È il bianco l’unico colore possibile? Le giustificazioni per la schiavitù: la costruzione di un immaginario razzista

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Solo sul mercato africano esistono più di 150 marche di creme, unguenti e altri gel sbiancanti1, facilmente acquistabili, ma quasi sempre illegali, e dannosi per la salute. E allorquando un prodotto sparisce dal mercato, perché dichiarato troppo nocivo, subito viene sostituito da rimedi fatti in casa. Spesso definiti “naturali”, non per questo meno tossici.

Il problema non è solo medico e non riguarda solo il continente africano. Un’inchiesta di «Le Monde» del 2008 rivelava una tendenza sempre più diffusa: il desiderio di sbiancarsi la pelle anche da parte delle cittadine francesi di origine africana. E lo storico Pap Ndiaye – che nel 2022 ha assunto l’incarico di ministro dell’educazione nazionale in Francia – sostiene si tratti di un problema tout court, risolvibile solo attraverso una lotta più efficace contro le discriminazioni, le gerarchie sociali e quelle “mélaniques”, basate sulla melanina, ereditate dalla colonizzazione. 

Lo studio e la ricerca condotti da Faloppa ripercorrono i tratti salienti della nascita della “necessità” di «sbiancare un etiope» (un moro, un nero, …) da cui deriva direttamente la “volontà” odierna di farlo.

Dal vecchio al nuovo continente, la superiorità della razza bianca è stata sbandierata per e dalla maggior parte della popolazione, da gruppi estremisti quali i membri del Ku Klux Klan ma, paradossalmente, anche da molti afferenti la stessa NAACP (National Association for the Advancement of Coloured People), convinti che i neri non avrebbero mai ottenuto la pienezza dei diritti civili e politici senza modificare le loro abitudini e il loro modo di presentarsi, seguendo i modelli, anche estetici, dei bianchi.

La prima ambizione di un colonizzato è di diventare come il colonizzatore, il quale assurge a modello di riferimento.2 Si tratterebbe di una vera e propria sottomissione psicologica per gli ex colonizzati, che andrebbe superata con un rovesciamento totale non soltanto dei valori ma delle categorie analitiche.3

Ma quando nasce davvero la “necessità” di sbiancare i neri e perché?

«The two pioneers of civilation, Christianity and commerce, should ever be inseparable.»

La civilizzazione e i suoi messaggi sembrano essere indissolubili non soltanto dal commercio ma anche dalla cristianità e dalla missione civilizzatrice di entrambi. È questa la celebre sentenza pronunciata dall’esploratore David Livingstone.4

Il concetto di fondo della sentenza Livingstone sembra aver ispirato diverse campagne pubblicitarie, in particolare quelle di aziende che producevano saponi talmente efficaci da riuscire a sbiancare finanche la pelle di un nero. 

La pulizia non era solo un fatto fisico, ma anche e soprattutto – fin dalla prima metà dell’Ottocento – un fatto morale: un sigillo di rettitudine, una benedizione della proprietà domestica e un dovere civile.5 La pulizia era vista come un bene assoluto, usato spesso inconsciamente come una sorta di “scorciatoia simbolica” per una serie di altri “beni” immateriali e valori: dalla rispettabilità pubblica all’ordine domestico, dalla probità economica all’onestà sessuale (la monogamia, ovvero il clean sex).6

La sporcizia, per contro, era vista come un male in sé, specchio e indizio di altri mali, tanto fisici quanto morali. Andava lasciata fuori casa e fuori dalla società, allontanata, negata. 

Fin dal 1500 l’opposizione simbolica tra il bianco e il nero assunse e sviluppo concetti legati anche alla tradizione classica, soprattutto cristiana, di bianchezza e oscurità. Il bianco associato a purezza, verginità, virtù, bellezza. Il nero alla bruttezza fisica e spirituale, alla mostruosità, alla collera divina. 

Uno dei feticci nella costruzione della polarizzazione (colonizzatori-civili versus colonizzati incivili da civilizzare) fu il sapone, che negli ultimi decenni del XIX secolo diventò il “talismano della modernizzazione”,7 simbolo e strumento di una vera e propria “tecnologia di purificazione sociale”,8 il “principio della civilizzazione”, dal cui consumo si potevano misurare la ricchezza, il livello di civiltà, la salute e la purezza di un popolo.9

L’uso e il consumo del sapone come di altri prodotti detergenti è, ovviamente, legato in primis a questioni di salute, igienico sanitarie, ma non è né esente né lontano da tutti questi aspetti simbolici egregiamente indagati da Faloppa nel libro.

Un simbolismo quasi escatologico che si sovraccarica di aspettative al punto da arrivare ai dati odierni relativi ai tentativi di sbiancamento della pelle. Un tema che le aziende hanno sfruttato, per fini commerciali e di immagine. 

Nel 2017 una pubblicità della Dove fu al centro di polemiche: grazie al potere del brand, una ragazza nera si trasformava in una ragazza bianca dai capelli rossi. Per l’azienda si trattava di un omaggio alla diversità, Ma l’effetto sbiancante del docciaschiuma appariva nella migliore delle ipotesi, sottolinea l’autore, un inspiegabile scivolone, nella peggiore un messaggio razzista, neanche tanto velato. 

Nel 2011 la stessa azienda aveva lanciato una pubblicità nella quale le immagini di tre ragazze – una riccia e nera, la seconda con i capelli scuri e la pelle olivastra e infine la terza con i capelli biondi e la pelle chiarissima – erano accompagnate dal claim «Prima e dopo».

La ricerca condotta da Faloppa va avanti da oltre venti anni e, naturalmente, non è conclusa. Purtroppo, verrebbe da dire. Perché episodi di discriminazione, di presunta manifesta superiorità da parte dei bianchi sono tutt’ora all’ordine del giorno. Tuttavia ciò che l’autore è riuscito a far emergere e che va a comporre il libro è davvero impressionante, notevole e illuminante.

Molto incisiva anche la parte della dedica iniziale dedicata alle generazioni di domani, alle quali l’autore augura di poter rubricare il libro non tra quelli di attualità bensì di storia, perché razzismo e discriminazione saranno ormai superati. 


Il libro

Federico Faloppa, Sbiancare un etiope. La costruzione di un immaginario razzista, Utet, De Agostini Libri, Milano, 2022.

L’autore

Federico Faloppa: professore di Linguistica e  Italian Studies presso l’Università di Reading, in Gran Bretagna. Da oltre venti anni la sua ricerca ruota intorno alla costruzione del “diverso” nelle lingue europee, alla rappresentazione mediatica delle minoranze, alla produzione e circolazione del discorso razzista e discriminante, al rapporto tra lingua e potere, ai discorsi d’odio.


1C. Simon, Un réve de blancheur, in «Le Monde», 29 agosto 2008

2A. Memmi, Portrait du colonisé, portrait du colonisateur, Ed. Buchet/Chastel, Paris, 1957.

3R. Diallo, Racisme: mode d’emploi, Larousse, Parigi, 2011.

4J. P. Nederveen Pieterse, White on Black. Images of Africa and Black in Western Popular Culture, Yale University Press, New Haven-London, 1992. La sentenza di David Livingstone è tratta dalla lecture che l’esploratore tenne a Cambridge il 5 dicembre 1858.

5G. Giuliani, C. Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, Le Monnier, Firenze, 2013.

6A. McClintock, Soft-soaping empire: Commodity racism and imperial advertising, in Aa. Vv., The Gender and Consumer Culture Reader, J.Scalon (a cura di), New York University Press, New York, 2000.

7K. van Dijk, J. G. Taylor (eds), Cleanliness and Culture: Indonesian Histories, Brill, Leiden, 2011.

8A. McClintock, Imperial Leather: Race, Gender and Sexuality in the Colonial Contest, Routledge, London, 1995.

9K. van Dijk, op.cit.

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Utet-De Agostini Libri per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Congiura e passione ne “L’eredità medicea” di Patrizia Debicke

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Un’inconsapevole vittima che perisce sotto gli sferzanti colpi inferti dalle ree mani degli assassini, convinti di essere i dominatori del gioco e ignari di essere anch’essi pedine di un gioco assai più grande e crudele.

È con questa scena che si apre il libro di Patrizia Debicke L’eredità medicea, un romanzo storico ambientato nella Firenze di inizio Cinquecento. Un periodo storico molto controverso e ricco di numerosi eventi per molti versi contraddittori, inquietanti e illuminati al contempo. Un’epoca che l’autrice ha indagato a fondo, studiandone i principali esponenti e traslandoli nel suo libro evidenziandone gli aspetti più utili per la narrazione di una vicenda intricata e intrigante, ricca di colpi scena e di colpi bassi. 

Riesce, l’autrice, a far immergere il lettore in un tempo orami lontano fin dalle prime battute, grazie all’uso di uno stile narrativo incalzante ma chiaro, e uno stile di scrittura analiticamente studiato per richiamare l’epoca storica e i suoi costumi senza appesantire o intralciare la lettura stessa, che rimane scorrevole e gradevole. 

L’eredità medicea racconta dell’assassinio di Alessandro de’ Medici, della nomina del suo successore Cosimo, delle indagini per smascherare l’esecutore del delitto e soprattutto per trovare il mandante, ma offre anche, grazie all’abilità descrittiva che è propria dell’autrice, uno sguardo d’insieme sulla vita degli uomini e delle donne di quel periodo storico, il corteggiamento e gli amori, ufficiali o clandestini, gli accordi e gli affari, le eredità da dirimere e dietro ogni cosa gli intrighi e le congiure che scorrono attraverso le stanze di palazzi e castelli, ben celati come i numerosi passaggi segreti propri di queste architetture.

Investigazioni basate sull’intuito, sul sospetto e su qualche rara testimonianza diretta o indiretta in un tempo in cui non esistevano supporti tecnici, tecnologici o scientifici e bisognava affidarsi al proprio fiuto, alle parole di qualche informatore, testimone, spia o traditore. Un mondo che appare completamente diverso da quello attuale. Altri aspetti invece sembrano proprio non essere cambiati e li ritroviamo ancor oggi. Per esempio: l’ingerenza della Chiesanegli affari dello Stato, nelle contese dinastiche, nella vita civile della popolazione e di chi la governa, negli intrighi di palazzo, ricatti e delitti. E l’atteggiamento di nobili e amministratori che hanno una considerazione del popolo che di certo non li nobilita.

L’autrice si sofferma più volte nella descrizione dettagliata e minuziosa, anche anatomica, dei protagonisti e la sottolineatura della loro prestanza fisica, la virilità, la forza di valorosi condottieri, uomini forti e determinati. Descrizioni che ne enfatizzano le caratteristiche generali e accentuano l’aspetto deciso e perentorio del loro essere e del loro volere. Uomini blasonati, avvezzi al comando, alla servitù e ai privilegi.

Il Cinquecento raccontato da Patrizia Debicke è il mondo visto dall’aristocrazia, dai principi, dai cardinali, dai pontefici. Nel quale i componenti tutti i livelli inferiori della popolazione vivono le loro esistenze, quando va bene, di riflesso, quando va male, in condizione di completa precarietà e abbandono. 

L’eredità medicea è un romanzo storico di genere giallo ma è anche un libro grazie al quale la Debicke invita il lettore a riflessioni forti, a volte amare sulla società, sulla sua stratificazione e sull’importanza o meno della spiritualità. Elementi tutti che rendono il libro una validissima lettura. 


Il libro

Patrizia Debicke van der Noot, L’eredità medicea, TEA, Milano, 2022.

Prima edizione: Parallelo45Edizioni, novembre 2015.

L’autrice

Patrizia Debicke van der Noot: autrice di romanzi storici e thriller.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia Patrizia Debicke van Der Noot per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Religione dell’uomo e chiesa assistenziale attraggono il diavolo. “Lo Spirito e la Sposa” di Dom Vonier 

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«Mondanità spirituale»: è l’espressione teologica e morale di un peccato che riguarda tutti ma, in particolare, gli uomini di Chiesa. Lo ha descritto per primo dom Vonier, proprio nel libro Lo Spirito e la Sposa.

Papa Francesco, dalla sua prima omelia in poi, ripetutamente ha parlato della mondanità spirituale per una riforma della Chiesa che parta da una conversione proprio di coloro che si sentono già convertiti. Come cattolici, cediamo alla mondanità spirituale tutte le volte che facciamo il bene, rifiutiamo la ricchezza, il lusso e la mondanità materiale, ma lo facciamo per umanitarismo, per moralismo, per una religione dell’uomo che sembra avere accenti nobili, ma che non è la fede in Gesù. Una Chiesa così, secondo papa Francesco, diventa una «una ONG assistenziale» dietro di cui, come insegna dom Vonier, può nascondersi il diavolo. 

Si sente spesso ripetere, ai nostri giorni, che il mondo è scristianizzato, che è spento perfino ogni interesse per i problemi religiosi. 

