“Nel Piano ‘Sblocca Italia’ c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia, dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura della reazione di tre, quattro comitatini”.

Con queste esatte parole Matteo Renzi ha dichiarato i suoi intenti per il futuro energetico italiano: i fossili. E vuole portare avanti il suo progetto principalmente nella regione siciliana, che non avrebbe altre risorse potenziali come il turismo, il mare, la coltivazione di agrumi: oppure no? Ha citato inoltre la Basilicata, che attualmente fornisce circa il 70% della produzione petrolifera italiana. Se l’incremento dell’attività estrattiva portasse un aumento dei posti di lavoro, allora l’attuale Capo del Governo potrebbe spiegare perché, in questa regione dove si estrae petrolio dalla metà degli anni Novanta, stando ai dati della CGIL si registra un tasso di disoccupazione costantemente in aumento? La nostra ipotesi è che non sia l’incremento e più in generale l’estrazione petrolifera la soluzione ai problemi energetici e occupazionali italiani.

I tre o quattro comitatini tirati in ballo da Renzi, nella realtà coincidono con la gran parte dei residenti locali. Cittadini che all’occasione si trasformano in elettori, proprio quelli per cui i politici tengono discorsi e comizi narrando per esteso i loro grandi progetti per il futuro, per la crescita, per l’occupazione, ma anche per il territorio: è proprio quest’ultimo che essi si affannano a difendere, a tutelare, a preservare dallo scempio continuo dovuto a scelte politiche errate che negli anni non hanno fatto altro che deteriorare le risorse esistenti.

Alcuni anni orsono si è reso necessario l’intervento dell’Esercito Italiano e di un pool di tecnici e specialisti per determinare ciò che la popolazione locale già sapeva da tempo, ovvero che la Discarica del Formicoso non poteva essere costruita su terre da sempre adibite a terreni agricoli perché troppo ricche di falde acquifere non profonde e perché troppo soggette a spaccature conseguenti ai ricorrenti terremoti, del tutto normali e prevedibili in una zona catalogata a rischio sismico 1. Parliamo dell’Irpinia, la terra del terremoto del 23 Novembre del 1980, motivo per cui il Consiglio dei Ministri con D.P.C.M. del 6.11.2009 ha dichiarato lo stato di emergenza per la vulnerabilità della Galleria Pavoncelli, dando così l’avvio definitivo alla costruzione della Pavoncelli-bis. Un’altra galleria parallela alla prima, per portare altra acqua all’Acquedotto Pugliese, che vanta di avere perdite in rete e amministrative solo del 47%. Solo? Prima di procedere alla costruzione di una nuova galleria per una portata d’acqua di 10.000 litri al secondo che il fiume Sele non ha più ormai da anni, non si poteva imporre o quantomeno suggerire l’eliminazione delle perdite in rete e amministrative? Fatto sta che questa ‘emergenza sismica’ non compare nei documenti ufficiali relativi al Permesso di Ricerca Nusco, che copre una superficie di 698,50 Kmq a ridosso dell’area circostante il fiume Sele.

Anche in questa zona, come in Basilicata, come in Sicilia, come in Abruzzo, come nella Val di Susa, si è venuto a costituire un Comitato spontaneo di cittadini che vuole sia posto un freno al consumo delle risorse naturali, che sia avviata una pianificazione sostenibile a sostituire l’assenza prolungata di una valida politica territoriale, che in conseguenza dell’ormai visibile a tutti fallimento della politica industriale delle zone interne siano posti in evidenza ambiente, agricoltura e turismo sostenibile. Questi intenti non potevano che cozzare con le dichiarazioni di Renzi e allora, invece di indietreggiare, i tre o quattro comitatini hanno deciso di portare avanti un progetto in sinergia, il Forum ambientale dell’Appennino: «Centro Studi, Documentazione e Ricerca per la tutela della salute e dell’ambiente, la salvaguardia del paesaggio, la valorizzazione e la promozione del territorio, l’assistenza e il mutuo soccorso alle categorie sociali svantaggiate, la promozione di un modello organizzativo, economico, sociale e ambientale alternativo fondato sulla sovranità alimentare ed energetica dei territori che punti sull’innovazione delle tecnologie in campo energetico, sul turismo, sull’agricoltura sostenibile, sulle risorse culturali materiali ed immateriali e sul più ampio ventaglio di possibili attività compatibili con l’ecosistema montano».

Forse Matteo Renzi, prima di vergognarsi di andare a parlare «delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream», avrebbe potuto parlare e confrontarsi senza vergogna con i tre o quattro comitatini. Avrebbe potuto magari discutere e valutare i progetti territoriali alternativi, fermarsi a riflettere su soluzioni innovative. Avrebbe potuto constatare che il loro scopo non è far paura, ma la salute dei cittadini, la tutela del territorio, la salvaguardia delle risorse: e allora, in uno Stato democratico perfetto, gli intenti delle parti avrebbero dovuto coincidere.
Domenica 28 Settembre 2014 il Forum Ambientale dell’Appennino organizza il primo workshop a Caposele, dove nasce il fiume Sele, aperto a tutti coloro interessati alle problematiche del territorio.

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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