“La congiura delle passioni” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2021)

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«Capire la Storia e le regioni del Sud è indispensabile per la costruzione di uno Stato realmente Unitario con pieni diritti e dignità per tutti i territori e le persone che ci vivono e che ancora non c’è. Ed è importante soprattutto se una nuova costruzione, quella europea, procede ripetendo spesso, mutatis mutandis, gli stessi errori di quella dell’Italia unita»

È con queste esatte parole che Pietro De Sarlo spiega, nell’appendice del libro, ai suoi lettori il motivo per cui ha ritenuto doveroso e necessario scrivere La congiura delle passioni. Un romanzo nel quale realtà storica e immaginazione si intrecciano originando una fitta trama. La narrazione passa, ripetutamente, dal particolare al globale e viceversa. Le storie di ordinaria vita quotidiana dei protagonisti sono modellate dalle vicende che hanno fatto da preludio al Risorgimento italiano. Grandi accadimenti che hanno finito per condizionare, a volte indirettamente, anche l’esistenza di residentipiccoli e in apparenza ameni borghi incastonati lungo la dorsale appenninica.

Fin dalle prime pagine di questa nuova opera narrativa di De Sarlo, si denota una migliorata capacità descrittiva che rende subito comprensiva e accattivante la scena al lettore, il quale si sente come immerso e rapito nell’ambiente sapientemente descritto. I personaggi sono ben caratterizzati e rappresentano il perfetto trait d’union tra la loro personale storia e quell’Italia intera. 

Ritornano, anche in questo nuovo romanzo, i riferimenti alla magia e alla scaramanzia a cui Pietro De Sarlo aveva già abituato i suoi lettori. Non che al giorno d’oggi queste credenze siano scomparse o anomale, ma nel contesto storico e ambientale de La congiura delle passioni risultano più armonizzate nelle vicende narrate. 

«Non sono uno storico ma per scrivere questo libro mi sono avvalso del lavoro di storici e di documenti originali dell’epoca cercando di immaginare come fosse la vita delle famiglie, delle comunità e delle persone in uno dei borghi montani di Basilicata in quel periodo.»

Monte Saraceno è un toponimo di fantasia ma potrebbe benissimo essere uno qualsiasi dei tanti paesi dislocati sull’Appennino lucano. Le dettagliate descrizioni delle vie, dei palazzi, delle abitazioni, finanche dei panorami lasciano intendere che De Sarlo si sia ispirato a un luogo a lui particolarmente caro, o, quantomeno, abbia assemblato elementi di diverse località e li abbia fatti tutti confluire nel suo luogo ideale.

È vero quanto egli stesso scrive: De Sarlo non è uno storico di professione. Infatti il suo libro non è un saggio in senso stretto né un’opera accademica o scientifica. È un romanzo storico nel quale egli ha sintetizzato le sue conoscenze, quanto appreso dalle ricerche bibliografiche preliminari alla stesura del testo, le sue personali idee sull’Italia di allora e quella di oggi e ha fuso il tutto intrecciandolo con le vicende di fantasia vissute dai protagonisti del libro. Guardandola in quest’ottica, è un’operazione ben riuscita. La scrittura è scorrevole, la storia ben costruita, il finale interessante. Il libro, nel suo complesso, con le dovute differenze, risulta essere molto più vicino a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che a un saggio storico o d’inchiesta. 

Cambia, naturalmente, il punto di vista dell’autore, in quanto La congiura delle passioni è opera di un uomo del XXI secolo che guarda al passato, all’era risorgimentale, a quanto accaduto in quei territori che poi sono diventati l’Italia ma guarda anche all’Europa, politicamente intesa e confluita nell’Unione Europea. De Sarlo non si è limitato a scrivere ciò che già conosceva dei luoghi di Basilicata, oppure le mere suggestioni della sua fantasia, no egli ha svolto un preventivo lavoro di indagine documentale e bibliografica anche da testi molto validi, riportato per esteso alla fine del libro, e questo è per certo positivo. Naturalmente ha poi rielaborato molte delle informazioni apprese per meglio adattarle alla storia narrata, senza comunque mai stravolgerle del tutto. 

Il Risorgimento italiano è uno dei periodi storici più dibattuti, non certo privo di contraddizioni e opposizioni. Sicuramente una fase che merita approfondimenti e analisi, veritieri e imparziali. Gli strumenti per una corretta conoscenza oggi di certo non mancano eppure, spesso, sembra che, al pari di tanti altri argomenti e aspetti seri, si preferisca scadere in aride polemiche che non aiutano la ricerca della verità, piuttosto la ostacolano. 

Frederick Douglass, tra i più noti attivisti dei movimenti per i diritti degli afroamericani del finire del XIX secolo, sosteneva che il suo ruolo fosse quello di raccontare la storia dello schiavo perché, per i vincitori, i narratori non erano mai mancati. E non sono mai mancati. Neanche per il Risorgimento italiano. Ben vengano quindi anche i narratori dei “non vincitori” italiani perché anche se la verità si trovasse non da una parte né dall’altra ma nel mezzo è sempre e comunque meglio conoscerla che ignorarla. 

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Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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“Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure” di Gaia van der Esch (ilSaggiatore, 2021)

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Cosa è diventato il popolo italiano? Le donne italiane hanno aumentato il loro potere oppure no? L’Italia conserva ancora i tratti del Bel Paese e della Dolce vita oppure tutto è cambiato e oggi è un Paese nuovo, diverso?

L’Italia è un Paese che guarda con orgoglio al proprio passato oppure con speranza al futuro?

Queste sono alcune delle domande che sembra essersi posta l’autrice nel momento in cui ha intrapreso il suo viaggio, fisico e simbolico, attraverso tutto lo Stivale alla ricerca proprio di risposte. L’istantanea che emerge, come frutto del lavoro di indagine di Gaia van der Esch, in parte conferma le impressioni che si hanno circa la delusione e l’insofferenza degli italiani per il lungo periodo di crisi ed emergenza che il Paese sta attraversando, iniziato ben prima dell’esplosione della pandemia, ma riserva anche delle inaspettate sorprese. Meraviglie che stupiscono come solo l’Italia e gli italiani sembrano saper fare. 

La ricerca condotta da Gaia van der Esch non si è basata su un progetto strutturato, piuttosto sulle idee e sui desideri della stessa autrice la quale, motivata dalla voglia di conoscere più a fondo l’Italia e gli italiani, ha intrapreso il suo cammino che l’ha condotta lungo le innumerevoli strade che attraversano il Paese. Strade di asfalto, sterrato o sanpietrini, strade di vita vissuta dove i protagonisti sono diventati fin da subito gli abitanti del territorio, attori e agenti del vero vissuto locale. Ed è proprio grazie a loro, ai loro racconti, che l’autrice riesce a comporre e definire il quadro di cui sembrava aver bene in mente solo la cornice. 

Va da sé che la ricerca condotta da Gaia van der Esch non può oggettivamente acquisire valenza di uno studio, sia per la soggettività della stessa che per il numero limitato e la tipologia di persone che vi hanno preso parte. Una campionatura dettata in larga parte dal caso. Piuttosto la ricerca potrebbe essere vista come il resoconto scritto di ciò che gli occhi dell’autrice hanno visto e le orecchie ascoltato. Perché anche le parole degli intervistati, alla fin fine, hanno “subito” il filtro dell’autrice. Non che questo sia necessariamente un fattore negativo. Per questo tipo di scrittura ci può stare benissimo. 

Gli scenari che fanno da sfondo ai racconti cambiano, man mano che l’autrice si sposta attraverso il Paese, ma la narrazione non sembra variare poi tanto. Sia nell’affinità di temi e contenuti sia nello stile narrativo che van der Esch ha scelto di lasciare immutato. Una scrittura quasi colloquiale, quotidiana anche nelle parti più descrittive e riflessive

Uno sguardo particolare l’autrice sembra riservarlo all’universo femminile con cui è entrata in contatto. A meravigliarla è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate. Mentre gli uomini, per la maggiore, si mostravano spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza. Come se avessero proprio difficoltà a esporre a voce alta il loro punto di vista. Ciò che sembra accomunarle è, inoltre, una scarsa fiducia in un cambiamento che sia davvero efficace, determinante. Una sorta di “resa collettiva” che le spinge a gettare la spugna del combattimento patriottico e diventare a tratti più egoiste, imbracciando le armi per una lotta in solitaria che le porti a raggiungere i propri obiettivi, personali e professionali, poco importa a questo punto che ciò accada in Italia o fuori da essa, all’estero. 

In generale comunque gli italiani che hanno interagito con Gaia van der Esch si sono mostrati orgogliosi del passato del paese, delle tradizioni storiche, culturali, paesaggistiche. Come anche delle glorie e dei fasti che narra la Storia. Per contro, invece, sembrano tutti molto meno fiduciosi nel presente e, soprattutto, nel futuro. L’attuale situazione di certo non aiuta ma bisogna comunque tenere presente che le interviste e il viaggio on the road lungo la Penisola l’autrice li ha compiuti prima dell’esplosione della pandemia da Sars-Covid 19. 

Ed è sempre con lo sguardo rivolto indietro che tutti gli italiano sembrano riuscire a trovare la forza per affrontare il presente e prepararsi al futuro. In particolare in quella che è diventata l’archetipo per eccellenza del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Che vuol anche significare, in tempi duri, aguzzare l’ingegno per fronteggiare le necessità.

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Bibliografia di riferimento

Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, ilSaggiatore, Milano, 2021

L’autrice

Gaia van der Esch: nata da genitori italo-olandesi, è cresciuta in Italia ma ha vissuto a lungo all’estero. Ha lavorato con diverse Ong e collabora con la presidenza italiana del G20. 

