Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità

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«È triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo.»

È con questa significativa frase che si apre al lettore il saggio di Marco Aime. Un libro che approccia il problema da differenti angolazioni, non da ultimo quella storica. È importante comprendere e analizzare, almeno cercare di farlo, perché in epoche diverse e in luoghi differenti sorgano sentimenti di repulsione verso certi gruppi e, soprattutto, come mai tali pulsioni possano trasformarsi in eventi tragici di esclusione, reclusione e anche di morte.

Aime ricorda che, escludendo la sua variante istituzionale – basata su leggi esplicitamente discriminatorie ̶ , e gli eccidi commessi in suo nome, molto spesso il razzismo si presenta come un atteggiamento strisciante, fatto di piccoli gesti, troppo spesso sottovalutati, e di sentimenti diffusi che finiscono talvolta per gettare le basi di un vero e proprio sistema.

Oggi sembra muoversi lungo il labile confine che lo separa dall’etnocentrismo, malattia diffusa che colpisce ogni gruppo umano, facendolo sentire superiore agli altri.

Riporta l’autore la definizione datane da William Graham Summer nel 1906: Etnocentrismo è il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto a esso.

Il razzismo infatti, per Aime, nasce dalla non volontà di conoscere e dall’ansia di classificare, di incasellare, ma di farlo nel modo più semplice e rassicurante, così come classifichiamo piante, animale, rocce. Un apartheid preventivo insomma, che ci allontana senza conoscerci e allo stesso tempo ci fa sentire vicini e simili, altrettanto senza conoscerci.

Oggi ci ritroviamo a dover fare i conti con alcune delle mille sfaccettature del razzismo, declinato in chiave identitaria. Sembrava impossibile che si potesse ritornare a quei deliri eppure sono bastati pochi decenni per assistere a un rifiorire di idee di stampo razzista, espresse in forme diverse ma sempre basate sullo stesso principio: la difesa ossessiva di una presunta purezza del Noi.

Un pregiudizio snobistico e autoreferenziale che sembra davvero essere una debolezza umana universale, evidenziata anche da Claude Lévi-Strauss.

«L’umanità cessa alla frontiera della tribù, del gruppo linguistico, talvolta persino del villaggio, a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli “uomini” (o talvolta – con maggiore discrezione, diremmo – “i buoni”, “gli eccellenti”, “i completi”), sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggi, non partecipino delle virtù – o magari della natura – umane, ma siano tutt’al più composti di “cattivi”, di “malvagi”, di “scimmie terrestri” o di “pidocchi”.»

Le narrazioni sulla razza tentano di radicare la cultura nella natura e di equiparare i gruppi sociali con le unità biologiche. Essenzializzando sul piano somatico-biologico il diverso, l’Altro, ricorda Aime, si giunge a definire i puri (ovvero Noi) e gli impuri (Loro). Ed è nel momento stesso in cui differenze che potevano essere considerate culturali, religiose, etniche vengono percepite come innate e immutabili che inizia il razzismo vero e proprio.

Riprendendo i concetti espressi da Bruce Baum, Aime sottolinea come l’idea stessa di razza contenga già i germi del razzismo. Infatti la classificazione su base razziale, per esempio, non è che un’applicazione sistematica dell’etnocentrismo a tutta la specie umana. E, citando Karen e Barbara Fields, evidenzia come quella della razza sia a tutti gli effetti un’ideologia la quale, al pari di ogni altri ideologia, non ha vita propria. Se la razza sopravvive ancor oggi non è perché ci è stata tramandata o perché l’abbiamo ereditata, bensì perché continuiamo a crearla. E il tutto continua a essere coltivato anche sulla base di contraddizioni e ipocrisie, proprio come accaduto in passato.

Interessante ed emblematico l’esempio, riportato nel testo dall’autore, inerente la Dichiarazione d’Indipendenza americana nella quale si legge: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal (Noi riteniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali). Bellissime parole. Scritte e sottoscritte da persone che, con ogni probabilità, possedevano schiavi neri.

Oggi però il razzismo non si presenta sotto la forma di un’ideologia esplicita e definita, espressa in tesi facilmente condannabili. Il nuovo razzismo si è riformulato sul piano della differenza culturale e, aggirando così il vecchio biologismo, opera con o senza riferimento alla razza nel senso stretto del termine. Aime descrive nel dettaglio come esso, pur non basandosi più sulla razza, in realtà utilizza lo stesso atteggiamento rispetto alle differenze, mirato a svalorizzare l’altro. Questo neorazzismo fonda le proprie spiegazioni nella storia e nella cultura invece che nella biologia e, a volte, si maschera da nazionalismo o da sovranismo.

