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Cosa significa lasciare il luogo in cui siamo cresciuti? Chi diventiamo? Com’è spostarsi e vivere regolarmente fra più luoghi, paesi, persone? Esistono identità senza dimora?

Partendo da questi interrogativi e dalle proprie esperienze gli autori compiono un viaggio all’interno dei loro spostamenti continui attraverso l’Italia, che li hanno condotti dal luogo di nascita a quello di lavoro, e viceversa, per anni, decenni. Esperienze che hanno maturato in loro certezze diverse da quelle che avevano originariamente. Servite ad abbattere stereotipi e formare coscienze. A livellare aspetti del nostro paese solo in apparenza diversi e, in un certo qual modo, ad unire le differenti zone. Protagoniste dell’annosa e farraginosa contrapposizione tra Nord e Sud Italia.

Ma il libro di Jedlowski e Cerulo non parla, se non marginalmente, della questione meridionale. È un libro sul viaggiare. Sulle vite mobili di coloro che si spostano frequentemente per lavoro, affetti, famiglia. Non pendolari quotidiani ma viaggiatori regolari. Un libro che parla dell’attaccamento alla propria terra, qualunque essa sia, e al malessere dell’allontanamento. 

Lévi-Strauss ha più volte dimostrato l’importanza “vitale” per un gruppo etnico del proprio spazio culturalmente concepito e interiorizzato, del proprio landscape, punto di orientamento e piano capace di sostenere il sapere, le relazioni e la memoria storica di una comunità.1

Il legame comunità-villaggio è rapporto esistenziale, il quale mette in gioco fattori emotivi e affettivi: lo sradicamento da esso comporta un malessere, un “male del ritorno”, un’assenza di luogo che De Martino indica come “angoscia territoriale”.2

Il “male del ritorno” colpisce gli individui costretti a lasciare il proprio luogo di nascita, il proprio spazio del vissuto facendo così l’esperienza di una presenza che non si mantiene davanti al mondo, davanti alla storia.3

Il nucleo fondante della riflessione demartiniana è rappresentato dal concetto di “crisi della presenza”, vale a dire quel rischio di dissoluzione dell’equilibrio esistenziale a cui si è legati e che, culturalmente, può trovare un orizzonte di risoluzione in un insieme di tecniche volte a riscattare l’uomo dalla crisi, per riaffermare il proprio “esserci al mondo”.4

La “crisi” che hanno affrontato Jedlowski e Cerulo non è solo e non è tanto personale quanto generale, connessa con il periodo storico, iniziato nella seconda metà del Novecento e che ancora continua, che ha prodotto questi lavoratori in viaggio continuo, soprattutto ma non solo professori e ricercatori universitari, in perenne spostamento fra i vari atenei, nelle diverse città, nelle differenti zone del Paese. Anche oltre confine. 

Il legame con il luogo natio non cessa ma l’incontro con il nuovo spesso diventa occasione di “rinascita”, se non altro scoperta di un altro modo di essere. E allora il ritorno può avere un impatto ancor più forte, dal punto di vista emotivo. Perché si è diventati altro rispetto a prima. E si guarda al proprio mondo con occhi diversi, nuovi. Come accaduto per Cerulo. 

Uno dei motivi più ricorrenti che spinge le persone a spostarsi è il desiderio di migliorare la propria posizione lavorativa, in modo da avere l’opportunità di costruirsi un futuro migliore. Alla base degli spostamenti degli autori vi è anche questo. Studio e lavoro sono stati i principali propulsori. Il futuro l’obiettivo.

Il futuro oggi assume nuova dimensione e diverse forme. Suscita molte paure ma, visto che l’uomo, come creatura simbolica, non può vivere senza una certa coscienza degli altri e dell’avvenire, suscita anche attese ricorrenti, speranze e utopie. Se è vero che sempre meno abbiamo a disposizione proiezioni socio-politiche di ampio respiro cui riferirci, probabilmente proprio per questo l’assenza di rappresentazioni del futuro precostituite ci offre un’effettiva possibilità di concepire dei cambiamenti alimentati dall’esperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a convertirci a una sorta di esistenzialismo politico e pratico.5

E così che Jedlowski, vincendo tutti i tentennamenti magari anche un po’ viziati dal pregiudizio, decide di lasciare il suo Nord e raggiungere l’estremo Sud, accettare un lavoro all’Università della Calabria e scoprire di essere riuscito a dare di più ai suoi figli, in termini di qualità della vita, rispetto alla scelta opposta che lo avrebbe visto rimanere a Milano. Non che non ci siano problemi o difficoltà ma vedere i suoi figli giocare liberi nell’orto botanico dell’Università con entrambi i genitori a pochi metri di distanza, sempre tutti insieme è per certo qualcosa che li ha aiutati ad avere un’infanzia serena. 

