Virus Antropocene e Reincantamento del Mondo

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Partendo dalle misure straordinarie poste in essere dal governo italiano, come dai governanti di innumerevoli altri stati ormai, primo fra tutte il lockdown del 9 marzo 2020, gli autori conducono una dettagliata analisi dello stato attuale della società italiana. Un confronto con quei sistemi da sempre etichettati, troppo frettolosamente, primitivi. E uno sguardo al futuro che deve passare, senza nostalgia, da un passato più o meno recente ma sempre importante. Riflessioni che vogliono anche essere un monito per i giovani, gli unici sui quali si potrà veramente contare, nella speranza che trovino quanto prima la coesione e la consapevolezza necessarie. 

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non solo non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa ma continua ad avere una visione distorta del mondo. 

Sottolineano gli autori come una convivenza utile tra gli esseri umani sia in realtà possibile solo a patto di realizzare anche e in primo luogo una convivenza utile con la natura. Aspetto questo da sempre trascurato dall’Antropocentrismo imperante nella società dei civilizzati.

A parte il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, la società italiana non aveva mai avuto esperienza diretta di provvedimenti così drastici e restrittivi come una chiusura totale. Per noi le chiusure o sospensioni sono abitualmente ascrivibili a periodi di riposo, ferie, vacanze, svago, divertimento… in sintesi sono una pausa, uno stand by dalla routine. In genere atteso, gradito e piacevole.

L’Ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbath degli Ebrei sono “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà (la terra, la foresta, …) da cui gli esseri umani ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza il lavoro degli uomini. 

Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile

Ciò che manca alla nostra civiltà, ci ricordano gli autori, è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita “il male dell’infinito”, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. 

Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno loro vedere la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura. 

Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti.

Remotti non esclude la possibilità di acquisire una visione critica e lungimirante, ma in mancanza di un’autentica sospensione culturale non è detto che alla visione critica faccia seguito una corrispondente azione modificante. Il lockdown è un arresto non voluto, non programmato. Un arresto dal quale si ha solo fretta di uscire per ritornare quanto prima alla normalità. 

Virus e confinamenti hanno una lunga storia nell’umanità, anche recente. Basti pensare all’Aids, all’ebola o all’epidemia di morbillo del 2019. Favole sottolinea le particolarità di Sars-Cov-2, le quali sono di essersi diffuso globalmente con una velocità straordinaria ma, soprattutto, di aver sovvertito un diffuso immaginario che lega epidemie a povertà. 

Il coronavirus ha fatto irruzione in un mondo che si riteneva immune da questo tipo di attacchi. Il mondo occidentale, convinto di appartenere a una modernità potente ed efficace contro le malattie epidemiche, è stato costretto a una rapida contrazione degli spazi. 

Quanto però, si chiede l’autore, la sospensione da coronavirus ci ha fatto riflettere davvero su come eravamo e su come vorremmo essere in futuro.

Proprio questo virus, che dovrebbe farci sentire anche biologicamente appartenenti a una comune umanità, ha invece ravvivato il focolaio delle politiche nazionaliste e sovraniste

Il senso di impotenza che tutti abbiamo provato dopo le prime chiusure è, nella dettagliata ricostruzione fatta da Favole, lo stesso che tanti esseri umani provavano ben prima dell’arrivo del coronavirus, davanti ai mille confini reali e simbolici che li separavano dalle mete desiderate. Perché la verità è che mentre noi occidentali, per decenni, abbiamo teorizzato le meraviglie e l’incanto di un mondo aperto e globalizzato, altre umanità sono vissute in un perpetuo confinamento. 

E, senza dover guardare neanche troppo lontano, nei giorni più bui, mentre i reparti di rianimazione si saturavano tutti ci siamo chiesti chi avrebbe avuto, prima di altri, il diritto a salvarsi. 

Questo perché la condivisione, la solidarietà, il legame sociale non sono mai definitivamente garantiti nelle faccende umane. 

Il lockdown ci ha fatto riflettere sul fatto che una società immaginata come un insieme di individui isolati, ciascuno dei quali alla ricerca spasmodica del proprio interesse personale, è un’aberrazione e non un ideale a cui tendere. 

I lunghi mesi di lockdown hanno confermato appieno quello che gli studiosi di antropologia definiscono reincantamento del mondo, un ritorno alla religiosità anche nelle sue forme integraliste e intolleranti, un diniego del mito della società secolarizzata che ha pervaso le generazioni degli anni Sessanta e Settanta. 

Credenze, riti, utopie, religioni, leader carismatici, leggende metropolitane… affollano una modernità che non si rappresenta più come “secolarizzata”. In questo quadro Favole colloca anche la rivalutazione dei riti collettivi. 

Il coronavirus, nei momenti di massima aggressività, impedisce anche la celebrazione dei riti funebri. 

Chi avrebbe mai pensato che in Italia – e in molte altre parti del mondo globalizzato – potesse accadere una cosa del genere nel XXI secolo?

Eppure per l’autore non si tratta di un qualcosa di davvero così imprevisto e imprevedibile. I riti impossibili e i corpi scomparsi dell’11 settembre, così come i morti senza volto del Mediterraneo, avrebbero dovuto dare una prima scossa, un avvertimento potente a una contemporaneità accecata e avviluppata nella sua bolla di benessere, circondata da povertà e disperazione crescenti

Ed ecco che Favole di nuovo si chiede se i riti di emergenza della Covid-19 lasceranno tracce nell’umanità del futuro.

L’impressione però è che, ancora una volta, la modernità consista nella fretta di archiviare e rimuovere la memoria traumatica, tornando alle spiagge e ai centri commerciali.

Forse, come evidenziano gli studi di Giovanni Gugg, siamo incapaci di “tornare al futuro”, cioè incapaci di immaginarci diversi, costruendo creativamente un futuro a partire da una memoria “buona” – e non identitaria – del passato.

E forse questa fretta di ritornare alla normalità è motivata anche da un altro tipo di paura, magari inconscia. Il confinamento è una pianta robusta dalle radici profonde che, spesso, è stata nutrita, più che da timori e paure di virus, da operazioni di natura politica. Senza neanche girarci troppo intorno, sono stati diversi gli intellettuali che in questi mesi ci hanno messo in guardia contro il pericolo che il virus diventasse un pretesto per una riduzione delle libertà ben oltre la pandemia. Per ragioni politiche, l’emergenza rischia spesso di divenire quotidianità. Per contro, la “liberazione” dai confinamenti non può e non deve essere motivata da mere ragioni economiche, a scapito della salute dei cittadini. 

Letto nei termini della crescita economica, lo sviluppo non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Il problema, nell’analisi di Marco Aime, non sta solo nella semplice adozione indiscriminata di tale modello, ma nel pensarlo come naturale, ineluttabile, quasi un destino cui è impossibile sfuggire. 

Un esempio di come l’idea di sviluppo si avvicini più a una fede che all’espressione di una presunta razionalità è dato dal fatto che, nonostante i ripetuti fallimenti, la crescita delle diseguaglianze e la sempre più evidente crisi ambientale, si continua imperterriti nella stessa direzione. 

L’obiettivo di elevare tutti gli esseri umani al tenore di vita degli occidentali è, conclude Aime, materialmente irrealizzabile. Eppure, per sostenere la fede nell’inevitabilità del progresso, inteso come aumento di produzione e accumulo di beni, occorre fare “come se” tutto ciò fosse possibile.

Lo stesso Gandhi sembrava essere giunto a conclusioni simili allorquando affermava che il mondo non può sopportare che l’India diventi come l’Inghilterra

Aime invita a osservare con sguardo critico le più importanti rivoluzioni dell’epoca moderna. Si noterà allora che, nella maggior parte dei casi, lo sforzo più incidente è stato nel distruggere l’esistente più che nel progettare un futuro vero e proprio. Si impone dunque una nuova prospettiva che, per essere realizzata, necessita di due elementi: il primo è una nuova visione del futuro, un progetto che guardi avanti e non solo all’orizzonte ristretto del domani; il secondo è una presa di coscienza collettiva di fare parte di una specie in pericolo. 

La pandemia ha nesso a nudo l’estrema fragilità del nostro sistema: pochi mesi di chiusura e di rallentamento lo hanno messo in ginocchio. E questo, per Aime, è segno evidente del fatto che non siamo stati capaci di prevedere un domani incerto, che non abbiamo scorte di alcun tipo, nessun ammortizzatore. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.

La politica con tutti i suoi partiti viene direttamente chiamata in causa per la sua pressoché totale mancanza di prospettive e di progetti di ampio respiro.

Senza un progetto futuro e neppure una chiara conoscenza del passato, ci si affida a qualcosa di atavico, che si perde nella nebbia dei tempi, una sorta di mito fondante: l’identità, corroborata dalla confortante metafora delle radici e del primato autoctono

Resi ciechi dal cono d’ombra creato da questa corsa inarrestabile, abbiamo smesso di pensare a quale sia il traguardo e quale il senso della nostra corsa. Ecco perché gli autori ritengono necessario sviluppare una cultura nuova sull‘Antropocene e a farlo dovranno essere i giovani, spetta loro infatti l’arduo compito di cambiare la rotta. 

Luciano Gallino ha messo in luce come, nella nostra epoca, sembrino scomparse le classi sociali che avevano caratterizzato la politica e la società del Novecento, ma in realtà a venire meno è stata soprattutto la coscienza di classe, la percezione di appartenere a una comunità di intenti, fondata su una base comune. 

