Costruire una solida memoria storica dei mali causati dall’odio umano per non dimenticare neanche “Le verità balcaniche” (Andrea Foffano, Kimerik 2018)

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Una sanguinosa guerra civile, combattuta ancora una volta in nome della razza e della religione, ha originato l’ennesimo massacro. Una spaventosa pulizia etnica consumatasi nei primi anni Novanta a pochi chilometri dal nostro Paese e di cui ancora troppo poco si conosce. Della verità, di quanto realmente accaduto in quei luoghi martoriati dalle armi certo, ma soprattutto dall’odio umano.

C’è la concreta necessità di scoprire, di capire e di ricordare quanto accaduto, perché «la memoria di cosa l’odio umano abbia portato a fare non vada perduta» ma insegni a noi e alle generazioni future che «la guerra porta solo alla morte, la violenza porta solo ad altra violenza». Non esistono mai davvero “buoni motivi” per dichiarare o combattere una guerra, solo giustificazioni ad atteggiamenti violenti, aggressivi e criminali.

Un libro, Le verità balcaniche di Andrea Foffano, che si presenta un po’ ostico nella parte iniziale e molto più agevole in quella finale. Ciò non è dovuto di certo a un errore bensì al tema stesso della narrazione. All’introduzione storica, lunga e dettagliata, assolutamente necessaria per rendere al meglio l’idea di quanto in realtà complessa era ed è tuttora la situazione geopolitica, sociale, civile e religiosa nei territori una volta noti come Jugoslavia.

Luoghi che divennero il macabro scenario della sanguinosa e sanguinaria guerra civile che si sviluppò nei Balcani agli inizi degli anni Novanta. Una lotta intestina pregna di «terribili massacri, spaventosi omicidi di massa e spettrali leader politico-militari», i quali si susseguirono via via «sul palco di questa atroce tragedia». Ma coloro che compirono le peggiori malefatte «furono il medico, l’imprenditore o il maestro di musica». Persone comuni che, allo scoppio del conflitto, «dopo aver indossato una divisa paramilitare, si auto-proclamarono giudici e carnefici».

Accanto alle formazioni militari ufficiali operarono molte altre milizie ufficiose, «veri e propri gruppi paramilitari organizzati che, spesso e volentieri, si resero responsabili dei peggiori e più abbietti massacri in danno della popolazione civile bosniaca». Erano truppe fedeli al regime, votate alla causa nazionalista e preparate militarmente ma non erano parte integrante dell’esercito regolare. Ciò significa che l’amministrazione politica o militare se da una parte «poteva impiegarle come meglio credeva, dall’altra avrebbe potuto comunque prenderne le distanze sul piano mediatico internazionale».

I sentimenti di odio etnico e religioso, sorti tra i vari gruppi sociali che popolano ancora la Bosnia, hanno origini antichissime. Problemi cui non è stato trovato rimedio neanche con la soluzione politica «cercata e ottenuta a tavolino sotto la luce dei riflettori mediatici internazionali». E così, agendo offuscati dall’odio etnico e religioso, si è scelto di impiegare «la pulizia etnica come arma di guerra». In una società, quella bosniaca, in cui i figli prendono l’etnia del padre e non della madre, «lo stupro sistemico divenne l’arma attraverso la quale i soldati potevano ottenere la completa eradicazione della popolazione avversaria».

Gli eserciti serbo-bosniaci e bosniaco-musulmano «non erano formati da persone venute da chissà quale parte del mondo». I soldati che li componevano, fino a qualche mese prima, «erano stati buoni vicini di casa». Questo particolare, tanto terribile quanto realistico, «ricorda vagamente quanto accadde, secondo circostanze e schemi assai diversi, nella Germania nazista degli anni trenta».

Aldilà delle azioni legali di contrasto al fenomeno, «quello che è sempre mancato nel corso degli anni è il sostegno alle popolazioni» ferite dalla crudeltà e dall’odio dell’uomo, «mutilate dell’intima speranza che, ciò che è successo, non possa riaccadere mai più».

Anche lo stesso scritto di Foffano si chiude con un desiderio, la speranza che un giorno «gli storici contestualizzeranno una valutazione obiettiva di tutti questi nefasti eventi». Sino a quel momento, avverte l’autore, «chiunque voglia ardire alla ricerca e all’interpretazione oggettiva dei dati storici inerenti al conflitto, non prescinda dalla volontà di scoprire cosa si nasconda dietro questa intricata tela». Un grosso ausilio gli verrà proprio dall’analisi dei ruoli celati, «svolti dai servizi segreti di molte nazioni durante tutto l’arco della guerra».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Casa Editrice Kimerik per la disponibilità e il materiale


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“L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano” di Francesco Gnerre (Rogas Edizioni, 2018)

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Francesco Gnerre è cresciuto in una piccola comunità nella quale «l’omosessualità semplicemente non esisteva», ovvero ci si riferiva a essa solo attraverso «qualche vago accenno offensivo e denigratorio».
L’offesa che vuol diventare “semplice” presa in giro nella certezza che se la comunità e la Chiesa la pensano allo stesso modo allora si è per forza dalla parte giusta. Ed è il diverso, l’altro che proprio in quanto tale “deve” aspettarsi un simile trattamento.
Il problema è che questa mentalità non riguarda solo le piccole comunità del Sud Italia e non riguarda solo l’epoca della giovinezza dell’autore.

