La voce delle donne per sconfiggere la misoginia

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Nella società medievale, guerriera e violenta, la presenza femminile rimane in ombra: le donne, per lo più analfabete e sottomesse, offese e abusate, a volte addirittura considerate specie a parte rispetto agli uomini, come gli animali, non hanno voce.

A meno di non essere obbligate al monastero, dove possono vivere in modo più dignitoso, imparando a leggere e scrivere.

Ma da dove viene tanta misoginia?

Se l’è chiesto anche la professoressa Chiara Frugoni che da anni si dedica allo studio della figura femminile nel medioevo, attraverso la voce delle stesse protagoniste. Una voce non filtrata, come al solito, dallo sguardo e dalla penna di un uomo che toglie la parola alle donne sostituendola con la propria, oppure le immagina e le rappresenta secondo i propri pregiudizi. 

Un passaggio questo molto importante che fa bene l’autrice a sottolineare. Per certo, nella storia ormai millenaria, sono state numerosissime le donne che, con il loro contributo, ne hanno determinato il corso. Ma le loro azioni e parole sono volutamente state celate o mutate oppure, appunto, filtrate dall’operato di uomini solerti e operosi nel fare in modo che esse restassero o ritornassero quanto prima “al loro posto”. Quante volte si è costretti a sentire espressioni come questa ancor oggi, figuriamoci in età medievale!

Un periodo storico che, dal punto di vista culturale, in molte parti del mondo, anche di quel mondo occidentale che tanto si autoproclama civile, non è mai veramente finito.

Una volta affermatosi il celibato dei preti con Gregorio VII, ogni donna è una Eva tentatrice, non compagna dell’uomo ma incarnazione del peccato da cui fuggire. Ricorda Frugoni ai suoi lettori anche il perdurante terrore della Chiesa, giunto fino ai nostri giorni, verso la donna che eserciti funzioni sacerdotali e abbia accesso al sacro. 

Anche la collettività laica intellettuale andò di pari passo: ad esempio attraverso i trattati dei pedagoghi ci si affanna a raccomandare che le donne rimangano analfabete, un modo per negare loro un posto nella società, per mantenerle sottomesse. 

Oggi, in un paese come l’Italia, per fare un esempio, le donne sono molto istruite, spesso più dei coetanei maschi eppure, all’ingresso del mondo lavorativo sembra esserci un filtro che le dimezza e ne riduce drasticamente la percentuale di presenza rispetto agli uomini, soprattutto nei livelli più alti, della sfera pubblica come di quella privata. 

Possibile mai che tutte le competenze acquisite diventino improvvisamente inutili e inutilizzabili? Possibile mai che tante studentesse meritevoli e volenterose perdano poi all’improvviso le capacità organizzative e non riescano ad organizzarsi altrettanto proficuamente nel mondo professionale?

Ovvio che il problema non vada ricercato in questo. E neanche la soluzione.

Per le cinque protagoniste del libro di Chiara Frugoni l’incontro con un uomo non fu felice. Le loro qualità, il loro talento si schiusero in una vita di donne sole. E oggi, si interroga l’autrice, il legame familiare quanto condiziona una donna nella espressione piena dei suoi desideri e delle sue possibilità? Una domanda cui, ovviamente, non prova nemmeno a dare risposta, non nel libro almeno. Spetta a ogni lettrice, a ogni donna, farlo. 

Almeno oggi, nella gran parte dei casi, un uomo e una donna decidono di sposarsi perché si amano. E se i genitori sono felici, molto probabilmente anche i figli lo saranno. 

Ma, sottolinea Frugoni, nulla di tutto questo interessa la Chiesa nell’XI e XII secolo, essendo questa impegnata a incasellare i sentimenti dei coniugi in altrettanti possibili peccati. 

Il matrimonio è presentato come un pericoloso cedimento alla tentazione. In un testo attribuito in passato a san Bernardo, questi paragona una donna sposata a una sirena, tentatrice e ammaliatrice per antonomasia. 

Tutte e tre le religioni monoteiste (ebraica, cristiana e islamica) hanno pesantemente condizionato la vita della donna e, di riflesso, l’immagine che questa si è costruita di se stessa. 

Sono passati secoli, l’organizzazione della società è notevolmente cambiata eppure spesso la donna continua a essere considerata un essere inferiore. Inspiegabilmente.

Oggi le donne che riescono a trasmettere la loro voce non filtrata sono molte di più che in passato, eppure…

Il 6 aprile 2021 il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sono recati ad Ankara per un incontro ufficiale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Solo che la seduta da regole protocollari, la poltroncina con le bandiere alle spalle, è stata preparata e porta solo a Michel. La notizia e, soprattutto, il video che riprende l’intera scena, sono diventati virali. Si è ipotizzato sui motivi del gesto di Erdogan. Non che conoscendoli la situazione cambi. Tuttavia a stupire di più è stata la non reazione proprio di Michel il quale, in un secondo momento, si è scusato. Ci ha riflettuto oppure è stato indotto a farlo. Non ha capito subito cosa stava accadendo. Va bene. 

Ursula von der Leyen invece lo capisce subito e, pur mostrando tutto il risentimento di questo mondo, mantiene un atteggiamento e un comportamento formali, eleganti, dignitosi e degni della carica che ricopre. Il video e le sue dichiarazioni successive sono di dominio pubblico, ognuno può vederlo e sentirle. Durante il G20 di ottobre 2021 stringerà anche pubblicamente la mano del presidente Erdogan per suggellare il bilaterale. 

A fine novembre 2021 una giornalista è stata molestata mentre lavorava. Le immagini, riprese dal cameraman che la accompagnava, sono diventate subito virali. È seguita denuncia e racconto di altre molestie, verbali e fisiche, subite quella sera da Greta Beccaglia. Il collega in studio, che poi si è scusato, sembra non abbia capito la situazione suggerendole di andare comunque avanti e che tutto fa esperienza. In un secondo momento, dopo, poi… sembra aver capito. 

Uno degli aggressori è stato identificato, interrogato, impalato sui social. Il suo avvocato ha tenuto a precisare che si tratta di un uomo che è sempre stato rispettoso delle donne e padre di una bambina. Si immagina che il suo timore fosse di essere rappresentato come un uomo non “per bene” e di essere assimilato a un delinquente, ovvero una persona che delinque, che viola la legge e commette un reato. Brutta cosa sentirsi braccati, non essere liberi di poter parlare e muoversi senza incontrare e scontrarsi con qualcuno che ti giudica (per l’aspetto, per l’abbigliamento, per il comportamento…) senza magari neanche conoscerti eppure sentirsi libero di dirti o farti qualunque cosa gli passi per la mente in quel momento. Che brutta sensazione davvero!

Gli esempi che si possono citare, purtroppo, sono innumerevoli. Sono stati scelti questi due perché subiti da due donne che hanno dimostrato, a testa alta, di avere una dignità suprema. Hanno affrontato la situazione e fatto sentire la propria voce “non filtrata” anche laddove hanno evitato apposta di parlare. Come le protagoniste medievali del libro di Frugoni, donne emerse da una folla negletta. Personalità eccezionali, capaci di rompere le barriere di un destino rigidamente segnato. Monache e regine, come Radegonda di Poitiers, scrittrici come Christine de Pizan, personaggi leggendari come la papessa Giovanna, figure potenti come Matilde di Canossa, donne comuni ma talentuose come Margherita Datini.

E tutte hanno scontato con la solitudine il coraggio e la determinazione con cui hanno ricercato la piena realizzazione di sé.

Donne medievali di Chiara Frugoni è un’opera monumentale, per contenuti, analisi e competenza. La parte narrativa è supportata da citazioni da fonti bibliografiche come da immagini di miniature, affreschi, ricami… Una narrazione che ripercorre gli stadi e le fasi della sempre troppo diffusa misoginia, a partire proprio dal “peccato originale”. Cosiddetto tale. 

Un libro che è un monumento a nutrire l’intelletto. Di fondamentale valore culturale ed educativo


Il libro

Chiara Frugoni, Donne medievali. Sole, indomite, avventurose, Società editrice ilMulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Chiara Frugoni: ha insegnato Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi. Autrice di numerosi saggi, molti dei quali tradotti nelle principali lingue europee, oltre che in giapponese e coreano. 


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società editrice il Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


CONSIGLI DI LETTURA

“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale. “Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo” di Bina Agarwal (ilMulino, 2021)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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È l’a-legalità il volano per le mafie?

