La solitudine dell’esistente: il tempo di ritrovare se stessi

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La solitudine è un’assenza di tempo. È questo il concetto alla base delle conferenze tenute tra il 1946 e il 1947 da Emmanuel Levinas, raccolte e ripubblicate lo scorso anno dalla casa editrice Mimesis. Conferenze che avevano lo scopo di mostrare che il tempo non fa parte del modo di essere di un soggetto isolato e solo, ma è la relazione stessa del soggetto con altri. Un invito a superare la definizione della solitudine per mezzo della socialità e la definizione della socialità per mezzo della solitudine.

Gli esseri possono scambiarsi tutto reciprocamente, fuorché l’esistere. In questo senso, essere significa isolarsi per il fatto di esistere. 

L’esistere allora rifiuta ogni sorta di rapporto, ogni sorta di molteplicità. Non riguarda nessun altro all’infuori dell’esistente. 

La solitudine non appare dunque, nell’analisi di Levinas, come l’isolamento di fatto, né come l’incomunicabilità di un contenuto di coscienza, ma come l’unità indissolubile fra l’esistente e l’atto del suo esistere. 

La solitudine sta proprio nel fatto che ci sono esistenti.

Lo studio condotto da Levinas, ormai oltre settant’anni fa, sul tempo e l’Altro per ritrovare se stessi, esistenti fuori dal tempo, è sorprendentemente e straordinariamente attuale e utile.

Concepire una situazione in cui la solitudine è superata significa sondare il principio del legame che unisce l’esistente al suo esistere. Il soggetto è solo perché è uno. È necessario che ci sia una solitudine perché si dia la libertà del cambiamento, il dominio dell’esistente sull’esistere, cioè, in definitiva, perché ci sia l’esistente.

La solitudine non è dunque soltanto disperazione e abbandono, ma anche virilità e fierezza e sovranità. Caratteri questi che l’analisi esistenzialistica della solitudine, condotta esclusivamente in termini di disperazione, è riuscita a cancellare, facendo cadere nella dimenticanza tutti i motivi della letteratura e della psicologia romantica e byroniana che esaltano la solitudine fiera, aristocratica, geniale. 

Ma l’identità non è soltanto l’atto di partire da sé, essa è anche un tornare a sé. L’esistente si occupa di sé. L’identità non è una relazione inoffensiva con sé, ma un asservimento a sé; è la necessità di occuparsi di sé. 

La sua libertà è immediatamente limitata dalla responsabilità. È questo il grande paradosso: un essere libero è già non più libero perché è responsabile di se stesso. Una responsabilità enorme, che può anche diventare un peso schiacciante. E allora ci si chiede se “fuggire” alla solitudine, intesa come la cura del sé, non rappresenti anche un alleggerimento da questa responsabilità.

Un relazionarsi continuamente con il tempo, con l’Altro, per non prendersi cura di se stessi. Consciamente o inconsciamente. Un discorso che può anche essere ampliato all’intera società degli individui.

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non solo non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa, ma continua ad avere una visione distorta del mondo. 

L’Ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbath degli ebrei sono dei “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Ciò che manca alla nostra società occidentale è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita il male dell’Infinito, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno vedere loro la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura.1

Nell’analisi della megacultura occidentale si nota il suo distaccamento dalla natura e la paura del suo arresto. Le chiusure o sospensioni ad essa ascrivibili sono periodi di riposo, ferie, vacanze, svago, divertimento… legate comunque all’aspetto economico della cultura occidentale. Invece ciò che viene auspicato è la ricerca di sospensioni o auto-sospensioni che non siano mere pause dalla routine, piuttosto ricerca e cura di se stessi e della natura.

Nella cultura dei nativi americani tutto è sacro, dal ramo dell’albero al sasso, all’acqua, alla Terra e ciò che in essa vive, ovvero tutto. Il rispetto verso se stessi, verso gli antenati, verso la vita passa inesorabilmente attraverso il rispetto per la Terra, per la Grande Madre, la Natura.

Lo scopo della meditazione zen è molto introspettivo: conoscersi di nuovo, riscoprire se stessi al netto degli schemi e delle convenzioni sociali.

L’azione della pratica della meditazione è riscontrabile su più piani:

  • Fisico
  • Emozionale
  • Psicologico

Studi e ricerche scientifiche hanno evidenziato effetti benefici oggettivi quali la diminuzione della frequenza del respiro e della pressione sanguigna, un aumento della funzionalità e flessibilità cognitiva, della stabilità emotiva, e un diffuso senso di benessere.2

Una ricerca introspettiva di se stessi, un voler cercare e trovare il proprio io, in una solitudine che esula dai rimandi negativi e riconduce direttamente all’analisi compiuta da Levinas.

Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere malinconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Sono queste, o similari, le domande che deve essersi posto Robert Burton quattrocento anni or sono, allorquando iniziò la stesura del suo trattato sulla malinconia. Un’opera che è anche un mondo, che racchiude in sé cielo terra e inferi: dall’armonia delle sfere celesti sino agli abissi dell’inferno, il lettore viene indotto a osservare il caos che domina il mondo terreno. Ed è in questo caos che si insinua e s’impone la malinconia. La malinconia assume mille forme diverse, tante quante sono le persone. 

La cura per la malinconia è raggiungere il summum bonum che, secondo Epicuro e Seneca, è la tranquillità della mente e dell’animo. Per sconfiggere questo male, o malessere che sia, la disperazione deve essere volta in speranza di rigenerazione.3

Levinas indicava con il termine ipostasi l’evento mediante il quale l’esistente acquisisce il suo esistere. 

La solitudine non è un’inquietudine superiore che si manifesta a un essere quando tutti i suoi bisogni sono soddisfatti, ma la “compagna” della sua esistenza quotidiana, assillata dalla materia. E, nella misura in cui le cure materiali scaturiscono dalla stessa ipostasi ed esprimono proprio l’evento della nostra libertà di esistenti, la vita quotidiana, lungi dall’apparire come un tradimento nei confronti del nostro destino metafisico, nasce dalla nostra solitudine, costituisce il compimento stesso della solitudine e il tentativo infinitamente grave di sopperire alla sua miseria profonda. 

In sintesi, la vita quotidiana è una mera preoccupazione della salvezza.

Esistere nel mondo significa agire, ma agire in modo tale che in fin dei conti l’azione ha per oggetto la nostra stessa esistenza. Mentre nell’identità pura e semplice dell’ipostasi il soggetto s’invischia in se stesso, nel mondo, invece del ritorno a sé, c’è il rapporto con tutto ciò che è necessario per essere.

Nel relazionarsi con il mondo e con gli altri poi l’autore ha indicato una situazione particolare, a sé stante: la paternità. Una relazione con un estraneo che, pur essendo altri, è me, ovvero la relazione dell’io con un me stesso, che è tuttavia estraneo a me in quanto io non ho mio figlio, io sono in qualche modo mio figlio

Nella postfazione al libro, Francesca Nodari indica le quattro conferenze di Levinas come una sorta di provocazione e insieme di eventuale risposta alle istanze del presente. 

Un presente disorientato, liquido, dominato dal potere tecnico-scientifico, abitato da un crescente logorio del simbolico che rischia di mettere in scacco la possibilità stessa di condividere la condizione umana, teso tra rapporti di superficie e relazioni pure, dominato da un senso diffuso di incertezza e di paura, dal pericoloso virus dell’«adiaforizzazione»4 e insieme attraversato da una vera e propria crisi dell’umanità stessa dell’uomo, che ha trovato il suo acme nell’irruzione di una pandemia planetaria. 

Ed è possibile individuare proprio in questo isolamento esperito a livello mondiale il punto di partenza per mostrare l’attualità stringente delle riflessioni levinasiane.

Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile. 

Virus e confinamenti hanno una lunga storia nell’umanità, anche recente. Ma il coronavirus ha fatto irruzione in un mondo che si riteneva immune da questo tipo di attacchi. Una cultura che ha sempre decantato le infinite meraviglie di un mondo aperto e globalizzato.

Il lockdown ci ha fatto riflettere sul fatto che una società immaginata come un insieme di individui isolati, ciascuno dei quali alla ricerca spasmodica del proprio interesse personale, è un’aberrazione e non un ideale a cui tendere.5

Seguendo le riflessioni di Emmanuel Levinas però si è indotti anche a domandarsi quale mondo possano mai originare degli individui incapaci di prendersi cura di se stessi. In fondo stare bene con se stessi dovrebbe essere il punto di partenza per costruire relazioni con l’Altro e con l’Alterità.

Il tempo e l’Altro di Emmanuel Levinas è un piccolo libro che racchiude in sé un grande sapere. 


Il libro

Emmanuel Levinas, Il tempo e l’Altro, Mimesis Edizioni (Milano-Udine), 2021.

Titolo originale: Le temps et l’Autre.

Traduzione e Note di Francesco Paolo Ciglia.

Nuova edizione critica di Francesca Nodari.

L’autore

Emmanuel Levinas: (Kansas, 1906 – Parigi, 1995) è tra i più influenti pensatori del Novecento. Docente alla Scuola Normale Israelita Orientale di Parigi e alle Università di Poitiers, di Paris-Nanterre e alla Sorbona, in cui resta come professore emerito fino al 1979.


1M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

2A. Sardi, Cervello e Meditazione. Gli Effetti Psicofisici delle Tecniche di Meditazione, Neuroscienze, 27 agosto 2020, https://www.neuroscienze.net/cervello-e-meditazione/

3R. Burton, L’anatomia della malinconia, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Firenze/Milano, prima edizione settembre 2020.

4Nell’accezione che vi ha dato Zygmunt Bauman ne La società dell’incertezza, ovvero la tendenza a dispensare una buona parte di azioni umane dal giudizio morale e a volte, addirittura, dal significato morale.

5M. Aime, A. Favole, F. Remotti, op. cit.



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Antropocene: dalla grande divergenza a una grande convergenza

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Nel XXI secolo l’umanità si è trovata a dover fronteggiare delle sfide epocali, tra le quali spiccano i gravi danni arrecati alla Natura e quella radicale transizione verso una «mutazione antropologica» chiamata rivoluzione digitale. Tali sfide hanno imposto un drastico cambiamento nel modo di percepire la cultura quale vera fonte di progresso. Questa deve infatti essere intesa come una «cultura della complessità», fondata su una sintesi tra approccio umanistico e approccio scientifico e posta al servizio di un umanesimo planetario che, nell’ottica della solidarietà e della sostenibilità, consenta di capire che «noi» precede «io».

Raramente si trova una sintesi nella quarta di copertina che, in poche righe, riesca a racchiudere perfettamente il contenuto e il senso di un libro intero. Il passo del libro qui analizzato ne è un esempio egregio. 

Vianello analizza, nella parte iniziale, quella che è stata l’evoluzione dell’uomo dal punto di vista sociale, soffermandosi sul come le migrazioni e le mescolanze abbiamo contribuito in maniera incisiva e determinante nella realizzazione di ciò che è stato il “cammino dell’umanità”. 

Le grandi migrazioni e le mescolanze tra popoli divergenti sono state la forza cruciale nella preistoria umana. Perciò le ideologie che cercano di tornare a una mitica purezza sono in aperta contraddizione con la vera scienza.1

Parole che sono anche un invito alla riflessione sulla grande unità della specie umana, pur nella sua diversità genetica e culturale, e a fare piazza pulita dei pregiudizi che ancora albergano in molte menti, perché “le civiltà fioriscono quando si mescolano, deperiscono quando si isolano”.2

L’umanità per sopravvivere ha sempre ricavato dall’ambiente energia e varie materie prime. Ma l’esponenziale incremento nell’uso e nello sfruttamento dei frutti della Natura ha finito con il condizionare l’intero ecosistema. L’Antropocene è una narrazione che descrive l’impatto che le attività umane hanno avuto sul pianeta Terra. 

Ci manca un riferimento realistico, ma tuttavia proiettato nel futuro, un obiettivo che possa guidarci verso una condizione di equilibrio: in assenza di tale obiettivo la nostra azione diventa miope, e inevitabilmente produce quella crescita esponenziale che è destinata a sfociare nella rottura dei limiti naturali e nella catastrofe finale.3

Questa grave emergenza non è solo un evento dei nostri giorni. Scandagliando il «tempo profondo» della storia della Terra, come ha fatto Vianello, si scopre che il riscaldamento climatico si è verificato più volte e che è stato responsabile di immani catastrofi. Più volte della scomparsa di molti degli esseri viventi che abitavano il pianeta.

La domanda allora è questa: come possono l’intelligenza, la conoscenza, la cultura, la scienza – di cui l’uomo tanto si vanta di esserne promotore e unico artefice tra gli esseri viventi –  essere di aiuto per evitare o almeno limitare la prossima catastrofe?

Gli autori si mostrano fiduciosi che sarà proprio il connubio tra cultura umanistica e scienza a trovare le soluzioni ormai divenute improcrastinabili. 

Ma c’è un altro aspetto spesso sottovalutato e che Marzano tratta nella seconda parte del libro: la sfida delle tecnologie digitali.

Recentemente alcuni autori hanno suggerito di sostituire il termine Antropocene con altri che meglio caratterizzerebbero i cambiamenti in corso.4

L’alternativa più condivisa è «Tecnocene»: l’Antropocene sarebbe infatti un sottoinsieme del Tecnocene, dal momento che in futuro gli esseri umani potrebbero estinguersi ma non le macchine da essi create. La tecnologia e il mercato stanno trasformando i nostri corpi e le nostre istituzioni, sottolineando come negli ultimi tre o quattro decenni le «direzioni di vita» (life trajectories) della nostra specie sono stati trasformati da due fattori concorrenti, spesso interdipendenti, la «tecnificazione» (technification) e la «commercializzazione» (marketization) di fasi cruciali della nostra esistenza e di molte dimensioni peculiari dell’uomo.5

Ma davvero la tecnologia è oggi così sconvolgente rispetto al passato? L’uomo si sta davvero avvicinando a un punto di non ritorno in cui gli sarà impossibile controllare lo sviluppo tecnologico?

Buona parte dello sconvolgimento provocato dalla Rivoluzione industriale fu dovuta all’automazione della forza muscolare. La Rivoluzione digitale invece sta automatizzando il lavoro mentale umano. I progressi nell’intelligenza artificiale paiono condurre a una progressiva polverizzazione dell’agentività umana. Sembra proprio che dovremo affrontare un futuro nel quale il controllo sulle società e sulle vite umane sarà sempre più e inesorabilmente ceduto alle tecnologie digitali “con poteri decisionali palesemente superiori”.

Gli uomini, in generale, hanno la tendenza a supporre che le cose continueranno esattamente come adesso. Si tende a sottovalutare la minaccia all’agentività umana human agency – da parte delle macchine. Questo accade anche perché molte delle odierne intelligenze artificiali non sembrano rappresentare una reale minaccia per il nostro posto di lavoro. Così facendo si ignora però il rapido ritmo di miglioramento che esse hanno in assoluto e in confronto a quello umano.
Gli uomini manifestano quindi un pregiudizio verso le capacità delle macchine future e, parallelamente, una visione alterata delle reali abilità umane. Questo biasa favore degli esseri umani é tanto insostenibile quanto il geocentrismo precopernicano.6

È ormai evidente come l’ultima rivoluzione industriale, ovvero la quarta, iniziata con l’avvento dell’Internet delle coseverso la fine degli anni Ottanta, abbia provocato e stia provocando significative trasformazioni sociali. Si tratta, ricorda Marzano, di cambiamenti così veloci e globali che ne rendono gli effetti imprevedibili. 

Ray Kurzweil indica il 2045 come l’anno in cui si raggiungerà la singolarità e l’Intelligenza Artificiale supererà gli esseri umani, i quali cesseranno di essere le forme più intelligenti sulla Terra. 

Quella attuale è la prima cultura a essere letteralmente «posseduta dalla tecnologia» che ha generato l’idea di vivere un’epoca dove tutto è possibile, e dove ciò che appare impossibile in realtà viene interpretato come non ancora possibile. Tutto ciò che la tecnologia rende possibile si trasforma, nelle nostre società e nelle nostre vite, rapidamente in qualcosa di obbligatorio e non perché ci sia una costrizione fisica ma in quanto questi «possibili» che in linea di principio ci facilitano la vita, scolpiscono il mondo secondo modi e caratteristiche propri. 

Il cervello umano viene di continuo equiparato a una «Macchina di Turing», capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato, ovvero il software. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e se stesso. Una “deterritorializzazione” che si declina in una «alterazione del cervello e del biologico organico in generale.