Gnerre, giovane adolescente alle prese con i primi innamoramenti, non trovando nella sua comunità punti di riferimento, prova a cercarli nei libri. Così scavando, spulciando, leggendo trova ciò che cercava ma non la risposta a tante, troppe domande. Perché questi amori vivono clandestini? Perché sono circondati da un alone di peccaminoso?
La lotta all’omofobia è ancora agli inizi ma l’autore ha sempre trovato conforto nel leggere «certi libri», un aiuto per difendersi «dalle offese della vita».

Nel nostro Paese il lungo e difficile cammino verso «la legittimazione di comportamenti di tipo omosessuale» è stato molto più lento che altrove e «non può dirsi ancora del tutto compiuto». La posizione rigida della Chiesa cattolica certamente ha contribuito e, per certi versi, complicato il tutto. L’atteggiamento del fascismo che ha sempre «propagandato una virilità eterosessuale» è noto a tutti e l’inclinazione al confino è proseguita anche oltre il regime. Ma la loro parte l’hanno fatta anche i comunisti, almeno fino agli anni Settanta, i quali hanno considerato l’omosessualità una «degenerazione borghese». E ancora oggi di certo non basta l’approvazione di una legge che legittima le unioni civili tra persone dello stesso sesso «per rimuovere gli strati di menzogna e le zone di silenzio che hanno accompagnato per secoli ogni comportamento legato all’omosessualità».

Anche la letteratura raramente ha osato rappresentare amori omosessuali, e quando qualche scrittore lo ha fatto «ha dovuto farei i conti con enormi e spesso insormontabili problemi di censura o di autocensura», o con un indifferente silenzio, caratteristica anche della critica letteraria, «spesso più oltraggioso della stessa condanna».

Un libro, L’eroe negato di Francesco Gnerre, una sorta di canovaccio che l’autore modifica e accresce di pari passo alle esperienze di vita e alle letture e ricerche effettuate, che mai si sono arrestate da quando era ancora solo un ragazzo. Pubblicato prima nel 1981, poi nel 2000 con Baldini Castoldi e nel 2018 con Rogas Edizioni, il suo testo non vuole assolutamente essere o diventare un catalogo degli autori omosessuali del Novecento italiano, piuttosto una sorta di enciclopedia, di approfondimento sul tema dell’omosessualità nella letteratura del ‘900, studiata attraverso gli autori e le loro opere. Che può rappresentare anche una base di partenza e di conoscenza per meglio apprendere l’evoluzione e le caratteristiche della produzione letteraria del nuovo Millennio che affronta il medesimo tema.

Se, infatti, dal punto di vista sociale e civico l’Italia è sempre stata e lo è tuttora indietro rispetto ad altre nazioni, a livello di rappresentazione letteraria «c’è stata una vera e propria rottura col passato, il clima è totalmente mutato».
La letteratura che ha testimoniato e accompagnato la trasformazione sociale e culturale dell’ultimo secolo, «dalla paura dell’omosessualità a una sua sostanziale accettazione», pone oggi nuove domande. Continuando a mettere in discussione norme e valori codificati e a «sperimentare, attraverso la scrittura, nuovi modi di vivere i rapporti umani».


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L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)

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Apprendendo grossolanamente la teoria di Brennan sull’epistocrazia e la sua classificazione dei cittadini-elettori è facile incappare in un sentimento/risentimento molto ostile. In effetti è proprio quello che è successo, negli Stati Uniti prima e anche in Italia poi. Il che, per inciso, non fa che confermare la teoria stessa di Brennan.
È innegabile infatti che in Usa, come in Italia, la categoria più ampia di cittadini è composta dai così definiti hooligan. Basta leggere i giornali, i blog degli opinionisti, i post e i commenti sui vari social, ascoltare i discorsi della gente per strada, nei bar… per trovarne conferma.
Parimenti innegabile è il fatto che alla categoria dei vulcaniani, in Usa come in Italia, appartengono solo una sparuta quantità di cittadini. Il che non significa che questi siano ricchi, benestanti, bianchi… neanche Jason Brennan lo pensa.

Esce in prima edizione a febbraio 2018 per Luiss University Press Contro la democrazia di Jason Brennan, con la prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele de Mucci, nella versione tradotta da Rosamaria Bitetti e Federico Morganti del libro originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2016 con il titolo Against Democracy da Princeton University Press.

Brennan suddivide i cittadini in tre categorie: gli hobbit, che hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza politica; gli hooligan, portati a sapere più degli hobbit ma fortemente distorti nella valutazione delle informazioni, con una spiccata tendenza a respingere tutte le tesi opposte alle proprie; i vulcaniani che combinano una vasta conoscenza e una buona raffinatezza analitica con un’ampia apertura mentale.
Invece di agire come «cercatori di verità», gli elettori si comportano come «fan politici», facendo il tifo per una o per l’opposta squadra al pari dei tifosi sportivi. «L’ignoranza e la polarizzazione degli elettori li lasciano in balìa di politici senza scrupoli, ideologi e gruppi di interesse».

Un analfabetismo politico e istituzionale che si trascina fin dalla gioventù. Basta ascoltare i giovani alle prese con le loro prime visite ai seggi elettorali o anche solo nelle discussioni politiche che diventano, inevitabilmente, meri attacchi e contrattacchi partitici. Come gli adulti del resto.
La scelta di chi deve rappresentare i cittadini in Parlamento e in tutti gli altri organi ed enti rappresentativi non può e non dovrebbe mai essere motivata dalle sole ideologie o, peggio, sul pregiudizio di chi ne professa di diverse. Le scelte dei rappresentanti eletti si riflettono poi, inevitabilmente, su tutta la cittadinanza e sarebbe quindi opportuno iniziare a selezionare i governanti sulla base di progetti concreti per la collettività.