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Bari non è una città qualsiasi del Sud. Tra i grandi capoluoghi meridionali, è il solo a non aver mai avuto un univoco centro di potere. È stata spesso divisa da istituzioni e forze sociali difformi e contrastanti: lo Stato e la Chiesa, la magistratura e la mafia, i fascisti e i comunisti, i ricchi e i poveri. Una città divisa, spezzata, lacerata dal profondo e nel profondo. Una città di antinomie e opposizioni, costruita grazie all’apporto di tribù di non baresi, ovvero gente proveniente da fuori che l’ha poi arricchita di fame e di lavoro.

Anche La città spezzata di Leonardo Palmisano è diviso, un libro che si compone di due distinte parti: il positivo e il negativo. Un racconto struggente e nostalgico di un luogo che è anche casa, di rabbia e rimpianto per quello stesso luogo che ai più rimane mistero.

Le parole dell’autore sono al contempo un grido di denuncia e di dolore da parte di un cittadino autoctono che non vuole arrendersi, nonostante tutto, che non può e non deve farlo perché tutti hanno il diritto di vivere una città dove i lati positivi superano e mettono all’angolo quelli negativi. Dove cittadini come lui, che mai si sono tirati indietro dinanzi alla lotta, devono avere il diritto di gioire e godere dei frutti del proprio lavoro. Dove lo Stato e le istituzioni non devono arretrare dinanzi al Male, in ogni sua forma. 

Le due parti del libro, in realtà, quasi convergono. Anche la prima parte, il positivo, in molti punti parla in negativo. Anche i racconti “felici” di Palmisano lasciano l’amaro in bocca. 

Sembra che comunque e nonostante tutto il positivo resti in una zona d’ombra, oppresso da una velatura di negatività. Come se il male annebbi anche quello che di positivo c’era, c’è oppure è rimasto. 

Palmisano racconta della sua Bari, la città che gli dato i natali, che lo ha visto crescere e diventare uomo, scrittore, sociologo, imprenditore. Una città che lui ha sempre osservato e visto cambiare, nella sua solo in apparenza immobilità. 

È un luogo che conosce perché ci abita. Certo. Ma quante persone si soffermano a guardare con attenzione quanto accade intorno a loro? Ad osservare gli umili, i vinti, i dimenticati? A parlare con loro e cercare di capire cosa accade? A denunciare le malefatte di chiunque le abbia commesse? 

Pochi. Pochi. Pochissimi. E non solo a Bari.

Per l’autore Bari sta perdendo tempo senza accorgersene. Verrebbe da aggiungere che si comporta come l’Italia intera. 

Nel welfare, per esempio, che è diventato tutto un gioco di volontariato. La gran parte di coloro che si occupano del sociale sono volontari appunto, ovvero persone che non hanno le competenze necessarie per svolgere quel lavoro. 

Il che non vuole assolutamente essere un attacco alla figura dei volontari. Figurarsi. Loro per certo cercano di fare il meglio. Si tratta piuttosto di una critica al sistema che lascia a volontari impreparati e improvvisati il compito di tappare i buchi, anche profondi, lasciati vuoti dallo Stato e dalle istituzioni. 

Parafrasando un vecchio proverbio che vedrebbe Parigi potenzialmente simile al capoluogo pugliese, si potrebbe affermare che, senza nulla a cambiare, l’Italia sembra già una grande Bari.

Sono tantissimi gli argomenti che Palmisano tratta nel testo, tutti importanti. Si passa dalla cementificazione indiscriminata e dall’abuso edilizio all’inquinamento nelle sue molteplici forme, dalle discariche abusive e dallo smaltimento illecito dei rifiuti ai roghi simili a quelli della Terra dei Fuochi, dal racket e dall’usura alla ludopatia e altre dipendenze (alcool, farmaci, sostanze stupefacenti, droghe), dalla prostituzione allo sfruttamento, anche di minori e immigrati, dalla delinquenza alle organizzazioni di tipo malavitoso.

Perché accade tutto questo? Perché il sistema culturale dominante affonda le proprie radici in una diffusa a-legalità che tende ad auto-giustificare comportamenti collusi, corrotti, omertosi, indifferenti.

Questo sostrato sottoculturale produce una legittimazione costante dei comportamenti mafiosi. Il mondo intellettuale locale, ricorda l’autore, raramente ha preso posizione aperta contro la mafia del territorio. 

Perché è esattamente così che vanno le cose, a Bari come nel resto di Italia, Europa e del mondo. Un conto è parlare astrattamente della delinquenza e della criminalità organizzata. Altro è affrontarla a viso aperto e a muso duro sul campo. 

Sulla prima ipotesi c’è un consenso globale. Sulla seconda decisamente più scarso. 

Alla fine del libro, Palmisano scrive una scarna filmo-bibliografia che egli stesso definisce piccola. È oggettivamente breve, per un testo come il suo. Ma non si tratta del classico elenco di fonti da cui l’autore ha attinto nozioni poi rielaborate, o concetti fondamentali della materia. Piuttosto di una lista di letture e visioni consigliate, per così dire. 

Egli non basa la sua scrittura solo sui dati forniti da fonti scritte, documentali, visive o altro. Si affida, in prevalenza, aquello che i suoi occhi hanno visto e le orecchie sentito. Per le cui informazioni, solo in un secondo momento, cerca i riscontri oggettivi. 

Una scrittura, la sua, che non scivola come un guanto lungo il palmo e il dorso di una mano, no. Piuttosto appare come una grattugia che lacera la buccia agra di un agrume o l’interno dolce di un formaggio. 

È una narrazione che colpisce la sua, un racconto vero, quello di chi vive un luogo marcio dentro e non vuol fingere che così non sia. Cosa che accade spesso, purtroppo. Lo abbiamo visto tante volte e per tanti luoghi d’Italia. Nessuno vuole accettare di vivere in un luogo “mafioso”, pervaso e invaso, intriso di malavita e criminalità organizzata, corruzione, collusione… È un’etichetta che nessuno accetta di veder cucita addosso alla propria casa.

Palmisano è un sociologo. Osserva la realtà che lo circonda non da semplice cittadino ma secondo indicazioni e regole che insegna la sociologia e che sono simili o in comune a quelle dell’antropologia e che diventano metodo.

Osservare la realtà che ci circonda, le persone, le azioni, le parole, i silenzi, le relazioni. Ma, determinante per la riuscita di un’indagine, una ricerca sul campo, un’inchiesta… si rivela essere il non fermarsi mai dinanzi all’ovvio. Andare oltre deve diventare una sorta di imperativo categorico. 

Ed è proprio una ricerca sul campo, quella condotta dall’autore, portata avanti con conoscenza, competenza e metodo in un “campo” che è anche la sua casa. 

A settembre 2018 Leonardo Palmisano riceve minacce di morte, pervenutegli tramite il suo profilo Facebook da parte di soggetti che si sono serviti di profili social risultati poi fake. 

In quei giorni Palmisano aveva firmato diversi articoli, apparsi sul Corriere del mezzogiorno, sui legami tra la mafia garganica e quella nigeriana circa la gestione degli affari illeciti del Nord della Puglia, soprattutto all’interno del ghetto di Borgo Mezzanone. Palmisano è anche Premio Livatino contro le mafie e Colomba d’oro per la Pace.

Il coraggio di andare oltre, di andare avanti, sempre. 

Il libro

Leonardo Palmisano, La città spezzata, Fandango Libri, Roma 2021.

L’autore

Leonardo Palmisano: dirigente d’impresa, scrittore e autore di inchieste.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fandango Libri per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste” di Liliana Madeo (Miraggi, 2020)

“Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” di Marco Omizzolo (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

L’Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La fede incerta degli italiani oggi

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Ricorre spesso nel dibattito pubblico il fenomeno del multiculturalismo, conseguenza più o meno diretta di migrazione e immigrazione. Ciò di cui si sente parlare meno sono gli effetti del multiculturalismo sulla fede, sulla religione e, più in generale, sulla spiritualità degli italiani.

In realtà sono tanti i fattori che vanno a incidere su questi aspetti, non da ultimo modernità e consumismo, ma, dall’incontro con altre culture religiose, possiamo comprendere meglio anche il cambiamento in atto della nostra.

Che ruolo occupa la fede nella vita quotidiana degli italiani oggi? Quanto incide sulle scelte degli individui? Quale sarà il futuro delle religioni? Quanto è significativa l’opera di papa Francesco per avvicinare o riavvicinare le persone alla Chiesa?

Nodi problematici trattati e approfonditi nello studio condotto dagli autori, una ricerca sul campo quantitativa e qualitativa, posta in essere un quarto di secolo dopo una prima, svoltasi nel 1994-95.

Il campione statisticamente rappresentativo dell’intera popolazione italiana è costituito da 3238 cittadini di entrambi i sessi, differenti livelli di istruzione e professione. 

