“Perché fidarsi della scienza?”

Tag

, , , ,

La scienza ha sempre ragione? No.

E allora perché fidarsi della scienza?

La domanda, soprattutto di recente, in tanti se la sono posta. Molti, purtroppo, hanno trovato una facile risposta avallando le tesi di coloro che Oreskes chiama «mercanti di dubbi». Ovvero coloro i quali portano avanti, con ogni mezzo, la strategia di creare l’impressione che la scienza coinvolta nelle varie questioni sia instabile e che i relativi temi scientifici rimangano giustamente oggetto di contestazione. 

Per farlo si ricorre spesso, anche in Italia accade, all’attacco personale rivolto a scienziati ed esperti, spostando in questo modo in secondo piano la scoperta o il lavoro scientifico. Un lavoro che può non essere perfetto, certo, ma che viene comunque sempre sottoposto a rigide e ripetute revisioni e condiviso all’interno di una comunità, quella scientifica appunto, dove dati, teorie, ipotesi, tesi e conclusioni vengono sviscerate e analizzate, controllate, criticate, condivise o rigettate. Il tutto poi va avanti, in genere, per lunghi e articolati periodi di tempo. 

Ma questo sembra non interessare i mercanti di dubbi, come anche i loro seguaci. A volte basta un commento sarcastico sull’esperto o sullo scienziato che ha avanzato una tesi più o meno distante dal mainstream affinché il tutto diventi e ingeneri solo una gran confusione.

È strumentale, voluto e pianificato: screditare gli scienziati per screditare la scienza

Come si può fidarsi di uno scienziato quando si ritiene di averlo facilmente e pubblicamente smentito? Oppure quando viene dimostrato che ha commesso un errore? Che ne ha commessi più d’uno?

Per Naomi Oreskes il problema è di facile soluzione: non bisogna fidarsi. Non bisogna mai fidarsi del singolo scienziato o esperto in maniera incondizionata. Proprio perché può sbagliare, oppure agire per interesse. Può succedere. E allora che fare? Anche per questo serve il curriculum e la valutazione dello stesso, oltre tutti i lavori svolti e i risultati ottenuti. 

Il punto focale è che la fiducia non deve essere riposta negli scienziati presi singolarmente ma nella scienza in quanto processo sociale, proprio perché garantisce il suo consenso solo dopo aver sottoposto le proprie tesi a uno scrutinio rigoroso e plurale. Perché anche nel momento di maggiore diffusione delle tesi più assurde e bizzarre, esisteva ed esiste una comunità scientifica che non offriva e non offre il suo consenso, mettendo in evidenza gli aspetti ideologici e gli interessi nascosti che si celano dietro quei risultati.

Perché dovremmo credere agli scienziati quando i nostri politici non lo fanno? È un altro degli interrogativi ricorrenti. Per rispondere a esso bisogna concentrarsi sui motivi per cui queste diverse categorie (scienziati e politici) svolgono il proprio lavoro, sullo scopo che vogliono raggiungere e gli interessi che devono perseguire. Per Oreskes non bisogna mai controbattere perché così facendo si finisce per ammettere che la contestazione esiste, è reale. Non bisogna mai rispondere al fuoco con il fuoco. Piuttosto spostare i termini del dibattito. E un modo utile per farlo è mettere in luce le motivazioni ideologiche ed economiche che spingono a negare la scienza, per dimostrare che quelle obiezioni non sono scientifiche, ma politiche. 

Più di una volta in Italia, nel corso della pandemia da Covid-19, ci si è trovati difronte all’apparente paradosso della incongruenza tra le conclusioni o le procedure suggerite da medici, virologi, scienziati e comitato tecnico scientifico e quelle che poi in realtà sono state le decisioni prese dai governi, quello precedente presieduto da Giuseppe Conte e quello attuale, presieduto da Mario Draghi. 

Il motivo di fondo alla base della distanza, per molti versi incolmabile, tra le opposte posizioni non è altro che da ricercarsi nel motivo che spinge quelle scelte. 

Ciò però, spesso, ingenera confusione nei cittadini. Come il tanto famigerato Certificato Verde – Green Pass. Che è una misura politica appunto, non un provvedimento sanitario di contenimento del virus. Questo per fare solo uno dei tanti esempi possibili.

La superiore affidabilità delle tesi scientifiche deriva, nella sua visione, dal processo sociale che le produce. Un processo che non è perfetto certo, come non lo è il metodo utilizzato (il metodo scientifico appunto). È necessario invece, sottolinea l’autrice, dare una immagine della scienza come attività comunitaria di esperti, che impiegano metodi diversi per raccogliere evidenza empirica e passano al vaglio le conclusioni che ne traggono. 

Con margini di errore certo, come qualsiasi altra attività umana, ma un’attività portata avanti con determinazione, conoscenza, competenza e abnegazione. Altrimenti non si riuscirebbero a spiegare i progressi, i successi, le scoperte, le invenzioni e le innovazioni… nonostante tutto.

Il libro

Naomi Oreskes, Perché fidarsi della scienza?, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2021.

Titolo originale: Why trust science?, Princeton University Press, Princeton – NJ, 2019.

Traduzione di Bianca Bertola.

L’autrice

Naomi Oreskes insegna Storia della Scienza e Scienze della Terra all’Università di Harvard. 

Ha lavorato come consulente per la United States Environmental Protection Agency e la US National Academy of Sciences. 

È nei consigli di amministrazione del National Center for Science Education e del Climate Science Legal Defense Fund.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Bollati Boringhieri Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

L’importanza della scienza e della cultura nelle parole di Lucia Votano. “La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina” (Di Renzo Editore, 2017)

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressasini


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Bosnia Erzegovina: guerra etnica, genocidio, responsabilità internazionali e processo di pace. A che punto siamo?

Tag

, , ,

Il giorno 8 giugno 2021 il Tribunale dell’Aja ha confermato in appello la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, ex capo militare dei serbi in Bosnia. Le accuse sono riferibili al massacro di Srebrenica, all’assedio di Sarajevo e a quanto accaduto in almeno altre quindici cittadine della Bosnia-Herzegovina. Tutti gli episodi sono ascrivibili al conflitto armato in Bosnia del 1992-1995. 

Il 22 novembre 2017 Mladic era stato condannato all’ergastolo, in primo grado, dal Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (TPIY) per genocidio, crimini contro l’umanità (persecuzione, omicidio, sterminio, deportazione, atti disumani), crimini di guerra (omicidio, atti di violenza volti a diffondere il terrore tra la popolazione civile, attacchi illegali a civili, presa di ostaggi). 

Anche in questo caso, come già accaduto per il genocidio in Ruanda, la comunità internazionale e le Organizzazioni Unite vengono chiamate in causa come corresponsabili per non essere state in grado di evitare che accadesse. Ma qual è stato realmente il ruolo svolto dagli attori internazionali?

GENOCIDIO E ANNIENTAMENTO DI GENERE

La difesa di Mladic ha sempre dichiarato di aver provato “in maniera inequivocabile” che a Srebrenica non si è trattato di massacro e che le vittime sono da imputarsi a scontri. Affermando inoltre che l’ex comandante nulla aveva a che fare con il genocidio. 

I processi a carico di Mladic e Radovan Karadzic, ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, sono stati molto simili, nei capi di imputazione come nella loro evoluzione. Il 24 marzo 2016 il TPIY condannò Karadzic a quaranta anni di carcere per le atrocità commesse a Srebrenica, per l’assedio di Sarajevo e per le uccisioni, deportazioni e torture avvenute in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra del 1992-1995. Nel marzo del 2019 la Corte di Appello commutò la pena in ergastolo. 

