L’arte è libera. L’arte è libertà

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L’arte è libera perché permette di indagare ogni aspetto dell’essere umano. L’arte è libertà perché permette di vivere una vita lontano dai condizionamenti. Per Flaiano l’arte è un modo per riappropriarsi della vita.

L’arte è libertà: di creare, di pensare. Libertà dai condizionamenti. Risiede in questa attitudine il suo potenziale rivoluzionario: e non è un caso che i regimi autoritari guardino con sospetto agli artisti e vigilino su di loro con spasmodica attenzione, spiandoli, censurandoli, persino incarcerandoli. Le dittature cercano in tutti i modi di promuovere un’arte e una cultura di Stato, che non sono altro che un’arte e una cultura fittizia, di regime, che premia il servilismo dei cantori ufficiali e punisce e reprime gli artisti autentici.” Importanti e profonde le parole del presidente Mattarella pronunciate durante il discorso al Quirinale dell’8 marzo. 

L’opera d’arte è il prodotto di quell’attività umana che esprime lo spirituale nella concretezza sensibile della materia e genera, in questo modo, l’unione esteriore di concetto e natura che Hegel individua come arte bella e chiama ideale estetico. 

È affare dell’arte presentare anche esteriormente la manifestazione della vitalità e principalmente della vitalità spirituale nella sua libertà, render conforme al concetto la manifestazione sensibile, ricondurre l’indigenza della natura, il fenomeno, alla verità, al concetto” (Hotho, 1823). 

L’opera d’arte, l’ideale dell’arte come unione di spirito e natura, manifesta attraverso la concretezza esteriore la vitalità dello spirito “nella sua libertà” e si tratta proprio di capire quali caratteristiche costituiscano una simile libertà. L’opera d’arte è, per chi la produce e per chi ne fruisce, fonte di liberazione. Essa sembra produrre quella quiete, per lo meno interiore, che emancipa lo spirito da uno stato di minorità. La coincidenza tra l’arte particolare più libera, ovvero la poesia, e l’epoca romantica trova una propria sintesi nell’individuazione del contenuto fondamentale della rappresentazione artistica in età moderna, ovvero l’essere umano in quanto tale, in tutta la molteplicità dei tratti del suo carattere. Questa delimitazione, a conti fatti, si traduce in un ampliamento della materia a disposizione dell’artista (Campana, 2017).

Tra gli “artisti” italiani che più hanno saputo indagare l’essere umano va per certo annoverato Ennio Flaiano. Da un punto di vista minoritario ed esterno, egli osserva quell’insieme di contraddizioni storiche e psicologiche che è l’Italia, non solo quella del benessere, e quell’individuo che è l’italiano, comico nella sua indefinibilità e unico nel suo sentirsi fuori casa ovunque, anche in casa propria (Torre, 2021). 

Crediamo soltanto nei fenomeni soprannaturali, cioè nel teatro, che è un’esistenza più vera della vita quotidiana. Al presente crediamo tanto poco da viverlo anni e anni in una continua impazienza.” Il teatro, per Flaiano, è un luogo dove si saggia, in un complesso gioco di simulazione, un’ipotesi di società e di linguaggio. “Ho imparato che il teatro è tutto meno che spettacolo, è parola, attesa, speranza, un’altra ipotesi di noi stessi.” Il suo è stato per certo un teatro tascabile, anche perché ha sempre voluto rompere le tasche dei bacchettoni e dei conformisti, attraverso un acuto spirito satirico che critichi della società i miti e i costumi, le nevrosi e le abitudini, e cerchi di “rendere disperata una situazione, sottolineandone il lato comico.”


Articolo pubblicato sul munero di maggio 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


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Derive del terrorismo e dell’antiterrorismo in “Non c’è sicurezza senza libertà” di Mauro Barberis (ilMulino, 2018)

Wolfgang H. Ullrich, La leggerezza creativa. Un approccio innovativo in psicopterapia


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L’irresponsabilità dell’arte: le voci “Fuori dal coro” di Giulio Ciavoliello

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Proprio quando tutto e tutti spingono verso l’allineamento l’animo dell’artista e dell’intellettuale si sfila e rivendica la propria libertà. Ciavoliello ha indagato l’esser fuori dal coro delle voci del ’68. Ma cosa accade nell’arte e nella cultura oggi?

Il ’68, quel fenomeno sociale che si è soliti caratterizzare con questo numero, è stato non la causa ma l’effetto di un cambiamento molto più profondo che lo ha preceduto e di cui esso, in un certo senso, è stato al servizio. Il passaggio da un capitalismo di tipo produttivo-industriale a un capitalismo di tipo tecno-consumistico esigeva un “tipo d’uomo” conforme alla legge che governa l’universo consumistico, legge che può essere identificata nel “bisogna vendere tutto, bisogna vendere a tutti”. A tale scopo era necessario liberare i soggetti da tutte quelle regole tradizioni valori convincimenti fedi e quant’altro potesse in qualche modo ostacolare un libero e facile accesso al consumo. Ogni assoluto doveva essere relativizzato, ma non in nome di qualche relativismo o nichilismo teorico, piuttosto per preparare la discesa in campo di quel nuovo assoluto pratico che è diventato il consumo. L’idea tanto cara durante il ’68 di una libertà senza limiti trova così una strana concordanza con quel poter consumare senza limiti che costituisce il fondamento stesso della società dei consumi. Il consumismo, infatti, è libertario per sua intima natura, esso esalta a un tempo la libertà e il senzalimiti, così come esalta a un tempo il sogno e l’immaginazione, ben consapevole che sono proprio queste le strade maestre lungo le quali il consumo trova le ragioni più convincenti per trasformarsi in un’attività frenetica (Petrosino, 2018). 

Gli anni Sessanta hanno visto i giovani costituirsi come gruppo sociale autonomo, che voleva dare un’identità collettiva trasgressiva e conflittuale ma, al contempo, i loro consumi e il condizionamento che su di essi veniva operato furono uno strumento per integrare i giovani nel contesto economico dell’Italia del boom economico. Si arrivò a identificare i giovani con la categoria di studenti. Le associazioni e i giornali scolastici e universitari volevano rappresentare la loro voce, un megafono indirizzato verso il mondo degli adulti. Si voleva dimostrare di avere non solo dei diritti ma anche un’opinione sui grandi temi di attualità: dalla libertà sessuale all’apartheid, dal rifiuto dell’autoritarismo e della guerra alla libertà di crearsi un’esistenza fuori dal nucleo famigliare. Negli anni Settanta il conflitto generazionale si legò a quello sociale. La situazione economica era mutata. La crisi finanziaria e quella del petrolio inasprirono i toni della protesta, il disagio giovanile non venne compreso dalla classe dirigente e ha per certo rappresentato una miccia incandescente per i successivi “anni di piombo”. 