Tale affermazione, innegabilmente fondata rispetto all’atteggiamento delle masse, appare invece troppo pessimistica quando si consideri che non poche coscienze, tra le più sensibili, accusano un acuto disagio e, dopo aver sperimentato i frutti desolanti del progressivo distacco da ogni idea del soprannaturale, si affannano a risalire l’abisso scavato da oltre due secoli di cultura laica e di indifferenza religiosa. L’uomo nel quale si affacciano tali istanze, che per dom Vonier è il più delle volte l’uomo di cultura, trova nella realtà viva della propria esistenza l’oggetto immediato di una grave meditazione. Ma egli si volge naturalmente anche ai libri, ai quali domanda una impalcatura logica e teoretica, non tanto per sovrapporla alle proprie esperienze, quanto per convalidare e armonizzare, nel rigore del sistema, i dati dell’intuizione e della propria sensibilità. 

Nella religiosità concreta e quotidiana, come anche in quella meditativa ed escatologica, dom Vonier intravede una costante azione, un continuo operare dello Spirito Santo, attraverso cui operano le altre Persone della Santissima Trinità. Un’opera che si vede e quasi si tocca con mano all’interno della Sposa, ovvero della Chiesa, la cui costituzione e vita è avvenuta alla luce dello Spirito. In realtà, quando si sente parlare della Chiesa come della Sposa di Cristo di fatto si pensa a una vaga immagine mistica, senza un preciso corrispondente nella vita reale. Mentre per dom Vonier la Sposa è reale, è concreta, indipendentemente dalle mura che la vanno a comporre e delimitare. 

«How could the children of the Bridegroom be sad?»

Come possono i figli della Sposa essere tristi? Si chiede dom Vonier. Chi accoglie dentro di sé la fede in Dio, in Cristo e nello Spirito e la coltiva dentro e insieme alla Sposa non può che essere ottimista. È anche un appello, quello lanciato da dom Vonier, a un superiore ottimismo, rivolto al mondo scettico e rassegnato, alla crisi che lo pervade, all’angoscia degli stessi cristiani che, presi dal comune contagio, hanno finito col perdere di vista le immutabili glorie della Chiesa. 

Quando i cattolici dichiarano di essere una Chiesa, si assumono una ben grave responsabilità. È come se un gruppo di persone, costituitesi in una società ben definita e inconfondibile, proclamassero di fronte al mondo intero di formare un’accolta invincibile di eroi, una società che nessuna potenza del mondo potrà distruggere. Agire così, sottolinea dom Vonier, significa assumersi una spaventosa responsabilità: suscitare fermenti, provocare ostilità, attirarsi le più amare critiche, aprire il varco, nel resto dell’umanità, agli attacchi spietati di chi agisce per partito preso. E allora si chiede l’autore: chi non esiterebbe, con aria di trionfo, a denunciare le miserie di una società che si proclama divina?

L’odio nasce nel momento stesso in cui si manifesta il potere o la pretesa del potere. Quando la comune fede in Cristo stringe in vincolo di unità ed anima del suo soffio vitale un gruppo di uomini, allora la benevola tolleranza degli estranei si cambia in feroce ostilità. 

Ma questa ostinata determinazione dei cattolici a proclamarsi Chiesa, si è attirata qualcosa di peggio della furia dei persecutori: ha provocato quel grande scandalo, che ha origine dalla evidente constatazione che la società la quale si arroga un carattere divino, appare ben diversa nella sua vita e nelle sue manifestazioni. 

Sicuramente, secondo dom Vonier, se il Cristianesimo avesse conservato quella semplicità primitiva, per la quale ognuno è libero di trovare il Cristo seguendo la propria strada, di volgersi a lui secondo l’inclinazione del proprio sentimento, molte miserie dello spirito sarebbero state risparmiate. 

Lo Spirito si è incarnato nella Chiesa, così come Cristo si è incarnato nella natura umana. Tuttavia, per dom Vonier, è necessario distinguere fra la santità della Chiesa e la sua innocenza. La santità è l’abbondanza delle opere di carità nella Chiesa, l’innocenza è l’assenza del peccato, o almeno del peccato mortale. La fecondità della Chiesa in ogni genere di opere buone tende a sfuggire agli occhi di molti mentre le colpe, reali o immaginarie, dei membri della Chiesa generano scandali e morbosità. 

L’attacco aperto del protestantesimo contro il cattolicesimo conta ormai oltre quattrocento anni; l’assalto della incredulità moderna dura da oltre due secoli. Quest’onda di veleno ha forse contaminato la Chiesa? 

Per dom Vonier l’azione missionaria è una via di grande speranza per la Chiesa e per lo Spirito. 

L’autore è un teologo e un uomo del suo tempo. Oggi, quella che egli definisce “incredulità moderna” per certo si è estesa e rinforzata ma l’analisi condotta da dom Vonier è molto acuta e attuale. Molto interessante risulta anche la lettura della introduzione dei curatori dell’opera, che aiuta il lettore nella comprensione della reale portata di uno scritto di simil fattura.

Il libro

Dom Anscario Vonier O.S.B., Lo Spirito e la Sposa (Renzo e M. Cecilia Poggi, a cura di), Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2015.

Titolo originale dell’opera: The Spirit and the Bride, Burns Oates&Washbourne Ltd., London 1935.

L’autore

Dom Anscar Vonier O.S.B. (1875-1938): benedettino, poi abate dell’abbazia di Buckfast, considerato tra i maggiori teologi del suo tempo e autore di manuali di vita spirituale.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Libreria Editrice Fiorentina per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” di Franco Garelli (ilMulino, 2020)

Perché proprio questo è il secolo della solitudine?


© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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SPECIALE WMI: I luoghi della cultura oggi e le riviste del Novecento

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Il Novecento, fin dal principio, porta in sé le contraddizioni ereditate dal secolo precedente. Cosa ha lasciato il Novecento letterario al nuovo Millennio? Quali sono i luoghi della cultura oggi? 

Uno degli aspetti più importanti della cultura italiana del Novecento è il ruolo particolare che hanno avuto le riviste come centri di raccolta e di aggregazione degli intellettuali, come strumenti di orientamento teorico e di progettazione ideologica.

Sono per la gran parte riviste programmaticamente anti-accademiche o anaccademiche. Da ciò la critica e il rifiuto dell’intellettuale accademico, tradizionalmente separato dalla prassi sociale e politica. 

Questi intellettuali sono, dunque, e contemporaneamente, critici del sistema e oppositori della cultura tradizionale, e la loro funzione nella società italiana fu notevole per il ruolo eccezionale svolto in Italia dalla cultura.1

Forse è bene ricordare che l’università italiana, per ragioni connesse alle scelte di politica culturale compiute dalle classi dirigenti post-risorgimentali, non è nata né come centro di ricerca scientifica, secondo il modello tedesco, né come centro di preparazione professionale, secondo il modello francese. Essa è sorta come luogo di alta cultura, ossia come un’istituzione di tipo medievale, fortemente selettiva sul piano culturale, è perciò fortemente refrattaria agli orientamenti che non sorgono al suo interno ma al di fuori, e per tale motivo considerati portatori di richieste e progetti culturali eversivi. Così, questi intellettuali, che hanno rappresentato una cultura d’avanguardia, con una notevole capacità di stabilire rapporti diretti e produttivi con la cultura europea più avanzata, hanno vissuto perlopiù una costante oscillazione fra opposti estremismi: tra un ribellismo di tipo anarcoide o una conclusiva integrazione nel sistema.2

Nei primi decenni del Novecento, proprio mentre la scienza e la tecnologia modificano la vita dell’individuo e della collettività in una misura mai vista prima, si afferma la convinzione che la realtà non sia oggettivamente conoscibile e inquadrabile entro rigide categorie. 

L’ideologia ottimistica della scienza e del progresso è messa in crisi, oltre che dalle nuove teorie scientifiche e psicologiche, dalle stesse trasformazioni socioeconomiche. La nascita della società di massa mostra infatti gli evidenti limiti della filosofia positivista, che concepisce l’evoluzione e la tecnica legate al benessere e alla giustizia sociale. Gli squilibri sociopolitici, la violenza dell’imperialismo, le tentazioni autoritarie dei governi e, in ambito culturale, la crisi della letteratura e del letterato – che fa i conti con una sempre più marcata mercificazione dell’opera d’arte e con la svalutazione del proprio ruolo – sono tutti elementi che concorrono a creare un nuovo clima culturale.3

Le caratteristiche della società di massa erano già in parte evidenti alla fine dell’Ottocento, quando molte categorie sociali avevano cominciato a fruire di beni, servizi e diritti in precedenza patrimonio di esigue minoranze, diventando interpreti attive della vita civile ed economica.

Già Friedrich Nietzsche aveva parlato del movimento democratico come di una gigantesca «sollevazione della plebe e degli schiavi» che sarebbe sfociata, se non fosse stata energicamente contrastata, in un perverso ribaltamento della gerarchia naturale dei valori. 

Le critiche alla democrazia provengono da posizioni politiche anche differenti, accomunate però da uno stesso disprezzo per il parlamentarismo e alimentate da correnti ideologiche irrazionalistiche

Il groviglio di riferimenti politico-culturali che alimentano le correnti ideologiche antidemocratiche trova espressione in Italia soprattutto all’interno di alcune riviste. Tra le principali: LeonardoIl RegnoHermesLa Voce, animate da intellettuali che si sentono distanti dalla classe a cui appartengono, la borghesia, ma al contempo si battono contro la minaccia rappresentata dal proletariato organizzato.4

Per rompere i ponti con il passato, avvertono la necessità di attribuire alla loro visione ideologica una componente militante e aggressiva, analogamente a quanto avviene nel mondo dell’arte, in Italia e nel resto d’Europa, con il fenomeno delle avanguardie – dal Futurismo al Cubismo, dall’Espressionismo all’Astrattismo, dal Dadaismo al Surrealismo.

Insieme a questo culto dell’azione, gli intellettuali di inizio Novecento, soprattutto italiani, accolgono atteggiamenti ribellistici di diversa provenienza – dal dannunzianesimo al superomismo – convinti che l’omologazione imperante possa essere contrastata grazie all’impegno di una minoranza di uomini superiori cui affidare il potere.

Quella promossa dalle riviste è una concezione dell’esistenza fondata sul culto dell’individuo e della pienezza vitale, sulla visione idealistica del soggetto creatore e su un’idea elitaria dell’arte e della cultura, che oppone l’irrazionalismo al razionalismo, il nazionalismo al cosmopolitismo, lo spiritualismo al materialismo, l’azione al pensiero astratto.

Non sorprende pertanto di trovare spesso, in questi periodici, l’esaltazione della guerra, celebrata come un’occasione propizia per cancellare la banale volgarità dal mondo e per rappresentare una via d’uscita dalla mediocrità della democrazia, azzerando la civiltà della massa e del numero per costruirne una basata sul genio e sull’individualità.5

Il crollo del fascismo, il periodo della Resistenza e l’arrivo della democrazia sono eventi che generano un radicale cambiamento nella vita del paese che poi si riflette in tutta la produzione letteraria di quegli anni. Attorno alle riviste RinascitaBelfagorPolitecnicoPonte si anima un vivace dibattito politico-culturale attraverso il quale si analizza, tra l’altro, l’isolamento della letteratura durante il ventennio, la mancanza di rapporti con la realtà da cui ne emerge un’ansia di superamento mediante l’impegno sociale e il pieno coinvolgimento da parte degli intellettuali nella fase postbellica di ricostruzione e reazione del paese. 

Nasce una letteratura nuova, impegnata ed immersa nella realtà: il Neorealismo, che, proprio per questo coinvolgimento politico e sociale, si esaurisce già nella seconda metà degli anni cinquanta allorquando si assiste allo svanire delle speranze di rinnovamento sociale, alla crisi delle sinistre, al processo di destalinizzazione e i moduli di rappresentazione neorealista risultano inappropriati per rendere una realtà singola e collettiva tanto complessa come quella neocapitalistica italiana.6

In ambito letterario le risposte a questi nuovi fermenti sono state antitetiche.

Letterati quali Tomasi di Lampedusa e Bassani manifestano il disagio con un desiderio di fuga dalla società attraverso la scelta di temi esistenziali, evasione elegiaca, compiacimenti intimistici e lamento della condizione umana. Altri, quali Sanguineti e Porta, denunciano l’inutilità della società capitalistica, l’incomunicabilità, la commercializzazione dell’arte attraverso le tecniche delle avanguardie storiche e, per questo, identificati nel movimento della Neoavanguardia.

