Kiev: una guerra di piombo e propaganda

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«Dalla pace all’inferno, nel volgere di un fulmine scagliato in piena notte.»

È questa l’immagine che Nello Scavo dà della guerra in Ucraina. E lo fa perché è la prima volta che si trova sul posto e vede la guerra scoppiare, improvvisa e ineluttabile. 

Ovvio che l’esplosione del conflitto russo-ucraino non è stato così improvviso e repentino. E di questo l’autore parla abbondantemente nel testo. Ma il fatto di essersi recato a Kiev quando ancora il conflitto sembrava lontano ed essersi ritrovato a correre per trovare riparo nei rifugi è un qualcosa che non poteva non scuotere la mente, anche di un cronista che ha raccontato i maggiori conflitti degli ultimi decenni, perché avvezzi a questo genere di cose non lo si diventa mai. 

Scavo sottolinea come il giornalismo non sia storiografia. È il racconto dell’istante, con la promessa di mettere insieme i fatti e trovare le connessioni. Ma non potrà mai essere un racconto arido e distaccato, per chi lo vive in prima persona. Perché la guerra non si dimentica. E le storie non ti abbandonano mai.

«La guerra è per sempre. Non si guarisce dalla guerra.»

Inviato in Ucraina per raccontare quanto accade nel Donbass, Scavo arriva a Kiev il 22 febbraio 2022. Il giorno palindromo, dove inizio e fine coincidono. E l’inizio del suo viaggio coincide con la fine della pace per la capitale ucraina

Una guerra assurda, come tutte le altre, strumentale e strumentalizzata per scopi economici, politici e geopolitici da ambole parti.

La guerra di secessione nel Donbass esplode nel 2014, allorquando le repubbliche di Donetsk e Lugansk rivendicano la loro autonomia da Kiev. Repubbliche nate dopo le manifestazioni di militanti filorussi in opposizione al governo filo-occidentale insediatosi in seguito alle rivolte popolari dell’Euromaidan a Kiev. 

Le parti si scambiano accuse, ma i 70mila cittadini del Donbass che, secondo stime ufficiali russe, in un solo fine settimana sono stati aiutati dalle forze di Mosca a raggiungere l’area di Rostov, sono la prova di un’insanabile distanza da Kiev. La medesima che gli ucraini filo-occidentali vogliono prendere da Mosca. Per certo il governo di Kiev lo vuole.

Ricorda Scavo che non sono solo i russofoni ad essere insofferenti verso il governo di Kiev. Dalla caduta dell’Unione Sovietica le disparità fra centro e periferia non sono mai state appianate. Ancora oggi, se nella capitale il reddito medio mensile è di quasi 700 euro, nel Donbass non arriva a 300. Fare leva sul disagio economico delle periferie e sulla corruzione dilagante ha consentito al Cremlino di costruire, pian piano, il successo dei leader indipendentisti e la disaffezione al governo centrale. Il possibile allargamento della Nato poi ha rappresentato il pretesto perfetto per passare all’azione. 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, al pari di altri Paesi, anche l’Ucraina ha conquistato l’indipendenza. Dal 1923 al 1991, è stata una delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ricoprendo il ruolo fondamentale di «granaio dell’URSS». Dopo l’indipendenza, la relazione tra Mosca e Kiev è stata travagliata e ondivaga, a causa dell’alternanza di governi filorussi e altri più vicini all’Occidente, in particolare quelli di Juščenko e quello attuale di Zelensky.

Negli ultimi anni, l’Ucraina ha ricevuto il supporto militare del fronte occidentale (2.7 miliardi di dollari gli aiuti ricevuti dagli USA dal 2014), riaccendendo le preoccupazioni russe di fronte a un suo ulteriore avvicinamento alla NATO.1

La situazione a Kiev precipita nel giro di poche ore. Bisogna evacuare anche gli hotel dove stazionano i giornalisti. Grazie all’aiuto dei funzionari dell’ambasciata italiana, Scavo e gli altri colleghi riescono a trovare un modo per spostarsi in un altro luogo sicuro eppure, proprio nel momento della partenza, accade qualcosa di apparentemente inspiegabile. 

I due agenti della guardia nazionale ucraina, incaricati di proteggere l’ambasciata e di portarli al sicuro sono scappati e in più, prima di fuggire, hanno spezzato la chiave del veicolo all’interno del sistema di avviamento. Le motivazioni di questo gesto sono ovviamente sconosciute ma Scavo riferisce che i militari italiani hanno avanzato l’ipotesi che il gesto sia stato motivato dalla speranza che i cecchini russi li colpissero, in modo da sollevare fin dalle prime ore di guerra un caso internazionale contro Putin.

L’Ucraina accusa le forze russe di «crimini di guerra» affermando di raccogliere prove da sottoporre alla Corte penale internazionale.

Mosca risponde annunciando di aver preparato un fascicolo fotografico con le prove del «genocidio» nel Donbass.

Una guerra di piombo e propaganda.

Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza dell’Onu del 5 aprile 2022, Zelensky ha chiesto, per quanto accaduto a Bucha, il «processo per crimini di guerra», evocando il «Tribunale di Norimberga», nonché «la rimozione» della Russia dal Consiglio di sicurezza. 

L’ambasciatrice statunitense all’Onu ha subito dichiarato la piena solidarietà per «questo brutale attacco alla vostra sovranità, democrazia e libertà».2

Il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, già il 2 marzo 2022 ha annunciato di aver aperto un’indagine sulla situazione in Ucraina, per tutti gli atti commessi da chiunque in qualunque parte del territorio a partire dal 21 novembre 2013, assicurando che l’indagine sarà condotta in «modo obiettivo e indipendente».

L’Ucraina non è un Paese membro, ma dal 2014 ha accettato la giurisdizione della corte. Mosca ha ritirato la sua firma dallo Statuto di Roma, il Trattato fondatore della Corte penale internazionale, che può raggiungere i russi solo se arrestati sul territorio di uno stato che rispetta la sua giurisdizione. Gli Stati Uniti non sono parte della Convenzione di Roma.3

L’Ucraina è ormai un Paese in guerra e dal quale tutti cercano di fuggire. Ma a farlo sono soprattutto donne, bambini e fragili perché agli uomini in età utile per combattere è proibito. Ma, sottolinea Scavo, la fuga dall’Ucraina non è per tutti anche e soprattutto per un altro triste motivo.

Se infatti i cittadini bianchi vengono fatti transitare alla frontiera con la Polonia senza troppe lungaggini, al contrario vengono rinchiusi in vere e proprie gabbie gli stranieri di colore. Una discriminazione denunciata anche dallo stesso governo di Kiev, che avrebbe chiesto una evacuazione inclusiva dei civili.

Ma la Storia purtroppo è sempre la stessa.

Quando nel 2020 lungo il confine terrestre tra Grecia e Turchia i profughi bloccati alla frontiera «sobillati da Erdogăn, inscenarono una guerriglia per entrare nel territorio dell’Unione Europea», si scontrarono con Bruxelles che mobilitò diplomazia e risorse per respingere afghani e siriani. Eppure essi scappavano dalle stesse bombe che oggi vengono sganciate sull’Ucraina. I siriani poi, ricorda Scavo, scappavano proprio dalle bombe a grappolo scaricate dai bombardieri russi. A Kiev «i superstiti suscitano empatia nell’opinione pubblica europea. Ad Aleppo no».

Il 3 marzo 2022, Nello Scavo lascia l’Ucraina, dopo aver impiegato ventisette ore per percorrere i trecento chilometri che separano Kiev dal confine con la Moldavia. Fino al giorno prima è stato nella residenza dell’ambasciatore italiano, il quale ha accolto tutti, compresi decine di italiani con i loro neonati, «tutti figli dell’utero in affitto». 

Secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (UNHCR-ACNUR), un milione di persone sono fuggite dall’Ucraina in una sola settimana, circa 150mila al giorno. 

Al 6 maggio 2022 le stime parlavano di 5.4 milioni. Per la maggiore sono donne e bambini. Oltre 13mila minori non accompagnati oppure separati dalle famiglie. Lo spettro della tratta di esseri umani preoccupa non poco.

Dopo lo scoppio della guerra centinaia di pullman e volontari si sono precipitati in Polonia, al confine, per soccorrere i profughi. In mezzo a loro si sono infiltrati anche i malintenzionati. Giovan Battista Cicchetti Marchegiani – Presidente R.O.E. Protezione Civile – sottolinea come lì, soprattutto nei primi giorni, fosse “terra di nessuno”, «sono arrivate persone che avevano fedine penali non pulite. Italiani. Zona dell’Adriatico, avevano precedenti, lo sfruttamento della prostituzione. Proprio volevano scegliere donne. Addirittura, come se fossimo a un mercato».4

Alcune donne hanno raccontato che, durante il tragitto, si sono fatti avanti dei tizi, anche anziani, per offrire un passaggio o un tetto per la notte. Qualche volta è andata a finire come in ogni guerra: «Hanno allungato le mani promettendo denaro e un viatico facile per donne e bambini». La notizia viene confermata a Scavo da fonti diverse sui due lati, in Ucraina e in Moldavia.

Dal 12 maggio 2022 è attiva la piattaforma di Anti-Trafficking dell’Ue volta ad attuare il Piano comune di contrasto della tratta di esseri umani e sostenere le potenziali vittime tra coloro che fuggono dalla guerra in Ucraina.5

Numerose sono le segnalazioni di discriminazione e persino di violenza contro i cittadini provenienti da paesi terzi dell’Africa e dell’Asia meridionale e di altri gruppi etnici minoritari, compresa la popolazione rom.

Oltre ai civili, anche il personale dell’UNHCR è stato coinvolto nei combattimenti. Per Nello Scavo il messaggio che vuol dare Mosca è chiaro: in Ucraina nessuno deve sentirsi al sicuro. Per certo neanche i giornalisti possono farlo. I reporter uccisi sono già sei agli inizi di marzo, decine quelli feriti. E poi ci sono i giornalisti rapiti e torturati.

La mente dell’autore ritorna a Sarajevo, dove i cecchini puntavano le proprie armi sui reporter facendo della loro uccisione un trofeo di guerra. Anche i giornalisti caduti in Ucraina erano perfettamente riconoscibili eppure i colpi di mortaio e quelli dei tiratori scelti non li hanno risparmiati. Bisogna comunque ricordare con Scavo che, anche prima degli scontri, non è che l’Ucraina fosse proprio il regno della stampa libera. Nel Rapporto annuale di Reporter senza frontiere, Kiev si colloca alla posizione 97 su 180 Paesi. La guerra poi, come sempre, inasprisce e peggiora ogni cosa.

«I caduti per la libertà d’informazione sono una terribile costante di tutti i recenti conflitti. Ma qui vengono eliminati da forze regolari, non da bande di miliziani».

Il libro di Nello Scavo Kiev è un resoconto giornaliero, dettagliato e sconvolgente, di quanto accade a un inviato in zone di guerra. Di ciò che osserva, che gli viene riferito, che ricorda e di come poi tutto ciò condiziona la sua mente e il suo cuore. Il distacco totale non può esistere in queste situazioni, se non nell’imparzialità, fondamentale, delle notizie riportate. Ma la persona, beh quella rimane innegabilmente condizionata, impressionata, impaurita, addolorata. Cambiata.

L’aver scelto di lasciare la forma degli appunti sul campo risulta fuor di dubbio ottimale per rendere il lettore in qualche modo partecipe di quanto l’autore scrive, di quanto ha scritto quando si trovava lì e in quel preciso momento entrava in un rifugio, si metteva al riparo da un bombardamento, cercava ristoro per aver trovato un nuovo luogo sicuro, almeno per quel momento. 

Ci sono degli aspetti seri e gravi del lavoro da inviato che spesso tendono a sfuggire o a essere accantonati, dimenticati cedendo all’errore che la guerra sia quella raccontata dalle parole o dalle immagini e video. Scavo ricorda al lettore che la guerra invece è quella che si combatte sul campo, che distrugge e uccide, vite e innocenti, luoghi e Storia. Aiutandoci a ricordarne l’assurdità oltre che l’atrocità.

E in questi giorni Nello Scavo si è recato nuovamente in Ucraina per raccontarli.


Il libro

Nello Scavo, Kiev, Garzanti, Milano, 2022.

L’autore

Nello Scavo: È inviato speciale di «Avvenire». Negli anni ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale.


1 ISPI- Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Speciale Russia-Ucraina: 10 mappe per capire il conflitto, 10 marzo 2022, consultabile online: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-russia-ucraina-10-mappe-capire-il-conflitto-33483

2https://www.rainews.it/articoli/2022/04/volodymyr-zelensky-al-consiglio-di-sicurezza-dellonu-via-il-potere-di-veto-alla-russia–606c970f-3bb1-4fc2-b1a6-f0376ccec332.html

3https://www.agi.it/estero/news/2022-03-03/ucraina-tribuanle-aja-aperta-indagine-per-crimini-guerra-15849932/

4Claudia Di Pasquale, Umanità a due facce, servizio per Report, puntata del 30 maggio 2022, consultabile online: https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Umanita-a-due-facce-9a468191-7ee8-49ed-8b2a-87b39c962776.html

5https://ec.europa.eu/home-affairs/policies/migration-and-asylum/migration-management/migration-management-welcoming-refugees-ukraine_en#solidarity-platform



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Garzanti Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro e la mappa Nato, credits www.pixabay.com


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È mai davvero esistita la fine del colonialismo?

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Il colonialismo è mai davvero finito, oppure è stato semplicemente adattato ai tempi? Trovare una risposta a questa domanda è molto più complesso di come si potrebbe immaginare, perché quando si parla di colonialismo, pur ignorandolo, ci si riferisce a un qualcosa che va ben oltre la conquista e il possesso di territori e beni. 

Per Georges Balandier, il post-coloniale non consiste nella cancellazione del coloniale, ma solo delle sue forme più apparenti. La società coloniale, fondata sulla dominazione, è inseparabile dalla società colonizzata, oggetto della dominazione. 

Oltre che dalla messa in rapporto delle differenze culturali, la situazione coloniale nasce dagli scarti stabiliti fra i suoi elementi costitutivi e dalla logica inegualitaria che ne organizza le relazioni.

Dal punto di vista formale, queste relazioni si stabiliscono tra una minoranza demografica costituita in maggioranza sociologica dalla dominazione che esercita, cioè la società coloniale, e una maggioranza demografica ridotta allo stato di minoranza sociologica, che è poi la società colonizzata. 

Quando le nazioni europee si sono imposte ai popoli cosiddetti «arretrati», li hanno stupefatti con la loro potenza tecnica e ricchezza; alcuni di questi popoli hanno subito sviluppato una sorta di complesso di inferiorità tecnologico.

Il consolidamento delle economie coloniali ha rovinato le rudimentali industrie locali, anche quelle asiatiche che avevano conosciuto una certa prosperità, lasciando sopravvivere solo un commercio di tratta che sottrae ricchezze naturali in cambio di un flusso di mercanzie. Per ottenere queste ultime, le quali hanno sempre più un ruolo importante per la sua esistenza, il colonizzato si lega progressivamente alla società coloniale, che diventa simbolo della sua dipendenza e indigenza. 

