SPECIALE WMI: Il ruolo culturale delle biblioteche oggi in Italia

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Qual è il ruolo culturale delle biblioteche, pubbliche e private, oggi in Italia? Perché, nella società che si definisce dell’informazione, i luoghi simbolo della cultura vera, come appunto le biblioteche, si considerano ormai obsoleti, superati, inutili? Che relazione si pone tra diritto alla conoscenza, libertà di pensiero e di espressione e libertà di accesso all’informazione? I libri e la libertà. Le biblioteche e la democrazia. Bibliotecari e pubblico. Il rapporto dei cittadini con la lettura.

Le biblioteche sono istituzioni che, inspiegabilmente, restano fuori da ogni dibattito, mediatico e istituzionale, sulla cultura. Eppure esse rappresentano non solo i luoghi fisici di conservazione della memoria del passato ma, soprattutto, la struttura, la tecnica, il metodo, la fisicità e la possibilità concreta per la creazione di una cultura, di un’informazione e anche una educazione, quanto più ampie e diffuse possibile, che non siano faziose, di parte o partitiche, settarie e limitate.
Proprio le biblioteche, le quali rimangono ancora oggi estranee ed esterne alle logiche del mercato, all’economia imperante, al consumismo e alla superficialità di una conoscenza priva di fondamenta solide e logiche.
Michel Melot sosteneva che «la biblioteca è una macchina per trasformare la convinzione in conoscenza. La credulità in sapere». Come riportato anche nella premessa al testo L’azione culturale della biblioteca pubblica di Cecilia Cognini (Editrice Bibliografica, 2014).

Cognini ricorda che uno degli obiettivi dei programmi di Europa 2020 è proprio quello di «promuovere e consolidare la società della conoscenza». Ponendo al centro l’istruzione e le competenze, la ricerca, l’innovazione e la società digitale, allo scopo di favorire «un uso intelligente e consapevole delle nuove tecnologie». L’economia della conoscenza si basa sulla centralità del ‘capitale umano’ come «elemento capace di determinare un andamento positivo dello sviluppo di un paese». Nello scenario sociologico internazionale sempre di più si sta consolidando il bisogno di superare il PIL come indicatore dello stato di benessere di un paese, in Italia «lo Cnel e l’Istat hanno elaborato degli indicatori per misurare il BES, il benessere equo e sostenibile», ricollegando concettualmente il tasso di benessere di una società a fattori che «comprendono cultura e salute e altri aspetti immateriali della vita contemporanea».

Ecco che entra in gioco il concetto di apprendimento per tutto l’arco della vita, che diventa «un aspetto essenziale nella prospettiva esistenziale delle persone». L’intelligenza degli individui, ma anche quella di ognuno, non può essere ricondotta a una sola tipologia, «educare a pensare la complessità diventa un obiettivo rilevante per la società della conoscenza». L’azione della biblioteca pubblica può essere interpretata come una «sintesi efficace delle diverse vocazioni e stratificazioni di senso che il concetto di cultura rappresenta».
Affinché cultura e creatività si radichino in un territorio è necessario che si sviluppi una “atmosfera creativa”. In base al concetto largamente esposto nelle sue opere da Walter Santagata, per rendere percepibile un’atmosfera creativa è necessario che «il bagaglio di idee e creatività raggiunga un certo livello» e che siano presenti determinati ingredienti: «le reti creative, i sistemi locali della creatività, le microimprese di servizi». Anche le biblioteche, gli archivi e i musei sono soggetti essenziali da questo punto di vista, perché anch’essi qualificano il tessuto economico e sociale di un dato territorio, «aumentando la predisposizione delle persone a investire nelle loro capacità e competenze conoscitive e accrescendo la qualità sociale di una comunità».
Laddove per “qualità sociale” deve intendersi la misura secondo cui le persone sono capaci di «partecipare attivamente alla vita sociale, economica e culturale e allo sviluppo delle loro comunità», in condizioni che migliorino il benessere collettivo e il potenziale individuale.

Nella filiera del patrimonio culturale proprio le biblioteche possono conquistare «un ruolo e una rilevanza centrali, ancora solo parzialmente esplorate», e contribuire, per la loro capillarità e accessibilità e la loro vocazione alla divulgazione, a «promuovere la più ampia conoscenza e fruizione possibili del patrimonio culturale del nostro paese». Come indicato nel Manifesto IFLA/Unesco, la biblioteca pubblica svolge un «ruolo centrale anche nel promuovere la consapevolezza dell’importanza dell’eredità culturale che è propria di una comunità e di un territorio», non solo nel senso più scontato del mettere a disposizione del pubblico i fondi di storia e cultura locale o i documenti conservati nelle sezioni “Manoscritti e Rari”, ma più in generale come «promozione della capacità di lettura e interpretazione del patrimonio culturale di una comunità» al fine di trovare nuovi modi per raccontarlo, «nella consapevolezza delle nuove sfide poste dalla società multiculturale e dal digitale».

La vita degli adulti dovrebbe essere centrata sull’apprendimento continuo. Una educazione «fortemente correlata a una diversa concezione del sapere», non più focalizzato solo sull’acquisizione di abilità e contenuti ma anche di atteggiamenti e comportamenti. Esiste un sottostimato ma innegabile «legame fra formazione permanente e sviluppo democratico della comunità». L’atto di conoscere è a un tempo biologico, linguistico, culturale, sociale e storico e «la conoscenza non può essere dissociata dalla vita umana e dalla relazione sociale».
Nicholas Carr sostiene che la rete ci ha confinato nella superficialità e nell’incapacità di approfondire, mentre Rheingold Howard ritiene che questa ci aiuti a sviluppare appieno tutto il potenziale dell’intelligenza collettiva. Per Cecilia Cognini forse hanno ragione entrambi. Innegabile è di sicuro il fatto che internet e le nuove tecnologie hanno «modificato le modalità di apprendimento, i contesti e gli scenari di riferimento e con essi il ruolo delle biblioteche», da ricercarsi proprio nella formazione permanente.

La formazione permanente può avere un ruolo centrale nel «contrastare il ritardo di alfabetizzazione presente nel nostro paese».
Stando ai dati ISOFOL-PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) l’Italia è la più bassa fra i paesi Ocse per partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale degli adulti, con appena il 24% a fronte di una media del 52%. In questo ambito la biblioteca «può promuovere una visione proattiva e non passiva della cultura».
Per Cecilia Cognini l’azione della biblioteca si esplica sostanzialmente in quattro modi:
Predisposizione all’accesso.
Formazione dei cittadini.
Definizione di un ambiente sicuro.
Costruzione della motivazione a imparare.

Nella premessa al testo di Mauro Guerrini curato da Tiziana Stagni De Bibliothecariis. Persone Idee Linguaggi (Firenze University Press, 2017) Luigi Dei, magnifico rettore dell’Università degli Studi di Firenze, definisce le biblioteche «uno dei più preziosi patrimoni che le Università posseggono o ai quali gli Atenei fanno costante riferimento come irrinunciabile stella polare per le loro missioni». Per il rettore Dei non bisogna lasciarsi intimorire dal progresso scientifico-tecnologico, dal digitale, dalla rete… perché «la nostra era non è più unica di quanto lo sembrassero le precedenti ai nostri predecessori». I nuovi media troveranno «il loro posto nelle biblioteche» e così i bibliotecari assolveranno alla loro missione secondo modalità «stupendamente innovative e con strumenti d’inenarrabile potenza e versatilità». Il destino che attende quindi queste istituzioni, secondo Luigi Dei, è quello di «rivestire nel futuro un ruolo sempre più centrale nella vita dell’uomo».

Il testo di Mauro Guerrini si apre al lettore con una citazione di Shiyali Ramamrita Ranganathan:

«Fino a quando l’obiettivo principale di una biblioteca fu la conservazione dei libri, tutto quello che si pretese dal suo personale fu che fosse costituito da guardiani capaci di combattere i quattro nemici dei libri: fuoco, acqua, parassiti e uomini. Non era strano che un posto di lavoro in biblioteca rappresentasse il rifugio possibile per le persone incapaci di fare altri lavori. Ci volle davvero molto tempo perché si comprendesse che era necessario un bibliotecario professionale

Per Guerrini il tronco di attività e di competenze che regge la professione bibliotecaria si basa essenzialmente su due temi caratterizzanti: gli utenti e le risorse bibliografiche. «Il bibliotecario mette in relazione positiva queste due entità». La biblioteca pubblica italiana è, in questa fase storica, chiamata a difendere la Costituzione, le istituzioni democratiche, il diritto a un’informazione libera, tempestiva e plurale, «arginando le manipolazioni che pervadono, armai da sessant’anni, l’assetto partitocratico delle istituzioni e dei mass-media». Non può esistere democrazia senza controllo. E il controllo, oltre che dalla tripartizione dei poteri, deve essere esercitato dall’elettorato: «un cittadino bene informato è un requisito della democrazia perché conosce e giudica tramite la scheda elettorale l’operato dei politici, dei potenti, della società».
La biblioteca è chiamata a documentare in modo imparziale i diversi punti di vista dai quali un tema può essere interpretato anche conflittualmente e senza avanzare, in modo evidente o tra le righe, la preferenza per nessuno.

Quella del bibliotecario è una professione, e la capacità di scindere tra orientamenti personali e comportamento professionale fa parte del bagaglio culturale e professionale, «anzi ne determina il livello di professionalità». Libro è libertà sono indissolubili. La biblioteca non è il luogo di una verità unica, e neanche della verità degli altri, è il luogo dove «il lettore deve costruirsi la propria».
Il diritto alla conoscenza, la libertà di pensiero e la libertà di espressione sono condizioni necessarie per la libertà di accesso all’informazione. «Il bibliotecario è il garante dell’accesso a un’informazione libera», senza restrizioni e non condizionata da ideologie, credi religiosi, pregiudizi razziali, condizioni sociali, ecc… «ovvero da tutto ciò che in qualsiasi misura possa rappresentare un fattore di discriminazione e di censura». Suo compito è inoltre garantire la riservatezza dell’utente e «promuovere, quale strumento di democrazia, l’efficienza del servizio bibliotecario».

Guerrini ritiene doveroso cercare di individuare le ragioni, in una prospettiva storica, sia della mancata consapevolezza da parte del cittadino dei servizi e delle potenzialità informative che le biblioteche mettono a disposizione della comunità, sia del venir meno di quei servizi essenziali verso il cittadino da parte di alcuni enti pubblici, motivati dal continuo costante e inarrestabile taglio dei finanziamenti statali. I tagli dei fondi alla cultura sono intesi e lasciati intendere come «tagli al superfluo». E allora, si chiede Mauro Guerrini: «quando si capirà che investire in biblioteche significa investire per la democrazia, lo sviluppo economico e la qualità della vita?»
L’Italia può, o meglio potrebbe, svolgere un ruolo importante a livello politico generale, come «ponte di cultura» ma anche di pace e di libertà intellettuale, di scambio informativo, di modello di conoscenza, «di incontro e di dialogo fra culture diverse, fra Nord Europa e paesi che si affacciano sul Mediterraneo». L’Italia è un Paese di confine che «subisce l’urto dei flussi migratori», ma «la nostra cultura, le nostre biblioteche possono essere un efficace strumento di pace, di diffusione della comprensione e di reciproco rispetto».

