“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti” di Pietro Roberto Goisis

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L’autore racconta aneddoti, descrive situazioni, analizza accadimenti, sviscerandone i contenuti più profondi, intimi e simbolici. Percorre e ripercorre, insieme al lettore, un lungo percorso che lo ha visto prima figlio e poi padre, studente, tirocinante e terapeuta, medico e paziente egli stesso. 

Racconta molto di se stesso, del suo percorso professionale ma anche della sua vita privata. Come se il libro, in realtà, avesse o dovesse avere, per lui, un effetto “terapeutico”, catartico. 

Tutto sembra avere origine dal luogo in cui si svolgono i colloqui clinici tra lo psicoanalista e il paziente: la stanza. Per Goisis, se non ci fosse non esisterebbe alcun terapeuta e nessun paziente. Al punto che egli ritiene possa essere addirittura magica, «che riesca a tirare fuori il meglio di me, qualcosa che neppure so di possedere, che altrove non saprei trovare, che mi sorprende» (pag. 9). 

La stanza è il luogo fisico e simbolico dove le persone diventano pazienti e chi le ascolta diventa il loro psicoanalista, il medico che deve ascoltare e guarire le fragilità, le paure, i traumi, le incertezze e le insicurezze. E deve farlo secondo una metodologia che, fino a pochi anni fa, era molto rigida, con severe regole di condotta dentro la stanza, dove aveva luogo la terapia, e fuori da essa, dove andava mantenuto il massimo riserbo.

Sono stati gli insegnamenti di Tommaso Senise a far maturare la consapevolezza in Goisis che «nella terapia si può fare tutto, purché si sappia perché lo si fa» (pag. 27). La stanza di Goisis è pet friendly. Gli animali rappresentano anche aspetti interni delle persone che li portano. Risultano quindi funzionali alla terapia. 

È alquanto singolare che nelle scienze che si occupano del comportamento umano si ha la tendenza a isolare l’individuo considerandolo separatamente dalle variabili esterne. Cosa che non accade, per esempio, in etologia, dove lo studio delle relazioni tra animale e ambiente vengono da tempo prese in esame come fattori determinanti. Negli studi sul comportamento patologico, le conseguenze di questo atteggiamento portano a occuparsi principalmente della mente umana come se fosse un’entità indipendente.1 E, nella psicoanalisi, questa entità indipendente viene indagata all’interno della stanza, che diviene la bolla dentro la quale si sviluppa per intero la terapia.

Goisis ha mostrato sempre molta cura e attenzione nel comporre l’universo-stanza dentro cui accoglie i suoi pazienti. Considerando la presenza, in un angolo, di una pianta verde il suo legame con la natura dentro la stanza. Sono stati gli insegnamenti di Nina Coltart a far volgere lo sguardo dei terapisti oltre il perimetro delle mura, allungandolo fino alla natura. Sosteneva ella, infatti, che ogni terapeuta dovrebbe possedere e coltivare un giardino. 

Il lavoro svolto dentro la stanza può essere pensato come il lavoro della capacità di amare, volto a far sentire il paziente importante, compreso e accolto. Un amore che è trascendentale, l’unico contenitore affidabile entro cui potremmo sentire odio, rabbia, disprezzo per periodi di tempo variabili.2

Grande cura bisogna riporre in ogni dettaglio della stanza, perché i dettagli sono il modo di accogliere il paziente ed è proprio dal setting che inizia la cura stessa. Dalla stanza. All’interno della quale il tempo acquista una dimensione nuova, propria. «A volte sembra rallentare o dilatarsi come se assecondasse silenziosamente lo stato d’animo dei miei pazienti, il fluire ora torrenziale ora reticente delle loro parole. È una sensazione piacevole, anche se a volte gestire lo scorrere dei minuti, riportarli all’ordine e chiudere una seduta non è semplice. Del resto, il mio compito è anche questo: tenere la rotta, guidare il flusso dei pensieri, dosare le paure, tenendo però la mano leggera» (pp. 29-30).

Il concetto di tempo è strettamente connesso con la psicoanalisi. Il rapporto tra uomo e tempo è sempre stato difficile e problematico. Sul fronte della clinica, l’analista che segue il metodo indicato da Wilfred R. Bion «senza desiderio e senza memoria» configura il setting come un’isola del tempo. Ma anche il soggetto, all’inizio del trattamento, dovrà rinunciare al controllo del tempo, sia del passato che del futuro. Si può considerare il tempo come una tela su cui ricamiamo le nostre esperienze di vita. Una tela che ci avvolge e ci copre, ma che a volte ci soffoca anche.3

Goisis si dichiara controllore del tempo della seduta di psicoanalisi che si svolge nella sua stanza, ma egli, in realtà, è anche il decisore del tempo verso cui la terapia tende e tenderà.

Fino a non molto tempo fa, lo sguardo del terapeuta era diretto sostanzialmente verso il passato, come causa e antecedente del presente. Di recente, invece, lo sguardo del paziente e dell’analista è rivolto al futuro e le aspettative sono viste come un fattore significativo rispetto a ciò che sta accadendo. Non è l’après-coup o il Nachträglichkeit ciò che improvvisamente conferisce un nuovo significato al passato rendendolo traumatico, ma è quello che non è ancora accaduto, ma è desiderato o temuto, a determinare in parte ciò che sperimentiamo nell’oggi.4

Il passato, il presente, il futuro, le aspettative, le emozioni, le paure, le fobie, i traumi, le speranze: chi si affida al lavoro di uno psicoanalista mette tutto questo e anche oltre sul tavolo, ma, spesso, a farlo è anche lo stesso medico. «Lo psicoanalista non è un muro, non è neppure un orecchio neutro. È una persona che vive di incontri, che deve curare altre persone, ma anche curare se stesso» (pag. 31). 

La regola tradizionale richiede al terapeuta neutralità, astinenza e anonimato. Ma il fenomeno dell’autorivelazione (self-disclosure), ovvero uno svelamento cosciente e voluto, da parte dell’analista, di qualche aspetto di sé al paziente, è entrato sempre più a far parte del linguaggio psicoanalitico. Lo schieramento di studiosi favorevoli o contrari alla self-disclosure è nettamente contrapposto. I primi ne vedono le potenzialità proprio nell’abbandono di un eccesso di neutralità che può addirittura inibire il processo terapeutico e bloccare le libere associazioni del paziente. Per i secondi, invece, l’autorivelazione potrebbe rappresentare una difficoltà controtransferale dell’analista arrivando addirittura, in casi estremi, ad essere espressione di una sua necessità narcisistica di rivelarsi. 

Il transfert riguarda quei sentimenti o pulsioni, positive o negative, che il paziente sviluppa nei confronti del suo analista durante un percorso di psicoanalisi. Inconsciamente, il paziente trasferisce i sentimenti che ha provato o prova per un’altra persona verso il suo analista. Oltre a dover gestire i transfert del paziente, è compito dell’analista anche il non lasciarsi andare al controtransfert. In questo caso è l’analista a proiettare le proprie esperienze sul paziente. 

L’autorivelazione dell’analista può avvenire in vari modi: 

  • Risposte a domande dirette.
  • Comunicazioni spontanee del vissuto controtransferale.
  • Ammissione di propri errori.
  • Narrazione di esperienze personali.

È per certo auspicabile che l’autorivelazione dell’analista sia, in ogni caso, sempre funzionale al paziente e alla terapia. In base anche al principio di Senise, ripreso dallo stesso Goisis, secondo cui l’analista deve ritenersi libero di agire purché sappia sempre ciò che sta facendo. 

Ciò che non andrebbe mai dimenticato è che, alla fin fine, gli psicoanalisti non sono altro che esseri umani, semplicemente. Non custodiscono verità assolute e combattono loro stessi, quotidianamente, con una moltitudine di emozioni al pari dei loro pazienti. Può essere necessario, anche per imparare a essere dei bravi analisti, sottoporsi in prima persona a un percorso di terapia.

Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: qual è lo scopo ultimo di una terapia psicoanalitica?