Nell’indagine condotta da Roberto Cipriani e Franco Garelli emerge che, su venti, i primi sei concetti più ricorrenti in associazione con la vita quotidiana sono: 

  • Corano
  • Musulmani
  • Cristiano
  • Religiosità
  • Angelo
  • Chiesa

A dimostrazione della netta predominanza dei doveri quotidiani nella religione maomettana. I cattolici italiani che fanno maggiore riferimento alla famiglia, alla quotidianità e alle pratiche religiose sono coloro che si trovano o si ritrovano ad essere nella condizione di disoccupati. 

Ricercare la felicità ed evitare il dolore risultano essere due obiettivi ricorrenti nella concezione diffusa dell’esistenza. 

Solitamente si associa la felicità alla sicurezza, alla ricchezza, al benessere e al piacere, contenuti non sempre ritenuti compatibili con una visione religiosa della realtà. In linea di massima gli intervistati propendono per vedere la felicità come una questione strettamente personale. 

Soprattutto le persone con un elevato titolo di studio tendono a considerare la felicità come un qualcosa di effimero, passeggero, fugace. Si reputa non valga la pena di affannarsi tanto per una cosa che non è durevole e non soddisfa a pieno. 

Se ciò, da una parte, può essere attribuito a una maggiore propensione, delle persone con titoli di studio elevato, alla riflessione e alla ricerca di risposte a quesiti esistenziali, dall’altra può essere interpretata anche dall’angolazione opposta.

Le persone con un titolo di studi inferiore, in genere, vivono una condizione più modesta. Tendenzialmente sono indotti a ritenere che anche solo una posizione economica e sociale migliore possa portare alla felicità. 

È idea molto diffusa che l’interpretazione religiosa della vita non renda particolarmente felici. Sono in pochi quelli che coniugano insieme religiosità e felicità. 

Le cronache quotidiane dei mass media portano all’attenzione del largo pubblico il problema del dolore, della malattia e del rapporto tra vita e morte. Occorre però constatare che non è affatto diffusa una cultura del dolore. A ciò si aggiunge talora una malintesa concezione religiosa del dolore, che viene interpretato come forma di espiazione, purificazione e preparazione alla vita ultraterrena. Tuttavia, ricorda Cipriani, una simile ottica potrebbe contraddire in modo palese gli stessi fondamenti della religione, che in genere non auspica ad alcuno una sofferenza, per quanto finalizzata a raggiungere un obiettivo salvifico post mortem. 

Nello scenario delle situazioni di dolore si è inserito, da qualche decennio a questa parte, il fenomeno non certo nuovo del disagio giovanile che, collegato alla ricerca d’identità e di un’occupazione soddisfacente, ha assunto i caratteri di una vera e propria sofferenza, non solo psicologica ma altresì con effetti somatici e socio-relazionali in genere. 

Va sottolineato poi che una soluzione intravista dai giovani è talvolta la ricerca di gratificazioni e risposte in altre religioni, diverse da quelle più diffuse in Occidente. 

Il sofferente alla fin fine è un cittadino al pari di tutti gli altri. Perciò lotta per il riconoscimento dei suoi diritti, anche in ambito religioso. 

Molto interessanti, ai fini di una riflessione sociologica della contemporaneità, sono anche le impressioni raccolte, nel corso dell’indagine e delle interviste, sul senso dell’esistere, sulla vita e sulla morte.

La constatazione ricorrente è che la morte venga rimossa, messa fra parentesi, sottaciuta. Soprattutto le giovani generazioni vengono allontanate da essa o sono preferibilmente assenti. Al punto da considerarla quasi un’onta, un qualcosa da non va neanche menzionata. Per ogni genere di pratica intervengono dei professionisti, specialisti del settore. La partecipazione sociale è minima, anzi volutamente minimizzata. In definitiva, la morte tende a perdere un suo certo carattere sacro, religioso. E di fronte a essa prevale il disincanto, come affermava Barrau già nel 1994. Blaumer dal canto suo ha parlato di una sorta di burocratizzazione della morte. 

Il problema della morte sembra essere un discorso a parte, che travalica le appartenenze religiose e appaia credenti e non credenti, praticanti e non praticanti, con una tendenza ampia allo smarrimento e allo sgomento. 

Confrontando i datti attuali con quelli del 1995, gli autori hanno notato un sostenuto aumento dei negazionisti assoluti del post-mortem, passati dal 10.4% al 19.5%. 

Un vero e proprio ribaltone invece si nota allorquando si guarda all’insieme delle opinioni concernenti l’eutanasia. Il 62.7% è favorevole, contraddicendo quindi il magistero cattolico, mentre il 20.4% ne segue i dettami. Nel 1995 i contrari erano il 42.7%.

I dati raccolti sull’eutanasia ricordano quelli sulle unioni civili e sui diritti civili delle persone appartenenti alla comunità LGBT+ e al dibattito pubblico, anche dai toni molto accesi, che è scaturito dal DDL Zan. 

Si ha l’impressione che la società civile vada avanti e segua il suo seppur lento percorso di crescita, mentre istituzioni e comunità religiose tendano a rimanere ancorate a rigide posizioni evidentemente obsolete e fuori tempo.

Se la Chiesa, nello specifico quella cattolica in Italia, riesce in genere a raccogliere un maggior numero di consensi rispetto ad altre istituzioni (politiche, economiche, giuridiche, militari, formative, comunicative…) è però anche da tenere presente che non mancano molteplici riserve e critiche nei suoi confronti. Si può affermare che, per quanti risiedono in Italia, è più la Chiesa cattolica nella fattispecie che non la religione in sé a costituire un problema.

Una Chiesa che si è trovata all’inizio del secolo e del nuovo millennio ad affrontare l’impatto con un’accresciuta presenza di soggetti appartenenti ad altre religioni. Vi è un primo gruppo, più cospicuo, di persone che non hanno difficoltà ad accettare e annettere in senso lato una religione altra alla propria, pur non rinunciando al proprio credo; e un secondo insieme di soggetti che tiene molto di più alla propria fede di appartenenza e muove alcune critiche alle religioni diverse. 

Nella prima serie di attori sociali sembra essere determinante il livello di studio acquisito, dato che un certo numero di laureati si allinea con una visione più inclusivista in materia religiosa. 

Il carattere bonario di papa Francesco attrae, suscita simpatia, crea un legame, facilita l’ascolto, abbatte le distanze e favorisce anche una certa fidelizzazione soprattutto dei credenti e dei praticanti, che lo seguono volentieri anche via radio o televisione. Tuttavia in molti gli rimproverano di avere solo un ruolo di facciata, di copertura. Egli mostrerebbe dunque un volto pacifico, una personalità accondiscendente, una natura non sanzionatoria, ma solo per non mettere in luce le ostilità interne, le fazioni in lotta, i carrierismi e gli arrivismi. Rispetto a tutto ciò, si osserva che il pontefice non è in grado di intervenire e decidere in maniera ampia e definitiva, limitandosi a reprimende solo retoriche, a rimproveri tanto plateali quanto inutili e a parole non seguite da fatti. 

Nelle conclusioni al testo, Roberto Cipriani sottolinea come già da tempo ormai i sociologi della religione hanno discusso la possibilità di prendere in considerazione la spiritualità come una nuova dimensione della religiosità. La tendenza sembrerebbe andare verso nuove forme di religiosità, interiori profonde individuali. Non necessariamente in contrasto con la religione o la religiosità, classicamente intesa. E sarà proprio la categoria dell’incertezza il carattere prevalente di questa nuova religiosità, morbida vaga soft instabile indeterminata, non facilmente accertabile né definibile, se non appunto come incerta fede

Un lavoro di indagine sul campo molto accurato e approfondito, quello condotto dal professor Roberto Cipriani con il supporto, per la parte quantitativa della ricerca, dal professor Franco Garelli. Che arricchisce il lettore di una notevole quantità di informazioni, puntuali e precise, su spiritualità e religione certo ma anche sulla socialità e sull’attualità dell’Italia e degli italiani di oggi. 

Il libro

Roberto Cipriani, L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia, Franco Angeli Edizioni, Milano, Prima Edizione 2020, Ristampa in corso (Novembre 2021).

Prefazione di Enzo Pace.

Nota metodologica di Gianni Losito.

Peer Reviewed Content.

L’autore

Roberto Cipriani: professore emerito di Sociologia all’Università Roma Tre, dove è stato direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione. È stato presidente dell’Associazione italiana di Sociologia, professore di Metodologia qualitativa all’Università di San Paolo (Brasile), di Sociologia qualitativa all’Università federale di Pernambuco (Recife, Brasile), di Metodologia qualitativa all’Università di Buenos Aires, di Scienza della Politica all’Università Laval del Québec.

