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Leila El-Houssí nasce da madre italiana e padre tunisino, studia e vive in Italia, ma il suo maggiore campo di interesse è la storia della Regione Nord-Africana.

Quali sono e quali sono state le peculiarità della comunità italiana in Tunisia?

Io sono anche nata in Italia, sono nata e cresciuta qui. Vivo e studio in Italia. Sono una storica di formazione e mi occupo della Storia del Nord-Africa e quello che mi ha sempre attratto, probabilmente anche perché sono figlia di due identità culturali, è lo studio dell’evoluzione della collettività italiana in Tunisia.

Una comunità che era molto numerosa, soprattutto nel XIX secolo. Ed era anche molto ‘variegata’ nel senso che al suo interno vivevano italiani che provenivano da diverse Regioni. C’era una forte presenza di toscani, che risiedeva lì già dall’età moderna, poi una copiosa presenza anche di siciliani che invece sono arrivati in Tunisia alla fine dell’Ottocento e c’è stata una migrazione che potremmo definire a carattere temporaneo che ha interessato un gruppo di minatori sardi e di balie dalla Garfagnana.

Mi ha sempre incuriosito il fatto che nonostante fosse così eterogenea si sia comunque ben inserita nel tessuto sociale e culturale tunisino. Penso che la Tunisia come Paese abbia sempre avuto una sua peculiarità dovuta anche al fatto che ci sia stata questa convivenza assolutamente pacifica e positiva con altre identità culturali, tra cui quella italiana.

All’indomani dell’indipendenza con Burghiba questo processo di integrazione e convivenza ha subito un brusco arresto. Molte società sono state nazionalizzate… in tanti sono andati via e molti italiani hanno scelto la Francia, altri l’Italia.

Attualmente, diciamo da circa quindici/venti anni, c’è un’altra immigrazione, ma il nucleo storico, come per esempio la famiglia Finzi, continuano a risiedere lì.

Ricordiamoci sempre che Roma e Tunisi sono le due capitali geograficamente più vicine. In un certo senso dalla costa tunisina si può vedere la Sicilia… c’è talmente tanta vicinanza, anche culturale, che non può non rappresentare un valore aggiunto e anche un’opportunità.

Presumibilmente sei cresciuta avendo accesso contemporaneamente a due mondi che, per quanto sono o sembrano diversi, sono ineluttabilmente entrambi affascinanti. Quali sono gli aspetti della cultura e della storia italiana e tunisina che preferisci? E quelli che vorresti cancellare?

Sono cresciuta in due mondi, ma grazie al profondo rispetto che i miei genitori nutrivano l’uno verso l’altra e per le rispettive culture ho potuto accedere alla parte migliore di entrambi.

Quello che io non amo di entrambe le culture, quello che purtroppo emerge, ma che non è determinato dalla cultura, piuttosto rappresenta una devianza degli stessi, è l’utilizzo delle religioni per acuire una certa intolleranza.

Ciò non mi piace perché nella realtà entrambe le religioni, musulmana e cristiana, sono molto aperte e tolleranti. L’Islam è molto aperto al pari del Cristianesimo, lo stiamo vedendo anche con questo Papa che è molto aperto al dialogo interreligioso e interculturale. Non mi piace l’interpretazione deviata che taluni possono dare, in entrambi i mondi.

Nel libro Il risveglio della Democrazia. La Tunisia dall’indipendenza alla transazione (Carocci Editore, 2013) racconti del passaggio dalla ‘democrazia nascente’ a quella ‘calante’ a causa di una «politica di cambiamento e di modernizzazione che celava un capillare controllo autoritario e una prassi repressiva, giustificata dietro la bandiera della lotta al terrorismo». Sembra quasi che sia un tipo di politica adottato sempre più spesso anche dai Paesi che si definiscono occidentali. Qual è la tua opinione in merito?

