Cosa significa davvero scegliere di essere un medico in Italia? “Dal profondo del cuore” di Ciro Campanella (Di Renzo Editore, 2017)

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Tagli all’istruzione. Tagli alla sanità. Scelte politiche e non mediche. Organizzazione d’interesse e non di necessità. Dirigenti che devono diventare manager e dipendenti schiavi. Il tutto senza soldi. O meglio, con una distribuzione irresponsabile dei fondi. Quando, in Italia, si parla di malasanità, giustamente, ci si riferisce alla scarsa qualità dei servizi offerti all’utenza, ai pazienti, ovvero ai malati che si rivolgono al servizio sanitario nazionale per ricevere le supposte dovute cure. Ma bisognerebbe includere e ricordarsi, ogni volta, che di malasanità soffrono anche le persone (medici, infermieri, operatori socio-sanitari, …) i quali ogni giorno affrontano davvero il problema, sulla propria pelle.

È la politica che decide cosa spetta ai pazienti. Quali esami, quali farmaci, se e quanti giorni di degenza, se e quali tipi di intervento… Sulla base delle linee guida nazionali e internazionali certo ma, soprattutto, seguendo la logica di interessi che spesso non sono né medici né professionali e in base a quanti fondi si riescono a destinare.
Quali conseguenze ha tutto questo sulla vita, sulla psiche, sulla carriera e sull’essere di un medico che non è un politico e neanche un burocrate?

Leggere Dal profondo del cuore di Ciro Campanella aiuta a farsene un’idea precisa. Un libro, definito dallo stesso autore un diario edito lo scorso anno da Di Renzo Editore, che racconta la parabola professionale e personale di un ragazzo che sceglie di fare il medico perché «fare qualcosa di positivo per gli altri è ciò che porta maggiori premi morali». Una scelta che è solo l’inizio di un lungo percorso di studio e lavoro che lo ha condotto a girare gli ospedali del mondo per imparare le tecniche migliori, il metodo e il modo per salvare le persone. Per cercare di farlo. Per riuscirci il maggior numero di volte possibile.

La vita è fatta di questo in fondo, «di scelte, talvolta crudeli, talaltra avventurose. E non sai mai se hai fatto quella giusta, finché non ne paghi il conto». E Campanella ne ha pagato uno salato. Tanti anni lontano gli avevano fatto dimenticare cosa è in realtà la sanità in Italia. La scelta di ritornare gliela ha sbattuto di nuovo in faccia quell’inadeguatezza che aveva percepito già da studente. Quel metodo sbagliato di affrontare politicamente scelte e decisioni che devono, o dovrebbero essere, solo mediche e scientifiche.

Ciro Campanella ha lavorato come cardiochirurgo in Sudafrica, in Scozia, in Cina, India, Stati Uniti, Europa, Turchia. Ha conosciuto aspetti della vita e del mondo che in tanti ignorano del tutto. Ha lavorato e studiato sodo eppure scrive un libro adottando uno stile narrativo che è l’emblema della semplicità e della linearità. Sembra raccontare le esperienze della sua vita attraverso gli occhi sognanti e disincantati di quel giovane uomo che sceglie di fare il medico e salvare vite umane per ottenerne in cambio ‘solo’ premi morali.

Dal profondo del cuore di Ciro Campanella è fuor di dubbio un diario all’interno del quale l’autore racconta la sua personale esperienza ma rappresenta per certo anche il racconto, la denuncia di un sistema sanitario che mette colui che dovrebbe esserne il fulcro, ovvero il paziente, in ultima posizione. Lo ignora come ne ignora i reali bisogni. E questo è sotto gli occhi e sulla pelle di tutti e di ogni cittadino italiano che ogni giorno si vede costretto a lottare per vedere riconosciutogli un diritto che dovrebbe essere già acquisito: il diritto a ricevere adeguate cure e un trattamento dignitoso. Non è così e non lo è da tanto di quel tempo che si potrebbe anche ipotizzare non lo sia mai stato.

Un libro, Dal profondo del cuore, scritto con uno stile semplice e lineare ma che affronta un problema complesso e grave. Un diario che merita senz’altro di essere letto anche perché spinge il lettore a guardare oltre la storia personale ivi narrata e volgere lo sguardo verso l’origine del problema, la causa. Perché è da lì che deve o dovrebbe partire il cambiamento se si desidera che sia reale, concreto ed efficace.


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018)

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Con la sconfitta del nazifascismo iniziava per l’Europa il più lungo periodo di pace mai conosciuto. Ma non è stato così per tutti gli europei. Per tanti a cominciare è stato solamente un conflitto differente, combattuto in modo diverso e che ha richiesto l’impiego di una nuova tipologia di soldati.
Sentimenti ostili nei confronti della neonata Repubblica e paura riguardo la possibile o probabile avanzata di ideologie diverse, opposte, che avanzavano da quello che ancora veniva indicato tra i principali nemici da combattere, il blocco dell’Est sovietico.
Il generale Arpino, capo di Stato maggiore dell’esercito, ha dichiarato dinanzi a una commissione parlamentare: «per noi, ancora negli anni Ottanta, un terzo del parlamento era il nemico».

Il conflitto che lacerava la società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale appare «feroce, come può esserlo solamente una guerra ideologica». Se il comunismo era impegnato a forgiare «un nuovo tipo di uomo, una macchina senz’anima», un docile strumento al servizio della guerra totale, anche i difensori del mondo libero dovevano affrancarsi da ogni preconcetto morale, per rispondere adeguatamente alle sfide che li attendevano. A partire dalla creazione del «soldato rivoluzionario», educato al nuovo tipo di guerra che il comunismo aveva imposto, addestrato tecnicamente e dotato di un’adeguata «educazione morale». Un «soldato d’élite», ideologicamente preparato al suo compito.

Questo e tanto altro si legge nella relazione di Edgardo Beltrametti, giornalista e collaboratore del corpo di Stato maggiore della Difesa, scritta in occasione del convegno che si tenne a Roma nel maggio 1965 dal titolo La guerra rivoluzionaria. Incontri, eventi, accadimenti che, unitamente alla narrazione storica più nota e alla documentazione di inchieste, indagini e processi, si trovano ampiamente analizzati ne La mafia nera di Vincenzo Ceruso, edito da Newton Compton a ottobre 2018. Un libro che racconta la storia di un’Italia oscura, le stragi, i depistaggi e le relazioni occulte tra lo Stato e il non-Stato. Eversione neofascista, brigatismo rosso, apparati dello Stato, società segrete e organizzazioni mafiose che si muovono e si sono sempre mossi all’interno del medesimo scacchiere per spartirsi o contendersi il medesimo bottino. A rischio sempre più elevato la democrazia e il bene comune.

L’Italia ha avuto ed ha numerose agenzie di depistaggio. I principali protagonisti di queste azioni sono ben identificabili dentro i nostri apparati di sicurezza, «abituati a muoversi al confine tra il legale e l’illegale». Alcune delle principali associazioni di natura criminale e sovversiva che il nostro Paese ha avuto ed ha, «hanno svolto anche le funzioni di agenzie di depistaggio». Viene da sé che a suscitare maggiore scandalo sono i «reati commessi da uomini nel cuore delle istituzioni».

Ceruso indica in quanto accaduto dopo la strage di via d’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, il tentativo di costruire un «depistaggio perfetto». Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Calogero Pulci andarono a comporre «una ricostruzione dell’attentato in via d’Amelio che avrebbe retto ai tre gradi di giudizio». Scarantino però era «del tutto non credibile, sia nei panni dello stragista che del mafioso». Il 21 luglio 1995 ritrattò le sue dichiarazioni e accusò il capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e i suoi uomini di «torture nei suoi confronti». La Barbera sarebbe stato «un agente sotto copertura, con il nome in codice di Rutilius, e avrebbe percepito dal Sisde un assegno di un milione di lire nel 1986 e 1987». Perché Scarantino ha accusato degli innocenti, seppur sempre di affiliati si parla?

Il giorno 5 novembre 2018 si è aperto il dibattimento che vede i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di calunnia aggravata dalla Procura di Caltanissetta. Avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, per costruire una versione non veritiera di quanto accaduto.

Tra il 1992 e il 1993 furono poste in essere sette stragi sul territorio della Repubblica italiana. Come ai tempi di piazza Fontana, ma ben venticinque anni dopo, «venne indagato l’ordinovista Franco Freda», per il quale venne ipotizzato il reato di strage. L’indagine portò ad alcuna accusa a carico di Freda. In una delle riunioni avvenute alla vigilia degli attentati, «di cui hanno parlato Sinacori e altri collaboratori di giustizia», i boss avrebbero decretato che gli atti terroristici sarebbero stati «rivendicati usando il nome della Falange Armata».
L’ammiraglio Francesco Paolo Fulci, durante una dichiarazione rilasciata per il processo sulla trattativa Stato-mafia, avrebbe rivelato che questa denominazione «serviva a identificare una struttura clandestina dei servizi segreti, che si muoveva secondo le tipiche di guerra psicologica utilizzate nell’ambito di Gladio». Gli esiti di un’indagine da lui stesso ordinata furono due mappe che indicavano, nei luoghi da dove partivano le telefonate a nome della Falange, «sedi periferiche del Sisde». Secondo quanto si legge nella Sentenza nei confronti di Bagarella Leoluca e altri del 20 aprile 2018 della Corte d’assise di Palermo.

