Lo scorso novembre la casa editrice Einaudi pubblica, nella versione tradotta in italiano da Eva Kampmann, Polizia (Politi) dello scrittore norvegese Jo Nesbø. La fama e la diffusione dei precedenti libri dell’autore lo hanno già consacrato maestro del crime e con Polizia Nesbø non smentisce le sue abilità. Il filo conduttore del romanzo è la ricerca forsennata da parte della polizia di Oslo del macellaio di poliziotti, spietato carnefice di agenti rei di qualcosa che scatena le furie dell’assassino. Ma cosa? Ce lo si chiede per l’intera durata del testo. Che sia negligenza o corruzione non lo si riesce a capire e quando iniziano a cadere anche i birilli forti davvero tutto viene rimesso in discussione. Il testo è diviso in quattro parti per cinquantuno capitoli ma non è solo questo, a ogni nuova pagina l’autore scopre un libro nuovo, capovolto. Nesbø possiede ottime doti di scrittura e composizione, la struttura sembra una fitta ragnatela in continuo cambiamento, come la famigerata tela di Penelope che si tesse e si disfa all’infinito. Polizia non è solo un thriller è un viaggio nella Oslo moderna, nelle sue periferie, attraverso i quartieri malfamati e quelli borghesi, ma è anche un viaggio che porta all’esplorazione della mente umana, all’analisi delle sue devianze, alla riflessione del labile confine che separa i giusti dai criminali, i sani dai folli. La pazzia vista attraverso gli occhi di chi deve conviverci e combatterci ogni giorno, la normalità vista dagli occhi di chi tale non è, l’analisi di un mondo dove ciò che è ritenuto normale non esiste perché sono stati infranti i tabù, le ipocrisie e le finzioni e tutto e tutti lasciano trasparire ciò che realmente sono. Katrine era stata ricoverata nel reparto psichiatrico di Bergen per un periodo sufficiente da sapere che perfino i devianti non-criminali di solito non erano minimamente interessati a contribuire al benessere della società, e l’unica comunione che riconoscevano era quella con sé stessi e i propri demoni. Per il resto desideravano solo essere lasciati in pace. Ma questo non necessariamente significava che desiderassero lasciare in pace gli altri. E Nesbø pone l’accento anche su un altro aspetto della sua terra che dà adito al lettore a numerosi spunti di riflessione. Il sole stava calando dietro Ullern, e gli ultimi raggi orizzontali lambivano il paesaggio, le basse, sobrie palazzine che testimoniavano le origini umili della città, gli attici lussuosi con terrazze che raccontavano l’avventura del petrolio con cui all’improvviso la Norvegia si era trasformata nel paese più ricco del mondo, i tossici in cima allo Stensparken di quella piccola, ordinata città, in cui i decessi per overdose erano otto volte più numerosi che nelle metropoli europee otto volte più grandi. Ecco che Nesbø centra il bersaglio e mostra quella che è realmente la follia del mondo moderno: la distruzione volontaria dell’ambiente, del territorio e della propria persona correndo dietro a miraggi illusori quali il benessere economico e i trip degli stupefacenti ignorando e scavallando i sentimenti, quelli veri e profondi che se strappati e violati generano dolore, un dolore forte e un odio insaziabile perché nati dall’amore che è il motore della vita intera.

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