Recensione a “Quarantena Roma” di Dario Giardi (Robin Edizioni, 2018)

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In una Roma del futuro Dario Giardi sceglie di ambientare il nuovo romanzo fantascientifico, nel quale suspense e catastrofismo si alternano a routine quotidiana e sentimentalismo.
Quarantena Roma è stato pubblicato con Robin Edizioni nel 2018 e, pur raccontando una nuova e diversa vicenda, rimanda, come stile narrativo e linguistico, ai precedenti scritti dell’autore, in particolare DNA.
Entrano a gamba tesa nella storia raccontata da Giardi elementi di storia e preistoria, di archeologia e tecnologia, come anche di medicina e scienza. Permane nello stile narrativo dell’autore lo schema dualistico di contrapporre una visione popolare a un’altra scientifica di ciò che intende raccontare.
Pur non trattandosi di testi scientifici o di saggistica, gli scritti di Giardi risultano comunque interessanti sotto questo aspetto, in quanto offrono comunque uno spunto di riflessione al lettore anche su argomenti di stretta attualità, come la diatriba sempre accesa sui vaccini.

La narrazione si sviluppa su diversi livelli spazio-temporali: l’oggi, con il protagonista che ascolta i file audio delle sedute di ipnosi del nonno (ieri), che lo hanno aiutato a superare eventi traumatici (passato). Singolare il fatto che i tre livelli della narrazione “al passato” si svolgano in un tempo che è in realtà futuro per il lettore.

Si denota nel testo una ripetuta e sistemica volontà dell’autore di essere preciso e coerente. Giardi puntualizza e sottolinea tutto quello che potrebbe essere oggetto di obiezione da parte del lettore, perché potenzialmente incongruente o anacronistico.
Si riporta un breve passaggio a titolo di esempio:

«…dice gettando a terra il suo trowel. La ferramenta di un archeologo è rimasta quella di cento anni fa»

Agendo in questo modo si ottiene un pericoloso effetto boomerang. In chi legge rischia di fare più “effetto” la puntualizzazione dell’autore che non il narrato stesso. Trattandosi di narrativa e non di saggistica, di fantasy e non di biografia, al lettore non importa poi tanto la perfetta corrispondenza e precisione , quanto piuttosto un intreccio accattivante che mantenga alto il livello di interesse e invogli il prosieguo della lettura.
In linea generale gli scritti di Giardi lo hanno questo ritmo incalzante necessario a generare e mantenere alta la suspense necessaria affinché il lettore non abbandoni la lettura.

Quarantena Roma di Dario Giardi è un distopico molto “avventuroso”, nel quale le avventure giungono in gran parte al lettore filtrate attraverso l’ascolto del protagonista. Non per questo però delude gli amanti del genere.


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il lungo filo rosso che lega gli omicidi Alpi, Hrovatin, Rostagno e Li Causi ostacola verità e giustizia

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Molto si pensa di conoscere sul caso Ilaria Alpi-Miran Hrovatin. Basta una semplice ricerca in Rete che articoli e video sulla vicenda letteralmente esplodono. Leggendoli o guardandoli, anche sommariamente, però subito ci si rende conto che “raccontano” tutti la stessa cosa. Un apparente pluralismo informativo che è invece molto monocorde e superficiale. Per capire, non tutto ma almeno una parte, di cosa è veramente accaduto in Somalia e in Italia in quel periodo bisogna andare molto più a fondo. Esattamente come hanno fatto gli autori di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte e Skorpio. Vincenzo Li Causi, morte di un agente segreto, i quali hanno scelto di seguire “un filo rosso: quello dei depistaggi”.

Un libro molto intenso, quello su Alpi e Hrovatin. Traspare dalla scrittura il trasporto con il quale gli autori tutti hanno seguito negli anni la vicenda. E non di certo per mero interesse professionale. C’è ricordo, c’è affetto e anche tanta rabbia in ciò che scrivono. Quel sentimento che nasce dal non riuscire a capacitarsi del motivo o dei motivi per cui la verità non debba venire fuori, anche a distanza di così tanto tempo, e la giustizia finalmente trionfare.
Nel caso Alpi-Hrovatin finora non ci sono state né l’una né l’altra. False piste, falsi testimoni, depistaggi, contraddizioni, informazioni falsate… questo sì, a volontà. Manca invece il nome anche di uno solo dei mandanti e degli esecutori del delitto. Manca una verità giudiziaria. Perché?

Il libro a più voci aiuta il lettore a comprendere la tenacia, la forza, la determinazione e il senso di giustizia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ma anche quello del gruppo degli autori. Giornalisti d’inchiesta ma non solo quello. Giornalisti come dovrebbero esserlo tutti quelli che si fregiano di questo titolo professionale. Dovrebbero.
Durante l’intera lettura si viene assaliti da un forte senso di frustrazione, e di rabbia. Ci si chiede continuamente “perché”.
Perché, per esempio, l’apparato istituzionale si piega a simili compromessi e poi tenta disperatamente di nascondere la polvere sotto il tappeto con depistaggi e/o segretazione?

Qualcuno obietterà che questo è il mondo “parallelo” dei servizi di intelligence e che funziona così in tutti i paesi. Sarà. Ma il bigottismo e il falso moralismo che c’è in Italia difficilmente si riscontra altrove. Non è certo comune a tutti la volontà, o meglio la presunzione di dispensare insegnamenti di moralità ed etica, cosa che invece ha sempre caratterizzato e continua a farlo la classe politica e dirigente italiana, nonché la “semplice” cittadinanza. Anche laddove sia palesemente implicata e collusa.
È vero, non lo si può certo negare che in Italia ci sia un gruppo di giornalisti e attivisti che, fin dal primo momento, si sono duramente impegnati, insieme ai famigliari, affinché la verità sull’omicidio Alpi-Hrovatin fosse portata allo scoperto. Ancora stanno lottando. Ma il resto degli italiani che fa? Che cosa ha fatto?
Il discorso va esteso naturalmente a tutti gli episodi simili.

Molti giovani forse non conoscono neanche Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e la loro storia. Come, con ogni probabilità, non conoscono quella di tutti gli altri che con impegno, dedizioni, abnegazione hanno perseguito i valori dell’onestà, della correttezza civile e della verità. Molti giornalisti lo stanno tutt’ora facendo.
Ancora più triste è realizzare che, con ogni probabilità, anche molti dei genitori di questi giovani non conoscono le loro storie. Non hanno interesse a conoscerle. Non si pongono interrogativi di sorta e preferiscono non sapere e non capire. Nessuno di loro si chiede cosa avesse in realtà scoperto Ilaria Alpi in Somalia e in Italia, cosa avesse documentato Mauro Rostagno, quale fosse in realtà il gioco di Vincenzo Li Causi, dei suoi capi e delle istituzioni.

Tutto questo viene volutamente ignorato perché lontano, nel tempo come nello spazio. Si preferisce credere, per esempio, che l’Italia non abbia nulla a che spartire con “questa massa di nullafacenti, approfittatori, potenziali stupratori e delinquenti ruba lavoro” che ogni giorno approdano lungo le coste italiane, spesso con mezzi di fortuna e dopo viaggi indescrivibili da diversi paesi africani, compresa la Somalia.
Si può anche continuare a fingere di non vederla, ma la linea rossa che lega quanto fatto dai governi occidentali nei decenni passati e gli ingenti flussi migratori di oggi esiste. Si può anche negare che esista, ma non per questo smetterà di esistere.

#NoiNonArchiviamo


Bibliografia di riferimento

Luigi Grimaldi, Luciano Scalettari, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte, Round Robin Editrice, Roma, 2019.

(con i contributi di: Marco Birolini, Francesco Cavalli, Max Giannantoni, Mariangela Gritta Grainer, Alessandro Rocca, Roberto Scardova, Maurizio Torrealta)

Massimiliano Giannantoni, Skorpio. Vincenzo Li Causi, morte di un agente segreto, Round Robin Editrice, Roma, 2018.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Round Robin Editrice per la disponibilità e il materiale


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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La mattina dopo” di Mario Calabresi (Mondadori, 2019)

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Mario Calabresi ha ricoperto un ruolo professionale che gli ha reso molta notorietà, ma è in possesso di un cognome la cui fama lo precede. Figlio del commissario Luigi, assassinato da un commando alle 9:15 del 17 maggio 1972 a pochi metri dalla sua abitazione, Mario è stato per tre anni direttore di «La Repubblica», fino a febbraio 2019.
Non ha ancora compiuto cinquanta anni ed è già in possesso di una lunga e articolata carriera. Le occasioni professionali non gli sono mancate in passato e, presumibilmente, non gli mancheranno neanche in futuro. Eppure ha vissuto in maniera molto tragica il repentino allontanamento dalla carica di direttore del quotidiano nazionale. Una decisione che, a suo dire, lo ha colto di sorpresa. Inaspettata e, stando a quanto racconta nel libro, devastante.

