Pino Tripodi, La zecca e la malacarne

La zecca e la malacarne di Pino Tripodi, edito da Milieu con prefazione di Alessandro dal Lago, è un libro che non pretende di insegnare o spiegare qualcosa ma si limita a mostrare, senza veli, ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Leggendolo si può assaporare il piacere che solo i grandi classici della letteratura possono dare. La mente rimanda alle storie del verismo italiano narrate da Verga, Pirandello, Sciascia… anche i luoghi, simbolicamente, sono quelli. Il Sud, questo Sud che nel testo di Tripodi subisce una volontaria delocalizzazione territoriale per poterlo portare ovunque. Dal Lago ci ricorda che «si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini greci, costretti dall’Europa (burocratica, legalitaria, spietata con i deboli) a pagare debiti che non hanno contratto e a essere governati dai politici che li hanno trascinati nel baratro per interesse e stupidità».

«Ma noi in Italia, si sa, abbiamo il nostro Sud, che non assomiglia a nessun altro, in Europa. […] Il crimine organizzato è un alibi che giustifica e assolve tutte le malattie degenerative degli uomini e della società del Sud». Il nocciolo del problema, che viene sviscerato nel testo di Tripodi fino all’ansa più remota, non è solo la criminalità organizzata, la zecca, ma «le società zeccadipendenti» le quali «degenerano trasformandosi in malacarne».

La zecca e la malacarne è la storia di un sogno che alcuni definirebbero volentieri un’utopia, maturato tra i banchi di scuola da parte di un gruppo di giovani che non vogliono soccombere alla società che è vittima e complice della malavita, che la rappresenta e incarna nel momento stesso in cui smette di combatterla, di arginarla, di ostacolarla… di tentare almeno di farlo. Il loro sogno Ciccio, Nenè, Maria, Lucia… lo chiamano il nuovo sbarco perché vogliono diventare i nuovi Mille e la loro impresa vuole sancire la rinascita del loro Sud.

«Dobbiamo prendere la farina che abbiamo utilizzato per impastare il resto del mondo e portarla al Sud, e là fare il pane che sappiamo fare con tutti quelli che là vorranno impastare con noi. […] Tornare può intendersi riprendere casa a Napoli, Lecce, Reggio Calabria o Agrigento. Ma tornare significa anzitutto ricongiungersi con la Terra, prendere l’ombelico che è stato sbranato dalla Storia e riattaccarlo con cura; così, anche vivendo altrove, ciascuno potrà sentirsi di nuovo figlio, madre, fratello, amica del Sud. Torniamo perché non ce ne siamo mai veramente andati».

Una guerra, quella che vogliono combattere i nuovi Mille, dove saranno banditi fucili e pistole, carri armati e bombe a mano, dove l’unica arma che si potrà utilizzare sarà la penna.

«Se vogliamo cambiare qualcosa del mondo dobbiamo trovare le parole adatte».

E le parole più idonee a comprendere La zecca e la malacarne sono quelle dell’autore trascritte in questa intervista.

«Mentre per gli animali è abbastanza semplice guarire dalle malattie provocate dalla zecca, per le società e gli umani è impossibile». Le ferite restano così come le cicatrici, ma La zecca e la malacarne ci insegna che un cambiamento radicale ed efficace è pur sempre possibile. Se guarire dalle ferite della zecca è impossibile, sanarsi e risollevarsi da quelle della malacarne è veramente utopistico anche solo pensarlo allora?

La malacarne alligna in ogni società ed è presente, compressa o dispiegata, in ogni individuo della specie. Estinguerla è impossibile com’è impossibile cancellare il male. Ciò che si può, ciò che si deve fare, è limitarla, ridurne gli effetti, evitare che rimanga il carattere specifico, distintivo e trionfante delle società della contemporaneità. La corruzione, la furbizia, la stupidaggine – come la zecca – anziché  convivere, come normalmente accade, con l’intelligenza la stanno soppiantando perché le forme d’intelligenza che la storia finora s’è data – la politica, l’impresa, la cultura – non fungono più da vaccino, ma sono divenute le forme d’espressione più diretta della malacarne.