Entrambi hanno ricevuto una condanna per crimini contro l’umanità per i fatti accaduti nel territorio della Bosnia-Erzegovina e per genocidio riguardo quanto accaduto a Srebrenica. 

Il 12 luglio 1995, alla resa di Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache, capitanate dai generali Mladic e Krstic, invitarono la popolazione civile ad abbandonare il compound e raggiungere la zona all’esterno, dove ad attenderli vi erano degli autobus. 

Furono separati i maschi di età compresa tra i 12 e i 77 anni dalle femmine e dai bambini. Stando ai resoconti e ai racconti, solo a quest’ultimi fu consentito di salire sui mezzi e lasciare la città. Quanto accadde nelle successive 72 ore sembrò essere un genocidio organizzato attuatosi con lo sterminio scientifico di migliaia di uomini. Con l’aggravante che Srebrenica era e si trovava all’interno di una zona sicura, il cui scopo prioritario era proprio proteggere i civili dalconflitto.

COMUNITÀ INTERNAZIONALE E ONU: MEA CULPA VALE COME AUTOASSOLUZIONE?

Nel Rapporto del 1999 delle Nazioni Unite su quanto accaduto in Bosnia-Erzegovina durante il conflitto armato, l’allora Segretario Generale Kofi Annan ha affermato che «è stato un errore, un giudizio errato e l’incapacità di riconoscere la portata del male che si aveva dinanzi, la causa per cui l’Onu non è riuscita a fare bene la sua parte e mettere in salvo il popolo di Srebrenica dalla campagna serbo-bosniaca di omicidi di massa».1

Nella Raccomandazione 5812 del 1996 sulla situazione nella ex-Jugoslavia si legge che l’Assemblea Parlamentare dell’Unione Europea Occidentale si dichiara:

  • Profondamente turbata per la facilità con cui i Serbi di Bosnia hanno potuto impadronirsi dei Caschi Blu delle Nazioni Unite per tenerli in ostaggio e rubare armi e materiali posti sotto la loro vigilanza.
  • Costernata perché la comunità internazionale sembra impotente a impedire ai Serbi di Bosnia di continuare a massacrare le popolazioni civili nelle zone di sicurezza (come nel caso dell’attacco di Tuzla e dei bombardamenti su Sarajevo).
  • Consapevole dell’impotenza della comunità internazionale a far mantenere il cessate il fuoco preventivamente convenuto (come nel caso della regione della Krajina).
  • Rammaricata per la totale mancanza di iniziativa da parte del Consiglio dell’UEO (Unione Europea Occidentale), malgrado l’impegno preso dai governi membri con la Dichiarazione di Petersberg in materia di gestione delle crisi.
  • Stupita del fatto che, malgrado l’operazione Deny Flight, le autorità dell’Onu hanno rilevato, fino all’aprile 1995, oltre 4.290 violazioni dell’interdizione di voli militari nello spazio aereo della Bosnia-Erzegovina.

Nel medesimo documento viene anche ribadito che con la Risoluzione 836 del 1993 il Consiglio di Sicurezza aveva conferito alla Unprofor un mandato ampio, che le permetteva di ricorrere alla forza al fine di proteggere efficacemente le zone di sicurezza in Bosnia-Erzegovina. 

La Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor – United Nations Protection Force) si componeva di 38.599 militari, inclusi 684 osservatori militari Onu, 803 poliziotti, 2.017 collaboratori civili internazionali e 2.615 locali. 

Il 10 settembre 2008 la Corte Nazionale Olandese ha sentenziato la non responsabilità dello Stato per la condotta dei caschi blu olandesi presenti a Srebrenica, indicando come unica responsabile in sede di risarcimento l’Onu. La sentenza fa riferimento alla causa promossa da Hassan Nuhanović volta a ottenere un risarcimento per l’uccisione del padre, della madre e del fratello minore i quali avevano cercato rifugio e protezione nel compound di Srebrenica protetto dai caschi blu olandesi.3

In seguito ai risultati emersi da uno studio condotto dal National Psychotrauma Center il governo olandese ha disposto, nel febbraio 2021, un risarcimento per i veterani caschi blu olandesi che operavano a Srebrenica, Potočari, Simin Han, Zagabria e in qualunque altro posto in Bosnia durante i fatti del 1995. L’indennizzo è stanziato a titolo di risarcimento per la mancanza di sostegno, riconoscimento e rispetto cui sono stati sottoposti i militari. 4

PERCHÈ SI È TRATTATO DI UN TERRIBILE GENOCIDIO

La sentenza di primo grado del novembre 2017 ha condannato Mladic all’ergastolo per il contributo e la partecipazione a 4 Joint Criminal Enterprises volte alla persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco alla popolazione civile e presa in ostaggio di personale Onu. Per i fatti di Srebrenica fu accusato di genocidio. Accusa che invece decadde riferita alla generalità delle azioni compiute durante la guerra. 

La sentenza in appello del giugno 2021 invece lo condanna per tutti gli 11 capi d’accusa, compreso quindi il genocidio riferito al complesso delle azioni criminali avute luogo in Bosnia tra il 1991 e il 1995.5

In caso di genocidio, l’intenzione non deve necessariamente presupporre la premeditazione dell’atto da parte dell’esecutore, bensì l’esistenza di un piano, di cui l’esecutore è a conoscenza. Deve quindi esistere un nesso tra l’atto individuale e l’azione collettiva, l’atto criminale deve essere collocabile in un contesto di violenze sistematiche e dettagliate.6

Una parte delle incriminazioni contro l’ex presidente jugoslavo Milosevic parlava di «partecipazione a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia dei non serbi».7

Nei discorsi, riportati nella sentenza di condanna, Karadzic affermava che serbi, croati e musulmani non erano fratelli e mai avrebbero potuto convivere in uno stato democratico, essendo come l’olio e l’acqua che mai si mescolano («we are really something different, we should not hide that. We are not brothers. We are three cultures, three people and three religions. […] They lived together only when occupied or under a dictatorship»). Nel disegno della Grande Serbia non sembrava proprio esserci spazio per i Bosniaci musulmani, che dovevano quindi essere trasferiti tutti fuori dal territorio serbo-bosniaco, progetto iniziato ancor prima del conflitto armato. 

SERBI, CROATI E MUSULMANI SONO DAVVERO IMPOSSIBILITATI ALLA PACIFICA CONVIVENZA?

L’Accordo di Dayton, siglato nel novembre 1995, prevedeva la suddivisione del territorio della Bosnia in due distinte entità statali: la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Serba. La divisione etnica permane sia nella struttura della Presidenza (un organismo collegiale composto da tre membri eletti dalle rispettive nazionalità), sia nella struttura del Parlamento con Camera dei popoli e Camera dei rappresentanti i cui seggi sono tripartiti in misura eguale. 

La struttura tripartita persiste ancora oggi e, se da un lato appare studiata per far convergere interessi e diritti di tutti, dall’altro sembra alimentare essa stessa rivendicazioni e odio etnico. Un sistema che, dietro le rivendicazioni territoriali e le questioni infrastrutturali ed economiche, sembra voler celare il fallimento della ricostruzione post-bellica e una forte crisi identitaria generalizzata. 