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione di informazioni ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. In altre parole: l’interscambio con le macchine “macchinizza” l’uomo.7

Viene definito Innovazione Sociale il processo generato dall’applicazione di nuove idee, metodi e processi ai bisogni sociali. Per analogia, l’Innovazione Sociale Digitale (ISD) può essere definita come la capacità di affrontare in modo innovativo le sfide sociali emergenti sfruttando la tecnologia digitale. Negli ultimi anni, l’ISD è cresciuta notevolmente, attirando l’attenzione non solo della società civile, ma anche di politici e organizzazioni pubbliche.8

L’ISD è una delle risposte positive alla quarta rivoluzione industriale. Si pensi ad esempio alla «teleriabilitazione sociale» e al supporto da remoto dei soggetti fragili. Ma bisogna anche analizzare a fondo i modi in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il capitalismo.

L’informatica e la robotica stanno rendendo sempre più ridondanti gli attuali posti di lavoro, senza produrne di nuovi, come era avvenuto invece nelle precedenti ondate di automazione. Per contrastare questa situazione, sarebbe opportuno che le forze politiche, principalmente della sinistra, si confrontino e tentino di articolare un’azione comune su quattro questioni fondamentali:

  • L’automazione completa finalizzata a eliminare ogni forma di lavoro automatizzabile.
  • La riduzione della settimana lavorativa. 
  • La distribuzione del reddito di base.
  • Il venir meno dell’etica del lavoro. 

La battaglia politica per la piena occupazione dovrebbe essere sostituita dalla battaglia per la piena disoccupazione.9

Si tratta per certo di un paradosso e, al contempo, di una provocazione nei confronti di politiche che privilegiano la difesa degli occupati e poco si preoccupano di coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro, in particolare i giovani con bassa qualificazione e le persone che perdono il lavoro ma sono troppo giovani per andare in pensione. 

L’obiettivo, ovviamente, è quello di puntare a una più equa ridistribuzione del reddito e a una nuova concezione del lavoro.

Ciò che manca alla nostra civiltà, a questa megacultura occidentale identificabile come dell’Antropocene, è l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita «il male dell’infinito» è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.10

La tecnologia crea le strutture dell’economia e l’economia media la creazione di nuove tecnologie, e quindi la propria creazione. Ci rammenta De Toni, nel capitolo terzo del libro, che nel breve termine non è visibile questo circolo di tecnologia creato dall’economia che a sua volta crea la tecnologia. L’economia appare fissa quando in realtà non lo è, osservandola in un lasso di tempo sufficientemente lungo. 

Abbiamo profondamente alterato il metabolismo del super-organismo biosfera e la principale manifestazione di questa alterazione è la progressiva perdita di biodiversità che è il migliore indicatore della salute degli ecosistemi.11

La minaccia o addirittura l’estinzione di una specie vegetale o animale viene sempre più guardata come ormai un qualcosa di ineluttabile e, tutto sommato, non poi così grave come viene invece segnalato da anni. Addirittura anche l’estinzione di etnie o tribù di esseri umani è una notizia appresa con un certo distacco o proprio con disinteresse. Con l’idea di fondo, magari, che tutte queste specie a noi così diverse, forse, non avevano poi così tanto senso di esistere, canalizzati come siamo ormai in questo flusso di idee e azioni per cui dobbiamo abitare tutti in luoghi simili, cibarci di alimenti standardizzati, divertirci secondo meccanismi consolidati e via discorrendo. 

Quanto valore viene realmente attribuito alla biodiversità del pianeta? E a quella umana?

Al momento, sottolinea De Toni, la situazione è quella di una proliferazione di sistemi particolari e una formazione incerta e contraddittoria di un megasistema generale da cui tutti i sistemi particolari pensano di poter attingere senza prendersene la responsabilità. 

I vantaggi culturali, sociali, politici, economico-finanziari e soprattutto militari delle società occidentali erano figli del loro privilegio planetario. Oggi questo vantaggio tende ad annullarsi o a relativizzarsi.12

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa «nuova epoca storica».13

Viene da chiedersi perché e, soprattutto, con quali conseguenze?

Se nel XIX secolo si produsse la Grande divergenza tra Occidente e resto del mondo, la fase nella quale siamo per ora agli inizi, dovrebbe essere pensata, per De Toni, in termini di Grande convergenza. 

Sarebbero infatti da imputarsi alla reazione o al mancato adattamento dell’Occidente alle mutate condizioni:

  • L’attuale disordine economico.
  • La sclerosi ideologica che accompagna le politiche monetario-finanziarie.
  • L’indifferenza alla fenomenologia della sempre più vasta crisi ecologica.
  • Il riproporsi di ipotesi di guerre non più locali.
  • Le frizioni geopolitiche di grandi dimensioni.
  • La crisi delle leadership.
  • Una certa deriva tecno-scientista che si illude di domare la complessità (Natura) piuttosto che adattarsi.
  • La polarizzazione sociale, ovvero la comparsa di indici di diseguaglianza di altri tempi.
  • La spinta a semplificare una democrazia ritenuta sempre più un ingombro.

In Europa in particolare poi esiste un dramma di smarrimento specifico poiché sembriamo non sapere più neanche in che forma dovremmo organizzare le nostre società: tornare agli Stati-nazione nati sei secoli fa (Brexit docet) o passare a entità di livello superiore. Fermo restando però, continua De Toni, che non si ha la più pallida idea di come fare per realizzare un’impresa così complessa.

Il vero problema risulta quindi l’essere in uno sfasamento temporale: continuiamo a pensare secondo modi derivati da condizioni precedenti e differenti. Da qui la necessità di far corrispondere un nuovo pensiero complesso alla nuova complessità del mondo. Pensare un nuovo modo di stare al mondo.

Il libro di De Toni, Marzano e Vianello è sicuramente molto interessante, in ogni sua parte. Nel suo saper essere uno sguardo rivolto al passato, per meglio comprendere come si è giunti a questo punto. Come anche il suo saper analizzare e descrivere il presente nell’ottica del futuro, incerto, verso cui ci proiettano indecisione, ritardi, sbagli e manchevolezze di una ipercultura i cui limiti non si possono nascondere oltre. Meglio affrontarli quindi, sfruttando al meglio le conoscenze e il Sapere che proprio essa ha saputo accumulare. Intraprendendo quindi la via che conduce verso un «umanesimo digitale», il cui fondamento risiede nella consapevolezza che tutte le tecnologie, pur nelle entusiastiche prospettive indicate, hanno dei limiti e, soprattutto, non devono essere utilizzate per alimentare la deleteria volontà di potenza.14

Antropocene e le sfide del XXI secolo è un libro che si inserisce a pieno titolo come ottimo tra le pubblicazioni che, coraggiosamente, affrontano l’argomento e le sue numerose problematiche. 


Il libro

Alberto Felice De Toni, Gilberto Marzano, Angelo Vianello, Antropocene e le sfide del XXI secolo. Per una società solidale e sostenibile, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Gli autori

Alberto Felice De Toni: professore di Ingegneria Economico-Gestionale presso l’Università degli Studi di Udine e direttore scientifico di CUOA Business School.

Gilberto Marzano: direttore del Laboratory of Pedagogical Technologies presso la Rezeke Academy of Technologies (Lettonia), professore presso la Janusz Korczak Pedagogical University di Varsavia (Polonia) e presidente dell’Ecoistituto FVG.

Angelo Vianello: professore emerito di Biochimica Vegetale all’Università degli Studi di Udine. 


1D. Reich, Chi siamo e come siamo arrivati qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, tr. it. di G. Carlotti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019.

2C. Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori, Milano, 2011.

3D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens, III, I limiti dello sviluppo, tr. it. Di M. Filippo, Mondadori, Milano, 1972.

4J. Zalasiewict et. al., When did the Anthropocene begin? A mid-twentieth century boundary level is stratigraphically optinal, in «Quaternary International», n° 383, 2015. 

5H. Martens, The Technocene: Reflections on Bodies, Minds and Markets, Anthem Press, London, 2018.

6N. Agar, Non essere una macchina. Come restare umani nell’Era digitale, Luiss University Press, Roma, 2020.

7M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016.

8M. Stokes, P. Boeck, T. Baker, What next for digital social innovation, Nesta, UK, 2017.

9N. Srnicek, A. Williams, The Future isn’t Working, in «Juncture» n° 22 (3), 2015.

10M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, Antropocene, Rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

11F.M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni ambiente, San Giuliano Milanese, 2021.

12P. Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Fazi, Roma, 2017.

13K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

14J.N. Rumelin, N. Weidenfeld, Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale, Franco Angeli, Milano, 2019.



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Cos’è veramente la mafia?

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La mafia. Ma che cos’è veramente questa mafia di cui tanto o tanto poco si parla? Mafiosi sono degli assassini che uccidono a sangue freddo per vendicare uno sgarro o un altro omicidio? Certo. Mafiosi sono coloro che uccidono o gambizzano per il controllo di un territorio? Certo. Mafiosi sono coloro che trafficano in droghe? Certo. Mafiosi sono coloro che corrompono degli amministratori per ottenere appalti e lavori pubblici? Certo. Mafiosi sono coloro che sfruttano il lavoro e i lavoratori? Certo. 

Ma mafiosi sono anche gli amministratori che si lasciano corrompere. Lo sono anche i cittadini collusi, omertosi. Coloro che scendono a compromessi per paura o, peggio, per tornaconto personale. Sono i parlamentari che si adoperano per far approvare leggi volute o gradite alla criminalità. Sono i professionisti che offrono consulenze e pareri pur sapendo con chi e per chi lavorano. Sono i membri delle forze dell’ordine che cedono al compromesso. 

«Mafia e politici hanno scavato questa galleria che, dalla Sicilia, attraversa sotterranea tutto il sud Italia e va dritta fino a Roma, dentro le stanze della VIII commissione per infiltrarsi nelle grandi opere e nei lavori pubblici, facendo fare ai soldi avanti e indietro. Gli appalti, vinti a tavolino dai mafiosi, diventano mazzette che tornano nelle tasche della politica… e i nostri onorevoli che ci fanno dopo con quei soldi? Altre mazzette per altri mafiosi che, finanziando lo spaccio di droga per evitare il pizzo, danno al tessuto sociale la sensazione che nulla stia accadendo e infatti, in superficie, nulla accade.»

Ma tutto questo non si deve dire. No. È meglio dire e pensare che la mafia non esiste e, se proprio non si può negarne l’esistenza, ricondurla ad aree circoscritte e persone specifiche. Pur sapendo che non è così che stanno le cose. Perché la mafia si spande con un silenzio, un pagamento, un favore, un compromesso… e arriva a inglobare una società intera intrisa dei suoi mali. Ancora oggi si sente dire che la mafia riguarda alcune regioni italiane e alcuni territori all’interno di queste. Forse. Perché in questi specifici territori si nega addirittura la sua esistenza. 

«Mio padre era stato sincero? O aveva raccontato che la mafia è una leggenda per farmi smettere di piangere?»

Si chiede il bambino protagonista del libro di Cortese a cui il padre aveva appena ribadito fermamente l’inesistenza della mafia. Ma saranno anche le sue parole a spingere il figlio a cercare altre risposte. A cercare la verità.

Una verità che egli troverà in uno zaino all’interno del quale è veramente difficile trovare il coraggio di guardare. Perché sarebbe come guardarsi allo specchio e non riconoscere l’immagine riflessa. 

Eppure sarà proprio grazie a questo, o a causa di esso, che il bambino scoprirà cosa è veramente questa mafia.

Un bambino, uno zaino, un nano e un assassino: questi gli elementi intorno ai quali Cortese ha costruito la sua storia. I bambini sono almeno due e gli assassini tanti. O meglio i mandanti. E la storia raccontata dall’autore è in realtà la storia un po’ di tutti. Di un’intera regione. Di uno Stato. E anche di più. 

La storia è ambientata in un piccolo paese volutamente non identificato. Un romanzo teatrale, si legge nella quarta di copertina, «dove le maschere indossate dai personaggi sono necessarie per condurre una vita normale solo in apparenza». Impossibile non pensare a un’influenza pirandelliana. Ma in questi la narrazione serviva a svelare cosa si celasse, in realtà, dietro le maschere. Cortese sembra invece aver volutamente costruito le maschere per i suoi personaggi per nascondere qualcosa al lettore. 

Come l’ambientazione stessa ad esempio, non meglio identificata per rendere la narrazione più fantasiosa e meno riconducibile a fatti realmente accaduti. 

L’autore mescola fatti di cronaca, eventi realmente accaduti e sue personali considerazioni con narrazioni frutto della sua immaginazione. E cerca di far sembrare i primi meno reali, per essere meno riconoscibili e riconducibili e, al contempo, si premura di dare ai secondi valenza storica e una certezza o rigore quasi scientifico.

Mentre la parte narrativa risulta sempre convincente e accattivante, benché a volte l’autore si soffermi troppo in descrizioni e resoconti, i dialoghi risultano a tratti manierati, poco spontanei. Come se i personaggi fossero attori su un palcoscenico intenti a ricordare le battute del copione da recitare. Ma è lo stesso autore, per tramite del piccolo protagonista, a dare una valida spiegazione: «Restammo ancora un attimo per strada ed ebbi di nuovo l’impressione che stessimo recitando». 

Si impara prestissimo cosa si può dire e cosa è meglio tacere, a chi rivolgere la parola e con chi invece è meglio restare muti, in silenzio. E così ogni frase, ogni parola, risulta finta, falsa, perché non è né spontanea né sincera. 

Cortese utilizza uno stile di scrittura molto basico, in apparenza semplice, con un fraseggio breve e concetti elementari. Un narrare con la parola scritta quella parlata. In più la narrazione è introdotta al lettore da un io che è un bambino. Una scelta indotta e, quindi, quasi scontata potrebbe sembrare, almeno inizialmente. Poi, la complessità del narrato sembra includere e trascinare con sé anche lo stile di scrittura. Un registro narrativo modellato sulla narrazione e sui temi quindi ma che, comunque, per certi versi sempre fedele alle origini.

Quando il lettore poi scopre che si tratta di ricordi, allora ogni dubbio sulle scelte stilistiche dell’autore viene dissipato. 

Nella quarta di copertina il libro viene definito scenario di avventure come un telefilm. Scenario di avventure lo è. Come tanti, innumerevoli libri sono riusciti e riescono ad esserlo. La letteratura é la prima e inesauribile fonte di ispirazione per la fantasia e nutrimento per la mente. Il lettore non cerca scene o avventure da film o telefilm. Vuole di più. Vuole ciò che solo un buon libro, un’ottima narrazione e un’avvincente storia possono dargli. E con La mafia nello zaino di Alessandro Cortese ci si arriva molto vicino.

Il libro

Alessandro Cortese, La mafia nello zaino. Il bimbo, il nano e l’assassino, Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2022


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa IRELFE (Il ramo e la foglia edizioni) per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’essere umano è una mera creatura economica?

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Cosa ci dice del capitalismo il fatto che abbiamo dei soldi e vogliamo spenderli ma non riusciamo a trovare nulla che valga la pena comprare?

Eula Biss parte dalla narrazione di semplici e ordinari episodi di vita vissuta per elaborare considerazioni di carattere più generale. In procinto di arredare la loro nuova casa, l’autrice e il marito sono in difficoltà perché, pur avendo disponibilità economica, non riescono a trovare oggetti e mobili di qualità. Tutto sembra loro industriale, ordinario, oggettistica in serie ed estremamente commerciale. Nulla su cui valga davvero la pena investire. 

Il consumismo, che va a braccetto con il capitalismo, ha trasformato le produzioni e fors’anche le persone, che sembrano divenute ormai solo dei consumatori.

Le cose che abbiamo è uno studio sugli esseri umani come creature economiche, un saggio letterario e politico in cui torna centrale il tema, caro a Biss, dell’essere comunità. 

Per Lewis Hyde, il desiderio di consumare è una forma di avidità. Ma i beni di consumo lusingano soltanto questa avidità, non la appagano. Il consumatore di merci è invitato a un pranzo privo di passione, a una consumazione che non conduce né alla sazietà né all’entusiasmo.

Gli ex proprietari della casa acquistata da Biss arrotondavano affittando la proprietà come set pubblicitario. Bisognava solo lasciare l’abitazione per tre giorni e si incassavano 8.000 dollari. La pubblicità è per la Walmart, la corporation che ha fatto la fortuna di quattro delle venti persone più ricche d’America. Eula Biss si meraviglia della proposta, perché loro non posseggono nulla della Walmart ma ciò non ha importanza. I mobili di Walmart saranno trasportati in casa. Le tende Walmart saranno sistemate alle finestre. Delle stampe Walmart appese alle pareti in cornici Walmart. Uno scenografo bianco e un regista bianco si metteranno al lavoro per creare un autentico interno afroamericano. Lo spot, infatti, prevede una nonna afroamericana che prepara un tacchino per le feste, in un classico bungalow di Chicago. 

