Analytica è esploso adesso e sebbene le circostanze siano state in parte strumentalizzate, non mi ha affatto sorpreso. Ma ad essere pericolosa non è tanto la società britannica, quanto Zuckerberg stesso.

Lei afferma che la concorrenza di siti e blog online sia salutare al giornalismo classico ma che comunque spetti a questo portare avanti il riscatto dell’informazione. Lo farà?

Me lo auguro di cuore. Io resto convinto che una stampa autorevole e coraggiosa sia indispensabile per la nostra democrazia. Solo i grandi media sono attrezzati per condurre battaglia davvero scomode e coraggiose, che richiedono ingenti mezzi economici e le necessarie tutele giuridiche. Ma bisogna volerlo e bisogna poter contare su editori all’altezza. Che ci riesca non lo so, che debba provarci lo credo con tutte le mie forze.


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’importanza della scienza e della cultura nelle parole di Lucia Votano. “La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina” (Di Renzo Editore, 2017)

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Pubblicato con Di Renzo Editore, La via della seta di Lucia Votano è un lungo e intenso dialogo che la fisica porta avanti con il suo interlocutore prima e con il lettore poi. Un libro nato da un’intervista che lo stesso editore ha composto per l’autrice, trasformato poi in testo e proposto al lettore in forma narrativa. Un’idea originale che si rivela anche interessante nel risultato. Leggendo il testo si riescono a intuire le domande, non inserite, ed è piacevole seguire le risposte.

Un libro che accompagna il lettore nel “misterioso” mondo della ricerca scientifica e lo aiuta a meglio comprenderne il funzionamento, le dinamiche, le evoluzioni e, purtroppo, anche le involuzioni. Come quella che sta attraversando il nostro Paese e che nessuno sembra realmente intenzionato ad arginare. Un disinteresse protratto verso la scienza e la cultura in generale che ha profondamente minato il ruolo centrale che Italia ed Europa hanno avuto in passato. I paesi asiatici, soprattutto Cina e Giappone, hanno «assunto un ruolo rilevante, direi predominante, nell’ambito della ricerca» e questo è un grave errore sottovalutato dal mondo occidentale, Italia in primis, per «l’assoluta rilevanza della conoscenza come valore in sé e come motore trainante del benessere sociale ed economico della nazione».

La scienza e la cultura svolgono «entrambe, e congiuntamente, il ruolo di motore dello sviluppo di una nazione». Purtroppo però i vari governi italiani succedutisi negli ultimi decenni non hanno fatto altro che tentare di ridimensionarne l’importanza nei fatti, con tagli continui e indiscriminati ai fondi e ai finanziamenti, anche se, a parole, erano tutti propensi per il loro incremento e la loro rivitalizzazione. E così mentre il mondo intorno a noi «cambia velocemente, anzi corre, noi siamo rimasti quasi fermi», perseverando su «antichi errori», continuando a «puntare su un modello di sviluppo a contenuto medio-basso di conoscenza».

Un libro, La via della seta, che ricorda molto i romanzi di formazione. Un romanzo che è anche un’accurata auto-biografia di una scienziata, di una donna, di una madre, di una compagna. Una persona che ha affrontato per certo la vita con determinazione, compiendo anche scelte coraggiose e, per certi versi, audaci, in considerazione del periodo storico in cui sono state realizzate.

Interessante la parte di narrazione della vita privata e di quando e come questa abbia inciso e determinato quella professionale. Parimenti quella in cui l’autrice si sofferma in considerazioni e analisi sull’Italia di ieri e su quella di oggi. Ma l’aspetto davvero eccezionale del libro sono i passaggi nei quali la Votano si dilunga in descrizioni tecniche sugli aspetti specifici del suo lavoro e su argomenti vari di fisica, come le forze le particelle gli acceleratori. Sono vere e proprie lectio magistralis pur nella semplicità del registro linguistico che si è deciso di utilizzare. Interessanti e stimolanti. Riescono a trasmettere, più ancora delle altri parti del libro, la passione dell’autrice per il proprio lavoro ma, più in generale, per la fisica e la scienza. Oltre, naturalmente, le sue profonde e corpose conoscenze.

La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina di Lucia Votano è un libro molto interessante, innovativo nella forma e superlativo nel contenuto, un dialogo articolato che racconta la carriera scientifica dell’autrice, da lei stessa indicata come «un faticoso sentiero di montagna, sempre in salita, ma allietato a tratti da splendidi panorami».


Articolo originale qui



Disclosure: fonte biografia dell’autrice www.direnzo.it


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