La sempre più urgente necessità di avere un sistema economico reale che garantisca un generale innalzamento del tenore di vita si è andata affermando in presenza di potenze coloniali tutrici rimaste sempre riluttanti. 

Quasi paradossalmente, anche i flussi migratori dalle ex-colonie verso gli ex-paesi colonizzatori sono un altro modo di mantenere le relazioni

La colonizzazione infatti ha potuto beneficiare, ricorda Balandier, dell’esistenza del bisogno di dipendenza. 

Nei casi più estremi, quelli dei popoli con meno resistenza socio-culturale, come avvenuto in gran parte dell’Africa nera, gli sconvolgimenti sono stati profondi e l’equilibrio tradizionale è stato radicalmente alterato. 

La conseguenza di queste trasformazioni, e di politiche coloniali che hanno voluto sostituire, limitare o sedurre le autorità tradizionali, ha portato alla rottura dei vecchi rapporti di dipendenza e di sottomissione. L’origine dell’autorità e del potere è stata trasferita, resa estranea. 

La dipendenza del mondo arabo dall’Occidente ha condotto a una decadenza dell’Islam, anche se poi gli elementi più occidentalizzati dei paesi arabi hanno indotto reazioni popolari di purismo musulmano, violento e passionale, spiegando così, almeno in parte, gli antagonismi che dividono le nazioni arabe e le azioni/reazioni verso il mondo occidentale.1

Gli studi cui si fa riferimento sono iniziati nella seconda metà del Novecento, non potevano sapere ma sembra abbiano saputo prevedere gli scontri e le derive che queste insofferenze hanno poi generato sul limitare del nuovo Millennio. Una vera e propria esplosione di rabbia e insofferenza che va dalle innumerevoli guerre civili nel continente africano, alle Primavere arabe e i troppi movimenti estremisti che hanno mescolato e fuso tradizione, religione e jihad.

La natura stessa delle reazioni suscitate dai rapporti o relazioni è legata al processo dominante.

In alcuni contesti, i problemi essenziali sembrerebbero di natura culturale – come per esempio in Africa Equatoriale -, attirando così l’attenzione quasi esclusiva degli antropologi.

In altri, si manifestano tensioni nelle relazioni razziali – come in Sudafrica – o problemi politici, come nei nazionalismi asiatici e africani, e allora l’interesse diventa un po’ più generalizzato. 

Su tutti comunque pesa la «psicologia particolare dei colonizzati» e il loro bisogno di dipendenza, nonché ovviamente l’atteggiamento predatorio dei colonizzatori. 

La società colonizzata può essere considerata come una società alienata, più o meno influenzata nella sua organizzazione socio-culturale a seconda della capacità di resistenza: tanto più è sottomessa alla pressione della società dominante e straniera tanto più è degradata.

Nella gran parte delle regioni sudafricane, l’arrivo degli europei e l’insieme dei cambiamenti che innescò ebbe l’effetto di scatenare una violenta conflittualità interna. Una situazione generata anche dalla perdita dei punti di riferimento originari. La forte emigrazione, per esempio, ebbe come conseguenza diretta un profondo indebolimento del tessuto familiare e sociale che portò a un declino pressoché totale del settore agricolo. 

Spesso gli osservatori europei hanno insistito sulla intrinseca fragilità delle democrazie africane, apparentemente incapaci di raggiungere un adeguato livello di maturazione. Invece questi fenomeni, apparsi in un primo momento nel mondo coloniale e post-coloniale, stanno progressivamente investendo anche le democrazie occidentali. Si diffondono a macchia d’olio nei paesi del Nord sempre più alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, dove la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. Dove si registra un continuo e progressivo indebolimento del tessuto sociale ed economico. 

Come hanno ben compreso molti investitori internazionali, non da ultimi i cinesi, l’Africa è entrata in una fase totalmente nuova in cui lo sviluppo dei suoi mercati sta aprendo enormi possibilità economiche. Ma questa trasformazione continua a essere percepita da molti come una mera imitazione dello sviluppo occidentale. Liberandoci di questa prospettiva ottocentesca, si scopre invece che i fenomeni osservabili in Africa sembrerebbero addirittura anticipare e non seguire taluni processi che stanno investendo l’Europa e il Nordamerica. 

Il Nord globale sta assumendo alcuni dei tratti un tempo caratteristici del Terzo Mondo, come la crescente diversità interna, la conflittualità su base etnica e razziale, l’aumento di povertà e disuguaglianza, la crescita degli insediamenti informali e di una gioventù sotto-proletarizzata. L’Africa, a quanto pare, sta diventando una condizione globale.2

L’Europa e l’Occidente tutto volutamente hanno diffuso l’idea di essere emblema di civiltà, progresso, benessere e cultura. I flussi migratori rispecchiano anche la volontà che in tanti manifestano di raggiungere proprio civiltà, progresso, benessere, cultura. Abbiamo già visto come i legami, o meglio le relazioni di dipendenza con gli stati ex-coloniali permangono e persistono anche allorquando si affermi l’avvenuto abbandono del sistema coloniale. 

Tuttavia in tempi recenti si assiste a un qualcosa che definire paradossale è assolutamente riduttivo.

Rwanda e Gran Bretagna hanno siglato un accordo in base al quale, a partire dal 14 giugno 2022, saranno trasferiti nel Paese africano una parte degli immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa che si decida sulle loro richieste di asilo. 

L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha subito espresso la sua forte opposizione al piano britannico perché «le persone in fuga da guerre e perseguitate meritano compassione ed empatia. Non dovrebbero essere scambiate come fossero merci e trasferite all’estero in attesa dell’esito delle loro richieste di asilo politico»3

Per il primo ministro inglese si tratta di una misura per scoraggiare l’immigrazione illegale attraverso il Canale della Manica, percorso quotidianamente da barchini e gommoni. Una misura volta a minare la forza dei trafficanti di esseri umani. 

E pensare che c’è stato un tempo, mai troppo lontano, nel quale non barchini ma navi e bastimenti partivano carichi di esseri umani e procedevano con la rotta inversa, ovvero dall’Africa verso il Nuovo Mondo, che trafficanti olandesi, francesi e inglesi trasportavano in catene. L’isola di Gorée, da cui partivano, è Patrimonio UNESCO dell’Umanità dal 1978.

(Fonte: Mondadori Education)

Una stima approssimativa ma significativa ricordava che i territori coloniali coprivano, all’epoca, un terzo della superficie del globo, e che settecento milioni dei due miliardi di abitanti totali era costituito da popoli assoggettati.4

Ecco perché, per Georges Balandier, qualsiasi studio delle società colonizzate, volto a una conoscenza della realtà contemporanea e non una ricostruzione di carattere storico, e mirato a una comprensione che non sacrifichi la specificità per la comodità di una schematizzazione dogmatica, può essere condotto solo facendo riferimento alla complessità di ciò che viene chiamata situazione coloniale.

Un’epoca caratterizzata dall’urgenza e dalla gravità di due tipologie di problemi che si impongono alle nazioni capitaliste e coloniali: 

  • Quelli legati alle pressioni esercitate dai proletari.
  • Quelli nati dall’ascesa dei popoli colonizzati e dipendenti (rising nations).5

D’altra parte, si potrebbero mettere in connessione i due fenomeni utilizzando l’espressione dello storico Arnold J. Toynbee, di proletari «interni» ed «esterni» i cui problemi conseguono dalla reazione alla dominazione subita e dalla lotta per il riconoscimento.

All’arrivo dei tedeschi, sul limitare del XIX secolo, la società e la monarchia ruandesi erano un sistema feudale in piena evoluzione. I colonizzatori si limitarono inizialmente a congelare la situazione preesistente. Anche il Belgio dapprima attuò una forma di governo indiretto, ma poi manovrò per scaricare il malcontento sul prestigio della monarchia feudale, attuando de facto una separazione tra il re e i capi collina. L’intervento europeo sulla società feudale del Rwanda aveva trasformato i rapporti sociali, indurendoli attraverso gerarchie d’importazione e contribuendo in maniera cospicua alla loro razzializzazione.6

Gli hutu erano circa l’84 per cento della popolazione, i tutsi il 14 e il restante 1 per cento era composto da twa pigmei. 

Una ricerca condotta a Bruxelles tra il 2001 e il 2003 presso le comunità di rifugiati ed esuli ruandesi ha mostrato come la questione identitaria sia stata ulteriormente acutizzata proprio a causa della condizione di popolo in diaspora.7

In Rwanda invece la presidenza Kagame ha sempre dichiarato di voler sopprimere l’appartenenza etnica, in linea con le idee di nazionalismo africano convenzionale, che condivide e condivideva con quello più radicale la volontà di de-razzializzare le istituzioni, lo Stato e il diritto.8

(Memoriale della schiavitù a Rotterdam)

«Detesto il confinamento. La scelta di un mestiere che mi ha portato alla scoperta di culture differenti, alla conoscenza di come gli altri esprimono altrimenti la loro presenza al mondo e l’appartenenza al divenire storico, mi ha permesso di uscire dal recinto della mia cultura.»9

Balandier è stato promotore di un’antropologia sensibile alle dinamiche del cambiamento e di una sociologia attenta alle nazioni ex-colonizzate, come anche osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee. 

Mai come i primi venti anni del nuovo Millennio in Europa la prosperità è stata così alta e diffusa e vi è stata tanta pace. Eppure, mai come in questo periodo, vi è stato un sentimento così diffuso, profondo e cupo di pessimismo per il futuro. 

Perché l’Occidente si sente perduto?

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. Fino a tempi recenti, gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 ma, negli ultimi due decenni, la situazione si è invertita. Nel 2015 le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31.5 per cento, mentre quelle degli E7 per il 36.3 per cento. Il Resto del mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione. Ora, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto oppure non vi abbia dato importanza? 

Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente non ha bisogno di essere bombardato.10

Insoddisfatto rispetto all’etnologia classica francese, per la sua inclinazione a studiare le società indigene come astratte rispetto al contesto coloniale in cui sono immerse, Balandier si distanzia anche da quelle tradizioni statunitensi e britanniche del primo dopoguerra, che pure hanno iniziato a mostrare interesse per le problematiche generate dall’incontro e dalla coabitazione di culture diverse. Egli rivendica l’importanza di studiare la dimensione macro delle relazioni inter-societarie, oltre che quella microscopica delle interazioni fra colonizzatori e colonizzati all’interno di circostanze specifiche.

Balandier ha dichiarato il suo stupore allorquando ha visitato in prima persona i possedimenti francesi, prima in Senegal e poi in Guinea, affermando di aver scoperto l’indigenza assoluta, i tropici senza la mascherina dell’esotismo, la colonia senza le decorazioni della potenza.

Ma poi è arrivato il momento anche per la potenza di essere guardata senza più il confronto con il primitivo

La situazione coloniale, generata dall’espansione europea su buona parte del globo, ha unito società eterogenee. Il processo spezza dall’interno la società colonizzata, che si riorganizza secondo un principio di prossimità e distanza dei vari gruppi indigeni – per cultura, abitudini e stile di vita – dal modello di umanità superiore che i colonizzatori si arrogano il diritto di impersonare. 

L’incontro tra culture eterogenee non ha modificato e stravolto solo gli Stati colonizzati ma anche quelli colonizzatori, nel breve e lungo periodo. Comprendere quindi le dinamiche di quell’ampio e variegato fenomeno noto come “situazione coloniale” è necessario non solo per conoscere la Storia ma, soprattutto, per comprendere il presente e le sue spesso incomprensibili dinamiche. 

Soprattutto in Africa Equatoriale, Balandier è stato fra i tecnici le cui competenze avrebbero dovuto ispirare la trasformazione guidata delle società indigene, si trova poi, rientrato nel contesto metropolitano, ad ampliare la portata teorica delle intuizioni consegnateli dalle ricerche africane. I suoi interessi scivolano dalla riflessione sul colonialismo a quella sullo sviluppo, un termine centrale sia rispetto al discorso coloniale che a quello anti-coloniale.11

Balandier ha iniziato la riflessione sui rapporti fra società differenti dal punto di vista tecnico, economico e culturale considerando la situazione coloniale perché la dipendenza è una caratteristica della colonizzazione che si può riscontrare anche quando, senza una presa di possesso territoriale, una società interferisce dall’esterno con le dinamiche interne di un’altra. E il quadro delle ingerenze senza un reale possesso territoriale sembra rappresentare tutto il periodo, indicato come post-colonialismo, che giunge fino ad oggi. 

La decolonizzazione, riallineando gli equilibri mondiali, ha generato nuovi condizionamenti in un clima di tensione crescente fra le superpotenze della Guerra Fredda.

I poteri imperiali europei, così come gli Stati Uniti, favoriscono i regimi che si oppongono al comunismo cercando al contempo di preservare le relazioni economiche coloniali. Confondendo il nazionalismo radicale con il comunismo e immaginando coinvolgimenti sovietici ovunque, hanno sponsorizzato attori locali che abbiano accettato la presenza di basi occidentali sul territorio.

Con meno risorse, l’Unione Sovietica ha sostenuto regimi espressisi in favore del socialismo scientifico e di un modello di sviluppo sovietico, così da rispondere al consolidamento della presenza occidentale e al coinvolgimento cinese con l’Africa.12

Nella fine della Guerra Fredda poi l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando. La vittoria non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica, ovvero di uno Stato che, mentre il suo nemico “vincente” gongolava, si è pian piano ripreso fino a tornare a occupare il posto che aveva come potenza a livello mondiale. La fine della Guerra Fredda non è stato altro che la svolta verso una nuova fase storica.13

Sia per gli attori esterni che per quelli interni, la parola chiave è modernizzazione, un processo guidato di trasformazione tecnologico-sociale che avrebbe dovuto portare gli ex-colonizzati ad acquisire gli standard e gli stili di vita degli ex-colonizzatori, migliorando la condizione complessiva dell’umanità. 

Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.14 Lo stesso andrebbe quindi fatto per le economie di Terzo e Quarto mondo.

Ma Balandier considerava i costi umani e le conseguenze socio-politiche delle transizioni modernizzatrici troppo spesso imprevedibili, così come le nuove diseguaglianze che si profilano al superamento delle precedenti. 

Agli inizi del Nuovo Millennio l’approccio teorico di Balandier conosce, in Francia, una nuova fortunata stagione, la quale è coincisa con la risposta violenta del governo alla mobilitazione dei Sans-Papiers, ovvero gli immigrati dalle ex-colonie francesi con titoli di soggiorno ambigui perché il Paese ha progressivamente ristretto le sue politiche di immigrazione e acquisizione della cittadinanza. Una dura repressione che anima un acceso dibattito sul «debito di sangue» che la nazione ha contratto con i Tirailleurs Sénégalais, un corpo di fanteria composto da reclute forzate inizialmente dal Senegal e dal Mali e poi dall’intera Africa sub-sahariana francese,15 utilizzato tanto nelle colonie quanto in Europa durante le due guerre mondiali.