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Articolo disponibile anche qui

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Ruanda: il genocidio con tanti responsabili e pochi complici

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Il 27 maggio 2021 il presidente francese Emmanuel Macron si è recato in Ruanda e, nel corso della visita al Genocide Memorial di Kigali, ha ammesso le responsabilità del governo francese che, nel 1994, aveva inviato nel Paese africano i militari della missione Turqoise, operativa tra giugno e agosto di quell’anno. Sono oltre venticinque anni che i rapporti tra i Paesi sono tesi proprio in conseguenza agli eventi di quel periodo storico e al ruolo, mai chiarito fino in fondo, svolto dalla Francia. Primo presidente a recarsi in Ruanda dal 2010, Macron ha dichiarato che la Francia ha deluso le 800mila vittime del genocidio ma che non vi è stata alcuna complicità imputabile al suo Paese. Il presidente Paul Kagame è parso soddisfatto per le parole di Macron, mentre dissensi e malumori hanno caratterizzato la reazione del partito di opposizione Rwandese Platform for Democracy e delle associazioni a sostegno dei familiari delle vittime del genocidio.

IL QUARTO GENOCIDIO DEL XX SECOLO

Ma cosa è accaduto esattamente in Ruanda nel 1994? Il quarto genocidio del XX secolo, dopo quello degli armeni, degli ebrei e dei cambogiani. 1

All’indomani del Secondo conflitto mondiale, le idee indipendentiste iniziarono a circolare lungo tutto il continente africano. Anche in Ruanda, dove si diffusero maggiormente tra la popolazione di etnia tutsi. Gli hutu si mostrarono invece sempre più nazionalisti e restauratori. Col tempo emerse una vera e propria ideologia dell’ingiustizia sociale su base etnica: gli hutu erano la maggioranza oppressa mentre i tutsi erano i nuovi potenziali oppressori. 

Gli scontri su base etnica e politica si sono susseguiti lungo tutta la seconda metà del secolo ma il periodo cruciale della recente storia del Ruanda si snoda tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. 

Il costante rifiuto del presidente ruandese Habyarimana di prendere in considerazione qualsiasi proposta di rientro dei profughi tutsi in Uganda aveva inasprito i toni delle rivendicazioni degli stessi, riunitisi nel Fronte Patriottico Ruandese (Front Patriotique Rwandais). Gli scontri tra l’Fpr e l’esercito regolare, sostenuto dalla guardia regolare dello Zaire e da aiuti provenienti da Belgio e Francia, divennero sempre più frequenti e sanguinosi. 

L’Fpr rappresentava, nell’immaginario del tempo, il vento nuovo della democrazia e della lotta al neocolonialismo impersonato invece da Habyarimana. Il nuovo comandante del Fronte, Paul Kagame, oggi presidente della Repubblica di Ruanda, era considerato esponente di rilievo della dottrina dell’Africa Renaissance, ostile al vecchio sistema di corruzione e favorevole a democrazia e liberismo economico. 

Nel Paese furono ripristinati vecchi metodi, già utilizzati al tempo della Prima Repubblica: ad ogni attacco del Fronte Patriottico Ruandese si rispondeva con un massacro di cittadini tutsi.

Il conflitto e il genocidio che hanno travolto il Ruanda nel 1994 rappresentano l’emblema drammatico delle guerre etniche africane. Un numero elevatissimo di vittime in poco più di due mesi, quasi tutti tutsi ma anche oppositori hutu.

È stato calcolato che circa trentadue mila responsabili amministrativi di ogni livello, coadiuvati da circa cinquanta mila miliziani interahamwe, dirigessero le operazioni di genocidio, mentre l’esercito regolare era occupato ad affrontare l’Fpr.

Il 6 aprile 1994, l’abbattimento dell’areo sul quale viaggiava il presidente Habyarimana, di ritorno dal vertice tenutosi a Dar es Salaam per favorire un accordo di pace che includesse anche l’Fpr nel nuovo governo di unità nazionale, sembrò essere il segnale atteso per dare il via al cruento genocidio consumatosi, a partire dalla città di Kigali, in tutto il Paese.

Le vittime furono centinaia di migliaia in poche settimane, ma l’emergenza internazionale scattò tardi, solo quando quasi un milione di ruandesi si spostò verso lo Zaire per cercare riparo. È a questo punto che partì l’operazione francese Turqoise, ufficialmente per evitare un ennesimo e finale bagno di sangue. In realtà si suppone che lo scopo principale di questa missione, al pari di quella posta in essere dal Belgio, sia stato mettere in salvo i propri connazionali. Anche se si è sempre vociferato un intervento militare francese al fianco delle milizie hutu in ritirata dopo l’arrivo del Fpr. I caschi blu dell’Onu presenti da tempo nell’area con l’operazione Unamir – United Nations Assistance Mission for Rwanda (Missione delle Nazioni Unite di assistenza al Ruanda), autorizzata nell’ottobre 1993 con la Risoluzione 872 e successivamente riconfermata e ampliata, non erano autorizzati a intervenire perché frenati da un mandato che impediva loro l’uso delle armi. Lo scopo principale della missione era supportare e implementare il cammino di pace sancito dagli Accordi di Arusha. Il grosso del contingente si ritirò subito dopo l’esplosione delle violenze. I militari belgi che ne facevano parte furono addirittura accusati di essere complici nell’abbattimento dell’areo del presidente e, alcuni di loro, uccisi.

IL NAZISMO TROPICALE

Il genocidio in Ruanda e il conseguente spostamento in massa di ruandesi oltre il confine, ha aperto una fase di grande instabilità in tutta l’area africana dei Grandi Laghi e, con un intervallo di pochi anni, divenne il detonatore della più grande guerra africana, consumatasi nello Zaire di Mobutu.

A partire dall’ottobre del 1994 il conflitto tra autoctoni zairesi e banyarwanda si trasformò in una guerra di tutti contro i tutsi. Tra il 1995 e il 1996 decine di migliaia di tutsi furono uccisi, ebbero le terre confiscate oppure dovettero rifugiarsi in Ruanda. Anche in questo caso si è parlato di pulizia etnica. Nazismo tropicale è stato definito dallo storico Jean-Pierre Chrètien. 2

Poco hanno fatto o potuto i tribunali costituiti dall’Onu, come anche quelli definiti popolari, Gacaca. Tradizionali tribunali informali nei quali gli anziani erano solitamente chiamati a dirimere controversie di vita quotidiana, i Gacaca furono autorizzati nel 2001 dal governo ruandese a operare in via ufficiale.

Nel loro articolo apparso su African Affairs, Allison Corey e Sandra F. Joireman cercano di dimostrare come, in realtà, i Garaca, istituiti per recuperare l’arretrato di casi di genocidio non processati, abbiano poi in un certo qual modo ingenerato ulteriore confusione e imprecisione. Questi tribunali infatti avrebbero effettuato una eccessiva e troppo netta suddivisione tra i casi di genocidio e quelli di crimini di guerra, processando solo i primi. Ciò ha portato a una protratta insicurezza per tutta la popolazione ruandese, poiché così facendo si persegue una giustizia iniqua, si accentua il divario etnico e il processo viene visto più come una vendetta che una giustizia. 3

È necessario comunque sottolineare come, della terminologia connessa al genocidio, si tende a fare un uso politico sempre più strumentale – nel bene e nel male. Fenomeno più o meno simile a quanto accade, più in generale, con la terminologia dei diritti umani. Importante quindi precisare quale sia l’effettiva portata normativa della nozione di genocidio, quale sia cioè lo specifico giuridico di tale concetto. 4

Il valore giuridico tutelato dal primo paragrafo della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine internazionale di genocidio adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948 con Risoluzione 260 (III) A, risulta essere la conservazione del gruppo umano. Colpire una massa di individui per motivi diversi dal mero fatto di appartenere a quel gruppo umano protetto (per esempio per motivi politici), non costituirebbe genocidio.

Ecco allora che bisogna chiedersi, per esempio, se per gli esecutori materiali sia davvero possibile parlare del medesimo dolo di cui è portatore il leader, la mente, che ha premeditato, pianificato e scatenato le azioni violente e delittuose. È indubbio che il genocidio sia un crimine collettivo. Per questo i tribunali internazionali indicano una sorta di “intento genocidiario collettivo”, pensato dai leader ma trasmesso poi a tutti gli agenti. Ma questa indicazione manca nella Convenzione.

Paolo De Stefani individua tre livelli di mens rea:

  • I leader della campagna genocidiaria.
  • Gli esecutori partecipi all’ideologia genocidiaria.
  • I complici (aiders and abettors).

Individuando poi nella seconda categoria la più significativa. Infatti, è proprio quando l’ideologia genocidiaria diventa una convinzione diffusa tra larghe fasce di popolazione, e cioè quando si affermano apertamente nel tessuto sociale comportamenti diffusi di carattere genocidiario, che un genocidio si attua nella sua forma più piena. Esattamente quello che è accaduto in Ruanda nel 1994.

Il 2 settembre 1998 il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite, emanò la prima condanna a livello mondiale per il reato di genocidio. Jean-Paul Akayesu fu giudicato colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità per le azioni che aveva commesso personalmente o alle quali aveva sovrinteso mentre era sindaco della città ruandese di Taba. Sebbene dapprima egli era riuscito a tenere lontani i massacri, dopo una riunione con i leader del governo provvisorio, avvenuta il 18 aprile, qualcosa cambiò profondamente nella cittadina e anche, sembrerebbe, nella sua persona. Akayesu smise i panni civili, indossò una divisa militare e sembrò fare della violenza il suo nuovo modus operandi, al punto da trasformare quelli che erano stati luoghi tranquilli e sicuri fino a quel momento in luoghi di tortura, violenza e omicidio.

Sconta la condanna all’ergastolo in una prigione del Mali. 5

Durante la visita a Kigali, il presidente francese Macron non si è mai apertamente scusato, per le azioni del suo Paese, pur ammettendo le responsabilità per quanto accaduto. La Francia quindi è pronta a riconoscere la parte di sofferenze che ha inflitto ai ruandesi ma ciò non significa, secondo le parole di Macron, che sia stato versato sangue innocente ruandese per mano di complici francesi.

