“Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” di Marco Omizzolo (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

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24.8miliardi di euro: a tanto ammonta il giro d’affari complessivo delle agromafie secondo le recenti stime riportate nel sesto rapporto dell’istituto Eurispes. Un giro d’affari che in Italia passa attraverso 80 distretti agricoli che presentano condizioni di lavoro, di alloggio e sanitarie in costante violazione dei diritti umani. Nei quali le eccezioni sono ben poche.

In Europa sono circa 880mila i lavoratori costretti a varie forme di subordinazione e ricatto.

In Italia il 62% dei lavoratori stagionali dell’agricoltura, perlopiù migranti, non ha accesso ai servizi essenziali, il 64% di loro non ha accesso all’acqua corrente e il 72% presenta, dopo le attività di raccolta, malattie di cui prima non soffriva.

Un mondo tutt’altro che marginale. Il settore agroalimentare italiano, con le sue 1.2milioni di unità lavorative annue (ISTAT, 2017) e circa 1.6milioni di imprese (ICE, 2017), “costituisce l’architrave del sistema industriale italiano”.

Ed è proprio in questo universo che Marco Omizzolo si è addentrato, quasi per caso, e vi è rimasto per oltre un decennio. Dapprima come osservatore esterno, poi come studioso, per arrivare finanche a esserne parte attiva allorquando ha realizzato che l’unico vero modo per comprendere la vita e le dinamiche dei braccianti agricoli era diventare uno di loro.

I risultati della sua lunga e poderosa indagine sul campo sono stati raccolti in un testo, pubblicato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a novembre 2019, dal titolo molto esplicativo Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana. Un libro nel quale l’autore racconta storie di migranti mentre racconta se stesso. Ne viene fuori lo spaccato di un intero Paese alle prese con l’atavico dualismo tra ciò che è giusto e ciò che è conveniente, tra giustizia e opportunismo, tra furbizia e inganno, tra etica e malvagità.

Sui migranti si è sentito e letto di tutto. Accusati di rubare anche il lavoro. Si è preferito lasciare intendere che fossero o siano loro la causa della disoccupazione, della precarietà e dei bassi salari. Concorrenza “sporca”. Ma è davvero colpa loro? I problemi scaturiscono davvero dalla nazionalità dei lavoratori?

Marco Omizzolo si sofferma a lungo su questo aspetto sottolineando che non è certo una questione di nazionalità ma di politiche: “non si tratta di lasciar affogare i migranti per vivere meglio. Le agromafie italiane sono il risultato del nostro imbarbarimento e di decenni di politiche neoliberiste”. Chi oggi vuole dividere gli italiani dagli stranieri, “elevando lo slogan «Prima gli italiani» al rango di legge costituzionale”, non ha capito o fa finta di non capire che i nati italiani sono già tra gli ultimi, “vivono già in condizioni di povertà, sfruttamento, emarginazione sociale”.

Una condizione che potrebbe essere considerata di vera e propria miseria, economica certo ma soprattutto culturale, intellettuale, spirituale.

L‘ambizione a rincorrere una crescita, arida, che sia solo economica, consumistica, a raggiungere un ben-essere che ruota intorno a meri beni materiali ha portato, per certo, a un imbarbarimento generale sfruttato, anche dalla politica, per far accettare ogni privazione o cambiamento in negativo in nome di una lotta per la sopravvivenza che, in realtà, non è stata o diventata nient’altro che una lotta tra poveri.

Lo sfruttamento sistemico dei lavoratori e delle lavoratrici di qualsiasi nazionalità è l’espressione di un sistema dominante che ambisce a condizionare la democrazia”.

Ha ragione l’autore quando afferma che il problema non sono gli immigrati ma i padroni, i quali sfruttano i braccianti indipendentemente dal colore della loro pelle o dalla nazionalità. Che non sono i migranti a rubare il lavoro bensì il padrone che ruba loro salari e diritti. E con il termine padrone va inteso sia il soggetto singolo datore di lavoro sia il soggetto astratto da intendersi come sistema.

Bisogna essere consapevoli, per Omizzolo, che le agromafie sono un sistema sociale caratterizzato da livelli diversi di relazioni di potere che rischia di imporsi in via definitiva in tutto l’Occidente. Un sistema non d’eccezione, ma ordinario, che vede “la collaborazione di pezzi deviati dello Stato, di una parte del sistema imprenditoriale e di numerosi clan mafiosi, in alcuni casi anche stranieri”, in stretta connessione con la parte più feroce del capitalismo. Un sistema che non si esaurisce con la questione lavorativa, ma si allarga alle sfere dell’ambiente, dei diritti umani, della salute e, “più in generale, della natura specifica del progresso democratico”.

Marco Omizzolo sottolinea come spesso anche solo il linguaggio comunemente impiegato lasci trasparire insensibilità, leggerezza o, peggio ancora, condivisione di idee e pregiudizi. Anche nell’informazione viene usato con disinvoltura il termine schiavo. Si continua a non comprendere che, in questo modo, ovvero adottando “il linguaggio del padrone”, se ne legittima la figura e il potere, e con esso l’intero sistema. Bisogna invece sottolineare, sostiene con fermezza l’autore, che non sono schiavi bensì persone ridotte in schiavitù. Persone.

Capo, padrone, schiavo: indicano forme di dominio e subordinazione che devono essere superate in favore di termini più adeguati come datore di lavoro, lavoratore, lavoratrice.

«Ascoltare molti uomini, braccianti indiani, che per oltre dieci anni hanno usato la parola “padrone”, usare la parola “datore di lavoro”, sapere che ne conoscono il significato, fornisce una delle ragioni più alte e stimolanti per continuare la lotta contro ogni forma di sfruttamento e sopraffazione.»

Le lotte portare avanti in questi anni dai braccianti agricoli migranti in varie parti d’Italia, condivise da Marco Omizzolo e da altri come lui, rappresentano per l’autore una potenziale possibile e realizzabile svolta per tutti i lavoratori e le lavoratrici sfruttati. Costituiscono il segno di un Paese che non vuole più essere razzista, retrogrado, violento e mafioso. Può essere o considerato marginale ma è un Paese che esiste.

Omizzolo descrive, narra e racconta passo dopo passo la sua personale ricerca/esperienza e man mano che il lettore vi si addentra ne risulta essere sempre più coinvolto. Come se, leggendo il libro, compisse anch’egli un graduale percorso, di ricerca e analisi, anche introspettiva, inerente gli accadimenti, gli eventi, le emozioni narrate.

Indagini come quella condotta da Marco Omizzolo aiutano a ripristinare il senso, a volte smarrito, di umanità delle persone verso gli altri, a superare i limiti dell’indifferenza e a riflettere sul senso e il valore che nell’odierna come forse anche nella passata società viene attribuito alle cose e alle persone.

Una lettura che nasconde la sua forza e potenza proprio nell’essere così profondamente destabilizzante.



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per la disponibilità e il materiale


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“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017) 

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 


© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La classe avversa” di Alberto Albertini (Hacca, 2020)

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Uscito il 27 febbraio 2020 con Hacca Edizioni, La classe avversa, romanzo d’esordio di Alberto Albertini conta due segnalazioni al Premio Italo Calvino.

Il libro si apre al lettore con una citazione di Ottiero Ottieri, tratta da La linea gotica:

«Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra – e non si esce – facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione: a meno che non nascano degli operai o impiegati artisti, il che sembra piuttosto raro. Gli artisti che vivono fuori, come possono penetrare in una industria? I pochi che ci lavorano diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc. Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta bensì dalla assimilazione. Anche per questo l’industria è inespressiva; è la sua caratteristica.»