Le contestazioni che hanno caratterizzato il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta hanno interessato anche la produzione letteraria e artistica. Il clima post-sessantotto chiedeva agli artisti la partecipazione a varie forme di azione sociale e politica. Da loro ci si aspettava un’adesione alle lotte studentesche e operaie, oltre che una sintonia su una generale messa in discussione di ordinamenti istituzioni autorità. Da parte di artisti e intellettuali è dato per scontato un coinvolgimento o quanto meno una corresponsabilità, propria di chi prende parte schierandosi politicamente. Ed è ciò che effettivamente accade in quegli anni. Si tratta del cosiddetto impegnoFuori dal coro di Giulio Ciavoliello (Christian Marinotti Edizioni, 2023) è un libro dedicato a quegli artisti e a quegli intellettuali che si sono sottratti a urgenze del momento e a sollecitazioni esterne alla propria ricerca, per affermare con il loro operato un’autonomia dell’arte e dei saperi. 

›«Cittadini, consideratemi irresponsabile di quanto succede!» recitava una voce registrata passata in loop a una mostra nel Palazzo Ricci a Montepulciano nel 1970 alla quale l’artista Luciano Fabro partecipava proprio con questa opera. Il suo personale modo di esprimere il proprio disimpegno

L’affermazione di un artista che respinge l’identificazione con una posizione collettiva, che rivendica un’estraneità rispetto a esigenze che non gli sono proprie. Sotto la pressione degli eventi, quando tutto e tutti sembrano spingere a schierarsi, l’artista pone al centro la sua libertà. 

Ricorda Ciavoliello il caso di Pino Pascali, il quale sceglie di ritirare le proprie opere per la Biennale di Venezia del 1968 a causa della violenza e delle azioni intimidatorie poste in essere da studenti e polizia. 

Vi è sempre l’impossibilità di separare completamente cultura e politica. Nello stesso tempo si pone l’esigenza di una distinzione fra le due, con l’irriducibilità dell’una rispetto all’altra, perché ognuna opera su un proprio terreno e secondo proprie dinamiche. È una cultura autonoma ad arricchire la politica, a giovare alla sua azione, mentre una cultura politicizzata, intesa come strumento di influenza, non può offrirle niente (Vittorini, 1947). 

Radio e televisione sono stati a lungo i mezzi di comunicazione di massa più determinanti per il Paese. Con loro l’Italia è uscita da una dimensione ottocentesca, di unione più che altro amministrativa, per entrare in un’altra reale. Analizza a fondo Ciavoliello la relazione tra comunicazione e libertà.

Tra le esperienze che distinguono la socializzazione di persone appartenenti a diversi gruppi sociali, il consumo mediale ha rappresentato, nell’era dei media di massa, una base sostanzialmente condivisa. Individui appartenenti a gruppi sociali diversi, soprattutto se nella stessa fascia d’età, hanno esperito “diete mediali” in gran parte collimanti. In un certo qual modo, il consumo mediale è diventato, insieme a istruzione pubblica, servizio militare, feste nazionali, un fattore di coesione tra gruppi che hanno, al di fuori di questi ambiti, esperienze divergenti. Oggi, l’avvento dei media digitali espande le opportunità di ricezione di comunicazione ma anche di creazione e condivisione di questa. Al limite, ogni persona ha la possibilità di selezionare una “dieta mediale” che si sovrapponga in minima parte a quella di un altro, e che sia continuamente ristrutturata da nuove combinazioni di prodotti comunicativi. Siamo ancora lontani da un tale panorama estremo, nondimeno le tecnologie hanno già oggi permesso all’offerta di comunicazione di ampliarsi molto oltre le capacità ricettive dei singoli, e la prospettiva è di un’ulteriore moltiplicazione (Gui, 2005). 

I media digitali, come anche i mass media tradizionali, stanno operando una trasfigurazione del banale in contenuto mediatico. Da “finestra sul mondo” i media si stanno trasformando in oblò sullo spazio intimo di vita delle persone (Codeluppi, 2023). 

E allora ci si chiede: se i mass media delle origini hanno aiutato la popolazione a liberarsi di forme di cultura arcaiche, accompagnandola in una dimensione più moderna e reale, gli odierni mass media dove stanno conducendo le persone? Quanto è veramente profonda la costrizione della libertà dell’individuo una volta che la sua esistenza viene proiettata in live o in streaming? Gli artisti e gli intellettuali seguono anch’essi il flusso dei dati oppure operano, a modo loro, una resistenza per essere, ancora una volta, delle potenti voci fuori dal coro?


Articolo pubblicato sul numero di maggio 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Marinotti Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“Il capitalismo oggi e la sua incidenza su popoli ed economie”


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Yolaine Destremau, Il rumore bianco

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Nel descrivere le persone autistiche spesso si usa l’espressione “isolato dal resto del mondo”, quasi come se costoro vivessero in un proprio. Non è così. Vivono nello stesso mondo di tutti. Vedono, sentono, ascoltano, assimilano, registrano suoni, rumori, voci, eventi. Il loro non è un altro mondo, bensì un altro modo di vivere questo mondo. 

Yolaine Destremau ha immaginato di essere nella testa di un ragazzo autistico, Pablo, protagonista del suo racconto lungo e di raccontare una storia attraverso lui. Pablo non parla, non ha mai parlato. Ma registra tutto ciò che accade nella sua mente. Lo elabora. E lo racconta. A modo suo. 

Una voce narrante che non parla potrebbe sembrare un ossimoro eppure l’autrice ha mostrato al lettore un altro modo di vedere il mondo e di raccontarlo. La mente di Pablo appare al lettore come una immensa scatola che egli ha riempito di suoni, odori, sapori, ricordi, gesti, voci, che ruotano vorticosamente all’interno di essa quasi a formare un intreccio indistricabile. Un vortice che cerca la sua via di fuga e, non trovandola attraverso il suono delle parole, si ingegna come può aggrappandosi strenuamente all’ordine creato che mai va cambiato. 

La routine, le abitudini sono, per la mente di Pablo, una certezza. Gli appigli sicuri cui aggrapparsi per scalare la montagna della vita. L’altro granitico pilastro dell’esistenza di Pablo è sua madre alla quale però nasconde quello che gli è successo, quello che ha visto, quello che ha preso. Un segreto e la vita di Pablo cambia totalmente direzione. 

La storia raccontata da Destremau va avanti e diventa sempre più complessa ma il punto di vista non cambia, il lettore continuerà a vedere attraverso Pablo per tutto il tempo. Sarà sempre egli la voce narrante e il tutto verrà raccontato sempre attraverso il filtro della sua mente. 

Il libro di Yolaine Destremau racconta una storia certo. Una storia che parla anche di un omicidio e della relativa indagine. Ma è un libro che vuole narrare soprattutto dell’esistenza dell’autismo. Un modo davvero particolare per ricordare al lettore che lo spettro autistico non cancella la persona in cui si annida. E lo fa con una delicatezza estrema. Riesce l’autrice a raccontare una storia complessa in maniera non solo e non tanto semplice, quanto delicata appunto. Con rispetto. 

