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Il Novecento, fin dal principio, porta in sé le contraddizioni ereditate dal secolo precedente. Cosa ha lasciato il Novecento letterario al nuovo Millennio? Quali sono i luoghi della cultura oggi? 

Uno degli aspetti più importanti della cultura italiana del Novecento è il ruolo particolare che hanno avuto le riviste come centri di raccolta e di aggregazione degli intellettuali, come strumenti di orientamento teorico e di progettazione ideologica.

Sono per la gran parte riviste programmaticamente anti-accademiche o anaccademiche. Da ciò la critica e il rifiuto dell’intellettuale accademico, tradizionalmente separato dalla prassi sociale e politica. 

Questi intellettuali sono, dunque, e contemporaneamente, critici del sistema e oppositori della cultura tradizionale, e la loro funzione nella società italiana fu notevole per il ruolo eccezionale svolto in Italia dalla cultura.1

Forse è bene ricordare che l’università italiana, per ragioni connesse alle scelte di politica culturale compiute dalle classi dirigenti post-risorgimentali, non è nata né come centro di ricerca scientifica, secondo il modello tedesco, né come centro di preparazione professionale, secondo il modello francese. Essa è sorta come luogo di alta cultura, ossia come un’istituzione di tipo medievale, fortemente selettiva sul piano culturale, è perciò fortemente refrattaria agli orientamenti che non sorgono al suo interno ma al di fuori, e per tale motivo considerati portatori di richieste e progetti culturali eversivi. Così, questi intellettuali, che hanno rappresentato una cultura d’avanguardia, con una notevole capacità di stabilire rapporti diretti e produttivi con la cultura europea più avanzata, hanno vissuto perlopiù una costante oscillazione fra opposti estremismi: tra un ribellismo di tipo anarcoide o una conclusiva integrazione nel sistema.2

Nei primi decenni del Novecento, proprio mentre la scienza e la tecnologia modificano la vita dell’individuo e della collettività in una misura mai vista prima, si afferma la convinzione che la realtà non sia oggettivamente conoscibile e inquadrabile entro rigide categorie. 

L’ideologia ottimistica della scienza e del progresso è messa in crisi, oltre che dalle nuove teorie scientifiche e psicologiche, dalle stesse trasformazioni socioeconomiche. La nascita della società di massa mostra infatti gli evidenti limiti della filosofia positivista, che concepisce l’evoluzione e la tecnica legate al benessere e alla giustizia sociale. Gli squilibri sociopolitici, la violenza dell’imperialismo, le tentazioni autoritarie dei governi e, in ambito culturale, la crisi della letteratura e del letterato – che fa i conti con una sempre più marcata mercificazione dell’opera d’arte e con la svalutazione del proprio ruolo – sono tutti elementi che concorrono a creare un nuovo clima culturale.3

Le caratteristiche della società di massa erano già in parte evidenti alla fine dell’Ottocento, quando molte categorie sociali avevano cominciato a fruire di beni, servizi e diritti in precedenza patrimonio di esigue minoranze, diventando interpreti attive della vita civile ed economica.

Già Friedrich Nietzsche aveva parlato del movimento democratico come di una gigantesca «sollevazione della plebe e degli schiavi» che sarebbe sfociata, se non fosse stata energicamente contrastata, in un perverso ribaltamento della gerarchia naturale dei valori. 

Le critiche alla democrazia provengono da posizioni politiche anche differenti, accomunate però da uno stesso disprezzo per il parlamentarismo e alimentate da correnti ideologiche irrazionalistiche

Il groviglio di riferimenti politico-culturali che alimentano le correnti ideologiche antidemocratiche trova espressione in Italia soprattutto all’interno di alcune riviste. Tra le principali: LeonardoIl RegnoHermesLa Voce, animate da intellettuali che si sentono distanti dalla classe a cui appartengono, la borghesia, ma al contempo si battono contro la minaccia rappresentata dal proletariato organizzato.4

Per rompere i ponti con il passato, avvertono la necessità di attribuire alla loro visione ideologica una componente militante e aggressiva, analogamente a quanto avviene nel mondo dell’arte, in Italia e nel resto d’Europa, con il fenomeno delle avanguardie – dal Futurismo al Cubismo, dall’Espressionismo all’Astrattismo, dal Dadaismo al Surrealismo.

Insieme a questo culto dell’azione, gli intellettuali di inizio Novecento, soprattutto italiani, accolgono atteggiamenti ribellistici di diversa provenienza – dal dannunzianesimo al superomismo – convinti che l’omologazione imperante possa essere contrastata grazie all’impegno di una minoranza di uomini superiori cui affidare il potere.