I giovani che si sono mobilitati seguendo Greta Thunberg, oppure il movimento delle Sardine sono esempi, seppur circoscritti, di mobilitazioni che hanno auspicato e messo in atto azioni di mobilitazione e protesta “dal basso” ed entro una classe prevalentemente giovanile, contro il dilagare del linguaggio d’odio. Ed è da essi che, per Aime, bisogna partire o ripartire. Perché in una crisi di pensiero, come quella che attraversa il presente, l’unica soluzione è ricominciare a pensare al futuro, che sia però un domani comune. 

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Adriano Favole, Francesco Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020

Gli autori

Marco Aime: professore di Antropologia culturale all’Università di Genova.

Adriano Favole: insegna Cultura e potere e Antropologia culturale presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino.

Francesco Remotti: professore emerito all’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Utet per la disponibilità e il materiale

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Articolo disponibile anche qui

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L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale “. “Teoria dal Sud del mondo” di Comaroff e Comaroff (Rosenberg&Sellier, 2019)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“La scuola ci salverà”

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«La scuola ci salverà» è il titolo molto imperativo che Dacia Maraini ha scelto di dare al suo libro. Perentorie infatti appaio anche le sue idee riguardo la necessità di avvalersi dell’istituzione scolastica per dare una poderosa virata a questa società la quale, ormai, è da tempo che sembra navigare a vista se non essere addirittura alla deriva. 

L’autrice ha raccolto e inglobato nel testo numerosi suoi articoli inerenti e attinenti il mondo della scuola che ha scritto negli anni e che contribuiscono a far apparire il libro come una sorta di percorso, maturato nel tempo. È il destino della società evoluta, al centro della quale Maraini rivendica il ruolo centrale della scuola, anche oggi, in piena pandemia mondiale. 

La scuola è un’istituzione certo ma si compone di persone, e quando si attacca genericamente la scuola tutto ricade sulle persone che la animano. A rimetterci più di tutti poi sono gli studenti. 

Ricorda più volte Maraini la riconoscenza che l’intera società dovrebbe nutrire nei confronti degli insegnanti. Uomini e, soprattutto, donne che lavorano spesso in condizioni difficili, ambienti ostili, malpagati, minacciati per un brutto voto o un rimprovero, costantemente osteggiati perché ritenuti inutili lavoratori di un’istituzione altrettanto inutile, nell’immaginario comune e sempre più condiviso.

Naturalmente non è così e a pagare le conseguenze sono, sempre, i giovani studenti ai quali togliendo istruzione e conoscenza viene tolta la civiltà, la capacità di vivere e agire in un mondo civile. Che non è l’appartenere o meno a una determinata civiltà o etnia. Oppure l’essere o meno cittadino di uno Stato. Imparare a essere un buon cittadino di una società civile è un concetto ben più vasto che va ben oltre il semplice di diritto all’istruzione e al titolo di studio e abbraccia nozioni come il dovere di essere una persona istruita, colta, educata e civile appunto. 

Chi non entra nel mondo della scuola raramente può comprendere il grido di allarme che lanciano gli insegnanti, il medesimo dell’autrice, peraltro anch’essa docente.

La famiglia e la scuola sono gli ambienti che formano gli uomini e le donne di domani. Ignorare le problematiche, le difficoltà, le gravi carenze presenti in uno o entrambi questi ambienti è un grave errore. Un errore che sembra essere diventato sistemico. Ma Dacia Mariani non ci sta e invoca a gran voce la potenza della scuola che ci salverà, deve farlo. E lo farà se gliene diamo modo. Perché ha le potenzialità per farlo. Bisogna però fare in modo che le venga data anche la possibilità. 

La scuola è il luogo più idoneo dove potersi affrancare dalla barbarie dilagante, dalla presunzione di conoscenza che anima dibattiti reali e virtuali, dalla aggressività dilagante, dalla brutalità delle persistenti distinzioni di genere, dal razzismo e dalla xenofobia. Fenomeni tutti che, inutile negarlo, stanno conoscendo una stagione di crescita e prosperità inaccettabili per una società che si ritiene civile. 

La seconda parte del libro è quasi per intero dedicata al racconto di tre distinte storie che ruotano intorno ai temi della povertà e dell’emigrazione. Paralleli tra mondi opposti. Persone che hanno facile accesso all’istruzione e non ne apprezzano le potenzialità da una parte. Persone disposte ad affrontare qualunque avversità pur di avere una possibilità di accesso all’istruzione dall’altra. Pur senza cedere a una banalizzazione che non è mai opportuna, bisogna cominciare ad ammettere che la denigrazione costante che in Italia si fa dell’istruzione, della scuola, degli insegnanti, degli esperti, … di sicuro non porterà mai nulla di buono. 

Pur essendo strutturato in due distinte parti, la prima delle quali molto più giornalistica della seconda, definibile più letteraria in senso stretto, La scuola ci salverà non affronta comunque temi di stretta attualità, quali il dibattito tra didattica in presenza e Dad, oppure i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) destinati alla scuola. Al di là dei tempi di scrittura e stampa è evidente che questa sia stata una scelta precipua dell’autrice, la quale ha voluto dare un’impronta più storico-intellettuale al testo. Permane comunque l’incisività del grido di allarme che esso evoca e invoca e che non può e non deve rimanere inascoltato.

Bibliografia di riferimento

Dacia Maraini, La scuola ci salverà, Solferino Editore, Milano, 2021

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Quanto incide la scuola su crescita ed economia? “Nello specchio della scuola” di patrizio Bianchi (ilMulino, 2020)

“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia”

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La Democrazia rappresentativa europea tra crisi epocali e istituzioni da rinnovare

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Sulla base dei dati forniti dal rapporto The global state of Democracy 2019 di IDEA (International Institute for Democracy and Electoral assistance) sono europei ben 39 dei 97 Stati democratici oggi riconosciuti a livello globale. Va ricordato inoltre che, con il Parlamento europeo, l’Unione può vantare di avere il primo, e sostanzialmente unico, caso di un Parlamento eletto direttamente su scala sovranazionale, ormai sganciatosi completamente dei parlamenti nazionali.

Eppure è largamente diffusa l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia in Europa. Una insofferenza accentuata con riguardo all’Eurozona. 

Lecito domandarsi il perché di tutto ciò. Gli autori e i curatori sono andati anche oltre, spingendosi in un’articolata analisi della dinamica istituzionale dell’Unione europea allo scopo di comprendere se e come i Parlamenti possano continuare a funzionare anche in Stati caratterizzati da autonomie forti e asimmetriche. Nonché il ruolo di concerto del Parlamento europeo, in affiancamento ai Parlamenti nazionali, come garante di un’adeguata rappresentanza politica nei processi decisionali di  un’unione europea anch’essa sempre più asimmetrica, e dell’Eurozona in particolare.

Le principali asimmetrie riscontrabili in Europa sono:

  • Il divario che si riscontra tra i 19 Stati membri dell’Eurozona, da un lato, che condividono la stessa valuta, la politica monetaria della Bce e le procedure macroeconomiche e fiscali comuni più stringenti, e gli 8 Stati membri dell’Unione, ma non dell’Eurozona, dall’altro.
  • Il divario tra i Paesi creditori, quelli cioè che offrono assistenza finanziaria da una parte, e i Paesi debitori, ossia i destinatari dei medesimi programmi finanziari dall’altra.

Il fatto che l’assistenza finanziaria sia stata fornita principalmente, al di fuori del quadro giuridico dell’Unione, dal Fondo Monetario Internazionali (Fmi), dal Fondo Europeo di Stabilità (Mes), dal quale il parlamento europeo è completamente escluso, non ha certamente favorito la formazione di procedure significative di accountability democratica.

Queste procedure sulla concessione di assistenza finanziaria sono fortemente influenzate dagli assetti adottati a livello costituzionale interno. Così i Parlamenti di 5 Stati membri (Austria, Finlandia, Estonia, Germania, Slovacchia), essendo titolari individualmente o insieme ad altri Parlamenti di poteri di veto sull’esborso di questi fondi o sulla decisione di aumentare la quota nazionale, potrebbero bloccare l’adozione di un pacchetto di salvataggio, originando quindi ripercussioni significative sul paese potenzialmente beneficiario e sull’intera Eurozona.

Un ulteriore aspetto da indagare gli autori lo evidenziano nella asimmetria tra i partecipanti alle votazioni e i destinatari dei provvedimenti sottoposti a votazione.

Per quanto riguarda l’Eurozona, un numero significativo di europarlamentari, quelli eletti negli Stati che non ne fanno parte, prende decisioni per le quali non si assume alcuna responsabilità davanti ai loro elettori, in quanto destinate a incidere esclusivamente, almeno in forma diretta, sui cittadini di altri Stati membri. 

Va inoltre considerato che l’aspirazione del parlamento europeo a rappresentare i cittadini dell’Unione non corrisponde appieno alla realtà. Si tratta tuttora di un’istituzione eletta sulla base della legislazione elettorale adottata da ciascuno Stato membro, sebbene nel rispetto di pochi in realtà principi comuni, con seggi assegnati agli Stati membri sulla base del contestato principio della proporzionalità degressiva. 

Nella condizione attuale del Parlamento europeo è particolarmente difficile controllare autorità intergoverarnative sempre più potenti, specie quando di natura simmetrica, come l’Eurogruppo e il Vertice euro che rappresentano strutturalmente solo alcuni Stati membri. 

È indubbio per gli autori che la cooperazione interparlamentare possa contribuire a colmare le lacune nelle asimmetrie informative che caratterizzano i Parlamenti, soprattutto nel contesto della governance dell’UEM (Unione economica e monetaria), in cui ogni Parlamento nazionale dispone di un’informazione ristretta e orientata agli interessi dei suoi cittadini, ma resta sprovvisto nel quadro generale su ciò che avviene a livello di Unione. 