Il rumore bianco è un piccolo libro articolato in brevi capitoli che corrispondono ai pensieri di Pablo relativi a quanto sta accadendo o alle riflessioni su quanto accaduto. Vista anche l’impostazione stessa del libro, lo stile di scrittura scelto è molto semplice, lineare, scorrevole e quasi parlato. In realtà pensato. Perché rispecchia perfettamente la trascrizione di pensieri e riflessioni. 

Un piccolo libro ma veramente intenso

Il libro

Yolaine Destremau, il Rumore bianco, Barta Edizioni, San Giuliano Terme (Pisa), 2023. 

Traduzione di Marta Giusti. Titolo originale White noise.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno, Io ricordo tutto


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Giuseppe Valenti, Un furto incredibile

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Oggi la ricerca sulla genetica ha fatto enormi passi avanti eppure è lecito presumere che ci sia ancora molta strada da percorrere. L’egg freezing è una tecnica di fecondazione assistita, mediante la quale si procede con la crioconservazione in laboratorio, tramite congelamento, degli ovociti, al fine di preservare la fertilità della donna e consentirle di posticipare la gravidanza per ragioni mediche o personali. Nel momento in cui la paziente desideri una gravidanza, può utilizzare i propri ovociti crioconservati, i quali vengono sottoposti a scongelamento prima e fecondazione in vitro poi, con il seme del partner tramite una tecnica di Procreazione Medico Assistita (PMA), ovvero la microiniezione dello spermatozoo (ICSI).1 Esiste un acceso e intenso dibattito relativo alla fecondazione assistita che focalizza sulla questione etica o medica di tali scelte. Valenti va oltre questa discussione e immagina una situazione che solo in apparenza può sembrare fantascientifica. 

Rachele e Gabriele si sentono ormai pronti a diventare genitori per cui decidono che è il momento di riprendere gli ovociti crioconservati dalla donna anni prima. Decisione legittima se non fosse che un’amara scoperta li attende: qualcuno ha sottratto gli ovociti. Parte un’indagine molto complessa e dai risvolti inaspettati i cui sviluppi aiutano a mantenere alta l’attenzione del lettore. Un intreccio articolato e una fitta trama rendono il libro molto interessante, soprattutto nella sua parte gialla, di suspense, mistero, sospetti e intrighi. 

In realtà il libro scritto da Giuseppe Valenti sembra un giallo all’incontrario. Leggendo classici quali Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, S. S. Van Dine, Ellery Queen – solo per citarne alcuni, il lettore trova, a fine libro, le risposte a tutti gli interrogativi che hanno accompagnato la lettura. Ogni tessera del puzzle ha trovato la sua giusta collocazione e il mistero è chiarito in ogni sua parte. Leggendo Un furto incredibile succede praticamente il contrario: durante tutta la lettura il lettore è convinto di avere le risposte necessarie a svelare l’arcano, e in parte è così ma, a fine libro, nuovi interrogativi si materializzano. Quesiti non necessariamente legati al crimine su cui si è indagato nel libro. Piuttosto considerazioni su tematiche secondarie, o meglio indirette, trattate da Valenti: l’integrazione razziale, l’emancipazione femminile, la libertà di scelta sessuale e di procreazione. 

Valenti ha ambientato il suo romanzo in un futuro prossimo: il 2033. Una data non molto lontana nel tempo ma molto distante dalla realtà attuale. Sembra quasi che egli abbia voluto condensare nel testo le sue personali speranze, condivise sicuramente da molti, di vedere un domani diverso dall’oggi, migliore. Più inclusivo, partecipativo, nel quale razzismo e sessismo sembrano un lontano ricordo del passato. Eppure, forse inconsciamente, è lo stesso Valenti a ricordare al lettore, attraverso proprio la trama del libro, che l’umanità di umanità ne ha sempre poca, anche in un futuro apparentemente migliore. 


Il libro

Giuseppe Valenti, Un furto incredibile. Chi ha rubato i miei ovociti?, Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2023


1E. Papaleo, Crioconservazione degli ovociti: quando si fa e come funziona, HSR – Ospedale San Raffaele, 2023: https://www.hsr.it/news/2023/luglio/crioconservazione-ovociti-come-funziona#:~:text=L’Egg%20Freezing%20è%20una,per%20ragioni%20mediche%20o%20personali.


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti.eu


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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Sara Mesa, La famiglia

Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno, Io ricordo tutto


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani

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Gli esploratori sono passati alla storia per la maggiore con l‘immagine stereotipata dell’avventuriero conquistatore e portatore di civiltà e progresso. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante e un fucile. Marco Valle definisce gli esploratori come un’espressione contraddittoria di un’epoca e di una cultura. Raccogliendo le sue considerazioni per l’intervista, ha sottolineato quanto essi, per i critici del colonialismo, «avessero una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, portar loro informazioni su luoghi arcani e inaccessibili, cercare risorse ricchezze mercati, rappresentare e ribadire la primazia dell’Occidente». Ma, come ricorda egli stesso nel libro, dai loro diari traspaiono i caratteri di uomini inquieti, a disagio se non in totale rottura con le società da cui provengono. Nelle terre incognite gli esploratori cercavano non solo fama e ricchezze, anche la possibilità di dare un senso alla propria esistenza. «Appena abbandonato l’ultimo avamposto, il protagonista – ormai fabbro del proprio destino – poteva riscrivere regole ritmi comandamenti, conquistare regni e popoli. Una sensazione di assoluta libertà che valeva ogni rischio: il viaggiatore straordinario poteva ammalarsi o cadere prigioniero, languire e spegnersi in modo atroce in qualche angolo sperduto, ogni spedizione poteva trasformarsi – per una micidiale roulette russa – in un disastro, eppure ogni imprevisto, anche il più tragico, era preferibile alle atmosfere asfittiche e mediocri della madrepatria».

Nell’immaginario europeo, il continente africano in particolare è stato per lungo tempo avvolto da un alone di mistero e di paura in quanto luogo inaccessibile, indicibile, spazio tenebroso e oscuro, abitato da popolazioni selvagge e primitive. Ciò che viene visto e descritto dal viaggiatore-narratore non diventa soltanto fonte di un sapere geografico, ma, attraverso la capacità del linguaggio di fissare nei luoghi e nei paesaggi dei significati “pensati”, si configura come coscienza territoriale che diffonde nell’immaginario collettivo una serie di messaggi. Storici e critici letterari hanno ampiamente dimostrato come l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa abbiano fatto circolare nella cultura europea una serie di immagini e temi che, richiamandosi a una evidente matrice romantica, si manifestano attraverso una serie di moduli narrativi e letterari ormai collaudati, quali l’esaltazione dei paesaggi lontani e pittoreschi, il fascino della caccia, delle donne, il godimento di sensazioni straordinarie provocate dal contatto con una natura selvaggia, brutale. Lo spazio geografico diventa così il luogo nel quale si esprime e si manifesta la capacità dell’europeo di dominare il terreno, sia soggiogando le forze della natura che mettendone in risalto i valori positivi, poiché in questa prospettiva il paesaggio non è più incomprensibile, Altro da sé, ma leggibile in quanto trasformato (E. Ricci, Paesaggi africani: dalla seduzione esotica al discorso colonialista, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2017). 