Avendo molto più tempo a disposizione, quello che egli indicata come “vuoto”, lo dedica a fare tutte quelle cose a lungo rimandate e a scrivere un libro. Dichiara di non potersi permettere “un tempo vuoto” perché il dolore provato nel sentire che quello che aveva sempre fatto e pensato di fare per sempre era all’improvviso sfumato, sparito, finito.
Rincara ulteriormente la dose quando sostiene che non esiste alcuna gradazione del dolore, della sofferenza e del vuoto. Non si può fare un paragone né una scala del dolore. E ne elenca le più comuni declinazioni: la prima delusione d’amore, una bocciatura, un fallimento o licenziamento, la morte di un congiunto o di un amico…
L’impressione è che, forse, l’ex direttore Calabresi confonda dolore e sofferenza con i sintomi della malinconia o depressione come dir si voglia. Solo in quest’ottica le sue parole acquistano maggiore senso. Una depressione che può originarsi da uno dei suddetti dolori o esserne pregressa. La malinconia, quella sì che può avere la medesima intensità, qualunque cosa accada, anche in maniera indiretta o trasversale a chi ne soffre.

Per arginare o prevenire il “dolore da vuoto”, Calabresi già la mattina dopo il licenziamento parte per l’estero, poi ritorna in Italia e successivamente riparte ancora, si dedica a tutte quelle visite e commissioni rimandate a causa dei troppi impegni e scrive anche un libro. La mattina dopo che uscirà con Mondadori ai primi di settembre è una sorta di romanzo di formazione scritto per ricordare a se stesso e agli altri i traguardi raggiunti, la carriera notevole, il superamento di tanti momenti difficili. Utile forse più come mantra personale per l’autore che per il lettore. Si raccontano per esteso le visite all’estero agli amici di vecchia data, con tanto di dettagliata descrizione del momento in cui li ha conosciuti. Aneddoti della sua infanzia. Il ricordo dei nonni e dei luoghi natii. La carriera di giornalista, corrispondente e direttore. L’assassinio del padre e l’incontro con l’omicida. Ricordi vicini e lontani che spaziano dalla mente dell’autore alla carta stampata nel fulgido tentativo di riempire il vuoto profondo dovuto all’eccesso di tempo a disposizione. A causa del licenziamento.

Un libro scritto in breve periodo, di getto, d’impulso, come si evince anche dallo stile narrativo utilizzato. Una scrittura semplice, priva di periodi e termini ricercati, con una sintassi e un piglio quasi colloquiale e rivendicativo.
L’autore sostiene nel libro di aver sempre ben guardato alla competenza professionale e, ogni qual volta gli è capitato di incontrarla, incarnata in diverse persone che praticavano le più svariate professioni, l’ha sempre apprezzata.
La competenza potrebbe anche essere intesa come la capacità che un vero professionista ha di riempire i vuoti temporali con azioni, proposte, decisioni, azioni di qualità. Operazioni propositive che possano avere anche una qualche utilità sociale.
Per esempio, ma questa è soltanto l’umile opinione di chi scrive, un grande giornalista che afferma di essere stato improvvisamente e ingiustamente rimosso dall’incarico dirigenziale occupato potrebbe “sfruttare” quanto accaduto per rendere pubbliche tutte quelle dinamiche ingiuste viste e vissute nel proprio campo professionale, potrebbe essere o diventare la autorevole voce di chi staziona sui gradini inferiori della piramide professionale e subisce ingiustizie magari anche peggiori ma non ha modo di farsi ascoltare e, oltretutto, non può neanche permettersi il lusso di viaggiare e pubblicare libri per colmare quel vuoto che non è solo di tempo ma anche economico. Potrebbe diventare il vero e concreto volto di un cambiamento per certo necessario oppure scegliere di riempire i vuoti come meglio crede in attesa magari di una congrua e alternativa offerta professionale. Sono scelte e come tali vanno comunque rispettate indipendentemente dalle personali opinioni che ognuno ha o può avere al riguardo.

Ma questa è un’altra storia, di fantasia con ogni probabilità. Quella raccontata da Mario Calabresi ne La mattina dopo è quella di un uomo che si è sentite ferito dal trattamento professionale subito e che ha cercato, nelle amicizie nei ricordi e nella scrittura, conforto per il torto subito e il danno psicologico che ne è derivato.


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Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari (Baldini+Castoldi, 2017) 

Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber (Rizzoli, 2016) 


 

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Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)

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Mai come adesso in Europa la prosperità è stata così alta e diffusa. Mai come adesso in Europa vi è stata tanta pace. Eppure, mai come adesso, vi è stato un sentimento così diffuso, profondo e cupo di pessimismo per il futuro. Mahbubani si è domandato il perché di tutto questo proprio ora che invece ci sarebbe bisogno di un protagonismo positivo dei valori migliori che il mondo occidentale ha saputo sviluppare.
Perché, invece, l’Occidente si sente perduto?
Per Mahbubani, all’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”.

La quota occidentale dell’economia globale si riduce e continuerà a farlo. Inutile negarlo o fingere di non saperlo. Il processo è ormai inarrestabile, perché sempre più nuove società imparano ed emulano le best practices dell’Occidente.
Fino a tempi recenti, gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 ma, negli ultimi due decenni, la situazione si è invertita. Nel 2015 le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31,5%, mentre quelle degli E7 per il 36,3%.

Tre diverse tipologie di rivoluzioni silenziose hanno determinato e al contempo spiegano lo straordinario successo di molte società non occidentali. Mahbubani le descrive nel dettaglio.

La prima rivoluzione è politica. Per millenni, le società asiatiche sono state profondamente feudali. La ribellione contro ogni genere di mentalità feudale che ha preso impulso a partire dalla seconda metà del XX secolo è stata enormemente liberatoria per tutte le società asiatiche. Milioni di persone hanno smesso di essere spettatori passivi e si sono trasformati in agenti attivi del cambiamento, evidente nelle società che hanno accettato forme democratiche di governo (India, Giappone, Corea del Sud, Sri Lanka), ma anche in società non democratiche (Cina, Birmania, Bangladesh, Pakistan, Filippine), che lentamente e costantemente stanno progredendo. E diversi paesi africani e latino-americani guardano ai successi asiatici. Mahbubani ricorda l’iniziativa della Banca mondiale sullo scambio di conoscenza Sud-Sud, che ha incoraggiato lo scambio di lezioni politiche e di assistenza tecnica tra i paesi latino-americani e i loro “modelli” di riferimento asiatici. Oppure gli incentivi del CINDE (Agenzia di promozione degli investimenti del Costa Rica), sulla scia delle best practices di Singapore, all’impianto da parte di Intel di uno stabilimento nel Paese.
La seconda rivoluzione è psicologica. Gli abitanti del Resto del Mondo si stanno liberando dall’idea di essere passeggeri impotenti di una vita governata dal “fato”, per giungere alla convinzione di poter assumere il controllo delle proprie esistenze e produrre razionalmente risultati migliori.
La terza rivoluzione è avvenuta nel campo delle capacità di governo. Cinquanta anni fa, pochi governi asiatici credevano che una buona governance razionale potesse trasformare le loro società. Oggi questa è la convinzione prevalente, al punto che per l’autore siamo vicini al paradosso. Gli asiatici hanno appreso dall’Occidente le virtù della governance razionale, eppure mentre i livelli di fiducia asiatici stanno risalendo molti occidentali stanno perdendo la fiducia nei propri governi.

In buona sostanza, il Resto del Mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione… Ora, si domanda Mahbubani, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto oppure non vi abbia dato importanza?

Nella fine della Guerra Fredda l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando. Innanzitutto, ricorda l’autore, perché la vittoria non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica, ovvero di uno Stato che, mente il suo nemico “vincente” gongolava, si è pian piano ripreso fino a ritornare a occupare il posto che aveva come potenza a livello mondiale. La fine della Guerra Fredda non è stato altro che la svolta verso una nuova fase storica.
Un altro evento che, secondo Mahbubani, ha “distratto” l’Occidente è stato l’attentato dell’11 settembre 2001. Invece di una reazione ben meditata e appropriata, la hybris intellettuale predominante ha generato la disastrosa decisione di invadere l’Iraq. Nessuno, in Occidente, ha messo in luce che “l’evento più gravido di conseguenze storiche del 2001 non era l’11 settembre. Era l’entrata della Cina nella WTO “(World Trade Organization). L’ingresso di quasi un miliardo di lavoratori nel sistema mondiale degli scambi avrebbe per forza di cose avuto come risultato una massiccia “distruzione creativa” e la perdita di molti di posti di lavoro in Occidente.
Nell’agosto 2017, una relazione della Banca dei Regolamenti Internazionali confermava che l’ingresso di nuovi lavoratori provenienti dalla Cina e dall’Europa Orientale nel mercato del lavoro era la causa di “salari reali in declino e della contrazione della quota del lavoro nel reddito nazionale”.

