La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

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Limiti. Frontiere, confini e la lotta per il territorio di Alfonso Giordano, edito da Luiss University Press in prima edizione a luglio 2018, è un testo scritto per analizzare i concetti basilari di frontiera limite confine e sovranità, nonché la loro evoluzione nel tempo e rappresentazione cartografica.
Si tratta di un libro che, analizzando l’evoluzione di queste nozioni, come del resto dello stesso mondo fisico cui vengono applicate, riesce a far comprendere al lettore numerosi e nodosi aspetti della più stretta attualità. Per esempio le lotte civili e intestine ancora presenti in varie parti del pianeta, le guerre di conquista, di potere o economiche, gli attacchi terroristici di varia matrice, il fenomeno delle migrazioni di popoli.

Alfonso Giordano è docente universitario e il suo libro equivale a una lectio magistralis posta per iscritto. Per comprenderne appieno il senso e gli insegnamenti bisogna avere la pazienza di leggerlo fino in fondo. Solo allora infatti si chiariranno anche quelle parti che erroneamente, nel leggerle, sono potute sembrare divagazioni o pedanti approfondimenti. In realtà sono dei chiarimenti, a volte anticipati, che aiutano il lettore a non lasciare zone d’ombra all’interno del ragionamento portato avanti dall’autore. Sono spiegazioni propedeutiche alla tesi enunciata.

In questo mondo globalizzato e iperconnesso, «in cui si comincia a guardare allo spazio come luogo di prossima colonizzazione umana», confini e frontiere tradizionali sembrano non avere più l’importanza di un tempo. Eppure, a meglio guardare, è piuttosto vero il contrario. Il ritorno del sovranismo «sottolinea con forza l’importanza delle identità nazionali» e in molti «auspicano un ritorno a confini più rigidamente demarcati e a frontiere chiuse».
Mai come oggi «la percezione stessa del limite convive con l’aspirazione dell’illimitato». Gli Stati continuano a mostrare molta attenzione al controllo del loro territorio dando vita a quel fenomeno che Michel Foucher ha definito «ossessione per le frontiere». Gli spazi geografici del pianeta Terra, tranne poche aree soggette a convenzioni internazionali, sono totalmente occupati dagli Stati e, proprio dalla «limitatezza degli spazi da acquisire o rivendicare, emerge una competizione tra gli Stati», principale oggetto di analisi del testo di Giordano.

L’autore ricorda che, sebbene l’impatto della globalizzazione venga associato a nozioni quali “la fine dello Stato”, le attività umane continuano ad avvenire dentro confini ben definiti. Una condizione di borderlessness «è un discorso che ha riguardato negli ultimi decenni soprattutto l’Europa», ma che è entrato in crisi con i recenti sviluppi della crisi migratoria nel Mediterraneo.
I conflitti cruenti interni ad alcune aree del mondo e le disuguaglianze economiche tra aree ricche e povere che alimentano i continui flussi di migranti mostrano quanto «sia illusorio pensare che dei confini, per quanto sempre più fortificati e controllati, possano efficacemente contrastare la spinta del bisogno, della paura o anche solo dei sogni di un futuro migliore».

In questo mondo interconnesso e globalizzato permangono forti attriti di tipo culturale, «che alcuni hanno chiamato di civiltà». Conflitti gravi permangono dove ancora «i confini, piuttosto che lo Stato, vengono rappresentati come fattori di identità e sicurezza». I confini finiscono per stabilire «una gerarchia: la posizione di un individuo nello spazio sociale è condizionata dai confini all’interno dei quali lo stesso individuo risiede», al punto da contribuire a determinare la sua identità.
Solo poche ideologie e pochi uomini hanno saputo «immaginare un mondo senza confini», senza essere preda della paura «di un inevitabile bagno di sangue, il tristemente noto homo homini lupus».

Nelle regioni dove i confini sono tracciati senza tener conto del fattore etnico, «o dove esiste una forte migrazione internazionale», molto spesso le culture varcano i confini e pongono un problema di coabitazione. Gli Stati che hanno in corso contese, a «diverso livello di conflittualità, con uno o più paesi per la sovranità su regioni, isole o territori frontalieri, sono più di centottanta». Le soluzioni a questi conflitti, «che spesso dietro la parola “territoriali” nascondono sofferenze umane», non potranno «essere ricercate nel solo sistema anarchico delle relazioni internazionali», ma dovranno sempre più essere «tese a una maggiore cooperazione internazionale nell’ambito di regole condivise».

Dopo aver elencato e analizzato le maggiori dispute territoriali nelle varie parti del mondo, Giordano si sofferma sul conflitto che potrebbe ripresentarsi al confine tra Irlanda del Nord – facente parte del Regno Unito – e Repubblica d’Irlanda come conseguenza di eventuali modifiche allo status quo allorquando la Brexit sarà ultimata. A rendere possibile l’accordo di pace del 1998 fu proprio «la prospettiva che il confine tra le due Irlande sarebbe in sostanza scomparso».

Il territorio è «un elemento che concettualmente si crede inamovibile» e si tende a indicarlo come un “limite fisso”, tuttavia mostra «la sua elasticità nella geografia politica contemporanea del mondo». Il fenomeno della globalizzazione, infatti, ha fornito come esito «una serie di potenti processi di sconfinamento» che pongono continuamente in tensione «partizioni consolidate come quella tra Nord e Sud e tra centro e periferia del mondo». Mai come oggi «la conoscenza geografica si rivela, dunque, ancor più necessaria» anche per evitare che tutto diventi una sorta di “gioco virtuale”, pericoloso quanto deleterio.
Giordano ha ricordato che visualizzazioni da paesi diversi di Google Maps danno come risultato carte geografiche con “limiti” differenti. «Google, spesso finita nei guai per le rappresentazioni soggettive delle sue carte», ha deciso, “semplicemente”, di mostrare «a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole».

Viene da sé a questo punto considerare una approfondita e seria conoscenza geografica di notevole importanza, anche e soprattutto nell’era di Google Maps. Come lo è la consapevolezza dell’importanza di libri come Limiti di Alfonso Giordano.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018)

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L’Europa unita è sempre stata indicata come un grande traguardo per gli stati membri, un sogno. E tale è diventato ben presto nell’immaginario di intere popolazioni, ammaliate dalla prospettiva di far parte di un unico grande stato senza frontiere, con un mercato e una moneta comuni. Spostarsi da una nazione all’altra senza bisogno del passaporto e senza la preoccupazione del cambia valute, un mercato euro-globale per ogni tipologia di merce. Una Unione-potenza mondiale all’interno della quale ogni stato membro avrebbe rafforzato la sua posizione a livello globale.
È questo che è poi realmente accaduto? E se sì, come affermano quelli che l’autore chiama “euroinomani”, perché allora gran parte della popolazione in numerosi stati membri ha una percezione di quanto accaduto molto, ma molto diversa?
Non più un sogno, «ma una prigione di regole». La Gabbia, come il titolo scelto appositamente da Gianluigi Paragone nel cui marchio fu inserito non a caso il simbolo dell’euro.

A giugno 2018 esce, per UnoEditori, Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite di Alessandro Montanari. Un libro che racconta, con uno stile semplice, colloquiale, cosa significano in realtà le regole e le decisioni prese nei grandi palazzi di vetro, nei grattacieli, tra persone che fanno senz’altro i loro calcoli ma per decisioni e imposizioni che poi avranno le loro vere grandi ripercussioni sulla vita di tutti gli ignari cittadini, anche su quelli che continuano imperterriti a credere nel sogno di una grande Europa unita. Coloro che l’autore indica come euroinomani appunto, convinti che la cura ai tanti problemi irrisolti sia sempre e comunque l’Europa con la sua moneta unica e le sue tante regole che invece, a guardar bene, potrebbero esserne la causa.

Ci ricorda Montanari che l’euro è «l’unica moneta della storia senza uno Stato alle spalle, che unisce economie eccessivamente disomogenee, che ha un valore troppo elevato per alcuni Paesi e troppo basso per altri» e che la sua Banca Centrale «è un prestanome di ultima istanza di tipo anomalo».
Viene naturale chiedersi se davvero nessun economista abbia mai preventivamente esternato dubbi riguardo la moneta unica europea. Anche l’autore lo ha fatto e, dopo un accurato lavoro di ricerca, ha elencato per esteso i pareri di tanti economisti, sottolineando anche il contesto, la data e il luogo che hanno accolto le osservazioni. Vengono qui riportati solo i nomi di quelli che in tono scherzoso Montanari chiama “economisti populisti”:

Milton Friedman (Nobel per l’Economia 1976).
Paul Krugman (Nobel per l’Economia 2008).
Joseph Stiglitz (Nobel per l’Economia 2001).
Amartya Sen (Nobel per l’Economia 1998).
James Mirrlees (Nobel per l’Economia 1996).
Christopher Pissarides (Nobel per l’Economia 2010).
Oliver Hart (Nobel per l’Economia 2016).
Mervyn King.
Antonio Fazio.
Paolo Savona.
Luigi Zingales.
Lucrezia Reichlin.
Vincenzo Visco.

Quest’ultimo, allora ministro delle Finanze del governo Prodi, dichiarò: «la Germania continua a crescere a spese nostre perché c’è un marco svalutato che è l’euro». La Germania a tutti gli effetti quindi «vive e prospera in una condizione di svalutazione permanente dal giorno stesso del suo ingresso nella moneta unica. Ricavandone sensazionali, quanto indebiti, vantaggi».
Ma uscire dall’euro non si può, sarebbe una catastrofe. Lo ripetono così tante volte in tanti che lo diamo per buono però Montanari fa un’obiezione concreta: se le regole su cui si basa l’Unione europea sono frutto di “trattati” proprio in quanto tali allora potrebbero essere modificati, in qualunque momento, per meglio adattarsi alle necessità di quei paesi che meno hanno giovato della moneta unica. Questo in teoria, in pratica poi avviene tutt’altro. Quanto accaduto alla Grecia è emblematico della rigidità eccessiva di tutti questi “accordi” che finiscono per somigliare sempre più a prigioni, ovvero gabbie di regole.