Nel caso tunisino c’era un aspetto di cui ho ampiamente discusso nel libro… ecco Ben Ali utilizzava questo ‘contenimento all’islamismo’ per cercare un’auto-legittimazione, per continuare a governare tranquillamente anche un po’ con la complicità dei Paesi occidentali, che preferivano vedere una Tunisia ‘tranquilla’ e con un’immagine sostanzialmente edulcorata.

È chiaro che spesso viene utilizzata ‘la lotta al terrorismo’ per auto-legittimarsi. Sicuramente questa è una cosa che vale a 360° per tutti i Paesi. Ciò non toglie il fatto che il terrorismo esiste. Indubbiamente esistono delle frange estremiste che agiscono indipendentemente dall’aspetto religioso e che vanno fermate, questo è chiaro.

Tuttavia è vero anche che c’è una strumentalizzazione su questo. Fa anche comodo per certi versi ai governi defilare su certe tematiche piuttosto che su altre. La crisi mondiale ad esempio fa sì che molti governi debbano adottare politiche diciamo ‘non piacevoli’ per i cittadini e quindi ritorna utile deviare l’attenzione, sfruttando la mai inflazionata ‘strategia del terrore’.

Incuriosisce e al contempo stupisce il fatto che se ne parla tanto, ma in fondo si fa una tale confusione circa l’identità di questi gruppi terroristici, anche i media stessi confondo i gruppi, i nomi… una tale confusione e superficialità…

Ben Ali sfruttando questo tipo di politica si è fortemente auto-legittimato ed è rimasto al potere per 24 anni. Tutto ciò e tutti coloro che non erano dalla sua parte venivano additati come islamisti radicali o terroristi. Agiva sulla paura. È agire sulla paura della gente. La gente che ha paura… e questo è anche un modo per far obbedire la gente, come dice la politologa Béatrice Hibou, la famosa ‘forza dell’obbedienza’.

È da poco uscito il libro L’urlo contro il regime. Gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre (Carocci Editore, 2014) nel quale parli appunto del tema dell’antifascismo italiano in Tunisia nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Cos’è successo in realtà all’interno della collettività italiana in Tunisia?

C’è sempre stata l’idea che dall’avvento del fascismo l’intera comunità italiana in Tunisia fosse schierata dalla parte di Mussolini. In realtà contro la dittatura del duce e contro anche la propaganda fatta dal regime fascista è sorta una corrente di opposizione importante. Membri di questo gruppo erano sostanzialmente borghesi dell’élite liberale prevalentemente di origine toscana. Molti appartenenti alla Massoneria, molti erano militanti del Movimento anarchico, poi c’erano ovviamente anche esponenti della classe operaia e soprattutto quest’ultimi erano organizzati nei partiti di sinistra, nel Partito socialista e comunista. C’era anche una componente importante di Giustizia e Libertà.

Da questo è nato un laboratorio interessante che è stato poco analizzato dalla storiografia. Si trattava di giovani italiani e tunisini che a partire dagli anni ’30 hanno costituito la sezione della Lega italiana dei Diritti dell’uomo. Verso la fine del decennio poi il centro estero del Partito comunista aveva individuato nella Tunisia un dinamico laboratorio importante dell’antifascismo e ha inviato anche dirigenti autorevoli del partito come Velio Spano e Giorgio Amendola che, tra le altre cose, avevano anche fondato un organo di stampa che si chiamava «Il Giornale».

Ricordiamoci sempre che la Tunisia pur essendo sotto il Protettorato francese era da tutti i Paesi considerata una pedina importante nello scacchiere anche per via della posizione geografica.

L’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (ANPPIA) ha contribuito alla pubblicazione del libro e pubblicamente si è dichiarata lieta di averlo fatto sostenendo che «per la prima volta si affronta in maniera esauriente l’analisi dell’opposizione al fascismo operata anche fuori dalla Penisola». Stanno veramente così le cose? E se si, perché se ne è parlato così poco secondo te?

Io devo molto all’ANPPIA. Questo volume non sarebbe mai venuto fuori senza il loro aiuto. È frutto della mia tesi di dottorato è vero ma le difficoltà nel poterlo pubblicare era tante. L’ANPPIA invece ha creduto in questo lavoro.