Per Goisis il mero ascolto non può essere indicato come scopo ultimo di una terapia. I pazienti, dal canto loro, si aspettano una soluzione tangibile e concreta ai loro problemi. Lo scopo ultimo di una psicoterapia sembra essere il cambiamento che porta, per il paziente, una maggiore consapevolezza di sé, del proprio essere e dei propri bisogni, nonché del modo di guardare gli altri e il mondo. Lo si potrebbe anche interpretare come una sorta di liberazione da un’oppressione latente o evidente. Un’angoscia che limita e devia il comportamento ordinario e quotidiano.

Il finale del libro spiazza un po’ il lettore. Per la fermezza e l’espressività anche troppo colorita. Discordante per certo dallo stile utilizzato fino a quel punto dall’autore. È un finale anomalo, inaspettato, ma certo non privo di significati e significanti. Rappresenta, in un certo qual modo, la conferma della funzione catartica assunta dalla scrittura, dal libro stesso, per Goisis. Quasi una sorta di psicopterapia della narrazione. Di cui il finale ne rappresenta e al contempo ne descrive e racchiude lo scopo. Il cambiamento, la liberazione dello stesso autore ,per tramite della sua esternazione, dalla sofferenza e dal dolore causati dalla perdita e dalla mancanza di un affetto cui non era pronto a rinunciare. Ecco quindi perché il libro appare, a tutti gli effetti, un percorso di terapia. Un cambiamento. Una catarsi. 

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Bibliografia di riferimento

Pietro Roberto Goisis, Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti, Enrico Damiani Editore, Brescia, 2020.

L’autore

Pietro Roberto Goisis: medico, psichiatra, psicoanalista. Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, oltre che in Scuole di Specializzazione, Enti pubblici e privati. 

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1Franco Baldoni, Bruno Baldaro, Carlo Ravasini, Il colloquio clinico, in Trombini G. (a cura di), Introduzione alla clinica psicologica, Zanichelli, Bologna, pp. 103-126, 1994.

2Nina Coltart, Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche, Cortina Raffaello, Milano, 2017.

3Miguel Angel Gonzales Torres, Tempo e Psicoanalisi. La dimensione temporale e la sua relazione con il processo psicoanalitico, Rivista Psicoanalitica, 2007, Anno XVIII, n 2, pp. 229-245. Traduzione dallo spagnolo di Daniela De Robertis. 

4Miguel Angel Gonzales Torres, ibidem.

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Enrico Damiani Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Nell’era della memoria storica può diventare necessario l’elogio dell’oblio?

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Negli ultimi anni si è assistito a un sempre crescente interesse verso la costituzione di una solida memoria storica, necessaria garanzia di pace in quanto è grazie ad essa che gli uomini possono non solo tramandare usanze e costumi ma anche evitare che tragedie e sciagure, e tutto il male fatto, tornino a ripetersi. 

È questa l’idea che David Rieff sfida apertamente nel libro Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica. Un libro che va letto con molta calma e attenzione, proprio in virtù del fatto che l’autore lo ha scritto con la precipua volontà di sfidare il lettore. Il quale è allora chiamato a non cadere nel tranello delle facili e quasi certamente errate conclusioni. 

Rieff non è contrario alla memoria storica o collettiva, come non è fautore dell’oblio indiscriminato. Il suo pensiero si muove lungo un sentiero tortuoso e accidentato, pieno di insidie e facili fraintendimenti, volto a mantenere o ricercare un equilibrio tra la memoria a ogni costo e la dimenticanza indistinta, soprattutto quando entrambi i fronti divengono strumento di una cultura e di una politica che tentano di strumentalizzarli a proprio vantaggio. A volte riuscendoci anche, purtroppo. 

Nietzsche diceva che «non ci sono fatti, solo interpretazioni», ed è proprio seguendo questa linea che l’autore vuole mettere in guardia il lettore dagli autoinganni e dalle manipolazioni che, spesso, si frappongono tra noi e il ricordo storico. Autoinganni e manipolazioni che contribuiscono a tenere viva la fiamma rovente e distruttiva dell’odio e della vendetta, a volte unici motivi per cui si tende ad esaltare l’importanza del ricordo e della memoria storica. È successo tante volte. Numerosi sono gli esempi riportati da Rieff nel testo. 

Jacques Le Goff riteneva che «la memoria mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro». Ed è da posizioni come queste che, per Rieff, bisogna stare lontani per evitare che, visioni strumentali degli accadimenti del passato, condizionino il presente e il futuro. 

Naturalmente non tutta la storia va dimentica. L’importante è una buona documentazione sulle fonti, sui dati, sulle testimonianze, sulla neutralità e centralità dei fatti. In generale, gli estremismi e le estremizzazioni non sono mai fonte di saggezza. 

Non è solo il troppo oblio quindi a rappresentare un rischio, lo è anche la troppa memoria. E, per Rieff, in questo Ventunesimo secolo, ora che le persone di tutto il mondo, ma soprattutto del Nord del globo, sembrano ossessionate dal culto della memoria, è proprio l’eccesso di memoria che può diventare un rischio. La memoria può essere alleata della giustizia, ma può non esserlo della pace, divenendo al contrario incubatrice di odio e desiderio di vendetta. E, conclude l’autore, quando la memoria collettiva condanna una comunità a sopportare il dolore per le proprie ferite e la rabbia per i torti subiti, non dovrebbe essere onorato il dovere di ricordare, ma quello dell’oblio.

Per certo le tesi avanzate da Rieff nel testo sono una voce fuori dal coro in questo periodo in cui tanto si insiste sulla necessità di creare una solida memoria storica e collettiva che aiuti, soprattutto, a evitare il ripetersi degli errori del passato. Ma non sono in contraddizione con la tendenza generale. Vanno piuttosto intese come un differente modo di affrontare il ricordo, affrancandolo dal livore dell’odio e dalle mistificazioni. E, in quest’ottica, non si può non essere concordi con lui.

Il libro

David Rieff, Elogio dell’oblio. I paradossi della memoria storica, Luiss University Press, Roma, 2019. Traduzione di Gabriella Tonoli. Prefazione di Marta Boneschi. Pagg. 136, €18.00

Originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito da Yale University Press con il titolo In praise of forgetting, nel 2016.

L’autore

David Rieff: scrittore e giornalista americano. Esperto di conflitti internazionali, immigrazione e questioni umanitarie, è autore di numerosi libri. 


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018)

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Recensione a “Il tesoriere” di Gianluca Calvosa (Mondadori, 2021)

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Si sente spesso la frase “chi non c’era non potrà mai capire”. E, in affetti, spiegare a qualcuno un’intera epoca non è certamente cosa facile. Gli anni Settanta, figli diretti del ’68 e di quella rivoluzione civile che ha abbracciato, travolto e stravolto l’Italia e il mondo intero, almeno quello occidentale in maniera diretta e la resta parte in modo indiretto o consequenziale. Un periodo storico in cui innumerevoli sono stati i cambiamenti, le trasformazioni che hanno traghettatola società direttamente all’oggi. 

Ma gli anni Settanta non sono stati “solo questo”. Si è assistito a una mutazione che, se fosse riferita al campo della biologica, verrebbe indicata come genetica. Per due motivi: da un lato ha interessato il nucleo centrale e profondo della società, dall’altro ne ha modificato i codici di comportamento e azione.

Gianluca Calvosa, scrivendo Il tesoriere, sembra aver voluto in primis parlare di questo determinato periodo storico, dei suoi meccanismi, dei suoi misteri e, solo in seconda linea, raccontare la storia del suo romanzo. Una storia nella quale vivono e rivivono democristiani, comunisti, esponenti della Cia, del Kgb, dei servizi italiani, di quelli deviati, brigatisti e prelati del Vaticano. Una vicenda di spionaggio e intrighi internazionali che vede al suo centro, e fungere da baricentro, l’Italia, Roma. Una città che nasconde, dietro il volto spensierato della Dolce Vita, la sua vera natura. 

Il protagonista del romanzo di Calvosa si chiama Andrea Ferrante. Un funzionario politico impiegato in un anonimo ufficio milanese, dove ha svolto per quattordici anni un altrettanto ordinario ruolo professionale. Un uomo stanco e demotivato, convinto di aver fallito ormai nella ricerca e nel raggiungimento dei propri traguardi, delle proprie aspirazioni. Un personaggio che si sente vinto dalla vita che ormai sembra volerlo per forza condannare all’infelicità. Agenerare irrequietezza in Ferrante è l’ambizione cosicché, non appena gli si presenta uno spiraglio, si scaglia pronto ad afferrare la gloria luminosa del successo, ignaro del fatto che ciò che gli rimarrà sarà effimero proprio come il desiderio di voler catturare un fascio di luce, un bagliore che lo ha accecato e travolto, come ha fatto l’ambizione prima e faranno gli eventi poi.

