Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, delegato per le attività per la legalità e da poco nominato dal governo Renzi componente dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, risponde alla notizia delle due inchieste giudiziarie che lo vedono indagato per mafia parlando di «aggressione» e «delegittimazione in atto contro i vertici di Confindustria».

Sono la Procura di Caltanissetta e quella di Catania ad aver avviato i procedimenti di inchiesta e sarebbero tre i collaboratori di giustizia che lo accuserebbero e che avrebbero parlato di «appalti e relazioni antiche con nomi discussi, un paio dei quali suoi testimoni di nozze».

Uno dei tre pentiti sarebbe Salvatore Dario di Francesco, originario di Serradifalco in provincia di Caltanissetta come lo stesso Montante. Ex dipendente del consorzio Asi, l’area di sviluppo industriale, per gli inquirenti è il «collante tra gli esponenti di Cosa Nostra e i colletti bianchi della provincia». Il Di Francesco è compare di Vincenzo Arnone, figlio di Paolino Arnone, il boss morto suicida in carcere nel 1992. Vincenzo Arnone a sua volta è testimone di nozze di Montante.

Per spiegare la situazione in atto Montante ricorda le parole pronunciate solo qualche giorno fa dal presidente della corte d’Appello di Caltanissetta in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario e che definisce ‘profetiche’: «attacchi contro i nuovi vertici delle forze dell’ordine e della magistratura, insieme con i rappresentanti di Confindustria Montante e Lo Bello».

Montante afferma che il suo impegno «contro il malaffare per liberare le imprese dal sopruso delle mafie continuerà con maggiore forza e determinazione di prima». Manifestazioni pubbliche di solidarietà al presidente di Confindustria Sicilia sono giunte da Giorgio Squinzi che si dichiara «sorpreso dalle anticipazioni a mezzo stampa che riguardano Antonello Montante, che ha deciso da tempo di schierarsi nella lotta contro la mafia, rischiando in prima persona» e dal presidente Rosario Crocetta «non ne so nulla assolutamente di nulla di questa storia. Di Antonello Montante conosco la storia individuale, personale di un uomo che in pratica ho conosciuto per le sue iniziative antimafia. Non è dai giornali che si apprendono le cose. Lo conosco come una persona impegnata nella lotta alla mafia».

Il gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle all’Ars chiede invece al presidente degli industriali siciliani di lasciare «il suo incarico all’Agenzia nazionale per i beni confiscati. È opportuno anche un passo indietro in Confindustria». La capogruppo Zafarana e il deputato Cancelleri sottolineano che «se le notizie stampa dovessero rispondere al vero Montante non può far finta di nulla. È vero che essere indagato non equivale assolutamente a un giudizio di colpevolezza, è altrettanto vero, però, che Montante è il delegato per la legalità di Confindustria e componente dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, in pratica un simbolo antimafia. E un simbolo antimafia non può essere sfiorato dal benché minimo dubbio. Pertanto si dimetta, in attesa che la giustizia faccia il suo corso».

A chiedere le dimissioni di Antonello Montante anche i componenti del M5S delle Commissioni antimafia, regionale e nazionale.

La Federazione delle associazioni antiracket (Fai) richiama l’attenzione invece su quella che è stata definita la ‘Rivoluzione antimafia’ delle imprese siciliane, iniziata con il ‘codice etico antimafia’ di Confindustria e che ha sempre incentivato le denunce contro il racket arrivando anche a emarginare coloro che sono stati considerati ‘vicini’ ai clan. «Esprimiamo la nostra convinta fiducia nel lavoro dei magistrati, ma è doveroso richiamare la forza e il valore di una storia personale e collettiva, quella di Antonello Montante e del nuovo gruppo dirigente di Confindustria Sicilia. Nell’estate del 2007 proprio a Caltanissetta partì una vera e propria ‘rivoluzione copernicana’ che ha rappresentato un elemento di svolta nella lotta al racket rafforzando l’esperienza di quel movimento che nel 1990 era nato a Capo d’Orlando. Non può essere etichettata né come ‘antimafia dell’ultim’ora’ né come soggetto segnato dalla retorica. Al contrario: dopo quella svolta niente più, sul terreno dei fatti concreti, è stato come prima per gli imprenditori siciliani».

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Il 2014 è stato l’anno in cui l’Italia si è collocata tra i peggiori nella classifica di Transparency International, al 69° in Europa e al 174° nel Mondo sulla scala della percezione della corruzione del settore pubblico.  E in effetti proprio il 2014 è stato caratterizzato dall’esplosione di tre grandi scandali: ilcaso Mose, lo scandalo Expo e l’inchiesta su Mafia Capitale.