Autore di numerose pubblicazioni e indagini teoriche ed empiriche.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Simi Comunicazione per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” di Franco Garelli (ilMulino, 2020)


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Cos’è la natura. Chiedetelo ai poeti” di Davide Rondoni (Fazi, 2021)

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Inquinamento, cambiamento climatico, surriscaldamento globale, erosione del suolo, acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai… sono alcuni dei temi e, soprattutto, dei termini che ricorrono molto spesso nei dibattiti pubblici. Tutti riferiti al nostro pianeta e al concetto, spesso troppo astratto e generico, di natura

Ma cosa significano davvero tutti questi cambiamenti e problemi? Come si rapportano al nostro pianeta? E noi come ci rapportiamo con loro? E, soprattutto, cosa è veramente la natura?

Sembra di assistere quasi a una sfida nella quale ognuno cerca di appropriarsi del concetto giusto di “vivere secondo natura”. Anche laddove a farlo sono persone che esprimono idee e modi di vivere diametralmente opposti. È paradossale e anche surreale ma è esattamente quello che accade. 

Questo paradosso non è sfuggito a Davide Rondoni, il quale con Cos’è la natura. Chiedetelo ai poeti ha indicato una via per la giusta comprensione della natura nella saggezza dei poeti. 

Perché proprio i poeti? È la prima domanda che il lettore si pone nell’accingersi a leggere il testo. Poi, man mano che si va avanti con la lettura e con la riflessione, in parte indotta dal testo in parte a esso indiretta, si dispiega quell’immaginario fondato sul reale che domina il pensiero dei più grandi poeti della letteratura classica e contemporanea. Ed è a questo punto che si palesa dinanzi agli occhi del lettore quel mondo tanto indagato dai poeti, studiato, esplorato con i sensi e con le emozioni, con la mente e con il corpo. Un mondo che è appunto la natura.

Un mondo che però viene osservato attraverso gli occhi di ognuno, ogni poeta guarda il mondo e la natura attraverso i suoi e trasmette e trascrive le sensazioni e le emozioni, le riflessioni e le analisi che sono sempre e comunque personali, uniche e, per certi versi, irripetibili. 

Il lettore viene avvolto e quasi travolto da un turbine di sensazioni, di emozioni, sentimenti e passioni, i medesimi che devono aver animato per secoli il dibattito della e intorno alla poesia. Si palesa dinanzi ai suoi occhi uno scenario che a tratti rimanda a La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio (Alcyone, 1902-3), laddove i protagonisti della lirica dannunziana si fondono gradualmente con lo spirito stesso del bosco, generalizzando potremmo noi parlare di natura. Una metamorfosi che si aggiunge a quella della musicalità generata dalla forza evocatrice della parola poetica.

Ed ecco apparire con irruenza e positiva prepotenza tutta la forza della poesia che deve aver ispirato il lavoro di Rondoni.

Come si fa ad apprendere il personale modo di vedere il mondo dei poeti? È il secondo interrogativo che si pone il lettore. Per certi versi però più semplice del primo. In fondo per apprendere non serve fare altro che rubare ai poeti. Un po’ come quando si chiede a un chirurgo come si impara il suo lavoro e lui ti risponde che, fondamentalmente, imparare a fare il chirurgo equivale a rubare al tavolo operatorio, i segreti, i movimenti… l’arte e poi farla propria con l’esperienza. 

Non si può a questo punto non pensare alla poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli, alla capacità di guardare il mondo con gli occhi innocenti di un bambino, gli unici capaci di immaginazione e poesia e fors’anche gli unici in grado di vedere la natura. 

Ciò che il lettore sembra scoprire, una volta ultimata la lettura di Cos’è la natura?, è a sua volta un paradosso: nell’era che si dichiara più attenta all’ecologia e all’ambiente, rispetto al passato, non si riescono a trovare i mezzi giusti per salvarlo questo ambiente e bisogna rivolgersi al passato, al periodo di tempo nel quale l’ambiente, il mondo e la natura non erano problemi ma risorse. Eppure è proprio in quel tempo che si annida l’antica saggezza dei poeti, i soli in grado di ascoltare il fruscio di un ramo d’albero, il cinguettio di un uccello solitario, lo scrosciare di un torrente di montagna e dare a tutto questo il giusto significato. 

Le riflessioni di Rondoni sulla natura e su ciò che è poi veramente naturale partono da una separazione, un amore finito, e dagli interrogativi che si formano nella sua mente quando cerca di capire quanto ciò che gli è accaduto sia veramente naturale. Una sorta di percorso della mente che egli compie con la voce dei grandi poeti contemporanei e del passato e che non mostra assolutamente la pretesa di dare delle risposte certe e sicure. Un’opera delicata e potente, come solo la poesia e la natura sanno essere


Articolo disponibile anche qui


Disclosure: Per l’immagine in evidenza credits www.pixabay.com


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“Perché fidarsi della scienza?”

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La scienza ha sempre ragione? No.

E allora perché fidarsi della scienza?

La domanda, soprattutto di recente, in tanti se la sono posta. Molti, purtroppo, hanno trovato una facile risposta avallando le tesi di coloro che Oreskes chiama «mercanti di dubbi». Ovvero coloro i quali portano avanti, con ogni mezzo, la strategia di creare l’impressione che la scienza coinvolta nelle varie questioni sia instabile e che i relativi temi scientifici rimangano giustamente oggetto di contestazione. 

Per farlo si ricorre spesso, anche in Italia accade, all’attacco personale rivolto a scienziati ed esperti, spostando in questo modo in secondo piano la scoperta o il lavoro scientifico. Un lavoro che può non essere perfetto, certo, ma che viene comunque sempre sottoposto a rigide e ripetute revisioni e condiviso all’interno di una comunità, quella scientifica appunto, dove dati, teorie, ipotesi, tesi e conclusioni vengono sviscerate e analizzate, controllate, criticate, condivise o rigettate. Il tutto poi va avanti, in genere, per lunghi e articolati periodi di tempo. 

Ma questo sembra non interessare i mercanti di dubbi, come anche i loro seguaci. A volte basta un commento sarcastico sull’esperto o sullo scienziato che ha avanzato una tesi più o meno distante dal mainstream affinché il tutto diventi e ingeneri solo una gran confusione.

È strumentale, voluto e pianificato: screditare gli scienziati per screditare la scienza

Come si può fidarsi di uno scienziato quando si ritiene di averlo facilmente e pubblicamente smentito? Oppure quando viene dimostrato che ha commesso un errore? Che ne ha commessi più d’uno?

Per Naomi Oreskes il problema è di facile soluzione: non bisogna fidarsi. Non bisogna mai fidarsi del singolo scienziato o esperto in maniera incondizionata. Proprio perché può sbagliare, oppure agire per interesse. Può succedere. E allora che fare? Anche per questo serve il curriculum e la valutazione dello stesso, oltre tutti i lavori svolti e i risultati ottenuti. 

Il punto focale è che la fiducia non deve essere riposta negli scienziati presi singolarmente ma nella scienza in quanto processo sociale, proprio perché garantisce il suo consenso solo dopo aver sottoposto le proprie tesi a uno scrutinio rigoroso e plurale. Perché anche nel momento di maggiore diffusione delle tesi più assurde e bizzarre, esisteva ed esiste una comunità scientifica che non offriva e non offre il suo consenso, mettendo in evidenza gli aspetti ideologici e gli interessi nascosti che si celano dietro quei risultati.

Perché dovremmo credere agli scienziati quando i nostri politici non lo fanno? È un altro degli interrogativi ricorrenti. Per rispondere a esso bisogna concentrarsi sui motivi per cui queste diverse categorie (scienziati e politici) svolgono il proprio lavoro, sullo scopo che vogliono raggiungere e gli interessi che devono perseguire. Per Oreskes non bisogna mai controbattere perché così facendo si finisce per ammettere che la contestazione esiste, è reale. Non bisogna mai rispondere al fuoco con il fuoco. Piuttosto spostare i termini del dibattito. E un modo utile per farlo è mettere in luce le motivazioni ideologiche ed economiche che spingono a negare la scienza, per dimostrare che quelle obiezioni non sono scientifiche, ma politiche. 

Più di una volta in Italia, nel corso della pandemia da Covid-19, ci si è trovati difronte all’apparente paradosso della incongruenza tra le conclusioni o le procedure suggerite da medici, virologi, scienziati e comitato tecnico scientifico e quelle che poi in realtà sono state le decisioni prese dai governi, quello precedente presieduto da Giuseppe Conte e quello attuale, presieduto da Mario Draghi. 

Il motivo di fondo alla base della distanza, per molti versi incolmabile, tra le opposte posizioni non è altro che da ricercarsi nel motivo che spinge quelle scelte. 