Ottieri aveva una visione ben delineata dell’industria, dalla “fabbrica” intesa proprio come mondo a sé. Pensieri tutti condensati all’interno del libro Tempi stretti, romanzo di fabbrica per eccellenza che ambiva a raccontare la grande industria italiana dall’interno e farlo in un periodo storico particolare. Una fase di grandi cambiamenti, di evoluzioni ma anche di dure lotte sociali. Pubblicato la prima volta nel 1957 il libro ha trovato poi un’ulteriore edizione, nel 2011, con Hacca, la medesima casa editrice che si è interessata al lavoro di Albertini.

Leggendo La classe avversa traspare chiaramente l’ammirazione professionale che l’autore prova nei riguardi di Ottieri di cui però non si limita a seguirne le orme, reinterpretando il romanzo di fabbrica per adattarlo perfettamente alla contemporaneità.

Un viaggio all’interno di un mondo solo in apparenza ben noto. Questo sembra compiere il lettore scorrendo le pagine del libro di Albertini. Un mondo variegato, in costante contrasto e, al contempo, armonia tra passato e futuro. Dove il presente non rappresenta che la fucina dalla quale nascono i cambiamenti. Dove tutto sembra rimanere uguale quando invece è in continua metamorfosi. E ciò vale per l’intero sistema ma ancor di più per le persone che lo animano e lo vanno a comporre.

Il romanzo di Albertini è la narrazione, lucida e spietata, del fallimento di un sistema che sembra aver tenuto sulle proprie spalle l’intero comparto industriale italiano. Il modello a conduzione famigliare che si è ritenuto essere il vero segreto di quel tanto decantato miracolo italiano, talmente distante ormai dall’Italia di oggi da non afferrarne quasi più neanche il significato. L’analisi del disfacimento di un intero paradigma passa, nel libro di Albertini, attraverso il racconto di una sola esistenza, quella del protagonista. Incarnazione simbolica del popolo operaio italiano. Ambivalenza molto particolare essendo egli, o meglio avendo dovuto essere il rappresentante invece del padrone, figlio ed erede di uno dei proprietari dell’azienda.

Molto più simile invece “il Poeta” a Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Nel risalire alle radici del proprio io, Zeno smaschera la finta natura della cosiddetta normalità e svela le falsità e le ipocrisie dell’ordine borghese. Nel protagonista del libro di Albertini si intravede la medesima corrosione personale e collettiva.

La classe avversa degli industriali italiani sembrano essere loro stessi, laddove hanno lasciato che il tempo scorresse senza mobilitarsi per rincorrerlo o, meglio ancora, permettere fossero i “nuovi arrivati” a farlo. Un ricambio generazionale troppo lento che sembra essere la causa se non principale di sicuro preponderante del decadimento, morale prima ancora che economico, di intere generazioni.

Accanto alle avversioni di carattere generale, vi sono poi quelle personali, intime. Come la grande passione che il protagonista prova per le conoscenze umanistiche. Costretto a mostrarsi come un leader di ferro sogna invece una laurea in Lettere e prova ammirazione non per fatturato e carriera ma per il compagno Franco che ha saputo mostrarsi più forte e ribelle e si è licenziato. Una decisione che, ai suoi occhi, appare una sorta di liberazione.

Non stupisce che il libro di Alberto Albertini abbia ricevuto due segnalazioni per il Premio Italo Calvino, rappresenta infatti una perfetta e contemporanea versione di un grande romanzo del Novecento.


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A quanto ammonta il valore della ciclo-ricchezza? “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala” di Gianluca Santilli e Pierangelo Soldavini (Egea-UniBocconi, 2019) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’acqua alta e i denti del lupo” di Emanuele Termini (Ĕxòrma Edizioni, 2019)

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Emanuele Termini, L’acqua alta e i denti del lupo. Josif Džugašvili a Venezia, Ĕxòrma Edizioni, Roma, 2019 (Prima edizione ottobre 2019, pagine 192, prezzo euro 15.00, collana Scritti Traversi)

Fin dal momento in cui si prende in mano per la prima volta il piccolo libro di Emanuele Termini, stampato in un formato tascabile, ci si rende conto che, unitamente ai protagonisti della vicenda narrata, è la città di Venezia a dominare l’intera scena narrativa e visiva. Ricchissimo infatti di illustrazioni, L’acqua alta e i denti del lupo sembra essere stato studiato proprio per catturare trasversalmente i sensi del lettore.

Riprende l’autore una storia del recente passato avvolta da una fitta nebbia di mistero, di domande senza risposta e di ipotesi più o meno verificate o verificabili.
Nei primi mesi del 1907, l’allora ventinovenne Josif Vissarionovič Džugašvili (il futuro Stalin) avrebbe soggiornato nella laguna veneta, ospite dei mechitaristi del Monastero di San Lazzaro degli Armeni. Le delicate implicazioni rispetto al futuro del Partito che guidò la Rivoluzione Russa del 1917, furono il motivo per cui quel viaggio doveva rimanere segreto. Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia, forse con troppo anticipo rispetto ai consueti tempi necessari affinché una vicenda possa diventare Storia, cercò di scoprire le motivazioni che avrebbero portato il leader bolscevico in Europa ma la pubblicazione delle sue ricerche sarebbe stata nettamente ostacolata.
Oggi, dopo oltre cinquant’anni dal lavoro di Traglia, Emanuele Termini indaga, insegue le tracce e i tanti pseudonimi che Josif Vissarionovič Džugašvili avrebbe disseminato lungo il suo cammino, accede all’archivio di Traglia, incontra persone che prima di lui hanno raccolto indizi, rintraccia le fonti, e passo dopo passo si persuade sempre più che si tratterebbe di fatti realmente accaduti.
Il viaggio che Stalin avrebbe compiuto passando da Venezia per raggiungere Berlino, e Lenin, narrato da Termini assume spesso tratti rocamboleschi davvero ai limiti della leggenda: infatti prima avrebbe viaggiato come clandestino nella sala macchine di un cargo che trasportava grano da Odessa fino ad Ancona, poi con l’aiuto degli anarchici anconetani sarebbe arrivato a Venezia e presentato alla soglia del monastero di San Lazzaro degli Armeni da dove poi infine si sarebbe allontanato clandestinamente per riapparire a Londra qualche mese dopo.
A rendere però più che plausibile questo viaggio, viene riportata nel testo l’intervista di Emil Ludwig nel 1931 al Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica al Cremlino.

«Diverse furono le domande scomode che Ludwig rivolse al dittatore e quando gli chiese un parere in merito “all’amore tipicamente tedesco per l’ordine, più sviluppato dell’amore per la libertà”, Stalin rispose con un aneddoto vissuto in prima persona:
“Quando nel 1907 mi capitò di trovarmi a Berlino..

Una storia, quella narrata da Termini, che si snoda lungo due filoni narrativi distinti, afferenti a precisi capitoli del libro. Da una parte racconta la biografia di Stalin soffermandosi molto sull’attività politica, l’esilio in Finlandia e le tante peregrinazioni in lungo e in largo per l’Europa. Dall’altra invece il lettore segue passo passo le frenetiche ricerche svolte dal protagonista del libro, il quale indaga in ogni dove e, proprio come un segugio, non tralascia alcuna traccia o indizio.
Sullo sfondo, ma sempre pronta ad emergere, la Serenissima in tutto il suo splendore, senza tempo e senza limiti.