Per contro, il Parlamento europeo probabilmente è a conoscenza del contesto generale, ma fatica a cogliere le sfumature dei diversi sistemi costituzionali e politici nazionali e non è in grado di esercitare alcun controllo significativo sugli organi intergovernativi, e soprattutto su quelli che fanno riferimento esclusivo all’Eurozona, anche se può far valere i propri indirizzi nei confronti della Commissione, la quale partecipa a questi organi. 

L’unico organo, in teoria, in grado di esercitare un efficace coordinamento interparlamentare sembrerebbe essere rappresentato dalla Conferenza dei presidenti dei Parlamenti europei, ma nei casi in cui ha tentato di svolgerlo, facendo leva sulle amministrazioni parlamentari, ha incontrato non pochi ostacoli.

La Democrazia rappresentativa, tanto nell’Unione quanto nei suoi Stati membri, ha affrontato nell’ultimo decennio sfide epocali:

  • Crisi economico-finanziaria
  • Crisi migratoria
  • Crisi dello stato di diritto
  • Pandemia da COVID-19

Le numerose crisi vissute dall’Unione hanno favorito anche la nascita, soprattutto negli ultimi anni, di riunioni interparlamentari definibili su scala regionale, ossia di Parlamenti dell’Europa meridionale, del Nord Europa o del gruppo di Visegrad. Anche riunioni interparlamentari da parte dei cosiddetti clusters of interests. Una delle iniziative più recenti in tal senso è la creazione dell’Assemblea franco-tedesca per un migliore coordinamento interparlamentare sugli affari dell’Unione europea e per approfondire l’integrazione europea.

Tuttavia alcune recentissime iniziative assunte dalle istituzioni europee, con prevalenza riguardo la pandemia, sembrano mostrare una nuova prospettiva di sviluppo dell’Unione stessa, volta proprio a riequilibrare le asimmetrie esistenti tra gli Stati, almeno da un punto di vista economico, in particolare gli autori fanno riferimento a:

  • Il pandemic emergency purchase programme con un’azione di supporto finanziario non già solo in proporzione alle quote di capitale cui contribuiscono le varie banche centrali nazionali, ma anche in relazione alle effettive necessità dei paesi dell’Eurozona.
  • Il piano per la ripresa presentato dalla Commissione europea, denominato Next Generation EU che mira a redistribuire risorse all’interno dell’Unione, alleviando gli squilibri più macroscopici riscontrabili al suo interno nella fase post-pandemica. 

Le asimmetrie non si riscontrano solo nei rapporti tra Stati ma anche all’interno di singoli Stati europei. Basti pensare alle problematiche posizioni di Scozia e Irlanda del Nord riguardo la Brexit, oppure alla questione catalana in Spagna. E qui ben si inseriscono i modelli di demoi-crazia, ampiamente esposti nel testo da Robert Schütze.

L’Unione europea è stata progettata per gettare le basi di un legame sempre più stretto tra i popoli d’Europa. 

Il termine demoi-crazia è stato coniato proprio per concettualizzare le potenzialità democratiche di un’unione di demoimultipli. La demoi-crazia non vuole un’identità politica comune e condivisa alla base di tutte le identità nazionali, ma la condivisione differenziata delle identità nazionali. 

L’idea di demoi-crazia, come governo dei popoli, fornisce la via di mezzo in un mondo in cui lo Stato-nazione perde sempre di più la sua autonomia di scegliere democraticamente per il suo “popolo” e in cui l’idea di Stato-mondiale rimane un’opzione lontana e distante. Offrendo una via di mezzo tra cosmopolitismo e nazionalismo, un limitato regionalismo democratico permette di contenere le pressioni esterne della globalizzazione, mentre rappresenta anche un compromesso interno che combina unità democratica con diversità democratica. 

Unione di Stati in cui sia l’Unione che i suoi Stati sono fondati su principi repubblicani e in cui i popoli dell’Unione governano insieme come molti in uno. In avallo al modello di federalismo repubblicano proposto da  Schütze che accentua la natura duale del governo democratico all’interno di un’Unione repubblicana di Stati. 

Ampio respiro viene dato anche all’esposizione degli sviluppi e delle battute di arresto del T-Dem, tentativo di risolvere su scala europea il famoso triangolo dell’impossibilità nell’economia mondiale tra democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione economica, come enunciato da Dani Rodrik. Di riconnettere le democrazie nazionali alla governance economica europea e di superare l’immobilismo intergovernativo di strutture come l’Eurogruppo.

Dare vita a un nuovo compromesso politico-istituzionale che risponda al crescente scollamento tra i luoghi di esercizio della Democrazia e il livello delle decisioni politico-economiche, come anche tra le rivendicazioni della sovranità nazionale – il taking back control – e la pressione inversa esercitata dalle interdipendenze economiche e finanziarie su scala europea e internazionale. 

La speranza dei promotori del T-Dem era di poter rappresentare una “terza via” tra il sovranismo e il sovranazionalismo. Nel testo gli autori affrontano il tema non tanto per avallare in toto il progetto o smontare le critiche avanzate, piuttosto interrogarsi sulla validità o meno della proposta a tre anni dalla sua elaborazione. 

Innegabile è lo spostamento delle politiche dell’Eurozona con un ritorno all’agenda sociale (il cosiddetto lavoro di socializzazione del Semestre europeo) e la trasformazione green del Semestre europeo promesso dalla presidente della Commissione Ursula van der Leyen nell’ambito del suo progetto di Green Deal. E gli autori ravvedono in alcuni di questi cambiamenti anche soluzioni già suggerite nel T-Dem, nella fattispecie:

  • Una forma embrionale di Assemblea parlamentare transnazionale creata nell’ambito del nuovo Trattato di cooperazione e integrazione franco-tedesca firmato a gennaio 2019.
  • Lo Strumento di bilancio per la convergenza e la competitività (Budget Instruments for Convergence and Competitiveness, BICC), che è stato oggetto di intensi negoziati all’interno dell’Eurozona.

Hennette e Vauchez ritengono necessario ribadire inoltre che i capi di stato e di governo portano costantemente a livello europeo le nuove competenze chiave in campo economico, finanziario e di bilancio, senza però mai chiarire la questione della responsabilità politica di questo polo esecutivo europeo che sfugge sempre ai controlli giuridici, nonché alla politica rappresentativa dei partiti e dei Parlamenti. 

Ciò che ancora non cambia quindi è questa sorta di zona grigia in cui si sta sviluppando la governance dell’Eurozona, tra l’indipendenza di una Banca centrale con ormai molteplici ruoli, il carattere informale di un Eurogruppo, istituito come un’entità di crisi europea a tutto tondo, e la non appartenenza al quadro istituzionale comune del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), la cui importanza è evidente ora più che mai visto il ruolo guida dell’imponente piano di sostegno agli Stati membri. 

Lungi dall’essere bloccati, durante le crisi i singoli Stati hanno dimostrato di avere una certa capacità di improvvisazione e gradi di libertà talvolta imprevisti. Ciò rappresenta, per gli autori, la riprova del fatto che il marmo dei Trattati non ha la durezza e l’eternità che solitamente gli si attribuiscono per cui si ritiene plausibile e ammissibile un buon margine di modifica a tutela della Democrazia e della rappresentatività dei tanti demoi che vanno a comporre l’Unione europea. 

Bibliografia di riferimento

Cristina Fasone, Nicola Lupo, Antoine Vauchez (a cura di), Parlamenti e democrazia in Europa. Federalismi asimmetrici e integrazione differenziata, Società editrice ilMulino, Bologna, 2020

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Dove è finita la Democrazia? Problemi e pratiche di un Occidente alla deriva. “La democrazia divenuta problema” di Alessandro Corbino (Eurilink University Press, 2020)

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Guerre, radicalismo e jihad nell’Africa contemporanea

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Sulla base delle analisi riportate nel Conflict Barometer2020 dello Heidelberg Institute for International Conflict Research, appare subito chiaro come le guerre in Africa, più che moltiplicarsi e aumentare di numero, tendono a diventare endemiche.

L’orientamento generale che emerge, nell’analisi dei conflitti africani, è di caratterizzarli come lotte intestine, intra-statali, in apparenza etniche. Si ha la tendenza a spiegarne origine e sviluppo ricercandone un solo registro interpretativo principale, laddove gli stessi protagonisti ne utilizzano più di uno, dando loro il medesimo valore. 

Mario Giro sottolinea come, in Europa e sui media occidentali, in genere vengono rappresentate come brutali e selvagge, dal sapore esclusivamente etnico e perciò stesso arcaiche, quasi incomprensibili. Egli stesso le ha definite guerre nere a causa della loro enigmaticità, le cui radici sono difficili da capire. Eppure si tratta di conflitti molto più moderni di ciò che si è portati a credere, legati alle condizioni socio-economiche e ambientali delle terre in cui scoppiano, dove si mescolano registri culturali e umani diversi

Ricorda l’autore come, paradossalmente, l’Africa sia entrata nella globalizzazione ancor prima dell’Europa, tornando a essere al centro degli interessi del commercio globale sia per le materie prime che per le infinite possibilità economiche che offre, inclusi i traffici illeciti. In molti casi ciò non ha fatto che acutizzare o far riemergere vecchi conflitti mai del tutto risolti o crearne addirittura di nuovi. 

Nel volume Giro non riesce a trattare tutti i conflitti africani e sceglie di approfondire quelle guerre nere che hanno un valore emblematico del cambiamento sociale e antropologico dovuto alla globalizzazione. Un’analisi sui conflitti armati e violenti che conduce necessariamente a quella del fenomeno dei «signori della guerra» come reazione socio-antropologica alla decomposizione della società tradizionale, il cosiddetto fenomeno del warlordismo.