Nell’abitazione accanto alla casa di Biss e ad essa perfettamente uguale, vive una vera nonna afroamericana. Ma sono Eula Biss e suo marito ad essere pagati per far riarredare la loro casa in modo che somigli il più realisticamente possibile a quella reale ma ignorata dei vicini afroamericani. 

Secondo Elizabeth Chin, le persone sono alienate in modo così totale e potente da essersi ridotte a oggetti; nel frattempo gli oggetti che producono e quelli che comprano hanno acquisito tutta la vitalità che le persone hanno perduto. Una delle cose principali che ha osservato Marx riguardo al capitalismo, è che induce le persone ad avere relazioni con gli oggetti anziché con le altre persone. 

Solo così si può spiegare quanto accade nell’abitazione di Biss, trasformata in un set pubblicitario grazie a oggetti e attori, allo scopo di invogliare all’acquisto e al consumo di oggetti, ignorando le persone e considerandole solo delle creature economiche.

Consumare deriva dal latino consumere, che significa impossessarsi e divorare. Una persona può consumare del cibo o essere consumata dalla rabbia. Nel suo utilizzo più antico, quindi, il consumo implicava sempre distruzione. 

Quello che viene distrutto quando pensiamo a noi stessi come meri consumatori, suggerisce David Graeber, è la possibilità di fare qualcosa di produttivo al di fuori del lavoro. Il consumo era già indicato come l’opposto della produzione nell’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith. 

I Greci non attribuivano al lavoro il valore che gli diamo noi oggi. Il lavoro era per gli schiavi e le donne. Tenevano invece in grande considerazione lo studio. Il tempo libero era quello trascorso a riflettere e interrogarsi. Essere a proprio agio, condurre una vita di studio e contemplazione, significava godere di una vera libertà. Oggi il tempo libero è quello da dedicare al riposo o al divertimento, allo svago. E, in linea di massima, non gli viene riconosciuto molto valore perché non gliene si dà dal punto di vista economico. 

Si pensava che la modernizzazione avrebbe riempito il mondo di posti di lavoro. Impieghi standard con salari fissi e benefit. Ma questi lavori ormai sono rarissimi, la gran parte delle persone vive con entrate molto più irregolari. 

Eula Biss si chiede se sia la precarietà la condizione caratterizzante i tempi di oggi, ovvero se la nostra epoca è matura per percepire la precarietà. 

Interrogativo difficile perché la precarietà è innegabilmente la condizione che rende tutti e ognuno vulnerabile.

Oggi chi può diventare precario? Tutti. Chiunque.

La malattia o la disabilità possono costringere una persona a entrare nel precariato, così come il divorzio, la guerra o un disastro naturale. 

Con un esercito di lavoratori instabili, con impieghi incerti, con salari non adeguati, con scarse o inesistenti reti di protezione sociale uno Stato e i suoi cittadini quali certezze e garanzie offrono o hanno circa il proprio futuro?

Davvero tutto questo non interessa fino a quando si riesce a spremere comunque le persone nel loro essere creature economiche che continuano, nonostante tutto, a consumare beni e servizi?

La nostra interpretazione del valore, osserva Mariana Mazzucato, è circolare: i redditi sono giustificati dalla produzione di qualcosa che è di valore. Ma come misuriamo il valore? In base al fatto che produce reddito. E quindi il concetto di reddito non guadagnato scompare. Se riuscissimo a pensare al valore in modo diverso, potremmo modificare il nostro sistema economico in modo che una cosa che ha valore per tutta la società, come il benessere dei nostri figli o la tutela dell’ambiente, avrebbe anche un valore economico.

L’investimento è essenziale, ma bisogna domandarsi su cosa si vuol investire e soprattutto per ottenere cosa.

La lettura del libro di Eula Biss è strana, molto strana. In molti passaggi si ha la percezione di “entrare” nella vita dell’autrice, nella sua intimità familiare e ciò “imbarazza” il lettore. Nel senso che egli non vorrebbe mai ritrovarsi a fare i conti in tasca a Biss o giudicare le sue personali riflessioni. Ma poi, andando avanti con la lettura, si realizza che lo scopo del libro non è indagare la vita dell’autrice o le sue scelte, bensì riflettere sulla società in generale, sulla comunità che va a comporre quella società, sulle scelte economiche e politiche che incidono in maniera diretta e indiretta sulla comunità e sulla società. Ed ecco allora che appare in tutto il suo splendore la grandezza di un libro qual è Le cose che abbiamo.

Il libro

Eula Biss, Le cose che abbiamo. Essere e avere alla fine del capitalismo, Luiss University Press, Roma, 2022.

Traduzione di Chiara Veltri.

Titolo originale: Having and being had, Riverhead Books, Penguin Random House LLC, Stati Uniti d’America, 2020.

L’autrice

Eula Biss: scrittrice americana già docente alla Northwestern University.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018)

Rendere la natura inutile: come crescere di più spendendo meno risorse. “Di più con meno” di Andrew McAfee (Egea, 2020)

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“Il capitalismo oggi e la sua incidenza su popoli ed economie”


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Cosa accadrà adesso? Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi

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L’invasione russa ha sconvolto le reti dell’energia globale, mutato gli equilibri del mondo e accelerato il declino europeo, accrescendo l’instabilità dell’unipolarismo americano opposto alla Cina.

Con la guerra in Ucraina non viene sancito soltanto il ritorno della storia in Europa, ma diventano evidenti i movimenti delle faglie geopolitiche di un mondo ormai in frantumi.

Cosa accadrà adesso?

Per Giulio Sapelli, il dramma della guerra di aggressione russa all’Ucraina non è risolvibile se non trasformando il conflitto militare in competizione economica, come di fatto sta in parte accadendo, cioè mettendo in discussione il dominio del dollaro e indebolendo man mano le ideologie di autosufficienza energetica sia americane che europee. 

Insomma, un dramma che prima o poi vedrà tacere le armi, ma che inaugurerà una guerra economica di lunga durata di cui sarà difficile prevedere l’esito, se non si ritorna a una volontà comune di perseguire l’equilibrio anziché il dominio.

Lucio Caracciolo, nella prefazione al libro, afferma di essere pressoché certo che se la guerra non dilagherà oltre i confini dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, fra qualche mese, molti di quelli che a gran voce hanno condannato l’aggressione russa a Kiev e invocato più armi per la resistenza contro l’invasore converranno che quel capitolo doloroso dev’essere chiuso nell’unico modo che a loro parrà possibile: voltandosi dall’altra parte.

Ma per la guerra economica ipotizzata da Sapelli faranno o farebbero altrettanto?

Caracciolo sottolinea come, per Sapelli, siamo in un mondo pre-vestfaliano. Torniamo alle guerre di religione o delle ideologie. Contesti nei quali i dati di realtà e la ragione pratica si sfibrano, sopraffatti dalla violenza fisica ed emotiva. I cosiddetti mezzi sociali di comunicazione – trionfo della carenza di socialità – invitano alla fratturazione della ragione e alla guerra come «igiene del mondo». Magari in nome dei diritti umani. 

Sapelli legge l’aggressione russa all’Ucraina nel contesto di un sistema internazionale saltato. Irrecuperabile. Perché quando una grande potenza come la Russia decide di opporre la forza dei suoi armamenti all’incedere verso l’emarginazione, tutto diventa possibile. Purtroppo. Anche la guerra mondiale. 

La cifra delle competizioni geopolitiche ed economiche attuali è l’impiego della forza non solo da parte dei potenti a danno dei più deboli ma fra le maggiori potenze.

La novità della guerra in Ucraina è qui. Perché di guerra indiretta fra Russia e Stati Uniti si tratta, con la Cina a studiarne preoccupata conseguenze e ripercussioni che potrebbero interrompere il ciclo di sviluppo già incrinato. 

Ristabilire un equilibrio di potenza, quindi un ordine internazionale, sarà operazione di lunga lena e purtroppo costosa, non solo in senso economico. E fa benissimo Caracciolo a ricordare anche che a questa deviazione della storia noi italiani, da tempo beatamente accomodati nel nostro fortunatissimo mondo post-storico, siamo impreparati. Ci mancano i mezzi per capire, prima ancora che per agire.

La pressione della Russia verso il Mediterraneo minaccia direttamente il nostro Paese.

Cosa accadrebbe se la guerra portasse alla chiusura del canale di Suez?

Preoccupazioni legittime che valgono, in maniera diversa, per tutti i Paesi d’Europa. La Germania, per esempio, afferma la sua riscoperta della potenza, per la quale le manca però, almeno finora, il requisito primario: il pensiero strategico. Il suo rapporto quasi parentale con la Russia ›«la costringe a contorcimenti ed errabonde escursioni dall’europeisticamente corretto che ci ricordano la sua strutturale incapacità di essere egemone».

In Russia, dopo gli anni eltsiniani, si è assistito alla rinascita prepotente di un nuovo nazionalismo «grande russo», fondata su un pensiero «nazional-patriottico» e come reazione alla depredazione delle risorse materiali e spirituali da parte «degli spiriti animali del liberalismo capitalistico». Il pensiero «nazional-patriottico», in risposta a questa «tragedia ordoliberista», ha trovato il terreno di coltura propizio.

I suoi ispiratori sono pensatori euroasiatici come Aleksandr Dugin, per il quale la specificità “grande russa” oppone ontologicamente la Russia all’Occidente e rivendica l’Ucraina come sua fonte primigenia.

I «nazional-bolscevichi» alla Eduard Limonov e i «nuovi conservatori» alla Vladislau Surkou teorizzavano e teorizzano la “verticalità del potere”, che si fonda sulla fedeltà alle radici religiose ortodosse e sulla rivendicata potenza della forza delle armi nucleari, ovvero i pilastri di una nuova «Russia Unita» che si avvia a mutare totalmente il volto delle relazioni internazionali.

Per contro, ricorda Sapelli, purtroppo, la linea di condotta delle potenze occidentali, in primis quella degli Usa e della Nato, favorì e favorisce la rinascita di queste tendenze distruttrici. E ciò per l’effetto controintuitivo di quella politica di espansione a est della Nato, che non poteva non provocare il rafforzamento delle tendenze aggressive imperialistiche «grandi russe». 

Putin vuole la neutralizzazione dell’Ucraina e la non contendibilità del Mar Nero. Ha quindi bisogno di controllare il Donbass, Odessa e la Crimea. 

L’invasione dell’Ucraina non è una mossa avventata: è coerente con una strategia e, per l’autore, se si vuole percorrere la via delle trattative, l’obiettivo della neutralità di Kiev dovrà essergli concesso

Il rispetto dell’Accordo di Minsk del 2014, che riguardava il cessate il fuoco, il disarmo delle bande armate e la ripresa dei negoziati, sarebbe stato il punto archetipale per riprendere ogni serio rapporto con la Russia. 

Dalla fine dell’Unione Sovietica in poi l’Europa ha cercato invece di sradicare le radici europee della Russia, «calpestando accordi, lanciando provocazioni e alimentando il timore dell’isolamento».

Putin ha allora trasformato il conflitto con l’Europa e la Nato sull’Ucraina e la Crimea e sull’Artico in una partita di equilibri globali stando attento al ruolo euroasiatico della Russia nel lungo periodo e, soprattutto, in relazione con il gioco di potenza globale dove l’Europa è solo uno degli scenari.

Inoltre Sapelli ritiene le sanzioni economiche una mossa sbagliata. Per il semplice fatto che, come la storia insegna, producono l’effetto opposto di quello prefisso, ossia rafforzano i regimi invece di indebolirli. Inoltre è innegabile che le sanzioni danneggiano più l’Europa della Russia.

Ogni giorno l’Europa paga a Mosca centinaia e centinaia di milioni di dollari per comprare gas e petrolio. I paesi europei non possono rinunciare alle forniture russe. 

Del resto, i rapporti energetici tra Russia e Ucraina sono continuati anche durante il conflitto. Perché devono perentoriamente essere interrotti quelli tra i paesi europei e la stessa Russia?

Questo modo di intendere i rapporti energetici è stato sconvolto dall’invasione proprio perché le politiche di Nato ed Europa sono fondate sull’impiego delle sanzioni. Ma agendo in questo modo, rammenta Sapelli, non si è disinnescato il pericolo più grande evocato dalla guerra di aggressione: il conflitto nucleare. Una minaccia costante da quando si sono abbandonati i trattati di non proliferazione e il rischio di incidenti è altissimo. È in questo contesto che bisogna comprendere che Nato ed Europa hanno sbagliato, includendo troppo rapidamente tra i loro membri le nazioni che confinano con la Russia. Per l’autore, si è trattato di un errore epocale, che ha drammaticamente accentuato il senso di accerchiamento di Mosca. E, così facendo, si è passati da una gestione diplomatica dei rapporti con l’Occidente a quella che Sapelli definisce una «trattativa armata». Ma ormai, naturalmente, tornare indietro è impossibile.

Alla crisi l’America risponde in forma di centralizzazione imperialistica, economica e militare. Raccoglie intorno a sé non solo la Nato, ma anche tutte le nazioni dell’Ue, tanto in merito alle sanzioni quanto sull’armamento dell’Ucraina. 

Le sanzioni sono sempre state una costante dell’azione nordamericana: sono state impiegate contro l’Iraq in favore del Kuwait, con Gheddafi in funzione anti-italiana, con Assad in Siria in funzione anti-francese e anti-russa. 

Per Sapelli è veramente disarmante che gli Usa pensino di centralizzare in forma asimmetrica le relazioni internazionali ed economiche, e che pensino di farlo continuando a umiliare la Francia dopo la chiusura obbligata del Nord Stream e l’imposizione di comprare il gas liquefatto statunitense – cosa che farà lievitare quanto mai il prezzo di tutti i combustibili fossili a causa delle varie difficoltà tecniche. Per l’autore il disegno degli Stati Uniti per l’Europa è puntare sulle divisioni esistenti tra gli stati membri per determinarne, operando dall’altra parte dell’Atlantico, il destino.

Giulio Sapelli ritiene che il ruolo della Russia sia sempre stato decisivo per la storia europea. Ed è nei confronti di questa che l’Europa deve esprimere la volontà di relazionarsi in forme autonome rispetto agli Usa. Il modo in cui può farlo è stabilire rapporti con Mosca in modalità differenti da quelle statunitensi, cioè non conflittuali, e che consentano di aiutarla a superare la persistente ostilità nei confronti di un Paese senza il quale l’Europa – non l’Ue – non può esistere come potenza mondiale. 

Il libro di Sapelli, a tratti, può sembrare dispersivo ma pensarlo è un errore nel quale il lettore è bene non cada. Il racconto di Sapelli in realtà mostra quanto sia fitta, intrecciata e complessa la rete delle relazioni internazionali, della politica estera che segue e ricade al tempo stesso su quella interna, e di quanto delicato sia l’equilibrio tra Stati, prima ancora che tra “potenze”.

Solo riflettendo su tutto ciò si può evitare il ben più grave errore, in cui purtroppo in tanti sono incappati, di pensare che un bel giorno, come un fulmine a ciel sereno, Vladimir Putin si sia alzato e abbia comandato l’invasione dell’Ucraina e che ciò abbia destato stupore e sgomento nel resto del mondo. 


Il libro

Giulio Sapelli, Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2022.

Prima edizione: maggio 2022.

Prefazione di Lucio Caracciolo.

L’autore

Giulio Sapelli: Già professore di Storia economica ed Economia politica in Università europee ed americane. Consulente e consigliere di amministrazione in importanti gruppi industriali e finanziari. Premio Fieri 2020 alla carriera. Presidente Fondazione Germozzi di Confartigianato.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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SPECIALE WMI: Il ruolo culturale delle librerie oggi in Italia

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Può un libro essere solo un oggetto merceologico? E il libraio essere solo un commerciante?

Muoversi e orientarsi all’interno del mondo dell’editoria non è sempre un percorso semplice.

Uno degli aspetti che può creare maggiore senso di disorientamento è legato a questioni che in apparenza potrebbero sembrare squisitamente terminologiche, ma in realtà celano quali siano le scelte strategiche di un editore. Il processo distributivo si articola in tre momenti, in tre differenti tipologie di attività: la promozione, la distribuzione e la logistica. Se le prime due fasi sono in Italia in larga parte terziarizzate dagli editori, la terza è in maniera quasi totale affidata all’esterno. 