Per Mahbubani queste sono tra le principali ragioni per cui si è arrivati all’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America e alla Brexit.
Le classi lavoratrici hanno percepito e subito direttamente ciò che le classi dirigenti e politiche non sono riuscite o non hanno voluto captare per tempo.
Perché, si chiede ancora l’autore, molti occidentali non hanno percezione alcuna della portata di questo epocale cambiamento che sta investendo il Resto del Mondo e travolgendo l’Occidente?
Una possibile ragione Mahbubani la ritrova nel fatto che gli occidentali sembrano essere diventati dipendenti dalle “news”, prestando attenzione solamente agli eventi e non ai trend.
Mahbubani fa l’esempio della Malaysia, un Paese “raccontato” dai media occidentali soprattutto o prevalentemente attraverso “news” tragiche (faide e scandali politici, attentati e disastri aerei, scandali finanziari e assassinii…). Il risultato è che “poche persone si rendono conto che, in termini di sviluppo umano, la Malaysia è uno dei Paesi di maggior successo nel mondo in via di sviluppo”. Il suo tasso di povertà è sceso dal 51,2% del 1958 all’1,7% del 2012. Per esempio.

Kishore Mahbubani, come ambasciatore di Singapore alle Nazioni Unite, ha sperimentato in prima persona il grado di autocompiacimento degli occidentali per la loro intrinseca superiorità. I diplomatici occidentali dispensavano consigli all’88% della popolazione globale al di fuori dell’Occidente “con una condiscendenza appena velata”.
Ha ragione l’autore. Esiste questo atteggiamento, a volte inconscio altre meno, degli occidentali, siano essi politici, intellettuali, giornalisti o anche comuni cittadini, nei confronti di chi abita il Resto del Mondo. Un atteggiamento di superiorità, di chi posto di fronte all’altro, al diverso, sente quasi istintivo il bisogno di istruirlo, educarlo, indirizzarlo, civilizzarlo, forte proprio della sua posizione di superiorità culturale, intellettuale, politica ed economica. Vera o presunta tale.
Un modo di porsi che impedisce quasi di vedere che in realtà una sempre più ampia parte del Resto del Mondo ha guadagnato o sta guadagnando la corsia di sorpasso e si mostra sempre più determinata a non lasciarla.

Per Mahbubani è giunto il momento, per l’Occidente, di abbandonare molte delle sue politiche miopi e autodistruttive e perseguire una strategia completamente nuova nei confronti del Resto del Mondo. Una strategia che egli sintetizza con tre parole chiave e definisce appunto delle 3M: minimalista, multilaterale, machiavellica.
– Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente poi non ha alcun bisogno di essere bombardato. L’imperativo minimalista dovrà essere fare meno e fare meglio.
– Le istituzioni e i processi multilaterali forniscono la migliore piattaforma per ascoltare e comprendere le diverse posizioni a livello mondiale. Il Resto del Mondo conosce molto bene l’Occidente, ora questo deve imparare a fare altrettanto. Il miglior luogo è, per Mahbubani, l’Assemblea Generale dell’ONU, il solo forum dove tutti i 193 Paesi sovrani possono parlare liberamente.
– Nel nuovo assetto mondiale la strategia servirà più della forza delle armi, per questo l’Occidente deve imparare da Machiavelli e sviluppare maggiore scaltrezza per proteggere i propri interessi a lungo termine.

Il saggio Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince di Kishore Mahbubani non risparmia di certo le critiche agli occidentali ma, alla fin fine, può essere definito un interessante omaggio allo stesso Occidente. Al suo interno infatti contiene innumerevoli consigli affinché esso possa attuare i cambiamenti necessari per affrontare la nuova e rivoluzionaria epoca storica. Un omaggio al suo lodevole passato ma anche una necessità. Proseguendo su questa direzione infatti, per Mahbubani, l’Occidente rischia di diventare il principale fattore di turbolenza e di incertezza “nell’ora della più grande promessa per l’umanità”.
Non si può non convenire con Enrico Letta, che ha curato l’introduzione al libro, allorquando egli afferma che è una fortuna, per gli italiani, avere la possibilità di leggere questo libro. Vero. Verissimo. Occidente e Oriente di Kishore Mahbubani è per certo una lettura necessaria.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


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Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (Il Mulino, 2019) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l?Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019)

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Hieronymus Bosch, La nave dei folli (1490-1500)

Il 31 marzo 2015 è entrata in vigore la Legge 81/2014 che ha sancito la definitiva chiusura dei rimanenti sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) ancora attivi in Italia. La medesima Legge stabilisce il nuovo assetto assistenziale prevedendo la messa in funzione di strutture alternative, chiamate REMS (Residenze per Emissione delle Misure di Sicurezza). Cambio di nome ma, sopratutto, inversione di rotta. Le parole chiave ora dovrebbero essere approccio curativo-riabilitativo.
Il condizionale però in questi casi rimane quasi un obbligo.

In un lungo e articolato contributo per rivistadipsichiatria.it si può leggere un’analisi, dettagliata e articolata, delle principali obiezioni e criticità inerenti le modifiche apportate dalla nuova Legge e l’istituzione delle REMS.
– Mancata riforma del Codice penale.
– Equazione ritenuta non corretta tra infermità mentale, malattia mentale e pericolosità sociale.
– Ritardi nella costruzione delle REMS e ricorso a strutture residenziali alternative.
– Confini incerti della responsabilità professionale del personale incaricato.

L’opinione diffusa riguardo gli OPG è ben nota a tutti, frastagliata di scandali, abusi, violenze, recriminazioni, denunce… E la si potrebbe agevolmente sintetizzare nelle parole del presidente emerito Giorgio Napolitano “autentico orrore indegno di un paese appena civile“.
Eppure c’è stato chi, a ridosso della chiusura degli OPG, vi è voluto entrare e restarci quanto più tempo possibile gli occorreva per capire, studiare, analizzare, guardare, osservare, vedere, ascoltare… per cercare altro oltre agli scandali, alle violenze, alle denunce, ai maltrattamenti. Nasce da questa idea la ricerca etnografica sul campo condotta da Luigigiovanni Quarta in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario italiano tra il 2014 e il 2015 e diventata il libro Resti tra noi edito da Meltemi con prefazione di Fabio Dei.
Una ricerca, quella condotta da Quarta, che lo ha portato non solo a conoscere quell’universo ma anche a interrogarsi sul ruolo da egli stesso ricoperto nel relazionarsi con quell’ambiente “chiuso” e, soprattutto, con chi vi è, o meglio vi era, residente o vi lavorava. Un luogo altrimenti isolato e dimenticato, come coloro che vi sono stati internati, dai più che con esso non hanno relazione alcuna, o pensano di non averne e di non doverne avere. Eppure l’esistenza stessa di simili istituzioni e persone dovrebbe portare ognuno a interrogarsi sull’umano essere, sul male e sulla incapacità o ridotta capacità di intendere e di volere. Sulle conseguenze e sui riflessi che tutto questo inevitabilmente ha sulla società che si staglia e si sviluppa intorno ad essi.

Non puoi vivere, lavorare, studiare, indagare aspetti e fenomeni delicati o criminali che coinvolgono le menti e la vita e illuderti che nulla cambi o si trasformi, intorno a te come dentro di te.
Nietsche in Al di là del bene e del male scriveva che “chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà in te”.

Luigigiovanni Quarta ha scrutato a lungo l’abisso dell’OPG ma si è imposto di non focalizzare l’interesse solo sul buio, ha preferito seguire gli spiragli di luce, a volte esili altre più luminosi, per raccontare la sua visione di un’istituzione che potrebbe anche essere totale. In prima istanza, ha cercato di “seguire le regole” ma subito si è reso conto che non vi è regola scritta che regga in un universo così complesso e articolato dove alla fin fine, esattamente come per strada, a farla da padrone è sempre la regola non scritta del “potere” che in OPG coincide spesso con la negoziazione, con il saper ben interpretare segnali e simboli dei peculiari registri di comunicazione vigenti.
Ha voluto, Quarta, concentrarsi sull’umanità degli internati, spesso celata, occultata o addirittura dimentica. Perché in fondo, egli scrive, se lo scopo è trovare “la miseria umana, in un OPG è semplicissimo”.
Un’indagine, quella condotta sul campo da Quarta, che si basa fondamentalmente sull’osservazione diretta e sulla raccolta dei dati direttamente e limitatamente al campo di ricerca. Non avendo avuto l’autore il permesso di visionare la documentazione giudiziaria degli internati e avendo scelto di non accedere a quella sanitaria, tutto ciò che egli ha scritto riguardo le storie di vita è tratto da interviste o conversazioni con i diretti interessati. Falsata in qualche modo dalla possibile non totale attendibilità di alcuni racconti ma resa più autorevole proprio dall’assenza di intermediazione o pregiudizio dovuto alla conoscenza della pregressa storia di ognuno dei suoi interlocutori.