È importante anche perché è un lavoro che non riguarda prettamente il territorio nazionale ma egualmente parliamo di italiani, cittadini italiani residenti all’estero. È comunque un pezzo della nostra Storia.

Se ne è parlato poco di questo argomento anche perché… se ne è parlato di più in Francia. C’è indubbiamente più storiografia francese che italiana.

Io ho lavorato su questo tema e continuo a lavorarci dalla fine degli anni ‘90. Continuo con le mie ricerche nonostante l’uscita del libro che comunque arriva fino al 1936 e non va oltre. Sono andata quasi ovunque, studiando su una documentazione che ho reperito negli archivi francesi, italiani e tunisini, parlo di quelli pubblici ovviamente. Ma tanto materiale ho reperito anche negli archivi privati.

Un’altra fonte utilissima sono state le memorie, anche quelle dei figli di questi antifascisti. Per esempio la figlia di Maurizio Valenzi, che è stato sindaco di Napoli negli anni ’70 ed è stato uno dei protagonisti principali dell’antifascismo in Tunisia. Lui era nato e cresciuti a Tunisi, esponente del Partito comunista tunisino è stato una figura di rilievo sia all’interno del partito che del gruppo antifascista. Lucia, che ha creato una fondazione a nome del padre (www.fondazionevalenzi.it, ndr), mi è stata di grandissimo aiuto.

Un’altra persona a cui devo molto per questo libro è Nadia Gallico Spano, antifascista in Tunisia e, rientrata in Italia nel ’43, membro della Costituente.

Allargando per un istante l’orizzonte vorrei parlare non solo degli italiani in Tunisia, ma in generale di questo Paese e dell’Africa tutta. Generalmente si ha la tendenza a raffigurare questi posti e i popoli che li abitano come ‘diversi’ da noi ‘occidentali’. Professano un credo diverso, vivono un habitat differente, usi e costumi non concordano con la cultura occidentale e via discorrendo… quando invece poi poco poco ci si avvicina a questo ‘mondo diverso’, come a qualsiasi altro del resto, si realizza che in fondo sono più le cose che ci accomunano di quelle che ci distinguono. Un ragazzo senegalese un giorno mi disse che «siamo tutti fratelli… perché siamo fratelli di genere umano». Tu sei cresciuta nella fusione di questi due mondi, cosa pensi delle divisioni e delle contrapposizioni?

Le divisioni e le contrapposizioni vengono alimentate in un certo senso.

La cosa fondamentale è il confronto. Nel momento in cui ci si confronta, in cui si dialoga, se lo si fa veramente si intraprende un cammino che non può che portare ricchezza. È vero che da che mondo è mondo c’è sempre stato il timore dei confronti per la volontà di proteggere il proprio ambiente però di fatto oggi questo non ha più senso. È proprio nella interculturalità che riusciamo davvero a diventare ricchi. Conoscendo gli altri, l’altro nel senso culturale e religioso, solo così riusciamo a non avere paura.

Bisogna educare al confronto i bambini già dalle scuole primarie o meglio ancora dalla scuola dell’infanzia. Valorizzare le seconde generazioni che hanno dentro di sé i due mondi e a volte anche più di due.

L’unico modo per contrastare la violenza è agire sulla cultura.

Mia madre è italiana, metà siciliana e metà triestina. Mio padre, tunisino, era un linguista, insegnava lingua francese alla Ca’ Foscari ma ovviamente conosceva perfettamente anche l’arabo. Alle volte nelle discussioni mia madre tirava fuori delle espressioni siciliane che facevano sorridere mio padre il quale ci teneva a sottolineare il fatto che avessero per certo un’origine etimologica nella lingua araba.

Nella quotidianità anche le culture che sembrano più lontane finiscono col somigliarsi.  

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/12/01/intervista-a-leila-el-houssi-lurlo-contro-il-regime-gli-antifascisti-italiani-in-tunisia-tra-le-due-guerre/

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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