Poi nell’ottobre e novembre del 2005, le rivolte giovanili nelle periferie delle principali città francesi, danno voce a un disagio pluri-decennale mai seriamente affrontato: dietro la pretesa di un’assimilazione a partire dall’erosione di pratiche culturali pre-esistenti, l’integrazione alla francese ha mascherato la riproduzione e il rafforzamento di tratti culturali e razziali percepiti come inaccettabili rispetto all’assetto repubblicano.16

È significativo nelle circostanze che la proclamazione dello stato di emergenza per fermare l’ondata di violenza si appoggi alla legislazione utilizzata dal 1955 per sedare le proteste contro la Guerra d’Algeria (1954-1962). L’allora Ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, etichetta i rivoltosi come racaille, ossia feccia, un’evocazione del vocabolario razzializzante coloniale, mentre larghe sezioni dell’opinione pubblica, convinte che il colonialismo non riguarda la loro Francia, ritengono i partecipanti alle proteste indegni di essere o diventare Francesi.17

La decolonizzazione ha generato una frattura nel senso di sé delle ex-potenze coloniali, trasformandole da leader auto-proclamati della storia globale ad attori come gli altri. Il baricentro della situazione coloniale si è spostato, attraverso l’immigrazione, nelle periferie delle ex-metropoli imperiali, dove il pluralismo culturale e sociale generato interiorizza, a dispetto della possibilità di altri linguaggi e dinamiche culturali, modelli coloniali. 

Per capire e giudicare un’epoca, secondo Balandier, occorre porsi dal punto di vista di coloro che l’hanno vissuta, capire tanto le circostanze quanto le conseguenze delle scelte compiute e delle decisioni prese sul piano personale e professionale. 

Egli ritiene che, oltre a constatare ed esporre criticamente l’eredità coloniale francese, si debba continuare la lotta per «creare l’attuale altrimenti».18

«La ripetizione di formule passate, di saper-fare trascorsi, non è più sufficiente. Per avere accesso a una democrazia condivisa, è soprattutto necessario aprirla alle differenze così da sigillarla rispetto a dinamiche di dominazione oltre che esclusive, funeste».

I saggi di questa raccolta, come l’intera opera di Balandier sono straordinariamente attuali. È interessante e, per certi versi, sorprendente notare quanto la sua ricerca, al pari di quelle di tanti altri studiosi capaci di liberarsi dai preconcetti e dai pregiudizi, sia riuscita a vedere e a prevedere le società, colonizzate e colonizzatrici, e a seguirne le varie evoluzioni. Un lavoro straordinario.


Il libro

Georges Balandier, La situazione coloniale e altri saggi, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Traduzione e introduzione di Alice Bellagamba e Rita Finco. 

Titolo originale: La situation coloniale: Approche théorique, Cahiers Internationaux de Sociologie, Paris, 1951.

L’autore

Georges Balandier: È stato uno dei massimi esponenti della ricerca antropologica francese. Intellettuale critico, pioniere della ricerca africanista e ideatore della nozione di «Terzo Mondo», è stato promotore di una prospettiva metodologica sensibile alle dinamiche del cambiamento, nonché osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee.


1H.A.R. Gibb, La réaction contre la culture occidentale dans le Proche.Orient, in «Monde d’Orient», Editions Maisonneuve et Co, Paris, 1951; R. Montagne, Naissance du prolétariat marocain, in Cahiers de l’Afrique et en l’Asie, Vol. III, I Trimestre, Paris, 1952.

2Jean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo. Ovvero, come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.

3È quanto si legge in un tweet di UNHCR, the UN Refugee Agency del 14 aprile 2022 consultabile al seguente link: https://twitter.com/Refugees/status/1514699018500292617/photo/1

4R. Kennedy, The Colonial Crisis and the Future, in R. Linton, ed., The Science of Man in the World Crisis, Comulbia University Press, New York, 1945.

5J. Obrebski, The Sociology of Rising, in «International Social Science Bulletin», Unesco, Vol. III, n° 2, 1951.

6M. Giro, Guerre Nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020.

7C. Pratesi Innocenti, Ibuka. Pratiche, politiche e rituali commemorativi della diaspora ruandese, Annuario di Antropologia 5, 2005.

8S. Bellucci, Africa contemporanea. Politica, cultura, istituzioni a sud del Sahara, Carocci Editore, Roma, 2010.

9G. Balandier, Conjugaisons, Fayard, Paris, 1997.

10K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

11J. Copans, Georges Balandier. Un anthropologue en première ligne, Presses Universitaires de France, Paris, 2014.

12A. Bellagamba e R. Finco, La situazione coloniale e altri saggi di Georges Balandier (introduzione al libro), Meltemi Editore, Milano, 2022.

13K- Mahbubani, op. cit.

14J. E. Stiglitz e B. C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018.

15G. Mann, Immigrants and Arguments in France and West Africa, in «Comparative Studies in Society and History», Vol. XLV, n° 2, 2003.

16F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deceptions of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and African Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009.

17A. Stoler, Colonial Aphasia: Race and Disabled Histories in France, in «Public Culture», Vol. XXIII, n° 1, 2011; F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deception of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and the Africa Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009; A. Mbembe, Faut-il provincialiser la France?, in «Politique africaine», n° 119, 2010.

18C. Coquery-Vidrovitch, Hommage à Georges Balandier, in «Presence Africane», n° 194, 2016.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro e la mappa coloniale, credits www.pixabay.com


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Tutti colpevoli: “Putin” di Nicolai Lilin

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Stando ai dati forniti forniti da ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), una parte sostanziale del nostro pianeta è impegnata in una qualche forma di conflitto che coinvolge forze statali o ribelli, o entrambe. 

Eppure, se fino al 23 febbraio 2022 in tutto l’Occidente nessuno o quasi parlava di conflitti e di guerra, impegnati come si era ancora nel “combattere” la pandemia o quel che ne restava, dal 24 febbraio 2022 praticamente non si parla d’altro. Perché?

È ormai cosa nota che il conflitto russo-ucraino ha avuto origine ben prima che iniziassero i bombardamenti anche sulla capitale Kiev. Inoltre sono in tanti ad affermare di aver previsto gli eventi in corso. Tra essi anche Nicolai Lilin, scrittore russo di origini siberiane, autore di Putin. L’ultimo zar da San Pietroburgo all’Ucraina (Piemme, 2022), il quale dà anche una possibile motivazione all’interesse verso questa determinata guerra che non è più solo un’idea o un argomento da salotto, bensì un conflitto armato alle porte d’Europa. 

Quindi è la vicinanza geografica a determinare l’interesse?

Le domande sono tante, come pure le risposte ma il vero problema risiede, per Lilin, nei presupposti sbagliati da cui si parte per analizzare quanto accade. Senza rendercene conto, il nostro modo di ragionare dipende da fattori legati alla nostra storia, cultura, tradizione. E spesso noi occidentali diamo per scontata una serie di concetti che non lo sono, perché a est, nel mondo orientale, i valori di riferimento sono altri, sono diversi. 

Per capire cosa effettivamente sta accadendo, Nicolai Lilin consiglia di mettere in fila e analizzare tutti gli argomenti utili a una disamina obiettiva, che cerchi di tenere presente la storia di Russia e Ucraina, le ambizioni geopolitiche ed economiche, il profilo dei leader che guidano i due paesi. 

Non ci sono dubbi sul fatto che l’Ucraina è un paese sovrano che avrebbe il diritto di scegliere il futuro che vuole. Neanche Lilin ha dubbi al riguardo. Come non ne nutre in merito al fatto che quanto sta accadendo, in una forma finale di abbrutimento, sia colpa di tutti non soltanto di Putin o della Russia. Sono tutti colpevoli, e responsabili. Tranne i civili, che sono gli unici innocenti in questa vicenda.

Per l’autore, dalla Guerra Fredda sono cambiate molte cose, ma l’Occidente non ha adeguato il suo spirito di osservazione alla nuova realtà putiniana. Se lo avesse fatto, avrebbe compreso per tempo le intenzioni di Putin, che erano chiare da tempo, e avrebbe, forse, potuto evitarle, fermarle, rallentarle. 

Vladimir Putin aveva deciso da un pezzo l’attacco all’Ucraina. Servono anni per preparare un’operazione di questo tipo – che ha l’obiettivo di smilitarizzare il paese -, scegliere le unità militari e disporre gli schieramenti.

Le esercitazioni militari congiunte tra Russia e Bielorussia avvenute in passato avevano per Lilin una doppia utilità:

  • Per l’esercito e i militari è stato un modo per provare sul terreno l’efficacia dei propri reparti, la logistica e la comunicazione.
  • Per la geopolitica internazionale era un chiaro segnale all’Occidente.

Non possono essere sfuggiti questi segnali. Di certo sono stati carpiti da Zelenskij che è sembrato il più preparato tra i leader occidentali.

Si chiede Lilin cosa esattamente l’Occidente non capisce, o non vuole comprendere del mondo russo.

Domande simili a quelle poste già da Giulietto Chiesa, il quale in Putinofobia (Piemme, 2016) raccontava della peculiarità tutta russa di essere un po’ Occidente e un po’ Oriente, e proprio per questo criptico e indecifrabile per gli occidentali. Inoltre, ogni volta che la Russia diventa più asiatica, l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi. 

In entrambi i fronti le diplomazie sono state carenti, volutamente per Lilin. Da otto anni non si affrontano le questioni di fondo della vita delle persone nel Donbass, dove si contano oltre 14mila morti. 

Perché oggi si contano tutti i morti e se ne mostrano anche le immagini mentre fino a ieri ciò non sembrava interessare nessuno? 

Certo è che la guerra non produce alcuna soluzione. 

La Russia ha aggredito l’Ucraina, ma ognuna delle parti in causa non ha scongiurato l’escalation. 

Si potrebbe anche asserire semplicemente, come molti fanno, che Putin sia un dittatore spregiudicato, un assassino e che i suoi soldati siano dei criminali di guerra e che, quindi, l’unica cosa che conta è aiutare l’Ucraina e il suo presidente a resistere, ad ogni costo. 

Ma come si può anche lontanamente immaginare di vincere o sconfiggere un nemico che non si conosce e non si comprende?

Ricorre spesso, nella narrazione comune, il tema delle origini di Vladimir Putin, in particolare il suo essere o essere stato un agente dell’intelligence sovietica, il KGB poi diventato FSB, di cui è stato anche direttore. 

Non è certo un segreto che i servizi, in tutti gli Stati, hanno un potere enorme, a volte abnorme, e che la loro attività sia strettamente interconnessa e interdipendente con quella di istituzioni e governi. Risulta quindi molto interessante capire, provarci almeno, perché un agente abbia poi deciso di passare al potere politico pubblico, e di farlo non nascondendo il suo passato da agente dei servizi. 

E sarebbe anche interessante conoscere e comprendere l’entità e la diffusione reale di questo fenomeno nei vari Stati, nonché le motivazioni alla base di queste scelte.

Nicolai Lilin ricorda di essere cresciuto in una scuola e una comunità multietniche. Fino al 1992, allorquando la guerra civile in Transnistria non provocò una diffusione capillare dell’odio razziale nei confronti del mondo russo e di tutti coloro che erano rimasti fedeli al modello sovietico. Un malessere che partì dalla Moldavia e si estese a diverse piccole repubbliche e regioni etniche (Cecenia, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ossezia, Armenia). 

Il partito nazionalista moldavo voleva far entrare il paese nella Nato nella convinzione che, con l’aiuto e l’appoggio degli Stati Uniti, sarebbe diventato una specie di paradiso fiscale. 

L’ambizione diffusa era allontanarsi dal sistema sovietico e avvicinarsi a quello democratico occidentale. 

Il che rispecchia un po’ quanto accaduto in quasi tutti gli Stati satellite dell’ex Unione Sovietica, Ucraina compresa.

Alcuni studiosi e biografi hanno scritto che il crollo dell’Unione Sovietica e le guerre civili da questo provocate furono alla base della fortuna politica di Putin, perché in quello che alla gente appariva come un periodo di caos e terrore, lui mostrò le proprie qualità di freddo e spietato stratega, concentrato sulla vittoria. 

Politicamente, Putin è una figura solitaria sul palcoscenico del potere in Russia. 

Il potere del Cremlino si regge non sul consenso popolare, bensì su quello di un’élite finanziaria che di fatto comanda, mentre l’apparato governativo avrebbe un ruolo strettamente funzionale agli interessi di tale élite.

Il che rimanda per sommi capi a quello che denunciavano attivisti e portavoce del Movimento Cinque Stelle della prima ora, allorquando dichiaravano insostenibile l’ingerenza delle lobby e della finanza sulle istituzioni governative e parlamentari italiane. 

Vladimir Putin non sembra mai aver avuto grandi manie di cambiamento. Per Lilin egli ha saputo sfruttare con abilità quel che nel Paese era già stato fatto prima di lui, creando però una nuova simbiosi tra il capitalismo, l’economia liberale d’ispirazione occidentale e l’impronta autoritaria dello “Stato forte”. E così tutti i mali del Paese semplicemente sono scivolati nel nuovo secolo: il potere dell’oligarchia, la corruzione, il cinismo delle élite finanziarie, l’assenza di libertà primarie quali quella di parola. 

Per quanto autoritario e forte possa apparire, Putin è pur sempre legato a un certo tipo di economia che non potrà mai davvero rivoluzionare, perché ciò metterebbe in difficoltà se stesso e il potere che rappresenta. 

Lui ha capito in fretta che l’opinione pubblica in Russia ha un’importanza relativa, mentre quella dei militari e delle strutture repressive ha un ruolo decisivo nel mantenimento e rafforzamento del potere. 

È stato solamente dopo aver costruito un solido rapporto con l’esercito, creato la Rosgvardija, stabilito un tandem vincente con la Chiesa ortodossa russa che Putin ha iniziato a dedicarsi seriamente alla politica estera. 

Per raggiungere i propri obiettivi, Putin ha investito parecchie energie, partecipando a tutti i summit internazionali importanti, sia politici che economici, nonché quelli legati al tema della sicurezza. Per Lilin, il momento cruciale è stata la Conferenza di Monaco del 2007, allorquando Putin delineò le sette tesi principali sulle quali si basa la sua politica estera:

  • Nelle relazioni internazionali non può esistere un modello unipolare.
  • Gli Stati Uniti devono smettere di imporre la propria visione politica.
  • Tutte le questioni che riguardano gli interventi militari devono essere decise soltanto dall’ONU.
  • Le iniziative politiche statunitensi sono aggressive.
  • La NATO non rispetta gli accordi internazionali.
  • L’OSCE è diventata uno strumento della NATO.
  • La Russia continuerà a impostare la propria politica estera basandosi solo sui propri interessi.

Da quel momento, la gran parte dei politici occidentali accusò Putin di essere il politico più aggressivo del mondo. Ma un proverbio siberiano recita: «Quando sono affamati, non c’è differenza tra il lupo e il cane».

Anche questa volta, come accaduto già in passato, i politici occidentali, con in testa gli Stati Uniti, hanno asserito di dover agire per scongiurare il pericolo di una guerra nucleare. Giusto. Giustissimo. Bisogna evitare assolutamente che una potenza militare arrivi ad usare qualunque tipologia di arma ma quella nucleare in particolare. 

Tutti gli hibakusha e tutte le testimonianze raccolte nel Museo memoriale della Pace di Hiroshima, in Giappone, lo urlano al mondo intero, con il loro dignitoso sussurro. 