E, nonostante durante la sua ricerca Quarta abbia sempre cercato di vedere oltre la semplice apparenza – principio cardine di una degna ricerca etnografica sul campo – cercando l’umanità, la bellezza della vita comunque e la speranza, il male, o meglio i mali, di una struttura come l’OPG gli sono venuti tutti incontro. Non da ultimo il tempo che, in tali luoghi, si dilata a dismisura al punto da diventare “asfissiante nella sua immobilità”.
Riesce l’autore, in questo passaggio, a rendere quasi tangibile il peso del tempo, scandito da ritmi e regole, prigioniero anch’esso di uno spazio che appare sempre più limitato e scorre lento come i granelli di sabbia all’interno di una clessidra, a volte portandosi dietro intere vite, comunque già perdute forse, al pari della libertà.
Non che gli internati siano nel braccio della morte, avranno per certo un futuro, ma l’autore sottolinea lo scandire del tempo che sembra, e in un luogo come l’OPG lo è per davvero, monotono e infinito. Più che in una normale prigione. Perché è così che viene fisicamente e mentalmente percepito.

Un luogo, l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel quale gli internati sono parsi essere identificati con la malattia attraverso un inesorabile processo di spoliazione, “una lenta e rituale sottrazione di ogni rappresentazione pregressa tramite la quale il soggetto poteva pensarsi e definirsi”. Il risultato è la sua “reificazione in una non-persona”. E assenza, mancanza sembrano essere proprio i termini che meglio definiscono questi luoghi, per Quarta. Luoghi che sono stati chiusi, smantellati, dimenticati e sostituiti. Ma delle persone che vi erano internate e delle loro vite cosa ne è poi stato?

Nell’aprile 2019 l’Osservatorio sul superamento degli OPG e sulle REMS ( stopopg.it ) e Coordinamento REMS-DSM hanno condotto un’indagine, tramite questionario inviato a tutte le 31 REMS attive sul territorio italiano, per ottenere dati aggiornati sul loro funzionamento dall’apertura nel 2015 fino ad oggi ed effettuato numerose visite nelle strutture. Hanno risposto al questionario 24 delle 31 strutture interpellate.
Le persone transitate nelle REMS dalla data di apertura fino al marzo 2019 sono state complessivamente 1580, quelle dimesse 1029, mentre il totale dei re-ingressi è pari a 51 (ovvero il 3,2% dei transitati).
Risultano 90 Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO), 80 contenzioni, 4 suicidi, 4 tentati suicidi, 202 aggressioni ad altri internati, 161 aggressioni ad operatori, 98 allontanamenti.
Il personale dedito alla vigilanza è quasi pari a quello “sociale”, espressione di “un’attenzione alla sicurezza ma anche di una possibile visione (ancora o di necessità) custodialistica”. Si conferma un “impianto forte che probabilmente potrebbe essere declinato in modo più funzionale alla cura e alla riabilitazione”.
La provenienza degli internati è prevalente dalla libertà (41,4%), a seguire dal carcere (39,7%).

Per gli operatori dell’Osservatorio, il rischio che “i vecchi contenitori manicomiali, gli OPG, siano sostituiti dalle Rems è enorme”, per questo monitorano costantemente la situazione, anche con visite dirette nelle strutture. Questa tipologia di istituti dovrebbe essere l’extrema ratio, come previsto anche dalla Legge 81/2014 e necessita un controllo costante affinché i diritti delle persone assistite siano tutelati, egual discorso vale per gli operatori, ai quali “non possono essere richieste funzioni di custodia ma solo di cura”. Bisogna sincerarsi non vi sia coercizione né segregazione.

Sottolinea Quarta nel testo che il corridoio della OPG viene da “alcuni chiamato reparto, da altri braccio”. Indicazione che ben rappresenta come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari siano stati visti, percepiti e di cosa forse siano effettivamente stati: un’istituzione a cavallo tra un manicomio e un carcere. Con i difetti di entrambi. Ed è proprio questo che si vorrebbe non fossero o diventassero le REMS.
Parla, per esempio, Quarta degli “ergastoli bianchi”, della storia di persone entrate con una misura di sicurezza “che aveva una fantomatica durata temporale” e che, proroga dopo proroga, hanno trascorso la loro intera vita in “istituzioni detentive e di cura”.

Il registro narrativo utilizzato da Luigigiovanni Quarta in Resti tra noi pone lo stesso autore al centro della narrazione, con il suo “io” che racconta l’OPG attraverso se stesso. Si è trattata per certo di una scelta ardita ma è riuscito egualmente Quarta a non esprimere giudizi diretti o conclusioni affrettate invitando così, indirettamente e implicitamente, il lettore a fare altrettanto. Il suo scritto si rivela essere, in questo senso, una lettura “particolare” e un lettore poco attento o privo di nozioni, anche solo basilari di antropologia ed etnologia, potrebbe non riuscire a cogliere appieno la peculiarità e la forza del suo narrato. Ma questa non è necessariamente una critica al lavoro ottimo svolto da Quarta, il quale è riuscito a indagare a fondo il male e il malessere alla ricerca continua dell’umanità e della “vita” in grado di illuminare qualunque buio e di raccontare tutto questo in maniera incisiva e originale.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Recensione a “Blu Stanzessere” di Roberta Zanzonico (Ensemble, 2019)

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A costo di cadere in un luogo comune, si potrebbe affermare che solo uno psichiatra può esplorare la mente umana al punto da raccontarla in un libro in maniera talmente originale da far sembrare la narrazione vera, tangibile, fruibile anche al lettore. Sarebbe un possibile luogo comune e allora lo evitiamo. Anche perché, leggendo il libro di Roberta Zanzonico, si ha la percezione, la sensazione o l’intuizione che la storia che ella ha voluto raccontare al lettore non derivi, non del tutto almeno, dal suo lavoro, dalla sua professione, bensì da esperienze dirette, quelle che solo il vissuto può donarti.

Un libro, Blu Stanzessere, con un intreccio molto originale, particolare, che prospetta il serio rischio di spaccare il bacino dei lettori. O ne comprendi le potenzialità fin da subito e ti lasci trascinare nella mente e nella psiche del protagonista e delle stanzessere, o ne resti fuori e difficilmente ne comprenderai appieno il potenziale.

L’esperienza onirica/extracorporale che vive il protagonista, accompagnato dal suo fedele Guardiano, è un qualcosa che chiunque, tutti e ognuno, può o vorrebbe compiere. Quasi una sorta di catarsi per liberarsi da quelle catene che ogni giorno imprigionano la mente e il corpo, quelle che abbiamo ma pensiamo di non avere. Il tempo per esempio. La fretta generata dalla mancanza di tempo. L’ansia per il poco tempo. Lo stress per la perdita di questo tempo che riesce a scandire la vita perché gli viene permesso di farlo.
Ma quando il protagonista si sveglia realizza che “non c’era più il tempo e non c’era più nulla da collocare al suo interno”. E sarà proprio questo vuoto a dargli il primo sollievo dopo lo smarrimento iniziale. Una lavagna bianca, un’agenda tutta nuova da poter riempiere seguendo i ritmi che sarà lui a scegliere. Un nuovo inizio. Lo pensa, non è detto che sia così.

Le riflessioni sul concetto di Tempo non sono le uniche parti del libro della Zanzonico che rimandano a un’altra opera letteraria cui l’autrice sembra rifarsi direttamente allorquando cita il bianconiglio, ovvero Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll (BUR, 2015).
L’autrice con ogni probabilità lo fa per rendere più facilmente percepibile al lettore la sensazione di smarrimento del protagonista, soprattutto nella parte iniziale del testo, la medesima provata e descritta da Carroll per Alice. In realtà, questo ripetuto accostamento potrebbe anche risultare controproducente, proprio a causa della maggiore notorietà dell’opera letteraria di Carroll. Il lettore di Blu Stanzessere potrebbe addirittura risultarne distratto e stranamente attratto, volenteroso nel cercare, nel testo di Zanzonico, altri elementi in comune con il romanzo di Carroll, dimenticando o quasi che il punto focale del libro che sta leggendo sono le stanzessere e non la tana del bianconiglio.
Questo però accade solo nella prima parte del libro, poi la Zanzonico imprime con maggiore forza la propria personalità al narrato. E questo è certamente un bene.