Per Antonella Agnoli, autrice de Le piazze del sapere (Editori Laterza, 2014), in una società caratterizzata da disuguaglianza crescente e dalla scomparsa o dalla privatizzazione di molti servizi sociali, «la biblioteca è diventata un presidio del welfare». Occorre fare della cultura una questione politica centrale per il paese, «chiedere al governo e agli enti locali di tornare a investire sulla scuola e sulla cultura». Tante buone pratiche si affermano a livello locale ma, alla fin fine, tutte o quasi sono costrette a cedere sotto il peso di una politica nazionale che «va in direzione opposta».
Inoltre va sottolineato che scuole, università, biblioteche e altre istituzioni culturali sul territorio «non comunicano tra loro, non agiscono in sinergia», non vanno a costituire un «ambiente globale dove i talenti possano svilupparsi e lavorare».
Le biblioteche pubbliche, per Agnoli, devono essere considerate «un servizio universale, come la scuola o l’ospedale». Ma, soprattutto, dovrebbero agire in sinergia con tutte le altre istituzioni culturali, soprattutto afferenti al sistema scolastico, secondo progetti e programmi coordinati dallo stesso Miur per ovviare a oggettivi e oramai sistemici deficit di apprendimento.
Stando ai dati Ocse-PISA (Programme for International Students Assessment), la capacità degli studenti italiani di leggere e interpretare un testo sono molto inferiori a quelli degli studenti degli altri paesi europei. Il che significa che diventeranno adulti non in grado di «leggere un libro o un giornale» e di comprenderne appieno il significato e, soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché «in difficoltà a capire una scheda elettorale, una bolletta della luce o un estratto conto». Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Ne La biblioteca che vorrei (Editrice Bibliografica, 2014) Antonella Agnoli ricorda che ogni giorno in Italia si condividono online 5milioni di foto, Facebook ha 20milioni di iscritti mentre Twitter ne ha 10milioni e afferma che «il prezzo che paghiamo alle meraviglie offerte da iTunes, Youtube, Twitter e Instagram è la rinuncia, del tutto volontaria, ai libri. La fine della lettura». Ma è davvero così? Prima dell’avvento di internet e dei social le persone leggevano davvero molto più di adesso? E in che misura?
Tralasciando i tempi in cui il tasso di analfabetismo era ancora molto elevato e diffuso e osservando l’Italia e gli italiani della seconda metà del Novecento si deve ammettere di trovarsi di fronte un quadro dipinto per la maggiore da radio, calcio e televisione. Internet e i social sono solo il mezzo di distrazione del nuovo millennio che è andato ad aggiungersi o a sostituirsi a quelli imperanti nel secolo scorso. I lettori, quelli forti, che non si lasciavano attrarre dalla televisione nel Novecento non si lasciano sedurre neanche dai nuovi media. I numeri erano pochi allora e lo sono anche oggi. È questo il nocciolo del problema.

Andrea Capaccioni in Le biblioteche dell’Università (Maggioli Editore, 2018) sottolinea come già numerosi stati hanno incrementato gli investimenti per sostenere un più efficiente sistema di istruzione superiore e per fornire ai cittadini un accesso alla formazione lungo tutto l’arco della vita. Gli atenei sono dunque chiamati a svolgere «un ruolo sociale (civic university) sempre più importante» e a garantire livelli qualitativi elevati attraverso «periodiche verifiche dei risultati raggiunti sul piano scientifico e divulgativo». C’è un forte legame tra la biblioteca, l’insegnamento e la ricerca al punto che le biblioteche dell’università sono state definite «specchio dell’educazione superiore». Troppe volte però la biblioteca, invece di «luogo privilegiato della propria missione», viene considerata dagli atenei come mero «strumento da includere tra le attrezzature didattiche».
È tuttavia innegabile che in una società sempre più interessata alla produzione e alla gestione dell’informazione «le università costituiscono un obiettivo strategico per i governi di tutto il mondo» e con esse tutti i luoghi di produzione e conservazione delle informazioni e della cultura, comprese naturalmente le biblioteche.
Si prospetta la necessità di ripensare il ruolo e le funzioni della biblioteca nel nuovo contesto culturale e tecnologico e Capaccioni si chiede se le università siano pronte a gestire il cambiamento. Ma egli stesso rammenta poi che nel mondo è in costante crescita il numero di università che hanno individuato nelle loro biblioteche il luogo ideale per istituire dei learning center «in cui ai tradizionali servizi bibliotecari si affiancano iniziative legate alla didattica e all’information literacy».

Per John Palfrey, autore di BIBLIOTECH (Editrice Bibliografica, 2016), «le biblioteche sono in pericolo perché ci siamo dimenticati quanto esse siano eccezionali». Le biblioteche danno accesso alle abilità e alle conoscenze necessarie per adempiere al nostro ruolo di cittadini attivi. La conoscenza che le biblioteche offrono e l’aiuto che i bibliotecari forniscono «sono la linfa di una repubblica informata e impegnata». Le democrazie possono funzionare soltanto se tutti i cittadini hanno pari accesso all’informazione e alla cultura, in modo tale che possano «essere aiutati a fare buone scelte, siano esse relative alle consultazioni elettorali o ad altri aspetti della vita pubblica». E l’accesso eguale e paritario alla cultura può esserci solo laddove ci siano istituti e istituzioni pubbliche (scuole, atenei, biblioteche, archivi, …) per usufruire dei quali non è importante «quanto denaro si ha in tasca». Nel mondo digitale le biblioteche, come anche gli altri istituti della cultura, devono continuare a ricoprire le funzioni essenziali di accesso libero alla conoscenza, laboratori per lo studio, l’apprendimento e la ricerca, depositi della conoscenza. Esattamente come hanno fatto nel periodo analogico.
Il futuro delle biblioteche è importante per vari motivi, ma per Palfrey in testa alla lista delle priorità vi è fuor di dubbio il loro ruolo nel tutelare in modo certo la conoscenza culturale nel lungo periodo.
Allorquando i nuovi materiali digitalizzati verrano seriamente inclusi nei piani di studio scolastici, «un’iniziativa nazionale fra biblioteche, che renda disponibili documenti di supporto appropriati a tutti i docenti e agli studenti» potrebbe abbattere i costi della transizione per le scuole e permettere agli allievi di avere «un facile accesso e gratuito a strumenti di studio rilevanti».
La scusante che va per la maggiore, in genere, è la mancanza di risorse finanziarie, ma in molti casi le questioni relative all’educazione non hanno molto a che fare con i soldi, quanto piuttosto «con l’amministrazione, la visione, l’impegno».

La mancanza di visione e impegno rischia di continuare a lasciare i cittadini di oggi e di domani in balìa di questo immenso «rumore informazionale di fondo», un vero e proprio «turbine di gossip» che genera una diffusa condizione di alfabetizzati-illetterati storditi «dagli irrilevanti contributi di un pervadente disturbo che li strania da ogni stimolo di autentica realtà». Alfredo Serrai, in La biblioteca tra informazione e cultura (Settegiorni Editore, 2016), indica come unica strada percorribile il progettare «un salvataggio della intellettualità antica racchiusa nelle gloriose biblioteche antiche innestandola nel quadro sistematico di una sintesi culturale che la valorizzi». Naturalmente incorporandola nella storia e nella cultura del passato ma «con le estensioni, gli sviluppi e i rivolgimenti prodotti dalle acquisizioni, tecnologiche e concettuali, del pensiero moderno».
Perché, a rifletterci bene, sottolinea Serrai, il problema di fondo rimane quello del rapporto che si intende avere con il passato. Conservarlo come fossero resti mummificati oppure continuare a «sentirci il ramo più alto di uno stesso grande albero ancora vitale» e verosimilmente prosperoso. Quando le biblioteche si ridurranno a Musei, nel senso di luoghi destinati alla conservazione delle testimonianze, sarà anche la fine della cultura che le biblioteche aveva generate e alimentate.
Chiedersi se spariranno le biblioteche va di pari passo con il domandarsi se continuerà il dissolvimento di quella che si continua a riconoscere ancora come la nostra attuale cultura.

Come conseguenza della aumentata velocità dei mezzi di comunicazione, della immediatezza delle comunicazioni, spesso identiche e ripetitive, si assiste a una generale e uniforme «omologazione concettuale e a un diffuso appiattimento di pensiero». Si percepisce come unicamente reale, «non solo sul piano personale ma anche su quello cosmico», soltanto il presente e l’immediato. Ma se l’informazione non diventa Cultura, ovvero «trama di un ordito molteplice e complesso» che si nutre del passato per affrontare il presente e guardare il futuro, allora è ben poca cosa, avverte Serrai. La biblioteca è e deve sempre porsi come sorgente di cultura e non di informazione o ragguaglio, come sono invece i motori di ricerca molto utilizzati nella navigazione su internet.

La motivazione a documentarsi, a interrogarsi, a immaginare ipotesi risolutive, a indagare e anche semplicemente a leggere può originarsi in «modo intrinseco solo se queste attività vengono comprese come necessarie per capire i mondi con cui si entra in contatto». Se l’intenzione è capire, non è sufficiente porsi di fronte a un testo, bisogna «costruire il proprio testo esplorando altri testi alla ricerca, in primo luogo, di ciò che non si capisce».
Tentare di motivare alla lettura attraverso la proclamazione della sua importanza, l’imposizione della sua realizzazione, la gratificazione del suo essere compiuta si rivelano, pressoché sempre, operazioni non sufficienti a produrre un’abitudine duratura nel ricorrere al documentarsi per conoscere, per capire, perché «non si basano su alcun bisogno del soggetto che dovrebbe compiere l’atto di leggere».
Attualmente in Italia la formazione scolastica «non riesce a trasmettere un approccio metodologico alla ricerca bibliografica» e, soprattutto, «non sempre aiuta a comprendere l’importanza di buoni documenti» per la ricerca e per l’approfondimento «per la vita, per il lavoro, per le scelte importanti».
Tra le convinzioni comuni c’è quasi sempre l’idea, «ben nota ai docenti e ai bibliotecari», che la rete, «o meglio un indifferenziato Google», sia la fonte documentale unica. Naturalmente non è così. È necessario dunque cominciare a trasmettere con fermezza l’idea che l’importante non è solo ottenere delle risposte immediate, indistinte e omogenee, bensì imparare a valutare «quali strumenti potrebbero aiutarci a raggiungere delle informazioni rilevanti, oltre che corrette». E così internet, invece che essere il mezzo attraverso cui si accede, «con approcci specifici, a libri elettronici, articoli scientifici da acquistare, preziosa documentazione di fonte pubblica, documenti open access da consultare, migliaia di cataloghi di biblioteche nel mondo da interrogare,» … diventa un tutto indistinto, in cui il recupero è affidato al «funzionamento di algoritmi non noti o all’uso di pochissime fonti note».
Queste alcune delle importanti indicazioni illustrate da Piero Cavaleri e Laura Ballestra nel Manuale per la didattica della ricerca documentale (Editrice Bibliografica, 2014).
L’obiettivo è quello di rendere gli studenti consapevoli del processo che conduce a «una trasformazione dei dati informativi in reali conoscenza e cultura». Consapevolezze e competenze che il personale docente dovrebbe già aver acquisito.