Durante gli anni cinquanta si assiste all’apertura di un altro acceso dibattito, questa volta innescato dalla delusione generale diffusa per la mancata ripresa dopo il cambiamento politico. In seguito a eventi sulla scena internazionale destabilizzanti per la sinistra, il marxismo viene riesaminato su riviste di partito e non. Una fiorente produzione di saggistica si occupa della tematica mentre sempre acceso rimane il dibattito tra l’esigenza di una cultura come bene di consumo, come merce, e un’estremizzazione della ricerca formale, dello sperimentalismo che si oppone proprio all’ovvio e al consumabile. Riviste simbolo di questi ambiti di ricerca sono OfficinaVerriIl Menabò. Il gruppo letterario denominato Gruppo ’63 nasce in seno all’esigenza di contestare la mercificazione culturale di quegli anni.7

Le rivendicazioni della controcultura studentesca, la critica radicale alla società del benessere e il rifiuto del conformismo e dell’omologazione hanno spesso, come referente culturale, un marxismo critico molto diverso da quello di matrice leninista, tipico della burocrazia oppressiva dell’Unione Sovietica. Il nuovo pensiero di opposizione nasce invece nel cuore dei paesi capitalistici – a partire dalle università nordamericane ed europee -, dove una nutrita schiera di filosofi e intellettuali elabora analisi che pongono in discussione i meccanismi del mercato e la condizione umana nella ricca società occidentale.8

La società industriale – sia capitalistica che comunista – si dimostra totalitaria e disumana, in quanto l’applicazione della scienza e della tecnica ai processi produttivi e l’organizzazione scientifica del lavoro comportano inevitabilmente un’utilizzazione tecnico-strumentale degli esseri umani che si muovono come ingranaggi, secondo un modo di pensare e di comportarsi perfettamente adeguato al meccanismo in cui sono inseriti. 

In un sistema di questo tipo l’opposizione, formalmente garantita e tollerata, è di fatto impossibile, essendo inglobata all’interno di una realtà che mira ad assorbire ogni tendenza, anche quelle che si propongono di confutarla.

Nell’Ottocento Marx aveva individuato nella classe operaia il soggetto capace di rovesciare la borghesia. Ma ora? Il movimento operaio, integrato nella società dei consumi, non rappresenta più un’alternativa: la sua mentalità e le sue aspirazioni, infatti, non sono più in contrasto con la società, di cui invece accettano valori e pensieri.

Gli unici soggetti capaci di tenere vivo un «pensiero negativo» alternativo a quello dominante, sono quelli che si trovano del tutto al di fuori del sistema capitalistico: gli esclusi, gli emarginati, i declassati, cioè le frazioni di proletariato urbano ancora combattivo e i popoli del Terzo mondo.9

La società di massa si è trasformata, a partire dagli anni Ottanta, in un «villaggio globale». In esso, la parola e l’immagine diventano un patrimonio a disposizione di tutti, destinato al consumo di massa. Eppure, già dalla fine degli anni Settanta, matura la sensazione di vivere un paradosso: proprio mentre l’umanità allarga in modo incommensurabile le sue conoscenze e dispone di nuovi strumenti per verificare valore e diffusione, sembrano prevalere l’incertezza, il dubbio, la crisi dell’idea di una conoscenza oggettiva e scientifica del reale.10

La mescolanza di etnie, popoli, culture e religioni, il labile confine tra le comunicazioni reali e virtuali, la globalizzazione dei mercati, la robotizzazione del lavoro, sono tutti elementi che generano conseguenze problematiche e che contribuiscono a determinare la sensazione che la società umana non si trovi più, come nella civiltà moderna, sulla strada di un continuo progresso. Si vive invece in un labirinto senza uscita, in un tempo successivo a quello in cui tutto è stato detto, fatto, visto e vissuto. L’umanità si trova insomma nella postmodernità, una condizione antropologica e culturale conseguente al tramonto della modernità nella società del capitalismo maturo, in una fase caratterizzata dalle dimensioni planetarie dell’economia e dei mercati finanziari, dall’aggressività dei messaggi pubblicitari, dall’invadenza della televisione, dal flusso ininterrotto delle informazioni sulle reti telematiche. Tale condizione si caratterizza soprattutto per una disincantata rilettura della Storia, interpretata senza più prospettive e approdi cui tendere, e per l’abbandono delle grandi visioni del mondo e dei grandi progetti di trasformazione propri dell’età moderna.11

Nel dopoguerra, il ceto intellettuale torna a sentirsi protagonista di una stagione democratica ricca di aspettative. Giornali e periodici sono palestre privilegiate per ospitare dibattiti culturali e politici. Gli stessi partiti politici sono importanti poli di aggregazione culturale. Così, mentre il Neorealismo sollecita gli scrittori a occuparsi delle problematiche sociali, molti di loro assumono il compito di educare le masse, per renderle consapevoli del loro ruolo e prepararle alla rivoluzione, che si crede o si spera imminente.

Dalla metà degli anni Settanta, la trasformazione della società genera uno scenario completamente nuovo. 

Il ruolo della tecnologia e della scienza mette in discussione la funzione stessa della letteratura. Ci si interroga allora sul modo in cui può configurarsi ancora l’impegno intellettuale. Su come possa sopravvivere una coscienza critica in un mondo omologato.12

Gli intellettuali si possono distinguere in «apocalittici» e «integrati». I primi propugnatori di una pratica di avanguardia capace di costruire un’arte che non scenda a compromessi con il sistema e rifiuti di integrarsi nel mercato che lo sostiene; i secondi disposti a sfruttare gli spazi democratici aperti dall’informazione telematica.13

Le riviste di cultura del Novecento italiano sono state determinanti per lo sviluppo non solo, culturale, ma anche storico. Portando avanti il loro discorso culturale, ma strettamente interconnesso ai fatti storici, sociali e politici, esse costruirono i binari su cui indirizzare l’evoluzione futura. Sono state espressione di gruppi, più o meno compatti, di intellettuali dediti ad agire sulla realtà del tempo, specchio della propria epoca, luogo di costruzione di un pensiero comune.

Pensare a un tanto prominente ruolo culturale per le pubblicazioni di oggi, con la velocità che lo caratterizza e la soglia di attenzione media che si abbassa costantemente – senza voler considerare anche le sacche di semianalfabetismo, specie di ritorno, tutt’ora presenti in Italia -, sembra più una vena nostalgica che un vero e possibile progetto. 

La fretta, il feticcio della novità in sé, il generale disincentivo al ragionamento critico – provocato anche dalle discutibili scelte della classe dirigente degli ultimi venticinque anni – sembrano distruggere il terreno sul quale si edificava il ruolo pubblico delle riviste.14

Se con il supporto cartaceo era ed è il mercato a imporre la circolazione o l’oblio di una rivista, in base a criteri che vanno dalle scelte di librai ed edicolanti a quelle più personali del lettore, sul web tutto trova spazio. 

Se il pluralismo, di per sé, è sempre un valore positivo e una fonte di arricchimento, non si può non ammettere che alcune webzines hanno abbassato, sia linguisticamente che culturalmente, il livello qualitativo del dibattito, e spesso non assolvono alla vecchia funzione di luogo di elaborazione di teorie comuni, ma diventano mere vetrine di “firme” in cerca di visibilità. 

Questo è, probabilmente, il reale ostacolo strutturale di internet alla diffusione di vera cultura: il suo affollamento e, soprattutto, la rapidità con cui quello si forma.

Il futuro delle riviste culturali che vogliano intervenire materialmente sul proprio tempo, com’è stato per quelle novecentesche, potrà nascere dalla sintesi del nuovo strumento con la vecchia e inesausta vocazione alla riflessione critica e alla prospettiva di cambiamento.15

Le riviste di cultura hanno difficoltà a incontrare nuovi lettori, dal momento che nelle librerie i periodici sono sempre meno numerosi e peggio esposti. Certo però che non è colpa dei librai se venderli non conviene più. Inoltre, più la rivista è specialistica più tende a diffondersi in circoli chiusi, perdendo così la possibilità di espansione del proprio lettorato. Stato centrale, Regioni, Province dovrebbero incentivare le occasioni di incontro delle riviste tra loro e con potenziali nuovi lettori, promuovendo fiere, festival e conferenze. 

Non si tratta di «alfabetizzare» quote crescenti di cittadini, ma in un certo senso di ri-alfabetizzare a quel confronto collettivo che le riviste consentono.16

In Italia il Centro per il libro e per lettura, istituito nel 2007, non ha competenza sulle riviste di cultura, che dipendono direttamente dalla Direzione generale Biblioteche e diritto d’autore. In Francia invece il Centre National du Livre, creato oltre dieci anni prima di quello italiano, sostiene direttamente il Salon de la Revue. 

Il 17% delle riviste culturali italiane ha visto un certo aumento di lettori durante i mesi della pandemia e quasi l’80% ha iniziato a lanciare eventi online e continuato poi a farlo, secondo una modalità pressoché sconosciuta al 70% delle riviste fino all’esplosione dell’emergenza sanitaria.17

Sono dati che mostrano la grande flessibilità avuta da un comparto della cultura considerato rigido e ravvivano, perdipiù, la convinzione che la strada per un futuro florido della comunicazione culturale passi anche attraverso un sapiente impiego della rete.18

La potenza di generare cambiamento nel Novecento è stata monopolio delle idee, non a caso infatti tra i vari epiteti associati al ventesimo c’è quello di «secolo delle ideologie», oggi esse hanno perso quella forza. Ciò che ha più valore, nel mondo globalizzato e ipervelocizzato, sono i dati, le informazioni. 

L’esempio delle avanguardie novecentesche insegna che non c’è movimento che sia puramente culturale. Anche quando si fa solo cultura (arte, letteratura, musica), ci si adagia su una concezione che è di cambiamento globale. Il ruolo degli intellettuali è pubblico perché essi interpretano la realtà, i fatti che accadono. Anche oggi gli intellettuali devono, o dovrebbero, essere comunque in grado di “controllare” l’informazione. 

Il settore dell’informazione è da considerarsi estremamente importante per fini culturali. È necessario dotarsi e fornire una educazione e una formazione culturale in generale prima e poi specifica per ogni ambito. Una società tanto numerosa e sottoposta a tanti stimoli diversi non può permettere che l’informazione sia controllata da interessi altri rispetto a quelli educativi e “propedeutici”.19

1Matematica, UniBocconi, Ruolo delle riviste nella cultura italiana del Novecento:https://matematica.unibocconi.it/sites/default/files/1.%20Ruolo%20delle%20riviste%20nella%20cultura%20italiana%20del%20Novecento.pdf

2Matematica, UniBocconi, op.cit.

3R. Carnero, G. Iannaccone, I colori della letteratura. Dal secondo Ottocento a oggi, vol. 3, Giunti T.V.P. Editori/Treccani, Firenze, seconda ristampa giugno 2019. 

4R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

5R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

6Matematica, UniBocconi, op.cit.

7Matematica, UniBocconi, op.cit.

8R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

9Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999.

10M. McLuhan, B. Power, Il villaggio globale. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, SugarCo, Milano, 1996.

11R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

12R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

13Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 2001.

14P. Zambrin, Le riviste di cultura in Italia: problemi e prospettive, Diacritica, A. VIII, fsc.2 (44), 25 maggio 2022, vol.1 https://diacritica.it/storia-dell-editoria/le-riviste-di-cultura-in-italia-problemi-e-prospettive.html

15P. Zambrin, op,cit.

16Cit. Valdo Spini, presidente del CRIC (Coordinamento riviste italiane di cultura).

17 Redazione, Valdo Spini. La pandemia non ferma la culturahttps://riforma.it/it/articolo/2020/12/14/valdo-spini-la-pandemia-non-ferma-la-cultura

18P. Zambrin, op.cit.

19P. Zambrin, op.cit.


Articolo pubblicato sul numero 63 della Rivista WritersMagazine Italia


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina della rivista, credits www.pixabay.com


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Cosa significa fare guerra alla droga? Ipocrisie dati e chiarezza di una lotta impari

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Tra le macerie del ponte Morandi c’era anche un carico di droga destinato a uomini di Scampia e Secondigliano. E la ‘ndrangheta provò a recuperare quei 900 chili di hashish nascosti dentro il camion giallo, coinvolto nel crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. Nulla era emerso dagli atti giudiziari e non si sa se il recupero della droga sia mai veramente avvenuto.1 Il punto però è un altro: 900 chili di hashish che viaggiavano indisturbati su un comune mezzo percorrendo una qualsiasi strada.

Nel 2020, a livello globale la diffusione delle droghe è stata:2

  • Cannabis 209.220.000
  • Oppioidi 61.290.000
  • Oppiacei 31.100.000
  • Cocaina 21.470.000 
  • Anfetamine e simili 34.080.000
  • Ecstasy 20.040.000

Un grammo di eroina in Italia, sempre nel 2020, costava tra i 55 e i 68 dollari americani. Un grammo di cocaina aveva un prezzo variabile tra gli 80 e i 100 dollari americani. Il prezzo della cannabis, nelle varianti di marijuana e hashish, rispettivamente compreso tra i 9 e i 22 e i 12 e i 14 dollari americani. Le anfetamine tra i 24 e i 28, mentre le metanfetamine tra i 35 e i 44.

Il prezzo delle droghe varia anche di molto da paese a paese e nelle varie aree del pianeta, risulta quindi molto complesso procedere con il calcolo dell’incasso totale dovuto dalla vendita delle dosi delle varie droghe. Ma viene da sé che si sta parlando di cifre enormi. 

