L’esigenza di esplorare e conoscere, nell’immediato secondo dopoguerra, le ragioni meno evidenti del carattere nazionale e la necessità convinta di proporre un’analisi a tutto tondo della situazione sociale animarono l’impegno di una buona parte degli intellettuali italiani. Ne sono testimonianza i lavori cinematografici di matrice neorealista, la ripresa di istanze narrative di denuncia sociale, il valore analitico accordato all’inchiesta sul campo, la rappresentazione della vita popolare promossa dalle arti figurative, l’avvio di imprese editoriali con propositi di intervento diretto e l’infaticabile riflessione militante, talora aspra e accesa, depositata su riviste e periodici. Fenomeni di varia qualità e fattura che, pur incontrandosi spesso con motivi personalistici di elaborazione poetica e con ragioni prossime alla dimensione territoriale dell’agire, descrivono una realtà culturale quasi interamente protesa alla scoperta del paese concreto1. Indagare a fondo tutti questi fenomeni può servire per rimettere sul tavolo un ordine di riflessione della cosiddetta “questione meridionale” che l’attuale contesto culturale e politico pare aver accantonato.
Mapping the History of Subaltern Literature in Southern Italy è il titolo del progetto di ricerca da cui origina il libro Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi, curato da Marco Gatto, Bernardo De Luca e Fabio Moliterni, con un reportage fotografico di Lorenzo Pallini. Il primo risultato ottenuto è l’inizio di una cartografia possibile di quelle scritture letterarie capaci di rappresentare l’assai vario universo delle classi sociali subalterne dal 1945 a oggi. Il secondo è l’aver riconsiderato, attraverso l’interrogazione di testi non canonici, aspetti e punti problematici della “questione meridionale”.
Scegliendo di indagare la categoria della “subalternità” e rifacendosi all’interpretazione delle classi sociali subalterne che Gramsci ha offerto ne I quaderni dal carcere, le modalità di indagine sono state indirizzate verso una lettura politica delle forme e delle relazioni egemoniche (guardando in questo caso al lavoro di Ernesto de Martino) rispecchiate dagli artefatti letterari e culturali.
Antonio Gramsci ha sviluppato un nuovo concetto di classi o gruppi sociali subalterni, utilizzato per caratterizzare tutti quei gruppi sociali che sono soggetti a forme di comando e di direzione politica e sociale imposte da altre classi, dominanti o dirigenti. Convertito al singolare, il concetto di “subalterno” è una di quelle nozioni originariamente gramsciane, che ha goduto grande successo a livello internazionale, soprattutto negli ultimi anni. Esso ha dato origine a un intero campo di ricerca accademica – i Subaltern Studies – affermando Gramsci come uno dei suoi “padri-teorici” più significativi.
In Italia, la discussione sul concetto di classi subalterne e sulle categorie a esso connesse, in particolare quella di “popolare”, iniziò alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, coinvolgendo tra gli altri proprio De Martino2.
La divisione permeabile tra élite e subalternità talvolta permette ai singoli di attraversare e persino dominare queste identità, sollevando così la questione della coscienza di classe; questa divisione permeabile permette la mobilità tra realtà socioeconomiche disparate, e crea nuovi modi di immaginare il nostro pianeta e le sue reti di connessione sempre più aggrinzite. Purtroppo, non si può però dire che tale mobilità sia arrivata a coinvolgere i gruppi subalterni studiati, la cui deprecabile esclusione dalle reti critiche della comunicazione contemporanea è resa visibile soltanto da un iniquo accesso all’istruzione, alle tecnologie informatiche avanzate, agli spostamenti e via discorrendo3.
Anche per questo un lavoro di ricerca e indagine, come quello che ha preceduto e prodotto il testo curato da Gatto, De Luca e Moliterni deve essere ben accolto maggiormente laddove riporta in evidenza problematiche e ambivalenze sociali strutturali mai realmente sanate.
Lo stesso Gramsci scriveva che, per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno qualcosa di barbarico o patologico, oppure che l’intellettuale concede loro dignità di culture specifiche nella loro unicità, rischiando però una forma di relativismo. Nessuna cultura può presumere di essere la premessa necessaria, universale di ogni modo di pensare e agire4.
Non si tratta di risolvere la problematica für ewig (per sempre), bensì di operare in una tensione storica, dialettica, ovvero in quello che Gramsci definiva il “con-sentire” allo scopo di raggiungere la “catarsi di civiltà moderna” che segni il momento dell’unità avvenuta tra intellettuale e popolo, tra osservatore e osservato. Anche se, a ben vedere, la catarsi aveva anche un altro scopo: riunificare le ambizioni dei gruppi subalterni, la cui storia è, per forza di cose, disgregata ed episodica, in forza comune e quindi egemone. Se così la subalternità contadina del meridione domandava il “con-senso” dell’avanguardia intellettuale torinese, al contempo quello stesso Meridione mercato di vendita semicoloniale andava ripensato anche in relazione ad altri contesti coloniali e semicoloniali come India e Africa5.
Nel libro Per un atlante della letteratura meridionale viene effettuata una ripartizione in regioni utile a stabile recinti apparentemente invalicabili, dal momento che temi, contenuti, problemi di ordine storico-teorico hanno attraversato, senza distinzioni di sorta, tutte le regioni rappresentate, isole incluse. Per cui gli autori operano l’analisi della rappresentazione delle classi sociali subalterne nella letteratura del meridione distinguendo tra: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia.
Le masse, irrompendo nella storia, portano con sé le loro abitudini culturali, il loro modo di contrapporsi al mondo, la loro ingenua fede millenaristica e il loro mitologismo. Persino certi atteggiamenti magici. A questo timore, che è in fondo un sintomo dell’insicura egemonia delle classi dominanti, bisogna opporre un’avvertita e riformatrice storicizzazione del mondo popolare e subalterno, capace di indirizzare queste nuove energie culturali in senso progressivo. Ovvero, si rende necessario lo sviluppo di una resistenza in grado di ostacolare quel processo che, anni addietro, aveva permesso alla ferocia nazista di assorbire l’arcaico, convertendolo in elemento ideologico portante e costitutivo di una mistica tribale della razza e del sangue6.
Si chiedeva, Ernesto De martino, se la vita culturale delle classi subalterne è soltanto arretratezza e superstizione oppure se ha dei prodotti validi e accettabili, soprattutto nella sfera delle manifestazioni artistiche e letterarie7. Due elementi dialettici che il discorso demartiniano prova a tenere insieme: da un lato, l’immagine del folklore come cultura non sofisticata e non criticamente elaborata; dall’altro, l’immagine del folklore come risposta umana, sul piano culturale, a un conflitto determinato. Sottomissione e attivismo, insomma, stretti in una relazione complessa e contraddittoria, che permetteva tuttavia di sottolineare l’elemento elaborativo e di interpretarlo in chiave politica, aprendo così, almeno per De Martino, la breve parentesi del “folklore progressivo”8, entro la quale poteva rientrare anche l’interesse per il dialetto come veicolo di forme letterarie9.
Le rapide trasformazioni della società italiana tra anni Cinquanta e Sessanta concorrono a sdoganare l’immagine di repentino cambio di rotta nell’interesse degli intellettuali per le classi sociali subalterne. Gli autori sottolineano che, se è evidente che lo sguardo si rivolge altrove, ad esempio in direzione della realtà operaia settentrionale, e quindi verso il nuovo nesso “industria-letteratura”, e si diffonde la sensazione, complice il fallimento della riforma agraria, di una sostanziale scomparsa della cosiddetta civiltà contadina sotto i colpi inferti dalla modernizzazione, è anche vero che una certa tradizione intellettuale capace di pensare gramscianamente la questione meridionale come questione italiana riesce a cogliere in modo unitario, all’inizio degli anni Sessanta, i nessi che legano la metamorfosi capitalistica del paese e le nuove forme di sfruttamento delle classi sociali sottomesse.
L’ipotesi da verificare del testo è che il prolungamento di un interesse analitico e politico per gli strati sociali subalterni si attua con più efficacia quando non si accetta passivamente il dogma culturale della “mutazione” (spesso letta nei termini di una rottura tra passato e presente), vale a dire che i risultati migliori si ottengono quando la trasformazione in atto continua a essere letta come storia di conflitti. E da questi conflitti l’immaginazione sociologica trae, nella crisi del passaggio d’epoca, nuove figure sociali della subalternità, contribuendo a generare problemi di categorizzazione: dal subalterno al marginale, fino a giungere al ribelle. Più la sociologia o le scritture di confine che la rappresentazione letteraria “tradizionale”, in dati periodi storici, sono riuscite a cogliere la transizione in atto.
Il conflitto, nelle società del passato come anche in quella del presente, non deve essere visto solo come una frattura o una deviazione dell’ordine sociale. Esso si configura come una dimensione costitutiva delle relazioni umane, capace di produrre crisi ma anche trasformazione, rinegoziazione e nuove possibilità di convivenza10.
Nelle inchieste dei positivisti (da Giovanni Verga a Luigi Capuana) il subalterno è un “vinto” caratterizzato da una rassegnazione fatalista, una sottomissione alle leggi della natura e della fiumana del progresso. Dal secondo dopoguerra e con il neorealismo il subalterno vive una transizione che lo porta a prendere consapevolezza dei propri diritti attraverso le lotte per la terra (si vedano per esempio le opere di Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Ernesto De Martino). Dal finire del Novecento il subalterno diventa un ribelle, un marginale che rifiuta le narrazioni egemoniche del consumismo e dello sviluppo. La sua protesta si sposta dalle campagne ai margini urbani, alle ecomafie e allo sfruttamento globale (si pensi alle opere di Leonardo Sciascia, Vittorio Bodini, Alessandro Leogrande, Nicola Lagioia).
Il vero zoccolo duro da scalfire, quando ci si approccia a un’indagine conoscitiva/esplorativa della cultura italiana, come anche della letteratura, è la rappresentazione geografica simbolica di un divario incolmabile tra Nord e Sud. Nella fattispecie nella dicotomia sviluppo/arretratezza, industria/agricoltura.
L’identità, come è noto, si forgia in un’interazione con un altro, in un gioco di rimandi continui. Ci si dipinge come l’interlocutore ci vuole vedere o ci si rappresenta per contrapposizione. Quando il rapporto è asimmetrico, sarà il più forte a dettare i valori con cui confrontarsi. È la dinamica che ha governato la relazione fra i nord e i sud del mondo. In Italia, la dicotomia nord-sud si è giocata all’interno della comunità nazionale, una “comunità immaginata” perfettamente dicotomica che si è formata nel processo di nation building11. Come nelle metafore coloniali, il Nord figura negli scritti del tempo come un dottore che deve guarire un paziente ammalato, incapace di prendere decisioni da solo12.
E così, se a partire dagli anni Settanta si è assistito a una “estensione planetaria” della questione meridionale gramsciana13, in anni più recenti si è iniziato a osservare anche il movimento inverso: la riflessione gramsciana, arricchita delle sue ramificazioni e riletture sorte nell’ambito del Sud globale, è tornata a interessare il Meridione. E il libro di Gatto, De Luca e Moliterno rientra a pieno titolo in questo filone di studi.
È Spivak a sottolineare come il termine subalterno, che originariamente per Gramsci indicava il proletariato, muta il suo significato proprio in relazione alla questione meridionale: esso diventa un soggetto completamente escluso dai circuiti della rappresentazione e del potere globale14.
D’altra parte, tornare a interrogarsi sull’Unità d’Italia, sulla questione meridionale e sul sud Italia in una prospettiva postcoloniale non significa necessariamente sposare le tesi revisioniste del colonialismo interno, per quanto sia lo stesso Gramsci, in un certo senso, ad autorizzarle, assimilando il Meridione d’Italia e le isole a “colonie di sfruttamento”15.Rileggere l’unificazione con lenti postcoloniali o subalterne significa riconoscere l’asimmetria che l’ha caratterizzata, analizzare la dialettica identitaria e culturale messa in campo nel processo di fondazione nazionale, indagare la pressione discorsiva esercitata dalla nascente nazione sui suoi confini, la “violenza epistemica” perpetrata dal centro sulla periferia nello sforzo di autodeterminarsi e autoconservarsi16.
Del resto, a partire dagli anni Novanta, si è assistito a una quasi totale scomparsa dei meridionalisti, sostituiti dai sudisti, ovvero dai difensori del Mezzogiorno così com’è17. Sul piano politico-economico, a rivelarsi costitutiva è la tendenza a valorizzare le autonomie territoriali, a costruire una sorta di “Sud diffuso”, in larga parte coincidente con esperienze estetico-turistiche che favoriscono un esasperato localismo. Per cui, come evidenziato dai curatori nel testo, ritorna il tema dell’esotismo, ma in una chiave spettacolare e consumistica che trova il suo risvolto nella dismissione dell’antica lettura nazionale e nell’estenuarsi di una concezione autonomistica e decentralizzata. Se è vero che la questione meridionale – ossia un discorso collettivo capace di coinvolgere più matrici culturali e più indirizzi disciplinari, alla ricerca di un quadro unitario – è entrata in crisi a partire dagli anni Settanta, è altrettanto vero che a questo collasso si è data una risposta culturale, estetica e persino “poetica”, non certo politica.
Dal campionario di testi ed esperienze che il libro raccoglie e ambisce a cartografare emerge una possibile e ventura lettura teorico-politica che assegna alla critica delle rappresentazioni letterarie non solo il compito di verificare, ed eventualmente stabilire, i termini del conflitto, ma anche la funzione di convertirsi in critica delle relazioni egemoniche, ossia dei nessi materialisticamente determinati che legano le ideologie dominanti e quelle dominate.
Completano il volume Per un atlante della letteratura meridionale le fotografie di Lorenzo Pallini, immagini che ritraggono luoghi e individui storici, iconici e suggestivi del Meridione.
Il cinema, che nel corso del Novecento ha condensato in immagini i tratti dell’italianità, ha colto anche le differenze tra Nord e Sud. Ma lo ha fatto, il più delle volte, riflettendo o addirittura enfatizzando stereotipi regionali. Ciò è accaduto anche nella vastissima produzione di documentari18. Le immagini di Pallino sono senza confronti, nel senso che regalano l’immagine originale del Sud rappresentato non rispetto a bensì per quello che è.
1M. Gatto, La rappresentazione letteraria delle classi sociali subalterne in Italia dal 1945 a oggi, in M. Gatto, B. De Luca, F. Moliterni (a cura di), Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi, Carocci, Roma, 2026.
2P.D. Thomas, Cosa rimane dei subalterni alla luce dello “Stato integrale”?, in International Gramsci Journal, n. 4 (Seconda Serie), Giugno 2015.
3C. Larkosh-Lenotti, Gramsci, l’interferenza epistemica e le possibilità di sib-alternità, in ECHO – Rivista Interdisciplinare di Comunicazione, 2, 2020.
4A. Gramsci, Quaderni dal carcere Einaudi, Torino, 2014.
5R. Dainotto, Tre Sud di Ernesto de Martino, in narrativa – nuova serie 39 | 2017 Nuove Frontiere del Sud.
6E. De Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, in Società, V, 3, 1949.
7E. De Martino, Gramsci e il folklore, in Il Calendario del Popolo, 8, 1952.
8E. Imbriani (a cura di), Ernesto de Martino e il folklore, atti del convegno (Matera_Galatina, 24-25 giugno 2019), Progedit, Bari, 2020.
9E. De Martino, Nuie simme ‘a mamma d’a bellezza, in Il Calendario del popolo, 8, 1952.
10G. Accardo, F. Bertuzzi, T. Latini, A. Levy, G. Mazzanti (a cura di), Conflitto e trasformazioni sociali. La dimensione generativa delle dinamiche del mondo contemporaneo, Carocci, Roma, 2026.
11G. Gribaudi, Nord e Sud: una geografia simbolica, in Contemporanea, Vol. 13, No. 1 (gennaio 2010).
12N. Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno, L’ancora del mediterraneo, Napoli, 2004.
13I. Chambers, Esercizi di potere: Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, Sesto san Giovanni (Milano), 2006.
14G.C. Spivak, Interview with Leon De Kock, in Ariel: A Review of International English Literature, 23 (3), 1992.
15A. Gramsci, L’ordine nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino, 1987.
16M.V. Dominioni, L’altra Italia. Per una lettura subalterna del Meridione di Grazia Deledda, in From the European South 3 (2018).
17I. Sales, Leghisti e sudisti, Laterza, Bari, 1993.
18M. Palmieri, Le due Italie. Il Sud come periferia nel documentario italiano, in C. Uva, S. Parigi, V. Zagarrio (a cura di), Cinema e identità italiana, RomaTre Press, Roma, 2019.
Articolo pubblicato sul numero 82 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
Federica Stagni, ricercatrice per la Scuola Normale Superiore di Pisa, si occupa dei movimenti contro le demolizioni e degli sfratti in Israele e Palestina. Ella ha compiuto una ricerca empirica, svolta durante i viaggi nei territori occupati e in Israele, in un periodo compreso tra il 2016 e il 2024. Il libro Resistenze in Palestina1 ne accoglie tutte le testimonianze.
In esso l’autrice racconta l’esperienza di diversi movimenti in modo da dare spazio a tutte le resistenze, con l’intento dichiarato di dimostrare che il colonialismo d’insediamento non è una forma di dominazione statica, ma utilizza dispositivi di controllo differenti a seconda delle aree: a Gaza, attraverso il genocidio; nel ’48, attraverso processi di assimilazione e marginalizzazione; nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme est, tramite espropriazione continua ed espulsioni forzate.
A queste forme plurali di dominio corrispondono forme altrettanto plurali di resistenza, radicate nelle specificità materiali, politiche e relazionali di ciascun contesto.
Stagni sottolinea fin dalla Introduzione la necessità di bene individuare la situazione che ha generato e, soprattutto, caratterizzato l’insediamento israeliano in territorio palestinese, nonché la nascita e lo sviluppo dello Stato di Israele per arrivare all’attualità e alla situazione ingenerata dall’attacco del 7 ottobre, che ha modificato radicalmente la vita in Israele e Cisgiordania.
L’autrice afferma che, se da un lato ci sono sicuramente delle dominazioni all’interno della società israeliana, verso gli israeliani mizrahi o etiopi, per esempio, dall’altro lato nei confronti della popolazione palestinese il tipo di dominazione non è etno-nazionale, bensì coloniale. Il paradigma del “colonialismo d’insediamento” diventa quindi cruciale non solo perché crea una linea di divisione tra nativi e coloni, ma anche perché indica chiaramente l’origine storica delle disuguaglianze in quei territori. Non si tratta di identità: si tratta di asimmetrie di potere.
Il movimento sionista, ad esempio, enfatizzava l’autodeterminazione ebraica in risposta a secoli di persecuzioni, inquadrando il diritto a uno Stato-nazione in termini religiosi e nazionalisti. Ciò ha portato a una narrazione che ha costruito l’identità ebraica come legata a una specifica rivendicazione territoriale, giustificata da testi religiosi e successivamente utilizzata per legittimare la colonizzazione della terra palestinese2.
Allo stesso modo, l’identità palestinese, in risposta all’insediamento sionista e alla Nakba, si è modellata attraverso la resistenza anticoloniale, che non può essere ridotta a un’identità nazionale come quella sviluppatasi nella creazione degli Stati-nazione occidentali. Nel caso palestinese lo svilupparsi di un’identità nazionale con la conseguente rivendicazione di uno Stato-nazione è il risultato di un processo storico segnato dal colonialismo d’insediamento.
Il libro esamina le diverse forme di resistenze al colonialismo d’insediamento in Palestina, mettendo in luce come le forze anticoloniali e decoloniali si manifestano attraverso movimenti sociali distinti. Le strategie e riflessioni messe in campo da questi attori politici sono probabilmente osservabili in altri contesti di colonialismo d’insediamento, come in Sudafrica, Australia, Stati Uniti, Sud America, Canada, Algeria e Sahara Occidentale.
L’interpretazione del sionismo attraverso le lenti del colonialismo di insediamento ha importanti implicazioni politiche: gli strumenti tradizionali della risoluzione dei conflitti (compromesso territoriale, negoziati, misure per la costruzione della pace e il rafforzamento della fiducia) risultano inefficaci in una situazione di colonialismo di insediamento, che richiede invece un processo di decolonizzazione che smantelli l’ideologia e la struttura che riproducono la dicotomia colono/nativo.
Il colonialismo di insediamento è stato a lungo il quadro ideologico di riferimento del movimento di liberazione palestinese nella sua analisi del sionismo, nell’articolazione delle strategie di resistenza e nella formulazione delle alleanze internazionali3.
L’idea di Palestina unitaria, pensata in netto contrasto con la natura esclusivista e suprematista dello Stato ebraico, venne declinata secondo le due principali correnti di pensiero della Resistenza4. La prima, rappresentata da al-Fatah, prevedeva la creazione di uno Stato palestinese indipendente come tappa precedente alla creazione di una entità araba federata. Lo Stato unitario e democratico di Palestina avrebbe garantito agli ebrei israeliani la piena cittadinanza, la partecipazione su basi di parità alla vita politica e all’accesso alle risorse e avrebbe permesso la libera espressione religiosa e culturale di tutti i gruppi e le comunità5. I sostenitori della seconda corrente di pensiero, nella quale possiamo annoverare sia organizzazioni panarabiste come il Fronte di liberazione arabo e al-Saiqa sia organizzazioni di ispirazione marxista-leninista come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e il Fronte democratico, ritenevano che, considerato il legame storico tra la Palestina e il mondo arabo, sarebbe stato possibile creare uno Stato democratico palestinese solamente in seguito alla vittoria della rivoluzione araba, alla liquidazione delle entità statali artificiali create dal colonialismo e all’eliminazione dell’entità coloniale sionista nella regione. A questo punto, la lotta anticoloniale palestinese si sarebbe fusa a quella araba e la Palestina liberata sarebbe stata parte integrante di uno Stato arabo unificato6.