Fanno sempre molto discutere le dichiarazioni di Milorad Dodik, membro serbo della presidenza tripartita. Il quattro ottobre 2021 ha annunciato l’intenzione di voler revocare il consenso all’esercito congiunto, dichiarazione che lascia presupporre l’intenzione di voler creare un’armata indipendente da quella federale. Lo scorso luglio l’ex Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, ha fatto approvare una legge che vieta la negazione del genocidio di Srebrenica. Resasi necessaria proprio per l’insistente reticenza di tanti ad ammettere l’accaduto. 

Il Paese continua ad essere frammentato a causa delle tensioni interetniche e da un sentimento di appartenenza basato principalmente sull’etnia. Eppure, a ben guardare, sono diversi i punti in comuni o che accomunano le tre principali etnie. Non da ultimo la vicinanza lessicale tra i vari idiomi parlati che sembrano varianti dialettali di un’unica lingua, eppure formalmente in Bosnia esistono tre lingue ufficiali (bosniaco, serbo e croato). In più i giovani di ciascun gruppo etnico tendono, o sono indotti, a frequentare corsi scolastici separati, nei quali vengono insegnate differenti versioni della storia del Paese e delle cause stesse della guerra civile.8

Nonostante l’impegno profuso da tutte le maggiori organizzazioni internazionali, che ne hanno sostenuto il processo di riconciliazione, securitizzazione e di state-building anche nella prospettiva di una stabilizzazione e di una europeizzazione dell’intera regione balcanica, la Bosnia non sembra essere riuscita a superare i vincoli ingenerati dalla architettura istituzionale stabilita dal trattato di Dayton.9


1https://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/a_549_1999.pdf

2https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/BGT/758487.pdf

3https://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Sentenza-del-tribunale-civile-dellAja-Paesi-Bassisul-caso-Nuhanovi263-Vs-Olanda/1098

4https://www.defensie.nl/actueel/nieuws/2021/02/10/defensie-neemt-aanbevelingen-dutchbat-commissie-over

5https://www.notiziegeopolitiche.net/bosnia-erzegovina-srebrenica-lirmct-conferma-lergastolo-per-ratko-mladic/

6Il genocidio fra memoria, diritto e manipolazione politica, Human Security n.9 , maggio 2019, T.wai e Università degli Studi di Torino.

7https://www.repubblica.it/online/mondo/slobodantre/condannato/condannato.html

8Dossier I Balcani tra orizzonte europeo e tensioni interetniche. I casi di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, Approfondimento a cura di Giordano Merlicco – IAI (Istituto Affari Internazionali), Osservatorio di Politica Internazionale, n°9 marzo 2010.

9Nota Il percorso di stabilizzazione nei Balcani occidentali: i casi di Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo, a cura di Giuseppe Dentice, Osservatorio di Politica Internazionale, n°70 – novembre 2016

Articolo disponibile anche qui


Disclosure: Per le immagini credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Ruanda: il genocidio con tanti complici e pochi responsabili


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti” di Pietro Roberto Goisis

Tag

, , , ,

L’autore racconta aneddoti, descrive situazioni, analizza accadimenti, sviscerandone i contenuti più profondi, intimi e simbolici. Percorre e ripercorre, insieme al lettore, un lungo percorso che lo ha visto prima figlio e poi padre, studente, tirocinante e terapeuta, medico e paziente egli stesso. 

Racconta molto di se stesso, del suo percorso professionale ma anche della sua vita privata. Come se il libro, in realtà, avesse o dovesse avere, per lui, un effetto “terapeutico”, catartico. 

Tutto sembra avere origine dal luogo in cui si svolgono i colloqui clinici tra lo psicoanalista e il paziente: la stanza. Per Goisis, se non ci fosse non esisterebbe alcun terapeuta e nessun paziente. Al punto che egli ritiene possa essere addirittura magica, «che riesca a tirare fuori il meglio di me, qualcosa che neppure so di possedere, che altrove non saprei trovare, che mi sorprende» (pag. 9). 

La stanza è il luogo fisico e simbolico dove le persone diventano pazienti e chi le ascolta diventa il loro psicoanalista, il medico che deve ascoltare e guarire le fragilità, le paure, i traumi, le incertezze e le insicurezze. E deve farlo secondo una metodologia che, fino a pochi anni fa, era molto rigida, con severe regole di condotta dentro la stanza, dove aveva luogo la terapia, e fuori da essa, dove andava mantenuto il massimo riserbo.

Sono stati gli insegnamenti di Tommaso Senise a far maturare la consapevolezza in Goisis che «nella terapia si può fare tutto, purché si sappia perché lo si fa» (pag. 27). La stanza di Goisis è pet friendly. Gli animali rappresentano anche aspetti interni delle persone che li portano. Risultano quindi funzionali alla terapia. 

È alquanto singolare che nelle scienze che si occupano del comportamento umano si ha la tendenza a isolare l’individuo considerandolo separatamente dalle variabili esterne. Cosa che non accade, per esempio, in etologia, dove lo studio delle relazioni tra animale e ambiente vengono da tempo prese in esame come fattori determinanti. Negli studi sul comportamento patologico, le conseguenze di questo atteggiamento portano a occuparsi principalmente della mente umana come se fosse un’entità indipendente.1 E, nella psicoanalisi, questa entità indipendente viene indagata all’interno della stanza, che diviene la bolla dentro la quale si sviluppa per intero la terapia.

Goisis ha mostrato sempre molta cura e attenzione nel comporre l’universo-stanza dentro cui accoglie i suoi pazienti. Considerando la presenza, in un angolo, di una pianta verde il suo legame con la natura dentro la stanza. Sono stati gli insegnamenti di Nina Coltart a far volgere lo sguardo dei terapisti oltre il perimetro delle mura, allungandolo fino alla natura. Sosteneva ella, infatti, che ogni terapeuta dovrebbe possedere e coltivare un giardino. 

Il lavoro svolto dentro la stanza può essere pensato come il lavoro della capacità di amare, volto a far sentire il paziente importante, compreso e accolto. Un amore che è trascendentale, l’unico contenitore affidabile entro cui potremmo sentire odio, rabbia, disprezzo per periodi di tempo variabili.2

Grande cura bisogna riporre in ogni dettaglio della stanza, perché i dettagli sono il modo di accogliere il paziente ed è proprio dal setting che inizia la cura stessa. Dalla stanza. All’interno della quale il tempo acquista una dimensione nuova, propria. «A volte sembra rallentare o dilatarsi come se assecondasse silenziosamente lo stato d’animo dei miei pazienti, il fluire ora torrenziale ora reticente delle loro parole. È una sensazione piacevole, anche se a volte gestire lo scorrere dei minuti, riportarli all’ordine e chiudere una seduta non è semplice. Del resto, il mio compito è anche questo: tenere la rotta, guidare il flusso dei pensieri, dosare le paure, tenendo però la mano leggera» (pp. 29-30).

Il concetto di tempo è strettamente connesso con la psicoanalisi. Il rapporto tra uomo e tempo è sempre stato difficile e problematico. Sul fronte della clinica, l’analista che segue il metodo indicato da Wilfred R. Bion «senza desiderio e senza memoria» configura il setting come un’isola del tempo. Ma anche il soggetto, all’inizio del trattamento, dovrà rinunciare al controllo del tempo, sia del passato che del futuro. Si può considerare il tempo come una tela su cui ricamiamo le nostre esperienze di vita. Una tela che ci avvolge e ci copre, ma che a volte ci soffoca anche.3

Goisis si dichiara controllore del tempo della seduta di psicoanalisi che si svolge nella sua stanza, ma egli, in realtà, è anche il decisore del tempo verso cui la terapia tende e tenderà.