Cronache di viaggi, reportages, romanzi di ambientazione africana, si svolgono così generalmente secondo modalità che ricorrono esplicitamente ai moduli del pittoresco e dell’esotismo per evocare mondi lontani, ignoti, connotati dai segni di un Altrove mitico (E. Ricci, op.cit.). È chiaro che il discorso si sviluppa secondo una retorica nella quale la realtà deve essere considerata fondamentalmente come diversa ma le problematiche che ne scaturiscono sono sempre in funzione del sapere e delle considerazioni dell’osservatore (B. Mouralis, Les contre-littératures, Presses Universitaires de France, Parigi, 1975).  L’avventura si manifesta, per definizione, agli antipodi del quotidiano, del conosciuto, del banale. Valle descrive i viaggiatori italiani come «personaggi estremi, molto inquieti (e talvolta anche un po’ matti) che percorsero dal Settecento in avanti le zone più sconosciute e inesplorate dei cinque continenti per spingersi, in anni meno lontani, fino ai due Poli del globo». 

In relazione all’evoluzione del contesto socio-culturale europeo e al diffondersi delle dottrine letterarie coloniali tendenti a valorizzare un nuovo tipo di letteratura avente per oggetto e non solo per sfondo i territori d’oltremare, l’esotismo tende a trasformarsi, assimilando concetti e procedimenti narrativi improntati a una visione nazionalistica, imperialista che legittima il progetto politico, economico e militare degli stati europei (R. Ricci, op. cit.). L’autore ci tiene però a sottolineare che gli italiani hanno sempre mostrato un atteggiamento differente: «troviamo puntuale in ognuno il disgusto profondo verso la piaga dello schiavismo e la diffidenza se non il pieno rifiuto verso ogni forma di colonialismo predatorio». 

Gli italiani in effetti si sono avventurati per terre inesplorate senza neanche sapere bene il perché. In Africa, per esempio, bisognava restarci non per diffondere civiltà, dato che gli abissini non erano selvaggi e idolatri ma per far posto alla colonizzazione contadina immigrata – o che sognava di immigrare – dall’Italia, come molti credevano utile e possibile (P. G. Solinas, Coscienza coloniale e affari indigeni. L’Africa italiana da Ferdinando Martini a Giacomo De Martino, La Ricerca Folklorica, n° 18, ottobre 1988). Una visione. Esattamente come la galleria di esistenze tratteggiata da Valle: «una piccola, grande epopea scritta e vissuta da scienziati visionari, da coraggiosi missionari, da pionieri scalcagnati, da soldati allergici alle caserme, da tormentati aristocratici, da squattrinati esuli». 

Il libro

Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2024.


Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile della rivista Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Neri Pozza Editore e l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Ernest Hemingway: la conoscenza attraverso il viaggio

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«Di Gilgamesh che vide ogni cosa voglio io narrare al mondo; di colui che apprese ogni cosa rendendosi esperto di tutto. Egli andò alla ricerca dei paesi più lontani e in ogni cosa raggiunse la completa saggezza. Egli vide cose segrete, scoprì cose nascoste, riferì le leggende prima del diluvio. Egli percorse vie lontane, finché stanco e abbattuto non si fermò e fece incidere tutte le sue fatiche su una stele.» La più antica scrittura tematizzata sul viaggio, l’Epopea di Gilgamesh, presenta l’eroe eponimo glorificato come “uomo che conobbe i paesi del mondo”, che svelerà le “cose segrete” che ha appreso (Treccani, 2007). 

Il rapporto tra viaggio e letteratura è molto stretto. Il viaggiatore, durante il suo percorso, si relaziona alla realtà che gli sta attorno in maniera diacronica, in quanto si interroga su quest’ultima e la scopre attraverso la successione degli elementi che la costituiscono, proprio come fossero le pagine di un libro (J. Baudrillard, Amérique, Grasset-Fasquelle, Paris, 1986). La scoperta però, in diversi casi, non riguarda soltanto la realtà in cui ci si muove. Un importante elemento spesso presente nella letteratura odeporica è la conquista del sé da parte di chi scrive (E. J. Leed, La mente del viaggiatore: dall’Odissea al turismo globale, Il Mulino, Bologna, 2007). 

L’editore che pubblicò Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway affermò che il libro «potesse fare da epilogo a tutto quello che aveva imparato o aveva cercato di imparare mentre scriveva e cercava di vivere». Hemingway può essere definito un giovane individualista il quale, stanco del proprio nido borghese, esce nel mondo avventurosamente, a caccia di esperienze attraverso le quali realizzarsi. Egli è figlio dell’individualismo che ispirò la rivoluzione democratica, dello “spirito della frontiera”, ma è un figlio nato fuori dal tempo, con un’eredità di valori che subito si dimostra non più attiva, fonte solo di delusione e sconfitta. Pieno di fiducia nel proprio sogno americano, si avventura nel mondo del profitto e delle grandi guerre e il mondo spietato lo ferisce e lo disinganna (N. D.Agostino, Ernest Hemingway, Belfagor, vol.11, n.1, gennaio 1956). 

La fitta descrittività che farcisce le migliaia di pagine dei romanzi di Hemingway non è eccessivo e ossessivo particolarismo, la sua attenzione è rivolta alla descrizione di ciò che accade intorno a lui, nel tentativo di tracciarne le linee essenziali. Un fare dovuto forse alla sua formazione giornalistica (A. Dalla Libera, Riportare l’antropologia. Hemingway e un sogno letterario, Dialegesthai Rivista di Filosofia, aprile 2021). Vista in quest’ottica, la funzione attribuita alla letteratura da Hemingway non è molto distante da quella di Gilgamesh. 

La letteratura americana moderna nasce con Mark Twain ma la tradizione letteraria in America nasce con i pionieri, con gli europei che si scontrarono per primi con realtà inimmaginabili, diversissime dalle vite urbane nel vecchio continente e nelle neonate città di frontiera. Un leitmotiv che sembra aver accompagnato anche la produzione letteraria successiva e i pionieri di tutti i continenti. 

Durante il suo viaggio in Tanzania, Hemingway affermò di voler «scrivere qualcosa sul paese e gli animali, così come sono, per chi non ne sa proprio niente» (E. Hemingway, Green Hills of Africa, Vintage Publishing, New York, 2004). A colloquio con Pop, compagno di ventura e di caccia, Hemingway rivela la sua impotenza di fronte agli spettacoli straordinari che l’Africa gli regala ogni giorno e che difficilmente riuscirà a rendere sulla pagina (A. Dalla Libera, art.cit.). 

Il mondo etichettato indistintamente come indigeno racchiude la suo interno una infinità di popoli, etnie, culture differenti e uniche. È importante conoscere le usanze e, soprattutto, la spiritualità in modo da riuscire a comprendere le evoluzioni compiute da ricercatori, esploratori, studiosi e viaggiatori i quali, partiti carichi di nozioni e aspettative ben precise, hanno poi dovuto fare i conti con la realtà dei vari luoghi e dei differenti popoli incontrati. Quasi come fossero partiti con un film in bianco e nero proiettato dinanzi agli occhi e abbiano poi ben presto realizzato di trovarsi dinanzi a una tale varietà di colori da poterne restare quasi abbagliati (E. V. De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi Editore, Milano, 2023). 