Degno d’attenzione è apparso sin dalle prime pagine lo stile narrativo di Emanuele Termini, il quale con L’acqua alta e i denti del lupo è al suo esordio letterario. Una scrittura avvolgente e coinvolgente, complice anche la passione e l’interesse che egli sembra provare per la vicenda indagata e per la città raccontata. Un vero e proprio amore che trasmette al lettore, unitamente a quel senso di smarrimento, incanto o meraviglia. Basti citare il passaggio nel quale descrive le sensazioni provate all’ingresso della molto famosa libreria Acqua Alta.

«C’era una sorta di magia dentro quello spazio disordinato e privo di indicazioni, ognuno seguiva i propri interessi mosso dal suo rapporto personale con i libri. […] Una scala fatta di enciclopedie offriva un’insolita vista su Rio de la Tetta, mentre una piccola porticina dava su Calle Pinelli. A metà libreria, vicino a una gondola, c’era un altro passaggio che permetteva di raggiungere la saggistica, la letteratura italiana, i fumetti e un angolo dedicato ai libri d’arte e agli spartiti musicali. In fondo alla stanza un’altra via di fuga, verso l’acqua. […]. La persona a cui chiesi informazioni mi invitò a guardare con attenzione uno strano quadro che teneva in bella vista, una sorta di cartoncino piegato in uno strano modo, dove Venezia diventava tridimensionale.»

L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini non raggiunge la tridimensionalità ma è per certo una lettura consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia la Anna Maria Riva Comunicazione & Promozione per la disponibilità e il materiale



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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“A che prezzo” di Michel Martone (Luiss University Press, 2019)

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Non è più possibile fare a meno di una perimetrazione degli ambiti di efficacia contrattuale all’interno dei quali misurare la capacità rappresentativa degli agenti negoziali.

È questa, in estrema sintesi, la conclusione del lavoro di indagine svolto da Michel Martone sull’emergenza retributiva nel nostro Paese.

Molte le domande che attendono una risposta, tante le riflessioni dell’autore il quale, a conclusione del testo, avanza anche dei suggerimenti in modo da riuscire, finalmente, a progredire e snodare un po’ questa querelle tra la riforma della contrattazione collettiva e il salario minimo legale che si trascina da decenni ormai.

Si chiede Martone come sia possibile che, nell’Italia del Terzo Millennio:

  • Un giovane studente per mantenersi all’Università recapiti pizze a domicilio, magari in bicicletta e sotto la pioggia, per un compenso che a malapena sfiora i 3.5euro a consegna.
  • Un operaio pur lavorando a tempo pieno non riesca più, nell’arco di una vita, a mettere da parte quanto necessario ad acquistare una casa.
  • I pubblici dipendenti abbiano dovuto subire un blocco della contrattazione collettiva, e quindi degli stipendi, durato oltre sette anni.
  • Un immigrato che raccoglie pomodori guadagni poco più di 2euro l’ora.
  • Una coppia di trentenni non possa permettersi, sommando gli stipendi, di mantenere più di un figlio.
  • Negli ultimi 10 anni oltre 244mila giovani, di cui il 64per cento con titolo di studio medio-alto, abbiano abbandonato il Paese e a questo fenomeno migratorio non venga dato il giusto risalto.

La liberalizzazione degli scambi internazionali, l’adozione dell’euro, la creazione del mercato unico hanno posto fine alle politiche economiche protezionistiche, basate sulle svalutazioni competitive, sui dazi doganali e sul debito pubblico, che per decenni hanno preservato il sistema produttivo nazionale dalle conseguenze più dure della concorrenza internazionale.

E cosi oggi nel mercato globale, per soddisfare un consumatore sempre più esigente, si finisce per “sacrificare le retribuzioni dei lavoratori in un circolo vizioso reso ancor più duro dall’autorità imposta dai mercati finanziari e dalle spregiudicate politiche di quelle multinazionali che comprano aziende sane con problemi finanziari per chiuderle e riaprirle in Paesi limitrofi”.

Per Martone ciò rappresenta la preoccupante conseguenza di una politica liberista in campo economico ma sovrana e chiusa in tema di diritti sociali.

Basti considerare, rammenta al lettore l’autore, che, mentre nel corso degli ultimi 30anni i Trattati internazionali riuscivano a unificare i mercati e le monete per affermare la nuova Lex mercatoria, ancora oggi mancano regole cogenti di diritto sovrannazionale in grado di incidere sulla determinazione del salario e che l’ultima convenzione Oil in materia retributiva risale al 1970.

Stesso errore commesso anche a livello europeo. Una volta unificati il mercato e la moneta, dovevano contemporaneamente essere avvicinati anche i livelli salariali per evitare che si scatenasse la competizione al ribasso tra lavoratori di diversi paesi europei.

Preso atto di questo chiaro indirizzo di politica economica, “i paesi più forti, avanzati e lungimiranti” hanno cominciato a contenere i salari per potenziare gli investimenti in innovazione tecnologica e aumentare la produttività delle imprese, come è accaduto “all’economia tedesca ormai prossima alla piena occupazione”. Dal canto loro invece i paesi economicamente più arretrati hanno continuato a praticare le politiche di bassi salari per attrarre investimenti. I Paesi mediterranei, compresa l’Italia, con i loro debiti pubblici insostenibili, “sono stati costretti ad adottare politiche salariali fortemente restrittive con misure anche più drastiche di quelle praticate dai Paesi che si erano mossi per tempo e solo dopo aver perso significative quote dei mercati di riferimento”.

Nell’Unione europea si passa dagli oltre 10euro di salario minimo legale in Lussemburgo ai 2euro scarsi praticati in Lituania, Romania o Slovenia.

Una situazione evidentemente insostenibile, denunciata anche dalla nuova Commissione europea presieduta da Ursula Von der Lyen.

Nel testo Michel Martone sottolinea come l’attuale sistema italiano, nonostante l’elevato numero di contratti, non riesca più a rappresentare milioni di outsider. Il medesimo sistema nel quale la definizione dei livelli retributivi degli insider è frutto di un processo di continua negoziazione a livelli diversi e tra molteplici attori che devono, “nell’esercizio della loro autonomia, convenire sulle politiche economiche da attuare e sulle caratteristiche del sistema contrattuale necessarie per realizzarle”.

Dall’inizio della Grande Crisi, le retribuzioni dei lavoratori italiani, che già erano significativamente più basse di molti dei loro colleghi stranieri, sono state travolte da una vera e propria ondata di impoverimento che ha ulteriormente aumentato le disuguaglianze tra i pochi che traggono profitto dalla globalizzazione dei mercati e dalla finanziarizzazione dell’economia e tutti gli altri. E ciò per l’autore ha avuto conseguenze negative anche sotto il profilo della crescita economica, in virtù del fatto che, in tempi di austerità, il modo migliore per favorire la ripresa è la riduzione delle disuguagliane, non il contrario, per permettere di aumentare la propensione al consumo di un maggior numero di persone, come dimostrato anche dall’andamento della curva di Philips.

Questa resiliente crisi economica invece rischia di inghiottire per intero tutto il ceto medio, in particolare quelle professionalità mediane svolte in larga misura da trentenni le cui retribuzioni hanno risentito più di tutte gli effetti della crisi. Basti ricordare il numero sempre crescente dei cosiddetti working poor, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Martone afferma di essere consapevole si tratti di una verità scomoda e difficile da affrontare, che richiede impegno e soluzioni complesse, ma che non per questo debba continuare a essere rimandata, ignorata, sminuita. Per l’autore infatti, gran parte dei partiti politici semplicemente hanno cercato di rimuoverla, scaricando sugli immigrati, i mercati finanziari o l’Europa le colpe della crescente incertezza che ormai si diffonde tra i lavoratori italiani. Anche peggiori forse Martone ritiene gli interventi posti in essere con l’intento dichiarato di migliorare la situazione ma che, a suo dire, non faranno altro che sottrarre ulteriori risorse economiche all’emergenza retributiva. In particolare egli fa riferimento a quota100 e reddito di cittadinanza.

