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Di cosa parliamo quando parliamo di Roma? È questo l’interrogativo intorno al quale Francesco Erbani ha costruito il libro. 

Roma è grande: 1.287 chilometri quadrati. Una città che sembra una matrioska. La parte all’interno della cinta muraria dell’età imperiale, sopravvissuta o meno che sia, racchiude la Roma antica, quella d’età repubblicana e imperiale, quel poco di Roma medievale e la spettacolare Roma del periodo che va dal Quattrocento all’Ottocento. Appena oltre la cinta muraria c’è la Roma dell’Unità d’Italia. La Roma che diventa capitale e, dunque, la Roma umbertina e poi Liberty. 

Tra il 753 a.C. e il 1950 Roma si estende su circa dodicimila ettari. Poi, in poco più di settant’anni, il territorio costruito arriva a superare i cinquantamila ettari. 

Ecco allora che giunge il consiglio dell’autore per chiunque si accinga a visitare Roma o, pur conoscendola, intenda viverla in maniera diversa: andare adagio. Ciò può significare percepire e assaporare la città nel suo complesso. 

L’idea è quella di suddividere la città in zone simili a dei cerchi concentrici, un po’ come gli anelli che vanno a comporre la città di Mosca in Russia. La prima macrozona è il centro storico, poi la periferia, anch’essa storica, arroccata lungo le vie consolari. La città residenziale è la terza macrozona, abitata da impiegati e professionisti e da molti considerata frutto esemplare della speculazione edilizia. L’ultima è quella che si sviluppa a partire dalla fine degli anni ottanta del Novecento, la cosiddetta città anulare, a ridosso del Gra – Grande raccordo anulare. Quello che avrebbe dovuto rappresentare il limite della città e che invece è diventato «il focolaio di un vasto e incontrollato incendio edilizio».

E poi c’è la parte quasi impercettibile che all’autore sta più cara: la campagna romana. Settantacinquemila ettari non edificati, se non sparutamente. Un patrimonio storico e archeologico forse un po’ bistrattato ma per certo dal valore inestimabile. 

L’intento di Erbani sembra essere quello di raccontare gli angoli più suggestivi di una Roma lontana dai riflettori di turismo e spettacolo, non per questo meno bella, anzi proprio per questo più interessante e scriverlo in un libro che fosse quanto più distante possibile da una guida di viaggio perché egli non parla di itinerari, no lancia solo dei piccoli input, sarà poi il lettore stesso, laddove decida di trasformarsi in viaggiatore, a tracciare i propri, a visitare i luoghi da lui scelti, la Roma da lui selezionata. Lo scopo di Roma adagio sembra essere proprio quello di far luce dove ora è buio, ovvero illuminare l’anima stessa della Capitale, con la sua storia millenaria, i suoi spazi vuoti, o meglio liberi, i suoi angoli dimenticati, i reperti archeologici trascurati, le strette vie trasandate. Tutto quello che insieme ai famosi monumenti, le vie consolari, i palazzi e i musei contribuisce a renderla eterna.

A tratti sembra quasi che l’idea di Erbani sia la medesima e spontanea abbracciata a Napoli dove i vicoli del centro storico insieme ad altri quartieri prima bistrattati e mal visti sono diventati meta di un vero e proprio pellegrinaggio. Nulla è stato fatto per modificarne l’aspetto, sono rimasti pressoché invariati eppure i visitatori hanno imparato a guardarli con occhi diversi. Hanno cercato oltre il primo impatto o l’immagine stereotipata e hanno incontrato la loro essenza, ne hanno riconosciuto la storia e ne hanno fatto l’anima di un turismo completamente nuovo il quale, per induzione, ha portato gli stessi cittadini a viverli in una maniera tutta nuova.

La Roma raccontata da Erbani è quella delle piccole realtà quotidiane, di oggi come di ieri, di scorci di un paesaggio che viene da lontano e guarda al futuro. Ma è anche la città caotica e problematica che tutti conosciamo. Una città difficile, complessa, a tratti disperata, come sospesa tra l’eterno e il viver quotidiano

La Roma che Erbani invita a visitare e conoscere è una città a spicchi, ognuno dei quali può condurre dal centro alla periferia e viceversa. E in ogni spicchio si possono ritrovare alcuni o tutti i temi con cui l’autore ha strutturato e suddiviso il libro: l’acqua, il verde, i palazzi, le chiese, le piazze, l’antico, i musei. Percorsi segnati dal tempo ma, a volte, fuori da esso che vivono ed esistono, come il resto della città, ancorati a un’esistenza che sembra priva di regole e disciplina, un passato nella modernità che vuol risucchiare quest’ultima secondo una logica anacronistica che, se da un lato, genera fascino, dall’altro produce scompenso. Caos. 

Ma Erbani cerca di non far perdere il lettore in questi tormenti e insiste sull’adagio come vero e proprio stile di vita. Un esercizio per il corpo e per la mente, un percorso interiore da compiere insieme a quello esteriore, paesaggistico e architettonico, per scoprire la città certo ma anche per ritrovare se stessi, come abitanti o come visitatori.

Il libro

Francesco Erbani, Roma adagio. La città eterna, la città quotidiana, Enrico Damiani Editore, Brescia, 2023

Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Enrico Damiani Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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