A partire dalla metà degli anni Settanta, il nuovo equilibrio di potere nato dalla guerra del 1973, l’espulsione dell’OLP prima dalla Giordania (1970-71) e poi dal Libano (1982), l’accordo di pace tra Israele ed Egitto, la pressione degli alleati arabi e internazionali dell’OLP per una soluzione negoziata nonché l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele, insieme all’indebolimento militare e all’isolamento politico dell’OLP, determinarono la sostituzione progressiva del progetto di liberazione anticoloniale con quello della costruzione statuale senza liberazione7.
Emergono allora due posizioni contrapposte in seno al movimento nazionale. Per la corrente di maggioranza – incarnata da Fatah e anche dal Fronte democratico – non è possibile preservare l’obiettivo strategico dello Stato unitario e democratico senza passare per una tappa intermedia in cui, anche attraverso negoziati, si edifichi un’autorità nazionale su qualsiasi porzione di territorio liberato in modo da soddisfare il minimo dei diritti nazionali palestinesi, ovvero la creazione di un’entità palestinese sovrana e indipendente su parti della Palestina. Secondo l’altra corrente di pensiero, alla luce dei rapporti sfavorevoli alla Resistenza, ogni accordo negoziato con Israele per la costituzione di uno “staterello”, accerchiato da Israele da una parte e dai regimi arabi reazionari dall’altra, avrebbe comportato la liquidazione della Resistenza e la rinuncia ai “diritti storici” dei palestinesi alla liberazione totale e al ritorno dei rifugiati.
La soluzione dello Stato unico all’interno del discorso anticolonialista lasciò progressivamente il posto alla soluzione dei “due stati per due popoli” inquadrata all’interno del discorso della costruzione statale, del compromesso territoriale e del riconoscimento politico da raggiungere attraverso negoziati bilaterali sponsorizzati dagli Stati Uniti8.
L’egemonia del discorso sionista sancita dagli Accordi di Oslo ha creato una serie di distorsioni del modo in cui molti, soprattutto in Occidente, percepiscono la natura del conflitto. Una di queste distorsioni consiste nella riduzione della storia palestinese all’occupazione militare israeliana di Cisgiordania e Striscia di Gaza nel 1967, ignorando la lunga storia della colonizzazione sionista della Palestina che affonda le sue radici alla fine dell’Ottocento e assume proporzioni catastrofiche con la pulizia etnica del 1948. Un’altra distorsione avviene riducendo geograficamente la Palestina alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, che rappresentano solo il 22% del territorio della Palestina sotto il Mandato britannico, e riducendo demograficamente i palestinesi ai soli abitanti di questi territori, ignorando quelli con la cittadinanza israeliana e coloro che vivono nei campi profughi e in diaspora9.
Il recupero del paradigma del colonialismo di insediamento, che pone al centro la dicotomia colono/nativo, permette di uscire dalla “paralisi concettuale” impostaci dalla soluzione due popoli-due stati e dalla “retorica della coesistenza”10, invertendo la tendenza del movimento nazionale palestinese a prediligere l’obiettivo dell’autorità para-statale che coesiste al fianco dell’insediamento coloniale israeliano all’obiettivo della decolonizzazione. L’analisi del sionismo come colonialismo di insediamento è incompatibile con l’idea di coesistenza o con la possibilità di raggiungere un qualsiasi accordo che conservi la struttura e l’ideologia coloniale e mantenga operativa la logica di eliminazione dei nativi11.
Le narrazioni eccezionaliste che hanno pervaso la narrazione sionista della costituzione dello stato di Israele, e che hanno di riflesso permeato la condizione palestinese in un’aura essa stessa di eccezionalità, hanno finito con l’ingenerare una costruzione narrativa per cui i processi storici e politici al lavoro in Palestina e Israele sono descritti come fondamentalmente “unici”, un’accezione che si è trasformata negli anni di fatto in una maschera per annebbiare le costanti ingiustizie e oscurare la miriade di connessioni tra la Palestina e la comunità globale12.
Il conflitto tra Israele e Palestina rappresenta un asse centrale della geopolitica contemporanea che coinvolge sia gli attori direttamente interessati che le potenze globali desiderose di esercitare un’influenza nella regione. L’intervento degli Stati Uniti ha contribuito a prolungare le violenza e distogliere l’attenzione dalla ricerca autentica di una soluzione pacifica. Parallelamente, potenze come Russia e Cina, mosse da interessi strategici, hanno ostacolato il raggiungimento di una soluzione definitiva. Da parte sua, l’UE non è riuscita ad affermarsi come mediatore efficace a causa di ostacoli interni e della mancanza di una politica estera coesa, fattori che ne limitano l’incidenza sul processo di pace13.
La Palestina condivide un legame più profondo e storico con il Sud del Mondo (o Sud Globale), fondato proprio sulla lotta comune contro il colonialismo e per l’autodeterminazione.
Se prima del 7 ottobre i paesi del Sud Globale avevano mostrato una certa coesione nel votare a favore dell’applicazione dei meccanismi del diritto internazionale alla questione Israele-Palestina, in seguito tali modelli di voto si sono consolidati ulteriormente. Inoltre, anziché limitarsi a sostenere le iniziative palestinesi in sede di organismi internazionali, diversi paesi del Sud Globale hanno iniziato a promuovere iniziative proprie all’interno di tali istituzioni14.
Il testo di Federica Stagni però focalizza maggiormente su ciò che è accaduto e accade all’interno dei confini dei territori di Palestina e Israele, dedicando il capitolo più corposo del testo alla narrazione e analisi dei movimenti femministi.
Lo studio del femminismo palestinese rivela una complessa interazione tra nazionalismo, aspirazioni a uno Stato-nazione e dinamiche sociopolitiche di una nazione senza Stato. L’attivismo delle donne palestinesi è stato comunque, da una prospettiva storica, profondamente legato alla lotta di liberazione nazionale.
Una lotta caratterizzata anch’essa dalla violenza. Nel dibattito sui movimenti pro-palestinesi, si è dedicata particolare attenzione al ruolo della violenza di Hamas e alla legittimità della violenza come strumento contro un attore coloniale in un quadro anticoloniale. Viene citato spesso Fanon laddove egli ritiene che l’uomo colonizzato si liberare attraverso e per mezzo della violenza15. Tuttavia, sottolinea l’autrice, questo sacrificio è più disperato che eroico e, nel contesto del genocidio in corso in Palestina, il prezzo imposto alla popolazione di Gaza è stato eccessivamente alto.
1F. Stagni, Resistenze in Palestina. Dalla Nakba al 7 ottobre, Meltemi, Milano, 2026.
2T. Dana, A. Jarbawi, A Century of Settler Colonialism in Palestine: Zionism’s Entangled Project, in “Brown Journal of World Affairs”, vol. 24, n. 1, 2017.
3E. Bartolomei, Sionismo come colonialismo di insediamento. La ridefinizione del discorso su Israele/Palestina, in “América Crítica” 5 (2), 2021.
4W. Abdul-Majid, Mas’alat al-dawla al-dimuqratiyya fi l-fikr al-filastini, in “Qidaya Arabiya” 6 (7), 1979.
5M. Rasheed, Towards a democratic state in Palestine: the Palestinian revolution and the Jews vis-à-vis the democratic, monsectarian society in the Palestine of the future, Palestine Liberation Organization Research Center, Beirut, 1970.
6Popular Front for the Liberation of Palestine, Palestine: Towards a Democratic Solution, n. 1, PFLP Information Departement, 1970.
7M. Muslih, Towards Coexistence: An Analysis of the Resolutions of the Palestine National Council, in “Journal of Palestine Studies” 19 (4), 1990.
9J. Hilal, Rethinking Palestine: settler-colonialism, neo-liberalism and individualism in the West Bank and Gaza Strip, in “Contemporary Arab Affairs” 8 (3), 2015.
10N. Chomsky, I. Pappé, F. Barat, Palestina e Israele: che fare?, Fazi, Roma, 2015.
12P. Chamberlin, Review Global Palestine by John Collins, in “The Arab Studies Journal 21”, n° 1, 2013.
13J.C. Medina Uribe, H.L. Huamani Chirinos, J. Montalban Medina, The Role of Global Power in the Palestinian-Israeli Armed Conflit, in “Seguridad Y Poder Terrestre – Revista”, Centro de Estudios Estratégicos del Ejército del Perù, Vol. 4, N° 2, Maggio-Agosto 2025.
14D. Huber, Israel/Palestine and the Normative Power of the “Global South”, IAI – Istituto Affari Internazionali, 22/03/2024.
15F. Fanon, Address to the Second Congress of the African Peoples (Accra, 1960-9, in I Toward the African Revolution: Political Essay, Grove Press, New York, 1967.
Articolo pubblicato sul numero 82 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
Il neotribalismo è un fenomeno che si impone a partire dall’ultima parte del secolo scorso. È un concetto sociologico che descrive la tendenza dell’essere umano contemporaneo a raggrupparsi in “tribù” postmoderne basate su passioni, stili di vita e interessi comuni, in aperta opposizione all’individualismo e all’universalismo della società globale. Nella società globale massificata, il neotribalismo rappresenta una risposta alla perdita di identità tradizionale (famiglia, classe sociale, partito politico, religione). Le persone non si definiscono più solo in base al proprio luogo di nascita o al proprio lavoro, ma attraverso l’appartenenza a micro-comunità fluide1.
Qualsiasi oggetto o fenomeno è legato ad altri, determinato da essi, e pertanto sottoposto al cambiamento e all’alea. In un modo o nell’altro, nulla è permanente. Questo significa che ciò che ora è non necessariamente è stato, e non sarà per sempre. Allo stesso modo, le categorie elaborate in un dato momento non sono eterne, e devono essere sottomesse a revisione se si vuole cogliere l’evoluzione che ha avuto luogo, e di cui empiricamente è molto difficile negare o rifiutare gli effetti. Il relativismo in questione consiste nel mettere in relazione i diversi elementi della vita, e nel prendere atto del flusso vitale che è costitutivamente incessante. In tal modo ogni tipo di dogmatismo diventa effimero. Bisogna promuovere una sensibilità teorica che preferisce l’umiltà delle cose alla presunzione dei concetti. È nei periodi di cambiamento delle civiltà che bisogna essere Selbstdenker, ovvero dei pensatori liberi2.
Una delle espressioni più note, convincenti e longeve che descrivono ancora oggi la società della rete è “villaggio globale”3.
Il villaggio è stato la prima forma stabile di insediamento umano, immediatamente successiva al nomadismo preistorico. Una realtà sociale ancestrale, chiusa, sostanzialmente autoritaria per la presenza di figure steretipate di riferimento come lo sciamano, popolata da totem intoccabili, fondata su un pensiero magico-rituale, attraversata da una cultura orale e mitica, fortemente condizionata dalla presenza del gruppo che monitorava costantemente la vita dell’individuo all’interno della comunità e, soprattutto, caratterizzata da forme di convivenza tribale. L’esistenza del soggetto all’interno di questa comunità chiusa si svolgeva nei limiti di una continua dinamica corale, animata dal consensus sociale che scandiva e determinava la vita dell’individuo all’interno della società: un’incessante e ininterrotta esposizione e spettacolarizzazione dell’esistenza era una caratteristica del villaggio tribale. Il gruppo assisteva e interveniva prepotentemente in ogni aspetto e in ogni momento del percorso soggettivo. Il tribalismo e il primitivismo del villaggio si manifestava in atteggiamenti riconducibili ad alcuni archetipi fondamentali dell’umano, primo fra tutti la ricerca e la persecuzione del capro espiatorio. La violenza collettiva che si riversava e veniva incanalata nel sacrificio rituale della vittima prescelta rappresentava, nelle claustrofobiche dinamiche del gruppo, una forma di catarsi simbolica fondamentale per la stabilità emotiva e sociale del villaggio, per il controllo e il mantenimento dei ruoli. Ora, assumendo come valida la relazione tra villaggio e condizione tribale e andando oltre le intenzioni di McLuhan prendendo alla lettera il sostantivo villaggio per porre l’accento critico sul significato antropologico, culturale e sociale del termine, Arsena trova una chiave di interpretazione per la nostra contemporaneità digitale4: si può partire dall’ipotesi villaggio globale/villaggio tribale per spiegare questa nuova, inaspettata riproposizione di un tribalismo e un primivitismo che si evince dal ricorso, pressoché quotidiano, a un glossario e una terminologia dalle antiche origini tribali come i discorsi d’odio che altro non sono che parole trasformate in clave e pietre che vengono lanciate nelle dinamiche di un “linciaggio” che, ancorché mediatico e informatico, richiama l’esperienza del sacrificio rituale del capro espiatorio, intorno al quale si manifestano e si consumano forme di isteria e di violenza collettiva e cieca, soprattutto nella realtà della Rete.
Per cui le nuove tribù, come sottolineato dagli autori, rigettano concetti profondi, parole complesse, simboli su cui riflettere. Sono uscite dai circoli privati, da piccole comunità autoreferenziali e hanno “conquistato” il web ma, soprattutto, hanno avvolto la politica: il leader politico, da sintesi pubblica di comuni posizioni sociali e ideali, si è trasformato in corpo tribale, un soggetto desoggettivizzato da seguire sulla base di messaggi chiari e banali, poco importa se autentici e rispondenti al vero. L’importante è essere contro, anche contro categorie astratte come gli scienziati che progettano vaccini o fantasmi che attraversano i mari.
La globalizzazione assume dunque la forma di tribalizzazione che disgrega la societas moderna e ne fa un universo attraversato da una miriade di conflitti sempre più radicali tra mondi eterogenei difficilmente dominabili in assenza di un parametro comune, universale, che consenta di individuare un punto di incontro tra soggetti incontrovertibili, refrattari a ogni mediazione.
Il libro
Elio Franzini, Federico Vercellone, Tribalismi. Perché la società si sta frammentando, Neri Pozza, Vicenza, 2026.
2M. Maffesoli, Modernità, postmodernità, postmedievalità, in Veronica Pravadelli (a cura di), Modernità nelle Americhe, RomaTre-Press, Roma, 2016.
3Espressione utilizzata per la prima volta dal sociologo canadese Marshall McLuhan nel 1966 in Understanding Media.
4A. Arsena, Convivenza digitale, villaggi globali e istinti tribali. Per un’educazione alla cittadinanza nella contemporaneità, in Personae – Scenari e Prospettive Pedagogiche, Vol. 2, N. 2, 2023.
Il 12 novembre 2019 si è tenuto a Pisa il seminario, coordinato da Michela Lazzeroni, Interpretare la quarta rivoluzione industriale: la geografia in dialogo con le altre discipline, i cui contributi sono confluiti nel libro curato dalla stessa Lazzeroni insieme a Morazzoni. Il seminario era parte del Progetto di Eccellenza 2019 ed è stato organizzato dal Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere con la collaborazione dell’Associazione dei Geografi Italiani e della Società di Studi Geografici. Il suo obiettivo era la riflessione sui processi di accelerazione che caratterizzano i nuovi paradigmi tecnologici e sulla resilienza dei sistemi economici, sociali e territoriali nel rispondere, adattarsi e intraprendere percorsi di cambiamento.
Il libro, che riprende per esteso il titolo del seminario, è nato allo scopo di rilanciare i contributi in un dibattito che si rivolge sia al mondo della ricerca geografica, sia al dialogo e alla ricerca multi e interdisciplinare di fronte alla sfida dell’interpretare le trasformazioni connesse alla quarta rivoluzione industriale. Si articola in due parti distinte: la prima si compone di otto contributi che analizzano diverse prospettive di ricerca dei nuovi paradigmi e cambiamenti in atto; la seconda, composta da nove contributi, è focalizzata sul ruolo della geografia nelle dinamiche di risposta e resilienza dei territori.
Gli autori della prima parte sono: Giuseppe Anastasi, Alberto Di Minim e Giulio Ferrigno, Fabio Lavista, Adriano Fabris, Michela Lazzeroni e Alberto Vanolo, Roberto Ferrari, Alberto Mario Banti.
Gli autori della seconda parte sono: Monica Morazzoni, Alketa Aliaj, Luisa Carbone, Samantha Cenere, Stefano De Falco, Cesare Emanuel e Paola Savi, Monica Maglio, Antonello Romano e Cristina Capineri, Bernardo Cardinale e Silvia Scorrano.
Vanno, inoltre, a comporre il libro la Prefazione di Egidio Dansero, il Capitolo Introduttivo della curatrice Michela Lazzeroni e la Postfazione di Andrea Riggio.
Come sottolineato anche da Dansero nella Prefazione (p. 12), interpretare la quarta rivoluzione industriale richiede un profondo cambiamento nel modo di approcciarsi alla ricerca e al dialogo fra le discipline e con la società. Gli scritti raccolti nel libro curato da Lazzeroni e Morazzoni rappresentano un importante passo in avanti in tal senso in quanto da un lato consentono di fare il punto sulla ricerca geografica italiana attorno alla quarta rivoluzione industriale, in un confronto con le altre discipline, e dall’altro presentano il punto di vista di studiosi di discipline altre rispetto alla geografia, ponendo diversi stimoli e interrogativi alla ricerca geografica, sottolineando un bisogno di geografia per comprendere e interpretare quei cambiamenti connessi a una quarta rivoluzione industriale, tanto più difficile da comprendere proprio perché ci stiamo dentro.
La quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo oggi, più comunemente conosciuta come Industria 4.0, è guidata dall’Internet delle cose (Internet of Things), dall’intelligenza artificiale, dalla robotica avanzata e dalle altre tecnologie abilitanti. La fabbrica viene vista come un insieme di oggetti e macchinari “intelligenti”, interconnessi e in grado di comunicare e poi di prendere decisioni autonome.
Sulla scia del progetto del governo tedesco per l’industria del futuro (Industrie 4.0), in Italia è stato lanciato nel 2017 il Piano nazionale Industria 4.0. A differenza del piano tedesco, che punta esplicitamente allo sviluppo di tecnologie abilitanti e investe pesantemente in formazione e ricerca, Anastasi sottolinea quanto quello italiano si sia concretizzato quasi esclusivamente sotto forma di incentivi alle aziende per l’acquisto di macchinari innovativi. Sono occorse altre misure governative e regionali per porre l’accento sulla ricerca e sulla formazione di figure professionali idonee a guidare la trasformazione digitale1.
Il Piano nazionale Industria 4.0 chiama tutti gli attori coinvolti a vario titolo nel processo produttivo – dagli imprenditori alle istituzioni, fino alle associazioni di categoria, scuole, università e pubblica amministrazione – a dare il proprio contributo al processo di innovazione radicale che la quarta rivoluziona industriale sta portando. In tal senso si è mosso il progetto CrossLab del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa a cui fa riferimento Anastasi nel suo contributo. Laboratori interdisciplinari, integrati e aperti. Come richiesto dalla natura interdisciplinare di Industria4.0 e pensati per favorire la collaborazione di ricercatori di diversi settori scientifici. Inoltre, il progetto prevede il coinvolgimento strutturale delle aziende anche nelle fasi di ricerca, in maniera tale da agevolare l’individuazione dei temi sui quali lavorare, anche congiuntamente.
Un approccio delle imprese aperte all’innovazione certo ma che rimanda alla open innovation teorizzata già nei primi anni del 2000 ha Henry Chesbrough nel saggio The Era of Open Innovation. Il paradigma closed innovation, ovvero l’innovazione originata all’interno delle imprese, non è più in grado di garantire la sopravvivenza e la prosperità delle stesse. Necessita che le aziende attingano a idee, risorse e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da star-up, università, enti di ricerca, fornitori e consulenti di impresa. Di Minin e Ferrigno parlano del rischio connesso alla non corretta valutazione e valorizzazione di queste fonti di conoscenza le quali, se non considerate, possono mettere a repentaglio il futuro stesso delle imprese. Il loro è stato un vero e proprio viaggio nell’Italia dell’innovazione per vedere e toccare con mano i diversi modelli di business imprenditoriali adottati per gestire l’innovazione aperta2.
Quello che gli autori propongono è un approccio che rivoluzioni la gestione dell’innovazione riprendendo il concetto di March (1991) dell’organizational ambidexterity, ovvero l’adozione di un approccio ambidestro da parte delle aziende per gestire i conflitti aziendali che emergono dalla coesistenza di due opposti: l’attività di exploration (esplorazione di nuove idee, progetti e attività) e l’exploitation (ovvero lo sfruttamento delle tecnologie delle attività esistenti).
Lavista invece nel suo contributo consiglia di partire proprio dal termine “rivoluzione” per cercare di comprendere se si possa propriamente parlare della “quarta rivoluzione industriale” come di un fenomeno di tale portata, similmente a quanto è accaduto per la prima rivoluzione industriale inglese della fine del Settecento.
La storiografia più recente è arrivata a concludere che quanto accaduto in Inghilterra tra la fine del XVIII secolo e i primi del XIX non può essere considerato una “rivoluzione” nel senso letterale del termine. Si trattò piuttosto di un importante passaggio storico, entro un processo di trasformazione europea di lungo periodo , che si svolse in Inghilterra per una serie di caratteristiche peculiari del quadro economico, politico e istituzionale di quel paese (Allen, 2009; Mokyr, 2009; Broadberry, O’Rourke, 2010). Similmente, sottolinea Lavista, la trasformazione indicata come “quarta rivoluzione industriale” potrebbe essere vista come l’esito finale di un processo di trasformazione dell’industria manifatturiera che prese avvio durante la crisi degli anni Settanta del Novecento e che, come nel caso inglese, non ha origini solo tecnologiche.
Il tema della trasformazione tecnologica si intreccia con un altro grande processo di cambiamento che prende avvio tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, quella che viene comunemente chiamata “la seconda globalizzazione”, dopo la prima che aveva caratterizzato la seconda metà dell’Ottocento.