Nonostante gli sforzi profusi nel corso degli ultimi venticinque anni, “il nostro sistema economico sta perdendo la sfida della produttività del lavoro”. Assumendo infatti il costo del lavoro per unità di prodotto quale parametro di misurazione della competitività del sistema produttivo, Martone invita a riflettere sul fatto che, dalla nascita del mercato unico, l’Italia ha perso quasi 30 punti percentuali rispetto alla Germania e quasi 15 punti rispetto alla media dell’area Euro. Naturalmente ciò è dipeso da molteplici fattori (investimenti in innovazione dei prodotti e dei processi, cuneo fiscale, investimenti pubblici in infrastrutture, energia…), ma è altrettanto vero che i governi e le parti sociali “non sono riusciti a ristrutturare tempestivamente il sistema contrattuale per promuovere la produttività del lavoro attraverso il decentramento contrattuale”.

Se, infatti, l’ordinamento intersindacale continua a considerare la contrattazione collettiva di secondo livello un complemento, quasi esclusivamente, migliorativo del più ampio processo di negoziazione salariale che avviene a livello nazionale, l’ordinamento statale, con l’avallo decisivo della giurisprudenza, sembra volerle assegnare, in ragione della “prossimità”, un ruolo autonomo e paritetico nella disciplina della flessibilità, salariale e gestionale, anche in deroga alla legge e al contratto collettivo nazionale, al fine di consentirle di promuovere un più competitivo costo del lavoro per unità di prodotto.

Una differenza che Martone sottolinea essere di non poco conto. Di matrice soprattutto culturale, destinata a dividere le organizzazioni sindacali e a pesare soprattutto se non avverrà il tanto auspicato ricambio generazionale dei quadri sindacali.

Una cultura nuova che dovrebbe prendere atto delle specificità funzionali della contrattazione collettiva di secondo livello, per valorizzarne le potenzialità, “piuttosto che castrarne lo sviluppo”.

Perché, se la contrattazione aziendale rappresenta l’ambito elettivo per la disciplina della produttività e della correlata premialità, quella territoriale si presta ad assolvere efficacemente funzioni simili a quella nazionale e potrebbe rivelarsi un utile strumento per cercare di adattare le retribuzioni in relazione al costo della vita di un determinato territorio ad alta disoccupazione per attrarre investimenti produttivi e perfino per contrastare il dumping salariale praticato tra realtà geograficamente limitrofe.

Per l’autore è inutile nascondersi: la questione retributiva è eminentemente economica, perché riguarda anzitutto l’ammontare delle risorse che i governi riescono a destinare alla riduzione del carico fiscale e contributivo che grava sulle retribuzioni.

Con l’arrivo della recessione economica e l’aumento degli spread, “il gioco della redistribuzione diventa a somma negativa” che, a causa degli interessi sul debito, riduce le risorse economiche pubbliche al punto che, se si vogliono sostenere le pensioni o il reddito di cittadinanza, “è necessario aumentare la tassazione, diretta o indiretta, sia essa sui consumi, sui redditi, sui profitti o sui patrimoni”.

In questo contesto, preso atto della crescente difficoltà a reperire risorse pubbliche per ridurre strutturalmente l’elevato livello di pressione fiscale e contributiva, si moltiplicano le proposte a favore dell’istituzione di un salario minimo legale che, sostituendo quello contrattuale, “rimetterebbe sul sistema produttivo in crisi la responsabilità di proteggere le retribuzioni dei lavoratori”. Anche per questa ragione, secondo Martone, sta parallelamente maturando, tra i lavoratori come all’interno delle imprese, la consapevolezza che, se si vuole scongiurare una legge sul salario minimo legale, è quanto meno necessario procedere a una effettiva ricostruzione del sistema contrattuale, anche attraverso l’emanazione di una legge di sostegno alla contrattazione collettiva più rappresentativa.

L’esperienza post costituzionale cui l’autore fa riferimento avrebbe insegnato che, specialmente nei momenti di emergenza economica, la strategia rivelatasi più efficace è quella del sostegno legislativo al sindacato più rappresentativo, “che è in genere anche il più responsabile, come peraltro rileva l’ampio dibattito dottrinale ormai favorevole a una legge sindacale”.

Non esistono ostacoli costituzionali a un intervento legislativo di riforma del sistema retributivo. Nondimeno è facile prevedere che eventuali interventi legislativi in materia, se non dovessero essere supportati da una efficace concertazione sociale, rischierebbero di veicolare nel sistema più problemi che soluzioni. Anche per questo motivo, sottolinea l’autore, sembrano raccogliere maggiori consensi i progetti di riforma del sistema retributivo che invece propongono di assumere a parametro valevole ai fini dell’art. 36 Cost. i minimi retributivi individuati dai contratti collettivi nazionali più rappresentativi.

Come, ad esempio, propone il disegno di legge 658/2018 a prima firma Catalfo che stabilisce, tra l’altro, che:

  • La retribuzione, proporzionata e sufficiente alla quantità e qualità del lavoro prestato, non può essere inferiore al trattamento economico complessivo individuato dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro più rappresentativi ai fini della nomina dei rappresentanti presso il Cnel.
  • Il trattamento economico complessivo previsto dai contratti così individuati non può essere inferiore a nove euro l’ora al lordo dei contributi previdenziali.

Tuttavia, per Martone, neanche queste proposte riescono a dare soluzione “all’atavico problema della perimetrazione dell’ambito entro cui misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, dei lavoratori e dei datori di lavoro”, e quindi selezionare il contratto collettivo cui si accorda “la responsabilità, o il privilegio, di individuare il parametro retributivo valido erga omnes”.

L’analisi condotta ha indotto l’autore a concludere nel senso che non è più possibile fare a meno di una perimetrazione degli ambiti di efficacia contrattuale all’interno dei quali misurare la capacità rappresentativa degli agenti negoziali, e rappresentato l’occasione per registrare alcune significative convergenze che potrebbero essere poste alla base di una possibile riforma del sistema retributivo che:

  • Assuma il trattamento economico minimo previsto dal contratto collettivo più rappresentativo a parametro della giusta retribuzione per tutto il settore, secondo il modello già considerato costituzionalmente legittimo per quello delle cooperative.
  • Recepisca per via legislativa il sistema delineato nel Testo unico sulla rappresentanza del 2014, per misurare all’interno dei perimetri di efficacia della contrattazione collettiva la capacità rappresentativa delle diverse organizzazioni sindacali, delle imprese come dei lavoratori, secondo lo schema di recente proposto dal d.d.l. 788/2018.
  • Perimetri i settori di efficacia della contrattazione collettiva nazionale, quanto meno in materia salariale.
  • Recuperi, pur con tutti i necessari adattamenti, il modello disciplinato dall’art. 2070 c.c., al fine di consentire alla giurisprudenza di presidiare quei perimetri scongiurando la concorrenza tra imprese sul costo del lavoro.
  • Strutturi la contrattazione collettiva, potenziando, sulla scorta del modello del decentramento organizzato, quella di secondo livello, anche in deroga alla legge, al fine di evitare che le tensioni al ribasso sul costo del lavoro, ad esempio determinate dall’esplosione delle crisi aziendali, rifluiscano su quella nazionale.
  • Introduca un salario minimo orario, attorno ai nove euro, che funzioni sia da pavimento per la contrattazione collettiva che da parametro applicabile nei settori in cui quest’ultima non dispiega i propri effetti.
  • Preveda che tale soglia minima sia derogabile (opting out) in determinati settori economici.
  • Riduca il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni al fine di dare sollievo a quella classe media che, con il proprio lavoro, ha dovuto sopportare il peso di una crisi economica che ha reso insostenibile il terzo debito pubblico del mondo.