È necessario e doveroso ricordare, sempre. Il 6 e il 9 agosto del 1945 due bombe nucleari furono sganciate ed esplosero nel cielo a 500 metri di altezza dal suolo delle due cittadine giapponesi. E a farlo sono stati gli americani, gli Stati Uniti d’America.

Ed ecco allora la verità del proverbio siberiano: nella fame, come nella guerra, non c’è differenza tra il lupo e il cane.

Nicolai Lilin afferma che è veramente difficile credere alla sincerità dei “democratici occidentali”, perché essi vedono le vittime solo quando a loro conviene, ovvero quando possono usarle per la loro ipocrita retorica propagandistica.

A onor del vero va detto che questo giudizio l’autore lo esprime in merito a delle considerazioni riguardo quanto accaduto in Siria, non riguardo l’attuale conflitto russo-ucraino.

Ma è un concetto che ben si presta, ahinoi, a una più ampia generalizzazione. 

Non da ultimo l’esser costretti ad assistere all’ammirevole e certamente umano fenomeno della pronta e solidale accoglienza dei rifugiati ucraini, ma non riuscire a non pensare quando quelle medesime frontiere vengono letteralmente blindate e spinate per scoraggiarne l’attraversamento da parte di migranti e rifugiati che evidentemente non sonoabbastanza occidentali o europei. 

Per tutti i politici e governanti occidentali l’obiettivo prioritario sembra essere quello di indebolire la Russia e soprattutto Putin, innanzitutto rinunciando alle forniture di gas.

Ma siamo davvero certi che ciò contribuirà in maniera sostanziale a salvare il popolo ucraino dall’aggressione militare russa?

Bisogna inoltre scongiurare un’aggressione russa all’Europa.

Ma siamo davvero certi che ciò sia mai stato nelle intenzioni di Vladimir Putin?

Osservando l’evoluzione dei combattimenti dal 23 febbraio ad oggi in realtà l’idea che si profila è tutt’altra. Ovvero che Putin sia ben intenzionato a mantenere il controllo sui territori russofoni dell’Ucraina. Può non essere un democratico ma Putin non è certamente uno sprovveduto o un folle in preda a un delirio. Ha un piano preciso. Lo ha sempre avuto in realtà. Ma prima di cadere noi stessi in un delirio distruttivo dovremmo forse, o avremmo dovuto, cercare di capirlo fino in fondo questo piano e comprendere al meglio chi lo porta avanti e, soprattutto, perché.

Karen Dawisha nel suo libro Putin’s Kleptocracy. Who owns Russia (Simon&Schuster, 2015) ha scritto che la Russia non va vista come una democrazia che sta per implodere, bensì come un regime che sta riuscendo a imporre il suo disegno autoritario. Il problema in Russia non è la mancanza di una cultura democratica, a mancare è proprio la volontà di instaurare una democrazia

Evidente a questo punto l’errore, di cui parla Lilin, commesso dagli occidentali che si ostinano a guardare e cercare di comprendere l’universo russo attraverso la lente interpretativa occidentale.

Putin ha mostrato di essere in grado di cavalcare gli eventi e sfruttare al meglio soprattutto i momenti drammatici della storia del suo Paese. Sperare di scalfire il suo potere e la sua popolarità proprio quando egli, agli occhi del suo Paese, porta avanti una guerra di protezione e riscatto dei cittadini russofoni dell’Ucraina è davvero utopistico.

Come lo è pensare di schiacciare l’economia russa non acquistando più quel gas che ai paesi europei al momento serve tantissimo. Il gas russo è di buona qualità e viene venduto a un costo accessibile, facile supporre che si troveranno presto nuovi acquirenti. Ma le fabbriche, le industrie, le economie dei paesi europei, già fortemente provate, riusciranno a trovare in maniera parimenti agevole nuove vie da percorrere? E in breve tempo?

Al momento la risposta è per certo negativa, considerando anche la forsennata ricerca di fornitori alternativi cui si sta assistendo. Paesi fornitori i quali, per inciso, sono governati da leader che fino al 23 febbraio 2022 erano guardati con maggiore sospetto e ostilità rispetto a Putin. Ma ora, dicono, questo non conta. E domani poi cosa accadrà?

Nicolai Lilin scrive che gli uomini del calibro di Putin, abituati al potere, conoscono molto bene il passato e a volte sono anche in grado di prevedere qualche passo nel futuro. 

Molti affermano sia un bene non avere leader simili nelle democrazie occidentali. Uomini che considerano il mondo come un grande scacchiere, che vedono guerre e conflitti come semplici mezzi utili per raggiungere i propri obiettivi. Non penso che sia così. Ci sono queste persone nell’universo occidentale, solo che possono non coincidere con i frontmen della politica. 

Spesso Nicolai Lilin viene criticato e additato come russofilo, in un’accezione evidentemente negativa e dispregiativa. Nel leggere il suo libro e nell’ascoltare alcuni dei suoi interventi televisivi in realtà non si ha l’impressione di una persona intenzionata a fare propaganda per il suo Paese, tutt’altro. 

Le sue posizioni verso il Cremlino sono molto critiche, come lo sono del resto verso i Paesi occidentali. Non si tratta però di posizioni e critiche generalizzate e immotivate, piuttosto obiezioni e valutazioni circoscritte ad accadimenti precisi. Il suo fine sembra essere valutare con la massima obiettività eventi e decisioni, indipendentemente da chi li compie. È certamente un modo di agire che evita o quantomeno riduce il rischio di posizioni scarsamente obiettive e viziate da pregiudizi e preconcetti. 

Per Lilin sono quattro gli scenari cui si potrebbe assistere riguardo l’attuale conflitto russo-ucraino:

  • Molti analisti russi pensano che il fine di Putin non sia veramente occupare militarmente l’Ucraina ma solo dimostrare che lo può fare. Poi sfruttare questa azione dimostrativa nei colloqui diplomatici. Avanzare le sue richieste e in cambio concedere il ritiro delle truppe.
  • Si potrebbe avere una totale occupazione dell’Ucraina. Putin imporrà il suo governo e condurrà i colloqui con i Paesi NATO.
  • Il terzo scenario possibile vede il ritiro di Putin e il prevalere della diplomazia occidentale. Le sanzioni funzioneranno e Putin perderà l’appoggio degli oligarchi. La situazione in Russia si destabilizza.
  • L’Europa unita accetta l’ingresso in UE dell’Ucraina. La Russia a quel punto avrà invaso un Paese europeo e quindi si ritira. Non ci sarà il terzo conflitto mondiale ma, avverte Lilin, l’Europa avrà fatto entrare in UE un Paese dove è libera la vendita di armi.

Putin è un uomo che, giunto al Cremlino ha dovuto fare i conti con un Paese in ginocchio e un apparato amministrativo obsoleto e corrotto. Un presidente che ha esercitato ed esercita il potere con il pugno di ferro. Un uomo la cui linea politica, anche dopo venti anni, rimane immutata, disperatamente stagnante. 

Giulietto Chiesa, guardando attraverso la lente di ingrandimento della russofobia attuale, ovvero nella Putinofobia, ci vedeva una Russia che, se gli occidentali fossero in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

I vecchi attriti non sono mai stati risolti, forse congelati, come afferma Lilin, dai giochi diplomatici e dagli interessi una volta comuni. Interessi soprattutto di natura economica e finanziaria. 

Conflitti cui vanno ad aggiungersi nuove tensioni, con grande sfortuna dell’umanità intera costretta a subire le conseguenze di questi assurdi giochi di poteri nei quali i cani e i lupi non fanno che confondersi o addirittura fondersi.

Putin. L’ultimo zar da San Pietroburgo all’Ucraina di Nicolai Lilin è certamente un libro che merita di essere letto senza necessariamente sentirsi o diventare russofili. È un libro che cerca di fare breccia in un mondo pressoché sconosciuto come il leader che lo rappresenta. Per capire. Per tentare almeno di capire quello che accade e perché.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Piemme per la disponibilità e il materiale.

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“L’altro uomo” di Theresa Melville

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Cosa fare quando i ruoli che ti impone la vita ti impediscono di dare libero sfogo a desideri e passioni? Come comportarsi quando non si riesce a compiere scelte più audaci e ardimentose del fuoco della passione che ti arde dentro?

Non è solo la mente di Jennifer Dudley, duchessa di Rutherford, a soffrire della grave situazione. È il cuore a darsi il tormento più grande, a non voler soccombere alle rigide regole, sociali e familiari, che il rango cui appartiene leimpongono. 

È il cuore di una giovane donna che non vuole abbandonare l’idea di vivere appieno l’amore senza compromessi, la passione travolgente e una vita intera dominata dai sentimenti e non della buone maniere. Non riesce la mente di Jennifer a fermare le vibranti pulsioni del cuore e soccombe a quella folgorante passione che potrebbe anche segnare la sua rovina

Theresa Melville costruisce, intorno a questo grande amore, un intreccio interessante e ben strutturato che si sviluppa all’interno di sfarzose dimore e castelli dell’Inghilterra di inizio Ottocento, con pochi ma interessanti riferimenti al contesto storico più generale.

Non appesantisce l’autrice i discorsi e la narrazione con espressioni tipiche del periodo, preferendo impiegare un registro narrativo più contemporaneo, per così dire. Per cui, tranne limitate parti all’interno del testo, la narrazione risulta molto familiare e la lettura scorrevole. 

Se il lettore non pensa all’ambientazione e si concentra solo sulla storia e sulle parole dei protagonisti, potrebbe anche immaginarseli in un qualsiasi altro posto del mondo e in una qualsiasi altra epoca storica. Il che è molto interessante da indagare. Il libro è ambientato nell’epoca vittoriana che, per antonomasia, viene indicata come l’emblema del pudore e delle buone maniere. A volte sembra che Melville abbia scelto questo preciso periodo storico proprio per mettere in risalto le contraddizioni di tanto decantato puritanesimo. 

D’altronde sono innumerevoli i punti di incontro finanche con la contemporaneità. Purtroppo e paradossalmente verrebbe da dire. Presumibilmente è anche per questo che l’autrice ha voluto donare ai protagonisti uno slang moderno, per creare un legame più che simbolico con l’attualità.

L’altro uomo è un romanzo nel quale non mancano punti di suspense e mistero che contribuiscono a rendere avvincente la storia e ancor più accattivante la lettura. 

Gioca molto Melville sulle apparenze e sui significati incrociati di gesti e parole. Lo scopo è per certo tenere alta l’attenzione di chi legge, il quale si ritrova come rapito dalla lettura, nel tentativo di dare giusto rilievo ai personaggi. Individuare buoni, cattivi e traditori si rivela essere un ottimo espediente. L’autrice ha centrato per certo il suo obiettivo. 

Il buio, la tristezza e l’amarezza delle pagine centrali lasciano poi il posto alla gioia e alla speranza del finale, che si apre all’amore e alla vita come ci si aspetta da un romance che sia davvero tale. Un finale che non è però così scontato e prevedibile come si può temere leggendo libri afferenti a questo particolare genere. Risulta invece essere molto ben studiato, come il resto della storia. 

Un libro che sembra rapire il lettore tra le sue stesse pagine, dov’egli potrà lasciare libero arbitrio alla fantasia e all’immaginazione. Esattamente come fa la stessa protagonista scrivendo le pagine del suo diario che raccoglie non solo i battiti del suo cuore ma dell’intera sua vita. Le pagine de L’altro uomo sono meno ingiallite e meno segrete ma egualmente avvincenti e struggenti


Il libro

Theresa Melville, L’altro uomo, 2022, riedizione in self-publishing del libro uscito nel 2009 all’interno del volume Amanti perduti, Mondadori, Milano.

L’autrice

Theresa Melville, pseudonimo di Maria Teresa Casella: autrice di romance storici e di noir. Già giornalista e copywriter.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale.

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Guerre selettive, droghe e strategie: “Killer High” di Peter Andreas

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«Non si può capire la guerra senza conoscere le droghe e non si possono capire le droghe senza conoscere la guerra.» È questo l’assunto da cui parte Peter Andreas per scavare nella Storia umana, quella moderna e contemporanea in particolare, per scoprire il ruolo decisivo che le sostanze psicoattive – pesanti, leggere, lecite, illecite, naturali, sintetiche – hanno e hanno avuto nei conflitti armati. 

Perché se da un lato gli eserciti contemporanei vengono schierati su un numero di fronti sempre maggiore per combattere la droga, dall’altro i soldati combattono sempre più “fatti” di droga, letteralmente.

Molti di coloro a cui è affidato il compito di fare la guerra continueranno a cercare aiuto nelle droghe, che siano prescritte o auto-prescritte, esattamente come è accaduto da… sempre praticamente, come si evince chiaramente e facilmente dalla dettagliata ricostruzione e analisi compiuta da Andreas.

Sono costantemente in aumento le prescrizioni di farmaci che aiutino i soldati ad affrontare le cicatrici fisiche e mentali riportate sul campo di battaglia. Migliaia sono i soldati americani, di ritorno dall’Afghanistan e dall’Iraq, che dipendono da essi.1 Farmaci che contengono oppioidi. 

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, ovvero la somministrazione di sostanze o farmaci psicoattivi fatta in maniera preventiva, ossia per stimolare e migliorare le prestazioni sul campo. Ai classici alcol, tabacco, droghe più o meno leggere, naturali o sintetiche, si affianca un uso sempre più consistente e diffuso dei cosiddetti farmaci antifatica, volti al miglioramento cognitivo e prestazionale dei soldati. 

Un rapporto del laboratorio di ricerca dell’areonautica statunitense suggerisce di costringere i nemici ad attivarsi continuamente senza beneficiare di un sufficiente sonno quotidiano. E, naturalmente, per fare questo bisogna essere in grado di gestire la fatica dei soldati americani.2 Non c’è da stupirsi dunque se diversi Paesi e ricercatori dell’esercito hanno sperimentato metodi per contrastare il sonno. Gran parte delle ricerche si è concentrata sul Modafinil, un farmaco che si ritiene causare meno dipendenza e meno effetti collaterali rispetto alle amfetamine. Già da oltre un decennio, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia distribuiscono compresse di Modafinil ai militari sul campo.3

Per Andreas è certo che l’impulso a dare vantaggi chimici alle truppe proseguirà, in quanto la crescente complessità dei combattimenti e i progressi tecnologici, stando anche alle parole dei ricercatori della MITRE Corporation (incaricata dall’ufficio di ricerca e ingegneria della Difesa del Pentagono), hanno aumentato la necessità di prendere decisioni tattiche rapide a livelli di comando inferiori e hanno quindi diffuso orizzontalmente a più persone la responsabilità di operare delle scelte di indirizzo.4

Ci si può agevolmente attendere che anche ribelli, terroristi e altri attori non statali continuino a ricorrere alle sostanze psicoattive per le stesse ragioni delle controparti statali. Con la grande differenza, però, che non avranno accesso legale alla crescente varietà di opzioni farmacologiche disponibili per gli eserciti contemporanei. 

I resoconti indicano che lo Stato Islamico e Boko Haram hanno regolarmente drogato i bambini soldato prima di impiegarli per attacchi suicidi.5 E sembra sia accaduto lo stesso nel caso di alcuni adolescenti kamikaze in Pakistan.6Tuttavia Andreas sconsiglia di giungere a conclusioni avventate. Pare che per alcuni combattenti basti l’ideologia estremista come stimolante, senza il bisogno di alcun aiuto chimico. 