La nostra infatti è un’epoca postrazziale (ma non postrazzista), caratterizzata da nuove dinamiche di inclusione e di esclusione che si reggono non solo sui segni tangibili e visibili, come il colore della pelle, ma anche e soprattutto sulla cultura e sulla provenienza.

Ecco allora che un termine è rapidamente diventato leit motiv ed espressione chiave delle retoriche politiche postmoderne: identità.

A contribuire alla fortuna delle proposte identitarie sono concorsi diversi fattori tra cui il progressivo decentramento delle produzioni industriali, il passaggio da un modello capitalistico fondato sul lavoro a un’economia sempre più incentrata sulla finanza, la precarizzazione del lavoro, l’erosione progressiva dei servizi e del welfare… in breve, tutto quello che ha contribuito alla nascita di quella che Zygmunt Bauman ha definito società liquida e gravida di incertezze.

Fattori tutti che hanno ingenerato ansia e paure, portando a vedere minacce derivanti da una globalizzazione che vorrebbe omologare tutti attaccando cultura e identità locali.

La crisi economica e la sempre più snervante competizione sul mercato del lavoro offrono un terreno quanto mai fertile ai populisti, che tentano di incanalare rabbie, angosce, frustrazioni lungo la strada della xenofobia e dell’esclusione.

Atteggiamenti e prese di posizione che a volte, purtroppo, vengono sfruttate anche dagli stessi Stati i quali, depauperati della loro tradizionale sovranità, temono di dover prima o poi ammettere debolezze e limitazioni e, motivati dalla volontà di celare l’inganno e proseguire nella finzione, assumono atteggiamenti repressivi nei confronti di coloro che intaccano potenzialmente ma inevitabilmente questa finzione: gli stranieri, gli esclusi.

Aime ricorda al lettore come il pensiero di Stato abbia talmente condizionati i cittadini al punto da far ritenere davvero “loro” il territorio nazionale. Le nuove circolazioni internazionali stanno invece mettendo in crisi tale pensiero, togliendo il velo di ipocrisia che esista un territorio abitato da gente identica. La verità è che oggi, come in passato, il pianeta è costellato da diversi insiemi di quelli che Mbembe definisce territorio mosaico e l’appartenenza a una nazione non è più solo una questione di origine, ma anche di scelta.

Una cosa che accomuna oggi gran parte degli elettori è la rabbia e il risentimento contro chi governa o ha governato fino a ieri. Un qualcosa che a Marco Aime ricorda i rituali di ribellione, ovvero le manifestazioni collettive in cui i rappresentanti dell’autorità e del potere possono essere oggetto di schermo e di irriverenza, ma solo nei termini e nel contesto specifico del rituale. Una sorta di ribellione ritualizzata, come l’ha descritta, dopo averla studiata in Africa meridionale, Max Gluckman.

Il cittadino postmoderno è sempre più solo e solitario e pervaso da un senso di rabbia crescente e indistinta, che non riesce più a tradursi in proposta politica. Allora si limita a chiedere ciò a cui pensa di avere diritto in un modo sempre più incontrollabile, e il colpevole di ogni perdita diventa chi tale mondo ha governato fino al giorno prima: l’élite, la casta o la politica in generale. I populisti non hanno un vero progetto per risolvere i problemi, ma sono in grado di intercettare e fare proprio quell’immaginario rancoroso, che cerca una sorta di vendetta.

Il sentimento politico si trasforma in rancore e il voto diventa il rifugio del disagio e delle pretese privatistiche. In buona sostanza, uno sfogo più che una scelta.

Senza una progettualità vera e propria la politica si ribella a se stessa ma lo fa con un cambiamento apparente. Ecco allora che Aime vede il nesso con i rituali di ribellione. Il sentimento è diventato risentimento. Ciascuno esprime la propria scelta, spesso rabbiosa, senza però inquadrarla in un qualsivoglia orizzonte futuro.

Queste paure, queste solitudini, questo risentimento, avverte l’autore, sono il brodo di coltura di cui si nutrono i diversi movimenti xenofobi che stanno raccogliendo più consensi in tutto il mondo occidentale, presentandosi come l’antipolitica nel momento in cui occupano tutti gli spazi della politica.