Lo stile di scrittura scelto da Roberta Zanzonico per Blu Stanzessere è molto contemporaneo, con un fraseggio breve, diretto e poco arzigogolato. Ricorrente l’impiego di espressioni gergali o “di vulgata”. Si tratta per certo di una scelta giusta, che ha contribuito ad ancorare la narrazione a un presente necessario al lettore, da lui riconoscibile e accessibile, specie se contrapposto alla evanescenza delle stanzessere.
Nel testo si alternano con una certa regolarità narrazioni in prima persona, nelle quali il protagonista descrive l’ambiente, introduce la scena e avanza ipotesi e riflessioni, a parti in forma dialogica, quasi esclusivamente tra il protagonista e il Guardiano. Un posto a sé occupano i “cori” delle stanzessere, ovvero i racconti con i quali le donne ivi “rinchiuse”, ma per scelta, interagiscono con il protagonista. Pezzi di un puzzle che si ricompone solo alla fine del libro, quando il protagonista riempie di nuovo il vuoto iniziale, anche se sembra non avvertire più i fardelli che aveva. Sembra. Perché alla fine la storia raccontata da Zanzonico ruota intorno a concetti fondamentali come essenza e vuoto, unione e solitudine, certezza e incertezza, legami e abbandoni, ricordo e oblio… Una lettura, Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico, che si rivela essere proprio come un viaggio per mare, pieno di insidie e avventure ma comunque spettacolare.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Ensemble Editori per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)

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Non c’è forse, nella società attuale – sia in Italia che in Europa -, un ritorno indietro, dalla cultura alla biologia, un pericoloso scivolamento da identitarismi culturali a identitarismi razziali?
Nessun noi sa bene cosa sia in realtà la propria identità, eppure ogni noi identitario sa usare le proprie armi da taglio (fisiche, mentali, sociali, giuridiche, politiche) nei confronti di chi arbitrariamente si decide non debba far parte del “noi”.

Quotidianamente ascoltiamo le dichiarazioni del ministro Salvini sulla, a suo parere, necessità di pensare prima agli italiani. Esternazioni politiche e culturali che fanno leva e presa sul bisogno, o meglio sull’impulso di sentirsi e di essere dei “privilegiati” per semplice diritto di nascita. E di lasciare fuori, chiudendo anche porti e aeroporti se necessario, tutti gli altri che non sono noi. Alle dichiarazioni di Matteo Salvini viene dato molto risalto mediatico e le sue affermazioni vengono associate al suo essere un leader politico sovranista e populista. Purtroppo però il concetto di identità viene costantemente frainteso e strumentalizzato, anche da esponenti di opposte fazioni politiche.

«Chi viene qui deve fare i conti con la nostra identità. Che è innanzi tutto identità culturale, civile, spirituale, sociale.»
«Senza identità la contaminazione sarebbe semplicemente annullamento. Può dialogare, contaminare e farsi contaminare chi ha un’identità forte, della quale non si vergogna.»

Sono parole pronunciate da Matteo Renzi nel 2017, riportate per esteso nel testo del professor Remotti, il quale sottolinea il carattere volutamente provocatorio delle stesse. Per mettersi agli antipodi rispetto a una destra politica che vuole la chiusura, il partito democratico, per tramite delle parole pronunciate dall’allora segretario, dichiara di essere per l’apertura. Un ‘apertura controllata però per non rischiare di annullarsi nella “babele delle differenze”.
Non ci si può “abbarbicare all’identità” e nel contempo proporre con forza l’apertura verso il futuro, verso le trasformazioni, verso una società diversa da quella attuale. Per sua natura, ricorda Remotti, l’identità ci inchioda al passato, a un presente tutto impregnato di passato.
La ricerca delle somiglianze (il pensiero delle somiglianze e delle differenze che l’autore indica con l’acronimo SoDif) porta invece altrove rispetto alle attuali società ed epoca.

Gli identitarismi si somigliano troppo e alla fine diventa facile, quasi naturale, scivolare da una posizione all’altra. Se siamo davvero propensi a una “logica meticcia” dell’incontro con gli altri, dobbiamo allora essere disposti a vederci trasformati dal dialogo stesso. Non necessariamente in quello che sono gli altri, ma in qualcosa di inedito, di diverso sia da quello che eravamo noi sia da quello che erano gli altri. Per Remotti, l’identità non è un dato di fatto, una realtà acquisita, bensì va intesa più saggiamente come un’aspirazione. Al posto dell’identità così come viene ora intesa, ci sono invece somiglianze, ovvero somiglianze e differenze. Si chiede allora l’autore quand’è e come è potuto accadere che “i nostri simili” sono diventati semplicemente “altri”. Un vuoto linguistico che nasconde ed evidenzia al contempo altri campanelli d’allarme. Quando vengono meno le somiglianze, o meglio l’affermazione delle somiglianze, si entra nell’ottica di far valere solo le differenze, ossia ciò che viene considerato “il volto esterno e truce delle identità”.

L’analisi dei concetti di somiglianza e differenza, convivenza, appartenenza, condivisione, estraneità… nonché la relazione tra essi e l’io di ognuno, viene portata avanti nel testo da Remotti con un rigore quasi scientifico, nonostante si basi su scienze non di certo “esatte” come viene considerata per esempio la matematica. L’antropologia e la sociologia saranno anche non scientificamente esatte ma riescono a permeare fino agli strati più reconditi dell’uomo e della società. Esattamente come fa Remotti con la sua analisi, esemplare, della teoria delle somiglianze e delle differenze, che immediatamente riporta “gli altri” (i diversi, gli stranieri, gli estranei) al loro più consono posto di “simili” e l’individuo al suo altrettanto miglior essere in realtà condividuo. Anche l’io infatti è un fascio di somiglianze e di differenze – sincroniche e diacroniche – sia con sé, sia con gli altri.

Un’analisi, questa portata avanti da Francesco Remotti in Somiglianze. Una via per la convivenza, che evidenzia in maniera netta e decisa la pochezza, intellettuale e culturale, di certi efferati discorsi e individualismi estremi cui si sono ridotte, o sono rimaste ancorate, la politica e la società odierne, anche italiane purtroppo.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Lo sbandamento dell’Occidente e “Il futuro contro” di Andrea Graziosi (Il Mulino, 2019)

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Andrea Graziosi, docente di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli, pubblica a febbraio 2019 con Il Mulino il saggio Il futuro contro. Democrazia, libertà, mondo giusto con l’obiettivo di far riflettere e discutere della situazione in cui versa quello che viene da tutti indicato come Occidente, e l’Italia all’interno di esso.
Il mutamento radicale in atto in tutto il mondo ha letteralmente fatto sbandare l’Occidente, quindi anche Europa e Italia, palesando la sua pressoché totale incapacità di trovare risposte, alternative e nuovi principi fondativi per riadattare alle nuove condizioni quelli esistenti.
Uno degli errori più comuni, commesso anche in Italia, sono le politiche e i tentativi di riportare economia e società allo status quo precedente la grande crisi, far ripartire la crescita e ritornare alla mitica età dell’oro del secolo scorso. Nulla di più sbagliato. Per Graziosi quanto accaduto in quello che ormai deve essere considerato, perché lo è a tutti gli effetti, il passato è riconducibile a tutta una serie di congiunture favorevoli e condizioni straordinarie che hanno reso possibile un’elargizione di privilegi e benefici ad ampie fette non solo di classi dirigenti e politiche ma anche di privati cittadini. Una situazione che raramente si ripresenterà.

Da ciò nasce anche l’atteggiamento molto ostile nei confronti delle élite tradizionali incapaci ormai di continuare a garantire la incessante e costante crescita del tenore di vita e l’ampliamento di quelli che vengono indicati come “diritti”, ma che in realtà, come ricorda più volte Graziosi, sono privilegi consentiti proprio dalle condizioni straordinarie che hanno permesso la crescita continua e il benessere diffuso, ottenuto in verità quasi sempre a credito, ovvero bruciando anno dopo anno risorse maggiori di quelle realmente possedute. Ovvio quindi che la riduzione drastica di quest’ultime ha generato una altrettanto cospicua riduzione dei “diritti”, ovvero dei privilegi. E la rabbia diffusa tra le popolazioni occidentali, Europa e Italia incluse in toto, sarebbe dovuta al non voler pagare un conto molto salato per “consumazioni” che altri avrebbero ordinato per noi.
Nell’analisi di Graziosi, il razionamento di scarse risorse e i conflitti da questo generati, la paura della diversità e dell’immigrazione, nonché il calo dell’ottimismo, che prendono il posto delle antiche lotte su come meglio distribuire una ricchezza che sembrava infinita in società sempre in crescita e che sembravano tendere verso l’omogeneità, potrebbero spingere la democrazia verso un conflitto tra spinte demagogiche – nel senso classico del termine – e tendenze elitarie – nutrite anche dalla meritocrazia della società della conoscenza – che ne metterebbe in difficoltà strutturale la natura aperta e liberale, fino ad oggi conosciuta e amata.

