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 In Italia chi sceglie di iscrivere i propri figli alla scuola pubblica deve preventivare di accollarsi le spese relative ai libri e altro materiale didattico, ai gessetti, ai fogli per la stampante, alla carta igienica. Ricadono sulla famiglia anche i costi per il trasporto e la refezione. Raddoppiando, triplicando o quadruplicando l’ammontare complessivo a seconda del numero di figli ci si rende conto di quanto sia onerosa per le private tasche dei cittadini l’istruzione pubblica del nostro Paese.

 A Casalmaggiore, un comune di 15.000 abitanti della provincia di Cremona, per arginare il buco in bilancio di circa €70.000 dovuto a insolvenze protratte nel pagamento della retta, il sindaco Filippo Bongiovanni ha imposto un provvedimento da subito oggetto di critiche: l’accesso al servizio mensa è precluso a coloro che non hanno saldato il conto. Come al ristorante. Già. Solo che in qualsiasi locale è diritto di ogni cliente lamentarsi per il cibo servito e rimandare indietro i piatti non graditi o il vino che sa di tappo. Cosa succede invece nei ‘ristoranti’ in cui devono nutrirsi i nostri figli?

Non è la prima volta che il servizio mensa di Casalmaggiore fa notizia. Nell’Aprile del 2013 tutti i quotidiani locali hanno riportato la notizia delle segnalazioni effettuate dai genitori in merito al rinvenimento di vermi nei piatti serviti in mensa, una volta pizza con insalata e un’altra pasta. L’allora assessore alla Cultura dichiarò: «Hanno trovato un vermiciattolo nell’insalata, come a volte capita anche sulle nostre tavole». Certo. Se le verdure non sono ben lavate. Per la pasta però non può valere lo stesso ragionamento.

Molti dei genitori con figli iscritti in quella scuola elementare hanno poi costituito una Commissione Mensa che ha svolto anche dei sopralluoghi in refettorio. A fine Aprile 2013 la Commissione ha lanciato una petizione, chiusa con 170 sostenitori, per «chiedere al Comune, che gestisce la Mensa Scolastica, di seguire le ‘Linee di indirizzo Nazionale per la ristorazione scolastica’ del 29 Aprile 2010 e ‘Le Linee Guida della Regione Lombardia per la ristorazione scolastica’ dell’Agosto 2002».  In particolare veniva richiesto di attendere al capitolo n° 6 delle Linee di Indirizzo Nazionale:  «bisogna porre particolare attenzione, oltre alla corretta gestione del servizio, anche alla qualità dei prodotti. […] La valutazione della qualità dell’offerta può concernere elementi caratterizzanti le priorità che si intendono perseguire; tra queste si suggeriscono le seguenti: alimenti di filiera corta (Km0), alimenti DOP, IGP, STG, utilizzo di prodotti alimentari a ridotto impatto ambientale (alimenti provenienti da produzione biologica e produzione integrata), prodotti del mercato equo e solidale per alimenti non reperibili nel mercato locale». Durante il sopralluogo nel centro cottura la Commissione Mensa dei genitori di Casalmaggiore aveva riscontrato la presenza in dispensa di:

  • Minestrone surgelato proveniente dal Belgio.
  • Latte proveniente dalla Germania.
  • Passata di pomodoro di provenienza ‘Extra Regione Lombardia’.
  • Olio extra vergine di oliva di provenienza non italiana in bottiglie di plastica ‘a perdere’.

Viene naturale interrogarsi su cosa succede nelle altre mense scolastiche italiane.

Un anno fa, nell’Ottobre 2013, nella bufera erano finiti gli operatori dell’Agec (Agenzia Gestione Edifici Comunali) di Verona in seguito alle dichiarazioni dell’assessore Gianni Benciolini e alla diffusione mediatica di alcune parti delle intercettazioni della Guardia di Finanza.

«I ghe dà da mangiar la sabbia… al posto della carne (ndr. ‘da mangiare verrà data della sabbia al posto della carne)» è il passaggio delle intercettazioni che ha avuto eco maggiore e che ha allarmato i genitori al punto che in tanti hanno ritirato i propri figli dalla mensa e altri hanno ovviato mandandoli a scuola con il pranzo pronto nello zaino. L’assessore è stato oggetto di aspre critiche e denunciato per procurato allarme. Il Presidente e il Direttore generale dell’Agec di Verona in un’intervista a «infoOggi» hanno commentato: «Non è una denuncia intimidatoria, o persecutoria, ma la logica conseguenza delle deliranti dichiarazioni di Benciolini rese ai media. […] Non si scherza e non si fanno speculazioni politiche sulla pelle dei minori. Il diritto di cronaca di ogni cittadino e dei politici che lo rappresentano è sacrosanto, ma deve essere utilizzato cum grano salis e soprattutto giustificato da situazioni reali e provate».

Il consigliere Benciolini ha presentato due esposti alla Procura di Verona, il primo nel Novembre 2013 e il secondo nell’Aprile 2014 e ha dichiarato pubblicamente: «Ho chiesto e ottenuto i verbali dei sopralluoghi effettuati. La documentazione che mi è stata data riguarda solo alcuni mesi ma ci sono già moltissime irregolarità. Le irregolarità riportate nell’esposto potrebbero ora essere state regolarizzate, ma c’erano, sono tutti documenti ufficiali. […] Queste sono le irregolarità ufficiali. Poi ci sono quelle non ufficiali, dei genitori, che segnalano la presenza di scarafaggi e unghie nel cibo. Ma si tratta di un’altra storia. […] L’insistenza con cui viene mantenuto il servizio mi fa pensare che in ballo ci siano interessi di altro tipo. Si tratta comunque di un bando da 10 milioni di euro in tre anni».

