Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale

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Nell’analisi della disuguaglianza di proprietà e ricchezza condotta, come sottolinea l’autrice e come facilmente si desume dalla stessa lettura, la questione dei diritti delle donne in materia di proprietà, soprattutto della terra, ha messo in discussione i presupposti standard dell’economia agricola e marxista, e ha portato a una crescente mole di studi in molti paesi negli ultimi anni. 

Allo stesso tempo, si rende necessario mettere in dubbio l’idea che le scienze sociali tradizionali debbano essere il punto di riferimento principale per giudicare i contributi dell’analisi di genere. 

Esiste infatti, per Agarwal, anche una responsabilità intellettuale nei confronti della comprensione della natura e delle cause della disuguaglianza di genere in tutte le sue forme. 

C’è la necessità di concepire criteri che siano rilevanti per l’obiettivo più ampio, ovvero plasmare gli sforzi intellettuali in modo da contribuire non solo al mondo della conoscenza con rigore scientifico, ma anche a migliorare la vita delle donne, come anche degli uomini, intorno a noi, specialmente di quelle meno fortunate. Perché, alla fin fine, è sempre su di esse che ricade il peso maggiore di violazione dei diritti, violenze e soprusi.

Le donne in famiglie povere spesso tendono a essere abbandonate dai loro coniugi in periodi particolarmente disagiati. 

Esaminando le testimonianze storiche della Grande carestia del Bengala del 1943, Bina Agarwal mette in evidenza che tale abbandono si è verificato proprio quando le donne hanno perso i loro limitati beni o le opportunità di guadagno, mentre gli uomini conservavano ancora parte dei loro beni e diritti. Di conseguenza, alle donne rimaneva poco da offrire in termini materiali, il che riduceva notevolmente il loro potere negoziale in famiglia.

È proprio sulla nozione-pilastro di potere negoziale che Agarwal costruisce la struttura portante del suo ragionamento, edificato analizzando i dati frutto di anni di studio, ricerca e indagine. 

Il modello unitario della famiglia presuppone che tutte le risorse e i redditi siano messi in comune, che i membri della famiglia condividano interessi e preferenze comuni e che un capofamiglia altruista, che rappresenta i gusti e le preferenze della famiglia, allochi le risorse per massimizzare l’utilità della famiglia. 

Questa è la teoria.

La realtà, osservata da Agarwal in Asia ma visibile in gran parte del pianeta, è molto diversa.

Esiste e persiste una notevole diseguaglianza di genere all’interno delle famiglie per quanto riguarda l’accesso a cibo, assistenza sanitaria, cure mediche, istruzione e risorse economiche. 

Tenendo in considerazione queste diseguaglianze, alcuni economisti hanno proposto modelli alternativi di famiglia e, soprattutto, modelli di negoziazione, in cui le interazioni intra-famigliari sono viste come caratterizzate da elementi sia di cooperazione che di conflitto. Il risultato che ne deriva dipende, appunto, dalla capacità di negoziazione di ciascun membro della famiglia. 

L’approccio alla negoziazione si estende anche al di là della famiglia, alle aree interconnesse del mercato, della comunità e dello Stato. E i fattori alla base del potere di negoziazione devono essere ampliati fino a includere il controllo, da parte delle donne, della proprietà privata e della comunità, così come le norme e le percezioni sociali. 

Una riforma giuridica dello Stato che rafforzi, per esempio, i diritti delle donne sulla proprietà può rafforzare il loro potere negoziale all’interno delle famiglie, migliorando il loro accesso alle risorse economiche e aumentando le loro vie d’uscita. 

Nei suoi studi Bina Agarwal ha potuto constatare che il fattore più importante incidente sul potere negoziale delle donne, ma anche sul loro status economico, sociale e politico, è il possesso di beni, soprattutto della terra, sottolineando l’idea di controllo sulla proprietà che implica non solo il suo possesso ma anche il potere di controllo su di essa. 

Da un’indagine condotta su 502 famiglie rurali e urbane selezionate in modo causale in Kerala (India) Agarwal, unitamente ad altri studiosi, ha potuto constatare come esista uno stretto legame tra il possesso di beni immobili da parte delle donne, come terra e abitazioni, e il rischio di subire violenze coniugali. 

A livello empirico, la ricerca dimostra che il possesso di una casa o di un terreno, o di entrambi, riduce significativamente il rischio di violenza coniugale per una donna. Si potrebbe quindi ipotizzare che i beni immobili offrano alla donna sicurezza economica e fisica, aumentino la loro autostima e, cosa non da poco, il loro potere negoziale. 

Succede esattamente il contrario per impiego e occupazione. Le donne con un impiego migliore dei loro mariti sembrano ingenerare in loro molta ostilità.

Oggi, la letteratura che mette a confronto la produttività relativa degli agricoltori maschi e femmine ha stabilito che le differenze di genere sono attribuibili al minore accesso delle donne alla terra, alla tecnologica e ai fattori di produzione, piuttosto che alle scarse capacità manageriali o fisiche. Eppure persistono pregiudizi di genere, reminiscenza della vecchia cultura novecentesca. 

Negli anni ’70, per esempio, gli economisti agrari, nell’aggregare gli impieghi totali di manodopera, avevano la tendenza a considerare il tempo di lavoro delle donne come la metà o i tre quarti del tempo di lavoro degli uomini. Ciò era considerato motivo sufficiente per giustificare anche la disparità nei salari. 

Utilizzando i dati forniti da uno studio condotto dall’Università agraria del Punjab, che ha testato l’uso di attrezzature per lo scavo di patate, Agarwal ha facilmente smontato le teorie appena esposte: le donne sono risultate essere diverse volte più efficienti degli uomini

Quando Bina Agarwal ha iniziato a condurre i suoi studi di genere, alla fine degli anni ’70, era talmente rara da essere quasi unica nel panorama internazionale. Oggi invece c’è una grande quantità di analisi su una vasta gamma di argomenti che cercano di mettere in discussione l’economia mainstream. L’intera società mainstream. E viene da sé che tanto lavoro ancora da fare c’è anche in quei paesi, come l’Italia ad esempio, che si vedono distanti dalle economie in via di sviluppo dove si presuppone, dove si sa che le disuguaglianze di genere sono solchi più profondi. Ma i dati, i numeri, le statistiche… ci dicono con estrema chiarezza che gli obiettivi da raggiungere sono anch’essi ancora molto distanti, troppo.E lo sono per le economie in via di sviluppo ma anche per le economie che invece si ritengono già parecchio sviluppate. 

La pubblicazione, in Italia, di questo compendio di articoli e studi di Bina Agarwal è senz’altro positivo, istruttivo e motivazionale. Il lavoro condotto da Agarwal in tutti questi anni è monumentale, non solo dal punto di vista quantitativo ma, soprattutto, qualitativo. Un lavoro che ha giovato alla teoria, soprattutto a quella della contrattazione, ma anche alla pratica, alla economia applicata. 

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Bibliografia di riferimento

Bina Agarwal, Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo, Alberto Quadrio Curzio (a cura di), il Mulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Bina Agarwal: È docente di Development Economics and Enviroment all’Università di Manchester; già docente di Economics e direttore dell’Institute of Economics Growth, University of Delhi. Membro dell’Accademia dei Lincei. Ha partecipato alla Commission for the Measurement of Economics Performance and Social Progress.

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

Rivoluzioni storiche delle donne, repressione e conservazione al maschile in “Socialfemminismo” di Stefano Santachiara (Digitalpress, 2017)

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La Grande guerra africana: dallo Zaire al Congo

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Per gran parte del secolo scorso, lo Zaire è stato apprezzato da tutti gli africani per le sue caratteristiche di vera nazione africana, libera dai pesanti condizionamenti del colonialismo. Si pensava infatti che incarnasse l’immagine del paese davvero africano decolonizzato

Il presidente Mobutu era stato l’inventore della autenticità, una forma di ideologia nazionalista basata su elementi della tradizione recuperati dal passato, miscelati con uno stile nel condurre la vita civile e gli affari del paese che si proclamava libero dagli influssi culturali occidentali. 

Da qui anche la volontà di rinnegare il nome colonialista di Congo e riprendere l’autentico: Zaire. 

Malgrado le speranze, il primo periodo della decolonizzazione era stato turbolento e molto violento: in quasi sei anni di crisi, dopo la dichiarazione di indipendenza del 30 giugno 1960, il paese era piombato in una situazione di precarietà alimentare e di vasto disordine sociale

Già alla fine degli anni Sessanta il presidente aveva fatto del partito unico, il Mouvement Populaire de la Révolution(Mpr), il suo strumento di governo unitario e di propaganda politica.

All’inizio degli anni Settanta Mobutu diede avvio a una vasta campagna di «zairizzazione» delle risorse che si concretizzò, nel 1973, con la nazionalizzazione di tutte le maggiori imprese del paese.