Non è più possibile agire in ordine sparso, secondo la logica del si salvi chi può. Per Martone è invece necessario che la contrattazione collettiva, quantomeno in materia salariale, si svolga all’interno di un sistema di regole che, contrastando la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro, imponga anche alle imprese di agire sul terreno dell’innovazione di processo e di prodotto, piuttosto che non su quello della riduzione del costo del lavoro.

Martone si augura che i tempi in Italia siano maturi in quanto, molto spesso, in tema di riforme la tempistica si rivela essere un fattore determinante.

Bibliografia di riferimento

Michel Martone, A che prezzo. L’emergenza retributiva tra riforma della contrattazione collettiva e salario minimo legale, Luiss University Press, Roma, dicembre 2019


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

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Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi.
Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”.
Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della “cattiva madre”.

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell’orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell’accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Roncoroni, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società.
Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell’ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l’ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l’accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all’intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l’operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.
I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l’applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l’istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.
Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.
L’incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali.
Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l’affettività e l’esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l’autunno 2018 e l’estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis per la disponibilità e il materiale


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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 

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Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità. A che punto siamo?

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Le città sono cambiate, non sono più delle realtà compiute, statiche, con spazi ben definiti e sistemi organizzativi gerarchici. Oggi le città sono sempre più un insieme intricato e mutevole di reti connesse e di soggetti che prendono decisioni interdipendenti necessarie a mantenere in equilibrio un sistema a crescente complessità e customizzazione.

Le attuali dinamiche sociali, culturali ed economiche, conseguenza anche della polarizzazione ed erosione del ceto medio, impattano sulla domanda, sempre crescente, di edilizia sociale nelle aree metropolitane.

I dati degli ultimi cinque anni indicano che circa 1.7milioni di nuclei famigliari sono in uno stato di forte disagio economico e spesso, di conseguenza, abitativo.

Il sistema di edilizia residenziale pubblica, che rappresenta in Italia la quasi totalità di offerta abitativa sociale, si trova nella condizione di esaurimento di una fase storica. Con la regionalizzazione e la chiusura della tassa di scopo che finanziava il settore (Gescal), le condizioni mantenute dal 1998 non rispondono più alle esigenze attuali. Spetta quindi al decisore pubblico ridefinire una visione e un assetto di tale settore.

È uscito a novembre 2019 con ilMulino il volume curato da Christian Iaione, Monica Bernardi ed Elena De Nictolis La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing che raccoglie i risultati del lavoro di indagine svolto dall’unità di ricerca di Luiss LabGov.City, coordinata dal prof. Christian Iaione, nell’ambito del progetto Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità.

La ricerca, realizzata con il sostegno di Federcasa, ha avuto come oggetto un’analisi giuridica ed empirica svolta a livello nazionale e internazionale al fine di identificare modelli di gestione innovativi e sostenibili nel settore dell’housing pubblico e sociale.

Il libro mette in luce la tensione verso spazi urbani più equi, accoglienti e sicuri, ma anche democratici e collaborativi, capaci di alimentare stili di vita e modelli funzionali che contribuiscono a “implementare la qualità della vita”. Obiettivo che dovrebbe essere irrinunciabile per chi governa la città e le sue trasformazioni.

Oggi le nuove strategie e visioni sull’edilizia devono necessariamente tenere conto dei cambiamenti strutturali della società, cambiamenti che passano per forza di cose dalle “rigenerazioni delle periferie”, vere e proprie frontiere dove si gioca la sfida per una città più vivibile, giusta e democratica. Ragionamento che vale per l’edilizia in generale e ancor di più per quella sociale.

Una rigenerazione che va al di là dell’aspetto meramente infrastrutturale, necessario comunque all’aumento del numero di alloggi per rispondere alla domanda reale, e che mette al centro “temi di riprogettazione e co-progettazione degli spazi e modelli di governance” (condivisione nell’uso, collaborazione nella gestione, policentrismo nella proprietà). Una strada che vede i cittadini non più soltanto come dei fruitori passivi di un bene ma agenti attivi del cambiamento.

Negli ultimi decenni è emersa in tutta Europa una vasta gamma di forme di edilizia residenziale promosse e gestite dai residenti in cui, accanto agli alloggi privati, spazi e servizi comuni sono condivisi tra i residenti e con il quartiere. Queste “forme alternative” di edilizia residenziale sono caratterizzate da una maggiore attenzione a valori sociali, quali sostenibilità ambientale, inclusione e coesione sociale, rigenerazione urbana.

Possono rientrare in tale categoria una grande varietà di forme e iniziative: cohousing, habitat participatif, cooperative di residenti, comunità residenziali ecologiche (eco-villaggi), iniziative di recupero di immobili sfitti o abbandonati (self-help housing), community asset ownership, Community Land Trust (CLT).

Ancora oggi in Italia l’edilizia sovvenzionata, ovvero la locazione di alloggi pubblici che comporta oneri a totale carico dello Stato, sembrerebbe l’unico strumento attraverso il quale si garantisce, o si dovrebbe riuscire a garantire, la protezione delle fasce più deboli della popolazione.

Il Piano Casa e il Piano nazionale edilizia abitativa prevedono la possibilità di utilizzare fondi immobiliari chiusi come strumento per finanziare la realizzazione di alloggi sociali. Ad oggi, sono circa 30 gli investimenti deliberati e i fondi immobiliari locali creati su supporto del FIA (Fondo Investimenti per l’Abitare).

Prendendo in considerazione le varie forme possibili, procedurali e di finanziamento, nel testo sono stati analizzati oltre 73 sperimentazioni abitative presenti o da avviare a breve nel territorio italiano.

Nella maggior parte dei casi, i destinatari degli interventi sono soggetti della cosiddetta fascia grigia. Il target giovani è quello maggiormente intercettato. Meno di frequente i progetti sono rivolti a soggetti che vivono situazioni di maggiore fragilità, o comunque le quote loro riservate sono molto ridotte sul totale degli alloggi disponibili.

Persiste un forte divario numerico tra i progetti avviati nel Centro e nel Nord del Paese e quelli posti in essere al Sud.

In materia di rigenerazione urbana, la rimessa in circolo di immobili pubblici in disuso o privati ceduti in concessione non è la norma. Alcune progettualità prevedono la costruzione ex novo dell’immobile.

L’analisi dei casi-studio ha confermato “l’esistenza dei cinque principi di disegno istituzionale elaborati nell’approccio analitico della Co-Città”:

  • la co-governance (condivisione, collaborazione, policentrismo)
  • il ruolo di promotore e successivamente di facilitatore giocato dall’autorità pubblica
  • la creazione e/o la connessione con forme di economia e impresa prodotte per effetto della co-governance, economie a loro volta caratterizzate da un approccio collaborativo e soprattutto da obiettivi di sostenibilità come l’economia circolare o l’economia sociale o solidale
  • la giustizia tecnologica (avanzamenti tecnologici e transizione digitale nel settore dell’housing)
  • lo sperimentalismo, verso nuovi processi decisionali o gestionali pubblici adatti o adattabili al “cambiamento costante e impetuoso che la transizione ecologica e digitale richiede

Le aziende di gestione dell’edilizia residenziale pubblica (dagli Istituti autonomi per le case popolari, alle aziende, fino alle Spa) amministrano in Italia un patrimonio di 836mila alloggi popolari.