«Se ci rifiutiamo di tollerare una pratica medica o il lavoro dell’idraulico privi di conoscenza e competenza, dovremmo trattare con lo stesso metro il votare inconsapevolmente». Brennan sottolinea come il voto non sia semplicemente una scelta individuale ma «l’esercizio di un potere sugli altri» che dovrebbe essere sempre utilizzato in modo responsabile non fosse altro appunto perché le scelte politiche ricadono su tutti i cittadini indistintamente.
Coloro che si astengono «sono mediamente hobbit», mentre gli elettori «sono, in media, hooligan». «Il problema è che molte teorie filosofiche sulla democrazia presumono che i cittadini si comportino come vulcaniani».

Negli Stati Uniti gli immigrati regolari che non superano un test di educazione civica non hanno il permesso di andare a votare. Il medesimo test che, per Jason Brennan, «la maggior parte della popolazione di origine americana fallirebbe». Ci sono buone possibilità che accadrebbe anche in Italia. L’elettore medio, «è male informato o ignorante su informazioni politiche di base», e sa ancora meno su argomenti che richiedono «nozioni di scienze sociali più avanzate».

Lo scopo di Jason Brennan nello scrivere un libro sull’epistocrazia non sembra quello di avallare questo tipo di governo, piuttosto quello sottolineato da Raffaele de Mucci, ovvero essere «come una roccia precipitata in un immenso specchio d’acqua che altrimenti correrebbe il rischio di diventare una palude stagnante». L’autore si dichiara al contempo un critico e un fan della democrazia, la quale sappiamo avere «difetti sistemici», e per questo motivo bisognerebbe «essere aperti all’idea di studiare e sperimentare nuove alternative». Nuove forme di governance che, riuscendo egualmente o anche meglio a garantire le libertà economiche e soprattutto civili che promette la democrazia, offrano la possibilità di valorizzare competenze e conoscenze a discapito, finalmente, di opportunismo e corruzione.
In buona sostanza, il fulcro del ragionamento di Brennan sta nella considerazione che la democrazia altro non è che uno strumento, «se riuscissimo a trovarne uno migliore, allora dovremmo sentirci liberi di utilizzarlo».

Gli individui decidono per sé stessi sulla base dei loro incentivi e interessi individuali. «Acquisire informazione ha un costo», richiede tempo e sforzi che potrebbero essere impiegati «per promuovere altri nostri obiettivi». Gli economisti chiamano questo fenomeno «ignoranza razionale». Razionalmente infatti si preferisce dedicarsi ad altro. Le politiche che le persone difendono però sono strettamente correlate a ciò che esse sanno.
In politica, come del resto in quasi tutti gli altri contesti, «soffriamo l’in-group/out-group bias», o altrimenti detto «favoritismo di gruppo». Siamo inclini cioè a fare gruppo e a identificarci fortemente con esso. Tendiamo a sviluppare animosità verso gli altri gruppi, anche laddove non ce ne sarebbe motivo. Abbiamo il pregiudizio di assumere che il nostro gruppo sia buono e giusto e che i membri degli altri gruppi siano cattivi, stupidi e ingiusti. «La nostra dedizione al gruppo può spesso scavalcare il nostro impegno verso la verità e la morale», tendendo ad accettare le prove che supportano le nostre posizioni precedenti e a rifiutare o ignorare le prove che le smentiscono.
«Il nostro tribalismo politico si riversa sul nostro comportamento al di fuori della politica, corrompendolo».

Esemplare a tal proposito l’esperimento condotto da Shanto Iyengar e Sean Westwood riportato nel testo. È stato chiesto a mille soggetti di valutare i curricula di potenziali candidati di cui era stato evidenziato l’orientamento politico. «I risultati sono deprimenti: l’80.4% dei soggetti democratici sceglie di dare lavoro al candidato democratico, mentre il 69.2% dei soggetti repubblicani sceglie il repubblicano». I due ricercatori hanno verificato che «i meriti del candidato non hanno alcun effetto significativo sulla selezione del vincitore». Non si può che condividere l’opinione di Brennan quando afferma che «questo è un comportamento irresponsabile, corrotto».

Si tende a vedere gli avversari politici come «stupidi e malvagi» anziché, semplicemente, come «persone ragionevolmente in disaccordo». Se vogliamo che la gente guardi ai propri concittadini come amici, come persone impegnate in un’impresa cooperativa volta a ottenere benefici reciproci, e non come nemici, «dobbiamo desiderare che stia il più possibile alla larga dalla politica», o almeno dalla politica così com’è attualmente intesa.

Informazione, documentazione, ricerca. Interrogarsi sulle cose, sui fatti, sui problemi. Cercare soluzioni, alternative. È questa l’evoluzione che sembra indicare Brennan, il quale ammette che, più volte, si è trovato a ricredersi, a cambiare opinione, ad abbracciare teorie che mai avrebbe pensato di prendere in considerazione. In fondo è sempre lo spirito critico, unitamente alle conoscenze e a una sana curiosità, che hanno prodotto o condotto alle nuove scoperte in tutti i campi del sapere, preludio imprescindibile alle piccole e grandi rivoluzioni.