Esattamente come accaduto a Ernest Hemingway in Tanzania. 

«La prima impressione che si ha di un paese è molto importante, ma probabilmente più per noi che per gli altri: questo è il male» (E. Hemingway, Green Hills of Africa). Hemingway ha cercato di rendere la propria letteratura la più convincente possibile. Per lui la prosa deve essere realistica, deve riportare ciò che realmente abbiamo vissuto e dobbiamo vivere. Lo scrittore, dice, deve organizzarsi non solo professionalmente ma nel suo essere uomo al mondo, che scopre il mondo e lo racconta. 


Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile di Leggere:Tutti


Disclosure: Per le immagini, tranne le copertine dei libri, credits www.pixabay.com


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Giuseppe Valditara, La scuola dei talenti

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La riforma di Giovanni Gentile è stata, nell’opinione di Giuseppe Valditara, la più importante riforma scolastica del ‘900 italiano. La sua influenza culturale ha lasciato una traccia significativa nella società e nella scuola italiana e, in qualche misura, persiste ancora, in particolare nella concezione piramidale del percorso formativo, che ha posto al vertice il liceo classico, originariamente destinato a formare le élite del Paese, creare un sentimento di favore per la formazione liceale nel suo complesso, e una sottovalutazione dello studio delle materie scientifiche, nonché la svalutazione sociale della formazione tecnico-professionale. 

Secondo uno schema neoidealistico, Gentile riteneva che la vera formazione fosse soltanto quella umanistica. Valditara sottolinea come una impostazione siffatta fosse del resto funzionale a una società ancora prevalentemente agricola con un’alta percentuale di braccianti e con un’industria che non richiedeva nelle masse operaie una diffusa specializzazione. Saper leggere e scrivere, per le masse, era allora ritenuto sufficiente. Fondamentale invece era la formazione umanistica per le élite dal momento che forniva visione strategia e un tessuto valoriale coerente e funzionale a una guida sociale alta.È evidente come la promozione della persona umana non fosse l’obiettivo di una scuola che doveva invece essere adeguata alle superiori esigenze dello Stato. 

Si trattava, quindi, di attribuire ai diversi gradi e percorsi scolastici e all’università la funzione sociale di “setacciare” progressivamente la massa degli studenti per identificare gli “eletti” della futura classe dirigente del Paese. In questo contesto il merito esprimeva un concetto elitario, riservato a pochi capaci di raggiungere risultati di eccellenza oggettiva.L’autore ritiene che Gentile fosse sinceramente persuaso che, in questo modo, si riuscisse a selezionare i migliori studenti, indipendentemente dalle loro condizioni economiche di partenza ma che, nella realtà, al di là dei singoli casi, la regola generale era che il successo nello scalare le gerarchizzazioni scolastiche e universitarie coincideva con le condizioni socio-economiche di partenza più o meno privilegiate. 

Nell’analisi di Valditara, l’idea di scuola gentiliana ebbe un influsso non marginale sulle stesse posizioni comuniste. Proprio Gramsci affermava invero che senza la concezione umanistica e storica in particolare, si rimane specialista e non si diventa dirigente. Ritorna quindi l’idea di un modello aristocratico pur se orientato al riscatto della classe operaia. Sarà il ’68 e introdurre nuove idee di scuola.

Il Maggio francese si apre con il rifiuto della riforma che intendeva collegare l’università con il mondo del lavoro. L’avversione verso il ruolo formativo del lavoro è netta, così come verso un’istruzione che non si fondi sulla unitarietà del sapere. È questo il modello di scuola che spalanca le porte al superamento della scuola meritocratica, dell’impegno e della competizione, in favore del mito del 6 politico e degli esami di gruppo, in cui il valore individuale evapora. Per l’autore, il ’68 ha avuto soprattutto il merito di scardinare il sistema elitario della scuola gentiliana – basti pensare all’accesso a tutte le facoltà universitarie reso possibile con qualsiasi tipo di diploma – ponendo la questione di una scuola di massa. 

Il modello di società che avevano in mente i nostri costituenti non era diverso da quello che caratterizzava la scuola gentiliana. Ottant’anni fa l’economia era prevalentemente agricola, la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne o nei piccoli centri. I figli delle famiglie di modeste condizioni economiche a 13 anni già lavoravano nei campi, l’educazione liceale era costosa, i licei pochi e tutti concentrati nelle città, i mezzi di comunicazione non agevolavano la rapidità e la frequenza dei trasferimenti. Oggi la società è radicalmente mutata. La popolazione è prevalentemente inurbata. Il lavoro nei campi si è fortemente meccanizzato, persino automatizzato, e ha visto una manodopera sempre più straniera, le scuole superiori si sono moltiplicate e sono, salvo alcune eccezioni, a non molta distanza da casa, la rete dei mezzi pubblici è cresciuta, anche se con alcuni non marginali disservizi soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno e delle isole. 

Su circa 7,2 milioni di studenti iscritti per l’anno scolastico in corso, sono poco oltre 2,6 milioni i ragazzi che frequentano la secondaria di II grado: 51,4% nei licei, 31,7% in istituti tecnici e 16,9% ai professionali (Dati Miur). 

Basandosi sui dati di una recente ricerca Invalsi, Valditara afferma che oggi il percorso scolastico dei meritevoli non è più condizionato in modo significativo dalle condizioni economiche e sociali. Per quanto ciò può essere veritiero permane, comunque, nel nostro Paese il problema diffuso della «povertà educativa», ovvero la privazione dell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. 

È di tutta evidenza che se intendessimo per merito, come era nella concezione gentiliana, il raggiungimento di traguardi di eccellenza oggettivi, di fatto raggiungibili da pochi eletti, compiremmo, secondo l’autore, una operazione aristocratica, elitaria, che non serve ai problemi della scuola italiana. Merito va invece inteso partendo dal presupposto costituzionale di una scuola aperta a tutti, che sappia valorizzare qualunque persona e rimuovere gli ostacoli che ne consentano una piena valorizzazione. Merito è dunque il raggiungimento del meglio che ciascuno, con impegno e responsabilità, può dare. 

La scuola del merito deve saper svolgere un’azione maieutica, che sappia tirar fuori il meglio che ogni giovane possiede dentro di sé, lo sappia valorizzare e lo sappia orientare verso le scelte formative future il più possibile coerenti con le sue potenzialità, per la piena realizzazione della persona anche nella prospettiva di un soddisfacente inserimento nel mondo del lavoro. 

La scuola costituzionale è, dunque, quella che costruisce una formazione personalizzata, come un abito sartoriale fatto su misura, una scuola in cui il progetto e il percorso formativo tengano conto delle inclinazioni, delle potenzialità e delle problematicità di ogni studente, con lo scopo di valorizzare il meglio che ciascuno ha in sé. 

