Democrazie senza scelta e partiti anti-establishment. La rivolta degli elettori nell’indagine di Morlino e Raniolo

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Le analisi storiche delle crisi del passato suggeriscono che queste siano state, alla fin fine, «un’opportunità di cambiamento e di reinvenzione o rigenerazione della democrazia». Cosa è accaduto e sta accadendo come conseguenza della crisi economica iniziata nel 2007 e che gli autori definiscono Grande Recessione? L’indagine svolta da Leonardo Morlino e Francesco Raniolo, che poi è diventata il libro Come la crisi economica cambia la democrazia edito da ilMulino, è volta principalmente a studiare la «crisi nella democrazia», nelle sue procedure e risultati, così come nei suoi contenuti, ovvero «nel mix di libertà ed eguaglianza che riesce a garantire».

Oggetto di studio sono stati i paesi del Sud Europa, quelli che con accezione negativa venivano indicati con l’acronimo Piigs, oggi diventato GIIPS: Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. I medesimi ad aver risentito maggiormente degli effetti negativi della stessa crisi, come delle misure preposte per superarla, anche rispetto i paesi dell’Est, come per esempio Polonia e Repubblica Ceca, che hanno subito minori contraccolpi. Di sicuro, nella gestione della crisi «l’Unione Europea ha agito da concausa nell’accentuazione dei suoi effetti e nella sua durata». Una costellazione di situazioni che «ha messo in tensione il sistema di governance (dell’UE)», ma anche la coesione tra gli stati membri e, in un certo senso, «la stessa autocoscienza europea». In sintesi, l’Unione Europea ha rischiato «e rischia tutto’ora una vera e propria implosione».

La crisi ma, soprattutto, le misure imposte per superarla hanno agevolato la formazione e il successo elettorale di «nuovi imprenditori politici e formazioni», nonché il discredito di quelli al governo. La crisi economica, sottolineano Morlino e Raniolo, ha ingigantito tendenze latenti che erano già presenti nei sistemi partitici e nei modelli di relazione tra cittadini e istituzioni. Il declino dei partiti può anche essere letto come «declino della legittimità dello stesso canale di rappresentanza elettorale-territoriale», con la conseguenza che cittadini ed élite «cercano altre strade per trasmettere le loro domande».
La maggiore partecipazione sviluppatasi negli anni successivi alla crisi è venuta caratterizzandosi per il maggior peso delle posizioni politiche anti-establishment, dell’opposizione alle politiche anti-austerità e per atteggiamenti contrari all’Unione Europea. In poche parole, la partecipazione «è diventata sempre più radicale e di protesta».

Nuovi «attori partitici rilevanti» che hanno minacciato in tre casi su quattro direttamente il controllo del governo e, in un caso, conquistandolo effettivamente.
I partiti e movimenti indicati come di protesta oggetto dell’indagine sono:
Syriza: coalizione della Sinistra Radicale in Grecia.
Movimento Cinque Stelle in Italia.
Podemos in Spagna.
Livre, Partido da Terra e Partido Democrático Republicano in Portogallo.
Chrysi Avgi (Alba Dorata) in Grecia.
Lega in Italia.
Ciudadanos in Spagna.
Il caso particolare del Portogallo dimostra come gli elettori avrebbero anche potuto scegliere di adottare «atteggiamenti di alienazione o semplicemente indifferenza e apatia».

Questi partiti si definiscono e sono percepiti dall’opinione pubblica come partiti di protesta. Tutti, tranne uno, hanno avuto successo di recente, ma solo alcuni sono partiti genuinamente nuovi. Tutti, infine, vengono considerati populisti o neo-populisti. Nel complesso «è come se gli elettori del Sud Europa fossero diventati più sensibili alla delusione». Nelle quattro democrazie analizzate, «ma in realtà non solo in queste», si è assistito alla crescita inusitata di un’offerta politica capace di canalizzare la protesta e il risentimento degli elettori. «Tali trasformazioni non necessariamente devono essere considerate come un rischio per la democrazia», anzi potrebbero essere considerati segnali del fatto che «i regimi democratici hanno un’elevata flessibilità e resilienza alle sfide esterne».

Non tutti i partiti nuovi sono genuinamente tali, quelli che lo sono rappresentano degli «outsider che non sono il prodotto delle tattiche e delle dinamiche parlamentari» e perciò «costituiscono una minaccia per i partiti tradizionali». Seguendo questa logica si può facilmente comprendere come un elemento chiave di questi nuovi partiti sia «di presentarsi quali partiti anti-establishment» e, in un certo senso, come «partiti anti-partito». Da questo punto di vista «il modello paradigmatico di un partito genuinamente nuovo è probabilmente rappresentato dal M5S in Italia e da Podemos in Spagna».
Per quanto riguarda la rappresentatività sociologica, la classe politica del M5S è caratterizzata dalla giovane età. I giovani deputati (uomini e donne), compresi quelli di Podemos, sono «altamente istruiti».

Quello che traspare da questi dati è l’attivazione di «un cleavage generazionale prima latente nella politica delle democrazie europee» e che sta alla base della «rivolta degli elettori che ormai sembra caratterizzare le elezioni delle democrazie occidentali». Tale linea di divisione si sovrappone e si intreccia «con il cleavage esclusi-garantiti o vincitori-perdenti della globalizzazione».
La politica di protesta «è strutturalmente esposta alla delusione degli elettori» e ciò spiega la volatilità delle fortune elettorali e «la necessità del radicalismo come strategia competitiva e comunicativa». Non si tratta solo di «ipocrisia politica» o di cinismo dei leader. Innanzi tutto, «l’istituzionalizzazione organizzativa introduce nuovi vincoli interni ed esterni ai quali il partito deve adattare anche i propri obiettivi».

Come aveva già opportunamente evidenziato Stein Rokkan, all’interno di ogni democrazia operano due canali di influenza: «il canale elettorale-territoriale e il canale corporativo-funzionale». Il primo è caratteristico della «politica partigiana», nel secondo invece prevalgono «i gruppi di interesse e gli attori economici». Le quattro democrazie oggetto dell’indagine di Morlino e Raniolo si sono generalmente caratterizzate per «una ipertrofia del canale elettorale-territoriale», aspetto questo centrale «specialmente nel caso italiano», e mostrano una relativa debolezza del canale funzionale. Tale asimmetria tra i due canali è stata «favorita dall’assenza di un ruolo regolativo dello Stato e dalla sua permeabilità agli interessi settoriali». Non a caso si è parlato, proprio in relazione all’Europa del Sud, di Stato informale (Sotiropolus 2004), di deriva distributiva (Ferrera 2012), di neo-caciquismo (Sapelli 1996) e, in termini più neutri, di gatekeeping partitico (Morlino 1998).

Gli autori sottolineano come vada sempre ricordato che «la democrazia non è solo la forma di governo di uno Stato, ma anche un meccanismo di regolazione o di governance di una certa struttura socio-economica che in Occidente è una qualche variante dell’economia di mercato o del sistema capitalistico». La questione diventa «il ruolo che in tali sistemi economici e sociali hanno avuto e hanno lo Stato e le istituzioni della rappresentanza politica». La varietà di relazioni Stato/economia che contraddistingue i casi analizzati funge da «variabile interveniente», nel senso che «definisce un set di condizioni (per lo più istituzionali) che rende i paesi del Sud Europa più vulnerabili agli shock esterni», aggravando al contempo gli effetti della recessione e rendendo «meno efficace il management della crisi». Il tutto con le dovute variabili e differenze tra i vari Paesi.

Nei movimenti di protesta temi materialisti (sicurezza economica, inflazione, disoccupazione) e post-materialisti (partecipazione, democrazia diretta, auto-realizzazione, beni comuni) hanno finito per sovrapporsi e mescolarsi. Tale ibridazione potrebbe costituire, nell’opinione degli autori, il punto di contatto tra diversi movimenti che nell’ultimo decennio hanno fatto parlare di un grande «ciclo di protesta transnazionale» che ha investito l’Europa, gli Stati Uniti, il Cile e il Brasile, il Nord Africa e anche Hong Kong. Una sorta di «crisi di legittimità delle democrazie avanzate».
Nel caso dei paesi oggetto d’indagine molto hanno inciso le politiche governative come anche e soprattutto quelle del governo centrale. Il processo di europeizzazione ha determinato «due effetti perversivi».
Ha alimentato un nuovo conflitto che ha inciso sulle relazioni tra i paesi appartenenti all’area euro e al di fuori di essa, tra paesi forti e paesi deboli all’interno dell’area euro, tra paesi forti nella medesima area. Quando si prendono in considerazione le politiche di austerità, «la realtà è stata quella di democrazie senza scelta», con le principali riforme fiscali, di bilancio, della pubblica amministrazione e del lavoro decise da attori esterni e implementate da attori interni.
«Il vero meccanismo innescato dalla crisi è la catalizzazione», mentre la componente di «agenzia della democrazia» si è adattata alla nuova situazione di delegittimazione, con tutto il carico di azioni, trasformazioni e conseguenze che ne sono derivate.