In un articolo della corrispondente Elisabetta Povoledo il New York Timesnell’edizione internazionale rifletteva sul fatto che «virtualmente, non c’è angolo d’Italia che sia immune dall’infiltrazione criminale. Perfino in un Paese in cui la corruzione è data per scontata nella vita quotidiana le rivelazioni hanno sbalordito i cittadini. La diffusa e incontrollata corruzione di fondi pubblici rivelata dall’inchiesta (Mondo di Mezzo, ndr) è un esempio della situazione che ha portato il debito pubblico dell’Italia a un livello altissimo».

Secondo la prima Relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione  pubblicata dalla Commissione europea «la corruzione è un fenomeno che interessa tutti gli Stati membri e che costa all’economia europea circa 120 miliardi di euro l’anno». In Italia la corruzione costa ogni anno allo Stato 60 miliardi di euro, pari a circa il 4% del Pil.

In un articolo del 29 giugno 2014 postato sul Blog di Beppe Grillo si legge: «La Germania, che è il Paese più ligio alle leggi in Europa, ha nelle sue carceri 8.700 corrotti. Sapete quante persone sono nelle carceri italiane per il reato di corruzione? 10. Se la corruzione venisse punita come si deve, certamente dovremmo aprire nuove carceri, ma certamente avremmo decine di miliardi da mettere nella crescita e nello sviluppo e leggi finalmente più serie. Basterebbe risanare la politica per avere immediatamente un vantaggio enorme per la collettività. E basterebbe creare un fisco trasparente per svelare il traffico di denaro sporco. Aggiungiamoci che siamo il Paese delle tre maggiori organizzazioni criminali dell’Occidente: mafia, camorra e ‘ndrangheta, e che gran parte dei passaggi di soldi sporchi uscirebbe allo scoperto con un fisco trasparente e viene al momento svelata solo grazie alle intercettazioni».

La portavoce Roberta Lombardi entra ancora più nel merito del ‘sistema Italia’: «imprese sane e virtuose falliscono e quindi cala il gettito fiscale, perché lavoreranno solo quelle degli amichetti della politica bipartisan (Mafia Capitale docet) che spesso le tasse neanche le pagano, essendosi abilmente camuffate da cooperative e godendo dei relativi vantaggi fiscali. E altre non ne apriranno perché è follia di questi tempi entrare in un mercato drogato sapendo di non poter competere e quindi fatturare e quindi assumere. E l’Italia così è affondata. Capito perché la corruzione è la madre di tutti i mali del nostro Paese? Capito perché ai partiti non interessa combatterla?»

È dagli appalti pubblici che le mafie ricavano gran parte delle loro ricchezze. È cosa nota che a fare da sfondo alle opere pubbliche in Italia spesso, troppo spesso, purtroppo, ci sono gare truccate, forniture di materiale scadenti o non conformi, imprese legate ai clan…

Sul problema della corruzione è ritornato più volte il giudice Ferdinando Imposimato, in un post del 22 luglio scorso sulla sua pagina social afferma che «Renzi tace sulla dilagante corruzione che incide sui cittadini per 70 miliardi di euro ogni anno, sottratti a lavoratori e giovani. La corruzione nasce dalla mancata soluzione del conflitto di interessi, cancro della democrazia. La legge anticorruzione del 2012  è stata una mera finzione. Lo ha messo ben in evidenza il 16 luglio 2014 in Commissione affari costituzionali l’onorevole Massimo Baroni del M5S, che ha affrontato il problema cruciale della mancata applicazione delle norme su trasparenza e prevenzione della corruzione alle migliaia di società partecipate che sperperano danaro dei cittadini senza controllo pubblico. Pensare di contrastare la corruzione, ha detto Baroni, senza affrontare il problema dei conflitti di interessi è una chimera. Nulla è stato fatto per rendere vincolanti i casi di incompatibilità sospesi per gli incarichi in corso, corrotti e corruttori».

Il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squiteri nel suo discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha affermato che «crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso, nel quale l’una è causa ed effetto dell’altra. L’illegalità ha effetti devastanti sull’attività di impresa e quindi sulla crescita. Il pericolo più serio per la collettività è una rassegnata assuefazione al malaffare, visto come un male senza rimedi. Non possiamo permettere che questo accada».

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© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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