Di scuse dirette, come quelle esternate già nel 2000 dal Belgio, non se ne parla. Ma è un altro passaggio del discorso del presidente francese a meritare un approfondimento, ovvero quando si sofferma sull’importanza di riconoscere questo passato ma, soprattutto, proseguire l’opera di giustizia. Ecco allora che la mente rimanda ai tanti ruandesi riparati in Francia e al ruolo che alcuni potrebbero aver avuto nel massacro.

Il 16 maggio 2021, dopo ventisei anni vissuti in latitanza in diversi paesi europei, è stato arrestato in Francia Félicien Kabuga, presunto finanziatore del genocidio del 1994, accusato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio nel 1997.

CRISI POLITICA E CONFLITTO ETNICO: A CHE PUNTO SIAMO?

In età recente, quattro sono state le fasi acute del conflitto che ha infiammato il Ruanda:

  • L’accesso all’indipendenza tra il 1959 e il 1962.
  • La crisi dei rifugiati tra il 1963 e il 1966.
  • La crisi esplosa tra il 1972 e il 1973 culminata nel colpo di Stato.
  • La crisi esplosa tra il 1990 e il 1994, culminata nell’atroce genocidio.

Tutte queste crisi sono imputabili alle ideologie derivanti dalla diversità etnica, che hanno reso il Ruanda l’archetipo del paese tribale agli occhi del mondo.

All’arrivo dei tedeschi, sul limitare del XIX secolo, la società e la monarchia ruandesi erano un sistema feudale in piena evoluzione. I colonizzatori si limitarono inizialmente a congelare la situazione preesistente. Anche il Belgio dapprima attuò una forma di governo indiretto, ma poi manovrò per scaricare il malcontento sul prestigio della monarchia feudale, attuando de facto una separazione tra il re e i capi collina tutsi. Un numero sempre più alto di giovani tutsi venne scelto dai colonizzatori per le cariche amministrative e come capi villaggio o capi collina.L’intervento europeo sulla società feudale del Ruanda aveva trasformato i rapporti sociali, indurendoli attraverso gerarchie d’importazione e contribuendo in maniera cospicua alla loro razzializzazione. 6

Gli hutu erano circa l’84 per cento della popolazione, i tutsi il 14 e il restante 1 per cento era composto dai twa pigmei.

Una ricerca condotta a Bruxelles tra il 2001 e il 2003 presso le comunità di rifugiati ed esuli ruandesi ha mostrato come la questione identitaria sia stata ulteriormente acutizzata proprio a causa della condizione di popolo in diaspora. Molti dei ruandesi residenti in Europa, in America o altrove, si sentono sopravvissuti tutsi del genocidio ruandese, oppure ingiustamente stigmatizzati come carnefici hutu. In entrambi i casi, la percezione che hanno di loro stessi, del Ruanda e degli assassini dei loro familiari è molto più etnica di quanto non lo fosse in passato. 7

In Ruanda invece la presidenza Kagame ha sempre dichiarato di voler sopprimere l’appartenenza etnica, in linea con le idee del nazionalismo africano convenzionale, che condivide e condivideva con quello più radicale la volontà di de-razzializzare le istituzioni, lo Stato e il diritto.8

1Mario Giro, Guerre Nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020

2Jean-Pierre Chrètien, Un “nazisme tropical” au Rwanda? Image ou logique d’un génocide (articolo), Vingtième Siècle. Revue d’histoire, Anno 1995, pp. 131-142.

3Allison Corey, Sandra F. Joireman, Retributive Justice: The Gacaca Courts in Rwanda (articolo), African Affairs, 2004, pp. 73-89.

4Paolo De Stefani, Nozioni e contesti del crimine internazionale di genocidio (articolo), Pace Diritti umani – Peace Human Right, 1/2008, pp. 31-56.

5Ruanda: La prima condanna per genocidio, United States Holocaust Memorial Museum. ( https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/rwanda-the-first-conviction-for-genocide )

6Mario Giro, ibidem

7Carla Pratesi Innocenti, Ibuka. Pratiche, politiche e rituali commemorativi della diaspora ruandese, Annuario di Antropologia 5, 2005, pp. 121-133.

8Stefano Bellucci, Africa contemporanea. Politica, cultura, istituzioni a sud del Sahara, Carocci Editore, Roma, 2010.

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Movimenti per i diritti civili degli afroamericani: da Black Panther a Lives Matter

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Quest’anno ricorre il centenario del massacro di Tulsa, avvenuto tra il 31 maggio e il 1 giugno 1921. Le violenze iniziarono allorquando un gruppo di uomini bianchi circondarono la prigione ove era rinchiuso un ragazzo nero per l’accusa di aggressione ai danni di una giovane donna bianca. 

Gli scontri, tra il gruppo di uomini bianchi e quello dei neri accorsi in difesa del giovane afroamericano Dick Rowland, si svolsero nel quartiere di Greenwood, abitato da una comunità di circa dieci mila persone e ricco di negozi e ristoranti di proprietà degli afroamericani. 

Le vittime stimate furono nell’ordine di circa trecento, ingenti i danni economici e migliaia le persone rimaste senza un’abitazione. Numerosi infatti furono gli incendi che devastarono gran parte del quartiere. 

La visita del presidente Joe Biden, l’inaugurazione del museo Greenwood Rising e altri eventi legati alla commemorazionehanno rinvigorito il dibattito e gli scontri sui tragici eventi di cento anni fa. 

Ben intenzionati a cogliere l’occasione dell’attenzione mediatica cresciuta in maniera esponenziale sembrano essere i gruppi che si definiscono New Black Panther con manifestazioni e cortei a favore del Secondo Emendamento e sull’uso, per loro legittimo, delle armi. 

È bene però precisare, a questo punto, che, nonostante il nome possa ingannare, il movimento New Black Panther Partynulla ha a che vedere con l’originale i cui ex membri lo hanno sempre indicato come illegittimo e definito «un gruppo che fomenta l’odio». 

Il movimento BPP, originariamente chiamato Black Panther Party for Self-Defence, nasce ufficialmente a Oakland, in California, nel 1966 per opera di Huey P. Newton e Bobby George Seale. Lo scopo dichiarato era sviluppare ulteriormente il movimento di liberazione degli afroamericani e la sempre maggiore conquista dei diritti civili, sull’onda del rapido sviluppo in tal senso ad opera degli attivisti Malcom X e Martin Luther King. Dai quali comunque si distinsero fin dalle origini per il rifiuto della nonviolenza, principio a cui sostituirono quello della autodifesa – self-defence appunto – e la pratica del Patrolling consistente nel pattugliare le strade allo scopo di vigilare sull’operato della polizia, scoraggiandola così dall’intraprendere comportamenti violenti e abusanti nei confronti delle persone nere. 

L’obiettivo delle black panther era il radicamento sociale e territoriale. Numerosi furono i programmi a favore della comunità: dalla colazione per i bambini all’assistenza sanitaria fino alla scuola di educazione politica per gli adulti. 

Anche per questo, forse, ben presto finirono nel mirino dell’FBI che, con l’uso di agenti sotto copertura, blitz nelle sedi, arresti e varie forme di repressione, riuscì a spaccare il movimento. 

Sul numero 2/2006 di Gnosis sono stati inseriti i documenti confidenziali del Rapporto FBsul Black Panther Party . Nell’articolo, a firma di Maurizio Molinari, sono riportate per esteso le strategie poste in essere dall’agenzia americana con lo scopo di contrastare il movimento con una vasta e articolata operazione di intelligence. 

Molto ricorrente nelle pubblicazioni dell’organizzazione è l’attacco alla polizia, la denuncia delle violenze subite per mano dei poliziotti e, anche, l’invito ad armarsi e difendersi. 

Ripercorrendo la storia dei movimenti e delle lotte per i diritti civili degli afroamericani ricorre spesso, o comunque viene dagli stessi citata, la violenza da parte dei poliziotti ai danni di civili neri. 

Il recente movimento Black Lives Matter (BLM) è sorto proprio come protesta contro gli omicidi di persone nere da parte della polizia. Il movimento è sorto nel 2013 ma è stato in seguito all’assassinio di George Floyd nel 2020 che esso ha riscosso maggiore attenzione a livello internazionale. 

Sul sito si presentano come una rete che opera a livello globale allo scopo di ridurre, se non proprio eliminare, la supremazia dei bianchi, e costruire una voce, un potere, che possa agire contro le violenze perpetrate ai danni della comunità dei neri.

Pochi giorni fa, il 24 maggio, è stata gravemente ferita una tra le figure più note del movimento Black Lives Matter del Regno Unito, Sasha Johnson. Un comunicato ufficiale del movimento ha descritto l’accaduto come una violenza giunta dopo numerose minacce di morte a causa proprio del suo attivismo politico. Mentre Scotland Yard ha dichiarato che l’episodio è legato a una sparatoria tra gang rivali e nel quale l’attivista sarebbe rimasta coinvolta per errore, a causa di una tragica fatalità. 

Anche Sasha Johnson, soprannominata la Pantera Nera di Oxford, nei suoi discorsi pubblici, si è più volte scagliata contro la violenza della polizia. 

Subito dopo l’uccisione di George Floyd, Amnesty International lancia una campagna denuncia e una raccolta firme per fermare gli abusi della polizia negli Stati Uniti, cercando di porre l’attenzione su cinque punti focali:

  • Nessuno degli Stati è conforme alle leggi e agli standard internazionali sull’uso letale della forza da parte della polizia.
  • La maggior parte dei decessi per mano della polizia è il risultato di un’azione di un agente che ha usato un’arma da fuoco.
  • In molti casi, gli agenti hanno sparato più volte alle persone.
  • Secondo Mapping Police Violence nel 2019 i neri erano il 24% delle persone uccise dalla polizia, nonostante siano solo il 13% della popolazione totale. 
  • Una legge del 1996 ha autorizzato il Dipartimento della Difesa a fornire un surplus di attrezzature alle forze dell’ordine. Con il risultato che queste sono in possesso di attrezzature progettate per uso militare. 