Da un punto di vista storico, in Italia gli effetti di queste trasformazioni sul complesso dell’industria nazionale sono da ricondursi al progressivo modificarsi del Nord manifatturiero: se durante la prima rivoluzione industriale esso si identificava con l’ideale triangolo disegnato da Torino, Milano e Genova, ora è un’area che si snoda tra il Veneto e l’Emilia-Romagna, passando per Milano. Oltre alla deindustrializzazione di alcune aree del paese, Lavista indaga un secondo controverso aspetto di questa quarta rivoluzione industriale la quale, al pari della prima, produce un incremento della disuguaglianza.
Il settore dei servizi, infatti, produce maggiore disuguaglianza rispetto al settore manifatturiero, per via della mancata diversificazione da cui è caratterizzato (Moretti, 2012; Milanovic, 2016).
Una disuguaglianza che per Toschi porta a una crisi dovuta non a una mancanza di risorse bensì a una carenza di comprensione riguardo il modo di utilizzarle e distribuirle. Egli riprende le teorizzazioni di De Geus (1997) sul bisogno improcrastinabile di innovazione/cambiamento della nostra società, ancor prima di insistere sull’ulteriore rafforzamento della “muscolatura” tecnologica, sull’iper-specializzazione di settore, è necessario modellare la visione e la missione del nostro tempo e delle realtà che lo contraddistinguono. Una cultura per il nuovo che comporta, al contempo, una mentalità fortemente sperimentale, pionieristica, una nuova cultura d’impresa.
Ma è proprio partendo dal concetto di cultura e, nella fattispecie, nella dicotomia ancora imperante tra cultura umanistica e cultura scientifica che Fabris sviluppa il suo pensiero incentrato sulla necessità di annullare le distanze.
Viviamo nell’epoca della complessità. Il che vuol dire che ci troviamo a operare in un paradigma di pensiero e di azione nel quale alle connessioni consequenziali, lineari, di stampo causale, vengono sostituite, fra l’altro, connessioni di tipo reticolare. Ciò che emerge, come paradigma del sapere, è l’idea di sistema. Un sistema non costituito da una somma di elementi ma dove gli elementi sono funzionali alle relazioni che li costituiscono. Relazioni che contraddistinguono lo stesso sapere, il quale per sua caratteristica risulta interdisciplinare e tale da interpretare il carattere sempre interconnesso sia della ricerca scientifica che dei suoi risultati. Le barriere erette tra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica, devono essere abbattute per mostrare ciò che l’una può offrire per il migliore sviluppo dell’altra e viceversa.
L’incontro tra i due ambiti di ricerca e studio può essere molto utile anche nell’analisi della quarta rivoluzione industriale e sull’impatto che essa ha avuto non solo sull’economia ma, soprattutto, sul territorio e sulla società in generale.
Lazzeroni e Vanolo sviluppano un articolo confronto sulle prospettive della geografia che da tempo ormai si interroga sull’impatto che le tecnologie hanno determinato e continuano a determinare sul territorio e sui profondi cambiamenti che hanno coinvolto gli individui e i diversi gruppi sociali.
Malgrado si parli sempre di più di smaterializzazione delle attività economiche e dell’emergere di un mondo digitale che sovrasta quello fisico, “il capitale territoriale” sembra ancora contare. La letteratura geografica elaborata in questo campo mette in evidenza i fattori di contesto che influenzano e favoriscono i processi innovativi e le politiche necessarie e le narrazioni messe in atto per potenziare i territori in questa nuova sfida (Storper, 2018; Schäfer, Mayer, 2019).
Tali fattori di contesto sono sia di natura immateriale che materiale. Dal punto di vista delle componenti soft si annoverano le competenze qualificate delle persone che un territorio riesce a mettere in campo, come anche la propensione alla creatività e all’innovazione. Anche in questa quarta rivoluzione industriale tuttavia risultano importanti gli attributi hard, ovvero le infrastrutture materiale in grado di potenziare i territori (le reti Internet, gli investimenti nella sensoristica e nelle tecnologie 5G, la robotica, le piattaforme online).
Malgrado il notevole impatto delle IT e delle tecnologie 4.0 – anche dal punto di vista mediatico – possa far pensare a uno sviluppo ubiquitario e diffuso nel territorio in realtà, come sottolinea Schwab (2016), in questo scenario smart si rafforzano non solo i processi di divario sociale e generazionale nell’accesso e nell’interazione con le nuove tecnologie, ma anche le dinamiche di polarizzazione territoriale, sia tra paesi che all’interno di essi.
Riprendendo le conclusioni di diversi studiosi (tra cui Glaeser (2012) e Moretti(2012), Florida, Adler e Mellander (2017), Lazzeroni e Vanolo sottolineano come il divario non riguardi solo centri e periferie ma sia insito anche all’interno dei contesti urbani economicamente più sviluppati.
Esiste quindi il rischio che le dinamiche di sviluppo 4.0 possano irrobustire i fenomeni di disuguaglianza regionale e urbana, “tagliando fuori” dalla crescita aree interne, piccole città, periferie delle grandi città che possono reagire chiudendosi al cambiamento e allontanandosi sempre di più dalle logiche di sviluppo che caratterizzano invece le aree avanzate, fondate prevalentemente sull’economia della conoscenza e dell’innovazione. Rodriguez-Pose (2018) fotografa questa situazione e parla di revenge of places that don’t matter, dimostrando con dati e statistiche come l’attuale ondata di populismo emersa in alcuni Stati europei presenti una forte connotazione non solo sociale ma anche territoriale, a fronte di modelli economici, sociali e tecnologici che premiano le grandi città e i poli più avanzati e producono forti diseguaglianze tra centro e periferia.
Anche Ferrari, nel suo contributo, insiste sulla rilevanza dei fattori territoriali nella quarta rivoluzione industriale che egli definisce tale per cui ritiene che, come ogni rivoluzione che si rispetti, anche questa esige una lettura che sia almeno trasversale e multidisciplinare: per cogliere appieno le determinanti e le implicazioni in essa condensate è necessario risalire in chiave storica le radici della trasformazione digitale, comprendere i rapporti di forza settoriali da cui origina e che amplifica o riduce, scandagliare gli effetti prodotti sulla società, cogliere la rotta verso cui attrae le imprese, i lavoratori e le istituzioni che più o meno consapevolmente la intercettano; la crescente specializzazione disciplinare inoltre non può coprire o ancor peggio accelerare il rarefarsi di un quadro di conoscenza unitario, per quanto frammentato e in divenire.
Ferrari ritiene utile l’analisi dei fattori geografici in quanto in grado di offrire molteplici strumenti di analisi e valutazione dei molti punti ancora oscuri della dinamica dell’innovazione: la velocità del cambiamento nei contesti a ritardo di sviluppo, il giusto equilibrio da ricercare mediante politiche attive a favore delle condizioni abilitanti (capitale umano e sociale, tecnologie, capitali finanziari) nei diversi contesti territoriali e nelle diverse arene competitive.
L’ultimo contributo della prima parte è incentrato sull’analisi dei fenomeni che hanno avuto luogo e sono cresciuti di pari passo alla quarta rivoluzione industriale, in particolare la globalizzazione, il neoliberismo e il neonazionalismo.
La risposta più evidente alla globalizzazione è venuta dai movimenti e dai partiti variamente definiti populisti o sovranisti, ma che Banti preferisce chiamare neonazionalisti. Per questi partiti il tema della geografia è certamente centrale: nei loro programmi, così come nella loro retorica, l’opposizione ai processi di globalizzazione è resa indispensabile dalla necessità di difendere il territorio del proprio Stato-nazione, considerato come una fortezza assediata dalla migrazione di persone considerate estranee, così come dalla concorrenza economica straniera. Questi partiti così attivi nell’opporsi alla globalizzazione, tacciono invece sugli effetti prodotti dalle politiche neoliberiste. La cosa non può sorprendere in quanto le destre, di solito, considerano le disuguaglianze come una realtà naturale e inevitabile, mentre apprezzano l’individualità vincente dei leader, sia politici che economici: per questo i partiti neonazionalisti incorporano senza alcun problema il neoliberismo nei loro programmi di governo. I partiti di sinistra o centro-sinistra hanno reazioni diverse rispetto ai fenomeni di globalizzazione. In genere, spinti da una visione del mondo umanitaria e solidale, considerano i flussi migratori sotto una luce prevalentemente positiva. A stupire invece è, nell’analisi dell’autore, l’accettazione anche da parte di questi partiti della visione neoliberista.
La seconda parte del volume è interamente dedicata all’esplorazione, attraverso saggi ed esperienze di geografi, di come i territori rispondono alla “domanda” della quarta rivoluzione industriale.
I territori da sempre ci comunicano valori, idee, speranze, comportamenti e desideri di chi li abita, li consuma, li attraversa. Ogni territorio quindi ha le proprie stories e attraverso il sistema di relazioni fisiche e virtuali si costituisce in un “paesaggio dell’informazione” che, racconta Morazzoni, ha una sua digital storytelling che, a sua volta, riformula l’idea di città, territorio, bene culturale. E poi ci sono le applicazioni digitali, i social network che accrescono la fama reputazionale di molti luoghi, spesso marginali, deboli, periferici che si ridefiniscono e acquisiscono un nuovo posizionamento competitivo territoriale.
Le comunicazioni e le tecnologie digitali hanno dunque un ruolo strategico nella riattivazione delle memorie, nella selezione dei mercati e nella creazione di nuovi prodotti, per esempio, turistici. Si ri-concettualizzano gli spazi dell’abitare (la città), del lavoro (la fabbrica fordista), dello svago (le destinazioni del turismo di massa).
L’analisi dei contributi del libro porta a pensare che davvero, come sottolineato da Riggio nella Postfazione, l’intera opera ruota intorno al concetto che l’essere umano sta diventando, nel bene e nel male, grazie alle nuove tecnologie della quarta rivoluzione industriale e dell’Industria 4.0, un agente aumentato di trasformazione del mondo, dell’ambiente, di ciò che ci circonda, secondo la definizione datane dalla stessa curatrice Lazzeroni nel primo capitolo del libro.
L’attuale sviluppo economico e tecnologico cambia infatti il senso del legame tra lavoro e identità che nel passato ha portato a pensare l’uomo come soggettività collegata a ciò che faceva o produceva e quindi in termini di funzione sociale connessa al ruolo che assumeva nel mondo del lavoro. I nuovi sistemi tecnologici possono rappresentare un’occasione per togliere l’uomo dalla mono-dimensionalità sociale e dal funzionalismo produttivo del passato nella misura in cui saranno in grado di esprimere trame sociali multilivello capaci di intrecciare e dare senso progettuale e realizzato a linguaggi, culture, esperienze, idee, sentimenti e relazioni umane centrate su una idea di sviluppo umano e non più solo economico (Seghezzi, 2016).
La crescita della complessità (intesa come varietà, variabilità nel tempo, interdipendenza e indeterminazione) nei nuovi sistemi di produzione mette sotto pressione le soluzioni organizzative e lavorative pre-digitali e fordiste (Rullani, 2018). Tale processo è reso evidente dallo sviluppo di estesi sistemi autogovernativi che mettono in rete robot, sensori delle reti IoT (Internet of Things), algoritmi di apprendimento, collegamenti via Cloud, data analysis: questi processi rendono gestibili in modo automatico quei problemi di bassa e media complessità che in precedenza richiedevano l’intervento dell’uomo. Questo tipo di complessità non genera solo la perdita di controllo ma ha anche un effetto propulsivo perché spinge gli attori più dinamici, liberati da processi più di routine, a innovare attraverso la messa in azione della creatività propria della conoscenza generativa: quest’ultima, grazie alla condivisione resa possibile dalla comunicazione e interazione in rete, può essere prodotta a costi più bassi e può essere alimentata in rete dall’interazione dei lavoratori in modo collaborativo (Costa, 2018).
È questo il principale aspetto intorno a cui hanno ruotato i contributi della prima parte del libro ed è questo il motivo che rende la lettura ancora cogente sotto il profilo dell’attualità degli argomenti trattati in quanto questi sono ancora in divenire e meritevoli di considerazioni ad ampio spettro.
La seconda parte del libro racconta delle pratiche poste in essere in vari luoghi d’Italia quali esemplificazione della correlazione tra geografia, quindi territorio, e quarta rivoluzione industriale e lo fa in un’ottica che solo in apparenza sembra riduttiva, nel senso di limitata al territorio indagato. In realtà i casi studio analizzati danno una prospettiva di più ampio respiro su quello che realmente accade in questo periodo di iperstoria.
Le tecnologie ICT sono diventate forze ambientali, antropologiche, sociali e interpretative. Esse creano e forgiano la nostra realtà fisica e intellettuale, modificano la nostra autocomprensione, cambiano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con noi stessi, aggiornano la nostra interpretazione del mondo, e fanno tutto ciò in maniera pervasiva, profonda e incessante (Floridi, 2017). Il passaggio dalla carta al digitale ha modellato il nostro essere in funzione di inforg, entità composte di informazione che scambiano dati non solo e non tanto con altri umani ma con macchine. Questo significa che abbiamo adattato il nostro ambiente agli agenti ICT (Carnicella, 2020).
Dai contributi del libro curato da Lazzeroni e Morazzoni, come anche dalla letteratura sull’argomento, appare ormai chiaro quanto sia importante un approccio multidisciplinare e interdisciplinare per comprendere la quarta rivoluzione industriale sia nei suoi aspetti economico-politici sia, soprattutto, per le sue ripercussioni su territori, società e cultura.
E davvero il libro Interpretare la quarta rivoluzione industriale rappresenta un importante contributo in questa direzione, come sottolineato da Dansero nella Prefazione. Molti interpreti, molti sguardi sulle trasformazioni in atto permettono al lettore di entrare in un simbolico dialogo tra discipline e visioni del mondo variegate, convergenti o divergenti ma tutte importanti per l’apporto alla tematica di partenza come anche agli sviluppi della medesima. Un libro orientato al mondo accademico e della ricerca eppure, al contempo, utile per enti, amministratori, aziende che approcciano o vivono la quarta rivoluzione industriale.
Riferimenti bibliografici
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Broadberry S., O’Rourke K.H., (2010), The Cambridge Economic History of Modern Europe, vol. I: 1700-1870, Cambridge University Press, Cambridge.
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Schäfer S., Mayer H. (2019), Entrepreneurial Ecosystem: Founging Figures and Research Frontiers in Economic Geography, in “Zeitschrift für Wirtschaftsgeographic”, 63 (2-4).
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1I sostegno alla formazione per l’Industria 4.0 (e la sua evoluzione green/5.0) si articolano su due livelli: le misure governative nazionali, che agiscono prevalentemente tramite la leva fiscale e i fondi del PNRR, e i bandi regionali, finanziati tramite i programmi PR FSE+ e il Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). [https://www.mimit.gov.it/it/pnrr/progetti-pnrr/pnrr-transizione-4-0]
2I risultati dell’indagine sono confluiti tutti nel libro Il gioco degli opposti (Di Minin, Marullo, Piccaluga, 2019).
Dopo il colpo di Stato militare del 1964 il pedagogista brasiliano Paulo Freire viene arrestato per più di settanta giorni e interrogato due volte dal tenente colonnello Hélio Ibiapina. La sua attività educativa, orientata a liberare gli oppressi attraverso l’educazione, è vista con sospetto dal regime militare che lo considera un sovversivo. Freire fu costretto all’esilio e poté rientrare nel suo paese solo nel 1979. Nel libro curato da Joana Salém Vasconcelos sono riportati i documenti dell’inchiesta, in maniera integrale, con annotazioni e contestualizzazioni.
Il golpe del 1964 in Brasile ha definitivamente e contemporaneamente posto fine alla democrazia e all’utopia di una rivoluzione sociale pacifica, agognata dai partiti di sinistra e dai movimenti studenteschi. Il colpo di Stato ebbe anche una pesante ripercussione su intellettuali e artisti, provocando una frammentazione che vide, da un lato, un processo di marginalizzazione di alcuni settori culturali (letteratura e cinema marginale) e, dall’altro, un processo di socializzazione, sfociato anche nella massificazione culturale tramite l’inserimento in canali mass-mediatici, di movimenti artistici quali il Cinema Novo, il Tropicalismo, la MPB (Musica Popolare Brasiliana) e il samba di protesta. Si trattava di forme diverse di protesta e di lotta: le prime, dalla periferia del sistema, le seconde, dall’interno, utilizzando gli stessi strumenti e ingranaggi del sistema mediatico potenziato dai militari.
Il lasso temporale compreso tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha rappresentato, per il Brasile, un periodo di grande fermento culturale. La rivoluzione industriale attuata da Juscelino Kubitschek (Presidente della Repubblica dal 1956 al 1960), ed eternata nella realizzazione di Brasília, l’elezione di Jânio Quadros e la sua rinuncia dopo soli sette mesi, l’ascesa al potere di João Goulart (osteggiata dalla destra brasiliana) e il colpo di Stato del 1964 sono gli avvenimentipolitici che scandiscono un susseguirsi di poetiche individuali e collettive, in cui l’impegno politico diviene, per alcuni, fondamento nella costruzione del nuovo discorso artistico.
La repressione s’abbatté su tutti coloro che avevano avuto ruoli fondamentali nell’organizzazione dei movimenti di massa, contatti con operai, contadini e soldati, mentre per quanto riguarda la politica culturale il regime militare di Castelo Branco risparmiò gli intellettuali e non impedì la produzione culturale impegnata, limitandosi fondamentalmente a sottrarle spettatori, attraverso il potenziamento delle strutture e dei canali mediatici al fine di supportare, tramite la televisione, la politica dei militari con programmi informativi e spettacoli di massa.
La politica culturale del regime militare brasiliano può riassumersi agevolmente in tre distinte fasi: la prima (dal 1964 al 1968) viene attuata con una censura limitata e quasi inesistente; la seconda (dal 1968 al 1974) vede l’emanazione dell’AI-5 che segna l’inizio della istituzione della censura ufficiale. In questa fase viene posta in essere una politica repressiva che colpisce tutti indiscriminatamente; la terza (1975) vede il varo della Politica Nacional de Cultura, con cui lo Stato si fa promotore di una cultura nazionale, incentivandola attraverso pubblicazioni e concorsi letterari e controllando e assorbendo attraverso gli Istituti di Cultura intellettuali, funzionari, oppositori che fino a quel momento erano stati perseguitati (De Rosa, 2008).
Il regime instaurato dai militari è durato 21 anni. Tra il 1964 e il 1985 ci sono stati cinque Presidenti generali (tutti di nomina indiretta). Molti politici di opposizione o indipendenti sono stati revocati e la tortura è stata ampiamente utilizzata contro i membri della resistenza. Nel marzo 1985 è entrato in carica un Presidente civile. È stata promulgata una Costituzione democratica, sono state ripristinate le elezioni dirette per tutte le cariche legislative ed esecutive, c’è stata un’alternanza nell’esercizio del potere e un graduale processo di affermazione della democrazia.
Tra il 1945 e il 1964 in realtà il Brasile aveva già vissuto una prima esperienza democratica. Ma questo periodo è stato caratterizzato da una grande instabilità politica e dalla continua minaccia militare, che si è concretizzata nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 1964.
Nel 1995 è stata creata la Commissione speciale per le morti e gli scomparsi per ragioni politiche e nel 2002 è stata istituita la Commissione per l’amnistia. Nel 2011, dopo un lungo iter legislativo, il Congresso nazionale ha deciso di istituire la Commissione nazionale per la verità, il cui rapporto finale è stato pubblicato nel 2014. Parallelamente al lavoro della Commissione nazionale, sono state istituite molte commissioni per la verità negli Stati, nei Comuni, nelle università e negli organismi di classe (come sindacati e istituzioni).
Questa storia istituzionale, tuttavia, viene fortemente scossa dallo scatenarsi della crisi politica che ha raggiunto il suo culmine nel 2016. In quello stesso anno è stato approvato l’impeachment dell’allora presidente Dilma Rousself. Jair Bolsonaro, ex ufficiale militare, noto difensore degli interventi delle Forze Armate durante la dittatura, ha governato tra il 2019 e il 2022. Il suo governo è stato caratterizzato dal negazionismo strutturale: distruzione della ricerca nazionale e della verità attraverso l’attacco sistematico alla stampa, alla scienza e all’università. Un aperto tentativo di riabilitazione della dittatura militare, attribuendo a questo regime la qualifica di democrazia e descrivendo gli avvenimenti del 1964 come una “rivoluzione” (Paixão e Marques, 2023).
L’elaborazione di un immaginario è parte integrante della legittimazione di un regime politico: è attraverso l’immaginario che si può toccare non solamente la testa ma, in particolare, il cuore, ossia le aspirazioni, le paure e le speranze di un popolo. È lì che le società definiscono i loro nemici, organizzano il loro passato, il presente e il futuro (Baczko, 1985). Seguendo questa linea di riflessione, si capisce come l’immaginario politico sia un fenomeno costruito a tavolino, e, come tale, sia permeato da un sentimento identitario (Costa Cardoso, 2016).
Paulo Freire era laureato in Legge ma non si dedicò alla professione di avvocato bensì a quella di insegnante, impegnandosi anche sul piano politico. Freire considerava l’educazione e la politica come due aspetti inevitabilmente legati tra loro da un legame complesso, dialogico e conflittuale.
Fu questa consapevolezza a portarlo verso l’istruzione degli adulti analfabeti che, non sapendo leggere e scrivere, non avevano diritto al voto. Su questa esperienza ha costruito l’impianto della sua pedagogia, fatta di scientificità teorica e metodologica e di testimonianza diretta, partecipazione al processo di cambiamento visto come coscientizzazione (Farné, 2021).
Esistono molti aspetti che accomunano la pedagogia di Freire e quella di don Milani. Entrambi sono esempi paradigmatici di come l’educazione morale possa strutturarsi in maniera esplicita: l’uomo politico che si educa alla morale nel momento stesso in cui si istruisce (Lupi, 2021).