Andrea Ferrante vive come la realizzazione di un sogno l’essere convocato a Roma per un incarico di tutto rispetto all’interno di quel partito in cui tanto ha voluto credere. La nomina a tesoriere lo lascia basito. Ma sarà la notizia della morte violenta del suo predecessore a sconvolgerlo ancor di più. Inizia così ben presto lo squilibrio emotivo e psichico del protagonista che genererà poi un vero e proprio tormento. 

L’indagine per arrestare il flusso di denaro proveniente da Mosca trascinerà Ferrante all’interno di un mondo dai più ignorato, spesso definito “parallelo” perché coesiste al fianco di quello a tutti noto ma di cui non si conoscono regole e protagonisti. Un mondo animato da spie, agenti dei servizi, personaggi loschi, oscuri e personalità borderline, che vivono la loro vita in entrambe le realtà. 

Non cede però l’autore al fascino di creare una spy story che richiama gli aspetti romanzati e scenografici cui spesso letteratura e cinema hanno abituato il pubblico. Un grande pregio di questo libro è racchiuso proprio nel fatto di non aver spettacolarizzato il mondo parallelo, ma di averlo “semplicemente” raccontato al lettore. 

La storia che vede coinvolti i personaggi del libro di Calvosa si snoda nei meandri di un mondo più che realistico, reale. 

È vero che Il tesoriere è un romanzo di fantasia, non lo si può certo ignorare questo, tuttavia anche la migliore letteratura del Novecento si compone di romanzi di fantasia i quali, però, raccontano l’Italia che era e le persone che la abitavano. 

Il tesoriere di Gianluca Calvosa è un gran bel romanzo novecentesco, scritto nel XXI secolo


Il libro

Gianluca Calvosa, Il tesoriere, Mondadori, Milano, 2021, pagg. 396, €19.00

L’autore

Gianluca Calvosa: dopo essersi laureato in ingegneria ha svolto una intensa attività manageriale. Ha fondato OpenEconomics e Standard Football. Già direttore de Il RiformistaNew Politics e Quaderni Radicali, ha contribuito alla fondazione del magazine Formiche, di cui è tuttora presidente. 


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“Il tempo tessuto di Dio” di Margherita Pascucci (Il Ramo e la Foglia Edizioni, 2021)

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Perché si scrive un libro? Qual è il fine ultimo della scrittura?

Interrogativi che ricorrono spesso e che, per certo, non hanno una risposta facile né univoca. Per Margherita Pascucci la scrittura diventa un’etica e apre spazi nuovi del pensare e del sentire. Un sentire rivolto al mondo esterno ma anche e soprattutto all’interiorità. Un sentire, nel caso dell’autrice, che nasce dalla lettura delle opere di Dacia Maraini, dalle riflessioni seguenti la lettura, dall’immaginazione che si intreccia con il suo filosofare sui principali temi trattati in dette opere.

Ne è nato un libro che va ben compreso per essere apprezzato. Un libro composto in gran parte da una sorta di dialogo mai realmente avvenuto. Tra l’autrice e Maraini, o meglio tra il pensiero dell’autrice e i temi trattati da Maraini nelle sue opere. Un dialogo che, alla fin fine, è un discorrere di Pascucci con se stessa, con la parte di sé che elabora i temi letti nei libri di Maraini. Un libro complesso, come solo un pensiero filosofico può esserlo, ma mai complicato. Caratterizzato da quella semplicità che solo il vero pensiero filosofico può dare. 

La presenza di Dacia Maraini in questo scritto è imponente, anche se mai ella è direttamente intervenuta in questo dialogo. Un dialogo mai interrotto di Pascucci con il suo inconscio e la sua immaginazione. 

È forse anche questo uno dei possibili scopi della scrittura: lasciare che i propri pensieri siano liberi di essere “catturati” dal lettore e che questi li trasformi in un dialogo immaginario con se stesso, un dialogo che porti, attraverso una profonda riflessione, all’analisi dei temi fondanti e alla ricerca sul senso degli stessi. 

Numerosi sono i temi trattati da Pascucci, i medesimi che lei stessa ha ritrovato come lettrice di Maraini: conoscenza, dolore, desiderio, rifiuto, ne sono alcuni. Temi pieni di significato e di simboli. Temi che avvicinano e accomunano filosofia e letteratura. Temi che anelano, al contempo, al reale e all’immaginario. Perché è proprio l’immaginazione il valore che deve essere “liberato” per fare in modo che il cammino della conoscenza continui e sia libero di farlo. 

Il libro

Margherita Pascucci, Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini in vari atti, Il Ramo e la Foglia Edizioni, Roma, 2021, p. 180, €15.00.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il Ramo e la Foglia Edizioni per la disponibilità e il materiale

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Recensione a “Media digitali e Relazioni internazionali” (Guerini Scientifica, 2021)

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La ricerca negli ultimi anni ha guardato a quanto accade quando i conflitti vanno online, ma non sempre si è stati accorti nel valutare le conseguenze della popolarizzazione dei temi e delle forme degli stessi.

Le piattaforme online sono solo un altro spazio da colonizzare nella lotta per la definizione degli immaginari bellici, o sono un nuovo spazio nel quale gli ecosistemi di mediazione influenzano i conflitti stessi?

È a partire da quesiti come questo che gli autori, Giuseppe Anzera e Alessandra Massa, hanno condotto la loro ricerca sui media digitali e il loro rapporto o ingerenza nelle relazioni internazionali. Il cambiamento in atto è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati, in breve tempo, sono passati dall’essere soggetti centrali e determinanti nelle questioni belliche e di politica internazionale a poli sparuti in un affollato sistema multicentrico, nel quale convivono e operano vari attori, liberi di operare rispetto alla sovranità nazionale (imprese multinazionali, minoranze etniche, partiti politici transnazionali, organizzazioni non governative internazionali, gruppi terroristici e via discorrendo). E anche laddove gli Stati cercano di intervenire direttamente e ufficialmente, con account e portali istituzionali, in realtà il loro ruolo è sempre mediato dalle regole predefinite e apparentemente universali dei grandi gestori le piattaforme online. 

Queste piattaforme, lontano dall’essere super partes, in realtà esportano modelli economici e politici. Esse non nascono nell’astratto regno di internet, ma risentono del complesso legame con il territorio in cui insistono, «dal quale mutuano non solo l’organizzazione economica, ma anche peculiari valori, come la libertà di espressione, la censura, il peso del potenziale di emancipazione e di autoespressione consentiti ai singoli utenti» (cit. dalla Introduzione al libro). 

Per citare solo uno dei numerosi e interessanti esempi del potere potenziale e reale delle piattaforme online, nel testo si analizza la rappresentazione cartografica del confine tra Russia e Crimea operata dai maggiori gestori di mappe, comeGoogle e Apple. «Questi grandi distributori di servizi online hanno accolto le richieste della Russia in merito all’attribuzione della penisola della Crimea. Così, mentre il mondo politico ancora discute sulla territorialità della Crimea, le piattaforme ragionano con la velocità degli affari, imponendo le loro soluzioni tecnologiche alle diatribe fisiche» (p. 74). Apple Maps mostra le località della Crimea come afferenti la Russia quando si consulta la mappa dal territorio russo mentre se si accede all’applicazione dagli Stati Uniti, gli stessi territori non sono attribuiti ad alcun paese. 