Per Amnesty International, come anche per altre organizzazioni della società civile, andrebbero:

  • Approvate leggi per limitare l’uso della forza letale da parte della polizia.
  • Raccolti e pubblicati dati dettagliati e disaggregati sulle persone uccise dalla polizia.
  • Avviate indagini complete, indipendenti, imparziali e trasparenti ogni qual volta si verifichi un caso di uso letale della forza da parte della polizia.
  • Indagati, da parte del Dipartimento di giustizia, i poliziotti che hanno violato i diritti umani.

In mancanza di dati ufficiali esatti, soggetti privati cercano di mantenere aggiornate le statistiche. Lo fanno i giornalisti del Washington Post con Fatal Force oppure i progetti privati Fatal Encounters e Mapping Police Violence. Quest’ultimo in particolare rende fruibili pubblicamente i dati raccolti. Il primo giugno risultano 429 omicidi da parte della polizia nel 2021. 

Roland G. Freyer Jr, professore di economia ad Harvard, ha pubblicato su NBER (National Bureau of Economic Research) un working paper nel quale analizza l’eventuale corrispondenza tra l’origine etnica della vittima e la violenza perpetrata dalla polizia americana. Lo studio porta infatti l’emblematico titolo: An empirical analysis of racial differences in police use of force

La ricerca ha dimostrato che le persone nere, uomini o donne che siano, vengono trattati in modo molto più brutale da parte degli agenti di polizia, ovvero è più facile e comune che siano strattonati, ammanettati, spinti a terra, rispetto a quanto accade in presenza di fermati bianchi, uomini e donne. Ma, quando si tratta di sparatorie, con particolare riferimento alla città di Houston, la polizia sembra agire senza un evidente pregiudizio razziale: bianchi e neri vengono uccisi con la stessa frequenza. 

Tuttavia ci sono dei limiti alla ricerca condotta da Fryer che evidenzia egli stesso, ovvero il fatto che si tratta di dati parziali e di informazioni relative a quanto accade dopo il fermo e l’arresto, non ci sono indagini precise sulle probabilità e su quanto accade in precedenza al fermo. 

Nel suo studio su Democrazia, schiavitù e razzismo negli Stati Uniti, Marco Sioli, professore associato di Storia dell’America del Nord all’Università di Milano, analizza in dettaglio l’attualità di Frederick Douglass e il movimento Black Lives Matter

In tanti, all’interno dell’universo attivista afroamericano, si sono ispirati a Douglass e ai suoi insegnamenti, non da ultimo il presidente Barack Obama, ma tra tutti la persona che ha fatto propri i suoi pensieri, è stata Angela Davis, attivista e tra i membri più noti del Black Panther Party, la quale lo ha definito «il più importante abolizionista nero del paese e, nella sua epoca (1818-1895, ndr), anche tra i più eminenti sostenitori maschili dell’emancipazione delle donne». Davis, come molti attivisti prima di lei, hanno fatto proprio il motto di Douglass: «Il mio ruolo è stato di raccontare la storia dello schiavo. Per la storia del padrone non sono mai mancati i narratori».

Nel suo discorso pubblico a Rochester il 5 luglio 1852, Frederick Douglass aveva parlato del bisogno di fuoco per sovvertire lo stato di cose che opprimeva gli afroamericani. «Non abbiamo bisogno di luce, ma di fuoco» furono le esatte parole. Lo stesso fuoco cui si appellò l’intellettuale nero James Baldwin quando nel 1963 scrisse Next Time Fire (“La prossima volta il fuoco”).

E il fuoco arrivò, nel 1965, con la rivolta razziale per le strade di Watts, a Los Angeles, in conseguenza del fermo di un automobilista afroamericano da parte di una pattuglia di poliziotti bianchi. Più violenta delle proteste precedenti a New York, Philadelphia e Rochester. Una protesta cui seguirono numerose rivolte che si protrassero per tutti gli anni Sessanta. 

I fermi, gli arresti e le violenze c’erano stati anche in precedenza e ci sono stati anche dopo. Esattamente come oggi. I fermi, gli arresti, le violenze e gli omicidi non si sono mai fermati, neanche durante la presidenza Obama. Tant’è che proprio quando c’era lui alla Casa Bianca si è formato il movimento Black Lives Matter. E allora perché in alcuni periodi le proteste si scatenano e la violenza sembra diventare incontenibile?

Una lettura del fenomeno potrebbe essere legata al clima di odio e restaurazione che si viene a creare, o si lascia intendere di volerlo fare, da esponenti politici o membri influenti delle rispettive comunità. Per i disordini conseguenti l’assassinio di George Floyd, per esempio, si potrebbe ipotizzare una motivazione legata non solo al singolo tragico accadimento ma anche e soprattutto al clima teso ingenerato dalle politiche razziali e reazionarie del presidente Trump. 

Evidente che in quel periodo il sogno afroamericano di vedere realizzata l’America post-razziale di Obama era ormai svanito da tempo. 

Nel discorso pronunciato il primo giugno 2021 a Tulsa, per il centenario dalla strage razziale, il presidente Joe Biden ha annunciato azioni mirate, da parte della sua amministrazione, volte a migliorare la condizione esistenziale della comunità nera, anche dal punto di vista economico. 

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Teoria e pratica del lavoro sociale: “Intercultura e social work” di Elena Cabiati (Erickson, 2020)

Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità. “Classificare, Separare, escludere” di Marco Aime (Einaudi, 2020)

Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)

Continuare a lavorare per un mondo migliore. “L’ultima lezione” di Zygmunt Bauman (Editori Laterza, 2018)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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I fiumi sono i ponti tra i territori e le epoche

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I fiumi sono in movimento continuo. Partono dalle montagne per raggiungere i posti più lontani della pianura. Gli autori ci ricordano che, man mano che viaggiano, i fiumi si caricano di storie, di vicende sempre diverse, si imbattono in presenze in grado di affidare all’acqua il riassunto della quotidianità e del passato, nonché le speranze del futuro. 

Il fiume diventa così una metafora della storia. E, partendo dai fiumi, anche la letteratura tende ad affidarsi alla storia, a raccogliere le vicende degli uomini, il loro cammino. 

Ed è proprio contro un’idea asfittica e minimalista di letteratura che gli autori propongono invece un ritorno al racconto epico, un’epica che ponga nuovamente il flusso narrativo tra le sponde di un fiume, con un inizio, un percorso e una fine. 

L’acqua è vita ma anche civiltà. Ovunque si è scoperto un rivolo naturale che sgorgasse da una sorgente, la vita sociale delle comunità si è sviluppata ed è progredita. Ecco allora che, nella presentazione di Piero e Gianni Lacorazza, si intravede il parallelismo tra il destino dei fiumi e quelli degli uomini. Anche la civiltà, come il fiume, nasce sulla montagna, dove nasce l’acqua, e si sviluppa accompagnata per le valli fino al mare. I fiumi non solo hanno i ponti, si legge ancora nella presentazione, ma sono essi stessi ponti. Ponti tra epoche e ponti tra territori. 

Il testo Le vie dell’acqua si sviluppa seguendo il diverso ritmo narrativo dei sette contributi a firma di altrettanti scrittori, i quali raccontano sette fiumi che in comune hanno l’acqua, storie da raccontare e l’Appennino, la lunga dorsale che si snoda anch’essa come un fiume lungo tutta l’Italia, dalle alte montagne fino al profondo mare. 

Ognuno degli autori racconta della propria terra, della parte di Appennino che lo ha visto bambino oppure adulto. Raccontano i luoghi, le tradizioni, gli odori, i sapori, i suoni… ma descrivono, commentano e interpretano anche il modo in cui altri lo hanno fatto, nel bene e nel male. 

Leggendo i contributi che vanno a comporre il testo, il lettore percepisce la vastità del mondo che ruota e ha ruotato intorno ai fiumi, ai ruscelli, ai rivoli sorgivi intorno ai quali ogni comunità, grande o piccola che sia, si è riunita. 

Si passa dai gesti semplici e anche umili del fare il bucato o lavare il bestiame alla ricerca della propria identità, individuale e di gruppo, fino alla rievocazione storica e letteraria. In tutti i casi, comunque, emerge la ricchezza culturale, oltre che ambientale, dell’acqua di un fiume con tutto il suo carico, a volte ingombrante, di sapere e tradizione.

L’acqua è anche movimento. Un movimento che non conosce i confini geografici e politici, che valica anche quelli naturali. Un movimento che ricorda quello degli uomini, da sempre in cammino verso nuove mete, nuovi orizzonti, anch’essi portandosi dietro un carico di storia, di conoscenza, di cultura, di speranza. Forme di vita e di natura in continuo cambiamento, evoluzione. 

Bibliografia di riferimento

Laura Bosio, Guido Conti, Donatella di Pietrantonio, Carlo Grande, Giuseppe Lupo, Raffaele Nigro, Laura Pariani, Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi, Donzelli Editore, Roma, 2020

Volume della Serie Civiltà Appennino a cura della Fondazione Appennino. 

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo (Donzelli, 2020)

“Oro Nero o Oro Blu?”

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“Bad Girls”: Da Vittime a Carnefici

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Cosa accade nella mente di una vittima per trasformarla in carnefice? Può una vittima diventare carnefice? Se manca la giustizia è giusto ci sia la vendetta? Cosa avvicina violenza e vendetta

Sono questi alcuni degli interrogativi che potrebbero trovare risposta nel libro di Antonella Bolelli Ferrera Bad Girls. Un testo che racconta tante storie segnate, interrotte dalla violenza, dal dolore, dai soprusi. Storie di donne la cui esistenza è stata inesorabilmente mutata prima dalla violenza subita e poi da quella inferta. 

Racconta Bolelli Ferrara di donne sottomesse che si sono ribellate, sono diventate esse stesse dei criminali. Donne vittime del racket della prostituzione trasformatesi in maitresse d’alto bordo. 

Stanche di subire, di essere sfruttate, hanno scelto di essere essere e diventare sfruttatrici. Da oppresse a oppressori

E poi ci sono le violenze indicibili, quelle inferte da parenti, familiari, amici, genitori… consumatesi all’interno di quella che dovrebbe essere, per ogni essere umano, la confort zone per eccellenza. Quella “corazza” affettiva che se viene a mancare oppure non è mai stata presente non può che dare vita a persone incapaci di gestire correttamente i propri e gli altrui affetti, sentimenti, emozioni, desideri, passioni, pulsioni. 