Fino a non molto tempo fa, lo sguardo del terapeuta era diretto sostanzialmente verso il passato, come causa e antecedente del presente. Di recente, invece, lo sguardo del paziente e dell’analista è rivolto al futuro e le aspettative sono viste come un fattore significativo rispetto a ciò che sta accadendo. Non è l’après-coup o il Nachträglichkeit ciò che improvvisamente conferisce un nuovo significato al passato rendendolo traumatico, ma è quello che non è ancora accaduto, ma è desiderato o temuto, a determinare in parte ciò che sperimentiamo nell’oggi.4

Il passato, il presente, il futuro, le aspettative, le emozioni, le paure, le fobie, i traumi, le speranze: chi si affida al lavoro di uno psicoanalista mette tutto questo e anche oltre sul tavolo, ma, spesso, a farlo è anche lo stesso medico. «Lo psicoanalista non è un muro, non è neppure un orecchio neutro. È una persona che vive di incontri, che deve curare altre persone, ma anche curare se stesso» (pag. 31). 

La regola tradizionale richiede al terapeuta neutralità, astinenza e anonimato. Ma il fenomeno dell’autorivelazione (self-disclosure), ovvero uno svelamento cosciente e voluto, da parte dell’analista, di qualche aspetto di sé al paziente, è entrato sempre più a far parte del linguaggio psicoanalitico. Lo schieramento di studiosi favorevoli o contrari alla self-disclosure è nettamente contrapposto. I primi ne vedono le potenzialità proprio nell’abbandono di un eccesso di neutralità che può addirittura inibire il processo terapeutico e bloccare le libere associazioni del paziente. Per i secondi, invece, l’autorivelazione potrebbe rappresentare una difficoltà controtransferale dell’analista arrivando addirittura, in casi estremi, ad essere espressione di una sua necessità narcisistica di rivelarsi. 

Il transfert riguarda quei sentimenti o pulsioni, positive o negative, che il paziente sviluppa nei confronti del suo analista durante un percorso di psicoanalisi. Inconsciamente, il paziente trasferisce i sentimenti che ha provato o prova per un’altra persona verso il suo analista. Oltre a dover gestire i transfert del paziente, è compito dell’analista anche il non lasciarsi andare al controtransfert. In questo caso è l’analista a proiettare le proprie esperienze sul paziente. 

L’autorivelazione dell’analista può avvenire in vari modi: 

  • Risposte a domande dirette.
  • Comunicazioni spontanee del vissuto controtransferale.
  • Ammissione di propri errori.
  • Narrazione di esperienze personali.

È per certo auspicabile che l’autorivelazione dell’analista sia, in ogni caso, sempre funzionale al paziente e alla terapia. In base anche al principio di Senise, ripreso dallo stesso Goisis, secondo cui l’analista deve ritenersi libero di agire purché sappia sempre ciò che sta facendo. 

Ciò che non andrebbe mai dimenticato è che, alla fin fine, gli psicoanalisti non sono altro che esseri umani, semplicemente. Non custodiscono verità assolute e combattono loro stessi, quotidianamente, con una moltitudine di emozioni al pari dei loro pazienti. Può essere necessario, anche per imparare a essere dei bravi analisti, sottoporsi in prima persona a un percorso di terapia.

Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: qual è lo scopo ultimo di una terapia psicoanalitica?

Per Goisis il mero ascolto non può essere indicato come scopo ultimo di una terapia. I pazienti, dal canto loro, si aspettano una soluzione tangibile e concreta ai loro problemi. Lo scopo ultimo di una psicoterapia sembra essere il cambiamento che porta, per il paziente, una maggiore consapevolezza di sé, del proprio essere e dei propri bisogni, nonché del modo di guardare gli altri e il mondo. Lo si potrebbe anche interpretare come una sorta di liberazione da un’oppressione latente o evidente. Un’angoscia che limita e devia il comportamento ordinario e quotidiano.

Il finale del libro spiazza un po’ il lettore. Per la fermezza e l’espressività anche troppo colorita. Discordante per certo dallo stile utilizzato fino a quel punto dall’autore. È un finale anomalo, inaspettato, ma certo non privo di significati e significanti. Rappresenta, in un certo qual modo, la conferma della funzione catartica assunta dalla scrittura, dal libro stesso, per Goisis. Quasi una sorta di psicopterapia della narrazione. Di cui il finale ne rappresenta e al contempo ne descrive e racchiude lo scopo. Il cambiamento, la liberazione dello stesso autore ,per tramite della sua esternazione, dalla sofferenza e dal dolore causati dalla perdita e dalla mancanza di un affetto cui non era pronto a rinunciare. Ecco quindi perché il libro appare, a tutti gli effetti, un percorso di terapia. Un cambiamento. Una catarsi. 

______________________________________________________________________________

Bibliografia di riferimento

Pietro Roberto Goisis, Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti, Enrico Damiani Editore, Brescia, 2020.

L’autore

Pietro Roberto Goisis: medico, psichiatra, psicoanalista. Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, oltre che in Scuole di Specializzazione, Enti pubblici e privati. 

______________________________________________________________________________

1Franco Baldoni, Bruno Baldaro, Carlo Ravasini, Il colloquio clinico, in Trombini G. (a cura di), Introduzione alla clinica psicologica, Zanichelli, Bologna, pp. 103-126, 1994.

2Nina Coltart, Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche, Cortina Raffaello, Milano, 2017.

3Miguel Angel Gonzales Torres, Tempo e Psicoanalisi. La dimensione temporale e la sua relazione con il processo psicoanalitico, Rivista Psicoanalitica, 2007, Anno XVIII, n 2, pp. 229-245. Traduzione dallo spagnolo di Daniela De Robertis. 

4Miguel Angel Gonzales Torres, ibidem.

______________________________________________________________________________

Articolo disponibile anche qui

______________________________________________________________________________

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Enrico Damiani Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

______________________________________________________________________________

LEGGI ANCHE

“Blu Stanzessere” di Roberta Zanzonico (Ensemble, 2019)

Melancholica deliria multiformia: “L’anatomia della malinconia” di Robert Burton (Bompiani, 2020)

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

Le regole di condotta: il comportamento in pubblico tra impegno e partecipazione. “Il comportamento in pubblico” di Erving Goffman (Einaudi, 2019)

______________________________________________________________________________

© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Nell’era della memoria storica può diventare necessario l’elogio dell’oblio?

Tag

, , , ,

Negli ultimi anni si è assistito a un sempre crescente interesse verso la costituzione di una solida memoria storica, necessaria garanzia di pace in quanto è grazie ad essa che gli uomini possono non solo tramandare usanze e costumi ma anche evitare che tragedie e sciagure, e tutto il male fatto, tornino a ripetersi. 

È questa l’idea che David Rieff sfida apertamente nel libro Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica. Un libro che va letto con molta calma e attenzione, proprio in virtù del fatto che l’autore lo ha scritto con la precipua volontà di sfidare il lettore. Il quale è allora chiamato a non cadere nel tranello delle facili e quasi certamente errate conclusioni. 

Rieff non è contrario alla memoria storica o collettiva, come non è fautore dell’oblio indiscriminato. Il suo pensiero si muove lungo un sentiero tortuoso e accidentato, pieno di insidie e facili fraintendimenti, volto a mantenere o ricercare un equilibrio tra la memoria a ogni costo e la dimenticanza indistinta, soprattutto quando entrambi i fronti divengono strumento di una cultura e di una politica che tentano di strumentalizzarli a proprio vantaggio. A volte riuscendoci anche, purtroppo. 