La ricerca sul campo condotta da Leonardo Morlino e Francesco Raniolo nei quattro paesi oggetto d’indagine (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo) è stata finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica (Protocollo n° 2010 WKTTJP).

Bibliografia di riferimento

Leonardo Morlino, Francesco Raniolo, Come la crisi economica cambia la democrazia. Tra insoddisfazione e protesta, ilMulino, 2018. Traduzione di Valeria Tarditi dall’edizione inglese originale The Impact of the Economic Crisis on South European Democracies, edito in Gran Bretagna da Palgrave Macmillan e in Svizzera da Springer International Publishing AG.

Biografia degli autori

Leonardo Morlino è professore ordinario di Scienza politica e direttore del Centro di Studi sulle Democrazie e Democratizzazioni alla LUISS di Roma.

Francesco Raniolo è professore ordinario di Scienza politica e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilMulino per la disponibilità e il materiale


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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 

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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Hikikomori: il fenomeno dei ‘ragazzi ritirati’ in “Due fiocchi di neve uguali” di Laura Calosso (SEM, 2018)

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Restarsene in disparte, isolarsi. Scegliere di rimanere volontariamente segregati in casa, nella propria stanza, piuttosto che socializzare, frequentare la scuola o il lavoro. Nessun contatto con il mondo reale ma intensa e protratta attività in quello virtuale, dei giochi e delle chat. Hikikomori è il nome, di origine giapponese, designato per indicare questo triste fenomeno che in Italia, secondo stime riportate sul sito hikikomoriitalia.it, interesserebbe almeno 100mila casi.
Il mondo virtuale, digitale non è però la causa dell’isolamento, bensì un rifugio contro il proprio malessere, che ha origini diverse e svariate. Quali sono allora le cause di questo fenomeno pericolosamente in aumento?

Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali pur raccontando una storia inventata, specificando che il suo libro è un’opera di fantasia, compie un’attenta ed elaborata analisi del fenomeno come delle cause e delle conseguenze.
Nel testo vengono raccontate le storie di tanti adolescenti e, di rimando, quelle dei genitori, protagonisti carnefici e vittime, più o meno consapevoli, più o meno in parti uguali, di quanto accade ai propri figli. E di quello che diventano negli anni che li trasformano da bambini in ragazzi e poi in adulti.
Ragazzi apparentemente così diversi eppure, in fondo, tanto simili, accomunati da quell’insidioso malessere, che è proprio mal di vivere, e che li rende taciturni, melanconici, rabbiosi o addirittura frenetici ed euforici.

Margherita, Carlo, Marta, Gabriele, Umberto… sono tutti “sbandati”, anche se ognuno a modo proprio. Non hanno punti di riferimento, né solide e valide linee guida lungo cui scorrere per crescere e maturare la propria esistenza. Sono tutti “ragazzi ritirati”, anche se agli occhi degli altri solamente Carlo lo è, perché lui lo è fisicamente. Dal momento in cui si è chiuso nella sua stanza nella speranza, vana, di lasciare il resto del mondo fuori è apparso chiaro a tutti il suo ‘problema’. Ma il suo isolamento, il tempo trascorso al computer a chattare o a disegnare non è la malattia, è un sintomo. È la manifestazione di un problema. E sarà proprio la sua visibilità, forse, a salvarlo. Contrariamente a Margherita, il cui malessere invece se l’è portato sempre dentro, ben nascosto da un’apparente calma e determinazione.

E poi ci sono i genitori nella storia raccontata dalla Calosso. Adulti che hanno più problemi esistenziali dei figli. Insoddisfatti, depressi, smaniosi di trasfondere loro i propri desideri, incuranti del fatto che queste giovani esistenze non rappresentano lo sfogo delle proprie frustrazioni o l’incarnazione di una seconda opportunità per i propri desideri irrealizzati. I figli sono persone che hanno sogni, desideri, aspirazioni, emozioni, sentimenti… indipendenti e autonomi, a qualunque età.
Genitori che non sanno più fare i genitori, così presi dai loro problemi personali o dalla smania di apparire, di sembrare il successo cui tanto ambiscono, che dimenticano di educare i propri figli alla vita. La vita quella vera.

Il registro narrativo scelto da Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali è molto intimistico, introspettivo, profondo, intenso. Lo stile della scrittura si adatta perfettamente al narrato. L’ambientazione assume un significato quasi evanescente rispetto alle storie che si stanno ivi consumando. I luoghi sono ben descritti e definiti, scelti con cura meticolosa e altrettanto attentamente raccontati attraverso gli occhi dei protagonisti, in particolare quelli incuriositi di Margherita. Eppure sembrano rimanere sempre nell’ombra. Come fossero fragili ologrammi che si spengono in batter di ciglia, scompaiono per poi riapparire sotto nuove forme e colori. La scena si sposta senza alcun intralcio per il lettore da una camera semibuia e disordinata ai paesaggi incantevoli della Costa azzurra, dalle aule di un liceo torinese alla camera di un ospedale. Ed è proprio in quest’ultimo luogo che il tempo, come lo spazio, sembrano dilatarsi oltremisura, esattamente come il dolore di una madre che realizza di non conoscere affatto la propria figlia. Di aver sempre erroneamente pensato che, siccome si comportava come le sue coetanee, dovesse per forza essere come loro. Che i problemi risiedessero altrove, lontano. Magari in quelle storie di droga e altro raccontate alla televisione. Non in sua figlia. Non dentro di lei. Pensava che il male potesse giungere solo da fuori e mai dall’interno.

Il malessere invece nasce dal sentirsi diversi. Diversi e incompresi. Soprattutto quando i genitori, la scuola e la società non chiedono altro che vedere la “normalità”, quella falsa che non ammette possano esistere due fiocchi di neve che non siano perfettamente uguali.


Articolo originale qui


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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016) 

“L’imperfetta” di Carmela Scotti (Garzanti, 2016) 

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017) 

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Goff (Bompiani, 2016) 

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Arma Infero. Il mastro di forgia” di Fabio Carta (Inspired Digital Publishing, 2015)

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Gli appassionati di fantasy amano immergersi in queste interminabili saghe dalle quali spesso vengono tratti altrettanti “corposi” film. Se lo scopo di questo genere di letture è l’estraniarsi completamente dal mondo reale per immergersi in quello immaginato dallo scrittore per i suoi lettori, allora le migliaia di pagine che vanno a comporre queste opere letterarie possono anche sembrare una quantità equa, giusta. Se invece lo scopo di chi legge è trovare anche altro l’impresa può farsi oltremodo ardua.

Fabio Carta, che in apertura del libro mette nero su bianco la sua passione per Guerre Stellari, per Star Trek e per tutto ciò che riguarda il genere, resta pienamente fedele alla tradizione e scrive una trilogia, Arma Infero, di cui solo il primo libro conta quasi settecento pagine. L’opera di Carta somiglia molto a un distopico all’interno del quale l’autore è riuscito a inserire i frammenti dell’altra sua grande passione: la Storia. E questo è fuor di dubbio l’aspetto più originale del libro. Un mix di narrazioni fantastiche e storiche che oppongono e al contempo legano due mondi: quello terrestre e il pianeta Muareb.

Quello che invece non convince è il linguaggio scelto dall’autore. Troppo carico di espressioni lontane dall’uso quotidiano, ancora una volta ottenute dalla sintesi del vecchio (la Storia) con il nuovo (l’extra-terrestre). Per quanto riguarda il registro linguistico forse Carta ha marcato troppo la sua volontà di dare un carattere forte e deciso al suo testo, che appare in questo modo a tratti molto appesantito proprio dal linguaggio eccessivamente ricercato.
I personaggi sono ben delineati e il lettore impara fin da subito a riconoscerli e identificarli all’interno del narrato. Sulle eccessive descrizioni ambientali invece vale un discorso analogo a quello fatto per il linguaggio. Il voler definire con la scrittura ogni dettaglio anche minimo toglie un po’ di spazio alla fantasia del lettore e appesantisce la narrazione.