Ciò però, spesso, ingenera confusione nei cittadini. Come il tanto famigerato Certificato Verde – Green Pass. Che è una misura politica appunto, non un provvedimento sanitario di contenimento del virus. Questo per fare solo uno dei tanti esempi possibili.

La superiore affidabilità delle tesi scientifiche deriva, nella sua visione, dal processo sociale che le produce. Un processo che non è perfetto certo, come non lo è il metodo utilizzato (il metodo scientifico appunto). È necessario invece, sottolinea l’autrice, dare una immagine della scienza come attività comunitaria di esperti, che impiegano metodi diversi per raccogliere evidenza empirica e passano al vaglio le conclusioni che ne traggono. 

Con margini di errore certo, come qualsiasi altra attività umana, ma un’attività portata avanti con determinazione, conoscenza, competenza e abnegazione. Altrimenti non si riuscirebbero a spiegare i progressi, i successi, le scoperte, le invenzioni e le innovazioni… nonostante tutto.

Il libro

Naomi Oreskes, Perché fidarsi della scienza?, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2021.

Titolo originale: Why trust science?, Princeton University Press, Princeton – NJ, 2019.

Traduzione di Bianca Bertola.

L’autrice

Naomi Oreskes insegna Storia della Scienza e Scienze della Terra all’Università di Harvard. 

Ha lavorato come consulente per la United States Environmental Protection Agency e la US National Academy of Sciences. 

È nei consigli di amministrazione del National Center for Science Education e del Climate Science Legal Defense Fund.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Bollati Boringhieri Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Bosnia Erzegovina: guerra etnica, genocidio, responsabilità internazionali e processo di pace. A che punto siamo?

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Il giorno 8 giugno 2021 il Tribunale dell’Aja ha confermato in appello la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, ex capo militare dei serbi in Bosnia. Le accuse sono riferibili al massacro di Srebrenica, all’assedio di Sarajevo e a quanto accaduto in almeno altre quindici cittadine della Bosnia-Herzegovina. Tutti gli episodi sono ascrivibili al conflitto armato in Bosnia del 1992-1995. 

Il 22 novembre 2017 Mladic era stato condannato all’ergastolo, in primo grado, dal Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (TPIY) per genocidio, crimini contro l’umanità (persecuzione, omicidio, sterminio, deportazione, atti disumani), crimini di guerra (omicidio, atti di violenza volti a diffondere il terrore tra la popolazione civile, attacchi illegali a civili, presa di ostaggi). 

Anche in questo caso, come già accaduto per il genocidio in Ruanda, la comunità internazionale e le Organizzazioni Unite vengono chiamate in causa come corresponsabili per non essere state in grado di evitare che accadesse. Ma qual è stato realmente il ruolo svolto dagli attori internazionali?

GENOCIDIO E ANNIENTAMENTO DI GENERE

La difesa di Mladic ha sempre dichiarato di aver provato “in maniera inequivocabile” che a Srebrenica non si è trattato di massacro e che le vittime sono da imputarsi a scontri. Affermando inoltre che l’ex comandante nulla aveva a che fare con il genocidio. 

I processi a carico di Mladic e Radovan Karadzic, ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, sono stati molto simili, nei capi di imputazione come nella loro evoluzione. Il 24 marzo 2016 il TPIY condannò Karadzic a quaranta anni di carcere per le atrocità commesse a Srebrenica, per l’assedio di Sarajevo e per le uccisioni, deportazioni e torture avvenute in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra del 1992-1995. Nel marzo del 2019 la Corte di Appello commutò la pena in ergastolo. 

Entrambi hanno ricevuto una condanna per crimini contro l’umanità per i fatti accaduti nel territorio della Bosnia-Erzegovina e per genocidio riguardo quanto accaduto a Srebrenica. 

Il 12 luglio 1995, alla resa di Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache, capitanate dai generali Mladic e Krstic, invitarono la popolazione civile ad abbandonare il compound e raggiungere la zona all’esterno, dove ad attenderli vi erano degli autobus. 

Furono separati i maschi di età compresa tra i 12 e i 77 anni dalle femmine e dai bambini. Stando ai resoconti e ai racconti, solo a quest’ultimi fu consentito di salire sui mezzi e lasciare la città. Quanto accadde nelle successive 72 ore sembrò essere un genocidio organizzato attuatosi con lo sterminio scientifico di migliaia di uomini. Con l’aggravante che Srebrenica era e si trovava all’interno di una zona sicura, il cui scopo prioritario era proprio proteggere i civili dalconflitto.

COMUNITÀ INTERNAZIONALE E ONU: MEA CULPA VALE COME AUTOASSOLUZIONE?

Nel Rapporto del 1999 delle Nazioni Unite su quanto accaduto in Bosnia-Erzegovina durante il conflitto armato, l’allora Segretario Generale Kofi Annan ha affermato che «è stato un errore, un giudizio errato e l’incapacità di riconoscere la portata del male che si aveva dinanzi, la causa per cui l’Onu non è riuscita a fare bene la sua parte e mettere in salvo il popolo di Srebrenica dalla campagna serbo-bosniaca di omicidi di massa».1

Nella Raccomandazione 5812 del 1996 sulla situazione nella ex-Jugoslavia si legge che l’Assemblea Parlamentare dell’Unione Europea Occidentale si dichiara:

  • Profondamente turbata per la facilità con cui i Serbi di Bosnia hanno potuto impadronirsi dei Caschi Blu delle Nazioni Unite per tenerli in ostaggio e rubare armi e materiali posti sotto la loro vigilanza.
  • Costernata perché la comunità internazionale sembra impotente a impedire ai Serbi di Bosnia di continuare a massacrare le popolazioni civili nelle zone di sicurezza (come nel caso dell’attacco di Tuzla e dei bombardamenti su Sarajevo).
  • Consapevole dell’impotenza della comunità internazionale a far mantenere il cessate il fuoco preventivamente convenuto (come nel caso della regione della Krajina).
  • Rammaricata per la totale mancanza di iniziativa da parte del Consiglio dell’UEO (Unione Europea Occidentale), malgrado l’impegno preso dai governi membri con la Dichiarazione di Petersberg in materia di gestione delle crisi.
  • Stupita del fatto che, malgrado l’operazione Deny Flight, le autorità dell’Onu hanno rilevato, fino all’aprile 1995, oltre 4.290 violazioni dell’interdizione di voli militari nello spazio aereo della Bosnia-Erzegovina.

Nel medesimo documento viene anche ribadito che con la Risoluzione 836 del 1993 il Consiglio di Sicurezza aveva conferito alla Unprofor un mandato ampio, che le permetteva di ricorrere alla forza al fine di proteggere efficacemente le zone di sicurezza in Bosnia-Erzegovina. 

La Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor – United Nations Protection Force) si componeva di 38.599 militari, inclusi 684 osservatori militari Onu, 803 poliziotti, 2.017 collaboratori civili internazionali e 2.615 locali. 

Il 10 settembre 2008 la Corte Nazionale Olandese ha sentenziato la non responsabilità dello Stato per la condotta dei caschi blu olandesi presenti a Srebrenica, indicando come unica responsabile in sede di risarcimento l’Onu. La sentenza fa riferimento alla causa promossa da Hassan Nuhanović volta a ottenere un risarcimento per l’uccisione del padre, della madre e del fratello minore i quali avevano cercato rifugio e protezione nel compound di Srebrenica protetto dai caschi blu olandesi.3

In seguito ai risultati emersi da uno studio condotto dal National Psychotrauma Center il governo olandese ha disposto, nel febbraio 2021, un risarcimento per i veterani caschi blu olandesi che operavano a Srebrenica, Potočari, Simin Han, Zagabria e in qualunque altro posto in Bosnia durante i fatti del 1995. L’indennizzo è stanziato a titolo di risarcimento per la mancanza di sostegno, riconoscimento e rispetto cui sono stati sottoposti i militari. 4

PERCHÈ SI È TRATTATO DI UN TERRIBILE GENOCIDIO

La sentenza di primo grado del novembre 2017 ha condannato Mladic all’ergastolo per il contributo e la partecipazione a 4 Joint Criminal Enterprises volte alla persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco alla popolazione civile e presa in ostaggio di personale Onu. Per i fatti di Srebrenica fu accusato di genocidio. Accusa che invece decadde riferita alla generalità delle azioni compiute durante la guerra. 