Nietzsche diceva che «non ci sono fatti, solo interpretazioni», ed è proprio seguendo questa linea che l’autore vuole mettere in guardia il lettore dagli autoinganni e dalle manipolazioni che, spesso, si frappongono tra noi e il ricordo storico. Autoinganni e manipolazioni che contribuiscono a tenere viva la fiamma rovente e distruttiva dell’odio e della vendetta, a volte unici motivi per cui si tende ad esaltare l’importanza del ricordo e della memoria storica. È successo tante volte. Numerosi sono gli esempi riportati da Rieff nel testo. 

Jacques Le Goff riteneva che «la memoria mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro». Ed è da posizioni come queste che, per Rieff, bisogna stare lontani per evitare che, visioni strumentali degli accadimenti del passato, condizionino il presente e il futuro. 

Naturalmente non tutta la storia va dimentica. L’importante è una buona documentazione sulle fonti, sui dati, sulle testimonianze, sulla neutralità e centralità dei fatti. In generale, gli estremismi e le estremizzazioni non sono mai fonte di saggezza. 

Non è solo il troppo oblio quindi a rappresentare un rischio, lo è anche la troppa memoria. E, per Rieff, in questo Ventunesimo secolo, ora che le persone di tutto il mondo, ma soprattutto del Nord del globo, sembrano ossessionate dal culto della memoria, è proprio l’eccesso di memoria che può diventare un rischio. La memoria può essere alleata della giustizia, ma può non esserlo della pace, divenendo al contrario incubatrice di odio e desiderio di vendetta. E, conclude l’autore, quando la memoria collettiva condanna una comunità a sopportare il dolore per le proprie ferite e la rabbia per i torti subiti, non dovrebbe essere onorato il dovere di ricordare, ma quello dell’oblio.

Per certo le tesi avanzate da Rieff nel testo sono una voce fuori dal coro in questo periodo in cui tanto si insiste sulla necessità di creare una solida memoria storica e collettiva che aiuti, soprattutto, a evitare il ripetersi degli errori del passato. Ma non sono in contraddizione con la tendenza generale. Vanno piuttosto intese come un differente modo di affrontare il ricordo, affrancandolo dal livore dell’odio e dalle mistificazioni. E, in quest’ottica, non si può non essere concordi con lui.

Il libro

David Rieff, Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica, Luiss University Press, Roma, 2019. Traduzione di Gabriella Tonoli. Prefazione di Marta Boneschi. Pagg. 136, €18.00

Originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito da Yale University Press con il titolo In praise of forgetting, nel 2016.

L’autore

David Rieff: scrittore e giornalista americano. Esperto di conflitti internazionali, immigrazione e questioni umanitarie, è autore di numerosi libri. 


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018)

Costruire una solida memoria storica dei mali causati dall’odio umano per non dimenticare neanche “Le verità balcaniche” (Andrea Foffano, Kimerik 2018)


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “Il tesoriere” di Gianluca Calvosa (Mondadori, 2021)

Tag

, , , ,

Si sente spesso la frase “chi non c’era non potrà mai capire”. E, in affetti, spiegare a qualcuno un’intera epoca non è certamente cosa facile. Gli anni Settanta, figli diretti del ’68 e di quella rivoluzione civile che ha abbracciato, travolto e stravolto l’Italia e il mondo intero, almeno quello occidentale in maniera diretta e la resta parte in modo indiretto o consequenziale. Un periodo storico in cui innumerevoli sono stati i cambiamenti, le trasformazioni che hanno traghettatola società direttamente all’oggi. 

Ma gli anni Settanta non sono stati “solo questo”. Si è assistito a una mutazione che, se fosse riferita al campo della biologica, verrebbe indicata come genetica. Per due motivi: da un lato ha interessato il nucleo centrale e profondo della società, dall’altro ne ha modificato i codici di comportamento e azione.

Gianluca Calvosa, scrivendo Il tesoriere, sembra aver voluto in primis parlare di questo determinato periodo storico, dei suoi meccanismi, dei suoi misteri e, solo in seconda linea, raccontare la storia del suo romanzo. Una storia nella quale vivono e rivivono democristiani, comunisti, esponenti della Cia, del Kgb, dei servizi italiani, di quelli deviati, brigatisti e prelati del Vaticano. Una vicenda di spionaggio e intrighi internazionali che vede al suo centro, e fungere da baricentro, l’Italia, Roma. Una città che nasconde, dietro il volto spensierato della Dolce Vita, la sua vera natura. 

Il protagonista del romanzo di Calvosa si chiama Andrea Ferrante. Un funzionario politico impiegato in un anonimo ufficio milanese, dove ha svolto per quattordici anni un altrettanto ordinario ruolo professionale. Un uomo stanco e demotivato, convinto di aver fallito ormai nella ricerca e nel raggiungimento dei propri traguardi, delle proprie aspirazioni. Un personaggio che si sente vinto dalla vita che ormai sembra volerlo per forza condannare all’infelicità. Agenerare irrequietezza in Ferrante è l’ambizione cosicché, non appena gli si presenta uno spiraglio, si scaglia pronto ad afferrare la gloria luminosa del successo, ignaro del fatto che ciò che gli rimarrà sarà effimero proprio come il desiderio di voler catturare un fascio di luce, un bagliore che lo ha accecato e travolto, come ha fatto l’ambizione prima e faranno gli eventi poi.

Andrea Ferrante vive come la realizzazione di un sogno l’essere convocato a Roma per un incarico di tutto rispetto all’interno di quel partito in cui tanto ha voluto credere. La nomina a tesoriere lo lascia basito. Ma sarà la notizia della morte violenta del suo predecessore a sconvolgerlo ancor di più. Inizia così ben presto lo squilibrio emotivo e psichico del protagonista che genererà poi un vero e proprio tormento. 

L’indagine per arrestare il flusso di denaro proveniente da Mosca trascinerà Ferrante all’interno di un mondo dai più ignorato, spesso definito “parallelo” perché coesiste al fianco di quello a tutti noto ma di cui non si conoscono regole e protagonisti. Un mondo animato da spie, agenti dei servizi, personaggi loschi, oscuri e personalità borderline, che vivono la loro vita in entrambe le realtà. 

Non cede però l’autore al fascino di creare una spy story che richiama gli aspetti romanzati e scenografici cui spesso letteratura e cinema hanno abituato il pubblico. Un grande pregio di questo libro è racchiuso proprio nel fatto di non aver spettacolarizzato il mondo parallelo, ma di averlo “semplicemente” raccontato al lettore. 

La storia che vede coinvolti i personaggi del libro di Calvosa si snoda nei meandri di un mondo più che realistico, reale. 

È vero che Il tesoriere è un romanzo di fantasia, non lo si può certo ignorare questo, tuttavia anche la migliore letteratura del Novecento si compone di romanzi di fantasia i quali, però, raccontano l’Italia che era e le persone che la abitavano. 

Il tesoriere di Gianluca Calvosa è un gran bel romanzo novecentesco, scritto nel XXI secolo


Il libro

Gianluca Calvosa, Il tesoriere, Mondadori, Milano, 2021, pagg. 396, €19.00

L’autore

Gianluca Calvosa: dopo essersi laureato in ingegneria ha svolto una intensa attività manageriale. Ha fondato OpenEconomics e Standard Football. Già direttore de Il RiformistaNew Politics e Quaderni Radicali, ha contribuito alla fondazione del magazine Formiche, di cui è tuttora presidente. 