La promozione non è limitata alla presentazione della cedola ai librai e altri venditori dei nuovi libri in uscita, assolve a funzioni strategiche nel determinare il successo di un libro (e di riflesso quello dell’editore e del libraio). 

La centralità dell’azione promozionale nel mercato del libro giustifica il perché gli editori, se possono, la gestiscano in maniera autonoma. 

La fase della distribuzione insieme a quella della logistica consistono nell’insieme dei passaggi attraverso i quali i libri pubblicati dagli editori arrivano nelle librerie e in tutti gli altri punti vendita in cui possono essere acquistati dai fruitori finali.1

Appare in questo modo chiara l’importanza della figura professionale del libraio, ovvero di colui che si interfaccia con il distributore, ne ascolta consigli e suggerimenti e sceglie poi i titoli, ovvero i libri che finiranno sugli scaffali, sui banchi o nelle vetrine della propria libreria. 

Negli ultimi anni, spesso sono apparsi sui quotidiani articoli dedicati al tema del libro e delle librerie in Italia. Evidentemente, il dibattito intorno a questi problemi pare essere vivo e di qualche interesse per il grande pubblico. La tesi, in genere, è che siano in atto da un lato una crisi più o meno profonda del sistema delle cosiddette librerie indipendenti e generaliste, dall’altro l’apertura di una nuova finestra sul mondo digitale, che offre sistemi di diffusione – ma anche di produzione – libraria alternativi e all’avanguardia. In questo contesto, la recente crisi economica che ha colpito i mercati globali sembra non avere avuto un ruolo determinante in tale settore, anche se ha contribuito a mettere in risalto alcuni fenomeni e ad accelerare alcune tendenze già in atto.

Soprattutto all’estero, le tecnologie d’avanguardia come l’e-book e il print on demand stanno apportando delle modifiche anche consistenti ai tradizionali sistemi commerciali librari ed editoriali, proponendo contesti e scenari finora del tutto sconosciuti.

Nonostante tutte le difficoltà e le perplessità legate al commercio elettronico, il libro è, dal punto di vista merceologico, l’oggetto più venduto tramite la rete. 

L’allarmismo scoppiato in merito a Internet, come minaccia per la distribuzione, risulta essere, almeno per il momento, infondato in quanto la richiesta tramite la Rete necessita di un sistema molto organizzato e ha bisogno quindi dell’intervento di grossisti e grandi distributori.2

Ciò che accade sempre più spesso è, invece, il maggiore coinvolgimento degli editori che si ritrovano a poter proporre loro stessi i libri, a dare informazioni e suggerire offerte d’acquisto. 

A chi sostiene che il web ucciderà la pagina scritta, si può rispondere che nell’era dei social network avviene addirittura il contrario: la Rete si mette al servizio dei lettori e dei bibliofili, mettendo in circolazione informazioni, consigli e opinioni. Si consideri solo che 15 italiani su 100 cercano i libri tramite il web e 23 giovani su 100 (tra i 14 e i 19 anni) si affidano a social networkchatblog o recensioni su Internet per scegliere le proprie letture.3

La tendenza di mercato è quella di considerare il libro alla stregua di qualsiasi altro oggetto, con il cliente che deve essere messo nelle condizioni di raggiungere il prodotto in modo facile e, possibilmente, senza alcuna intermediazione da parte di terzi. Ciò rischia però di creare modelli di consumo “viziati”, ovvero il pubblico si sta abituando a vedere il libro come un prodotto perennemente scontato. In entrambe le comuni accezioni del termine: scontato, nel senso di offerto a prezzi ridotti e convenienti; scontato nel senso di ordinario, acquistabile ovunque indifferentemente. 

Ecco allora che ci si ritrova al nocciolo della questione: può un libro essere solo un oggetto merceologico? E il libraio essere solo un commerciante?

Ovviamente la risposta è e deve essere negativa a entrambe le domande. Ma il discorso è molto più complesso e articolato.

Se si ha un’idea del libro come una sorta di oggetto utile a “passare il tempo”, un intrattenimento quando non se ne hanno di diversa tipologia a disposizione, beh allora sì, in questo caso il libro può essere venduto e acquistato indistintamente ovunque: librerie, supermercati, centri commerciali, edicole, aree di servizio e via discorrendo. Ma se si matura un’idea differente riguardo al libro e alle librerie allora il discorso cambia. E bisogna quindi distinguere tra le varie categorie di libro e tra le varie tipologie di libreria. 

Quando si entra in una Libreria – con la maiuscola per sottolineare la differenza di questo ambiente rispetto a quello che può essere un semplice negozio o attività commerciale che vende, tra l’altro, anche libri – si respira cultura. Quasi come se dalle pagine a volte ingiallite dei libri riposti su enormi scaffali fuoriescano parole, pensieri, riflessioni, idee… Circondati di libri si viene assaliti dalla voglia di leggerne il più possibile. Sarà per questo che molte librerie ospitano degli angoli per i lettori. Ed è stupendo vedere quelle poltrone occupate da persone immerse nella lettura, circondate da libri. In un ambiente ordinato, silenzioso che ricorda quasi una biblioteca e sembra stridere con il caos e il rumore di fuori, di quel mondo che pensa sempre più di poterne fare a meno di questi angoli di conoscenza ed educazione senza doverne poi pagare il contraccolpo in termini di civiltà e progresso.

È vero che acquistare un libro, un determinato libro, online è molto più semplice, pratico e veloce. Innegabile. Ma la Libreria non è, come anticipato, un distributore di materiale da lettura. La Libreria è un centro della cultura. Dovrebbe essere tale. Allora sì che sarebbe evidente a tutti la differenza. Se poi alla gran parte degli italiani non interessano i centri di cultura, beh questo è un altro problema che andrebbe affrontato il prima possibile.

Dall’indagine condotta da Rivali e Valla, si evidenzia come solamente il 48% delle librerie bresciane – che portano avanti una grande e importante plurisecolare tradizione produttiva e commerciale nel mondo del libro – svolgono attività culturali (eventi, conferenze, presentazioni, promozioni).4

Le librerie indipendenti sono attive in varie forme di collaborazione strategica, soprattutto con istituti scolastici e associazioni culturali, in misura molto inferiore aderiscono ad associazioni che danno riconoscimento alle librerie indipendenti o fanno rete tra di loro. In media, nei due anni precedenti l’esplosione della pandemia, le librerie indipendenti hanno organizzato circa venti eventi e partecipato a quasi trenta eventi in altre librerie. Sei librerie su dieci ritengono che la figura del libraio sia il vero punto di forza della libreria, per la sua capacità di fare da consulente al consumatore, consigliare i libri e diffondere cultura.

Può questo punto di forza trasformarsi in un vantaggio competitivo ed economico? Secondo il 95.5 per cento delle librerie indipendenti la figura di un librario preparato e appassionato per certo si traduce in un vantaggio economico.5

Eh sì, perché la vera grande forza delle librerie, soprattutto di quelle piccole e indipendenti, ha origine dalla figura del libraio, dalla sua professionalità e passione, trasmesse ai lettori, abituali o potenziali, che varcano la soglia del suo locale, ornato in ogni angolo di quelle pagine che trasudano sapere e conoscenza. Le librerie, soprattutto quelle piccole e indipendenti, sono centri di cultura.

Non possono certo competere, come numero di titoli a disposizione del lettore, con le grandi librerie, fisiche oppure online. Fonti inesauribili queste di libri, dove si possono agevolmente trovare titoli in quantità impensabili fino a pochi anni fa. Inutile anche solo tentare di competere con loro, o meglio contro di loro, nella vana speranza di riuscire a soddisfare le più svariate richieste dei clienti. 
Ciò che i lettori non troveranno mai in questi immensi store online è proprio la figura del libraio, preparato e appassionato, che riesce ad accoglierti al meglio nel suo piccolo-grande centro di cultura. 

Edicole, centri commerciali, aree di sosta e ristoro si distinguono per la vendita al dettaglio di riedizioni tascabili e/o economiche dei grandi classici oppure di quei titoli che comunemente rientrano nella narrativa varia o più genericamente commerciale. Soprattutto in quest’ultimo caso, si potrebbe collegare questo genere di produzione narrativa con lo scopo di intrattenimento attribuito alla lettura. 

In queste situazioni, in genere, l’acquisto di un libro si svolge al pari di un qualsiasi altro oggetto o cibo in vendita. Gli addetti alle vendite o i cassieri non sono librai e per loro ciò che conta davvero è il totale, il pagamento, il resto e lo scontrino fiscale. 

Il valore aggiunto della figura del libraio prevede anche un compenso aggiuntivo? Purtroppo no

In diversi paesi europei sono stati vietati o notevolmente ridimensionati gli sconti sul prezzo di vendita al dettaglio dei libri. Dovrebbe essere così anche in Italia. Perché, in genere, la parte variabile del costo ricade proprio sui venditori al dettaglio, ovvero sulla percentuale che rimane ai librai. Il valore aggiunto di un bravo libraio dovrebbe avere un reale valore monetario riconosciuto e riconoscibile. 

Per contro, quello che un vero centro della cultura non dovrebbe mai fare è cedere alla tentazione di diventare o essere fazioso, di parte. La diffusione della cultura non deve mai coincidere con tentativi di indottrinamento, non deve mai essere viziata da idee e pregiudizi propri. I centri di cultura, al pari di scuole e università, devono contribuire, in maniera quanto più neutrale possibile, alla formazione e crescita del pensiero critico individuale e collettivo. 

Cosa possono fare le librerie affinché il loro essere centri di cultura non sia un ostacolo bensì un punto a favore della loro crescita?

Associare le forze, unire gli interessi e le passioni, valorizzare le culture e le diverse professionalità: non c’è altra strada per il mondo della lettura come per altri luoghi e attività nella situazione storica che stiamo duramente affrontando.6 Un elemento su cui riflettere è certamente il fatto che, nonostante la crisi prima e la pandemia dopo, si è assistito a una sostanziale stabilità del mercato del libro e la resistenza della pratica della lettura. 

Le pratiche culturali – letture, ascolti, visioni – si sono redistribuite, trasferendo nella sfera virtuale una quantità di esperienze che avvenivano in presenza, nei luoghi, e le forme della socialità inibita dalla pandemia.

Da decenni ormai, nelle tempestose trasformazioni tecnologiche che via via si sono accumulate, la lettura pare sempre a rischio nella sua centralità, sempre sul punto di ridefinirsi come un’attività marginale, poco significativa sul piano economico, formativo, sociale. In una parola: irrilevante.7

È evidente che non è così. Tuttavia sarebbe sbagliato vedere in questa situazione qualcosa di rassicurante. Piuttosto è l’indicazione del nuovo terreno di sfida.

Una sfida che però è possibile, non è pregiudicata – come potevamo temere – dalle antiche debolezze e dalle nuove emergenze. E che può a questo punto affrontare con più chiarezza la discussione sulle forme e i modi più efficaci per rilanciare una politica di promozione del libro e della lettura. 

La prima è ancora la sfida contro l’irrilevanza, la marginalizzazione simbolica e materiale della lettura, la sua archiviazione come pratica periferica della rutilante metropoli dei consumi culturali. È una sfida che verrà decisa più dalle nostre qualità che dai giudizi (o pregiudizi) altrui. Tra le qualità necessarie c’è senz’altro il rafforzamento di politiche di sostegno pubblico che hanno insieme un necessario tratto di aiuto materiale (non dissimile dai «ristori» giustamente riconosciuti ad altri mercati e pratiche culturali) e un forte elemento simbolico, di riconosciuta centralità di una sfera culturale su cui le istituzioni non possono non investire. 

La seconda direzione è quella della sostenibilità, invocata dagli interlocutori della cosiddetta filiera del libro. Penso in particolare a tutta la realtà dei festival letterari e culturali, la cui forza e diffusione ha innovato la percezione pubblica del libro e della lettura.8

Il libro non è solo un medium comunicativo totalizzante, ma anche un efficace volano sociale, culturale ed economico, la cui evoluzione si è innestata sulle pratiche di divulgazione del sapere9. Il libro è molto più di un oggetto, accreditato di un potenziale simbolico ed estetico mai venuto meno nell’arco dei secoli, nonostante la diffusione dei media mainstream, la diffusione del digitale, l’affermazione della telefonia smart, l’ascesa di nuove forma di giornalismo.

La lettura rimane un’attività fondamentale dal punto di vista formativo e intellettuale, ma anche sul piano sociale ed economico, in un momento storico in cui il bisogno di memoria ed evasione produce nuove modalità narrative ed espressive.10

Nell’immaginare un rilancio delle politiche e delle azioni di sostegno alla lettura e al libro bisogna preventivamente effettuare un analitico riscontro di quanto e come siano cambiate, a seguito dell’emergenza sanitaria, le abitudini degli italiani nel settore dei consumi librari e della lettura. 

Il distacco degli italiani dalla lettura è un fenomeno riconducibile in buona parte alla trasformazione della nostra società, sovrastata da un’ipertrofia informativa e funzionale sempre più difficile da decrittare. Le azioni formative e di sensibilizzazione rivolte ai giovani e alle scuole non sono più sufficienti per invertire la tendenza. Bisogna fare i conti con la realtà.

Durante il primo lockdown, per esempio, gli italiani hanno letto in media meno di un’ora al giorno, a fronte dell’aumento dei consumi televisivi, telefonici e social. 

Nonostante la sua indubbia duttilità, l’ebook non ha ancora preso il sopravvento sul cartaceo. Da qui la necessità di garantire il futuro del comparto stampa ed editoria. Attraverso il sostegno alla domanda pubblica e privata di libri, il contrasto alla povertà educativa, gli aiuti diretti a piccoli editori e librai e a fiere, festival e mostre.11

Il libro è assediato da nuove forme di impiego del tempo libero eppure, per quanto ne sappiamo dalle neuroscienze, il libro e la lettura profonda rimangono l’unica ancora di salvezza per sottrarsi a un decremento fisiologico delle mappe neuronali preposte alla lettura, alla cognitività, alla rappresentazione che, nel nostro cervello, ci facciamo del reale attraverso la “lettura” del mondo circostante.12

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo.13

Lettura, ricerca, istruzione cultura sono la migliore garanzia per una crescita sociale e culturale e, di riflesso, economica del Paese. La promozione alla lettura, che attualmente è orientata solo verso le fasce più giovani della popolazione, deve essere estesa anche alle fasce più grandi, adulte, mature. 

Lettura e capitale umano sono strettamente intrecciati. Come lo è la lettura (e quindi la qualità del capitale umano) allo sviluppo economico e sociale, a migliori indici di innovazione e di competitività sui mercati internazionali, alla qualità sociale della vita e dei cittadini. Questa relazione c’è ed è evidente da almeno un ventennio. 

La misura del “capitale umano” era (ed è) tradizionalmente circoscritta ai percorsi di formazione scolastica e universitaria e di successiva formazione lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia, una componente importante nel suo accumulo – soprattutto nella società della conoscenza – è però il portato di un insieme di attività che fuoriescono dai percorsi istituzionali: la lettura di un giornale o di un settimanale di informazione, la partecipazione a un concerto o uno spettacolo teatrale, la visione di un film, di un documentario, la visita a una mostra e, naturalmente, la lettura di un libro.14

La discussione intorno al suo contenuto. La riflessione su quanto appreso o trasmesso dall’autore. Lo studio dei dati e delle informazioni in esso contenute, laddove si parli di saggi o pubblicazioni scientifiche o accademiche. 

Poiché crescita e crisi della lettura sono strettamente connesse a grandi trasformazioni sociali, resta da comprendere in quale misura la situazione epidemica e di emergenza dovuta alla pandemia indurrà cambiamenti sociali irreversibili e come ciò modificherà la lettura.

L’Italia, tra i maggiori Paesi europei, si colloca all’ultimo posto per livello di comprensione dei testi. Questo si traduce innanzitutto nella difficoltà per molti italiani di accedere alle informazioni, comprendere testi e istruzioni, leggere testi scritti in maniera più complessa o elaborata. E ciò non riguarda solo gli italiani in età scolare. Anche i grandi, gli adulti, i maturi. 

Tutto questo si traduce in bassi indici di lettura, e aiuta a individuare le ragioni delle difficoltà che una parte della popolazione ha nel comprendere i processi di trasformazione sociale, nell’accedere al mercato del lavoro e seguirne i cambiamenti, nel tenere collegate tra loro e interpretare informazioni che provengono da fonti e canali diversi.15

Ecco allora si palesa più evidente che mai il ruolo fondamentale degli insegnanti certo ma anche dei bibliotecari e dei librai, il loro essere e dover essere guide e porti sicuri di cultura da trovare, difendere e diffondere

1Elena Ranfa, Il ruolo della promozione e della distribuzione nella filiera del libro: orientarsi nel dedalo dell’editoria italiana, AIB Studi, vol. 60 n° 1 (gennaio/aprile 2020), p. 131-142.