Emerge dalla lettura di Contro la democrazia di Jason Brennan non tanto la volontà dell’autore di condurre la ristretta cerchia dei vulcaniani al governo del Paese, quanto piuttosto quella di stimolare azioni e progetti che rendano hobbit e hooligan meno tali e quanto più vulcaniani possibile. In fondo, come sosteneva Herbert Spencer e come ricorda lo stesso Brennan: «un uomo non è meno schiavo se, ogni certo numero di anni, gli si permette di scegliersi un nuovo padrone».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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Il Buddhismo contro l’imbarbarimento del caos. “Le ragioni del Buddha” di Diego Infante (Meltemi, 2018)

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Dare un senso al proprio stare al mondo. Domande esistenziali che tutti e ognuno, magari inconsciamente e inconsapevolmente, si pongono o dovrebbero porsi. E, laddove non trovano libero sfogo o accesso, generano con ogni probabilità un processo lesivo dell’essere interiore che, inevitabilmente si ripercuote in quello esteriore, nelle relazioni e nello stare al mondo e nel mondo.
Qual è lo scopo del vivere l’esistenza terrena? Quale il senso di “vivere” gran parte di essa rinchiusi in prigioni di cemento più o meno grandi o in scatole di ferro accessoriate con ruote e ogni “confort”?

La società moderna «costituisce il brodo di coltura ideale per il sorgere di nuove domande», non più «esigenze dettate dalla sussistenza, quanto la necessità» di dare, appunto, un senso al proprio stare al mondo. Che non può e non deve ridursi al consumo di risorse e all’accumulo di beni materiali e denaro.

In un’epoca in cui l’istruzione, l’informazione, la comunicazione sembrano svolgersi sempre più caoticamente, a colpi di lanci e smentite, promesse e dinieghi, slogan e titoloni… una vorticosa giostra che pare essere stata creata apposta per nascondere il vuoto, di senso soprattutto, il libro di Infante assume quasi un valore catartico. Un invito non ad abbracciare una qualsivoglia religione o ideologia quanto, piuttosto, a praticare una accurata e profonda riflessione sul mondo come su noi stessi. Riflettere, per esempio, sul dualismo kantiano tra il mondo noumenico e quello del fenomeno. Sulla realtà come volontà e come rappresentazione, ovvero «il mondo come noi ne facciamo esperienza».

Si pensi alla realtà immaginata e costruita per i bambini occidentali, fatta di sontuose feste di compleanno, regali sotto l’albero, beni di consumo mutevole e superflui, spesso inutili eppure spacciati e sentiti come assolutamente necessari. Una rappresentazione talmente distorta di quella che è la realtà, di quello che è il mondo reale da apparire surreale se non proprio paradossale che in tanti, adulti prima ancora dei bambini, tuttora ci credano. Il mondo fuori dai format televisivi, cinematografici e pubblicitari, quello in cui vivono milioni di persone che si cerca costantemente di incantare con la ‘felicità consumistica’ del mondo occidentale, la cui economia verte interamente «sul foraggiamento dei desideri».

«Non è peregrino affermare che l’Occidente abbia costruito il proprio paradigma nella più completa ignoranza del meccanismo per cui per ogni azione si generano forze inverse e contrarie». E volendo contestualizzare il discorso nel dibattito, in questo periodo caldissimo, sui migranti, si nota che la discussione si sviluppa sul tema dell’accoglienza, nella declinazione dei favorevoli e dei contrari, della necessità o nel dovere che l’Occidente deve assumersi per dare una possibilità a tutti loro di costruirsi una nuova vita, quanto più simile possibile a quella immaginata o vissuta per se stessi. Nessuno, o quasi, pensa invece che la soluzione vada ricercata nella rinuncia dell’Occidente tutto in primo luogo ai suoi innumerevoli e inappagabili “desideri” che si traducono in consumo, in spreco di risorse, suolo e spazio che non competono solo agli occidentali bensì agli abitanti dell’intero pianeta.

Cita Infante nel testo una esemplare frase di Tiziano Terzani: «Se l’Homo sapiens, quello che siamo ora, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto con il prossimo e meno rapace nei confronti del resto del mondo?»
Di sicuro questa mutazione non avverrà fin quando il paradigma di una felicità raggiungibile solo attraverso l’economia di appagamento dei desideri sarà considerato un imperativo. Solo attraverso la rinuncia, la ricerca interiore prima che esteriore, la solidarietà e l’empatia contrapposte all’individualismo sfrenato si potrà sperare in un reale e profondo cambiamento. Inutile utopia per alcuni, speranza per altri.

Di sicuro c’è che finora tutte le ideologie indistintamente davano «la certezza morale necessaria per giustificare la violenza in funzione di un mondo migliore», inducendo ad accettare come «un fatto scontato che qualcuno debba morire perché gli altri possano vivere liberi e felici». La citazione di Pankaj Mishra restituisce nella giusta ottica gli errori di fondo di una cultura basata sul profitto e sul benessere propri, e sul disinteresse pressoché totale per gli altri, usati spesso solo come anonimi destinatari di una beneficenza e di gesti caritatevoli volti a rappresentare la propria presunta bontà d’animo nonostante la conscia violenza inflitta, direttamente o indirettamente, al mondo e ai suoi abitanti. In altre parole ipocrisia e apparenza, che poi, in fondo, sono le fondamenta della cultura dell’immagine e della rappresentazione su cui sembra essere stato costruito tutto l’impianto del progresso occidentale.

Nelle differenze enormi con gli insegnamenti buddhisti Infante riesce a trovare se non proprio similitudini almeno potenziali punti di incontro che potrebbero costituire altrettanti punti di partenza per un buddhismo che accompagni l’Occidente nel suo percorso accelerativo: «l’accelerazione potrebbe innescare la messa in discussione e quindi il capovolgimento di prospettiva». Un “viaggio” per guardare lontano laddove la distanza può fungere «da specchio per guardare vicino e soprattutto dentro».
Esattamente la svolta che fu caratteristica di «un grande viaggiatore qual è stato Tiziano Terzani»: un viaggio dentro e non fuori. Un viaggio la cui meta non era un luogo fisico ma un posto della mente, uno stato d’animo, «una condizione di pace con se stesso e col mondo».