Malgrado le immense risorse e ricchezze dello Zaire, una politica di redistribuzione sempre più ampia e corrotta aveva messo progressivamente a dura prova la capacità dello Stato di sopperire alle richieste dei vari gruppi di potere locali assieme ai bisogni della popolazione. Agli inizi degli anni Novanta la popolazione era ormai in uno stato di povertà cronica. 

Nell’aprile del 1990 Mobutu dichiarò la fine del partito unico e l’avvio di riforme politiche. Durante i dibattiti della Conferenza nazionale sovrana l’impegno di alcuni rappresentanti più sensibili all’avviamento di una vera democrazia si scontrava con il populismo avventurista di altri e con il riemergere di scontri etnico-politici che avevano insanguinato il paese nei primi anni Sessanta. 

Tra l’agosto del ’92 e la fine di quello stesso anno, il neo-rinsaldato partito xenofobo dello Shaba operò una vera e propria pulizia etnica contro i Kasaiani. 

Il nuovo primo ministro Kengo wa Dondo riuscì a far scendere l’inflazione – che aveva raggiunto il 20mila per cento -, a re-incrementare la produzione mineraria – crollata al 10 per cento del totale – e ristabilire un minimo ordine nella vita pubblica. 

Tuttavia, proprio in questo delicato frangente, si scaricò su uno Zaire esausto e in preda a spinte contraddittorie, l’immane flusso di oltre un milione di rifugiati ruandesi hutu.

L’entrata in scena dei profughi esportò la guerra del Ruanda in Zaire e lo travolse

Il governo di Kengo cercò di liberarsi di tutti i rifugiati respingendoli verso il Ruanda, in contrasto con la posizione dello stesso Mobutu che manteneva forti legami con gli estremisti hutu. La misura intendeva cogliere l’occasione per liberarsi, in un sol colpo, di tutti i banyarwanda e banyamulenge presenti in Zaire, indipendentemente dal fatto che fossero hutu o tutsi. 

Ma i campi profughi degli hutu in fuga erano ormai diventati delle vere e proprie roccaforti, dirette dalle ex forze armate ruandesi e dalle milizie interhamwe. Da quegli stessi insediamenti partivano operazioni e attacchi contro il Ruanda

Ne derivò anche una forte polemica nell’opinione pubblica internazionale, laddove le organizzazioni umanitarie e le agenzie dell’Onu furono addirittura accusate di complicità con gli hutu oltranzisti genocidiari

Dell’oltre un milione di profughi hutu, circa 600mila vennero accerchiati e ripresi dalle truppe dell’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (AFDL) per poi essere rimandati in Ruanda. Dell’altro mezzo milione si persero quasi del tutto le tracce. 

Furono chiamati ad aderire all’Alleanza tutti i congolesi che si opponevano a Mobutu e alla sua politica. Soprattutto dal Congo centrale e occidentale, ci fu uno slancio popolare sorprendente e furono migliaia i giovani e giovanissimi che si arruolarono per partecipare alla cacciata di Mobutu. Proprio tali giovani reclute, chiamate Kadago (bambini soldato) andranno a costituire poi il grosso delle future Fac (Forze Armate Congolesi). 

Kabila si auto-nominò presidente della neonata Repubblica Democratica del Congo alla presenza dei presidenti di Ruanda, Uganda, Angola, Burundi e Zambia, i suoi alleati. Egli era ben consapevole che la maggioranza dei congolesi non era favorevole all’abolizione della legge del 1981 e alla conseguente naturalizzazione dei banyamulenge e dei banyarwandesi tutsi, così la lasciò in vigore. Tale scelta segnò l’inizio della fine della coalizione che aveva combattuto e cacciato Mobutu. 

La Grande guerra d’Africa fu il risultato di un insieme di conflitti diversi, collegati tra loro attorno al nodo centrale del confitto tra il governo di Kabila e i suoi ex alleati ruandesi. Almeno sei paesi (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad) si combatterono con proprie truppe sul territorio congolese. A ciò vanno sommate le varie guerriglie locali il cui computo è ancor oggi arduo. 

Così, a partire dall’epicentro congolese, tutta l’Africa centrale fu travolta, impoverendosi. 

Secondo il WTO, il Programma Alimentare Mondiale, circa un terzo dei congolesi vivrebbe ancora oggi in uno stato di denutrizione e sottoalimentazione grave

Nel gennaio 2001, allorquando il presidente Kabila rimase vittima di un attentato posto in essere da una delle sue guardie del corpo, il parlamento, riunito in sessione straordinaria, elesse suo figlio Joseph Kabila quale suo successore. 

Fin dall’aprile di quello stesso anno iniziarono gli incontri e le mediazioni tra Kabila junior e Kagame per giungere a una soluzione. Nel dicembre 2002 si procedette alla stesura dell’Accordo globale e conclusivo con l’intermediazione dell’Onu e del Sudafrica, cui parteciparono tutti i gruppi ribelli del paese. E nel 2006, dopo quarant’anni, furono organizzate delle elezioni libere. 

La fine della guerra tuttavia non rappresentò anche la fine dei combattimenti, i quali continuavano nelle province del Kivu. Fu necessaria una rinegoziazione con il Ruanda per ottenere la fine del sostegno di Kagame alla ribellione del Cndp di Nkunda. 

Alle elezioni del 2011 Kabila junior ottenne un nuovo mandato.

Le elezioni presidenziali del 2011 si svolsero in un clima teso e di accesa mobilitazione: gruppi ed ex gruppi armati erano al soldo di chi poteva pagare e vennero diffusamente utilizzati nella campagna elettorale per intimidire avversari e intere comunità.

Anche in Congo, come prima in Liberia e in seguito nel Sahel o in Nord Mozambico, il warlordismo ha cambiato pelle ed è diventato a pieno titolo un attore del caos indotto dalla globalizzazione competitiva, nel quale soggetti di tipo molto vario concorrono per il potere e le risorse.

La realtà odierna dei gruppi armati così come delle milizie è molto diversa da ciò che fu all’inizio della crisi degli anni Novanta: ogni gruppo armato ha un suo referente a Kinshasa, un uomo politico o una personalità facoltosa che si serve del gruppo per rafforzare la propria influenza e che è, a sua volta, necessario al gruppo per proteggere le proprie rivendicazioni locali. 

Bibliografia di riferimento

Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020

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Per le immagini, credits www.pixabay.com

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Articolo disponibile anche qui

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LEGGI ANCHE

L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

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“Sbirri e culicaldi” di Stefano Talone (Ensemble, 2020)

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Ambientazione, personaggi, suspence, stile narrativo e, soprattutto, trama sono gli elementi che in un buon libro giallo non devono mancare o altalenare. Nel suo poliziesco d’esordio, Stefano Talone ce l’ha messa tutta affinché il testo presentato ai lettori non mostrasse carenza alcuna. E, in effetti, Sbirri e culicaldi si fa leggere con piacere. Unica pecca è il ritmo iniziale un po’ lento, rispetto anche al resto del libro che, al contrario, mostra una narrazione più serrata, sorretta da un ritmo molto più incalzante, perfetto per libri di questo genere.

Come scrivevo, gli elementi topici ci sono tutti e si presentano bene. L’ambientazione è suggestiva e perfetta per un romanzo che vede scendere in campo polizia, agenti segreti e minacciosi terroristi. Londra, forse anche a seguito della fortunata produzione letteraria di Ian Fleming e sicuramente ancor di più per le versioni cinematografiche con protagonista lo 007 con licenza di uccidere, è diventata, nell’immaginario collettivo, simbolo delle spy stories.

Nel libro di Talone lo spionaggio veste i panni dell’attualità aprendo le indagini alla minaccia incombente di attacchi terroristici che, tristemente, anche di recente hanno campeggiato sui titoli dei giornali europei per settimane. Ed è proprio grazie a questo tema di stretta attualità che l’autore riesce bene a raccontare anche della società che si è costruita tutta intorno a queste minacce e, al contempo, alla medesima società che ha originato i malesseri che questo terrorismo hannogenerato.

Il fenomeno dell’immigrazione, con i problemi a esso connessi e mai risolti. Le mille difficoltà di uno stato sociale assente, latitante o carente. Gli strati di culture e sub-culture che si intrecciano e si incontrano almeno quanto si scontrano e che generano sempre e inevitabilmente dei vuoti e delle lacune difficili da colmare.