Articolo disponibile anche qui


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Strategie politico-militari e servizi segreti del secondo conflitto mondiale nell’analisi di Giovanni Cecini e Robert Hutton

Recensione a “Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli, 2020)


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Il tempo tessuto di Dio” di Margherita Pascucci (Il Ramo e la Foglia Edizioni, 2021)

Tag

, , ,

Perché si scrive un libro? Qual è il fine ultimo della scrittura?

Interrogativi che ricorrono spesso e che, per certo, non hanno una risposta facile né univoca. Per Margherita Pascucci la scrittura diventa un’etica e apre spazi nuovi del pensare e del sentire. Un sentire rivolto al mondo esterno ma anche e soprattutto all’interiorità. Un sentire, nel caso dell’autrice, che nasce dalla lettura delle opere di Dacia Maraini, dalle riflessioni seguenti la lettura, dall’immaginazione che si intreccia con il suo filosofare sui principali temi trattati in dette opere.

Ne è nato un libro che va ben compreso per essere apprezzato. Un libro composto in gran parte da una sorta di dialogo mai realmente avvenuto. Tra l’autrice e Maraini, o meglio tra il pensiero dell’autrice e i temi trattati da Maraini nelle sue opere. Un dialogo che, alla fin fine, è un discorrere di Pascucci con se stessa, con la parte di sé che elabora i temi letti nei libri di Maraini. Un libro complesso, come solo un pensiero filosofico può esserlo, ma mai complicato. Caratterizzato da quella semplicità che solo il vero pensiero filosofico può dare. 

La presenza di Dacia Maraini in questo scritto è imponente, anche se mai ella è direttamente intervenuta in questo dialogo. Un dialogo mai interrotto di Pascucci con il suo inconscio e la sua immaginazione. 

È forse anche questo uno dei possibili scopi della scrittura: lasciare che i propri pensieri siano liberi di essere “catturati” dal lettore e che questi li trasformi in un dialogo immaginario con se stesso, un dialogo che porti, attraverso una profonda riflessione, all’analisi dei temi fondanti e alla ricerca sul senso degli stessi. 

Numerosi sono i temi trattati da Pascucci, i medesimi che lei stessa ha ritrovato come lettrice di Maraini: conoscenza, dolore, desiderio, rifiuto, ne sono alcuni. Temi pieni di significato e di simboli. Temi che avvicinano e accomunano filosofia e letteratura. Temi che anelano, al contempo, al reale e all’immaginario. Perché è proprio l’immaginazione il valore che deve essere “liberato” per fare in modo che il cammino della conoscenza continui e sia libero di farlo. 

Il libro

Margherita Pascucci, Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini in vari atti, Il Ramo e la Foglia Edizioni, Roma, 2021, p. 180, €15.00.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il Ramo e la Foglia Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Grandi filosofi e fenomeni culturali di massa, la “pop filosofia” delle serie tv. Intervista a Tommaso Auriemma

La Filosofia può aiutare ad affrontare il terrorismo? Intervista a Ermanno Bencivenga


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “Media digitali e Relazioni internazionali” (Guerini Scientifica, 2021)

Tag

, , , , , , ,

La ricerca negli ultimi anni ha guardato a quanto accade quando i conflitti vanno online, ma non sempre si è stati accorti nel valutare le conseguenze della popolarizzazione dei temi e delle forme degli stessi.

Le piattaforme online sono solo un altro spazio da colonizzare nella lotta per la definizione degli immaginari bellici, o sono un nuovo spazio nel quale gli ecosistemi di mediazione influenzano i conflitti stessi?

È a partire da quesiti come questo che gli autori, Giuseppe Anzera e Alessandra Massa, hanno condotto la loro ricerca sui media digitali e il loro rapporto o ingerenza nelle relazioni internazionali. Il cambiamento in atto è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati, in breve tempo, sono passati dall’essere soggetti centrali e determinanti nelle questioni belliche e di politica internazionale a poli sparuti in un affollato sistema multicentrico, nel quale convivono e operano vari attori, liberi di operare rispetto alla sovranità nazionale (imprese multinazionali, minoranze etniche, partiti politici transnazionali, organizzazioni non governative internazionali, gruppi terroristici e via discorrendo). E anche laddove gli Stati cercano di intervenire direttamente e ufficialmente, con account e portali istituzionali, in realtà il loro ruolo è sempre mediato dalle regole predefinite e apparentemente universali dei grandi gestori le piattaforme online. 

Queste piattaforme, lontano dall’essere super partes, in realtà esportano modelli economici e politici. Esse non nascono nell’astratto regno di internet, ma risentono del complesso legame con il territorio in cui insistono, «dal quale mutuano non solo l’organizzazione economica, ma anche peculiari valori, come la libertà di espressione, la censura, il peso del potenziale di emancipazione e di autoespressione consentiti ai singoli utenti» (cit. dalla Introduzione al libro). 

Per citare solo uno dei numerosi e interessanti esempi del potere potenziale e reale delle piattaforme online, nel testo si analizza la rappresentazione cartografica del confine tra Russia e Crimea operata dai maggiori gestori di mappe, comeGoogle e Apple. «Questi grandi distributori di servizi online hanno accolto le richieste della Russia in merito all’attribuzione della penisola della Crimea. Così, mentre il mondo politico ancora discute sulla territorialità della Crimea, le piattaforme ragionano con la velocità degli affari, imponendo le loro soluzioni tecnologiche alle diatribe fisiche» (p. 74). Apple Maps mostra le località della Crimea come afferenti la Russia quando si consulta la mappa dal territorio russo mentre se si accede all’applicazione dagli Stati Uniti, gli stessi territori non sono attribuiti ad alcun paese. 

Un problema, quello dei limiti e dei reali confini geopolitici, avanzato e trattato anche da Alfonso Giordano, il quale ha sottolineato come Google alla fine da deciso di mostrare “semplicemente” a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole. Una carta geografica non è una raffigurazione imparziale e scientificamente attendibile di un territorio, piuttosto la rappresentazione di un punto di vista. Per la gran parte è sempre stato così. Oggi, però, con il livello tecnologico raggiunto ci si aspetta una rappresentazione del globo terrestre differente rispetto al passato, allorquando si doveva sottostare all’opinione del cartografo o del suo committente.1

Se la politica internazionale, oggi, si attua anche tramite le piattaforme online, allora queste assumono, in maniera intrinseca, un ruolo politico, poiché è compito loro veicolare e diffondere le informazioni, relative anche a politica internazionale e conflitti. Innegabile che il fine ultimo di queste piattaforme sia il profitto. Ragionevole quindi pensare che la loro gestione non possa corrispondere pedissequamente alla presentabilità pubblica. Ed è in quest’ottica che l’attività di moderazione, operata dalle piattaforme, le individua come strumenti, istituzioni e fenomeni culturali. Il cui potere di influenza si palesa ancor più in caso di malfunzionamento del sistema o diffusione di notizie false, ovvero fake news. 

Gli autori descrivono tutti i potenziali e reali problemi di questo sistema di diffusione delle informazioni, che in parte si affianca mentre in parte va a sostituire il tradizionale metodo di informazione broadcast, ovvero le trasmissioni unidirezionali, senza possibilità di interazione, e lo fanno in maniera molto strutturata, in modo da rimandare al lettore una visione ben ordinata dei vari strati di interesse e azione che vanno a comporre lo scenario entro cui si muove non solo la narrazione comune, ma anche quella politica, internazionale e militare. 