Quella promossa dalle riviste è una concezione dell’esistenza fondata sul culto dell’individuo e della pienezza vitale, sulla visione idealistica del soggetto creatore e su un’idea elitaria dell’arte e della cultura, che oppone l’irrazionalismo al razionalismo, il nazionalismo al cosmopolitismo, lo spiritualismo al materialismo, l’azione al pensiero astratto.

Non sorprende pertanto di trovare spesso, in questi periodici, l’esaltazione della guerra, celebrata come un’occasione propizia per cancellare la banale volgarità dal mondo e per rappresentare una via d’uscita dalla mediocrità della democrazia, azzerando la civiltà della massa e del numero per costruirne una basata sul genio e sull’individualità.5

Il crollo del fascismo, il periodo della Resistenza e l’arrivo della democrazia sono eventi che generano un radicale cambiamento nella vita del paese che poi si riflette in tutta la produzione letteraria di quegli anni. Attorno alle riviste RinascitaBelfagorPolitecnicoPonte si anima un vivace dibattito politico-culturale attraverso il quale si analizza, tra l’altro, l’isolamento della letteratura durante il ventennio, la mancanza di rapporti con la realtà da cui ne emerge un’ansia di superamento mediante l’impegno sociale e il pieno coinvolgimento da parte degli intellettuali nella fase postbellica di ricostruzione e reazione del paese. 

Nasce una letteratura nuova, impegnata ed immersa nella realtà: il Neorealismo, che, proprio per questo coinvolgimento politico e sociale, si esaurisce già nella seconda metà degli anni cinquanta allorquando si assiste allo svanire delle speranze di rinnovamento sociale, alla crisi delle sinistre, al processo di destalinizzazione e i moduli di rappresentazione neorealista risultano inappropriati per rendere una realtà singola e collettiva tanto complessa come quella neocapitalistica italiana.6

In ambito letterario le risposte a questi nuovi fermenti sono state antitetiche.

Letterati quali Tomasi di Lampedusa e Bassani manifestano il disagio con un desiderio di fuga dalla società attraverso la scelta di temi esistenziali, evasione elegiaca, compiacimenti intimistici e lamento della condizione umana. Altri, quali Sanguineti e Porta, denunciano l’inutilità della società capitalistica, l’incomunicabilità, la commercializzazione dell’arte attraverso le tecniche delle avanguardie storiche e, per questo, identificati nel movimento della Neoavanguardia.

Durante gli anni cinquanta si assiste all’apertura di un altro acceso dibattito, questa volta innescato dalla delusione generale diffusa per la mancata ripresa dopo il cambiamento politico. In seguito a eventi sulla scena internazionale destabilizzanti per la sinistra, il marxismo viene riesaminato su riviste di partito e non. Una fiorente produzione di saggistica si occupa della tematica mentre sempre acceso rimane il dibattito tra l’esigenza di una cultura come bene di consumo, come merce, e un’estremizzazione della ricerca formale, dello sperimentalismo che si oppone proprio all’ovvio e al consumabile. Riviste simbolo di questi ambiti di ricerca sono OfficinaVerriIl Menabò. Il gruppo letterario denominato Gruppo ’63 nasce in seno all’esigenza di contestare la mercificazione culturale di quegli anni.7

Le rivendicazioni della controcultura studentesca, la critica radicale alla società del benessere e il rifiuto del conformismo e dell’omologazione hanno spesso, come referente culturale, un marxismo critico molto diverso da quello di matrice leninista, tipico della burocrazia oppressiva dell’Unione Sovietica. Il nuovo pensiero di opposizione nasce invece nel cuore dei paesi capitalistici – a partire dalle università nordamericane ed europee -, dove una nutrita schiera di filosofi e intellettuali elabora analisi che pongono in discussione i meccanismi del mercato e la condizione umana nella ricca società occidentale.8

La società industriale – sia capitalistica che comunista – si dimostra totalitaria e disumana, in quanto l’applicazione della scienza e della tecnica ai processi produttivi e l’organizzazione scientifica del lavoro comportano inevitabilmente un’utilizzazione tecnico-strumentale degli esseri umani che si muovono come ingranaggi, secondo un modo di pensare e di comportarsi perfettamente adeguato al meccanismo in cui sono inseriti. 

In un sistema di questo tipo l’opposizione, formalmente garantita e tollerata, è di fatto impossibile, essendo inglobata all’interno di una realtà che mira ad assorbire ogni tendenza, anche quelle che si propongono di confutarla.

Nell’Ottocento Marx aveva individuato nella classe operaia il soggetto capace di rovesciare la borghesia. Ma ora? Il movimento operaio, integrato nella società dei consumi, non rappresenta più un’alternativa: la sua mentalità e le sue aspirazioni, infatti, non sono più in contrasto con la società, di cui invece accettano valori e pensieri.