Ma una linea di fuga c’è, sempre, anche nelle più terribili condizioni. Spero che nel libro ciò sia evidente. Per combattere la malacarne si inizia con tre rimedi: cambiare le parole del mondo, mettere la politica a maggese e, nella fase finale, trattare le società delicatamente per almeno dieci anni con aria pura e acqua pulita.

Il Sud raccontato in La zecca e la malacarne è uno qualsiasi che può trovarsi ovunque. Dal Lago esordisce nella prefazione dicendo che «Si può sempre diventare un Sud». Bukowski però diceva «A Sud di nessun Nord». Se è vero che la zecca è «a tutti utile perché tutti i colpevoli e gli ignavi possono nascondere ogni loro ignavia e colpa urlando “è colpa della zecca”» può esserlo che il Sud, ogni Sud, serve al Nord, qualunque Nord, perché così tutti possono urlare “è colpa del Sud”?

Il Sud e il Nord, al di là del loro importantissimo aspetto geografico, sono divenuti delle retoriche buone per qualsiasi incantatore di scimmie presente nel discorso mediatico e nell’agone politico. L’eterna, trita questione meridionale funziona come ogni stigma iniettato nel sangue. Visto da chi si pensa Sud, c’è sempre una colpa del Nord. Viceversa, chi si pensa Nord, si abitua a vedere il Sud come maleficio maledetto. Ma lo stigma, nella realtà retorica è in grado di produrre i suoi effetti solo se i suoi caratteri di inferiorizzazione vengono accolti e controvertiti in aspetti suprematici. Individuare le colpe è cosa facile, utilissima a consolare ritti e derelitti e a nettare le coscienze anche più luride, funzionale alla moltiplicazione d’altre colpe, importantissima per continuare a non capire. Senza assegnare colpe a destra e a manca, gran parte degli individui dell’umana specie perderebbe la bussola che l’orienta istante dopo istante nelle cose del mondo. Senza assegnare colpe, ciascuno, guardandosi allo specchio, osserverebbe qualcuno terribilmente più vicino contro cui scagliare l’indice. Finché tutti urlano è colpa di qualcuno, i colpevoli si grattano la pancia e le colpe generano a grappoli altre colpe peggiori.

Pino Tripodi

La zecca, nelle vesti di Ciccio Esposto, costretta ad agire per liberare il Sud dai “mali” della malacarne. Il quadro che emerge dal racconto del libro è in realtà molto più realistico di quanto non sembri leggendolo. Lo scopo del testo è più educativo o esortativo?

Nel libro ogni personaggio si è dato un carattere assoluto. Appare come il portato preciso, quasi macchinico, di una storia e di una cultura, una vacca chiusa in un recinto, un cane trainato dal carro, eppure parola via parola, quasi impercettibilmente, sempre totalmente immerso nell’oceano del destino, si gioca l’esistenza pur di scappare, pur di approdare a vite più degne di essere vissute. Ciccio Esposto – figlio di capo, capo dei capi, buio che proietta la luce, immagine della parola prima di diventare menzogna – ha reso più evidente questa assolutezza. Non saprei indicare lo scopo del testo, ma la sua domanda me ne fa venire in mente uno. Trovare i Ciccio Esposto, i Nené, le Marie, le Lucie che ci sono nel Sud. Così, il libro troverebbe il carattere realistico dei sui principali personaggi. Non il realismo che descrive la storia così come è o come è stata. (Nessuno ha vissuto davvero la storia raccontata nel libro. Non sono stati utilizzati documenti d’archivio, veline, biografie. Tutto è inventato.) Ma quel realismo che la realtà la può fondare cercando i personaggi per la storia a venire. Se il libro saprà fare questo, avrà trovato il suo scopo, altrimenti rimarrà inutile, teleologicamente vuoto.