Anche Le ragioni del Buddha di Diego Infante rappresenta, per certi versi, un viaggio che il lettore compie attraverso la narrazione dell’autore sul sentiero da lui tracciato o su quello della propria mente. Un viaggio lento, a volte accidentato, ma pregno di significati. Un peregrinare tra domande e risposte seguendo i lineamenti di uno stile narrativo intenso, molto ricercato. Una ricercatezza che si denota sia nel fraseggio come anche nell’impiego di vocaboli di non largo utilizzo. Un percorso di scrittura e un ragionamento avallati da numerose citazioni e riferimenti bibliografici che spaziano dai testi di Baumer a Dumont o Kumar, il più volte citato Terzani e numerosi altri autori. Un libro articolato, ben strutturato e ben riuscito nello scopo dichiarato e prefissosi dall’autore.


Source: Si ringrazia l’autore Diego Infante per la segnalazione e il materiale.


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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

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Cento anni dopo il primo conflitto mondiale i governi e i popoli dell’intero pianeta si pongono i medesimi interrogativi, di nuovo.
Come si accumulano rischi enormi, poco compresi e poco controllabili? In che modo quadri di riferimento anacronistici e obsoleti ci impediscono di capire cosa sta succedendo intorno a noi? Il motore di ogni instabilità è forse lo sviluppo disomogeneo e combinato del capitalismo globale? Possiamo raggiungere una stabilità e una pace perpetue?
Di nuovo, le medesime domande perché sono queste che «accompagnano le grandi crisi della modernità».

In Crashed, edito in Italia da Mondadori ad agosto 2018 nella versione tradotta da Chiara Rizzo e Roberto Serrai e intitolata Lo schianto, Adam Tooze analizza gli ultimi dieci anni, dal 2008 al 2018, dalle origini della crisi prima finanziaria poi economica che ha investito, a quanto hanno detto, a più riprese l’intero sistema globale. Per la gran parte menzogne o giustificazioni a provvedimenti che i governanti hanno ritenuto essere improrogabili. Per gestire la crisi dell’eurozona dopo il 2010, per esempio, condotta seguendo una logica che non è stata altro che «una ripetizione dei salvataggi bancari del 2008, ma questa volta sotto mentite spoglie».

E così, mentre ai contribuenti europei venivano richiesti enormi sacrifici, i medesimi chiesti in precedenza ai cittadini americani, «banche e altri istituti di credito erano pagati col denaro riversato nei paesi che beneficiavano del salvataggio». Tutto perché al centro della crisi eurozona venivano messe le politiche del debito sovrano. «Come i responsabili della UE sono ora disposti ad ammettere pubblicamente», questo non aveva alcun fondamento sul piano economico. La sostenibilità del debito pubblico può diventare un problema, a lungo termine. La Grecia, per esempio, era insolvente. Ma l’eccessivo debito pubblico non era il denominatore comune della più ampia crisi dell’eurozona. Il denominatore comune era «la pericolosa fragilità di un sistema finanziario eccessivamente legato all’indebitamento» e troppo dipendente «da finanziamenti a breve termine basati sul mercato».

La Federal Reserve statunitense si è proposta fin da subito come fornitore di liquidità di ultima istanza per il sistema bancario globale. Ma cosa vuol significare davvero il fatto che la finanza e l’economia globali dipendono, in ultima istanza, dalla decisioni del governo americano?
La crisi dei mercati emergenti (Messico, Corea, Thailandia, Indonesia, Russia, Argentina) degli anni Novanta ha mostrato a tutto il mondo «con quanta facilità uno Stato possa perdere la propria sovranità». Nel 2008, «nessuna delle vittime degli anni Novanta» è stata costretta a ricorrere al Fondo monetario internazionale. Una lezione che i paesi dell’eurozona sembrano non aver imparato neanche ora.

La crisi nell’eurozona è stata affrontata in maniera disomogenea, «una confusione di visioni contrastanti» che hanno portato alla messa in scena di un «dramma sconfortante di occasioni mancate, di fallimenti nella leadership e di fallimenti nelle azioni collettive». Generando un danno sociale e politico da cui «il progetto della UE potrebbe non riprendersi mai più».

La crisi finanziaria ed economica del 2007-2013 si è trasformata, tra il 2013 e il 2017, «in una crisi politica e geopolitica globale dell’ordine mondiale uscito dalla guerra fredda», le cui ovvie implicazioni politiche «non dovrebbero essere schivate». Pulsioni di rinnovamento e aneliti di cambiamento sono giunti da ogni parte ma «contro la sinistra le brutali tattiche di contenimento hanno fatto il loro lavoro». Si pensi a quanto accaduto, per esempio in Grecia. Invece non altrettanto è accaduto per la destra che ha resistito ed è avanzata nel consenso e nella determinazione. Si pensi a quanto sta accadendo, per esempio, in Austria.

Questa «nuova politica» del periodo successivo alla crisi è stata demonizzata come populismo, trattata alla stregua degli anni Trenta o attribuita alla «malvagia influenza della Russia», invece va osservata, sottolinea Tooze, come un segno della vitalità della democrazia europea davanti al «deplorevole fallimento dei governi» riassumibile forse nelle parole di Jean-Claude Juncker citate nel testo: «Quando le cose si fanno serie, bisogna mentire».