La piaga della droga, dal punto di sociale e non solo militare, è notevolmente profonda, radicata e diffusa. Molti Stati sembrano aver intrapreso delle vere e proprie guerre contro di essa. Ma per l’autore, quella contro la droga è una guerra altamente selettiva, che evita in tutti i modi di prendere seriamente di mira le case farmaceutiche che hanno pubblicizzato con tanta aggressività prodotti che creano dipendenza.

Verrebbe da aggiungere che gli Stati, Italia compresa, sembrano operare una guerra altrettanto selettiva con riguardo ai prodotti sui quali è apposto il sigillo del Monopolio: alcol e tabacco. E sembra farlo perché, comunque, sono fonte di copiose entrate per le casse sempre piangenti della nazione. Motivo che sembra essere stato alla base di tante operazioni di sfruttamento e commercio delle droghe fin dai tempi degli antichi Romani, in quelle che Andreas definisce «Guerre grazie alla droga», ovvero ai suoi proventi.

Stando ai dati riportati nel Libro Blu 2020 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, il contributo per l’erario dai tabacchi è stato pari a 14.6 miliardi, mentre quello per energia e alcolici 29.10 miliardi di euro.

Sul sito del Ministero della Salute si legge che in Italia siano attribuibili al fumo di tabacco oltre 93mila morti. L’aggiornamento è del 31 maggio 2021.

Mentre, stando ai dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità e contenuti nel Rapporto 2022, sono 17mila i decessi annuali causati dall’alcool. 

Parafrasando la celebre frase di Charles Tilly («Gli Stati fecero la guerra e la guerra fece gli Stati»), Lessing ritiene che oggi «gli Stati fanno la guerra alla droga e la guerra alla droga fa gli Stati», con dei seri rischi da non sottovalutare.

Uno dei pericoli è che le guerre della droga possano produrre un rafforzamento eccessivo di alcuni attori statali, creando stakeholders consolidati, dotati di autorità e discrezionalità sproporzionate, che si opporranno agli aggiustamenti politici necessari una volta che la violenza legata alla droga sarà diminuita.7

Del problema concreto che provvedimenti emergenziali diventino poi strutturali ne parla anche Barberis allorquando sottolinea la tendenza degli esecutivi di appropriarsi della legislazione in tempo di guerra tramite la decretazione d’urgenza. Poi le guerre finiscono ma i governi, compreso quello italiano che ufficialmente non entra in guerra da settant’anni, continuano a legiferare per decreto.8

Inoltre, Lessing ricorda che una parte fondamentale e spesso trascurata delle tesi di Charles Tilly è che può essere lo Stato, operando come un racket della protezione, a creare la stessa minaccia alla sicurezza contro cui in seguito fornisce protezione. 

Sebbene non sia quello che Tilly aveva in mente, per Andreas il suo argomento può essere esteso alla guerra alla droga: con l’atto di criminalizzare la droga, lo Stato crea la minaccia, e ciò a sua volta offre allo Stato una ragione per reagire con una guerra alla droga sempre più militarizzata. 

Dall’uso di oppiacei da parte dei soldati al loro impiego come arma o mezzo per il finanziamento, l’oppio e la guerra sono rimasti stretti a lungo in un abbraccio mortale. Il commercio dell’oppio e la costruzione degli Imperi andarono di pari passo nelle potenze occidentali, soprattutto in Gran Bretagna. 

Londra mise il commercio dell’oppio nelle mani della sua Compagnia delle Indie Orientali, che all’inizio deteneva anche il monopolio sull’importazione di tè cinese.

Il tè e l’oppio trasformarono la Compagnia Britannica delle Indie Orientali nella corporation più potente che il mondo abbia mai visto. 

Nella Prima Guerra dell’oppio gli americani restarono a guardare. Al contrario, la Seconda Guerra rimosse ogni argine. 

Il Dipartimento di Stato appoggiò la richiesta del vescovo Brent di indire una Conferenza internazionale per il controllo del traffico dell’oppio, rendendosi conto di come fosse funzionale anche ad altri interessi strategici. In particolare, avrebbe agevolato una maggiore influenza statunitense nel Pacifico, segnatamente alle spese del principale concorrente, la Gran Bretagna, e avrebbe contribuito a rinsaldare i rapporti con il governo cinese, fortemente contrario al commercio dominato dagli inglesi. 

Dopo aver combattuto due guerre dell’oppio internazionali con la Gran Bretagna, la Cina fu consumata da decenni di guerre dell’oppio interne, tra i signori della guerra in lotta tra di loro, nei primi decenni del Novecento. 

Gli sforzi repressivi, nazionali e internazionali, spinsero il business dell’oppio nella clandestinità, anziché al fallimento. Per di più, incentivarono il mercato nero a smerciare derivati più compatti, portatili, occultabili e potenti – prima la morfina e poi l’eroina – anziché l’oppio tradizionale, che è molto più leggero e crea meno dipendenza.9

Oggi la Cina sta diventando un sempre più rilevante esportatore illegale di droghe sintetiche come il Fentanyl – che i distributori mescolano spesso all’eroina – verso i Paesi occidentali.

L’autore sottolinea come anche osservando le contemporanee guerre alla droga si evince chiaramente il loro limite strutturale. I trafficanti eliminati e la droga sequestrata, che gli Stati usano come misura del loro “successo”, sono in realtà facilmente sostituibili. Chiudere le vecchie rotte e togliere di mezzo i trafficanti fa semplicemente emergere nuove rotte e più trafficanti. Oltretutto, ne conseguono lotte per il territorio che possono alimentare ancor di più la violenza che l’invio di militari avrebbe dovuto sedare.

Come nel caso del Messico, dove il bilancio della violenza connessa alla droga si è militarizzata più che mai. Il dispiegamento di soldati per combattere la droga è stata una delle prime cose che ha attratto l’attenzione dell’autore e lo ha invogliato a indagare sempre più a fondo e sempre più a ritroso nel tempo.

Verso la fine di dicembre del 1989, gli Usa lanciarono l’Operazione Giusta Causa, invadendo Panama e arrestando il suo leader, il generale Manuel Noriega, con l’accusa di traffico di cocaina. Negli anni seguenti, la lotta alla cocaina rimpiazzò la lotta al Comunismo come fattore chiave delle relazioni militari di Washington con i suoi vicini meridionali. 

Eppure, mentre negli anni Ottanta i ribelli afghani in lotta contro i sovietici, sostenuti dalla CIA, coltivavano e vendevano l’oppio per finanziare la loro causa, Washington, sulla falsariga delle esperienze nel Sudest asiatico, girava lo sguardo verso un’altra direzione.

Il traffico d’oppio fu ancora una volta il grande vincitore della più importante operazione sotto copertura della CIA dai tempi del Vietnam. 

Per combattere l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, la CIA agì tramite l’Inter Services Intelligence (ISI – i servizi segreti pakistani) a supporto dei signori della guerra afghani, che ricorsero alle armi, alla logistica e alla protezione dell’agenzia per diventare signori della droga di primo piano.10

Le autorità statunitensi anche in questo caso sembravano ben consapevoli della situazione, ma chiusero un occhio in nome di obiettivi geopolitici di più ampio respiro: «Non lasceremo che una piccola cosa come la droga interferisca con la situazione politica – spiegò un funzionario dell’allora amministrazione Reagan – e quando i sovietici se ne andranno e nel Paese non ci saranno soldi, porre fine al traffico di droga non sarà una priorità.»11

Innumerevoli sono gli esempi riportati da Andreas nel testo, contraddizioni tattiche e comportamentali che giungono o risalgono alle Guerre per l’Indipendenza americana e ancor prima alle Guerre di conquista dei Romani. Un elenco infinito di situazioni che potrebbero anche sembrare surreali se non fossero tutte supportate da valide e certificate fonti documentali. Riguardo gli esempi più recenti poi sono o sono stati sotto gli occhi di tutti, per cui non ci sarebbe neanche bisogno di ricorrere a fonti che le attestino. Eppure l’autore lo fa con scrupolo e metodicità. 

Sono per certo argomenti spinosi quelli trattati da Peter Andreas in Killer High, ci vuole una grande conoscenza per parlarne come egli ha fatto. E servono anche tanto coraggio e fors’anche un pizzico di incoscienza perché di sicuro non sono mancati coloro che hanno frainteso l’intento del libro o, peggio, hanno volutamente strumentalizzato il suo scopo.

Personalmente ritengo sia superfluo eppure necessario precisare che mai appare nelle intenzioni dell’autore screditare la figura del soldato o l’istituzione dell’esercito. E ciò, per chi legge il libro dall’inizio alla fine, è cristallino come acqua di sorgente. 

Dal resoconto di Andreas si può dedurre che, in ogni epoca e luogo, i soldati hanno avuto necessità di «incoraggiamenti» e questa altro non è che un’ulteriore conferma dell’assurdità della guerra in generale ma di di quella sul campo in particolare. 

Si può anche supporre e dedurre che questi «incoraggiamenti» di varia natura siano stati strategicamente veicolati e indirizzati per raggiungere scopi e obiettivi altrimenti improponibili. Anche che siano stati oggetto ripetuto di speculazioni. 

Quel che è sicuramente certo è che, leggere Killer High, aiuta a meglio comprendere la Storia sì, ma ancor di più l’attualità e le sue guerre.

Si chiede Andreas cosa accadrebbe se la guerra alla droga dovesse in qualche modo finire. Finirebbe anche la violenza?

Alcuni considerano la dichiarazione di pace come una sorta di bacchetta magica, soprattutto se concerne la legalizzazione della droga. Certo, la legalizzazione priverebbe l’enorme commercio illegale planetario dei suoi profitti gonfiati dal proibizionismo, che alimentano la violenza e finanziano terroristi e insorti. Ma l’autore sottolinea come, con ogni probabilità, i narcotrafficanti in breve tempo diversificherebbero i loro affari e si rivolgerebbero ad altre attività illecite, come fecero i boss mafiosi statunitensi dopo la revoca del proibizionismo dell’alcol. 

Il fascino di un’idea del genere è comprensibile. Eppure Andreas mette in guardia il lettore da un eccesso di elogio riguardo i suoi potenziali effetti pacificatori. Non tutta la violenza è connessa alla droga, perché gli affari vanno ben oltre gli stupefacenti. 

Non bisogna dimenticare che la proibizione della droga e gli elevati volumi del narcotraffico precedono di gran lunga le recenti ondate di violenza. Il che suggerisce che non sono solo il proibizionismo e i flussi di droga in sé a innescare la violenza, ma le modalità specifiche con cui le leggi antidroga vengono applicate o disapplicate. 

E questo solleva l’ardua questione di come la pace possa essere raggiunta facendo a meno della legalizzazione, in base anche al principio avallato dall’autore che il proibizionismo è indispensabile per la guerra alla droga, ma la guerra alla droga non è indispensabile per il proibizionismo. 

Per esempio, invece di persistere nella repressione militarizzata della guerra, il governo messicano potrebbe impegnarsi maggiormente per assegnare la priorità alla limitazione della violenza, più che dei narcotici. 

Bisogna inoltre riconoscere che la guerra stessa può essere pensata come una droga. In fin dei conti, sarà probabilmente la guerra l’abitudine, o la dipendenza, più difficile da sradicare. 

Un mondo senza conflitti sembra purtroppo realistico quanto un mondo senza droga. E per Andreas l’unica cosa che si può prevedere con qualche certezza è che le droghe e la guerra proseguiranno nel loro abbraccio mortale.

Una conclusione che potrà anche sembrare brutale ma che è, purtroppo, molto realistica e ponderata sull’analisi di due millenni di Storia ormai durante i quali questo mortale abbraccio ha cambiato sostanze psicoattive ma non ha cambiato granché i modi, i metodi e gli scopi.

Killer High. Storia della guerra in sei droghe di Peter Andreas è un testo sorprendente perché mai il lettore che si accinge a leggerlo può preventivamente comprendere la reale grandezza del suo contenuto. Un libro necessario.


Il libro

Peter Andreas, Killer high. Storia della guerra in sei droghe, Meltemi Editore, Milano, 2021.

Titolo originale: Killer high. A history of war in six drugs.

Traduzione di Andrea Maffi e Paolo Ortelli.

L’autore

Peter Andreas: politologo e docente di Relazioni internazionali alla Brown University.


1Q. Lawrence, A Growing Number of Veterans Struggles to Quit Powerful PainkillersAll Things Considered, National Public Radio, 10 luglio 2014.

2W. Saletan, The War on Sleep, in “Slate”, 29 maggio 2013.

3Ibidem.

4MITRE Corporation, Human Performance, JSR-07-625, MITRE Corporation, McLean (VA), marzo 2008, https://fas.org/irp/agency/dod/jason/human.pdf

5l. Iaccino, Why Tramandol Is the Suicide Bomber’s Drug of Choice, in “Newsweek”, 13 dicembre 2017.

6I. Firdous, What Goes into te Making of a Cuicide Bomber, in “Express Tribune (Pakistan)”, 20 luglio 2010.

7B. Lessing, Making Peace in Drug Wars: Crackdowns and Cartels in Latin America, Cambridge University Press, Cambridge, 2017.

8M. Barberis, Non c’è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo, Il Mulino, Bologna, 2018.

9J. Marshall, Optium and the Politics of Gangsterism in Nationalist China, 1927-1945, in Bulletin of Concerned Asian Scholars, vol. 8, n° 3, 1976.

10A. McCoy, The Politics oh Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade, Lawrence Hill Books, Chicago, 2003.

11E. Sciolino, S. Engelberg, Fighting Narcotics: U.S. Is Urged to Shift Tactics, in New York Times, 10 aprile 1988.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Madri” di Marisa Fasanella (Castelvecchi, 2021)

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Nei vicoli storti, fuori e dentro le mura del manicomio,

Lena si appunta su foglietti di carta

le storie che ha udito, per non dimenticarle,

e le custodisce in una borsa di tela rossa.

L’uomo che suonava l’organetto sotto le finestre del manicomio la aspetta sul molo. 

Ti racconto una storia, gli sussurra lei all’orecchio, e poi un’altra e un’altra e ancora un’altra…

Sono storie di confino, dal luogo dove rinchiudono le donne che urlano per le strade e non si lavano e non si pettinano;

storie di uomini che vogliono le donne come proprietà, 

animali per figliare, serve per accudire.

Sono storie di morti e nascite violente, di case-prigioni. 

Nell’immaginario collettivo, la Calabria è come il dio bifronte Giano. O la amatissima meta turistica con il suo splendido mare e l’ottimo cibo, oppure la temutissima terra aspra come le sue montagne, piena di covi, nascondigli, segreti e Male.

Ma la Calabria raccontata da Fasanella nei suoi libri non appartiene ad alcuno di questi fronti, oppure a entrambi. 

L’autrice narra la storia delle donne che vivono o che hanno vissuto quel territorio. Le cui vite sono scivolate attraverso i muri, i pavimenti, i camini sempre accesi e sono giunte fino a noi.