I magistrati di Palermo, indagando su quegli anni, hanno utilizzato l’espressione «sistema criminale» per indicare «l’alleanza eterogenea di soggetti che agivano per portare a termine un comune progetto eversivo». Gli investigatori hanno accertato che, alla vigilia delle stragi, c’era in Sicilia «un gran viavai di personaggi legati alle trame eversive degli anni Settanta».
L’obiettivo finale del ‘sistema criminale’ era attuare una «forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale». Secondo quando si legge nella richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio e altri del 21 marzo 2001 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.
Una mutazione del quadro politico da portare avanti «attraverso le stragi e a cui avrebbe aderito anche lo stesso Riina».
Secondo i collaboratori di giustizia calabresi, il vasto piano politico-criminale prevedeva la «piena collaborazione della ‘ndrangheta attraverso la figura dell’avvocato Paolo Romeo», esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta. Un altro personaggio centrale nel raccordo con il mondo politico era «Vito Ciancimino», il quale, in un interrogatorio del 1998 proponeva, come movente della strage di Capaci, «il sabotaggio della candidatura di Giulio Andreotti quale presidente della Repubblica». Il ruolo di mediatore di Ciancimino sarebbe stato assunto, in un secondo momento della trattativa, «da Marcello dell’Utri».

Durante la stagione delle stragi mafiose, tra il 1992 e il 1994, «i vertici del Ros, insieme agli uomini di Cosa nostra», avrebbero «minacciato e tentato di condizionare il governo della Repubblica». Il livello politico, cui avrebbero fatto riferimento gli ufficiali dei carabinieri, «non è stato però individuato». A meno che non si voglia pensare a «esecutori – quindi ad apparati di sicurezza – che non rispondevano a nessuno», oppure a «referenti estranei al governo della Repubblica» e distanti dagli interessi nazionali.

I magistrati hanno tratteggiato più volte nelle indagini sulle stragi la tecnica «piduista e mistificatoria» di fornire una massa di informazioni difficilmente verificabili e orchestrare campagne di stampa, confondendo fatti veri e falsi.
Alcune figure apicali dei nostri servizi segreti, prima ai vertici del Sid e poi a quelli che saranno il Sismi e il Sisde, «hanno ritenuto che spettasse svolgere ai servizi stessi un ruolo di agenzia di depistaggio» rispetto ad alcuni dei fatti più sanguinosi della cronaca eversiva. Per quanto riguarda le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna, «le responsabilità parziali degli agenti sono state definitivamente individuate». Rimane tuttavia da chiarire il motivo per cui lo hanno fatto.
Non è più un mistero neanche la oramai «prassi consolidata dell’utilizzo delle forze sovversive e criminali da parte degli uomini che sarebbero preposti alla loro repressione».
La mafia, «sfruttando quelle capacità di adattamento alle diverse epoche che le sono proprie», ha adottato, in periodi cruciali della storia italiana, «l’habitus proprio dell’organizzazione terrorista». A questa mutazione in senso terroristico hanno contribuito anche «le sollecitazioni provenienti da determinati organismi statali», allorquando hanno visto nella mafia siciliana un potenziale e potente alleato per realizzare quello che ritenevano «sarebbe stato l’ordine giusto per il nostro Paese». Basti pensare a quanto accaduto «nel secondo dopoguerra e tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso».
Parimenti, anche «eversione nera e le mafie hanno stabilito», in particolari momenti della loro storia, «relazioni significative».

Esiste una «ideologia stragista» il cui nucleo essenziale consiste nel considerare la morte di innocenti come un obiettivo strategico da perseguire, «una condizione necessaria per incidere sull’esistente e modificare le strutture statali». Risultati da raggiungere con omicidi mirati o con massacri indiscriminati ma, in ogni caso, con «uno sforzo costante per occultare la verità».
Cosa nostra e Ordine Nuovo, a partire da un certo momento e per un lungo tratto della loro storia, «sono stati i due principali gruppi terroristici, con finalità stragiste» presenti in Italia.
Se guardiamo alle due organizzazioni senza preconcetti, sarà più facile «accertare una serie rilevante di punti in comune»:

•collusione con la politica e con gli apparati di sicurezza deviati;
•dichiarata visione fortemente ostile allo Stato e alle sue leggi;
•ideologia organica cui i loro membri sono tenuti ad aderire;
•straordinaria capacità militare;
•vocazione stragista;
•natura di associazione sovversiva;
•impiego del terrorismo politico.

Come per le Brigate Rosse, la principale banda armata comunista, anche le organizzazioni eversive di destra non hanno disdegnato di cercare «accordi con esponenti delle diverse associazioni mafiose», in nome della comune lotta allo Stato.
La mafia siciliana dal canto suo ha utilizzato lo stragismo per fini politici fin dall’immediato dopoguerra, con il massacro di Portella della Ginestra, e «ha affinato questa sua propensione negli anni Novanta del Novecento».

Si può compiere una strage per depistare. Ed è esattamente quanto sarebbe accaduto durante il periodo definito della «strategia della tensione», allorquando l’obiettivo era la creazione di un clima politico favorevole alle forze conservatrici mediante «l’attacco di obiettivi civili e il perseguimento di un disegno terroristico». Piazza Fontana fu un attacco terroristico, «ma servì anche ad altro».
L’eccidio mostrò ai burattinai delle stragi che era possibile colpire indiscriminatamente una folla di cittadini indifesi, nel cuore della capitale economica del Paese, e riuscire a indirizzare le indagini verso «colpevoli del tutto improbabili».

I soggetti collettivi che pensarono, promossero e ordinarono la strage di piazza Fontana, «erano gli stessi che avrebbero pensato, promosso e ordinato le stragi che insanguinarono il nostro Paese fino al principio degli anni Ottanta». Con piazza Fontana era iniziata una stagione di stragi che avrebbe reso l’Italia «un Paese a sovranità limitata», condizionata da «forze oscure» che ne avrebbero fatto il teatro di «una guerra non convenzionale», rivolta principalmente verso la popolazione civile. Molto simile a quanto poi si verificherà agli inizi degli anni Novanta, quando il filo conduttore sembra essere legato alle parole di Riina: “Si fa la guerra per poi fare la pace”. Creare instabilità per offrirsi come garante della agognata stabilità in fondo è sempre stato un must delle organizzazioni malavitose.

I misteri italiani analizzati da Ceruso sono molteplici, non tutti ma tanti, e abbracciano anche il mai attuato golpe Borghese, l’omicidio Pecorelli, piazza della Loggia, l’Italicus, il «suicidio simulato» di Peppino Impastato… e impressiona non poco la veridicità delle parole riportate nella Sentenza contro Moggi Carlo Maria e altri del 22 luglio 2015 della Corte di assise di appello di Milano: «Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa».
Ricorrono le medesime organizzazioni sovversive e malavitose ma lo fanno anche i nomi dei rappresentanti dello Stato in varie istituzioni e servizi. Persone che, magari, non hanno commesso dei reati eppure, forse, con i loro comportamenti non hanno neanche impedito che dette stragi si verificassero. Laddove non dovesse persistere una responsabilità civile o penale permane e persiste per certo quella etica e sociale, per la quale non c’è prescrizione che tenga.

Il lavoro di ricerca e analisi svolto da Vincenzo Ceruso per la composizione de La mafia nera deve aver richiesto notevole pazienza e determinazione, da parte dell’autore. Un’indagine certosina sulle fonti, sui documenti, sugli atti processuali che ha prodotto un lavoro notevole. Un libro che rappresenta una pietra miliare per la conoscenza della storia occulta di quell’Italia oscura che in tanti, in troppi vorrebbero lasciare nell’ombra.


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa della Newton Compton per la disponibilità e il materiale



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“Io odio internet” di Jarett Kobek (Fazi, 2018)

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Internet è senza dubbio la vera rivoluzione della nostra epoca. Ha cambiato il mondo dell’informazione e della comunicazione ma, soprattutto, ha modificato la percezione della realtà. A margine dei suoi innumerevoli aspetti positivi, la Rete ha dato libero sfogo e accesso alla rabbia e all’odio repressi. Parole che sono insulti e che volano o meglio navigano alla velocità della luce e in una quantità davvero enorme.

Un linguaggio molto elementare, limitato e scurrile sembra essere il filo conduttore dei social network che troppo spesso, nonostante i richiami e i limiti imposti per regole interne o per legge, somigliano a una cloaca indistinta di hooligan non solo sportivi.

Viene da sé che il problema non è internet bensì le persone che lo utilizzano. Queste persone sono volgari, aggressive, rozze e violente, o potenzialmente tali, anche fuori la Rete. Solamente che questa funge da scudo e, al contempo, da cassa di risonanza. Ognuno si sente libero di esprimere la propria opinione, anche se è un insulto, esattamente come farebbe o fa al bar, allo stadio, sul divano di casa propria davanti alla tv e via discorrendo.