 Il 20 Giugno 2014 gli ispettori della Asl 5 di Torino chiudevano il centro cottura della Camst di Moncalieri avendo riscontrato diverse violazioni alle norme di igiene e sicurezza. I controlli sono stati la conseguenza delle denunce dei genitori, in particolare dopo l’intossicazione di quattro bambini di un plesso elementare, tre di loro finiti in ospedale. L’assessore all’Istruzione prontamente dibatte: «Cambia pagina, da oggi, la ristorazione scolastica torinese. Inaspriremo le verifiche a tappeto, a tutti i livelli. Ho chiesto al dipartimento di Agraria e Veterinaria di fare da coordinatore della filiera dei controlli». Ma il capitolato della gara d’appalto alla Camst non è stato messo in discussione. Ancora l’assessore Pellerino precisa che «Non è stata fatta una gara al massimo ribasso, la sicurezza alimentare di 45mila bambini e bambine è una nostra priorità».

 Un’inchiesta della Procura di Napoli del 2013 ha puntato i riflettori su una grossa società appaltatrice fornitrice di servizi per mense scolastiche e ospedaliere operante in Campania e Basilicata. L’indagine si è conclusa con oltre 50 indagati e un’ipotesi accusatoria di associazione a delinquere. Secondo l’ordinanza di custodia cautelare, agli alunni di numerose scuole sarebbero stati forniti alimenti rosicchiati dai topi o in pessimo stato di conservazione; acqua di rubinetto al posto di acqua minerale; carne di bovini importata dalla Polonia anziché carne di bovini di razza piemontese come previsto dal capitolato d’appalto.

Quelli finora citati sono solo alcuni degli esempi di scandali, noti e meno noti, successi negli ultimi anni nel nostro Paese che vanta in tutto il mondo il primato unico della buona tavola, della buona cucina e dell’immagine stereotipata di ‘pizza e mandolino’.  Ora, onestamente, quanti di voi che hanno bambini e ragazzi in età scolare mandano volentieri e senza riserve i propri figli a ‘nutrirsi’ alla mensa scolastica? Quanti di voi pagano volentieri la retta pur sapendo cosa si nasconde o si potrebbe celare dietro le porte chiuse delle cucine? Quanti di voi mangerebbero il cibo servito?

Visto il protrarsi di ‘scandali’ e di ‘emergenze’ avremmo dovuto assistere a una mobilitazione perenne per costringere chi di dovere a ottemperare le direttive nazionali e regionali che prevedono l’impiego di materie prime di ottima qualità, di provenienza certa e garantita e dal sapore inconfondibilmente genuino. Invece l’alimentazione dei bambini e degli adolescenti resta spesso ancorata e dipendente ai meccanismi e alle procedure non sempre limpidissime di queste colossali gare d’appalto che muovono milioni di euro e sempre in direzione delle stesse società.

 Nel 2008 un’indagine Ismea ha rilevato che costituivano appena il 6% i pasti biologici serviti dalle mense scolastiche. È stimato che in Italia, ogni giorno vengano serviti 2,4 milioni di pasti nelle mense scolastiche di cui meno della metà sono biologici nonostante le Linee Guida Nazionali è da oltre un decennio ormai che danno indicazioni in tal senso.

Oggi in Italia tutti i servizi pubblici stanno o sono già diventati a tutti gli effetti ‘prestazioni a pagamento’ e questo viene fatto passare come ineluttabile per la crisi, per la carenza di fondi e via discorrendo. Quando però si portano avanti progetti senza avere una solida copertura finanziaria ma basandosi sul contributo dell’utenza dato per certo può succedere, come accaduto a Casalmaggiore, che questo venga meno e ci si ritrovi con un buco in bilancio, altrimenti detto ‘debito’, che ricadrà egualmente sulla stessa utenza. Allora perché invece di imporre dei servizi pubblici a pagamento che non soddisfano né le aspettative né le tasche degli utenti non si procede a un preventivo lavoro di analisi dettagliata e di soluzioni alternative in base alle necessità e alle casse di ogni singolo comune?

Tutti, indistintamente, dichiarano di avere a cuore i bambini, i ragazzi, la loro salute e la loro alimentazione eppure il numero elevato di ‘emergenze’ e ‘scandali’ tende quasi a farli diventare norma e spesso l’idea di sospendere e eliminare il servizio mensa viene etichettata come impensabile non per il nutrimento dei piccoli, che mangerebbero comunque, ma per una questione di ore lavorative, di classi, di numero di insegnanti e di fondi. Allora le reali preoccupazioni sono altre? Eppure i bambini e i ragazzi non sono lo scotto da pagare per incassare lo stipendio o il finanziamento ma sono il cuore dell’Istituzione scolastica, sono il reale motivo per cui essa esiste e dovrebbero essere loro a prendere le decisioni. Avete mai chiesto a un bambino o un ragazzo cosa  pensa del cibo offerto dalla mensa? La risposta dovrebbe indurre a un’attenta riflessione.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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