Il dato è in continuo aumento, ma alle 18:21 del 16 dicembre 2022 l’ammontare dei soldi spesi in droga quest’anno era calcolato in 383.307.297.851 dollari.3 Il dato è meramente indicativo del volume globale di denaro e interessi che ruotano intorno al fattore droga. 

È stato stimato che nel 2018 269milioni di persone, equivalenti al 5.4 per cento della popolazione globale compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno fatto uso di droga. Per il 2030 si prevede un incremento fino all’ 11 per cento, ovvero 299milioni di persone.4

La carta5 definisce con molta chiarezza quali sono le tratte attraverso le quali si muovono gli ingenti quantitativi di droga e, soprattutto, la direzione verso cui viaggiano: il Vecchio Continente e gli Stati Uniti d’America. 

La “guerra alla droga” condotta dagli USA si è trasformata da metafora in realtà con attività di contrasto in patria, sul confine e all’estero. Non c’è droga che sia stata obiettivo militare più della cocaina. Fu il boom della coca a offrire la motivazione per classificare ufficialmente la droga, dal 1986, come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’ossessione per la cocaina ha portato alla militarizzazione delle attività di polizia e al ricorso a operazioni militari per questioni interne, facendo sfumare il confine tra scontro bellico e lotta alla criminalità in tutte le Americhe. 

Mentre la guerra statunitense contro la cocaina dilagava, nel Centroamerica la droga contribuiva silenziosamente a finanziare un tipo di guerra molto insolito: la campagna dei ribelli Contras, sostenuti dagli Stati Uniti, in opposizione al governo rivoluzionario sandinista del Nicaragua. Episodio simile alle vicende degli insorti anticomunisti finanziati dai proventi della droga nel Sudest asiatico e in Afghanistan. 

Un’inchiesta congressuale, durata tre anni e guidata dal senatore del Massachusetts John Kerry, rivelò che alcune delle società di trasporto aereo occultamente ingaggiate dalla CIA per spedire rifornimenti ai Contras erano coinvolte anche nel traffico di cocaina.6

Perché si è ritenuto necessario iniziare e protrarre una guerra alla droga perlopiù esterna ai propri confini piuttosto che concentrare ogni sforzo nella cura e assistenza nonché, prioritariamente, nella prevenzione?

Quanto a lungo potevano tollerare i governi occidentali che milioni di dollari si riversassero di continuo in America latina?

Si impara presto che la vita è ben più complessa di come la si immagina, e che Bene e Male sono concetti relativi non assoluti.

Più di qualunque altro presidente, fu George H.W. Bush a usare il suo potere di comandante in capo per reclutare l’esercito americano nella guerra alla droga. Con la fine della Guerra fredda l’entusiasmo con cui il Pentagono assunse compiti di contrasto alla droga aumentò notevolmente. La possibilità di riciclare le tecnologie della Guerra Fredda per le missioni della guerra alla droga offrì un nuovo margine di crescita agli appaltatori della difesa, che faticavano ad adattarsi al mutato ambiente della sicurezza. L’allora senatore Joseph Biden, rispecchiando lo stato d’animo dell’epoca, sostenne nel 1990 che «molte delle tecnologie più promettenti [per il controllo della droga] sono già state sviluppate negli ultimi dieci anni dal dipartimento della Difesa a fini militari» ed esortò l’adozione e disponibilità di queste tecnologie per le attività antinarcotici.7

All’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre, i guerrieri antidroga statunitensi, che tipicamente avevano avuto poco o nulla a che fare con la lotta al terrorismo, si adoperarono per riadattare e ridefinire i loro compiti in un ambiente della sicurezza improvvisamente mutato. I funzionari della DEA (Drug Enforcement Administration) insisterono per integrare la guerra alla droga con la guerra al terrore, con una nuova attenzione al “narcoterrorismo” e sollecitando un focus più accurato sui presunti legami tra traffico di droga e attività terroristiche.8

A fine 2001, il presidente George W. Bush sottolineò quanto sia importante per gli americani sapere che il traffico di droga finanzia le attività del Terrore. E che smettendo di drogarsi si partecipa alla lotta conto il terrorismo.9

La guerra alla droga non è mai cessata eppure nel tempo la produzione e il consumo delle droghe non ha fatto che aumentare, inoltre ci sono altri aspetti e conseguenze dirette di ciò che meritano una riflessione.

Nei primi decenni del XXI secolo, l’America Latina è diventata il capoluogo mondiale degli omicidi, con oltre 2milioni di morti violente dall’anno 2000 in poi. Un numero di gran lunga superiore alle circa 900mila vittime dei conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan. In America Latina vive solo l’8 per cento della popolazione mondiale, ma si è verificato un terzo di tutti gli assassini. Inoltre, le dieci città più violente del mondo sono tutte in quella regione.10

La droga e la guerra alla droga rappresentano solo una parte della risposta, ma soprattutto in paesi come Messico, Colombia e Brasile si tratta di un aspetto cruciale.11

E sul versante opposto, ovvero nei paesi prevalentemente consumatori di droga, cosa accade?

Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ci sono stati oltre 100mila morti per overdose negli Stati Uniti nell’anno compreso tra aprile 2020 e aprile 2021.12

In Italia, i decessi riconducibili all’abuso di sostanze stupefacenti nell’anno 2021 sono 293, in calo rispetto agli anni precedenti ( 2020 – 309; 2019 – 374). La gran parte imputabili all’eroina (135), segue la cocaina (64).13 Negli Stati Uniti invece a causare più decessi è il fentanyl, un oppiode sintetico, 50 volte più potente dell’eroina. 

In Europa, nell’anno 2020, i decessi per overdose sono stati 5.800.14

Nel 2021 tra le persone seguite dai Ser.D. – i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale – dislocati lungo tutto il territorio nazionale italiano si contano:15

  • 8.790 assistiti che presentavano almeno una patologia psichiatrica.
  • 1.513 positivi al test per l’HIV (sindrome da immunodeficienza acquisita).
  • 572 positivi al test per l’HBV (virus dell’epatite B).
  • 10.505 positivi al test per l’HCV (virus dell’epatite C).
  • Il 4.3 per cento dei soggetti testati è risultato positivo a tutti e tre i test sopra elencati.
  • 15.468 persone ricoverate in ospedale con diagnosi correlate all’uso di droghe, con ricoveri ordinari, e 6.233 accessi al Pronto Soccorso.

Le stime sono tendenzialmente al ribasso, in quanto bisogna considerare che si parla di coloro che sono già seguiti dai Ser.D. sul territorio. Andrebbero quindi aggiunti, o quantomeno tenuti in considerazione tutti gli altri, i consumatori più o meno abituali di droga che non si sono o non si sono ancora rivolti a detti servizi pubblici. 

L’uso di sostanze tra gli adolescenti spazia dalla sperimentazione ai gravi disturbi da uso di sostanze. Tutti gli usi di sostanze, anche quelli sperimentali, mettono gli adolescenti a rischio di problemi a termine come incidenti, liti, rapporti sessuali non voluti, overdose. L’uso di sostanze interferisce anche con lo sviluppo cerebrale. Gli adolescenti sono vulnerabili agli effetti provocati dall’uso di sostanze e corrono un rischio più alto di sviluppare conseguenze a lungo termine come disturbi mentali e scarso rendimento intellettivo. Disturbi dovuti anche all’uso di alcol, cannabis e nicotina.16

Nel 2021 in Italia sono state:17

  • 31.914 le segnalazioni per violazione dell’Art. 75 del DPR n. 309/1990 (possesso ad uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope), riferite a 30.166 persone. Nel 2019 le segnalazioni erano nell’ordine di 53.016. La netta diminuzione è con molta probabilità riferibile alle restrizioni da COVID-19.
  • 30.083 le persone segnalate per reati penali commessi droga-correlati, con un decremento del solo 5 per cento rispetto al 2020. La maggior parte delle denunce ha riguardato la detenzione di cocaina/crack, a seguire cannabis e derivati, eroina/altri oppiacei, sostanze sintetiche.
  • 91.943 i procedimenti penali pendenti per reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope. 186.517 le persone coinvolte, con una media quindi di due ogni provvedimento. I minorenni costituiscono il 4 per cento del totale delle persone coinvolte. In termini assoluti, i valori più elevati si riscontrano in Lazio, Lombardia e Sicilia.
  • 12.594 le persone condannate per reati droga-correlati.

Due dei punti cardine sull’andamento della “guerra alla droga” sono gli arresti e i sequestri. Il tempo però ha insegnato a tutti che l’arresto di piccoli, medi o grandi spacciatori come pure di cosiddetti capi significa solo, alla fin fine, più o meno tempo per la riorganizzazione della filiera di distribuzione e vendita. I sequestri poi, anche laddove riguardano quantità che possono sembrare enormi, vanno o andrebbero valutati nella giusta prospettiva.

Nel 2021 sono stati sequestrati 91.152,45 chilogrammi di droga in Italia.18 Passando dalle circa 59 tonnellate del 2020 alle oltre 91 del 2021 non si può non interrogarsi su cosa stia effettivamente accadendo.

Le forze di polizia potrebbero aver sviluppato tecniche più sofisticate per intercettare i carichi di droga in arrivo e in circolazione nel nostro Paese ma potrebbe anche esserci un costante aumento degli stessi. Oppure entrambe le cose insieme. La droga in arrivo aumenta e con essa aumentano anche le probabilità di essere intercettata. 

Gli analisti dell’antimafia ipotizzano, in linea generale, che per ogni chilo sequestrato riesce a superare le ispezioni un quantitativo superiore di almeno tre volte. La parte che finisce sotto sequestro è un costo fisiologico messo in conto dalle mafie.19

E se i sequestri aumentano e la produzione e il consumo anche non si può non chiedersi se questa “guerra alla droga” la si sta davvero combattendo oppure si vuole solo dare l’impressione di farlo.

È opinione condivisa che in guerra la prima vittima è sempre la verità? Ciò vale anche per la guerra alla droga?

Nel post-Guerra fredda la guerra alla droga ha ormai definitivamente contribuito a spostare l’attenzione degli apparati di sicurezza statali dalle tradizionali minacce militari alle nuove “minacce transnazionali”. La convenzionale distinzione tra il combattere un conflitto bellico e la lotta al crimine si è dissolta sempre più, cambiando la natura stessa della guerra. 

Una guerra contro la droga, anche quando non risulta particolarmente efficace nel reprimere gli stupefacenti, può diventare un mezzo utile per il perseguimento di altri obiettivi strategici, tra cui quello di attaccare e delegittimare i nemici. Ciò fu evidente, per esempio, nel corso della Guerra fredda, allorquando il governo americano accusò la Cina rossa e la Cuba castrista di inondare gli Stati Uniti di droga, mentre in realtà la Cina si era in gran parte ritirata dal narcotraffico internazionale e i cubani più coinvolti in affari erano anticomunisti esiliati a Miami o altrove. Quando la Guerra fredda si concluse e il Congresso e l’opinione pubblica statunitense non furono più disposti a sovvenzionare campagne controinsurrezionali anticomuniste, le agenzie antidroga offrirono agli strateghi di Washington un comodo canale alternativo per finanziare il supporto militare alla guerra del governo colombiano contro le insurrezioni di sinistra.20

Dalla Birmania al Messico, alla Colombia, i narcotrafficanti rafforzano la loro capacità militare per difendere o cercare di conquistare con la violenza i mercati della droga. Negli ultimi anni le dispute tra gruppi rivali che si contendono il territorio hanno imposto un tributo particolarmente pesante al Messico, dove il conto dei morti ha superato quello della maggior parte delle guerre civili. 

Probabilmente le attuali battaglie tra gang della droga rivali possono essere viste come una forma criminale di guerra commerciale, resa possibile sia dalla proibizione delle droghe sia dalla facile disponibilità di arsenali militari e di soldati addestrati dall’esercito.