Per ammissione dello stesso autore, Il futuro contro non può essere considerato un saggio storico o di geopolitica in senso stretto, piuttosto una raccolta di considerazioni, enunciate a titolo personale, volte a dare forza e vesti nuove a ideali in cui egli ha sempre creduto e continua a credere, un liberalismo progressista capace di mettere al primo posto libertà e apertura, ma cosciente che bisogna fare i conti con identità, esclusioni, sofferenze e diversità senza per questo imboccare «strade sbagliate come il socialismo, il nazionalismo o uno dei loro tanti ibridi».

I ceti colti e benestanti progressisti, che partecipano dei frutti della conoscenza e della globalizzazione, avrebbero contribuito, secondo Graziosi, alla sostituzione della “vecchia dicotomia” – che era comunque più forte nelle retoriche che nella realtà – tra una destra nazionalista e sostenitrice del mercato e una sinistra statalista ma comunque “nazionale” – «e spesso anch’essa nazionalista». Tale dicotomia sarebbe stata sostituita da quella che vede contrapposti i favorevoli e gli ostili a un cambiamento accelerato dall’apertura e dalla globalizzazione. La sinistra avrebbe così fatto propri dei principi liberali (merito, mercato, competizione, ecc.), mentre la destra avrebbe via via abbandonato il sostegno all’economia liberale, riavvicinandosi alle posizioni della tradizionale destra nazionalista e antimercato. La sostituzione della dicotomia originaria avrebbe inoltre contribuito a spostare la linea di confine tra destra e sinistra dall’economia alla cultura. Le questioni economiche avrebbero così perso sempre più di importanza come indicatori diretti degli orientamenti elettorali, e sostituiti da fattori come il multiculturalismo, legato anche all’immigrazione, all’ambiente, alla razza e ai comportamenti di genere. Ciò probabilmente contribuisce a spiegare il risentimento che il progressismo colto e benestante si è attirato, rendendosi odioso anche perché soddisfatto di sé e privo di sensi di colpa visto che la sua posizione sociale è, al contrario delle vecchie élite, “meritata”. Soddisfatto dei risultati raggiunti e orgoglioso delle proprie convinzioni, esso sembra vivere in quella che è stata definita “bolla culturale, valoriale e di benessere”, concentrandosi sui problemi che emergono all’interno di essa e applicando all’esterno la moltiplicazione infinita «dello schema intellettuale nuovi soggetti-nuovi diritti».

Il libro di Graziosi analizza nel dettaglio gli aspetti focali del progressismo liberale, i punti di forza come anche quelli di debolezza, gli sviluppi positivi e negativi, le degenerazioni e le crisi tentando di far luce soprattutto su quelle peculiarità che egli considera i capisaldi di un sistema economico e sociale che non può e non deve essere sostituito, ma certamente modificato, adattandolo ai mutamenti avvenuti come anche a quelli in atto in tutto il mondo, non soltanto nella sua parte occidentale. I concetti di evoluzione e libertà sono per l’autore imprescindibili e insuperabili. A cambiare di sicuro dovrà essere la politica, italiana ma soprattutto europea, che dovrà acquisire maggiori ruolo e qualità.
Per costruire la nuova narrazione del progressismo liberale, «capace di leggere il mondo nuovo in cui viviamo», sarà necessario seguire la ragione come anche la passione. Il fine è capire e far capire che l’unica via per superare in modo intelligente difficoltà innegabili è disegnare un futuro credibile, basato su progresso e apertura.
L’opposto di quanto sta purtroppo accadendo in Italia e in tanti altri stati europei alle prese con estremismi e populismi che invocano invece il ritorno a una sorta di incredibile quanto pericoloso e deleterio purismo razziale e culturale.

Graziosi esplora a fondo i «laboratori politici» di Movimento Cinque Stelle e Lega nazionale di Salvini.
Pur presentando caratteristiche davvero rimarchevoli, come l’uso innovativo di una piattaforma digitale, il M5S lascerebbe trasparire molteplici fragilità nel discorso politico portato avanti, dovute a confusione e poca capacità amministrativa oltre che politica. Il successo che continua a riscuotere lo si deve, per Graziosi, alla peculiarità del tempo odierno, un’era dominata dalle percezioni, nella quale l’affermazione di un nuovo discorso può comunque soddisfare a lungo bisogni psicologici di novità e rottura anche se nulla poi cambia davvero.
La Lega, che è un fenomeno molto meno innovativo, rischia di fare maggiore presa sugli elettori proprio in virtù dell’esperienza già maturata. Quella proiettata da Salvini è una declinazione del «mondo giusto irriflesso e autoconsolatorio» analizzato da Graziosi nel testo, un mondo in cui tutti hanno ciò che si meritano, gli italiani prima di tutto, perché siamo in Italia. Un mondo che vede i criminali puniti e i cittadini onesti liberi di difendersi, gli anziani gioire dei diritti riacquisiti e i giovani, ancora una volta, lasciati al proprio destino.
Sarebbe però opportuno chiedersi, come sottolinea anche Graziosi, che Italia ne verrà fuori. Chi rappresenta oggi la probabile o possibile alternativa politica. Dov’è la sinistra con i suoi militanti che non mancano occasione per rivendicare i tentativi di Enrico Berlinguer e la sua “questione morale”, quando poi la realtà è che il grande vuoto intellettuale e ideale in essa creatosi ha generato continue fratture interne e l’unico vero collante apparso efficace negli ultimi decenni è stato l’anti-berlusconismo. Hanno forse intenzione di perseguire questa strada così lungamente battuta creando un “nuovo” anti-salvinismo?

Se per garantire il miglior futuro realisticamente possibile occorre fare delle riforme impopolari nell’immediato, bisogna avere un discorso in grado di spiegare con chiarezza i motivi e i risultati di quelle riforme. Per Graziosi, sincero sostenitore del progressismo liberale, le soluzioni devono essere in linea con l’immagine generale dell’Italia che ci si propone di ricostruire. Un’Italia inserita in primo luogo nell’Unione europea e poi nel mondo, aperta alla prima e ragionevolmente aperta al secondo, circondata di opportunità e non da nemici. Come sarebbe invece nella visione dell’autore il paese se trionfasse la politica di Salvini.
Solo nell’Europa unita, infatti, i talenti, le inclinazioni e le energie dei suoi abitanti hanno lo spazio necessario per dispiegarsi e possono trovare gli strumenti di azione dei pubblici poteri adeguati a far fronte alle difficoltà e alla crisi, nonché la forza per parlare al mondo delle grandi potenze.

Graziosi ha scritto Il futuro contro scegliendo volutamente un registro narrativo semplice e lineare, una scrittura che sembra indirizzata a tutti. Si è basato su conoscenze e competenze certo, ma anche sull’esperienza e sulla condivisione di importanti momenti e decisioni, politiche o economiche, attuali e passati. Momenti e passaggi importanti che poi, direttamente o indirettamente, hanno determinato il corso degli eventi, contribuendo a plasmare quelle che sono l’Italia e l’Europa di oggi. Scelte e azioni da tenere bene a mente, che insegnano molto, soprattutto laddove sono risultate sbagliate.
Un libro, Il futuro contro, che non ha la pretesa di essere un manuale e forse neanche un saggio, nel senso stretto del termine, ma pregno di considerazioni e analisi che meritano di essere lette perché foriere di nuove osservazioni e riflessioni nel lettore, stimolandone molto lo spirito critico, e questo è senz’altro molto positivo. Una lettura per certo consigliata.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni de IlMulino per la disponibilità e il materiale


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“La parabola d’Europa. I trent’anni dopo la caduta del Muro tra conquiste e difficoltà” di Marco Piantini (Donzelli, 2019) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il grande inganno di internet” di David Puente (Solferino, 2019)

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Uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico e politico di oggi sono, purtroppo, le fake news, ovvero le false notizie che andrebbero a inficiare la altrimenti corretta informazione. Sarà vero ma ciò non toglie che, anche laddove circolassero solo notizie vere e non manipolate, i problemi reali che un paese come il nostro deve affrontare resterebbero invariati.
L’informazione falsa e manipolata non è un’invenzione del Terzo Millennio né della Rete. La funzione svolta da internet può essere semmai paragonata a quella di un acceleratore di particelle, questo sì.