Gli unici soggetti capaci di tenere vivo un «pensiero negativo» alternativo a quello dominante, sono quelli che si trovano del tutto al di fuori del sistema capitalistico: gli esclusi, gli emarginati, i declassati, cioè le frazioni di proletariato urbano ancora combattivo e i popoli del Terzo mondo.9

La società di massa si è trasformata, a partire dagli anni Ottanta, in un «villaggio globale». In esso, la parola e l’immagine diventano un patrimonio a disposizione di tutti, destinato al consumo di massa. Eppure, già dalla fine degli anni Settanta, matura la sensazione di vivere un paradosso: proprio mentre l’umanità allarga in modo incommensurabile le sue conoscenze e dispone di nuovi strumenti per verificare valore e diffusione, sembrano prevalere l’incertezza, il dubbio, la crisi dell’idea di una conoscenza oggettiva e scientifica del reale.10

La mescolanza di etnie, popoli, culture e religioni, il labile confine tra le comunicazioni reali e virtuali, la globalizzazione dei mercati, la robotizzazione del lavoro, sono tutti elementi che generano conseguenze problematiche e che contribuiscono a determinare la sensazione che la società umana non si trovi più, come nella civiltà moderna, sulla strada di un continuo progresso. Si vive invece in un labirinto senza uscita, in un tempo successivo a quello in cui tutto è stato detto, fatto, visto e vissuto. L’umanità si trova insomma nella postmodernità, una condizione antropologica e culturale conseguente al tramonto della modernità nella società del capitalismo maturo, in una fase caratterizzata dalle dimensioni planetarie dell’economia e dei mercati finanziari, dall’aggressività dei messaggi pubblicitari, dall’invadenza della televisione, dal flusso ininterrotto delle informazioni sulle reti telematiche. Tale condizione si caratterizza soprattutto per una disincantata rilettura della Storia, interpretata senza più prospettive e approdi cui tendere, e per l’abbandono delle grandi visioni del mondo e dei grandi progetti di trasformazione propri dell’età moderna.11

Nel dopoguerra, il ceto intellettuale torna a sentirsi protagonista di una stagione democratica ricca di aspettative. Giornali e periodici sono palestre privilegiate per ospitare dibattiti culturali e politici. Gli stessi partiti politici sono importanti poli di aggregazione culturale. Così, mentre il Neorealismo sollecita gli scrittori a occuparsi delle problematiche sociali, molti di loro assumono il compito di educare le masse, per renderle consapevoli del loro ruolo e prepararle alla rivoluzione, che si crede o si spera imminente.

Dalla metà degli anni Settanta, la trasformazione della società genera uno scenario completamente nuovo. 

Il ruolo della tecnologia e della scienza mette in discussione la funzione stessa della letteratura. Ci si interroga allora sul modo in cui può configurarsi ancora l’impegno intellettuale. Su come possa sopravvivere una coscienza critica in un mondo omologato.12

Gli intellettuali si possono distinguere in «apocalittici» e «integrati». I primi propugnatori di una pratica di avanguardia capace di costruire un’arte che non scenda a compromessi con il sistema e rifiuti di integrarsi nel mercato che lo sostiene; i secondi disposti a sfruttare gli spazi democratici aperti dall’informazione telematica.13

Le riviste di cultura del Novecento italiano sono state determinanti per lo sviluppo non solo, culturale, ma anche storico. Portando avanti il loro discorso culturale, ma strettamente interconnesso ai fatti storici, sociali e politici, esse costruirono i binari su cui indirizzare l’evoluzione futura. Sono state espressione di gruppi, più o meno compatti, di intellettuali dediti ad agire sulla realtà del tempo, specchio della propria epoca, luogo di costruzione di un pensiero comune.

Pensare a un tanto prominente ruolo culturale per le pubblicazioni di oggi, con la velocità che lo caratterizza e la soglia di attenzione media che si abbassa costantemente – senza voler considerare anche le sacche di semianalfabetismo, specie di ritorno, tutt’ora presenti in Italia -, sembra più una vena nostalgica che un vero e possibile progetto. 

La fretta, il feticcio della novità in sé, il generale disincentivo al ragionamento critico – provocato anche dalle discutibili scelte della classe dirigente degli ultimi venticinque anni – sembrano distruggere il terreno sul quale si edificava il ruolo pubblico delle riviste.14

Se con il supporto cartaceo era ed è il mercato a imporre la circolazione o l’oblio di una rivista, in base a criteri che vanno dalle scelte di librai ed edicolanti a quelle più personali del lettore, sul web tutto trova spazio. 

Se il pluralismo, di per sé, è sempre un valore positivo e una fonte di arricchimento, non si può non ammettere che alcune webzines hanno abbassato, sia linguisticamente che culturalmente, il livello qualitativo del dibattito, e spesso non assolvono alla vecchia funzione di luogo di elaborazione di teorie comuni, ma diventano mere vetrine di “firme” in cerca di visibilità. 