Il governo sta studiando un piano di riduzione a 4 anni dell’istruzione secondaria. Non un mero accorciamento del percorso con gli stessi programmi quinquennali compressi in un quadriennio, ma di programmi nuovi, diversi, concepiti appositamente. Un ripensamento della filiera tecnico-professionale per collegarla sempre più con il mondo del lavoro. Un percorso collegato, volendo, con 2 anni d’istruzione terziaria in un Its (Istruzione tecnologia superiore). 

Percorsi di studio con lo sguardo rivolto al mondo. 

Molte imprese italiane hanno delocalizzato la produzione ma non trovano maestranze adeguatamente formate in loco. Sarebbero pronte a investire risorse se il sistema scolastico italiano dovesse aprire scuole capaci di supportare le loro esigenze produttive. 

Valditara ritiene la cooperazione e l’istruzione gli strumenti migliori per affrontare le sfide dello sviluppo. In Italia e fuori da essa.

Progetti di sviluppo di un’istruzione congiunta rientrano nel Piano Mattei che il governo ha strutturato per l’Etiopia. Inoltre, fin dal momento della progettazione della riforma dell’istruzione tecnica e professionale è risultato decisivo per gli attori il contributo di regioni ed enti locali per la strutturazione di una offerta formativa capace di esaltare le potenzialità e di rispondere alle necessità dei territori.

Il libro

Giuseppe Valditara, La scuola dei talenti, Piemme, Milano, 2024


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Piemme Editori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Elisabetta Carbone, La voce e le cicale

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La voce e le cicale è il primo romanzo di Elisabetta Carbone ma, fin dalle prime pagine, emerge con chiarezza quanto l’autrice sia in realtà una veterana della scrittura. Il fraseggio è chiaro, lo stile narrativo pulito, l’alternanza tra dialoghi e descrizioni molto ben articolata. 

Il romanzo è ambientato nella contemporaneità. La protagonista è una giovane donna di oggi la cui vita è stata inventata, modellata e poi narrata da Carbone in maniera notevole. Riesce l’autrice a focalizzare su tutti i punti di maggiore interesse in maniera tale non solo da agevolare la lettura ma anche di tratteggiare uno spaccato del presente molto interessante

La protagonista è Tamara, una giovane donna che aspira a diventare cantante lirica e che spera di realizzare i suoi sogni vivendo una condizione famigliare in apparenza singolare ma, in realtà, molto diffusa nella contemporaneità. Una famiglia allargata con tanti legami, affetti, parenti ma che ruota sempre e comunque intorno alla figura del capofamiglia. Uomo dal carattere burbero, dai modi spicci e dalle idee ben definite, fermo su quello che vuole. Non altrettanto significative, per lui, sono le aspirazioni e i desideri degli altri componenti la famiglia. 

Tamara ha paura di perdere la sua voce, senza di essa non potrebbe mai realizzare il sogno più importante della sua vita. Ma questo sembra essere, fin dall’inizio, un racconto simbolico intorno al quale l’autrice ha costruito la narrazione. Ogni personaggio sembra essere alla ricerca della propria voce, intesa come simbolica volontà di trovare il coraggio di essere se stessi, di portare avanti le proprie idee e vincere le paure. 

La pesante, a tratti opprimente figura paterna non incombe solo su Tamara, ma su ogni singolo componente il nucleo famigliare. 

Giacomo viene indagato da Carbone sia nella veste di padre che in quella di uomo, nel suo longevo rapporto con Debora, iniziato ai tempi dell’università. Una visione e un comportamento in apparenza molto dissimili ma che celano, in profondità, i medesimi tratti di una persona forte e decisa intorno alla quale, alla fine fine, ruota l’intera vicenda narrativa. Perché tutti gli altri protagonisti, compresa Tamara, vengono raccontati sempre in relazione a lui.

La città di Bologna non è solo uno sfondo alla vicenda narrata, ne è parte attiva, quasi come se quello che accade alle vite dei personaggi sia reso possibile proprio dall’abitare una città storica, misteriosa, dai cui portici sembra trasparire la passione per la cultura e la musica che pervade lo spirito e le membra anche di Giacomo e Tamara. Una città che è anch’essa una voce della storia, un’eco della musica che corre veloce lungo gli spazi ampi o angusti dei palazzi che tramandano storia ma anche storie, come quella narrata da Elisabetta Carbone ne La voce e le cicale

Il libro

Elisabetta Carbone, La voce e le cicale, Prospero Editore, Novate Milanese – Milano, 2024.

Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale

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Oggi si tende a pensare all’Occidente non tanto come a un luogo, quanto piuttosto a un insieme di culture differenti ma connesse, a una serie di modi di pensare e valori comuni, di eventi storici condivisi, seppur diversi. Con “Occidente” Condorcet intendeva un gruppo di popoli: gli europei e quelli di origine europea che, a seguito della imponente espansione degli imperi, si erano stanziati in ogni angolo del pianeta, dall’Atlantico al Pacifico. Una delle caratteristiche più significative della civiltà di questi popoli è lo stato-nazione, ovvero uno stato che riuniva in un unico territorio, sotto un unico ordinamento giuridico e un unico sovrano piccole comunità che in precedenza erano disperse e quasi a stento riconoscevano l’esistenza delle altre. 

Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli stati coloniali e gli stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. Lo stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli stati e al loro interno. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. Abbracciare la modernità ha significato abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come civilizzata e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.1

Era opinione ampiamente condivisa che questa fosse la sola forma politica in cui si potesse applicare lo stato di diritto senza difficoltà, l’unica che avrebbe generato prosperità economica e coerenza politica e sociale. Fin dalla sua nascita, ogni stato-nazione ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altri stati della stessa natura. Pagden sottolinea quanto, i primi profeti del nazionalismo – Johann Gottfried Herder e Giuseppe Mazzini – credevano che tale convivenza potesse essere pacifica, che tutti gli stati del mondo si sarebbero relazionati armoniosamente in nome di una fratellanza universale. Ovviamente le cose sono andate diversamente.

La nazione e la sua potente e cieca difesa, negli ultimi due secoli hanno causato in Europa e altrove conflitti più sanguinosi di qualsiasi altro che li ha preceduti. 

Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omologata per costituire una nazione. La violenza impiegata nella costruzione di una nazione è un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure è un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista?2

Pagden sottolinea come in tempi recenti si stia riaffermando con forza l’idea che lo stato-nazione sia l’unica forma politica destinata a durare e la quintessenza della vita sociale e politica moderna nonostante il dato di fatto che la gran parte degli stati odierni sia debole, fallimentare e disfunzionale. 

Nello stesso tempo, tuttavia, continua a crescere il potere e il numero delle istituzioni internazionali, e in egual misura aumenta la consapevolezza che, indipendentemente dal luogo in cui viviamo, dal nostro livello di ricchezza o di potere e dallo stato cui apparteniamo, condividiamo tutti lo stesso pianeta. 

Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazione.