Jarett Kobek in Io odio Internet, edito da Fazi in prima edizione nel mese di ottobre 2018, ha immaginato quello che accade o accadrebbe a una persona semi-famosa e che ignora l’uso e le insidie della Rete nel momento in cui diviene, suo malgrado, bersaglio delle invettive e dell’odio online solo per aver espresso pubblicamente la sua opinione, decisamente impopolare.

Adeline è una fumettista ma, viste le allusioni razziste e sessiste dei suoi fumetti, preferisce restare nell’ombra e celarsi dietro uno pseudonimo. Quello che si scatenerà in Rete in seguito a un video girato a sua insaputa durante un incontro con degli studenti universitari dimostrerà quanto fondati fossero i suoi timori. Adeline non odia solamente internet ma tutta la tecnologia e le è rimasta lontana, finanche dalla televisione, fino al momento in cui gli hater online si avventano sulla sua figura proprio per aver espresso la sua opinione in merito alla tecnologia, al suo utilizzo e alla sua funzione nella società.

Un attacco, diretto o indiretto che si voglia considerare, al mondo virtuale e i suoi più accaniti frequentatori viene trasformato e rimandatoal mittente sotto forma di pesante aggressione verbale e personale. Per riscattarsi, per tentare di farlo, Adeline cede all’uso dei social media. Costringendo se stessa in questo modo ad affrontare direttamente le conseguenze sia nel mondo virtuale che in quello reale, oramai anch’esso molto più virtuale di quanto si è disposti ad ammettere.

Lo stile narrativo di Jarett Kobek, tradotto in italiano dalla lingua inglese per l’editore Fazi da Enrica Budetti, è altalenante, confusionario, ironico e sarcastico. A tratti talmente esilarante e irriverente che sembra essere o diventare lo specchio perfetto della caotica società del ventunesimo secolo. La trama è intrigante ma la scarsa linearità del discorso rischierebbe di scoraggiare il lettore se non fosse per la grande capacità che l’autore dimostra nel mantenere il tutto sul fil di lama, senza eccessi né scivoloni, e raggiunge così anch’egli la felicità come Montale.

C’è nel libro di Kobek l’America di Steve Jobs e Mark Zuckerberg, di Miley Cyrus e Rihanna, dell’11 settembre e di emoticon e gif sui social. Un’epoca, quella dei social, nella quale tutti sembrano sapere tutto. Senza dubbi, né esitazioni, né tentennamenti soprattutto quando si tratta di esprimere la propria opinione o meglio il proprio giudizio su qualcuno.

Un libro, Io odio Internet di Jarett Kobek, che diverte il lettore. Profonde ilarità con le innumerevoli battute della protagonista, abile nell’esprimere lei stessa giudizi e pareri che sembrano vere e proprie sciabolate. Al contempo è un testo che invita alla riflessione, su quello che siamo e su quello che vogliamo essere. Sulla rabbia e sull’odio ma anche sulla formazione e l’educazione. Sui motivi per cui i social spopolano e su come, alla fin fine, tutto si riduce a un mero fattore di natura economica. In questo caso a beneficiarne sono i fondatori dei principali social e motori di ricerca che da tutto questo caos ricevono in cambio incassi da capogiro.


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La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018)

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Se governo, istituzioni e cittadini cedono al compromesso, se la magistratura viene ripetutamente denigrata per le inchieste e i processi contro i “sistemi criminali”, che senso hanno le celebrazioni e le commemorazioni? Ricordare i “caduti” senza raccontarne i veri motivi, senza creare una solida memoria collettiva, induce il rischio concreto di immortalarli come novelli don Chisciotte, morti per un ideale irrealizzabile, per una causa persa in partenza.

Le Trattative di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti è fuor di dubbio una lettura interessante e, anche per chi ha cercato di informarsi su quanto accaduto, risultano illuminanti molti passaggi del testo. Utili, necessari e doverosi per costruire una solida memoria storica collettiva che racconti la verità, la realtà di chi ogni giorno porta avanti la sua personale lotta alla mafia. Una guerra combattuta per tutti ma appoggiata e sostenuta, nei fatti, da pochi.

«Si muore perché si è soli» diceva Falcone. E i giudici Falcone e Borsellino, gli agenti, gli uomini e le donne delle loro scorte, sono morti perché sono stati traditi dalla parte marcia dello Stato italiano e perché sono stati ingiustamente attaccati dalla parte deviata e venduta dell’informazione italiana e perché sono stati abbandonati dai cittadini italiani. Sottolinea Ingroia nel testo come il maxiprocesso stesso, simbolo ed emblema della vera lotta giudiziaria alla mafia, non sarebbe mai andato in porto se non ci fosse stata la primavera palermitana, «frutto di un movimento di massa, cioè della progressiva mobilitazione che si determinò sull’onda delle emozioni per i delitti degli anni Ottanta». In particolare gli omicidi Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa.

Senza la spinta e il sostegno del movimento antimafia di massa, Falcone e Borsellino non avrebbero potuto affrontare tutti i tentativi, «dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo e a Roma ad opera del governo nazionale», di fermare «tutto questo processo di riscatto contro la mafia». Poi, dopo le sentenze di condanna del maxiprocesso si è deciso che bisognava fermare questo cambiamento che, evidentemente, non andava bene a tanti, tantissimi italiani, fuori e dentro le istituzioni.

Leggere il racconto di Antonio Ingroia mette addosso una grande tristezza. Per tutto quello che è stato, certo. Per le stragi, assolutamente. Ma anche per le conclusioni, le considerazioni che trovano adito riguardo lo Stato italiano, la nostra Repubblica, sui cittadini e sui rappresentanti degli stessi nelle istituzioni. Sulla parte marcia di questi ma anche su quella che si ritiene sana ma che, per ventisei lunghissimi anni, ha preferito girarsi dall’altra parte. E, purtroppo, sembra bene intenzionata a farlo tuttora.

Quando ancora in vita e operativi, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati oggetto, troppo spesso, di attacchi, non solo ma anche mediatici, di minacce, non solo ma anche da parte dei malavitosi. Sono stati isolati. Eppure dopo gli attentati di quel davvero terribile 1992 nessuno, almeno pubblicamente, ne parla male, ne parla contro o allude con accezione negativa al lavoro da essi svolto in Procura. Tutto questo è stato invece riservato negli anni ai magistrati ancora operativi. Fra i tanti anche lo stesso Ingroia e Antonino Di Matteo. Perché? Domanda ovviamente retorica di cui tutti ben conosciamo la risposta.

Falcone e Borsellino stavano per raggiungere risultati che «avrebbero riscritto la storia della Repubblica». Sono stati fermati dalle bombe del Sistema criminale, mentre «la Trattativa, che prese forma in quel periodo, ci ha fermato dall’altra parte». Si trattò col potere criminale «per coprire il passato e assicurare l’impunità a chi aveva gestito quel sistema».
Chi partecipava all’accordo «si assicurava anni, forse decenni, di potere, successi e impunità». E pronti a «firmare l’accordo con una parte di Cosa nostra un pezzo dei servizi, un pezzo del mondo degli affari sporchi della massoneria» ma soprattutto «complice di tutti la politica collusa». Gli imputati del processo Trattativa rappresentano «solo una parte di questo mondo, perché è l’unica parte che siamo stati in grado di portare a processo».

Nessuna iniziativa giudiziaria dirompente contro criminalità di tipo sistemico «si può avere senza la spinta di un’opinione pubblica favorevole che la preceda e l’accompagni». Inoltre, «la Giustizia ha bisogno di una buona politica». In Italia sono mancate entrambe.

Emerge, dal testo di Ingroia, l’importanza delle leggi e del legiferare. Provvedimenti che possono davvero essere decisivi, in un senso o nell’altro. Vere cartine tornasole della linea che lo Stato italiano e il suo Governo intendono tenere nei confronti dei mafiosi, dei collusi, dei corrotti. Poi viene il lavoro degli investigatori e dei magistrati certo ma questi possono ben poco se la rete legislativa ha le maglie eccessivamente larghe.

«Quando il centrosinistra nomina Giovanni Maria Flick ministro della Giustizia del governo Prodi c’è stata la svolta». Ancora non si sapeva ma la trattativa si era chiusa, «la nuova pax tra Stato e mafia nella quale gli unici inceppi negli ingranaggi eravamo noi». E lo dice con profondo rammarico Ingroia tutto questo perché «che lo facesse il governo Berlusconi te lo potevi aspettare, che lo facesse il governo Prodi no».
Che Italia avremmo oggi se i giudici Falcone e Borsellino, unitamente ai loro colleghi del pool antimafia, avessero continuato il proprio lavoro e se i governi di destra o di sinistra che fossero non avessero mantenuto fermo l’obiettivo di fermare o almeno limitare il loro incedere?

