Notizie sconcertanti e allarmanti arrivano in queste ore da Lampedusa: potrebbero essere più di 330 i migranti vittime di una tragedia che va ben oltre i confini territoriali delle acque ove sono annegati.

Carlotta Sami, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dopo aver raccolto le testimonianze di alcuni superstiti conferma che non c’era solo il gommone con 29 profughi morti assiderati e 76 superstiti soccorso nella giornata di ieri da un rimorchiatore ma almeno altri due, affondati, sui quali viaggiavano oltre 210 persone, e un’imbarcazione con a bordo 100 migranti che sarebbe stata travolta dalle onde.

Un dramma umano di proporzioni enormi iniziato ancor prima della tragedia consumatasi in mare «da alcune settimane eravamo in 460 ammassati in un campo vicino Tripoli in attesa di partire. Ci hanno assicurato che le condizioni del mare erano buone, ma in ogni caso nessuno avrebbe potuto rifiutarsi o tornare indietro: siamo stati costretti a forza a imbarcarci sotto la minaccia delle armi», raccontano dei ragazzi superstiti, originari del Mali, e affermano anche di aver pagato per il viaggio l’equivalente di 650 euro.

Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, ha tristemente commentato «i 366 morti del 3 ottobre 2013 non sono serviti a niente, le parole del Papa non sono servite a niente e siamo tornati a prima di Mare Nostrum (la missione di salvataggio della Marina Militare avviata dal Governo Letta il 18 ottobre 2013 e terminata il 1 novembre, quando è stata sostituita dall’intervento europeo di controllo delle frontiere, il Triton, ndr)».

Per l’Unhcr il Triton «non fornisce in modo adeguato la capacità di ricerca e soccorso. L’Ue fornisca all’Italia un sostegno adeguato in modo che possa far fronte agli arrivi di persone che attraversano irregolarmente il Mediterraneo».

Nonostante il clima rigido e le condizioni spesso avverse del mare, nel mese di gennaio sono stati 3.528 i migranti che hanno sfidato la sorte a bordo di imbarcazioni di fortuna, contro i 2.171 dello scorso anno. Se, nonostante tutto, i numeri dei flussi migratori continuano ad aumentare bisogna interrogarsi su quali possano essere delle reali e concrete misure di soccorso da mettere in atto per esser certi che «a nessuno al mondo, per la breve durata di una vita, doveva essere consentito passare per quell’inferno» (cit. Non dirmi che hai paura, Giuseppe Catozzella).

A tutti coloro i quali asseriscono, affermano, urlano a gran voce che la soluzione al problema è fare in modo che questi profughi restino ‘a casa loro’ e venga proprio impedito a priori di partire e lasciare luoghi e territori spesso martoriati dalle guerre, dalla povertà, o dalla cupidigia e dall’ingordigia di pochi, il portavoce alla Camera per il M5S Alessandro di Battista risponde: «ci sono immense imprese europee e nordamericane che ungono le classi dirigenti locali per avere appalti e concessioni e continuare la depredazione dell’Africa costringendo i cittadini africani a cercare nuovi spazi e nuove opportunità. Quel che succede già a noi in fondo, anche se non moriamo nel mar Mediterraneo. Già espatriamo in direzione USA, Australia e Gran Bretagna ma in futuro andremo noi a vendere le rose nelle zone più ricche di Mumbai. È tutto un circolo vizioso, fanculo ai soldi. Il dramma dei morti di Lampedusa è tutto qui. Nel primato del profitto sull’umanità, dell’oro sul sangue. I soldi sono uno strumento non un fine». O meglio, questo dovrebbero essere.

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