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I dati del secondo rapporto pubblicato dall’OMS Valutazione globale e regionale della violenza contro le donne: diffusione e conseguenze sulla salute degli abusi sessuali da parte di un partner intimo o da sconosciuti sono agghiaccianti. Stiamo parlando di un problema che colpisce un terzo delle donne nel mondo. Perché sembra essere diventata una carneficina inarrestabile?

La risposta sta in parte anche nella domanda. Tu scrivi «sembra essere diventata». Ecco, appunto. Sembra. Perché finora non abbiamo mai avuto la possibilità di uno studio sistematico e globale come quello fatto dall’Oms. Quindi non ci sono paragoni da fare con studi precedenti. Non possiamo valutare quella che tu chiami ‘carneficina inarrestabile’ come qualcosa che è stata monitorata e verificata nel tempo. Con questo voglio dire che secondo me i dati, se fossero stati analizzati nel tempo, avrebbero offerto più o meno la stessa visione nera della realtà, se non peggio nel passato. Non credo che sia diventata all’improvviso una carneficina. Credo che la violenza contro le donne e gli effetti sulla  salute fisica e mentale di chi le subisce siano da sempre sugli stessi insopportabili livelli, numericamente parlando e ammesso che ci possa essere un livello (un numero) sopportabile e fisiologico di violenza (a mio parere no).

La questione è diventata in questi ultimi anni semplicemente più visibile. E questo da una parte aumenta la consapevolezza, dall’altra induce a pensare che sia un fenomeno cresciuto all’improvviso, o in crescita.

Io sono nata e cresciuta in un paesino della Calabria. Ecco: ricordando piccoli episodi di discriminazione di genere e di violenza psicologica degli anni in cui ero bambina mi viene spontaneo pensare e constatare che adesso le cose sono molto cambiate. In meglio. Altra considerazione: avevamo il delitto d’onore e il matrimonio riparatore nel nostro sistema giudiziario fino al 1981! Quindi, come vedi, almeno in Italia, la situazione è migliorata. Anche se i numeri della violenza sono sempre osceni: a partire dal numero uno…

Il rapporto Hidden in Plain Sight dell’Unicef parla di circa 120 milioni di ragazze sotto i 20 anni che hanno subito una qualche forma di abuso sessuale. Stiamo parlando di una stima di circa 1 su 10. Più diminuisce l’età vittima e più si pensa di poter far entrare in gioco altri fattori causa o concorso dell’abuso. Non ultimo atteggiamenti di bullismo o stimoli perversi al conformismo. In Italia qual è la situazione?

Il rapporto dell’Unicef al quale ti riferisci è sconvolgente. E ne esiste uno anche più recente (Settembre 2014, Children in danger. Act to end violence against children) nel quale si dice che ogni 5 minuti c’è un bambino che muore al mondo per qualche forma di violenza. Se la morte violenta di chiunque è intollerabile, lo è mille volte di più quella di un bambino che, se mi passi l’espressione, io ritengo sempre un po’ più vittima delle altre.

Ma torniamo alle 120 milioni di ragazze che subiscono una qualche forma di abuso sessuale dell’Hidden in plain sight. 120 milioni: una enormità e di questa enormità 84 milioni hanno fra i 15 e i 19 anni.  Giustamente il rapporto chiama in gioco anche la violenza psicologica e l’utilizzo di internet come strumento per raggiungere e irretire le vittime. Il bullismo e le punizioni corporali credo che nel rapporto attengano alla violenza in generale, non specificamente a quella sessuale. E penso che sia giusto comprendere fattori come questi fra le forme di violenza.

Ora: è chiaro che le cose variano molto da nazione a nazione. Per quanto riguarda l’Italia uno degli ultimi dati su abusi e violenze sui minori viene da uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dice che nel 2013 sono state denunciati casi di abusi e violenze, appunto, per un totale di 4.319 minori. Come tutti abbiamo potuto notare ci sono state maggiori attenzioni ai fenomeni del bullismo e del cosiddetto nonnismo in questi ultimi anni. Soprattutto il fenomeno dei soprusi fra minori a scuola è diventato di dominio pubblico e quindi più controllato, grazie a mille e mille filmati finiti sul web. Questo ha fatto crescere di sicuro la sensibilizzazione sul tema.

Johan Galtung nel suo ‘Triangolo’ definisce tre livelli distinti di violenza: diretta, strutturale e culturale. Gli ultimi due in effetti sono i peggiori perché studiati appositamente per giustificare il primo. Bisognerebbe lavorare molto su questi per formare generazioni nuove di uomini e donne che acquisiscano il valore del rispetto reciproco reale e profondo… se ne parla, è vero, poi però si pubblicano anche articoli su riviste popolari dove la banalissima azione di mangiare un gelato diventa motivo di allusioni sessuali anche molto volgari. Se ciò passa come la norma è evidente quanto ancora lontani siamo da un annientamento della violenza culturale di cui parla Galtung. Qual è la sua opinione in merito?