Dall’analisi condotta risulta evidente la necessità, per questi attori, di ritrovare una nuova centralità nella “complessa e articolata architettura delle politiche pubbliche che si occupano di disagio abitativo”. Ritenendo problematica anche in questo settore l’eccessiva privatizzazione di enti pubblici e la dismissione di beni e funzioni pubbliche protrattasi negli anni in base al “postulato indimostrato” che il privato, qualunque tipologia di privato, è di per sé più efficiente e idoneo a rispondere a un bisogno della collettività.

La presenza del soggetto pubblico (azienda di edilizia popolare o ente locale) nella funzione di promozione, supporto, facilitazione, moderazione, monitoraggio, in veste di piattaforma abilitante gli attori coinvolti nei progetti di housing, appare invece elemento chiave per garantire un maggior grado di successo e sostenibilità delle diverse forme di condivisione, collaborazione e policentrismo nell’abitare.

A conclusione dell’indagine traspare come sia tutto ancora da verificare l’andamento nei prossimi anni, in quale misura e a quali condizioni sarà possibile o meno garantire scalabilità e replicabilità, nonché sostenibilità sociale ed economico-finanziaria ai modelli di co-governance nel settore dell’abitare.

Risulta anche necessario coinvolgere gli investitori pazienti o di lungo termine, come le casse previdenziali e i fondi pensione, per rinforzare le infrastrutture di housing sociale esistenti e andare oltre il sistema dei fondi immobiliari, attraverso un modello che garantisca la redditività degli investimenti ma anche la sostenibilità sociale e climatica, minimizzando così rischi normalmente correlati a questo tipo di progetti.

Bibliografia di riferimento

La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing, a cura di Christian Iaione, Monica Bernardi, Elena De Nictolis, Società Editrice ilMulino, Bologna, 2019



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale


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Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Questa è l’America” di Francesco Costa (Mondadori, 2020)

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Questa è l’America raccontata da Francesco Costa: un Paese la cui cultura «preferisce da sempre alla prudenza una certa ingenua e avventuriera incoscienza», soprattutto quando si tratta di «inseguire qualche comodità in più».
L’America descritta nel libro di Costa in realtà sono solamente gli Stati Uniti che l’autore sviscera nei loro “segreti” più intimi, narrando di vicende umane diffuse ma spesso dimenticate o peggio ignorate. Casi umani che sono il derivato o la conseguenza diretta, se si preferisce questa espressione, della cultura che li ha prodotti.
Un Paese i cui abitanti sembrano inseguire con la medesima forza d’animo gli ideali del liberismo, quelli del patriottismo, il famigerato sogno americano e le promesse di pubblicità più o meno ingannevoli che siano. Fa tutto parte del medesimo circuito, un sistema noto appunto come America.

Una cultura, quella americana, o per meglio dire statunitense, che ha saputo “vendersi” al mondo intero come il non plus ultra, il top dell’evoluzione, della libertà, del progresso e via discorrendo. Ma che, al contempo, ha saputo e sa celare al medesimo mondo i suoi lati più oscuri. Le falle di questo enorme sistema che racchiude in sé lo spettro del mondo intero: potere e denaro concentrati nelle mani di quei sempre meno numerosi che “ce l’hanno fatta” versus il resto della popolazione che fatica a rimanere a galla.
Il Paese dei paradossi. Questo sembrerebbe a conti fatti l’America descritta da Costa. Una realtà molto all’avanguardia nella ricerca anche in campo medico che conta una sempre maggiore fetta di popolazione che cade nella rete della dipendenza dai farmaci, a causa proprio di quella certa ingenua e avventurosa incoscienza di cui parla l’autore.

Vero e falso, reale e inventato, autentico e posticcio sembrano essere i termini opposti che meglio definiscono l’America per Costa e, in particolare, il Nevada famoso in tutto il mondo per Las Vegas e l’Area 51.
Paradossi incomprensibili almeno quanto le idee degli stessi americani. Alle ultime elezioni presidenziali il popolo americano, quello dislocato lungo gli immensi territori che vanno a comporre gli Stati Uniti d’America, ha votato il candidato meno comprensibile, agli occhi del resto del mondo, e anche di quelli della rimanente America. Un candidato con un programma e delle idee che erano l’esatto contrario di quelle del presidente uscente. Obama aveva la ferma intenzione di cambiare il Paese, renderlo più equo e giusto. Evidente che questo a una ben ampia fetta di popolazione non sta affatto bene, piuttosto il contrario, ovvero allontanare ulteriormente l’ingerenza del governo centrale dalla vita e dagli affari degli americani dei singoli Stati.

Leggendo le storie di vita americana riportate da Francesco Costa in Questa è l’America si viene ben presto a delineare quello che è il quadro reale della vita degli americani, veri non cinematografici. Quelli che ne sono i comportamenti, gli ideali, i valori. Sprezzanti e deviati, non tutti ovviamente. La cui filosofia di vita sembra ispirasi sempre più a un estremo o estremizzato individualismo, un egoismo mascherato ma neanche poi troppo.
Atteggiamenti, comportamenti, sentimenti e ambizioni che spopolano ormai anche nel resto di quella parte di mondo definita occidentale e che continua a vedere negli Stati Uniti d’America un faro.

Trasversalmente, Francesco Costa tocca tutti i principali nodi della cultura statunitense e, di rimando, quella occidentale. Dal servizio sanitario all’istruzione, dalla politica all’economia reale, dalle attività sportive come caccia e pesca alla violenza, dall’ideologia agli estremismi e lo fa raccontando storie di vita quotidiana cui aggiunge riflessioni personali e riferimenti spazio-temporali i quali, più di una volta, si presentano come veri e propri resoconti storici. E lo fa con uno stile narrativo semplice, lineare, anch’esso quotidiano, al pari delle storie che racconta. Evita l’autore un linguaggio politico o economico e, al contempo, sembra volutamente tenersi alla larga anche da uno stile prettamente giornalistico che di sicuro gli sarebbe più congeniale.

Avendo scelto di raccontare la vita degli americani, Costa sembra quindi aver deciso di farlo con un linguaggio che più si avvicinasse al vissuto narrato. Una soluzione che si è dimostrata molto efficace e che ha per certo contribuito a rendere il libro ancor più interessante.
Un libro che si racchiude benissimo nel titolo perché, dopo averlo letto, si è tentati di esclamare davvero: Questa è l’America! E farlo dando all’esclamazione la medesima intonazione e lo stesso significato che Pirandello voleva diffondere con il titolo della sua opera teatrale Così è (se vi pare). E al lettore di Costa pare proprio che così è l’America.


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È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017) 

“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019) 

All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro 

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019) 


 

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Storie di ordinaria integrazione: “Mare Fermo” di Guy Chiappaventi (Ensemble, 2019)

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La squadra si chiama Save the Youths, “Salvate i giovani”. Gioca in Terza categoria, a Fermo, nelle Marche, provincia felix prima della crisi del distretto calzaturiero più famoso del mondo, trentacinquemila abitanti e centoquaranta richiedenti asilo. Nel 2016 un delitto terribile e razzista, quello di Emmanuel, un profugo nigeriano e cattolico, ucciso con un pugno da un italiano.

I calciatori africani della Save the Youths hanno attraversato il deserto, sono passati dalle prigioni della Libia e poi hanno fatto la traversata in mare con il barcone. Come Alhagie Fofana detto “Barbadillo”, gambiano, muratore, che ha dovuto fare due volte il viaggio nel canale di Sicilia. Ha visto morire nella stiva quarantasette persone. Questa è la storia di una squadra precaria per definizione – tre di loro sono partiti per l’estero a metà stagione dopo le restrizioni nella concessione della protezione umanitaria – che è anche un racconto della provincia italiana nell’epoca dei porti chiusi e del rancore verso gli immigrati.