Un problema, quello dei limiti e dei reali confini geopolitici, avanzato e trattato anche da Alfonso Giordano, il quale ha sottolineato come Google alla fine da deciso di mostrare “semplicemente” a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole. Una carta geografica non è una raffigurazione imparziale e scientificamente attendibile di un territorio, piuttosto la rappresentazione di un punto di vista. Per la gran parte è sempre stato così. Oggi, però, con il livello tecnologico raggiunto ci si aspetta una rappresentazione del globo terrestre differente rispetto al passato, allorquando si doveva sottostare all’opinione del cartografo o del suo committente.1

Se la politica internazionale, oggi, si attua anche tramite le piattaforme online, allora queste assumono, in maniera intrinseca, un ruolo politico, poiché è compito loro veicolare e diffondere le informazioni, relative anche a politica internazionale e conflitti. Innegabile che il fine ultimo di queste piattaforme sia il profitto. Ragionevole quindi pensare che la loro gestione non possa corrispondere pedissequamente alla presentabilità pubblica. Ed è in quest’ottica che l’attività di moderazione, operata dalle piattaforme, le individua come strumenti, istituzioni e fenomeni culturali. Il cui potere di influenza si palesa ancor più in caso di malfunzionamento del sistema o diffusione di notizie false, ovvero fake news. 

Gli autori descrivono tutti i potenziali e reali problemi di questo sistema di diffusione delle informazioni, che in parte si affianca mentre in parte va a sostituire il tradizionale metodo di informazione broadcast, ovvero le trasmissioni unidirezionali, senza possibilità di interazione, e lo fanno in maniera molto strutturata, in modo da rimandare al lettore una visione ben ordinata dei vari strati di interesse e azione che vanno a comporre lo scenario entro cui si muove non solo la narrazione comune, ma anche quella politica, internazionale e militare. 

In particolare, la “militarizzazione” degli spazi digitali è per certo un’occasione attraverso la quale eserciti e forze militari possono divulgare le loro narrazioni, coinvolgendo l’opinione pubblica nei racconti sui confronti internazionali, ma gli autori avvertono della necessità di non sottovalutare il potenziale di popolarizzazione e di normalizzazione che potrebbe scaturire dallo stabilire una presenza in spazi di divulgazione e di disintermediazione. Inserire le routine comunicative delle forze armate in contesti diversi potrebbe, infatti, ibridare la loro presenza e sganciarla dagli esclusivi contesti bellici. Le conseguenze di ciò non si conoscono e andrebbero quantomeno monitorate. 

Ecco allora che si presenta uno degli aspetti più cocenti tra quelli trattati nel testo: la responsabilità. A chi spetta la responsabilità di quanto sta accadendo? Alle piattaforme? Agli Stati? Alle reti strutturate di cittadini? Nell’attuale panorama non è ancora ben chiaro anche se è evidente si tratta di una condizione non procrastinabile a lungo. 

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Il Testo

Giuseppe Anzera, Alessandra Massa, Media digitali e Relazioni internazionali. Tecnologie, potere e conflitti nell’era delle piattaforme online, Guerini Scientifica, Milano, 2021. In commercio dal 4 maggio 2021. Libro universitario. Brossura, 172 p., 18,00€.

Gli Autori

Giuseppe Anzera: professore associato di Sociologia dei Fenomeni Politici presso Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia delle Relazioni Internazionali.

Alessandra Massa: dottore di ricerca in Comunicazione, Ricerca, Innovazione presso Sapienza Università di Roma.

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1Alfonso Giordano, Limiti. Frontiere, confini e lotta per il territorio, Luiss University Press, Roma, 2018, 198 p. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini Scientifica per la disponibilità e il materiale

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Recensione a “Il buio sotto la divisa” di Sara Lucaroni (Round Robin, 2021)

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Sara Lucaroni, dopo aver pubblicato un’inchiesta su suicidi e morti sospette all’interno degli apparati di difesa e militari dello Stato, riceve una lunga serie di contatti realizzando così di essere solo all’inizio della ricerca e analisi di un fenomeno di cui raramente si parla. 

Nel linguaggio tecnico, si chiamano “eventi suicidiari”. Questi eventi tra i servitori dello Stato rientrano, come numero, nella media delle statistiche italiane. Sarà anche per questo motivo che, spesso, non destano particolare interesse. Ma Lucaroni ritiene utile indagare a fondo il fenomeno perché se è vero che il suicidio non è arginabile in quanto riferito a sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire, è vero anche che si può intervenire nella dimensione lavorativa attraverso una “prevenzione” su tre livelli:

  • Abbattimento del tabù del sostegno psicologico per trasformarlo da stigma a routine.
  • Potenziamento della formazione.
  • Eliminazione delle pericolose derive dovute alla gerarchizzazione.

Lucaroni ritiene notevole il peso ingenerato da bornout, stress, ambiente di lavoro ostile e inadeguato, scarsi stipendi, carenza di collaborazione tra colleghi, mobbing. Situazioni e sentimenti che, purtroppo, sono comuni a tante categorie professionali e lavorative e a tantissimi ambienti di lavoro.

Sono sei i capitoli che vanno a comporre la struttura portante del libro, cui vanno aggiunte l’introduzione e la conclusione, entrambe curate dalla stessa autrice. Sei capitoli che raccontano altrettante vicende umane

Sara Lucaroni lascia che siano i famigliari, gli affetti, gli amici a raccontare come erano gli agenti le cui storie, le cui vite poi lei riporta nel libro. È sicuramente un modo per dare più carattere alla narrazione, per fare in modo che ogni storia mantenga intatte le sue peculiarità, la sua unicità, come ogni vita umana lo è. Seppur riesca, in questo modo, a far emergere il legame profondo che unisce tutte le storie. Un filo in apparenza invisibile che rende comune ogni singola e unica vicenda. Ed è su ciò che Lucaroni cerca di indagare, chiede sia fatta luce. Perché ritiene sia questo il lavoro di indagine che possa aiutare davvero le persone contro il malessere profondo che le assale. 


Il libro

Sara Lucaroni, Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato, Round Robin Editrice, Roma, 2021, p. 120, €14.00

L’autrice

Sara Lucaroni: giornalista professionista. Autrice di numerosi reportage e inchieste. Scrive di Medio oriente, minoranze, diritti umani, legalità.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Round Robin Editrice per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per l’immagine, non per la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“La congiura delle passioni” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2021)

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«Capire la Storia e le regioni del Sud è indispensabile per la costruzione di uno Stato realmente Unitario con pieni diritti e dignità per tutti i territori e le persone che ci vivono e che ancora non c’è. Ed è importante soprattutto se una nuova costruzione, quella europea, procede ripetendo spesso, mutatis mutandis, gli stessi errori di quella dell’Italia unita»

È con queste esatte parole che Pietro De Sarlo spiega, nell’appendice del libro, ai suoi lettori il motivo per cui ha ritenuto doveroso e necessario scrivere La congiura delle passioni. Un romanzo nel quale realtà storica e immaginazione si intrecciano originando una fitta trama. La narrazione passa, ripetutamente, dal particolare al globale e viceversa. Le storie di ordinaria vita quotidiana dei protagonisti sono modellate dalle vicende che hanno fatto da preludio al Risorgimento italiano. Grandi accadimenti che hanno finito per condizionare, a volte indirettamente, anche l’esistenza di residenti piccoli e in apparenza ameni borghi incastonati lungo la dorsale appenninica.

Fin dalle prime pagine di questa nuova opera narrativa di De Sarlo, si denota una migliorata capacità descrittiva che rende subito comprensiva e accattivante la scena al lettore, il quale si sente come immerso e rapito nell’ambiente sapientemente descritto. I personaggi sono ben caratterizzati e rappresentano il perfetto trait d’union tra la loro personale storia e quell’Italia intera. 

Ritornano, anche in questo nuovo romanzo, i riferimenti alla magia e alla scaramanzia a cui Pietro De Sarlo aveva già abituato i suoi lettori. Non che al giorno d’oggi queste credenze siano scomparse o anomale, ma nel contesto storico e ambientale de La congiura delle passioni risultano più armonizzate nelle vicende narrate. 

«Non sono uno storico ma per scrivere questo libro mi sono avvalso del lavoro di storici e di documenti originali dell’epoca cercando di immaginare come fosse la vita delle famiglie, delle comunità e delle persone in uno dei borghi montani di Basilicata in quel periodo.»

Monte Saraceno è un toponimo di fantasia ma potrebbe benissimo essere uno qualsiasi dei tanti paesi dislocati sull’Appennino lucano. Le dettagliate descrizioni delle vie, dei palazzi, delle abitazioni, finanche dei panorami lasciano intendere che De Sarlo si sia ispirato a un luogo a lui particolarmente caro, o, quantomeno, abbia assemblato elementi di diverse località e li abbia fatti tutti confluire nel suo luogo ideale.