La crisi del 2008 lasciata precipitare verso i debiti sovrani ha indubbiamente aggravato in maniera esponenziale la situazione. L’austerità, in periodi di recessione, «impone alla politica un inaccettabile ribaltamento dei valori» e delle priorità: «i numeri prima delle persone, la quiete dei mercati prima della pace sociale, l’Europa prima dell’Italia. Anzi degli italiani. Che è ancora peggio». Gli effetti collaterali di questo modello sono ben evidenti nel nostro Paese, osservabili «nel processo di proletarizzazione dei lavoratori», costretti ad accettare salari di mera sussistenza, a rinunciare gradualmente a diritti che sembravano acquisiti e ormai certi, e «nello smantellamento sistematico della spesa sociale».
Non stupisce e non dovrebbe stupire più di tanto che «il malcontento popolare vada diffondendosi per l’Europa» e nemmeno che scarichi tensioni e frustrazioni sugli immigrati, «alimentando penose guerre di sopravvivenza tra ultimi e penultimi».

Per Montanari, l’anti-europeismo non ha un unico volto però, come invece si vorrebbe far credere e volerlo ricondurre in maniera quasi ossessiva alla «matrice antropologica della xenofobia» serve solo a nascondere la vera radice del problema. Che è economica e solo in un secondo momento «dà sviluppo a una forma e una coloritura politica».
L’autore trova più che legittime le rivendicazioni da parte dei cittadini, i quali non chiedono altro che il lavoro, i salari e diritti perduti. In fondo è esattamente di questo che dovrebbe occuparsi e preoccuparsi la politica. La soluzione va cercata, per Montanari, nell’intervento pubblico, imponente e massiccio, sullo stile del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt per uscire dalla grande Depressione del 1929. Ma farlo oggi potrebbe essere molto più complicato di allora, anche come conseguenza della ormai ceduta sovranità monetaria.

Euroinomani di Alessandro Montanari è un libro, non tecnico, che racconta di economia, di politica, di società e anche di cultura e istruzione. Materie tutte inevitabilmente interconnesse e interdipendenti. Di austerity e di sociale, di euro e globalizzazione. Di Jobs Act e Bail in. Di Buona Scuola e alternanza scuola-lavoro. Di cambiamenti spacciati per ineluttabili se si vuol restare al passo con i tempi, con il progresso e la crescita, ma che, in realtà si sono rivelate essere mere misure restrittive delle libertà e dei diritti dei cittadini. Si prenda ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, sponsorizzata come una grande opportunità offerta ai giovani per “entrare” in contatto con il mondo del lavoro, fare esperienza… Cosa è accaduto invece? Questo strumento educativo «è stato rigettato dagli studenti», i quali ci hanno messo ben poco a comprendere che «nel lavoro di oggi… non c’è proprio nulla da imparare». E non ne vogliono granché sapere perché «hanno intuito che l’intenzione dei padri della Buona Scuola, che poi sono anche i padri del Jobs Act, non stesse tanto nell’educarli al lavoro, quanto piuttosto nel rassegnarli a un lavoro di questo tipo: incerto, malpagato e senza diritti».
I camerieri, cassieri, commessi, hostess a eventi e fiere, babysitteraggio di vario genere e quant’altro sono sempre stati lavoretti che i ragazzi e le ragazze hanno svolto, soprattutto in estate. Non si vede davvero motivo valido per cui per fare ciò, tra l’altro senza neanche adeguata retribuzione, debbano togliere tempo allo studio e alla formazione.

Un libro, Euroinomani di Montanari, che racconta di una classe politica caratterizzata dal pedissequo «impegno per il superfluo» e scarsamente votata per il “necessario”, come i diritti concreti e basilari dei cittadini. Una narrazione senza pretese di autorevolezza ma rigorosa nelle citazioni e nelle fonti, frutto di un’accurata documentazione da parte dell’autore. Un testo che spiega, in maniera semplice e chiara, ciò che ognuno dovrebbe ammettere di sapere, perché è sotto gli occhi e sulla pelle di ogni cittadino italiano ed europeo. Un libro interessante, per riflettere su quanto accaduto a partire dal 2008 e su cosa sia stato fatto o meno per evitare che accada di nuovo. Un libro che non giudica, non esprime giudizi affrettati o avventati. Una narrazione che segue un ragionamento frutto di anni di studio e documentazione, approfondimenti e analisi. Una voce fuori dal coro che non vuole essere un’ostruzione al sistema bensì una valvola di sfogo verso eventuali soluzioni che non siano frutto di scontri, rabbia e odio ma dettate dalla mera logica del buonsenso.

 


Alessandro Montanari: giornalista e autore televisivo, ha lavorato per le più importanti televisioni nazionali. Al fianco di Gianluigi Paragone dai suoi esordi professionali nelle tv locali, firma i programmi Lultimaparola (Rai 2) e La Gabbia (La7). Ora è a Rete 4 nella squadra della trasmissione Stasera Italia.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice UnoEditori per la disponibilità e il materiale


 

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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

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Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale è un testo che guarda all’economia globale in modo differente rispetto al neoclassicismo imperante. Che focalizza il ragionamento sul concetto di apprendimento come elemento cruciale per la crescita dell’economia di un paese e per superare il divario tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald decidono di rendere omaggio a Kenneth Arrow e alle sue teorie economiche organizzando una serie di conferenze annuali negli Stati Uniti e di trasformare le relazioni in un libro, tecnico, che impiega la matematica per spiegare il rigore scientifico delle tesi avanzate. In seguito viene pubblicata una versione meno impegnativa del titolo, dal quale vengono estrapolate le formule matematiche. Un’edizione divulgativa che viene tradotta in Italia da Maria Lorenza Chiesara per la casa editrice Einaudi.

Per Stiglitz e Greenwald nessuno come Arrow, a livello individuale, ha fatto tanto per cambiare il nostro modo di guardare all’economia e alla società al di là dell’economia, negli ultimi sessant’anni. Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie ben al di qua della frontiera, che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. I governi dovrebbero concentrarsi su cosa crei una società dell’apprendimento. Mentre alcune delle politiche che gli economisti hanno sostenuto in passato l’hanno di fatto ostacolata.
Negli ultimi decenni è diventato usuale descrivere l’economia verso cui ci stiamo dirigendo come una “economia della conoscenza e dell’innovazione”. Minore attenzione viene invece data a cosa ciò significhi per l’organizzazione dell’economia e della società.

Gli autori citano Solow allorquando affermano che la maggior parte dei miglioramenti relativi agli standard di vita sono il risultato di incrementi di produttività, ossia l’aver imparato a fare le cose meglio. Se è vero quindi che la produttività è frutto di apprendimento e che gli aumenti di produttività, ovvero l’apprendimento, sono endogeni, allora uno dei punti focali della politica dovrebbe essere quello di incrementare l’apprendimento all’interno dell’economia. Incrementare la capacità di imparare e gli incentivi a farlo. Imparare a imparare. Dunque, colmare i divari di conoscenze che separano le imprese più produttive dalle altre.
Creare una società dell’apprendimento dovrebbe quindi essere uno degli obiettivi principali della politica economica. Se si crea una società dell’apprendimento ne risultano un’economia più produttiva e uno standard di vita migliore. Nel testo, Stiglitz e Greenwald mostrano come molte delle politiche concentrate sull’efficienza statica – allocativa – possano invece ostacolare l’apprendimento e come di fatto politiche alternative possano portare a superiori standard di vita, visti nel lungo periodo.

Seguendo le teorizzazioni di Arrow, Stiglitz e Greenwald avanzano l’ipotesi del maggiore innalzamento degli standard di vita che potrebbe indurre una società dell’apprendimento rispetto a quanto riescano invece a farlo piccoli e isolati miglioramenti di efficienza economica o il sacrificio dei consumi correnti per intensificare il capitale, soprattutto per i paesi in via di sviluppo. Buona parte della differenza tra i redditi pro capite di questi paesi e quelli dei paesi più avanzati è attribuibile a un gap di conoscenze. Adottare politiche in grado di trasformare le loro economie e le loro società in “società dell’apprendimento” li renderebbe in grado di colmare questo divario e ottenere una crescita dei redditi significativa.
La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, infatti sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.

Al centro dell’indagine condotta dagli autori vi sono due interrogativi fondamentali:
– I mercati, di per sé, portano a un livello e a un modello di apprendimento e innovazione efficienti?
– E se no, quali sono gli interventi governativi desiderabili?
Per Stiglitz e Greenwald non esiste alcuna presunzione di efficienza dei mercati rispetto alla produzione e alla disseminazione di conoscenze e apprendimento. Piuttosto il contrario. I mercati sono “efficienti in senso paretiano”, ovvero non possono migliorare ulteriormente le condizioni di qualcuno senza che quelle di un altro peggiorino. Arrow aveva già riconosciuto la pervasività dei fallimenti del mercato nella produzione e disseminazione di conoscenze, sia come risultato dell’allocazione di risorse alle attività di ricerca e sviluppo sia come effetto dell’apprendimento.
Nel testo si insiste molto sul ruolo decisivo che ha il governo nel proporre e mettere in atto decisioni che diano l’indirizzo corretto al potenziamento dell’apprendimento nell’economia come in tutta la società.