Si intravede nel racconto una denuncia per la distruzione protratta e inarrestabile cui viene sottoposto continuamente il pianeta Terra da parte dei suoi abitanti umani e questo è senz’altro un aspetto molto interessante che lega il romanzo all’attualità. Aspetto che però Carta preferisce lasciare a margine della vicenda narrata. D’altronde si sta parlando di un fantascientifico e non di un romanzo-denuncia. Altri autori contemporanei di questo genere narrativo o cinematografico però hanno scelto di spostare l’attenzione anche su questa tipologia di “denuncia” e il risultato è sembrato molto interessante. Si riportano a titolo di esempio i libri della trilogia Silo di Hugh Howey o le opere di James Cameron, in particolare Avatar. Nel primo caso l’autore, attraverso la narrazione degli eventi, denuncia in maniera velata ma decisa le scelte politiche ed economiche spietate e immotivate dei governi occidentali, in ispecie quello americano. Nel secondo invece il regista canadese porta gli spettatori, attraverso le azioni degli avatar, a conoscere il mondo meraviglioso degli autoctoni di Pandora, facilmente identificabili con i nativi o con gli indios. Un universo incontaminato che rischia l’estinzione a causa dell’avidità economica degli esponenti del mondo “civilizzato”.
Fabio Carta scegli un finale aperto, del resto doveva già avere in mente i sequel al momento in cui ha scritto il primo libro, Il mastro di forgia. Pratica molto comune tra gli autori di fantasy.

Un libro, Arma Infero. Il mastro di forgia di Fabio Carta che nel complesso non delude di certo gli appassionati del genere che potranno immergersi nell’immaginario mondo di Muareb, lasciarsi stregare dall’intreccio serrato di accadimenti, intrighi e misteri sempre in bilico tra passato, presente e futuro.


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 “Dust” di Hugh Howey: società post-apocalittiche tra realtà e finzione 

“DNA” di Dario Giardi (Leone Editore, 2015) 

Cosa accadrebbe se la Rete fosse distrutta? “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2017) 

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce (Marcos Marcos, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

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Limiti. Frontiere, confini e la lotta per il territorio di Alfonso Giordano, edito da Luiss University Press in prima edizione a luglio 2018, è un testo scritto per analizzare i concetti basilari di frontiera limite confine e sovranità, nonché la loro evoluzione nel tempo e rappresentazione cartografica.
Si tratta di un libro che, analizzando l’evoluzione di queste nozioni, come del resto dello stesso mondo fisico cui vengono applicate, riesce a far comprendere al lettore numerosi e nodosi aspetti della più stretta attualità. Per esempio le lotte civili e intestine ancora presenti in varie parti del pianeta, le guerre di conquista, di potere o economiche, gli attacchi terroristici di varia matrice, il fenomeno delle migrazioni di popoli.

Alfonso Giordano è docente universitario e il suo libro equivale a una lectio magistralis posta per iscritto. Per comprenderne appieno il senso e gli insegnamenti bisogna avere la pazienza di leggerlo fino in fondo. Solo allora infatti si chiariranno anche quelle parti che erroneamente, nel leggerle, sono potute sembrare divagazioni o pedanti approfondimenti. In realtà sono dei chiarimenti, a volte anticipati, che aiutano il lettore a non lasciare zone d’ombra all’interno del ragionamento portato avanti dall’autore. Sono spiegazioni propedeutiche alla tesi enunciata.

In questo mondo globalizzato e iperconnesso, «in cui si comincia a guardare allo spazio come luogo di prossima colonizzazione umana», confini e frontiere tradizionali sembrano non avere più l’importanza di un tempo. Eppure, a meglio guardare, è piuttosto vero il contrario. Il ritorno del sovranismo «sottolinea con forza l’importanza delle identità nazionali» e in molti «auspicano un ritorno a confini più rigidamente demarcati e a frontiere chiuse».
Mai come oggi «la percezione stessa del limite convive con l’aspirazione dell’illimitato». Gli Stati continuano a mostrare molta attenzione al controllo del loro territorio dando vita a quel fenomeno che Michel Foucher ha definito «ossessione per le frontiere». Gli spazi geografici del pianeta Terra, tranne poche aree soggette a convenzioni internazionali, sono totalmente occupati dagli Stati e, proprio dalla «limitatezza degli spazi da acquisire o rivendicare, emerge una competizione tra gli Stati», principale oggetto di analisi del testo di Giordano.

L’autore ricorda che, sebbene l’impatto della globalizzazione venga associato a nozioni quali “la fine dello Stato”, le attività umane continuano ad avvenire dentro confini ben definiti. Una condizione di borderlessness «è un discorso che ha riguardato negli ultimi decenni soprattutto l’Europa», ma che è entrato in crisi con i recenti sviluppi della crisi migratoria nel Mediterraneo.
I conflitti cruenti interni ad alcune aree del mondo e le disuguaglianze economiche tra aree ricche e povere che alimentano i continui flussi di migranti mostrano quanto «sia illusorio pensare che dei confini, per quanto sempre più fortificati e controllati, possano efficacemente contrastare la spinta del bisogno, della paura o anche solo dei sogni di un futuro migliore».

In questo mondo interconnesso e globalizzato permangono forti attriti di tipo culturale, «che alcuni hanno chiamato di civiltà». Conflitti gravi permangono dove ancora «i confini, piuttosto che lo Stato, vengono rappresentati come fattori di identità e sicurezza». I confini finiscono per stabilire «una gerarchia: la posizione di un individuo nello spazio sociale è condizionata dai confini all’interno dei quali lo stesso individuo risiede», al punto da contribuire a determinare la sua identità.
Solo poche ideologie e pochi uomini hanno saputo «immaginare un mondo senza confini», senza essere preda della paura «di un inevitabile bagno di sangue, il tristemente noto homo homini lupus».

Nelle regioni dove i confini sono tracciati senza tener conto del fattore etnico, «o dove esiste una forte migrazione internazionale», molto spesso le culture varcano i confini e pongono un problema di coabitazione. Gli Stati che hanno in corso contese, a «diverso livello di conflittualità, con uno o più paesi per la sovranità su regioni, isole o territori frontalieri, sono più di centottanta». Le soluzioni a questi conflitti, «che spesso dietro la parola “territoriali” nascondono sofferenze umane», non potranno «essere ricercate nel solo sistema anarchico delle relazioni internazionali», ma dovranno sempre più essere «tese a una maggiore cooperazione internazionale nell’ambito di regole condivise».

Dopo aver elencato e analizzato le maggiori dispute territoriali nelle varie parti del mondo, Giordano si sofferma sul conflitto che potrebbe ripresentarsi al confine tra Irlanda del Nord – facente parte del Regno Unito – e Repubblica d’Irlanda come conseguenza di eventuali modifiche allo status quo allorquando la Brexit sarà ultimata. A rendere possibile l’accordo di pace del 1998 fu proprio «la prospettiva che il confine tra le due Irlande sarebbe in sostanza scomparso».

Il territorio è «un elemento che concettualmente si crede inamovibile» e si tende a indicarlo come un “limite fisso”, tuttavia mostra «la sua elasticità nella geografia politica contemporanea del mondo». Il fenomeno della globalizzazione, infatti, ha fornito come esito «una serie di potenti processi di sconfinamento» che pongono continuamente in tensione «partizioni consolidate come quella tra Nord e Sud e tra centro e periferia del mondo». Mai come oggi «la conoscenza geografica si rivela, dunque, ancor più necessaria» anche per evitare che tutto diventi una sorta di “gioco virtuale”, pericoloso quanto deleterio.
Giordano ha ricordato che visualizzazioni da paesi diversi di Google Maps danno come risultato carte geografiche con “limiti” differenti. «Google, spesso finita nei guai per le rappresentazioni soggettive delle sue carte», ha deciso, “semplicemente”, di mostrare «a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole».

Viene da sé a questo punto considerare una approfondita e seria conoscenza geografica di notevole importanza, anche e soprattutto nell’era di Google Maps. Come lo è la consapevolezza dell’importanza di libri come Limiti di Alfonso Giordano.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.


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L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018)

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L’Europa unita è sempre stata indicata come un grande traguardo per gli stati membri, un sogno. E tale è diventato ben presto nell’immaginario di intere popolazioni, ammaliate dalla prospettiva di far parte di un unico grande stato senza frontiere, con un mercato e una moneta comuni. Spostarsi da una nazione all’altra senza bisogno del passaporto e senza la preoccupazione del cambia valute, un mercato euro-globale per ogni tipologia di merce. Una Unione-potenza mondiale all’interno della quale ogni stato membro avrebbe rafforzato la sua posizione a livello globale.
È questo che è poi realmente accaduto? E se sì, come affermano quelli che l’autore chiama “euroinomani”, perché allora gran parte della popolazione in numerosi stati membri ha una percezione di quanto accaduto molto, ma molto diversa?
Non più un sogno, «ma una prigione di regole». La Gabbia, come il titolo scelto appositamente da Gianluigi Paragone nel cui marchio fu inserito non a caso il simbolo dell’euro.