In particolare, la “militarizzazione” degli spazi digitali è per certo un’occasione attraverso la quale eserciti e forze militari possono divulgare le loro narrazioni, coinvolgendo l’opinione pubblica nei racconti sui confronti internazionali, ma gli autori avvertono della necessità di non sottovalutare il potenziale di popolarizzazione e di normalizzazione che potrebbe scaturire dallo stabilire una presenza in spazi di divulgazione e di disintermediazione. Inserire le routine comunicative delle forze armate in contesti diversi potrebbe, infatti, ibridare la loro presenza e sganciarla dagli esclusivi contesti bellici. Le conseguenze di ciò non si conoscono e andrebbero quantomeno monitorate. 

Ecco allora che si presenta uno degli aspetti più cocenti tra quelli trattati nel testo: la responsabilità. A chi spetta la responsabilità di quanto sta accadendo? Alle piattaforme? Agli Stati? Alle reti strutturate di cittadini? Nell’attuale panorama non è ancora ben chiaro anche se è evidente si tratta di una condizione non procrastinabile a lungo. 

___________________________________________________________________________________________________

Il Testo

Giuseppe Anzera, Alessandra Massa, Media digitali e Relazioni internazionali. Tecnologie, potere e conflitti nell’era delle piattaforme online, Guerini Scientifica, Milano, 2021. In commercio dal 4 maggio 2021. Libro universitario. Brossura, 172 p., 18,00€.

Gli Autori

Giuseppe Anzera: professore associato di Sociologia dei Fenomeni Politici presso Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia delle Relazioni Internazionali.

Alessandra Massa: dottore di ricerca in Comunicazione, Ricerca, Innovazione presso Sapienza Università di Roma.

___________________________________________________________________________________________________

1Alfonso Giordano, Limiti. Frontiere, confini e lotta per il territorio, Luiss University Press, Roma, 2018, 198 p. 

___________________________________________________________________________________________________

___________________________________________________________________________________________________

Articolo disponibile anche qui

___________________________________________________________________________________________________

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini Scientifica per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

___________________________________________________________________________________________________

LEGGI ANCHE

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa

___________________________________________________________________________________________________

© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

Recensione a “Il buio sotto la divisa” di Sara Lucaroni (Round Robin, 2021)

Tag

, , ,

Sara Lucaroni, dopo aver pubblicato un’inchiesta su suicidi e morti sospette all’interno degli apparati di difesa e militari dello Stato, riceve una lunga serie di contatti realizzando così di essere solo all’inizio della ricerca e analisi di un fenomeno di cui raramente si parla. 

Nel linguaggio tecnico, si chiamano “eventi suicidiari”. Questi eventi tra i servitori dello Stato rientrano, come numero, nella media delle statistiche italiane. Sarà anche per questo motivo che, spesso, non destano particolare interesse. Ma Lucaroni ritiene utile indagare a fondo il fenomeno perché se è vero che il suicidio non è arginabile in quanto riferito a sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire, è vero anche che si può intervenire nella dimensione lavorativa attraverso una “prevenzione” su tre livelli:

  • Abbattimento del tabù del sostegno psicologico per trasformarlo da stigma a routine.
  • Potenziamento della formazione.
  • Eliminazione delle pericolose derive dovute alla gerarchizzazione.

Lucaroni ritiene notevole il peso ingenerato da bornout, stress, ambiente di lavoro ostile e inadeguato, scarsi stipendi, carenza di collaborazione tra colleghi, mobbing. Situazioni e sentimenti che, purtroppo, sono comuni a tante categorie professionali e lavorative e a tantissimi ambienti di lavoro.

Sono sei i capitoli che vanno a comporre la struttura portante del libro, cui vanno aggiunte l’introduzione e la conclusione, entrambe curate dalla stessa autrice. Sei capitoli che raccontano altrettante vicende umane

Sara Lucaroni lascia che siano i famigliari, gli affetti, gli amici a raccontare come erano gli agenti le cui storie, le cui vite poi lei riporta nel libro. È sicuramente un modo per dare più carattere alla narrazione, per fare in modo che ogni storia mantenga intatte le sue peculiarità, la sua unicità, come ogni vita umana lo è. Seppur riesca, in questo modo, a far emergere il legame profondo che unisce tutte le storie. Un filo in apparenza invisibile che rende comune ogni singola e unica vicenda. Ed è su ciò che Lucaroni cerca di indagare, chiede sia fatta luce. Perché ritiene sia questo il lavoro di indagine che possa aiutare davvero le persone contro il malessere profondo che le assale. 


Il libro

Sara Lucaroni, Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato, Round Robin Editrice, Roma, 2021, p. 120, €14.00

L’autrice

Sara Lucaroni: giornalista professionista. Autrice di numerosi reportage e inchieste. Scrive di Medio oriente, minoranze, diritti umani, legalità.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Round Robin Editrice per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per l’immagine, non per la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

G8, scuola Diaz e Bolzaneto: Il tempo trasforma la colpa in merito?

Recensione a “Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“La congiura delle passioni” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2021)

Tag

, , , , ,

«Capire la Storia e le regioni del Sud è indispensabile per la costruzione di uno Stato realmente Unitario con pieni diritti e dignità per tutti i territori e le persone che ci vivono e che ancora non c’è. Ed è importante soprattutto se una nuova costruzione, quella europea, procede ripetendo spesso, mutatis mutandis, gli stessi errori di quella dell’Italia unita»

È con queste esatte parole che Pietro De Sarlo spiega, nell’appendice del libro, ai suoi lettori il motivo per cui ha ritenuto doveroso e necessario scrivere La congiura delle passioni. Un romanzo nel quale realtà storica e immaginazione si intrecciano originando una fitta trama. La narrazione passa, ripetutamente, dal particolare al globale e viceversa. Le storie di ordinaria vita quotidiana dei protagonisti sono modellate dalle vicende che hanno fatto da preludio al Risorgimento italiano. Grandi accadimenti che hanno finito per condizionare, a volte indirettamente, anche l’esistenza di residenti piccoli e in apparenza ameni borghi incastonati lungo la dorsale appenninica.

Fin dalle prime pagine di questa nuova opera narrativa di De Sarlo, si denota una migliorata capacità descrittiva che rende subito comprensiva e accattivante la scena al lettore, il quale si sente come immerso e rapito nell’ambiente sapientemente descritto. I personaggi sono ben caratterizzati e rappresentano il perfetto trait d’union tra la loro personale storia e quell’Italia intera. 

Ritornano, anche in questo nuovo romanzo, i riferimenti alla magia e alla scaramanzia a cui Pietro De Sarlo aveva già abituato i suoi lettori. Non che al giorno d’oggi queste credenze siano scomparse o anomale, ma nel contesto storico e ambientale de La congiura delle passioni risultano più armonizzate nelle vicende narrate. 

«Non sono uno storico ma per scrivere questo libro mi sono avvalso del lavoro di storici e di documenti originali dell’epoca cercando di immaginare come fosse la vita delle famiglie, delle comunità e delle persone in uno dei borghi montani di Basilicata in quel periodo.»

Monte Saraceno è un toponimo di fantasia ma potrebbe benissimo essere uno qualsiasi dei tanti paesi dislocati sull’Appennino lucano. Le dettagliate descrizioni delle vie, dei palazzi, delle abitazioni, finanche dei panorami lasciano intendere che De Sarlo si sia ispirato a un luogo a lui particolarmente caro, o, quantomeno, abbia assemblato elementi di diverse località e li abbia fatti tutti confluire nel suo luogo ideale.