Il pericolo, si afferma, è la potenza o meglio il potenziale di queste “bufale” che muoverebbero l’opinione pubblica e, di conseguenza, i voti in cabina elettorale verso quei politici o quei partiti che ne saprebbero fare un miglior uso.
La soluzione a questo legittimamente definibile problema però non va cercata nello smascheramento delle bugie, o fake, bensì nel tentativo di capire il motivo o i motivi per cui le persone crederebbero o credono con tanta faciloneria alle false notizie piuttosto che a quelle vere.

David Puente, debunker di professione, pubblica con Solferino Editore il suo resoconto sui più clamorosi, a suo parere, casi di fake news italiani, che egli stesso ha o avrebbe prontamente smascherato, nonché una sorta di decalogo su come svelare una “bufala”. Al tutto fa da sfondo la narrazione della vita e della tecnica di un “demistificante qualificato”.
Magari le intenzioni di Puente sono nobili. Forse lui veramente crede in quello che fa e nella sua pubblica utilità ma qualche perplessità, lo si conceda, non può mancare.

Leggendo il libro, visionando il blog personale dell’autore, scorrendo i suoi articoli si denotano chiaramente un linguaggio e un metodo comunicativo che rispecchiano in toto la divulgazione del Terzo Millennio. Non si ritrova un registro narrativo articolato e chiaro, volto a spiegare in maniera esaustiva quanto l’autore vuol comunicare, la sua tesi e le argomentazioni a supporto o contrarie a essa quanto, piuttosto, uno stile di scrittura molto coreografico, spettacolare, enfatico caratterizzato da continui e ripetuti “lanci” di frasi a effetto volte a lasciar intendere in chi legge l’imminente arrivo della tanto attesa soluzione del mistero, ovvero lo smascheramento della fake news.

Una informazione, quella di David Puente, che è molto simile alla contro-informazione che afferma di voler contrastare. Stile e linguaggio eccessivamente scenografici, spettacolari. Inoltre, pur volendo ammettere una certa utilità sociale nel lavoro svolto da Puente davvero non se ne comprende lo scopo ultimo. Considerando il numero di notizie false che girano in Rete e fuori da essa come può egli davvero credere che il metodo per fermarle sia smascherarle? Un’impresa molto donchisciottiana bisogna ammetterlo.

Necessita piuttosto un profondo cambio di paradigma nella formazione delle persone. La cultura, la conoscenza, la competenza, lo sviluppo di un acuminato senso critico, di una spiccata capacità di giudizio potrebbero magari aiutare a contrastare il diffondersi di notizie false e magari anche limitarne gli effetti negativi. Questo potrebbe davvero servire per invertire la tendenza attuale, non l’azione di un singolo il quale, per quanto abile possa essere, da solo per certo non potrà mai riuscire nell’intento di smascherare tutte le bugie che ogni istante vengono scritte, raccontate o lanciate sul web e fuori da esso.

Ci saranno sempre quelli che criticheranno David Puente, o chi per lui, e quelli invece che lo vedranno come un guru, che seguiranno il suo lavoro e accetteranno, sempre e comunque, la sua versione. Ed è proprio su questo che bisogna riflettere. Sulla necessità delle persone di avere, per ogni cosa, una guida certa di cui fidarsi, cui delegare qualche responsabilità. In questo caso quella di riflettere, di conoscere, di capire… di sforzarsi almeno di farlo.


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Guerra alle fake news o retorica e propaganda? 

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018)

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Con il saggio Immigrazione. Cambiare tutto Stefano Allievi decide di andare ancora più a fondo nella questione immigrazione, molto più di quanto aveva fatto nel testo Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, scritto a quattro mani con Gianpiero Dalla Zuanna ed edito sempre da Editori Laterza.

In questa nuova pubblicazione Allievi non percorre solamente la linea del tempo, narrando del passato e del presente, ma estende la sua analisi anche a quella dello spazio. Uno sguardo che parte dal locale per arrivare al globale. E viceversa. Con piglio molto più critico, deciso e, per certi versi, incisivo.

Per Allievi, l’immigrazione è un fenomeno di dimensioni sempre più ampie, sempre più diffuso, sempre più frequente. Il quale, per essere compreso e “governato”, presuppone, come tutti i fenomeni complessi, uno sforzo di analisi e riflessione altrettanto complesso. Un fenomeno che va affrontato nelle sue grandi linee, ma anche nei suoi snodi più problematici. Ed è esattamente quello che ha tentato di fare Allievi in Immigrazione. Cambiare tutto.

Un libro la cui stesura è stata preceduta da una minuziosa ricerca, raccolta e analisi dei dati da fonti originali. Da interviste e confronti con addetti ai lavori, operatori nel campo dell’accoglienza ma, soprattutto, in quello dell’integrazione sul territorio, aspetto su cui ritorna più volte Allievi nel libro. Il tutto ha portato l’autore a elaborare delle ipotesi e portare avanti delle tesi, a definire le problematiche e suggerire possibili soluzioni . Giungendo anche a estremizzare volutamente degli aspetti del fenomeno proprio al fine di evidenziare la necessità del cambiamento.

Sottolinea l’autore quanto l’immigrazione non sia un mero fenomeno che può essere letto con la logica dello schieramento ideologico, ipotizzando anche di ricevere critiche da coloro i quali invece hanno mostrato apprezzamenti al suo precedente lavoro. Critiche dovute, con ogni probabilità, alle obiezioni addotte da Allievi alle politiche sulle migrazioni poste in essere dai governi italiani, non solo quello attuale ma anche i precedenti, e quelle ancor meno risolutive dell’Unione europea. Tutto quello che non vi hanno detto sull’immigrazione parlava della normalità dell’immigrazione in quanto tale, delle sue implicazioni, delle sue dinamiche, anche spiacevoli, ma afferenti comunque a un fenomeno strutturale della società dell’uomo. In Immigrazione. Cambiare tuttoinvece l’autore si concentra sull’analisi dell’eccezionalità di alcuni aspetti del fenomeno, nella speranza che non restino tali a lungo.

Il dibattito pubblico e politico si concentra sovente sull’analisi delle conseguenze dei processi migratori ignorando del tutto o quasi quelle che ne sono le cause e che andrebbero invece analizzate molto più a fondo. Le conseguenze ci interessano perché ci toccano da vicino, concretizzandosi in arrivi e sbarchi poco graditi a parti significative della pubblica opinione. Ma anche le cause, sottolinea Allievi, ci riguardano, anche quando non ce ne accorgiamo.

Per ragionare su quest’ultime, ci si può anche limitare a citare, in ordine sparso, alcune parole:

  • Guerre (e, a monte, la vendita degli armamenti con cui si fanno).
  • Sfruttamento.
  • Dittature.
  • Ingiustizie.
  • Diseguaglianze.
  • Crescita demografica non accompagnata da crescita economica.
  • Persecuzioni mirate (per motivi etnici, religiosi, razziali, politici).
  • Calamità naturali.

Dopo aver descritto nel dettaglio tutti i maggiori fattori di spinta (guerre, fame, sfruttamento, dittature, ingiustizie, disuguaglianze, persecuzioni), i push factor che sono anche la causa di spinta appunto alle migrazioni, Allievi passa in rassegna quelli che sono invece i pull factor, i fattori di attrazione, che spingono i migranti verso determinati paesi e non altri. Il differenziale economico e salariale è indubbiamente fra questi, ma lo è anche la costruzione dell’immaginario sugli altri paesi, che ha tante possibili ragioni, «reali nei loro fondamenti, anche se talvolta immaginarie nella loro estensione».

In questo, l’Europa dovrebbe prendere atto e coscienza di essere diventata «l’America dell’Africa (e di altre aree del mondo)», o per lo meno «un’America più vicina e meno irraggiungibile dell’altra, ancora la più ambita».

La letteratura sulle migrazioni, e anche «la sua vulgata giornalistica e popolare», tende a porre l’enfasi sui fattori di espulsione, mentre questi andrebbero sempre relazionati a quelli di attrazione.