La tendenza alla globalizzazione occidentale convive, invero entro i suoi stessi confini territoriali, con un’altra tendenza: la frammentazione. Più forte o comunque più evidente della prima, che esprime sia processi generali di diversificazione socio-economica e culturale (localismo, regionalismo), sia tensioni e processi di frantumazione e ricomposizione politico-territoriali a livello statuale, inter-statuale o transfrontaliero (federalismo, autonomismo regionale, indipendentismo, secessionismo, nazionalismo e micro-nazionalismo spesso di natura etno-religiosa). Le dinamiche di globalizzazione e di frammentazione rappresentano vere e proprie sfide per lo stato-nazione, inteso come sistema di delimitazione spaziale e di regolazione istituzionale dei processi interni e internazionali di potere, di legittimazione e di appartenenza collettiva.

L’immagine di un “nuovo mondo” uniformato e pacificato in base al primato dei principi economici del libero scambio globale, dei principi del globalismo giuridico e dell’universalismo dei diritti umani, era già stata criticata all’indomani della caduta del Muro di Berlino, del tracollo del comunismo sovietico e del tramonto del sistema internazionale bipolare. 

La visione della “civiltà al singolare” è tipica di una certa vocazione all’universalismo propria della civiltà occidentale, con tutti i limiti e i rischi o paradossi etico-politici che essa comporta, specie quando l’opera “civilizzatrice” si imbatte nella resistenza di coloro che si vorrebbe “civilizzare”.3

Il concetto di nazione presuppone un passato, generalmente costituito da conflitti che definiscono entità statuali all’interno di confini definiti. La nazione, ricorda Pagden, a differenza dello stato al quale è connessa, è una creazione dell’immaginazione collettiva dei suoi cittadini: richiede il racconto di una storia “nazionale”, che rappresenti il percorso apparentemente inevitabile verso l’unità. Ciò che ogni nazione possiede e che le ha consentito di persistere nel tempo e alla fine di trionfare su altre nazioni è proprio lo stato, ovvero una particolare concezione del potere. E ciò che ha legato il concetto di stato all’idea di nazione è stato principalmente la nozione di “sovranità”. 

Lo stato-nazione, ossia l’applicazione di un potere sovrano a una società civile multiforme, per restare unito, sopravvivere e prosperare necessitava di qualcosa di più, di un’ideologia: il nazionalismo

Offuscato dal retaggio del fascismo e del nazionalsocialismo, oggi il nazionalismo appare come una forma di tribalismo che sa di xenofobia, ignoranza, fanatismo, faziosità e aperto razzismo. Eppure, secondo l’analisi dell’autore, non è sempre stato populista e autoritario. 

Come affermava Jürgen Habermas, la nazione che trova la sua identità non nella comunanza etnica e culturale, sostenuta da simboli, immagini, miti storici ed elementi simili, ma – come la concepiva Mazzini – nell’esercizio attivo del diritto di partecipazione e comunicazione da parte dei cittadini sembra, di fatto, l’esatto opposto di ciò che oggi viene definito “nazionalismo”. 

Lo stato-nazione doveva essere un organismo a sé stante, tuttavia per realizzarsi e sostenersi, come sottolineava Hegel, doveva anche contrapporsi a un altro diverso da sé, che aspirava a dominare per conservare il senso di sé. 

«Non avete veduto, sin dal principio dell’esistenza della nazione, che lo spavento di essa è stato l’unico fantasma pauroso per cui il mondo intero ha tremato?» (Rabindranath Tagore, 1917). 

Nel corso di XX e XXI secolo, l’umanità ha subito un’evoluzione tale che già Raymond Aron nel 1960 definiva mutazione. L’intero libro di Anthony Pagden ruota intorno a essa, nel tentativo di tracciarne il corso e, soprattutto, delineare la direzione che potrebbe prendere in futuro. 

Globalizzazione e governance sono termini che hanno mutato la percezione del mondo e orientato l’azione di istituzioni pubbliche e attori privati; parte di quello “shock of the global” che ha segnato i decenni tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso.4 Un trauma prodotto dall’abbattimento dei vincoli nazionali al mercato globale che ha assunto le vesti di una trasformazione politica per la quale gli stati-nazione sono attraversati, condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità, reti.5 Della globalizzazione, la governance rappresenta il correlato politico esprimendo l’aspirazione a un governo senza Governo del mondo. La globalizzazione è stata a lungo discussa a partire dalla convinzione che essa comporti innanzitutto un ridimensionamento degli stati sotto la spinta degli attori globali, dei mercati economico-finanziari, dei nuovi spazi macro-regionali. Il nesso stretto tra democrazia e sovranità rivela due presupposti che segnano il dibattito sulla globalizzazione e la democrazia: il primo è che gli stati liberal-democratici non possono che essere stati sovrani; il secondo, è che solo in quanto sovrani essi possono effettivamente essere democratici. La sovranità democratico-liberale deve essere popolare perché deve esprimere l’unità, l’autonomia e l’autogoverno rappresentativo di una comunità politica.6 Nella globalizzazione, alla fin fine, lo stato si ristruttura oltre gli orizzonti della territorialità e della sovranità, entrando in rapporto con nuovi attori, nuove modalità di produrre poteri e con geografie inedite.7

Pagden si chiede quali caratteristiche avrebbe una “società civile globale” fatta di nazioni. E anch’egli giunge alla conclusione che internazionalizzazione e globalizzazione solo in apparenza sembrano smantellare lo stato-nazione. Questo è una costruzione politica, un curpus giuridico, uno spazio geografico e immaginario in cui individui vivono e interagiscono; fornisce inoltre una misura di sicurezza, di identità e ci permette di formulare qualche ipotesi sul futuro. Lo stato mostra un modo di vivere, come in precedenza avevano fatto, su scala più ridotta, il villaggio, la parrocchia, la tribù. 


Il libro

Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale, Il Mulino, Bologna, 2023. 

Traduzione di Giovanni Mancini.


1M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.

2M. Mamdani, op.cit.

3G. Nevola, Il modello identitario dello stato-nazione. Genesi, natura e persistenza, Quaderni di Sociologia, 44 – 2007.

4N. Ferguson, C.S. Majer, D.J. Sargent, Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press, Boston, 2010.

5U. Beck, Che cos’è la globalizzazione, Carocci, Roma, 1999.

6A. Arienzo, Lo Stato nella globalizzazione e la governance economica della politica, Scienza & Politica, vol. XXIX, n° 57, 2017.

7C. Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna, 2001.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits, www.pixabay.com


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Mahmood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti

Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

È mai davvero esistita la fine del colonialismo?


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico

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«Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime e antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta.»

(I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988)

Calvino ha descritto come indispensabile l’integrazione tra letteratura e scienza per raggiungere la completezza necessaria per l’interpretazione del presente. Con Il visconte cibernetico gli autori mettono l’insegnamento di Calvino alla prova della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale e delle sue implicazioni. 