I governi svolgono un ruolo centrale nell’ambito di istruzione, salute, infrastrutture e tecnologia; e le politiche per ciascuna di queste aree, così come le spese e il loro equilibrio, contribuiscono senz’altro a plasmare l’economia. Le politiche di aggiustamento strutturale hanno finito per soffocare la crescita dei paesi, soprattutto di quelli con un’economia emergente.
Invece di promuovere i settori di apprendimento, le politiche imposte ai paesi in via di sviluppo dalle istituzioni economiche internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno scoraggiato il comparto industriale di molti di essi, soprattutto in Africa. Il risultato è che, negli ultimi trent’anni, l’Africa ha sofferto di un processo di deindustrializzazione. Focalizzando l’attenzione sull’efficienza statica, queste istituzioni internazionali trascurano del tutto l’apprendimento e le dinamiche a esso associate. Spesso – o anche tipicamente – la creazione di posti di lavoro non ha tenuto il passo con la loro distruzione, cosicché i lavoratori si sono spostati da settori protetti a bassa produttività a condizioni di disoccupazione, dichiarata o nascosta, a produttività ancora più bassa. Una delle critiche che si possono rivolgere al Washington Consensus (ovvero al blocco di politiche di aggiustamento strutturale condotte in Africa) è di aver tentato di imporre politiche corrispondenti alla convinzione che un’unica cosa vada bene per tutti. Ovvio che così non è, come non lo è il credere possa essere di aiuto osservare quanto fatto in passato da paesi con livelli di reddito pro-capite similari o leggermente superiori. Oggi il mondo è diverso da quello di un tempo sia in termini di geoeconomia e geopolitica globale sia di tecnologia.Le differenze tra i paesi aiutano a spiegare anche perché in alcune economie le imprese pubbliche funzionino bene mentre in altri no.

Aiutano anche a spiegare i limiti della globalizzazione: le imprese locali hanno un vantaggio competitivo sul piano della conoscenza delle situazioni locali. Buona parte delle informazioni di natura finanziaria è reperibile principalmente a livello locale. Un impiego efficace del capitale richiede il ricorso a istituzioni finanziare del posto. Purtroppo, le politiche del Washington Consensus, che spingevano per la liberalizzazione del mercato finanziario e del capitale, non considerarono l’importanza di questa concorrenza locale.
Le banche straniere riuscivano a sottrarre correntisti alle banche locali perché venivano percepite come più sicure, ma si trovavano in svantaggio informativo rispetto alle banche locali riguardo alle aziende locali piccole e mediopiccole. E fu quindi naturale che i prestiti venissero dirottati verso il governo, i consumatori e le grandi aziende nazionali, compresi i monopoli e oligopoli locali: in tal modo l’apprendimento e l’imprenditorialità locali potrebbero esserne stati danneggiati e la crescita esserne uscita indebolita.

Le politiche industriali devono seguire una strategia che tenga conto non soltanto delle circostanze presenti in un paese, ma anche della sua probabile situazione futura. Sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo i governi devono plasmare la direzione dell’innovazione e dell’apprendimento. Buona parte dell’innovazione nelle economie industriali avanzate è stata diretta a risparmiare lavoro; ma in molti paesi in via di sviluppo esiste un’eccedenza di lavoro, e il problema è la disoccupazione. Le innovazioni che risparmiano lavoro esasperano questa sfida sociale cruciale. E anche quando le innovazioni che consentono di risparmiare lavoro non portano disoccupazione, hanno comunque conseguenze negative dal punto di vista della ricchezza, perché abbassano i salari.

Le regole e le regolamentazioni adottate nel processo di “liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari” negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno portato, secondo l’analisi di Stiglitz e Greenwald, a istituzioni finanziarie arroganti, sostenute dalle implicite garanzie delle autorità monetarie e in ultima istanza dal contribuente. Molti governi non hanno fatto buon uso della politica di regolamentazione monetaria e finanziaria, e in alcuni casi questo cattivo uso può essere ricondotto a un problema di governance. Ma questo non è un valido motivo perché i governi rifuggano dall’impiego di una politica di regolamentazione monetaria e finanziaria. Il capitale e i servizi finanziari interni a un paese possono sostenere l’apprendimento; al contrario, i servizi finanziari forniti da soggetti stranieri possono far sì che gli investimenti e l’apprendimento vengano ridiretti all’esterno del paese, ostacolando in tal modo di fatto la creazione di una società dell’apprendimento. I governi occidentali (in modo diretto e attraverso le istituzioni finanziarie internazionali) hanno esercitato forti pressioni sui paesi in via di sviluppo affinché deregolamentassero e liberalizzassero i rispettivi mercati finanziari. Tali raccomandazioni non tenevano in considerazione i fallimenti del mercato finanziario che avevano condotto proprio alla realizzazione della necessità di una regolamentazione del settore finanziario, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Guidando la finanza verso i settori di apprendimento si può potenziare la crescita totale.

In via conclusiva, Stiglitz e Greenwald sottolineano la necessità non solo di identificare le politiche che potrebbero portare alla creazione di una società dell’apprendimento ma, soprattutto, che queste politiche vengano applicate. Il modello neoclassico ignora questo fattore, perché non soltanto non presta attenzione all’importanza di allocare risorse ad apprendimento, ricerca e sviluppo, ma anche perché presuppone che tutte le imprese seguano le pratiche migliori e dunque non abbiano niente da imparare.
Molte delle politiche discusse nel testo comportano o comporterebbero una perdita nel breve periodo ma un guadagno a lungo termine. Si parla molto oggi di economia dell’innovazione o di economia della conoscenza, e molti progressi sono stati registrati, ma le piene implicazioni del loro lavoro per il modello neoclassico, cruciale per esempio nell’analisi di Solow, non hanno ancora trovato il posto che meritano.
Le innovazioni sociali sono egualmente importanti rispetto alle innovazioni tecnologiche, sulle quali gli economisti si concentrano di solito: il progresso della società umana dipende da tali innovazioni così come dipende dai miglioramenti della tecnologia.

Bibliografia di riferimento

Joseph E. Stiglitz, Bruce C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, 2018 (traduzione di Maria Lorenza Chiesara dal titolo originale Creating a learning society: A new approach to growth, development, and social progress. Reader’s edition, Columbia University Press, 2014 e 2015)


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018)

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Dopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.
Un testo a cui l’autore sembra essere particolarmente legato, sarà per il fatto che narra dell’indagine grazie alla quale ha «appreso a stare sul campo». Un campo davvero complesso, la metropoli di São Paolo, che ha stimolato al massimo il suo “stupore metodologico”. Un viaggio profondo nella megalopoli che ne ha scaturito un altro, più intimo e personale, alla ricerca di se stesso e delle proprie emozioni, sensazioni. Lo stupore di questi sentimenti provati ha consentito a Canevacci di trovare la giusta apertura verso la ricerca, la comprensione, l’indagine e l’analisi. Aprirsi verso l’ignoto ha rappresentato la svolta e la buona riuscita dell’indagine sul campo.
Uno spaesamento che provano tutti gli etnografi, maggiormente se alla prima esperienza sul campo, uno smarrimento che tale non è, piuttosto un passaggio per arrivare all’altro attraverso se stessi.

Polifonia, comunicazione e ubiquità sono le parole chiave per seguire e interpretare l’indagine sul campo dell’autore, condotta in una metropoli che oggi è certamente diversa, sul piano sociale e architettonico, rispetto al tempo della ricerca ma non al punto da inficiarne gli esiti. E proprio la permanente validità sembra avere spinto Canevacci alla ripubblicazione del testo, con qualche accorgimento e una nuova premessa introduttiva.

Nella prima parte del testo l’autore richiama i grandi antropologi, ne rammenta i lavori, le indagini e le riflessioni. E sembra farlo, più che per edurre il lettore alla comprensione, per ritrovare in questi i prodromi delle conclusioni cui egli stesso giunge.
E così l’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le notevoli opere di Claude Lévi-Strauss come anche la critica letteraria di Michail Bachtin si fondono alle riflessioni dello stesso Canevacci generando una sorta di voce corale, anch’essa polifonica come la città indagata dall’autore.
L’esotico e il comune, l’architettura e i suoni si mescolano nel resoconto di Canevacci esattamente come tutto ciò i suoi occhi hanno osservato e le sue orecchie ascoltato nel periodo trascorso a São Paolo.
Nella seconda parte ci si addentra sempre più nei meandri di questa enorme megalopoli come anche nelle riflessioni dell’autore. Un percorso dove l’occhio sembra farla da padrone. L’osservazione è fondamentale e prioritaria al punto che, per rendere meglio l’idea di quanto narrato, Canevacci inserisce nel testo numerose foto di angoli, installazioni, architetture, soggetti, persone, simboli e quant’altro può servire a definire i contorni di questa immensa capitale del consumismo, sociale prima ancora che economico e commerciale.

Un saggio antropologico, La città polifonica di Massimo Canevacci, senz’altro interessante, anche per chi non studia o non conosce le linee guida di un resoconto etnografico. Un saggio sull’antropologia della comunicazione urbana che dimostra il forte legame che unisce una metropoli, che può essere São Paolo come una qualsiasi altra capitale mondiale, a un remoto villaggio Bororo. Comunicazione che nell’era digitale diventa subito connessione. Trasformazione. Evoluzione. E tutto a una velocità che non smette di sorprendere, esattamente come lo studio antropologico ma non antropocentrico condotto anche da Canevacci in Terra Brasilis.