Freire fu costretto ad allontanarsi dal Brasile nel 1964 dopo essere stato incarcerato per un paio di mesi. Fece ritorno nel suo paese soltanto nel 1980. Anche durante la presidenza Bolsonaro il progetto educativo di liberazione di Paulo Freire è stato apertamente osteggiato, messo al bando e considerato pericolosamente sovversivo. E, in effetti, tutto ciò che Freire ha fatto e scritto nella vita riguarda la possibilità di liberare gli oppressi mettendoli però nelle condizioni di conoscere e conoscersi, di liberarsi diventando davvero consapevoli di chi sono e di cosa potrebbero fare. Non dunque una liberazione passiva, ma di una liberazione attiva, gioiosa e perciò costantemente rivoluzionaria (Colombo, 2021).
Nel libro curato da Joana Salém Vasconcelos viene presentata una fedele riproduzione dei due interrogatori che figurano nell’Inchiesta di Polizia Militare (IPM) contro Paulo Freire, accusato dalla dittatura di aver creato un metodo di politicizzazione mascherato da alfabetizzazione, sovversivo, il quale, secondo i militari, avrebbe ampliato l’adesione dei brasiliani al marxismo. Freire fu interrogato dal tenente colonnello Hélio Ibiapina Lima, leader del colpo di stato a Pernambuco e comandante dell’apparato di vigilanza e repressione nello Stato. Membro della cosiddetta “linea dura”, si dedicò a dare la caccia a quelli che chiamava comunisti travestiti da angeli oppure sovversivi travestiti da riformatori(CEMV, 2012).
In quanto fonte primaria, gli interrogatori possono essere utili per la ricerca, per l’analisi come anche per uno studio indipendente. In questo senso, la proposta di questo libro è proprio quella di aumentare l’accessibilità a un documento che serva alle attività di formazione storiografica della società brasiliana. Utili e necessarie per ricostruire e comprendere il passato come anche il presente.
Note bibliografiche (in ordine di consultazione)
G.L. De Rosa, (2008), Tropicalista, Kitsch e Marginale: il ’68 in Brasile, Artifara, 8, Monographica.
C. Paixão (Università di Brasilia), R. Peixoto de P. Marques (Istituto Brasiliero de Ensimo Desenvolvimento e Pesquisa), (2023), Celebrare il colpo di stato: passato autoritario, ruolo dei tribunali e politiche della memoria nel Brasile contemporaneo, in Scienza & Politica, vol. XXXV, n. 68.
B. Baczko, (1985), Imaginàrio Social, in R. Romano, Enciclopédia Einaudi. Anthropos-Homen, vol. 5, Império Nacional-Casa da Moeda.
L. Costa Cardoso, (2016), L’immaginario politico delle memorie: Brasile 1964-1985, Diacronie, n. 25, 1 (traduzione di Jacopo Bassi).
R. Farné, (2021), Paulo Freire (1921 – 1977), il Mulino – Rivista di Cultura e di Politica, 12 | 2021.
A. Lupi, (2021), Due pedagogie dell’educazione morale esplicita. Freire e don Milani, Pedagogia più Didattica, Vol. 7, n. 1.
R. Colombo, (2021), Considerazioni sul lavoro e l’opera di Paulo Freire, Balthazar, 2 | 2021.
CEMV, (2012): Comissão Estadual da Memória e Verdade dom Helder Cãmara, Relatório Final, v. 2, 2012, p. 77.
«Così come abbiamo realizzato una trasformazione storica in Venezuela, confidiamo altrettanto nel grande cambiamento che presto avverrà a Cuba.»1
Durante l’incontro dello scorso 7 marzo a Miami è stato lanciato lo “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas), ovvero un accordo di cooperazione militare anti-narcos tra gli Stati Uniti e altri 17 paesi dell’area latinoamericana. Una nuova alleanza che sembra il coronamento della Dottrina Monroe2, citata direttamente dal presidente Trump a poche ore dall’operazione militare che ha portato al cambio di regime a Caracas e già all’interno del National Defense Strategy – 2026NDS3.
Le ragioni delle relazioni e, soprattutto, dello scontro tra Stati Uniti e Cuba non possono certo essere ricercate nella lotta per le materie prime e il petrolio oppure in quella al contrasto del narcotraffico.
È dalle riforme e nazionalizzazioni portate avanti da Fidel Castro già all’indomani dell’entrata trionfante a L’Avana del 1959 che i rapporti con Washington sono diventati sempre più turbolenti. Inoltre, l’economia dell’isola non ha fatto che legarsi sempre più all’allora Unione Sovietica.
Nel gennaio 1963 il presidente Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare Cuba allo stesso modo in cui la Russia aveva usato Berlino, rendendola così un ostaggio diplomatico, e che «acting against Cuba might be a more satisfactory response than a nuclear response» (“agire contro Cuba potrebbe essere più soddisfacente di una risposta nucleare”)4. La distensione dei rapporti tra Washington e L’Avana è andata di pari passo a sottili riavvicinamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, come nel luglio 1987 allorquando il presidente Reagan, davanti alla porta di Brandeburgo, concluse il suo discorso rivolgendosi al segretario generale del partito comunista sovietico con un invito preciso: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall” (“Signor Gorbaciov, abbatta questo muro”)5.
Il recente inasprimento della crisi cubana costituisce il concentrato di dinamiche esogene verificatesi negli ultimi quattro anni, aggravate da scelte politiche endogene, quali il rafforzamento dell’embargo statunitense sotto l’amministrazione Trump e la crisi del Venezuela da cui Cuba dipende sul piano economico ed energetico.
Questi fattori hanno di fatto isolato Cuba, aprendo le porte dell’arcipelago a importanti investimenti cinesi soprattutto nelle telecomunicazioni, con Pechino interessata anche ai settori sanitario e farmaceutico e alla produzione di minerali strategici dual-use (civile – militare) come cobalto, silicio, nichel, indispensabili per la componentistica di batterie, computer, smartphone e semiconduttori. Penetrazione che sta spingendo anche il Giappone verso azioni diplomatiche e geo-economiche in America Centrale e nei Caraibi, sotto la cornice della Free and Open Indo-Pacific Strategy6.
L’atteggiamento ideologico anti-castrista di Washington e la scelta tattica di far prevalere gli interessi politico-elettorali domestici a considerazioni geopolitiche ha impedito dal 1959 a oggi l’ingresso della più strategica porzione di terra oltre il territorio Usa nella sfera d’influenza dell’impero americano. Condotta che palesa il divario strategico che separa gli Usa dalle due grandi potenze, Russia e Cina, che si pongono come sfidanti dell’egemonia globale americana7.
Cuba sta agli Usa come Taiwan sta alla Cina e come gli Stretti Turchi e l’Ucraina stanno alla Russia. Se una potenza riesce a controllare politicamente e militarmente l’arcipelago, potrebbe potenzialmente interdire la libera navigazione commerciale e militare alle navi Usa in uscita dai porti di New Orleans e Houston8.
La rielaborazione in chiave MAGA (Make America Great Again) della Dottrina Monroe presenta l’emisfero occidentale come una sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti, che deve essere resa impermeabile alle potenze rivali9. Significative al riguardo sono state le parole di Stephen Miller, vice capo staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, pronunciate durante un’intervista alla CNN: «You can talk all you want about international niceties and all that, but we live in a world, the real world, that is governed by force, that is governed by power» (“Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”)10.
In questo clima anche l’attacco agli alleati non è mai del tutto escluso, come nel caso della Groenlandia che il presidente, piuttosto che invaderla, si è proposto di acquistare perché carica di navi russe e cinesi. Il filo rosso che lega Venezuela, Atlantico e Artico è dunque la stessa logica alla base della nuova bussola strategica Usa: prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza e l’influenza americane, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini11.
In seguito all’operazione militare statunitense in Venezuela, Trump ha lasciato intendere che Cuba sarebbe presto “caduta da sola”. Il Venezuela è la principale fonte di petrolio per Cuba, che dipende fortemente dalle importazioni per la maggior parte del suo approvvigionamento energetico. Sebbene Trump non abbia invocato un intervento militare a Cuba, ha definito l’isola una “nazione fallita” e ha ripetutamente paventato la possibilità di un “friendly takeover”, ovvero una “presa di potere amichevole”.
La Legge Helms-Burton del 1996 vincola legalmente la revoca delle sanzioni statunitensi a cambiamenti politici a Cuba, richiedendo la formazione di un governo di “transizione” o “democraticamente eletto” prima che l’embargo possa essere revocato. Cuba è governata dallo stesso sistema politico a partito unico dal 1959, ovvero da quando Fidel Castro rovesciò il governo sostenuto dagli Stati Uniti instaurando uno stato socialista. Nei quasi settant’anni successivi, il paese ha avuto solo altri due leader: il fratello di Fidel, Raúl, che si è dimesso nel 2018, e il suo successore, Miguel Diaz-Canel.
Indipendentemente da come evolverà la situazione a Cuba, non si prevede che il modello politico rivoluzionario dell’isola crolli immediatamente. Anche un cambiamento significativo, come una transizione verso un sistema a guida militare più aperto agli investimenti privati, non migliorerebbe necessariamente le prospettive per Cuba.
Cuba sta attraversando una delle peggiori crisi economiche dai tempi del “Periodo Speciale” degli anni ’90, quando il crollo dell’Unione Sovietica – un’ancora di salvezza economica fondamentale – innescò una diffusa povertà. L’attuale crisi è caratterizzata dal collasso quasi totale della rete elettrica, ormai obsoleta, dalla scarsità di beni di prima necessità dovuta all’inflazione galoppante, da una grave carenza di carburante e dal calo del turismo. Il blocco statunitense sta ovviamente accelerando il deterioramento economico di Cuba.
La maggior parte dei paesi della regione ha criticato il blocco statunitense contro Cuba. Durante un vertice di quattro giorni a Saint Kitts e Nevis alla fine di febbraio, i membri della Comunità dei Caraibi (CARICOM) hanno espresso preoccupazione per la situazione umanitaria dell’isola e per le potenziali ripercussioni a livello regionale.
Anche la Russia ha ribadito il proprio sostegno a Cuba. Il ministro dell’Energia russo ha più volte confermato l’invio di petrolio. Già a gennaio di quest’anno la Cina aveva pronto un pacchetto di aiuti per Cuba che includeva circa 80 milioni di dollari in assistenza finanziaria12.
La crisi economica e sociale di Cuba si è per certo aggravata dopo l’intervento degli Stati Uniti ma la situazione è critica da tempo e la popolazione provata e pronta a lasciare l’isola.
L’89% delle famiglie cubane vive in condizioni di estrema povertà e il 78% desidera emigrare o conosce qualcuno che lo desidera. Questo dato è anche coerente con l’alto livello di disapprovazione nei confronti della gestione economica e sociale del governo, che ha raggiunto il 92%13.
Cuba considera che adottare politiche economiche sulla scia di quelle cinesi e mostrare apertura economica comporti dei costi troppo grandi sul piano ideologico14. Però, non avendo un supporto molto ampio da parte di altri paesi, le politiche statunitensi potrebbero portare Cuba ad aprirsi a politiche più favorevoli e in modo più definitivo rispetto a quanto fatto finora, sia per alleviare tali pressioni sia per uscire da questo stato di costante crisi. Il problema riguardo le riforme economiche è che attuarle in tempi di crisi profonde, come quella attuale, non è facile dal punto di vista ideologico e di giustificazione del regime: Cuba starebbe ammettendo che è necessario un cambio di rotta e che, quindi, il regime non riesce a sopravvivere e a imporre il proprio metodo. Un altro problema delle riforme è che necessitano di tempo, una risorsa che Cuba in questo momento non ha15.
Gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione sostenuta ma un’azione diretta come in Venezuela sembra da escludere, sia perché l’esercito cubano sebbene meno numeroso è più fedele rispetto a quello venezuelano, sia pure perché l’isola ben controlla i confini ed è dotata di un forte controspionaggio rispettato anche dagli stessi Stati Uniti. Egualmente improbabile si prospetta un regime change sulla spinta di proteste interne in quanto l’opposizione non è così chiara e ben articolata. La “valvola di sfogo” per le proteste interne che ha funzionato anche in passato è il permesso di lasciare l’isola, di emigrare. Tra le mete più ambite ci sono proprio gli Stati Uniti16.
2I principi elencati da James Monroe nella famigerata discussione della fine del 1823, p diventati la Dottrina Monroe, stabilivano l’opposizione degli Stati Uniti a ulteriori progetti coloniali da parte di potenze europee nelle Americhe, nonché il non intervento delle potenze europee nelle vicende delle repubbliche del Nuovo Mondo e la non interferenza degli Stati nelle vicende del Vecchio Continente.
7Vito Fatuzzo, La relazione Stati Uniti – Cuba, termometro geopolitico del primato strategico americano, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 22 luglio 2021.
9Alessia De Luca, La Dottrina ‘Donroe’ e il ritorno alle sfere d’influenza, in ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 8 gennaio 2026.
14Jorge Alberto Ortiz Almanza, Las relaciones entre la República Popular China y Cuba a partir del fin della Guerra Fría, in TONGDAO – Revista Latinoamericana de Estudios de China Contemporánea, 01.01, maggio-ottobre 2024.
15Michela Bongiovanni, Crisi energetica a Cuba: cause, alleati e prospettive future, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 11 marzo 2026.
Partendo da una narrazione unitaria della storia della fotografia siciliana del Novecento, Maffioli riesce a metterne a fuoco le specificità identitarie e culturali, in un’altalenante oscillazione tra elementi di “sicilianità” e istanze di “radicale sconfinamento”.
Per Sciascia1 sulla cultura siciliana hanno corso due opposte tesi: una di Giovanni Gentile, largamente accreditata, e una seconda in sua opposizione.
Partendo dal pregiudizio di una Sicilia sequestrata, ovvero tagliata fuori dal movimento della cultura europea, Gentile deduceva una forma di cultura indigena e tutta schiettamente siciliana che pur dopo l’unificazione era fiorita in Sicilia ma che si era spogliata del suo carattere regionale sulla fine del secolo. In forte opposizione alla teoria di Gentile eruditi e giornalisti locali hanno teorizzato una Sicilia aperta e comunicante, simbolo di una cultura vivacemente italiana ed europea.
È proprio partendo da riflessioni su queste due opposte teorie che Monica Maffioli sviluppa l’interesse per la fotografia siciliana del Novecento chiedendosi quanta influenza le stesse hanno potuto avere sul giudizio storiografico della produzione fotografica.
I decenni del dopo-unificazione sono stati un processo che per la Sicilia ha significato l’instaurarsi di dinamiche di tipo coloniale nei confronti del Settentrione italiano.
Con il primo parziale completamento dell’unificazione italiana nel 1861, la questione degli strati subalterni delle popolazioni meridionali emerse all’interno del dibattito pubblico nazionale con una forza e un’urgenza fino ad allora sconosciuti: non solo in quello politico, ma in tutti i campi della cultura (dalla letteratura, fotografia e pittura, alla sociologia, l’antropologia e l’etnografia) il Sud rurale divenne preoccupazione centrale per una cospicua parte degli intellettuali2.
I Savoia svilupparono una relazione di tipo coloniale con i nuovi territori annessi in quanto vi estesero le leggi piemontesi senza farsi garanti di nuove regolamentazioni che tenessero conto delle esigenze di tutte le regioni del nuovo stato3: ciò che Duggan4 e Riall5 definiscono la “piemontesizzazione” del nuovo stato.
Lo sfruttamento coloniale diede luogo a un diffuso risentimento popolare che si concretò in due fenomeni correlati: l’opposizione armata, comunemente nota come “brigantaggio” e la “diaspora”, che prese forma di esodo postcoloniale, verso altri paesi e continenti, soprattutto le Americhe6.
La linea che prevalse nel dibattito pubblico fu quella dell’alterizzazione del Meridione italiano. Per decenni – e soprattutto dal secondo dopoguerra in poi – il Sud è stato studiato e analizzato all’interno della cornice interpretativa della “teoria della modernizzazione”7, paradigma cognitivo che, applicato al caso italiano, porta avanti l’idea e gli stereotipi dell’arretratezza, del ritardo e dell’immobilità storica del Meridione italiano.
A partire dagli anni ’80 del Novecento ha iniziato a prendere piede una vigorosa revisione del processo che portò all’unificazione italiana, grazie ai lavori dei cosiddetti neo-meridionalisti – storici, sociologi, antropologi – riuniti intorno all’IMES (Istituto meridionale di storia e scienze sociali) e a varie riviste scientifiche. Attraverso questi studi, si è sempre e più insistentemente arrivati a leggere l’unificazione italiana come processo di colonizzazione interna, con tutte le conseguenze economiche e sociali che una colonizzazione porta con sé. Oltre alla riscoperta del valore dell’organizzazione economica e sociale delle regioni meridionali all’epoca dell’unificazione, questa nuova generazione di studiosi ha anche rivalutato elementi come le reti familiari di tipo arcaico e le relazioni clientelari scoprendo in esse sofisticate forme di organizzazione sociale piuttosto che segni di arretratezza e mancanza di modernizzazione8.
Gli studi sul post-colonialismo – da intendersi in un senso non cronologico ma critico – hanno portato, in Italia, a individuare discorsi di “orientalizzazione” intorno al Sud. Le pratiche coloniali introdotte dai liberali Savoia sono andate di pari passo con i discorsi egemonici nazionali che hanno posto il Sud nel campo della “differenza” rappresentandolo come terra esotica e bizzarra, spesso paragonata all’Africa o alla Turchia e più in generale descritta in modo tale da riprodurre la retorica imbastita dall’Europa nella colonizzazione di Africa, Asia, Americhe: il Sud come una colonia da domare e civilizzare, la sua popolazione come barbara, primitiva, irrazionale e arretrata9.
Il medium fotografico contribuisce per lungo tempo a consolidare l’immagine ideale della Sicilia come una terra arcadica e orientaleggiante, dove all’incontaminato e ruvido incanto della natura si contrappone l’eccellenza del suo patrimonio architettonico e artistico, il fascino delle tradizioni popolari si confronta con la durezza delle condizioni sociali, in un costante alternarsi tra “tragedia” e “letizia”, stati emotivi che celano la complessa identità dell’isola e dei suoi abitanti.
Dal secondo dopoguerra un’altra Sicilia è oggetto di indagine della fotografia, quella delle diseguaglianze sociali, dei rituali sacri e civili, della violenza mafiosa, degli abusi edilizi.
Dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, la Sicilia è oggetto di una narrazione letteraria che si avvale dell’uso della fotografia come strumento visivo primario ai fini di una maggiore adesione del racconto alla realtà; il legame tra testo e immagine fotografica sembra essere uno dei connotati specifici della produzione siciliana, dove la grande tradizione letteraria degli scrittori appare saldarsi con la trascrizione figurativa della realtà sociale e culturale, entrambe forme di narrazione capaci di documentare e interpretare la complessa storia politica, sociale, economica, antropologica e culturale dell’isola10.
La fotografia, per sua stessa natura, racchiude in sé molteplici aspetti: è allo stesso tempo documento della realtà che rappresenta, oggetto dotato di proprie caratteristiche tecniche, espressione di una visione artistica e strumento di documentazione storica e di mediazione culturale.
In un primo tempo, la fotografia è stata concepita come tecnica e vista come surrogato del disegno, assunta quindi da subito “al servizio dell’arte”, non essendone riconosciuta alcuna autonomia o artisticità. A essa si domandò di rispondere a un unico compito: essere fedele testimone del vero. Il valore culturale delle fotografie è stato riconosciuto, dal punto di vista normativo, con il Testo Unico del 1999 e, definitivamente, nel 2004, con la sostituzione del Codice dei beni culturali e del paesaggio al Testo Unico. Del complesso dei beni culturali fanno parte quindi a pieno titolo, oltre alle fotografie di supporto alla documentazione artistica o monumentale, anche il variegato mondo delle fotografie d’autore e quello ancora più sfuggente delle fotografie che, per loro natura o contenuto, presentano un particolare interesse storico o etnoantropologico11. Nonostante i tentativi di classificazione di questo bene, resta la natura polisemica di quest’arte, «autonoma e al contempo ancella di ogni altra disciplina bisognosa di sostegno documentario»12.
I criteri metodologici, cronologici e di genere, che fino a oggi hanno connotato gran parte delle ricerche storico-fotografiche svolte in Italia, articolate secondo macro categorie (produzione amatoriale e professionale, documentaria e artistica, sociale e di ricerca), riferite per lo più a una visione nord-centrica, hanno contribuito a consolidare intorno a un ristretto numero di personalità “eccellenti” la conoscenza della fotografia italiana e la celebrazione di solo alcuni “maestri” della fotografia siciliana. Eppure, sottolinea Maffioli nel testo, la fotografia, per sua natura, ha la capacità di essere un medium in grado di coinvolgere e risuonare attraverso una collettività di interpreti, ignoti ai più, che tuttavia, nel loro insieme, hanno profondamente contribuito alla definizione di un’identità specifica della narrazione visiva italiana e siciliana.
Lo scopo prefissosi dall’autrice è quello di proporre un percorso storico-critico incentrato sulla produzione fotografica del secolo scorso in Sicilia, nel tentativo di riconoscere le corrispondenze culturali, letterarie, artistiche, sociali, presenti nella fotografia siciliana – professionale, amatoriale, vernacolare – che connotano le sue peculiarità linguistiche e identitarie.
La Storia non è una semplice successione cronologica più o meno conseguente di eventi ma consiste in una relazione tra passato e presente, relazione dialettica non fattuale ma immaginale. Poiché il presente produce immagini sono queste che significano la Storia e che, interagendo con il flusso di eventi, lo significano13. Per cui, sono le immagini del presente che possono dare senso alla Storia e all’impresa storiografica, nella sua indispensabile connessione sociale, culturale e politica, nella sua attitudine collettiva e pubblica.
Ciascuna società ricorda e dimentica ciò che vuole, e lo fa in forme peculiari. Il rapporto dialettico tra memoria e oblio, le concrete modalità di esercizio dell’una e dell’altro all’interno dello spazio sociale, i mezzi adoperati per conservare la memoria e sterilizzare l’oblio, tutti elementi della dimensione pubblica, variano a seconda della scala sociale e territoriale. In determinate unità di misura, la costruzione sociale della dimensione pubblica avviene attraverso l’oralità, il suo esercizio libero o formalizzato; in altre, attraverso l’esercizio prescrittivo della scrittura; in altre ancora attraverso le immagini, le realtà virtuali, la rete14.