Bisogna sottolineare che la “guerra per la droga” può interagire strettamente con la “guerra contro la droga”, ed esserne alimentata. Quando un’organizzazione è smantellata o indebolita dalla “guerra contro la droga”, altri narcotrafficanti intraprendono una “guerra per la droga”: una violenta competizione per accaparrarsi i territori rimasti vacanti. Questi combattimenti rappresentano anche delle “guerre grazie alla droga”, nella misura in cui sono finanziati con i proventi dei traffici illeciti.21

Un ulteriore effetto interattivo è che i narcotrafficanti possono lanciare una “guerra per la droga” come reazione difensiva a una “guerra contro la droga”, assassinando giudici, poliziotti e politici. La prassi tipica della maggior parte dei narcotrafficanti è sfuggire allo stato, anziché scontrarvisi con la forza, ma in casi eccezionali si è arrivati anche a una dichiarazione di guerra totale contro lo stato.22

L’attuale guerra contro la droga può anche essere vista come una vicenda di affermazione dello stato. Spesso i leader di governo hanno giustificato le campagne antidroga come uno sforzo per proteggere i cittadini, pacificare gli attori violenti non statali, presidiare i confini e imporre l’ordine pubblico: prerogative dello stato per eccellenza.23

E anche se la guerra contro la droga ha fallito ripetutamente, a volte in maniera sensazionale, la connessa escalation delle attività militari ha ampliato e potenziato notevolmente gli apparati di sicurezza dello stato. Attraverso la guerra contro la droga i controlli di polizia si sono notevolmente estesi, e in alcuni luoghi ciò ha persino comportato la trasformazione dei soldati in poliziotti. Una delle conseguenze è stata quella di mettere in dubbio fin dalle basi la tradizionale distinzione fra combattere una guerra e combattere la criminalità.24

Non bisogna dimenticare poi che la guerra contro la droga ha permesso di riscuotere cospicue entrate grazie a leggi ad ampio raggio per la confisca dei beni, che hanno reso le attività di polizia altamente redditizie.25

E c’è stata una massiccia, anche se non registrata, riscossione informale di entrate nella forma di tangenti e bustarelle, che può essere concepita come un’imposta de facto sul traffico di droga.26

Con l’atto di criminalizzare la droga, lo stato crea la minaccia – gonfiando bruscamente i profitti ricavati dai narcotici e mettendo il business clandestino nelle mani di criminali pesantemente armati -, e ciò a sua volta offre allo stato una ragione per reagire con una guerra alla droga sempre più militarizzata. E poiché i trafficanti eliminati e la droga sequestrata che gli stati usano come misura del loro “successo” sono facilmente sostituibili, e politici e burocrati hanno forti incentivi a insistere e intensificare gli sforzi anziché a riconsiderarli, la guerra alla droga continua a trascinarsi.27

Viene allora da interrogarsi su dove ci porterà tutto questo. Si vincono le battaglie della guerra alla droga, ma la guerra non finisce. E la dinamica della guerra si autoperpetua in maniera perversa: le vittorie sul campo pongono involontariamente le condizioni per ampliare il conflitto; chiudere le vecchie rotte e togliere di mezzo i trafficanti fa semplicemente emergere nuove rotte e più trafficanti. Oltretutto, ne conseguono lotte per il territorio che possono alimentare ancor di più la violenza che l’invio di militari avrebbe dovuto sedare. E se il passato può in qualche modo guidarci al futuro, è lecito aspettarsi che le cose continuino così.28

Molti consumatori di eroina americani si sono votati alla droga solo dopo essere diventati dipendenti da antidolorifici oppiodi regolarmente prescritti. Quella contro la droga, tuttavia, è una guerra altamente selettiva, che evita in tutti i modi di prendere seriamente di mira le case farmaceutiche che hanno pubblicizzato con tanta aggressività prodotti che creano dipendenza.29

Ma cosa accadrebbe se la guerra alla droga dovesse in qualche modo finire? Finirebbe anche la violenza?

La legalizzazione priverebbe l’enorme commercio illegale planetario dei suoi profitti gonfiati dal proibizionismo, che alimentano la violenza e finanziano terroristi e insorti. Probabilmente i narcotrafficanti diversificherebbero i loro affari e si rivolgerebbero ad altre attività illecite, come fecero i boss mafiosi statunitensi dopo la revoca del proibizionismo dell’alcol, ma il loro flusso di entrate più rilevante sarebbe prosciugato. 

Non bisogna dimenticare che la proibizione della droga e gli elevati volumi del narcotraffico precedono di gran lunga, per esempio, le ondate di violenza in Messico. Non sono solo il proibizionismo e i flussi di droga in sé a innescare la violenza, ma le modalità specifiche con cui le leggi antidroga vengono applicate o disattese.30

Troppo spesso la politica impregnata di moralismo della guerra alla droga esclude approcci più pragmatici.31

Se da un lato gli eserciti contemporanei vengono schierati su un numero di fronti sempre maggiore per combattere la droga, dall’altro combattono sempre più “fatti” di droga. Molti di coloro ai quali è è affidato il compito di fare la guerra continueranno a cercare aiuto nelle droghe, che siano prescritte o auto-prescritte. Se è vero che il combattere da strafatti ha una lunga tradizione, oggi sono disponibili più droghe per un numero di soldati più alto che mai, e lo stato continua a essere uno dei principali spacciatori.32

Circa 270milioni di persone nel mondo fanno o hanno fatto uso di droga. È necessario quindi andare oltre l’immagine stereotipata del tossico eroinomane che giace inerme con una siringa infilata in un braccio. Bisogna andare oltre. Molto oltre. 

Rientra nella più assoluta “normalità” l’identikit del cocainomane socialmente inserito emersa dall’attività del centro clinico cocainomani di Brescia: età compresa tra i 25 e 34 anni, con titoli di studio, lavoro e famiglia e con l’abitudine di fare una o più “piste” di cocaina al giorno.33

Nel 2006 il Garante della Privacy bloccò la messa in onda dell’inchiesta condotta dalla troupe della trasmissione televisivaLe Iene – un parlamentare su tre positivo ai test antidroga – perché lesiva dell’immagine e dell’onorabilità dell’istituzione. Dieci anni dopo, sempre i parlamentari italiani hanno bocciato l’ordine del giorno per introdurre cani e test antidroga anche in Parlamento. E allora si è provata la strada già percorsa dal «Sun» nel 2013 che diede origine a quello che fu definito lo “scandalo cocaina a Westminster”: utilizzare i kit pronti all’uso per testare le superfici dei bagni del Parlamento. Le tracce sono state trovate e i test hanno dato esiti positivi.34

Bisognerebbe poi riconoscere che la guerra stessa può essere pensata come una droga, la quale probabilmente durerà nel tempo, mentre la popolarità di altre sostanze stupefacenti va e viene. 

L’unica cosa che si può prevedere con una qualche certezza è che la droga e la guerra proseguiranno nel loro abbraccio mortale: l’una farà e rifarà l’altra ancora negli anni e nei decenni a venire.35

E intanto possiamo sempre continuare o iniziare a guardarci intorno, anche su una qualsiasi strada, e chiederci quante auto, camion o altri veicoli imbottiti di droga ci sono intorno a noi. Domandarci quante sono le persone che fanno uso di droga e perché. Chiedere a noi stessi quante sono le persone che realmente combattono la guerra contro la droga e perché lo fanno. 

Perché se non si conosce a fondo e per intero il problema globale della droga e della guerra alla droga si rischia di ridurlo a un mero problema esistenziale di persone con delle fragilità. Invece è un problema globale, di salute pubblica ma anche di geopolitica, di economia e malavita, di malapolitica e corruzione, di scelte e di opportunismo, di vittime e di carnefici. Di Stato e di Mafia. 

1Il Fatto Quotidiano, edizione online 14 dicembre 2022: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/12/14/ponte-morandi-anche-un-camion-con-900-chili-di-droga-coinvolto-nel-crollo-la-ndrangheta-tento-di-recuperare-il-carico/6905572/

2United Nation World Drug Report 2022: https://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/world-drug-report-2022.html

3https://www.worldometers.info/it/ (Fonte: The illegal drugs global business – Frontline, PBS, Specila Report).

4United Nation World Drug Report 2022: https://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/world-drug-report-2022.html

5Limes 10/13, 6 novembre 2013: https://www.limesonline.com/le-vie-della-droga/53797

6P.Andreas, Killer High. Storia della guerra in sei droghe, Meltemi Editore, Milano, 2021.

7P. Andreas, op.cit.

8Federal Documents Clearing House, FDCH Political Transcripts, U.S. Senator Orrin Hatch (R-UT) Holds Hearing on International Drug Trafficking and Terrorism, 20 maggio 2003.

9G. Thomson, Trafficking in Terror, in «New Yorker», il 14 dicembre 2015.

10D. Luhnow, Latin America Is the Murder Capital of the World, in «Wall Street Journal», 20 settembre 2018.

11P. Andreas, op.cit.

12«Il Fatto Quotidiano», 20 novembre 2021: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/20/la-pandemia-silenziosa-degli-usa-oltre-100mila-morti-di-overdose-in-un-anno-guerra-che-uccide-piu-di-armi-e-incidenti-stradali-messi-insieme/6397531/

13Relazione Annuale Ministero dell’Interno – 2022: https://antidroga.interno.gov.it/wp-content/uploads/2022/06/Relazione-Annuale-2022.pdf

14EMCDDA Relazione europea sulla droga – Tendenze e Sviluppi – 2022: https://www.emcdda.europa.eu/system/files/publications/14644/20222419_TDAT22001ITN_PDF.pdf

15Rapporto Tossicodipendenze del Ministero della Salute 2022 (sui dati del 2021): https://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=3272

16S. Levy, MD MPH Harvard Medical School, MSD Manual luglio 2022 Uso di sostanze negli adolescenti: https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/problemi-di-salute-dei-bambini/problemi-negli-adolescenti/uso-e-abuso-di-sostanze-nell-adolescenza

17Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione Annuale al Parlamento sul Fenomeno delle Tossicodipendenze in Italia, anno 2022: https://www.politicheantidroga.gov.it/it/notizie/notizie/relazione-annuale-al-parlamento-2022/

18Relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (relativa al 2021): https://antidroga.interno.gov.it/wp-content/uploads/2022/06/Sintesi-2022.pdf

19I. Cimmarusti, Mafia Spa, l’import-expot di droga e rifiuti triplica nell’anno della pandemia, «Il Sole 24 Ore», 30 settembre 2021: https://www.ilsole24ore.com/art/mafia-spa-l-import-export-droga-e-rifiuti-triplica-nell-anno-pandemia-AEjf3Pk?refresh_ce=1

20P. Andreas, op.cit.

21P. Andreas, op.cit.

22P. Andreas, op.cit.

23B. Lessing, Making Peace in Drug Wars: Crackdowns and Cartels in Latin America, Cambridge University Press, Cambridge, 2017.

24P. Andreas, R. Price, From Wae-fighting to Crime-fighting. Transforming the American National SecurityState, Oxford University Press, Oxford, 2001.

25B. Lessing, op.cit.

26P. Andreas, The Political Economy of Narco-Corruption in Mexico, in «Current History», vol. 97, 1998.

27E. Bertram, M. Blachman, K. Sharpe, P. Andreas, Drug War Politics: The Price of Denial, University of California Press, Berkley, 1996.

28C. Friesendorf, U.S. Foreign Policy and the War on Drugs: Displacing the Cocaine and Heroin Industry, Routledge, London, 2007.

29P. Andreas, op.cit.

30P. Andreas, op.cit.

31E Bertram et al., op.cit.

32P. Andreas, op.cit.

33S. Ghilardi, La cocaina «sfonda» tra i colletti bianchi, «Corriere della Sera» edizione Brescia, 8 ottobre 2014: https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/14_ottobre_08/cocaina-sfonda-colletti-bianchi-476c2ade-4ebe-11e4-b3e6-b91ef8141370.shtml

34T. Mackinson, La Camera se la tira, tracce di cocaina nel bagno dei deputati – L’inchiesta su FQ Millenium del 2017, «Il Fatto Quotidiano», 6 dicembre 2021: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/06/la-camera-se-la-tira-tracce-di-cocaina-nel-bagno-dei-deputati-linchiesta-su-fq-millennium-del-2017/6417647/

35P. Andreas, op.cit.


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Vite parallele: Rom e Gagì. Recensione a “L’ordine infranto” di Maria Teresa Casella

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Come si può passare da una famiglia tradizionale a una kumpània rom nel giro di pochi giorni e sentirsi sempre a casa?

Rinunciare all’ordine ormai infranto della propria vita può davvero servire per ritrovare se stessi?

Senza tenere sempre bene in mente questi interrogativi forse non si riuscirebbe a comprendere fino in fondo la portata di un libro come L’ordine infranto di Maria Teresa casella.

Un libro che non racconta semplicemente una storia, narra della vita

La vita di chi è un reietto, all’interno della propria famiglia o della società. Paria per scelta o per destino. Invisibili che vivono ai margini di una società che sembra accorgersi di loro solo quando accadono tragici eventi.

Una società che non ammette diversi e, per coloro che cercano di ricrearsi una nuova vita fuori dall’ordine infranto, riserva solo la strada e l’emarginazione.

Come accaduto alla protagonista del libro di Casella, una giovane donna, di famiglia benestante, studentessa di medicina e con un promettente futuro che all’improvviso si perde nel dolore dell’inganno e fugge. 

Da senzatetto a nomade, quasi inspiegabilmente, il passo sarà breve. E verrà accolta nella comunità rom, pur con qualche reticenza, che diventerà la sua nuova e unica casa. Una comunità da sempre vista come uno scherzo della natura, ingestibile e incomprensibile, per le sue non-regole che le impediscono di standardizzarsi ai rigidi canoni della società globale che la “ospita”. Eppure Casella insegna al lettore che mai le cose sono appaiono e che il fango e l’immondizia, a volte, sono più oneste e limpide di un’animo tormentato.