È vero quanto egli stesso scrive: De Sarlo non è uno storico di professione. Infatti il suo libro non è un saggio in senso stretto né un’opera accademica o scientifica. È un romanzo storico nel quale egli ha sintetizzato le sue conoscenze, quanto appreso dalle ricerche bibliografiche preliminari alla stesura del testo, le sue personali idee sull’Italia di allora e quella di oggi e ha fuso il tutto intrecciandolo con le vicende di fantasia vissute dai protagonisti del libro. Guardandola in quest’ottica, è un’operazione ben riuscita. La scrittura è scorrevole, la storia ben costruita, il finale interessante. Il libro, nel suo complesso, con le dovute differenze, risulta essere molto più vicino a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che a un saggio storico o d’inchiesta. 

Cambia, naturalmente, il punto di vista dell’autore, in quanto La congiura delle passioni è opera di un uomo del XXI secolo che guarda al passato, all’era risorgimentale, a quanto accaduto in quei territori che poi sono diventati l’Italia ma guarda anche all’Europa, politicamente intesa e confluita nell’Unione Europea. De Sarlo non si è limitato a scrivere ciò che già conosceva dei luoghi di Basilicata, oppure le mere suggestioni della sua fantasia, no egli ha svolto un preventivo lavoro di indagine documentale e bibliografica anche da testi molto validi, riportato per esteso alla fine del libro, e questo è per certo positivo. Naturalmente ha poi rielaborato molte delle informazioni apprese per meglio adattarle alla storia narrata, senza comunque mai stravolgerle del tutto. 

Il Risorgimento italiano è uno dei periodi storici più dibattuti, non certo privo di contraddizioni e opposizioni. Sicuramente una fase che merita approfondimenti e analisi, veritieri e imparziali. Gli strumenti per una corretta conoscenza oggi di certo non mancano eppure, spesso, sembra che, al pari di tanti altri argomenti e aspetti seri, si preferisca scadere in aride polemiche che non aiutano la ricerca della verità, piuttosto la ostacolano. 

Frederick Douglass, tra i più noti attivisti dei movimenti per i diritti degli afroamericani del finire del XIX secolo, sosteneva che il suo ruolo fosse quello di raccontare la storia dello schiavo perché, per i vincitori, i narratori non erano mai mancati. E non sono mai mancati. Neanche per il Risorgimento italiano. Ben vengano quindi anche i narratori dei “non vincitori” italiani perché anche se la verità si trovasse non da una parte né dall’altra ma nel mezzo è sempre e comunque meglio conoscerla che ignorarla. 

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Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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“Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure” di Gaia van der Esch (ilSaggiatore, 2021)

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Cosa è diventato il popolo italiano? Le donne italiane hanno aumentato il loro potere oppure no? L’Italia conserva ancora i tratti del Bel Paese e della Dolce vita oppure tutto è cambiato e oggi è un Paese nuovo, diverso?

L’Italia è un Paese che guarda con orgoglio al proprio passato oppure con speranza al futuro?

Queste sono alcune delle domande che sembra essersi posta l’autrice nel momento in cui ha intrapreso il suo viaggio, fisico e simbolico, attraverso tutto lo Stivale alla ricerca proprio di risposte. L’istantanea che emerge, come frutto del lavoro di indagine di Gaia van der Esch, in parte conferma le impressioni che si hanno circa la delusione e l’insofferenza degli italiani per il lungo periodo di crisi ed emergenza che il Paese sta attraversando, iniziato ben prima dell’esplosione della pandemia, ma riserva anche delle inaspettate sorprese. Meraviglie che stupiscono come solo l’Italia e gli italiani sembrano saper fare. 

La ricerca condotta da Gaia van der Esch non si è basata su un progetto strutturato, piuttosto sulle idee e sui desideri della stessa autrice la quale, motivata dalla voglia di conoscere più a fondo l’Italia e gli italiani, ha intrapreso il suo cammino che l’ha condotta lungo le innumerevoli strade che attraversano il Paese. Strade di asfalto, sterrato o sanpietrini, strade di vita vissuta dove i protagonisti sono diventati fin da subito gli abitanti del territorio, attori e agenti del vero vissuto locale. Ed è proprio grazie a loro, ai loro racconti, che l’autrice riesce a comporre e definire il quadro di cui sembrava aver bene in mente solo la cornice. 

Va da sé che la ricerca condotta da Gaia van der Esch non può oggettivamente acquisire valenza di uno studio, sia per la soggettività della stessa che per il numero limitato e la tipologia di persone che vi hanno preso parte. Una campionatura dettata in larga parte dal caso. Piuttosto la ricerca potrebbe essere vista come il resoconto scritto di ciò che gli occhi dell’autrice hanno visto e le orecchie ascoltato. Perché anche le parole degli intervistati, alla fin fine, hanno “subito” il filtro dell’autrice. Non che questo sia necessariamente un fattore negativo. Per questo tipo di scrittura ci può stare benissimo. 

Gli scenari che fanno da sfondo ai racconti cambiano, man mano che l’autrice si sposta attraverso il Paese, ma la narrazione non sembra variare poi tanto. Sia nell’affinità di temi e contenuti sia nello stile narrativo che van der Esch ha scelto di lasciare immutato. Una scrittura quasi colloquiale, quotidiana anche nelle parti più descrittive e riflessive

Uno sguardo particolare l’autrice sembra riservarlo all’universo femminile con cui è entrata in contatto. A meravigliarla è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate. Mentre gli uomini, per la maggiore, si mostravano spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza. Come se avessero proprio difficoltà a esporre a voce alta il loro punto di vista. Ciò che sembra accomunarle è, inoltre, una scarsa fiducia in un cambiamento che sia davvero efficace, determinante. Una sorta di “resa collettiva” che le spinge a gettare la spugna del combattimento patriottico e diventare a tratti più egoiste, imbracciando le armi per una lotta in solitaria che le porti a raggiungere i propri obiettivi, personali e professionali, poco importa a questo punto che ciò accada in Italia o fuori da essa, all’estero. 

In generale comunque gli italiani che hanno interagito con Gaia van der Esch si sono mostrati orgogliosi del passato del paese, delle tradizioni storiche, culturali, paesaggistiche. Come anche delle glorie e dei fasti che narra la Storia. Per contro, invece, sembrano tutti molto meno fiduciosi nel presente e, soprattutto, nel futuro. L’attuale situazione di certo non aiuta ma bisogna comunque tenere presente che le interviste e il viaggio on the road lungo la Penisola l’autrice li ha compiuti prima dell’esplosione della pandemia da Sars-Covid 19. 

Ed è sempre con lo sguardo rivolto indietro che tutti gli italiano sembrano riuscire a trovare la forza per affrontare il presente e prepararsi al futuro. In particolare in quella che è diventata l’archetipo per eccellenza del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Che vuol anche significare, in tempi duri, aguzzare l’ingegno per fronteggiare le necessità.

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Bibliografia di riferimento

Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, ilSaggiatore, Milano, 2021

L’autrice

Gaia van der Esch: nata da genitori italo-olandesi, è cresciuta in Italia ma ha vissuto a lungo all’estero. Ha lavorato con diverse Ong e collabora con la presidenza italiana del G20. 

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Ruanda: il genocidio con tanti responsabili e pochi complici

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Il 27 maggio 2021 il presidente francese Emmanuel Macron si è recato in Ruanda e, nel corso della visita al Genocide Memorial di Kigali, ha ammesso le responsabilità del governo francese che, nel 1994, aveva inviato nel Paese africano i militari della missione Turqoise, operativa tra giugno e agosto di quell’anno. Sono oltre venticinque anni che i rapporti tra i Paesi sono tesi proprio in conseguenza agli eventi di quel periodo storico e al ruolo, mai chiarito fino in fondo, svolto dalla Francia. Primo presidente a recarsi in Ruanda dal 2010, Macron ha dichiarato che la Francia ha deluso le 800mila vittime del genocidio ma che non vi è stata alcuna complicità imputabile al suo Paese. Il presidente Paul Kagame è parso soddisfatto per le parole di Macron, mentre dissensi e malumori hanno caratterizzato la reazione del partito di opposizione Rwandese Platform for Democracy e delle associazioni a sostegno dei familiari delle vittime del genocidio.