«Non esito a definire Grasso la più grande delusione professionale della mia carriera». Tutte le indagini e le notizie di reato considerate «politicamente scomode finivano, in un modo o nell’altro, nel cestino della procura» e la classe politica, «di destra come di sinistra, gliene è sempre stata grata».

Un’indagine, la Trattativa, che «colpisce indiscriminatamente tutto l’arco costituzionale da destra a sinistra» e conduce anche «allo scontro epocale con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano». L’intercettazione della telefonata fra Mancino e Napolitano diventa una «trappola» perché poi, «come è successo con il processo Andreotti che era fondato su tantissimi elementi e poi è diventato il processo del bacio, il processo Trattativa era fondato su tantissimi elementi e poi la telefonata Mancino-Napolitano ne è diventata la semplificazione». Ma non era certo quello il cuore del processo. Il contenuto dell’intercettazione, tra l’altro, poteva avere una rilevanza etico-politica ma non giudiziaria, altrimenti «non avremmo lasciato che venisse distrutta, ma avremmo insistito che venisse trascritta».

Un muro di gomma, lo definisce Marco Travaglio nella prefazione, «così impenetrabile alla verità» che lui stesso ammette di ricordare un solo precedente e che «riguarda un processo assolutamente speculare: quello a Giulio Andreotti, spacciato per assolto mentre risultò – in appello e in Cassazione – colpevole di associazione per delinquere con la mafia fino al 1980». Quindi «reato commesso ma prescritto». E prescrizione non è certamente assoluzione.

Resta a Ingroia un interrogativo: «Chi fece il doppio gioco e cercò di creare le condizioni perché Napolitano arrivasse sino in fondo e così sollevasse il conflitto di attribuzioni che fu la pietra tombale su quell’indagine, così fermata nel suo incedere verso la verità?»
E una speranza: «Che questo libro possa aiutare a fare luce sui retroscena degli ostacoli e sabotaggi di tutti i tipi che quest’indagine ha subito».
Non solo quelli svelati, «ma anche quelli che mai sono stati scoperti».

Riporta Ingroia ne Le Trattative le parole del professor Miglio tratte da un’intervista rilasciata a Il Giornale il 20 marzo 1999: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. […] C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».
Se determinate affermazioni, certi comportamenti e noti fatti, processi, condanne, non destano clamore, scalpore, indignazione, ribellione, non più di tanto almeno, o peggio trovano l’appoggio e il consenso dei cittadini, parte di essi almeno, e dei rappresentanti dello Stato nelle varie istituzioni, parte di essi almeno, allora si può affermare, purtroppo, che la “costituzionalizzazione” di cui parlava Miglio, in via ufficiosa se non in via ufficiale, è per certo già avvenuta.

Il libro Ingroia lo dedica al suo maestro Paolo Borsellino, il quale «in nome dell’intransigenza contro la mafia e ostile a ogni trattativa ha sacrificato la vita per tutti noi». Nella introduzione curata da Franco Roberti sono ricordate anche le parole di un altro coraggioso “investigatore” che ha preferito il medesimo sacrifico piuttosto che vivere nell’ipocrisia e nella finzione del non capire, del non vedere, del non sentire. L’articolo pubblicato nel 1975 scritto da Pier Paolo Pasolini e intitolato simbolicamente Il processo dove si trova anche «l’elenco morale dei reati commessi da coloro che hanno governato l’Italia». Veri processi del genere i magistrati, pur tra mille difficoltà, sono riusciti a istruirli, «partendo dai fatti, dalle inchieste, dallo studio delle carte». Processi («Andreotti, Contrada, inchiesta Sistemi criminali, Dell’Utri, Mori-Obinu, Trattativa») non «indirizzati specificamente solo al potere democristiano».

Ingroia considera l’indagine sulla Trattativa «il massimo sforzo che la magistratura ha potuto fare in questo ventennio per trovare la verità» sulla stagione delle stragi ma anche «sullo stretto legame di queste ultime con la genesi della seconda Repubblica». Se davvero siamo entrati nella terza Repubblica allora questa sentenza può rappresentare «un punto di riferimento nello sforzo di ricostruire la storia, dal punto di vista ovviamente giudiziario-criminale, di quello che sono state la fine della prima Repubblica e il marchio che la trattativa ha impresso su tutta la seconda Repubblica».
Un nuova Repubblica, la terza, che nasce sotto l’egida di una dichiarata volontà di cambiamento. «Certamente siamo in una fase di transizione» ma non si può davvero credere di poter costruire «su fondamenta solide una nuova Repubblica che incarni davvero un processo di maturazione della nostra democrazia se non si fanno i conti col passato».

La virata, affinché sia efficace, deve essere poderosa, decisa e scevra da ogni compromesso. Un segno tangibile di questo cambiamento potrebbe essere, secondo Ingroia, la costituzione di «una commissione parlamentare d’inchiesta, ad hoc, ma d’inchiesta sul serio». Un ulteriore ottimo segnale di vero cambiamento sarebbe stato la nomina a ministro di Di Matteo, di cui si era parlato ma poi non se n’è fatto nulla. «Tuttavia c’è ancora tempo per dare altri segnali, da parte del Governo, ma anche da parte del Parlamento».

Segnali, azioni, gesti concreti che i rappresentanti nelle istituzioni devono dare e che i cittadini italiani devono pretendere a gran voce e, al contempo, dare essi stessi. Perché, parafrasando Mahatma Gandhi, tutti dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Imprimatur per la disponibilità e il materiale


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Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018)

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Solo gli elettori possono risolvere le questioni che riguardano le loro famiglie e il loro Paese, e solo loro «devono assumersi la responsabilità ultima di queste decisioni». Ma «gli esperti hanno l’obbligo di contribuire». Per questo motivo Tom Nichols ha scritto The death of expertise. The campaign against established knowledge and why it matters, pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2017 da Oxford University Press e in Italia in prima edizione a febbraio 2018 da Luiss University Press nella versione tradotta da Chiara Veltri con il titolo La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia.

Oggi l’America è un Paese «ossessionato dal culto della propria ignoranza». Il punto non è soltanto che la popolazione non ne sa molto di scienze, di politica o di geografia, «il problema più grande è che siamo orgogliosi di non sapere le cose». Per gli americani rifiutare l’opinione degli esperti significa «affermare la propria autonomia», un metodo per «isolare il proprio ego sempre più fragile» e non sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa.

Sicuramente non è un azzardo affermare che in Italia si assiste a un fenomeno molto simile. Basti pensare, per fare un esempio, alle discussioni mediatiche relative alle vaccinazioni obbligatorie dei minori. Considerazioni e decisioni che spetterebbero alla comunità medico-scientifica date in pasto alla e dalla stampa a una intera popolazione. Riuscendo in questo modo a trasformare il tutto in una serrata quanto assurda competizione tra i pro-vax e i no-vax su chi detenga o meno lo scettro della ragione.

«Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro» sembra essere diventato un mantra o un imperativo categorico anche in Italia dove si assiste, nella Rete, sui social ma anche nei classici luoghi fisici di scambio di idee e opinioni, a una vera e propria esplosione dei cosiddetti laureati alla Google University. In linea teorica, dare peso e valore all’opinione o alle idee di tutti e di ognuno è di per sé una bella cosa. Il problema si fa serio e grave quando veramente si diventa convinti che una semplice ricerca fatta con un qualsiasi motore di ricerca online sia sufficiente non solo a formarsi un’opinione in merito anche ad argomenti che riguardano la salute e la sicurezza pubbliche, ma acquisti, o debba farlo, il peso di una conoscenza acquisita con un lungo e articolato percorso di studio, di ricerca o professionale.

Il sapere di base medio è ormai talmente basso da essere crollato prima a livello di disinformazione, poi di cattiva informazione e ora «sta sprofondando nella categoria errore aggressivo». La gente non solo crede alle sciocchezze, si oppone anche attivamente a imparare di più, «pur di non abbandonare le proprie errate convinzioni». Si è passati, nel giro di pochi decenni, da una fiducia totale e incondizionata, spesso anche mal riposta, negli esperti e nei leader politici, a un atteggiamento rabbioso e di sfida, alla convinzione che esperti e leader politici sbaglino sempre, in quanto tali. È necessario però che la gente acquisti o riacquisti la consapevolezza che il giudizio degli esperti, anche laddove venga richiesto dai governanti, è un mero consulto, un parere non una decisione. Quella spetta ai rappresentanti eletti. Ecco perché la responsabilità è e ricade sugli elettori. Sono loro che, tramite voto, eleggono coloro che prendono le decisioni. Ed ecco perché è importante che le persone continuino a informarsi, a studiare, a istruirsi nel migliore dei modi possibile. Perché le loro scelte elettorali ricadranno inevitabilmente su di loro, sulle loro famiglie e sull’intero Paese.