I meccanismi della mente umana sono ai più imperscrutabili, a volte esistono dei legami tra i comportamenti di oggi e gli accadimenti di un passato mai dimenticato che appaiono incredibili. Azioni che sono in realtà delle reazioni, scattate come una molla rimasta in trazione per un tempo parso infinito. E così una vittima può diventare giustiziera, stalker, assassina di un’altra persona, anche a lei cara. E può diventarlo anche di se stessa. 

Ed è successo tante volte. Le storie raccontate da Antonella Bolelli Ferrera ne sono esempio. 

Le donne raccontate da Bolelli Ferrera sono tutte bad girls, macchiatesi di crimini anche efferati che le hanno condotte in carcere e da lì raccontano le loro storie, i crimini commessi. Nella quasi totalità dei casi però si tratti di vendetta. Di azioni criminali direttamente o indirettamente imputabili alla violenza subita. Pregressa. Non è certo una giustificazione bensì un dato di fatto. Perché la rabbia che scaturisce da una violenza subita non dipende solo da quel brutale gesto. Dipende anche dal fatto che, spesso, la famiglia, la società, i media… ci mettono il carico da novanta. Trasformando la vittima in una specie di complice volontario che se l’è andata a cercare. E ciò accade soprattutto quando si parla di violenza sessuale, individuale o di gruppo. È cronaca. È sotto gli occhi di tutti. Eppure ogni volta sembra di essere tornati indietro di cento anni e oltre. 

Con una delibera del 27 maggio 2021 la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha condannato l’Italia perché stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata, in netta violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo che tutela appunto la vita privata e l’integrità personale. La delibera fa riferimento a un caso in particolare portato in ricorso alla Corte Europea dai legali dell’Associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che ha anche pubblicato per esteso il testo della sentenza, ma può, purtroppo, essere generalizzato perché quanto accaduto nel caso specifico è all’ordine del giorno. Purtroppo. 

La prefazione al libro è curata dalla stessa autrice, mentre l’introduzione è di Dacia Maraini la quale sottolinea come, per assurdo, per molte delle protagoniste del libro, in carcere sia iniziata una vita migliore. Non buona ma sicuramente migliore di quella che hanno vissuto prima. Si sofferma inoltre Maraini su quello che condivido essere uno dei pregi della scrittura di Bolelli: l’aver dato voce a queste carcerate e alle loro storie lasciando così emergere tutto il mondo di sofferenza, di dolore, di violenza che c’è dietro e dentro le vite di queste persone di cui nessuno sembra davvero accorgersi e a cui nessuno sembra davvero voler prestare attenzione. 

Perché i carcerati e le carcerate non sono un gruppo unico e inscindibile. La popolazione carceraria si compone di singole persone, ognuna delle quali ha una sua storia. Si compone di carnefici e di vittime. E di vittime che sono diventate a loro volta carnefici. E di tanti, davvero tanti stranieri, immigrati, poveri, irregolari. Anch’essi vittime e carnefici. 

Con molte di queste detenute l’autrice ha intrapreso un percorso che, attraverso la parola scritta, contribuisca a liberarle dalla paura, dal disagio, dal dolore, dal rimorso, dallo smarrimento. La pandemia ha rappresentato un ostacolo, ha rallentato un cammino che Bolelli Ferrera è ben intenzionata a portare avanti. 

Dal 2010 è direttore artistico del Premio letterario Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”, di cui è anche ideatrice, e curatrice di molte iniziative volte a favorire la cultura della legalità. 

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Bibliografia di riferimento

Antonella Bolelli Ferrera, Bad Girls. Da vittime a carnefici, La Lepre Edizioni, Roma, 2021

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne l’immagine della copertina, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

“Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste” di Liliana Madeo (Miraggi, 2020)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Dalla lotta degli operai a quella della classe media occidentale

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Francesco Marchesi ha curato l’edizione italiana di Imperialismo e altri scritti sulla storia, una raccolta di testi che Louis Althusser non ha mai dato alle stampe. Scritti che affrontano svariati temi, che vanno dalla storia della critica letteraria all’analisi dell’imperialismo – definito da Lenin come l’ultimo stadio del capitalismo. E sono proprio le considerazioni relative alla struttura e alla storia del capitalismo che maggiormente attraggono l’attenzione del lettore, per la loro estrema quanto straordinaria attualità. 

Per Althusser, il periodo in cui ha vissuto era l’imperialismo, ovvero lo «stadio culminante» del capitalismo, secondo l’analisi di Lenin. Il suo ultimo stadio, ovvero il suo punto culminante. Dunque, se l’imperialismo fosse perdurato, non poteva che esserci decadenza. Degenerazione. Barbarie. Tranne se si fosse passati al socialismo. 

Caratteristica peculiare del periodo analizzato da Althusser, ovvero gli inizi della seconda metà del Novecento, sono le lotte della classe operaia. Lotte per la rivendicazione dei propri diritti, costantemente calpestati in nome del profitto e dell’accumulo di capitale. Lotte contro lo sfruttamento. Lotte inutili per Althusser in quanto è sua ferma convinzione che la classe capitalistica non mollerà mai la sua preda. Non smetterà mai di sfruttarla, di opprimerla, di intimidirla anche con il ricatto ideologico. 

Le lotte della classe operaia raccontate da Louis Althusser ricordano, nei contenuti, quelle più di recente iniziate e portate avanti dalla classe media in tanti paesi occidentali, ovvero in tutte o quasi le potenze del vecchio e del nuovo mondo.

Per Elizabeth Warren, già docente di diritto commerciale ad Harvard poi senatrice del Massachusetts, l’America ha costruito il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto e lo hanno fatto gli stessi americani, con il duro lavoro e il supporto di politiche governative volte a creare maggiori opportunità per milioni di persone. Utilizzando tutti i mezzi possibili: politiche fiscali, investimenti nell’istruzione pubblica, nuove infrastrutture, sostegno alla ricerca, regole di protezione per i consumatori e gli investitori, leggi antitrust. Ma ora tutta le gente è, giustamente, preoccupata. Preoccupata e arrabbiata. 

Lo è perché, nonostante «si ammazzi di lavoro», non vede praticamente crescere il suo reddito. Le spese per la casa e l’assistenza sanitaria erodono quasi completamente il suo bilancio. Pagare l’asilo o l’università dei figli è diventato impossibile. Gli accordi commerciali sembrano creare posti di lavoro e opportunità per la manodopera in altre parti mondo, lasciando le fabbriche in territorio americano abbandonate. I giovani sono strozzati dai prestiti studenteschi, la forza lavoro è fortemente indebitata e per gli anziani la sicurezza sociale non riesce a coprire le spese della vita di tutti i giorni1.

Incertezza economica, alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, scarse politiche di welfare e istruzione… sono tutti problemi presenti e visibili anche in Italia. Michel Martone, ordinario di diritto del lavoro e relazioni industriali alla Sapienza, si chiede come sia possibile che, nell’Italia del terzo millennio:

  • Un giovane studente per mantenersi all’Università recapiti pizze a domicilio, magari in bicicletta e sotto la pioggia, per un compenso che a malapena sfiora i 3.5euro a consegna.
  • Un operaio pur lavorando a tempo pieno non riesca più, nell’arco di una vita, a mettere da parte quanto necessario ad acquistare una casa.
  • I pubblici dipendenti abbiano dovuto subire un blocco della contrattazione collettiva, e quindi degli stipendi, durato oltre sette anni. 
  • Un immigrato che raccoglie pomodori guadagni poco più di 2euro l’ora. 
  • Una coppia di trentenni non possa permettersi, sommando gli stipendi, di mantenere più di un figlio.
  • Negli ultimi 10 anni oltre 244mila giovani, di cui il 64per cento con titolo di studio medio-alto, abbiano abbandonato il Paese e a questo fenomeno migratorio non venga dato il giusto risalto. 

Questa resiliente crisi economica rischia di inghiottire per intero tutto il ceto medio, in particolare quelle professionalità mediane svolte in larga misura da trentenni le cui retribuzioni hanno risentito più di tutte gli effetti della crisi. Basti ricordare il numero sempre crescente dei cosiddetti working poor, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Martone afferma di essere consapevole si tratti di una verità scomoda e difficile da affrontare, che richiede impegno e soluzioni complesse, ma che non per questo debba continuare a essere rimandata, ignorata, sminuitaGran parte dei partiti politici semplicemente hanno cercato di rimuoverla, scaricando sugli immigrati, i mercati finanziari o l’Europa le colpe della crescente incertezza che ormai si diffonde tra i lavoratori italiani. Anche peggiori, forse, Martone ritiene gli interventi posti in essere con l’intento dichiarato di migliorare la situazione ma che sottrarranno ulteriori risorse economiche all’emergenza retributiva. In particolare egli fa riferimento a quota100 e reddito di cittadinanza.