2Luca Rivali, Valeria Valla, Le librerie bresciane del terzo millennio. Un’indagine conoscitiva, Minima Bibliographica, 7, C.R.E.L.E.B. – Università Cattolica, Milano, Edizioni CUSL, Milano, 2010. 

3L. Rivali, V. Valla, op. cit. 

4Ibidem

5Ali – Associazione Librai Italiani, Osservatorio delle librerie in Italia. I “numeri” del tessuto delle librerie (Prima edizione), Rapporto di ricerca, Roma, OSSERVATORIO 2020, Indagine pre-covid. 

6CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, Dall’emergenza a un piano per la ripartenza. Libro bianco sulla lettura e i consumi culturali in Italia (2020-2021), in collaborazione con AIE – Associazione Italiana Editori, Coordinamento editoriale, cura del progetto grafico e stampa Poligrafico e Zecca dello Stato italiano, Roma, 2021.

7CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

8Idem.

9Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 2014.

10CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

11Idem.

12Ibidem.

13Miguel Benasayag, Il cervello aumentato, l’uomo diminuito, Centro Studi Erickson, Trento, 2016.

14CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

15Idem.


Articolo pubblicato sul numero 62 della rivista Writers Magazine Italia


Dislosure: Per le immagini, tranne la copertina della rivista, credits www.pixabay.com


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Consolazione per gli spiriti: Fantasmi dello Tsunami

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L’11 marzo 2011 due catastrofi hanno colpito il nord-est del Giappone. Questo libro parla del primo disastro: lo tsunami. 

La seconda è iniziata di sera, quando i reattori della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi si sono fusi, dopo che i sistemi di raffreddamento non erano entrati in funzione. Le esplosioni avvenute in tre reattori hanno sparso la ricaduta radioattiva nell’entroterra. Più di 200.000 persone hanno abbandonato le loro abitazioni ma, grazie a una rapida evacuazione e, secondo Lloyd Parry, a una buona dose di fortuna, nessuno è morto a causa delle radiazioni. È comunque troppo presto per essere certi delle conseguenze a lungo termine di Fukushima.

Il terremoto e lo tsunami, che hanno scatenato il disastro nucleare, hanno generato un effetto più immediato sulla vita umana. Quando il mare si è ritirato, oltre 18.500 persone sono rimaste schiacciate, bruciate vive o annegate. È stata la più grande perdita di vite umane in Giappone dopo il bombardamento atomico di Nagasaki avvenuto nel 1945.

Il terremoto delle 14:48:51 dell’11 marzo 2011 è stato il più grande che abbia mai colpito il Giappone e il quarto più potente nella storia della sismologia. Ha spostato la Terra di 16.5 centimetri dal suo asse; ha avvicinato il Giappone all’America all’incirca di quattro metri.1

Nello tsunami che ne è seguito, al suo culmine, l’acqua ha raggiunto l’altezza di trentasei metri e mezzo. Mezzo milione di persone sono state sfollate dalle loro case. 

Il terremoto e lo tsunami hanno causato più di 210 miliardi di dollari di danni.2

Si è trattato della più grande crisi che il Giappone ha dovuto affrontare dalla Seconda guerra mondiale. 

La terra intorno alla centrale nucleare sarà contaminata per decenni. I villaggi e le città distrutti dallo tsunami non potranno mai essere ricostruiti. 

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a manifestare contro il nucleare e i governi di Germania, Italia e Svizzera hanno abbandonato definitivamente l’energia nucleare. Ma poi il tempo passa, la mente sembra dimenticare, e si ritorna a parlare del nucleare come energia alternativa. 

Nucleare e gas sono considerate oggi energie utili e necessarie per la transizione energetica verde. A febbraio la Commissione europea li aveva inclusi fra gli investimenti sostenibili fino al 2030 e il voto è stato confermato proprio in questi giorni dal Parlamento europeo. 

Richard Lloyd Parry si reca nei luoghi più colpiti dallo tsunami e rimane impressionato allorquando il navigatore dell’auto gli indica di essere giunto a destinazione ma, osservando dai finestrini, nel mondo reale non c’era nulla. Un intero villaggio scomparso. 

Ricorda egli al lettore che, laddove si dovesse essere esposti a un violento terremoto, il posto più sicuro sarebbe proprio il Giappone, e il posto migliore di tutti è una scuola giapponese. Con una sola eccezione. Ed è su quella che Parry ha indagato. È di questo che parla il suo libro.

A Fukuji si era formato un gruppo di amici particolarmente forte e ben organizzato. Erano tutti genitori di bambini morti nella scuola elementare di Okawa. Il dolore li aveva fatti incontrare, ma non era la sofferenza in sé a unirli. Il combustibile del loro dolore, che gli aveva dato forma e lo aveva incanalato come le rive di un fiume, era la rabbia. 

«È il modo in cui sono morti. Più le cose vanno avanti, più capiamo. Capiamo che quelle vite avrebbero potuto essere salvate. Lo tsunami è stato un enorme disastro. Ma soltanto in una scuola, una sola nel paese, i bambini hanno perso la vita in questo modo: la scuola elementare di Okawa. Questo è un fatto e può essere spiegato solo da un fallimento: la scuola ha fallito a salvare la vita ai bambini. Loro hanno fallito. E non si sono scusati e non hanno fornito spiegazioni adeguate.»

Il terremoto aveva colpito alle 14:46. Le lancette dell’orologio della scuola si erano fermate alle 15:37, quando la corrente era saltata a causa del livello crescente dell’acqua.

Cosa è successo in quel frangente di tempo?

Come in molte istituzioni giapponesi, le operazioni della scuola elementare di Okawa erano governate da un manuale. Che non era stato aggiornato. L’aggiornamento è previsto ogni anno. 

In luogo di un più sensato consiglio di spostarsi su una collina o comunque in terreni più elevati rispetto al livello del mare, il manuale della scuola prevedeva, in caso di tsunami, lo stazionamento nel terreno aperto vicino alla scuola, un parco, o luoghi simili. 

Tra la scuola elementare di Okawa e la spiaggia di Matsubara intercorre una distanza in linea d’aria di due miglia e un quarto. Ma il pericolo alla scuola elementare non è giunto direttamente dal mare, bensì attraverso il fiume. 

Il Kitakami è stata la porta attraverso la quale lo tsunami ottenne l’accesso alla terra. Il fiume lo incanalò e lo concentrò, rendendolo sempre più intenso e forte, e lo scagliò sul fragile argine. 

Una grande quantità di persone era morta all’improvviso. I reattori nucleari esalavano veleno nell’aria. In qualunque paese tali eventi avrebbero di certo rappresentato il catalizzatore dell’indignazione, della protesta e dell’azione dei movimenti in favore del cambiamento.

«Noi giapponesi siamo risorti dalle ceneri della Seconda guerra mondiale utilizzando la nostra forza vitale per assicurare una ripresa duratura e l’attuale prosperità del paese. Non ho alcun dubbio che il Giappone supererà questa crisi, si riprenderà dalle conseguenze del disastro, ne uscirà più forte che mai e stabilirà un paese più attivo e migliore per le generazioni future.»3

Richard Lloyd Parry sottolinea come non accadde nulla de genere. La promessa di rinascita intravista nei centri per gli sfollati non sarebbe mai stata pienamente mantenuta. 

Rinvigorito dal periodo di opposizione, il vecchio partito liberaldemocratico tornò al potere, come lo era stato per cinquantatré degli ultimi cinquantasette anni. 

Il suo leader, Shinzo Abe è stato, ricorda l’autore, il Primo ministro più nazionalista dai tempi della guerra. Nonostante la preoccupazione nazionale per Fukushima, si impegnò fermamente per evitare la dismissione dei reattori nucleari giapponesi.

Shinzo Abe è rimasto vittima di un attentato lo scorso 8 luglio durante un evento elettorale per motivi che esulerebbero dalla sfera di influenza politica.

Il sistema di giustizia civile in Giappone, come la sua democrazia, sembra al di là di ogni critica. I giudici sono indipendenti, la corruzione e l’intimidazione quasi sconosciute. Ma al suo interno l’apparato è pregiudizialmente a favore dello status quo e delle istituzioni pubbliche e private che lo sostengono. Se qualcuno intraprende un’azione legale contro un’istituzione, una grande azienda, una banca o un governo locale, in Giappone l’istituzione vincerà quasi sempre.

Anche per questo la relativa vittoria dei genitori di Okawa è sembrato un grande evento. Anche se, a ben guardare, nonostante la concessione di un cospicuo risarcimento, i giudici non hanno mai espresso alcuna opinione sulle azioni del preside Kashiba, prima o dopo lo tsunami. Hanno assolto gli insegnanti per il confuso manuale di emergenza. Sono rimasti in silenzio riguardo l’evasività del Consiglio per l’istruzione e la scomparsa degli appunti dei colloqui con i bambini sopravvissuti. Sulle falsità dell’insegnante Junji Endo, sopravvissuto, e sulla sua incapacità di rendere conto delle proprie azioni.

Una sentenza che non solo non scrive la parole fine sulla vicenda ma non dona alcun conforto o agevolazione ai genitori nella ricerca di un po’ di serenità o pace.

Il reverendo Taio Kaneda, prete ed esorcista, riunì un gruppo di colleghi sacerdoti, scintoisti e buddisti, e persino un pastore protestante, per compiere una marcia rituale verso la città di Shizugawa, che era stata completamente distrutta. 

La processione di quegli uomini vestiti con abiti vivaci procedette tra le rovine: qualcuno di loro reggeva un cartello recante la scritta «Consolazione per gli Spiriti».

Camminarono per quattro ore. Gli automezzi continuarono a occuparsi delle macerie al loro passaggio. Gli operai, in casco da lavoro, raccoglievano i detriti e li scuotevano con fermezza lontano dai cingoli. I preti si sentirono a disagio. Cominciarono a sospettare che, lungi dall’essere di aiuto, costituissero un ostacolo indesiderato per le operazioni di rimozione. 

Kaneda confessò a Parry di essersi reso conto, insieme agli altri, che nulla di quanto avevano imparato sui rituali e sulle formule sarebbe stato efficace per affrontare ciò che avevano visto tutt’intorno a loro. La rovina che stavano osservando non poteva essere inquadrata dai principi e dalle teorie della religione. Si rese conto che tutto l’armamentario della religione era in realtà una corazza che serviva a proteggerli, e che l’unica via d’uscita era liberarsene. 

Tutti in Giappone cercavano consolazione. Più tempo passava, più diventava difficile trovarne.

Dopo che le vittime dello tsunami furono curate, rifocillate e protette, ci si sforzò di prevenire un’invisibile catastrofe secondaria di ansia, depressione e suicidio. 

Un’indagine condotta un anno dopo il disastro rivelò che quattro sopravvissuti su dieci lamentavano insonnia, e uno su cinque soffriva di depressione. Ci fu un aumento dell’alcolismo e delle malattie legate allo stress, come l’ipertensione. 

E non erano solo i sopravvissuti a cercare consolazione.

I sacerdoti esorcisti, tra i quali Kaneda, hanno raccontato di aver assistito numerose persone “possedute” dagli spiriti delle vittime dello tsunami. 

Si è liberi di credere o meno in questo genere di cose ma il punto dell’argomento trattato da Parry nel libro non è la veridicità in sé di quanto raccontato dagli esorcisti e dagli esorcizzati, quanto piuttosto il malessere diffuso delle anime, dei vivi, dei morti o dei sopravvissuti. 

Lo scopo ultimo del libro di Richard Lloyd Parry sembra essere un invito alla riflessione, oltre che alla conoscenza. Perché questa, forse, è l’unica strada verso la consapevolezza. 

Racconta Parry di un Giappone che raramente emerge. Del resto lui lo fa da “cittadino giapponese” vivendoci da molto tempo. Un paese i cui abitanti hanno per certo una forza, una volontà e una determinazione invidiabili ma tutto questo nasconde un duro e amaro rovescio della medaglia. E Parry ha dimostrato di saperlo egregiamente raccontare.

Il libro

Richard Lloyd Parry, Fantasmi dello Tsunami. Nell’antica regione del Tohoku, Éxòrma, Roma, 2021.

Traduzione di Pietro Del Vecchio.

Titolo originale: Ghosts of the Tsunami. Prima edizione Jonathan Cape, United Kingdom, 2017.

L’autore

Richard Lloyd Parry: corrispondente dall’Asia per «The Times».


1Kenneth Chang, Quake Moves Japan Closer to U.S. and Alters Earth’s Spin, «New York Times», 14 marzo 2011.

2Jeff Kingston, Introduzione, in Id., (a cura di), Natural Disaster and Nuclear Crisis in Japan, Routledge, Abingdon, 2012.

3Cit. Naoto Kan, Primo ministro dell’epoca.



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Agenzia Anna Maria Riva per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Kiev: una guerra di piombo e propaganda

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«Dalla pace all’inferno, nel volgere di un fulmine scagliato in piena notte.»

È questa l’immagine che Nello Scavo dà della guerra in Ucraina. E lo fa perché è la prima volta che si trova sul posto e vede la guerra scoppiare, improvvisa e ineluttabile. 

Ovvio che l’esplosione del conflitto russo-ucraino non è stato così improvviso e repentino. E di questo l’autore parla abbondantemente nel testo. Ma il fatto di essersi recato a Kiev quando ancora il conflitto sembrava lontano ed essersi ritrovato a correre per trovare riparo nei rifugi è un qualcosa che non poteva non scuotere la mente, anche di un cronista che ha raccontato i maggiori conflitti degli ultimi decenni, perché avvezzi a questo genere di cose non lo si diventa mai. 

Scavo sottolinea come il giornalismo non sia storiografia. È il racconto dell’istante, con la promessa di mettere insieme i fatti e trovare le connessioni. Ma non potrà mai essere un racconto arido e distaccato, per chi lo vive in prima persona. Perché la guerra non si dimentica. E le storie non ti abbandonano mai.

«La guerra è per sempre. Non si guarisce dalla guerra.»

Inviato in Ucraina per raccontare quanto accade nel Donbass, Scavo arriva a Kiev il 22 febbraio 2022. Il giorno palindromo, dove inizio e fine coincidono. E l’inizio del suo viaggio coincide con la fine della pace per la capitale ucraina

Una guerra assurda, come tutte le altre, strumentale e strumentalizzata per scopi economici, politici e geopolitici da ambole parti.

La guerra di secessione nel Donbass esplode nel 2014, allorquando le repubbliche di Donetsk e Lugansk rivendicano la loro autonomia da Kiev. Repubbliche nate dopo le manifestazioni di militanti filorussi in opposizione al governo filo-occidentale insediatosi in seguito alle rivolte popolari dell’Euromaidan a Kiev. 

Le parti si scambiano accuse, ma i 70mila cittadini del Donbass che, secondo stime ufficiali russe, in un solo fine settimana sono stati aiutati dalle forze di Mosca a raggiungere l’area di Rostov, sono la prova di un’insanabile distanza da Kiev. La medesima che gli ucraini filo-occidentali vogliono prendere da Mosca. Per certo il governo di Kiev lo vuole.

Ricorda Scavo che non sono solo i russofoni ad essere insofferenti verso il governo di Kiev. Dalla caduta dell’Unione Sovietica le disparità fra centro e periferia non sono mai state appianate. Ancora oggi, se nella capitale il reddito medio mensile è di quasi 700 euro, nel Donbass non arriva a 300. Fare leva sul disagio economico delle periferie e sulla corruzione dilagante ha consentito al Cremlino di costruire, pian piano, il successo dei leader indipendentisti e la disaffezione al governo centrale. Il possibile allargamento della Nato poi ha rappresentato il pretesto perfetto per passare all’azione. 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, al pari di altri Paesi, anche l’Ucraina ha conquistato l’indipendenza. Dal 1923 al 1991, è stata una delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ricoprendo il ruolo fondamentale di «granaio dell’URSS». Dopo l’indipendenza, la relazione tra Mosca e Kiev è stata travagliata e ondivaga, a causa dell’alternanza di governi filorussi e altri più vicini all’Occidente, in particolare quelli di Juščenko e quello attuale di Zelensky.