A giugno 2018 esce, per UnoEditori, Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite di Alessandro Montanari. Un libro che racconta, con uno stile semplice, colloquiale, cosa significano in realtà le regole e le decisioni prese nei grandi palazzi di vetro, nei grattacieli, tra persone che fanno senz’altro i loro calcoli ma per decisioni e imposizioni che poi avranno le loro vere grandi ripercussioni sulla vita di tutti gli ignari cittadini, anche su quelli che continuano imperterriti a credere nel sogno di una grande Europa unita. Coloro che l’autore indica come euroinomani appunto, convinti che la cura ai tanti problemi irrisolti sia sempre e comunque l’Europa con la sua moneta unica e le sue tante regole che invece, a guardar bene, potrebbero esserne la causa.

Ci ricorda Montanari che l’euro è «l’unica moneta della storia senza uno Stato alle spalle, che unisce economie eccessivamente disomogenee, che ha un valore troppo elevato per alcuni Paesi e troppo basso per altri» e che la sua Banca Centrale «è un prestanome di ultima istanza di tipo anomalo».
Viene naturale chiedersi se davvero nessun economista abbia mai preventivamente esternato dubbi riguardo la moneta unica europea. Anche l’autore lo ha fatto e, dopo un accurato lavoro di ricerca, ha elencato per esteso i pareri di tanti economisti, sottolineando anche il contesto, la data e il luogo che hanno accolto le osservazioni. Vengono qui riportati solo i nomi di quelli che in tono scherzoso Montanari chiama “economisti populisti”:

Milton Friedman (Nobel per l’Economia 1976).
Paul Krugman (Nobel per l’Economia 2008).
Joseph Stiglitz (Nobel per l’Economia 2001).
Amartya Sen (Nobel per l’Economia 1998).
James Mirrlees (Nobel per l’Economia 1996).
Christopher Pissarides (Nobel per l’Economia 2010).
Oliver Hart (Nobel per l’Economia 2016).
Mervyn King.
Antonio Fazio.
Paolo Savona.
Luigi Zingales.
Lucrezia Reichlin.
Vincenzo Visco.

Quest’ultimo, allora ministro delle Finanze del governo Prodi, dichiarò: «la Germania continua a crescere a spese nostre perché c’è un marco svalutato che è l’euro». La Germania a tutti gli effetti quindi «vive e prospera in una condizione di svalutazione permanente dal giorno stesso del suo ingresso nella moneta unica. Ricavandone sensazionali, quanto indebiti, vantaggi».
Ma uscire dall’euro non si può, sarebbe una catastrofe. Lo ripetono così tante volte in tanti che lo diamo per buono però Montanari fa un’obiezione concreta: se le regole su cui si basa l’Unione europea sono frutto di “trattati” proprio in quanto tali allora potrebbero essere modificati, in qualunque momento, per meglio adattarsi alle necessità di quei paesi che meno hanno giovato della moneta unica. Questo in teoria, in pratica poi avviene tutt’altro. Quanto accaduto alla Grecia è emblematico della rigidità eccessiva di tutti questi “accordi” che finiscono per somigliare sempre più a prigioni, ovvero gabbie di regole.

La crisi del 2008 lasciata precipitare verso i debiti sovrani ha indubbiamente aggravato in maniera esponenziale la situazione. L’austerità, in periodi di recessione, «impone alla politica un inaccettabile ribaltamento dei valori» e delle priorità: «i numeri prima delle persone, la quiete dei mercati prima della pace sociale, l’Europa prima dell’Italia. Anzi degli italiani. Che è ancora peggio». Gli effetti collaterali di questo modello sono ben evidenti nel nostro Paese, osservabili «nel processo di proletarizzazione dei lavoratori», costretti ad accettare salari di mera sussistenza, a rinunciare gradualmente a diritti che sembravano acquisiti e ormai certi, e «nello smantellamento sistematico della spesa sociale».
Non stupisce e non dovrebbe stupire più di tanto che «il malcontento popolare vada diffondendosi per l’Europa» e nemmeno che scarichi tensioni e frustrazioni sugli immigrati, «alimentando penose guerre di sopravvivenza tra ultimi e penultimi».

Per Montanari, l’anti-europeismo non ha un unico volto però, come invece si vorrebbe far credere e volerlo ricondurre in maniera quasi ossessiva alla «matrice antropologica della xenofobia» serve solo a nascondere la vera radice del problema. Che è economica e solo in un secondo momento «dà sviluppo a una forma e una coloritura politica».
L’autore trova più che legittime le rivendicazioni da parte dei cittadini, i quali non chiedono altro che il lavoro, i salari e diritti perduti. In fondo è esattamente di questo che dovrebbe occuparsi e preoccuparsi la politica. La soluzione va cercata, per Montanari, nell’intervento pubblico, imponente e massiccio, sullo stile del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt per uscire dalla grande Depressione del 1929. Ma farlo oggi potrebbe essere molto più complicato di allora, anche come conseguenza della ormai ceduta sovranità monetaria.

Euroinomani di Alessandro Montanari è un libro, non tecnico, che racconta di economia, di politica, di società e anche di cultura e istruzione. Materie tutte inevitabilmente interconnesse e interdipendenti. Di austerity e di sociale, di euro e globalizzazione. Di Jobs Act e Bail in. Di Buona Scuola e alternanza scuola-lavoro. Di cambiamenti spacciati per ineluttabili se si vuol restare al passo con i tempi, con il progresso e la crescita, ma che, in realtà si sono rivelate essere mere misure restrittive delle libertà e dei diritti dei cittadini. Si prenda ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, sponsorizzata come una grande opportunità offerta ai giovani per “entrare” in contatto con il mondo del lavoro, fare esperienza… Cosa è accaduto invece? Questo strumento educativo «è stato rigettato dagli studenti», i quali ci hanno messo ben poco a comprendere che «nel lavoro di oggi… non c’è proprio nulla da imparare». E non ne vogliono granché sapere perché «hanno intuito che l’intenzione dei padri della Buona Scuola, che poi sono anche i padri del Jobs Act, non stesse tanto nell’educarli al lavoro, quanto piuttosto nel rassegnarli a un lavoro di questo tipo: incerto, malpagato e senza diritti».
I camerieri, cassieri, commessi, hostess a eventi e fiere, babysitteraggio di vario genere e quant’altro sono sempre stati lavoretti che i ragazzi e le ragazze hanno svolto, soprattutto in estate. Non si vede davvero motivo valido per cui per fare ciò, tra l’altro senza neanche adeguata retribuzione, debbano togliere tempo allo studio e alla formazione.

Un libro, Euroinomani di Montanari, che racconta di una classe politica caratterizzata dal pedissequo «impegno per il superfluo» e scarsamente votata per il “necessario”, come i diritti concreti e basilari dei cittadini. Una narrazione senza pretese di autorevolezza ma rigorosa nelle citazioni e nelle fonti, frutto di un’accurata documentazione da parte dell’autore. Un testo che spiega, in maniera semplice e chiara, ciò che ognuno dovrebbe ammettere di sapere, perché è sotto gli occhi e sulla pelle di ogni cittadino italiano ed europeo. Un libro interessante, per riflettere su quanto accaduto a partire dal 2008 e su cosa sia stato fatto o meno per evitare che accada di nuovo. Un libro che non giudica, non esprime giudizi affrettati o avventati. Una narrazione che segue un ragionamento frutto di anni di studio e documentazione, approfondimenti e analisi. Una voce fuori dal coro che non vuole essere un’ostruzione al sistema bensì una valvola di sfogo verso eventuali soluzioni che non siano frutto di scontri, rabbia e odio ma dettate dalla mera logica del buonsenso.

 


Alessandro Montanari: giornalista e autore televisivo, ha lavorato per le più importanti televisioni nazionali. Al fianco di Gianluigi Paragone dai suoi esordi professionali nelle tv locali, firma i programmi Lultimaparola (Rai 2) e La Gabbia (La7). Ora è a Rete 4 nella squadra della trasmissione Stasera Italia.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice UnoEditori per la disponibilità e il materiale


 

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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

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Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale è un testo che guarda all’economia globale in modo differente rispetto al neoclassicismo imperante. Che focalizza il ragionamento sul concetto di apprendimento come elemento cruciale per la crescita dell’economia di un paese e per superare il divario tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald decidono di rendere omaggio a Kenneth Arrow e alle sue teorie economiche organizzando una serie di conferenze annuali negli Stati Uniti e di trasformare le relazioni in un libro, tecnico, che impiega la matematica per spiegare il rigore scientifico delle tesi avanzate. In seguito viene pubblicata una versione meno impegnativa del titolo, dal quale vengono estrapolate le formule matematiche. Un’edizione divulgativa che viene tradotta in Italia da Maria Lorenza Chiesara per la casa editrice Einaudi.