Hanno fatto sentire così la loro voce, altrimenti muta e silenziosa, come i granelli non della sabbia delle spiagge ma della cenere del fuoco con la brace ancora viva, ardente come l’amore, la passione, la sofferenza, il dolore… come i sentimenti che le vanno a comporre quelle vite che Fasanella tramanda. 

Racconta la vita, Fasanella, ma quella intima, quotidiana, personale. Una vita che si consuma tra le mura di abitazioni che possono anche essere o diventare prigioni, o tra quelle di manicomi che prigioni lo sono davvero.

Aliti di vita che sembrano entrare in ogni seppur minima crepa di questi muri, negli oggetti, nei tessuti, come nelle persone, nella loro anima egualmente scalfita dalle crepe lasciate dalla stessa vita. 

Il registro narrativo di Madri è molto introspettivo, come le storie di cui racconta. Frasi brevi, spesso minime, periodi che sembrano la trascrizione letterale dei pensieri e delle immagini presenti nella mente dei protagonisti, delle protagoniste, le cui azioni reali, concrete, si fondono e si confondono con i pensieri, i ricordi, i desideri, i tormenti. 

Ricorre nei racconti di Madri l’immagine di queste donne che cercano la luce, l’aria, il respiro attraverso i vetri delle finestre e più ancora affacciandosi al balcone, in gesti assolutamente ordinari che assumono nelle parole dell’autrice una valenza simbolica di straordinaria importanza e significato. È l’anelito di libertà che, nonostante tutto, muove ancora la mente e il corpo di queste martoriate donne, di queste “indegne” madri. 

Madri che si sentono immeritevoli oppure schiacciate, soffocate quasi da questo ruolo come da quello di mogli, e lo sono o lo diventano perché vittime di umiliazioni e vessazioni psichiche e fisiche. 

Madri, donne che si guardano a vicenda, si studiano, si cercano ma senza mai trovarsi davvero. Senza volerlo in realtà perché, pur nella loro somiglianza, rifiutano di identificarsi le una nelle altre, proprio in virtù di ciò che esse rappresentano per la società: donne di scarto, madri folli, persone indegne, rifiuti umani. 

Tutta questa oppressione influenza e condiziona la mente di queste donne al punto che esse, nel sentirsi inadeguate e inutili, finiscono col desiderare la fine, la morte, il suicidio. 

«Abito questo luogo chiuso da muri e cancelli. Sono finestre alte fino al soffitto 

quelle si affacciano sul parco, chiuse dalle grate, profonde come nicchie, 

si vede solo il cielo nuvolo di questo giorno di fine ottobre, 

si vede che è ancora giorno ma sembra notte. 

Una nebbia fitta ha avvolto il mondo.

Non li chiamano più manicomi. Lo stesso ci legano le braccia,

frugano nelle nostre carni, scavano nelle pupille: siamo merce di scarto.»

Paul Cezanne, Madre dell’artista, olio su tela, 1867

Le donne, le madri di cui scrive Fasanella sono anime e corpi inquieti. Tormentate dai ricordi, dai sogni infranti, dagli amori sbagliati, dai comportamenti “storti” che originano conseguenze “storte”, punizioni spesso malvagie e crudeli, ingiuste e dolorose. 

Più volte si forma nella mente di chi legge un’immagine che rimanda al torso ormai spolpato di una mela, una pera oppure di un qualsiasi frutto. Ai raspi acerbi privati di ogni acino d’uva. 

Queste donne, che hanno imparato fin da piccole la durezza della vita, mostrano sul loro corpo i segni di questa brutalità quasi primitiva, certamente arcaica, ma è soprattutto nella loro anima che si leggono chiaramente i segni dei traumi, scalfiti e profondi come solchi rigati da un grosso aratro. 

Queste donne che per secoli non hanno avuto voce, vittime di una cultura che le relega a un ruolo marginale all’interno della società e della casa. Donne la cui voce resterebbe ancora muta se non fosse la ribellione e il coraggio di chi sceglie, comunque, di parlare, di urlare a gran voce il diritto di esistere, di amare, di sognare, di sbagliare. 

Durante la sua indagine, condotta in lungo e in largo per l’Italia, ciò che ha meravigliato molto Gaia van der Esch è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate dalle donne italiane. Mentre gli uomini, per la maggiore, si sono mostrati più spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza.1 A ciò facilmente si potrebbe obiettare che si è trattato di una casualità. Potrebbe anche darsi ma più probabilmente ciò è il riflesso preciso della realtà, basterebbe osservarla con più attenzione. Come ha fatto Gaia van der Esch. Come fa Marisa Fasanella.

Scrive Peter May ne L’uomo di Lewis che la piccola Ceit ha dovuto imparare presto quanto il mondo può essere più difficile per una giovane donna rispetto a un uomo e che doveva imparare quanto prima a difendersi dagli adulti che la consideravano un peso o peggio un’occasione.2

Rispetto ai libri precedenti, la scrittura di Marisa Fasanella è diventata ancora più intimistica, anche se con ogni probabilità non strettamente personale. Appare fortissimo il legame tra i personaggi e la scrittura che li ha originati. Un certo distacco invece si evince tra i personaggi e la mente di chi li ha originati. Quasi come se l’autrice volesse lasciarli liberi di parlare, di raccontare da sé la loro storia. È questo un “artificio” narrativo di straordinario interesse. 

Sembra quasi che Fasanella non volesse prendersi il merito di averli creati, generati, lasciando il cono di luce e l’intero palcoscenico a loro. 

Una situazione che a tratti ricorda quella generatasi in Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello.3 Qui le protagoniste, le donne, le madri sembrano cercare la loro autrice, il suo assenso, come nel timore di poterla in qualche modo deludere. Il tutto potrebbe anche essere un grande gioco, perfettamente riuscito, della stessa autrice. 

Le storie raccontate in Madri sono dei labirinti intrecciati di vita, ricordi, speranze e sogni infranti, dolore, amore e passione sfioriti, paura e follia. Un viluppo che si inerpica tra le parole tentando di vincerle, di uscire dalle pagine del libro e al contempo restarne imprigionate. Quasi come queste, tutto sommato, rimandano in loro un certo senso di sicurezza e stabilità, esattamente come accade con i muri e le inferriate dei manicomi, all’interno dei quali e in una maniera forse incomprensibile le donne arrivano addirittura a sentirsi a proprio agio, come a casa, più che a casa.

«Da questo luogo non è mai uscito nessuno fino a quando non li hanno chiusi. 

Mi hanno liberata nel mondo e non sapevo dove andare.»

Marc Chagall, Madre per il forno, olio su tela, 1914

Fasanella racconta storie dure, tristi. Storie di soprusi, dolore, violenza. Aggressività fisica e verbale di uomini contro donne. Ma racconta anche quello che c’è dietro o prima. Le privazioni, le umiliazioni perpetrate da altre donne, le stesse cui è stato universalmente riconosciuto il compito di crescere, educare, accudire, amare. Madri. Nonne. Zie. 

Traspaiono così dai racconti dell’autrice tutte le pecche di una cultura che è ancora molto indietro, per rispetto reciproco e senso civico. Una cultura nella quale chi non si allinea, chi è diverso viene additato come malato o pazzo.

Eppure in ognuno di noi albergano follia e malvagità. Bisogna solo vedere in che misura. 

Di certo il libro di Marisa Fasanella non è una lettura distensiva. Il lettore capisce fin da subito di trovarsi tra le mani un testo con uno scopo. Che il suo raccontare «storie che vengono da lontano» serve a non lasciare «al buio le donne che sono venute prima e quelle che verranno». L’importante è sapersene prendere cura. 

Un libro, Madri di Marisa Fasanella, che è un insieme di storie ma è soprattutto un ottimo romanzo moderno. 


Il libro

Marisa Fasanella, Madri. Storie di Lena di luna e di maree, Castelvecchi Editore, Roma, 2021.

L’autrice

Marisa Fasanella: autrice di numerosi romanzi e racconti. Vincitrice dei Premi Letterari Corrado Alvaro e Vincenzo Padula. Menzione della giuria del Rapallo-Carige.


1Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, Il Saggiatore, Milano, 2021.

2Peter May, L’uomo di Lewis, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2013.

3Luigi Pirandello, Guido Davico Bonino (a cura di), Sei personaggi in cerca d’autore, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2014.


Pablo Picasso, Maternità, olio su tela, 1867

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Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale.

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Perché proprio questo è il secolo della solitudine?

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La solitudine non è certo un sentimento che nasce in questo secolo. Ma è in questo periodo storico che abbraccia e viene abbracciata da altri e differenti aspetti della società, originando quella che Noreena Hertz definisce economia della solitudine, nata per sostenere e sfruttare chi si sente solo.

La solitudine che Noreena Hertz racconta non si limita alla frustrazione del desiderio di avere qualcuno vicino, è un male sottile che si è insinuato dentro di noi e ha permeato ogni aspetti della nostra società. È la solitudine strutturale del sistema capitalistico, che ci spinge a pensare solo a noi stessi e a vedere gli altri come concorrenti o nemici. 

È l’isolamento provato dalle persone che si sentono trascurate e tradite dai propri rappresentanti e dalle istituzioni, al punto da lasciarsi sedurre dal richiamo del populismo e degli estremismi politici. 

Una situazione in continua crescita che, a partire dal lockdown da Covid-19 del marzo 2020, non poteva che aggravarsi. 

In tutto il mondo, gli operatori dei numeri telefonici per la salute emotiva hanno riscontrato non solo notevoli picchi nel volume di chiamate durante i giorni di distanziamento sociale forzato, ma anche che un numero significativo di chiamate arrivava da persone che soffrivano la solitudine. 

In Germania, dove a metà marzo le linee di assistenza stavano ricevendo il 50 per cento di chiamate in più del solito, uno psicologo che rispondeva alle chiamate ha notato che la maggior parte di chi chiama aveva più paura della solitudine che di essere contagiato.

Quando la pandemia è iniziata in tantissimi già si sentivano soli.

Tre adulti su cinque negli Usa si consideravano soli. In Europa la situazione era simile: quasi un terzo dei cittadini olandesi ha ammesso di essere solo, uno su dieci profondamente; in Svezia un quarto della popolazione ha detto di essere solo frequentemente; in Svizzera due persone su cinque hanno dichiarato di sentirsi a volte, spesso, o sempre sole; nel Regno Unito il problema era diventato talmente grave che nel 2018 il primo ministro è arrivato al punto di nominare un Ministero della Solitudine.

I dati per l’Asia, l’Australia, il Sud America e l’Africa erano altrettanto preoccupanti. 

Gli anziani sono la categoria a cui siamo portati a pensare per primi quando riflettiamo su chi siano i più soli tra noi. Eppure, in realtà, e forse sorprendentemente, i più soli sono proprio i giovani. 

In quasi tutti i paesi dell’Ocse la percentuale di quindicenni che dicono di sentirsi soli a scuola è aumentata tra il 2003 e il 2015. 

Anche in questo caso è ipotizzabile un incremento a causa del Covid-19. 

Più volte Noreena Hertz sottolinea che non si tratta di una crisi di salute mentale bensì di una crisi che ci sta facendo ammalare fisicamente

La solitudine è più dannosa per la salute di quanto non lo sia l’assenza di esercizio fisico, è nociva quanto l’alcolismo e due volte più nociva dell’obesità. 

La solitudine che stiamo vivendo nel ventunesimo secolo copre uno spettro molto più ampio della sua definizione tradizionale. Nell’accezione presa in considerazione dall’autrice, non è solo il sentirsi privi di compagnia o intimità, e nemmeno il sentirsi ignorati, invisibili o trascurati da coloro con i quali si interagiva regolarmente. Si tratta di sentirsi anche senza sostegno e cura da parte dei nostri concittadini, dei datori di lavoro, della comunità, del governo. È l’essere distanti non solo da quelli a cui dovremmo sentirci vicini, ma anche da noi stessi. Non è solo la mancanza di sostegno in un contesto sociale o familiare, ma anche sentirsi politicamente ed economicamente esclusi. Include anche quando ci sentiamo tagliati fuori dal nostro lavoro e dal nostro ambiente lavorativo.

Uno stato non tanto interiore quanto esistenziale: personale, sociale, economico e politico.

Negli anni precedenti la pandemia di coronavirus, due terzi di coloro che vivevano in una democrazia pensavano che il proprio governo non agisse nel loro interesse.

Ma quello che si chiede Noreena Hertz è come si è arrivati a questo punto.

Le cause dell’odierna crisi di solitudine sono varie e numerose. Rientrano gli smartphone e tutti quei dispositivi digitali che ci isolano dal mondo reale ma vanno annoverate per certo le discriminazioni strutturali e istituzionali. Discriminazioni di natura razziale, etnica, xenofoba, sessista, sul lavoro come nella quotidianità. 

I fondamenti ideologici della crisi di solitudine del XXI secolo risalgono, per Hertz, invece agli anni ’80, quando si affermò una forma particolarmente dura del capitalismo: il neoliberismo, un’ideologia con un’enfasi preponderante sulla libertà – di scelta, di mercato, dei governi dall’interferenza dei sindacati. Un’ideologia che premiava una forma idealizzata di autonomia, un governo debole e una mentalità brutalmente competitiva che poneva l’interesse personale al di sopra delle comunità e del bene collettivo. 

In Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Canada circa la metà della popolazione pensava fosse così, e molti pensavano che lo Stato fosse così asservito al mercato da non prendersi più cura di loro o da non preoccuparsi più dei loro bisogni. 

In effetti gli enormi interventi che i governi hanno fatto per sostenere i propri cittadini nel corso del 2020 sono stati in netto contrasto con l’etica economica dei quarant’anni precedenti. 

Un ulteriore tema, collegato con il diffuso senso di solitudine attuale, che Hertz analizza in profondità, è il progressivo isolamento dal mondo reale per rifugiarsi nella realtà virtuale della Rete e dei social. Quest’ultimi in particolare trasformano i cittadini in bugiardi sempre più insicuri alla continua ricerca di “mi piace”, follower e prestigio sociale online incoraggiandoli a presentare versioni sempre meno autentiche di se stessi. 

Le vite condivise online sono un’accurata serie di momenti felici e ideali, feste e celebrazioni, spiagge di sabbia bianca e foto di piatti da acquolina in bocca. Il problema è, sottolinea Hertz, che queste versioni ritoccate e filtrate di noi stessi sono troppo spesso estremamente lontane dalla nostra vita reale. 

In un mondo in cui la comunità sembrava sempre più sfuggente, ma il bisogno di appartenenza è rimasto, le imprese sono intervenute per colmare il vuoto. L’economia della solitudine ha iniziato a espandersi – e non solo nella sua forma tecnologica – con gli imprenditori che hanno trovato modi sempre più innovativi per soddisfare il perenne bisogno della gente di ciò che il sociologo del primo Novecento Émile Durkheim chiamava «effervescenza collettiva», ovvero il lieto inebriamento che otteniamo quando facciamo qualcosa con gli altri, di persona (in palestre, club, pub, ritrovi, circoli, sale da ballo, gite, escursioni, sale da gioco…).

Tuttavia, queste innumerevoli attività intraprese per colmare un vuoto esistenziale con il loro inebriamento di certo non possono bastare per sconfiggere l’isolamento, la solitudine di questo millennio. Va precisato forse, a scanso di equivoci, che Hertz non è contraria a questo genere di attività per definizione, bensì allorquando vengono utilizzate per sfruttare il senso di solitudine delle persone per mero scopo di lucro.