I rom in Italia sono all’incirca 170mila e Maria Teresa Casella ha simbolicamente scelto di “dare voce” alla numerosa comunità che abita il più grande campo abusivo della capitale. I personaggi narrati dall’autrice sono, naturalmente, frutto della sua fantasia, ma le storie, quelle potrebbero essere vere davvero. E forse lo sono. Lo strazio di bambini che crescono tra immondizia e sostanze pericolose, che giocano con il fuoco e la varechina, si feriscono, si lacerano, bruciano. Ragazze poco più che bambine e giovani adulti dediti all’accattonaggio e al furto. Anziani che gelosamente custodiscono i tesori, anche notevoli, accumulati tra lamiere e stracci. 

Un incomprensibile modo di vivere che attrae la protagonista e che sembra risucchiarla in questo vortice intenso di odori e sapori così diversi, nei quali però riconosce, o meglio trova l’amore e altri sentimenti di cui nutriva un immenso bisogno. 

Si apprezza, durante la lettura de L’ordine infranto, la capacità dell’autrice di non cadere mai nella banalità o nel pregiudizio. Da entrambe le parti della barricata. Casella racconta i fatti, gli eventi della storia senza nascondere al lettore le verità oggettive della kumpània, come anche della società che la ospita, la nostra. 

L’ordine infranto di Maria Teresa Casella è un libro struggente e, al contempo, illuminante, nella capacità dimostrata dall’autrice di indagare i sentimenti e le emozioni delle persone, prese nel loro vivere quotidiano.


Il libro

Maria Teresa Casella, L’ordine infranto, Oltre Edizioni, Sestri Levante, 2022.

L’autrice

Maria Teresa Casella: autrice di romance storici e gialli. Già giornalista e copywriter.


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Source: Si ringrazia Maria Teresa Casella per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Guardare dentro per vedere oltre. “Storie sbagliate” di Maria Teresa Casella

“Amore obliquo” di Maria Teresa Casella (Streetlib, 2015)

La disperazione del vivere quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)


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Moda, AI e strategie omnichannel: dalla mass customization al nuovo regime customer-centrico

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Viviamo in un regime customer-centrico, che pone il consumatore al centro del nuovo ecosistema digitale, per due motivi principali: perché esso produce dati che sono sempre più il vero prodotto della nuova economia dell’attenzione; perché grazie a questi dati è possibile conoscere, prevedere e coinvolgere sempre più le scelte del consumatore. 

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella moda espanderà enormemente il processo di centralizzazione e customizzazione dell’offerta, tanto da coinvolgere anche la parte più ideativa e creativa, che storicamente spettava allo stilista. 

Ma tutto questo quali ripercussioni avrà sull’aspetto cognitivo del consumatore?

Agli albori degli anni Settanta, il futurologo Alvin Toffler esordì con il libro Future Shock, nel quale elencava con estrema precisione le principali trasformazioni che la tecnologia avrebbe indotto nella società e nel mercato da lì a pochi anni.

Tra queste aveva già insistito sulla problematica dell’iperscelta per evidenziare come il nuovo capitalismo stesse implementando strategie di offerta altamente complesse e diversificate che sfruttavano l’automazione e rivoluzionavano il rapporto tra aziende e consumatori. Per Barile già allora appariva chiaro il passaggio che dalla microsegmentazione del mercato avrebbe condotto all’integrazione attiva del consumatore nella filiera produttiva, le cui dirette ripercussioni sulla sfera culturale mettevano in discussione le teorizzazioni che invece avevano insistito sulla crescente omogeneizzazione delle pratiche di consumo. 

Anche se alcuni aspetti della «profezia» di Toffler erano troppo suggestionati dalla fantascienza, il suo nocciolo sostanziale si è realizzato tanto che oggi, sottolinea Barile, parliamo di un nuovo regime customer-centrico gestito dalle piattaforme digitali. 

Tale regime è in qualche modo stato preparato dalla mass customization degli anni Novanta, come momento culminante del cosiddetto postfordismo che ha introdotto innovazioni di tipo tecnico e organizzativo al fine di erogare prodotti e servizi a elevato livello di differenziazione. 

Il presupposto decisivo in tale rivoluzione sta nell’esigenza delle aziende di coltivare un concetto olistico di qualità che arriva a coinvolgere la relazione con il consumatore. Questi, infatti, ha dimostrato nel corso degli ultimi decenni una sempre maggiore perizia nelle indicazioni di consumo quando invece tale attività, nel periodo dominante del fordismo-taylorismo, era intesa come passiva e automatica. 

Nella produzione di massa la relazione con il cliente – fondata sul suo anonimato – era sacrificata a vantaggio della reperibilità immediata e diffusa dei beni. Nella mass customization, al contrario, ogni transazione rappresenta un accrescimento di conoscenza da parte dell’azienda delle caratteristiche idiografiche del cliente. Un feedback che può essere mediato dal punto vendita oppure disintermediato tramite la rete. 

Il principio tramite il quale sono nate le prime strategie di questo genere è quello della modularizzazione, che ha consentito alle aziende di produrre merci sempre più personalizzate. Esso si basa sulla fabbricazione tramite economie di scala di componenti basilari che possono essere riassemblate in modalità differenti per offrire prodotti relativamente diversificati. 

Ciò avviene con il supporto decisivo delle tecnologie digitali le quali, precisa l’autore, non sono semplici mass media aggiunti ai media tradizionali quali televisione, radio e cinema. 

Il digitale è più di ogni altra cosa un nuovo ambiente capace di inglobare tutti i media precedenti e di riconfigurare le relazioni sociali ed economiche sia in termini quantitativi che, soprattutto, in termini qualitativi. 

Il digitale pervade completamente e profondamente ogni ambito della cultura, dell’economia e della creatività contemporanea. Per Barile, nel prossimo futuro, l’uso dei chatbot tenderà a sostituire il rapporto tra brand e consumatore con quello tra sistemi di intelligenza artificiale e assistenti digitali. I chatbot consentono di automatizzare il rapporto con un cliente sempre più profilato. In questo modo aiutano a spostare il focus della moda dallo stile del designer alla performatività del consumatore-utente.

Secondo Luce, nella moda l’intelligenza artificiale può rappresentare una tecnologia ›«distruptive», nel senso di dirompente, di sostituzione, non solo rispetto ai processi di comunicazione, ma anche con quelli creativi. Come in alcune applicazioni di IBM/Watson e Google che mirano a sostituire il ruolo del progettista proponendo modelli disegnati sulle caratteristiche dei consumatori trasformati in flussi di dati. 

Si passa dall’epoca del single channel, ovvero del singolo negozio fisico come unico canale di acquisto dei prodotti moda, a quella del multi-channel in cui si aggiungono nuovi canali di vendita, come l’e-commerce, passando per il cross-channel in cui diversi canali si integrano offrendo all’utente un’esperienza unica, per giungere poi all’omnichannel in cui diversi canali integrati si trasformano in un ambiente che circonda l’utente-generatore di dati. 

Il vero problema, sottolinea Barile, che l’omnichannel tenta di risolvere è l’anello mancante tra esperienza online, di cui si sa pressoché tutto, ed esperienza off-line di cui si sa ben poco. 

La possibilità di collegare i due livelli offrirebbe alle aziende uno strumento ancor più potente di conoscenza e previsione delle scelte del cliente. 

Il futuro del retail è un problema che desta grande interesse non solo dal punto di vista dei brand di moda e delle aziende hi-tech, ma anche da parte delle amministrazioni locali, preoccupate dal processo di desertificazione dei luoghi pubblici, come conseguenza della nuova egemonia commerciale delle piattaforme e ancor più recentemente alla crisi pandemica. 

Il case study del concept store di Manhattan, chiamato Story, è particolarmente significativo dell’integrazione tra tecnologie e spazio fisico nel cosiddetto retail esperienziale. 

Lo stesso nome gioca semanticamente con i termini store e storytelling, ovvero un luogo fisico allestito per coinvolgere il visitatore in una narrazione composita. 

Secondo Rachel Shetchman, sua fondatrice, il negozio del futuro dovrebbe avere un taglio curatoriale capace di coinvolgere l’interesse del cliente, inoltre dovrebbe cambiare ogni 4-8 settimane come se fosse una galleria d’arte, offrendo un’esperienza che permane nella memoria. Infine vendere i propri prodotti. In Story i brand raccontano se stessi a partire dalla loro unicità. 

L’utilizzo di tecnologie intelligenti, basate sul machine learning, consente di monitorare il comportamento del consumatore: sistemi di riconoscimento facciale anonimo, emotions tracking, fitting room technologies, mobile identification tracking, RFID, video analytics. 

Si tratta di tecnologie innovative che vengono classificate da McStay come «media empatici», ovvero capaci di riconoscere le emozioni umane e di interagire con esse. 

Così, dal retail esperienziale descritto da Stephens, si passa a quello «aumentato», che utilizza realtà aumentata e media empatici per potenziare l’esperienza del consumatore. 

Il concetto di Metaverso, formulato dalla letteratura Cyberpunk negli anni Novanta, è oggi al centro di un grande interesse da parte di consumatori e aziende per vari motivi:

  • È un’occasione di rilancio di piattaforme in crisi.
  • È il collettore di una serie di servizi innovativi e a pagamento come gli NFT e le nuove strategie di gamification.
  • È il punto di raccordo tra mondo fisico e virtuale che implicherà ulteriori problemi di protezione dei dati personali dei suoi utenti.

Una delle caratteristiche dominanti della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale è l’integrazione dinamica tra la dimensione digitale/virtuale e quella fisica o, per utilizzare le parole di Klaus Schwab, l’interazione tra tre principali megatrend: fisico, digitale, biologico

Per Barile, una delle tecnologie caratterizzanti la Quarta Rivoluzione Industriale, è la blockchain, nota perlopiù per essere l’infrastruttura tecnologica che dà vita al mercato delle criptovalute. 

Essa è in grado di certificare proprietà e autenticità del NFT (Non-Fungible Token), in tal modo conferendo a un mero insieme di dati, generalmente riproducibili, una sorta di unicità. Non vi è quindi, di fatto, alcuna differenza tra la copia e l’originale nell’ambito dei prodotti digitali, se non il codice della Blockchain che ne certifica l’unicità. 

Secondo Karinna Grant, cofondatrice di The Dematerialised – piattaforma in cui stanno entrando diversi brand di moda, come Gucci, Prada, Rebecca Minkoff – ci sono sostanzialmente tre modi di utilizzare gli indumenti digitalizzati:

  • Indossarli tramite Realtà Aumentata.
  • Vestire i tuoi avatar.
  • Coniarli come NFT da collezionare e scambiare.

Se la moda attuale insiste principalmente sugli NFT, in futuro la flessibilità del Metaverso mirerà a incorporare e integrare sempre più lo spazio fisico.

Meta in questo caso realizza il sogno iniziale di Zuckerberg, ma lo espande a un livello finora impensato, non solo di sfruttamento della moda virtuale, ma anche di integrazione tra spazio virtuale e fisico, ovvero di ulteriore invasione, sfruttamento e monetizzazione della vita quotidiana dei suoi utenti. 

Il dibattito attuale sul Metaverso è molto combattuto ma l’autore ritiene la moda destinata ad approdare definitivamente ad esso, per la sua innata capacità di simulazione e dissimulazione, anche se le modalità con le quali ciò avverrà sono al momento sperimentali e solo parzialmente ipotizzabili. 

Del resto la moda ha sempre dimostrato la sua capacità di apprendere e di prendere dai vari strati della società nella quale è presente, come ha ampiamente illustrato Barile nel corso del testo, analizzando, per esempio, i casi rappresentativi della relazione costante tra le forme della moda e quelle dello street style. Nonché l’abilità di adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali con estrema facilità e versatilità. Oggi, gran parte della moda e del lusso reinterpretano, citano o semplicemente saccheggiano lo street style. Ma uno street style globalizzato, divenuto ormai logica ed estetica dominante nelle mani dei grandi brand che ha perso molto del suo contenuto originario.

Si chiede Barile quanto etico sia o debba essere l’atteggiamento della moda nei confronti delle cose del mondo e trova per certo solidarietà nel lettore allorquando palesa quanto flebile sia in realtà la volontà di minare la nostra dipendenza cognitiva dall’impero dell’effimero, dalla quintessenza della spettacolarizzazione del corpo nel quotidiano.

Un libro, Dress Coding di Nello Barile, che in realtà ne sembrano dieci, per la vastità degli argomenti trattati e, soprattutto, per la precisione con cui vengono trattati dall’autore, il quale aiuta il lettore nell’esplorazione di un mondo poliedrico che affascina e stordisce, cattura e incanta eppure, al contempo, pone tutti noi difronte alle nostre più grandi debolezze, al nostro “disumanizzarci” scientemente ma con gioia vedendo il nostro avatar tronfio nella sua nuova “skin”.


Il libro

Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso, Meltemi Editore, Milano, 2022.

L’autore

Nello Barile: docente di Sociology of Media e Sociologia della moda all’Università IULM di Milano. Autore di monografie, articoli e contributi nazionali e internazionali sui media digitali, sul consumo e sulla comunicazione politica.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Rivoluzione digitale sì, ma “Non essere una macchina”

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi?