Sbirri e culicaldi è anche un viaggio nelle periferie, nei sobborghi multietnici della capitale inglese, una sorta di cammino per incontrare, forse anche per conoscere, i vari e variegati personaggi che sembrano essere tenuti uniti, legati da una solo in apparenza inspiegabile voglia di fede e di martirio. Il racconto che Talone fa della sua Londra contemporanea lascia trasparire le mille difficoltà e i tanti ostacoli che ancora persistono e impediscono una effettiva e totale integrazione, anche dei cosiddetti immigrati di seconda o, addirittura, terza generazione. Le mille sfaccettature, per nulla rosee, di una società che si sponsorizza come multietnica ma lo fa nascondendo forse anche a se stessa i tanti risvolti negativi e nodi ancora da sciogliere.

«Non è facile fare parte di una cultura fuori dal paese che ha dato la vita ai tuoi genitori… Vanno in giro senza essere niente. Né pakistani, né britannici. Sanno solo di essere vivi e di volere cambiare il mondo.»

Il romanzo è scritto molto bene. Talone più volte si sofferma nella descrizione dettagliata e minuziosa, anche di tecniche specifiche di indagine, ma senza appesantire troppo la narrazione e riesce a portare avanti la storia sciogliendo tutti i nodi, i vari intrecci che rendono ancora più interessante la lettura e sorprendente il finale.

Sarà la ricerca di due ragazzi culicaldi, ovvero sospettati di essere potenziali attentatori, che farà incontrare e a volte scontrare i detective di Scotland Yard con gli agenti dell’Antiterrorismo, che dà la possibilità all’autore di mostrare al lettore le diverse fasi e le differenti procedure di indagine, nonché le difficoltà che incontrano gli investigatori allorquando si scontrano con la farraginosa macchina burocratica la quale, impegnata e vincolata com’è al rispetto di tempi e regole ferree, appare troppo lontana da una realtà in continuo divenire e ostacolo, essa stessa, alla giustizia.

Victor Gell e Oliver Outeberry, veri protagonisti del libro, sono entrambi, anche se ognuno a modo proprio, detective che credono in quello che fanno. La loro abnegazione li ha portati a compiere scelte anche difficili, a fare rinunce, a scontrarsi con superiori e amministrazione… ciò a cui proprio non riescono e non vogliono rinunciare è loro stessi, quello che sono o che sono diventati. Traspare, da questo atteggiamento, molto ben analizzato da Talone, il volto umano dei corpi di polizia, dei servizi, degli apparati investigativi.

Un libro, Sbirri e culicaldi di Stefano Talone, nel complesso molto ben strutturato. Una piacevole e interessante lettura.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Derive del terrorismo e dell’antiterrorismo in “Non c’è sicurezza senza libertà” di Mauro Barberis (ilMulino, 2018) 

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 


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Quanto incide la scuola su crescita ed economia?

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L’Italia è il paese d’Europa con i più bassi livelli di istruzione, i più alti tassi di dispersione scolastica e il più alto numero di NEET. L’Italia è anche il paese che è cresciuto meno negli ultimi venti anni e si è presentato all’appuntamento con la pandemia con un tasso di crescita annuale dello 0,3 per cento su base nazionale.

Ragioni per cui, per Patrizio Bianchi, un ritorno alla normalità pre-covid non può e non deve più bastare. 

«non possiamo accontentarci di tornare alla situazione precedente, ma diviene ormai indifferibile avviare una vera fase costituente per la scuola, per aprire una nuova stagione in cui la scuola torni a essere, o meglio divenga, il motore di una crescita di un paese che da troppo tempo è bloccato.»

Sottolinea Bianchi nel testo come, mentre a livello internazionale si veniva delineando un profondo cambiamento strutturale, che ha aperto la via a una nuova economia basata sulla digitalizzazione della produzione e degli scambi, il nostro paese sprofondava nella crisi fiscale dello Stato, con un deficit e un debito il cui peso sottraeva risorse a educazione e ricerca e, quindi, a quell’innovazione necessaria per capire e affrontare la trasformazione dell’economia e della società.

È in questa fase che emerge con forza il bisogno di nuove competenze, nuove abilità, nuove capacità critiche per comprendere questi straordinari processi di riorganizzazione dell’economia e della società e, nel contempo, di nuove modalità di organizzazione dei processi educativi non solo per i ragazzi ma anche per gli stessi adulti. 

La nuova scuola quindi deve predisporre competenze e abilità rivolte a comprendere queste nuove realtà complesse e a predisporre le persone ad affrontare un cambiamento continuo. Il rischio, ribadisce chiaramente Bianchi, è che la pandemia diventi la coperta sotto la quale nascondere tutti i problemi accumulati nel tempo, problemi e inefficienze che hanno ostacolato la possibilità di cogliere i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie. 

L’Unione europea aveva considerato come obiettivo fondamentale per una «società della conoscenza» la presenza di almeno il 40 per cento di giovani fra i 30 e i 34 anni laureato. Nel 2019, in Italia, la quota di giovani laureati non cresce e rimane bloccata al 27,6 per cento, ovvero sotto di quasi 13 punti percentuali rispetto all’obiettivo fissato. L’Unione europea ha già superato questo traguardo mentre l’Italia resta indietro ed è avanti solo alla Romania. 

Valori molto bassi e assolutamente inaccettabili si riscontrano anche nel momento delicatissimo della transizione dalla scuola al lavoro. 

Sottolinea inoltre Patrizio Bianchi il fatto che il livello di istruzione degli emigranti odierni è molto più alto di coloro che rimangono in Italia, tanto che il tasso di emigrazione è doppio fra i laureati e i diplomati rispetto a chi non ha un titolo di studio, evidenziando come la nuova emigrazione italiana dreni soprattutto fra coloro che hanno le competenze più necessarie per lo sviluppo. 

Alto permane ancora, purtroppo, il tasso di dispersione scolastica. Anche se diminuito nel tempo, rimane – 13,3 per cento – tuttavia al di sopra del limite fissato come obiettivo dall’Unione europea (10 per cento entro il 2020). Va inoltre sottolineato che questo è il tasso di dispersione esplicito, ovvero quello visibile e numerabile. Bisogna considerare anche la dispersione implicita, ovvero coloro i quali, pur conseguendo un titolo o un diploma, egualmente non possiedono le competenze adeguate. 

Il 19 giugno 2020 la Commissione europea pubblica il Digital Economy and Society Index (DESI) ovvero l’indice composto che misura le capacità e le competenze di cui dispone un paese in ambito digitale.

Se nella connettività l’Italia si colloca appena sotto la media europea, è proprio nella disponibilità di competenze e capitale umano adeguato che risulta definitivamente ultima fra i paesi europei. 

E quindi, per Bianchi, non è casuale che il nostro paese, con i più bassi tassi d’istruzione d’Europa, sia anche il paese che negli ultimi venti anni, ovvero gli anni dell’economia della conoscenza, è quello cresciuto meno di tutti. 

Fonte: Commissione europea – www.ec.europa.eu

Mentre in Germania si affrontavano crisi e rilancio dell’economia investendo in educazione, in Italia si effettuavano tagli proprio all’istruzione, oltre che a sanità e welfare. Ed è in questi tagli che si colloca, per l’autore, la radice del ritardo italiano. 

La riduzione della spesa per l’educazione proprio nel momento del rilancio e del passaggio alla digitalizzazione, ha inciso sullo sviluppo delle tecnologie e soprattutto sulle competenze.

Non si tratta quindi, sottolinea Bianchi, di ritrovare la quotidianità della scuola dopo la sospensione dovuta alla pandemia, ma di ridisegnare una scuola che sia fattore di sviluppo per l’intero paese

Una nuova scuola i cui ambiti di competenza possono essere sintetizzati con l’acronimo CAMPUS (Computer/Coding, Arte, Musica, Polis, Sport), a sottolineare come la nuova scuola debba essere un  campo in cui allenarsi insieme a una vita in cui l’obiettivo fondamentale sia costruire comunità solidali e coese

L’idea alla base dei Patti educativi di comunità, indicati nel Rapporto conclusivo come la via maestra da seguire, è quella di aprire alla scuola reali spazi di arricchimento formativo e rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attivazione alla legge sull’autonomia. Cruciale diventa anche il rapporto con l’università e i centri di ricerca, che devono avere la possibilità di costruire relazioni più strette con la scuola. 

Migliorare le conoscenze e le competenze nelle materie scientifico-tecnologiche, cioè STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). 

Smetterla di inseguire l’alternanza scuola/lavoro ma andare verso forme di integrazione in cui reciprocamente le imprese, le scuole, gli enti di ricerca si rendano fra loro complementari. 

Sono già numerose le iniziative indicate come «scuola-fuori-dalla-scuola» ma, affinché il cambiamento abbia senso, bisogna ci sia una loro diffusione capillare. 

È necessaria anche una rivalutazione della figura dell’insegnate e della sua centralità nell’educazione e formazione degli alunni come un loro adulto di riferimento. 