La lezione di Roberto Tassi del 2015, raccolta da Ugo Fantasia nel testo Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche ed edita da il Mulino nel 2017 è la miglior risposta possibile al quesito di senso sull’esistenza delle biblioteche.
Nel testo si compiono un’analisi e un’indagine sulle origini e sulla storia delle biblioteche, condotte attraverso i testi antichi e i documenti anche meno noti, tali da diventare esse stesse la testimonianza diretta dell’importanza della conservazione. Dal diventare la ragione evidente per la quale tutto il sapere accumulato non deve andare perduto bensì custodito, coltivato, nutrito, incrementato, fortificato.

«Studiare la storia dei testi significa studiare la storia della realtà bibliotecaria.»

Si fa tanto e presto a dire che bisogna avvicinare i giovani alla lettura. E questo è senz’altro un ottimo proposito. Ma gli adulti quanto leggono? Genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, al ministero, la classe politica e dirigente in generale quanto leggono e quanto si documentano in realtà?
L’importanza perentoria delle biblioteche, degli archivi, dei musei e di tutti gli istituti della cultura è innegabile. Ciò che invece va accantonata, dismessa, dimenticata è la convinzione dell’inutilità della cultura e della sua scarsa incidenza sul benessere collettivo, anche economico.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Andrea Capaccioni, Le biblioteche dell’Università. Storia, Modelli, Tendenze, Maggioli Editore (nuova edizione 2018).

Andrea Capaccioni, Le origini della biblioteca contemporanea. Un istituto in cerca d’identità tra vecchio e nuovo continente (secoli XVII-XIX), Editrice Bibliografica, 2017.

Mauro Guerrini, Tiziana Stagni (a cura di), De Bibliothecariis. Persone, Idee, Linguaggi, Firenze University Press, 2017.

Cecilia Cognini, L’azione culturale della biblioteca pubblica, Editrice Bibliografica, 2014.

John Palfrey, Elena Corradini (traduzione di), BIBLIOTECH. Perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, Editrice Bibliografica, 2016.

Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Editori Laterza, 2014.

Antonella Agnoli, La biblioteca che vorrei. Spazi, Creatività, Partecipazione, Editrice Bibliografica, 2014.

Alfredo Serrai, La biblioteca tra informazione e cultura, Settegiorni Editore, 2016.

Piero Cavaleri, Laura Ballestra, Manuale per la didattica della ricerca documentale, Editrice Bibliografica, 2014.

Anna Maria Mandillo – Giovanna Merola (a cura di), Archivi Biblioteche e Innovazione. Atti del Seminario tenuto a Roma il 28 novembre 2006 (Annale 19/2008 dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli fondata da Giulio Carlo Argan), Iacobelli Editore, 2008.

Massimo Accarisi – Massimo Belotti (a cura di), La biblioteca e il suo pubblico. Centralità dell’utente e servizi d’informazione, Editrice Bibliografica, 1994.

Ugo Fantasia (a cura di), Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche (Lezione Roberto Tassi 2015), il Mulino, 2017.


Articolo apparso sul numero 54 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

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L’innovazione è l’evoluzione del capitalismo occidentale. AI, Blockchain e Ubiquitous Computing: ma la tecnologia non dominerà mai sull’uomo. “L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani” di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

Un titolo palesemente provocatorio quello scelto da Alessandro Aleotti per il suo saggio L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani, edito da Bocconi Editore. Voluto proprio per attirare l’attenzione su un tema solo in apparenza molto discusso nel dibattito politico e culturale. Per sottolineare come il termine cambiamento sia oggi «utilizzato con estrema superficialità», dimenticando che, «nel discorso pubblico, il cambiamento appartiene alla complessità dei processi sociali e non alla semplicità del variare dei gusti, delle mode o delle opinioni personali».
La principale sfida che pone il «cambiamento generato dalle trasformazioni economiche e sociali» è quella che, individualmente e collettivamente, «ci deve vedere impegnati nello sforzo di sottrarsi alle egemonie retoriche» le quali, «in nome di una dogmatica apologia del cambiamento, uniformano i pensieri e i comportamenti».

Se è per certo vero che il cambiamento rappresenta «la cifra identificativa della contemporaneità», ciò che per Aleotti permane illusorio è l’idea che le sue forme ci inglobino e, in questo modo, «ci sollevino dall’onere e dalla responsabilità di osservarle e capirle». L’obiettivo a cui richiama il provocatorio titolo del libro è quello di «rafforzare nel lettore un punto di vista personale» che non deleghi le scelte che competono alla «sua capacità cognitiva e spirituale». Rincorrere semplicemente «la velocità del cambiamento», senza soffermarsi in analisi e riflessioni critiche, porta a «esaurire le energie fisiche e instupidire quelle mentali». Necessita invece l’utilizzo, sia sul piano individuale che collettivo, «di un paradigma comportamentale diverso da quello delle narrazioni prevalenti».

Un libro, L’illusione del cambiamento di Alessandro Aleotti, provocatorio nel titolo ma senz’altro molto riflessivo e metodico nel suo contenuto.

Quella in cui viviamo è l’era definita della globalizzazione, una rivoluzione che Aleotti definisce della «mobilità». Un processo che se ha generato «indiscutibili elementi di emancipazione individuale e collettiva», ha contemporaneamente condotto a «una progressiva dissoluzione delle struttura intermedie», a cominciare dagli Stati-nazione, che tradizionalmente «garantivano quadri identitari e forme di protezione agli individui». Conseguenza diretta sono le tensioni cui la condizione umana viene di continuo sottoposta. Due le possibili alternative per l’autore:
– Accettazione di forme di adattamento che, retoricamente protette dalle miracolistiche del cambiamento, rischiano di condurre a un disorientamento individuale e a un’alienazione collettiva.
– Assunzione di responsabilità di un “progetto umano” che non deleghi alcuna soluzione al cambiamento, ma sia in grado di affrontarlo e renderlo funzionale alla condizione esistenziale, ovvero sia capace di dominarlo.
Aleotti protende decisamente per la seconda alternativa.

Il cambiamento è, contemporaneamente, «la struttura del presente, ma anche lo strumento attraverso cui il presente si esprime». L’idea di poter inseguire il cambiamento «adeguando lo sforzo umano alla sua velocità, risulta ben presto velleitaria». Quello che necessita è, quindi, «un approccio strumentale che vede il cambiamento come un ostacolo da superare e non come un fine a cui tendere».

È evidente come la parte preponderante di ciò che consideriamo «cambiamento» nella società contemporanea «derivi dalla Tecnica, cioè dall’implementazione tecnologica ed economica delle innovazioni cognitive» che provengono da scienze considerate esatte come la matematica, la fisica e la cibernetica. I beni prodotti dalla Tecnica divengono un «fine un sé» e «ogni sistema cerca di accaparrarsene la maggior quota possibile», non solo per soddisfare i propri bisogni, ma «soprattutto per stabilire un’egemonia sui soggetti con cui compete».
La tendenza della Tecnica, quindi, mette all’ordine del giorno «il rischio reale che l’uomo ne sia travolto e inglobato». Se ciò non accade è perché, in ultima analisi, «resta un elemento prodotto dallo sforzo umano e, come tale, attribuisce all’uomo ogni responsabilità in termini di dominio e sottomissione». Quindi se è vero che la Tecnica («cioè la forma principale da cui origina il cambiamento») perde la sua «natura strumentale per diventare uno scopo», è altrettanto vero che l’uomo («sia individualmente che come parte di un progetto umano») resta sempre «in grado di decidere di non farne il proprio obiettivo esistenziale».

Analizzando le metamorfosi della Tecnica «da mezzo a scopo» sul «fronte più evidente dell’economia contemporanea», ovvero «la finanziarizzazione», si può vedere con chiarezza come «l’abnorme crescita delle attività finanziarie derivi da paradigmi della Tecnica che danno vita a prodotti – come i derivati – generati da complesse formule algoritmiche». Nessuna forma di scarsità viene debellata dalla gigantesca crescita della ricchezza finanziaria, «confermando la natura non più strumentale del capitale finanziario generata dalla Tecnica».

Sottoposto alla «frusta» di mercati finanziari pienamente inseriti nella società della Tecnica, «lo storico capitalismo industriale riesce a mantenere il proprio tasso di profitto solo a costo di forti riduzioni di manodopera e di spregiudicate strategie disruptive», come la war economy, l’obsolescenza programmata, il sovraconsumo generato dall’economia dei brand e via discorrendo.
L’evoluzione del capitalismo occidentale, «posto che la produzione di beni tradizionali si è spostata sull’asse indo-cinese», prenderà corpo attraverso la produzione di ancora sconosciuti beni e servizi, «di cui la Silicon Valley rappresenta il modello embrionale».
Questo nuovo «capitalismo dell’innovazione» non si porrà più l’obiettivo dell’integrazione lavorativa e sociale della totalità degli individui, ma solo quello di una «crescita trascinata dalle continue accelerazioni della società della Tecnica». In questo scenario evolutivo, ciò che si troverà «sotto» e «sopra» il corpo sociale rappresentato da coloro che lavorano all’interno dell’economia capitalistica «non sarà più una patologia, bensì una parte fisiologica del sistema».

L’impossibilità di scegliere «la via facile della mercatizzazione dei bisogni primari» obbligherà il capitalismo a ricercare sempre più «in avanti» gli spazi da far divenire «economia» e, contemporaneamente, «lo costringerà a ritirarsi da altri fondamentali common goods sociali» come la salute, l’abitazione e il primo accesso al credito.
Attraverso una simile dinamica si genereranno, per Aleotti, le condizioni necessarie a far sì che una fascia significativa di popolazione esca definitivamente dallo «scenario lavorista». Le economie saranno «libere di competere» senza preoccuparsi dei livelli occupazionali e i bisogni primari verranno «garantiti da strutture della Tecnica non assimilabili allo Stato o al sistema capitalistico».
I mercati finanziari assumeranno una funzione di «casa da gioco globale», la cui legittimazione non deriverà più dalla gestione ordinaria dei debiti pubblici e dei risparmi privati, bensì da «globali volontà di potenza che muoveranno le masse monetarie verso la creazione di nuove superfici abitabili del capitalismo», siano esse avventure spaziali, perforazioni terrestri, recupero di terre desertiche o di fondali marini.

Oggi, dunque, conclude Alessandro Aleotti, «la pressione mediatica e la potenza tecnologica» ci pongono di fronte «suggestioni quasi irresistibili». A ogni suggestione, tuttavia, «corrisponde sempre un sacrificio». Perciò, rimanere fedeli a se stessi, «attraverso un agire disincantato», resta la più feconda e consigliabile delle esperienze, anche perché «non vi è alcuna contropartita che superi la vita stessa e la soddisfazione del capire».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


Alessandro Aleotti, 55 anni, bocconiano. Pensatore e realizzatore eclettico, ha fondato e diretto un quotidiano d’opinione, la terza squadra di calcio di Milano, un centro di ricerca sulle trasformazioni urbane e progetti imprenditoriali nell’ITC e nell’editoria. Nel 2014 le sue tavole di “scrittura visiva” sono state esposte al Museo della Permanente. Vive e lavora a Milano


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“L’Italia è finita. E forse è meglio così” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2018)

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L’Italia e l’Europa così come le intendiamo noi oggi a breve non esisteranno più? È questo uno degli interrogativi cui cerca di dare risposta Pino Aprile nel suo nuovo libro, L’Italia è finita. E forse è meglio così, edito dalla casa editrice Piemme a ottobre 2018.
Lo Stivale al centro del Mediterraneo è sempre stato un laboratorio di innovazione, come anche un territorio da dominare. Anche oggi è così, solo che la “conquista” non avviene sul campo di battaglia bensì su quello economico-finanziario.