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Dove sta l’umanità? “Carnaio” di Giulio Cavalli (Fandango Libri, 2018)

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Cadaveri ripescati in mare. Ecco qual è l’immagine che Giulio Cavalli sceglie come overture del suo nuovo romanzo Carnaio, edito da Fandango Libri. Il fotogramma più cruento e drammatico di questa enorme e globale emergenza che sono diventate le migrazioni di popoli.
Perché alla fin fine, se passassimo al setaccio l’intero “problema”, non resterebbero che la morte e il dolore. Oppure entrambi.

Morte e dolore che finiscono, inevitabilmente, per alimentare dibattiti infiniti generati, si racconta, dal bisogno di solidarietà e umanità. Motivati, in realtà, per la gran parte, da ipocrisia o peggio opportunismo.
E non dimentica certo di parlare di tutto questo Giulio Cavalli in Carnaio. Racconta nel dettaglio tutta la grande ipocrisia che si può accumulare anche in un piccolo paese arroccato su delle aspre scogliere, abitato per la maggiore da pescatori o figli di pescatori, da sindaci figli di sindaci, da preti che non perdono occasione per fare la morale anche quando tutti sanno che facilmente si lasciano tentare dal gentil sesso, anche senza il gentile.

Carnaio sembra essere un romanzo corale, grazie soprattutto all’espediente narrativo adottato dall’autore di dare voce a più protagonisti. In questo modo lo stesso accadimento viene osservato e commentato da diversi punti di vista e il lettore può “ascoltare”, ovvero leggere, le differenti opinioni in merito, esattamente come accadrebbe e come accade per un fatto reale.
Il narrato di Cavalli è originato dalla sua fantasia di scrittore certo ma è egualmente molto realistico, cruento e “crudele”. Nel senso che descrive, immaginando una storia, esattamente quello che accade da anni, decenni e che ha trasformato, purtroppo, il Mare nostrum in un’immensa pozza di morte, ingiustizie, dolore, indifferenza e opportunismo.

Cavalli è politicamente attivo e, giornalisticamente parlando, molto prolifico. La sua opinione, categorica, in merito a quanto sta accadendo non è certo un mistero, eppure egli riesce, con la dote che è propria di chi è scrittore e non semplicemente perché tale si dichiara, che siano il racconto e la narrazione a parlare, non i pregiudizi e i preconcetti che possono scaturire da posizioni eccessivamente rigide.
Ovvio che il libro è scritto dall’autore, e sempre lui ha scelto cosa far dire ai protagonisti e cosa no, ma l’impostazione del narrato, pur nella sua causticità, lascia libero il lettore di formarsi una propria opinione. In questo caso in base alla propria coscienza. E alla propria umanità.

Nel testo si ritrovano tutti gli aspetti e gli sviluppi del fenomeno migratorio che campeggia nei titoli di giornali e telegiornali quasi sempre per notizie o eventi drammatici, disastrosi. Una crisi umanitaria derivata dalla degenerazione dell’umanità che ha scelto di votarsi e immolarsi verso la crescita economica a ogni costo. Inarrestabile. Anche laddove è palese ormai che a rimetterci sono la stessa umanità e il pianeta che la ospita.

Giulio Cavalli è un ottimo narratore, sa bene cosa raccontare e come farlo. La domanda da porsi è: quale sarà il messaggio che il lettore vorrà raccogliere?
Si sceglierà di aver letto un semplice romanzo oppure si ammetterà di aver letto la versione romanzata di una triste realtà? Si preferirà archiviare il libro come semplice narrativa oppure si ammetterà di avere tra le mani la versione letteraria del resoconto “storico” di una struggente attualità?
L’autore ha lasciato libero il lettore di fare le proprie scelte. Non poteva fare altrimenti del resto.

In Carnaio Giulio Cavalli mantiene intatta la sua grande capacità di scrittura. Uno stile coinvolgente che cattura il lettore fin dalle prime battute. Quasi un rapimento sensoriale per l’intera durata della lettura di quella che acquisisce a tutti gli effetti i connotati di una accuratissima pièce teatrale. Una scena costruita intorno a un fenomeno troppo carico di dolore e sofferenza per poter lasciare umanamente indifferente chi legge. Al pari di quando si apprendono simil eventi nei resoconti di cronaca. Peggio se nera. Sprazzi di solidarietà ed empatia che vanno o andrebbero poi tradotti in mutazioni radicali di comportamenti singoli e globali altrimenti si rischia la banale retorica. Ma questo è un altro discorso. Chi scrive concorda con l’autore nel lasciare piena libertà al lettore o allo spettatore, in base alla coscienza che ognuno ha o ritiene di avere.


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Cosa significa davvero scegliere di essere un medico in Italia? “Dal profondo del cuore” di Ciro Campanella (Di Renzo Editore, 2017)

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Tagli all’istruzione. Tagli alla sanità. Scelte politiche e non mediche. Organizzazione d’interesse e non di necessità. Dirigenti che devono diventare manager e dipendenti schiavi. Il tutto senza soldi. O meglio, con una distribuzione irresponsabile dei fondi. Quando, in Italia, si parla di malasanità, giustamente, ci si riferisce alla scarsa qualità dei servizi offerti all’utenza, ai pazienti, ovvero ai malati che si rivolgono al servizio sanitario nazionale per ricevere le supposte dovute cure. Ma bisognerebbe includere e ricordarsi, ogni volta, che di malasanità soffrono anche le persone (medici, infermieri, operatori socio-sanitari, …) i quali ogni giorno affrontano davvero il problema, sulla propria pelle.

È la politica che decide cosa spetta ai pazienti. Quali esami, quali farmaci, se e quanti giorni di degenza, se e quali tipi di intervento… Sulla base delle linee guida nazionali e internazionali certo ma, soprattutto, seguendo la logica di interessi che spesso non sono né medici né professionali e in base a quanti fondi si riescono a destinare.
Quali conseguenze ha tutto questo sulla vita, sulla psiche, sulla carriera e sull’essere di un medico che non è un politico e neanche un burocrate?

Leggere Dal profondo del cuore di Ciro Campanella aiuta a farsene un’idea precisa. Un libro, definito dallo stesso autore un diario edito lo scorso anno da Di Renzo Editore, che racconta la parabola professionale e personale di un ragazzo che sceglie di fare il medico perché «fare qualcosa di positivo per gli altri è ciò che porta maggiori premi morali». Una scelta che è solo l’inizio di un lungo percorso di studio e lavoro che lo ha condotto a girare gli ospedali del mondo per imparare le tecniche migliori, il metodo e il modo per salvare le persone. Per cercare di farlo. Per riuscirci il maggior numero di volte possibile.

La vita è fatta di questo in fondo, «di scelte, talvolta crudeli, talaltra avventurose. E non sai mai se hai fatto quella giusta, finché non ne paghi il conto». E Campanella ne ha pagato uno salato. Tanti anni lontano gli avevano fatto dimenticare cosa è in realtà la sanità in Italia. La scelta di ritornare gliela ha sbattuto di nuovo in faccia quell’inadeguatezza che aveva percepito già da studente. Quel metodo sbagliato di affrontare politicamente scelte e decisioni che devono, o dovrebbero essere, solo mediche e scientifiche.

Ciro Campanella ha lavorato come cardiochirurgo in Sudafrica, in Scozia, in Cina, India, Stati Uniti, Europa, Turchia. Ha conosciuto aspetti della vita e del mondo che in tanti ignorano del tutto. Ha lavorato e studiato sodo eppure scrive un libro adottando uno stile narrativo che è l’emblema della semplicità e della linearità. Sembra raccontare le esperienze della sua vita attraverso gli occhi sognanti e disincantati di quel giovane uomo che sceglie di fare il medico e salvare vite umane per ottenerne in cambio ‘solo’ premi morali.

Dal profondo del cuore di Ciro Campanella è fuor di dubbio un diario all’interno del quale l’autore racconta la sua personale esperienza ma rappresenta per certo anche il racconto, la denuncia di un sistema sanitario che mette colui che dovrebbe esserne il fulcro, ovvero il paziente, in ultima posizione. Lo ignora come ne ignora i reali bisogni. E questo è sotto gli occhi e sulla pelle di tutti e di ogni cittadino italiano che ogni giorno si vede costretto a lottare per vedere riconosciutogli un diritto che dovrebbe essere già acquisito: il diritto a ricevere adeguate cure e un trattamento dignitoso. Non è così e non lo è da tanto di quel tempo che si potrebbe anche ipotizzare non lo sia mai stato.

Un libro, Dal profondo del cuore, scritto con uno stile semplice e lineare ma che affronta un problema complesso e grave. Un diario che merita senz’altro di essere letto anche perché spinge il lettore a guardare oltre la storia personale ivi narrata e volgere lo sguardo verso l’origine del problema, la causa. Perché è da lì che deve o dovrebbe partire il cambiamento se si desidera che sia reale, concreto ed efficace.


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018)

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Con la sconfitta del nazifascismo iniziava per l’Europa il più lungo periodo di pace mai conosciuto. Ma non è stato così per tutti gli europei. Per tanti a cominciare è stato solamente un conflitto differente, combattuto in modo diverso e che ha richiesto l’impiego di una nuova tipologia di soldati.
Sentimenti ostili nei confronti della neonata Repubblica e paura riguardo la possibile o probabile avanzata di ideologie diverse, opposte, che avanzavano da quello che ancora veniva indicato tra i principali nemici da combattere, il blocco dell’Est sovietico.
Il generale Arpino, capo di Stato maggiore dell’esercito, ha dichiarato dinanzi a una commissione parlamentare: «per noi, ancora negli anni Ottanta, un terzo del parlamento era il nemico».