Negli ultimi anni, l’Ucraina ha ricevuto il supporto militare del fronte occidentale (2.7 miliardi di dollari gli aiuti ricevuti dagli USA dal 2014), riaccendendo le preoccupazioni russe di fronte a un suo ulteriore avvicinamento alla NATO.1

La situazione a Kiev precipita nel giro di poche ore. Bisogna evacuare anche gli hotel dove stazionano i giornalisti. Grazie all’aiuto dei funzionari dell’ambasciata italiana, Scavo e gli altri colleghi riescono a trovare un modo per spostarsi in un altro luogo sicuro eppure, proprio nel momento della partenza, accade qualcosa di apparentemente inspiegabile. 

I due agenti della guardia nazionale ucraina, incaricati di proteggere l’ambasciata e di portarli al sicuro sono scappati e in più, prima di fuggire, hanno spezzato la chiave del veicolo all’interno del sistema di avviamento. Le motivazioni di questo gesto sono ovviamente sconosciute ma Scavo riferisce che i militari italiani hanno avanzato l’ipotesi che il gesto sia stato motivato dalla speranza che i cecchini russi li colpissero, in modo da sollevare fin dalle prime ore di guerra un caso internazionale contro Putin.

L’Ucraina accusa le forze russe di «crimini di guerra» affermando di raccogliere prove da sottoporre alla Corte penale internazionale.

Mosca risponde annunciando di aver preparato un fascicolo fotografico con le prove del «genocidio» nel Donbass.

Una guerra di piombo e propaganda.

Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza dell’Onu del 5 aprile 2022, Zelensky ha chiesto, per quanto accaduto a Bucha, il «processo per crimini di guerra», evocando il «Tribunale di Norimberga», nonché «la rimozione» della Russia dal Consiglio di sicurezza. 

L’ambasciatrice statunitense all’Onu ha subito dichiarato la piena solidarietà per «questo brutale attacco alla vostra sovranità, democrazia e libertà».2

Il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, già il 2 marzo 2022 ha annunciato di aver aperto un’indagine sulla situazione in Ucraina, per tutti gli atti commessi da chiunque in qualunque parte del territorio a partire dal 21 novembre 2013, assicurando che l’indagine sarà condotta in «modo obiettivo e indipendente».

L’Ucraina non è un Paese membro, ma dal 2014 ha accettato la giurisdizione della corte. Mosca ha ritirato la sua firma dallo Statuto di Roma, il Trattato fondatore della Corte penale internazionale, che può raggiungere i russi solo se arrestati sul territorio di uno stato che rispetta la sua giurisdizione. Gli Stati Uniti non sono parte della Convenzione di Roma.3

L’Ucraina è ormai un Paese in guerra e dal quale tutti cercano di fuggire. Ma a farlo sono soprattutto donne, bambini e fragili perché agli uomini in età utile per combattere è proibito. Ma, sottolinea Scavo, la fuga dall’Ucraina non è per tutti anche e soprattutto per un altro triste motivo.

Se infatti i cittadini bianchi vengono fatti transitare alla frontiera con la Polonia senza troppe lungaggini, al contrario vengono rinchiusi in vere e proprie gabbie gli stranieri di colore. Una discriminazione denunciata anche dallo stesso governo di Kiev, che avrebbe chiesto una evacuazione inclusiva dei civili.

Ma la Storia purtroppo è sempre la stessa.

Quando nel 2020 lungo il confine terrestre tra Grecia e Turchia i profughi bloccati alla frontiera «sobillati da Erdogăn, inscenarono una guerriglia per entrare nel territorio dell’Unione Europea», si scontrarono con Bruxelles che mobilitò diplomazia e risorse per respingere afghani e siriani. Eppure essi scappavano dalle stesse bombe che oggi vengono sganciate sull’Ucraina. I siriani poi, ricorda Scavo, scappavano proprio dalle bombe a grappolo scaricate dai bombardieri russi. A Kiev «i superstiti suscitano empatia nell’opinione pubblica europea. Ad Aleppo no».

Il 3 marzo 2022, Nello Scavo lascia l’Ucraina, dopo aver impiegato ventisette ore per percorrere i trecento chilometri che separano Kiev dal confine con la Moldavia. Fino al giorno prima è stato nella residenza dell’ambasciatore italiano, il quale ha accolto tutti, compresi decine di italiani con i loro neonati, «tutti figli dell’utero in affitto». 

Secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (UNHCR-ACNUR), un milione di persone sono fuggite dall’Ucraina in una sola settimana, circa 150mila al giorno. 

Al 6 maggio 2022 le stime parlavano di 5.4 milioni. Per la maggiore sono donne e bambini. Oltre 13mila minori non accompagnati oppure separati dalle famiglie. Lo spettro della tratta di esseri umani preoccupa non poco.

Dopo lo scoppio della guerra centinaia di pullman e volontari si sono precipitati in Polonia, al confine, per soccorrere i profughi. In mezzo a loro si sono infiltrati anche i malintenzionati. Giovan Battista Cicchetti Marchegiani – Presidente R.O.E. Protezione Civile – sottolinea come lì, soprattutto nei primi giorni, fosse “terra di nessuno”, «sono arrivate persone che avevano fedine penali non pulite. Italiani. Zona dell’Adriatico, avevano precedenti, lo sfruttamento della prostituzione. Proprio volevano scegliere donne. Addirittura, come se fossimo a un mercato».4

Alcune donne hanno raccontato che, durante il tragitto, si sono fatti avanti dei tizi, anche anziani, per offrire un passaggio o un tetto per la notte. Qualche volta è andata a finire come in ogni guerra: «Hanno allungato le mani promettendo denaro e un viatico facile per donne e bambini». La notizia viene confermata a Scavo da fonti diverse sui due lati, in Ucraina e in Moldavia.

Dal 12 maggio 2022 è attiva la piattaforma di Anti-Trafficking dell’Ue volta ad attuare il Piano comune di contrasto della tratta di esseri umani e sostenere le potenziali vittime tra coloro che fuggono dalla guerra in Ucraina.5

Numerose sono le segnalazioni di discriminazione e persino di violenza contro i cittadini provenienti da paesi terzi dell’Africa e dell’Asia meridionale e di altri gruppi etnici minoritari, compresa la popolazione rom.

Oltre ai civili, anche il personale dell’UNHCR è stato coinvolto nei combattimenti. Per Nello Scavo il messaggio che vuol dare Mosca è chiaro: in Ucraina nessuno deve sentirsi al sicuro. Per certo neanche i giornalisti possono farlo. I reporter uccisi sono già sei agli inizi di marzo, decine quelli feriti. E poi ci sono i giornalisti rapiti e torturati.

La mente dell’autore ritorna a Sarajevo, dove i cecchini puntavano le proprie armi sui reporter facendo della loro uccisione un trofeo di guerra. Anche i giornalisti caduti in Ucraina erano perfettamente riconoscibili eppure i colpi di mortaio e quelli dei tiratori scelti non li hanno risparmiati. Bisogna comunque ricordare con Scavo che, anche prima degli scontri, non è che l’Ucraina fosse proprio il regno della stampa libera. Nel Rapporto annuale di Reporter senza frontiere, Kiev si colloca alla posizione 97 su 180 Paesi. La guerra poi, come sempre, inasprisce e peggiora ogni cosa.

«I caduti per la libertà d’informazione sono una terribile costante di tutti i recenti conflitti. Ma qui vengono eliminati da forze regolari, non da bande di miliziani».

Il libro di Nello Scavo Kiev è un resoconto giornaliero, dettagliato e sconvolgente, di quanto accade a un inviato in zone di guerra. Di ciò che osserva, che gli viene riferito, che ricorda e di come poi tutto ciò condiziona la sua mente e il suo cuore. Il distacco totale non può esistere in queste situazioni, se non nell’imparzialità, fondamentale, delle notizie riportate. Ma la persona, beh quella rimane innegabilmente condizionata, impressionata, impaurita, addolorata. Cambiata.

L’aver scelto di lasciare la forma degli appunti sul campo risulta fuor di dubbio ottimale per rendere il lettore in qualche modo partecipe di quanto l’autore scrive, di quanto ha scritto quando si trovava lì e in quel preciso momento entrava in un rifugio, si metteva al riparo da un bombardamento, cercava ristoro per aver trovato un nuovo luogo sicuro, almeno per quel momento. 

Ci sono degli aspetti seri e gravi del lavoro da inviato che spesso tendono a sfuggire o a essere accantonati, dimenticati cedendo all’errore che la guerra sia quella raccontata dalle parole o dalle immagini e video. Scavo ricorda al lettore che la guerra invece è quella che si combatte sul campo, che distrugge e uccide, vite e innocenti, luoghi e Storia. Aiutandoci a ricordarne l’assurdità oltre che l’atrocità.

E in questi giorni Nello Scavo si è recato nuovamente in Ucraina per raccontarli.


Il libro

Nello Scavo, Kiev, Garzanti, Milano, 2022.

L’autore

Nello Scavo: È inviato speciale di «Avvenire». Negli anni ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale.


1 ISPI- Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Speciale Russia-Ucraina: 10 mappe per capire il conflitto, 10 marzo 2022, consultabile online: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-russia-ucraina-10-mappe-capire-il-conflitto-33483

2https://www.rainews.it/articoli/2022/04/volodymyr-zelensky-al-consiglio-di-sicurezza-dellonu-via-il-potere-di-veto-alla-russia–606c970f-3bb1-4fc2-b1a6-f0376ccec332.html

3https://www.agi.it/estero/news/2022-03-03/ucraina-tribuanle-aja-aperta-indagine-per-crimini-guerra-15849932/

4Claudia Di Pasquale, Umanità a due facce, servizio per Report, puntata del 30 maggio 2022, consultabile online: https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Umanita-a-due-facce-9a468191-7ee8-49ed-8b2a-87b39c962776.html

5https://ec.europa.eu/home-affairs/policies/migration-and-asylum/migration-management/migration-management-welcoming-refugees-ukraine_en#solidarity-platform



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Garzanti Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro e la mappa Nato, credits www.pixabay.com


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È mai davvero esistita la fine del colonialismo?

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Il colonialismo è mai davvero finito, oppure è stato semplicemente adattato ai tempi? Trovare una risposta a questa domanda è molto più complesso di come si potrebbe immaginare, perché quando si parla di colonialismo, pur ignorandolo, ci si riferisce a un qualcosa che va ben oltre la conquista e il possesso di territori e beni. 

Per Georges Balandier, il post-coloniale non consiste nella cancellazione del coloniale, ma solo delle sue forme più apparenti. La società coloniale, fondata sulla dominazione, è inseparabile dalla società colonizzata, oggetto della dominazione. 

Oltre che dalla messa in rapporto delle differenze culturali, la situazione coloniale nasce dagli scarti stabiliti fra i suoi elementi costitutivi e dalla logica inegualitaria che ne organizza le relazioni.

Dal punto di vista formale, queste relazioni si stabiliscono tra una minoranza demografica costituita in maggioranza sociologica dalla dominazione che esercita, cioè la società coloniale, e una maggioranza demografica ridotta allo stato di minoranza sociologica, che è poi la società colonizzata. 

Quando le nazioni europee si sono imposte ai popoli cosiddetti «arretrati», li hanno stupefatti con la loro potenza tecnica e ricchezza; alcuni di questi popoli hanno subito sviluppato una sorta di complesso di inferiorità tecnologico.

Il consolidamento delle economie coloniali ha rovinato le rudimentali industrie locali, anche quelle asiatiche che avevano conosciuto una certa prosperità, lasciando sopravvivere solo un commercio di tratta che sottrae ricchezze naturali in cambio di un flusso di mercanzie. Per ottenere queste ultime, le quali hanno sempre più un ruolo importante per la sua esistenza, il colonizzato si lega progressivamente alla società coloniale, che diventa simbolo della sua dipendenza e indigenza. 

La sempre più urgente necessità di avere un sistema economico reale che garantisca un generale innalzamento del tenore di vita si è andata affermando in presenza di potenze coloniali tutrici rimaste sempre riluttanti. 

Quasi paradossalmente, anche i flussi migratori dalle ex-colonie verso gli ex-paesi colonizzatori sono un altro modo di mantenere le relazioni

La colonizzazione infatti ha potuto beneficiare, ricorda Balandier, dell’esistenza del bisogno di dipendenza. 

Nei casi più estremi, quelli dei popoli con meno resistenza socio-culturale, come avvenuto in gran parte dell’Africa nera, gli sconvolgimenti sono stati profondi e l’equilibrio tradizionale è stato radicalmente alterato. 

La conseguenza di queste trasformazioni, e di politiche coloniali che hanno voluto sostituire, limitare o sedurre le autorità tradizionali, ha portato alla rottura dei vecchi rapporti di dipendenza e di sottomissione. L’origine dell’autorità e del potere è stata trasferita, resa estranea. 

La dipendenza del mondo arabo dall’Occidente ha condotto a una decadenza dell’Islam, anche se poi gli elementi più occidentalizzati dei paesi arabi hanno indotto reazioni popolari di purismo musulmano, violento e passionale, spiegando così, almeno in parte, gli antagonismi che dividono le nazioni arabe e le azioni/reazioni verso il mondo occidentale.1

Gli studi cui si fa riferimento sono iniziati nella seconda metà del Novecento, non potevano sapere ma sembra abbiano saputo prevedere gli scontri e le derive che queste insofferenze hanno poi generato sul limitare del nuovo Millennio. Una vera e propria esplosione di rabbia e insofferenza che va dalle innumerevoli guerre civili nel continente africano, alle Primavere arabe e i troppi movimenti estremisti che hanno mescolato e fuso tradizione, religione e jihad.

La natura stessa delle reazioni suscitate dai rapporti o relazioni è legata al processo dominante.

In alcuni contesti, i problemi essenziali sembrerebbero di natura culturale – come per esempio in Africa Equatoriale -, attirando così l’attenzione quasi esclusiva degli antropologi.

In altri, si manifestano tensioni nelle relazioni razziali – come in Sudafrica – o problemi politici, come nei nazionalismi asiatici e africani, e allora l’interesse diventa un po’ più generalizzato. 

Su tutti comunque pesa la «psicologia particolare dei colonizzati» e il loro bisogno di dipendenza, nonché ovviamente l’atteggiamento predatorio dei colonizzatori. 

La società colonizzata può essere considerata come una società alienata, più o meno influenzata nella sua organizzazione socio-culturale a seconda della capacità di resistenza: tanto più è sottomessa alla pressione della società dominante e straniera tanto più è degradata.

Nella gran parte delle regioni sudafricane, l’arrivo degli europei e l’insieme dei cambiamenti che innescò ebbe l’effetto di scatenare una violenta conflittualità interna. Una situazione generata anche dalla perdita dei punti di riferimento originari. La forte emigrazione, per esempio, ebbe come conseguenza diretta un profondo indebolimento del tessuto familiare e sociale che portò a un declino pressoché totale del settore agricolo. 

Spesso gli osservatori europei hanno insistito sulla intrinseca fragilità delle democrazie africane, apparentemente incapaci di raggiungere un adeguato livello di maturazione. Invece questi fenomeni, apparsi in un primo momento nel mondo coloniale e post-coloniale, stanno progressivamente investendo anche le democrazie occidentali. Si diffondono a macchia d’olio nei paesi del Nord sempre più alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, dove la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. Dove si registra un continuo e progressivo indebolimento del tessuto sociale ed economico. 

Come hanno ben compreso molti investitori internazionali, non da ultimi i cinesi, l’Africa è entrata in una fase totalmente nuova in cui lo sviluppo dei suoi mercati sta aprendo enormi possibilità economiche. Ma questa trasformazione continua a essere percepita da molti come una mera imitazione dello sviluppo occidentale. Liberandoci di questa prospettiva ottocentesca, si scopre invece che i fenomeni osservabili in Africa sembrerebbero addirittura anticipare e non seguire taluni processi che stanno investendo l’Europa e il Nordamerica. 

Il Nord globale sta assumendo alcuni dei tratti un tempo caratteristici del Terzo Mondo, come la crescente diversità interna, la conflittualità su base etnica e razziale, l’aumento di povertà e disuguaglianza, la crescita degli insediamenti informali e di una gioventù sotto-proletarizzata. L’Africa, a quanto pare, sta diventando una condizione globale.2

L’Europa e l’Occidente tutto volutamente hanno diffuso l’idea di essere emblema di civiltà, progresso, benessere e cultura. I flussi migratori rispecchiano anche la volontà che in tanti manifestano di raggiungere proprio civiltà, progresso, benessere, cultura. Abbiamo già visto come i legami, o meglio le relazioni di dipendenza con gli stati ex-coloniali permangono e persistono anche allorquando si affermi l’avvenuto abbandono del sistema coloniale. 

Tuttavia in tempi recenti si assiste a un qualcosa che definire paradossale è assolutamente riduttivo.