Un tema particolare, ampiamente discusso da Giro, è quello della privatizzazione del guerra, di come sia possibile per milizie, ribelli, e in qualche caso anche eserciti ufficiali, continuare a vivere di guerra senza la guerra, trasformando i gruppi armati in bande dedite ad altri tipi di traffici o con funzioni di provider di sicurezza.

Fino a qualche anno fa si trattava di fenomeni temporanei che gli Stati cercavano di riassorbire rapidamente, oppure di forme di violenza occulta, magari manipolata dagli Stati stessi ma mai apertamente rivelata. Ufficialmente e sostanzialmente l’utilizzo della forza rimaneva monopolio pubblico.

I barbouzes francesi, i mercenari sudafricani o le squadre speciali Usa o britanniche facevano parte di tale storia occulta. 

Oggi gli Stati, incluse le grandi potenze, hanno accettato il principio della privatizzazione della guerra. Il risultato più evidente è l’utilizzo dei dei cosiddetti contractors, nuovi mercenari impiegati già dagli Usa nelle guerre del Golfo. 

L’effetto immediato di tale indirizzo è il moltiplicarsi delle milizie – private e semi-private – in tutti gli scenari di conflitto. In un tale contesto la violenza diviene, nell’analisi di Giro, ibrida: spesso non è chiaro se si ha a che fare con un gruppo armato che lavora per uno Stato, per una etnia o un clan, per sé stesso, per un’idea o un’ideologia, per una potenza straniera o per un gruppo terrorista.

È possibile vedere tale evoluzione nell’universo islamico, laddove il conflitto ideologico o religioso si trasforma in “impresa armata” e deve mutare caratteristiche per tener conto delle rivendicazioni ed esigenze delle popolazioni nei territori ove si è fissato.

Esattamente ciò che è avvenuto in Nigeria e Sahel, dove la guerra ha costretto l’islam jihadista a fare i conti con la complessità della realtà socio-economica e umana. 

Anche in Africa, come in Medio Oriente, l’islam radicale e jihadista può essere analizzato, per Giro, quale grammatica della rivolta per giovani senza più etnia e famiglia, espulsi dalla società tradizionale. In buona sostanza, la scelta delle armi per i giovani africani può dipendere dalla necessità di trovare un diverso ordine sociale dentro il caos che li avvolge, la scoperta di una nuova via per emergere in una società che non li considera più.

Unirsi ai seguaci di Boko Haram o con al Qaeda nel deserto del Sahara può sembrare loro davvero un’alternativa valida laddove non c’è altra prospettiva, se non quella dell’emigrazione. È questo il destino dei «cadetti sociali» in tempi di crisi e di grandi trasformazioni.

Nel Sahel, come nella regione dei Grandi Laghi, del Sudan o del Corno, la guerra si trascina dagli anni Sessanta. 

Il conflitto tra nomadi e governi nazionali, frattura di cui starebbero approfittando gli jihadisti, rappresenta per l’autore un caso tipico in cui la radice socio-economica e identitaria dello scontro è stata affrontata mediante uno scambio diseguale tra élite, senza mai incidere sugli aspetti legati alla comunità reale. 

Né del tutto bianco (nomadi e arabi) né davvero nero, il mondo saheliano ha assistito all’affiliazione di molti dei suoi giovani ai cartelli vari, all’emigrazione di tanti di loro o all’arruolamento nelle varie guerriglie locali. In un tale caos antropologico e sociale si è innestato di recente anche il jihadismo globale. 

L’islam di tendenza rigorista – sia esso di matrice salafita o jihadista – contesta l’accento prevalentemente moderato dell’Islam nero, legato alla tradizione africana che dà maggiore importanza all’appartenenza etnica, e predica un ritorno alle fonti allo scopo di «purificare la religione» dagli elementi tradizionali africani. 

In ambito musulmano, e in particolare nella Nigeria del Nord, i movimenti salafiti hanno rappresentato una risposta a un’esigenza largamente sentita: preservare l’unità e l’integrità della comunità islamica sfidata dalle innovazioni della globalizzazione ma anche dai privilegi di un’élite vecchia e corrotta, incapace di mantenere un ordine sociale equo. Ed è proprio nella motivazione di fondo della sua origine che Mario Giro ravvede il suo primo grande paradosso. I riformisti salafiti, pur condannandola, sono stati uno dei frutti della globalizzazione: offrono un prodotto religioso deterritorializzato e pronto all’uso ovunque, disintermediando la stessa educazione religiosa una volta affidata ai soli ulema tradizionali. 

In Mozambico, a metà del 2020 le violenze attribuibili ai ribelli jihadisti hanno provocato circa mille morti in oltre duecento attacchi. In più occasioni i miliziani hanno issato la bandiera nera dello Stato islamico. 

Dalla ricostruzione dettagliata di Giro emerge con chiarezza che, esattamente come avvenuto con la nascita dei Boko Haram, la prima versione di Ansar in Mozambico sarebbe stata non violenta, conseguenza del malcontento etnico degli nwani e dei macua, per poi passare a rappresentare il disagio di un gran numero di giovani della provincia. 

L’insorgenza jihadista sarebbe, secondo anche i concetti espressi da Olivier Roy, una forma di islamizzazione della rivolta, in reazione alla marginalità e alla povertà, a cui non sono estranee le conseguenze provocate dalla presenza, ingombrante, delle grandi compagnie petrolifere e dai corrotti settori del commercio delle pietre preziose e del legno, ciò naturalmente con stretto riferimento a quanto accaduto in Mozambico ma applicabile, per corrispondenza, anche ad altre zone del continente africano. 

Almeno nella fase iniziale di repressione anti-jihadista, le autorità mozambicane hanno arrestato numerosi tanzaniani, congolesi, ugandesi, gambiani e burundesi. Nelle rare dichiarazioni rese, gli insorti stessi affermano di avere come obiettivo quello di creare la nazione indipendente dei musulmani dell’Africa orientale, che copra il Nord del Mozambico, una parte della Tanzania, inclusa l’isola di Zanzibar, e altri territori, imponendo la sharia. Nei loro proclami hanno più volte affermato di essere associati allo Stato islamico (Isis). Malgrado ciò l’autore evidenzia come molti esperti ritengano invece tale affiliazione solo presunta, o meglio ideale, nel senso che vada ricondotta all’aspetto dell’emulazione e del libero franchising, ormai frequente nell’universo del radicalismo islamico. 

Fenomeni noti come i foreign fighters o il diffondersi di gruppi jihadisti in terreni dove non c’era mai stata la presenza dell’islam militante, dimostrano come si tratti in effetti di un vero e proprio prodotto replicabile ovunque. Del resto il jihadismo globale, come prodotto religioso del ribellismo globale è dovuto proprio al suo sradicamento dal territorio e dalla cultura di origine. Sempre più di frequente ci si converte all’islam estremista da soli, mediante un computer, e non all’interno di una comunità. 

Ormai la gran parte dei conflitti si configura come guerre con più attori:

  • In Siria si sono contati fino a duecento attori.
  • In Nigeria o in Somalia poco meno di duecento.
  • In Yemen o in Libia circa cento.
  • In Iraq o in Afghanistan circa cinquanta. 

Si tratta di milizie di autodifesa, di gang di criminali, di contractors, di agenzie di sicurezza private, di cittadini organizzati… Per Mario Giro ormai la dottrina liberista ha occupato anche il campo della forza militare che non è più monopolio degli Stati. È un fenomeno che è sempre esistito certo, ma ora si è giunti a un livello superiore con la guerra che diviene un affare al pari di altre imprese, inserita nel quadro delle opportunità possibili con la globalizzazione. 

Stando ai dati diffusi dalla società britannica War on Want, il giro d’affari dei contractors ammonta oggi tra i 200 e i 400 miliardi di dollari. 

Bibliografia di riferimento

Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020.

L’Autore

Mario Giro: Docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università per stranieri di Perugia. Già viceministro degli esteri dal 2013 al 2018, è membro della Comunità di Sant’Egidio di cui è stato responsabile delle relazioni internazionali dal 1998 al 2013. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Angelo Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

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“Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt” a cura di Jacopo Perazzoli (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Dove è finita la democrazia? Problemi e pratiche di un Occidente alla deriva

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L’ordine politico occidentale da tempo ha dimostrato la sua fragilità e la pandemia non ha fatto altro che accentuarne le debolezze. Per Corbino, il costume partecipativo democratico è saldissimo, molto meno lo sono le istituzioni, dimostratesi impreparate a gestire qualunque cosa vada oltre l’immediato.

E così, la democrazia è divenuta un problema. Si discute animatamente di come e quando cambiarla. Quali istituzioni vanno preservate e quali forme di governo siano attuabili o preferibili. Ma ciò che deve preoccupare, secondo l’opinione dell’autore, non è la discussione in sé. Quella ben venga. A destare preoccupazione dovrebbe essere il modo in cui essa si origina e sviluppa: con le modalità proprie della moderna comunicazione di massa, nei termini dunque di un’informazione sintetica rivolta a stimolare, più che riflessioni, emozioni.

Se era eccessiva e poco coerente con la democrazia l’esclusione dei molti dalla discussione, non è per Corbino condivisibile nemmeno la situazione attuale. Una situazione in cui problemi di grande importanza si intendono affrontabili e risolvibili senza adeguata informazione, sulla base di suggestioni solo assertive.

Le società occidentali sono in una condizione di palese sbandamento. E lo sono perché tra il disegno che ne è stato immaginato e al quale dovrebbero restare aderenti le pratiche si è invece creato uno scollamento molto sensibile. Quel disegno è divenuto inattuabile e le pratiche hanno preso una direzione disordinata e incontrollata.

Per rimettere ordine bisognerebbe non stravolgere l’impianto liberal-democratico ma agire recuperando il ruolo del metodo. Imparando a darsi degli obiettivi flessibili, soluzioni aperte e non chiuse. Creare dunque modalità di governo complesse.