L’ambiente in cui si vive costantemente sottopone le persone all’influenza di diversi stimoli e sensazioni, in grado di produrre effetti differenti sul modo di agire e, di riflesso, sul modo di essere. Dal momento che noi siamo esseri incarnati e che il nostro abitare il mondo è innanzitutto un abitare il corpo, è fondamentale reimparare a esserci con il corpo. Attraverso l’attività sensoriale che lo tiene intimamente intrecciato al mondo, il corpo vivente è fonte della forza vitale dalla quale la vita cognitiva trae il suo nutrimento. Quando la vita fluisce attraverso il corpo sta in una relazione eco-sistemica equilibrata con l’ambiente circostante, si traduce in un arricchimento della vita della mente.6

A coloro i quali gli chiedevano come fosse vivere al Sud, Jedlowski ha sempre risposto con una precisazione: dove intendi esattamente? Il Sud non è un marasma indistinto, ma un collage di realtà, luoghi, tradizioni, culture. Ambienti che regalano gioia o dissapori in chi li vede, anche per il modo stesso in cui vengono osservati e percepiti. 

Cerulo sottolinea come, vivendo al Nord, si costruisce una identità sociale e professionale che rischia di essere confusa o addirittura venire meno quando si ritorna al Sud. Qui, infatti, si riscoprono i ruoli di figlio, fratello, nipote. Ci si ritrova esposti al rischio di una disgregazione delle altre identità costruite viaggiando e vivendo in altri luoghi. 

Sia la pratica del restare sia la riflessione su quelli che restano potrebbero apparire l’antitesi del viaggiare, del mettersi in discussione, della disponibilità alla scoperta, all’incontro. È davvero possibile separare l’esperienza del viaggiare da quella del restare e davvero il restare significa arroccarsi in un fortino chiuso o esiste anche una maniera spaesante di restare?

L’emigrazione è da sempre una strategia evolutiva fondamentale, sia sotto il profilo biologico che culturale. Non bisogna però pensare all’uomo migrante sempre consapevole del luogo in cui sta andando e di quello che accadrà.

Con l’emigrazione, gli abitanti del paese uno e quelli del paese due diventano altri altri rispetto a prima. Il paese due si trasforma in luogo reale e mitico a cui sono rivolti sogni, desideri, speranze, paure, pensieri di coloro che non sono partiti. La nostalgia assume contorni rigenerativi. Gli emigrati che sembrano guardare al passato, in realtà creano un nuovo mondo. A partire non sono soltanto gli emigrati, ma anche quelli che restano. Non si resta, non si parte e non si torna mai del tutto. Proprio la lontananza e l’erranza di chi è rimasto possono favorire oggi un nuovo modo, critico, problematico, di intendere la relazione tra sé e il mondo. Per mille ragioni anche il restare – di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare.7

La particolarità del libro di Jedlowski e Cerulo non risiede tanto nel fatto che si tratta di un’indagine, una ricerca che indaga i territori, gli spostamenti, le implicazioni locali e nazionali attraverso il racconto del proprio vissuto. Quanto nel modo in cui essi affrontano l’indagine stessa e la sua narrazione. A una lettura poco attenta potrebbe sembrare un libro “semplice” o un “semplice” libro che racconta due storie. In realtà, in Spaesati non vi è nulla di così semplice. Si tratta di un libro che nasconde un mondo di conoscenze e di esperienze che aspettano solo di essere svelate, di essere lette. 

Il libro

Paolo Jedlowski, Massimo Cerulo, Spaesati. Partire, tornare tra Nord e Sud Italia, Il Mulino, Bologna, 2023


1Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, Il Saggiatore, Milano, 2015. 

2Gianluca Ceccarini, Antropologia del paesaggio: il landscape come processo culturale, Diritti Mediazione e Psiche – Rivista di Scienze Sociali, n° 9 anno 2014.

3Ernesto De Martino, Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito Achilpa delle origini, Dedalo Libri, Bari, 1951.

4Alessandro D’Amato, La domesticità demartiniana. Un caso di “resistenza” culturale, Dialoghi Mediterranei – Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, 1 maggio 2019.

5Marc Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.

6M. Antonietti, F. Bertolino, M. Guerra, M. Schennetti (a cura di), Educazione e natura. Fondamenti, prospettive, possibilità, Franco Angeli, Milano, 2022.

7Vito Teti, La restanza, Scienze del Territorio, n° 7, Firenze University Press, 2019.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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