Rwanda e Gran Bretagna hanno siglato un accordo in base al quale, a partire dal 14 giugno 2022, saranno trasferiti nel Paese africano una parte degli immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa che si decida sulle loro richieste di asilo. 

L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha subito espresso la sua forte opposizione al piano britannico perché «le persone in fuga da guerre e perseguitate meritano compassione ed empatia. Non dovrebbero essere scambiate come fossero merci e trasferite all’estero in attesa dell’esito delle loro richieste di asilo politico»3

Per il primo ministro inglese si tratta di una misura per scoraggiare l’immigrazione illegale attraverso il Canale della Manica, percorso quotidianamente da barchini e gommoni. Una misura volta a minare la forza dei trafficanti di esseri umani. 

E pensare che c’è stato un tempo, mai troppo lontano, nel quale non barchini ma navi e bastimenti partivano carichi di esseri umani e procedevano con la rotta inversa, ovvero dall’Africa verso il Nuovo Mondo, che trafficanti olandesi, francesi e inglesi trasportavano in catene. L’isola di Gorée, da cui partivano, è Patrimonio UNESCO dell’Umanità dal 1978.

(Fonte: Mondadori Education)

Una stima approssimativa ma significativa ricordava che i territori coloniali coprivano, all’epoca, un terzo della superficie del globo, e che settecento milioni dei due miliardi di abitanti totali era costituito da popoli assoggettati.4

Ecco perché, per Georges Balandier, qualsiasi studio delle società colonizzate, volto a una conoscenza della realtà contemporanea e non una ricostruzione di carattere storico, e mirato a una comprensione che non sacrifichi la specificità per la comodità di una schematizzazione dogmatica, può essere condotto solo facendo riferimento alla complessità di ciò che viene chiamata situazione coloniale.

Un’epoca caratterizzata dall’urgenza e dalla gravità di due tipologie di problemi che si impongono alle nazioni capitaliste e coloniali: 

  • Quelli legati alle pressioni esercitate dai proletari.
  • Quelli nati dall’ascesa dei popoli colonizzati e dipendenti (rising nations).5

D’altra parte, si potrebbero mettere in connessione i due fenomeni utilizzando l’espressione dello storico Arnold J. Toynbee, di proletari «interni» ed «esterni» i cui problemi conseguono dalla reazione alla dominazione subita e dalla lotta per il riconoscimento.

All’arrivo dei tedeschi, sul limitare del XIX secolo, la società e la monarchia ruandesi erano un sistema feudale in piena evoluzione. I colonizzatori si limitarono inizialmente a congelare la situazione preesistente. Anche il Belgio dapprima attuò una forma di governo indiretto, ma poi manovrò per scaricare il malcontento sul prestigio della monarchia feudale, attuando de facto una separazione tra il re e i capi collina. L’intervento europeo sulla società feudale del Rwanda aveva trasformato i rapporti sociali, indurendoli attraverso gerarchie d’importazione e contribuendo in maniera cospicua alla loro razzializzazione.6

Gli hutu erano circa l’84 per cento della popolazione, i tutsi il 14 e il restante 1 per cento era composto da twa pigmei. 

Una ricerca condotta a Bruxelles tra il 2001 e il 2003 presso le comunità di rifugiati ed esuli ruandesi ha mostrato come la questione identitaria sia stata ulteriormente acutizzata proprio a causa della condizione di popolo in diaspora.7

In Rwanda invece la presidenza Kagame ha sempre dichiarato di voler sopprimere l’appartenenza etnica, in linea con le idee di nazionalismo africano convenzionale, che condivide e condivideva con quello più radicale la volontà di de-razzializzare le istituzioni, lo Stato e il diritto.8

(Memoriale della schiavitù a Rotterdam)

«Detesto il confinamento. La scelta di un mestiere che mi ha portato alla scoperta di culture differenti, alla conoscenza di come gli altri esprimono altrimenti la loro presenza al mondo e l’appartenenza al divenire storico, mi ha permesso di uscire dal recinto della mia cultura.»9

Balandier è stato promotore di un’antropologia sensibile alle dinamiche del cambiamento e di una sociologia attenta alle nazioni ex-colonizzate, come anche osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee. 

Mai come i primi venti anni del nuovo Millennio in Europa la prosperità è stata così alta e diffusa e vi è stata tanta pace. Eppure, mai come in questo periodo, vi è stato un sentimento così diffuso, profondo e cupo di pessimismo per il futuro. 

Perché l’Occidente si sente perduto?

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. Fino a tempi recenti, gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 ma, negli ultimi due decenni, la situazione si è invertita. Nel 2015 le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31.5 per cento, mentre quelle degli E7 per il 36.3 per cento. Il Resto del mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione. Ora, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto oppure non vi abbia dato importanza? 

Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente non ha bisogno di essere bombardato.10

Insoddisfatto rispetto all’etnologia classica francese, per la sua inclinazione a studiare le società indigene come astratte rispetto al contesto coloniale in cui sono immerse, Balandier si distanzia anche da quelle tradizioni statunitensi e britanniche del primo dopoguerra, che pure hanno iniziato a mostrare interesse per le problematiche generate dall’incontro e dalla coabitazione di culture diverse. Egli rivendica l’importanza di studiare la dimensione macro delle relazioni inter-societarie, oltre che quella microscopica delle interazioni fra colonizzatori e colonizzati all’interno di circostanze specifiche.

Balandier ha dichiarato il suo stupore allorquando ha visitato in prima persona i possedimenti francesi, prima in Senegal e poi in Guinea, affermando di aver scoperto l’indigenza assoluta, i tropici senza la mascherina dell’esotismo, la colonia senza le decorazioni della potenza.

Ma poi è arrivato il momento anche per la potenza di essere guardata senza più il confronto con il primitivo

La situazione coloniale, generata dall’espansione europea su buona parte del globo, ha unito società eterogenee. Il processo spezza dall’interno la società colonizzata, che si riorganizza secondo un principio di prossimità e distanza dei vari gruppi indigeni – per cultura, abitudini e stile di vita – dal modello di umanità superiore che i colonizzatori si arrogano il diritto di impersonare. 

L’incontro tra culture eterogenee non ha modificato e stravolto solo gli Stati colonizzati ma anche quelli colonizzatori, nel breve e lungo periodo. Comprendere quindi le dinamiche di quell’ampio e variegato fenomeno noto come “situazione coloniale” è necessario non solo per conoscere la Storia ma, soprattutto, per comprendere il presente e le sue spesso incomprensibili dinamiche. 

Soprattutto in Africa Equatoriale, Balandier è stato fra i tecnici le cui competenze avrebbero dovuto ispirare la trasformazione guidata delle società indigene, si trova poi, rientrato nel contesto metropolitano, ad ampliare la portata teorica delle intuizioni consegnateli dalle ricerche africane. I suoi interessi scivolano dalla riflessione sul colonialismo a quella sullo sviluppo, un termine centrale sia rispetto al discorso coloniale che a quello anti-coloniale.11

Balandier ha iniziato la riflessione sui rapporti fra società differenti dal punto di vista tecnico, economico e culturale considerando la situazione coloniale perché la dipendenza è una caratteristica della colonizzazione che si può riscontrare anche quando, senza una presa di possesso territoriale, una società interferisce dall’esterno con le dinamiche interne di un’altra. E il quadro delle ingerenze senza un reale possesso territoriale sembra rappresentare tutto il periodo, indicato come post-colonialismo, che giunge fino ad oggi. 

La decolonizzazione, riallineando gli equilibri mondiali, ha generato nuovi condizionamenti in un clima di tensione crescente fra le superpotenze della Guerra Fredda.

I poteri imperiali europei, così come gli Stati Uniti, favoriscono i regimi che si oppongono al comunismo cercando al contempo di preservare le relazioni economiche coloniali. Confondendo il nazionalismo radicale con il comunismo e immaginando coinvolgimenti sovietici ovunque, hanno sponsorizzato attori locali che abbiano accettato la presenza di basi occidentali sul territorio.

Con meno risorse, l’Unione Sovietica ha sostenuto regimi espressisi in favore del socialismo scientifico e di un modello di sviluppo sovietico, così da rispondere al consolidamento della presenza occidentale e al coinvolgimento cinese con l’Africa.12

Nella fine della Guerra Fredda poi l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando. La vittoria non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica, ovvero di uno Stato che, mentre il suo nemico “vincente” gongolava, si è pian piano ripreso fino a tornare a occupare il posto che aveva come potenza a livello mondiale. La fine della Guerra Fredda non è stato altro che la svolta verso una nuova fase storica.13

Sia per gli attori esterni che per quelli interni, la parola chiave è modernizzazione, un processo guidato di trasformazione tecnologico-sociale che avrebbe dovuto portare gli ex-colonizzati ad acquisire gli standard e gli stili di vita degli ex-colonizzatori, migliorando la condizione complessiva dell’umanità. 

Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.14 Lo stesso andrebbe quindi fatto per le economie di Terzo e Quarto mondo.

Ma Balandier considerava i costi umani e le conseguenze socio-politiche delle transizioni modernizzatrici troppo spesso imprevedibili, così come le nuove diseguaglianze che si profilano al superamento delle precedenti. 

Agli inizi del Nuovo Millennio l’approccio teorico di Balandier conosce, in Francia, una nuova fortunata stagione, la quale è coincisa con la risposta violenta del governo alla mobilitazione dei Sans-Papiers, ovvero gli immigrati dalle ex-colonie francesi con titoli di soggiorno ambigui perché il Paese ha progressivamente ristretto le sue politiche di immigrazione e acquisizione della cittadinanza. Una dura repressione che anima un acceso dibattito sul «debito di sangue» che la nazione ha contratto con i Tirailleurs Sénégalais, un corpo di fanteria composto da reclute forzate inizialmente dal Senegal e dal Mali e poi dall’intera Africa sub-sahariana francese,15 utilizzato tanto nelle colonie quanto in Europa durante le due guerre mondiali.

Poi nell’ottobre e novembre del 2005, le rivolte giovanili nelle periferie delle principali città francesi, danno voce a un disagio pluri-decennale mai seriamente affrontato: dietro la pretesa di un’assimilazione a partire dall’erosione di pratiche culturali pre-esistenti, l’integrazione alla francese ha mascherato la riproduzione e il rafforzamento di tratti culturali e razziali percepiti come inaccettabili rispetto all’assetto repubblicano.16

È significativo nelle circostanze che la proclamazione dello stato di emergenza per fermare l’ondata di violenza si appoggi alla legislazione utilizzata dal 1955 per sedare le proteste contro la Guerra d’Algeria (1954-1962). L’allora Ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, etichetta i rivoltosi come racaille, ossia feccia, un’evocazione del vocabolario razzializzante coloniale, mentre larghe sezioni dell’opinione pubblica, convinte che il colonialismo non riguarda la loro Francia, ritengono i partecipanti alle proteste indegni di essere o diventare Francesi.17

La decolonizzazione ha generato una frattura nel senso di sé delle ex-potenze coloniali, trasformandole da leader auto-proclamati della storia globale ad attori come gli altri. Il baricentro della situazione coloniale si è spostato, attraverso l’immigrazione, nelle periferie delle ex-metropoli imperiali, dove il pluralismo culturale e sociale generato interiorizza, a dispetto della possibilità di altri linguaggi e dinamiche culturali, modelli coloniali. 

Per capire e giudicare un’epoca, secondo Balandier, occorre porsi dal punto di vista di coloro che l’hanno vissuta, capire tanto le circostanze quanto le conseguenze delle scelte compiute e delle decisioni prese sul piano personale e professionale. 

Egli ritiene che, oltre a constatare ed esporre criticamente l’eredità coloniale francese, si debba continuare la lotta per «creare l’attuale altrimenti».18

«La ripetizione di formule passate, di saper-fare trascorsi, non è più sufficiente. Per avere accesso a una democrazia condivisa, è soprattutto necessario aprirla alle differenze così da sigillarla rispetto a dinamiche di dominazione oltre che esclusive, funeste».

I saggi di questa raccolta, come l’intera opera di Balandier sono straordinariamente attuali. È interessante e, per certi versi, sorprendente notare quanto la sua ricerca, al pari di quelle di tanti altri studiosi capaci di liberarsi dai preconcetti e dai pregiudizi, sia riuscita a vedere e a prevedere le società, colonizzate e colonizzatrici, e a seguirne le varie evoluzioni. Un lavoro straordinario.


Il libro

Georges Balandier, La situazione coloniale e altri saggi, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Traduzione e introduzione di Alice Bellagamba e Rita Finco. 

Titolo originale: La situation coloniale: Approche théorique, Cahiers Internationaux de Sociologie, Paris, 1951.

L’autore

Georges Balandier: È stato uno dei massimi esponenti della ricerca antropologica francese. Intellettuale critico, pioniere della ricerca africanista e ideatore della nozione di «Terzo Mondo», è stato promotore di una prospettiva metodologica sensibile alle dinamiche del cambiamento, nonché osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee.


1H.A.R. Gibb, La réaction contre la culture occidentale dans le Proche.Orient, in «Monde d’Orient», Editions Maisonneuve et Co, Paris, 1951; R. Montagne, Naissance du prolétariat marocain, in Cahiers de l’Afrique et en l’Asie, Vol. III, I Trimestre, Paris, 1952.

2Jean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo. Ovvero, come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.

3È quanto si legge in un tweet di UNHCR, the UN Refugee Agency del 14 aprile 2022 consultabile al seguente link: https://twitter.com/Refugees/status/1514699018500292617/photo/1

4R. Kennedy, The Colonial Crisis and the Future, in R. Linton, ed., The Science of Man in the World Crisis, Comulbia University Press, New York, 1945.

5J. Obrebski, The Sociology of Rising, in «International Social Science Bulletin», Unesco, Vol. III, n° 2, 1951.

6M. Giro, Guerre Nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020.

7C. Pratesi Innocenti, Ibuka. Pratiche, politiche e rituali commemorativi della diaspora ruandese, Annuario di Antropologia 5, 2005.

8S. Bellucci, Africa contemporanea. Politica, cultura, istituzioni a sud del Sahara, Carocci Editore, Roma, 2010.

9G. Balandier, Conjugaisons, Fayard, Paris, 1997.

10K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

11J. Copans, Georges Balandier. Un anthropologue en première ligne, Presses Universitaires de France, Paris, 2014.

12A. Bellagamba e R. Finco, La situazione coloniale e altri saggi di Georges Balandier (introduzione al libro), Meltemi Editore, Milano, 2022.

13K- Mahbubani, op. cit.

14J. E. Stiglitz e B. C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018.

15G. Mann, Immigrants and Arguments in France and West Africa, in «Comparative Studies in Society and History», Vol. XLV, n° 2, 2003.

16F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deceptions of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and African Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009.

17A. Stoler, Colonial Aphasia: Race and Disabled Histories in France, in «Public Culture», Vol. XXIII, n° 1, 2011; F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deception of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and the Africa Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009; A. Mbembe, Faut-il provincialiser la France?, in «Politique africaine», n° 119, 2010.

18C. Coquery-Vidrovitch, Hommage à Georges Balandier, in «Presence Africane», n° 194, 2016.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro e la mappa coloniale, credits www.pixabay.com


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Tutti colpevoli: “Putin” di Nicolai Lilin

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Stando ai dati forniti forniti da ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), una parte sostanziale del nostro pianeta è impegnata in una qualche forma di conflitto che coinvolge forze statali o ribelli, o entrambe. 

Eppure, se fino al 23 febbraio 2022 in tutto l’Occidente nessuno o quasi parlava di conflitti e di guerra, impegnati come si era ancora nel “combattere” la pandemia o quel che ne restava, dal 24 febbraio 2022 praticamente non si parla d’altro. Perché?

È ormai cosa nota che il conflitto russo-ucraino ha avuto origine ben prima che iniziassero i bombardamenti anche sulla capitale Kiev. Inoltre sono in tanti ad affermare di aver previsto gli eventi in corso. Tra essi anche Nicolai Lilin, scrittore russo di origini siberiane, autore di Putin. L’ultimo zar da San Pietroburgo all’Ucraina (Piemme, 2022), il quale dà anche una possibile motivazione all’interesse verso questa determinata guerra che non è più solo un’idea o un argomento da salotto, bensì un conflitto armato alle porte d’Europa. 

Quindi è la vicinanza geografica a determinare l’interesse?

Le domande sono tante, come pure le risposte ma il vero problema risiede, per Lilin, nei presupposti sbagliati da cui si parte per analizzare quanto accade. Senza rendercene conto, il nostro modo di ragionare dipende da fattori legati alla nostra storia, cultura, tradizione. E spesso noi occidentali diamo per scontata una serie di concetti che non lo sono, perché a est, nel mondo orientale, i valori di riferimento sono altri, sono diversi. 