Il conflitto che lacerava la società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale appare «feroce, come può esserlo solamente una guerra ideologica». Se il comunismo era impegnato a forgiare «un nuovo tipo di uomo, una macchina senz’anima», un docile strumento al servizio della guerra totale, anche i difensori del mondo libero dovevano affrancarsi da ogni preconcetto morale, per rispondere adeguatamente alle sfide che li attendevano. A partire dalla creazione del «soldato rivoluzionario», educato al nuovo tipo di guerra che il comunismo aveva imposto, addestrato tecnicamente e dotato di un’adeguata «educazione morale». Un «soldato d’élite», ideologicamente preparato al suo compito.

Questo e tanto altro si legge nella relazione di Edgardo Beltrametti, giornalista e collaboratore del corpo di Stato maggiore della Difesa, scritta in occasione del convegno che si tenne a Roma nel maggio 1965 dal titolo La guerra rivoluzionaria. Incontri, eventi, accadimenti che, unitamente alla narrazione storica più nota e alla documentazione di inchieste, indagini e processi, si trovano ampiamente analizzati ne La mafia nera di Vincenzo Ceruso, edito da Newton Compton a ottobre 2018. Un libro che racconta la storia di un’Italia oscura, le stragi, i depistaggi e le relazioni occulte tra lo Stato e il non-Stato. Eversione neofascista, brigatismo rosso, apparati dello Stato, società segrete e organizzazioni mafiose che si muovono e si sono sempre mossi all’interno del medesimo scacchiere per spartirsi o contendersi il medesimo bottino. A rischio sempre più elevato la democrazia e il bene comune.

L’Italia ha avuto ed ha numerose agenzie di depistaggio. I principali protagonisti di queste azioni sono ben identificabili dentro i nostri apparati di sicurezza, «abituati a muoversi al confine tra il legale e l’illegale». Alcune delle principali associazioni di natura criminale e sovversiva che il nostro Paese ha avuto ed ha, «hanno svolto anche le funzioni di agenzie di depistaggio». Viene da sé che a suscitare maggiore scandalo sono i «reati commessi da uomini nel cuore delle istituzioni».

Ceruso indica in quanto accaduto dopo la strage di via d’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, il tentativo di costruire un «depistaggio perfetto». Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Calogero Pulci andarono a comporre «una ricostruzione dell’attentato in via d’Amelio che avrebbe retto ai tre gradi di giudizio». Scarantino però era «del tutto non credibile, sia nei panni dello stragista che del mafioso». Il 21 luglio 1995 ritrattò le sue dichiarazioni e accusò il capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e i suoi uomini di «torture nei suoi confronti». La Barbera sarebbe stato «un agente sotto copertura, con il nome in codice di Rutilius, e avrebbe percepito dal Sisde un assegno di un milione di lire nel 1986 e 1987». Perché Scarantino ha accusato degli innocenti, seppur sempre di affiliati si parla?

Il giorno 5 novembre 2018 si è aperto il dibattimento che vede i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di calunnia aggravata dalla Procura di Caltanissetta. Avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, per costruire una versione non veritiera di quanto accaduto.

Tra il 1992 e il 1993 furono poste in essere sette stragi sul territorio della Repubblica italiana. Come ai tempi di piazza Fontana, ma ben venticinque anni dopo, «venne indagato l’ordinovista Franco Freda», per il quale venne ipotizzato il reato di strage. L’indagine portò ad alcuna accusa a carico di Freda. In una delle riunioni avvenute alla vigilia degli attentati, «di cui hanno parlato Sinacori e altri collaboratori di giustizia», i boss avrebbero decretato che gli atti terroristici sarebbero stati «rivendicati usando il nome della Falange Armata».
L’ammiraglio Francesco Paolo Fulci, durante una dichiarazione rilasciata per il processo sulla trattativa Stato-mafia, avrebbe rivelato che questa denominazione «serviva a identificare una struttura clandestina dei servizi segreti, che si muoveva secondo le tipiche di guerra psicologica utilizzate nell’ambito di Gladio». Gli esiti di un’indagine da lui stesso ordinata furono due mappe che indicavano, nei luoghi da dove partivano le telefonate a nome della Falange, «sedi periferiche del Sisde». Secondo quanto si legge nella Sentenza nei confronti di Bagarella Leoluca e altri del 20 aprile 2018 della Corte d’assise di Palermo.

I magistrati di Palermo, indagando su quegli anni, hanno utilizzato l’espressione «sistema criminale» per indicare «l’alleanza eterogenea di soggetti che agivano per portare a termine un comune progetto eversivo». Gli investigatori hanno accertato che, alla vigilia delle stragi, c’era in Sicilia «un gran viavai di personaggi legati alle trame eversive degli anni Settanta».
L’obiettivo finale del ‘sistema criminale’ era attuare una «forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale». Secondo quando si legge nella richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio e altri del 21 marzo 2001 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.
Una mutazione del quadro politico da portare avanti «attraverso le stragi e a cui avrebbe aderito anche lo stesso Riina».
Secondo i collaboratori di giustizia calabresi, il vasto piano politico-criminale prevedeva la «piena collaborazione della ‘ndrangheta attraverso la figura dell’avvocato Paolo Romeo», esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta. Un altro personaggio centrale nel raccordo con il mondo politico era «Vito Ciancimino», il quale, in un interrogatorio del 1998 proponeva, come movente della strage di Capaci, «il sabotaggio della candidatura di Giulio Andreotti quale presidente della Repubblica». Il ruolo di mediatore di Ciancimino sarebbe stato assunto, in un secondo momento della trattativa, «da Marcello dell’Utri».

Durante la stagione delle stragi mafiose, tra il 1992 e il 1994, «i vertici del Ros, insieme agli uomini di Cosa nostra», avrebbero «minacciato e tentato di condizionare il governo della Repubblica». Il livello politico, cui avrebbero fatto riferimento gli ufficiali dei carabinieri, «non è stato però individuato». A meno che non si voglia pensare a «esecutori – quindi ad apparati di sicurezza – che non rispondevano a nessuno», oppure a «referenti estranei al governo della Repubblica» e distanti dagli interessi nazionali.

I magistrati hanno tratteggiato più volte nelle indagini sulle stragi la tecnica «piduista e mistificatoria» di fornire una massa di informazioni difficilmente verificabili e orchestrare campagne di stampa, confondendo fatti veri e falsi.
Alcune figure apicali dei nostri servizi segreti, prima ai vertici del Sid e poi a quelli che saranno il Sismi e il Sisde, «hanno ritenuto che spettasse svolgere ai servizi stessi un ruolo di agenzia di depistaggio» rispetto ad alcuni dei fatti più sanguinosi della cronaca eversiva. Per quanto riguarda le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna, «le responsabilità parziali degli agenti sono state definitivamente individuate». Rimane tuttavia da chiarire il motivo per cui lo hanno fatto.
Non è più un mistero neanche la oramai «prassi consolidata dell’utilizzo delle forze sovversive e criminali da parte degli uomini che sarebbero preposti alla loro repressione».
La mafia, «sfruttando quelle capacità di adattamento alle diverse epoche che le sono proprie», ha adottato, in periodi cruciali della storia italiana, «l’habitus proprio dell’organizzazione terrorista». A questa mutazione in senso terroristico hanno contribuito anche «le sollecitazioni provenienti da determinati organismi statali», allorquando hanno visto nella mafia siciliana un potenziale e potente alleato per realizzare quello che ritenevano «sarebbe stato l’ordine giusto per il nostro Paese». Basti pensare a quanto accaduto «nel secondo dopoguerra e tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso».
Parimenti, anche «eversione nera e le mafie hanno stabilito», in particolari momenti della loro storia, «relazioni significative».

Esiste una «ideologia stragista» il cui nucleo essenziale consiste nel considerare la morte di innocenti come un obiettivo strategico da perseguire, «una condizione necessaria per incidere sull’esistente e modificare le strutture statali». Risultati da raggiungere con omicidi mirati o con massacri indiscriminati ma, in ogni caso, con «uno sforzo costante per occultare la verità».
Cosa nostra e Ordine Nuovo, a partire da un certo momento e per un lungo tratto della loro storia, «sono stati i due principali gruppi terroristici, con finalità stragiste» presenti in Italia.
Se guardiamo alle due organizzazioni senza preconcetti, sarà più facile «accertare una serie rilevante di punti in comune»:

•collusione con la politica e con gli apparati di sicurezza deviati;
•dichiarata visione fortemente ostile allo Stato e alle sue leggi;
•ideologia organica cui i loro membri sono tenuti ad aderire;
•straordinaria capacità militare;
•vocazione stragista;
•natura di associazione sovversiva;
•impiego del terrorismo politico.

Come per le Brigate Rosse, la principale banda armata comunista, anche le organizzazioni eversive di destra non hanno disdegnato di cercare «accordi con esponenti delle diverse associazioni mafiose», in nome della comune lotta allo Stato.
La mafia siciliana dal canto suo ha utilizzato lo stragismo per fini politici fin dall’immediato dopoguerra, con il massacro di Portella della Ginestra, e «ha affinato questa sua propensione negli anni Novanta del Novecento».

Si può compiere una strage per depistare. Ed è esattamente quanto sarebbe accaduto durante il periodo definito della «strategia della tensione», allorquando l’obiettivo era la creazione di un clima politico favorevole alle forze conservatrici mediante «l’attacco di obiettivi civili e il perseguimento di un disegno terroristico». Piazza Fontana fu un attacco terroristico, «ma servì anche ad altro».
L’eccidio mostrò ai burattinai delle stragi che era possibile colpire indiscriminatamente una folla di cittadini indifesi, nel cuore della capitale economica del Paese, e riuscire a indirizzare le indagini verso «colpevoli del tutto improbabili».