La tesi portata avanti da Tooze ne Lo schianto è di collocare la crisi bancaria nel suo contesto più ampio, politico e geopolitico, oltre che, naturalmente, finanziario ed economico perché è necessario «confrontarci con l’economia del sistema finanziario». La narrazione offerta dall’autore tenta di mostrare «la percezione dall’interno del funzionamento – o del non funzionamento – della circolazione del potere e del denaro» e di chiarire le dimensioni dell’interdipendenza del sistema globale nonché «l’estrema dipendenza del sistema finanziario globale dal dollaro». E l’importanza delle conseguenze di tutto ciò. Per tutti.


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Ancora minacce al Movimento Agende Rosse – sezione Modena e Brescello. Le attiviste non si arrendono. Che la loro lotta diventi di tutti gli italiani

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Il 22 luglio scorso attiviste del Movimento antimafia Agende Rosse – sezione di Modena e Brescello allestiscono un banchetto a Serramazzoni nell’ambito del tour Donne contro la mafia19luglio1992 che vede numerose tappe, oltre a quella nella cittadina emiliana.

Il fomat vede la presenza di donne, impegnate a vario titolo nella lotto contro le mafie, che si prefiggono un unico grande obiettivo: opporsi fermamente a un sistema mafioso che da decenni si è radicato anche nel Nord Italia.

L’incontro-banchetto del 22 luglio prevedeva la trasmissione dei discorsi del 19 luglio, registrati a Palermo in occasione della commemorazione della strage di via D’Amelio, e l’affissionedi striscioni e altro materiale inerente il processo Aemilia.

Secondo quanto riportato anche dalla Gazzetta di Modena, durante la manifestazione pacifica e informativo-divulgativa, alcuni uomini si sono avvicinati al banchetto e, mantenendo sguardi fissi e minacciosi, hanno tentato di dissuadere le attiviste con plateali e inequivocabili gesti dellamano, come a voler dire: “finitela qui e andatevene via subito”. Una foto sarebbe stata scattata, come fosse una segnalazione di schedatura e poi il pedinamento di una delle tre attiviste allorquando si è allontanata, da sola, dal luogo del banchetto.

Sabrina Natali, una delle attiviste che da anni ormai segue l’inchiesta e i dibattimenti in aula del processo Aemilia contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Italia, sul suo profilo social ha ringraziato tutti coloro che le hanno mostrato solidarietà. Ha ribadito che “questi segnali di fastidio” sono e restano tali e non riusciranno a intimorire né tantomeno fermare il Movimento, il tour e il lavoro tutto che portano avanti. Fondamentale però è la rete, che deve esserci, e che deve fare quadrato intorno a loro, come a tutti gli attivisti o cronisti minacciati.

Una rete fatta di persone, di parole e di azioni concrete. Una rete che deve, o meglio dovrebbe, passare anche attraverso l’informazione, i media. Perché quanto sta accadendo in Emilia Romagna non è molto dissimile da quanto accade in Calabria, in Puglia, in Campania, in Sicilia, in Lombardia, in Veneto… e tentare, inutilmente, di catalogare i fatti come fraintendimenti, le azioni come visionarie e paranoiche immagini di pochi, le inchieste e i processi come una persecuzione giudiziaria, di fatto, non cambierà la realtà delle cose e non renderà l’Emilia Romagna e l’Italia intera un posto migliore solo perché, per non urtare interessi, turismo e commercio, si sceglie e si preferisce non parlare, non vedere, non capire. O meglio fingere di non vedere e non capire.

Al banchetto era presente anche Catia Silva, ex-consigliere al comune di Brescello, primo nel Nord Italia a essere stato sciolto per mafia, più volte oggetto di minaccia.

La tempestiva comunicazione alle forze dell’ordine di quanto accaduto durante il banchetto del 22 luglio ha reso possibile l‘immediato inizio delle attività investigative. Intanto le attiviste dichiarano di non avere intenzione alcuna di arretrare e confermano un nuovo incontro a Serramazzoni per il 19 agosto e la presenza costante in aula alla ripresa delle udienze per il processo Aemilia a partire dal 6 settembre.

Ecco perché la rete della comunità deve farsi ancora più forte e folta e quella dei media ancora più luminosa, affinché una accecante luce abbagli anche l’ombra di tutta quella zona grigia che vorrebbe e chiede invece profilo basso e silenzio per continuare ad agire indisturbata.


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Tanta spiritualità nascosta dietro una pungente ironia: “Cammino doppio” di Serenella Baldesi (AUGH! Edizioni, 2017)

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Un romanzo molto intimistico, Cammino doppio di Serenella Baldesi. Lo stesso può dirsi dello stile narrativo. Il racconto scorre attraverso i pensieri della protagonista che osserva, riflette, commenta, scrive e descrive tutto ciò che accade dentro e fuori se stessa. Ed è attraverso questo “filtro” che il lettore scopre il romanzo, la protagonista e la sua storia. Nonché il paesaggio e gli scenari da lei visti lungo il Cammino che la condurrà, insieme ai compagni di viaggio, a Santiago de Compostela.

L’ironia spesso presente nei pensieri e nelle parole di Alex, espressione neanche troppo velata di un maturo cinismo, strappa ripetuti sorrisi al lettore e contribuisce ad alleggerire il “peso” della lettura. Riesce l’autrice a non trasformare la sua creazione letteraria in un troppo scontato romanzo di formazione o, peggio, in un libretto educativo-informativo dei benefici mistici del Cammino.