Ma, soprattutto, bisogna imparare e comprendere che enunciare, anche pubblicamente, una soluzione non è sufficiente ad assicurarne la sua adozione concreta. 

Se da una parte la comunicazione di massa sta inficiando la discussione sui cambiamenti, dall’altra per modificare efficacemente le nostre democrazie non è sufficiente dialogare solo con studiosi di scienza politica o, più in generale, con gli “addetti ai lavori”. Bisogna, invece, coinvolgere il maggior numero di cittadini. Ma per farlo bene è necessario, come sottolinea l’autore, risolvere anche l’annoso problema della formazione, generale e giuridica in particolare. 

L’informazione, al pari della formazione, risente di un calo qualitativo notevole. L’opinione pubblica è costantemente bombardata di informazioni fallaci, deformate, interessate, spesso – addirittura – artificiali, perlopiù dipendenti da piattaforme orientate a modelli di business che privilegiano like e pubblicità a discapito della qualità stessa dell’informazione. 

In questo modo, ricordando anche le parole di Lee McIntyre, la post-verità diventa sinonimo di pre-verità. Una fake news non è più una cosa da ignorare o correggere ma diventa essa stessa un fatto che interviene sulla realtà e la condiziona. 

Purtroppo anche la politica si adegua a questo sistema, alimentando la propria impotenza espressa attraverso la continua corsa a codificare in nuove leggi e in pene sempre più esemplari (con lo smarrimento del concetto illuminista del ruolo educativo della pena) i continui movimenti sussultori del sismografo sociale.

L’eclisse della formazione, la crisi del pensiero critico, l’inaridirsi, o l’imbarbarimento, del dibattito pubblico portano l’illusione che la competenza e la professionalità siano merce stantia. E bene fa Salvatore Carrubba a ricordare, nella prefazione al testo, le parole di Tom Nichols scritte ne La conoscenza e i suoi nemici.

Nichols, parlando degli statunitensi ma il suo discorso va bene anche per l’Italia e, forse, per molti altri paesi occidentali, sostiene che ormai l’America intera è ossessionata dal culto della propria ignoranza. Per gli americani rifiutare l’opinione degli esperti significa affermare la propria autonomia. Si tratta di un metodo auto-difensivo: isolare il proprio ego sempre più fragile e non sentirsi dire che si sta sbagliando. 

Conseguenza fatale della perdita di fiducia nella professionalità e nel sapere è la perdita del valore sociale attribuita allo studio e all’insegnamento.

Bisogna ripartire, conclude Corbino, e farlo con umiltà e pazienza. Ricostruire un tessuto culturale come anche sociale e politico. Trovare un metodo nuovo, più complesso e lungimirante.

Perché, come afferma Marco Aime ne Il mondo che avrete, abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna per forza chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro. 

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Bibliografia di riferimento

Alessandro Corbino, La democrazia divenuta problema. Città, cittadini e governo nelle pratiche del nostro tempo, Eurilink University Press, Roma, 2020.

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Eurilink University Press per la disponibilità e il materiale

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“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018)

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

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“Bruciare i libri. La cultura sotto attacco: una storia millenaria”

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Bruciare i libri – Burning the books è il titolo che Richard Ovenden, bibliotecario alla Bodleian Library dell’Università di Oxford, sceglie per il suo libro. Un’espressione che fa inorridire tutti i cultori del sapere e della conoscenza. Un’immagine che rimanda a uno scempio enorme compiuto, materialmente, in diverse occasioni e, letteralmente, ogni qual volta si sceglie di tagliare fondi alle istituzioni (enti, fondazioni, biblioteche, archivi) che questo sapere sono preposte a conservare.

È molto d’impatto rievocare i roghi di libri appiccati dai sostenitori del regime nazista a Berlino il 10 maggio 1933. Anche l’autore lo fa. Anzi è proprio con queste immagini che apre il suo resoconto. Ma è egli stesso a invitare e invogliare il lettore a scavare più a fondo perché gli attacchi incendiari a sapere e conoscenza sono ormai all’ordine del giorno. Metaforicamente parlando, si intende. 

Biblioteche e archivi sono costantemente sotto attacco, apparentemente per i loro enormi costi a fronte della loro ormai palese inutilità, a maggior ragione ora che siamo nell’era digitale. E, man mano che viene protratto e incrementato questo pubblico discredito, vengono diminuiti i fondi e i finanziamenti.

Ma siamo davvero così certi che archivi e biblioteche non servano più?

Il declino continuo delle risorse per archivi e biblioteche è affiancato dall’ascesa delle grandi aziende tecnologiche che hanno di fatto privatizzato l’archiviazione e la trasmissione delle informazioni in forma digitale, trasferendo all’ambito commerciale alcune funzioni delle biblioteche e degli archivi pubblici. Queste aziende hanno obiettivi ben diversi rispetto alle istituzioni che tradizionalmente mettevano la conoscenza a disposizione della società. 

Ovenden sottolinea come, proprio nel momento in cui i finanziamenti pubblici alle biblioteche sono ridotti al minimo, si scopre che anche le istituzioni democratiche, lo stato di diritto e le società aperte sono in pericolo. E non è un discorso riconducibile solo alle dittature del Novecento e a quelle ritenute lontane dalle società occidentali. Si tratta invece di un pericolo reale anche in quelle società che si sentono al sicuro, protette dalla corazza della democrazia, ignorando o dimenticando che questa non è immutabile o inviolabile, essendo al contrario molto fragile e vulnerabile. 

Basti a ciò pensare che i libri e il materiale archivistico sono ritenuti importanti non solo da coloro che desiderano proteggere il sapere, ma anche da chi vuole distruggerlo. 

La vita moderna predilige sempre più ciò che si svolge in tempi rapidi. Gli investitori cercano guadagni istantanei, e le transazioni finanziarie sono tanto automatizzate che in borsa ogni ora se ne concludono miliardi. Mentre, sottolinea Ovenden, la memoria dell’umanità, il sapere creato in tutte le sue innumerevoli forme, dalla tavoletta di argilla alle informazioni digitali, non si limitano mai agli obiettivi immediati. 

Distruggere il sapere è certamente più economico, facile e comodo rispetto al doverlo analizzare, catalogare, salvaguardare e rendere fruibile, ma se anteponiamo la comodità e l’economicità al sapere stesso, ci avviamo sicuramente verso una società meno capace di distinguere il vero dal falso.

Alla questione del perché sia necessario preservare archivi e biblioteche, Ovenden risponde con cinque punti precisi:

  • Facilitano l’istruzione dell’intera società e di sottogruppi specifici.
  • Forniscono un insieme eterogeneo di idee e di conoscenze.
  • Contribuiscono al benessere dei cittadini e al rispetto dei principi delle società aperte, proteggendo i diritti essenziali e favorendo l’integrità di chi prende le decisioni.
  • Forniscono un punto di riferimento fisso e permettono di riconoscere verità e menzogne grazie alla trasparenza, alle verifiche, alle citazioni e alla riproducibilità.
  • Contribuiscono a rafforzare le identità storiche e culturali della società, conservandone la documentazione scritta. 

Chi non percepisce la necessità di preservare la conoscenza e i luoghi in cui essa viene custodita con ogni probabilità non comprenderà neanche l’importanza di una testimonianza come quella di Richard Ovenden. E non riterrà opportuno né doveroso riflettere, tra l’altro, sulla profondità della definizione formulata da Michel Melot: «la biblioteca è una macchina per trasformare la convinzione in conoscenza. La credulità in sapere».

Ed è proprio perché sono in tanti a non percepire l’importanza di tutto ciò che bisogna lottare ancora più strenuamente per preservarlo.

Bibliografia di riferimento

Richard Ovenden, Bruciare i libri. La cultura sotto attacco: una storia millenaria, Solferino, Milano, 2021. 

Titolo originale: Burning the Books. A History of Knowledge Under Attack.

Traduzione di Luisa Boplicher e Daniele A. Gewurz.

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, esclusa l’immagine della copertina, credits www.pixabay.com

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Il ruolo culturale delle biblioteche oggi in Italia

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e a beneficio di chi?

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia”

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I giovani del Sud Italia meritano un’attenzione particolare: sia per la specificità della loro condizione sociale, sia per favorire una presa di coscienza delle particolari condizioni di difficoltà in cui devono realizzare i loro progetti di vita. 

Ragioni per cui l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, di anno in anno, studia la generazione dei Millennials, i giovani divenuti maggiorenni dal 2000 in poi, e volge il suo interesse anche verso la Generazione Z, ovvero tutti i nati nel nuovo millennio. Un’indagine longitudinale della condizione giovanile, che si focalizza su una lettura territoriale in maniera tale da consentire una comparazione tra i giovani del Sud, quelli del Centro e del Nord d’Italia.

Paola Bignardi, coordinatrice dell’Istituto, ritiene ancora insufficiente l’attenzione verso la questione giovanile da parte di quei soggetti soggetti sociali, economici, istituzionali che grande responsabilità hanno nei confronti delle nuove generazioni e del loro ingresso nella società da protagonisti.

Il rischio che la generazione adulta si affidi a conoscenze superate dalla rapidità dei cambiamenti in corso, fa sì che i giovani continuino a rimanere in una condizione di marginalità sociale penalizzante per loro e per tutta la società, mortificando quella spinta all’innovazione che soprattutto loro sono in grado di imprimere.

Le Note di Sintesi del Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno mettono bene a fuoco, insieme al divario sempre più evidente tra le due Italie, una serie di criticità trasversali:

  • Crollo degli investimenti pubblici.
  • Allarmante crisi demografica.
  • Fuga dei giovani dalle regioni di origine.
  • Occupazione femminile a livelli significativamente inferiori a quella maschile.
  • Elevato tasso di abbandono scolastico.