Così è riemerso anche il tema da tempo rinviato dell’adeguamento del numero dei docenti e del personale tecnico. Anche una volta però, sottolinea amaramente Patrizio Bianchi, una materia, che avrebbe dovuto essere il centro di una programmazione di lungo periodo, è stata affrontata in termini emergenziali

Molte delle proposte avanzate dal Comitato sono state poi adottate dall’amministrazione in diversi decreti successivi. Tuttavia, l’aver scelto di attivare di volta in volta i diversi provvedimenti ha fatto venir meno la visione complessiva

È questo quindi il momento di scegliere se attuare un vero cambiamento oppure lasciare che questa diventi l’ennesima occasione perduta

La pubblicazione del libro di Patrizio Bianchi con ilMulino a ottobre 2020, a tre mesi dalla consegna del Rapporto finale della Commissione da lui coordinata, libro nel quale elenca le medesime criticità e propone le stesse soluzioni indicate nel suddetto rapporto, e soprattutto il modo in cui li espone, lascia sottintendere al lettore che il treno del cambiamento, ahinoi, potrebbe essere già passato e che, ancora una volta, l’Italia si è fatta trovare impreparata, o distratta.

Bibliografia di riferimento

Patrizio Bianchi, Nello specchio della scuola. Quale sviluppo per l’Italia, ilMulino, Bologna, 2020

L’autore

Patrizio Bianchi: Professore di Economia all’Università di Ferrara, rettore e docente per la Cattedra UNESCO in Educazione, crescita e uguaglianza, assessore alla regione Emilia-Romagna a Scuola, educazione, università, ricerca, formazione e lavoro. Coordinatore del Comitato per il rilancio della scuola dopo la COVID-19.

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

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È tempo di “Riscrivere l’economia europea”

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Bassi livelli di crescita, aumento della disuguaglianza, crescente insicurezza economica per vasti settori: sono solo alcune delle conseguenze dei problemi che non potranno mai essere risolti con piccoli cambiamenti politici. Per migliorare i risultati dell’economia e creare un benessere condiviso occorre riscrivere le regole dell’economia europea, intese nel senso più ampio, che comprende anche le politiche di fondo per il governo dell’Unione europea.

Dopo aver analizzato a fondo i problemi dell’economia statunitense, Joseph Stiglitz, in collaborazione con Carter Dougherty e la Foundation For European Progressive Studies, indirizza la sua ricerca verso l’economia europea e i suoi difetti sistemici, dovuti a errori strutturali ma anche al fatto che, ormai, la visione dei fondatori risale a oltre sessanta anni fa. Servono nuove istituzioni e nuove regole di governo dell’economia e della politica, che a loro volta devono basarsi su nuove idee.

Stiglitz, come anche gli altri economisti che hanno condotto l’indagine, si rivela fin da subito consapevole di quanto possa essere in realtà complesso apportare cambiamenti radicali al quadro economico di base, pertanto si è preferito concentrare l’attenzione su ciò che è realmente possibile fare pur mantenendo pressoché invariati i vincoli attuali imposti dall’Unione a se stessa come ai singoli paesi membri.

Un aspetto peculiare dell’economia europea è il modello sociale, il cosiddetto welfare state. Quest’ultimo ha pagato, nei vari paesi europei, un prezzo altissimo all’austerità, proprio in una fase in cui l’Europa avrebbe dovuto invece rinnovarlo e incrementarlo per renderlo adeguato alle realtà economiche del Ventunesimo secolo.

Oggi i cittadini europei hanno, rispetto a prima della crisi del 2008, meno possibilità di lavorare, istruirsi, curarsi e andare in pensione, e in alcuni paesi queste possibilità sono scese a livelli decisamente inaccettabili.

Gli autori affermano che la gran parte dei risultati deludenti dell’Unione europea sia riconducibile al quadro di politica macroeconomica. E i risultati, particolarmente deludenti, dell’Eurozona dipendono in parte proprio dalla sua struttura.

L‘euro ha eliminato i principali meccanismi correttivi, amplificando così le conseguenze di eventi come la crisi finanziaria del 2008 e provocando la successiva crisi del debito sovrano.

L’economia europea ha evidenziato anche un altro problema, ancor più preoccupante: i benefici di quel poco di crescita che c’è stato sono andati in gran parte a chi stava già meglio di tutti gli altri.

Le regole e le regolamentazioni economiche europee risalgono agli anni Novanta, che era decisamente un momento di trionfalismo capitalista. Però sostenere che a far crollare i regimi autoritari, da Varsavia a Bucarest fino a Mosca, sia stata l’economia di mercato significa travisare la storia: quel crollo fu il risultato del fallimento di un sistema comunista profondamente sbagliato, spinto sull’orlo del precipizio dalla determinazione americana nella corsa al riarmo tecnologico e dall’anelito umano alla libertà.

Se l’Eurozona fosse stata creata pochi anni dopo, allorquando le economie dell’est asiatico furono investite da una serie di shock economici, i rischi di quella formula, per Stiglitz e colleghi, sarebbero stati molto più evidenti.

Quei paesi non erano riusciti a evitare una crisi grave pur avendo rispettato alla lettera le stesse ricette macroeconomiche di contenimento del disavanzo, del debito e dell’inflazione confluite nei vincoli dell’Unione europea. Ma anche i precedenti successi di quei paesi per gli autori vanno interpretati come una smentita del credo ultracapitalista. Per anni, infatti, i loro altissimi tassi di crescita erano stati favoriti da un interventismo pubblico ben più sistematico di quello consentito dalle regole europee.

Molti europei guardavano con ammirazione all’aumento del Pil americano, ma trascuravano il ristagno, anzi il calo in termini reali, del reddito di larghe fette della popolazione statunitense, e ignoravano sia la precarietà dei redditi, sia la mediocrità dei servizi sanitari, che si rifletteva in un’aspettativa di vita inferiore a quella di tutti gli altri paesi sviluppati.

Con ogni probabilità, se le regole fossero state scritte dopo la crisi e la recessione, i loro estensori sarebbero stati ben più scettici sulla capacità dei mercati – soprattutto finanziari – di funzionare da soli.

Tutte le crisi prima o poi passano, ma, nel valutare un sistema economico, ciò che conta non è che la crisi sia finita o semplicemente superata, bensì il tempo impiegato per arrivare a una completa ripresa, le sofferenze inflitte ai cittadini, e la durata delle stesse, e la vulnerabilità del sistema a un’altra crisi.

In Europa le conseguenze della crisi finanziaria e della recessione sono state inutilmente gravi, lunghe e dolorose. Il divario tra la condizione attuale dell’economia e quella in cui si sarebbe trovata in assenza di crisi si misura ormai in trilioni di euro. E ancora oggi, oltre un decennio dopo lo scoppio della crisi, la crescita rimane incerta.

I problemi di fondo della struttura economica e del quadro delle politiche europee sono ancora gli stessi che hanno condotto alla crisi, e ciò rende l’Europa vulnerabile a una nuova crisi.

Le sfide da affrontare sono, in sintesi:

  • Scelte di politica economica (politica macroeconomica, politica monetaria, investimenti pubblici).
  • Regolamentazione dei mercati (riforme della corporate governance, dei mercati finanziari, della proprietà intellettuale, della concorrenza e del fisco).
  • Creazione di uno Stato sociale all’altezza del Ventunesimo secolo.
  • Definizione concordata di nuove regole globali che gestiscano meglio la globalizzazione, in modo da non aggravare i problemi di disuguaglianza.

L’Europa ha la tendenza a orientarsi verso i paesi maggiori eppure per Stiglitz, a volte, sono i paesi minori a creare modelli esportabili. Per esempio, il Portogallo ha dimostrato che la strada giusta è la crescita non l’austerità.

All’epoca in cui fu sottoscritto il Patto di Stabilità e Crescita, il mondo era appena uscito da una fase di inflazione galoppante. Ma oggi il problema non è più l’inflazione ma la disoccupazione. Per offrire lavoro a tutti occorre abbandonare l’austerità, correggere il disallineamento dei tassi di cambio in modo da renderli più equi ed efficienti e investire di più e con intelligenza.

Si può fare di meglio anche restando nell’ambito del Patto di Stabilità e crescita. Un paese può ad esempio rispettare il quadro di bilancio in pareggio (o il deficit entro il tre per cento) e contemporaneamente aumentare sia le tasse che le spese, in modo da stimolare l’economia. Ovvero impiegare il cosiddetto moltiplicatore di bilancio in pareggio. Va da sé però che bisogna scegliere con oculatezza le voci giuste, sia per le entrate che per le uscite.

Attualmente una delle economie ritenute più forti e stabili, all’intero dell’Unione, è quella tedesca. Tuttavia, ricordano gli autori, anche la Germania ha interesse ad abbandonare il proprio modello economico fondato sulle esportazioni se si guarda al medio periodo.