I soggetti collettivi che pensarono, promossero e ordinarono la strage di piazza Fontana, «erano gli stessi che avrebbero pensato, promosso e ordinato le stragi che insanguinarono il nostro Paese fino al principio degli anni Ottanta». Con piazza Fontana era iniziata una stagione di stragi che avrebbe reso l’Italia «un Paese a sovranità limitata», condizionata da «forze oscure» che ne avrebbero fatto il teatro di «una guerra non convenzionale», rivolta principalmente verso la popolazione civile. Molto simile a quanto poi si verificherà agli inizi degli anni Novanta, quando il filo conduttore sembra essere legato alle parole di Riina: “Si fa la guerra per poi fare la pace”. Creare instabilità per offrirsi come garante della agognata stabilità in fondo è sempre stato un must delle organizzazioni malavitose.

I misteri italiani analizzati da Ceruso sono molteplici, non tutti ma tanti, e abbracciano anche il mai attuato golpe Borghese, l’omicidio Pecorelli, piazza della Loggia, l’Italicus, il «suicidio simulato» di Peppino Impastato… e impressiona non poco la veridicità delle parole riportate nella Sentenza contro Moggi Carlo Maria e altri del 22 luglio 2015 della Corte di assise di appello di Milano: «Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa».
Ricorrono le medesime organizzazioni sovversive e malavitose ma lo fanno anche i nomi dei rappresentanti dello Stato in varie istituzioni e servizi. Persone che, magari, non hanno commesso dei reati eppure, forse, con i loro comportamenti non hanno neanche impedito che dette stragi si verificassero. Laddove non dovesse persistere una responsabilità civile o penale permane e persiste per certo quella etica e sociale, per la quale non c’è prescrizione che tenga.

Il lavoro di ricerca e analisi svolto da Vincenzo Ceruso per la composizione de La mafia nera deve aver richiesto notevole pazienza e determinazione, da parte dell’autore. Un’indagine certosina sulle fonti, sui documenti, sugli atti processuali che ha prodotto un lavoro notevole. Un libro che rappresenta una pietra miliare per la conoscenza della storia occulta di quell’Italia oscura che in tanti, in troppi vorrebbero lasciare nell’ombra.


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa della Newton Compton per la disponibilità e il materiale



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“Io odio internet” di Jarett Kobek (Fazi, 2018)

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Internet è senza dubbio la vera rivoluzione della nostra epoca. Ha cambiato il mondo dell’informazione e della comunicazione ma, soprattutto, ha modificato la percezione della realtà. A margine dei suoi innumerevoli aspetti positivi, la Rete ha dato libero sfogo e accesso alla rabbia e all’odio repressi. Parole che sono insulti e che volano o meglio navigano alla velocità della luce e in una quantità davvero enorme.

Un linguaggio molto elementare, limitato e scurrile sembra essere il filo conduttore dei social network che troppo spesso, nonostante i richiami e i limiti imposti per regole interne o per legge, somigliano a una cloaca indistinta di hooligan non solo sportivi.

Viene da sé che il problema non è internet bensì le persone che lo utilizzano. Queste persone sono volgari, aggressive, rozze e violente, o potenzialmente tali, anche fuori la Rete. Solamente che questa funge da scudo e, al contempo, da cassa di risonanza. Ognuno si sente libero di esprimere la propria opinione, anche se è un insulto, esattamente come farebbe o fa al bar, allo stadio, sul divano di casa propria davanti alla tv e via discorrendo.

Jarett Kobek in Io odio Internet, edito da Fazi in prima edizione nel mese di ottobre 2018, ha immaginato quello che accade o accadrebbe a una persona semi-famosa e che ignora l’uso e le insidie della Rete nel momento in cui diviene, suo malgrado, bersaglio delle invettive e dell’odio online solo per aver espresso pubblicamente la sua opinione, decisamente impopolare.

Adeline è una fumettista ma, viste le allusioni razziste e sessiste dei suoi fumetti, preferisce restare nell’ombra e celarsi dietro uno pseudonimo. Quello che si scatenerà in Rete in seguito a un video girato a sua insaputa durante un incontro con degli studenti universitari dimostrerà quanto fondati fossero i suoi timori. Adeline non odia solamente internet ma tutta la tecnologia e le è rimasta lontana, finanche dalla televisione, fino al momento in cui gli hater online si avventano sulla sua figura proprio per aver espresso la sua opinione in merito alla tecnologia, al suo utilizzo e alla sua funzione nella società.

Un attacco, diretto o indiretto che si voglia considerare, al mondo virtuale e i suoi più accaniti frequentatori viene trasformato e rimandatoal mittente sotto forma di pesante aggressione verbale e personale. Per riscattarsi, per tentare di farlo, Adeline cede all’uso dei social media. Costringendo se stessa in questo modo ad affrontare direttamente le conseguenze sia nel mondo virtuale che in quello reale, oramai anch’esso molto più virtuale di quanto si è disposti ad ammettere.

Lo stile narrativo di Jarett Kobek, tradotto in italiano dalla lingua inglese per l’editore Fazi da Enrica Budetti, è altalenante, confusionario, ironico e sarcastico. A tratti talmente esilarante e irriverente che sembra essere o diventare lo specchio perfetto della caotica società del ventunesimo secolo. La trama è intrigante ma la scarsa linearità del discorso rischierebbe di scoraggiare il lettore se non fosse per la grande capacità che l’autore dimostra nel mantenere il tutto sul fil di lama, senza eccessi né scivoloni, e raggiunge così anch’egli la felicità come Montale.

C’è nel libro di Kobek l’America di Steve Jobs e Mark Zuckerberg, di Miley Cyrus e Rihanna, dell’11 settembre e di emoticon e gif sui social. Un’epoca, quella dei social, nella quale tutti sembrano sapere tutto. Senza dubbi, né esitazioni, né tentennamenti soprattutto quando si tratta di esprimere la propria opinione o meglio il proprio giudizio su qualcuno.

Un libro, Io odio Internet di Jarett Kobek, che diverte il lettore. Profonde ilarità con le innumerevoli battute della protagonista, abile nell’esprimere lei stessa giudizi e pareri che sembrano vere e proprie sciabolate. Al contempo è un testo che invita alla riflessione, su quello che siamo e su quello che vogliamo essere. Sulla rabbia e sull’odio ma anche sulla formazione e l’educazione. Sui motivi per cui i social spopolano e su come, alla fin fine, tutto si riduce a un mero fattore di natura economica. In questo caso a beneficiarne sono i fondatori dei principali social e motori di ricerca che da tutto questo caos ricevono in cambio incassi da capogiro.


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Se governo, istituzioni e cittadini cedono al compromesso, se la magistratura viene ripetutamente denigrata per le inchieste e i processi contro i “sistemi criminali”, che senso hanno le celebrazioni e le commemorazioni? Ricordare i “caduti” senza raccontarne i veri motivi, senza creare una solida memoria collettiva, induce il rischio concreto di immortalarli come novelli don Chisciotte, morti per un ideale irrealizzabile, per una causa persa in partenza.

Le Trattative di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti è fuor di dubbio una lettura interessante e, anche per chi ha cercato di informarsi su quanto accaduto, risultano illuminanti molti passaggi del testo. Utili, necessari e doverosi per costruire una solida memoria storica collettiva che racconti la verità, la realtà di chi ogni giorno porta avanti la sua personale lotta alla mafia. Una guerra combattuta per tutti ma appoggiata e sostenuta, nei fatti, da pochi.

«Si muore perché si è soli» diceva Falcone. E i giudici Falcone e Borsellino, gli agenti, gli uomini e le donne delle loro scorte, sono morti perché sono stati traditi dalla parte marcia dello Stato italiano e perché sono stati ingiustamente attaccati dalla parte deviata e venduta dell’informazione italiana e perché sono stati abbandonati dai cittadini italiani. Sottolinea Ingroia nel testo come il maxiprocesso stesso, simbolo ed emblema della vera lotta giudiziaria alla mafia, non sarebbe mai andato in porto se non ci fosse stata la primavera palermitana, «frutto di un movimento di massa, cioè della progressiva mobilitazione che si determinò sull’onda delle emozioni per i delitti degli anni Ottanta». In particolare gli omicidi Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa.

Senza la spinta e il sostegno del movimento antimafia di massa, Falcone e Borsellino non avrebbero potuto affrontare tutti i tentativi, «dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo e a Roma ad opera del governo nazionale», di fermare «tutto questo processo di riscatto contro la mafia». Poi, dopo le sentenze di condanna del maxiprocesso si è deciso che bisognava fermare questo cambiamento che, evidentemente, non andava bene a tanti, tantissimi italiani, fuori e dentro le istituzioni.

Leggere il racconto di Antonio Ingroia mette addosso una grande tristezza. Per tutto quello che è stato, certo. Per le stragi, assolutamente. Ma anche per le conclusioni, le considerazioni che trovano adito riguardo lo Stato italiano, la nostra Repubblica, sui cittadini e sui rappresentanti degli stessi nelle istituzioni. Sulla parte marcia di questi ma anche su quella che si ritiene sana ma che, per ventisei lunghissimi anni, ha preferito girarsi dall’altra parte. E, purtroppo, sembra bene intenzionata a farlo tuttora.

Quando ancora in vita e operativi, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati oggetto, troppo spesso, di attacchi, non solo ma anche mediatici, di minacce, non solo ma anche da parte dei malavitosi. Sono stati isolati. Eppure dopo gli attentati di quel davvero terribile 1992 nessuno, almeno pubblicamente, ne parla male, ne parla contro o allude con accezione negativa al lavoro da essi svolto in Procura. Tutto questo è stato invece riservato negli anni ai magistrati ancora operativi. Fra i tanti anche lo stesso Ingroia e Antonino Di Matteo. Perché? Domanda ovviamente retorica di cui tutti ben conosciamo la risposta.