Una solitudine che non è certo una forza singolare. Vive all’interno di un ecosistema. Se quindi si vuole fermare la crisi di solitudine necessita un cambiamento sistematico sul piano economico, politico e sociale e, al contempo, prendere atto della responsabilità personale di ognuno. 

Per risolvere il senso di abbandono che in tantissimi provano, non ci si può limitare, per l’autrice, a garantire che tutti i cittadini dispongano di un’efficace rete di protezione sociale, che gli obiettivi di bilancio dei governi siano meglio allineati con il benessere complessivo dei cittadini e che le disuguaglianze strutturali siano affrontate, anche in merito a questioni di razza e di genere. Bisogna anche assicurarsi che le persone siano poi adeguatamente assistite e protette, anche sul luogo di lavoro. 

Per risolvere almeno in parte la crisi di solitudine di questo secolo, quindi, bisogna fare in modo che le persone siano viste e ascoltate. 

Costruire un futuro completamente diverso, in cui riconciliare il capitalismo con la comunità e la compassione, assicurandosi di ascoltare molto di più le persone di qualsiasi estrazione e venga consentito loro di avere una voce, esercitando la comunità in una forma inclusiva e tollerante. 

Più in generale, è necessario un cambio di mentalità. Bisogna ritrasformarsi da consumatori a cittadini, da egoisti ad altruisti, da osservatori indifferenti a partecipanti attivi. 

Per fare questo, spiega Noreena Hertz, è necessario:

  • Cogliere le opportunità di esercitare la nostra capacità di ascolto, sia nel contesto lavorativo che in quello privato e personale.
  • Accettare che a volte ciò che è meglio per il collettivo non coincide con ciò che è nel nostro immediato interesse.
  • Impegnarsi a far sentire la propria voce dove possibile per portare un cambiamento positivo.
  • Impegnarsi nell’esercitare attivamente l’empatia.

Perché più a lungo trascuriamo la nostra responsabilità di prenderci cura l’uno dell’altro, più perderemo la capacità di fare tutte queste cose. E più perderemo la capacità di fare tutte queste cose, meno umana sarà, inevitabilmente, la nostra società. 

L’antidoto al secolo della solitudine, in fin dei conti, può essere solo l’esserci l’uno per l’altro, indipendentemente da chi sia l’altro. 

Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni di Noreena Hertz è un libro molto “crudele”, nel senso che pone il lettore faccia a faccia con scomode verità e con la cruda realtà. Un libro da leggere assolutamente. 

Il libro

Noreena Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, Il Saggiatore, Milano, 2021.

Titolo originale: The lonely century. Traduzione di Luigi Muneratto.

L’autrice

Noreena Hertz: Economista e consulente per multinazionali e organizzazioni non governative. Attualmente dirige il Centre for International Business and Management dell’Università di Cambridge.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazio l’Ufficio Stampa de Il Saggiatore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagine, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Obeya: conoscenza, innovazione, successo”

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Gli eventi traumatici degli ultimi mesi, unitamente ai cambiamenti radicali che questi hanno indotto nella vita delle imprese, nel lavoro delle persone, nel ruolo dei leader, evidenziano l’urgenza di individuare e adottare nuovi approcci per guidare un’azienda, sia essa pubblica o privata, verso obiettivi in costante evoluzione e sempre più sfidanti.

Nella prefazione all’edizione italiana del libro di Tim Wiegel, Mariacristina Galgano sottolinea come il testo offra uno strumento potente ai leader delle aziende italiane. Lo strumento si chiama Obeya, messo a punto dalla Toyota nello sviluppo di un progetto di grande complessità: il lancio della Prius, il primo modello ibrido nel mondo dell’automotive. 

Toyota riuscì a sviluppare questa nuova vettura rendendola disponibile sul mercato in metà del tempo solitamente considerato necessario nel settore automotive per il lancio di un nuovo modello. E ciò è stato possibile grazie a Obeya.

L’Obeya cambiò radicalmente il modo di approcciare un obiettivo sfidante, facendo leva su alcuni semplici principi di Visual Management, alcune pratiche virtuose per gestire le informazioni, condurre le riunioni, esercitare il ruolo di leader.

I principi ispiratori dell’Obeya, che derivano dalla filosofia Lean, si possono ritrovare in numerosi approcci oggi molto popolari, come l’Agile. 

Ma, ricorda Mariacristina Galgano, l’aspetto innovativo del libro consiste nel traslocare i potentissimi principi dell’Obeya a uno scopo più largo, rispetto alla loro applicazione originaria, facendoli diventare uno strumento per guidare le persone e per creare nuovi leader. 

Da metodo innovativo per la gestione di progetti complessi a metodo fondamentale per allineare l’azienda intera verso obiettivi sfidanti, per far crescere nuovi leader, generare miglioramento e apprendimento continuo nel processo stesso di realizzazione degli obiettivi. 

Uno strumento per «Servant Leader» che credono nel valore del rispetto per le persone e del lavoro in squadra, ma che hanno anche compreso quanto sia importante applicare con costanza e disciplina alcuni principi semplici, ma indispensabili. 

Tim Wiegel è convinto che si riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati solo con una leadership coinvolta, coerente e strutturata che si impegni a far crescere i membri dei team e trasformare le persone in un esercito di Miglioramento Continuo

In giapponese letteralmente Obeya significa «grande stanza». Funge da punto di incontro in cui i leader e la squadra operativa interagiscono, in modo aperto visibile e rispettoso, cosicché la realizzazione della strategia organizzativa entri a far parte dell’attività quotidiana. Se utilizzata correttamente, aiuta a rimuovere gli ostacoli tipici di un approccio manageriale “tradizionale”, quali ad esempio politiche egocentriche, priorità non chiare, pratiche manageriali inadeguate, disallineamento, mancanza di direzione per squadre autonome. 

Toyota mise in pratica il concetto di Visual Management per il progetto Prius concentrandosi su come sfruttare il metodo migliore per sviluppare un prodotto. Lo strumento Obeya poi è diventato parte integrante del sistema Toyota per tutti i progetti di sviluppo di nuovi veicoli. 

Toyota ha avuto molto successo nel creare un modo sistematico di lavorare, coltivando la sua cultura del Miglioramento Continuo e incoraggiando il rispetto per le persone. Con una crescita lenta ma costante, sono riusciti a conquistare l’industria automobilistica dopo la Seconda guerra mondiale, superando importanti attori globali come General Motors e Volkswagen. 

Oggi il concetto di Obeya viene usato da organizzazioni in tutto il mondo, adottato nella sanità, nell’industria, nei servizi bancari e nei servizi pubblici. Un metodo utilizzato sia in grandi multinazionali che in start-up.

La chiave del successo di Obeya consiste in una rappresentazione visibile e tangibile del sistema di leadership, che risulterebbe altrimenti poco chiaro. L’unico modo per far funzionare tutto questo è assicurarsi che ogni aspetto del sistema dell’organizzazione sia rappresentato da persone disposte a osservare, imparare e agire insieme. Per l’autore, il vero valore di Obeya viene creato attraverso il comportamento e il processo decisionale utilizzato dal team.

La rappresentazione visiva di Obeya è semplicemente un supporto per le abilità cognitive. Quello che più conta è come si agisce sulla base di queste informazioni visive

Quello che c’è sulle pareti di una Obeya è il risultato di ciò che il team è disposto ed è in grado di mostrare riguardo al proprio lavoro, sia ai membri del team che al resto dell’organizzazione. 

Nell’Obeya, il sistema così com’è compreso dalla leadership è visivamente rappresentato da tutto ciò che è presente sulla parete. 

In un certo senso, le immagini sulla parete sono gli elementi del sistema che il team ha saputo «scoprire». 

Per Wiegel, per poter gestire il sistema della propria organizzazione ogni elemento dovrebbe essere rappresentato da una persona, la quale ricopre una specifica responsabilità. Quindi, allorquando si mettono insieme i pezzi del puzzle come un sistema, ognuno di questi pezzi deve essere rappresentato da una persona nella stanza. Si vede allora chiaramente come le responsabilità e le decisioni di una persona nella stanza influenzino le altre.

L’ambiguità sulla responsabilità delle performance nel sistema viene così cancellata identificando gli elementi del sistema e il leader rappresentativo e responsabile di ciascun elemento. 

I leader devono lavorare continuamente al proprio sviluppo, ma anche supportare e incoraggiare i membri dei loro team a fare lo stesso. 

Fujio Cho (presidente della Toyota) una volta disse: «Prima costruiamo persone, poi costruiamo automobili».

Una “costruzione” che deve essere continua e costante per essere davvero efficace. Collegando mentori e miglioratori a tutti i livelli dell’organizzazione, emerge una struttura coerente di apprendimento bottom-up e una governance strategica top-down, con un ciclo di feedback che non ha precedenti nei metodi tradizionali di management.

Ma imparare spesso non è parte di una cultura che è stata sviluppata e insegnata per raggiungere gli obiettivi. 

Il Management By Objectives (Mbo) suggerisce di raggiungere il target, ma in questo l’apprendimento tende a rallentare, perché l’atto di apprendere non è immediatamente legato a un obiettivo di risultato aziendale misurabile sul breve termine. 

Il Management Per Obiettivi è considerato la causa di molti persistenti problemi nel mondo di oggi. Problemi dovuti non solo all’inseguimento di obiettivi da parte delle persone, ma anche a come questi obiettivi vengono fissati e gestiti. 

L’apprendimento è al contrario il tema centrale dell’Obeya, il che significa che il Management Per Obiettivi viene sostituito da Miglioramento Continuo delle persone e dei processi. La gestione non dovrà più concentrarsi solo sul risultato ma, piuttosto, guardare al processo che crea il risultato.

Tra gli importanti studiosi del XX secolo che hanno influenzato la filosofia del management, Wiegel ricorda in particolare Peter Drucker e W. Edwards Deming.

Drucker introdusse l’Mbo nel mondo del management. Questo sistema è molto adottato ed è responsabile del modo in cui svolgiamo la contabilità e il reporting nelle attuali società «occidentalizzate». 

L’idea alla base dell’Mbo è che un manager venga valutato in base al risultato del suo lavoro, misurando il raggiungimento degli obiettivi che sono stati assegnati. 

Deming ha svolto un ruolo importante nella promozione del ciclo di Miglioramento Continuo nelle case automobilistiche giapponesi negli anni Cinquanta.

Secondo Deming, ci si dovrebbe concentrare sul processo che porta al raggiungimento degli obiettivi, e qualsiasi obiettivo dovrebbe essere sempre verificato rispetto al valore per i clienti e gli stakeholder.

Mentre il messaggio di Deming non sembrava avere un impatto significativo nelle pratiche di gestione occidentali, ha avuto grande successo in Giappone. 

Studiando il Toyota Production System – la base del Lean – si troveranno forti riferimenti e prove di applicazione pratica della visione di Deming del Miglioramento Continuo. 

Se, quindi, il management per obiettivi viene indicato come la causa di molti persistenti problemi del mondo di oggi si evince chiaramente la necessità, espressa più volte dall’autore, di guardare al lavoro Agile, Lean, DevOps e al metodo Obeya. 

Più volte Mariacristina Galgano insiste sulla necessità di apprendere le nozioni dell’Obeya e quanto il libro di Tim Wiegel sia utile a detto scopo. In effetti, dando anche solo uno sguardo sommario al panorama informativo divulgativo – presente in molte pubblicazioni e online nel web – si ha l’impressione ci sia un certo fraintendimento. Agile, per esempio, viene ricondotto alla forma del lavoro agile, inteso come modalità mista in presenza e da remoto oppure nelle forme precarie alternative (contratti a termine, temporanei, da esterni e via discorrendo). E Lean e Obeya spesso sono identificati come progetti di innovazione riconducibili all’impiego o all’incremento della digitalizzazione. Altre volte queste metodologie vengono indicate come strumenti utili per migliorare la soddisfazione del cliente. Il che, a ben pensarci, non è neanche del tutto errato ma sicuramente molto riduttivo e non concorde con il progetto di più ampio respiro creato da Takeshi Uchiyamada.

Si ritrova in questo tipo di approccio il problema evidenziato da Wiegel, ovvero la difficoltà di comprendere il sistema che è l’organizzazione aziendale o societaria. Ciò che Taleb ha definito «opacità causale»1

Egli spiega che non possiamo sapere esattamente come funzionino i sistemi complessi e come una cosa si mette in relazione con un’altra. Non possiamo prevedere esattamente cosa accadrà se influenziamo un aspetto specifico. A causa del pregiudizio verso la complessità, tendiamo a evitare di affrontarla direttamente. 

Ogni volta che c’è un problema – che per Taleb in realtà è un sintomo – si scatena una vera e propria caccia all’errore e si cerca di attenuarlo con una «pezza» piuttosto che una soluzione effettiva. 

Non vediamo e comprendiamo quello che realmente accade perché non riusciamo a vedere attraverso la complessità del sistema. 

Seguendo il modo di lavorare Lean, la ricerca della causa principale aiuta a mostrare più parti del sistema e a cercare di comprendere il motivo per cui il sistema produce problemi di qualità. Una vola rimossa questa causa alla radice, la qualità aumenta e si previene uno spreco di materiale (prodotti difettosi) e di tempo prezioso. 

L’obiettivo del Visual management è, essenzialmente, quello di soddisfare le nostre capacità visive e cognitive, aiutandoci a vedere l’intero sistema e come sta performando, cercando di evitare pregiudizi. 

Wiegel crede davvero che dirigere con Obeya massimizzi il potenziale umano al fine di aiutare le organizzazioni nel loro cammino, augurandosi che dette organizzazioni si pongano come scopo quello di rendere il mondo almeno in parte migliore. Un augurio che non si può non condividere appieno. 

Il libro

Tim Wiegel, Obeya. Un nuovo modello di leadership per guidare team e aziende verso il successo, Guerini Next, Milano, 2021.

Edizione italiana a cura di Mariacristina Galgano che ha curato anche la traduzione.

Titolo originale: Leading with Obeya.

L’autore

Tim Wiegel: coach specializzato nel metodo Obeya, si occupa di favorire cambiamenti organizzativi, lavorando sull’allineamento tra team e organizzazioni. 

La curatrice

Mariacristina Galgano: AD Gruppo Galgano, responsabile Area Risorse Umane e Galgano Formazione, direttore responsabile di Galgano Informazione.

1Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di GueriniNext per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019)

“La classe avversa” di Alberto Albertini (Hacca, 2020)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La voce delle donne per sconfiggere la misoginia

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Nella società medievale, guerriera e violenta, la presenza femminile rimane in ombra: le donne, per lo più analfabete e sottomesse, offese e abusate, a volte addirittura considerate specie a parte rispetto agli uomini, come gli animali, non hanno voce.

A meno di non essere obbligate al monastero, dove possono vivere in modo più dignitoso, imparando a leggere e scrivere.

Ma da dove viene tanta misoginia?