Suggerisce poi egli stesso delle idee che potrebbero essere poste alla base di una possibile riforma del sistema retributivo che:

  • Assuma il trattamento economico minimo previsto dal contratto collettivo più rappresentativo a parametro della giusta retribuzione per tutto il settore, secondo il modello già considerato costituzionalmente legittimo per quello delle cooperative.
  • Recepisca per via legislativa il sistema delineato nel Testo unico sulla rappresentanza del 2014, per misurare all’interno dei perimetri di efficacia della contrattazione collettiva la capacità rappresentativa delle diverse organizzazioni sindacali, delle imprese come dei lavoratori, secondo lo schema di recente proposto dal d.d.l. 788/2018.
  • Perimetri i settori di efficacia della contrattazione collettiva nazionale, quanto meno in materia salariale.
  • Recuperi, pur con tutti i necessari adattamenti, il modello disciplinato dall’art. 2070 c.c., al fine di consentire alla giurisprudenza di presidiare quei perimetri scongiurando la concorrenza tra imprese sul costo del lavoro.
  • Strutturi la contrattazione collettiva, potenziando, sulla scorta del modello del decentramento organizzato, quella di secondo livello, anche in deroga alla legge, al fine di evitare che le tensioni al ribasso sul costo del lavoro, ad esempio determinate dall’esplosione delle crisi aziendali, rifluiscano su quella nazionale.
  • Introduca un salario minimo orario, attorno ai nove euro, che funzioni sia da pavimento per la contrattazione collettiva che da parametro applicabile nei settori in cui quest’ultima non dispiega i propri effetti.
  • Preveda che tale soglia minima sia derogabile (opting out) in determinati settori economici.
  • Riduca il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni al fine di dare sollievo a quella classe media che, con il proprio lavoro, ha dovuto sopportare il peso di una crisi economica che ha reso insostenibile il terzo debito pubblico del mondo. 2

Il capitalismo che, secondo Marx, come un vampiro si è cibato del lavoro degli operai è poi passato a cibarsi anche dei redditi, dei comportamenti e dei diritti della classe media perché, secondo Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School, esso si evolve in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati.3

Le degenerazioni di cui parlava Althusser sono diventati quindi, nell’analisi di Zuboff, degli adattamenti che consentono al capitalismo di mutare forma e plasmarsi in base ai tempi senza mai perdere di vista il suo obiettivo ultimo: l’accumulo di capitale. E i capitalisti di oggi sono andati anche oltre ogni immaginazione. Perché il loro cibo non è più solo il lavoro ma ogni aspetto della vita umana. E questo è ciò che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza. In esso, i mezzi di produzione sono al servizio dei mezzi di modifica del comportamento. Il vero potere infatti risiede nella capacità di modificare le azioni in tempo reale nel mondo reale. 

Sottolinea Althusser nei suoi scritti che, contrariamente a quanto affermavano Hegel, Engels e Stalin, ma conformemente a quanto pensava Marx, non si sono leggi della storia. Ma il fatto che non ci siano leggi non significa che non possano esserci delle lezioni della storia. Lezioni che sono però aleatorie, in quanto la stessa situazione, la stessa congiuntura e lo stesso “caso” mai si ripresenteranno perfettamente uguali. Molto simili però sì. Studiare la storia, apprendere e ricordare le sue lezioni può quindi tornare molto utile allorquando si cerca, si può e si deve modellare il presente per costruire il futuro. 

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Bibliografia di riferimento

Louis Althusser, L’imperialismo e altri scritti sulla storia, Francesco Marchesi (a cura di), Mimesis, Sesto San Giovanni – Milano, 2020.

Titolo originale: Écrits sur l’histoire. Traduzione di Francesco Marchesi e Maria Turchetto. 

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1Elizabeth Warren, Questa lotta è la nostra lotta, Garzanti, Milano, 2020.

2Michel Martone, A che prezzo. L’emergenza retributiva tra riforma della contrattazione collettiva e salario minimo legale, Luiss University Press, Roma, 2019.

3Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020)

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“A quale prezzo” di Michel Martone (Luiss University Press, 2019)

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Virus Antropocene e Reincantamento del Mondo

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Partendo dalle misure straordinarie poste in essere dal governo italiano, come dai governanti di innumerevoli altri stati ormai, primo fra tutte il lockdown del 9 marzo 2020, gli autori conducono una dettagliata analisi dello stato attuale della società italiana. Un confronto con quei sistemi da sempre etichettati, troppo frettolosamente, primitivi. E uno sguardo al futuro che deve passare, senza nostalgia, da un passato più o meno recente ma sempre importante. Riflessioni che vogliono anche essere un monito per i giovani, gli unici sui quali si potrà veramente contare, nella speranza che trovino quanto prima la coesione e la consapevolezza necessarie. 

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non solo non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa ma continua ad avere una visione distorta del mondo. 

Sottolineano gli autori come una convivenza utile tra gli esseri umani sia in realtà possibile solo a patto di realizzare anche e in primo luogo una convivenza utile con la natura. Aspetto questo da sempre trascurato dall’Antropocentrismo imperante nella società dei civilizzati.

A parte il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, la società italiana non aveva mai avuto esperienza diretta di provvedimenti così drastici e restrittivi come una chiusura totale. Per noi le chiusure o sospensioni sono abitualmente ascrivibili a periodi di riposo, ferie, vacanze, svago, divertimento… in sintesi sono una pausa, uno stand by dalla routine. In genere atteso, gradito e piacevole.

L’Ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbath degli Ebrei sono “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà (la terra, la foresta, …) da cui gli esseri umani ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza il lavoro degli uomini. 

Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile

Ciò che manca alla nostra civiltà, ci ricordano gli autori, è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita “il male dell’infinito”, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. 

Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno loro vedere la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura. 

Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti.

Remotti non esclude la possibilità di acquisire una visione critica e lungimirante, ma in mancanza di un’autentica sospensione culturale non è detto che alla visione critica faccia seguito una corrispondente azione modificante. Il lockdown è un arresto non voluto, non programmato. Un arresto dal quale si ha solo fretta di uscire per ritornare quanto prima alla normalità. 

Virus e confinamenti hanno una lunga storia nell’umanità, anche recente. Basti pensare all’Aids, all’ebola o all’epidemia di morbillo del 2019. Favole sottolinea le particolarità di Sars-Cov-2, le quali sono di essersi diffuso globalmente con una velocità straordinaria ma, soprattutto, di aver sovvertito un diffuso immaginario che lega epidemie a povertà. 

Il coronavirus ha fatto irruzione in un mondo che si riteneva immune da questo tipo di attacchi. Il mondo occidentale, convinto di appartenere a una modernità potente ed efficace contro le malattie epidemiche, è stato costretto a una rapida contrazione degli spazi. 

Quanto però, si chiede l’autore, la sospensione da coronavirus ci ha fatto riflettere davvero su come eravamo e su come vorremmo essere in futuro.

Proprio questo virus, che dovrebbe farci sentire anche biologicamente appartenenti a una comune umanità, ha invece ravvivato il focolaio delle politiche nazionaliste e sovraniste

Il senso di impotenza che tutti abbiamo provato dopo le prime chiusure è, nella dettagliata ricostruzione fatta da Favole, lo stesso che tanti esseri umani provavano ben prima dell’arrivo del coronavirus, davanti ai mille confini reali e simbolici che li separavano dalle mete desiderate. Perché la verità è che mentre noi occidentali, per decenni, abbiamo teorizzato le meraviglie e l’incanto di un mondo aperto e globalizzato, altre umanità sono vissute in un perpetuo confinamento. 

E, senza dover guardare neanche troppo lontano, nei giorni più bui, mentre i reparti di rianimazione si saturavano tutti ci siamo chiesti chi avrebbe avuto, prima di altri, il diritto a salvarsi. 

Questo perché la condivisione, la solidarietà, il legame sociale non sono mai definitivamente garantiti nelle faccende umane. 

Il lockdown ci ha fatto riflettere sul fatto che una società immaginata come un insieme di individui isolati, ciascuno dei quali alla ricerca spasmodica del proprio interesse personale, è un’aberrazione e non un ideale a cui tendere. 

I lunghi mesi di lockdown hanno confermato appieno quello che gli studiosi di antropologia definiscono reincantamento del mondo, un ritorno alla religiosità anche nelle sue forme integraliste e intolleranti, un diniego del mito della società secolarizzata che ha pervaso le generazioni degli anni Sessanta e Settanta. 

Credenze, riti, utopie, religioni, leader carismatici, leggende metropolitane… affollano una modernità che non si rappresenta più come “secolarizzata”. In questo quadro Favole colloca anche la rivalutazione dei riti collettivi. 

Il coronavirus, nei momenti di massima aggressività, impedisce anche la celebrazione dei riti funebri. 

Chi avrebbe mai pensato che in Italia – e in molte altre parti del mondo globalizzato – potesse accadere una cosa del genere nel XXI secolo?

Eppure per l’autore non si tratta di un qualcosa di davvero così imprevisto e imprevedibile. I riti impossibili e i corpi scomparsi dell’11 settembre, così come i morti senza volto del Mediterraneo, avrebbero dovuto dare una prima scossa, un avvertimento potente a una contemporaneità accecata e avviluppata nella sua bolla di benessere, circondata da povertà e disperazione crescenti

Ed ecco che Favole di nuovo si chiede se i riti di emergenza della Covid-19 lasceranno tracce nell’umanità del futuro.

L’impressione però è che, ancora una volta, la modernità consista nella fretta di archiviare e rimuovere la memoria traumatica, tornando alle spiagge e ai centri commerciali.

Forse, come evidenziano gli studi di Giovanni Gugg, siamo incapaci di “tornare al futuro”, cioè incapaci di immaginarci diversi, costruendo creativamente un futuro a partire da una memoria “buona” – e non identitaria – del passato.

E forse questa fretta di ritornare alla normalità è motivata anche da un altro tipo di paura, magari inconscia. Il confinamento è una pianta robusta dalle radici profonde che, spesso, è stata nutrita, più che da timori e paure di virus, da operazioni di natura politica. Senza neanche girarci troppo intorno, sono stati diversi gli intellettuali che in questi mesi ci hanno messo in guardia contro il pericolo che il virus diventasse un pretesto per una riduzione delle libertà ben oltre la pandemia. Per ragioni politiche, l’emergenza rischia spesso di divenire quotidianità. Per contro, la “liberazione” dai confinamenti non può e non deve essere motivata da mere ragioni economiche, a scapito della salute dei cittadini. 

Letto nei termini della crescita economica, lo sviluppo non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Il problema, nell’analisi di Marco Aime, non sta solo nella semplice adozione indiscriminata di tale modello, ma nel pensarlo come naturale, ineluttabile, quasi un destino cui è impossibile sfuggire. 

Un esempio di come l’idea di sviluppo si avvicini più a una fede che all’espressione di una presunta razionalità è dato dal fatto che, nonostante i ripetuti fallimenti, la crescita delle diseguaglianze e la sempre più evidente crisi ambientale, si continua imperterriti nella stessa direzione. 