Falcone e Borsellino stavano per raggiungere risultati che «avrebbero riscritto la storia della Repubblica». Sono stati fermati dalle bombe del Sistema criminale, mentre «la Trattativa, che prese forma in quel periodo, ci ha fermato dall’altra parte». Si trattò col potere criminale «per coprire il passato e assicurare l’impunità a chi aveva gestito quel sistema».
Chi partecipava all’accordo «si assicurava anni, forse decenni, di potere, successi e impunità». E pronti a «firmare l’accordo con una parte di Cosa nostra un pezzo dei servizi, un pezzo del mondo degli affari sporchi della massoneria» ma soprattutto «complice di tutti la politica collusa». Gli imputati del processo Trattativa rappresentano «solo una parte di questo mondo, perché è l’unica parte che siamo stati in grado di portare a processo».

Nessuna iniziativa giudiziaria dirompente contro criminalità di tipo sistemico «si può avere senza la spinta di un’opinione pubblica favorevole che la preceda e l’accompagni». Inoltre, «la Giustizia ha bisogno di una buona politica». In Italia sono mancate entrambe.

Emerge, dal testo di Ingroia, l’importanza delle leggi e del legiferare. Provvedimenti che possono davvero essere decisivi, in un senso o nell’altro. Vere cartine tornasole della linea che lo Stato italiano e il suo Governo intendono tenere nei confronti dei mafiosi, dei collusi, dei corrotti. Poi viene il lavoro degli investigatori e dei magistrati certo ma questi possono ben poco se la rete legislativa ha le maglie eccessivamente larghe.

«Quando il centrosinistra nomina Giovanni Maria Flick ministro della Giustizia del governo Prodi c’è stata la svolta». Ancora non si sapeva ma la trattativa si era chiusa, «la nuova pax tra Stato e mafia nella quale gli unici inceppi negli ingranaggi eravamo noi». E lo dice con profondo rammarico Ingroia tutto questo perché «che lo facesse il governo Berlusconi te lo potevi aspettare, che lo facesse il governo Prodi no».
Che Italia avremmo oggi se i giudici Falcone e Borsellino, unitamente ai loro colleghi del pool antimafia, avessero continuato il proprio lavoro e se i governi di destra o di sinistra che fossero non avessero mantenuto fermo l’obiettivo di fermare o almeno limitare il loro incedere?

«Non esito a definire Grasso la più grande delusione professionale della mia carriera». Tutte le indagini e le notizie di reato considerate «politicamente scomode finivano, in un modo o nell’altro, nel cestino della procura» e la classe politica, «di destra come di sinistra, gliene è sempre stata grata».

Un’indagine, la Trattativa, che «colpisce indiscriminatamente tutto l’arco costituzionale da destra a sinistra» e conduce anche «allo scontro epocale con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano». L’intercettazione della telefonata fra Mancino e Napolitano diventa una «trappola» perché poi, «come è successo con il processo Andreotti che era fondato su tantissimi elementi e poi è diventato il processo del bacio, il processo Trattativa era fondato su tantissimi elementi e poi la telefonata Mancino-Napolitano ne è diventata la semplificazione». Ma non era certo quello il cuore del processo. Il contenuto dell’intercettazione, tra l’altro, poteva avere una rilevanza etico-politica ma non giudiziaria, altrimenti «non avremmo lasciato che venisse distrutta, ma avremmo insistito che venisse trascritta».

Un muro di gomma, lo definisce Marco Travaglio nella prefazione, «così impenetrabile alla verità» che lui stesso ammette di ricordare un solo precedente e che «riguarda un processo assolutamente speculare: quello a Giulio Andreotti, spacciato per assolto mentre risultò – in appello e in Cassazione – colpevole di associazione per delinquere con la mafia fino al 1980». Quindi «reato commesso ma prescritto». E prescrizione non è certamente assoluzione.

Resta a Ingroia un interrogativo: «Chi fece il doppio gioco e cercò di creare le condizioni perché Napolitano arrivasse sino in fondo e così sollevasse il conflitto di attribuzioni che fu la pietra tombale su quell’indagine, così fermata nel suo incedere verso la verità?»
E una speranza: «Che questo libro possa aiutare a fare luce sui retroscena degli ostacoli e sabotaggi di tutti i tipi che quest’indagine ha subito».
Non solo quelli svelati, «ma anche quelli che mai sono stati scoperti».

Riporta Ingroia ne Le Trattative le parole del professor Miglio tratte da un’intervista rilasciata a Il Giornale il 20 marzo 1999: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. […] C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».
Se determinate affermazioni, certi comportamenti e noti fatti, processi, condanne, non destano clamore, scalpore, indignazione, ribellione, non più di tanto almeno, o peggio trovano l’appoggio e il consenso dei cittadini, parte di essi almeno, e dei rappresentanti dello Stato nelle varie istituzioni, parte di essi almeno, allora si può affermare, purtroppo, che la “costituzionalizzazione” di cui parlava Miglio, in via ufficiosa se non in via ufficiale, è per certo già avvenuta.

Il libro Ingroia lo dedica al suo maestro Paolo Borsellino, il quale «in nome dell’intransigenza contro la mafia e ostile a ogni trattativa ha sacrificato la vita per tutti noi». Nella introduzione curata da Franco Roberti sono ricordate anche le parole di un altro coraggioso “investigatore” che ha preferito il medesimo sacrifico piuttosto che vivere nell’ipocrisia e nella finzione del non capire, del non vedere, del non sentire. L’articolo pubblicato nel 1975 scritto da Pier Paolo Pasolini e intitolato simbolicamente Il processo dove si trova anche «l’elenco morale dei reati commessi da coloro che hanno governato l’Italia». Veri processi del genere i magistrati, pur tra mille difficoltà, sono riusciti a istruirli, «partendo dai fatti, dalle inchieste, dallo studio delle carte». Processi («Andreotti, Contrada, inchiesta Sistemi criminali, Dell’Utri, Mori-Obinu, Trattativa») non «indirizzati specificamente solo al potere democristiano».

Ingroia considera l’indagine sulla Trattativa «il massimo sforzo che la magistratura ha potuto fare in questo ventennio per trovare la verità» sulla stagione delle stragi ma anche «sullo stretto legame di queste ultime con la genesi della seconda Repubblica». Se davvero siamo entrati nella terza Repubblica allora questa sentenza può rappresentare «un punto di riferimento nello sforzo di ricostruire la storia, dal punto di vista ovviamente giudiziario-criminale, di quello che sono state la fine della prima Repubblica e il marchio che la trattativa ha impresso su tutta la seconda Repubblica».
Un nuova Repubblica, la terza, che nasce sotto l’egida di una dichiarata volontà di cambiamento. «Certamente siamo in una fase di transizione» ma non si può davvero credere di poter costruire «su fondamenta solide una nuova Repubblica che incarni davvero un processo di maturazione della nostra democrazia se non si fanno i conti col passato».

La virata, affinché sia efficace, deve essere poderosa, decisa e scevra da ogni compromesso. Un segno tangibile di questo cambiamento potrebbe essere, secondo Ingroia, la costituzione di «una commissione parlamentare d’inchiesta, ad hoc, ma d’inchiesta sul serio». Un ulteriore ottimo segnale di vero cambiamento sarebbe stato la nomina a ministro di Di Matteo, di cui si era parlato ma poi non se n’è fatto nulla. «Tuttavia c’è ancora tempo per dare altri segnali, da parte del Governo, ma anche da parte del Parlamento».

Segnali, azioni, gesti concreti che i rappresentanti nelle istituzioni devono dare e che i cittadini italiani devono pretendere a gran voce e, al contempo, dare essi stessi. Perché, parafrasando Mahatma Gandhi, tutti dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Imprimatur per la disponibilità e il materiale


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018)

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Solo gli elettori possono risolvere le questioni che riguardano le loro famiglie e il loro Paese, e solo loro «devono assumersi la responsabilità ultima di queste decisioni». Ma «gli esperti hanno l’obbligo di contribuire». Per questo motivo Tom Nichols ha scritto The death of expertise. The campaign against established knowledge and why it matters, pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2017 da Oxford University Press e in Italia in prima edizione a febbraio 2018 da Luiss University Press nella versione tradotta da Chiara Veltri con il titolo La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia.

Oggi l’America è un Paese «ossessionato dal culto della propria ignoranza». Il punto non è soltanto che la popolazione non ne sa molto di scienze, di politica o di geografia, «il problema più grande è che siamo orgogliosi di non sapere le cose». Per gli americani rifiutare l’opinione degli esperti significa «affermare la propria autonomia», un metodo per «isolare il proprio ego sempre più fragile» e non sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa.

Sicuramente non è un azzardo affermare che in Italia si assiste a un fenomeno molto simile. Basti pensare, per fare un esempio, alle discussioni mediatiche relative alle vaccinazioni obbligatorie dei minori. Considerazioni e decisioni che spetterebbero alla comunità medico-scientifica date in pasto alla e dalla stampa a una intera popolazione. Riuscendo in questo modo a trasformare il tutto in una serrata quanto assurda competizione tra i pro-vax e i no-vax su chi detenga o meno lo scettro della ragione.

«Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro» sembra essere diventato un mantra o un imperativo categorico anche in Italia dove si assiste, nella Rete, sui social ma anche nei classici luoghi fisici di scambio di idee e opinioni, a una vera e propria esplosione dei cosiddetti laureati alla Google University. In linea teorica, dare peso e valore all’opinione o alle idee di tutti e di ognuno è di per sé una bella cosa. Il problema si fa serio e grave quando veramente si diventa convinti che una semplice ricerca fatta con un qualsiasi motore di ricerca online sia sufficiente non solo a formarsi un’opinione in merito anche ad argomenti che riguardano la salute e la sicurezza pubbliche, ma acquisti, o debba farlo, il peso di una conoscenza acquisita con un lungo e articolato percorso di studio, di ricerca o professionale.