IL QUARTO GENOCIDIO DEL XX SECOLO

Ma cosa è accaduto esattamente in Ruanda nel 1994? Il quarto genocidio del XX secolo, dopo quello degli armeni, degli ebrei e dei cambogiani. 1

All’indomani del Secondo conflitto mondiale, le idee indipendentiste iniziarono a circolare lungo tutto il continente africano. Anche in Ruanda, dove si diffusero maggiormente tra la popolazione di etnia tutsi. Gli hutu si mostrarono invece sempre più nazionalisti e restauratori. Col tempo emerse una vera e propria ideologia dell’ingiustizia sociale su base etnica: gli hutu erano la maggioranza oppressa mentre i tutsi erano i nuovi potenziali oppressori. 

Gli scontri su base etnica e politica si sono susseguiti lungo tutta la seconda metà del secolo ma il periodo cruciale della recente storia del Ruanda si snoda tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. 

Il costante rifiuto del presidente ruandese Habyarimana di prendere in considerazione qualsiasi proposta di rientro dei profughi tutsi in Uganda aveva inasprito i toni delle rivendicazioni degli stessi, riunitisi nel Fronte Patriottico Ruandese (Front Patriotique Rwandais). Gli scontri tra l’Fpr e l’esercito regolare, sostenuto dalla guardia regolare dello Zaire e da aiuti provenienti da Belgio e Francia, divennero sempre più frequenti e sanguinosi. 

L’Fpr rappresentava, nell’immaginario del tempo, il vento nuovo della democrazia e della lotta al neocolonialismo impersonato invece da Habyarimana. Il nuovo comandante del Fronte, Paul Kagame, oggi presidente della Repubblica di Ruanda, era considerato esponente di rilievo della dottrina dell’Africa Renaissance, ostile al vecchio sistema di corruzione e favorevole a democrazia e liberismo economico. 

Nel Paese furono ripristinati vecchi metodi, già utilizzati al tempo della Prima Repubblica: ad ogni attacco del Fronte Patriottico Ruandese si rispondeva con un massacro di cittadini tutsi.

Il conflitto e il genocidio che hanno travolto il Ruanda nel 1994 rappresentano l’emblema drammatico delle guerre etniche africane. Un numero elevatissimo di vittime in poco più di due mesi, quasi tutti tutsi ma anche oppositori hutu.

È stato calcolato che circa trentadue mila responsabili amministrativi di ogni livello, coadiuvati da circa cinquanta mila miliziani interahamwe, dirigessero le operazioni di genocidio, mentre l’esercito regolare era occupato ad affrontare l’Fpr.

Il 6 aprile 1994, l’abbattimento dell’areo sul quale viaggiava il presidente Habyarimana, di ritorno dal vertice tenutosi a Dar es Salaam per favorire un accordo di pace che includesse anche l’Fpr nel nuovo governo di unità nazionale, sembrò essere il segnale atteso per dare il via al cruento genocidio consumatosi, a partire dalla città di Kigali, in tutto il Paese.

Le vittime furono centinaia di migliaia in poche settimane, ma l’emergenza internazionale scattò tardi, solo quando quasi un milione di ruandesi si spostò verso lo Zaire per cercare riparo. È a questo punto che partì l’operazione francese Turqoise, ufficialmente per evitare un ennesimo e finale bagno di sangue. In realtà si suppone che lo scopo principale di questa missione, al pari di quella posta in essere dal Belgio, sia stato mettere in salvo i propri connazionali. Anche se si è sempre vociferato un intervento militare francese al fianco delle milizie hutu in ritirata dopo l’arrivo del Fpr. I caschi blu dell’Onu presenti da tempo nell’area con l’operazione Unamir – United Nations Assistance Mission for Rwanda (Missione delle Nazioni Unite di assistenza al Ruanda), autorizzata nell’ottobre 1993 con la Risoluzione 872 e successivamente riconfermata e ampliata, non erano autorizzati a intervenire perché frenati da un mandato che impediva loro l’uso delle armi. Lo scopo principale della missione era supportare e implementare il cammino di pace sancito dagli Accordi di Arusha. Il grosso del contingente si ritirò subito dopo l’esplosione delle violenze. I militari belgi che ne facevano parte furono addirittura accusati di essere complici nell’abbattimento dell’areo del presidente e, alcuni di loro, uccisi.

IL NAZISMO TROPICALE

Il genocidio in Ruanda e il conseguente spostamento in massa di ruandesi oltre il confine, ha aperto una fase di grande instabilità in tutta l’area africana dei Grandi Laghi e, con un intervallo di pochi anni, divenne il detonatore della più grande guerra africana, consumatasi nello Zaire di Mobutu.

A partire dall’ottobre del 1994 il conflitto tra autoctoni zairesi e banyarwanda si trasformò in una guerra di tutti contro i tutsi. Tra il 1995 e il 1996 decine di migliaia di tutsi furono uccisi, ebbero le terre confiscate oppure dovettero rifugiarsi in Ruanda. Anche in questo caso si è parlato di pulizia etnica. Nazismo tropicale è stato definito dallo storico Jean-Pierre Chrètien. 2

Poco hanno fatto o potuto i tribunali costituiti dall’Onu, come anche quelli definiti popolari, Gacaca. Tradizionali tribunali informali nei quali gli anziani erano solitamente chiamati a dirimere controversie di vita quotidiana, i Gacaca furono autorizzati nel 2001 dal governo ruandese a operare in via ufficiale.

Nel loro articolo apparso su African Affairs, Allison Corey e Sandra F. Joireman cercano di dimostrare come, in realtà, i Garaca, istituiti per recuperare l’arretrato di casi di genocidio non processati, abbiano poi in un certo qual modo ingenerato ulteriore confusione e imprecisione. Questi tribunali infatti avrebbero effettuato una eccessiva e troppo netta suddivisione tra i casi di genocidio e quelli di crimini di guerra, processando solo i primi. Ciò ha portato a una protratta insicurezza per tutta la popolazione ruandese, poiché così facendo si persegue una giustizia iniqua, si accentua il divario etnico e il processo viene visto più come una vendetta che una giustizia. 3

È necessario comunque sottolineare come, della terminologia connessa al genocidio, si tende a fare un uso politico sempre più strumentale – nel bene e nel male. Fenomeno più o meno simile a quanto accade, più in generale, con la terminologia dei diritti umani. Importante quindi precisare quale sia l’effettiva portata normativa della nozione di genocidio, quale sia cioè lo specifico giuridico di tale concetto. 4

Il valore giuridico tutelato dal primo paragrafo della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine internazionale di genocidio adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948 con Risoluzione 260 (III) A, risulta essere la conservazione del gruppo umano. Colpire una massa di individui per motivi diversi dal mero fatto di appartenere a quel gruppo umano protetto (per esempio per motivi politici), non costituirebbe genocidio.

Ecco allora che bisogna chiedersi, per esempio, se per gli esecutori materiali sia davvero possibile parlare del medesimo dolo di cui è portatore il leader, la mente, che ha premeditato, pianificato e scatenato le azioni violente e delittuose. È indubbio che il genocidio sia un crimine collettivo. Per questo i tribunali internazionali indicano una sorta di “intento genocidiario collettivo”, pensato dai leader ma trasmesso poi a tutti gli agenti. Ma questa indicazione manca nella Convenzione.

Paolo De Stefani individua tre livelli di mens rea:

  • I leader della campagna genocidiaria.
  • Gli esecutori partecipi all’ideologia genocidiaria.
  • I complici (aiders and abettors).

Individuando poi nella seconda categoria la più significativa. Infatti, è proprio quando l’ideologia genocidiaria diventa una convinzione diffusa tra larghe fasce di popolazione, e cioè quando si affermano apertamente nel tessuto sociale comportamenti diffusi di carattere genocidiario, che un genocidio si attua nella sua forma più piena. Esattamente quello che è accaduto in Ruanda nel 1994.