Questo è, probabilmente, il reale ostacolo strutturale di internet alla diffusione di vera cultura: il suo affollamento e, soprattutto, la rapidità con cui quello si forma.

Il futuro delle riviste culturali che vogliano intervenire materialmente sul proprio tempo, com’è stato per quelle novecentesche, potrà nascere dalla sintesi del nuovo strumento con la vecchia e inesausta vocazione alla riflessione critica e alla prospettiva di cambiamento.15

Le riviste di cultura hanno difficoltà a incontrare nuovi lettori, dal momento che nelle librerie i periodici sono sempre meno numerosi e peggio esposti. Certo però che non è colpa dei librai se venderli non conviene più. Inoltre, più la rivista è specialistica più tende a diffondersi in circoli chiusi, perdendo così la possibilità di espansione del proprio lettorato. Stato centrale, Regioni, Province dovrebbero incentivare le occasioni di incontro delle riviste tra loro e con potenziali nuovi lettori, promuovendo fiere, festival e conferenze. 

Non si tratta di «alfabetizzare» quote crescenti di cittadini, ma in un certo senso di ri-alfabetizzare a quel confronto collettivo che le riviste consentono.16

In Italia il Centro per il libro e per lettura, istituito nel 2007, non ha competenza sulle riviste di cultura, che dipendono direttamente dalla Direzione generale Biblioteche e diritto d’autore. In Francia invece il Centre National du Livre, creato oltre dieci anni prima di quello italiano, sostiene direttamente il Salon de la Revue. 

Il 17% delle riviste culturali italiane ha visto un certo aumento di lettori durante i mesi della pandemia e quasi l’80% ha iniziato a lanciare eventi online e continuato poi a farlo, secondo una modalità pressoché sconosciuta al 70% delle riviste fino all’esplosione dell’emergenza sanitaria.17

Sono dati che mostrano la grande flessibilità avuta da un comparto della cultura considerato rigido e ravvivano, perdipiù, la convinzione che la strada per un futuro florido della comunicazione culturale passi anche attraverso un sapiente impiego della rete.18

La potenza di generare cambiamento nel Novecento è stata monopolio delle idee, non a caso infatti tra i vari epiteti associati al ventesimo c’è quello di «secolo delle ideologie», oggi esse hanno perso quella forza. Ciò che ha più valore, nel mondo globalizzato e ipervelocizzato, sono i dati, le informazioni. 

L’esempio delle avanguardie novecentesche insegna che non c’è movimento che sia puramente culturale. Anche quando si fa solo cultura (arte, letteratura, musica), ci si adagia su una concezione che è di cambiamento globale. Il ruolo degli intellettuali è pubblico perché essi interpretano la realtà, i fatti che accadono. Anche oggi gli intellettuali devono, o dovrebbero, essere comunque in grado di “controllare” l’informazione. 

Il settore dell’informazione è da considerarsi estremamente importante per fini culturali. È necessario dotarsi e fornire una educazione e una formazione culturale in generale prima e poi specifica per ogni ambito. Una società tanto numerosa e sottoposta a tanti stimoli diversi non può permettere che l’informazione sia controllata da interessi altri rispetto a quelli educativi e “propedeutici”.19

1Matematica, UniBocconi, Ruolo delle riviste nella cultura italiana del Novecento:https://matematica.unibocconi.it/sites/default/files/1.%20Ruolo%20delle%20riviste%20nella%20cultura%20italiana%20del%20Novecento.pdf

2Matematica, UniBocconi, op.cit.

3R. Carnero, G. Iannaccone, I colori della letteratura. Dal secondo Ottocento a oggi, vol. 3, Giunti T.V.P. Editori/Treccani, Firenze, seconda ristampa giugno 2019. 

4R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

5R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

6Matematica, UniBocconi, op.cit.

7Matematica, UniBocconi, op.cit.

8R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

9Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999.

10M. McLuhan, B. Power, Il villaggio globale. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, SugarCo, Milano, 1996.

11R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

12R. Carnero, G. Iannaccone, op.cit.

13Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 2001.

14P. Zambrin, Le riviste di cultura in Italia: problemi e prospettive, Diacritica, A. VIII, fsc.2 (44), 25 maggio 2022, vol.1 https://diacritica.it/storia-dell-editoria/le-riviste-di-cultura-in-italia-problemi-e-prospettive.html

15P. Zambrin, op,cit.

16Cit. Valdo Spini, presidente del CRIC (Coordinamento riviste italiane di cultura).

17 Redazione, Valdo Spini. La pandemia non ferma la culturahttps://riforma.it/it/articolo/2020/12/14/valdo-spini-la-pandemia-non-ferma-la-cultura

18P. Zambrin, op.cit.

19P. Zambrin, op.cit.


Articolo pubblicato sul numero 63 della Rivista WritersMagazine Italia


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina della rivista, credits www.pixabay.com


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