Un libro che si fa leggere, Cammino doppio. Pur nella apparente semplicità del registro narrativo e del narrato si rivela e si conferma fino in fondo una lettura interessante e, direttamente o indirettamente, introspettiva.

La protagonista, Alessandra detta Alex, pagina dopo pagina, conquista sempre più il lettore. Una vera e propria eroina contemporanea alle prese con tutti i problemi di una vita “crudele” e “spietata” come solo quella vera può essere. Lei stessa realizzerà lungo il Cammino che i problemi reali sono altri però e che i sassi che si porta nel cuore e nello zaino possono essere trasformati in sogni o in realtà, spetta solo a lei decidere, scegliere e agire.

Ottima la rappresentazione, volontaria o involontaria che sia stata, che la Baldesi fa dell’uomo-donna contemporaneo medio, culturalmente parlando, che conosce e riconosce tutte le marche commerciali, tutti i loghi e i brand ma ignora o mal ricorda le fonti, quindi gli autori, delle citazioni letterarie o storiche. Che ha fretta e voglia di condividere sui social ogni istante della propria esistenza che, altrimenti, gli sembrerebbe quasi inutile, vuota. Che conosce ogni aspetto della vita e delle azioni del suo calciatore preferito, della squadra cui appartiene, dell’industria posta in essere per promuoverlo e ignora del tutto aspetti che dovrebbero interessarlo davvero. Offre, in questo modo, la Baldesi uno scorcio di un’umanità alla deriva che proprio grazie al Cammino, o comunque anche per esso, ritrova o sembra ritrovare i propri argini.

Quello che forse delude un po’ il lettore, o quantomeno lo disillude rispetto alle premesse, è il finale. Troppo romanzato rispetto al taglio che l’autrice sembrava volesse dare al suo libro, all’immagine se vogliano a suo modo rivoluzionaria della protagonista la quale, invece, sembra perdere molto del suo “ironico” fascino rischiando di trasformarsi nell’ennesima donzella in pericolo salvata dal prode cavaliere in sella al valoroso destriero.

Nel complesso comunque Cammino doppio di Serenella Baldesi viene giudicato positivamente e considerato una lettura da consigliare, leggera ma con stile.

Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’addetta stampa per la disponibilità e il materiale


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La musica come rinascita spirituale. “Il pianoforte segreto” di Zhu Xiao-Mei (Bollati Boringheri, 2018)

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Da sempre la musica, ma andrebbe detto l’arte in generale, detiene un immenso potere: quello di muovere e smuovere le masse, il popolo. Ed è per questo che gli artisti, soprattutto quelli definiti “ribelli” o “rivoluzionari” perché non accettano di livellarsi agli altri, che non mentono ma raccontano senza veli la verità, sono considerati pericolosi per «la loro costante messa in discussione della realtà, e la loro sempre maggiore richiesta di libertà».

Tutto ciò era ben chiaro anche a Mao Zedong il quale affermava che «i cinesi non saranno mai più un popolo di schiavi», riferendosi al capitalismo e all’Occidente e a tutte quelle che considerava devianze e perversioni culturali. Mai più schiavi delle idee e ideologie altrui quindi… solo delle proprie. Infatti il suo regime non ha creato progresso, civiltà, cultura, innovazione. Quella che lui stesso e i suoi sostenitori chiamavano “Rivoluzione Culturale” altro non è stata che una dittatura di colore opposto a quelle più tristemente note. Che ha avuto i suoi seguaci, i suoi oppositori, i perseguitati e i reietti. Gli impuri, come la famiglia di origine di Zhu Xiao-Mei, rei di essere “musicisti e intellettuali”.

Bollati Boringheri pubblica a giugno di quest’anno la versione tradotta da Tania Spagnoli de La Rivière et son secret di Zhu Xiao-Mei, appellandola Il pianoforte segreto. Si percepisce, nel libro di Zhu Xiao-Mei, una grazia, una semplicità, una naturalezza, nel racconto come nella scrittura, che sono affatto comuni.
Un libro che non è il racconto di chi vuol apparire, o di chi vuol insegnare, no, Il pianoforte segreto narra “semplicemente” una storia. Vuole aprire al mondo una biografia che non è solo quella personale dell’autrice bensì di una nazione intera, la Cina, alle prese con un potere che, professando uguaglianza e parità, ha finito con il generare solo ingiustizia e povertà, economica e culturale.
Anche le idee migliori quando diventano ideologie imposte ad altri e rappresentano quindi delle imposizioni esplodono per intero nella loro accezione negativa.

Il pianoforte segreto può essere definito un libro lento. Una scrittura che si sofferma nei dettagli, precisa nel raccontare aspetti che, se anche in un primo momento possono apparire secondari o addirittura irrilevanti, si sveleranno poi tutti fondamentali per poter ammirare il quadro che l’autrice ha dipinto con la sua penna, o meglio ancora l’aria che le sue mani hanno sentito e suonato al pianoforte. In questo modo Xiao-Mei ha scritto lo spartito della sua esistenza che si intreccia a quella di tanti altri giovani cinesi illusi prima e disillusi poi dalla Rivoluzione Culturale tanto attesa, di tanti uomini e donne, anche occidentali, che con impegno e dedizione trovano il loro personale riscatto, emblema e simbolo di un’evoluzione più ampia che nasce e può nascere solo allorquando si accetta di «mescolare le culture e farle dialogare».