Il sapere di base medio è ormai talmente basso da essere crollato prima a livello di disinformazione, poi di cattiva informazione e ora «sta sprofondando nella categoria errore aggressivo». La gente non solo crede alle sciocchezze, si oppone anche attivamente a imparare di più, «pur di non abbandonare le proprie errate convinzioni». Si è passati, nel giro di pochi decenni, da una fiducia totale e incondizionata, spesso anche mal riposta, negli esperti e nei leader politici, a un atteggiamento rabbioso e di sfida, alla convinzione che esperti e leader politici sbaglino sempre, in quanto tali. È necessario però che la gente acquisti o riacquisti la consapevolezza che il giudizio degli esperti, anche laddove venga richiesto dai governanti, è un mero consulto, un parere non una decisione. Quella spetta ai rappresentanti eletti. Ecco perché la responsabilità è e ricade sugli elettori. Sono loro che, tramite voto, eleggono coloro che prendono le decisioni. Ed ecco perché è importante che le persone continuino a informarsi, a studiare, a istruirsi nel migliore dei modi possibile. Perché le loro scelte elettorali ricadranno inevitabilmente su di loro, sulle loro famiglie e sull’intero Paese.

Isaac Asimov, citato da Nichols nel testo, sosteneva che vige la falsa convinzione che democrazia significhi che «la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza». Non è certo su questo genere di eguaglianza che si basa o debba basarsi una democrazia. Sull’eguaglianza dei diritti, questo sì. Il rischio è di «gettare via secoli di sapere accumulato». Pensiamo a quanto accaduto nel nostro Paese, alle lotte condotte solamente sul limitare del secolo appena concluso per ottenere un accesso facilitato all’istruzione, a tutti i suoi livelli, per i giovani provenienti da ogni ceto sociale. E oggi si è costretti ad assistere a una generale e generica, quanto allarmante, demotivazione verso l’istruzione, l’apprendimento e la cultura in generale che tanto non paga e non ripaga degli sforzi compiuti. Nulla di più deleterio. E falso. E sbagliato. E pericoloso.

Per Tom Nichols il cerchio sembra essersi chiuso e nel peggiore dei modi possibili. Partendo dall’età premoderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino ad arrivare a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove i cittadini si ritengono esperti in qualsiasi cosa. E anche laddove è palese che non lo sono, si astengono dal porvi rimedio con un’accurata e profonda documentazione e preferiscono di gran lunga scegliere la strada della noncuranza, colmando i vuoti di conoscenza con l’indifferenza o, peggio, con l’aggressività. «Questo è l’opposto dell’istruzione, il cui obiettivo dovrebbe essere che le persone, non importa quanto siano intelligenti o abili, apprendano per tutta la vita». Ormai si pensa invece che l’acquisizione di un sapere anche minimo sia il punto di arrivo dell’istruzione e non l’inizio. È questa è innegabilmente e assolutamente una cosa pericolosa.

Gli esperti piuttosto che addentrarsi in aride discussioni, pregiudizi e preconcetti hanno quasi sempre preferito trincerarsi all’interno della linea sicura e confrontarsi tra di loro.
In una società realmente libera, i giornalisti sono i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura. Qual è invece il ruolo da essi svolto nelle democrazie occidentali? Cosa succede quando i cittadini chiedono di essere intrattenuti anziché informati? «In questo ambiente mediatico ipercompetitivo, direttori e produttori non hanno più la pazienza – né il lusso economico – di lasciare che i giornalisti sviluppino le proprie competenze o approfondiscano la conoscenza di un argomento».

La gente sa poco e si interessa ancor meno di come viene governata o di come funzionano davvero le strutture economiche, scientifiche o politiche. Tuttavia, a mano a mano che tutti questi processi diventano più incomprensibili, «i cittadini si sentono più alienati» e così, sopraffatti, si allontanano dallo studio e dall’impegno civile e si rifugiano in altre attività. Ciò li rende a loro volta cittadini meno capaci, e il circolo vizioso si rafforza, soprattutto quando «la fame pubblica di fuga viene alimentata dall’industria del tempo libero». E così, «inondati di gadget e comodità in passato inimmaginabili, gli americani (e molti altri occidentali, a essere onesti) oppongono un rifiuto quasi infantile a un apprendimento sufficiente a governarsi da sé o a guidare le politiche che influiscono sulle loro esistenze». I cittadini, ovvero gli elettori, sembrano essere più interessati ai candidati e alle loro personalità che alle loro idee o politiche. Come se in cabina elettorale dovessero scegliere il proprio attore o cantante o showman preferito e non il rappresentante incaricato di tutelare e garantire i propri diritti, quelli della propria famiglia e dell’intero Paese.

Interessante l’analisi delle interviste condotte dal comico statunitense Jimmy Kimmel in prossimità delle ultime presidenziali americane. Ai passanti veniva chiesto quale riforma delle tasse preferissero tra quella proposta da Donald Trump e l’altra di Hillary Clinton. Dati che erano stati preventivamente e segretamente invertiti. Gli esiti dell’indagine hanno mostrato e dimostrato, purtroppo, che gli elettori scelgono in base ai candidati e ai pregiudizi ideologici, non in base al merito delle proposte nella loro concretezza. Ed è stato più o meno in base allo stesso criterio di scelta che in Italia, per esempio, si è consentito a governi di centro-sinistra, o che tali si definivano, di portare a compimento riforme, come quella del lavoro, che neanche i governi di centro-destra, o che tali si dichiaravano, erano riusciti a portare avanti.

Gli esperti non sono infallibili, «hanno commesso errori terribili, con conseguenze spaventose». Ragione in più per cui i profani devono «diventare consumatori più consapevoli dei loro pareri». I cittadini devono assumersi «la propria responsabilità civica». Gli esperti devono, naturalmente, assumersi quella relativa ai pareri e ai consigli elargiti. Che però, va bene ricordarlo, sono semplicemente questo, ovvero non sono vincolanti su quelle che poi saranno le decisioni ultime prese dai politici che li hanno interpellati. Il crollo del rapporto tra esperti e cittadini «è una disfunzione della democrazia» e va risolto perché i politici non smetteranno mai di affidarsi agli esperti ma, se viene meno il controllo vigile dei cittadini, «cominceranno ad affidarsi a esperti che diranno loro – e ai profani arrabbiati che bussano con forza alle porte dei loro uffici – tutto quello che vogliono sentirsi dire».

Jan Vermeer, “Astronomo”, olio su tela 1668

È stato scritto del testo di Nichols che è un libro necessario a ridare la giusta voce agli esperti, unico modo per contrastare l’avanzata degli inesperti incompetenti, i quali altro non farebbero che diffondere fake news. Notizie false e allarmismi vari che sono la base dei pericolosi populismi che spopolano nel mondo occidentale. La situazione in realtà è un tantino meno semplicistica e riduttiva e l’analisi condotta da Tom Nichols ne La conoscenza e i suoi nemici molto più complessa, articolata e obiettiva.

Il fine ultimo dello studio di Nichols non è fare in modo che la voce degli esperti sia o diventi l’unico faro a illuminare le democrazie di tutto il mondo. Piuttosto che gli elettori, vero ago della bilancia di ogni sistema democratico che funzioni, imparino sempre più, e bene, e meglio, in modo tale che possano effettuare scelte più ponderate e motivate in cabina elettorale prima e siano in grado di meglio comprendere le decisioni politiche poi, nonché i pareri degli esperti interpellati dai politici che essi stessi hanno eletto. Il tutto per poter svolgere con nozione di causa il ruolo di controllo e vigilanza sulle politiche governative che ricadono, inevitabilmente, sugli elettori e sulle proprie famiglie.

James Madison, citato dallo stesso Nichols, affermava che «un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che dà la conoscenza». Lo stile di vita adottato dai cittadini delle democrazie occidentali però sembra essere dettato dalla sempre più ferrea e diffusa volontà di riservarsi «il diritto di essere ignorante». E ciò è una pericolosa caduta libera senza imbracatura né rete di protezione che reggano all’impatto, o meglio allo schianto.

I profani non possono fare a meno degli esperti e devono accettare questa realtà senza rancore. Ingegneri, avvocati, medici, ricercatori, scienziati… non possono cessare di esistere solo perché ora c’è internet con i suoi motori di ricerca. Gli esperti, dal canto loro, devono accettare il fatto che i loro pareri, che a loro potranno sembrare ovvi e giusti, non vengano sempre seguiti. Questa l’opinione dell’autore, il quale ammette che potrebbe anche sbagliarsi. Certo, potrebbe anche sbagliarsi. Oppure potrebbe avere ragione.

La libertà, inalienabile, di maturare opinioni diverse, differenti, addirittura opposte purché basate su dati, conoscenze, esperienze e il più obiettive possibili. In fondo una repubblica democratica funziona solo laddove vi sia rispetto reciproco ed equilibrio nei ruoli che ognuno sceglie e accoglie per sé. Equilibrio e rispetto che, purtroppo, vacillano in tutte le democrazie occidentali, non solo in quella americana. Ed é su questi principi che Nichols invita ad approfondire, a profondere impegno e sforzi. Non, come si è letto, sulla sedicente rivolta che gli esperti starebbero finalmente per attuare. La loro fantomatica rivoluzione contro i “nemici” della conoscenza.

Questo è il mio parere sul testo di Nichols. Ma anche io, come l’autore, potrei sbagliare. Oppure no.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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