Isaac Asimov, citato da Nichols nel testo, sosteneva che vige la falsa convinzione che democrazia significhi che «la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza». Non è certo su questo genere di eguaglianza che si basa o debba basarsi una democrazia. Sull’eguaglianza dei diritti, questo sì. Il rischio è di «gettare via secoli di sapere accumulato». Pensiamo a quanto accaduto nel nostro Paese, alle lotte condotte solamente sul limitare del secolo appena concluso per ottenere un accesso facilitato all’istruzione, a tutti i suoi livelli, per i giovani provenienti da ogni ceto sociale. E oggi si è costretti ad assistere a una generale e generica, quanto allarmante, demotivazione verso l’istruzione, l’apprendimento e la cultura in generale che tanto non paga e non ripaga degli sforzi compiuti. Nulla di più deleterio. E falso. E sbagliato. E pericoloso.

Per Tom Nichols il cerchio sembra essersi chiuso e nel peggiore dei modi possibili. Partendo dall’età premoderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino ad arrivare a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove i cittadini si ritengono esperti in qualsiasi cosa. E anche laddove è palese che non lo sono, si astengono dal porvi rimedio con un’accurata e profonda documentazione e preferiscono di gran lunga scegliere la strada della noncuranza, colmando i vuoti di conoscenza con l’indifferenza o, peggio, con l’aggressività. «Questo è l’opposto dell’istruzione, il cui obiettivo dovrebbe essere che le persone, non importa quanto siano intelligenti o abili, apprendano per tutta la vita». Ormai si pensa invece che l’acquisizione di un sapere anche minimo sia il punto di arrivo dell’istruzione e non l’inizio. È questa è innegabilmente e assolutamente una cosa pericolosa.

Gli esperti piuttosto che addentrarsi in aride discussioni, pregiudizi e preconcetti hanno quasi sempre preferito trincerarsi all’interno della linea sicura e confrontarsi tra di loro.
In una società realmente libera, i giornalisti sono i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura. Qual è invece il ruolo da essi svolto nelle democrazie occidentali? Cosa succede quando i cittadini chiedono di essere intrattenuti anziché informati? «In questo ambiente mediatico ipercompetitivo, direttori e produttori non hanno più la pazienza – né il lusso economico – di lasciare che i giornalisti sviluppino le proprie competenze o approfondiscano la conoscenza di un argomento».

La gente sa poco e si interessa ancor meno di come viene governata o di come funzionano davvero le strutture economiche, scientifiche o politiche. Tuttavia, a mano a mano che tutti questi processi diventano più incomprensibili, «i cittadini si sentono più alienati» e così, sopraffatti, si allontanano dallo studio e dall’impegno civile e si rifugiano in altre attività. Ciò li rende a loro volta cittadini meno capaci, e il circolo vizioso si rafforza, soprattutto quando «la fame pubblica di fuga viene alimentata dall’industria del tempo libero». E così, «inondati di gadget e comodità in passato inimmaginabili, gli americani (e molti altri occidentali, a essere onesti) oppongono un rifiuto quasi infantile a un apprendimento sufficiente a governarsi da sé o a guidare le politiche che influiscono sulle loro esistenze». I cittadini, ovvero gli elettori, sembrano essere più interessati ai candidati e alle loro personalità che alle loro idee o politiche. Come se in cabina elettorale dovessero scegliere il proprio attore o cantante o showman preferito e non il rappresentante incaricato di tutelare e garantire i propri diritti, quelli della propria famiglia e dell’intero Paese.

Interessante l’analisi delle interviste condotte dal comico statunitense Jimmy Kimmel in prossimità delle ultime presidenziali americane. Ai passanti veniva chiesto quale riforma delle tasse preferissero tra quella proposta da Donald Trump e l’altra di Hillary Clinton. Dati che erano stati preventivamente e segretamente invertiti. Gli esiti dell’indagine hanno mostrato e dimostrato, purtroppo, che gli elettori scelgono in base ai candidati e ai pregiudizi ideologici, non in base al merito delle proposte nella loro concretezza. Ed è stato più o meno in base allo stesso criterio di scelta che in Italia, per esempio, si è consentito a governi di centro-sinistra, o che tali si definivano, di portare a compimento riforme, come quella del lavoro, che neanche i governi di centro-destra, o che tali si dichiaravano, erano riusciti a portare avanti.

Gli esperti non sono infallibili, «hanno commesso errori terribili, con conseguenze spaventose». Ragione in più per cui i profani devono «diventare consumatori più consapevoli dei loro pareri». I cittadini devono assumersi «la propria responsabilità civica». Gli esperti devono, naturalmente, assumersi quella relativa ai pareri e ai consigli elargiti. Che però, va bene ricordarlo, sono semplicemente questo, ovvero non sono vincolanti su quelle che poi saranno le decisioni ultime prese dai politici che li hanno interpellati. Il crollo del rapporto tra esperti e cittadini «è una disfunzione della democrazia» e va risolto perché i politici non smetteranno mai di affidarsi agli esperti ma, se viene meno il controllo vigile dei cittadini, «cominceranno ad affidarsi a esperti che diranno loro – e ai profani arrabbiati che bussano con forza alle porte dei loro uffici – tutto quello che vogliono sentirsi dire».

Jan Vermeer, “Astronomo”, olio su tela 1668

È stato scritto del testo di Nichols che è un libro necessario a ridare la giusta voce agli esperti, unico modo per contrastare l’avanzata degli inesperti incompetenti, i quali altro non farebbero che diffondere fake news. Notizie false e allarmismi vari che sono la base dei pericolosi populismi che spopolano nel mondo occidentale. La situazione in realtà è un tantino meno semplicistica e riduttiva e l’analisi condotta da Tom Nichols ne La conoscenza e i suoi nemici molto più complessa, articolata e obiettiva.

Il fine ultimo dello studio di Nichols non è fare in modo che la voce degli esperti sia o diventi l’unico faro a illuminare le democrazie di tutto il mondo. Piuttosto che gli elettori, vero ago della bilancia di ogni sistema democratico che funzioni, imparino sempre più, e bene, e meglio, in modo tale che possano effettuare scelte più ponderate e motivate in cabina elettorale prima e siano in grado di meglio comprendere le decisioni politiche poi, nonché i pareri degli esperti interpellati dai politici che essi stessi hanno eletto. Il tutto per poter svolgere con nozione di causa il ruolo di controllo e vigilanza sulle politiche governative che ricadono, inevitabilmente, sugli elettori e sulle proprie famiglie.

James Madison, citato dallo stesso Nichols, affermava che «un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che dà la conoscenza». Lo stile di vita adottato dai cittadini delle democrazie occidentali però sembra essere dettato dalla sempre più ferrea e diffusa volontà di riservarsi «il diritto di essere ignorante». E ciò è una pericolosa caduta libera senza imbracatura né rete di protezione che reggano all’impatto, o meglio allo schianto.

I profani non possono fare a meno degli esperti e devono accettare questa realtà senza rancore. Ingegneri, avvocati, medici, ricercatori, scienziati… non possono cessare di esistere solo perché ora c’è internet con i suoi motori di ricerca. Gli esperti, dal canto loro, devono accettare il fatto che i loro pareri, che a loro potranno sembrare ovvi e giusti, non vengano sempre seguiti. Questa l’opinione dell’autore, il quale ammette che potrebbe anche sbagliarsi. Certo, potrebbe anche sbagliarsi. Oppure potrebbe avere ragione.

La libertà, inalienabile, di maturare opinioni diverse, differenti, addirittura opposte purché basate su dati, conoscenze, esperienze e il più obiettive possibili. In fondo una repubblica democratica funziona solo laddove vi sia rispetto reciproco ed equilibrio nei ruoli che ognuno sceglie e accoglie per sé. Equilibrio e rispetto che, purtroppo, vacillano in tutte le democrazie occidentali, non solo in quella americana. Ed é su questi principi che Nichols invita ad approfondire, a profondere impegno e sforzi. Non, come si è letto, sulla sedicente rivolta che gli esperti starebbero finalmente per attuare. La loro fantomatica rivoluzione contro i “nemici” della conoscenza.

Questo è il mio parere sul testo di Nichols. Ma anche io, come l’autore, potrei sbagliare. Oppure no.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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Costruire una solida memoria storica dei mali causati dall’odio umano per non dimenticare neanche “Le verità balcaniche” (Andrea Foffano, Kimerik 2018)

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Una sanguinosa guerra civile, combattuta ancora una volta in nome della razza e della religione, ha originato l’ennesimo massacro. Una spaventosa pulizia etnica consumatasi nei primi anni Novanta a pochi chilometri dal nostro Paese e di cui ancora troppo poco si conosce. Della verità, di quanto realmente accaduto in quei luoghi martoriati dalle armi certo, ma soprattutto dall’odio umano.

C’è la concreta necessità di scoprire, di capire e di ricordare quanto accaduto, perché «la memoria di cosa l’odio umano abbia portato a fare non vada perduta» ma insegni a noi e alle generazioni future che «la guerra porta solo alla morte, la violenza porta solo ad altra violenza». Non esistono mai davvero “buoni motivi” per dichiarare o combattere una guerra, solo giustificazioni ad atteggiamenti violenti, aggressivi e criminali.