Il 2 settembre 1998 il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite, emanò la prima condanna a livello mondiale per il reato di genocidio. Jean-Paul Akayesu fu giudicato colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità per le azioni che aveva commesso personalmente o alle quali aveva sovrinteso mentre era sindaco della città ruandese di Taba. Sebbene dapprima egli era riuscito a tenere lontani i massacri, dopo una riunione con i leader del governo provvisorio, avvenuta il 18 aprile, qualcosa cambiò profondamente nella cittadina e anche, sembrerebbe, nella sua persona. Akayesu smise i panni civili, indossò una divisa militare e sembrò fare della violenza il suo nuovo modus operandi, al punto da trasformare quelli che erano stati luoghi tranquilli e sicuri fino a quel momento in luoghi di tortura, violenza e omicidio.

Sconta la condanna all’ergastolo in una prigione del Mali. 5

Durante la visita a Kigali, il presidente francese Macron non si è mai apertamente scusato, per le azioni del suo Paese, pur ammettendo le responsabilità per quanto accaduto. La Francia quindi è pronta a riconoscere la parte di sofferenze che ha inflitto ai ruandesi ma ciò non significa, secondo le parole di Macron, che sia stato versato sangue innocente ruandese per mano di complici francesi.

Di scuse dirette, come quelle esternate già nel 2000 dal Belgio, non se ne parla. Ma è un altro passaggio del discorso del presidente francese a meritare un approfondimento, ovvero quando si sofferma sull’importanza di riconoscere questo passato ma, soprattutto, proseguire l’opera di giustizia. Ecco allora che la mente rimanda ai tanti ruandesi riparati in Francia e al ruolo che alcuni potrebbero aver avuto nel massacro.

Il 16 maggio 2021, dopo ventisei anni vissuti in latitanza in diversi paesi europei, è stato arrestato in Francia Félicien Kabuga, presunto finanziatore del genocidio del 1994, accusato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio nel 1997.

CRISI POLITICA E CONFLITTO ETNICO: A CHE PUNTO SIAMO?

In età recente, quattro sono state le fasi acute del conflitto che ha infiammato il Ruanda:

  • L’accesso all’indipendenza tra il 1959 e il 1962.
  • La crisi dei rifugiati tra il 1963 e il 1966.
  • La crisi esplosa tra il 1972 e il 1973 culminata nel colpo di Stato.
  • La crisi esplosa tra il 1990 e il 1994, culminata nell’atroce genocidio.

Tutte queste crisi sono imputabili alle ideologie derivanti dalla diversità etnica, che hanno reso il Ruanda l’archetipo del paese tribale agli occhi del mondo.

All’arrivo dei tedeschi, sul limitare del XIX secolo, la società e la monarchia ruandesi erano un sistema feudale in piena evoluzione. I colonizzatori si limitarono inizialmente a congelare la situazione preesistente. Anche il Belgio dapprima attuò una forma di governo indiretto, ma poi manovrò per scaricare il malcontento sul prestigio della monarchia feudale, attuando de facto una separazione tra il re e i capi collina tutsi. Un numero sempre più alto di giovani tutsi venne scelto dai colonizzatori per le cariche amministrative e come capi villaggio o capi collina.L’intervento europeo sulla società feudale del Ruanda aveva trasformato i rapporti sociali, indurendoli attraverso gerarchie d’importazione e contribuendo in maniera cospicua alla loro razzializzazione. 6

Gli hutu erano circa l’84 per cento della popolazione, i tutsi il 14 e il restante 1 per cento era composto dai twa pigmei.

Una ricerca condotta a Bruxelles tra il 2001 e il 2003 presso le comunità di rifugiati ed esuli ruandesi ha mostrato come la questione identitaria sia stata ulteriormente acutizzata proprio a causa della condizione di popolo in diaspora. Molti dei ruandesi residenti in Europa, in America o altrove, si sentono sopravvissuti tutsi del genocidio ruandese, oppure ingiustamente stigmatizzati come carnefici hutu. In entrambi i casi, la percezione che hanno di loro stessi, del Ruanda e degli assassini dei loro familiari è molto più etnica di quanto non lo fosse in passato. 7

In Ruanda invece la presidenza Kagame ha sempre dichiarato di voler sopprimere l’appartenenza etnica, in linea con le idee del nazionalismo africano convenzionale, che condivide e condivideva con quello più radicale la volontà di de-razzializzare le istituzioni, lo Stato e il diritto.8

1Mario Giro, Guerre Nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020

2Jean-Pierre Chrètien, Un “nazisme tropical” au Rwanda? Image ou logique d’un génocide (articolo), Vingtième Siècle. Revue d’histoire, Anno 1995, pp. 131-142.

3Allison Corey, Sandra F. Joireman, Retributive Justice: The Gacaca Courts in Rwanda (articolo), African Affairs, 2004, pp. 73-89.

4Paolo De Stefani, Nozioni e contesti del crimine internazionale di genocidio (articolo), Pace Diritti umani – Peace Human Right, 1/2008, pp. 31-56.

5Ruanda: La prima condanna per genocidio, United States Holocaust Memorial Museum. ( https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/rwanda-the-first-conviction-for-genocide )

6Mario Giro, ibidem

7Carla Pratesi Innocenti, Ibuka. Pratiche, politiche e rituali commemorativi della diaspora ruandese, Annuario di Antropologia 5, 2005, pp. 121-133.

8Stefano Bellucci, Africa contemporanea. Politica, cultura, istituzioni a sud del Sahara, Carocci Editore, Roma, 2010.

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Movimenti per i diritti civili degli afroamericani: da Black Panther a Lives Matter

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Quest’anno ricorre il centenario del massacro di Tulsa, avvenuto tra il 31 maggio e il 1 giugno 1921. Le violenze iniziarono allorquando un gruppo di uomini bianchi circondarono la prigione ove era rinchiuso un ragazzo nero per l’accusa di aggressione ai danni di una giovane donna bianca. 

Gli scontri, tra il gruppo di uomini bianchi e quello dei neri accorsi in difesa del giovane afroamericano Dick Rowland, si svolsero nel quartiere di Greenwood, abitato da una comunità di circa dieci mila persone e ricco di negozi e ristoranti di proprietà degli afroamericani. 

Le vittime stimate furono nell’ordine di circa trecento, ingenti i danni economici e migliaia le persone rimaste senza un’abitazione. Numerosi infatti furono gli incendi che devastarono gran parte del quartiere. 

La visita del presidente Joe Biden, l’inaugurazione del museo Greenwood Rising e altri eventi legati alla commemorazionehanno rinvigorito il dibattito e gli scontri sui tragici eventi di cento anni fa. 

Ben intenzionati a cogliere l’occasione dell’attenzione mediatica cresciuta in maniera esponenziale sembrano essere i gruppi che si definiscono New Black Panther con manifestazioni e cortei a favore del Secondo Emendamento e sull’uso, per loro legittimo, delle armi. 

È bene però precisare, a questo punto, che, nonostante il nome possa ingannare, il movimento New Black Panther Partynulla ha a che vedere con l’originale i cui ex membri lo hanno sempre indicato come illegittimo e definito «un gruppo che fomenta l’odio». 

Il movimento BPP, originariamente chiamato Black Panther Party for Self-Defence, nasce ufficialmente a Oakland, in California, nel 1966 per opera di Huey P. Newton e Bobby George Seale. Lo scopo dichiarato era sviluppare ulteriormente il movimento di liberazione degli afroamericani e la sempre maggiore conquista dei diritti civili, sull’onda del rapido sviluppo in tal senso ad opera degli attivisti Malcom X e Martin Luther King. Dai quali comunque si distinsero fin dalle origini per il rifiuto della nonviolenza, principio a cui sostituirono quello della autodifesa – self-defence appunto – e la pratica del Patrolling consistente nel pattugliare le strade allo scopo di vigilare sull’operato della polizia, scoraggiandola così dall’intraprendere comportamenti violenti e abusanti nei confronti delle persone nere. 

L’obiettivo delle black panther era il radicamento sociale e territoriale. Numerosi furono i programmi a favore della comunità: dalla colazione per i bambini all’assistenza sanitaria fino alla scuola di educazione politica per gli adulti. 

Anche per questo, forse, ben presto finirono nel mirino dell’FBI che, con l’uso di agenti sotto copertura, blitz nelle sedi, arresti e varie forme di repressione, riuscì a spaccare il movimento. 

Sul numero 2/2006 di Gnosis sono stati inseriti i documenti confidenziali del Rapporto FBsul Black Panther Party . Nell’articolo, a firma di Maurizio Molinari, sono riportate per esteso le strategie poste in essere dall’agenzia americana con lo scopo di contrastare il movimento con una vasta e articolata operazione di intelligence. 