È vero quanto egli stesso scrive: De Sarlo non è uno storico di professione. Infatti il suo libro non è un saggio in senso stretto né un’opera accademica o scientifica. È un romanzo storico nel quale egli ha sintetizzato le sue conoscenze, quanto appreso dalle ricerche bibliografiche preliminari alla stesura del testo, le sue personali idee sull’Italia di allora e quella di oggi e ha fuso il tutto intrecciandolo con le vicende di fantasia vissute dai protagonisti del libro. Guardandola in quest’ottica, è un’operazione ben riuscita. La scrittura è scorrevole, la storia ben costruita, il finale interessante. Il libro, nel suo complesso, con le dovute differenze, risulta essere molto più vicino a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che a un saggio storico o d’inchiesta. 

Cambia, naturalmente, il punto di vista dell’autore, in quanto La congiura delle passioni è opera di un uomo del XXI secolo che guarda al passato, all’era risorgimentale, a quanto accaduto in quei territori che poi sono diventati l’Italia ma guarda anche all’Europa, politicamente intesa e confluita nell’Unione Europea. De Sarlo non si è limitato a scrivere ciò che già conosceva dei luoghi di Basilicata, oppure le mere suggestioni della sua fantasia, no egli ha svolto un preventivo lavoro di indagine documentale e bibliografica anche da testi molto validi, riportato per esteso alla fine del libro, e questo è per certo positivo. Naturalmente ha poi rielaborato molte delle informazioni apprese per meglio adattarle alla storia narrata, senza comunque mai stravolgerle del tutto. 

Il Risorgimento italiano è uno dei periodi storici più dibattuti, non certo privo di contraddizioni e opposizioni. Sicuramente una fase che merita approfondimenti e analisi, veritieri e imparziali. Gli strumenti per una corretta conoscenza oggi di certo non mancano eppure, spesso, sembra che, al pari di tanti altri argomenti e aspetti seri, si preferisca scadere in aride polemiche che non aiutano la ricerca della verità, piuttosto la ostacolano. 

Frederick Douglass, tra i più noti attivisti dei movimenti per i diritti degli afroamericani del finire del XIX secolo, sosteneva che il suo ruolo fosse quello di raccontare la storia dello schiavo perché, per i vincitori, i narratori non erano mai mancati. E non sono mai mancati. Neanche per il Risorgimento italiano. Ben vengano quindi anche i narratori dei “non vincitori” italiani perché anche se la verità si trovasse non da una parte né dall’altra ma nel mezzo è sempre e comunque meglio conoscerla che ignorarla. 

___________________________________________________________________________________________________

Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

___________________________________________________________________________________________________

LEGGI ANCHE

“L’Italia è finita. E forse è meglio così” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2018)

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

“L’Ammerikano” di Pietro De Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016)

“Dalla parte dell’assassino” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2020)

___________________________________________________________________________________________________

© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi

“Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure” di Gaia van der Esch (ilSaggiatore, 2021)

Tag

, , , ,

Cosa è diventato il popolo italiano? Le donne italiane hanno aumentato il loro potere oppure no? L’Italia conserva ancora i tratti del Bel Paese e della Dolce vita oppure tutto è cambiato e oggi è un Paese nuovo, diverso?

L’Italia è un Paese che guarda con orgoglio al proprio passato oppure con speranza al futuro?

Queste sono alcune delle domande che sembra essersi posta l’autrice nel momento in cui ha intrapreso il suo viaggio, fisico e simbolico, attraverso tutto lo Stivale alla ricerca proprio di risposte. L’istantanea che emerge, come frutto del lavoro di indagine di Gaia van der Esch, in parte conferma le impressioni che si hanno circa la delusione e l’insofferenza degli italiani per il lungo periodo di crisi ed emergenza che il Paese sta attraversando, iniziato ben prima dell’esplosione della pandemia, ma riserva anche delle inaspettate sorprese. Meraviglie che stupiscono come solo l’Italia e gli italiani sembrano saper fare. 

La ricerca condotta da Gaia van der Esch non si è basata su un progetto strutturato, piuttosto sulle idee e sui desideri della stessa autrice la quale, motivata dalla voglia di conoscere più a fondo l’Italia e gli italiani, ha intrapreso il suo cammino che l’ha condotta lungo le innumerevoli strade che attraversano il Paese. Strade di asfalto, sterrato o sanpietrini, strade di vita vissuta dove i protagonisti sono diventati fin da subito gli abitanti del territorio, attori e agenti del vero vissuto locale. Ed è proprio grazie a loro, ai loro racconti, che l’autrice riesce a comporre e definire il quadro di cui sembrava aver bene in mente solo la cornice. 

Va da sé che la ricerca condotta da Gaia van der Esch non può oggettivamente acquisire valenza di uno studio, sia per la soggettività della stessa che per il numero limitato e la tipologia di persone che vi hanno preso parte. Una campionatura dettata in larga parte dal caso. Piuttosto la ricerca potrebbe essere vista come il resoconto scritto di ciò che gli occhi dell’autrice hanno visto e le orecchie ascoltato. Perché anche le parole degli intervistati, alla fin fine, hanno “subito” il filtro dell’autrice. Non che questo sia necessariamente un fattore negativo. Per questo tipo di scrittura ci può stare benissimo. 

Gli scenari che fanno da sfondo ai racconti cambiano, man mano che l’autrice si sposta attraverso il Paese, ma la narrazione non sembra variare poi tanto. Sia nell’affinità di temi e contenuti sia nello stile narrativo che van der Esch ha scelto di lasciare immutato. Una scrittura quasi colloquiale, quotidiana anche nelle parti più descrittive e riflessive

Uno sguardo particolare l’autrice sembra riservarlo all’universo femminile con cui è entrata in contatto. A meravigliarla è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate. Mentre gli uomini, per la maggiore, si mostravano spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza. Come se avessero proprio difficoltà a esporre a voce alta il loro punto di vista. Ciò che sembra accomunarle è, inoltre, una scarsa fiducia in un cambiamento che sia davvero efficace, determinante. Una sorta di “resa collettiva” che le spinge a gettare la spugna del combattimento patriottico e diventare a tratti più egoiste, imbracciando le armi per una lotta in solitaria che le porti a raggiungere i propri obiettivi, personali e professionali, poco importa a questo punto che ciò accada in Italia o fuori da essa, all’estero. 

In generale comunque gli italiani che hanno interagito con Gaia van der Esch si sono mostrati orgogliosi del passato del paese, delle tradizioni storiche, culturali, paesaggistiche. Come anche delle glorie e dei fasti che narra la Storia. Per contro, invece, sembrano tutti molto meno fiduciosi nel presente e, soprattutto, nel futuro. L’attuale situazione di certo non aiuta ma bisogna comunque tenere presente che le interviste e il viaggio on the road lungo la Penisola l’autrice li ha compiuti prima dell’esplosione della pandemia da Sars-Covid 19. 

Ed è sempre con lo sguardo rivolto indietro che tutti gli italiano sembrano riuscire a trovare la forza per affrontare il presente e prepararsi al futuro. In particolare in quella che è diventata l’archetipo per eccellenza del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Che vuol anche significare, in tempi duri, aguzzare l’ingegno per fronteggiare le necessità.

______________________________________________________________________________

Bibliografia di riferimento

Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, ilSaggiatore, Milano, 2021

L’autrice

Gaia van der Esch: nata da genitori italo-olandesi, è cresciuta in Italia ma ha vissuto a lungo all’estero. Ha lavorato con diverse Ong e collabora con la presidenza italiana del G20. 

______________________________________________________________________________

Articolo disponibile anche qui

______________________________________________________________________________

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

______________________________________________________________________________

LEGGI ANCHE

“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia” (Vita e Pensiero, 2020)

L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

______________________________________________________________________________

© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Condividi