Un libro, Le verità balcaniche di Andrea Foffano, che si presenta un po’ ostico nella parte iniziale e molto più agevole in quella finale. Ciò non è dovuto di certo a un errore bensì al tema stesso della narrazione. All’introduzione storica, lunga e dettagliata, assolutamente necessaria per rendere al meglio l’idea di quanto in realtà complessa era ed è tuttora la situazione geopolitica, sociale, civile e religiosa nei territori una volta noti come Jugoslavia.

Luoghi che divennero il macabro scenario della sanguinosa e sanguinaria guerra civile che si sviluppò nei Balcani agli inizi degli anni Novanta. Una lotta intestina pregna di «terribili massacri, spaventosi omicidi di massa e spettrali leader politico-militari», i quali si susseguirono via via «sul palco di questa atroce tragedia». Ma coloro che compirono le peggiori malefatte «furono il medico, l’imprenditore o il maestro di musica». Persone comuni che, allo scoppio del conflitto, «dopo aver indossato una divisa paramilitare, si auto-proclamarono giudici e carnefici».

Accanto alle formazioni militari ufficiali operarono molte altre milizie ufficiose, «veri e propri gruppi paramilitari organizzati che, spesso e volentieri, si resero responsabili dei peggiori e più abbietti massacri in danno della popolazione civile bosniaca». Erano truppe fedeli al regime, votate alla causa nazionalista e preparate militarmente ma non erano parte integrante dell’esercito regolare. Ciò significa che l’amministrazione politica o militare se da una parte «poteva impiegarle come meglio credeva, dall’altra avrebbe potuto comunque prenderne le distanze sul piano mediatico internazionale».

I sentimenti di odio etnico e religioso, sorti tra i vari gruppi sociali che popolano ancora la Bosnia, hanno origini antichissime. Problemi cui non è stato trovato rimedio neanche con la soluzione politica «cercata e ottenuta a tavolino sotto la luce dei riflettori mediatici internazionali». E così, agendo offuscati dall’odio etnico e religioso, si è scelto di impiegare «la pulizia etnica come arma di guerra». In una società, quella bosniaca, in cui i figli prendono l’etnia del padre e non della madre, «lo stupro sistemico divenne l’arma attraverso la quale i soldati potevano ottenere la completa eradicazione della popolazione avversaria».

Gli eserciti serbo-bosniaci e bosniaco-musulmano «non erano formati da persone venute da chissà quale parte del mondo». I soldati che li componevano, fino a qualche mese prima, «erano stati buoni vicini di casa». Questo particolare, tanto terribile quanto realistico, «ricorda vagamente quanto accadde, secondo circostanze e schemi assai diversi, nella Germania nazista degli anni trenta».

Aldilà delle azioni legali di contrasto al fenomeno, «quello che è sempre mancato nel corso degli anni è il sostegno alle popolazioni» ferite dalla crudeltà e dall’odio dell’uomo, «mutilate dell’intima speranza che, ciò che è successo, non possa riaccadere mai più».

Anche lo stesso scritto di Foffano si chiude con un desiderio, la speranza che un giorno «gli storici contestualizzeranno una valutazione obiettiva di tutti questi nefasti eventi». Sino a quel momento, avverte l’autore, «chiunque voglia ardire alla ricerca e all’interpretazione oggettiva dei dati storici inerenti al conflitto, non prescinda dalla volontà di scoprire cosa si nasconda dietro questa intricata tela». Un grosso ausilio gli verrà proprio dall’analisi dei ruoli celati, «svolti dai servizi segreti di molte nazioni durante tutto l’arco della guerra».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Casa Editrice Kimerik per la disponibilità e il materiale


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“L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano” di Francesco Gnerre (Rogas Edizioni, 2018)

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Francesco Gnerre è cresciuto in una piccola comunità nella quale «l’omosessualità semplicemente non esisteva», ovvero ci si riferiva a essa solo attraverso «qualche vago accenno offensivo e denigratorio».
L’offesa che vuol diventare “semplice” presa in giro nella certezza che se la comunità e la Chiesa la pensano allo stesso modo allora si è per forza dalla parte giusta. Ed è il diverso, l’altro che proprio in quanto tale “deve” aspettarsi un simile trattamento.
Il problema è che questa mentalità non riguarda solo le piccole comunità del Sud Italia e non riguarda solo l’epoca della giovinezza dell’autore.

Gnerre, giovane adolescente alle prese con i primi innamoramenti, non trovando nella sua comunità punti di riferimento, prova a cercarli nei libri. Così scavando, spulciando, leggendo trova ciò che cercava ma non la risposta a tante, troppe domande. Perché questi amori vivono clandestini? Perché sono circondati da un alone di peccaminoso?
La lotta all’omofobia è ancora agli inizi ma l’autore ha sempre trovato conforto nel leggere «certi libri», un aiuto per difendersi «dalle offese della vita».

Nel nostro Paese il lungo e difficile cammino verso «la legittimazione di comportamenti di tipo omosessuale» è stato molto più lento che altrove e «non può dirsi ancora del tutto compiuto». La posizione rigida della Chiesa cattolica certamente ha contribuito e, per certi versi, complicato il tutto. L’atteggiamento del fascismo che ha sempre «propagandato una virilità eterosessuale» è noto a tutti e l’inclinazione al confino è proseguita anche oltre il regime. Ma la loro parte l’hanno fatta anche i comunisti, almeno fino agli anni Settanta, i quali hanno considerato l’omosessualità una «degenerazione borghese». E ancora oggi di certo non basta l’approvazione di una legge che legittima le unioni civili tra persone dello stesso sesso «per rimuovere gli strati di menzogna e le zone di silenzio che hanno accompagnato per secoli ogni comportamento legato all’omosessualità».

Anche la letteratura raramente ha osato rappresentare amori omosessuali, e quando qualche scrittore lo ha fatto «ha dovuto farei i conti con enormi e spesso insormontabili problemi di censura o di autocensura», o con un indifferente silenzio, caratteristica anche della critica letteraria, «spesso più oltraggioso della stessa condanna».

Un libro, L’eroe negato di Francesco Gnerre, una sorta di canovaccio che l’autore modifica e accresce di pari passo alle esperienze di vita e alle letture e ricerche effettuate, che mai si sono arrestate da quando era ancora solo un ragazzo. Pubblicato prima nel 1981, poi nel 2000 con Baldini Castoldi e nel 2018 con Rogas Edizioni, il suo testo non vuole assolutamente essere o diventare un catalogo degli autori omosessuali del Novecento italiano, piuttosto una sorta di enciclopedia, di approfondimento sul tema dell’omosessualità nella letteratura del ‘900, studiata attraverso gli autori e le loro opere. Che può rappresentare anche una base di partenza e di conoscenza per meglio apprendere l’evoluzione e le caratteristiche della produzione letteraria del nuovo Millennio che affronta il medesimo tema.

Se, infatti, dal punto di vista sociale e civico l’Italia è sempre stata e lo è tuttora indietro rispetto ad altre nazioni, a livello di rappresentazione letteraria «c’è stata una vera e propria rottura col passato, il clima è totalmente mutato».
La letteratura che ha testimoniato e accompagnato la trasformazione sociale e culturale dell’ultimo secolo, «dalla paura dell’omosessualità a una sua sostanziale accettazione», pone oggi nuove domande. Continuando a mettere in discussione norme e valori codificati e a «sperimentare, attraverso la scrittura, nuovi modi di vivere i rapporti umani».


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L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)

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Apprendendo grossolanamente la teoria di Brennan sull’epistocrazia e la sua classificazione dei cittadini-elettori è facile incappare in un sentimento/risentimento molto ostile. In effetti è proprio quello che è successo, negli Stati Uniti prima e anche in Italia poi. Il che, per inciso, non fa che confermare la teoria stessa di Brennan.
È innegabile infatti che in Usa, come in Italia, la categoria più ampia di cittadini è composta dai così definiti hooligan. Basta leggere i giornali, i blog degli opinionisti, i post e i commenti sui vari social, ascoltare i discorsi della gente per strada, nei bar… per trovarne conferma.
Parimenti innegabile è il fatto che alla categoria dei vulcaniani, in Usa come in Italia, appartengono solo una sparuta quantità di cittadini. Il che non significa che questi siano ricchi, benestanti, bianchi… neanche Jason Brennan lo pensa.

Esce in prima edizione a febbraio 2018 per Luiss University Press Contro la democrazia di Jason Brennan, con la prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele de Mucci, nella versione tradotta da Rosamaria Bitetti e Federico Morganti del libro originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2016 con il titolo Against Democracy da Princeton University Press.

Brennan suddivide i cittadini in tre categorie: gli hobbit, che hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza politica; gli hooligan, portati a sapere più degli hobbit ma fortemente distorti nella valutazione delle informazioni, con una spiccata tendenza a respingere tutte le tesi opposte alle proprie; i vulcaniani che combinano una vasta conoscenza e una buona raffinatezza analitica con un’ampia apertura mentale.
Invece di agire come «cercatori di verità», gli elettori si comportano come «fan politici», facendo il tifo per una o per l’opposta squadra al pari dei tifosi sportivi. «L’ignoranza e la polarizzazione degli elettori li lasciano in balìa di politici senza scrupoli, ideologi e gruppi di interesse».