Cosa faranno gli italiani e gli europei tutti? Cederanno terreno e sovranità lasciando che l’attuale tendenza diventi incontrovertibile oppure ritroveranno il coraggio e la determinazione necessari a ogni popolo che si dichiari tale per risollevare le sorti del proprio Paese?

Con uno sguardo rivolto anche al passato, che rappresenta sempre e comunque l’origine dello stato attuale dei Paesi e dei governi, Aprile analizza ad ampio spettro le spinte separatiste che, come tanti piccoli o grandi focolai, stanno lentamente illuminando un’Europa la quale, esattamente come l’Italia, forse così tanto unita non lo è mai stata.
Un’analisi impietosa, quella condotta da Pino Aprile ne L’Italia è finita, critica e rigida ma mai catastrofica. La speranza che i popoli, prima ancora dei governi o dei vari partiti politici, si ravvedano, si mobilitino e uniti combattano per invertire il flusso separatista e divisionista sembra essere e rimanere il filo conduttore dell’intero libro.

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Tra una manciata di anni l’Italia, e forse l’Europa, non esisteranno più. Almeno come le conosciamo ora. Si spezzeranno per il fallimento della loro economia. E l’attuale governo giallo-verde potrebbe persino essere l’ultimo di un’Italia unita. Lo dicono autorevoli studi e indagini ben noti agli addetti ai lavori. Né l’una, l’Italia, né l’altra, l’Europa, reggeranno alla spinta disgregatrice: divide et impera è una massima che i mercati finanziari conoscono bene. D’altronde, già oggi l’Italia non è più la stessa, così come non lo sono gli italiani: grandi aziende, grattacieli, interi quartieri, fertili terreni, squadre di calcio appartengono ad arabi, cinesi, capitali stranieri. A noi guardano con preoccupazione – o con speranza – le altre nazioni, perché sin dai tempi della conquista romana o della diffusione del cattolicesimo, siamo il laboratorio per innovazioni che si sono propagate in tutto il continente e oltre. A volte anche nefaste. Steve Bannon, ex consulente alla Casa Bianca di Donald Trump e osannato campione dei razzisti e dei neonazisti made in Usa, lo ha detto chiaro e tondo: «Roma è al centro della politica mondiale. L’Italia fa paura». Lui è di quelli che lo sperano. Unita, in realtà, l’Italia non lo è mai stata. È piuttosto il risultato di un’operazione scellerata di saccheggio e conquista, che ha distrutto un Sud proiettato nel futuro industriale e attuato un vero e proprio genocidio per “convincere” i riluttanti meridionali. È questa la crepa, mai sanata, che si allargherà fino a inghiottire tutto l’edificio dell’Italia unita? Mentre collanti storici come la Chiesa perdono terreno, ovunque rinascono comunità non statuali che trovano altrove la propria identità. Ma forse, come insegna il Rinascimento, proprio nelle tensioni e nelle divisioni gli italiani danno il meglio.

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Come per gli altri testi scritti da Aprile, anche ne L’Italia è finita l’autore non manca di sottolineare gli errori commessi e protratti per oltre centocinquanta anni ormai. I pregiudizi ancora imperanti. L’ignoranza palese verso alcune tematiche che si è preferito non indagare mai veramente fino in fondo. Come sempre, Aprile le sue fonti, soprattutto documentali, le cita per esteso.
Non dichiara mai di avere la soluzione per i problemi esposti, bensì di cercarne una valida. Una ricerca che deve necessariamente partire da interrogativi, quesiti, domande per arrivare poi all’analisi delle risposte e delle eventuali proposte.

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PINO APRILE giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale del Tg1, Tv7. È autore di saggi accolti con successo e tradotti in diversi paesi. Terroni, uscito nel 2010 e diventato un vero e proprio caso editoriale, e i successivi Giù al Sud, Mai più terroni, Il Sud puzza, Terroni ‘ndernescional e Carnefici, hanno fatto di Aprile il giornalista “meridionalista” più seguito in Italia, riconoscimento che gli è valso molti premi, tra cui il Premio Carlo Levi nel 2010, il Rhegium Julii nello stesso anno e il Premio Caccuri nel 2012. A New York è stato proclamato “Uomo dell’anno” dall’Italian Language Inter-Cultural Alliance.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice Piemme per la disponibilità e il materiale


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Perché in Italia fa così paura il concorso esterno in associazione mafiosa? Davvero “La Giustizia è Cosa nostra”?

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Il 20 aprile 2015 Panorama pubblica online un articolo a firma Maurizio Tortorella titolato Concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che “non c’è”. L’autore entra nel merito della discussione che, a suo dire, va avanti in Italia da ben 30 anni su questo presunto reato che in realtà nel Codice penale «non esiste».

Tale impasse, secondo la redazione di diritto.it e non solo, sarebbe stata superata già a partire dall’ottobre del 1994, allorquando una sentenza delle Sezioni Unite affermava la «configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione mafiosa per quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano occasionalmente un contributo all’ente delittuoso», annullando in questo modo tutte le obiezioni mosse all’esecuzione dei dettami dell’art. 416 c.p. per cui necessita il far parte in maniera stabile dell’organizzazione mafiosa.

Nel libro La Giustizia è Cosa nostra di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo (Glifo Edizioni, 2018), si parla in maniera approfondita della sentenza Demitry della Corte di Cassazione a sezioni unite del 5 ottobre 1994, «proprio l’anno in cui la nozione di “concorso esterno” in associazione mafiosa ha cominciato a prendere una forma definita».
Demitry era un avvocato indagato per concorso esterno e colpito da un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di aver svolto «attività di intermediazione, tra un giudice e un capomafia di rilievo».
Sono poi seguite a ruota le incriminazioni per concorso esterno in associazione mafiosa «di alcuni magistrati, relativamente a ipotesi di processi aggiustati».

Nel già citato articolo di Panorama, l’autore sottolinea come fosse stato Giovanni Falcone nel 1987 a evidenziare la necessità «di una ‘tipizzazione’ capace di reprimere le condotte grigie» e di come i magistrati hanno continuato a fare «un uso pieno e disinvolto del reato-che-non-esiste».

In realtà basta una scorsa veloce ai risultati forniti dal motore di ricerca online per rendersi conto che il fenomeno è molto più esteso e preoccupante di come lo si vuol dipingere.

Un ex pubblico ministero del Tribunale di Trani, ora giudice del Tribunale di Roma, e un suo collega pm a Roma, in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia, sono stati arrestati con l’accusa di «associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso». Arrestato anche un ispettore di polizia in servizio al commissariato di Corato (Bari). Misura interdittiva (al momento dell’articolo in corso di notifica) per un imprenditore di Firenze. Interdetti dalla professione per un anno due avvocati del Foro di Trani. Alcuni degli accusati rispondono di «associazione per delinquere finalizzata a una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale», altri di «millantato credito, calunnia e corruzione in atti giudiziari».

Agli arresti domiciliari un magistrato del Tribunale di Salerno, poi di Reggio Calabria, che si sarebbe adoperato per «favorire imprenditori ai quali era legato da consolidati rapporti di amicizia, trattando cause riferibili a tali amici con esito favorevole» e «ricevendo dagli imprenditori utilità varie». Ai domiciliari un funzionario giudiziario. Divieto di dimora per quattro imprenditori, obbligo di dimora per un consulente fiscale.

Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio «ha parlato di presunti intrecci giudiziari-massonici su cui farebbe affidamento la ‘ndrangheta per ‘aggiustare’ i processi in Corte di Cassazione». Egli stesso sarebbe stato avvicinato, mentre era nella “gabbia di sicurezza” dell’aula-bunker di Reggio Emilia, «da un avvocato che gli avrebbe detto molto esplicitamente che nei giudizi di merito di Aemilia sarebbero scaturite diverse condanne, ma che, grazie alle sue conoscenze, avrebbe potuto aggiustare il processo in Cassazione».

La notizia è del febbraio 2018. Arrestate 15 persone, tra cui l’ex pm di Siracusa, due avvocati e due imprenditori. Le accuse: «frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari».

A darne inizialmente notizia è stato Il Resto del Carlino, ma le conferme sono poi arrivate anche da «ambienti investigativi». Il giudice potrebbe aver «aggiustato i processi dietro il pagamento di somme di denaro, veicolate attraverso professionisti compiacenti».

Anche il presidente del Tar Basilicata tra i magistrati che sarebbero stati in contatto con l’imprenditore arrestato insieme all’avvocato.

Gli esempi, purtroppo, abbondano da Nord a Sud della penisola. A riportarli è quasi sempre la stampa locale, tranne i casi più “eclatanti”, ovvero quelli che vedono coinvolti nomi e volti noti. Ed è allora che si fa strada il paradosso più becero. Si cerca di non associare tali comportamenti scorretti e criminali con le associazioni malavitose, come se queste fossero delle entità astratte e certamente chiuse in se stesse e non invece riconducibili a tutta una serie di azioni, comportamenti e scelte che vanno dal crimine di strada alla corruzione nei pubblici uffici.
Perché spaventa così tanto parlare di concorso esterno in associazione mafiosa? Perché addirittura si fa fatica ad ammetterne l’esistenza trincerandosi dietro cavilli e formalità legislative?

Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo ne La Giustizia è Cosa nostra hanno parlato in maniera approfondita dei processi aggiustati, del ruolo che svolgono taluni avvocati, delle azioni di alcuni magistrati o giudici e ricostruiscono nel dettaglio alcune storie di «giustizia aggiustata». Un libro edito a dicembre 2018 da Glifo Edizioni ma uscito in prima edizione con Arnoldo Mondadori nel 1995 e passato inspiegabilmente in sordina, sia allora che oggi.

Negando o tentando di ridimensionare il fenomeno si pensa forse di riuscire a nasconderlo, lo si fa anche per l’esistenza delle stesse organizzazioni mafiose. Spiazzano e indignano le parole dell’ex magistrato ed ex presidente del Senato Pietro Grasso allorquando scrive: «Se Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri avessero gettato la spugna, se si fossero piegati alla legittima frustrazione, avrebbe vinto chi non voleva cambiare il nostro Paese e sconfiggere la mafia. Per fortuna hanno vinto loro, abbiamo vinto noi».

Hanno vinto loro? Abbiamo vinto noi? La mafia è stata sconfitta?

Nel libro Le Trattative (Imprimatur, 2018), scritto a quattro mani con il giornalista Pietro Orsatti, Antonio Ingroia afferma: «Non esito a definire Grasso la più grande delusione professionale della mia carriera. Tutte le indagini e le notizie di reato considerate politicamente scomode finivano, in un modo o nell’altro, nel cestino della procura, e la classe politica, di destra come di sinistra, gliene è sempre stata grata».
Si può anche scegliere di vedere, credere e tentare di far credere ciò che meglio piace e non ciò che realmente è. Affermare che la mafia non esiste come non esiste il reato di concorso esterno in associazione mafiosa con tale convinzione da riuscire anche a convincere gli interlocutori. Si può fare e lo si fa. Ma la realtà, beh quella è un’altra cosa.