Dati evidenziati anche dal Miur, che nel luglio 2019 pubblica un focus su La dispersione scolastica nell’anno 2016-2017 e nel passaggio all’anno scolastico 2017-2018. E a gennaio 2020, insieme alle Pari Opportunità, firma un Protocollo d’intesa per la lotta alla dispersione scolastica e la promozione delle pari opportunità e del diritto allo studio con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). 

Il Rapporto sul contrasto del fallimento formativo redatto dal Miur rileva l’aumento della dispersione scolastica in ogni zona – nel Nord, Centro e Sud – di concentrazione della povertà delle famiglie, soprattutto nelle periferie urbane e nelle aree di massiccia esclusione sociale e in quei territori dove sono rilevanti disoccupazione, povertà culturale, degrado urbano, mancanza di offerta formativa e culturale diffusa e mancanza di interventi educativi precoci.

Oltre a favorire la conoscenza specifica dei giovani, gli studi condotti dall’Osservatorio Giovani si prefiggono lo scopo, fuor di dubbio arduo, di far emergere le risorse, portare ad evidenza le potenzialità, dare visibilità a quelle esperienze che, magari sottotraccia, parlano della vitalità di un mondo giovanile creativo e carico di passione.

Il deficit delle regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali trova riscontro anche in studi sul piano specifico del valore delle reti e dei legami sociali. Come le ricerche empiriche di Paola Bordandini e Roberto Cartocci, che riportano l’attenzione sulle differenze ancora attuali di civic-ness tra le regioni settentrionali e centrali, a un livello più elevato, e quelle meridionali. 

Anche ricerche finalizzate a mappature territoriali di risorse di natura sociale, come il Rapporto nazionale sulle organizzazioni di volontariato di CSVnet, evidenziano che su indicatori quali la distribuzione di organizzazioni di volontariato per area geografica la percentuale di presenza al Nord pari al 47.2 per cento è doppia rispetto a quella del Sud e di quasi 20 punti percentuali superiore a quella del Centro. 

Un’indagine sul complesso mondo giovanile infatti, ricordano gli autori, non può prescindere dal riflettere su un sistema di reti e alleanze tra le agenzie educative, in primis scuola e famiglia, e poi con tutte le altre agenzie di socializzazione, quali parrocchie e associazioni di ogni genere. 

Infatti, una prolungata emarginazione di un giovane, nelle fasi della vita che, in condizioni normali, dovrebbero rappresentare l’inserimento nel mercato del lavoro, rischia di escluderlo definitivamente dal mondo produttivo. Riprendendo le definizioni di Becker e Coleman, a contraddistinguere lo status di Neet è anche il rischio di entrare in percorsi di marginalizzazione sociale. 

I dati dell’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ci dicono che essere Neet, pur nel rispetto della complessa articolazione di tale categoria sociale, non cambia la condizione di benessere, o meglio di malessere, alle varie latitudini, come a sottolineare che la condizione di estrema vulnerabilità renda i giovani più simili al di là del luogo di origine.

Per contro, una condizione di lavoro precario – al pari di quella di studente – rende i giovani del Sud meno soddisfatti, con molta probabilità perché la minaccia di subire un downgrade occupazionale verso la condizione di Neet è percepito come un pericolo reale

Invece, il possesso di un lavoro stabile rende i giovani più felici al Sud rispetto al Nord. 

La condizione occupazionale è strettamente connessa alla percezione del futuro da parte del campione dei giovani intervistati, in modo ancor più emblematico rispetto al benessere soggettivo. Un sentimento di sfiducia e di perplessità verso il futuro appare così nelle classi più giovani, prima ancora che queste possano confrontarsi realmente con le difficoltà del mercato del lavoro. 

Per gli autori non stupisce la maggiore fiducia dei lavoratori autonomi. Pur essendo una tipologia di impiego esposta al rischio di impresa o connessa a una attività professionale – e perciò più facilmente preda di congiunture economiche sfavorevoli -, si comprende come la scelta di lavorare in proprio metta in qualche modo “in conto” la possibilità di correre dei rischi. 

Anche se in generale si percepisce una diminuzione del senso di benessere con l’avanzare dell’età, i dati dicono che l’aumento del livello di istruzione, ovvero dei titoli di studio conseguiti, è legato positivamente con un aumento del benessere percepito. 

Così anche il livello di istruzione dei genitori ha un effetto significativo: i figli di genitori con titoli di studio intermedio o elevato mostrano un maggiore benessere atteso, a parità dei valori nelle altre variabili. Questo aspetto è, per gli autori, di assoluto rilievo, perché il titolo di studio dei genitori è una utile proxy del background economico della famiglia di origine. 

In assoluto è lo status di lavoratore dipendente a tempo indeterminato a risultare associato a un maggiore livello di benessere. Per contro, la categoria più penalizzata sono ancora una volta i Neet. 

Emiliano Sironi sottolinea come un tema di grande interesse per lo sviluppo non solo economico ma anche demografico del Paese sia dato dalla difficile transizione all’età adulta dei giovani italiani.

Fino agli anni Settanta del Novecento gli step di vita rappresentavano un percorso standard – completamento degli studi, ingresso nel mondo del lavoro, uscita dalla famiglia di origine, formazione di un’unione che quasi sempre coincideva con il matrimonio, nascita di uno o più figli -, mentre ora hanno subito un progressivo sconvolgimento. 

In base ai dati Istat 2018, il 62.1 per cento di giovani tra i 18 e i 34 anni, celibi o nubili, vive in famiglia con almeno un genitore. Tale percentuale è ancora più alta al Sud e nelle isole (68.1 e 65.5 per cento) rispetto al dato registrato al Nord (circa il 57 per cento), con il Centro che rappresenta una condizione intermedia, ma con una tendenziale convergenza verso il risultato del Sud.

Si evidenzia così un rischio di osservare una generazione condannata a una revisione al ribasso delle proprie aspirazioni lavorative e personali

Un numero sempre crescente di giovani, soprattutto del Sud, prende in considerazione l’eventualità di lasciare la propria regione di origine o addirittura l’Italia al fine di migliorare la propria condizione occupazionale

E così nell’anno 2021 le regioni meridionali continuano a essere quelle a maggior rischio di depauperamento delle risorse più giovani e qualificate per via del fenomeno migratorio

I giovani di questo tempo vengono studiati, rammenta Stefania Leone, relativamente alla ridotta espressione di indipendenza, di autonomia e di presa di decisioni e per l’incapacità di progettare e costruirsi il proprio futuro. Ciò ha fatto in modo che, spesso, venissero appellati, con accezione negativa, con espressioni quali bamboccionichoosy e simili, aprendo d’altra parte interrogativi profondi riguardo alle ragioni e alle reali misure di questi atteggiamenti e, contestualmente, alle corresponsabilità degli adulti. 

Si è dentro una società ibrida e potremmo dire ambivalente: nell’era post-industriale, alle prese con una pesante crisi economica e socio-culturale, i giovani del Sud sono proiettati verso il futuro e si confrontano con una società non più contadina ma neanche diffusamente industriale, denotano uno slancio verso la ricerca e la tecnologia pur abitando, di fatto, in una società ancora dominata dalla burocrazia e culturalmente dalla dipendenza verso uno stato assistenzialista, trovandosi spesso a fronteggiare dinamiche clientelari mai scomparse.1

Lo stesso Francesco Del Pizzo, ricordando i dati del Rapporto giovani 2017 dell’Istituto Toniolo, sottolinea l’insoddisfazione da parte dei giovani del Sud rispetto ai coetanei del Nord, ma anche la compresente dinamicità e disponibilità a mettersi in gioco per favorire un cambiamento positivo del proprio destino

I giovani del Sud, come quelli del Nord, mostrano una visione del lavoro finalizzata alla sicurezza e alla costruzione di progetti famigliari. È tuttavia più viva nel meridione la consapevolezza che il lavoro contempli anche la dimensione della realizzazione del sé, del prestigio e del successo. L’idea che l’identità professionale sia un fattore importante per la definizione dell’identità personale. 

I giovani meridionali, inoltre, si concentrano maggiormente sul presente e, in seconda battuta, sulla costruzione del proprio futuro. Per loro, la famiglia si presenta come luogo di fusione intima e di conflittualità ma resta, comunque, l’unità simbolica di riferimento all’interno del sistema sociale. 

Persiste in loro la fiducia in quasi tutte le istituzioni basate sulla conoscenza: scuola, università, luoghi di ricerca. 

Indici di gradimento ancora accettabili sono riferiti alle amministrazioni locali, quali Comuni e Regioni, mentre tutte le istituzioni più immediatamente riconducibili a una dimensione politica – partiti politici, Camera, Senato, Governo nazionale -, raccolgono ovunque i massimi livelli di sfiducia, unitamente a istituti bancari, giornali e social network. 

Molto consistente è, inoltre, la fetta di giovani profondamente sfiduciati, rispetto a quelli che invece nutrono fiducia, nel prossimo. 

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Bibliografia di riferimento

Francesco Del Pizzo, Stefania Leone, Emiliano Sironi, Giovani del Sud. Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia, Vita e Pensiero, Milano, 2020.

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1D’Agostino Federico (2019), Giovani, famiglia e religiosità al Sud, in F. Del Pizzo – P. Incoronato (a cura di), Giovani e vita quotidiana. Il ruolo sociale della famiglia e della religione, Milano, Franco Angeli. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Vita e Pensiero per la disponibilità e il materiale

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale

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Nell’analisi della disuguaglianza di proprietà e ricchezza condotta, come sottolinea l’autrice e come facilmente si desume dalla stessa lettura, la questione dei diritti delle donne in materia di proprietà, soprattutto della terra, ha messo in discussione i presupposti standard dell’economia agricola e marxista, e ha portato a una crescente mole di studi in molti paesi negli ultimi anni. 