Se nel XIX secolo la “rivelazione” fotografica delle terre poste al di là del Faro è riconducibile all’interno del più ampio processo di unificazione e conoscenza dell’identità italiana, dei suoi territori, così come del suo patrimonio storico e culturale, nel primo Novecento, come evidenziato dal lavoro di Maffioli, la fotografia siciliana di carattere “amatoriale” si confronta con la produzione nazionale “pittorialista”, in particolare piemontese, contribuendo al successo di quella lunga stagione fotografica che solo verso la fine degli anni Trenta lascia il passo alle scelte estetiche moderniste, dalle ricerche futuriste alle formule astrattiste e surrealiste, per infine approdare alla stagione del neorealismo e della fotografia umanista del dopoguerra. La Sicilia che ha accolto lo sbarco degli Alleati e che alla fine della Seconda guerra mondiale fa i conti con le sue condizioni economiche e sociali, diventa il terreno della fotografia di indagine e di denuncia che abbandona la narrazione dell’isola poetica per entrare nel racconto sociale e politico, degli spazi privati e dello scontro tra tradizioni e cambiamenti sociali.
A questa narrazione fanno da controcanto le numerose pubblicazioni fotografiche e turistiche dedicate agli aspetti paesaggistici e artistici della regione, alla ricerca della sua natura più intima, familiare, rassicurante e allo stesso tempo grandiosa, monumentale, inquietante, testimoniando con forza il costante rapporto identitario dei fotografi siciliani con la loro terra e la sua storia.
Ciò che trasversalmente traspare dai lavori fotografici raccolti da Monica Maffioli nel libro Fotografi siciliani del Novecento è la costante presenza, più o meno evidente, di un racconto visivo emotivamente disincantato e allo stesso tempo luttuoso, carico di melanconia e di ombre nei confronti di una storia ove convivono dissonanze e consonanze, voci di condanna e altre di assoluzione, istanze di realismo compresenti con elementi di fideismo.
La fotografia non è uno strumento per registrare la verità di quanto sta fuori, bensì la verità di quanto sta dentro: nella mente del fotografo o dell’antropologo15; essa, come gli altri strumenti di rappresentazione del reale, non è la trasposizione iconografica della realtà tout court, quanto la perimetrazione di quella porzione di spazio che il fotografo percepisce e, attraverso il mezzo tecnico, esperisce.
Se la fotografia è riproduzione del reale attraverso specifici punti di vista, essa rinvia anche ai modelli di rappresentazione di chi guarda: alla sua personalità ed esperienza individuale, orientata e condizionata dalle convenzioni culturali stabilite presso il gruppo sociale a cui appartiene. I testi fotografici si pongono allora quali oggetti di comunicazione aperti a interpretazioni molteplici: sia orientate a indagare il nesso tra committenza, immagine e fruizione entro un dato contesto storico-culturale, sia rivolte a individuare regole costitutive di ordine tecnico, funzionale e simbolico in una prospettiva più generalizzante16.
Maffioli sottolinea come solamente un quarto di secolo ci separa dal Novecento, eppure è un lasso temporale sufficiente per storicizzare il nostro sguardo sul secolo scorso, tanto più che il passaggio nel Terzo Millennio è coinciso con una trasformazione tecnologica epocale del medium fotografico, dalla dimensione analogica a quella digitale, che ha portato con sé un radicale cambiamento dei linguaggi visivi e sociali.
La ricerca da lei condotta sulla fotografia del Novecento, dunque, non nasce solo dalla necessità di approfondire l’indagine su coloro che ne sono stati gli autori e che hanno contribuito in vario modo alla formazione della nostra cultura visiva, ma anche dalla consapevolezza che, con la fine del XX secolo, si è conclusa una storia della fotografia e altre storie si stanno scrivendo nella contemporaneità.
La fotografia e la riflessione intorno a essa dei primi decenni del Novecento ha avuto la capacità di sintonizzarsi con la svolta dell’epoca, di rappresentarla al meglio e di dare le necessarie coordinate teoriche per orientarsi in quell’inedita situazione in cui venivano a mancare i tradizionali punti di riferimento. Fotografi e teorici della fotografia hanno la profonda consapevolezza che per rendere conto della modernità è necessaria una pratica come la fotografia che ha le stesse caratteristiche dell’epoca in cui si afferma, che è in piena sintonia con essa e che è figlia delle medesime esigenze. Possono dunque il modello e la teoria che ha prodotto a inizio Novecento la svolta del visuale essere utile per comprendere la contemporaneità come anche il futuro stesso della fotografia? Oggi la fotografia non è forse tornata al centro dell’attenzione per le sue capacità di rendere conto del presente (con tutte le sue contraddizioni e incoerenze)?
Del resto, per tutto il Novecento, la fotografia ha svolto il ruolo di “mostrare il vedere”17 e ha aperto alle pratiche quotidiane del vedere e del mostrare. È stata capace di strappare il velo di familiarità e risvegliare il senso di meraviglia, in modo che molto di ciò che è dato per scontato sulle arti e sui media visuali (e forse anche su quelli verbali) venga messo in discussione18. Ovviamente i modelli che hanno prodotto il visuale e la cultura visuale del Novecento non sono sufficienti per rendere conto da soli della contemporaneità, tuttavia la situazione attuale è per certi versi analoga a quella di inizio del secolo scorso. La lettura in parallelo delle due epoche può essere di grande utilità per comprendere la contemporaneità e azzardare per il prossimo futuro un nuovo ritorno alla fotografia capace di spiegare il ruolo attivo assunto dal fotografo grazie alle opportunità offerte dallo sviluppo delle tecnologie digitali, capaci di potenziare il suo raggio di azione e dunque di modificare la portata e la potenza delle immagini fotografiche19.
Il libro di Maffioli segue una partizione temporale articolata in quattro sezioni, che attraversano il Novecento e restituiscono, di volta in volta, mutazioni di sguardo e di linguaggio. La prima parte è centrata sul passaggio tra l’Ottocento e il Novecento e racconta, attraverso le immagini, la costruzione di un immaginario dell’isola oscillante tra stereotipo e narrazione verista. Nella seconda l’autrice focalizza sul consolidarsi di modelli visivi e sulle loro incrinature, tra fotografia artistica e pratiche vernacolari, fino alle tensioni sociali e politiche che attraversano immagini e territori, tra sperimentazioni e propaganda. Con la terza sezione Maffioli giunge al racconto visivo del secondo dopoguerra. Centrali appaiono in questa sezione l’indagine e l’impegno: la fotografia documenta le diseguaglianze, le trasformazioni sociali e le ferite del Sud. Infine, la quarta sezione segna il passaggio a uno sguardo sempre più consapevole e plurale: dai reportage sulla mafia alle indagini di carattere sociale, fino ai nuovi linguaggi visivi che ridefiniscono il rapporto tra chi guarda e il territorio. A margine del testo l’autrice ha inserito circa 300 schede biografiche che rappresentano un tentativo di mappatura degli autori siciliani attivi nel XX secolo quale supporto per la ricerca storico-fotografica.
Una ricerca storico-fotografica che sembra avvicinarsi sempre più allo studio della vita, dei costumi e della cultura, siciliana nel caso del lavoro di Maffioli. I recenti sviluppi dell’etnografia visiva in Italia, infatti, indicano uno spostamento progressivo da un’accezione disciplinare più stretta a una prospettiva allargata, capace di accogliere e far dialogare una molteplicità di casi studio e approcci analitici. In questo contesto, la fotografia assume un ruolo centrale per il carattere di interdisciplinarietà che essa riveste20.
L’attuale mediascape è segnato da un flusso di immagini che circolano a ritmo e intensità esponenzialmente crescenti. Le immagini diventano così la principale fonte di informazione, di comunicazione interpersonale e mediata. Strettamente interconnessa con lo sviluppo delle tecnologie digitali, l’attuale e sempre più diffusa visual culture si basa sulla celebrazione dell’immagine e dei dispositivi che ne rendono possibile produzione, manipolazione e condivisione come strumenti di potente mutazione di assetti socioculturali fondati sulla prevalenza del testo scritto21.
Anche in questo aspetto rivoluzionario della potenza delle immagini possono ricercarsi dei parallelismi tra la situazione contemporanea e quella indagata da Maffioli nel testo.
La velocità di propagazione della cultura visuale ha riportato in superficie l’ambivalenza della cultura occidentale verso le immagini22. Con la proliferazione iconica dell’era digitale sono riapparse angosce, nuove e antiche, sul potere delle immagini e sui loro effetti, generando ondate di panico spesso ingiustificato circa la diffusione di modelli violenti23 o stereotipati.
Al pari della fotografia siciliana del Novecento, a lungo additata come corresponsabile nella creazione di un’identità siciliana arcaica, rurale, arretrata24. Egual discorso vale per la rappresentazione violenta e mafiosa della realtà dell’isola.
G. Pappani, La fotografia nell’era digitale: ruoli, utilizzi e prospettive, Il capitale culturale, n. 19, 2019, DOI: 10.13138/2039-2362/2088
12G. Benassati (a cura di), La fotografia: manuale di catalogazione, Grafis Edizioni, Bologna, 1990, pag. 49.
13W. Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1982 (ed.originale in tedesco, 1955).
14F. Faeta, Public History, antropologia, fotografia: immagini e uso pubblico della storia, rsf -rivista di studi di fotografia, n. 5, 2017, Firenze University press, Firenze, DOI: 10.14601/RSF-21199
15M. Mead, L’antropologia visiva in una disciplina di parole, La Ricerca Folklorica, n. 2, 1980.
16R. Perricone, I ricordi figurati: «foto di famiglia» in Sicilia, in G. De Luna, G. D’Autilia, L. Criscenti (a cura di), L’Italia del Novecento. Le fotografie e la storia, Einaudi, Torino, 2006.
17W.J.T. Mitchell, Pictorial turn. Saggi di cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017
19E. Crescimanno, Il ritorno alla fotografia: la cultura visuale dall’analogico al digitale, in E. Menduni, L. Marmo (a cura di), Fotografie e culture visuali del XXI secolo, RomaTrE-Press, Roma, 2018.
20G.D. Fragapane, La fotografia come paradigma interdisciplinare, rsf – rivista di studi di fotografia, n. 4, 2016, Firenze University Press, Firenze, DOI: 10.14601/RSF-20231
21M. Tirino, Il visibile e l’immaginabile, Imago Journal, n. 12 – anno VII, dicembre 2018.
22W.J.T. Mitchell, Picture Theory: Essays on Verbal and Visual Representation, University of Chicago Press, Chicago and London, 1994.
24F. Astone, Per un uso critico della fotografia che plasma l’identità siciliana, Forum Italicum: A Journal of Italian Studies, Volume 57, Issue 3, luglio 2023.
Articolo pubblicato sul numero 81 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
Il dovere dello scrittore è scrivere la terribile verità. Il dovere civile del lettore è apprenderla1. Il dovere di raccontare e quello di conoscere rappresentano anche il legame che unisce le opere di al-Zaqzouq Scrivo per restare umano2 e Douglas Murray Democrazie e culti della morte3anche se l’assunto da cui partono i due autori è diametralmente opposto.
Per Murray, con il suo impegno verso i valori occidentali (capitalismo, diritti individuali e democrazia) Israele rappresenta un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo, in netto contrasto con l’ideologia di Hamas, che proclama amore per la morte.
Il libro di al-Zaqzouq è un diario che condensa i mesi di patimenti e di incertezza che vanno dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2024. In questo frangente di tempo, insieme alla moglie e ai tre figli l’autore fugge dai carri armati e dalle bombe, spostandosi all’interno di una rete famigliare fitta e radicata nel territorio. Il ritmo di questi spostamenti è dettato dagli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, che annuncia le sue incursioni e i suoi bombardamenti lanciando volantini dagli aerei. Mentre Gaza viene rasa al suolo, la famiglia allargata dell’autore si riunisce e si disperde, si cerca tra le macerie e trova nel gruppo un senso di protezione ancestrale, mossa da una tenace e incrollabile volontà di sopravvivere. Preso nel vortice della guerra, l’autore decide di ancorarsi alle parole, per non essere spazzato via insieme alla sua capacità di amare e di piangere per la devastazione che lo circonda. E così scrivere diventa una necessità, per restare umano.
A quasi tre anni dall’inizio della guerra a Gaza e dopo il recente confronto tra Israele e Iran, il Medio Oriente resta segnato da una profonda instabilità. Da una prospettiva israeliana, la priorità continua a essere il contenimento dell’Iran e della sua rete regionale di alleati. Nell’ottica palestinese, prevale la percezione di una crisi sempre più profonda, aggravata dall’assenza di un credibile orizzonte politico4.
A quasi un anno dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, la situazione a Gaza appare caratterizzata da un paradosso sempre più evidente: mentre la crisi umanitaria continua ad aggravarsi e la presenza militare israeliana si espande sul terreno, la diplomazia internazionale resta sostanzialmente paralizzata. L’architettura politica che avrebbe dovuto accompagnare il cessate il fuoco – imperniata sul cosiddetto Board of Peace (Bop) promosso dall’amministrazione Trump – si trova in una fase di profondo stallo, incapace di tradurre in azione concreta gli impegni annunciati nei mesi scorsi5. L’immobilismo diplomatico complessivo sembra essere legato alla costante evoluzione della situazione militare sul terreno. Negli ultimi mesi Israele non ha osservato alcuna delle clausole di sua pertinenza previste dal cessate il fuoco6, ma ha anche progressivamente ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, superando i limiti territoriali previsti dal medesimo dispositivo diplomatico7.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) controllano ormai il 60% del territorio di Gaza e sarebbe nelle intenzioni dello stesso premier estendere il controllo diretto fino al 70% dell’enclave palestinese. La porzione di territorio controllata da Israele è molto superiore a quella definita dalla cosiddetta “linea gialla” stabilita dagli accordi di ottobre 2025. L’espansione è avvenuta attraverso la creazione di nuove aree militari interdette alla popolazione civile e il progressivo avanzamento di una linea di controllo informale, talvolta definita “linea arancione”8. Questa situazione, unitamente all’assenza di un credibile processo politico e di ricostruzione, alimenta il timore che la gestione della crisi non riguardi più soltanto obiettivi militari e di sicurezza, ma possa progressivamente assumere anche una dimensione demografica. Difatti, la prospettiva sul futuro di Gaza evidenzia una crescente divergenza tra la retorica diplomatica internazionale e la realtà sul terreno. In assenza di una rinnovata iniziativa multilaterale e di un reale impegno finanziario internazionale, il rischio è che l’attuale situazione di fatto si trasformi progressivamente in una nuova “normalità” politica e geografica9.
Israele è un paese con una popolazione di nove milioni di persone. In America vivono 333milioni di abitanti. Per mettere le cose in prospettiva, il bilancio delle vittime del 7 ottobre sarebbe equivalso a 44.400 americani uccisi in un solo giorno. Un 11 settembre moltiplicato per quindici. Il numero dei rapimenti, se fosse avvenuto in proporzione negli Stati Uniti, sarebbe stato di quasi 10.000 americani. L’equivalente di circa 5.000 canadesi uccisi e un migliaio presi in ostaggio. Oppure 8.400 francesi o britannici uccisi e 1.750 presi in ostaggio.
L’8 ottobre 2023 a Times Square centinaia di persone si radunarono per una manifestazione pro-Palestina. Lo stesso avvenne in Germania e in Francia (che ospitano le più grandi comunità musulmane ed ebraiche d’Europa). A Londra, una folla enorme si radunò nei pressi dell’ambasciata israeliana per lanciare dei razzi. Proteste simili si verificarono anche in tutto il Nord America e in Canada, e il tutto è avvenuto ancor prima che iniziasse la risposta israeliana.
Murray prese la decisione di recarsi quanto prima in Israele perché convinto che l’Occidente era già tutto concentrato non su quanto era accaduto a Nova ma su quello che Israele avrebbe potuto fare in risposta. Il suo timore era che una grande ondata negazionista avrebbe travolto il mondo. Che il più grande massacro subito dagli ebrei dopo l’Olocausto sarebbe stato rapidamente negato, come i negazionisti e altri hanno cercato di negare l’Olocausto nazista10.
Il capo delle SS Heinrich Himmler, nel suo discorso ai luogotenenti più anziani nell’ottobre 1943, descrivendo nel dettaglio quel che i nazisti cercavano di ottenere con l’Olocausto disse: «Possiamo parlarne tra di noi, ma non ne parleremo mai in pubblico. Mi riferisco all’evacuazione degli ebrei, allo sterminio del popolo ebraico. È una pagina gloriosa della nostra storia che mai è stata scritta e che mai verrà scritta». Himmler e le sue SS si classificano tra i soggetti più malvagi della storia dell’umanità, eppure anche loro avevano cercato di nascondere le proprie azioni. Nel 2023, tra le file di Hamas, c’erano persone che si vantavano dei propri crimini, che ne erano orgogliose, e che anzi volevano diffonderli affinché tutto il mondo potesse prenderne visione11. Ed ecco allora perché Murray si chiede cosa possa fare l’Occidente contro questi gruppi di morte, questi culti di morte per salvare sé stesso.
Se l’epica è, per definizione, il genere a cui le civiltà hanno delegato la consacrazione dei propri miti fondativi, è fuori discussione che essi passino attraverso figure, gli eroi, il cui compito primario è quello di fissare con la morte un rapporto dialettico di confronto e superamento. Il profondo legame che unisce eroe e morte, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la morte rappresenta nella vita dell’eroe il momento supremo dell’autoaffermazione: la fama, il kleos, l’immortalità dell’eroe dipendono in primo luogo dal suo sprezzo della morte e, in secondo luogo, dal consumarsi della sua vita anzitempo, prima della corruzione del corpo e dello spirito. Per quanto i modelli eroici siano cambiati nello spazio e nel tempo, questo paradigma del rapporto tra eroe e morte è in qualche modo sostanziale a qualsiasi narrazione eroica ed epica.
La morte nell’epica non significa quasi mai solo sconfitta, ma può essere riscatto, affermazione di sé, completamento, titanismo, apoteosi, immortalità. In ogni caso essa è il principale elemento che definisce l’eroismo, in quanto limite invalicabile, exitus dalla vita, dalla storia e dalla narrazione, per consegnare l’uomo al mito e alla fama12. Idee che si trovano, dall’antichità ai giorni nostri, nella cultura europea, ma anche in quella indiana, africana e asiatica, e testimoniano che l’epica ha assolto, in tutte le culture mondiali, tra gli altri anche l’arduo compito di educare l’uomo alla morte e alla tanatologia.
Se c’è una congiuntura in cui l’uomo entra drammaticamente in tensione con la coscienza della propria finitudine, cercando parimenti le occasioni e gli strumenti rituali per trascendersi ed eternarsi, quella è senz’altro la condizione di guerra o, per essere più precisi, il combattimento. La battaglia, assieme alla sineddoche duellistica che ne singolarizza pars pro toto le caratteristiche, è il luogo dell’estremo e dell’assoluto, un’esperienza del sacro sinistro (o di trasgressione) che potenzia a dismisura il senso dell’esistere e dell’esserci proprio là dove si sente battere più forte l’ala della morte. Quando il rischio è massimo, la vita appare come aumentata e intensificata, attraversata da un battito potente che fa percepire in un regime esasperato dei sensi il mistero e il soprassalto affettivo dell’esserci. È il grande paradosso della densità esperenziale: dove la corporeità è più gracile ed esposta al “terrore della storia”, dove si avverte nel modo più disarmante la fugacità del transito terrestre e la natura momentanea del nostro stare al mondo, proprio là si costella l’archetipo dell’autenticità e la vita ci pare più vita che altrove. Appesi al nulla e sempre sul punto di precipitarvi in una repentina dissolvenza a nero, i soldati immersi nel turbine della battaglia sperimentano la tensione estrema della vita che si libra incerta sull’abisso.
Nella morale eroica, l’uomo è compiutamente sé stesso solo quando si trova a un passo dalla perdita di sé, sulle soglie della fine, in bilico tra essere e non essere più. In questa prospettiva, l’action d’éclat appare tanto più ricca di significato quanto più grande è il rischio che comporta: costeggiando dappresso la propria dissoluzione, il campione militare riempie di significato la sua impresa. Per i guerrieri delle società arcaiche, la tensione euforizzante dello scontro è il modo con cui ci si accosta alla bellezza e all’intensità dell’essere13.
La morte è quindi una sorta di ombra che accompagna il destino dell’eroe epico. Se di questo aspetto la tradizione cavalleresca tardo quattrocentesca italiana non sembra farsi veramente carico, come ben illustra il caso di Boiardo, ancora legato a una interpretazione quasi ludica della morte, già con Ariosto e con l’esperimento epico di Trissino possiamo cogliere l’approssimarsi a una più complessa interpretazione che comporta un diverso assetto complessivo non solo della configurazione del destino del singolo cavaliere, ma del più generale disporsi delle forme del racconto. Sarà poi con l’esperienza del Tasso epico che si registrerà un ulteriore scarto, dovuto al fatto che la dimensione bellica e una più consapevole perimetrazione delle virtù dei cavalieri diventeranno elementi ideologicamente fondanti della favola. La presenza della morte nella Liberata e poi, sia pure in modi in parte diversi, nella Conquistata, viene infatti interpretata da Tasso alla luce di un significativo ripensamento della statura etica dei suoi personaggi, con un processo di progressiva definizione che l’analisi dell’evoluzione genetica del poema permette di cogliere con particolare evidenza14.
Tasso sembra aver assorbito i presupposti ideologici ridefiniti e codificati dalla cultura rinascimentale italiana.