Per Stiglitz e Greenwald nessuno come Arrow, a livello individuale, ha fatto tanto per cambiare il nostro modo di guardare all’economia e alla società al di là dell’economia, negli ultimi sessant’anni. Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie ben al di qua della frontiera, che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. I governi dovrebbero concentrarsi su cosa crei una società dell’apprendimento. Mentre alcune delle politiche che gli economisti hanno sostenuto in passato l’hanno di fatto ostacolata.
Negli ultimi decenni è diventato usuale descrivere l’economia verso cui ci stiamo dirigendo come una “economia della conoscenza e dell’innovazione”. Minore attenzione viene invece data a cosa ciò significhi per l’organizzazione dell’economia e della società.

Gli autori citano Solow allorquando affermano che la maggior parte dei miglioramenti relativi agli standard di vita sono il risultato di incrementi di produttività, ossia l’aver imparato a fare le cose meglio. Se è vero quindi che la produttività è frutto di apprendimento e che gli aumenti di produttività, ovvero l’apprendimento, sono endogeni, allora uno dei punti focali della politica dovrebbe essere quello di incrementare l’apprendimento all’interno dell’economia. Incrementare la capacità di imparare e gli incentivi a farlo. Imparare a imparare. Dunque, colmare i divari di conoscenze che separano le imprese più produttive dalle altre.
Creare una società dell’apprendimento dovrebbe quindi essere uno degli obiettivi principali della politica economica. Se si crea una società dell’apprendimento ne risultano un’economia più produttiva e uno standard di vita migliore. Nel testo, Stiglitz e Greenwald mostrano come molte delle politiche concentrate sull’efficienza statica – allocativa – possano invece ostacolare l’apprendimento e come di fatto politiche alternative possano portare a superiori standard di vita, visti nel lungo periodo.

Seguendo le teorizzazioni di Arrow, Stiglitz e Greenwald avanzano l’ipotesi del maggiore innalzamento degli standard di vita che potrebbe indurre una società dell’apprendimento rispetto a quanto riescano invece a farlo piccoli e isolati miglioramenti di efficienza economica o il sacrificio dei consumi correnti per intensificare il capitale, soprattutto per i paesi in via di sviluppo. Buona parte della differenza tra i redditi pro capite di questi paesi e quelli dei paesi più avanzati è attribuibile a un gap di conoscenze. Adottare politiche in grado di trasformare le loro economie e le loro società in “società dell’apprendimento” li renderebbe in grado di colmare questo divario e ottenere una crescita dei redditi significativa.
La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, infatti sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.

Al centro dell’indagine condotta dagli autori vi sono due interrogativi fondamentali:
– I mercati, di per sé, portano a un livello e a un modello di apprendimento e innovazione efficienti?
– E se no, quali sono gli interventi governativi desiderabili?
Per Stiglitz e Greenwald non esiste alcuna presunzione di efficienza dei mercati rispetto alla produzione e alla disseminazione di conoscenze e apprendimento. Piuttosto il contrario. I mercati sono “efficienti in senso paretiano”, ovvero non possono migliorare ulteriormente le condizioni di qualcuno senza che quelle di un altro peggiorino. Arrow aveva già riconosciuto la pervasività dei fallimenti del mercato nella produzione e disseminazione di conoscenze, sia come risultato dell’allocazione di risorse alle attività di ricerca e sviluppo sia come effetto dell’apprendimento.
Nel testo si insiste molto sul ruolo decisivo che ha il governo nel proporre e mettere in atto decisioni che diano l’indirizzo corretto al potenziamento dell’apprendimento nell’economia come in tutta la società.

I governi svolgono un ruolo centrale nell’ambito di istruzione, salute, infrastrutture e tecnologia; e le politiche per ciascuna di queste aree, così come le spese e il loro equilibrio, contribuiscono senz’altro a plasmare l’economia. Le politiche di aggiustamento strutturale hanno finito per soffocare la crescita dei paesi, soprattutto di quelli con un’economia emergente.
Invece di promuovere i settori di apprendimento, le politiche imposte ai paesi in via di sviluppo dalle istituzioni economiche internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno scoraggiato il comparto industriale di molti di essi, soprattutto in Africa. Il risultato è che, negli ultimi trent’anni, l’Africa ha sofferto di un processo di deindustrializzazione. Focalizzando l’attenzione sull’efficienza statica, queste istituzioni internazionali trascurano del tutto l’apprendimento e le dinamiche a esso associate. Spesso – o anche tipicamente – la creazione di posti di lavoro non ha tenuto il passo con la loro distruzione, cosicché i lavoratori si sono spostati da settori protetti a bassa produttività a condizioni di disoccupazione, dichiarata o nascosta, a produttività ancora più bassa. Una delle critiche che si possono rivolgere al Washington Consensus (ovvero al blocco di politiche di aggiustamento strutturale condotte in Africa) è di aver tentato di imporre politiche corrispondenti alla convinzione che un’unica cosa vada bene per tutti. Ovvio che così non è, come non lo è il credere possa essere di aiuto osservare quanto fatto in passato da paesi con livelli di reddito pro-capite similari o leggermente superiori. Oggi il mondo è diverso da quello di un tempo sia in termini di geoeconomia e geopolitica globale sia di tecnologia.Le differenze tra i paesi aiutano a spiegare anche perché in alcune economie le imprese pubbliche funzionino bene mentre in altri no.

Aiutano anche a spiegare i limiti della globalizzazione: le imprese locali hanno un vantaggio competitivo sul piano della conoscenza delle situazioni locali. Buona parte delle informazioni di natura finanziaria è reperibile principalmente a livello locale. Un impiego efficace del capitale richiede il ricorso a istituzioni finanziare del posto. Purtroppo, le politiche del Washington Consensus, che spingevano per la liberalizzazione del mercato finanziario e del capitale, non considerarono l’importanza di questa concorrenza locale.
Le banche straniere riuscivano a sottrarre correntisti alle banche locali perché venivano percepite come più sicure, ma si trovavano in svantaggio informativo rispetto alle banche locali riguardo alle aziende locali piccole e mediopiccole. E fu quindi naturale che i prestiti venissero dirottati verso il governo, i consumatori e le grandi aziende nazionali, compresi i monopoli e oligopoli locali: in tal modo l’apprendimento e l’imprenditorialità locali potrebbero esserne stati danneggiati e la crescita esserne uscita indebolita.

Le politiche industriali devono seguire una strategia che tenga conto non soltanto delle circostanze presenti in un paese, ma anche della sua probabile situazione futura. Sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo i governi devono plasmare la direzione dell’innovazione e dell’apprendimento. Buona parte dell’innovazione nelle economie industriali avanzate è stata diretta a risparmiare lavoro; ma in molti paesi in via di sviluppo esiste un’eccedenza di lavoro, e il problema è la disoccupazione. Le innovazioni che risparmiano lavoro esasperano questa sfida sociale cruciale. E anche quando le innovazioni che consentono di risparmiare lavoro non portano disoccupazione, hanno comunque conseguenze negative dal punto di vista della ricchezza, perché abbassano i salari.

Le regole e le regolamentazioni adottate nel processo di “liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari” negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno portato, secondo l’analisi di Stiglitz e Greenwald, a istituzioni finanziarie arroganti, sostenute dalle implicite garanzie delle autorità monetarie e in ultima istanza dal contribuente. Molti governi non hanno fatto buon uso della politica di regolamentazione monetaria e finanziaria, e in alcuni casi questo cattivo uso può essere ricondotto a un problema di governance. Ma questo non è un valido motivo perché i governi rifuggano dall’impiego di una politica di regolamentazione monetaria e finanziaria. Il capitale e i servizi finanziari interni a un paese possono sostenere l’apprendimento; al contrario, i servizi finanziari forniti da soggetti stranieri possono far sì che gli investimenti e l’apprendimento vengano ridiretti all’esterno del paese, ostacolando in tal modo di fatto la creazione di una società dell’apprendimento. I governi occidentali (in modo diretto e attraverso le istituzioni finanziarie internazionali) hanno esercitato forti pressioni sui paesi in via di sviluppo affinché deregolamentassero e liberalizzassero i rispettivi mercati finanziari. Tali raccomandazioni non tenevano in considerazione i fallimenti del mercato finanziario che avevano condotto proprio alla realizzazione della necessità di una regolamentazione del settore finanziario, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Guidando la finanza verso i settori di apprendimento si può potenziare la crescita totale.

In via conclusiva, Stiglitz e Greenwald sottolineano la necessità non solo di identificare le politiche che potrebbero portare alla creazione di una società dell’apprendimento ma, soprattutto, che queste politiche vengano applicate. Il modello neoclassico ignora questo fattore, perché non soltanto non presta attenzione all’importanza di allocare risorse ad apprendimento, ricerca e sviluppo, ma anche perché presuppone che tutte le imprese seguano le pratiche migliori e dunque non abbiano niente da imparare.
Molte delle politiche discusse nel testo comportano o comporterebbero una perdita nel breve periodo ma un guadagno a lungo termine. Si parla molto oggi di economia dell’innovazione o di economia della conoscenza, e molti progressi sono stati registrati, ma le piene implicazioni del loro lavoro per il modello neoclassico, cruciale per esempio nell’analisi di Solow, non hanno ancora trovato il posto che meritano.
Le innovazioni sociali sono egualmente importanti rispetto alle innovazioni tecnologiche, sulle quali gli economisti si concentrano di solito: il progresso della società umana dipende da tali innovazioni così come dipende dai miglioramenti della tecnologia.