Molto ricorrente nelle pubblicazioni dell’organizzazione è l’attacco alla polizia, la denuncia delle violenze subite per mano dei poliziotti e, anche, l’invito ad armarsi e difendersi. 

Ripercorrendo la storia dei movimenti e delle lotte per i diritti civili degli afroamericani ricorre spesso, o comunque viene dagli stessi citata, la violenza da parte dei poliziotti ai danni di civili neri. 

Il recente movimento Black Lives Matter (BLM) è sorto proprio come protesta contro gli omicidi di persone nere da parte della polizia. Il movimento è sorto nel 2013 ma è stato in seguito all’assassinio di George Floyd nel 2020 che esso ha riscosso maggiore attenzione a livello internazionale. 

Sul sito si presentano come una rete che opera a livello globale allo scopo di ridurre, se non proprio eliminare, la supremazia dei bianchi, e costruire una voce, un potere, che possa agire contro le violenze perpetrate ai danni della comunità dei neri.

Pochi giorni fa, il 24 maggio, è stata gravemente ferita una tra le figure più note del movimento Black Lives Matter del Regno Unito, Sasha Johnson. Un comunicato ufficiale del movimento ha descritto l’accaduto come una violenza giunta dopo numerose minacce di morte a causa proprio del suo attivismo politico. Mentre Scotland Yard ha dichiarato che l’episodio è legato a una sparatoria tra gang rivali e nel quale l’attivista sarebbe rimasta coinvolta per errore, a causa di una tragica fatalità. 

Anche Sasha Johnson, soprannominata la Pantera Nera di Oxford, nei suoi discorsi pubblici, si è più volte scagliata contro la violenza della polizia. 

Subito dopo l’uccisione di George Floyd, Amnesty International lancia una campagna denuncia e una raccolta firme per fermare gli abusi della polizia negli Stati Uniti, cercando di porre l’attenzione su cinque punti focali:

  • Nessuno degli Stati è conforme alle leggi e agli standard internazionali sull’uso letale della forza da parte della polizia.
  • La maggior parte dei decessi per mano della polizia è il risultato di un’azione di un agente che ha usato un’arma da fuoco.
  • In molti casi, gli agenti hanno sparato più volte alle persone.
  • Secondo Mapping Police Violence nel 2019 i neri erano il 24% delle persone uccise dalla polizia, nonostante siano solo il 13% della popolazione totale. 
  • Una legge del 1996 ha autorizzato il Dipartimento della Difesa a fornire un surplus di attrezzature alle forze dell’ordine. Con il risultato che queste sono in possesso di attrezzature progettate per uso militare. 

Per Amnesty International, come anche per altre organizzazioni della società civile, andrebbero:

  • Approvate leggi per limitare l’uso della forza letale da parte della polizia.
  • Raccolti e pubblicati dati dettagliati e disaggregati sulle persone uccise dalla polizia.
  • Avviate indagini complete, indipendenti, imparziali e trasparenti ogni qual volta si verifichi un caso di uso letale della forza da parte della polizia.
  • Indagati, da parte del Dipartimento di giustizia, i poliziotti che hanno violato i diritti umani.

In mancanza di dati ufficiali esatti, soggetti privati cercano di mantenere aggiornate le statistiche. Lo fanno i giornalisti del Washington Post con Fatal Force oppure i progetti privati Fatal Encounters e Mapping Police Violence. Quest’ultimo in particolare rende fruibili pubblicamente i dati raccolti. Il primo giugno risultano 429 omicidi da parte della polizia nel 2021. 

Roland G. Freyer Jr, professore di economia ad Harvard, ha pubblicato su NBER (National Bureau of Economic Research) un working paper nel quale analizza l’eventuale corrispondenza tra l’origine etnica della vittima e la violenza perpetrata dalla polizia americana. Lo studio porta infatti l’emblematico titolo: An empirical analysis of racial differences in police use of force

La ricerca ha dimostrato che le persone nere, uomini o donne che siano, vengono trattati in modo molto più brutale da parte degli agenti di polizia, ovvero è più facile e comune che siano strattonati, ammanettati, spinti a terra, rispetto a quanto accade in presenza di fermati bianchi, uomini e donne. Ma, quando si tratta di sparatorie, con particolare riferimento alla città di Houston, la polizia sembra agire senza un evidente pregiudizio razziale: bianchi e neri vengono uccisi con la stessa frequenza. 

Tuttavia ci sono dei limiti alla ricerca condotta da Fryer che evidenzia egli stesso, ovvero il fatto che si tratta di dati parziali e di informazioni relative a quanto accade dopo il fermo e l’arresto, non ci sono indagini precise sulle probabilità e su quanto accade in precedenza al fermo. 

Nel suo studio su Democrazia, schiavitù e razzismo negli Stati Uniti, Marco Sioli, professore associato di Storia dell’America del Nord all’Università di Milano, analizza in dettaglio l’attualità di Frederick Douglass e il movimento Black Lives Matter

In tanti, all’interno dell’universo attivista afroamericano, si sono ispirati a Douglass e ai suoi insegnamenti, non da ultimo il presidente Barack Obama, ma tra tutti la persona che ha fatto propri i suoi pensieri, è stata Angela Davis, attivista e tra i membri più noti del Black Panther Party, la quale lo ha definito «il più importante abolizionista nero del paese e, nella sua epoca (1818-1895, ndr), anche tra i più eminenti sostenitori maschili dell’emancipazione delle donne». Davis, come molti attivisti prima di lei, hanno fatto proprio il motto di Douglass: «Il mio ruolo è stato di raccontare la storia dello schiavo. Per la storia del padrone non sono mai mancati i narratori».

Nel suo discorso pubblico a Rochester il 5 luglio 1852, Frederick Douglass aveva parlato del bisogno di fuoco per sovvertire lo stato di cose che opprimeva gli afroamericani. «Non abbiamo bisogno di luce, ma di fuoco» furono le esatte parole. Lo stesso fuoco cui si appellò l’intellettuale nero James Baldwin quando nel 1963 scrisse Next Time Fire (“La prossima volta il fuoco”).

E il fuoco arrivò, nel 1965, con la rivolta razziale per le strade di Watts, a Los Angeles, in conseguenza del fermo di un automobilista afroamericano da parte di una pattuglia di poliziotti bianchi. Più violenta delle proteste precedenti a New York, Philadelphia e Rochester. Una protesta cui seguirono numerose rivolte che si protrassero per tutti gli anni Sessanta. 

I fermi, gli arresti e le violenze c’erano stati anche in precedenza e ci sono stati anche dopo. Esattamente come oggi. I fermi, gli arresti, le violenze e gli omicidi non si sono mai fermati, neanche durante la presidenza Obama. Tant’è che proprio quando c’era lui alla Casa Bianca si è formato il movimento Black Lives Matter. E allora perché in alcuni periodi le proteste si scatenano e la violenza sembra diventare incontenibile?

Una lettura del fenomeno potrebbe essere legata al clima di odio e restaurazione che si viene a creare, o si lascia intendere di volerlo fare, da esponenti politici o membri influenti delle rispettive comunità. Per i disordini conseguenti l’assassinio di George Floyd, per esempio, si potrebbe ipotizzare una motivazione legata non solo al singolo tragico accadimento ma anche e soprattutto al clima teso ingenerato dalle politiche razziali e reazionarie del presidente Trump. 

Evidente che in quel periodo il sogno afroamericano di vedere realizzata l’America post-razziale di Obama era ormai svanito da tempo. 

Nel discorso pronunciato il primo giugno 2021 a Tulsa, per il centenario dalla strage razziale, il presidente Joe Biden ha annunciato azioni mirate, da parte della sua amministrazione, volte a migliorare la condizione esistenziale della comunità nera, anche dal punto di vista economico. 

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Teoria e pratica del lavoro sociale: “Intercultura e social work” di Elena Cabiati (Erickson, 2020)

Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità. “Classificare, Separare, escludere” di Marco Aime (Einaudi, 2020)

Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)

Continuare a lavorare per un mondo migliore. “L’ultima lezione” di Zygmunt Bauman (Editori Laterza, 2018)

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