Se l’è chiesto anche la professoressa Chiara Frugoni che da anni si dedica allo studio della figura femminile nel medioevo, attraverso la voce delle stesse protagoniste. Una voce non filtrata, come al solito, dallo sguardo e dalla penna di un uomo che toglie la parola alle donne sostituendola con la propria, oppure le immagina e le rappresenta secondo i propri pregiudizi. 

Un passaggio questo molto importante che fa bene l’autrice a sottolineare. Per certo, nella storia ormai millenaria, sono state numerosissime le donne che, con il loro contributo, ne hanno determinato il corso. Ma le loro azioni e parole sono volutamente state celate o mutate oppure, appunto, filtrate dall’operato di uomini solerti e operosi nel fare in modo che esse restassero o ritornassero quanto prima “al loro posto”. Quante volte si è costretti a sentire espressioni come questa ancor oggi, figuriamoci in età medievale!

Un periodo storico che, dal punto di vista culturale, in molte parti del mondo, anche di quel mondo occidentale che tanto si autoproclama civile, non è mai veramente finito.

Una volta affermatosi il celibato dei preti con Gregorio VII, ogni donna è una Eva tentatrice, non compagna dell’uomo ma incarnazione del peccato da cui fuggire. Ricorda Frugoni ai suoi lettori anche il perdurante terrore della Chiesa, giunto fino ai nostri giorni, verso la donna che eserciti funzioni sacerdotali e abbia accesso al sacro. 

Anche la collettività laica intellettuale andò di pari passo: ad esempio attraverso i trattati dei pedagoghi ci si affanna a raccomandare che le donne rimangano analfabete, un modo per negare loro un posto nella società, per mantenerle sottomesse. 

Oggi, in un paese come l’Italia, per fare un esempio, le donne sono molto istruite, spesso più dei coetanei maschi eppure, all’ingresso del mondo lavorativo sembra esserci un filtro che le dimezza e ne riduce drasticamente la percentuale di presenza rispetto agli uomini, soprattutto nei livelli più alti, della sfera pubblica come di quella privata. 

Possibile mai che tutte le competenze acquisite diventino improvvisamente inutili e inutilizzabili? Possibile mai che tante studentesse meritevoli e volenterose perdano poi all’improvviso le capacità organizzative e non riescano ad organizzarsi altrettanto proficuamente nel mondo professionale?

Ovvio che il problema non vada ricercato in questo. E neanche la soluzione.

Per le cinque protagoniste del libro di Chiara Frugoni l’incontro con un uomo non fu felice. Le loro qualità, il loro talento si schiusero in una vita di donne sole. E oggi, si interroga l’autrice, il legame familiare quanto condiziona una donna nella espressione piena dei suoi desideri e delle sue possibilità? Una domanda cui, ovviamente, non prova nemmeno a dare risposta, non nel libro almeno. Spetta a ogni lettrice, a ogni donna, farlo. 

Almeno oggi, nella gran parte dei casi, un uomo e una donna decidono di sposarsi perché si amano. E se i genitori sono felici, molto probabilmente anche i figli lo saranno. 

Ma, sottolinea Frugoni, nulla di tutto questo interessa la Chiesa nell’XI e XII secolo, essendo questa impegnata a incasellare i sentimenti dei coniugi in altrettanti possibili peccati. 

Il matrimonio è presentato come un pericoloso cedimento alla tentazione. In un testo attribuito in passato a san Bernardo, questi paragona una donna sposata a una sirena, tentatrice e ammaliatrice per antonomasia. 

Tutte e tre le religioni monoteiste (ebraica, cristiana e islamica) hanno pesantemente condizionato la vita della donna e, di riflesso, l’immagine che questa si è costruita di se stessa. 

Sono passati secoli, l’organizzazione della società è notevolmente cambiata eppure spesso la donna continua a essere considerata un essere inferiore. Inspiegabilmente.

Oggi le donne che riescono a trasmettere la loro voce non filtrata sono molte di più che in passato, eppure…

Il 6 aprile 2021 il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sono recati ad Ankara per un incontro ufficiale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Solo che la seduta da regole protocollari, la poltroncina con le bandiere alle spalle, è stata preparata e porta solo a Michel. La notizia e, soprattutto, il video che riprende l’intera scena, sono diventati virali. Si è ipotizzato sui motivi del gesto di Erdogan. Non che conoscendoli la situazione cambi. Tuttavia a stupire di più è stata la non reazione proprio di Michel il quale, in un secondo momento, si è scusato. Ci ha riflettuto oppure è stato indotto a farlo. Non ha capito subito cosa stava accadendo. Va bene. 

Ursula von der Leyen invece lo capisce subito e, pur mostrando tutto il risentimento di questo mondo, mantiene un atteggiamento e un comportamento formali, eleganti, dignitosi e degni della carica che ricopre. Il video e le sue dichiarazioni successive sono di dominio pubblico, ognuno può vederlo e sentirle. Durante il G20 di ottobre 2021 stringerà anche pubblicamente la mano del presidente Erdogan per suggellare il bilaterale. 

A fine novembre 2021 una giornalista è stata molestata mentre lavorava. Le immagini, riprese dal cameraman che la accompagnava, sono diventate subito virali. È seguita denuncia e racconto di altre molestie, verbali e fisiche, subite quella sera da Greta Beccaglia. Il collega in studio, che poi si è scusato, sembra non abbia capito la situazione suggerendole di andare comunque avanti e che tutto fa esperienza. In un secondo momento, dopo, poi… sembra aver capito. 

Uno degli aggressori è stato identificato, interrogato, impalato sui social. Il suo avvocato ha tenuto a precisare che si tratta di un uomo che è sempre stato rispettoso delle donne e padre di una bambina. Si immagina che il suo timore fosse di essere rappresentato come un uomo non “per bene” e di essere assimilato a un delinquente, ovvero una persona che delinque, che viola la legge e commette un reato. Brutta cosa sentirsi braccati, non essere liberi di poter parlare e muoversi senza incontrare e scontrarsi con qualcuno che ti giudica (per l’aspetto, per l’abbigliamento, per il comportamento…) senza magari neanche conoscerti eppure sentirsi libero di dirti o farti qualunque cosa gli passi per la mente in quel momento. Che brutta sensazione davvero!

Gli esempi che si possono citare, purtroppo, sono innumerevoli. Sono stati scelti questi due perché subiti da due donne che hanno dimostrato, a testa alta, di avere una dignità suprema. Hanno affrontato la situazione e fatto sentire la propria voce “non filtrata” anche laddove hanno evitato apposta di parlare. Come le protagoniste medievali del libro di Frugoni, donne emerse da una folla negletta. Personalità eccezionali, capaci di rompere le barriere di un destino rigidamente segnato. Monache e regine, come Radegonda di Poitiers, scrittrici come Christine de Pizan, personaggi leggendari come la papessa Giovanna, figure potenti come Matilde di Canossa, donne comuni ma talentuose come Margherita Datini.

E tutte hanno scontato con la solitudine il coraggio e la determinazione con cui hanno ricercato la piena realizzazione di sé.

Donne medievali di Chiara Frugoni è un’opera monumentale, per contenuti, analisi e competenza. La parte narrativa è supportata da citazioni da fonti bibliografiche come da immagini di miniature, affreschi, ricami… Una narrazione che ripercorre gli stadi e le fasi della sempre troppo diffusa misoginia, a partire proprio dal “peccato originale”. Cosiddetto tale. 

Un libro che è un monumento a nutrire l’intelletto. Di fondamentale valore culturale ed educativo


Il libro

Chiara Frugoni, Donne medievali. Sole, indomite, avventurose, Società editrice ilMulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Chiara Frugoni: ha insegnato Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi. Autrice di numerosi saggi, molti dei quali tradotti nelle principali lingue europee, oltre che in giapponese e coreano. 


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società editrice il Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


CONSIGLI DI LETTURA

“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale. “Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo” di Bina Agarwal (ilMulino, 2021)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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È l’a-legalità il volano per le mafie?

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Bari non è una città qualsiasi del Sud. Tra i grandi capoluoghi meridionali, è il solo a non aver mai avuto un univoco centro di potere. È stata spesso divisa da istituzioni e forze sociali difformi e contrastanti: lo Stato e la Chiesa, la magistratura e la mafia, i fascisti e i comunisti, i ricchi e i poveri. Una città divisa, spezzata, lacerata dal profondo e nel profondo. Una città di antinomie e opposizioni, costruita grazie all’apporto di tribù di non baresi, ovvero gente proveniente da fuori che l’ha poi arricchita di fame e di lavoro.

Anche La città spezzata di Leonardo Palmisano è diviso, un libro che si compone di due distinte parti: il positivo e il negativo. Un racconto struggente e nostalgico di un luogo che è anche casa, di rabbia e rimpianto per quello stesso luogo che ai più rimane mistero.

Le parole dell’autore sono al contempo un grido di denuncia e di dolore da parte di un cittadino autoctono che non vuole arrendersi, nonostante tutto, che non può e non deve farlo perché tutti hanno il diritto di vivere una città dove i lati positivi superano e mettono all’angolo quelli negativi. Dove cittadini come lui, che mai si sono tirati indietro dinanzi alla lotta, devono avere il diritto di gioire e godere dei frutti del proprio lavoro. Dove lo Stato e le istituzioni non devono arretrare dinanzi al Male, in ogni sua forma. 

Le due parti del libro, in realtà, quasi convergono. Anche la prima parte, il positivo, in molti punti parla in negativo. Anche i racconti “felici” di Palmisano lasciano l’amaro in bocca. 

Sembra che comunque e nonostante tutto il positivo resti in una zona d’ombra, oppresso da una velatura di negatività. Come se il male annebbi anche quello che di positivo c’era, c’è oppure è rimasto. 

Palmisano racconta della sua Bari, la città che gli dato i natali, che lo ha visto crescere e diventare uomo, scrittore, sociologo, imprenditore. Una città che lui ha sempre osservato e visto cambiare, nella sua solo in apparenza immobilità. 

È un luogo che conosce perché ci abita. Certo. Ma quante persone si soffermano a guardare con attenzione quanto accade intorno a loro? Ad osservare gli umili, i vinti, i dimenticati? A parlare con loro e cercare di capire cosa accade? A denunciare le malefatte di chiunque le abbia commesse? 

Pochi. Pochi. Pochissimi. E non solo a Bari.

Per l’autore Bari sta perdendo tempo senza accorgersene. Verrebbe da aggiungere che si comporta come l’Italia intera. 

Nel welfare, per esempio, che è diventato tutto un gioco di volontariato. La gran parte di coloro che si occupano del sociale sono volontari appunto, ovvero persone che non hanno le competenze necessarie per svolgere quel lavoro. 

Il che non vuole assolutamente essere un attacco alla figura dei volontari. Figurarsi. Loro per certo cercano di fare il meglio. Si tratta piuttosto di una critica al sistema che lascia a volontari impreparati e improvvisati il compito di tappare i buchi, anche profondi, lasciati vuoti dallo Stato e dalle istituzioni. 

Parafrasando un vecchio proverbio che vedrebbe Parigi potenzialmente simile al capoluogo pugliese, si potrebbe affermare che, senza nulla a cambiare, l’Italia sembra già una grande Bari.

Sono tantissimi gli argomenti che Palmisano tratta nel testo, tutti importanti. Si passa dalla cementificazione indiscriminata e dall’abuso edilizio all’inquinamento nelle sue molteplici forme, dalle discariche abusive e dallo smaltimento illecito dei rifiuti ai roghi simili a quelli della Terra dei Fuochi, dal racket e dall’usura alla ludopatia e altre dipendenze (alcool, farmaci, sostanze stupefacenti, droghe), dalla prostituzione allo sfruttamento, anche di minori e immigrati, dalla delinquenza alle organizzazioni di tipo malavitoso.

Perché accade tutto questo? Perché il sistema culturale dominante affonda le proprie radici in una diffusa a-legalità che tende ad auto-giustificare comportamenti collusi, corrotti, omertosi, indifferenti.

Questo sostrato sottoculturale produce una legittimazione costante dei comportamenti mafiosi. Il mondo intellettuale locale, ricorda l’autore, raramente ha preso posizione aperta contro la mafia del territorio. 

Perché è esattamente così che vanno le cose, a Bari come nel resto di Italia, Europa e del mondo. Un conto è parlare astrattamente della delinquenza e della criminalità organizzata. Altro è affrontarla a viso aperto e a muso duro sul campo. 

Sulla prima ipotesi c’è un consenso globale. Sulla seconda decisamente più scarso. 

Alla fine del libro, Palmisano scrive una scarna filmo-bibliografia che egli stesso definisce piccola. È oggettivamente breve, per un testo come il suo. Ma non si tratta del classico elenco di fonti da cui l’autore ha attinto nozioni poi rielaborate, o concetti fondamentali della materia. Piuttosto di una lista di letture e visioni consigliate, per così dire. 

Egli non basa la sua scrittura solo sui dati forniti da fonti scritte, documentali, visive o altro. Si affida, in prevalenza, aquello che i suoi occhi hanno visto e le orecchie sentito. Per le cui informazioni, solo in un secondo momento, cerca i riscontri oggettivi. 

Una scrittura, la sua, che non scivola come un guanto lungo il palmo e il dorso di una mano, no. Piuttosto appare come una grattugia che lacera la buccia agra di un agrume o l’interno dolce di un formaggio. 

È una narrazione che colpisce la sua, un racconto vero, quello di chi vive un luogo marcio dentro e non vuol fingere che così non sia. Cosa che accade spesso, purtroppo. Lo abbiamo visto tante volte e per tanti luoghi d’Italia. Nessuno vuole accettare di vivere in un luogo “mafioso”, pervaso e invaso, intriso di malavita e criminalità organizzata, corruzione, collusione… È un’etichetta che nessuno accetta di veder cucita addosso alla propria casa.

Palmisano è un sociologo. Osserva la realtà che lo circonda non da semplice cittadino ma secondo indicazioni e regole che insegna la sociologia e che sono simili o in comune a quelle dell’antropologia e che diventano metodo.

Osservare la realtà che ci circonda, le persone, le azioni, le parole, i silenzi, le relazioni. Ma, determinante per la riuscita di un’indagine, una ricerca sul campo, un’inchiesta… si rivela essere il non fermarsi mai dinanzi all’ovvio. Andare oltre deve diventare una sorta di imperativo categorico. 

Ed è proprio una ricerca sul campo, quella condotta dall’autore, portata avanti con conoscenza, competenza e metodo in un “campo” che è anche la sua casa. 

A settembre 2018 Leonardo Palmisano riceve minacce di morte, pervenutegli tramite il suo profilo Facebook da parte di soggetti che si sono serviti di profili social risultati poi fake. 

In quei giorni Palmisano aveva firmato diversi articoli, apparsi sul Corriere del mezzogiorno, sui legami tra la mafia garganica e quella nigeriana circa la gestione degli affari illeciti del Nord della Puglia, soprattutto all’interno del ghetto di Borgo Mezzanone. Palmisano è anche Premio Livatino contro le mafie e Colomba d’oro per la Pace.

Il coraggio di andare oltre, di andare avanti, sempre. 

Il libro

Leonardo Palmisano, La città spezzata, Fandango Libri, Roma 2021.

L’autore

Leonardo Palmisano: dirigente d’impresa, scrittore e autore di inchieste.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fandango Libri per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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