Man mano che le imprese cinesi impareranno a fabbricare, e non più acquistare, beni strumentali (soprattutto macchine industriali), questa vorace domanda si trasformerà in concorrenza per l’industria tedesca. Per cui, un maggior dinamismo della domanda interna e un’economia europea in buona salute possono aiutare la Germania ad attutire lo shock inevitabile che l’attende.

La politica monetaria è un altro grande strumento da cui partire per riscrivere l’economia europea.

L’Unione ha concepito la Bce per affrontare un problema del passato (l’inflazione) senza darle flessibilità sufficiente per affrontare i problemi del Ventunesimo secolo (occupazione e stagnazione).

La principale riforma della Bce dovrebbe prevedere l’estensione del suo mandato a un obiettivo di occupazione, basandosi su idee che potrebbero dare alla stessa e alle politiche monetarie europee quella flessibilità di cui c’è estremo bisogno:

  • Usare i margini di discrezionalità consentiti da Maastrich.
  • Fare riferimento all’inflazione di fondo.
  • Spostare l’attenzione sui rischi di inflazione troppo bassa e di deflazione.
  • Riorganizzare il programma di ricerca della Bce.
  • Definire obiettivi d’inflazione simmetrici, o addirittura sbilanciati verso la prevenzione della deflazione, poiché le fasi di alta disoccupazione sono associate a pressioni deflazionistiche.
  • Utilizzare vigilanza e regolamentazione bancaria per promuovere crescita e stabilità, incentivando gli investimenti produttivi e scoraggiando i rischi speculativi.
  • Gestire la vigilanza in modo da non accentuare la contrazione dell’economia.
  • Favorire il credito alle piccole imprese.
  • Accrescere il controllo del Parlamento europeo.
  • Accrescere l’efficacia di vigilanza del Consiglio europeo.
  • Accrescere la trasparenza.

(l’elenco è solo a titolo esemplificativo e non riporta in maniera esaustiva tutte le proposte discusse nel testo)

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) del 2012 è apparso come il primo approccio verso un cambio di rotta delle direttive economiche europee. Attualmente ritenuto in grado di gestire la crisi di un paese minore ma molto al di sotto di ciò che sarebbe necessario per affrontare una crisi bancaria in un paese maggiore. Oggi, chiedere assistenza sul Mes significa sottoporsi formalmente alla supervisione della troika per tutta la durata della crisi. Per ricevere assistenza i paesi devono accettare specifiche regole di bilancio e diverse modifiche alle proprie politiche.

Durante una videoconferemza organizzata dal think tank europeo Feps, Joseph Stiglitz ha parlato della necessità di prestiti e sovvenzioni da parte dell’Europa ai paesi membri, degli eurobond nel breve periodo, in quanto molti paesi hanno un livello di debito troppo alto per riuscire a reperire autonomamente le risorse necessarie, mentre per il lungo periodo auspica una maggiore tassazione comune dell’Unione europea (web tax, carbon tax, corporate tax).

E, all’interno del Feps Covid Response Papers nuomero dieci di ottobre 2020, Stiglitz parla in dettaglio della situazione attuale con commenti ai provvedimenti presi e quelli calendarizzati nonché dei vari scenari possibili.

Bibliografia di riferimento

Joseph E. Stiglitz, Riscrivere l’economia europea. Le regole del futuro dell’Unione, con Carter Dougherty e Foundation For European Progressive Studies, ilSaggiatore, Milano, 2020.

Titolo originale: Rewriting the rules of european economy.

Traduzione di Marco Cupellaro.

Joseph E. Stiglitz: capo economista e senior fellow del Roosevelt Institute, Premio Nobel per l’Economia 2001.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilSaggiatore Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020) 

La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020) 

L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale 


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Melancholica deliria multiformia: “L’anatomia della malinconia” di Robert Burton

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Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere malinconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Sono queste, o simili, le domande che deve essersi posto Robert Burton quattrocento anni or sono, allorquando iniziò la stesura del suo trattato sulla malinconia.

Burton iniziò la scrittura del testo nel 1620 e la portò avanti, praticamente, fino a che la sua vita non ebbe fine.

Come sottolinea Luca Manini, nella sua introduzione al libro, L’anatomia della malinconia doveva essere, nelle intenzioni dell’autore, una vera e propria cura, una sorta di trattato medico della guarigione.

Accostarsi al libro di Burton significa, per il lettore, avvicinarsi a un’opera che è anche un mondo, che racchiude in sé cielo terra e inferi. Lo trasporta dall’armonia delle sfere celesti sino agli abissi dell’inferno, facendogli osservare il caos che domina il mondo terreno. Ed è in questo caos che si insinua e s’impone, per Burton, la malinconia, questa afflizione dell’animo.

Robert Burton, con L’anatomia della malinconia, ha assunto il compito di studiare la malinconia allo scopo di indicare le possibili cure, e lo ha fatto seguendo uno schema preciso, che trova la sua origine nei principi medici enunciati nell’antichità da Ippocrate e da Galeno:

  1. Analisi sistematica delle cause e dei sintomi.
  2. Esposizione della diagnosi.
  3. Somministrazione della cura.

Il lettore però non deve aspettarsi, nel leggere l’opera di Burton, una trattazione che sia unica e uniforme, piuttosto egli troverà una scrittura ben rappresentativa della natura varia delle manifestazioni dello stato malinconico. Deve quindi il lettore, come scrive lo stesso autore nelle conclusioni dell’opera, attendersi di ridere e di piangere e deve essere, al contempo, sarcastico e comprensivo.

Robert Burton presenta se stesso come una persona malinconica e con questo attiva due distinti processi: da una parte, procede a una identificazione con il lettore malinconico e, dall’altra, assume la possibilità di parlare come auctoritas, ponendosi alla pari con le autorità passate e presenti con le quali puntella ogni pagina della sua opera.

Così come duplice è anche lo scopo ch’egli vuol raggiungere: curare gli altri e curare se stesso, usando la scrittura per sé a scopo terapeutico e destinando agli altri la lettura.

D’altronde duplice è, per Burton, anche la natura stessa della malinconia, poiché essa può essere un sentire di dolce struggimento, ma può anche essere il genio malvagio, che porta sofferenza e tormento spirituale.

La malinconia, che Burton assimila a una delle infinite forme della pazzia, è qualcosa di più di un semplice stato di alterazione mentale e/o fisica.

Secondo le teorie mediche dell’antichità, ancora seguite quando Burton scrisse L’anatomia della malinconia, la salute di corpo e mente era il risultato dell’equilibrio tra i quattro umori che costituiscono l’essere umano: sangue, flegma, bile gialla e bile nera.

Nel momento in cui questo precario equilibrio si spezza, ecco insorgere la malattia, la quale dunque può essere indicata come uno squilibrio tra gli umori, nel segno dell’eccesso o del difetto.

La salute poteva essere riacquistata solo ricomponendo questo equilibrio. Tuttavia Burton vede la malinconia talmente diffusa in tutti da farsi cifra del mondo, causa e motore primi dell’agire umano, degli umani comportamenti al punto che essi sono sorretti non dalla sapienza o dalla ragione bensì dall’irragionevolezza e dall’irrazionalità; dalla vanità che nega la visione di ciò che è vero e reale; dalla mancanza di una virtù che dia alle cose il loro giusto peso e valore; da uno squilibrio che è alterazione, cecità, deformazione, mutilazione.

Ed è proprio la consapevolezza di questo tormento universale che spinge Burton a scrivere L’anatomia della malinconia.

L’autore vuole condurre i suoi lettori nei gironi infernali della malinconia, per indicare loro una via d’uscita dal labirinto di male che la malinconia è, perché la malinconia assume mille forme diverse, tante quante sono le persone. E così li trascina, i lettori, in un flusso ininterrotto di parole citazioni immagini storie personaggi esempi… al punto che per Manini si potrebbe porre a epigrafe dell’opera una delle tante citazioni che lo stesso Burton riporta: melancholica deliria multiformia. Sono parole che hanno in sé il tema del libro, il disordine della mente che delira e la molteplicità.

Ciò che Burton mette in scena nella sua opera è l’uomo dinanzi al mistero delle cose; è l’anelito di conoscenza; l’ansia di investigare. E, nella commedia/tragedia che è la vita umana, egli raffigura, insieme, la possibilità di conoscere e l’impossibilità di farlo fino in fondo, la vastità e il limite, la chiarezza e l’opacità.

Nel momento in cui Burton avoca a sé una conoscenza precisa di ogni singolo aspetto del cosmo, si appella a una serie infinita di auctoritates le quali, a ben vedere, si contraddicono a vicenda. Così egli prima le mette in discussione, poi addirittura le nega.