Del resto ognuno sceglie di credere in ciò che è più in linea con i propri principi e ideali, oppure con la mancanza di questi.
Nel secondo libro della trilogia Silo (Wool, Shift, Dust) edito in Italia da Fabbri Editore nel 2014, Hugh Howey in un dialogo tra un giovane aspirante politico e un senatore ormai navigato del Congresso americano fa dire a quest’ultimo: «La negazione è l’ingrediente segreto da queste parti. È il sapore che tiene insieme tutti gli altri. Ecco cosa dico sempre ai nuovi eletti: la verità salterà fuori – salta sempre fuori – ma sarà mescolata a tutte le bugie. Devi negare ogni menzogna e ogni verità con lo stesso vigore. Lascia che siano i siti web e gli spacconi che frignano di continuo sulle malefatte del governo a confondere il pubblico al posto tuo».

Molto più realistico l’intervento di Alfonso Sabella, magistrato già sostituto procuratore nel pool antimafia di Palermo, nel libro di Bolzoni e D’Avanzo. Egli, pur riconoscendo l’immenso lavoro svolto dal team Falcone e Borsellino e da tanti suoi onesti colleghi, sottolinea come poi ci sia stato «un lento ritorno al passato» e di come oggi si è costretti ad assistere alla celebrazione e all’auto-celebrazione di «inutili professionisti dell’antimafia» che «sbucano come funghi nei talk show e nelle stanze del potere».

In un lungo articolo per penalecontemporaneo.it, rivista online di Diritto edita in collaborazione con le Università Degli Studi di Milano e Bocconi, l’avvocato e magistrato Piergiorgio Morosini entra nel vivo della discussione sulla legittimità o meno del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
«Non condivido l’ostentato scetticismo verso l’istituto del “concorso esterno”. Soprattutto lo “scetticismo” gridato da noti esponenti del mondo politico. […] A mio avviso, è proprio grazie al concorso esterno e all’investimento di fior di risorse investigative, che molte procure hanno potuto, finalmente, esercitare un controllo di legalità più incisivo anche sul versante antimafia».

È con queste inchieste sul concorso esterno che la magistratura «ha dimostrato di non volersi fermare sulla soglia del potere». In effetti, il concorso esterno consente di indagare più efficacemente e agevolmente «sulle alleanze ombra fra clan e classe dirigente», riuscendo così a far luce «sul ‘capitale sociale’ delle cosche, in cui ritroviamo i complici nelle istituzioni, nella società, nel circuito economico-finanziario».
I punti critici della materia non possono essere inquadrati in «una inesistente prospettiva in cui si confrontano “il metodo Falcone” e il “metodo Carnevale”, secondo una sbrigativa proposizione. […] Certe affermazioni, destinate a un pubblico di non addetti ai lavori, risultano giuridicamente inutili e, per lo più, foriere di polemiche che incrinano la credibilità delle istituzioni giudiziarie».

La seconda parte di La Giustizia è Cosa Nostra di Bolzoni e D’Avanzo è interamente dedicata al giudice Corrado Carnevale e alle centinaia di processi di mafia, camorra e ‘ndrangheta cancellati dalla I sezione penale della Cassazione.
Relativamente a ipotesi di processi aggiustati, l’incriminazione di Corrado Carnevale si risolse in una condanna in Corte d’Appello nel 2001, poi annullata senza rinvio in Corte di Cassazione nel 2002. Già negli anni Ottanta «Carnevale stava per essere messo sotto procedimento disciplinare da parte del ministro della Giustizia Rognoni, cosa che non avvenne perché era intervenuto personalmente il presidente Andreotti dicendo che Carnevale non si tocca».

Si legge nel prologo del libro: «L’avvocato può avere un ruolo importante per “aggiustare” i processi ma, com’è ovvio, è il giudice che è tutto. […] Se è un giudice popolare, uno di quei cittadini estratti a sorte per far parte delle Corti d’Assise o d’Appello, allora è un gioco da ragazzi “addomesticarlo”. […] Se il giudice è massone, il lavoro viene meglio. Non si sta a perdere troppo tempo. Per questo, anche per questo, capi famiglia e capi mandamento si sono iscritti alla massoneria».

Nel corso di una video-intervista rilasciata al giornalista Sandro Ruotolo e pubblicata sul canale Youtube di Fanpage.it, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo parla proprio dei legami tra massoneria, politica e mafia.
Il Grande Oriente d’Italia è la maggiore organizzazione massonica in Italia con oltre 23mila fratelli divisi in 850 logge e Di Bernardo ne è stato Gran Maestro per un breve periodo, tra il 1990 e il 1993, prima di decidere di dimettersi proprio a causa dell’ambiente compromesso ivi trovato.
Descrivendo la situazione di Calabria e Sicilia afferma: «Ettore Loizzo dichiara che non c’è solo infiltrazione della n’drangheta nelle logge. Ma che, addirittura, la ‘ndrangheta controlla le logge. […] Io avevo saputo più dei siciliani che dei calabresi».
Ettore Loizzo è stato «Gran Maestro Onorario e reggente, con Eraldo Ghinoi, del Grande Oriente d’Italia nel 1993».

Ancora nel prologo del libro di Bolzoni e D’Avanzo sono riportate le parole di Leonardo Messina, collaboratore di giustizia: «È nella massoneria che si possono avere contatti totali con le istituzioni, con gli imprenditori con gli uomini che amministrano il potere, il potere diverso da quello di Cosa nostra».
Ma sono solo i mafiosi a chiedere favori?
«Quando la cosa è fatta, è logico che il giudice chieda qualche favore».
Ma sono solo i giudici, o parte di essi, a chiedere qualche cosa in cambio del favore fatto?

“Uno scandalo della giustizia italiana”, così viene indicato dalla redazione de Il Foglio l’iter giudiziario che ha visto coinvolto l’ex dirigente del Sisde (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, agenzia di intelligenza fondata con lo scopo dichiarato di protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia).

Il 25 febbraio 2006 la Corte di appello di Palermo aveva emesso sentenza di condanna per Contrada per «concorso esterno in associazione mafiosa», sentenza diventata irrevocabile il 10 maggio 2007. Nell’aprile del 2015 la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo giudica la sentenza illegittima in quanto considera l’accusa «non sufficientemente chiara e prevedibile per Contrada ai tempi in cui si sono svolti gli eventi in questione». In buona sostanza, all’epoca dei fatti (ovvero gli anni Ottanta) il reato di concorso in associazione mafiosa «non era chiaro né prevedibile» e per questo motivo la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire il poliziotto.

Marcello Dell’Utri nella sentenza di I grado che lo condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa è considerato «l’ambasciatore, il mediatore degli interessi della mafia nel grande impero economico-finanziario lombardo, il tramite tra Cosa Nostra e uno degli imprenditori ai quali Cosa Nostra si sarebbe affidata per investire, riciclare e far fruttare il proprio denaro: Silvio Berlusconi».

È su Contrada, Dell’Utri e su gli altri nomi e volti noti che si divide l’opinione di stampa e pubblico. Ma il tema o problema del concorso esterno in associazione mafiosa non è personale o soggettivo, riguarda atteggiamenti, comportamenti e azioni che appartengono a una cultura sbagliata ma radicata al punto che in tanti faticano a riconoscerla come tale. Consuetudine che diventa abitudine, normalità. Un abisso della società che si nutre e cresce attingendo dal marcio e mascherandosi di buono. Al punto da creare una sorta di realtà parallela, invisibile ai più ma che condiziona, direttamente o indirettamente, l’esistenza di tutti e di ognuno. Quello che Massimo Carminati ha definito “il Mondo di mezzo”, «in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile […] il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra […] anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno».

È un sistema di scambio. Un do ut des dove richiedenti ed esecutori vivono un perenne scambio di ruoli, favori e interessi. Il Mondo di mezzo non è solo quello di cui parla e vissuto da Massimo Carminati, è tutta la zona grigia dove si incontrano persone che appartengono a qualsiasi ceto sociale, per così dire, e svolgono qualsiasi lavoro, in qualunque parte dell’Italia o del mondo. Braccio armato, manovalanza, criminali, uomini che si appellano d’onore, colletti bianchi, commercialisti, medici, avvocati, funzionari, ingegneri, architetti, commercianti, imprenditori, finanzieri, banchieri e bancari, poliziotti, magistrati, giudici, agenti dei servizi, politici, militari… un vero e proprio esercito di persone grigie che danno origine e mantengono in vita un sistema borderline dai contorni non ben definiti, ed è proprio su questa incertezza che si vuol far perno per allontanare da sé lo spettro del concorso esterno in associazione mafiosa. Perché lo sanno tutti che questa non è una buona cosa, anche laddove dovesse mancare una legge scritta a inquadrarla come crimine mafioso.

Durante il seminario Antimafia italo-argentino, tenutosi a marzo 2019 presso la Camera dei Deputati della Repubblica Argentina, il pm Antonino Di Matteo ha evidenziato i caratteri peculiari della mafia italiana, in particolare di Cosa nostra, come riportato in un articolo pubblicato su antimafiaduemila.com a firma di Giorgio Bongiovanni. Di Matteo ha ricordato anche le motivazioni della sentenza Andreotti, «in cui si certifica come il sette volte presidente del consiglio (il cui reato è stato prescritto) abbia avuto rapporti organici con Cosa nostra almeno fino al 1980», e quella «definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa contro l’ex senatore, fondatore di Forza Italia con Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri». Sottolineando inoltre come «il potere di Cosa nostra derivi proprio dai rapporti con l’esterno, con le istituzioni deviate ed i grandi poteri».

Secondo quanto riportato dai collaboratori di giustizia, Salvatore Riina diceva sempre: «Se noi non avessimo avuto il rapporto con la politica noi eravamo solo una banda di sciacalli e lo Stato con un’azione di normale repressione ci avrebbe schiacciato». Sottolinea il pm Di Matteo che le istituzioni, in Italia ma non solo, devono comprendere che «per poter sconfiggere le mafie non è sufficiente reprimere negli aspetti più violenti ma bisognerebbe recidere ogni possibilità di rapporto con i poteri politici e istituzionali».
Riguardo il reato di concorso esterno, che deve necessariamente essere ricondotto alla categoria dei reati di durata, Nino Di Matteo precisa che «al di là dell’evoluzione giurisprudenziale è la decisiva importanza di colpire adeguatamente quelle manifestazioni criminali che, pur non apparendo immediatamente riconducibili all’associazione mafiosa, in realtà costituiscono la chiave d’accesso che le mafie utilizzano per condizionare a loro favore la politica e le attività di tutte le pubbliche amministrazioni».

«Mafia e corruzione, ne sono convinto, sono due facce della stessa medaglia: aspetti operativi distinti, ma non diversi, di un sistema criminale integrato.»