Bibliografia di riferimento

Joseph E. Stiglitz, Bruce C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, 2018 (traduzione di Maria Lorenza Chiesara dal titolo originale Creating a learning society: A new approach to growth, development, and social progress. Reader’s edition, Columbia University Press, 2014 e 2015)


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018)

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Dopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.
Un testo a cui l’autore sembra essere particolarmente legato, sarà per il fatto che narra dell’indagine grazie alla quale ha «appreso a stare sul campo». Un campo davvero complesso, la metropoli di São Paolo, che ha stimolato al massimo il suo “stupore metodologico”. Un viaggio profondo nella megalopoli che ne ha scaturito un altro, più intimo e personale, alla ricerca di se stesso e delle proprie emozioni, sensazioni. Lo stupore di questi sentimenti provati ha consentito a Canevacci di trovare la giusta apertura verso la ricerca, la comprensione, l’indagine e l’analisi. Aprirsi verso l’ignoto ha rappresentato la svolta e la buona riuscita dell’indagine sul campo.
Uno spaesamento che provano tutti gli etnografi, maggiormente se alla prima esperienza sul campo, uno smarrimento che tale non è, piuttosto un passaggio per arrivare all’altro attraverso se stessi.

Polifonia, comunicazione e ubiquità sono le parole chiave per seguire e interpretare l’indagine sul campo dell’autore, condotta in una metropoli che oggi è certamente diversa, sul piano sociale e architettonico, rispetto al tempo della ricerca ma non al punto da inficiarne gli esiti. E proprio la permanente validità sembra avere spinto Canevacci alla ripubblicazione del testo, con qualche accorgimento e una nuova premessa introduttiva.

Nella prima parte del testo l’autore richiama i grandi antropologi, ne rammenta i lavori, le indagini e le riflessioni. E sembra farlo, più che per edurre il lettore alla comprensione, per ritrovare in questi i prodromi delle conclusioni cui egli stesso giunge.
E così l’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le notevoli opere di Claude Lévi-Strauss come anche la critica letteraria di Michail Bachtin si fondono alle riflessioni dello stesso Canevacci generando una sorta di voce corale, anch’essa polifonica come la città indagata dall’autore.
L’esotico e il comune, l’architettura e i suoni si mescolano nel resoconto di Canevacci esattamente come tutto ciò i suoi occhi hanno osservato e le sue orecchie ascoltato nel periodo trascorso a São Paolo.
Nella seconda parte ci si addentra sempre più nei meandri di questa enorme megalopoli come anche nelle riflessioni dell’autore. Un percorso dove l’occhio sembra farla da padrone. L’osservazione è fondamentale e prioritaria al punto che, per rendere meglio l’idea di quanto narrato, Canevacci inserisce nel testo numerose foto di angoli, installazioni, architetture, soggetti, persone, simboli e quant’altro può servire a definire i contorni di questa immensa capitale del consumismo, sociale prima ancora che economico e commerciale.

Un saggio antropologico, La città polifonica di Massimo Canevacci, senz’altro interessante, anche per chi non studia o non conosce le linee guida di un resoconto etnografico. Un saggio sull’antropologia della comunicazione urbana che dimostra il forte legame che unisce una metropoli, che può essere São Paolo come una qualsiasi altra capitale mondiale, a un remoto villaggio Bororo. Comunicazione che nell’era digitale diventa subito connessione. Trasformazione. Evoluzione. E tutto a una velocità che non smette di sorprendere, esattamente come lo studio antropologico ma non antropocentrico condotto anche da Canevacci in Terra Brasilis.


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Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Daniclo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone, 2017) 

“Siamo umani solo attraverso l’umanità degli altri”, ritratto di Nelson Mandela e pratiche dell’identità 

“Rituali di resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017) 


 

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Dove sta l’umanità? “Carnaio” di Giulio Cavalli (Fandango Libri, 2018)

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Cadaveri ripescati in mare. Ecco qual è l’immagine che Giulio Cavalli sceglie come overture del suo nuovo romanzo Carnaio, edito da Fandango Libri. Il fotogramma più cruento e drammatico di questa enorme e globale emergenza che sono diventate le migrazioni di popoli.
Perché alla fin fine, se passassimo al setaccio l’intero “problema”, non resterebbero che la morte e il dolore. Oppure entrambi.

Morte e dolore che finiscono, inevitabilmente, per alimentare dibattiti infiniti generati, si racconta, dal bisogno di solidarietà e umanità. Motivati, in realtà, per la gran parte, da ipocrisia o peggio opportunismo.
E non dimentica certo di parlare di tutto questo Giulio Cavalli in Carnaio. Racconta nel dettaglio tutta la grande ipocrisia che si può accumulare anche in un piccolo paese arroccato su delle aspre scogliere, abitato per la maggiore da pescatori o figli di pescatori, da sindaci figli di sindaci, da preti che non perdono occasione per fare la morale anche quando tutti sanno che facilmente si lasciano tentare dal gentil sesso, anche senza il gentile.

Carnaio sembra essere un romanzo corale, grazie soprattutto all’espediente narrativo adottato dall’autore di dare voce a più protagonisti. In questo modo lo stesso accadimento viene osservato e commentato da diversi punti di vista e il lettore può “ascoltare”, ovvero leggere, le differenti opinioni in merito, esattamente come accadrebbe e come accade per un fatto reale.
Il narrato di Cavalli è originato dalla sua fantasia di scrittore certo ma è egualmente molto realistico, cruento e “crudele”. Nel senso che descrive, immaginando una storia, esattamente quello che accade da anni, decenni e che ha trasformato, purtroppo, il Mare nostrum in un’immensa pozza di morte, ingiustizie, dolore, indifferenza e opportunismo.

Cavalli è politicamente attivo e, giornalisticamente parlando, molto prolifico. La sua opinione, categorica, in merito a quanto sta accadendo non è certo un mistero, eppure egli riesce, con la dote che è propria di chi è scrittore e non semplicemente perché tale si dichiara, che siano il racconto e la narrazione a parlare, non i pregiudizi e i preconcetti che possono scaturire da posizioni eccessivamente rigide.
Ovvio che il libro è scritto dall’autore, e sempre lui ha scelto cosa far dire ai protagonisti e cosa no, ma l’impostazione del narrato, pur nella sua causticità, lascia libero il lettore di formarsi una propria opinione. In questo caso in base alla propria coscienza. E alla propria umanità.

Nel testo si ritrovano tutti gli aspetti e gli sviluppi del fenomeno migratorio che campeggia nei titoli di giornali e telegiornali quasi sempre per notizie o eventi drammatici, disastrosi. Una crisi umanitaria derivata dalla degenerazione dell’umanità che ha scelto di votarsi e immolarsi verso la crescita economica a ogni costo. Inarrestabile. Anche laddove è palese ormai che a rimetterci sono la stessa umanità e il pianeta che la ospita.

Giulio Cavalli è un ottimo narratore, sa bene cosa raccontare e come farlo. La domanda da porsi è: quale sarà il messaggio che il lettore vorrà raccogliere?
Si sceglierà di aver letto un semplice romanzo oppure si ammetterà di aver letto la versione romanzata di una triste realtà? Si preferirà archiviare il libro come semplice narrativa oppure si ammetterà di avere tra le mani la versione letteraria del resoconto “storico” di una struggente attualità?
L’autore ha lasciato libero il lettore di fare le proprie scelte. Non poteva fare altrimenti del resto.

In Carnaio Giulio Cavalli mantiene intatta la sua grande capacità di scrittura. Uno stile coinvolgente che cattura il lettore fin dalle prime battute. Quasi un rapimento sensoriale per l’intera durata della lettura di quella che acquisisce a tutti gli effetti i connotati di una accuratissima pièce teatrale. Una scena costruita intorno a un fenomeno troppo carico di dolore e sofferenza per poter lasciare umanamente indifferente chi legge. Al pari di quando si apprendono simil eventi nei resoconti di cronaca. Peggio se nera. Sprazzi di solidarietà ed empatia che vanno o andrebbero poi tradotti in mutazioni radicali di comportamenti singoli e globali altrimenti si rischia la banale retorica. Ma questo è un altro discorso. Chi scrive concorda con l’autore nel lasciare piena libertà al lettore o allo spettatore, in base alla coscienza che ognuno ha o ritiene di avere.