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Chi tutela questi bambini? “Bellissime – Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite” l’inchiesta faro di Flavia Piccinni (Fandango, 2017)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Sostenibilità e Profitto sono davvero incompatibili?

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È la massimizzazione dei profitti l’obiettivo cui dovrebbero tendere aziende e dirigenti per garantire la sopravvivenza della stessa azienda e servire il benessere non solo dei suoi azionisti ma anche, più in generale, degli stakeholders.

Quando un’impresa ottiene un profitto, di solito ne beneficiano i dipendenti, i partner dell’azienda lungo la catena del valore, le banche, il governo e in definitiva la società nel suo complesso. 

Questa è, in sintesi, la tesi sostenuta con passione da Simon e Fiorese. Una determinazione che neanche l’avvento della digitalizzazione sembra poter mettere a rischio. Gli autori si mostrano infatti convinti che, al pari di quanto accaduto per la New Economy, anche la digitalizzazione prima o poi dovrà fare i conti con il profitto.

Circa due decenni dopo lo scoppio della bolla della New Economy, si assiste a una nuova era di euforia in cui l’84 per cento delle aziende che si quotano in borsa non ottengono profitti, ma in alcuni casi godono di valutazioni di mercato ridicolmente alte. Questi sono i reali rischi di sostenibilità temuti ed evidenziati da Simon e Fiorese, non il profitto in sé, se lecito ovviamente, perché esso rappresenta e deve rappresentare il naturale obiettivo di un’azienda sana e prosperosa. 

Per le aziende private, non c’è alternativa all’orientamento al profitto. Dopo tutto, nessuna azienda è mai andata in bancarotta per aver guadagnato.

La massimizzazione del profitto – o forse peggio «la massimizzazione del valore per gli azionisti» – è considerata da molti osservatori come la radice di tutti i mali del nostro sistema economico. 

Eppure, secondo Simon e Fiorese, nella sua essenza la massimizzazione del profitto è semplicemente l’antitesi dello spreco. 

I critici sostengono che la massimizzazione del profitto e del valore per gli azionisti è responsabile dello sfruttamento delle risorse e dei lavoratori, delle disparità di reddito e di patrimonio, della delocalizzazione dei posti di lavoro in paesi a basso salario, del trasferimento delle sedi aziendali in paradisi fiscali e di molti altri abusi.

Ma queste critiche sono, per gli autori, in netto contrasto con le basi teoriche della microeconomia, fermo restando che l’etica è e dovrebbe rimanere la pietra angolare della leadership di lungo termine. Concetto sintetizzato dalle parole del secondo decano della Harvard Business School: «a decent profit decently» (un profitto soddisfacente in modo corretto).

Nella realtà però esistono le zone grigie e allora non ci si può non interrogare su cosa rientra effettivamente nella definizione di decently e cosa no.

Il profitto è la ricompensa che spetta a un’azienda per l’assunzione del rischio imprenditoriale. È ciò che rimane dopo che sono stati pagati gli stipendi, i dipendenti, i fornitori, le banche e altri creditori, oltre alle tasse dovute a governi statali e locali. Il profitto è quindi un residuo legittimo che appartiene solo ed esclusivamente ai proprietari dell’azienda. 

Viene da sé comunque che questi imperativi degli autori si riferiscono alle aziende che regolarmente pagano i dipendenti, onorano i propri debiti e versano le tasse e i contributi. Condizione estremamente differente dalle società fittizie che nascondono capitali all’estero, in aree off-shore appositamente per bypassare il fisco. 

Vero è anche che una delle leggi fondamentali dell’economia ci dice che profitto e rischio hanno una correlazione positiva. In altre parole, le opportunità di un profitto più elevato comportano un maggior rischio. Si può usare questa legge in una semplice regola pratica per il processo decisionale: per un dato livello di profitto, si dovrebbe scegliere l’alternativa con il rischio più basso. Al contrario, si dovrebbe scegliere l’opzione con il più alto profitto potenziale se i rischi sono uguali. I mercati di capitali però valutano le opportunità di investimento a più alto rischio.

Tutti parlano di un sistema basato sulla meritocrazia ma in realtà vogliono intendere la capacità di fare soldi e di farli fare a loro volta. E chi è esterno a questo meccanismo perverso non può fare a meno di chiedersi se davvero conta solo questo e perché.

Non è solo una questione di soldi. È lo status che risucchia inesorabilmente molti nel «tunnel della dipendenza da lavoro», nel mondo dorato dei bonus milionari, dei viaggi in prima classe e delle vacanze in resort di lusso in località esotiche… un «sistema chiuso che ti allontana ancora di più dalla realtà» e per il quale «vendi l’anima al diavolo. Io l’ho venduta per le ricchezze terrene. In cambio il diavolo ha voluto il mio fallimento morale». Tanti banker nel momento in cui realizzano cosa stanno facendo hanno dei crolli emotivi che cercano di riempire con fiumi di alcol. Ragazzi per la gran parte sotto i trent’anni che non possono parlare tra di loro se non di lavoro, la concorrenza è troppa e la debolezza non è ben vista in quell’ambiente. Non possono parlare con famigliari amici affetti perché chi è estraneo a quel mondo stenta a comprendere e a condividerne le dinamiche. Si ritrovano a vivere le loro interminabili giornate di lavoro in un sistema chiuso dove «l’etica è questa: o sei con noi o contro di noi». Un ambiente “amorale” nel quale lo scopo diffuso è “ingannare” i clienti senza infrangere alcuna legge o norma. Uno dei motti più diffusi tra i banker è “it’s only Opm (Other People’s Money) – è solo denaro altrui”.1

I margini di profitto tendono a essere più bassi nei paesi grandi e viceversa ma, in generale, i margini di profitto netto nei paesi dell’Unione Europea tendono a essere più bassi. Le aliquote fiscali più alte aiutano a spiegare questo fenomeno. 

Oltre che da paese a paese, i margini di profitto variano in maniera significativa anche tra i diversi settori industriali. Nelle industrie pro-cicliche – ossia molto legate all’andamento dell’economia in generale – come quella petrolifera e del gas, le fluttuazioni dei prezzi possono avere un forte effetto sui margini di profitto annuali. Al contrario, altri settori come quello farmaceutico, ovvero anti-ciclici, conservano margini elevati sostenuti.

L’industria farmaceutica è seconda, dopo software/entertainment, per margine di profitto.2

I profitti elevati sono moralmente discutibili? Per certo non si può negare che esistono casi delicati e complessi – da un punto di vista etico – soprattutto in settori particolari, tra i quali rientra a pieno titolo l’industria farmaceutica. Farmaci innovativi e salvavita dai costi esorbitanti pongono dure sfide etiche alle aziende e alla società intera.

«Siamo fermamente convinti che le terapie debbano essere pagate in base al loro valore. Siamo determinati a fissare i nostri prezzi secondo questo principio.»3

Si tratta di aziende private. È un loro diritto orientare la politica aziendale al profitto. Ma tutto questo non può non rispolverare l’annosa questione sul concetto di salute pubblica e accessibilità alle cure mediche.

Kymriah, una terapia genetica sviluppata da Novartis, può curare una certa forma di leucemia con una sola iniezione. Negli Stati Uniti, un’applicazione di quel farmaco costa fino a 475mila dollari. Il servizio sanitario britannico ne copre una parte del costo, in determinati casi. In Germania il prezzo è di 320mila euro. Ed è solo uno dei numerosi esempi che si possono riportare e che riguardano tutte le case farmaceutiche, non solo Novartis. 

Ovvio che il costo di queste terapie non è dipendente solo dal profitto, in larga parte dal lavoro che ha portato alla sua creazione. Il punto è quanto sia etico che salute e guarigione siano affidate al settore pubblico lecitamente votato al profitto.

Singolare poi, per non dire paradossale, che le industrie farmaceutiche e quelle del tabacco siano così vicine nella classifica dei profitti. 

Gli autori sottolineano come la critica all’orientamento al profitto provenga, in gran parte, dagli intellettuali e non solo quelli riconducibili ad ambiti politici di sinistra. 

Questi generalmente pensano di essere più intelligenti degli uomini d’affari e, se si prende in considerazione il quoziente intellettivo, questa auto-percezione potrebbe effettivamente essere esatta. Ma guadagnano decisamente di meno e, siccome non imputeranno mai ciò a qualche loro carenza, additano il sistema come responsabile al pari e in correità al comportamento spregiudicato degli stessi uomini d’affari. E anche su questo versante esplorato dagli autori si apre un mondo di interminabili discussioni sul valore da attribuire alla cultura, alla formazione, alle competenze, alla meritocrazia. 

«I ricchi sono bravi a guadagnare soldi ma di solito non sono persone decenti (rispettabili).»4

A onor del vero, va ricordato che lo scetticismo verso la filosofia del profitto alberga anche all’interno della stessa comunità degli economisti. Tuttavia gli autori rammentano al lettore che, nel mondo reale, è raro che qualcuno sappia in anticipo quale comportamento consentirà di raggiungere i più alti profitti possibili, o quanto effettivamente alti potrebbero essere i loro utili. 

Bisogna infatti sempre tenere presente che un numero considerevole di aziende – presumibilmente più della metà – non genera alcun profitto economico e quindi non recupera i propri costi di capitale. 

Nella personale esperienza di Simon e Fiorese, solo pochi imprenditori e manager danno la massima priorità al profitto. A dominare sono invece gli obiettivi di reddito, volume o quota di mercato. Ancora una volta a primeggiare, per orientamento al profitto, sono le aziende farmaceutiche e dell’healthcare in generale. 

Sulla questione della discutibilità morale dei profitti gli autori sono perentori: dipende più da come vengono realizzati che dal loro ammontare. Il profitto è il prezzo della sopravvivenza. Se un’azienda non guadagna, prima o poi fallirà. 

Simon e Fiorese sono dei tecnici del settori per cui il loro orientamento, anche di scrittura, è economico, non politico né sociale. Tuttavia hanno cercato di mantenere sempre una certa obiettività nell’esporre perlopiù fatti e dati piuttosto che opinioni personali. Molto utile, per i lettori generici, anche la parte iniziale del testo, dove vengono analizzati i vari aspetti della formazione del profitto aziendale e ne vengono indicati anche i copiosi fraintendimenti di senso che si diffondono lungo tutti i canali della comunicazione e dell’informazione. 

Un libro la cui tesi si può anche tentare di confutare ma che rimane comunque molto interessante e veritiero. 


Il libro

Hermann Simon, Francesco Fiorese, Profitto. Come massimizzarlo per un’impresa e una società davvero sostenibili, Guerini Next, Milano, 2022.

Gli autori

Hermann Simon: fondatori e Honorary Chairman di Simon-Kucher&Partners. Tra i maggiori management thinkers contemporanei, ha insegnato come accademico al MIT, Insead, Harvard, Stanford e London Business School.

Francesco Fiorese: partner dell’ufficio di Milano della Simon-Kucher&Partners. Autore di numerosi articoli e studi dedicati alla strategia e al marketing. 


1Joris Luyendijk, Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri, Einaudi, Torino, 2016

2New York University: http://pages.stern.nyu.edu/~adamodar/New_Home_Page/datafile/margin.html

3Jörg Renhardt, presidente del CdA di Novartis, Frankfuerten Allgemeine Zeitung, 17 ottobre 2018

4Rainer Zitelmann, The Rich in Public Opinion, Cato-Institute, Washington, 2020.



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Mosaico Iran: non è questione di velo o di genere ma di libertà

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Il 13 settembre 2022, Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla polizia morale iraniana. Testimoni oculari hanno riferito di violenti percosse subite dalla donna durante il trasferimento nel centro di detenzione. Da dove, poi, sarebbe stata trasportata in ospedale già in stato di coma.

Le autorità hanno sempre negato qualsiasi illecito. Per la morte di Mahsa Amini e dei tanti altri giovani che hanno perso la vita durante o in concomitanza delle manifestazioni di protesta che da quel momento imperversano in Iran.

Si tratta delle manifestazioni più importanti dall’istituzione della Repubblica islamica all’indomani della rivoluzione del 1979, diverse da quelle degli scorsi anni per portata, significato e istanze.

Il severo codice di abbigliamento della Repubblica islamica è stato reso ancora più rigido, rispetto al passato, dal presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi. Un codice di abbigliamento anche per i ragazzi, che possono essere fermati se i capelli sono troppo lunghi e le magliette troppo attillate o con maniche troppo corte. 

Ma Farian Sabahi precisa fin da subito che la causa del risentimento di tanti iraniani verso la Repubblica islamica non è l’obbligo del velo di per sé, ma l’approccio violento delle autorità – nelle loro diverse declinazioni – nei confronti dei cittadini che vorrebbero poter scegliere liberamente.

Per l’autrice, la violenza sistematica delle forze dell’ordine è la prova della perdita di legittimità di un sistema politico corrotto, che non ha altra scelta se non la repressione che finisce per allontanare sempre di più i giovani e il popolo in generale. 