La sentenza in appello del giugno 2021 invece lo condanna per tutti gli 11 capi d’accusa, compreso quindi il genocidio riferito al complesso delle azioni criminali avute luogo in Bosnia tra il 1991 e il 1995.5

In caso di genocidio, l’intenzione non deve necessariamente presupporre la premeditazione dell’atto da parte dell’esecutore, bensì l’esistenza di un piano, di cui l’esecutore è a conoscenza. Deve quindi esistere un nesso tra l’atto individuale e l’azione collettiva, l’atto criminale deve essere collocabile in un contesto di violenze sistematiche e dettagliate.6

Una parte delle incriminazioni contro l’ex presidente jugoslavo Milosevic parlava di «partecipazione a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia dei non serbi».7

Nei discorsi, riportati nella sentenza di condanna, Karadzic affermava che serbi, croati e musulmani non erano fratelli e mai avrebbero potuto convivere in uno stato democratico, essendo come l’olio e l’acqua che mai si mescolano («we are really something different, we should not hide that. We are not brothers. We are three cultures, three people and three religions. […] They lived together only when occupied or under a dictatorship»). Nel disegno della Grande Serbia non sembrava proprio esserci spazio per i Bosniaci musulmani, che dovevano quindi essere trasferiti tutti fuori dal territorio serbo-bosniaco, progetto iniziato ancor prima del conflitto armato. 

SERBI, CROATI E MUSULMANI SONO DAVVERO IMPOSSIBILITATI ALLA PACIFICA CONVIVENZA?

L’Accordo di Dayton, siglato nel novembre 1995, prevedeva la suddivisione del territorio della Bosnia in due distinte entità statali: la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Serba. La divisione etnica permane sia nella struttura della Presidenza (un organismo collegiale composto da tre membri eletti dalle rispettive nazionalità), sia nella struttura del Parlamento con Camera dei popoli e Camera dei rappresentanti i cui seggi sono tripartiti in misura eguale. 

La struttura tripartita persiste ancora oggi e, se da un lato appare studiata per far convergere interessi e diritti di tutti, dall’altro sembra alimentare essa stessa rivendicazioni e odio etnico. Un sistema che, dietro le rivendicazioni territoriali e le questioni infrastrutturali ed economiche, sembra voler celare il fallimento della ricostruzione post-bellica e una forte crisi identitaria generalizzata. 

Fanno sempre molto discutere le dichiarazioni di Milorad Dodik, membro serbo della presidenza tripartita. Il quattro ottobre 2021 ha annunciato l’intenzione di voler revocare il consenso all’esercito congiunto, dichiarazione che lascia presupporre l’intenzione di voler creare un’armata indipendente da quella federale. Lo scorso luglio l’ex Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, ha fatto approvare una legge che vieta la negazione del genocidio di Srebrenica. Resasi necessaria proprio per l’insistente reticenza di tanti ad ammettere l’accaduto. 

Il Paese continua ad essere frammentato a causa delle tensioni interetniche e da un sentimento di appartenenza basato principalmente sull’etnia. Eppure, a ben guardare, sono diversi i punti in comuni o che accomunano le tre principali etnie. Non da ultimo la vicinanza lessicale tra i vari idiomi parlati che sembrano varianti dialettali di un’unica lingua, eppure formalmente in Bosnia esistono tre lingue ufficiali (bosniaco, serbo e croato). In più i giovani di ciascun gruppo etnico tendono, o sono indotti, a frequentare corsi scolastici separati, nei quali vengono insegnate differenti versioni della storia del Paese e delle cause stesse della guerra civile.8

Nonostante l’impegno profuso da tutte le maggiori organizzazioni internazionali, che ne hanno sostenuto il processo di riconciliazione, securitizzazione e di state-building anche nella prospettiva di una stabilizzazione e di una europeizzazione dell’intera regione balcanica, la Bosnia non sembra essere riuscita a superare i vincoli ingenerati dalla architettura istituzionale stabilita dal trattato di Dayton.9


1https://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/a_549_1999.pdf

2https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/BGT/758487.pdf

3https://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Sentenza-del-tribunale-civile-dellAja-Paesi-Bassisul-caso-Nuhanovi263-Vs-Olanda/1098

4https://www.defensie.nl/actueel/nieuws/2021/02/10/defensie-neemt-aanbevelingen-dutchbat-commissie-over

5https://www.notiziegeopolitiche.net/bosnia-erzegovina-srebrenica-lirmct-conferma-lergastolo-per-ratko-mladic/

6Il genocidio fra memoria, diritto e manipolazione politica, Human Security n.9 , maggio 2019, T.wai e Università degli Studi di Torino.

7https://www.repubblica.it/online/mondo/slobodantre/condannato/condannato.html

8Dossier I Balcani tra orizzonte europeo e tensioni interetniche. I casi di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, Approfondimento a cura di Giordano Merlicco – IAI (Istituto Affari Internazionali), Osservatorio di Politica Internazionale, n°9 marzo 2010.

9Nota Il percorso di stabilizzazione nei Balcani occidentali: i casi di Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo, a cura di Giuseppe Dentice, Osservatorio di Politica Internazionale, n°70 – novembre 2016

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“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti” di Pietro Roberto Goisis

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L’autore racconta aneddoti, descrive situazioni, analizza accadimenti, sviscerandone i contenuti più profondi, intimi e simbolici. Percorre e ripercorre, insieme al lettore, un lungo percorso che lo ha visto prima figlio e poi padre, studente, tirocinante e terapeuta, medico e paziente egli stesso. 

Racconta molto di se stesso, del suo percorso professionale ma anche della sua vita privata. Come se il libro, in realtà, avesse o dovesse avere, per lui, un effetto “terapeutico”, catartico. 

Tutto sembra avere origine dal luogo in cui si svolgono i colloqui clinici tra lo psicoanalista e il paziente: la stanza. Per Goisis, se non ci fosse non esisterebbe alcun terapeuta e nessun paziente. Al punto che egli ritiene possa essere addirittura magica, «che riesca a tirare fuori il meglio di me, qualcosa che neppure so di possedere, che altrove non saprei trovare, che mi sorprende» (pag. 9). 

La stanza è il luogo fisico e simbolico dove le persone diventano pazienti e chi le ascolta diventa il loro psicoanalista, il medico che deve ascoltare e guarire le fragilità, le paure, i traumi, le incertezze e le insicurezze. E deve farlo secondo una metodologia che, fino a pochi anni fa, era molto rigida, con severe regole di condotta dentro la stanza, dove aveva luogo la terapia, e fuori da essa, dove andava mantenuto il massimo riserbo.

Sono stati gli insegnamenti di Tommaso Senise a far maturare la consapevolezza in Goisis che «nella terapia si può fare tutto, purché si sappia perché lo si fa» (pag. 27). La stanza di Goisis è pet friendly. Gli animali rappresentano anche aspetti interni delle persone che li portano. Risultano quindi funzionali alla terapia. 

È alquanto singolare che nelle scienze che si occupano del comportamento umano si ha la tendenza a isolare l’individuo considerandolo separatamente dalle variabili esterne. Cosa che non accade, per esempio, in etologia, dove lo studio delle relazioni tra animale e ambiente vengono da tempo prese in esame come fattori determinanti. Negli studi sul comportamento patologico, le conseguenze di questo atteggiamento portano a occuparsi principalmente della mente umana come se fosse un’entità indipendente.1 E, nella psicoanalisi, questa entità indipendente viene indagata all’interno della stanza, che diviene la bolla dentro la quale si sviluppa per intero la terapia.

Goisis ha mostrato sempre molta cura e attenzione nel comporre l’universo-stanza dentro cui accoglie i suoi pazienti. Considerando la presenza, in un angolo, di una pianta verde il suo legame con la natura dentro la stanza. Sono stati gli insegnamenti di Nina Coltart a far volgere lo sguardo dei terapisti oltre il perimetro delle mura, allungandolo fino alla natura. Sosteneva ella, infatti, che ogni terapeuta dovrebbe possedere e coltivare un giardino. 

Il lavoro svolto dentro la stanza può essere pensato come il lavoro della capacità di amare, volto a far sentire il paziente importante, compreso e accolto. Un amore che è trascendentale, l’unico contenitore affidabile entro cui potremmo sentire odio, rabbia, disprezzo per periodi di tempo variabili.2

Grande cura bisogna riporre in ogni dettaglio della stanza, perché i dettagli sono il modo di accogliere il paziente ed è proprio dal setting che inizia la cura stessa. Dalla stanza. All’interno della quale il tempo acquista una dimensione nuova, propria. «A volte sembra rallentare o dilatarsi come se assecondasse silenziosamente lo stato d’animo dei miei pazienti, il fluire ora torrenziale ora reticente delle loro parole. È una sensazione piacevole, anche se a volte gestire lo scorrere dei minuti, riportarli all’ordine e chiudere una seduta non è semplice. Del resto, il mio compito è anche questo: tenere la rotta, guidare il flusso dei pensieri, dosare le paure, tenendo però la mano leggera» (pp. 29-30).