C’è un passaggio molto triste nel libro. Perché? Lei sente di non aver fatto abbastanza per il suo Sud o simbolicamente ha voluto immedesimarsi nei suoi conterranei pigri, apatici, sonnecchianti, accomodanti e accondiscendenti?

Immagino si riferisca al momento in cui Nenè Palermo annuncia a Ciccio Esposto che Pino Tripodi è morto e alla domanda Come? risponde Indegnamente, come ha vissuto. In quelle parole Nenè concentra, mi pare, tante cose. Intanto che l’autore è morto: nel libro non c’è un autore onnisciente o onnipresente. Ne La zecca e la malacarne ci sono tanti soggetti narranti: ognuno prende la parola quando ne trova l’urgenza, senza chiedere il permesso a nessuno, senza attendere che siano innalzate barricate di virgolette e caporali. L’autore è uno dei tanti soggetti narranti, uno dei personaggi della narrazione, il più insignificante, che si ritira silente e discreto appena un personaggio più importante entra in scena. Per prendere vita, gli altri personaggi hanno bisogno che l’autore muoia. Pino Tripodi, l’autore, è morto annuncia che la vera scrittura inizia quando sfugge alle verità dello scrittore. Vi è poi la morte biografica di Pino Tripodi che non è un dato triste, ma, se si esclude il dato biologico, una constatazione. Nené si riferisce a Pino Tripodi come prototipo di quella generazione che ha immaginato se stessa come pura macchina di trasformazione della società. Per quanto abbia fatto, per quanto abbia pensato e lottato, il risultato è stato molto al di sotto delle proprie attese. Si muore indegnamente perché non si è mai capaci di superare lo scarto tra l’io sé e l’io mondo. La scrittura è l’estremo tentativo di dare, da morto, la parola a ciò che potrebbe vivere. Al di sotto di questo compito siamo solo capaci di sopravvivere come fanno pigri, apatici, accomodanti, accondiscendenti. E scrittori.

Secondo lei sarà mai possibile realizzare in Italia un progetto simile a quello realizzato dai ragazzi della diaspora?

La zecca e la malacarne è il primo atto della diaspora di ritorno. Altri ne seguiranno. Rimanere una noce in un sacco è possibile, ma non augurabile. Né alla noce e nemmeno al sacco.

Il suo stile narrativo ricorda molto i maestri del verismo italiano. Un racconto semplice, eppure immensamente profondo proprio perché vero o verosimile. È una scelta motivata, l’aver preferito questo tipo di registro comunicativo?

Contento davvero che risulti semplice. Generalmente, la scrittura che sorge dal mio stile appare ostica, difficile, non indulgente verso il lettore. Per uno scrittore, la narrazione è come il mangime per un allevatore di maiali. Lo si dà  per portarseli dietro con il proposito di ucciderli. Si uccidono con il racconto, ma si possono salvare con gli infiniti frammenti che possono vivere autonomamente dal racconto. Ogni singolo pensiero, magari invisibile a prima lettura, rimane incastonato nel racconto e lo prescinde. La scelta del registro narrativo deriva dall’esigenza di montare racconto e pensieri in una forma che  si potrebbe definire del presente prossimo. Non esiste nella grammatica della lingua un tempo così chiamato, ma nella letteratura il presente prossimo ha la funzione di evitare le trappole della consolazione, del romanzo storico e della descrizione del tempo – passato e presente – come momento già speso nel rotocalco della cronaca e della memoria. Il presente prossimo non reinventa mitologicamente un passato né cristallizza un presente. Scruta il presente che arriva, gli fornisce una possibilità. Il libro inizia con la fine, il presente, si catapulta nel passato del secondo Novecento, e termina di nuovo in un presente che non è mai la realtà che appare, ma quella realtà che i personaggi sono in procinto di creare.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-pino-tripodi-su-la-zecca-e-la-malacarne

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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