L’obiettivo di elevare tutti gli esseri umani al tenore di vita degli occidentali è, conclude Aime, materialmente irrealizzabile. Eppure, per sostenere la fede nell’inevitabilità del progresso, inteso come aumento di produzione e accumulo di beni, occorre fare “come se” tutto ciò fosse possibile.

Lo stesso Gandhi sembrava essere giunto a conclusioni simili allorquando affermava che il mondo non può sopportare che l’India diventi come l’Inghilterra

Aime invita a osservare con sguardo critico le più importanti rivoluzioni dell’epoca moderna. Si noterà allora che, nella maggior parte dei casi, lo sforzo più incidente è stato nel distruggere l’esistente più che nel progettare un futuro vero e proprio. Si impone dunque una nuova prospettiva che, per essere realizzata, necessita di due elementi: il primo è una nuova visione del futuro, un progetto che guardi avanti e non solo all’orizzonte ristretto del domani; il secondo è una presa di coscienza collettiva di fare parte di una specie in pericolo. 

La pandemia ha nesso a nudo l’estrema fragilità del nostro sistema: pochi mesi di chiusura e di rallentamento lo hanno messo in ginocchio. E questo, per Aime, è segno evidente del fatto che non siamo stati capaci di prevedere un domani incerto, che non abbiamo scorte di alcun tipo, nessun ammortizzatore. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.

La politica con tutti i suoi partiti viene direttamente chiamata in causa per la sua pressoché totale mancanza di prospettive e di progetti di ampio respiro.

Senza un progetto futuro e neppure una chiara conoscenza del passato, ci si affida a qualcosa di atavico, che si perde nella nebbia dei tempi, una sorta di mito fondante: l’identità, corroborata dalla confortante metafora delle radici e del primato autoctono

Resi ciechi dal cono d’ombra creato da questa corsa inarrestabile, abbiamo smesso di pensare a quale sia il traguardo e quale il senso della nostra corsa. Ecco perché gli autori ritengono necessario sviluppare una cultura nuova sull‘Antropocene e a farlo dovranno essere i giovani, spetta loro infatti l’arduo compito di cambiare la rotta. 

Luciano Gallino ha messo in luce come, nella nostra epoca, sembrino scomparse le classi sociali che avevano caratterizzato la politica e la società del Novecento, ma in realtà a venire meno è stata soprattutto la coscienza di classe, la percezione di appartenere a una comunità di intenti, fondata su una base comune. 

I giovani che si sono mobilitati seguendo Greta Thunberg, oppure il movimento delle Sardine sono esempi, seppur circoscritti, di mobilitazioni che hanno auspicato e messo in atto azioni di mobilitazione e protesta “dal basso” ed entro una classe prevalentemente giovanile, contro il dilagare del linguaggio d’odio. Ed è da essi che, per Aime, bisogna partire o ripartire. Perché in una crisi di pensiero, come quella che attraversa il presente, l’unica soluzione è ricominciare a pensare al futuro, che sia però un domani comune. 

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Adriano Favole, Francesco Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020

Gli autori

Marco Aime: professore di Antropologia culturale all’Università di Genova.

Adriano Favole: insegna Cultura e potere e Antropologia culturale presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino.

Francesco Remotti: professore emerito all’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Utet per la disponibilità e il materiale

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Articolo disponibile anche qui

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L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale “. “Teoria dal Sud del mondo” di Comaroff e Comaroff (Rosenberg&Sellier, 2019)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La scuola ci salverà”

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«La scuola ci salverà» è il titolo molto imperativo che Dacia Maraini ha scelto di dare al suo libro. Perentorie infatti appaio anche le sue idee riguardo la necessità di avvalersi dell’istituzione scolastica per dare una poderosa virata a questa società la quale, ormai, è da tempo che sembra navigare a vista se non essere addirittura alla deriva. 

L’autrice ha raccolto e inglobato nel testo numerosi suoi articoli inerenti e attinenti il mondo della scuola che ha scritto negli anni e che contribuiscono a far apparire il libro come una sorta di percorso, maturato nel tempo. È il destino della società evoluta, al centro della quale Maraini rivendica il ruolo centrale della scuola, anche oggi, in piena pandemia mondiale. 

La scuola è un’istituzione certo ma si compone di persone, e quando si attacca genericamente la scuola tutto ricade sulle persone che la animano. A rimetterci più di tutti poi sono gli studenti. 

Ricorda più volte Maraini la riconoscenza che l’intera società dovrebbe nutrire nei confronti degli insegnanti. Uomini e, soprattutto, donne che lavorano spesso in condizioni difficili, ambienti ostili, malpagati, minacciati per un brutto voto o un rimprovero, costantemente osteggiati perché ritenuti inutili lavoratori di un’istituzione altrettanto inutile, nell’immaginario comune e sempre più condiviso.

Naturalmente non è così e a pagare le conseguenze sono, sempre, i giovani studenti ai quali togliendo istruzione e conoscenza viene tolta la civiltà, la capacità di vivere e agire in un mondo civile. Che non è l’appartenere o meno a una determinata civiltà o etnia. Oppure l’essere o meno cittadino di uno Stato. Imparare a essere un buon cittadino di una società civile è un concetto ben più vasto che va ben oltre il semplice di diritto all’istruzione e al titolo di studio e abbraccia nozioni come il dovere di essere una persona istruita, colta, educata e civile appunto. 

Chi non entra nel mondo della scuola raramente può comprendere il grido di allarme che lanciano gli insegnanti, il medesimo dell’autrice, peraltro anch’essa docente.

La famiglia e la scuola sono gli ambienti che formano gli uomini e le donne di domani. Ignorare le problematiche, le difficoltà, le gravi carenze presenti in uno o entrambi questi ambienti è un grave errore. Un errore che sembra essere diventato sistemico. Ma Dacia Mariani non ci sta e invoca a gran voce la potenza della scuola che ci salverà, deve farlo. E lo farà se gliene diamo modo. Perché ha le potenzialità per farlo. Bisogna però fare in modo che le venga data anche la possibilità. 

La scuola è il luogo più idoneo dove potersi affrancare dalla barbarie dilagante, dalla presunzione di conoscenza che anima dibattiti reali e virtuali, dalla aggressività dilagante, dalla brutalità delle persistenti distinzioni di genere, dal razzismo e dalla xenofobia. Fenomeni tutti che, inutile negarlo, stanno conoscendo una stagione di crescita e prosperità inaccettabili per una società che si ritiene civile. 

La seconda parte del libro è quasi per intero dedicata al racconto di tre distinte storie che ruotano intorno ai temi della povertà e dell’emigrazione. Paralleli tra mondi opposti. Persone che hanno facile accesso all’istruzione e non ne apprezzano le potenzialità da una parte. Persone disposte ad affrontare qualunque avversità pur di avere una possibilità di accesso all’istruzione dall’altra. Pur senza cedere a una banalizzazione che non è mai opportuna, bisogna cominciare ad ammettere che la denigrazione costante che in Italia si fa dell’istruzione, della scuola, degli insegnanti, degli esperti, … di sicuro non porterà mai nulla di buono. 

Pur essendo strutturato in due distinte parti, la prima delle quali molto più giornalistica della seconda, definibile più letteraria in senso stretto, La scuola ci salverà non affronta comunque temi di stretta attualità, quali il dibattito tra didattica in presenza e Dad, oppure i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) destinati alla scuola. Al di là dei tempi di scrittura e stampa è evidente che questa sia stata una scelta precipua dell’autrice, la quale ha voluto dare un’impronta più storico-intellettuale al testo. Permane comunque l’incisività del grido di allarme che esso evoca e invoca e che non può e non deve rimanere inascoltato.

Bibliografia di riferimento

Dacia Maraini, La scuola ci salverà, Solferino Editore, Milano, 2021

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Quanto incide la scuola su crescita ed economia? “Nello specchio della scuola” di patrizio Bianchi (ilMulino, 2020)

“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia”

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La Democrazia rappresentativa europea tra crisi epocali e istituzioni da rinnovare

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Sulla base dei dati forniti dal rapporto The global state of Democracy 2019 di IDEA (International Institute for Democracy and Electoral assistance) sono europei ben 39 dei 97 Stati democratici oggi riconosciuti a livello globale. Va ricordato inoltre che, con il Parlamento europeo, l’Unione può vantare di avere il primo, e sostanzialmente unico, caso di un Parlamento eletto direttamente su scala sovranazionale, ormai sganciatosi completamente dei parlamenti nazionali.

Eppure è largamente diffusa l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia in Europa. Una insofferenza accentuata con riguardo all’Eurozona. 

Lecito domandarsi il perché di tutto ciò. Gli autori e i curatori sono andati anche oltre, spingendosi in un’articolata analisi della dinamica istituzionale dell’Unione europea allo scopo di comprendere se e come i Parlamenti possano continuare a funzionare anche in Stati caratterizzati da autonomie forti e asimmetriche. Nonché il ruolo di concerto del Parlamento europeo, in affiancamento ai Parlamenti nazionali, come garante di un’adeguata rappresentanza politica nei processi decisionali di  un’unione europea anch’essa sempre più asimmetrica, e dell’Eurozona in particolare.

Le principali asimmetrie riscontrabili in Europa sono:

  • Il divario che si riscontra tra i 19 Stati membri dell’Eurozona, da un lato, che condividono la stessa valuta, la politica monetaria della Bce e le procedure macroeconomiche e fiscali comuni più stringenti, e gli 8 Stati membri dell’Unione, ma non dell’Eurozona, dall’altro.
  • Il divario tra i Paesi creditori, quelli cioè che offrono assistenza finanziaria da una parte, e i Paesi debitori, ossia i destinatari dei medesimi programmi finanziari dall’altra.

Il fatto che l’assistenza finanziaria sia stata fornita principalmente, al di fuori del quadro giuridico dell’Unione, dal Fondo Monetario Internazionali (Fmi), dal Fondo Europeo di Stabilità (Mes), dal quale il parlamento europeo è completamente escluso, non ha certamente favorito la formazione di procedure significative di accountability democratica.