Nei commenti ai tanti articoli letti sull’argomento, tratti da testate giornalistiche nazionali e locali, di ogni colore politico possibile, ricorre una frase che fa molto riflettere: “uno o è mafioso o non lo è, che significa concorso esterno in associazione mafiosa?”. Al di là della semplicità di un simile pensiero, che può nascondere molta ingenuità oppure molta malizia, si evince il grande problema di fondo, che è culturale prima ancora che giuridico. Sono gli altri a essere dei criminali, dei mafiosi, dei delinquenti, anche se io chiedo un favore oppure lo faccio, se prendo una bustarella o se la passo a qualcuno, se infrango le regole, le leggi, i regolamenti… non sono certo un criminale, un delinquente o un mafioso. I mafiosi, quelli veri, quelli pungiuti lo sono.
La legge andrà sicuramente migliorata, meglio definita, ma questo per certo non basterà a risolvere il problema o arginarlo.
Il procuratore Franco Roberti, nella prefazione a Guardare la mafia negli occhi (Rizzoli 2017) di Elia Minari, scrive che «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Per Minari riuscire a contrastare la criminalità organizzata significa innanzitutto «scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da ciascuno di noi, senza delegare agli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori, perché di certo non diventeremo onesti per decreto legge».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Glifo Edizioni per la disponibilità e il materiale


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“Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa” di Federico Fubini (Longanesi, 2019)

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Due fazioni decisamente contrapposte e ostili. Da un lato gli europeisti convinti, di tutto, incapaci anche solo di osservare con maggiore criticità le scelte e le decisioni dell’europarlamento. Dall’altro gli euroscettici, su tutto, convinti che la soluzione a gran parte dei problemi attuali sia un ritorno perentorio a serrati nazionalismi.
La ragione, questa volta, forse non sta neanche nel mezzo. Perché le politiche o si fanno bene oppure è meglio non farle proprio. Soprattutto quando vanno a incidere su cittadini appartenenti a realtà economiche e sociali differenti. Perché l’Unione Europea non ha automaticamente creato cittadini europei. Perché i cittadini europei forse ancora non si sono mai visti. Ognuno si sente tuttora italiano, inglese, francese, tedesco… solamente in seconda istanza, forse, ci si ricorda di essere anche cittadini europei.

Sempre attribuito a Massimo d’Azeglio ma in realtà formulato da Ferdinando Martini nel 1896, secondo quando si legge nell’enciclopedia Treccani, il proverbio che meglio di tanti discorsi sintetizza la situazione del nostro Paese all’indomani dell’unificazione: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Parafrasandolo si adatta benissimo anche all’Unione Europea.
Si è poi riusciti a fare gli italiani? In realtà non molto. Lo stesso Fubini sembra essere ancora molto lontano dal considerare gli italiani un popolo unico laddove, parlando di Sanità, sottolinea come quella italiana sia tra le migliori e per trovare forti criticità bisogna arrivare “alle regioni più arretrate del Mezzogiorno”.

Si riuscirà a fare gli europei?

Federico Fubini, nel suo provocatorio saggio Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa edito da Longanesi, esorta gli italiani a superare l’attuale crisi identitaria e lottare per vedere riconosciuti, finalmente, i propri diritti di cittadini italiani ed europei, ma di farlo dopo aver liberato l’Europa dai sovranisti e dagli “europeisti di professione”. Analizzando i dati delle recenti elezioni europee sembra che i cittadini, italiani o europei che siano, sembrano intenzionati a seguire tutt’altra via.

Fubini analizza le fasi attraversate dagli italiani nei vari processi di creazione dell’Unione Europea. Dalla speranza di aver trovato finalmente l’ancora di salvezza per i nostri conti pubblici alla globalizzazione, dalla moneta unica alla crisi economica del 2008. Ed è proprio su quest’aspetto che si sofferma l’autore, indicandolo come l’origine del malcontento, dovuto soprattutto al tentato processo di “germanizzazione” che dall’Europa hanno ripetutamente suggerito ai Paesi, come l’Italia, che non riuscivano a tenere il passo. Alle economie deboli indicate dalla potenziale ancora di salvezza come le zavorre dell’economia dell’intera Unione. Da ciò si origina la crisi d’identità degli italiani, compresi quelli nelle istituzioni europee, che cercano di far dimenticare con ogni mezzo l’onta di appartenere a uno di questi Paesi-zavorra.

Leggendo il saggio di Fubini si denota chiaramente quanto l’autore sia fermo nella volontà di considerare l’Unione Europea una svolta decisamente positiva e necessaria, nonostante tutto. Afferma di essere stato un europeista convinto fin dalle origini, che ha seguito come corrispondente improvvisato alle prime armi. Ammette le criticità ma permane nelle sue parole la volontà di rimanere attaccato all’ancora di salvezza, evidentemente ritenuta unica soluzione possibile per mantenere a galla l’Italia nell’era dalle globalizzazione, delle superpotenze mondiali e dell’economia finanziaria planetaria.
Per Fubini tutto ciò è possibile, eliminando le posizioni estremiste di entrambe le fazioni, euroscettici ed europeisti di professione, facendo valere i propri diritti e mantenendo alto il livello di identità nazionale anche in Europa. Ma ciò vale anche per i cittadini delle “regioni più arretrate del Mezzogiorno”?


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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Pecorelli deve morire” di Valter Biscotti (Baldini+Castoldi, 2019)

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È da poco uscito il rapporto 2019 di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa, sempre a rischio anche in quelle che si dichiarano democrazie avanzate e consolidate. Rapporto che definisce il quadro allarmante di una situazione diffusa in cui «l’odio verso i giornalisti è degenerato in violenza». Una violenza che va da minacce verbali ad aggressioni fisiche, da intimidazioni e querele temerarie a veri e propri attentati. Violenza che proviene da malavitosi e criminali ma anche, purtroppo, dalla società civile e dalle istituzioni.
Quando un giornalista sa fare il proprio lavoro e non ha timore di rendere pubblico quanto è riuscito a scoprire deve essere pronto davvero a tutto. Purtroppo. Ed è sempre stato così. Purtroppo.

Il 20 marzo del 1979, quaranta anni fa, fu ucciso Mino Pecorelli, un giornalista le cui inchieste ma, soprattutto, la cui morte violenta si intreccia con nomi tristemente celebri come Giulio Andreotti, Licio Gelli, Massimo Carminati, Claudio Vitalone, Pippo Calò… e a tutta quella rete grigia fatta di politica, massoneria, servizi segreti, banche, mafia. Quaranta anni, un processo durato quattro anni, fiumi di parole e neanche un colpevole accertato, finora.

Verso la fine degli anni Sessanta, Carmine Pecorelli, detto Mino, fonda a Roma OP-Osservatore Politico, un’agenzia quotidiana stampata in ciclostile. Fin dal primo momento, gli inquirenti hanno cercato tra gli articoli pubblicati dal giornalista, inchieste spesso scomode anche per politici, magistrati, militari, alla ricerca del possibile movente dell’omicidio.
Pecorelli aveva scritto sul caso Moro, sul traffico illecito di petrolio con la Libia, per fare alcuni esempi. Inchieste “terribili” per il potere, o meglio per quella parte di potere corrotta.

A marzo di quest’anno esce per Baldini+Castoldi Pecorelli deve morire di Valter Biscotti, avvocato scrittore che attualmente rappresenta legalmente Rosita Pecorelli, sorella del giornalista, in una nuova istanza avanzata per tentare di far riaprire le indagini sulla base, in prevalenza, di quanto scoperto dalla giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli. Un libro che racconta l’omicidio, le indagini e il processo come anche il Pecorelli uomo, ciò reso possibile grazie ai racconti della sorella Rosita fatti direttamente a Biscotti. Un resoconto che vuol narrare i fatti, quanto accaduto e, soprattutto, quanto è stato omesso o trascurato.

Un libro, Pecorelli deve morire, che sembra un dettagliato resoconto d’inchiesta, o meglio di raccolta fonti e testimonianze, con dei risvolti da legal thriller, soprattutto nella parte di narrazione legata al processo e agli atti giudiziari. Il tutto scritto con un registro narrativo lontano da quello comunemente utilizzato per opere letterarie di argomento simile. Una scrittura molto romanzata quella preferita e utilizzata da Valter Biscotti nel testo. Forse per la volontà dell’autore di far arrivare la storia raccontata a un pubblico più vasto, a tutta quella fetta di lettori che sarebbero, o avrebbero potuto essere scoraggiati da un saggio scritto e inteso in senso stretto.

Un libro, quello scritto da Valter Biscotti, che sembra voler essere anche un omaggio a un uomo, Carmine Pecorelli. Un simbolo di rispetto per la coerenza e la rettitudine, che invano si è cercato di scalfire, anche se solo nel ricordo, e per la grande professionalità nei lavori di indagine e di inchiesta svolti e che diventavano articoli per OP, lavoro che, purtroppo, gli è costato la vita. Per certo c’è la volontà di illuminare una parte ancora tristemente oscura della storia italiana del secolo scorso, una storia che, nelle parole del pentito Buscetta, si intreccia con quella del generale Dalla Chiesa, altra vittima della parte marcia del sistema. Si intreccia con i troppi misteri ancora irrisolti della prima come anche della seconda Repubblica.

Molto preoccupante l’allarme lanciato dalla ong Ossigeno per l’informazione riguardo gli oltre mille giornalisti uccisi nel mondo negli ultimi dieci anni. L’Italia, purtroppo, lo conosce bene il sacrificio in termini di vite umane pagato da chi non si arrende al compromesso o al silenzio: Giuseppe Fava, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Mino Pecorelli, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Alfano… una lista che fa rabbrividire, inorridire.
Secondo i dati forniti dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), sono centinaia gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti durante l’esercizio della loro professione, la gran parte delle quali poste in essere in maniera pubblica, sui canali web o in modo verbale, ma anche con missive, danneggiamenti e telefonate anonime. Ma l’aspetto che più fa riflettere sono le matrici o motivazioni, riconducibili a quella che viene definita una “natura politico-sportiva” e poste in essere dalla criminalità organizzata o da afferenti ad ambienti di illegalità diffusa o di degrado sociale.

Nell’elenco di violenze, aggressioni, minacce e intimidazioni varie ai danni dei giornalisti investigativi raccolto da Index on Censorship per il progetto Mapping Media Freedom 2014-2018, 387 risultano quelle a carico di giornalisti italiani. Dati che Ossigeno per l’informazione, inclusa nel progetto con un’intervista, si appresta a chiarire: «sono migliaia i giornalisti investigativi che hanno subito minacce, aggressioni, danneggiamenti. Ossigeno ne ha censiti quattromila, ma sono molti di più».

«indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti, come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori…»

Si tratta di un breve stralcio del lungo articolo pubblicato a firma di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 24 agosto 1975, noto come Il Processo. Un pezzo che sintetizza tutto ciò contro cui hanno lottato e lottano i giornalisti d’inchiesta, come Pasolini e Pecorelli, come gli altri i quali, paradossalmente, spesso si ritrovano a dover subire essi stessi un processo anche fuori dalle aule del tribunale, a causa della manipolazione errata dell’opinione pubblica che vuol farli diventare visionari, corrotti, violenti, pedanti, guastafeste, complottisti, esibizionisti… Motivi tutti per cui libri come quello scritto da Valter Biscotti diventano a loro volta veri e propri atti di coraggio.


Articolo originale qui


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“Il caso non è chiuso. La verità sull’omicidio Siani”. Intervista a Roberto Paolo 

“Ammazzati l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro 


 

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“Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano” di Stephen Mitford Goodson (Gingko Edizioni, 2018)

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Un’analisi storica, prima ancora che economica, quella portata avanti da Stephen Mitford Goodson in Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano, uscito in Italia con Gingko Edizioni a ottobre 2018, nella versione tradotta da Isabella Pellegrini del titolo originale A History of Central Banking and the Enslavement of Mankind (Black House Publishing Ltd, London).
Un libro che vuole dimostrare l’assunto che i problemi legati all’usura abbiano ostacolato l’essere umano, riducendolo in schiavitù, fin dall’inizio della civilizzazione.