Il concetto di tempo è strettamente connesso con la psicoanalisi. Il rapporto tra uomo e tempo è sempre stato difficile e problematico. Sul fronte della clinica, l’analista che segue il metodo indicato da Wilfred R. Bion «senza desiderio e senza memoria» configura il setting come un’isola del tempo. Ma anche il soggetto, all’inizio del trattamento, dovrà rinunciare al controllo del tempo, sia del passato che del futuro. Si può considerare il tempo come una tela su cui ricamiamo le nostre esperienze di vita. Una tela che ci avvolge e ci copre, ma che a volte ci soffoca anche.3

Goisis si dichiara controllore del tempo della seduta di psicoanalisi che si svolge nella sua stanza, ma egli, in realtà, è anche il decisore del tempo verso cui la terapia tende e tenderà.

Fino a non molto tempo fa, lo sguardo del terapeuta era diretto sostanzialmente verso il passato, come causa e antecedente del presente. Di recente, invece, lo sguardo del paziente e dell’analista è rivolto al futuro e le aspettative sono viste come un fattore significativo rispetto a ciò che sta accadendo. Non è l’après-coup o il Nachträglichkeit ciò che improvvisamente conferisce un nuovo significato al passato rendendolo traumatico, ma è quello che non è ancora accaduto, ma è desiderato o temuto, a determinare in parte ciò che sperimentiamo nell’oggi.4

Il passato, il presente, il futuro, le aspettative, le emozioni, le paure, le fobie, i traumi, le speranze: chi si affida al lavoro di uno psicoanalista mette tutto questo e anche oltre sul tavolo, ma, spesso, a farlo è anche lo stesso medico. «Lo psicoanalista non è un muro, non è neppure un orecchio neutro. È una persona che vive di incontri, che deve curare altre persone, ma anche curare se stesso» (pag. 31). 

La regola tradizionale richiede al terapeuta neutralità, astinenza e anonimato. Ma il fenomeno dell’autorivelazione (self-disclosure), ovvero uno svelamento cosciente e voluto, da parte dell’analista, di qualche aspetto di sé al paziente, è entrato sempre più a far parte del linguaggio psicoanalitico. Lo schieramento di studiosi favorevoli o contrari alla self-disclosure è nettamente contrapposto. I primi ne vedono le potenzialità proprio nell’abbandono di un eccesso di neutralità che può addirittura inibire il processo terapeutico e bloccare le libere associazioni del paziente. Per i secondi, invece, l’autorivelazione potrebbe rappresentare una difficoltà controtransferale dell’analista arrivando addirittura, in casi estremi, ad essere espressione di una sua necessità narcisistica di rivelarsi. 

Il transfert riguarda quei sentimenti o pulsioni, positive o negative, che il paziente sviluppa nei confronti del suo analista durante un percorso di psicoanalisi. Inconsciamente, il paziente trasferisce i sentimenti che ha provato o prova per un’altra persona verso il suo analista. Oltre a dover gestire i transfert del paziente, è compito dell’analista anche il non lasciarsi andare al controtransfert. In questo caso è l’analista a proiettare le proprie esperienze sul paziente. 

L’autorivelazione dell’analista può avvenire in vari modi: 

  • Risposte a domande dirette.
  • Comunicazioni spontanee del vissuto controtransferale.
  • Ammissione di propri errori.
  • Narrazione di esperienze personali.

È per certo auspicabile che l’autorivelazione dell’analista sia, in ogni caso, sempre funzionale al paziente e alla terapia. In base anche al principio di Senise, ripreso dallo stesso Goisis, secondo cui l’analista deve ritenersi libero di agire purché sappia sempre ciò che sta facendo. 

Ciò che non andrebbe mai dimenticato è che, alla fin fine, gli psicoanalisti non sono altro che esseri umani, semplicemente. Non custodiscono verità assolute e combattono loro stessi, quotidianamente, con una moltitudine di emozioni al pari dei loro pazienti. Può essere necessario, anche per imparare a essere dei bravi analisti, sottoporsi in prima persona a un percorso di terapia.

Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: qual è lo scopo ultimo di una terapia psicoanalitica?

Per Goisis il mero ascolto non può essere indicato come scopo ultimo di una terapia. I pazienti, dal canto loro, si aspettano una soluzione tangibile e concreta ai loro problemi. Lo scopo ultimo di una psicoterapia sembra essere il cambiamento che porta, per il paziente, una maggiore consapevolezza di sé, del proprio essere e dei propri bisogni, nonché del modo di guardare gli altri e il mondo. Lo si potrebbe anche interpretare come una sorta di liberazione da un’oppressione latente o evidente. Un’angoscia che limita e devia il comportamento ordinario e quotidiano.

Il finale del libro spiazza un po’ il lettore. Per la fermezza e l’espressività anche troppo colorita. Discordante per certo dallo stile utilizzato fino a quel punto dall’autore. È un finale anomalo, inaspettato, ma certo non privo di significati e significanti. Rappresenta, in un certo qual modo, la conferma della funzione catartica assunta dalla scrittura, dal libro stesso, per Goisis. Quasi una sorta di psicopterapia della narrazione. Di cui il finale ne rappresenta e al contempo ne descrive e racchiude lo scopo. Il cambiamento, la liberazione dello stesso autore ,per tramite della sua esternazione, dalla sofferenza e dal dolore causati dalla perdita e dalla mancanza di un affetto cui non era pronto a rinunciare. Ecco quindi perché il libro appare, a tutti gli effetti, un percorso di terapia. Un cambiamento. Una catarsi. 

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Bibliografia di riferimento

Pietro Roberto Goisis, Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti, Enrico Damiani Editore, Brescia, 2020.

L’autore

Pietro Roberto Goisis: medico, psichiatra, psicoanalista. Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, oltre che in Scuole di Specializzazione, Enti pubblici e privati. 

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1Franco Baldoni, Bruno Baldaro, Carlo Ravasini, Il colloquio clinico, in Trombini G. (a cura di), Introduzione alla clinica psicologica, Zanichelli, Bologna, pp. 103-126, 1994.

2Nina Coltart, Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche, Cortina Raffaello, Milano, 2017.

3Miguel Angel Gonzales Torres, Tempo e Psicoanalisi. La dimensione temporale e la sua relazione con il processo psicoanalitico, Rivista Psicoanalitica, 2007, Anno XVIII, n 2, pp. 229-245. Traduzione dallo spagnolo di Daniela De Robertis. 

4Miguel Angel Gonzales Torres, ibidem.

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Enrico Damiani Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Nell’era della memoria storica può diventare necessario l’elogio dell’oblio?

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Negli ultimi anni si è assistito a un sempre crescente interesse verso la costituzione di una solida memoria storica, necessaria garanzia di pace in quanto è grazie ad essa che gli uomini possono non solo tramandare usanze e costumi ma anche evitare che tragedie e sciagure, e tutto il male fatto, tornino a ripetersi. 

È questa l’idea che David Rieff sfida apertamente nel libro Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica. Un libro che va letto con molta calma e attenzione, proprio in virtù del fatto che l’autore lo ha scritto con la precipua volontà di sfidare il lettore. Il quale è allora chiamato a non cadere nel tranello delle facili e quasi certamente errate conclusioni. 

Rieff non è contrario alla memoria storica o collettiva, come non è fautore dell’oblio indiscriminato. Il suo pensiero si muove lungo un sentiero tortuoso e accidentato, pieno di insidie e facili fraintendimenti, volto a mantenere o ricercare un equilibrio tra la memoria a ogni costo e la dimenticanza indistinta, soprattutto quando entrambi i fronti divengono strumento di una cultura e di una politica che tentano di strumentalizzarli a proprio vantaggio. A volte riuscendoci anche, purtroppo. 

Nietzsche diceva che «non ci sono fatti, solo interpretazioni», ed è proprio seguendo questa linea che l’autore vuole mettere in guardia il lettore dagli autoinganni e dalle manipolazioni che, spesso, si frappongono tra noi e il ricordo storico. Autoinganni e manipolazioni che contribuiscono a tenere viva la fiamma rovente e distruttiva dell’odio e della vendetta, a volte unici motivi per cui si tende ad esaltare l’importanza del ricordo e della memoria storica. È successo tante volte. Numerosi sono gli esempi riportati da Rieff nel testo. 

Jacques Le Goff riteneva che «la memoria mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro». Ed è da posizioni come queste che, per Rieff, bisogna stare lontani per evitare che, visioni strumentali degli accadimenti del passato, condizionino il presente e il futuro. 

Naturalmente non tutta la storia va dimentica. L’importante è una buona documentazione sulle fonti, sui dati, sulle testimonianze, sulla neutralità e centralità dei fatti. In generale, gli estremismi e le estremizzazioni non sono mai fonte di saggezza. 