Queste procedure sulla concessione di assistenza finanziaria sono fortemente influenzate dagli assetti adottati a livello costituzionale interno. Così i Parlamenti di 5 Stati membri (Austria, Finlandia, Estonia, Germania, Slovacchia), essendo titolari individualmente o insieme ad altri Parlamenti di poteri di veto sull’esborso di questi fondi o sulla decisione di aumentare la quota nazionale, potrebbero bloccare l’adozione di un pacchetto di salvataggio, originando quindi ripercussioni significative sul paese potenzialmente beneficiario e sull’intera Eurozona.

Un ulteriore aspetto da indagare gli autori lo evidenziano nella asimmetria tra i partecipanti alle votazioni e i destinatari dei provvedimenti sottoposti a votazione.

Per quanto riguarda l’Eurozona, un numero significativo di europarlamentari, quelli eletti negli Stati che non ne fanno parte, prende decisioni per le quali non si assume alcuna responsabilità davanti ai loro elettori, in quanto destinate a incidere esclusivamente, almeno in forma diretta, sui cittadini di altri Stati membri. 

Va inoltre considerato che l’aspirazione del parlamento europeo a rappresentare i cittadini dell’Unione non corrisponde appieno alla realtà. Si tratta tuttora di un’istituzione eletta sulla base della legislazione elettorale adottata da ciascuno Stato membro, sebbene nel rispetto di pochi in realtà principi comuni, con seggi assegnati agli Stati membri sulla base del contestato principio della proporzionalità degressiva. 

Nella condizione attuale del Parlamento europeo è particolarmente difficile controllare autorità intergoverarnative sempre più potenti, specie quando di natura simmetrica, come l’Eurogruppo e il Vertice euro che rappresentano strutturalmente solo alcuni Stati membri. 

È indubbio per gli autori che la cooperazione interparlamentare possa contribuire a colmare le lacune nelle asimmetrie informative che caratterizzano i Parlamenti, soprattutto nel contesto della governance dell’UEM (Unione economica e monetaria), in cui ogni Parlamento nazionale dispone di un’informazione ristretta e orientata agli interessi dei suoi cittadini, ma resta sprovvisto nel quadro generale su ciò che avviene a livello di Unione. 

Per contro, il Parlamento europeo probabilmente è a conoscenza del contesto generale, ma fatica a cogliere le sfumature dei diversi sistemi costituzionali e politici nazionali e non è in grado di esercitare alcun controllo significativo sugli organi intergovernativi, e soprattutto su quelli che fanno riferimento esclusivo all’Eurozona, anche se può far valere i propri indirizzi nei confronti della Commissione, la quale partecipa a questi organi. 

L’unico organo, in teoria, in grado di esercitare un efficace coordinamento interparlamentare sembrerebbe essere rappresentato dalla Conferenza dei presidenti dei Parlamenti europei, ma nei casi in cui ha tentato di svolgerlo, facendo leva sulle amministrazioni parlamentari, ha incontrato non pochi ostacoli.

La Democrazia rappresentativa, tanto nell’Unione quanto nei suoi Stati membri, ha affrontato nell’ultimo decennio sfide epocali:

  • Crisi economico-finanziaria
  • Crisi migratoria
  • Crisi dello stato di diritto
  • Pandemia da COVID-19

Le numerose crisi vissute dall’Unione hanno favorito anche la nascita, soprattutto negli ultimi anni, di riunioni interparlamentari definibili su scala regionale, ossia di Parlamenti dell’Europa meridionale, del Nord Europa o del gruppo di Visegrad. Anche riunioni interparlamentari da parte dei cosiddetti clusters of interests. Una delle iniziative più recenti in tal senso è la creazione dell’Assemblea franco-tedesca per un migliore coordinamento interparlamentare sugli affari dell’Unione europea e per approfondire l’integrazione europea.

Tuttavia alcune recentissime iniziative assunte dalle istituzioni europee, con prevalenza riguardo la pandemia, sembrano mostrare una nuova prospettiva di sviluppo dell’Unione stessa, volta proprio a riequilibrare le asimmetrie esistenti tra gli Stati, almeno da un punto di vista economico, in particolare gli autori fanno riferimento a:

  • Il pandemic emergency purchase programme con un’azione di supporto finanziario non già solo in proporzione alle quote di capitale cui contribuiscono le varie banche centrali nazionali, ma anche in relazione alle effettive necessità dei paesi dell’Eurozona.
  • Il piano per la ripresa presentato dalla Commissione europea, denominato Next Generation EU che mira a redistribuire risorse all’interno dell’Unione, alleviando gli squilibri più macroscopici riscontrabili al suo interno nella fase post-pandemica. 

Le asimmetrie non si riscontrano solo nei rapporti tra Stati ma anche all’interno di singoli Stati europei. Basti pensare alle problematiche posizioni di Scozia e Irlanda del Nord riguardo la Brexit, oppure alla questione catalana in Spagna. E qui ben si inseriscono i modelli di demoi-crazia, ampiamente esposti nel testo da Robert Schütze.

L’Unione europea è stata progettata per gettare le basi di un legame sempre più stretto tra i popoli d’Europa. 

Il termine demoi-crazia è stato coniato proprio per concettualizzare le potenzialità democratiche di un’unione di demoimultipli. La demoi-crazia non vuole un’identità politica comune e condivisa alla base di tutte le identità nazionali, ma la condivisione differenziata delle identità nazionali. 

L’idea di demoi-crazia, come governo dei popoli, fornisce la via di mezzo in un mondo in cui lo Stato-nazione perde sempre di più la sua autonomia di scegliere democraticamente per il suo “popolo” e in cui l’idea di Stato-mondiale rimane un’opzione lontana e distante. Offrendo una via di mezzo tra cosmopolitismo e nazionalismo, un limitato regionalismo democratico permette di contenere le pressioni esterne della globalizzazione, mentre rappresenta anche un compromesso interno che combina unità democratica con diversità democratica. 

Unione di Stati in cui sia l’Unione che i suoi Stati sono fondati su principi repubblicani e in cui i popoli dell’Unione governano insieme come molti in uno. In avallo al modello di federalismo repubblicano proposto da  Schütze che accentua la natura duale del governo democratico all’interno di un’Unione repubblicana di Stati. 

Ampio respiro viene dato anche all’esposizione degli sviluppi e delle battute di arresto del T-Dem, tentativo di risolvere su scala europea il famoso triangolo dell’impossibilità nell’economia mondiale tra democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione economica, come enunciato da Dani Rodrik. Di riconnettere le democrazie nazionali alla governance economica europea e di superare l’immobilismo intergovernativo di strutture come l’Eurogruppo.

Dare vita a un nuovo compromesso politico-istituzionale che risponda al crescente scollamento tra i luoghi di esercizio della Democrazia e il livello delle decisioni politico-economiche, come anche tra le rivendicazioni della sovranità nazionale – il taking back control – e la pressione inversa esercitata dalle interdipendenze economiche e finanziarie su scala europea e internazionale. 

La speranza dei promotori del T-Dem era di poter rappresentare una “terza via” tra il sovranismo e il sovranazionalismo. Nel testo gli autori affrontano il tema non tanto per avallare in toto il progetto o smontare le critiche avanzate, piuttosto interrogarsi sulla validità o meno della proposta a tre anni dalla sua elaborazione. 

Innegabile è lo spostamento delle politiche dell’Eurozona con un ritorno all’agenda sociale (il cosiddetto lavoro di socializzazione del Semestre europeo) e la trasformazione green del Semestre europeo promesso dalla presidente della Commissione Ursula van der Leyen nell’ambito del suo progetto di Green Deal. E gli autori ravvedono in alcuni di questi cambiamenti anche soluzioni già suggerite nel T-Dem, nella fattispecie:

  • Una forma embrionale di Assemblea parlamentare transnazionale creata nell’ambito del nuovo Trattato di cooperazione e integrazione franco-tedesca firmato a gennaio 2019.
  • Lo Strumento di bilancio per la convergenza e la competitività (Budget Instruments for Convergence and Competitiveness, BICC), che è stato oggetto di intensi negoziati all’interno dell’Eurozona.

Hennette e Vauchez ritengono necessario ribadire inoltre che i capi di stato e di governo portano costantemente a livello europeo le nuove competenze chiave in campo economico, finanziario e di bilancio, senza però mai chiarire la questione della responsabilità politica di questo polo esecutivo europeo che sfugge sempre ai controlli giuridici, nonché alla politica rappresentativa dei partiti e dei Parlamenti. 

Ciò che ancora non cambia quindi è questa sorta di zona grigia in cui si sta sviluppando la governance dell’Eurozona, tra l’indipendenza di una Banca centrale con ormai molteplici ruoli, il carattere informale di un Eurogruppo, istituito come un’entità di crisi europea a tutto tondo, e la non appartenenza al quadro istituzionale comune del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), la cui importanza è evidente ora più che mai visto il ruolo guida dell’imponente piano di sostegno agli Stati membri. 

Lungi dall’essere bloccati, durante le crisi i singoli Stati hanno dimostrato di avere una certa capacità di improvvisazione e gradi di libertà talvolta imprevisti. Ciò rappresenta, per gli autori, la riprova del fatto che il marmo dei Trattati non ha la durezza e l’eternità che solitamente gli si attribuiscono per cui si ritiene plausibile e ammissibile un buon margine di modifica a tutela della Democrazia e della rappresentatività dei tanti demoi che vanno a comporre l’Unione europea. 

Bibliografia di riferimento

Cristina Fasone, Nicola Lupo, Antoine Vauchez (a cura di), Parlamenti e democrazia in Europa. Federalismi asimmetrici e integrazione differenziata, Società editrice ilMulino, Bologna, 2020

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Dove è finita la Democrazia? Problemi e pratiche di un Occidente alla deriva. “La democrazia divenuta problema” di Alessandro Corbino (Eurilink University Press, 2020)

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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