Per Maria Chiara Carrozza, che ha curato la prefazione, il libro rappresenta una guida essenziale per viaggiare nel tempo e, partendo dal passato, dal Metodo Calvino e dalle sue chiavi di lettura, aiuta a interrogarsi su quale possa essere il nostro ruolo nelle crisi che stiamo attraversando.

Oggi viviamo un’epoca di grandi transizioni, in parte legate alle scoperte scientifiche e alla loro trasformazione in tecnologie dalla portata innovativa dirompente, come l’ingegneria genetica o l’intelligenza artificiale. Quest’ultima emula abilità cognitive un tempo ritenute esclusivamente umane, suscita interrogativi profondi e addirittura spaventa, secondo Carrozza, laddove non sia compresa e analizzata con competenza. 

D’altra parte, il rapporto stesso della specie umana con il pianeta sembra profondamente in crisi, non solo per le grandi diseguaglianze fra aree geografiche e sociali, ma anche per l’incombente cambiamento climatico che mette in discussione il modello di equilibrio sul quale finora si sono fondati il paradigma del capitalismo, la ricerca dell’efficienza, l’economia di sfruttamento e la comunicazione di un progresso infinito. 

I principi fondanti del Metodo Calvino, ovvero l’intreccio fra opposte tendenze e il pensiero divergente, sono le basi per affrontare il cambio di paradigma delineato ne Il visconte cibernetico, con una piena fiducia nelle capacità umane di elaborare creativamente le infinite visioni dei futuri possibili. 

Prencipe e Sideri sottolineano come siamo diventati una società sbilanciata sulla “cultura della risposta”. Nessuno mai come Calvino ha ragionato sul ruolo della scrittura e, dunque, sul rapporto indistricabile tra domanda e risposta e sulla relazione della scrittura con la tecnologia. Siamo diventati appendici delle macchine come ne Il cavaliere inesistente, allegoria dell’uomo schiavo dei processi formali e produttivi, prigioniero a tal punto della sua armatura da esserne svuotato. Siamo appesi al flusso immateriale delle informazioni, a una memoria più che a una vera intelligenza artificiale. Poniamo domande. Attendiamo risposte. Ieri era Google o Wikipedia. Oggi è ChatGPT. 

E allora gli autori si domandano quale possa o debba essere davvero la più grande paura dell’uomo: demandare ogni risposta a presunte intelligenze o rischiare di perdere la capacità di formulare le domande giuste?

Le macchine per comprendere hanno bisogno di categorizzare: ironia creatività buono cattivo bianco nero telefono aragosta. Ma cosa succede allorquando Salvador Dalì crea un telefono a forma di aragosta? Se la cultura è una semplice combinazione infinita di lettere, il mistero delle lettere prime, impenetrabile come i numeri primi, saranno la linea di difesa tra algoritmi probabilistici e la storia improbabile dei sapiens. Attributo geloso dell’umano, l’ars interrogandi, ovvero la capacità e la volontà di porsi delle domande, che è poi la base della ricerca scientifica, è la sfera in cui possiamo dispiegare al meglio la nostra creatività. In una società sempre più attratta dalle risposte semplici e dalle fake news e sempre più permeata dall’intelligenza artificiale, viene suggerito di preservare il potere e la responsabilità di decidere e pensare le domande più creative perché, se le risposte possono essere articolate mediante strumenti di intelligenza artificiale, le domande sono e resteranno pertinenza dell’essere umano. 

Per gli autori dunque il pensiero di Calvino si presenta come un antidoto a quella che può essere definita una “colonizzazione del futuro” da parte dell’accelerazione tecnologica e digitale. Colonizzazione che negli anni Cinquanta del Novecento era erroneamente prevista come imminente. I tempi ora sembrano davvero maturi, alla luce della repentina diffusione dell’IA generativa che può rendere il percorso formativo dei giovani anche demotivante e particolarmente frustrante. Perché imparare a scrivere se scriverà per noi ChatGPT? Perché esercitare la memoria se abbiamo un archivio infinito sempre con noi in tasca?

Il cervello umano viene sempre più spesso equiparato a una Macchina di Turing, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di trarre conclusioni a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto è legato indissolubilmente al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, fra l’uomo e se stesso. L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. Scrivere a mano, per esempio, vuol dire impegnarsi in una pratica che territorializza quel che si sta pensando, mettendo in movimento sinapsi e reti neuronali, modificandone la quantità e la dimensione. 

La digitalizzazione del mondo, la sostituzione di qualunque riferimento al mondo, per passare a funzionare con modellazioni di esso, implica un importante mutamento qualitativo. Il ruolo degli umani diventa secondario anche nella circolazione ultrafluida dell’informazione. L’umano non è che un segmento di tale circolazione, un segmento di volta in volta sempre più destrutturato e fluido. (M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016)

Sebbene fosse nato con tutt’altri scopi, il protocollo HTTP, messo a punto da Tim Bernes-Lee e regalato al mondo dal Cern all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, aveva già involontariamente gettato le basi per la crisi della relazione tra fonte e informazione. Quelle che oggi vengono definite fake news online nascono proprio dalla possibilità di scollare informazioni e fonti ricombinandole senza rispettarne il legame genetico, un meccanismo di disinformazione che, sebbene il world wide web non abbia creato, ha tuttavia reso esponenziale e molto semplice da porre in essere. (T. Rid, Misure attive. Storia segreta della disinformazione, Luiss University Press, Roma, 2022)

Non solo l’IA generativa è afflitta dai cosiddetti “problemi della allucinazione”, un modo elegante per dire che inventa di sana pianta informazioni e fonti, ma il dilemma della black box non permette nemmeno agli sviluppatori di conoscere con esattezza come l’input venga generato in qualità di output. In altre parole, per Prencipe e Sideri, così com’è l’algoritmo generativo demolirebbe lo stesso modello di business di Google. Eppure, risolto questo problema – con la fusione di entrambi gli algoritmi – rimane il tema dell’astrattezza del linguaggio. 

L’algoritmo generativo massimizza le probabilità di combinazioni tra parole. Questo aiuta a simulare qualsivoglia stile. Tuttavia la creatività non richiede di simulare bensì di essere originali. 

Ridotta alla sua essenza probabilistica, l’originalità è la minimizzazione delle probabilità che quella combinazione sia già stata fatta da altri: l’esatto contrario di ChatGPT. 

Quel che è vero per la capacità di creare vale anche per la scoperta scientifica e la stessa innovazione. La storia della scienza potrebbe essere riscritta come storia dell’improbabilità. 

«Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e preciso. Il nemico da battere è la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. (I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino, 1980) Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire significati, a smussare tutte le punte aggressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. (I Calvino, 1988, op. cit.)»

Se le risposte dell’IA generativa sembrano buone , per gli autori, significa che non abbiamo seguito neanche questo ulteriore saggio consiglio di Calvino e ci siamo diluiti noi stessi nell’astrattezza del linguaggio delle parole chiave e delle emozioni. 

Il libro

Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale, Luiss University Press, Roma, 2023.

Prefazione di Maria Chiara Carrozza.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


Articolo pubblicato sulla Rivista Leggere:Tutti – Marzo 2024


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