Storia delle banche centrali di Stephen Mitford Goodson, almeno nella parte iniziale, sembra un’enciclopedia storica “parallela” al resoconto storiografico fedele al mainstream. È un racconto dettagliato, pieno di riferimenti bibliografici e fonti documentali. Una versione e una visione che si è per certo liberi di non condividere ma che potrebbe aiutare a meglio comprendere tanti punti e nodi focali della storia occidentale.
Soprattutto nella prima parte, il libro di Goodson è ricco di citazioni e riferimenti a fonti bibliografiche e documentali e risulta molto interessante per il lettore. Nella seconda invece il livello generale dell’opera risente, in particolare, di alcune affermazioni proprie dell’autore che lasciano trasparire una certa ingenuità o, peggio ancora, un pregiudizio.

Il testo di Goodson parla molto delle attività legate a famiglie di ebrei come anche delle idee economiche e finanziarie di Gottfried Feder, economista noto soprattutto per essere il mentore di Adolf Hitler e questi sono temi sempre delicati, basta un attimo per essere tacciati di antisemitismo o filonazismo. Goodson lo scorre lento il filo del rasoio e racconta nel dettaglio, con tanto di riferimenti bibliografici e documentali, tutto quanto è riuscito a scoprire. Ma non è in questo che pecca di ingenuità o pregiudizio. Il suo resoconto abbraccia l’intera storia globale occidentale di cui le azioni degli usurai e banchieri ebrei ne costituirebbero solo una parte.

«A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, nel mondo occidentale un numero sempre maggiore di donne sposate, fuorviate dalla malevola propaganda femminista e da quella per la parità dei sessi, è stato costretto ad adoperarsi per la ricerca di un impiego affinché la propria famiglia riuscisse a far fronte al pagamento di interessi in continua crescita».
«Il risultato diretto di questo sistema finanziario iniquo è stata la compromissione di una vita familiare normale».

Ecco due esempi di cosa il lettore non avrebbe mai voluto leggere in un testo, a suo modo rivoluzionario, come quello di Goodson. D’altronde egli stesso inizia il suo resoconto sui danni inferti all’umanità dal sistema usuraio e bancario riconducendoli addirittura al periodo del crollo dell’impero romano d’occidente, allorquando di “malevola propaganda femminista” e “parità dei sessi” proprio non si può parlare.
Che necessiti un cambiamento radicale della società, un ridimensionamento dei poteri della finanza internazionale, delle banche e un approccio diverso verso moneta e denaro è fuor di dubbio vero ma, forse, l’approccio più ottimale è quello avanzato da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in Creare una società dell’apprendimento (Einaudi, 2018). Focalizzarsi su apprendimento e conoscenza per ottenere un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale. Gli autori lo riferiscono alla potenziale crescita dei paesi in via di sviluppo e a un riequilibrio rispetto a quelli sviluppati, ma la loro teoria ben si adatta a essere estesa a tutte le economie.

Nelle stesse parole di Goodson, d’altronde, si legge un certo rammarico per quei paesi, compreso il suo, che hanno scelto di seguire semplicemente il metodo più diffuso e quotato, senza neanche provare a interrogarsi su possibili ed eventuali alternative. E questo può o potrà avvenire solo attraverso una profonda conoscenza di storia, geopolitica, economia e via discorrendo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Gingko Edizioni per la disponibilità e il materiale



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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Chi sono i padroni del mondo”, il lato oscuro delle potenze democratiche nell’analisi di Noam Chomsky 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press, 2018) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 


 

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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

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Analisi del testo di Iain Chambers, docente di Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Orientale di Napoli, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, riedizione 2018 di Meltemi editore della edizione originale Migrancy, Culture, Identity, Routledge 1994.

Il saggio di Chambers è, a suo modo, provocatorio. Ma in senso positivo. È necessario, ora più che mai, liberarsi da stereotipi e luoghi comuni, guardare il mondo e, soprattutto, i suoi abitanti in maniera diversa, nuova e imparare a far parte dell’alterità. Una visione interna. Critica. Precisa. Obiettiva.
Osservare, studiare, valutare il fenomeno migratorio da dentro, dall’interno, come un qualcosa che appartiene al mondo, al nostro, quello di tutti e non solo come un “problema” che riguarda l’altro e il suo di mondo.

Iain Chambers sottolinea come i migranti siano letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo e ridotti a un fattore esclusivamente economico o legati a una crisi politica. Necessita invece, per una migliore comprensione della modernità, che la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ben più ampia. “Pensare con la migrazione”, andare oltre la superficie fino alle «più profonde diseguaglianze della giustizia economica, politica e culturale negata che struttura e dirige il nostro mondo». Il razzismo, per esempio, non è una semplice patologia individuale o di gruppo, ma «una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo».

Si assiste, ancora oggi, a una chiusura culturale che culmina nella «isteria socio-politica» generata dalla questione dell’immigrazione, accompagnata dalla difesa rigida di un’identità e di un «io» che «si rinchiude nella illusoria sicurezza di un luogo». Dinanzi alla minaccia immaginaria dello straniero e del mondo cosiddetto “esterno”, «che ormai “esterno” non è», questa «chiusura» sembra «ignorare i movimenti, spesso turbolenti e sconvolgenti, dei complessi processi storici e culturali del mondo attuale». Chambers, con l’analisi del fenomeno condotta in Paesaggi migratori, si dimostra molto ben intenzionato a promuovere un rapporto radicalmente diverso, nuovo e a tratti “inquietante” con la propria formazione storico-culturale.

I migranti, affermando il loro diritto di muoversi, migrare, fuggire, spostarsi, non solo rompono gli schemi e si oppongono al rispetto del posto assegnato loro dalla storia, ma segnalano anche la «modalità precaria contemporanea della vita platenaria». È il modo in cui i molteplici sud del pianeta si propongono all’interno della modernità. E proprio questo nuovo modo di promuoversi «viola e indebolisce le categorie applicate loro dal nord egemonico».
Il testo di Chambers, a quasi un quarto di secolo dalla sua prima pubblicazione, è ancora straordinariamente attuale ed estremamente indicativo della capacità di analisi dell’autore, il quale ha saputo descrivere il mondo di allora nonché la direzione, a volte troppo sbagliata, verso cui stava andando. E verso cui poi è effettivamente andato.

La nascita della modernità non sta unilateralmente nella storia dell’espansione europea e nelle modalità di «rifacimento del mondo a sua immagine e somiglianza», ma anche e nella stessa misura «nella cruda repressione dell’alterità etnica, religiosa e culturale, nella brutalità della diaspora nera africana, nello schiavismo razzista atlantico, nei pogrom etnici e nel saccheggio imperiale del globo». Quando l’immaginario dell’Occidente, per dirla con Edward Said, non sta più fisicamente altrove, «ai bordi di una cartina, ai margini di storia, cultura, sapere ed estetica», ma migra dalla periferia per «eleggere il proprio domicilio nella metropoli contemporanea», allora la nostra storia cambia, è costretta a farlo. Nel riconoscimento dell’altro, dell’alterità radicale, ricorda al lettore Chambers, «riconosciamo di non essere più al centro del mondo». Incontrare gli altri si accompagna sempre a incertezza e paura. Nell’attraversare e andare oltre a un ruolo filosofico di conferma dell’ordine esistente, il migrante sfugge ai confini astratti predefiniti per lui e per lei. Non si tratta di un mero conflitto sociale o politico sul diritto di muoversi e migrare, ma anche di «una questione epistemologica».

Ciò che una volta era stato collocato fuori, oltre i confini del nostro mondo, è lì «confinato e spiegato da una gestione coloniale, il razzismo “scientifico” e la disciplina emergente dell’antropologia», ora non può più essere tenuto a distanza critica. La separazione e l’isolamento degli altri come semplici «oggetti di interesse» politico, culturale e filosofico ora crolla e trafigge il centro «con le loro insistenze come soggetti storici». Ci si avvicina allo smantellamento dei binarismi su cui i discorsi politici, culturali e critici dell’Occidente si sono «appoggiati per gestire la loro egemonia sul pianeta»: centro-periferia, Europa-il resto del mondo, bianco-nero, progresso-sottosviluppo. L’umanitarismo e l’impalcatura dell’umanesimo e dei diritti e degli obblighi associati devono ora «negoziare un percorso verso una politica che implichi molto più della semplice applicazione di un modello fornito dal governo e dalle leggi esistenti». La nazionalizzazione delle questioni politiche e culturali continua a confermare un «ordine globale esercitato attraverso l’autorità nazionale, il potere statale e il mantenimento dei confini».

Invece che come un «fláneur ottocentesco», sarebbe più significativo considerare il migrante come «l’epitome della cultura metropolitana moderna». Il viaggio lascia sottintendere un possibile ritorno, invece la migrazione comporta un movimento in cui non sono immutabili o certi né i punti di partenza né quelli di arrivo, e richiede che si «risieda in una lingua, in storie, in identità costantemente soggette a mutazione». Il migrante non fa ritorno e anche laddove possa “tornare indietro”, non sarà mai semplicemente questo. Il cambiamento avvenuto è irreversibile. La persona non sarà mai la stessa di prima e per l’ambiente vale lo stesso. Sia quello di partenza che quello di arrivo.
Nei vasti e multipli mondi della città moderna «anche noi diventiamo nomadi e migriamo all’interno di un sistema troppo vasto per essere nostro». Si viene introdotti in uno «stato ibrido, in una cultura composita in cui il «semplice dualismo di Primo e Terzo Mondo si sfalda», lasciando emergere ciò che Homi Bhabha chiama “comunanza differenziale” e Félix Guattari definisce “processo di heterogenesis”. La figura metropolitana moderna è il migrante, attivo formulatore dell’estetica e dello stile di vita metropolitani, che reinventa i linguaggi e «si impadronisce delle strade del padrone».

Quello che gli occidentali si sentono costretti a fare e che li impaurisce è «discutere e disfare il punto di vista unico e omogeneo», il senso di prospettiva e di distanza che nasce nel Rinascimento e trionfa nel colonialismo, nell’imperialismo e nella versione razionale della modernità. Le «illusioni di identità» organizzate intorno alla «voce privilegiata e alla soggettività stabile dell’osservatore esterno» vengono spezzate e spazzate via con un movimento che «non consente più l’ovvia istituzione di un’autoidentità tra pensiero e realtà». Questo porta alla «liberazione di voci diverse», a un incontro con una parte “altra”, a un «dischiudersi del sé che nega la possibilità di ridurre il diverso all’identico».

Abituati a pensare alle questioni di migrazione, immigrazione, razzismo e diversità come problemi altrui, siamo ora, invece, chiamati a pensarli come «prodotti della nostra storia, della nostra cultura, del nostro linguaggio, del nostro potere, dei nostri desideri e nevrosi». Se il multiculturalismo rappresenta la risposta liberale che riconosce le culture e le identità altrui per mantenersene al centro e «lascia queste altre culture in posizione i subalternità», Iain Chambers contempla un qualcosa che va ben oltre «il multiculturalismo e la sua logica di assimilazione» perché «l’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sia diventato il mondo». Lo sguardo d’indagine deve essere obliquo per poter catturare tutte le espressioni che esso offre, per comprendere “l’altro” ma anche se stessi in misura migliore.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale


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“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

“La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University press, 2018) 

Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura di Marie-Hélène Brousse) 

 Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa 

Migrazioni… di organi 

Rotta Libia-Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Libertà di culto e manipolazione del pensiero: “Nella setta” di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango, 2018)

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Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro-inchiesta esemplare. Un preciso lavoro di indagine e ricerca sul campo, preceduto o parallelo a uno studio delle fonti documentali, e che ha poi condotto alla stesura di un testo che si legge con avidità, maggiormente se si è distanti o a digiuno dell’argomento trattato.
Del resto Piccinni ha già abituato i suoi lettori a tale livello investigativo. Come nell’inchiesta da lei stessa condotta sui concorsi di bellezza e le sfilate di moda riservate ai minori e divenuta Bellissime. Baby miss giovani modelli e aspiranti lolite edito sempre dalla Fandango Libri nel 2017.

