Davide-Vannoni

Gli avvocati di Davide Vannoni, dopo settimane di trattative, avrebbero raggiunto un accordo con il procuratore a capo dell’indagine Raffaele Guariniello: un anno e dieci mesi se lo psicologo di Torino rinuncia al ricorso al Tar del Lazio contro le decisioni del Ministero della Salute e interromperà in via definitiva le sue attività in Italia. Ovviamente la decisione finale spetta al Tribunale torinese. La via del patteggiamento sarebbe la strada scelta da quasi tutti gli imputati del ‘processo Stamina’, 13 tra medici e professionisti, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata e alla somministrazione di farmaci pericolosi. Non si sa al momento se anche le persone e i medici legati agli Spedali Civili di Brescia, dove ha avuto sede laStamina Foundation, cercheranno anch’essi di patteggiare la pena. Interessato dalla vicenda giudiziaria anche il Tribunale di Trieste, dove si sta svolgendo il filone del processo che riguarda il medico Marino Andolina, accusato di peculato per aver utilizzato degli spazi dell’ospedale Burlo Garofalo per somministrare la ‘cura Stamina’.

Il Ministero della Salute, con un decreto, ha limitato le cosiddette ‘cure compassionevoli’ allo scopo dichiarato di evitare possibili truffe a danno dei malati e dei familiari. Per poter essere somministrate ai pazienti devono essere in avanzata fase di sperimentazione e devono portare un tangibile beneficio.

Permane comunque lo sconforto da parte dei tanti che avevano riposto le proprie speranze nella ‘cura Stamina’ e anche di coloro che se ne considerano delle vittime perché per loro, in questo processo, non è previsto alcun risarcimento. Eventualmente bisognerà farne richiesta in sede civile. Inoltre, va ricordato che se il patteggiamento andasse a buon fine le spese processuali non ricadrebbero sui ‘condannati’ ma resterebbero a carico della collettività.

Era il 2009 quando Davide Vannoni costituiva la Stamina Foundation con lo scopo di «riunire ricercatori di differenti Paesi altamente specializzati nell’ambito delle cellule staminali adulte». Vannoni non è un medico, è laureato in Lettere e insegna Psicologia Generale all’Università di Udine: al momento della fondazione della sua onlus non ha pubblicato alcuna ricerca scientifica sul ‘metodo’ proposto e dei relativi effetti sui pazienti.

Vannoni ritiene che la gamma di malattie che possono essere curate con il suo ‘metodo’ è molto ampia e dice di averlo sviluppato dopo aver trattato una emiparesi facciale causata da un’infezione virale.

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Le staminali sono cellule non ancora specializzate e quindi in grado di trasformarsi in diversi tipi di cellule del corpo. In effetti, ognuno di noi si sarebbe formato a partire da questo tipo di cellule che poi, durante la gestazione, si differenziano originando strutture e organi. Anche nei corpi formati e adulti sono presenti tipologie di staminali, ma meno versatili di quelle embrionali, ricavabili in diversi tessuti dell’organismo tra cui gli strati adiposi. Le cellule utilizzate da Vannoni sono ottenute attraverso prelievi di midollo osseo. Egli sostiene di impiegare cinque tipi diversi di staminali, le cui quantità sono calibrate in base ai risultati che si vogliono ottenere.

Quella attuale non è che l’epilogo della lunga vicenda giudiziaria che ha accompagnato la Stamina Foundation fin dalla sua nascita e che ha portato Vannoni a spostare i suoi laboratori da Torino a San Marino, a Trieste e poi a Brescia. Durante un sopralluogo disposto dal Pubblico Ministero Guariniello, cui parteciparono i NAS e ispettori dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), furono riscontrate numerose carenze igieniche, la scorretta conservazione di alcuni prodotti e l’assenza di misure di sicurezza adeguate nei locali che all’epoca, nel 2012, si trovavano negli Spedali Civili di Brescia. Successive indagini rilevarono scarsa chiarezza nei protocolli di terapia e mancanza di adeguato controllo sui pazienti, molti dei quali bambini. Fu disposta la sospensione dell’attività.

Il ‘caso Stamina’ è diventato una ‘vicenda italiana’ dopo che gli operatori di una trasmissione televisiva hanno accolto l’appello dei genitori di una bambina affetta da leucodistrofia metacromatica. Questi sostenevano che Sofia stava traendo giovamento dalla somministrazione della ‘cura’, ovvero di cellule staminali mesenchimali, e rifiutavano quindi di accettare passivamente la decisione ministeriale.

In contemporanea alla sospensione dell’attività per la Stamina Foundation fu ordinata infatti dal Ministero anche l’interruzione di tutti i trattamenti in atto. Molte famiglie però fecero ricorso alla magistratura per ottenere il permesso di proseguire la ‘terapia compassionevole’ con le staminali. Oltre 25 ricorsi sono stati accettati mentre in 4 casi i giudici omologarono il proprio parere a quello delle autorità sanitarie. Tra questi, il caso della piccola Sofia. Ma i genitori non demordono e, oltre agli appelli televisivi e incontri non risolutivi col Ministro Balduzzi, decidono per un cambio di residenza, un nuovo ricorso e la perseveranza viene a quel punto ripagata. Ottengono il permesso di proseguire con le staminali che a parer loro avevano iniziato a dare dei benefici.