Sulla scorta di Aristotele15, Piccolomini16 riconosce come la morte sia un timore legittimo, in nome di quello che si potrebbe modernamente chiamare istinto di conservazione, ma che, in alcuni casi, nei quali è in gioco un valore collettivo, l’uomo virtuoso possa affrontarla liberandosi di ogni paura. Non si tratta quindi di dare sfogo a un deliberato eccesso dell’ira che spinge a mettere a repentaglio la propria esistenza per adempiere un destino di gloria personale, ma di farsi carico di un più ampio insieme di istanze che garantiscono la sopravvivenza di una intera comunità, di cui il singolo diventa portavoce.
Se nei primi secoli cristiani sembrerebbe che il martirio implichi solo il subire la violenza, non certo inferirla, una tale prospettiva viene esplicitamente smentita almeno a partire dalla pratica della crociata che, sia pure senza una chiara pronuncia teologica in tal senso, tende a riconoscere la dignità del martirio al cristiano morto in quella circostanza17. Un ulteriore ambito di indagine, che ha conosciuto una significativa ripresa, in particolare a seguito dell’11 settembre, è quello della ricerca del martirio o martirio volontario, fenomeno ampiamente discusso nella chiesa antica (e non) a partire dalle contraddittorie indicazioni neotestamentarie di Mt 10,23 e Lc 21,1218. Una maggior cautela nell’uso stesso del termine martirio da parte degli studiosi per indicare questo tipo di fenomeni è indubbiamente subentrata all’indomani della nuova ondata di terrorismo di matrice jihadista che ha colpito l’Europa e gli Stati Uniti a partire dalla proclamazione dello Stato Islamico in Iraq e Siria nel giugno 2014. Ciò è tanto più significativo, perché motivazioni religiose erano e sono esplicitamente addotte da parte di chi compiva tali atti; ma alla loro retorica se ne è venuta opponendo una di segno opposto, a opera di autorità religiose contrarie a questi comportamenti, che sottolineano invece la dimensione intrinsecamente pacifica della religione, di ogni religione, e rivendicano quale caratteristica del “vero martire” la disponibilità al sacrificio di sé, senza inferire violenza, ma solo subendola.
L’identificazione esclusiva del martirio con l’effusione del sangue ha determinato pure l’odierno allargamento semantico del termine al di là della sua originaria connotazione religiosa e cristiana così da travalicare nell’uso comune del termine la sola dimensione religiosa, che può essere sostituita da qualsiasi idealità, anche meramente immanente, dai martiri della patria a quelli del lavoro. Si tratta di un fenomeno che ha coinvolto la stessa chiesa cattolica. Paradossalmente, l’originaria concezione del martirio quale atto di testimonianza, prevalente sul suo stesso esito eventualmente letale, appare essersi conservata piuttosto nelle esperienze nate dalla Riforma, laddove l’aspetto istituzionale, per così dire, del martirio lascia il passo al valore testimoniale dell’atto di coscienza, in cui il credente pone la sua fede di fronte a Dio e agli uomini, pur non potendo rivendicare al proprio gesto alcun valore salvifico.
Nelle sue manifestazioni storiche, il martirio cristiano si rivela un viluppo insolubile di violenza e sacrificio di sé, propaganda e ambizione di leadership, che pone a dura prova le stesse comunità toccate dal fenomeno19.
Il terrorismo suicida di matrice arabo-islamica in quanto atto sacrificale è una forma di violenza politico-religiosa. Esso è un fenomeno di antica data che ha tuttavia conosciuto un’impennata senza precedenti negli ultimi anni. In seno allo stesso mondo musulmano, gli attentatori suicidi non sono identificabili esclusivamente come arabo-palestinesi, e neppure come individui che si prefiggono di compiere aggressioni finalizzate a colpire obiettivi israeliani o occidentali. In Iraq, per esempio, attentatori suicidi colpiscono i “loro fratelli” musulmani appartenenti a fazioni politiche avversarie con la stessa forza devastante.
Quando, nei mesi successivi all’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000), i colpi portati da uomini e donne bombapalestinesi contro civili israeliani si intensificarono, media politici e pubblico, specialmente occidentali, cominciarono a interrogarsi sulle ragioni di tali gesti. Sul piano linguistico, gli attentatori suicidi vennero chiamati faute de mieux(“kamikaze”), mentre la riprovazione di tali atti si fissò sulle “vittime indifese” di questi attacchi. Così, riconducendo la figura dell’attentatore suicida a un’altra ben nota, il kamikaze appunto, e reagendo moralmente con la condanna dei massacri, media politici e pubblico generico relegarono il fenomeno in uno spazio di discorso che fece degli attentatori suicidi degli “spostati” (al massimo dei “fanatici”) manipolati da altri e, delle vittime degli attentati, l’oggetto di una spietata follia distruttiva. All’origine dello sconcerto vi è per certo l’abitudine ormai di non poter concepire l’uccisione del proprio simile senza la mediazione di un’arma e facendo uso del proprio corpo. Lo “scandalo” dell’attentatore suicida consiste probabilmente nel fatto che un simile gesto contravviene a ciò che l’essere umano è andato elaborando nel corso della sua evoluzione. La storia della tecnologia bellica è, in fondo, una storia di progressiva presa di distanza dal nemico fino a che la guerra moderna portò questo processo al limite estremo, con la possibilità di eliminare anche migliaia di individui senza alcun tipo di contatto, fisico o visivo.
Oltrepassando lo sconcerto derivante dallo spettacolo di un conflitto armato in cui l’attaccante sceglie premeditatamente e sistematicamente di autoeliminarsi nel momento in cui annienta il nemico, e cercando di non cadere nel tranello che consiste nel ricondurre il fenomeno a categorie note o precostituite (kamikaze, follia, disadattamento,…), bisognerebbe assumere il punto di vista dell’attore20 e muovere dalle auto-rappresentazioni di coloro che hanno fatto dell’attentato suicida la meta finale della propria vita oppure un gesto apprezzabile e/o da incoraggiare.
Le dichiarazioni lasciate dagli attentatori suicidi, così come quelle rilasciate dagli aspiranti tali, i commenti dei lori fiancheggiatori e di quanti ne condividono, in toto o in parte, il progetto convergono verso la nozione di martirio. Chi possa essere considerato martire e perché è una questione complessa irta di eccezioni e sottigliezze dottrinarie, e neppure unanime tra gli stessi musulmani, dal momento che questa è spesso inseparabile dalla concezione, anch’essa ampiamente dibattuta, che si ha del jihad, termine spesso malamente tradotto, nelle lingue europee, con l’espressione “guerra santa” (ma il cui senso è qualcosa come “lotta sulla via di Dio”).
In linea generale, il martire musulmano (shahid) è il testimone (shahid) della verità della fede21.
Come possa il martire testimoniare questa verità è un fatto storicamente contingente e dipendente dal significato che, sempre a seconda delle circostanze storiche, viene attribuito all’altro termine da cui quello di martirio è spesso inscindibile: jihad. Il significato di quest’ultimo però varia da un’idea di lotta che l’individuo combatte con sé stesso per il miglioramento della propria coscienza morale fino all’idea di una guerra vera e propria in difesa o per l’affermazione della propria fede22.
Nella congiuntura mondiale attuale il jihad è riconosciuto, in quanto fatto socialmente, politicamente e ideologicamente rilevante, non in virtù delle cause locali che lo hanno determinato, né per le singole biografie dei suoi combattenti, ma come una serie di effetti globali che hanno assunto la propria universalità che va oltre tali particolarità23.
Questi effetti globali, sulla politica e sul pubblico, nonché sull’immaginario dei jihadisti medesimi, sono il prodotto dei media e non delle storie singole dei particolari attivisti, e neppure delle condizioni ambientali che li hanno spinti a prendere questa via, come nemmeno delle teorie che, riallacciandosi alle varie scuole dottrinarie musulmane, possono giustificare queste scelte. Ciò che va enfatizzato, del rapporto tra istishahad (“sacrificio martiriale”) e media, è che anche coloro che vi prendono parte sembrano essere determinati, nelle loro scelte, da messaggi mediatici. Il istishahad è infatti diventato uno spazio di “discorso visuale” nel quale va certamente collocata un’intenzione comunicativa di tipo politico ma anche, e soprattutto, un modo di rappresentare a sé stessi il proprio destino, la propria missione, il proprio nemico e il proprio gesto che, nel caso degli attentatori suicidi, si presenta come un “martirio-testimonianza” (shahadah). Persino la pratica di decapitare gli ostaggi e le autopresentazioni eroiche sono tipici riflessi di un codice, quello mediatico, che sembra “autorizzare” (nel senso foucaultiano del termine24) comportamenti e forme di “presentazione del sé” che non hanno nulla a che vedere né con la tradizione islamica, né con forme storiche di comportamento “locali”. I personaggi e i modelli narrativi di una certa produzione mediatica (filmica o televisiva) sembrano invece ciò che prevale su questioni dottrinarie o su teorie politiche. Questo “ambiente mediatico” non influenza soltanto il pubblico occidentale e gli stessi attori, m anche il pubblico islamico che finisce per ricevere una rappresentazione omogenea, mediatica (e quindi distante dal contesto motivazionale specifico) del istishahad come fatto globale.
Gli attentatori suicidi, ovvero gli aspiranti martiri non sono quelli che sono comparsi in passato sugli schermi televisivi e digitali intenti a leggere proclami o a minacciare esecuzioni o ostaggi. Pur definendosi tutti “combattenti sulla via di Dio” (mujahiddyn), combattenti ordinari e aspiranti martiri attuano modalità assai differenti di lotta25.
“Possibile” per i cristiani era ed è la morte in quanto inferta da altri, ma ciò non toglieva che altre forme di persecuzione li potessero far considerare dei martiri; “necessaria” è invece la morte per il martire musulmano, sia che venga inferta da altri sia che venga autoinferta. Se diverso è l’esito appare invece molto simile la struttura del contesto in cui tanto il cristiano delle origini quanto il musulmano attuale possono apparire come dei martiri. È infatti un contesto caratterizzato, in ambedue i casi, dalla presenza di uno spazio di comunicazione visuale che fa del martire cristiano delle origini e del martire musulmano attuale dei testimoni in quanto “testimoniati” (visti/ascoltati) da altri: il pubblico del processo al cristiano nel primo caso; il pubblico (prevalentemente mediatico) dell’attacco suicida musulmano nel secondo. L’uno e l’altro sono martiri (testimoni della fede) solo perché pubblicamente visti/riconosciuti.
Una configurazione del tutto speciale sembra assumere, nell’epoca attuale, l’idea del martirio in ambiente musulmano, almeno nel caso di attentatori suicidi. Qui lo shahid è, per definizione, colui che si auto-immola in quanto testimone della propria fede. Questo gesto estremo non è comprensibile solo come reazione disperata a un contesto politico caratterizzato dalla violenza. Si tratta invece di un gesto che, a partire da questo contesto violento, trova una sua ragion d’essere all’interno di una particolare configurazione disposizionale e motivazionale, attivata da concezioni specifiche della “sacralità” e della trascendenza, oltre che da un’idea particolare della relazione tra corpo e spirito26.
Mbembe ha scritto che nella Palestina odierna convivono due logiche apparentemente inconciliabili: quella del martirio e quella della sopravvivenza, e in entrambe convivono, a loro volta, idee di morte, terrore, libertà27.
Il racconto di Muhammad al-Zaqzouq28 è la narrazione di una normale vita scandita da impegni, lavoro, famiglia, divertimento, svago, hobby che è bruscamente interrotta dall’inizio delle controffensive israeliane scatenatisi sulla Striscia in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. Da allora egli ha vissuto a lungo in maniera confusa e incerta, indeciso sul da farsi mentre, al pari di un automa, si spostava senza sosta per svolgere tutte le incombenze necessarie, indispensabili nella quotidiana lotta per la sopravvivenza: code che sembravano interminabili, cariche di una umiliazione difficile da immaginare, solo per ricevere qualche pagnotta, una tanica d’acqua potabile o una bombola di gas che evitasse di dover cucinare sul fuoco di un falò. Una nuova realtà arrivata di colpo, soffocando la pace e il comfort di cui l’autore godeva prima della guerra.
La scarsità di risorse, unita alla paura generalizzata, aveva caricato la quotidianità di una rabbia tale che spesso semplici discussioni si trasformavano in veri e propri scontri fisici.
Alcuni dichiaravano apertamente di non volere un’altra guerra manifestando il timore che Israele, questa volta, bruciasse Gaza per intero.
Per l’autore, l’arrivo a al-Mawāşī, la piccola striscia di sabbia a ridosso del mare dove era stato allestito il campo profughi, rappresenta il momento in cui lo ha assalito la consapevolezza dello sfacelo nel quale erano precipitati, sfollati su un terreno basso che sembrava una tomba di fronte al mare.
Anche nel contesto religioso del Medio oriente, i drusi sono un popolo straordinario. Oggi la comunità conta meno di un milione di persone, distribuito tra Israele, Libano e Siria. Sebbene parlino arabo e abbiano molte usanze arabe, la loro religione è unica. Presenta delle somiglianze con l’Islam e anche con il cristianesimo, ma è generalmente considerata una scissione dall’Islam sciita. Le comunità druse in Israele sono relativamente indipendenti. Era drusa la famiglia che aveva ottenuto uno dei contratti di catering per il festival di Nora. Molti dei giovani presenti avevano assunto droghe. Una pratica illegale in Israele. Motivo per cui, secondo Murray, di quanto accaduto si parla poco. Gli organizzatori hanno raccontato nel dettaglio cosa hanno visto la mattina del 7 ottobre. La loro narrazione ha condotto l’autore ad elaborare la consapevolezza che, se è vero che in guerra ci sono due fronti combattenti, questo non significa che le parti siano moralmente equivalenti così come non lo sono militarmente29.
Israele oggi, dopo il 7 ottobre, non è più la stessa nazione. L’attacco ha fatto a pezzi sia la psiche di un’intera nazione sia il senso più profondo di sicurezza personale e collettiva della sua popolazione. È una nazione traumatizzata. Il 7 ottobre 2023 è stato uno shock strategico ancora più grande del 6 ottobre 1973, la guerra del Kippur, che ha plasmato la dottrina di difesa di Israele – basata su deterrenza, avviso tempestivo e vittoria schiacciante – e lasciato un segno indelebile nell’intelligence da allora. Ora, quella dottrina di difesa è completamente distrutta: tutti e tre i pilastri sono crollati nello stesso momento. Israele è una nazione fondata sulla forza militare per cui, i pianificatori militari, hanno dovuto elaborare una nuova strategia mentre combattevano una guerra su più fronti, travolti dallo shock. La nuova dottrina di “difesa avanzata” è, con ogni probabilità, un impulso quasi riflesso e quindi mal concepito, miope e insostenibile nel lungo periodo. La ragione del fallimento, secondo questa nuova visione, risiede nell’essersi concentrati sulle intenzioni del nemico piuttosto che sulle capacità militari. L’obiettivo quindi è colpire preventivamente ed eliminare completamente le minacce30.
Una strategia militare che ricorda quella adottata dal generale Luigi Cadorna durante la Grande guerra, basata su attacchi frontali continui, guerra di logoramento e “spallate” progressive per sfondare le linee nemiche. Il risultato fu la disfatta di Caporetto. Le infinite offensive frontali precedenti contro posizioni fortificate di montagna ottennero scarsi guadagni territoriali a fronte di perdite umane devastanti.
A Gaza sta accadendo la stessa cosa?
Il 4 dicembre 2023, a neanche due mesi dall’attacco del 7 ottobre, il ministero della Sanità di Gaza parlava di almeno 16.248 persone uccise31.
La violenza è centrale in ogni religione, e la religione stessa, d’altra parte, non cessa mai di ricordarcelo. Con sacrifici reali o con la memoria di essi, oppure di figure martirizzate, la religione incorpora e si avvale dell’idioma della violenza che viene riproposta in un linguaggio di tipo iconico, il quale si esprime attraverso quelli che Geertz32 ha definito “simboli sacri”, cioè i “segni” delle verità della fede che si svelano attraverso i simboli medesimi e il cui effetto comprovato è quello di fortificare la comunità dei credenti33.
Nell’esaminare l’antico culto ebraico sacrificale è opportuno distinguere due elementi e realtà concettuali. È possibile infatti esaminare e studiare il culto sacrificale ebraico sia come realtà rituale (così come si presenta nelle sue strutture istituzionalizzate nel III libro del Penatateuco, il Levitico), sia come realtà teologica (così come esso verrà concepito, insegnato, affermato nell’idea dei profeti e dei maestri d’Israele). Mentre l’antico culto sacrificale biblico presenta una indubbia derivazione dalle forme sacrificali del mondo preisraelitico, un diverso significato e valore acquista il culto sacrificale nei Profeti e negli Scrittori Sacri.
Un attento esame delle parole dei Profeti rivela che essi consideravano il culto dei sacrifici niente affatto condannabile. Essi affermavano inoltre che Dio condannava quei sacrifici offerti da coloro che avevano una condotta malvagia e disonorevole. Per cui la grande lezione dei Profeti , che essi cercarono di imprimere nell’animo del popolo di Israele, si ritrova nel libro dei Salmi e in quello della Sapienza. In seguito anche nelle parole dei Maestri e dei Rabbini i quali, pur sottolineando il significato dei sacrifici, insegnarono che l’obbedienza a Dio e l’amore e il rispetto per gli uomini sono più importanti di qualunque tipo di sacrificio34.
In tanti si sono chiesti come questi nobili principi concordino con quanto accaduto dal 1948 a oggi.
Lo Stato d’Israele è stato creato per tutto il popolo ebraico e grazie a lui. L’avvenire del popolo stesso dipende dall’esistenza, dal progresso e dalla consolidazione dello Stato che, comunque, non rappresenta gli ebrei che vivono nella diaspora. Ogni ebreo che vive all’estero è un cittadino del paese di residenza. Ma ogni ebreo, ovunque vive, appartiene al popolo ebraico. Esiste una unità nazionale degli ebrei del mondo, basata su un destino comune, un patrimonio storico comune, aspirazioni comuni per il futuro. Ciò che ha permesso la sopravvivenza del popolo ebraico è la visione messianica dei Profeti d’Israele, la visione di redenzione del popolo ebraico e dell’umanità intera. Lo Stato d’Israele è uno strumento per l’attuazione di questa visione.
Esso è differente dagli altri a causa delle circostanze nelle quali è stato creato come anche per la sua geografia. Quello attuale è, di fatto, il terzo Stato, dopo il primo distrutto da Babilonia e il secondo da Roma. Il blocco di lingua araba che circonda Israele si estende su una superficie notevolmente più vasta e si compone di una popolazione di gran lunga più numerosa35.
Il Piano delle Nazioni Unite prevedeva la divisione del paese in modo approssimativamente uguale tra arabi ed ebrei. Ciascuno dei due Stati sarebbe dovuto consistere in tre zone separate l’una dall’altra e comunicanti tra loro mediante appositi “punti di intersezione”. Questa artificiosa divisione era motivata dalla volontà di fare in modo che il minor numero possibile di arabi e di ebrei fossero costretti a restare nel territorio dell’altro. Il Piano delle Nazioni Unite non è mai stato tradotto in pratica: gli inglesi hanno abbandonato la Palestina, l’ostilità tra arai ed ebrei è andata sempre aumentando, lo Stato ebraico si è instaurato in un ambito più vasto di quello previsto dall’assemblea Generale delle Nazioni Unite36.
Douglas Murray afferma più volte che la difesa di Israele deve essere compatta da parte di tutto il blocco dei paesi occidentali in quanto rappresenta proprio la difesa del sistema Occidente e dei suoi valori. Difendere e proteggere Israele davvero significa salvaguardare le democrazie occidentali?
La nascita dello Stato di Israele, il ritorno alla sovranità statuale hanno trasformato radicalmente la condizione degli ebrei nel mondo, offrendo loro una scelta fra integrazione nelle società occidentali in cui esse vivono come minoranza e una piena identità politico-nazionale. Nel rapporto con Israele gli ebrei sono uniti – tranne esigue minoranze dogmaticamente antisioniste – circa il suo diritto a esistere come popolo e come Stato, ma divisi, spesso angosciosamente critici, circa i suoi atti politici. Permane poi la questione che riguarda proprio la natura di Israele come Stato ebreo e democratico: come assicurare che Israele resti lo Stato degli ebrei nel senso del sionismo classico – sia quello liberale di Herzl sia quello socialista – ma anche una democrazia per tutti i suoi cittadini. Per molti ciò è un ossimoro, una impossibilità.
Che Israele sia uno Stato “ebraico”, non solo perché di rifugio dalle persecuzioni di un popolo disperso, ma perché storia e valori ebraici sono parte rilevante dell’identità collettiva del paese e improntano di sé la sfera pubblica è legittimo. Ma non è accettabile che lo Stato favorisca il gruppo ebraico rispetto ad altre etnie37.
A pochi mesi dalle prossime elezioni legislative (previste per fine ottobre 2026) il quadro politico israeliano appare caratterizzato da due dinamiche parallele e strettamente interconnesse: da un lato, la crescente fragilità della coalizione guidata da Netanyahu, sottoposta a forti tensioni sulla questione della coscrizione degli haredim e sul rapporto tra esecutivo e istituzioni giudiziarie; dall’altro, la progressiva ridefinizione degli equilibri tra i principali blocchi politici in vista di una competizione elettorale che potrebbe segnare l’avvio di una fase post-Netanyahu, nella quale la posta in gioco è il ricollocamento del baricentro dell’intero sistema politico israeliano38.
Più che una tradizionale competizione tra destra e sinistra, il confronto appare centrato sulle divisioni all’interno del campo conservatore. Secondo diversi sondaggi pubblicati nei primi mesi del 2026 il calo della popolarità del premier non si è tradotto in un corrispondente rafforzamento della sinistra, bensì nella crescita di partiti riconducibili all’area politica definibile come centro-destra moderato, che è la forza trainante dello schieramento anti-Netanyahu e pivot di una possibile futura leadership nell’era post-Netanyahu39.