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LEGGI ANCHE

Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) 

 Rotta Libia – Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef 

Migrazioni… di organi 

Intervista a Giuseppe Catozzella per “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014) 

Umanità e Giustiza salveranno i migranti… e anche tutti gli altri. “Padre Mosé” di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi (Giunti, 2017) 

Il Buddhismo contro l’imbarbarimento del caos. “Le ragioni del Buddha” di Diego Infante (Meltemi, 2018) 

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

“Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Cosa significa davvero scegliere di essere un medico in Italia? “Dal profondo del cuore” di Ciro Campanella (Di Renzo Editore, 2017)

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Tagli all’istruzione. Tagli alla sanità. Scelte politiche e non mediche. Organizzazione d’interesse e non di necessità. Dirigenti che devono diventare manager e dipendenti schiavi. Il tutto senza soldi. O meglio, con una distribuzione irresponsabile dei fondi. Quando, in Italia, si parla di malasanità, giustamente, ci si riferisce alla scarsa qualità dei servizi offerti all’utenza, ai pazienti, ovvero ai malati che si rivolgono al servizio sanitario nazionale per ricevere le supposte dovute cure. Ma bisognerebbe includere e ricordarsi, ogni volta, che di malasanità soffrono anche le persone (medici, infermieri, operatori socio-sanitari, …) i quali ogni giorno affrontano davvero il problema, sulla propria pelle.

È la politica che decide cosa spetta ai pazienti. Quali esami, quali farmaci, se e quanti giorni di degenza, se e quali tipi di intervento… Sulla base delle linee guida nazionali e internazionali certo ma, soprattutto, seguendo la logica di interessi che spesso non sono né medici né professionali e in base a quanti fondi si riescono a destinare.
Quali conseguenze ha tutto questo sulla vita, sulla psiche, sulla carriera e sull’essere di un medico che non è un politico e neanche un burocrate?

Leggere Dal profondo del cuore di Ciro Campanella aiuta a farsene un’idea precisa. Un libro, definito dallo stesso autore un diario edito lo scorso anno da Di Renzo Editore, che racconta la parabola professionale e personale di un ragazzo che sceglie di fare il medico perché «fare qualcosa di positivo per gli altri è ciò che porta maggiori premi morali». Una scelta che è solo l’inizio di un lungo percorso di studio e lavoro che lo ha condotto a girare gli ospedali del mondo per imparare le tecniche migliori, il metodo e il modo per salvare le persone. Per cercare di farlo. Per riuscirci il maggior numero di volte possibile.

La vita è fatta di questo in fondo, «di scelte, talvolta crudeli, talaltra avventurose. E non sai mai se hai fatto quella giusta, finché non ne paghi il conto». E Campanella ne ha pagato uno salato. Tanti anni lontano gli avevano fatto dimenticare cosa è in realtà la sanità in Italia. La scelta di ritornare gliela ha sbattuto di nuovo in faccia quell’inadeguatezza che aveva percepito già da studente. Quel metodo sbagliato di affrontare politicamente scelte e decisioni che devono, o dovrebbero essere, solo mediche e scientifiche.

Ciro Campanella ha lavorato come cardiochirurgo in Sudafrica, in Scozia, in Cina, India, Stati Uniti, Europa, Turchia. Ha conosciuto aspetti della vita e del mondo che in tanti ignorano del tutto. Ha lavorato e studiato sodo eppure scrive un libro adottando uno stile narrativo che è l’emblema della semplicità e della linearità. Sembra raccontare le esperienze della sua vita attraverso gli occhi sognanti e disincantati di quel giovane uomo che sceglie di fare il medico e salvare vite umane per ottenerne in cambio ‘solo’ premi morali.

Dal profondo del cuore di Ciro Campanella è fuor di dubbio un diario all’interno del quale l’autore racconta la sua personale esperienza ma rappresenta per certo anche il racconto, la denuncia di un sistema sanitario che mette colui che dovrebbe esserne il fulcro, ovvero il paziente, in ultima posizione. Lo ignora come ne ignora i reali bisogni. E questo è sotto gli occhi e sulla pelle di tutti e di ogni cittadino italiano che ogni giorno si vede costretto a lottare per vedere riconosciutogli un diritto che dovrebbe essere già acquisito: il diritto a ricevere adeguate cure e un trattamento dignitoso. Non è così e non lo è da tanto di quel tempo che si potrebbe anche ipotizzare non lo sia mai stato.

Un libro, Dal profondo del cuore, scritto con uno stile semplice e lineare ma che affronta un problema complesso e grave. Un diario che merita senz’altro di essere letto anche perché spinge il lettore a guardare oltre la storia personale ivi narrata e volgere lo sguardo verso l’origine del problema, la causa. Perché è da lì che deve o dovrebbe partire il cambiamento se si desidera che sia reale, concreto ed efficace.


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018)

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Con la sconfitta del nazifascismo iniziava per l’Europa il più lungo periodo di pace mai conosciuto. Ma non è stato così per tutti gli europei. Per tanti a cominciare è stato solamente un conflitto differente, combattuto in modo diverso e che ha richiesto l’impiego di una nuova tipologia di soldati.
Sentimenti ostili nei confronti della neonata Repubblica e paura riguardo la possibile o probabile avanzata di ideologie diverse, opposte, che avanzavano da quello che ancora veniva indicato tra i principali nemici da combattere, il blocco dell’Est sovietico.
Il generale Arpino, capo di Stato maggiore dell’esercito, ha dichiarato dinanzi a una commissione parlamentare: «per noi, ancora negli anni Ottanta, un terzo del parlamento era il nemico».

Il conflitto che lacerava la società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale appare «feroce, come può esserlo solamente una guerra ideologica». Se il comunismo era impegnato a forgiare «un nuovo tipo di uomo, una macchina senz’anima», un docile strumento al servizio della guerra totale, anche i difensori del mondo libero dovevano affrancarsi da ogni preconcetto morale, per rispondere adeguatamente alle sfide che li attendevano. A partire dalla creazione del «soldato rivoluzionario», educato al nuovo tipo di guerra che il comunismo aveva imposto, addestrato tecnicamente e dotato di un’adeguata «educazione morale». Un «soldato d’élite», ideologicamente preparato al suo compito.

Questo e tanto altro si legge nella relazione di Edgardo Beltrametti, giornalista e collaboratore del corpo di Stato maggiore della Difesa, scritta in occasione del convegno che si tenne a Roma nel maggio 1965 dal titolo La guerra rivoluzionaria. Incontri, eventi, accadimenti che, unitamente alla narrazione storica più nota e alla documentazione di inchieste, indagini e processi, si trovano ampiamente analizzati ne La mafia nera di Vincenzo Ceruso, edito da Newton Compton a ottobre 2018. Un libro che racconta la storia di un’Italia oscura, le stragi, i depistaggi e le relazioni occulte tra lo Stato e il non-Stato. Eversione neofascista, brigatismo rosso, apparati dello Stato, società segrete e organizzazioni mafiose che si muovono e si sono sempre mossi all’interno del medesimo scacchiere per spartirsi o contendersi il medesimo bottino. A rischio sempre più elevato la democrazia e il bene comune.

L’Italia ha avuto ed ha numerose agenzie di depistaggio. I principali protagonisti di queste azioni sono ben identificabili dentro i nostri apparati di sicurezza, «abituati a muoversi al confine tra il legale e l’illegale». Alcune delle principali associazioni di natura criminale e sovversiva che il nostro Paese ha avuto ed ha, «hanno svolto anche le funzioni di agenzie di depistaggio». Viene da sé che a suscitare maggiore scandalo sono i «reati commessi da uomini nel cuore delle istituzioni».

Ceruso indica in quanto accaduto dopo la strage di via d’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, il tentativo di costruire un «depistaggio perfetto». Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Calogero Pulci andarono a comporre «una ricostruzione dell’attentato in via d’Amelio che avrebbe retto ai tre gradi di giudizio». Scarantino però era «del tutto non credibile, sia nei panni dello stragista che del mafioso». Il 21 luglio 1995 ritrattò le sue dichiarazioni e accusò il capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e i suoi uomini di «torture nei suoi confronti». La Barbera sarebbe stato «un agente sotto copertura, con il nome in codice di Rutilius, e avrebbe percepito dal Sisde un assegno di un milione di lire nel 1986 e 1987». Perché Scarantino ha accusato degli innocenti, seppur sempre di affiliati si parla?

Il giorno 5 novembre 2018 si è aperto il dibattimento che vede i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di calunnia aggravata dalla Procura di Caltanissetta. Avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, per costruire una versione non veritiera di quanto accaduto.