Il libro è scritto in maniera chiara, con l’uso di un registro narrativo preciso e semplice, mai semplicistico. Grande attenzione viene riservata alle fonti, siano esse documentali o testimonianze dirette, oltre che, naturalmente, alla trascrizione e rielaborazione dei diari di campo della ricerca in loco condotta direttamente dagli autori, spesso come veri e propri “infiltrati”.

Nella setta di Piccinni e Gazzanni non è semplicemente un libro da leggere, è un vademècum da tenere sempre bene a mente. L’unico vero “mantra” necessario e utile per sconfiggere suggestioni, paure, condizionamenti e debolezze che sono, alla fin fine, il vero lasciapassare per truffatori e guru vari.
La libertà di culto, di fede religiosa, sancita anche dall’articolo 19 della Costituzione, non va confusa o mischiata con la manipolazione del pensiero, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento della prostituzione, l’adescamento, la pedofilia, i maltrattamenti, lo sfruttamento dei minori, il ricatto, la minaccia… ed è esattamente questo che cercano di chiarire e dimostrare Piccinni e Gazzanni con la loro inchiesta.

«Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» [La Costituzione, Parte I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo I – Rapporti civili].

Tutte le testimonianze e i dati raccolti nell’indagine condotta dagli autori evidenziano la volontà comune a ogni setta di creare una sorta di “universo parallelo”, alternativo al mondo. Un luogo simbolo e simbolico dove far vigere i propri dettami, le regole, le usanze. Lavorare, studiare e nutrirsi seguendo un percorso purificativo-conoscitivo che porta, o meglio porterebbe alla salvezza. Dal male, da Satana, dalle malattie… ma più genericamente dal mondo esterno, quello che deve essere tenuto rigorosamente fuori dallo “universo parallelo”.
Eppure, leggendo il libro, l’idea che prende sempre più forma nella mente del lettore è che, pur se ognuna con i propri ideali, veri o dichiarati, e le proprie regole, le sette finiscono per somigliarsi un po’ tutte. Indottrinamento di massa, manipolazione del pensiero, violenze, abusi e schiavismo protratti per la maggiore su donne e minori, sono le violazioni maggiormente riscontrate. Unitamente all’aspetto economico. La salvezza sì ma da raggiungersi sempre e solo previo esborso di onerosi e ripetuti oboli alla causa.
Truffe e violenze di cui è pieno, purtroppo, anche il mondo fuori.

La manipolazione del pensiero non può e non deve mai essere sottovalutata anche e forse soprattutto quando vip e celebrity varie si fanno testimonial o portavoce di sette o gruppi, arrivando così a sommare le capacità di persuasione di fondatori e adepti alle proprie. Inqualificabile è per certo l’atteggiamento di autorità e politici che presenziano a eventi o avallano questi gruppi senza aver preso preventivamente le dovute informazioni per scongiurare l’eventualità, più volte verificatisi purtroppo, di sostenere associazioni o sette dedite alla manipolazione e allo sfruttamento, fisico ed economico.
A pesare ancor di più è l’assenza, a partire dal vuoto normativo ancora in essere, o la distanza nella tutela delle vittime.
A onor del vero va sottolineata questa negligenza dello Stato anche per quanto riguarda le vittime di associazioni, istituzioni e religioni definite “grandi” in riferimento sempre all’estensione territoriale, proselitista ed economica. Ovvero ciò che genera potere.

Ogni mattina, in Italia, «quattro milioni» di persone si alzano e «hanno un segreto: sono membri di un’organizzazione settaria». Alcuni appartengono a comunità fisiche, altri a realtà internazionali e altri ancora a gruppi misteriosi ed esoterici. Intorno a tutti aleggia il rischio concreto che la libertà di culto, la volontà di rivalsa, il desiderio di apprendimento di nuove filosofie esistenziali siano soffocate dalla manipolazione mentale, dallo sfruttamento, dalle violenze. Educare cittadini consapevoli è per certo il primo passo per evitare che debolezze, paure, suggestioni, timori li rendano facili prede. Un’adeguata normativa in merito è il passo successivo o, se si preferisce, precedente per garantire la tutela, soprattutto dei minori. Controlli economici, finanziari e fiscali potrebbe essere un terzo valido strumento in mano alle autorità statali e non da ultimo necessita un articolato supporto psicologico e psichiatrico per le vittime e i fuoriusciti affinché riescano a superare il trauma certo ma anche i problemi di insicurezza che li hanno spinti a cercare ‘protezione’ in un ambiente chiuso, settario e gerarchizzato.

Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro assolutamente da leggere perché la vera libertà non risiede mai semplicemente nella diversificazione, vera o presunta, dell’offerta, negli slogan e nelle sponsorizzazioni che cercano di avallare progetti e intenti. No, la vera libertà, anche di culto ed espressione religiosa, sta nella capacità e nella possibilità di abbracciare o meno una causa, una fede, un progetto… ma di farlo sempre e comunque con la propria testa, scevri da condizionamenti di qualsiasi tipo.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fandango Libri per la disponibilità e il materiale


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Chi tutela questi bambini? “Bellissime. Baby miss giovani modelli e aspiranti lolite” l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango, 2017) 

Neuroschiavi, la Manipolazione del pensiero attraverso la Ripetizione 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasyag (Erickson, 2016) 

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018) 


 

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L’Asia ha conquistato il mondo? Questo è davvero “Il secolo asiatico?”

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Mentre l’Occidente tutto è stato impegnato nella lotta al terrorismo e nei vari tentativi di far tenere botta all’economia, fortemente provata dalla grande crisi, il continente asiatico ha continuato a crescere, svilupparsi, innovarsi al punto da diventare non solo il principale concorrente ma superare nettamente gli avversari. Ovvero Europa e Stati Uniti.
La «zona economica asiatica», quella parte di mondo compresa tra la penisola arabica e la Turchia a occidente e il Giappone e la Nuova Zelanda a oriente, frutta il «50% del Pil globale e due terzi della crescita economica globale». L’Asia produce ed esporta, oltre a importare e a consumare, «più beni di qualsiasi altra regione al mondo», e gli asiatici «commerciano e investono più tra di loro che con l’Europa o il Nord America».

In Asia si trovano molte delle economie, delle banche e imprese tecnologiche e industriali, nonché «la maggior parte degli eserciti più grandi al mondo». Ignorare tutto questo per decenni non ha prodotto uno svilimento della crescita e del progresso portato comunque avanti da tanti paesi del blocco asiatico. Ignorarlo tuttora, nella speranza che le ormai vetuste potenze occidentali ritrovino d’un tratto il loro vigore e splendore, quasi per magia, è un atteggiamento per certo controproducente. Parag Khanna avverte tutti di preparasi a «vedere il mondo dal punto di vista asiatico», perché l’asianizzazione del mondo nel ventunesimo secolo è orami una realtà, esattamente come lo è stata l’occidentalizzazione dello stesso nel secolo passato.

Esce in prima edizione a marzo 2019 con Fazi Editore Il secolo asiatico? di Parag Khanna, tradotto da Thomas Fazi dalla versione originale in inglese The future in Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21th century. Un saggio molto articolato, lungo ben 522 pagine, tutte necessarie. Parallelamente a un’attenta analisi geo-politica ed economica, Khanna porta avanti nel testo anche un dettagliato resoconto storiografico di quanto accaduto e perché, utilissimo al lettore per meglio comprendere alcune dinamiche di cui poco si continua a parlare ancora adesso, purtroppo.

Esordisce l’autore ricordando le parole attribuite a Napoleone, allorquando il generale francese, due secoli or sono, avrebbe detto, parlando della Cina: lasciatela dormire, perché al suo risveglio il mondo tremerà. A svegliarsi non è stata solo la Cina ma l’intero continente asiatico e a tremare non è solo la Francia ma l’intero Occidente. Per farsene un’idea basta leggere i titoli, gli articoli e, soprattutto, i commenti alla firma degli accordi tra Italia e Cina, ratificati proprio in questi giorni. Il filo rosso che lega questa sorta di linea difensiva mediatica sembra essere la paura che l’Italia venga sopraffatta dalla dirompente economia cinese, che questo Paese asiatico possa sopraffare la nostra economia e rompere i legami con i vecchi e forti alleati di sempre. Il tutto proposto come un qualcosa che potrebbe accadere. In realtà la firma dei 29 punti dell’accordo siglati tra Italia e Cina non vanno a intaccare un bel nulla né a modificare niente del cambiamento che è già realtà e che tocca il nostro Paese come tutto l’Occidente in maniera trasversale.

La Belt and Road Initiative (Bri), definita come la nuova Via della Seta, è «il più grande piano coordinato di investimenti infrastrutturali della storia umana», l’equivalente di ciò che ha rappresentato per il XX secolo «la creazione delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e del piano Marshal». Un qualcosa che è già realtà con o senza la ratifica degli accordi tra Italia e Cina. Si può pensare a esso in maniera positiva o negativa ma non si potrà mai negare che rappresenta un cambiamento epocale, iniziato nel maggio del 2017, quando «sessantotto paesi che comprendono i due terzi della popolazione e la metà del Pil mondiale si sono riuniti a Pechino».
Cambiamenti epocali, esattamente come quelli avvenuti nel secolo scorso e di cui mai nessuno ha dubitato o messo in dubbio l’utilità e le procedure. Eppure questi di oggi spaventano tanto. Perché? Il motivo è semplice: «la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici». E, soprattutto, gli occidentali non solo non sono riusciti a stopparla sul nascere ma non sembrano avere neanche idea di come riuscire a fermarla.

L’Asia ha da tempo ormai imparato a fare i conti con l’impatto della storia occidentale sul suo presente, «adesso tocca all’Occidente fare i conti con l’impatto dell’Asia sul proprio futuro».
Siamo alle prime fasi dell’asianizzazione del mondo, per cui molte incognite ancora sussistono. Si chiede l’autore come gestirà l’Asia tutte le trasformazioni geopolitiche, economiche, sociali e tecnologiche. Come risponderanno le potenze occidentali all’ascesa dell’Asia e, soprattutto, come si adegueranno gli asiatici a tali reazioni.
È una Storia che si sta ancora scrivendo ma che non basterà ignorare o criticare per essere arrestata. Ipotizzando lo si possa o lo si debba poi effettivamente fare.

Il secolo asiatico? di Parag Khanna è una lettura impegnativa ma fuori di dubbio utile necessaria illuminante. Un testo valido nella scrittura e nel contenuto. Un libro per certo consigliato.


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Disclosure: Fonte immagine di copertina, sinossi, biografia dell’autore e scheda libro www.fazieditore.it



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