Allo stesso tempo, si rende necessario mettere in dubbio l’idea che le scienze sociali tradizionali debbano essere il punto di riferimento principale per giudicare i contributi dell’analisi di genere. 

Esiste infatti, per Agarwal, anche una responsabilità intellettuale nei confronti della comprensione della natura e delle cause della disuguaglianza di genere in tutte le sue forme. 

C’è la necessità di concepire criteri che siano rilevanti per l’obiettivo più ampio, ovvero plasmare gli sforzi intellettuali in modo da contribuire non solo al mondo della conoscenza con rigore scientifico, ma anche a migliorare la vita delle donne, come anche degli uomini, intorno a noi, specialmente di quelle meno fortunate. Perché, alla fin fine, è sempre su di esse che ricade il peso maggiore di violazione dei diritti, violenze e soprusi.

Le donne in famiglie povere spesso tendono a essere abbandonate dai loro coniugi in periodi particolarmente disagiati. 

Esaminando le testimonianze storiche della Grande carestia del Bengala del 1943, Bina Agarwal mette in evidenza che tale abbandono si è verificato proprio quando le donne hanno perso i loro limitati beni o le opportunità di guadagno, mentre gli uomini conservavano ancora parte dei loro beni e diritti. Di conseguenza, alle donne rimaneva poco da offrire in termini materiali, il che riduceva notevolmente il loro potere negoziale in famiglia.

È proprio sulla nozione-pilastro di potere negoziale che Agarwal costruisce la struttura portante del suo ragionamento, edificato analizzando i dati frutto di anni di studio, ricerca e indagine. 

Il modello unitario della famiglia presuppone che tutte le risorse e i redditi siano messi in comune, che i membri della famiglia condividano interessi e preferenze comuni e che un capofamiglia altruista, che rappresenta i gusti e le preferenze della famiglia, allochi le risorse per massimizzare l’utilità della famiglia. 

Questa è la teoria.

La realtà, osservata da Agarwal in Asia ma visibile in gran parte del pianeta, è molto diversa.

Esiste e persiste una notevole diseguaglianza di genere all’interno delle famiglie per quanto riguarda l’accesso a cibo, assistenza sanitaria, cure mediche, istruzione e risorse economiche. 

Tenendo in considerazione queste diseguaglianze, alcuni economisti hanno proposto modelli alternativi di famiglia e, soprattutto, modelli di negoziazione, in cui le interazioni intra-famigliari sono viste come caratterizzate da elementi sia di cooperazione che di conflitto. Il risultato che ne deriva dipende, appunto, dalla capacità di negoziazione di ciascun membro della famiglia. 

L’approccio alla negoziazione si estende anche al di là della famiglia, alle aree interconnesse del mercato, della comunità e dello Stato. E i fattori alla base del potere di negoziazione devono essere ampliati fino a includere il controllo, da parte delle donne, della proprietà privata e della comunità, così come le norme e le percezioni sociali. 

Una riforma giuridica dello Stato che rafforzi, per esempio, i diritti delle donne sulla proprietà può rafforzare il loro potere negoziale all’interno delle famiglie, migliorando il loro accesso alle risorse economiche e aumentando le loro vie d’uscita. 

Nei suoi studi Bina Agarwal ha potuto constatare che il fattore più importante incidente sul potere negoziale delle donne, ma anche sul loro status economico, sociale e politico, è il possesso di beni, soprattutto della terra, sottolineando l’idea di controllo sulla proprietà che implica non solo il suo possesso ma anche il potere di controllo su di essa. 

Da un’indagine condotta su 502 famiglie rurali e urbane selezionate in modo causale in Kerala (India) Agarwal, unitamente ad altri studiosi, ha potuto constatare come esista uno stretto legame tra il possesso di beni immobili da parte delle donne, come terra e abitazioni, e il rischio di subire violenze coniugali. 

A livello empirico, la ricerca dimostra che il possesso di una casa o di un terreno, o di entrambi, riduce significativamente il rischio di violenza coniugale per una donna. Si potrebbe quindi ipotizzare che i beni immobili offrano alla donna sicurezza economica e fisica, aumentino la loro autostima e, cosa non da poco, il loro potere negoziale. 

Succede esattamente il contrario per impiego e occupazione. Le donne con un impiego migliore dei loro mariti sembrano ingenerare in loro molta ostilità.

Oggi, la letteratura che mette a confronto la produttività relativa degli agricoltori maschi e femmine ha stabilito che le differenze di genere sono attribuibili al minore accesso delle donne alla terra, alla tecnologica e ai fattori di produzione, piuttosto che alle scarse capacità manageriali o fisiche. Eppure persistono pregiudizi di genere, reminiscenza della vecchia cultura novecentesca. 

Negli anni ’70, per esempio, gli economisti agrari, nell’aggregare gli impieghi totali di manodopera, avevano la tendenza a considerare il tempo di lavoro delle donne come la metà o i tre quarti del tempo di lavoro degli uomini. Ciò era considerato motivo sufficiente per giustificare anche la disparità nei salari. 

Utilizzando i dati forniti da uno studio condotto dall’Università agraria del Punjab, che ha testato l’uso di attrezzature per lo scavo di patate, Agarwal ha facilmente smontato le teorie appena esposte: le donne sono risultate essere diverse volte più efficienti degli uomini

Quando Bina Agarwal ha iniziato a condurre i suoi studi di genere, alla fine degli anni ’70, era talmente rara da essere quasi unica nel panorama internazionale. Oggi invece c’è una grande quantità di analisi su una vasta gamma di argomenti che cercano di mettere in discussione l’economia mainstream. L’intera società mainstream. E viene da sé che tanto lavoro ancora da fare c’è anche in quei paesi, come l’Italia ad esempio, che si vedono distanti dalle economie in via di sviluppo dove si presuppone, dove si sa che le disuguaglianze di genere sono solchi più profondi. Ma i dati, i numeri, le statistiche… ci dicono con estrema chiarezza che gli obiettivi da raggiungere sono anch’essi ancora molto distanti, troppo.E lo sono per le economie in via di sviluppo ma anche per le economie che invece si ritengono già parecchio sviluppate. 

La pubblicazione, in Italia, di questo compendio di articoli e studi di Bina Agarwal è senz’altro positivo, istruttivo e motivazionale. Il lavoro condotto da Agarwal in tutti questi anni è monumentale, non solo dal punto di vista quantitativo ma, soprattutto, qualitativo. Un lavoro che ha giovato alla teoria, soprattutto a quella della contrattazione, ma anche alla pratica, alla economia applicata. 

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Bibliografia di riferimento

Bina Agarwal, Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo, Alberto Quadrio Curzio (a cura di), il Mulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Bina Agarwal: È docente di Development Economics and Enviroment all’Università di Manchester; già docente di Economics e direttore dell’Institute of Economics Growth, University of Delhi. Membro dell’Accademia dei Lincei. Ha partecipato alla Commission for the Measurement of Economics Performance and Social Progress.

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“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

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La Grande guerra africana: dallo Zaire al Congo

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Per gran parte del secolo scorso, lo Zaire è stato apprezzato da tutti gli africani per le sue caratteristiche di vera nazione africana, libera dai pesanti condizionamenti del colonialismo. Si pensava infatti che incarnasse l’immagine del paese davvero africano decolonizzato

Il presidente Mobutu era stato l’inventore della autenticità, una forma di ideologia nazionalista basata su elementi della tradizione recuperati dal passato, miscelati con uno stile nel condurre la vita civile e gli affari del paese che si proclamava libero dagli influssi culturali occidentali. 

Da qui anche la volontà di rinnegare il nome colonialista di Congo e riprendere l’autentico: Zaire. 

Malgrado le speranze, il primo periodo della decolonizzazione era stato turbolento e molto violento: in quasi sei anni di crisi, dopo la dichiarazione di indipendenza del 30 giugno 1960, il paese era piombato in una situazione di precarietà alimentare e di vasto disordine sociale

Già alla fine degli anni Sessanta il presidente aveva fatto del partito unico, il Mouvement Populaire de la Révolution(Mpr), il suo strumento di governo unitario e di propaganda politica.

All’inizio degli anni Settanta Mobutu diede avvio a una vasta campagna di «zairizzazione» delle risorse che si concretizzò, nel 1973, con la nazionalizzazione di tutte le maggiori imprese del paese.

Malgrado le immense risorse e ricchezze dello Zaire, una politica di redistribuzione sempre più ampia e corrotta aveva messo progressivamente a dura prova la capacità dello Stato di sopperire alle richieste dei vari gruppi di potere locali assieme ai bisogni della popolazione. Agli inizi degli anni Novanta la popolazione era ormai in uno stato di povertà cronica. 

Nell’aprile del 1990 Mobutu dichiarò la fine del partito unico e l’avvio di riforme politiche. Durante i dibattiti della Conferenza nazionale sovrana l’impegno di alcuni rappresentanti più sensibili all’avviamento di una vera democrazia si scontrava con il populismo avventurista di altri e con il riemergere di scontri etnico-politici che avevano insanguinato il paese nei primi anni Sessanta. 

Tra l’agosto del ’92 e la fine di quello stesso anno, il neo-rinsaldato partito xenofobo dello Shaba operò una vera e propria pulizia etnica contro i Kasaiani. 

Il nuovo primo ministro Kengo wa Dondo riuscì a far scendere l’inflazione – che aveva raggiunto il 20mila per cento -, a re-incrementare la produzione mineraria – crollata al 10 per cento del totale – e ristabilire un minimo ordine nella vita pubblica. 