Tra il 1992 e il 1993 furono poste in essere sette stragi sul territorio della Repubblica italiana. Come ai tempi di piazza Fontana, ma ben venticinque anni dopo, «venne indagato l’ordinovista Franco Freda», per il quale venne ipotizzato il reato di strage. L’indagine portò ad alcuna accusa a carico di Freda. In una delle riunioni avvenute alla vigilia degli attentati, «di cui hanno parlato Sinacori e altri collaboratori di giustizia», i boss avrebbero decretato che gli atti terroristici sarebbero stati «rivendicati usando il nome della Falange Armata».
L’ammiraglio Francesco Paolo Fulci, durante una dichiarazione rilasciata per il processo sulla trattativa Stato-mafia, avrebbe rivelato che questa denominazione «serviva a identificare una struttura clandestina dei servizi segreti, che si muoveva secondo le tipiche di guerra psicologica utilizzate nell’ambito di Gladio». Gli esiti di un’indagine da lui stesso ordinata furono due mappe che indicavano, nei luoghi da dove partivano le telefonate a nome della Falange, «sedi periferiche del Sisde». Secondo quanto si legge nella Sentenza nei confronti di Bagarella Leoluca e altri del 20 aprile 2018 della Corte d’assise di Palermo.

I magistrati di Palermo, indagando su quegli anni, hanno utilizzato l’espressione «sistema criminale» per indicare «l’alleanza eterogenea di soggetti che agivano per portare a termine un comune progetto eversivo». Gli investigatori hanno accertato che, alla vigilia delle stragi, c’era in Sicilia «un gran viavai di personaggi legati alle trame eversive degli anni Settanta».
L’obiettivo finale del ‘sistema criminale’ era attuare una «forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale». Secondo quando si legge nella richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio e altri del 21 marzo 2001 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.
Una mutazione del quadro politico da portare avanti «attraverso le stragi e a cui avrebbe aderito anche lo stesso Riina».
Secondo i collaboratori di giustizia calabresi, il vasto piano politico-criminale prevedeva la «piena collaborazione della ‘ndrangheta attraverso la figura dell’avvocato Paolo Romeo», esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta. Un altro personaggio centrale nel raccordo con il mondo politico era «Vito Ciancimino», il quale, in un interrogatorio del 1998 proponeva, come movente della strage di Capaci, «il sabotaggio della candidatura di Giulio Andreotti quale presidente della Repubblica». Il ruolo di mediatore di Ciancimino sarebbe stato assunto, in un secondo momento della trattativa, «da Marcello dell’Utri».

Durante la stagione delle stragi mafiose, tra il 1992 e il 1994, «i vertici del Ros, insieme agli uomini di Cosa nostra», avrebbero «minacciato e tentato di condizionare il governo della Repubblica». Il livello politico, cui avrebbero fatto riferimento gli ufficiali dei carabinieri, «non è stato però individuato». A meno che non si voglia pensare a «esecutori – quindi ad apparati di sicurezza – che non rispondevano a nessuno», oppure a «referenti estranei al governo della Repubblica» e distanti dagli interessi nazionali.

I magistrati hanno tratteggiato più volte nelle indagini sulle stragi la tecnica «piduista e mistificatoria» di fornire una massa di informazioni difficilmente verificabili e orchestrare campagne di stampa, confondendo fatti veri e falsi.
Alcune figure apicali dei nostri servizi segreti, prima ai vertici del Sid e poi a quelli che saranno il Sismi e il Sisde, «hanno ritenuto che spettasse svolgere ai servizi stessi un ruolo di agenzia di depistaggio» rispetto ad alcuni dei fatti più sanguinosi della cronaca eversiva. Per quanto riguarda le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna, «le responsabilità parziali degli agenti sono state definitivamente individuate». Rimane tuttavia da chiarire il motivo per cui lo hanno fatto.
Non è più un mistero neanche la oramai «prassi consolidata dell’utilizzo delle forze sovversive e criminali da parte degli uomini che sarebbero preposti alla loro repressione».
La mafia, «sfruttando quelle capacità di adattamento alle diverse epoche che le sono proprie», ha adottato, in periodi cruciali della storia italiana, «l’habitus proprio dell’organizzazione terrorista». A questa mutazione in senso terroristico hanno contribuito anche «le sollecitazioni provenienti da determinati organismi statali», allorquando hanno visto nella mafia siciliana un potenziale e potente alleato per realizzare quello che ritenevano «sarebbe stato l’ordine giusto per il nostro Paese». Basti pensare a quanto accaduto «nel secondo dopoguerra e tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso».
Parimenti, anche «eversione nera e le mafie hanno stabilito», in particolari momenti della loro storia, «relazioni significative».

Esiste una «ideologia stragista» il cui nucleo essenziale consiste nel considerare la morte di innocenti come un obiettivo strategico da perseguire, «una condizione necessaria per incidere sull’esistente e modificare le strutture statali». Risultati da raggiungere con omicidi mirati o con massacri indiscriminati ma, in ogni caso, con «uno sforzo costante per occultare la verità».
Cosa nostra e Ordine Nuovo, a partire da un certo momento e per un lungo tratto della loro storia, «sono stati i due principali gruppi terroristici, con finalità stragiste» presenti in Italia.
Se guardiamo alle due organizzazioni senza preconcetti, sarà più facile «accertare una serie rilevante di punti in comune»:

•collusione con la politica e con gli apparati di sicurezza deviati;
•dichiarata visione fortemente ostile allo Stato e alle sue leggi;
•ideologia organica cui i loro membri sono tenuti ad aderire;
•straordinaria capacità militare;
•vocazione stragista;
•natura di associazione sovversiva;
•impiego del terrorismo politico.

Come per le Brigate Rosse, la principale banda armata comunista, anche le organizzazioni eversive di destra non hanno disdegnato di cercare «accordi con esponenti delle diverse associazioni mafiose», in nome della comune lotta allo Stato.
La mafia siciliana dal canto suo ha utilizzato lo stragismo per fini politici fin dall’immediato dopoguerra, con il massacro di Portella della Ginestra, e «ha affinato questa sua propensione negli anni Novanta del Novecento».

Si può compiere una strage per depistare. Ed è esattamente quanto sarebbe accaduto durante il periodo definito della «strategia della tensione», allorquando l’obiettivo era la creazione di un clima politico favorevole alle forze conservatrici mediante «l’attacco di obiettivi civili e il perseguimento di un disegno terroristico». Piazza Fontana fu un attacco terroristico, «ma servì anche ad altro».
L’eccidio mostrò ai burattinai delle stragi che era possibile colpire indiscriminatamente una folla di cittadini indifesi, nel cuore della capitale economica del Paese, e riuscire a indirizzare le indagini verso «colpevoli del tutto improbabili».

I soggetti collettivi che pensarono, promossero e ordinarono la strage di piazza Fontana, «erano gli stessi che avrebbero pensato, promosso e ordinato le stragi che insanguinarono il nostro Paese fino al principio degli anni Ottanta». Con piazza Fontana era iniziata una stagione di stragi che avrebbe reso l’Italia «un Paese a sovranità limitata», condizionata da «forze oscure» che ne avrebbero fatto il teatro di «una guerra non convenzionale», rivolta principalmente verso la popolazione civile. Molto simile a quanto poi si verificherà agli inizi degli anni Novanta, quando il filo conduttore sembra essere legato alle parole di Riina: “Si fa la guerra per poi fare la pace”. Creare instabilità per offrirsi come garante della agognata stabilità in fondo è sempre stato un must delle organizzazioni malavitose.

I misteri italiani analizzati da Ceruso sono molteplici, non tutti ma tanti, e abbracciano anche il mai attuato golpe Borghese, l’omicidio Pecorelli, piazza della Loggia, l’Italicus, il «suicidio simulato» di Peppino Impastato… e impressiona non poco la veridicità delle parole riportate nella Sentenza contro Moggi Carlo Maria e altri del 22 luglio 2015 della Corte di assise di appello di Milano: «Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa».
Ricorrono le medesime organizzazioni sovversive e malavitose ma lo fanno anche i nomi dei rappresentanti dello Stato in varie istituzioni e servizi. Persone che, magari, non hanno commesso dei reati eppure, forse, con i loro comportamenti non hanno neanche impedito che dette stragi si verificassero. Laddove non dovesse persistere una responsabilità civile o penale permane e persiste per certo quella etica e sociale, per la quale non c’è prescrizione che tenga.

Il lavoro di ricerca e analisi svolto da Vincenzo Ceruso per la composizione de La mafia nera deve aver richiesto notevole pazienza e determinazione, da parte dell’autore. Un’indagine certosina sulle fonti, sui documenti, sugli atti processuali che ha prodotto un lavoro notevole. Un libro che rappresenta una pietra miliare per la conoscenza della storia occulta di quell’Italia oscura che in tanti, in troppi vorrebbero lasciare nell’ombra.


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa della Newton Compton per la disponibilità e il materiale



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