Le iraniane e gli iraniani scendono in strada, nonostante i rischi, e non solo affinché il velo sia una libera scelta. Contestano la mala gestione della cosa pubblica ed esprimono preoccupazione per la disoccupazione e l’inflazione galoppante. 

Nel settembre 2022 le proteste non hanno un leader e sono prive di coordinamento. E queste, per Sabahi, non sono debolezze ma punti di forza in quanto non essendoci una leadership non la si può decapitare per scoraggiare o sedare le rivolte. 

Fin dall’inizio delle proteste, le autorità iraniane accusano l’Occidente di istigare il dissenso. Il presidente Ebrahim Raisi continua a biasimare «i nemici dell’Iran, colpevoli di fomentare le proteste per fermare il progresso del Paese». 

Sulla lista nera degli ayatollah e dei pasdaram ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele: Paesi che hanno tutto l’interesse a un cambio di regime. 

Ma, secondo l’acuta analisi di Sabahi, le proteste non andrebbero mai avanti da settimane se non fosse per una profonda insoddisfazione degli iraniani.

L’obiettivo di Raisi sembra essere quello di portare avanti l’adesione dell’Iran alla SCO (Shangai Cooperation Organization), di cui fanno parte Russia, India, Cina e i Paesi dell’Asia Centrale, per rompere l’isolamento dell’Iran dovuto alle sanzioni statunitensi. Un isolamento che ha generato, nel tempo, molta instabilità sociale e politica.

Il 15 novembre 2019, il governo di Hassan Rohani tagliò i sussidi al carburante. Questa decisione era motivata dal fatto che, a causa delle sanzioni internazionali e dell’embargo sul petrolio iraniano, tra il gennaio e l’agosto 2019 le esportazioni in Europa erano crollate del 94% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In oltre cento città e cittadine iraniane scoppiarono le proteste. Dapprima per motivi economici poi, sottolinea Sabahi, sfociate in ribellione politica contro la leadership religiosa. 

Un altro elemento rilevante sullo scenario internazionale, degno di nota per l’autrice, è «il sostegno dei vertici di Teheran alla Russia di Putin in occasione dell’aggressione all’Ucraina». 

In più punti del libro, Farian Sabahi tiene a precisare o meglio a smentire quelli che sono i più diffusi luoghi comuni occidentali su Iran e iraniani. Per esempio, il continuare a considerarli arabi quando in realtà sono un popolo indoeuropeo. Oppure ancora nel voler vedere l’Iran come un paese chiuso, isolato e radicale. L’Iran è invece un paese multietnico, multiculturale e multireligioso. Da sempre al centro di tante vie carovaniere: la via della seta, la via delle spezie, la via delle pietre preziose. 

Quello che oggi viene definito «mondo iranico» è uno spazio culturale, che va dall’est dell’Iraq all’India del nord, passando per l’Asia centrale. Un mondo difficile da cogliere e per certi versi paradossale.

Sabahi paragona l’Iran a un mosaico: di genti, etnie, lingue e religioni. 

Teheran non è né Oriente né Occidente. È il punto d’incontro di civiltà contigue e indipendenti, ma è diversa. Per l’autrice ciò rappresenta l’emblema della schizofrenia culturale degli iraniani. Sospesi, tra Oriente e Occidente. 

Teheran è una città con due anime. Una città in cui si vive sospesi. Tra modernità e tradizione. Cittadini di una Repubblica… islamica, di quella che dovrebbe essere una democrazia… religiosa, ma in realtà si tratta di un’oligarchia di ayatollah e pasdaram. 

Il non riuscire a inquadrare perfettamente l’Iran a gli iraniani in Occidente dà, per certo, facile adito al proliferare di luoghi comuni e pregiudizi. Etichette facili e spesso errate utili a illudersi di comprendere ciò che in realtà non si capisce.

Situazione simile a quella descritta da Giulietto Chiesa con riguardo alla visione occidentale della Russia e dei russi e alla fobia che ne deriva.1

Farian Sabahi sottolinea il fatto che i quotidiani occidentali parlano spesso delle donne iraniane ma non sempre scrivono, per esempio, che a Teheran il livello di istruzione è tra i più alti dell’Asia. La scuola è gratuita e obbligatoria fino a quattordici anni. I bambini e le bambine vanno a scuola. Il lavoro minorile è vietato. All’università, due matricole su tre sono donne. 

Nel 2006 il governo ha imposto le quote azzurre, per dare uguali opportunità ai ragazzi, nelle facoltà di Medicina, Odontoiatria e Farmacia. 

Le autorità stanno cercando di imporre la segregazione dei sessi nelle università. Una sgradita novità perché, fin da quando è stata inaugurata l’università di Teheran nel 1937, potevano iscriversi tutti, uomini e donne, e sedersi vicini. 

Da ottobre 2012 alle donne è vietato frequentare Ingegneria mineraria all’Università di Teheran. Scienze politiche ed Economia aziendale a Isfahan sono riservate ai maschi. Maschi che, però, a Isfahan, non possono più iscriversi a Storia, Linguistica, Letteratura, Sociologia e Filosofia. 

I diritti delle donne sono una battaglia continua, ricorda Sabahi. Le donne iraniane hanno il diritto di voto dal 1963. Ma il diritto di voto non basta a fare una democrazia.

Barometro della democrazia sono, per l’autrice, i diritti delle donne, di coloro che hanno un diverso orientamento sessuale, delle minoranze religiose ed etniche. Una lotta continua. 

Parole verissime, quelle di Farian Sabahi. A tutte le latitudini. Valide per tutti i Paesi. Anche per le democrazie occidentali. Perché anche in esse i diritti sono stati conquistati dopo anni di lotte e dure battaglie. A colpi di manifestazioni e proteste. Esattamente come accade in Iran. Come accaduto nei Paesi protagonisti delle recenti Primavere arabe. 

I giovani, maschi o femmine che siano, manifestano, protestano, chiedono a gran voce i diritti che sono loro negati o ignorati. E ovunque hanno il diritto e il dovere di farlo. Come le minoranze. Come coloro che hanno un diverso orientamento sessuale. Perché i diritti sono realmente riconosciuti quando vi è la piena libertà di essere se stessi. Di seguire la propria indole e le proprie passioni. Di condurre un’esistenza dignitosa e soddisfacente. 

Noi donne di Teheran di Farian Sabahi è una lettura molto interessante, sia nella parte iniziale, laddove l’autrice fa una ricostruzione storica del suo Paese, raccontando la vita reale delle donne e degli uomini di Teheran. Sia nella seconda parte del libro, dove vengono riportate le diverse interviste effettuate da Sabahi a Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, che della difesa dei diritti umani ha fatto la sua ragione di essere. 

Un libro che svolge una funzione culturale fondamentale: smontare luoghi comuni e pregiudizi. Un lavoro egregio e sempre necessario. 


Il libro

Farian Sabahi, Noi donne di Teheran, Jouvence, Mim Edizioni, 2022.

L’autrice

Farian Sabahi: insegna Middle East: History, Religion and Politics alla Bocconi di Milano. Editorialista per il Corriere della Sera, scrive di questioni islamiche per le pagine culturali del Sole24Ore. Autrice di diversi volumi sull’Iran e sullo Yemen.

1Giulietto Chiesa, Putinofobia, Piemme, Milano, 2016. Intervista all’autore: https://irmaloredanagalgano.it/2016/04/27/1030/



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Jouvence, Mim Edizioni per la disponibilità e il materiale.

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“Proiezioni. Una storia delle emozioni umane” di Karl Deisseroth

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La malattia mentale è una delle maggiori cause di sofferenza umana. Ma cosa provoca sentimenti intensi nella persona sana o malata? O, più direttamente, cosa sono in realtà quei sentimenti, in senso fisico, fino al livello delle cellule e delle loro connessioni?

Karl Deisseroth racconta casi clinici provenienti dalla sua esperienza di medico di psichiatria d’emergenza e li spiega alla luce di scoperte scientifiche ottenute da tecnologie inedite, che lui stesso a contribuito a sviluppare. 

Unendo in un unico racconto le intuizioni provenienti dall’impiego delle tecnologie, le storie dei suoi pazienti e la storia evolutiva dell’umanità, Deisseroth dipana la grande avventura delle emozioni umane

Proiezioni pone il lettore difronte all’essenziale bisogno di interrogarsi sulla condizione stessa di essere umano, sui sentimenti universali di perdita e dolore che scaturiscono dalle relazioni e sulle fratture profonde dei modi in cui possiamo percepire la realtà. 

Per Deisseroth, quando si tratta di descrivere l’esperienza interiore umana, la medicina e la scienza da sole si rivelano inadeguate, e dunque egli racconta alcune delle storie non dal punto di vista di un medico o di uno scienziato ma dalla prospettiva di un paziente. Le tre prospettive insieme riescono a inquadrare lo spazio concettuale necessario. 

Ognuna di queste prospettive agisce come una lente, focalizzata in modo diverso sul mistero della mente, fornendo una visione diversa della stessa scena

Nella malattia psichiatrica, l’organo di per sé non è danneggiato in un modo che si possa vedere. Il problema nasce dal suo processo di comunicazione nascosto. Non c’è niente che possiamo misurare, se non con le parole: la comunicazione del paziente e quella dello psichiatra. 

Tuttavia, sottolinea l’autore, per quanto complicato possa sembrare, il cervello umano è solo un ammasso di cellule come ogni altra parte del corpo umano. 

Come è stato necessario per il recente avanzamento di altri campi della biologia (come la biologia dello sviluppo, l’immunologia, …), anche per le neuroscienze si sarebbero dovuti trovare nuovi metodi che consentissero una comprensione più profonda, a livello cellulare, del funzionamento di un cervello intatto. 

Una delle prime tecnologie poste in essere nel laboratorio guidato da Deisseroth ha affrontato proprio questo limite: riuscire a causare o sopprimere una precisa attivazione in specifiche cellule. E si chiama la metodologia optogenetica

La scienza, sottolinea nel testo Deisseroth, proprio come le canzoni e la letteratura, è una forma di comunicazione umana, anche se si differenzia per il fatto che inizialmente sembra una conversazione che riguarda soltanto quella parte di esseri umani addestrati ad apprezzarne il pieno significato. Significato che viene dagli esseri umani ai quali gli scienziati immaginano di rivolgersi, con la consapevolezza che queste conversazioni non saranno a senso unico.

Una comunicazione che, esattamente come accade per le canzoni e la letteratura, abbraccia anche un aspetto che alberga appena sotto la superficie: parte di ciò che possiamo essere è essere violenti verso l’altro

Ci sono molti percorsi che portano alla violenza, con una complessità sociale che è fondamentale capire per Deisseroth. Allorquando la violenza è inflitta su esseri umani da esseri umani senza una ragione evidente, apparentemente come un atto fine a se stesso, non si può non porsi una domanda: siamo per natura buoni di cuore o peccatori originali?

In entrambi i casi l’autore ritiene necessario strutturare le società umane in modo che a nessun individuo venga mai data la totale fiducia né il pieno potere di agire, con controlli a tutti i livelli: personale, istituzionale e governativo. 

Alla sociopatia, o all’aggressività, sono stati collegati dei geni specifici, tra cui quelli che codificano per le proteine che elaborano neurotrasmettitori come la serotonina nella sinapsi. 

Le moderne neuroscienze hanno iniziato a individuare i circuiti neurali che sottostanno alla violenza diretta verso un altro membro della stessa specie. Il fatto quindi che gli individui possano essere istintivamente e potentemente alterati nella loro espressione della violenza solleva profonde questioni di filosofia morale. 

I ricercatori hanno fatto ricorso alla precisione dell’optogenica per bersagliare soltanto le cellule della VMHVL. La stimolazione di queste cellule con la luce ha suscitato una serie frenetica di atti di aggressione violenta.

Ma, precisa Deisseroth, con un impulso elettrico la violenza non può solo essere generata ma anche soppressa. 

E sono questi i punti da cui bisogna partire per indagare a fondo il fenomeno certo ma anche e soprattutto per sperare di creare una nuova società, con una cultura della nonviolenza. 

Proiezioni è il primo libro di Karl Deisseroth per il grande pubblico. In diversi passaggi infatti può anche sembrare troppo “tecnico” per un lettore generalista ma è grande l’abilità dell’autore di rendere poi complessivamente il libro fruibile, comprensibile e molto interessante per il lettore. Nonché di notevole importanza, per la tematica trattata, di grande impatto e valenza. 

Il libro

Karl Deisseroth, Proiezioni. Una storia delle emozioni umane, Bollati Boringhieri, Torino, 2022.

Traduzione di Giuliana Olivero dal titolo originale Projections. A Story of Human Emotions.

L’autore

Karl Deisseroth: professore di Bioingegneria e Psichiatria alla Stanford University, dove insegna e dirige il corso di laurea in Bioingegneria, e cura pazienti con disturbi dell’umore e autismo.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Bollati Boringhieri per la disponibilità e il materiale.

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