Tuttavia, proprio in questo delicato frangente, si scaricò su uno Zaire esausto e in preda a spinte contraddittorie, l’immane flusso di oltre un milione di rifugiati ruandesi hutu.

L’entrata in scena dei profughi esportò la guerra del Ruanda in Zaire e lo travolse

Il governo di Kengo cercò di liberarsi di tutti i rifugiati respingendoli verso il Ruanda, in contrasto con la posizione dello stesso Mobutu che manteneva forti legami con gli estremisti hutu. La misura intendeva cogliere l’occasione per liberarsi, in un sol colpo, di tutti i banyarwanda e banyamulenge presenti in Zaire, indipendentemente dal fatto che fossero hutu o tutsi. 

Ma i campi profughi degli hutu in fuga erano ormai diventati delle vere e proprie roccaforti, dirette dalle ex forze armate ruandesi e dalle milizie interhamwe. Da quegli stessi insediamenti partivano operazioni e attacchi contro il Ruanda

Ne derivò anche una forte polemica nell’opinione pubblica internazionale, laddove le organizzazioni umanitarie e le agenzie dell’Onu furono addirittura accusate di complicità con gli hutu oltranzisti genocidiari

Dell’oltre un milione di profughi hutu, circa 600mila vennero accerchiati e ripresi dalle truppe dell’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (AFDL) per poi essere rimandati in Ruanda. Dell’altro mezzo milione si persero quasi del tutto le tracce. 

Furono chiamati ad aderire all’Alleanza tutti i congolesi che si opponevano a Mobutu e alla sua politica. Soprattutto dal Congo centrale e occidentale, ci fu uno slancio popolare sorprendente e furono migliaia i giovani e giovanissimi che si arruolarono per partecipare alla cacciata di Mobutu. Proprio tali giovani reclute, chiamate Kadago (bambini soldato) andranno a costituire poi il grosso delle future Fac (Forze Armate Congolesi). 

Kabila si auto-nominò presidente della neonata Repubblica Democratica del Congo alla presenza dei presidenti di Ruanda, Uganda, Angola, Burundi e Zambia, i suoi alleati. Egli era ben consapevole che la maggioranza dei congolesi non era favorevole all’abolizione della legge del 1981 e alla conseguente naturalizzazione dei banyamulenge e dei banyarwandesi tutsi, così la lasciò in vigore. Tale scelta segnò l’inizio della fine della coalizione che aveva combattuto e cacciato Mobutu. 

La Grande guerra d’Africa fu il risultato di un insieme di conflitti diversi, collegati tra loro attorno al nodo centrale del confitto tra il governo di Kabila e i suoi ex alleati ruandesi. Almeno sei paesi (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad) si combatterono con proprie truppe sul territorio congolese. A ciò vanno sommate le varie guerriglie locali il cui computo è ancor oggi arduo. 

Così, a partire dall’epicentro congolese, tutta l’Africa centrale fu travolta, impoverendosi. 

Secondo il WTO, il Programma Alimentare Mondiale, circa un terzo dei congolesi vivrebbe ancora oggi in uno stato di denutrizione e sottoalimentazione grave

Nel gennaio 2001, allorquando il presidente Kabila rimase vittima di un attentato posto in essere da una delle sue guardie del corpo, il parlamento, riunito in sessione straordinaria, elesse suo figlio Joseph Kabila quale suo successore. 

Fin dall’aprile di quello stesso anno iniziarono gli incontri e le mediazioni tra Kabila junior e Kagame per giungere a una soluzione. Nel dicembre 2002 si procedette alla stesura dell’Accordo globale e conclusivo con l’intermediazione dell’Onu e del Sudafrica, cui parteciparono tutti i gruppi ribelli del paese. E nel 2006, dopo quarant’anni, furono organizzate delle elezioni libere. 

La fine della guerra tuttavia non rappresentò anche la fine dei combattimenti, i quali continuavano nelle province del Kivu. Fu necessaria una rinegoziazione con il Ruanda per ottenere la fine del sostegno di Kagame alla ribellione del Cndp di Nkunda. 

Alle elezioni del 2011 Kabila junior ottenne un nuovo mandato.

Le elezioni presidenziali del 2011 si svolsero in un clima teso e di accesa mobilitazione: gruppi ed ex gruppi armati erano al soldo di chi poteva pagare e vennero diffusamente utilizzati nella campagna elettorale per intimidire avversari e intere comunità.

Anche in Congo, come prima in Liberia e in seguito nel Sahel o in Nord Mozambico, il warlordismo ha cambiato pelle ed è diventato a pieno titolo un attore del caos indotto dalla globalizzazione competitiva, nel quale soggetti di tipo molto vario concorrono per il potere e le risorse.

La realtà odierna dei gruppi armati così come delle milizie è molto diversa da ciò che fu all’inizio della crisi degli anni Novanta: ogni gruppo armato ha un suo referente a Kinshasa, un uomo politico o una personalità facoltosa che si serve del gruppo per rafforzare la propria influenza e che è, a sua volta, necessario al gruppo per proteggere le proprie rivendicazioni locali. 

Bibliografia di riferimento

Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020

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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

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“Sbirri e culicaldi” di Stefano Talone (Ensemble, 2020)

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Ambientazione, personaggi, suspence, stile narrativo e, soprattutto, trama sono gli elementi che in un buon libro giallo non devono mancare o altalenare. Nel suo poliziesco d’esordio, Stefano Talone ce l’ha messa tutta affinché il testo presentato ai lettori non mostrasse carenza alcuna. E, in effetti, Sbirri e culicaldi si fa leggere con piacere. Unica pecca è il ritmo iniziale un po’ lento, rispetto anche al resto del libro che, al contrario, mostra una narrazione più serrata, sorretta da un ritmo molto più incalzante, perfetto per libri di questo genere.

Come scrivevo, gli elementi topici ci sono tutti e si presentano bene. L’ambientazione è suggestiva e perfetta per un romanzo che vede scendere in campo polizia, agenti segreti e minacciosi terroristi. Londra, forse anche a seguito della fortunata produzione letteraria di Ian Fleming e sicuramente ancor di più per le versioni cinematografiche con protagonista lo 007 con licenza di uccidere, è diventata, nell’immaginario collettivo, simbolo delle spy stories.

Nel libro di Talone lo spionaggio veste i panni dell’attualità aprendo le indagini alla minaccia incombente di attacchi terroristici che, tristemente, anche di recente hanno campeggiato sui titoli dei giornali europei per settimane. Ed è proprio grazie a questo tema di stretta attualità che l’autore riesce bene a raccontare anche della società che si è costruita tutta intorno a queste minacce e, al contempo, alla medesima società che ha originato i malesseri che questo terrorismo hannogenerato.

Il fenomeno dell’immigrazione, con i problemi a esso connessi e mai risolti. Le mille difficoltà di uno stato sociale assente, latitante o carente. Gli strati di culture e sub-culture che si intrecciano e si incontrano almeno quanto si scontrano e che generano sempre e inevitabilmente dei vuoti e delle lacune difficili da colmare.

Sbirri e culicaldi è anche un viaggio nelle periferie, nei sobborghi multietnici della capitale inglese, una sorta di cammino per incontrare, forse anche per conoscere, i vari e variegati personaggi che sembrano essere tenuti uniti, legati da una solo in apparenza inspiegabile voglia di fede e di martirio. Il racconto che Talone fa della sua Londra contemporanea lascia trasparire le mille difficoltà e i tanti ostacoli che ancora persistono e impediscono una effettiva e totale integrazione, anche dei cosiddetti immigrati di seconda o, addirittura, terza generazione. Le mille sfaccettature, per nulla rosee, di una società che si sponsorizza come multietnica ma lo fa nascondendo forse anche a se stessa i tanti risvolti negativi e nodi ancora da sciogliere.

«Non è facile fare parte di una cultura fuori dal paese che ha dato la vita ai tuoi genitori… Vanno in giro senza essere niente. Né pakistani, né britannici. Sanno solo di essere vivi e di volere cambiare il mondo.»

Il romanzo è scritto molto bene. Talone più volte si sofferma nella descrizione dettagliata e minuziosa, anche di tecniche specifiche di indagine, ma senza appesantire troppo la narrazione e riesce a portare avanti la storia sciogliendo tutti i nodi, i vari intrecci che rendono ancora più interessante la lettura e sorprendente il finale.

Sarà la ricerca di due ragazzi culicaldi, ovvero sospettati di essere potenziali attentatori, che farà incontrare e a volte scontrare i detective di Scotland Yard con gli agenti dell’Antiterrorismo, che dà la possibilità all’autore di mostrare al lettore le diverse fasi e le differenti procedure di indagine, nonché le difficoltà che incontrano gli investigatori allorquando si scontrano con la farraginosa macchina burocratica la quale, impegnata e vincolata com’è al rispetto di tempi e regole ferree, appare troppo lontana da una realtà in continuo divenire e ostacolo, essa stessa, alla giustizia.

Victor Gell e Oliver Outeberry, veri protagonisti del libro, sono entrambi, anche se ognuno a modo proprio, detective che credono in quello che fanno. La loro abnegazione li ha portati a compiere scelte anche difficili, a fare rinunce, a scontrarsi con superiori e amministrazione… ciò a cui proprio non riescono e non vogliono rinunciare è loro stessi, quello che sono o che sono diventati. Traspare, da questo atteggiamento, molto ben analizzato da Talone, il volto umano dei corpi di polizia, dei servizi, degli apparati investigativi.

Un libro, Sbirri e culicaldi di Stefano Talone, nel complesso molto ben strutturato. Una piacevole e interessante lettura.


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