Douglas Murray afferma esserci una differenza abissale tra questi due tipi di dolore: quello di una società che piange i propri figli e i propri amici, e l’altro che riguarda una società felice di apprendere della morte dei propri familiari e dei familiari altrui. Di considerarli martiri della causa oppure vittime necessarie, sempre funzionali al raggiungimento dell’obiettivo.
Muhammad al-Zaqzouq, ricordando il giorno in cui erano tornati a casa dopo tanto peregrinare e i giorni trascorsi al campo dei rifugiati, avvertiva di vivere nella negazione: si rifiutava di ammettere e affrontare quello che era accaduto al suo quartiere, alla sua casa. La morte, la devastazione, la distruzione. La rottura e la convinzione che dove fosse passato l’esercito non potesse tornare la vita.
Quelle degli autori sono due visioni del mondo che, forse, non si incontreranno mai ma un legame tra i due vi è per certo, ovvero il mezzo scelto per comunicare al mondo la loro storia: la scrittura che, per entrambi, costituisce un punto fondamentale.
Per lunghissimo tempo alla scrittura si è riconosciuto uno status di innocenza. Solo a partire dal Novecento si è iniziato a sospettare che non c’è originale senza scrittura. Da una manciata di anni si riconosce che la scrittura ha pervasive potenzialità di figurazione e plasmazione. Se la conoscenza è caratterizzata da soglie di riconfigurazione complessiva, da mutamenti di orizzonte in avanti e indietro, da incessanti rispecificazioni di dis-positivi, ciò si deve, in rilevante misura, a esercizi di scrittura.
Una scrittura in grado di offrire una nuova chiave di comprensione nell’ordine della politica e, in particolare, della bio-politica (che – a giudizio di Foucault – durante il Settecento riconfigura la sovranità in governabilità e pone i poli della popolazione e del corpo come suoi correlati di potere), con un paradigma inedito rispetto a quello attivo fino a tempi recentissimi.
La scrittura, per Lévi-Strauss40, non riguarda la conoscenza che rappresenta semmai una copertura ideologica, ma è principalmente un fatto di dominazione.
Il “potere ideologico” insito nella scrittura di Murray e in quella di al-Zaqzouq è la rappresentazione di sé e dell’altro.
Le narrazioni della propria vita si basano su fatti biografici, ma vanno oltre gli avvenimenti, poiché le persone si appropriano selettivamente degli aspetti dell’esperienza vissuta, interpretano il passato e costruiscono il futuro per organizzare racconti che abbiano senso per sé stessi e per i propri interlocutori. Queste storie sono costruzioni psicosociali e gli autori sono le persone stesse, ma all’interno del contesto culturale41.
Costruzioni identitarie che vedono diversi attori: l’identità si afferma per confronto e, in linea di massima, per contrasto. Fondamentalmente, quindi, si tratta della dialettica tra l’io e gli altri, intendendo non solo l’io personale ma anche l’io culturale. Nelle narrazioni si è contemporaneamente autori e attori: il racconto del sé si configura come una vera e propria performance, nella ricerca di una espressione della propria personalità – identità – che a conti fatti non ha la pretesa di essere oggettiva, ma è il fil rouge assolutamente soggettivo che unisce i singoli ricordi personali e culturali. Rappresentare e rappresentarsi è un modo per definire sé stessi e, quindi, gli altri , Nessun racconto è neutro, ogni nostro gesto linguistico è rivolto a una comunicazione “orientata”42. Nei casi analizzati, l’orientamento è rivolto alla conservazione e autotutela della propria umanità per al-Zaqzouq e al contrasto dei culti della morte nonché alla preservazione della propria cultura nel caso di Murray.
1V. Grossman, Uno scrittore in guerra, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova, Adelphi, Milano, 2020.
2M. al-Zaqzouq, Scrivo per restare umano, Einaudi, Torino, 2026.
3D. Murray, Democrazie e culti della morte. Israele, Hamas e il futuro dell’Occidente, Guerini e Associati, Milano, 2026
4A.M. Bagaini e G. Dentice, Israele e Palestina: tra guerra, occupazioni ed elezioni, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 7 luglio 2026.
5E. Farge, Board of Peace envoy warms UN that Gaza division risk becoming permanent, Reuters, 21 maggio 2026.
6Si veda: Hamas says deal reached to end Gaza war, calls for ensuring Israel implements it, Reuters, 8 ottobre 2025.
8N. Freiberg, Netanyahu says he ordered IDF to seize 70% of Gaza Strip, well beyond terms of ceasefire deal, The Times of Israel, 28 maggio 2026.
9Si veda: N. Miladenov, Board of Peace High Representative for Gaza briefs the Security Council, United Nations, Security Council Briefing, 21 maggio 2026.
11A. Roberts, What Makes Hamas Worse than the Nazis, Washington Free Beacon, 24 novembre 2023.
12M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), La morte dell’eroe II, AOQU – Achilles Orlando Ulysses Rivista di epica, Università degli Studi di Milano, Milano, 2021.
13A. Barbieri, Vivere per morire o morire per vivere. L’archetipo della morte precoce nelle tradizioni eroiche, in M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), op.cit.
14F. Tomasi, «Questa che ‘l vulgo appella morte»: il martirio (e la morte) degli eroi nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, in M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), op.cit.
16A. Piccolomini, De la institutione di tutta la vita de l’huomo nato nobile, e in città libera, 1543.
17P. Evangelisti, Martirio volontario ed ideologia della Crociata. Formazione e irradiazione dei modelli francescano a partire dalle matrici altomedievali, in Cristianesimo nella Storia , 27, 2006.
18Si veda per esempio la raccolta di studi su Il martirio volontario e le sue interpretazioni in Cristianesimo nella Storia, 27, 2006.
19M. Rizzi, Introduzione a Le ambiguità del martirio: violenza, testimonianza, propaganda, in Rivista di Storia del Cristianesimo, 2/2018, Morcelliana, Brescia.
20Per l’osservazione partecipante di Bronislaw Malinowski si fa riferimento a Argonauti del Pacifico Occidentale (1922).
21U. Fabietti, E. Mauro, Terrorismo, martirio, sacrificio. Antropologia di una forma di violenza politico-religiosa, in OLTRECORRENTE, 13, 2007.
23F. Devji, Landscapes of the Jihad. Militancy, Morality, Modernity, Cornell University Press, Ithaca, 2005.
24Nel lessico di Michel Foucault, autorizzare non significa dare un permesso legale o un consenso giuridico, bensì abilitare un discorso, produrre un regime di verità e rendere legittimi certi comportamenti all’interno di una specifica rete di potere.
34Fonte: Dispensa in ciclostile distribuita da Rav I. Kahn z.1 agli studenti dei primi anni del Collegio Rabbinico (archivio-torah.it).
35D.B. Gurion, Lo Stato d’Israele e gli Ebrei della Diaspora, in La Rassegna Mensile di Israel, terza serie, Vol. 23, No. 9 (Settembre 1957).
36E. Vitta, La nascita dello Stato di Israele, in La Rassegna Mensile di Israel, terza serie, Vol. 42, No. 7/8 (Luglio-Agosto 1976).
37G. Gomel, Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione: due famiglie separate del popolo ebraico?, in La Rassegna Mensile di Israel, Vol. 82, No. 1 (Gennaio-Aprile 2016).
41D.P. McAdams, Narrative Identity: What Is It? What Does It Do? How Do You Measure It?, Imagination, Cognition and Personality: Consciousness in Theory, Research and Clinical Practice, 37, 3, 2018.
42A. Campus, La scrittura come rappresentazione del sé e dell’altro, Alteritas Academy Press, Verona, 2025.
Articolo pubblicato sul numero 81 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
Cosa rende davvero solida una società? Le leggi? I commerci? La tolleranza? O, piuttosto, un senso condiviso di appartenenza, una memoria collettiva, un legame profondo con i luoghi dell’abitare? Il genio di Trieste di Maurizio Marzi Wildauer (Rubbettino, 2025) spiega le modalità con cui gli Asburgo traghettarono la Trieste del Settecento verso la modernità e mostra come proprio in quel processo si celino le radici del drammatico conflitto etnico che, decenni dopo, avrebbe sconvolto il confine orientale.
Compie l’autore un’approfondita analisi storica di quella che è sembrata a tutti un modello avanzato di convivenza crollato, però, sotto i colpi dei nazionalismi, svelando a tutti la sua natura fragile.
Tutti questi elementi hanno per certo contribuito a plasmare il modello della città nel tempo. Ma, oggi, Trieste cosa rappresenta nella complessa dicotomia tra multiculturalismo e rivendicazioni identitarie dei nuovi nazionalismi? Rappresenta davvero Trieste un laboratorio per la storia e un monito per il futuro?
La dichiarazione di Carlo VI sulla libera navigazione in Adriatico del 1717 e la patente di porto franco del 1719 sono stati due passaggi fondamentali per la Trieste del ‘700. Risale allo stesso anno l’istituzione della compagnia Orientale per i commerci con il Levante. Chiaro quindi l’intento del sovrano di accelerare lo sviluppo economico dei possedimenti austriaci a scapito della decadente Venezia1. Ulteriori e sostanziali cambiamenti giunsero con Maria Teresa e con suo figlio Giuseppe II, il quale con la promulgazione dell’Editto di Tolleranza del 1781 incentivò l’immigrazione nel porto adriatico di minoranze religiose acattoliche, destinate a costruire, nel corso dell’Ottocento, la multi-etnica e multi-confessionale borghesia triestina, autentico referente economico della città fino alla seconda metà del XIX secolo2.
L’emporio triestino fu così in grado di attrarre a sé commercianti e banchieri ebrei, greci, protestanti, armeni, i quali videro nelle potenzialità offerte del porto franco l’occasione imperdibile per accrescere le proprie fortune e allargare le loro reti di relazione3. Accanto alle comunità religiose, in città erano presenti anche gruppi nazionali come sloveni, serbo-illirici e tedeschi, i quali trovarono ampia collocazione in altri settori professionali4.
Le conseguenze della rivoluzione francese non risparmiarono Trieste e il suo porto: in un primo tempo questa diventò il punto focale del commercio dell’Europa centro-orientale con un aumento vertiginoso dei traffici e demografico5. Le tre successive occupazioni francesi, in particolare l’ultima (1809-1813), produssero una seria crisi economica per il porto a seguito del blocco navale contro l’Inghilterra6. Con la Restaurazione l’Austria nel 1814 rinnovò a Trieste la patente di porto franco, permettendo così la ripresa delle attività portuali relative non solo ai commerci marittimi con l’Europa centrale, ma anche ai traffici con il levante, le Indie e i paesi mediterranei. Dal 1812 al 1815 Trieste raddoppiò la propria popolazione, raggiungendo i 45mila abitanti. Un grande impulso alla trasformazione del porto fu dato dagli inglesi, arrivati a Trieste al seguito delle milizie della coalizione antinapoleonica. Proprio i britannici saranno i protagonisti del trapasso dalle entità a carattere economico-familiare dei fondachi a quelle della nuova impresa capitalistica. Tutte nate negli anni Trenta, le assicurazioni (Le Generali, Il Lloyd Adriatico, la Riunione Adriatica di Sicurtà) divennero uno dei principali motori dell’economia triestina, rafforzando lo stretto legame tra il mondo commerciale, assicurativo e bancario7.
Nel 1891 Trieste dovette fare i conti con la chiusura del porto franco, che a seguito di innovazioni industriali e doganali e di fronte al mutato sistema finanziario, non era più vantaggioso al mercato8. La zona franca fu circoscritta solo alle aree del porto, nei cosiddetti punti franchi. Così i piccoli commercianti persero ogni vantaggio dall’uso dei propri magazzini in città, non più protetti dalla franchigia, mentre la cittadinanza triestina dovette subire un aumento dei prezzi dovuto all’ingresso delle imposte dirette, senza poter godere di un adeguamento salariale9. La crisi però non giunse inaspettata. Le sue radici vanno ricercate già negli anni Sessanta, allorquando, con la proclamazione del Regno d’Italia, il porto triestino perse i mercati italiani.
All’inizio del ‘900, grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, il porto di Trieste perse la sua funzione emporiale e si avviò a trasformarsi in porto di transito e ciò portò a un duplice cambiamento nella struttura sociale del porto: molte vecchie famiglie si concentrarono su attività specificatamente finanziarie e assicurative, mentre dall’altro lato si facevano strada nuovi coraggiosi trasportatori: gli spedizionieri, figli delle più importanti famiglie di capitani e di proprietari di navi10.
Gli anni della Grande guerra furono per la città difficili a causa della vicinanza del fronte bellico. Dopo la vittoria italiana, la maggior parte dei cittadini non italiani si rifugiò in Austria e nel nuovo stato Jugoslavo, mentre giunsero in città nuovi immigrati dalla penisola italiana, in special modo dal meridione11. L’annessione all’Italia determinò la perdita di importanza di Trieste, che si ritrovò a essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland. Contemporaneamente arrivano gli echi della rivoluzione di Ottobre che accrebbero il numero degli scioperi. Ciò produsse nella città una successione di eventi: il tradizionale internazionalismo pacifista di provenienza austro-marxista12 si rafforzò di fronte al malessere derivante dalla guerra appena passata, e nel 1919 vi fu la fusione tra il partito socialista triestino e quello sloveno13. Così il capitalismo locale si trovò ad affrontare un presunto nemico con un duplice volto: slavo e rosso. Questa situazione preparò il terreno per il fascismo, che in Trieste trovò condizioni più che ottimali per un rapido sviluppo e per la sua immediata affermazione dopo l’azione dannunziana a Fiume14. Con l’ascesa del partito fascista con la marcia su Roma del 1922, Trieste divenne una delle teste di ponte per l’affermazione della nuova ideologia nella politica italiana15. Per quanto riguarda invece l’ambito economico, la conquista della città giuliana veniva vista come la possibilità di accesso privilegiato ai mercati storici di sua competenza con una conseguente agevole penetrazione commerciale nelle aree balcanica, danubiana e levantina16.
Con l’affermazione del nazionalsocialismo in Germania il dinamismo dell’economia tedesca mise in grosse difficoltà l’élite dirigente triestina, che vide nella seconda metà degli anni ’30 un completo predominio germanico sui commerci e specialmente nell’area danubiana. Si aprì così, tra i gruppi dirigenti triestini, un dibattito sulla questione che evidenziò le fallimentari politiche di espansione nei Balcani del governo fascista. Nel ’38 la tradizionale componente ebraica triestina dovette fare i conti con le leggi razziali. Ormai Trieste aveva definitivamente perso quell’aspetto cosmopolita e quella naturale identità di crocevia di cultura e di popoli che tanto l’avevano contraddistinta nel corso dei secoli17.
Anche dopo la fine della seconda guerra mondiale Trieste non riuscì a liberarsi del pesante onere della sua posizione geografica e in più dovette fare i conti con gli ingenti danni economici e strutturali ereditati dal conflitto e dai bombardamenti.
Fino al trattato di pace18, l’intervento statunitense nell’economia triestina si basò principalmente sul “prevention of disease and unrest”, adottato in tutta l’Italia occupata19. Questo programma fu inefficace, come lo furono i tre accordi firmati nel marzo 1948 che assegnavano dei finanziamenti semestrali da stabilire volta per volta a seconda dei bisogni20. Una svolta si ebbe con il piano Marshall che prometteva a Trieste la salvaguardia e il potenziamento delle strutture portanti della città: il porto e l’industria (in special modo la cantieristica)21. Lo scopo finale era raggiungere lo stato di self supporting economyderivante dall’assunto che l’economia triestina era completamente differente da quella del resto della penisola italiana22.
Inoltre, a partire dal 1947, Trieste divenne oggetto di contesa tra italiani e jugoslavi nonché punto nevralgico della Guerra Fredda: una vera e propria linea di contatto lungo la “cortina di ferro” evocata da Churchill nel celebre discorso di Fulton23, che separava le democrazie occidentali dai regimi filo-comunisti. Tuttavia, anche dopo il ritorno all’Italia, sancito dal Memorandum di Londra (condizione poi resa definitiva con gli Accordi di Osimo del 1975), le speranze per un rinnovato slancio della città furono disattese, soprattutto in termini di investimenti e di pieno riconoscimento, da parte del governo italiano, della centralità strategica ed economica della città e del suo porto24.
Nel nuovo Millennio, e in particolare dopo il lancio della Belt and Road Initiative (BRI) da parte della Cina25, ha preso avvio – in Italia e non solo – una riscoperta delle potenzialità strategiche ed economiche di Trieste. Tuttavia, prima la pandemia e successivamente il processo di de-risking delle catene del valore avviato dall’Italia, in linea con le decisioni prese in ambito G7, hanno spinto a riconsiderare la propria adesione alla BRI. Chiusa un’opportunità per Trieste, se ne è nel frattempo aperta un’altra. Il lancio del Corridoio economico India-Medio Oriente – Europa (IMEC)26, annunciato a margine del Vertice del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, ha offerto una nuova prospettiva per il porto giuliano grazie al crescente interesse dell’India a considerare Trieste come possibile terminale europeo del corridoio. Primo porto italiano e principale porto petrolifero del Mediterraneo, Trieste presenta almeno quattro punti di forza che la rendono la candidata ideale a ospitare il terminale di IMEC: fondali profondi in grado di accogliere le più grandi navi portacontainer; l’essere ancora oggi un porto franco; una solida ferrovia connessa al resto d’Europa; la presenza dell’oleodotto transalpino (TAL)27.
Già durante la prima guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto Trieste e il suo territorio subirono una metamorfosi nella propria fisionomia etnico-nazionale e le sue componenti minoritarie risultarono, per diversi motivi, molto ridimensionate. I flussi immigratori verso la città e il Litorale mutarono sia per quanto riguarda i luoghi di provenienza, sia per consistenza numerica, sia per intensità.
Intorno al 1913 le componenti della popolazione di Trieste, etnicamente parlando, erano molto variegate: italiani di cittadinanza austriaca, italiani cittadini del Regno d’Italia ( i regnicoli), sloveni autoctoni, sloveni immigrati dalla Carniola, popolazione di lingua tedesca, di lingua croata, una forte comunità ebraica, piccoli ma vivaci nuclei greci, serbi, armeni, svizzeri, albanesi, boemi, polacchi, turchi.
Alo scoppio della prima guerra mondiale la maggior parte dei regnicoli residenti a Trieste venne rimpatriata o internata. Èdifficile dire quanto l’espulsione dei regnicoli rispondesse a un disegno di “pulizia etnica” del territorio voluto dall’Austria per rendere meno preponderante la presenza italiana nel Litorale. L’espulsione o l’internamento dei cittadini di stati nemici presenti sul territorio è pratica comune di qualsiasi paese in stato di guerra, dunque è probabile che la misura presa dal governo austriaco rappresentasse contemporaneamente una necessità bellica e un sistema per rendere più “etnicamente” leale la zona.
Del tutto particolare nel panorama triestino fu l’emigrazione dei membri delle famiglie dell’alta e media borghesia triestina la cui partenza (o permanenza) fu funzionale alla tutela dei propri interessi economici. Estremamente interessante è poi la facilità con cui, a guerra finita, le imprese e la borghesia triestina si adattarono al nuovo status territoriale della zona. Famiglie e aziende che erano nate, fiorite, avevano avuto ottimi rapporti con l’Austria e proclamato sempre la propria fedeltà alla casa d’Asburgo, cambiarono bandiera con una velocità sconcertante. È chiaro che si trattò di un dare-avere tra la ricca borghesia cittadina e la nuova autorità italiana. La prima, preso atto dell’irreversibile fine dell’Impero e del crollo della monarchia, aveva tutto l’interesse a mantenere rapporti più che amichevoli con i nuovi padroni, tutelando in questo modo gli interessi economici; la seconda, pur di evitare la fuga dei capitali appartenenti all’alta società triestina, soprassedeva all’antica lealtà verso l’Austria e concedeva alla borghesia cittadina una nuova verginità irredentista e filoitaliana28.
Se questa fu la sorte dell’alta e media borghesia, il destino delle classi sociali più basse fu diverso. Già prima dello scoppio del conflitto fu chiaro che il Litorale sarebbe stato uno degli scenari in cui si sarebbe svolta la guerra tra Italia e Austria. A Trieste non furono mai presi provvedimenti di evacuazione in quanto, esclusi episodi di bombardamenti aerei, la città non fu mai seriamente minacciata, pur trovandosi nelle retrovie del fronte. La sindrome della fuga, tuttavia, colpì anche la città , oltre le zone limitrofe. Lo spopolamento di Trieste, oltre che per l’allontanamento dei regnicoli, la fuga dei fuoriusciti, l’esilio della borghesia commerciale e imprenditoriale, fu dovuto anche ad altri movimenti migratori connessi alla situazione bellica (la chiamata alle armi innanzitutto ma anche il mancato rientro di coloro che allo scoppio del conflitto si trovavano altrove), nonché la fame (nel corso del conflitto infatti la situazione degli approvvigionamenti peggiorò drasticamente).
Nel 1919 il governo Nitti procedette alla sostituzione dell’amministrazione militare di Petitti, chiaramente provvisoria, con organi civili, attraverso la creazione dell’Ufficio centrale per le nuove province alle cui dipendenze erano istituiti due commissariati generali civili, uno per il Trentino e uno per la Venezia Giulia. La partenza di una figura decisa e autorevole come quella di Petitti di Roreto e la sua sostituzione con il Commissario generale Augusto Ciuffelli, parlamentare completamente preso dal gioco politico dei palazzi romani e dunque poco interessato al suo nuovo incarico, nonché la poca chiarezza nelle reali prerogative del Commissariato e l’inevitabile confusione nel momento del passaggio tra le due forme istituzionali, diedero ai nazionalisti la possibilità di agire e di compiere la prima vera azione di forza contro quelle che erano identificate come le due forze antinazionali per eccellenza: i socialisti e gli sloveni29.