Per Manini sembra quasi che Burton lanci delle vere e proprie sfide ai lettori, alla loro intelligenza, alla capacità di discernimento, spronandoli così al confronto, come lui stesso fa, e alla riflessione.

Il suo è il metodo di chi non smette mai di porsi domande, che lascia sempre degli spazi aperti alla ricerca nuova. Un invito forse che egli fa al lettore, a non lasciarsi mai pienamente soddisfare da una teoria o da un’altra, a essere sempre aperti a nuove interpretazioni, nuove proposte.

Ma come si riesce a tornare all’armonia? Come si vince lo stato universale della malinconia?

Due sono i rimedi principe che Burton suggerisce a conclusione della propria opera:

  1. Evitare l’ozio. Tenersi sempre fisicamente e mentalmente impegnati.
  2. Pregare.

Somma cura è, per la malinconia, raggiungere il summum bonum che, secondo Epicuro e Seneca, è la tranquillità della mente e dell’animo. Per sconfiggere questo male, o malessere che sia, la disperazione deve essere volta in speranza di rigenerazione.

In diversi punti del testo ma, in particolare nelle conclusioni, Robert Burton si rivolge direttamente al lettore, lo coinvolge in qualità di agente attivo della propria guarigione dalla malinconia, gli ricorda il legame indissolubile tra mente e corpo.

Ma ciò che colpisce delle parole dell’autore è l’umiltà che egli prova dinanzi al lettore, il timore e, al contempo, la consapevolezza di essersi messo allo scoperto scrivendo il libro e, di conseguenza, esposto alla critica. Teme che alcuni passaggi del testo possano essere poco apprezzati, perché troppo satirici e pieni di amarezza, oppure perché troppo comici o scritti con troppa leggerezza.

Si mostra consapevole di eventuali errori e sviste e non esita a imputarle alla mancanza di revisione. Avrebbe dovuto leggere, rileggere, correggere ed emendare ma non lo ha fatto: non ne ho avuto l’agio o il tempo, non avevo né amanuenses né assistenti.

L’anatomia della malinconia è un’opera monumentale, e non solo per la sua grandezza fisica – essendo composta infatti da oltre tremila pagine. È un viaggio nella cultura seicentesca. È un’opera che potrebbe continuare all’infinito, è un trattato medico ma anche un manuale di anatomia e fisiologia, un trattato filosofico ma anche una sorta di antologia della poesia europea, un atlante geografico e un testo di storia antica e moderna, un trattato di astrologia e astronomia ma anche un libello satirico.

Un libro che si può leggere come un viaggio verso un rinnovato ordine, verso una luce nuova; come una lotta per riconquistare ciò che si è perduto, riformando e rifondando il mondo. E se diamo per certo l’assunto di Burton secondo cui il mondo intero è malinconico (se non addirittura pazzo), allora, sottolinea Manini, tutte le persone potranno trovare qualcosa che, ne L’anatomia della malinconia, possa parlare a loro, essere loro di aiuto e di conforto.

Burton stesso scrive che trova conforto nel pensare le critiche varie come i palati: tanti saranno quelli che lo criticheranno almeno quanti quelli che lo apprezzeranno. Nella sua opera sarà talmente vasta e varia la mole di informazioni che il lettore, anche contemporaneo, troverà che questo equilibrio sarà per certo mantenuto.


Bibliografia di riferimento

Robert Burton, L’anatonia della malinconia, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Firenze/Milano, prima edizione settembre 2020.

Titolo originale: The anatomy of melancholy – volumi I, II, III, originally published by Oxford University press, 1989, 1990, 1994.

Traduzione e note Luca Manini.

Introduzioni di Luca Manini, Amneris Roselli, Yves Hersant.

Traduzione delle citazioni latine e revisione generale di Amneris Roselli.

Testo in inglese a cura di Thomas C. Faulkner, Nicolas K. Kiessling, Rhonda L. Blair.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

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“Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” di Franco Garelli (ilMulino, 2020)  

“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Teoria e pratica del lavoro sociale: “Intercultura e social work”

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Arthur Schopenhauer affermava che ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo, è ciò induce a considerare il proprio mondo e la propria cultura come gli unici possibili e plausibili. A pensare il proprio gruppo di appartenenza come il centro di ogni cosa. A valutare e classificare gli altri in rapporto a esso.

Atteggiamento che Claude Lévi-Strauss e Bronislaw Malinowski definirono, intorno alla metà del secolo scorso, etnocentrismo, ovvero porre la propria cultura al centro dell’universo. Un pensiero che Elena Cabiati ritiene essereimponente e che, nella sua apparente banalità e immediatezza, può pervadere anche le pratiche di social work diventando l’espressione invisibile e gentile, più tollerabile e meno feroce, del razzismo.

Cabiati sottolinea come sia fondamentale, per un assistente sociale o un educatore, accogliere l’idea che, nei colloqui, andranno a interagire non solo con l’uomo, la donna o la famiglia che avranno di fronte ma anche con i loro rispettivi mondi micro-culturali composti da più voci interiori. Per cui, diventa difficile, seppur non impossibile, pensare a un assistente sociale o a un educatore convinto della supremazia della propria cultura. Peggio ancora immaginarlo intento a persuadere una famiglia ad adottare abitudini, stili di vita, norme sociali o credenze proprie della cultura di maggioranza poiché apertamente convinto che sia la migliore.

L’immagine di un operatore sociale etnocentrico è quella di un professionista culturalmente monolitico, con entrambi i piedi saldamente piantati nei propri valori, con radici immobilizzate nelle proprie concezioni e nelle esperienze che compongono la sua cultura. Per l’autrice, le radici non sono negative in quanto tali, bisogna però riuscire a muoversi.Quella mobilità necessaria per incontrare, accogliere e comprendere la differenza, per potersi decentrare, secondo il metodo degli shock culturali di Cohen – Emerique. La mobilità dalla propria visione del mondo non è la rinuncia o l’abbandono di questa. Per un operatore sociale è importante essere mobile per poter guardare aldilà dei propri confini senza doverli perdere.

Il social work implica una relazione etica con l’Alterità e una capacità di riconoscere e rispettare le componenti di differenza, non necessariamente derivanti dall’incontro con persone immigrate provenienti da Paesi lontani. Si pensi all’incontro tra un assistente sociale e una persona senza fissa dimora, analfabeta, tossicodipendente, affetta da malattia cronica, disabile, in stato di detenzione… Gli operatori sociali possono percepirsi distanti, con uno stile di vita, una cultura e dei valori diversi anche verso coloro che hanno un buon livello socio-economico, una prestigiosa occupazione o un alto grado di istruzione, e che tuttavia, per qualche motivo, sono diventati loro utenti.

Ricorda Cabiati che il social work, sia nella declinazione professionale che in quella accademica, è sempre una disciplina di frontiera dinamicamente protesa verso altri mondi. Una relazione tra self and other che nel pensiero filosofico di Lévinas è sempre inevitabilmente distante per via del fatto che l’Altro è quello che io non sono.

Nell’incontro con persone afferenti a minoranze etniche vi possono essere complicazioni extra derivanti dal dover fare i conti con l’idea che forse non possiamo sopportare troppa diversità.

Diversi studiosi hanno affermato che le relazioni di aiuto con persone e famiglie di minoranza etnica possono divenire per i professionisti fonte di disagio, se non di veri e propri shock culturali o intercultural misunderstandings, ossia incomprensioni interculturali. Elena Cabiati afferma di essere concorde con Badwall nel pensare che, mentre li vivono, gli operatori sociali non riescono a essere empatici, centrati sull’utenza e riflessivi. Eppure è necessario pensare ai social work come professionisti, ma anche volontari, che non incontrano cittadini che hanno un’origine diversa di per sé, piuttosto persone, gruppi e comunità di minoranza etnica che vivono particolari stati di sofferenza e disagio.

Se social worker e utenti, imprigionati nei loro ruoli distinti, sostituiscono al riconoscimento una Mutual tollerance, ossia semplicemente si tollerano reciprocamente, può rivelarsi insufficiente per una relazione di comprensione e aiuto, pur essendo talvolta un primo importante passo. Mary Richmond sosteneva la necessità di portare nel cuore l’intima convinzione del valore infinito rappresentato dalla nostra caratteristica comune, quella di essere uomini.

L’idea che un operatore sociale ha del proprio interlocutore condiziona profondamente il modo in cui si relaziona a lui, sia per rispondere alla richiesta di aiuto, che per esprimere la propria capacità aiutante. Nessun assistente sociale riuscirà a essere di aiuto a una persona in difficoltà se i principi di rispetto, valore e dignità, enunciati a livello astratto, non trovano una congruente espressione nella pratica reale. Per Elena Cabiati non può esserci aiuto efficace finché non ci riconosce diversi ma di egual valore.