Ad ogni modo, gli arrivi di migranti non compensano il calo demografico in atto in Italia, Europa e nell’intero Occidente. Iproblemi sono altri, sono culturali certo ma riguardano soprattutto le modalità di arrivo, e la filiera di irregolarità che implica. Dietro a viaggi e sbarchi ci sono mafie che si arricchiscono, violenze inenarrabili, il tutto per un giro di affari di dimensioni mostruose che a sua volta fa da volano ad altri investimenti illegali. In più i richiedenti asilo costituiscono un costo, almeno nel periodo in cui sono sotto esame e quindi a carico dei rispettivi sistemi di protezione, mentre il migrante economico, per così dire, si arrangia in proprio.

Andare ad aiutare qualcuno lontano dà il senso di essere implicati attivamente in «un’eroica epopea del bene», mentresubire arrivi organizzati da altri in casa propria implementa un «terribile senso di impotenza e di passività senza difese». Si genera un profondo senso di inquietudine che diviene terreno fertile per estremismi e nazionalismi, al punto da paragonare gli arrivi dei migranti a un vero e proprio esodo di massa, l’invasione dei nostri paesi di cui tanto si narra nella “vulgata giornalistica e popolare” descritta da Allievi. E così l’imperativo categorico diviene “fermare gli sbarchi” e farlo a ogni costo.

Ma per l’autore la questione non può assolutamente essere risolta in mare, dove è necessario salvare le vite e non c’è alternativa a questo, a meno di non volersi assumere scientemente il ruolo dello spettatore che si trasforma in boia. Va risolto «altrove» e riguarda tutti. La sola vera via, quella indicata da Allievi nel testo, è concordare politiche complessive, a livello europeo, che tocchino i vari nodi della questione: dall’aiutarli a casa loro, al concertare politiche europee comuni, aprendo canali di ingresso legale, che bypassino tutto questo e riescano a rendere irrilevante all’origine – o almeno fortemente ridimensionata e minoritaria – la necessità di partire illegalmente via mare, e quindi i salvataggi.

I corridoi umanitari evitano il traffico illegale di manodopera, organizzando un traffico legale collaborativo, organizzato, rivolto nello specifico ai richiedenti asilo veri. Così facendo si riesce a far entrare chi ne ha diritto, distinguendo a monte tra richiedenti asilo o titolati della protezione umanitaria e migranti economici, in situazione di sicurezza, senza arricchire la criminalità organizzata.

Allievi sottolinea che sono tre i mutamenti fondamentali – che hanno a che fare con le migrazioni – che stanno cambiando non solo il paesaggio migratorio, ma la struttura stessa delle nostre società. E li sintetizza con tre parole chiave:

  • Mobilità.
  • Pluralità.
  • Mixité(da intendersi come “mischiamento”, significa che trovandosi in mezzo agli altri si cambia, più o meno inevitabilmente, tutti).

Sta avvenendo un mutamento di proporzioni tali che richiede un cambiamento di paradigma interpretativo radicale. Bisogna spostarsi dal locale al globale, se si vuole capire cosa succede (sul piano analitico), anche se poi al locale si ritorna, quando si cercano le soluzioni ai problemi concreti (sul piano pratico). Il problema, per Allievi, è appunto imparare a connettere le due dimensioni, locale e globale. E la sensazione è che, al momento, il livello di consapevolezza di questa necessità sia ancora drammaticamente basso.

Se l’Unione Europea non vuole fare un gigantesco passo indietro rispetto alla sua storia recente, e ritornare a essere solo una zona di libero scambio, una unione commerciale su pochi prodotti, deve essere capace di assumere questo problema come problema/soluzione collettiva. Attivare una “Agenzia europea della mobilità e delle migrazioni”, dotata delle risorse e dei poteri necessari. Prevedere una forma di programmazione degli ingressi europea e non delegata e limitata ai singoli stati. «Un permesso di soggiorno europeo», e la possibilità di circolazione per immigrati e richiedenti asilo, attraverso «una modifica agli insensati regolamenti di Dublino» che nazionalizzano un problema che è invece comunitario, irrigidendolo e rendendone più complicata, e irrazionale, e costosa, la gestione.

Una sorta di Piano Marshall per l’Africa sarebbe necessario, purché venga posto in essere con criterio, in tempi relativamente brevi o, in ogni caso, congrui alla sua poi effettiva efficacia. Ma andrebbe comunque accompagnato da «una contro-narrazione», da un’operazione verità, sulla realtà delle condizioni economiche dell’Europa e delle drammatiche condizioni del viaggio della speranza, via terra e via mare.

Una campagna verità andrebbe fatta anche in Italia e in Europa. Una recente indagine dell’Ipsos rivela come gli italiani siano convinti che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione residente in Italia, e di questi, i musulmani siano il 20%. Le cifre reali invece dicono che gli immigrati sono circa il 10% (stimando e comprendendo anche gli irregolari) e i musulmani il 3.5% circa.

L’immigrazione c’è sempre stata, c’è e ci sarà, è inevitabile che ci sia. Non è dunque un problema di «se», ma di «quanto» e di «come».

Allievi ritorna così a descrivere il fenomeno delle migrazioni come un dato strutturale da sempre esistito, teoria che ha rappresentato il filo conduttore del precedente libro scritto con Dalla Zuanna. Inutile quindi continuare a trattarlo come un’urgenza o un’emergenza. Come inefficaci continueranno a essere le politiche “nazionaliste” adottate dai vari stati dell’Unione europea. Realmente valevoli saranno quelle prese in comunione e che tengano conto di tutti gli elementi indicati dallo stesso autore, ovvero dei pushe dei pull factor, quindi delle cause come delle conseguenze, dei risvolti locali ma anche di quelli globali. Gli accordi tra l’UE e la Turchia, per esempio, hanno avuto come diretta conseguenza la diminuzione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica e, come conseguenza indiretta, l’aumento su quella mediterranea, ovvero in Italia. Bloccare quest’ultima rotta senza un piano locale-globale ben strutturato non farebbe altro che spostare verso nuove rotte gli sbarchi o gli arrivi, di certo non servirebbe a fermarli o diminuirli.

I costi di accoglienza e di integrazione dei migranti ricadono inevitabilmente sul paese di arrivo ed è per questo che i principali soggetti in causa, ovvero Italia e Grecia, chiedono sempre maggiori finanziamenti all’Unione europea in virtù del principio in base al quale facendosi carico di queste operazioni assolvono in realtà funzioni comuni che, come tali, andrebbero considerate. In breve, a pagare dovrebbe essere l’UE. Tutto ciò però non ha solo dei risvolti economici, ci sono aspetti sociali e culturali ancora troppo sottovalutati.

Allievi espone il concetto in maniera molto chiara, decisa e concisa. Stiamo importando lavoratori unskilled neoimmigrati e ne esportiamo di skilled e molto ben formati, per quel che riguarda gli italiani che emigrano. Gli immigrati che arrivano non conoscono lingua e cultura italiane, nelle loro intenzioni in genere non vi è neanche il desiderio di rimanere nel nostro paese. La maggior parte delle risorse investite per la loro formazione e accoglienza si allontana insieme a loro quando lasciano l’Italia, non appena ne hanno l’occasione. La loro destinazione prescelta fin dal principio sono i paesi del Nord Europa.

Tutto questo non rischia seriamente di aumentare ulteriormente il divario già esistente tra i vari paesi dell’Unione europea? Non sarebbe quindi più opportuno pensare o ripensare a una equa redistribuzione di migranti e immigrati?

Anche per questo, chiosa Allievi, bisogna concordare a livello europeo, globale, politiche capaci di affrontare il fenomeno delle migrazioni non come un’emergenza o un problema dei paesi frontalieri, ma come un fenomeno strutturale che abbraccia, inevitabilmente, locale e globale, cause e conseguenze, politica e cultura.

Immigrazione. Cambiare tuttodi Stefano Allievi è un testo molto più critico, rispetto alle precedenti pubblicazioni dell’autore. Un rigore maggiore nell’esposizione del narrato che riflette l’inasprimento generale dei toni in merito a questo fenomeno, oppure ne è conseguenza diretta o indiretta. Per certo, egli afferma più volte la necessità di invertire la rotta, soprattutto per le politiche nazionali e comunitarie. Cambiare tutto e farlo in maniera decisa, senza slogan o false promesse da parte sopratutto dei politici italiani che tentano e hanno tentato anche in passato di trasformare il fenomeno complesso dell’immigrazione in linfa nazionalista per le campagne elettorali.

Il saggio di Allievi è un libro molto ben strutturato, scritto con un linguaggio deciso, incisivo ma chiaro e accessibile a tutti. Un’analisi, quella dell’autore, che aiuta il lettore a meglio comprendere alcune dinamiche interne ed esterne al fenomeno migratorio, alle sue cause come anche alle conseguenze. Una lettura che si rivela, fin dalle prime pagine, per certo interessante.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa degli Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


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“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 


 

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