In un’epoca che sembra vorticosamente avvilupparsi su se stessa e, a volte, anche strangolarsi con le medesime catene create e generate dagli interminabili discorsi che riguardano le migrazioni, le immigrazioni, addirittura le invasioni di migranti, ebbene proprio in questo momento Guy Chiappaventi scrive e pubblica un libro, Mare Fermo, che sembra rappresentare proprio un fermo immagine. Non una richiesta di aiuto o quant’altro, piuttosto la trasposizione scritta di quella che è, contrariamente alla narrazione diffusa, la quotidianità di chi vive in Italia, di chi vive l’Italia. Quella vera, quotidiana, dei piccoli o piccolissimi centri urbani sparsi su tutto il territorio nazionale. Storie di ordinaria integrazione.

Esiste per certo, purtroppo, il razzismo e la discriminazione, inutile negarlo. Ma esiste anche altro, tanto altro che va oltre la retorica che di recente sembra farla da padrona. Ed è proprio di questo che Chiappaventi ha voluto narrare in questo suo libro che si presenta al lettore con una dedica molto significativa. A due generazioni di persone differenti, che hanno vissuto un Paese completamente diverso, opposto per certi versi. Eppure traspare, dalle parole dell’autore, la naturalezza di certi comportamenti e sentimenti, maggiormente laddove permangono scevri da pregiudizi o storture varie.

Se Mare Fermo di Guy Chiappaventi fosse una favola, la sua morale potrebbe per certo essere individuata nel bisogno di non stigmatizzare mai luoghi o individui, né strumentalizzarli per fini politici.

La piccola città marchigiana di Fermo tempo fa è balzata alla cronaca per tristissimi episodi di delinquenza, violenza e razzismo. Ma Chiappaventi ha dimostrato che in quella città e, soprattutto, tra i suoi abitanti c’è molto altro.

Non tutti gli italiani sono razzisti, o delinquenti, o mafiosi, o imbroglioni… e questo assunto vale per ogni etnia, razza, nazionalità o cittadinanza. Punto. Ovviamente è vero anche il contrario, altrimenti è alto il rischio di cadere nella trappola dell’esaltazione infondata di un nazionalismo dal sapore troppo estremista oppure nel tristemente noto ad etnologi ed antropologi “mito del buon selvaggio”.

Mare Fermo di Guy Chiappaventi, attraverso parole e immagini, racconta storie di un presente troppo spesso distorto, di bisogni strumentalizzati, di valori confusi. Semplicemente storie di umana resilienza.

Guy Chiappaventi: Giornalista e inviato del TgLa7. Ha vinto il premio Ilaria Alpi nel 1998. È autore di numerosi documentari tra cui: L’uomo nero. Storia di Massimo Carminati (premio Parise 2017); La caduta, su Siena e David Rossi; Il sindaco, il vescovo e il boss, sulla città di Gela; Le lenzuola della mafia, sull’omosessualità nella camorra e nella mafia. Ha pubblicato diversi libri di successo tra cui: Pistole e palloni (uscito in sette edizioni), Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi (segnalazione al Premio FIGC Ghirelli nel 2017) e La valigia del centravanti. Nove storie di numeri


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale


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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Borignhieri, 2019) 


© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019)

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Le linee di tendenza in atto nel mondo sono il ritorno alla fabbrica e la diffusione a macchia di leopardo di nuove filiere di valore. Con Fabbrica Futuro, Marco Bentivogli e Diodato Pirone intendono focalizzare l’attenzione su un Paese, l’Italia, che appare in larga misura inconsapevole o distratto e che, invece, non può permettersi di restare ai margini.

L’industria italiana, sottolineano gli autori, è una delle vittime del processo di mitriadismo, ovvero dell’assuefazione a dosi piccole ma quotidiane di “un veleno fatto di cifre sbagliate o false o distorte da strumentalizzazioni”, di commenti semplicistici, da notizie magari anche vere ma quasi sempre decontestualizzate e prive di un valido confronto.

I lavoratori, non solo gli operai, assumono quasi sempre il profilo di vittime destinate al sacrificio invece di veri e propri protagonisti dell’evoluzione del lavoro.

Per Bentivogli e Diodato necessita innanzitutto liberarsi da una visione della fabbrica ferma al Novecento. La manifattura si è evoluta tantissimo e, assieme alla capacità di intrapresa e al lavoro fondato sulla competenza, “è tornata a essere il caposaldo di una società il più possibile equa, solidale, inclusiva, democratica”.

All’indomani della grande crisi finanziaria del 2008, sono stati gli Stati Uniti i primi a riscoprire la fabbrica.

L’occupazione del settore industriale Usa è passata da 11.5milioni di unità del gennaio 2010 a quota 12.8milioni del gennaio 2019. Stando ai dati diffusi dal Bureau of Labor Statistics, l’industria americana assicura 120-150mila posto di lavoro in più ogni anno, da quasi dieci anni.

Ciò contribuirebbe molto a sfatare il mito ben radicato anche in Italia ormai che associa l’innovazione tecnologica alla compressione dei posti di lavoro industriali.

Bentivogli e Pirone sottolineano con forza come il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Una svolta che fu colta in tutta la sua portata dalla FIAT sotto la guida di Sergio Marchionne ma che non è stata assimilata e ben compresa dal Paese in generale. Eppure “anche l’industria italiana è tornata a creare posti di lavoro”, che a fine 2018 sono risaliti intorno a quota 4milioni, con una crescita di 2.5 punti percentuali circa nel biennio 2017-2018.

La ragione ultima per la quale Bentivogli e Pirone hanno scritto Fabbrica Futuro è la volontà, da loro considerata una utile necessità, di dare voce a una realtà industriale italiana strategica, ovvero le fabbriche FCA, “che sembra rimasta afona”.

Gli autori sottolineano come l’opinione pubblica italiana semplicemente ignora che dagli stabilimenti italiani di Fiat Chrysler nel 2019 sono usciti tra gli 800 e i 900mila veicoli, vi lavorano 57mila persone che assicurano fra il 2 e il 3 per cento del Pil e oltre 20miliardi di export. Questi stabilimenti, inoltre, rappresentano la punta di un iceberg di una filiera composta da 2190 aziende della componentistica, che generano 46miliardi di fatturato, hanno 156mila addetti e garantiscono circa 5miliardi di attivo della bilancia commerciale.

Analizzano a fondo la situazione attualmente presente negli stabilimenti FCA in territorio italiano, sottolineando come la vecchia FIAT ormai ha profondamente cambiato la propria cultura del lavoro. L’aumento della componente intellettiva nel lavoro operaio è un processo che già si tocca con mano e che “è destinato a importanti sviluppi nei prossimi anni”.

Soffrono mille problemi quelle fabbriche e ciò è innegabile ma è nell’intenzione degli autori la volontà di non vederle solo come degli stipendifici. La loro presenza nel territorio fa ancora da ascensore sociale e assicura robustezza alle aree territoriali nelle quali sono inserite.

A dimostrazione di ciò Bentivogli e Pirone riportano una luna serie di esempi, tra i quali:

  • le donne-capo che gestiscono Pomigliano;
  • il basso tasso di divorzi fra i lavoratori FCA di Melfi rispetto alla media regionale;
  • la scelta di Sevel (la joint venture tra FCA e PSA) che forma e assume giovani supertecnici direttamente nelle scuole.