Ciò, naturalmente, vale anche al contrario. Non è solo colui che chiede aiuto ad aver bisogno di essere riconosciuto come persona nella sua differenza, unicità e valore. Anche un professionista o un volontario ha bisogno di riconoscimento per poter al meglio esprimere la propria attitudine all’aiuto. Uno dei due è coinvolto nella vita dell’altro per aiutarlo. Entrambi per aiutarsi reciprocamente, secondo il metodo Relazionale del lavoro sociale.

In ottica interculturale, lo stile relazionale non opprime il sentimento di sapere dei diretti interessati e non pone la competenza metodologica dei professionisti in balìa delle differenze interculturali. Esso si basa, come ricorda Elena Cabiati, sull’assunto che bisogna comprendere gli utenti di culture diverse prima che le diverse culture degli utenti. Distinzione sottile dal punto di vista linguistico ma sostanziale da quello metodologico.

Piuttosto che concentrarsi sulla conoscenza delle differenze astratte e provare a raggiungere l’elusivo, come teorizzato da Saunders, gli assistenti sociali devono concentrarsi sull’ascolto critico attivo e attentivo delle persone per farsi aiutare da quest’ultime nel comprendere quali aspetti delle loro vite sociali e culturali sono importanti per loro, come hanno evidenziato anche gli studi di Hollinsworth.

I social worker non devono guardare al mappamondo e pensare alle attribuzioni schematiche compatibili con la categoria di riferimento per individuare i tratti culturali delle persone. Devono invece fare affidamento sulla possibilità di chiedere aiuto al proprio assistito, mettendo in pratica il concetto di reciprocità nel lavoro sociale, come individuato da Folgheraiter.

Ritiene egli che nessun antropologo può essere così avvantaggiato nel conoscere un’altra cultura quanto un operatore sociale o terapeuta che accosti una vita sradicata e scossa. La stessa Cabiati riprende le teorizzazioni di Benhabib per delineare una efficace linea di azione. Per comprendere qual è la cultura della persona che deve aiutare, un operatore sociale deve iniziare dal presente. È importante riservare un alto grado di attenzione a ciò che le persone direttamente esprimono, nell’idea che è possibile venire a conoscenza dell’identità culturale altrui attraverso le narrazioni con cui questi identifica se stesso.

Non si tratta di ignorare la provenienza e la storia pregresse delle persone, mette in guardia l’autrice, bensì di non ancorarle staticamente a esse.

Senza dubbio la dimensione culturale può influenzare le scelte delle persone che incontra, talvolta anche inconsapevolmente, ma non è possibile pensare di immobilizzare la loro capacità d’azione entro uno scenario prospettico che è predeterminato nell’appartenenza a un’area geografica del mondo.

Sul concetto di cultura Elena Cabiati sottolinea l’importanza di cinque idee base che aiutano nella comprensione:

  • La geografia non determina la cultura.
  • La costituzione biologica non forma la cultura.
  • Ogni cultura è multiculturale.
  • Le culture si evolvono.
  • Tutti gli esseri umani sono inclini a difendere la propria cultura.

La cultura presenta infatti una dimensione intersoggettiva, ossia riguarda più soggetti e le relazioni tra essi. Per ciascuna delle parti, la cultura espressa è frutto delle esperienze e delle relazioni con i rispettivi altri significativi; persone che, a vario titolo, hanno contribuito e contribuiscono alla definizione delle scelte e alla costruzione delle attribuzioni di significato. L’autrice evidenzia in diversi punti del testo la necessità, in relazione alle finalità di aiuto degli interventi di un operatore sociale, di considerare la cultura nella sua componente intersoggettiva.

Come sottolinea Fabio Folgheraiter nella prefazione al testo, il lavoro sociale possiede in essenza una profonda matrice interculturale. Non si potrebbe immaginare tale pratica professionale al di fuori di una logica interculturale. Dover costruire ponti di umanità (connessioni emozionali forti) a fronte di estraneazioni psichiche di tali dimensioni, richiede agli operatori sociali non solo il loro tradizionale inossidabile spirito di abnegazione, ma anche un bagaglio davvero profondo di conoscenza scientifica.

E l’opera di Elena Cabiati risponde proprio a questa esigenza in area italiana, essendo il primo manuale sistematico che indaga il complesso rapporto tra antropologia delle culture umane e pratiche del social work. Nonostante il ragionamento e la letteratura sul lavoro sociale siano tutt’ora scarni, sia dal punto di vista della ricerca, sia per ciò che concerne la pratica operativa e la formazione degli operatori sociali, le organizzazioni di welfare devono rispondere ai rapidi cambiamenti demografici della popolazione che accede ai Servizi, e devono farlo, spesso, senza una preparazione adeguata né particolari aiuti strutturali.

Bibliografia di riferimento

Elena Cabiati, Intercultura e social work. Teoria e metodo per le relazioni di aiuto, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2020.

Prefazione di Fabio Folgheraiter.

L’autrice

Elena Cabiati è assistente sociale, ricercatrice del centro di ricerca Relational Social Work, docente di social work interculturale e di metodologia del servizio civile presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale

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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo”. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018) 

Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità. “Classificare, separare, escludere” di Marco Aime (Einaudi, 2020) 

Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze. Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019) 


 

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“Tattilismo e lo splendore geometrico e meccanico” di Filippo Tommaso Marinetti (FVE, 2020)

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Quando Filippo Tommaso Marinetti presenta ufficialmente al pubblico del Théâtre de l’Oeuvre di Parigi il manifesto del Tattilismo è il 14 gennaio del 1921. Esattamente cento anni fa. In un’Italia che potrebbe apparire molto diversa da quella attuale quando in realtà non lo è poi così fino in fondo.

Allora come oggi la gente è spaventata, disorientata.

La Grande Guerra ha causato innumerevoli vittime, stremato i sopravvissuti, generato incertezze e dubbi eppure Marinetti invita il suo pubblico a non soccombere, ma lentamente riprendere a sentire e a rieducare il corpo all’esperienza della novità. Ricorda ai suoi auditori la necessità che ha portato al dover indossare delle maschere, a nascondersi, a proteggersi, a imparare ad evitare il nemico.

Per Marinetti è giunto il momento di rinnovare anche il Futurismo, che vuole allontanare dalle sue parole in libertà, dai versi scoppiettanti, dalle onomatopee… e avvicinarlo invece al senso-significato che risiede tutto nel toccare, ora, nel percepire attraverso la pelle che è stata offesa, negata, nascosta. Ecco allora che mostra la sua novità futurista: le tavole tattili, ovvero il Tattilismo, o Arte del Tatto. Perché, afferma Marinetti, la pelle è conduttrice di pensiero.

Sarà solo indossando più a lungo possibile dei guanti che si riuscirà a stimolare e ridestare il naturale desiderio di percepire attraverso i polpastrelli delle dita. Fare esperienza nel buio della propria stanza, allenandosi a distinguere gli oggetti, la loro forma e consistenza come egli stesso imparò nel sotterraneo buio di una trincea di Gorizia nel 1917.

Le tavole tattili di Marinetti insegnano a conoscere il mondo attraverso la pelle, e a familiarizzare con noi stessi e le nostre reazioni. Non sono un’opera d’arte né una sua scoperta innovativa, come ammette egli stesso, il quale afferma di essersi ispirato alle forme geniali della Jongleuse e degli Hors-Nature di Rachilde.

L‘originalità dell’artista si manifesta con maggiore forza nei viaggi di mani: tavole astratte o suggestive, ideali per chi non può viaggiare, che rendono possibile vagare invece con le mani lungo percorsi e tracce differenti.

La casa editrice FVE di Milano propone, a un secolo esatto dalla nascita del Tattilismo, un libro che ne racchiude il contenuto e il senso profondo e lo propone al pubblico in un periodo in cui davvero può essere di aiuto per permettere le comunicazioni spirituali fra gli esseri umani attraverso l’epidermide.

Bibliografia di riferimento

Filippo Tommaso Marinetti, Tattilismo e lo splendore geometrico e meccanico, FVE, Milano, 2020.

Testo della conferenza al Théâtre de l’Oeuvre di Parigi del 14 gennaio 1921.

Prefazione di Valentina Ferri.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Agenzia di Stampa AMR per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


 

© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Daphne Caruana Galizia. Un omicidio di stato”

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«Quando le persone vi rimproverano o vi criticano accusandovi di essere “negativi”, di non seguire la corrente o di non adottare un atteggiamento di benevola tolleranza verso i loro eccessi, ricordatevi sempre che sono loro, e non voi, a essere nel torto.»

(Daphne Caruana Galizia)

L’assassinio di Daphne Caruana Galizia non dovrebbe interessare e preoccupare solo i cittadini maltesi, bensì quelli di ogni stato democratico che si ritenga o ambisca a essere considerato tale. Perché testimonia un grande problema: l’erosione della democrazia e dello stato di diritto provocata dal denaro sporco.