Non è solo il troppo oblio quindi a rappresentare un rischio, lo è anche la troppa memoria. E, per Rieff, in questo Ventunesimo secolo, ora che le persone di tutto il mondo, ma soprattutto del Nord del globo, sembrano ossessionate dal culto della memoria, è proprio l’eccesso di memoria che può diventare un rischio. La memoria può essere alleata della giustizia, ma può non esserlo della pace, divenendo al contrario incubatrice di odio e desiderio di vendetta. E, conclude l’autore, quando la memoria collettiva condanna una comunità a sopportare il dolore per le proprie ferite e la rabbia per i torti subiti, non dovrebbe essere onorato il dovere di ricordare, ma quello dell’oblio.

Per certo le tesi avanzate da Rieff nel testo sono una voce fuori dal coro in questo periodo in cui tanto si insiste sulla necessità di creare una solida memoria storica e collettiva che aiuti, soprattutto, a evitare il ripetersi degli errori del passato. Ma non sono in contraddizione con la tendenza generale. Vanno piuttosto intese come un differente modo di affrontare il ricordo, affrancandolo dal livore dell’odio e dalle mistificazioni. E, in quest’ottica, non si può non essere concordi con lui.

Il libro

David Rieff, Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica, Luiss University Press, Roma, 2019. Traduzione di Gabriella Tonoli. Prefazione di Marta Boneschi. Pagg. 136, €18.00

Originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito da Yale University Press con il titolo In praise of forgetting, nel 2016.

L’autore

David Rieff: scrittore e giornalista americano. Esperto di conflitti internazionali, immigrazione e questioni umanitarie, è autore di numerosi libri. 


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Recensione a “Il tesoriere” di Gianluca Calvosa (Mondadori, 2021)

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Si sente spesso la frase “chi non c’era non potrà mai capire”. E, in affetti, spiegare a qualcuno un’intera epoca non è certamente cosa facile. Gli anni Settanta, figli diretti del ’68 e di quella rivoluzione civile che ha abbracciato, travolto e stravolto l’Italia e il mondo intero, almeno quello occidentale in maniera diretta e la resta parte in modo indiretto o consequenziale. Un periodo storico in cui innumerevoli sono stati i cambiamenti, le trasformazioni che hanno traghettatola società direttamente all’oggi. 

Ma gli anni Settanta non sono stati “solo questo”. Si è assistito a una mutazione che, se fosse riferita al campo della biologica, verrebbe indicata come genetica. Per due motivi: da un lato ha interessato il nucleo centrale e profondo della società, dall’altro ne ha modificato i codici di comportamento e azione.

Gianluca Calvosa, scrivendo Il tesoriere, sembra aver voluto in primis parlare di questo determinato periodo storico, dei suoi meccanismi, dei suoi misteri e, solo in seconda linea, raccontare la storia del suo romanzo. Una storia nella quale vivono e rivivono democristiani, comunisti, esponenti della Cia, del Kgb, dei servizi italiani, di quelli deviati, brigatisti e prelati del Vaticano. Una vicenda di spionaggio e intrighi internazionali che vede al suo centro, e fungere da baricentro, l’Italia, Roma. Una città che nasconde, dietro il volto spensierato della Dolce Vita, la sua vera natura. 

Il protagonista del romanzo di Calvosa si chiama Andrea Ferrante. Un funzionario politico impiegato in un anonimo ufficio milanese, dove ha svolto per quattordici anni un altrettanto ordinario ruolo professionale. Un uomo stanco e demotivato, convinto di aver fallito ormai nella ricerca e nel raggiungimento dei propri traguardi, delle proprie aspirazioni. Un personaggio che si sente vinto dalla vita che ormai sembra volerlo per forza condannare all’infelicità. Agenerare irrequietezza in Ferrante è l’ambizione cosicché, non appena gli si presenta uno spiraglio, si scaglia pronto ad afferrare la gloria luminosa del successo, ignaro del fatto che ciò che gli rimarrà sarà effimero proprio come il desiderio di voler catturare un fascio di luce, un bagliore che lo ha accecato e travolto, come ha fatto l’ambizione prima e faranno gli eventi poi.

Andrea Ferrante vive come la realizzazione di un sogno l’essere convocato a Roma per un incarico di tutto rispetto all’interno di quel partito in cui tanto ha voluto credere. La nomina a tesoriere lo lascia basito. Ma sarà la notizia della morte violenta del suo predecessore a sconvolgerlo ancor di più. Inizia così ben presto lo squilibrio emotivo e psichico del protagonista che genererà poi un vero e proprio tormento. 

L’indagine per arrestare il flusso di denaro proveniente da Mosca trascinerà Ferrante all’interno di un mondo dai più ignorato, spesso definito “parallelo” perché coesiste al fianco di quello a tutti noto ma di cui non si conoscono regole e protagonisti. Un mondo animato da spie, agenti dei servizi, personaggi loschi, oscuri e personalità borderline, che vivono la loro vita in entrambe le realtà. 

Non cede però l’autore al fascino di creare una spy story che richiama gli aspetti romanzati e scenografici cui spesso letteratura e cinema hanno abituato il pubblico. Un grande pregio di questo libro è racchiuso proprio nel fatto di non aver spettacolarizzato il mondo parallelo, ma di averlo “semplicemente” raccontato al lettore. 

La storia che vede coinvolti i personaggi del libro di Calvosa si snoda nei meandri di un mondo più che realistico, reale. 

È vero che Il tesoriere è un romanzo di fantasia, non lo si può certo ignorare questo, tuttavia anche la migliore letteratura del Novecento si compone di romanzi di fantasia i quali, però, raccontano l’Italia che era e le persone che la abitavano. 

Il tesoriere di Gianluca Calvosa è un gran bel romanzo novecentesco, scritto nel XXI secolo


Il libro

Gianluca Calvosa, Il tesoriere, Mondadori, Milano, 2021, pagg. 396, €19.00

L’autore

Gianluca Calvosa: dopo essersi laureato in ingegneria ha svolto una intensa attività manageriale. Ha fondato OpenEconomics e Standard Football. Già direttore de Il RiformistaNew Politics e Quaderni Radicali, ha contribuito alla fondazione del magazine Formiche, di cui è tuttora presidente. 


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“Il tempo tessuto di Dio” di Margherita Pascucci (Il Ramo e la Foglia Edizioni, 2021)

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Perché si scrive un libro? Qual è il fine ultimo della scrittura?

Interrogativi che ricorrono spesso e che, per certo, non hanno una risposta facile né univoca. Per Margherita Pascucci la scrittura diventa un’etica e apre spazi nuovi del pensare e del sentire. Un sentire rivolto al mondo esterno ma anche e soprattutto all’interiorità. Un sentire, nel caso dell’autrice, che nasce dalla lettura delle opere di Dacia Maraini, dalle riflessioni seguenti la lettura, dall’immaginazione che si intreccia con il suo filosofare sui principali temi trattati in dette opere.

Ne è nato un libro che va ben compreso per essere apprezzato. Un libro composto in gran parte da una sorta di dialogo mai realmente avvenuto. Tra l’autrice e Maraini, o meglio tra il pensiero dell’autrice e i temi trattati da Maraini nelle sue opere. Un dialogo che, alla fin fine, è un discorrere di Pascucci con se stessa, con la parte di sé che elabora i temi letti nei libri di Maraini. Un libro complesso, come solo un pensiero filosofico può esserlo, ma mai complicato. Caratterizzato da quella semplicità che solo il vero pensiero filosofico può dare. 

La presenza di Dacia Maraini in questo scritto è imponente, anche se mai ella è direttamente intervenuta in questo dialogo. Un dialogo mai interrotto di Pascucci con il suo inconscio e la sua immaginazione. 

È forse anche questo uno dei possibili scopi della scrittura: lasciare che i propri pensieri siano liberi di essere “catturati” dal lettore e che questi li trasformi in un dialogo immaginario con se stesso, un dialogo che porti, attraverso una profonda riflessione, all’analisi dei temi fondanti e alla ricerca sul senso degli stessi. 

Numerosi sono i temi trattati da Pascucci, i medesimi che lei stessa ha ritrovato come lettrice di Maraini: conoscenza, dolore, desiderio, rifiuto, ne sono alcuni. Temi pieni di significato e di simboli. Temi che avvicinano e accomunano filosofia e letteratura. Temi che anelano, al contempo, al reale e all’immaginario. Perché è proprio l’immaginazione il valore che deve essere “liberato” per fare in modo che il cammino della conoscenza continui e sia libero di farlo. 

Il libro

Margherita Pascucci, Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini in vari atti, Il Ramo e la Foglia Edizioni, Roma, 2021, p. 180, €15.00.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il Ramo e la Foglia Edizioni per la disponibilità e il materiale

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