Per capire cosa effettivamente sta accadendo, Nicolai Lilin consiglia di mettere in fila e analizzare tutti gli argomenti utili a una disamina obiettiva, che cerchi di tenere presente la storia di Russia e Ucraina, le ambizioni geopolitiche ed economiche, il profilo dei leader che guidano i due paesi. 

Non ci sono dubbi sul fatto che l’Ucraina è un paese sovrano che avrebbe il diritto di scegliere il futuro che vuole. Neanche Lilin ha dubbi al riguardo. Come non ne nutre in merito al fatto che quanto sta accadendo, in una forma finale di abbrutimento, sia colpa di tutti non soltanto di Putin o della Russia. Sono tutti colpevoli, e responsabili. Tranne i civili, che sono gli unici innocenti in questa vicenda.

Per l’autore, dalla Guerra Fredda sono cambiate molte cose, ma l’Occidente non ha adeguato il suo spirito di osservazione alla nuova realtà putiniana. Se lo avesse fatto, avrebbe compreso per tempo le intenzioni di Putin, che erano chiare da tempo, e avrebbe, forse, potuto evitarle, fermarle, rallentarle. 

Vladimir Putin aveva deciso da un pezzo l’attacco all’Ucraina. Servono anni per preparare un’operazione di questo tipo – che ha l’obiettivo di smilitarizzare il paese -, scegliere le unità militari e disporre gli schieramenti.

Le esercitazioni militari congiunte tra Russia e Bielorussia avvenute in passato avevano per Lilin una doppia utilità:

  • Per l’esercito e i militari è stato un modo per provare sul terreno l’efficacia dei propri reparti, la logistica e la comunicazione.
  • Per la geopolitica internazionale era un chiaro segnale all’Occidente.

Non possono essere sfuggiti questi segnali. Di certo sono stati carpiti da Zelenskij che è sembrato il più preparato tra i leader occidentali.

Si chiede Lilin cosa esattamente l’Occidente non capisce, o non vuole comprendere del mondo russo.

Domande simili a quelle poste già da Giulietto Chiesa, il quale in Putinofobia (Piemme, 2016) raccontava della peculiarità tutta russa di essere un po’ Occidente e un po’ Oriente, e proprio per questo criptico e indecifrabile per gli occidentali. Inoltre, ogni volta che la Russia diventa più asiatica, l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi. 

In entrambi i fronti le diplomazie sono state carenti, volutamente per Lilin. Da otto anni non si affrontano le questioni di fondo della vita delle persone nel Donbass, dove si contano oltre 14mila morti. 

Perché oggi si contano tutti i morti e se ne mostrano anche le immagini mentre fino a ieri ciò non sembrava interessare nessuno? 

Certo è che la guerra non produce alcuna soluzione. 

La Russia ha aggredito l’Ucraina, ma ognuna delle parti in causa non ha scongiurato l’escalation. 

Si potrebbe anche asserire semplicemente, come molti fanno, che Putin sia un dittatore spregiudicato, un assassino e che i suoi soldati siano dei criminali di guerra e che, quindi, l’unica cosa che conta è aiutare l’Ucraina e il suo presidente a resistere, ad ogni costo. 

Ma come si può anche lontanamente immaginare di vincere o sconfiggere un nemico che non si conosce e non si comprende?

Ricorre spesso, nella narrazione comune, il tema delle origini di Vladimir Putin, in particolare il suo essere o essere stato un agente dell’intelligence sovietica, il KGB poi diventato FSB, di cui è stato anche direttore. 

Non è certo un segreto che i servizi, in tutti gli Stati, hanno un potere enorme, a volte abnorme, e che la loro attività sia strettamente interconnessa e interdipendente con quella di istituzioni e governi. Risulta quindi molto interessante capire, provarci almeno, perché un agente abbia poi deciso di passare al potere politico pubblico, e di farlo non nascondendo il suo passato da agente dei servizi. 

E sarebbe anche interessante conoscere e comprendere l’entità e la diffusione reale di questo fenomeno nei vari Stati, nonché le motivazioni alla base di queste scelte.

Nicolai Lilin ricorda di essere cresciuto in una scuola e una comunità multietniche. Fino al 1992, allorquando la guerra civile in Transnistria non provocò una diffusione capillare dell’odio razziale nei confronti del mondo russo e di tutti coloro che erano rimasti fedeli al modello sovietico. Un malessere che partì dalla Moldavia e si estese a diverse piccole repubbliche e regioni etniche (Cecenia, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ossezia, Armenia). 

Il partito nazionalista moldavo voleva far entrare il paese nella Nato nella convinzione che, con l’aiuto e l’appoggio degli Stati Uniti, sarebbe diventato una specie di paradiso fiscale. 

L’ambizione diffusa era allontanarsi dal sistema sovietico e avvicinarsi a quello democratico occidentale. 

Il che rispecchia un po’ quanto accaduto in quasi tutti gli Stati satellite dell’ex Unione Sovietica, Ucraina compresa.

Alcuni studiosi e biografi hanno scritto che il crollo dell’Unione Sovietica e le guerre civili da questo provocate furono alla base della fortuna politica di Putin, perché in quello che alla gente appariva come un periodo di caos e terrore, lui mostrò le proprie qualità di freddo e spietato stratega, concentrato sulla vittoria. 

Politicamente, Putin è una figura solitaria sul palcoscenico del potere in Russia. 

Il potere del Cremlino si regge non sul consenso popolare, bensì su quello di un’élite finanziaria che di fatto comanda, mentre l’apparato governativo avrebbe un ruolo strettamente funzionale agli interessi di tale élite.

Il che rimanda per sommi capi a quello che denunciavano attivisti e portavoce del Movimento Cinque Stelle della prima ora, allorquando dichiaravano insostenibile l’ingerenza delle lobby e della finanza sulle istituzioni governative e parlamentari italiane. 

Vladimir Putin non sembra mai aver avuto grandi manie di cambiamento. Per Lilin egli ha saputo sfruttare con abilità quel che nel Paese era già stato fatto prima di lui, creando però una nuova simbiosi tra il capitalismo, l’economia liberale d’ispirazione occidentale e l’impronta autoritaria dello “Stato forte”. E così tutti i mali del Paese semplicemente sono scivolati nel nuovo secolo: il potere dell’oligarchia, la corruzione, il cinismo delle élite finanziarie, l’assenza di libertà primarie quali quella di parola. 

Per quanto autoritario e forte possa apparire, Putin è pur sempre legato a un certo tipo di economia che non potrà mai davvero rivoluzionare, perché ciò metterebbe in difficoltà se stesso e il potere che rappresenta. 

Lui ha capito in fretta che l’opinione pubblica in Russia ha un’importanza relativa, mentre quella dei militari e delle strutture repressive ha un ruolo decisivo nel mantenimento e rafforzamento del potere. 

È stato solamente dopo aver costruito un solido rapporto con l’esercito, creato la Rosgvardija, stabilito un tandem vincente con la Chiesa ortodossa russa che Putin ha iniziato a dedicarsi seriamente alla politica estera. 

Per raggiungere i propri obiettivi, Putin ha investito parecchie energie, partecipando a tutti i summit internazionali importanti, sia politici che economici, nonché quelli legati al tema della sicurezza. Per Lilin, il momento cruciale è stata la Conferenza di Monaco del 2007, allorquando Putin delineò le sette tesi principali sulle quali si basa la sua politica estera:

  • Nelle relazioni internazionali non può esistere un modello unipolare.
  • Gli Stati Uniti devono smettere di imporre la propria visione politica.
  • Tutte le questioni che riguardano gli interventi militari devono essere decise soltanto dall’ONU.
  • Le iniziative politiche statunitensi sono aggressive.
  • La NATO non rispetta gli accordi internazionali.
  • L’OSCE è diventata uno strumento della NATO.
  • La Russia continuerà a impostare la propria politica estera basandosi solo sui propri interessi.

Da quel momento, la gran parte dei politici occidentali accusò Putin di essere il politico più aggressivo del mondo. Ma un proverbio siberiano recita: «Quando sono affamati, non c’è differenza tra il lupo e il cane».

Anche questa volta, come accaduto già in passato, i politici occidentali, con in testa gli Stati Uniti, hanno asserito di dover agire per scongiurare il pericolo di una guerra nucleare. Giusto. Giustissimo. Bisogna evitare assolutamente che una potenza militare arrivi ad usare qualunque tipologia di arma ma quella nucleare in particolare. 

Tutti gli hibakusha e tutte le testimonianze raccolte nel Museo memoriale della Pace di Hiroshima, in Giappone, lo urlano al mondo intero, con il loro dignitoso sussurro. 

È necessario e doveroso ricordare, sempre. Il 6 e il 9 agosto del 1945 due bombe nucleari furono sganciate ed esplosero nel cielo a 500 metri di altezza dal suolo delle due cittadine giapponesi. E a farlo sono stati gli americani, gli Stati Uniti d’America.

Ed ecco allora la verità del proverbio siberiano: nella fame, come nella guerra, non c’è differenza tra il lupo e il cane.

Nicolai Lilin afferma che è veramente difficile credere alla sincerità dei “democratici occidentali”, perché essi vedono le vittime solo quando a loro conviene, ovvero quando possono usarle per la loro ipocrita retorica propagandistica.

A onor del vero va detto che questo giudizio l’autore lo esprime in merito a delle considerazioni riguardo quanto accaduto in Siria, non riguardo l’attuale conflitto russo-ucraino.

Ma è un concetto che ben si presta, ahinoi, a una più ampia generalizzazione. 

Non da ultimo l’esser costretti ad assistere all’ammirevole e certamente umano fenomeno della pronta e solidale accoglienza dei rifugiati ucraini, ma non riuscire a non pensare quando quelle medesime frontiere vengono letteralmente blindate e spinate per scoraggiarne l’attraversamento da parte di migranti e rifugiati che evidentemente non sonoabbastanza occidentali o europei. 

Per tutti i politici e governanti occidentali l’obiettivo prioritario sembra essere quello di indebolire la Russia e soprattutto Putin, innanzitutto rinunciando alle forniture di gas.

Ma siamo davvero certi che ciò contribuirà in maniera sostanziale a salvare il popolo ucraino dall’aggressione militare russa?

Bisogna inoltre scongiurare un’aggressione russa all’Europa.

Ma siamo davvero certi che ciò sia mai stato nelle intenzioni di Vladimir Putin?

Osservando l’evoluzione dei combattimenti dal 23 febbraio ad oggi in realtà l’idea che si profila è tutt’altra. Ovvero che Putin sia ben intenzionato a mantenere il controllo sui territori russofoni dell’Ucraina. Può non essere un democratico ma Putin non è certamente uno sprovveduto o un folle in preda a un delirio. Ha un piano preciso. Lo ha sempre avuto in realtà. Ma prima di cadere noi stessi in un delirio distruttivo dovremmo forse, o avremmo dovuto, cercare di capirlo fino in fondo questo piano e comprendere al meglio chi lo porta avanti e, soprattutto, perché.

Karen Dawisha nel suo libro Putin’s Kleptocracy. Who owns Russia (Simon&Schuster, 2015) ha scritto che la Russia non va vista come una democrazia che sta per implodere, bensì come un regime che sta riuscendo a imporre il suo disegno autoritario. Il problema in Russia non è la mancanza di una cultura democratica, a mancare è proprio la volontà di instaurare una democrazia

Evidente a questo punto l’errore, di cui parla Lilin, commesso dagli occidentali che si ostinano a guardare e cercare di comprendere l’universo russo attraverso la lente interpretativa occidentale.

Putin ha mostrato di essere in grado di cavalcare gli eventi e sfruttare al meglio soprattutto i momenti drammatici della storia del suo Paese. Sperare di scalfire il suo potere e la sua popolarità proprio quando egli, agli occhi del suo Paese, porta avanti una guerra di protezione e riscatto dei cittadini russofoni dell’Ucraina è davvero utopistico.

Come lo è pensare di schiacciare l’economia russa non acquistando più quel gas che ai paesi europei al momento serve tantissimo. Il gas russo è di buona qualità e viene venduto a un costo accessibile, facile supporre che si troveranno presto nuovi acquirenti. Ma le fabbriche, le industrie, le economie dei paesi europei, già fortemente provate, riusciranno a trovare in maniera parimenti agevole nuove vie da percorrere? E in breve tempo?

Al momento la risposta è per certo negativa, considerando anche la forsennata ricerca di fornitori alternativi cui si sta assistendo. Paesi fornitori i quali, per inciso, sono governati da leader che fino al 23 febbraio 2022 erano guardati con maggiore sospetto e ostilità rispetto a Putin. Ma ora, dicono, questo non conta. E domani poi cosa accadrà?

Nicolai Lilin scrive che gli uomini del calibro di Putin, abituati al potere, conoscono molto bene il passato e a volte sono anche in grado di prevedere qualche passo nel futuro. 

Molti affermano sia un bene non avere leader simili nelle democrazie occidentali. Uomini che considerano il mondo come un grande scacchiere, che vedono guerre e conflitti come semplici mezzi utili per raggiungere i propri obiettivi. Non penso che sia così. Ci sono queste persone nell’universo occidentale, solo che possono non coincidere con i frontmen della politica. 

Spesso Nicolai Lilin viene criticato e additato come russofilo, in un’accezione evidentemente negativa e dispregiativa. Nel leggere il suo libro e nell’ascoltare alcuni dei suoi interventi televisivi in realtà non si ha l’impressione di una persona intenzionata a fare propaganda per il suo Paese, tutt’altro. 

Le sue posizioni verso il Cremlino sono molto critiche, come lo sono del resto verso i Paesi occidentali. Non si tratta però di posizioni e critiche generalizzate e immotivate, piuttosto obiezioni e valutazioni circoscritte ad accadimenti precisi. Il suo fine sembra essere valutare con la massima obiettività eventi e decisioni, indipendentemente da chi li compie. È certamente un modo di agire che evita o quantomeno riduce il rischio di posizioni scarsamente obiettive e viziate da pregiudizi e preconcetti. 

Per Lilin sono quattro gli scenari cui si potrebbe assistere riguardo l’attuale conflitto russo-ucraino:

  • Molti analisti russi pensano che il fine di Putin non sia veramente occupare militarmente l’Ucraina ma solo dimostrare che lo può fare. Poi sfruttare questa azione dimostrativa nei colloqui diplomatici. Avanzare le sue richieste e in cambio concedere il ritiro delle truppe.
  • Si potrebbe avere una totale occupazione dell’Ucraina. Putin imporrà il suo governo e condurrà i colloqui con i Paesi NATO.
  • Il terzo scenario possibile vede il ritiro di Putin e il prevalere della diplomazia occidentale. Le sanzioni funzioneranno e Putin perderà l’appoggio degli oligarchi. La situazione in Russia si destabilizza.
  • L’Europa unita accetta l’ingresso in UE dell’Ucraina. La Russia a quel punto avrà invaso un Paese europeo e quindi si ritira. Non ci sarà il terzo conflitto mondiale ma, avverte Lilin, l’Europa avrà fatto entrare in UE un Paese dove è libera la vendita di armi.

Putin è un uomo che, giunto al Cremlino ha dovuto fare i conti con un Paese in ginocchio e un apparato amministrativo obsoleto e corrotto. Un presidente che ha esercitato ed esercita il potere con il pugno di ferro. Un uomo la cui linea politica, anche dopo venti anni, rimane immutata, disperatamente stagnante. 

Giulietto Chiesa, guardando attraverso la lente di ingrandimento della russofobia attuale, ovvero nella Putinofobia, ci vedeva una Russia che, se gli occidentali fossero in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

I vecchi attriti non sono mai stati risolti, forse congelati, come afferma Lilin, dai giochi diplomatici e dagli interessi una volta comuni. Interessi soprattutto di natura economica e finanziaria. 

Conflitti cui vanno ad aggiungersi nuove tensioni, con grande sfortuna dell’umanità intera costretta a subire le conseguenze di questi assurdi giochi di poteri nei quali i cani e i lupi non fanno che confondersi o addirittura fondersi.

Putin. L’ultimo zar da San Pietroburgo all’Ucraina di Nicolai Lilin è certamente un libro che merita di essere letto senza necessariamente sentirsi o diventare russofili. È un libro che cerca di fare breccia in un mondo pressoché sconosciuto come il leader che lo rappresenta. Per capire. Per tentare almeno di capire quello che accade e perché.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Piemme per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne l’immagine di copertina e il grafico ACLED, credits www.pixabay.com


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