Eppure il ricco patrimonio umano e tecnico dell’automotive italiano oggi corre rischi serissimi.

Entro i prossimi dieci anni vetture elettrificate, autonome e condivise trasformeranno “l’oggetto automobile in una sorta di computer su quattro ruote”, da usare e produrre in maniera molto differente rispetto all’oggi. Quote sempre maggiori di valore aggiunto dell’industria auto dovranno essere dirottate verso i produttori di batterie e di tecnologie. Anche FCA, come tutti i costruttori, è quindi “stretta nella morsa fra l’inevitabile aumento degli investimenti e la prevedibile riduzione degli utili «resi» dal capitale impegnato”.

A tutto ciò, per Bentivogli e Pirone, va aggiunta “la disfunzionalità aziendale di FCA”, che ha circa 90mila dipendenti in Nord America e che assicurano quasi il 90 per cento dei 5miliardi di utili aziendali, “mentre la parte europea, italiana in particolare, a fatica resta a galla”.

Ma, per gli autori, l’Italia non può assolutamente permettersi di rinunciare a queste fabbriche.

Stabilimenti che già non esisterebbe più, o sarebbero finite “a mo’ di spezzatino”, se non si fosse affermato in FCA un nuovo modello di lavoro, figlio:

  • della visione di un manager speciale come Sergio Marchionne;
  • del progetto di cambiamento e di modernizzazione da parte del sindacato;
  • della qualità e del sapere dei lavoratori.

Fabbriche che rappresentano, a conti fatti, “una testimonianza valida per l’intera società italiana”.

Uno dei meriti maggiori che Bentivogli attribuisce all’operato di Sergio Marchionne è l’aver abituato la FIAT a fare a meno della politica e dello Stato, “a differenza dei suoi predecessori e di gran parte dei suoi detrattori”. Lavorando di concerto con i sindacati, si è riusciti a creare “un clima di affidabilità, un terreno che prima del contratto di Pomigliano era pregiudicato”.

Cambiamento riscontrabile in particolare nell’implementazione del World Class Manufacturing (Wcm), che spinge i gruppi dirigenti degli stabilimenti a esporsi, a coinvolgere i dipendenti e comunque a lavorare con spirito di squadra.

Più uno stabilimento è efficiente, sulla base di un codice comune a tutti gl stabilimenti, e più il premio ai lavoratori è consistente. Il medagliere del Wcm, del resto, non contiene solo elementi di efficienza, ma anche aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro (zero incidenti è il primo obiettivo), e a tutti quei fattori che all’interno di un’azienda concorrono a migliorare in modo condiviso la gestione e i risultati dello stabilimento.

Per cui, la fusione con Crysler, l’adozione del Wcm, gli accordi sindacali innovativi, sono la dimostrazione, per Bentivogli, della capacità italiana di gestire la diversità multidimensionale in un’economia globale.

Un esempio che l’autore ritiene necessario estendere il più possibile e il prima possibile all’intero comparto manifatturiero italiano perché se è vero che “FCA può fare a meno dell’Italia ma l’Italia non può fare a meno di FCA”, lo è anche che ciò vale per tutte le grandi realtà industriali e manifatturiere. Ovvio quindi che bisogna creare le condizioni necessarie affinché diventi conveniente restare o tornare in Italia. Operando magari sull’onda di quanto fatto negli Stati Uniti, laddove si può ritenere che il boom del manifatturiero sia stato favorito dalla convergenza di moltissimi fattori, non solo politici:

  • le scelte monetarie accomodanti;
  • la relativa debolezza del dollaro;
  • l’energia a basso costo legata allo shale gas;
  • la forbice del costo del lavoro che tende a ridursi rispetto a molti Paesi asiatici, in particolare la Cina;
  • l’alta produttività del sistema americano;
  • la rapidità nel trasferire le innovazioni alle linee produttive;
  • la scoperta che fare manifattura all’estero è difficile e in definitiva non è così premiante, a causa dell’inferiore scolarizzazione del personale e dell’inefficienza di sistemi meno evoluti di quelli occidentali.

Negli Stati Uniti sono rientrati interi spezzoni della “vecchia industria”, a partire dagli elettrodomestici di General Electric ai camion della Ford, alle gigantesche macchine movimento terra della Caterpillar, alle turbine a gas di multinazionali europee come la Siemens.

Ragioni per cui, secondo l’analisi di Bentivogli e Pirone, il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Perché, concludono, oggi sono proprio le fabbriche a parlarci di futuro.



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il male in corpo” di Marisa Fasanella (Castelvecchi, 2019)

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«Il cielo ha il colore del piombo e una nube maleodorante galleggia sul borgo vecchio: si spande fino alla nuova strada, entra nelle case, nel letto delle creature. La terra si rivolta e butta fuori gli acidi e i rifiuti e i bambini muoiono e gli adulti se ne vanno con il male in corpo.»

Incisivo e potente il nuovo libro di Marisa Fasanella, Il male in corpo, uscito in prima edizione a luglio 2019 con Castelvecchi Editore.

Indaga Marisa Fasanella la vita e le persone, osserva, assimila e metabolizza emozioni, sentimenti, male e dolore, lo trasforma in carne, in viscere, e poi rende il tutto di nuovo libero attraverso la scrittura. Per questo nei suoi scritti appare quasi tangibile la “carnalità” del narrato, storie che raccontano vita e vite tormentate dalla storia.

«l’urina si sciolse e le bagnò le cosce»
«nel sangue del mestruo che mi scorre tra le gambe»

Utilizza con frequenza l’autrice queste figure stilistiche, impiegate per dare incisività alla descrizione di particolari momenti di tensione emotiva, di situazioni di forte stress, di shock. L’impatto fisico e sensoriale cui sono sottoposte le protagoniste del libro all’improvviso, senza preavviso. E mente e corpo neanche hanno il tempo di reagire, semplicemente cedono e scorrono via, come i fluidi corporei.

Il dolore, unito a una incrollabile voglia di riscatto e giustizia, è il leitmotiv principale del libro. Persone che divengono fin da subito dei personaggi, ingabbiati più che inquadrati nella struttura narrativa, nella storia che è proprio la loro e che non potrà mai condurre a un “bel” finale, perché a muovere l’azione non è la speranza bensì il dolore, la mancanza, la sofferenza. Sono infatti le assenze più ancora delle presenze le caratterizzanti la figura della protagonista Miriam.
Sarà l’assenza di Massimo a far incrociare la sua esistenza con quella di Mairim, l’altra importante figura del libro.

Marisa Fasanella ha da sempre abituato i suoi lettori a una narrazione basata sul noto, intessuta nei luoghi del suo vissuto, quindi presenti in se stessa prima ancora che nella sua scrittura. Ne Il male in corpo questo aspetto tende a scemare, non perché Fasanella parli di luoghi a lei ignoti bensì perché racconta di una cittadina la quale, seppur bene geolocalizzata nella mente e nella conoscenza dell’autrice, non ha una identità geografica specifica. Potrebbe essere una qualsiasi città. Si presume sia una scelta voluta della stessa autrice, in considerazione del secondo tema portante la narrazione, la denuncia per i danni ambientali, per i crimini a danno dell’ambiente e dell’uomo protratti nel tempo e largamente diffusi, purtroppo.

Il male in corpo conferma lo stile narrativo potente e incisivo di Marisa Fasanella, caratterizzato da una visceralità quasi ancestrale. Una scrittura che esprime a fondo il legame di anima e corpo ma anche quello ancor più profondo tra uomo e territorio.

Una lettura che rischia di essere emotivamente molto impegnativa ma assolutamente consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale


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