Un analfabetismo politico e istituzionale che si trascina fin dalla gioventù. Basta ascoltare i giovani alle prese con le loro prime visite ai seggi elettorali o anche solo nelle discussioni politiche che diventano, inevitabilmente, meri attacchi e contrattacchi partitici. Come gli adulti del resto.
La scelta di chi deve rappresentare i cittadini in Parlamento e in tutti gli altri organi ed enti rappresentativi non può e non dovrebbe mai essere motivata dalle sole ideologie o, peggio, sul pregiudizio di chi ne professa di diverse. Le scelte dei rappresentanti eletti si riflettono poi, inevitabilmente, su tutta la cittadinanza e sarebbe quindi opportuno iniziare a selezionare i governanti sulla base di progetti concreti per la collettività.

«Se ci rifiutiamo di tollerare una pratica medica o il lavoro dell’idraulico privi di conoscenza e competenza, dovremmo trattare con lo stesso metro il votare inconsapevolmente». Brennan sottolinea come il voto non sia semplicemente una scelta individuale ma «l’esercizio di un potere sugli altri» che dovrebbe essere sempre utilizzato in modo responsabile non fosse altro appunto perché le scelte politiche ricadono su tutti i cittadini indistintamente.
Coloro che si astengono «sono mediamente hobbit», mentre gli elettori «sono, in media, hooligan». «Il problema è che molte teorie filosofiche sulla democrazia presumono che i cittadini si comportino come vulcaniani».

Negli Stati Uniti gli immigrati regolari che non superano un test di educazione civica non hanno il permesso di andare a votare. Il medesimo test che, per Jason Brennan, «la maggior parte della popolazione di origine americana fallirebbe». Ci sono buone possibilità che accadrebbe anche in Italia. L’elettore medio, «è male informato o ignorante su informazioni politiche di base», e sa ancora meno su argomenti che richiedono «nozioni di scienze sociali più avanzate».

Lo scopo di Jason Brennan nello scrivere un libro sull’epistocrazia non sembra quello di avallare questo tipo di governo, piuttosto quello sottolineato da Raffaele de Mucci, ovvero essere «come una roccia precipitata in un immenso specchio d’acqua che altrimenti correrebbe il rischio di diventare una palude stagnante». L’autore si dichiara al contempo un critico e un fan della democrazia, la quale sappiamo avere «difetti sistemici», e per questo motivo bisognerebbe «essere aperti all’idea di studiare e sperimentare nuove alternative». Nuove forme di governance che, riuscendo egualmente o anche meglio a garantire le libertà economiche e soprattutto civili che promette la democrazia, offrano la possibilità di valorizzare competenze e conoscenze a discapito, finalmente, di opportunismo e corruzione.
In buona sostanza, il fulcro del ragionamento di Brennan sta nella considerazione che la democrazia altro non è che uno strumento, «se riuscissimo a trovarne uno migliore, allora dovremmo sentirci liberi di utilizzarlo».

Gli individui decidono per sé stessi sulla base dei loro incentivi e interessi individuali. «Acquisire informazione ha un costo», richiede tempo e sforzi che potrebbero essere impiegati «per promuovere altri nostri obiettivi». Gli economisti chiamano questo fenomeno «ignoranza razionale». Razionalmente infatti si preferisce dedicarsi ad altro. Le politiche che le persone difendono però sono strettamente correlate a ciò che esse sanno.
In politica, come del resto in quasi tutti gli altri contesti, «soffriamo l’in-group/out-group bias», o altrimenti detto «favoritismo di gruppo». Siamo inclini cioè a fare gruppo e a identificarci fortemente con esso. Tendiamo a sviluppare animosità verso gli altri gruppi, anche laddove non ce ne sarebbe motivo. Abbiamo il pregiudizio di assumere che il nostro gruppo sia buono e giusto e che i membri degli altri gruppi siano cattivi, stupidi e ingiusti. «La nostra dedizione al gruppo può spesso scavalcare il nostro impegno verso la verità e la morale», tendendo ad accettare le prove che supportano le nostre posizioni precedenti e a rifiutare o ignorare le prove che le smentiscono.
«Il nostro tribalismo politico si riversa sul nostro comportamento al di fuori della politica, corrompendolo».

Esemplare a tal proposito l’esperimento condotto da Shanto Iyengar e Sean Westwood riportato nel testo. È stato chiesto a mille soggetti di valutare i curricula di potenziali candidati di cui era stato evidenziato l’orientamento politico. «I risultati sono deprimenti: l’80.4% dei soggetti democratici sceglie di dare lavoro al candidato democratico, mentre il 69.2% dei soggetti repubblicani sceglie il repubblicano». I due ricercatori hanno verificato che «i meriti del candidato non hanno alcun effetto significativo sulla selezione del vincitore». Non si può che condividere l’opinione di Brennan quando afferma che «questo è un comportamento irresponsabile, corrotto».

Si tende a vedere gli avversari politici come «stupidi e malvagi» anziché, semplicemente, come «persone ragionevolmente in disaccordo». Se vogliamo che la gente guardi ai propri concittadini come amici, come persone impegnate in un’impresa cooperativa volta a ottenere benefici reciproci, e non come nemici, «dobbiamo desiderare che stia il più possibile alla larga dalla politica», o almeno dalla politica così com’è attualmente intesa.

Informazione, documentazione, ricerca. Interrogarsi sulle cose, sui fatti, sui problemi. Cercare soluzioni, alternative. È questa l’evoluzione che sembra indicare Brennan, il quale ammette che, più volte, si è trovato a ricredersi, a cambiare opinione, ad abbracciare teorie che mai avrebbe pensato di prendere in considerazione. In fondo è sempre lo spirito critico, unitamente alle conoscenze e a una sana curiosità, che hanno prodotto o condotto alle nuove scoperte in tutti i campi del sapere, preludio imprescindibile alle piccole e grandi rivoluzioni.

Emerge dalla lettura di Contro la democrazia di Jason Brennan non tanto la volontà dell’autore di condurre la ristretta cerchia dei vulcaniani al governo del Paese, quanto piuttosto quella di stimolare azioni e progetti che rendano hobbit e hooligan meno tali e quanto più vulcaniani possibile. In fondo, come sosteneva Herbert Spencer e come ricorda lo stesso Brennan: «un uomo non è meno schiavo se, ogni certo numero di anni, gli si permette di scegliersi un nuovo padrone».


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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Il Buddhismo contro l’imbarbarimento del caos. “Le ragioni del Buddha” di Diego Infante (Meltemi, 2018)

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Dare un senso al proprio stare al mondo. Domande esistenziali che tutti e ognuno, magari inconsciamente e inconsapevolmente, si pongono o dovrebbero porsi. E, laddove non trovano libero sfogo o accesso, generano con ogni probabilità un processo lesivo dell’essere interiore che, inevitabilmente si ripercuote in quello esteriore, nelle relazioni e nello stare al mondo e nel mondo.
Qual è lo scopo del vivere l’esistenza terrena? Quale il senso di “vivere” gran parte di essa rinchiusi in prigioni di cemento più o meno grandi o in scatole di ferro accessoriate con ruote e ogni “confort”?

La società moderna «costituisce il brodo di coltura ideale per il sorgere di nuove domande», non più «esigenze dettate dalla sussistenza, quanto la necessità» di dare, appunto, un senso al proprio stare al mondo. Che non può e non deve ridursi al consumo di risorse e all’accumulo di beni materiali e denaro.

In un’epoca in cui l’istruzione, l’informazione, la comunicazione sembrano svolgersi sempre più caoticamente, a colpi di lanci e smentite, promesse e dinieghi, slogan e titoloni… una vorticosa giostra che pare essere stata creata apposta per nascondere il vuoto, di senso soprattutto, il libro di Infante assume quasi un valore catartico. Un invito non ad abbracciare una qualsivoglia religione o ideologia quanto, piuttosto, a praticare una accurata e profonda riflessione sul mondo come su noi stessi. Riflettere, per esempio, sul dualismo kantiano tra il mondo noumenico e quello del fenomeno. Sulla realtà come volontà e come rappresentazione, ovvero «il mondo come noi ne facciamo esperienza».

Si pensi alla realtà immaginata e costruita per i bambini occidentali, fatta di sontuose feste di compleanno, regali sotto l’albero, beni di consumo mutevole e superflui, spesso inutili eppure spacciati e sentiti come assolutamente necessari. Una rappresentazione talmente distorta di quella che è la realtà, di quello che è il mondo reale da apparire surreale se non proprio paradossale che in tanti, adulti prima ancora dei bambini, tuttora ci credano. Il mondo fuori dai format televisivi, cinematografici e pubblicitari, quello in cui vivono milioni di persone che si cerca costantemente di incantare con la ‘felicità consumistica’ del mondo occidentale, la cui economia verte interamente «sul foraggiamento dei desideri».