Mao affermava che la Cina «è povera e bianca, ma su una pagina bianca si possono scrivere dei bei poemi». Purtroppo a fare eco alle sue parole non arrivarono i poemi bensì la carestia, la povertà, il nero di una cultura svuotata e oscurata, le sedute di denuncia e autocritica, gli istituti di correzione e tutto quanto poteva servire per nascondere quanto più a lungo possibile il fallimento della sua ideologia.

Le pagine prima bianche del suo libro Xiao-Mei invece le ha riempite di parole utili. Necessarie innanzitutto alle vittime della Rivoluzione Culturale. Ma anche a coloro i quali, come la stessa autrice, quella Rivoluzione l’hanno superata e hanno avuto la possibilità di una «rinascita spirituale», grazia all’arte in generale ma, soprattutto, alla musica. Grazie ad essa Zhu Xiao-Mei afferma di aver ritrovato la propria umanità.
Un libro assolutamente consigliato, Il pianoforte segreto di Zhu Xiao-Mei, anche per conoscere a fondo un periodo storico ancora alquanto sconosciuto in Occidente.


Articolo originale qui


Disclosure: Fonte trama libro e biografia dell’autrice www.bollatiboringheri.it


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“Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor” di Cristiana Boido (Dissensi, 2017)

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Cristiana Boido studia per un intero anno i contenuti dei post delle community social che ruotano intorno alla figura di Manuel Agnelli e, soprattutto, alla sua partecipazione come giudice del programma televisivo X-Factor.
Scopre, in questo modo, che i fan hanno, letteralmente, costruito «una mitologia dal basso», una specie di «religione condivisa». Manuel Agnelli è così diventato «un mito in senso classico, un meme». Perché?

Stando a quanto dice un suo fan, Agnelli «non ha avuto paura di spostarsi nel fango della tivù generalista ed è in grado di plasmare il fango in qualcosa che è destinato a durare nel tempo». Dunque i suoi tanti follower si aspettano molto da lui che avrebbe continuato a raccontare, per trent’anni, questa verità: «la differenza tra l’immagine del mondo trasmessa dai media e la realtà».
Nulla da eccepire se non fosse che, come riporta la stessa Boido nel libro, il settanta per cento dei partecipanti non seguiva gli Afterhours (il gruppo di cui Agnelli è frontman, ndr) prima di X-Factor.

X-Factor ha sfruttato il potenziale fenomenologico di Agnelli oppure è accaduto il contrario?

Perché prima della partecipazione a una trasmissione della “tivù generalista” tutti questi follower non lo seguivano? Lo seguiranno anche poi? Continueranno a seguire X-Factor anche qualora lui non vi partecipasse più? Cosa si aspettano davvero i fan da lui?
Se davvero seguono e ammirano quanto Manuel Agnelli dice non avrebbero mai dovuto seguire un programma come X-Factor. E, per contro, Agnelli per essere coerente non avrebbe mai dovuto calarsi a fare, estremizzando, il gioco del nemico.

La Boido attribuisce al pubblico di X-Factor «lo scettro di ignorante ipermoderno». Uno spettatore non più passivo ma iperattivo, soprattutto sui social. Che commenta, dibatte, discute, critica e si scopre ogni giorno esperto in qualcosa: musica, cinema, danza, televisione, calcio, sport in generale, politica, geopolitica, insegnamento, medicina, fisica, astronomia, … senza però che a questo esteso spirito di critica vorace sia mai corrisposto un aumento delle visite «a teatro, a balletto, all’opera o abbia incrementato il consumo di letteratura e saggistica».

Tutto ciò che il pubblico esprime sui social convinto di essere un esperto critico in materia viene letteralmente catturato dagli operatori del settore e sfruttato per confezionare pacchi, ovvero programmi, che piacciano a lui, in quanto pubblico e non critico ovviamente. Perché nell’attuale «sistema economico, votato al profitto» verità, giudizio, gusto, ma anche bene, male, bello, brutto, «devono rispondere a una domanda effettiva, al pari della merce», intesa in senso classico.
I produttori di X-Factor hanno, in buona sostanza, “venduto” un prodotto che aveva tutto il potenziale per diventare un fenomeno e il pubblico lo ha “comprato” in toto. Facendo in questo modo lievitare il consenso personale di Agnelli e, di rimando, quello della trasmissione televisiva.

Ciò vale un po’ per tutti i programmi televisivi ma per i talent in particolare in quanto i concorrenti di questi, per il pubblico «rappresentano la voglia di riscatto», potenziale ovviamente, che ognuno potrebbe avere, mentre i giudici sono «il braccio armato dei supereroi».

Agnelli deve aver sbaragliato tutti nel momento in cui, conquistata la «fama mediatica alla quale aspirava», inizia a fare esattamente quello che aveva detto, ovvero «usare il potere per fare altro». In linea con le proprie idee. Un atteggiamento più consono al classico detentore di potere sarebbe stato quello volto alla «conservazione del sistema esistente».

Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor di Cristiana Boido, pubblicato in prima edizione da Dissensi a dicembre 2017, si rivela un libro interessante, uno studio approfondito sulla «mitopoiesi collettiva», ovvero la narrazione collettiva dal basso che permea ormai ogni comunicazione/relazione. Generata dall’aggregazione intorno a valori, eventi, personaggi e fenomeni “laterali”, offre la possibilità di «smontare sino agli elementi costituenti e di decifrare i percorsi di creazione di valori e, quindi, della creazione di miti come strumento di potere».

Ottima si presenta la struttura dell’indagine condotta dalla Boido, buona la qualità del narrato e notevole la bibliografia cui fa riferimento la stessa autrice. Una lettura non semplice ma di certo consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


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