Galtung, con i suoi tre settori della violenza, ci aiuta a riconoscerne il tipo. Io credo, per seguire le sue classificazioni, che tutte e tre le forme siano ugualmente impossibili da estirpare. Ma mi sembra evidente che, parlando a livello teorico, se estirpassimo la violenza culturale potremmo provare a strappare le radici (quantomeno una parte) anche di quella diretta e di quella strutturale.

Faccio un esempio: se un marito, in qualsiasi parte del mondo sia, è convinto che la moglie sia una sua esclusiva proprietà e che quindi lui possa tenerla in condizioni più o meno di schiavitù è chiaro che quel modo di intendere il rapporto di coppia è nella sua mente prima ancora che nei suoi comportamenti verso la moglie. Se quindi riuscissimo a fargli capire che non è così, avremmo di colpo eliminato anche la violenza strutturale legata a quel modo di pensare e la violenza diretta collegata alle azioni contro di lei che lui crede in qualche modo ‘legittime’.

Quindi non ho dubbi: agire sulla cultura della violenza è vincente. In teoria. Nella pratica ovviamente è difficilissimo e siamo ancora ben lontani dal farcela. Perché stereotipi e cultura del non rispetto sono ancora molto presenti, anche nel disincantato Occidente.

Lei ha più volte dichiarato: «Se una donna vittima di violenza racconta la propria esperienza, sta già aiutando un’altra». Lo scorso Aprile è uscito il libro Io ci sono, scritto a quattro mani con Lucia Annibali. L’aver raccontato la sua storia avrà aiutato un’altra, ma ha aiutato anche se stessa?

Io sono io. Ma sono anche il risultato di tutte le persone che incontro e delle interazioni che ho con loro ogni santo giorno. La cronaca per me è ricchezza perché le storie delle altre persone arricchiscono il mio modo di essere, di pensare e di vivere. Detto questo ripeto quello che ho già scritto sul mio rapporto con Lucia e sull’esperienza del libro che abbiamo scritto assieme. Nella vita di un cronista c’è sempre una storia più storia delle altre: per quel che riesce a trasmettere e perché diventa in qualche modo il racconto di una vita professionale intera. Ecco. Lucia per me oggi è tutto questo. Mi ha aiutato a capire che è sempre possibile farcela, che la forza di volontà muove le montagne, che la resa alla vita è una non vita. Siamo diventate amiche, ovvio. E sappiamo  tutte e due che ci siamo fatte del bene reciprocamente. L’acido è stato il suo punto di partenza per rinascere, non un punto di arrivo. E per me questa è già in sé una lezione.

A volte si ha l’impressione che ‘la questione femminile’ sia diventata un’altra ‘questione’ italiana al pari di quella ‘meridionale’. Un problema di cui tutti promettono di occuparsi, a parole o con provvedimenti errati, ma che nessuno nella sostanza espone per ciò che realmente è: una ‘violenza strutturale’ per ritornare a Galtung. Lei cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Non credo che la ‘questione femminile’, come la chiami tu, sia simile alla cosiddetta ‘questione meridionale’. C’è una differenza sostanziale fra le due.

Per la questione femminile esiste la volontà di fare, fare, fare. Esiste da pochi anni, è vero. Ma esiste. E ha portato appunto in pochi anni più di un buon risultato.

Non così per l’eterna questione meridionale, non fosse altro che per i tempi lunghissimi da cui se ne discute.

E invece sulla ‘questione femminile’ nel giro di cinque anni abbiamo prodotto leggi, come quella sullo stalking e quella sul femminicidio, al di là del fatto che sono perfettibili entrambe, abbiamo creato una rete immensa di centri di aiuto, di sostegno, di tutela legale, di professionalità delle forze dell’ordine, di sensibilizzazione sul tema…

Oggi non è la stessa cosa di dieci anni fa. E magari qualche volta si finisce con l’esagerare, come l’accusa sessista per quello scienziato che si è presentato in conferenza stampa con la camicia delle pin-up.

Se guardiamo la situazione eliminando gli eccessi, possiamo dire secondo me  che in Italia, oggi, una donna che subisce una violenza sessuale o che è vittima di violenza domestica ha più probabilità di rinascita di quanto ne avesse una donna di 10-15 anni fa. La strada è lunga e siamo appena all’inizio, certo. I diritti di genere continuano a essere troppo spesso un optional, le violenze sono tutt’altro che eliminate. Ma sarebbe ingiusto non riconoscere quel che è stato fatto a migliaia e migliaia di donne e uomini illuminati che si sono spesi per migliorare la situazione.

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/20/intervista-a-giusy-fasano-societa-e-violenza-sulle-donne-di-tutte-le-eta/

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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