La conseguente confusione generata dalle decisioni ritenute poco eque per i pazienti ha indotto il ministro ad emanare un decreto urgente col quale veniva concessa «eccezionalmente, la prosecuzione di trattamenti non conformi alla normativa vigente per i pazienti per i quali sono stati già avviati alla data di entrata in vigore del decreto».

Se da una parte in tanti scendono in piazza per chiedere la possibilità di impiego del ‘metodo Stamina’ per tutte le persone con malattie incurabili che ne facciano richiesta, dall’altro  esponenti della comunità scientifica esprimono pubblicamente le loro perplessità. Il Premio Nobel Shinya Yamanaka, presidente della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali (ISSCR) si è dichiarato molto preoccupato per il «fatto che trattamenti basati sulle cellule staminali non sperimentati in modo adeguato siano immessi sul mercato. Non è chiaramente affermato nella letteratura scientifica che le cellule staminali mesenchimali abbiano alcuna efficacia nel migliorare le condizioni neurologiche».

I primi dati scientifici sul ‘metodo Stamina’ vengono pubblicati sulla rivista internazionale Neuromuscolar Disorders e riguardano il trattamento di 5 bambini affetti da atrofia muscolare spinale (Sma) in cura presso l’ospedaleBurlo Garofalo di Trieste. I risultati non sono incoraggianti, due bambini sono deceduti subito dopo le somministrazioni di staminali e gli altri hanno concluso il ciclo ma in condizioni di salute gravissime. Vannoni ha sempre rinnegato questi risultati asserendo che ciò si è verificato in quanto le misure delle diverse tipologie di cellule non sono state quantificate bene.

Quando invece a morire è la piccola Sofia, Vannoni punta il dito sulle istituzioni, per le leggi contraddittorie in materia di sperimentazione e somministrazione di ‘terapie compassionevoli’; pone l’accento sul tempo burocratico intercorso tra i due ricorsi avanzati dai genitori della bambina e sul conseguente ritardo nella somministrazione della cura. E si augura che non sia la prima di una lunga serie.

La lista che in breve tempo si allunga considerevolmente invece è quella dei pazienti insoddisfatti. Maggiore scalpore ha suscitato la storia di un commerciante di 54 anni, indicato nelle carte dell’inchiesta come la vittima numero 52, il quale dopo la somministrazione delle staminali ha avuto una crisi epilettica. Ha raccontato di non aver avuto tanto paura del dolore o dell’accaduto, quanto del fatto che gli operatori che lo sottoposero  alla ‘terapia’ dinanzi ai medici dell’ospedale civile di San Marino, dove è stato ricoverato con urgenza, in seguito hanno negato tutto.

«Erano imbarazzatissimi, negarono di avermi fatto un trapianto di cellule staminali. La prima volta che ho telefonato a Vannoni, mi ha assicurato che sarei guarito subito, al cento per cento.»

La polemica sul ‘caso Stamina’ si fa sempre più infuocata quando cominciano a trapelare indiscrezioni dalle indagini condotte dai NAS. «Nelle infusioni non c’è traccia di cellule staminali. Emerge anche il rischio di trasmissione di malattie infettive, dall’Hiv al morbo della mucca pazza.» Anche questa volta la replica di Vannoni non si fa attendere. «Siamo al ridicolo: il protocollo Stamina si basa sull’utilizzo di cellule staminali molto pure, che sono tra l’altro caratterizzate e documentate presso di Spedali Civili di Brescia. […] Questi presunti esperti non hanno trovato una proteina, il Cd105, che secondo parte della letteratura dovrebbe indicare la presenza di cellule staminali mesenchimali. Nelle nostre non c’è. Secondo molti scienziati la proteina indica solo che le staminali sono indirizzate a diventare osso. Ma noi non vogliamo che questo accada, noi le trasformiamo in neuroni, per questo la proteina non c’è.»

Il direttore del Laboratorio di cellule staminali dell’Università di Milano ipotizza dietro la vicenda Stamina «ciclopici interessi internazionali» che mirano al progressivo fallimento del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

Le vittime del ‘metodo Stamina’ si sono così in breve ritrovate a dover gestire lo sconforto per il crollo inesorabile di tutte le speranze poste e alimentate nella ‘cura’ e con il dover fare letteralmente i conti di una vicenda che a qualcuno è costata quasi 40 mila euro, pagati in «due tranche: una di 27 mila e l’altra da 9» con tanto di suggerimento di «non rivelare all’ospedale di Torino le punture eseguite a Trieste dal dottor Marino Andolina», collaboratore di Vannoni.

Se Vannoni e gli altri imputati al processo sul ‘metodo Stamina’ dovessero accettare il patteggiamento e rinunciare all’esercizio della loro attività in Italia, nulla vieterebbe di farlo altrove. Sarebbe l’ennesimo pasticcio di questa triste vicenda iniziata proprio nel momento in cui lo psicologo Vannoni, insieme a un ricercatore russo e uno polacco, decisero di sviluppare un sistema diventato poi il ‘metodo Stamina’.

Staminali: Vannoni, domani consegno Protocollo a Iss

Davide Vannoni

 

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