Leggendo il libro scritto da Bonini, Delia e Sweeney, capitolo dopo capitolo, il lettore realizza che le denunce e le inchieste portate avanti dalla blogger maltese non riguardavano solo l’isola dove abitava e i suoi abitanti. Malta non è che un piccolo puntino rosso disegnato su una rete molto più ampia e capillare, dove i punti di snodo sono numerosi e anche parecchio più grandi.

Forse, è anche per questo che Daphne Caruana Galizia è stata uccisa. Perché, scavando quella punta di marcio che aveva scoperto, è finita in qualcosa di davvero troppo grande.

Un sistema di corruzione ad alti, altissimi livelli, che tira in ballo democrazie e dittature sparse in ogni parte del globo e di cui, è evidente, nessuno deve parlare.

Raccontando le inchieste di Caruana Galizia, gli autori nel libro hanno scritto di criminalità organizzata italiana, stato russo, oligarchi azeri, elusori di sanzioni iraniani, contrabbandieri di petrolio, gestori di casinò, politici corrotti, poliziotti marci e giudici abietti. Hanno raccontato di politici astuti e PR untuosi, avvocati deboli e poliziotti corrotti, banchieri equivoci e scaltri agenti immobiliari che in tutta Europa e nel mondo occidentale fanno finta di non vedere quando il denaro sporco gli passa sotto il naso. Per gli autori anche gli stessi cittadini maltesi hanno una parte di responsabilità per l’assassinio di Daphne. Troppo a lungo hanno distolto lo sguardo di fronte alla corruzione.

È questa una responsabilità ampiamente diffusa e riguarda tutti i cittadini, qualunque sia il loro stato di appartenenza, che fingono di non sapere, di non vedere e di non capire.

Quando la legge e il male sono una cosa sola, la ricerca della verità è un valzer lento con la follia, ha scritto Philip Kerr a margine del romanzo La notte di Praga (Piemme, 2013). Daphne Caruana Galizia non è impazzita però, nonostante tutto. È stata assassinata. Da criminali. Certo. Con ogni probabilità chi ha digitato l’sms che ha innescato la bomba sotto il sedile della sua auto è un criminale di strada qualunque. Ma la decisione di compiere quel gesto non è certo sua. I criminali quando scelgono questa vita in un certo qual modo le inchieste giornalistiche e giudiziarie le mettono in conto, anche la prigione può non essere una grande sorpresa per loro. Mentre le persone sui cui loschi affari indagano giornalisti come Caruana Galizia, forze dell’ordine e magistratura, sono convinti di restare impuniti per sempre. E, affinché ciò avvenga, sono disposti a tutto. Ma proprio a tutto.

Sono delle menti raffinatissime, come amaramente le definiva il giudice Giovanni Falcone. Anche lui assassinato. Anche lui da una bomba.

Affrontano gli autori anche un altro problema, quello della disinformazione, o meglio della distorsione dell’informazione a fini politici e propagandistici. Tanti maltesi criticavano Daphne Caruana Galizia nella sua persona e nel suo lavoro. Ognuno naturalmente è libero di avere e sviluppare idee proprie ci mancherebbe, purché lo faccia con cognizione di causa. Nel testo si sottolinea come in realtà migliaia di sostenitori del Partito laburista maltese, dei cui vertici in più occasioni si era occupata la blogger, non sapevano l’inglese e conoscevano Caruana Galizia attraverso la traduzione e la mediazione operate dal partito. Non leggevano quindi i suoi scritti ma la versione, magari riscritta e opportunamente riveduta, proposta loro.

Il motivo per cui Carlo Bonini, Manuel Delia e John Sweeney hanno deciso di scrivere Daphne Caruana galizia. Un omicidio di stato è perché ritengono lo stato maltese molto restio a sollevare i sassi per paura di ciò che potrebbe trovare sotto.

Gli autori si sono dichiarati sbigottiti di fronte alla profondità della corruzione che Daphne Caruana Galizia è riuscita a far emergere. È lo stesso stupore che prova il lettore leggendo le pagine del libro. Appare quasi impensabile l’alto livello di corruzione nascosto dietro un apparente innocuo gesto, viaggio, comportamento, lavoro e su cui invece il fiuto della blogger non sbagliava.

«Due terzi dei giornalisti assassinati dal 1992 a oggi si occupava di politica e corruzione. L’omicidio dei giornalisti è una spia del fallimento delle istituzioni e di altissimi livelli di corruzione.»

Hanno scritto i figli di Caruana Galizia nel rapporto annuale del Gruppo di stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa.

Abbiamo rigirato qualche sasso e visto creature dimenarsi per sfuggire alla luce, ma abbiamo scelto di non dire tutto ciò che sappiamo per ragioni che, per il momento, non possiamo spiegare, hanno scritto gli autori a margine del testo.

Già, adesso non è il momento di spiegare, ora è tempo per giornalisti e investigatori di andare avanti con il loro lavoro e per i cittadini, non solo maltesi, di riflettere. Di pensare.

Bibliografia di riferimento

Carlo Bonini, Manuel Delia, John Sweeney, Daphne Caruana Galizia. Un omicidio di stato, Mondadori, Milano, 2020.

Traduzione di Paola Marangon.


Articolo disponibile anche qui


Disclosure: Per la seconda immagine, non per la copertina, credits www.pixabay.com


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“La terra del sogno” di Mariana Campoamor (Mondadori, 2020)

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«Ai viaggiatori di ogni tempo e luogo, e alle terre in cui sperano di seminare un sogno»

La dedica iniziale del libro di Mariana Campoamor racchiude in poche parole un significante straordinario.

La terra del sogno è un romanzo d’esordio, una sintesi tra racconti di vita vissuta e immaginazione. Un romanzo che racconta una storia con un fitto intreccio ma basato, soprattutto, sui sentimenti di chi parte inseguendo un sogno, lavora per realizzare un progetto, vive per dare un senso ai propri pensieri.

Nel 1886 Aldo Masi lascia Milano e l’Italia e, a bordo di un piroscafo, raggiunge le Americhe. Uomo ambizioso, riesce a realizzarsi grazie alla piantagione di indigofera nella terra arsa dal sole del Michoacán eppure continua a coltivare un grande sogno, un desiderio ereditato dal padre, un’idea talmente folle da diventare possibile: coltivare riso in Messico.

Il Messico è la terra che ha accolto Aldo Masi e la sua famiglia, che ha visto nascere e crescere i suoi figli e i suoi desideri. L’Italia è la terra che gli ha dato i natali, è il luogo cui si sente più legato e verso cui ritorna ogni suo pensiero.

Nella storia raccontata da Mariana Campoamor si ritrovano il passato e il presente di quest’uomo, le tradizioni dell’uno e dell’altro paese, e il tutto sembra fondersi al punto da non riuscire quasi a definire le differenze. Come se l’unione delle due culture ne abbia generato una terza, ibrida, che serba e racconta parti di entrambe.

La terra del sogno è un romanzo la cui storia presenta diversi “lati oscuri”, segreti e misteri che rendono a tratti la narrazione vicina a quella di un libro giallo o noir senza mai diventarlo davvero. Rimane, il testo di Campoamor, all’interno dei parametri utili a definirlo “romanzo”, un romanzo moderno che racconta la saga di una famiglia di immigrati italiani in Messico e lo fa con uno stile narrativo vicino a tanta letteratura, soprattutto americana, che ha narrato la vita, la cultura all’interno di queste immense piantagioni, sterminati campi di piante, alberi, vita e vite… in un intreccio di esistenze ed esperienze che sembrano appartenere a una società che non esiste più ormai e che, invece, ha solo trovato differenti protagonisti e luoghi, o terre su cui mettere radici.

Alcune parti del libro sono richiami palesi ai racconti che l’autrice ha ascoltato da sua nonna. Racconti dei suoi antenati al tempo in cui lavoravano nelle piantagioni di proprietà di immigrati italiani. Storie di padroni/proprietari/immigrati e di braccianti/lavoratori/autoctoni. Storie su cui l’autrice ha intessuto la sua, di narrazione, modellata anche dalla volontà di raccontare il riscatto, etnico e di genere.

Un romanzo, La terra del sogno, che lancia innumerevoli spunti di riflessione per il lettore a partire da una storia ben strutturata e ben scritta nella quale l’autrice ha saputo fondere alla perfezione emozione e razionalità.

Bibliografia di riferimento

Mariana Campoamor, La terra del sogno, Mondadori, Milano, 2020. Traduzione di Fiammetta Biancatelli


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per l’immagine del lago Zirahuen a Michoacán credits www.pixabay.com


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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