«Non è peregrino affermare che l’Occidente abbia costruito il proprio paradigma nella più completa ignoranza del meccanismo per cui per ogni azione si generano forze inverse e contrarie». E volendo contestualizzare il discorso nel dibattito, in questo periodo caldissimo, sui migranti, si nota che la discussione si sviluppa sul tema dell’accoglienza, nella declinazione dei favorevoli e dei contrari, della necessità o nel dovere che l’Occidente deve assumersi per dare una possibilità a tutti loro di costruirsi una nuova vita, quanto più simile possibile a quella immaginata o vissuta per se stessi. Nessuno, o quasi, pensa invece che la soluzione vada ricercata nella rinuncia dell’Occidente tutto in primo luogo ai suoi innumerevoli e inappagabili “desideri” che si traducono in consumo, in spreco di risorse, suolo e spazio che non competono solo agli occidentali bensì agli abitanti dell’intero pianeta.

Cita Infante nel testo una esemplare frase di Tiziano Terzani: «Se l’Homo sapiens, quello che siamo ora, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto con il prossimo e meno rapace nei confronti del resto del mondo?»
Di sicuro questa mutazione non avverrà fin quando il paradigma di una felicità raggiungibile solo attraverso l’economia di appagamento dei desideri sarà considerato un imperativo. Solo attraverso la rinuncia, la ricerca interiore prima che esteriore, la solidarietà e l’empatia contrapposte all’individualismo sfrenato si potrà sperare in un reale e profondo cambiamento. Inutile utopia per alcuni, speranza per altri.

Di sicuro c’è che finora tutte le ideologie indistintamente davano «la certezza morale necessaria per giustificare la violenza in funzione di un mondo migliore», inducendo ad accettare come «un fatto scontato che qualcuno debba morire perché gli altri possano vivere liberi e felici». La citazione di Pankaj Mishra restituisce nella giusta ottica gli errori di fondo di una cultura basata sul profitto e sul benessere propri, e sul disinteresse pressoché totale per gli altri, usati spesso solo come anonimi destinatari di una beneficenza e di gesti caritatevoli volti a rappresentare la propria presunta bontà d’animo nonostante la conscia violenza inflitta, direttamente o indirettamente, al mondo e ai suoi abitanti. In altre parole ipocrisia e apparenza, che poi, in fondo, sono le fondamenta della cultura dell’immagine e della rappresentazione su cui sembra essere stato costruito tutto l’impianto del progresso occidentale.

Nelle differenze enormi con gli insegnamenti buddhisti Infante riesce a trovare se non proprio similitudini almeno potenziali punti di incontro che potrebbero costituire altrettanti punti di partenza per un buddhismo che accompagni l’Occidente nel suo percorso accelerativo: «l’accelerazione potrebbe innescare la messa in discussione e quindi il capovolgimento di prospettiva». Un “viaggio” per guardare lontano laddove la distanza può fungere «da specchio per guardare vicino e soprattutto dentro».
Esattamente la svolta che fu caratteristica di «un grande viaggiatore qual è stato Tiziano Terzani»: un viaggio dentro e non fuori. Un viaggio la cui meta non era un luogo fisico ma un posto della mente, uno stato d’animo, «una condizione di pace con se stesso e col mondo».

Anche Le ragioni del Buddha di Diego Infante rappresenta, per certi versi, un viaggio che il lettore compie attraverso la narrazione dell’autore sul sentiero da lui tracciato o su quello della propria mente. Un viaggio lento, a volte accidentato, ma pregno di significati. Un peregrinare tra domande e risposte seguendo i lineamenti di uno stile narrativo intenso, molto ricercato. Una ricercatezza che si denota sia nel fraseggio come anche nell’impiego di vocaboli di non largo utilizzo. Un percorso di scrittura e un ragionamento avallati da numerose citazioni e riferimenti bibliografici che spaziano dai testi di Baumer a Dumont o Kumar, il più volte citato Terzani e numerosi altri autori. Un libro articolato, ben strutturato e ben riuscito nello scopo dichiarato e prefissosi dall’autore.


Source: Si ringrazia l’autore Diego Infante per la segnalazione e il materiale.


Articolo originale qui


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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

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Cento anni dopo il primo conflitto mondiale i governi e i popoli dell’intero pianeta si pongono i medesimi interrogativi, di nuovo.
Come si accumulano rischi enormi, poco compresi e poco controllabili? In che modo quadri di riferimento anacronistici e obsoleti ci impediscono di capire cosa sta succedendo intorno a noi? Il motore di ogni instabilità è forse lo sviluppo disomogeneo e combinato del capitalismo globale? Possiamo raggiungere una stabilità e una pace perpetue?
Di nuovo, le medesime domande perché sono queste che «accompagnano le grandi crisi della modernità».

In Crashed, edito in Italia da Mondadori ad agosto 2018 nella versione tradotta da Chiara Rizzo e Roberto Serrai e intitolata Lo schianto, Adam Tooze analizza gli ultimi dieci anni, dal 2008 al 2018, dalle origini della crisi prima finanziaria poi economica che ha investito, a quanto hanno detto, a più riprese l’intero sistema globale. Per la gran parte menzogne o giustificazioni a provvedimenti che i governanti hanno ritenuto essere improrogabili. Per gestire la crisi dell’eurozona dopo il 2010, per esempio, condotta seguendo una logica che non è stata altro che «una ripetizione dei salvataggi bancari del 2008, ma questa volta sotto mentite spoglie».

E così, mentre ai contribuenti europei venivano richiesti enormi sacrifici, i medesimi chiesti in precedenza ai cittadini americani, «banche e altri istituti di credito erano pagati col denaro riversato nei paesi che beneficiavano del salvataggio». Tutto perché al centro della crisi eurozona venivano messe le politiche del debito sovrano. «Come i responsabili della UE sono ora disposti ad ammettere pubblicamente», questo non aveva alcun fondamento sul piano economico. La sostenibilità del debito pubblico può diventare un problema, a lungo termine. La Grecia, per esempio, era insolvente. Ma l’eccessivo debito pubblico non era il denominatore comune della più ampia crisi dell’eurozona. Il denominatore comune era «la pericolosa fragilità di un sistema finanziario eccessivamente legato all’indebitamento» e troppo dipendente «da finanziamenti a breve termine basati sul mercato».

La Federal Reserve statunitense si è proposta fin da subito come fornitore di liquidità di ultima istanza per il sistema bancario globale. Ma cosa vuol significare davvero il fatto che la finanza e l’economia globali dipendono, in ultima istanza, dalla decisioni del governo americano?
La crisi dei mercati emergenti (Messico, Corea, Thailandia, Indonesia, Russia, Argentina) degli anni Novanta ha mostrato a tutto il mondo «con quanta facilità uno Stato possa perdere la propria sovranità». Nel 2008, «nessuna delle vittime degli anni Novanta» è stata costretta a ricorrere al Fondo monetario internazionale. Una lezione che i paesi dell’eurozona sembrano non aver imparato neanche ora.

La crisi nell’eurozona è stata affrontata in maniera disomogenea, «una confusione di visioni contrastanti» che hanno portato alla messa in scena di un «dramma sconfortante di occasioni mancate, di fallimenti nella leadership e di fallimenti nelle azioni collettive». Generando un danno sociale e politico da cui «il progetto della UE potrebbe non riprendersi mai più».

La crisi finanziaria ed economica del 2007-2013 si è trasformata, tra il 2013 e il 2017, «in una crisi politica e geopolitica globale dell’ordine mondiale uscito dalla guerra fredda», le cui ovvie implicazioni politiche «non dovrebbero essere schivate». Pulsioni di rinnovamento e aneliti di cambiamento sono giunti da ogni parte ma «contro la sinistra le brutali tattiche di contenimento hanno fatto il loro lavoro». Si pensi a quanto accaduto, per esempio in Grecia. Invece non altrettanto è accaduto per la destra che ha resistito ed è avanzata nel consenso e nella determinazione. Si pensi a quanto sta accadendo, per esempio, in Austria.

Questa «nuova politica» del periodo successivo alla crisi è stata demonizzata come populismo, trattata alla stregua degli anni Trenta o attribuita alla «malvagia influenza della Russia», invece va osservata, sottolinea Tooze, come un segno della vitalità della democrazia europea davanti al «deplorevole fallimento dei governi» riassumibile forse nelle parole di Jean-Claude Juncker citate nel testo: «Quando le cose si fanno serie, bisogna mentire».

La tesi portata avanti da Tooze ne Lo schianto è di collocare la crisi bancaria nel suo contesto più ampio, politico e geopolitico, oltre che, naturalmente, finanziario ed economico perché è necessario «confrontarci con l’economia del sistema finanziario». La narrazione offerta dall’autore tenta di mostrare «la percezione dall’interno del funzionamento – o del non funzionamento – della circolazione del potere e del denaro» e di chiarire le dimensioni dell’interdipendenza del sistema globale nonché «l’estrema dipendenza del sistema finanziario globale dal dollaro». E l’importanza delle conseguenze di tutto ciò. Per tutti.


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