Il 4 agosto, esattamente il giorno del passaggio dei poteri tra Petitti e Ciuffelli, una manifestazione di protesta socialista per un arresto operato dai carabinieri fu attaccata da militari e controdimostranti nazionalisti, degenerando in scontri che portarono all’uccisione di un militare e di un giovane nazionalista. La reazione dei manifestanti nazionalisti (frammisti a esponenti delle forze dell’ordine) fu diretta contro i simboli del movimento socialista e delle organizzazioni slovene (la sede del partito socialista, del giornale Edinost e la scuola magistrale slovena, nonché l’Hotel Balkan, cuore delle attività delle minoranze slovena e croata).
Con gli scontri del 4 agosto la violenza divenne componente essenziale della normalizzazione del territorio: i non italiani cominciarono a temere per la propria incolumità fisica e le squadre – inquadrate ben presto nel Fascio di combattimento – vennero benevolmente tollerate dalle autorità, godendo di una quasi totale impunità30.
Tra la fine della seconda guerra mondiale e il Memorandum di Londra del 1954, la città di Trieste è stata oggetto di una contesa confinaria tra Italia e Jugoslavia, due Stati che dalla Resistenza avevano assunto nuove forme di organizzazione politica. La Conferenza di pace di Parigi del 1946 provò a trovare una parziale soluzione alla questione triestina, istituendo il Territorio Libero di Trieste, che venne a sua volta diviso in Zona A (governata dalle truppe angloamericane rimaste stanziate in città dopo l’Accordo di Belgrado del giugno 1945) e una Zona B a diretta amministrazione jugoslava31. Ciò comunque non servì a sciogliere le situazioni di aperta violenza che la città continuava a vivere. Le tre componenti coinvolte in tale situazione di violenza erano gli abitanti italiani di ispirazione nazionalista, gli abitanti che chiedevano l’annessione alla Jugoslavia socialista e le forze alleate impegnate in un servizio di pubblica sicurezza che prevedeva anche ampie competenze repressive32.
Terre di miti e terra di redenzione: il confine orientale è subito esibito agli occhi della nazione come il luogo per eccellenza in cui la patria si riconosce. Da quella sorgente essa sembra trarre la sua forza, le sue potenzialità espansive, i suoi diritti di conquista. La pregnanza simbolica di quella barriera territoriale e psicologica cresce a dismisura negli anni del fascismo, per arricchirsi ancora di emozioni e segnali contrastanti nel lungo e drammatico secondo dopoguerra. Si è dunque parlato spesso della società locale come di un vero e proprio laboratorio: qui appaiono infatti in piena luce il rapporto contrastato tra potere militare e potere civile e il ruolo dell’esercito in via di smobilitazione come elementi corrosivi della fragile democrazia italiana postbellica; qui la vicenda fascista elabora in modo esasperato la violenza politica che diventa simbolo di una rivoluzione/ribellione che dalla periferia si irradia verso il paese. Il nodo cruciale del rapporto maggioranza/minoranza che viene giocato con estrema difficoltà su tutto lo scacchiere europeo ha qui il suo “esempio italiano” di maggior rilievo, pur tenendo conto delle altre minoranze nazionali (quella tedesca soprattutto) entrate a far parte della compagine italiana dopo la guerra33.
Wildauer definisce Trieste uno “straordinario laboratorio della modernità, una città eretta a modello di convivenza ma che non resistette all’urto dei nazionalismi proprio in virtù delle sue artificiali modalità di nascita e di sviluppo che ne avevano fatto un’Atopia, un non luogo disancorato da qualsiasi radicamento culturale e valoriale e perciò facile e facilmente esposto all’irruzione violenta dell’elemento politico – in particolare quello più irrazionale – della Storia34.
L’indagine retrospettiva condotta da Marzi Wildauer sulla storia di Trieste, nell’analisi di Magris, può essere estesa allo studio delle dinamiche attualmente in corso in Occidente – in particolare in Europa – dove si assiste a una svolta epocale, segnata da profonde innovazioni politiche, economiche e sociali. Trasformazioni che suscitano grande entusiasmo in coloro che vi scorgono un’imperdibile opportunità per implementare un nuovo modello di società, caratterizzato dal definitivo trionfo tecnologico in grado di garantire un maggiore e meglio distribuito benessere e dalla diffusione di un’ideologia universalista – ispirata alla tolleranza, all’equità e all’inclusività – la quale si proporrebbe di emancipare l’umanità dalle catene dei suoi pregiudizi imputabili ad arcaici quanto regressivi miti identitari che rallenterebbero il processo di emancipazione degli individui dal peso delle proprie tradizioni valoriali, culturali e religiose, mantenendoli diffidenti nei confronti di un progetto politico, sociale ed economico improntato al multicultularismo e all’ideologia “no borders”.
La rimozione dei tradizionali steccati comunitari, che rende persino obsoleti i concetti di confine e frontiera – sia geografici che culturali -, sembrerebbe far venire meno i presupposti per la deflagrazione di quelle pulsioni violente che si nutrono delle esasperazioni identitarie e dell’intolleranza che esse generano. Come suggerisce Marzi Wildauer, è stata invece proprio l’incapacità di individuare dei precisi tratti comunitari sulla base di una reale presa di coscienza identitaria una delle principali cause del declino di Trieste a inizio Novecento.
Fino alla seconda guerra mondiale, l’appartenenza culturale e sociale si definiva sulla base della nazionalità e della lingua, entrambi elementi fondatori dello stato nazione. L’ideologia che la nutriva era sfociata poi nei nazionalismi devastatori della prima metà del Novecento35. Gli sconvolgimenti delle due guerre non sono bastati a disperdere completamente questi riferimenti così profondi, ma ha avuto inizio una diffidenza nei loro confronti che ha portato progressivamente all’indebolimento dello stato nazionale che attraversa la più grave crisi della sua bicentenaria esistenza: ha perso il controllo dell’economia, della moneta, della stessa difesa e come ogni fenomeno della storia sotto minaccia di estinzione, quando è incapace di trasformarsi, si irrigidisce nelle sue contraddizioni36. Il cittadino disorientato cerca altri livelli di appartenenza, diffida della dimensione europea troppo lontana, vissuta come estranea, ostile, burocratica e ripiega sui localismi e regionalismi. Le frontiere cadono sulla carta ma permangono nelle menti. A questo si deve aggiungere un’immigrazione che, percependo la debolezza dello Stato che la ospita e l’ostilità alla sua integrazione, si rifugia nella propria identità in cui spesso la fede religiosa è centrale. In questo clima, il rischio di rigurgiti nazionalisti e di tensioni xenofobe è sempre latente37.
Già qualche anno fa scriveva Miran Kosuta: «Nemmeno noi sloveni, per quanto esigui di numero, facciamo eccezione. Di qua e di la del confine, a Trieste come a Lubiana, si stanno percuotendo il petto non pochi Tarzan nazionali. Mi spaventa il loro acuto, metà scimmiesco metà operettistico che potrebbe ridestare gli odii sopiti, le passioni represse, le oscure follie della giungla etnica38».
Gli sloveni rappresentano per i triestini un doppio, un alter ego rimosso, osteggiato, temuto, respinto, che si colloca al di là di una linea d’ombra raramente attraversata. Una mancanza che ha impedito a tutti, triestini e sloveni, di sentirsi e dunque di essere a casa, di vivere questa terra di frontiera come una casa natale in cui sentirsi armoniosamente familiari39.
Causa di ciò sono stati per certo i nazionalismi contrapposti. Ecco perché oggi inquieta la serpeggiante tentazione di ritorno alle politiche di stato nazionale e lo scarso interesse per l’Europa. Questa è una terra in cui tre lingue, tre culture hanno saputo intrecciarsi, comprendersi, integrarsi senza che alcuna rinunciasse alla propria identità. Necessita la ripresa di questo dialogo. Comunicare in queste terre significa conoscersi e riconoscersi, accettarsi40. Per Rossetti tornerebbe utile una TV senza confini, in grado di far conoscere la realtà sociale e culturale di un’area plurima che rappresenta “in piccolo” la nuova Europa, quella della cultura latina, sassone, slava. Un terra che può diventare il laboratorio anche della nuova Europa.
L’idea che Trieste possa rappresentare ancora una volta un laboratorio, un caso studio per comprendere l’evoluzione della modernità rappresenta anche la tesi portante del libro di Marzi Wildauer: l’autorità statale può anche creare dal nulla l’Atopia, può apprestare un apparato burocratico efficiente e funzionale, può fondare una città quadrata, anonima e asettica, può inventarsi un sistema normativo evoluto ed efficace, può anche secolarizzare una società per renderla del tutto indifferente e anodina sul piano del conflitto teologico. Ma quello stato non riuscirà a mantenere quella condizione di neutralità a lungo. Perché è proprio il modo originario di vivere degli uomini nella storia che andrà pian piano a ricostruire un nesso territoriale con i luoghi in cui abitano; perché appartiene alla natura umana la ricerca di una natura trascendente cui affidare il senso della propria esistenza; perché, come insegnava Aristotele, l’uomo è essenzialmente un “animale politico” che misura la sua esistenza sulla terra attraverso l’inestinguibile conflitto con l’Altro, con il nemico. Ogni tentativo desacralizzante troverà in una nuova teologia politica il suo punto di caduta. Ogni sforzo di radicamento può durare lo spazio di qualche generazione, ma a lungo andare i processi di radicamento torneranno immancabilmente a legare gli esseri umani al loro luogo.
Per cui si può affermare che la risposta alle domande iniziali, nonché alla tesi del libro di Marzi Wildauer è sì, Trieste può bene rappresentare un laboratorio per la storia, un caso studio per la comprensione del presente e un monito per futuro.
2M. Cattaruzza, Trieste nell’800, le trasformazioni di una società civile, Edizioni Del Bianco, Udine, 1995.
3Si vedano: L. De Antonellis Martini, Porto franco e comunità etnico-religiose nella Trieste settecentesca, 1968; G. Stefani, I Greci a Trieste nel Settecento, 1960; A. Millo, Trieste 1719-1954, 1997; O. Katsiardi-Hering, La presenza dei Greci a Trieste in Storia economica e sociale di Trieste, 2001; G. Milossevich, I serbi nella storia di Trieste, 1987; M. Dogo, La comunità serbo-illirica di Trieste, 1748-1908 in Storia economica e sociale di Trieste, 2001.
4R. Romano, Lavorare in funzione del porto. Principali tappe dello sviluppo del porto triestino fra Ottocento e Novecento in O.T.I.S. – Osservatorio del lavoro transfrontaliero per le aree portuali di Trieste, Monfalcone e Koper/Capodistria, a cura di Tullia Catalane Sergio Zilli, La Mongolfiera Libri, Trieste, 2008.
5Si vedano: A. Caroli e Autorità Portuale di Trieste, Il porto di Trieste – cronaca e storia delle costruzioni portuali, Italo Svevo, Trieste, 2002; AAVV, La città dei gruppi, 1719-1918, a cura di Roberto Finzi e Giovanni Panjek, LINT, Trieste, 2001.
12M. Cattaruzza, Socialismo adriatico: la socialdemocrazia di lingua italiana nei territori costieri della monarchia asburgica: 1888-1915, P. Lacaita, Manduria, 1998.
14Si vedano: A. Vinci, Il fascismo al confine orientale in Il Friuli Venezia giulia, Einaudi, Torino, 2002; D. Mattiussi, Il Partito nazionale fascista a trieste: uomini e organizzazioni del potere, 1919-1932, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli – Venezia Giulia, Trieste, 2002.
15A. Ara, C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 2015.
18Per info e dettagli si veda: https://www.difesa.it/assets/allegati/44075/07_convegno1996_italia_del_dopoguerra.pdf
19D.W. Ellwood, L’alleato nemico: la politica dell’occupazione anglo-americana in Italia, 1943-1946, Feltrinelli, Milano, 1977.
20G. Valdevit, Dalla crisi del dopoguerra alla stabilizzazione politica istituzionale ne il friuli Venezia Giulia in Storia di Italia, le regioni dall’unità a oggi, a cura di Finzi, Magris e Miccoli, Einaudi, Torino, 2002.
21G. Mallinato, P.A. Toninelli, La città reale: economia, società e vita quotidiana a Trieste, 1945-1954, Comune Trieste, 2004.
23Per info sul discorso di Churchill si veda: https://winstonchurchill.org/resources/speeches/1946-1963-elder-statesman/the-sinews-of-peace/
24A. Gili, Trieste: l’asset strategico italiano per IMEC, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 30 maggio 2025: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/trieste-lasset-strategico-italiano-per-imec-210014
25Per info sulla BRI si veda: https://eng.yidaiyilu.gov.cn
26Per info sul Corridoio IMEC si veda: https://www.esteri.it/it/temi/aree_geografiche/asia/asia-meridionale/corridoio-economico-india-medio-oriente-europa-imec/
28F. Ceccotti, Trieste 1914-1919. La città spopolata. La città rifugio in ibidem: Un esilio che non ha pari. 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001.
29P. Purini, Le metamorfosi etniche di Trieste nel periodo 1914-1919 in ANNALES – Ser. hist. Sociol.- 12 – 2002 – 2.
31D. De Castro, Il problema di Trieste. Genesi e sviluppi della questione giuliana in relazione agli avvenimenti internazionali (1943-1952), Cappelli, Bologna, 1953.
32F.M. Mengo, La violenza diffusa nella Trieste del Territorio Libero e la sua rappresentazione nell’informazione jugoslava in Krypton – Vol. 5/6 – 2015, RomaTre Press, Roma.
33A.M. Vinci, Costruzione dell’italianità al confine orientale in Contemporanea, vol. 13, n.1 (gennaio 2010), Il Mulino, Bologna.
34F. Magris, Trieste, laboratorio per la Storia e monito per il futuro?, dalla Prefazione a Maurizio Marzi Wildauer, Il genio di Trieste, nascita e destino di una città cosmopolita, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2025.
35D. Marani, La cittadinanza consapevole e l’integrazione tra culture nell’Europa senza frontiere relazione svolta il 24 aprile 2009 nel quadro del corso Problemi della democrazia italiana nell’era della globalizzazione e dell’integrazione europea promosso dal Centro Studi Dialoghi Europei e Laboratorio democratico Bruno Pincherle.
36G. Rossetti, Note sul processo di integrazione europea nel litorale adriatico in Tigor: rivista di scienze della comunicazione – A. II (2010) n. 1 (gennaio-giugno).
Dalla pubblicazione della prima edizione di Postmodernismo (1989) molti fenomeni “emergenti” sono venuti alla luce: la retorica delle identità, il risorgere aggressivo dei nazionalismi e delle fedi religiose, una decisa virata sostanzialista nel discorso sulla cultura, la perdita di carisma della “teoria”, la prosopopea di un “terrorismo” inteso in modo mistificatorio ma simbolicamente efficace come un attore globale dotato di una volontà e di un programma unitario, il ritorno della guerra appellata con il suo nome e non come operazione di polizia internazionale, intervento umanitario o altro, la globalizzazione intesa come pietra di paragone di ogni riflessione.
Di fronte a questo scenario servono ancora le categorie postmoderne?1
A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta il postmoderno segna e determina le polemiche e i dibattiti culturali che mirano a specificare i delineamenti concettuali e le caratteristiche peculiari di questo periodo.
Il postmoderno è strettamente legato all’esperienza di crisi e declino che risalgono al periodo che accade immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Al centro di queste considerazioni appare la presa di coscienza della crisi del moderno causata dai cambiamenti storici ma anche da quelli socio-culturali2.
Negli anni Settanta, la diffusione e il consolidamento della posizione del termine postmoderno sono dovuti particolarmente all’attività di riviste letterarie quali Boundary2, la cui poetica propagava i concetti significativi di disintegrazione del soggetto, della realtà e della società, l’apertura della struttura dei testi letterari, quindi la predilezione per le opere senza chiusura né confini, e soprattutto la negazione del senso di declino e delle tendenze apocalittiche3. La fase più recente, risalente agli anni Ottanta testimonia la fioritura di diversi termini che, servendosi del prefisso post, alludono al postmoderno e ampliano la sua portata: postcontemporaneo, postciviltà, postfordismo, postcristianesimo, postumanesimo, postnucleare, postpositivismo, poststrutturalismo, postmarxismo, postnichilismo, postindustriale4.
Tutti questi termini mettono in rilievo un momento di passaggio tra l’ordine del passato concluso con la prima metà del Novecento e l’epoca venuta dopo, insicura di sé stessa, caotizzata e disorientata dalle proprie regole di essere5.
L’attuale “blocco storico”6 vede il sistematizzarsi del perdurante compromesso tra un’ipermodernità intesa quale valorizzazione e accelerazione di istanze capitalistiche attive ben prima della svolta linguistica con cui si è soliti segnalare l’aurora del postomoderno (o l’eclissi del moderno) e una postmodernità estenuata, vale a dire colta in una permanente attività di sovrastrutturalizzazione della struttura. Se lo intendiamo beneficiando del prefisso iper- il postmoderno avanzato rispecchia l’avanzamento o l’avanzata del capitalismo planetario nella forma di un modo di produzione votato al superamento di qualsivoglia limite. Se invece intendiamo il nostro presente alla luce del post- appare come un avanzo o un’estenuazione stanca di moduli già battuti dall’industria culturale o dalla società dello spettacolo, ormai capaci di produrre passivi posizionamenti critici o fasulle proposte neoilluministiche, nonché vicoli ciechi in cui si arenano progetti intellettuali di cambiamento o di rivoluzione.
La potenza dell’astrazione capitalistica consiste oggi nello sconvolgere il rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura, presentandosi variamente nelle forme di una struttura che si fa immediatamente cultura, estetica o pensiero, e di una sovrastruttura che non sembra avere margini di distacco critico dal modo di produzione e circolazione che la nutre e alimenta, perché appunto sua articolazione propulsiva. Per cui i moti di esteriorizzazione della realtà capitalistica coincidono con la capacità, sempre più mimetica, di nascondere dominio e signoria nell’apparizione superficiale di libertà espressive ed estetiche7.
Per Jameson la postmodernità – intesa come specifico periodo storico e non come stile (architettonico, filosofico, pittorico, musicale o quant’altro) – costituisce la terza fase del capitalismo, separata da una frattura radicale rispetto al periodo precedente della modernità (che Lenin denominava fase dell’imperialismo). La globalizzazione è la postmodernità e viceversa. Si tratta di due termini diversi che descrivono esattamente lo stesso fenomeno storico e lo stesso periodo economico: uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo, l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta a esprimersi questa mutazione.
Quella proposta dall’autore è una teoria specificatamente marxista della postmodernità: la modernità è l’espressione di una modernizzazione incompiuta e la postmodernità di una modernizzazione e di una mercificazione tendenzialmente molto più compiute rispetto a quanto si è visto finora nella storia. Per cui egli afferma che la teoria della postmodernità resta il quadro più fecondo entro il quale perseguire e concettualizzare tutti i nuovi problemi – tanto politici quanto sociali e culturali – davanti a cui ci pone il nuovo momento storico.
Il postmodernismo è ciò che ci si trova di fronte allorché il processo di modernizzazione si è compiuto e la natura è svanita per sempre. Rispetto a quello precedente, si tratta di un mondo più compiutamente umano, nel quale tuttavia la cultura è diventata un’autentica “seconda natura”. Così, nell’analisi dell’autore, nel postmodernismo la cultura è diventata un prodotto a sé e il mercato si è completamente trasformato nel surrogato si sé stesso, in una delle tante merci che contiene, mentre la modernità rappresenta ancora tendenzialmente la critica della merce, oltre che il tentativo di far sì che essa si trascendesse. Il postmodernismo è il consumo della pura mercificazione come processo.
Andare incontro a una fase di postmodernità significa allontanare la traiettoria dello sviluppo sociale dalle istituzioni della modernità e puntare verso un nuovo e diverso tipo di ordine sociale8.
Con una discontinuità che ha segnato indelebilmente il dinamismo dell’attuale panorama economico e culturale è mutato il nesso di immedesimazione tecnologia-società. Le tecnologie informatiche concretizzano mutamenti che toccano l’antropologia stessa delle persone, in un contesto che attiva e disattiva in modo selettivo gli individui, le comunità e persino le nazioni, a seconda della rilevanza loro attribuita nel raggiungere gli obiettivi prioritari, elaborati nelle reti di comunicazione elettronica9.
In questo processo cognitivo, la rete diventa un nuovo luogo dell’essere, con un ethos dell’interattività in grado di produrre condivisione, cooperazione, confronto e critica serrata nelle attività più diverse. Uno spazio sconfinato in cui sta diventando possibile ripensare la natura stessa dell’uomo e ricostruire la civiltà di un mondo frammentato, bisognoso di radicali ristrutturazioni e di nuove forme di organizzazione personale e sociale10.
Ed ecco allora che, per rispondere al quesito iniziale posto da Giglioli in capo al libro al pari di una sfida, si può affermare il persistere dell’utilità e della necessità delle categorie di modernismo e postmodernismo soprattutto nella misura in cui la loro analisi porta a una migliore comprensione del presente e del futuro.
1D. Giglioli, Introduzione a Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Einaudi, Torino, 2026.
2A. Grabara, Intorno al concetto di postmodernismo, in W.K. Wojtynek-Musik, A. Parisi, G.L. Parisi (a cura di), La sfida eraclitiana nella narrativa italiana postmoderna, Wydawnictwo Uniwersytetu Śląskiego, Katowice, 2009.
3P.A. Bové, Early Postmodernism. Foundational Essays, Duke University Press, Durham, 1995.
4D. Davis, Post-Everything, in Art of America, 1980.
6R. Finelli, M. gatto, Il dominio dell’esteriore. Filosofia e critica della catastrofe, Rogas, Roma, 2024.
7M. Gatto, Autoritarismo delle superfici e ideologie anti-teoriche. Osservazioni sulla postmodernità avanzata, International Gramsci Journal, Vol. 6, n. 2 (2025).
8A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994.
9M. Castells, La nascita della società in rete, Egea, Milano, 2008.
10G. Di Donato, La rete aperta: riflessioni sui valori e le regole dell’innovazione 2.0, Informatica e Diritto, XXXV annata, Vol. XVIII, n. 1, 2009.
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