E, ancora una volta, lo si fa sulla base di un grande paradosso: i nemici, causa di tutti i mali, sono l’Europa, intesa come Unione Europea e, al contempo, coloro che ne sono chiamati fuori, gli extracomunitari, ovvero i non europei.

C’è senz’altro del vero nelle parole di George David Aiken: se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno. Perché, come sottolineava Umberto Eco, avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro.

Quando consideriamo diverso l’Altro è perché lo misuriamo sul nostro metro ed è qui che nascono i problemi. Abbiamo tutti bisogno, sottolinea Aime, di uno specchio che non rifletta l’immagine di noi stessi, ma quella di colui o coloro da cui vogliamo distinguerci.

I giovani identitari si ritagliano addosso un abito da guerriero Come i loro padri cinquant’anni prima, mettono in discussione chi li ha preceduti ma non per chiedere pace, libertà, uguaglianza e diritti per tutti, al contrario, per limitarli a loro stessi, esponenti bianchi nati in Europa.

Il mito dell’identità ha il vantaggio di presentarsi come nuovo, senza il peso della storia e senza il carico negativo che il razzismo si porta dietro. Ma è ben noto dove porta l’anelito alla “purezza” della razza o, in questo caso, della cultura. Eppure, sottolinea con rammarico Aime, oggi sembra che i termini “fascista” o “razzista” stiano perdendo sempre più la loro carica di stigmatizzazione e quasi non ci si vergogna di proclamarsi, anche pubblicamente, tale. Nella quasi totale indifferenza o rassegnazione.

«Non temo le urla dei violenti, ma il silenzio degli onesti.»

Martin Luther King

A margine dell’analisi di questo straordinario saggio mi sia consentita una breve nota. Nei ringraziamenti Marco Aime elenca tra i suoi “maestri” Vanessa Maher. Nel leggerlo tanti sentimenti sono riemersi, all’improvviso. Mia docente per la seconda annualità del corso di antropologia culturale e relativo esame ho avuto modo di vedere, e ricordare, la preparazione, la dedizione, la serietà… l’incarnazione della grandezza e della potenza della Cultura, quella vera che non ha bisogno e non cerca nemici, che vuole abbatterli i muri invece di costruirli, che vuole capire e non giudicare. La Cultura vera che si basa sulla Conoscenza e non il suo falso alter ego basato su pregiudizio, ignoranza e arroganza.

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2020


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa Einaudi per la disponibilità e il materiale


Disclosure: per la prima immagine, credits www.pixabay.com


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“Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt” a cura di Jacopo Perazzoli (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

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Riscoprire il Rapporto Brandt, a distanza di quarant’anni dalla sua pubblicazione, può diventare molto utile per gli attuali attori politici come per la sfera pubblica in generale.

È questo lo scopo per cui Jacopo Perazzoli, ricercatore presso la Fondazione Feltrinelli e docente di Storia contemporanea all’Università degli studi di Milano, ha curato il volume Per un modello di sviluppo alternativo che raccoglie gli scritti di Fernando D’Aniello e Domenico Romano oltre alle parole dello stesso Willy Brandt.

Un libro che non vuole essere un mero esercizio agiografico né tantomeno un tentativo di ricercare elementi di attualità in quel documento. Il quarantesimo anniversario dalla pubblicazione deve essere, nelle intenzioni del curatore, un momento per comprendere che le grandi proposte possono essere realizzate se basate su solide analisi empiriche del quadro a cui si riferiscono. E che dette proposte possono avere un futuro concreto soltanto se la sfera politica se ne fa carico in maniera convinta. Ovvero il contrario esatto di ciò che è accaduto dopo la pubblicazione del Rapporto North-South, a Program for Survival, noto come Rapporto Brandt, nel febbraio del 1980 e del secondo memorandum del 1983, Common crisis. North-South: cooperation for world recovery.

Oggi, esattamente e forse ancora più di allora, persiste la necessità di trovare un nuovo modello di sviluppo globale capace di coniugare le esigenze dei paesi industrializzati, quelle dei paesi in via di sviluppo e di quelli poveri, anche di materie prime. Ovvero, come sintetizza Perazzoli, connettere prospettive differenti con l’obiettivo di individuare una crescita equilibrata.

Un dibattito che impegna economisti e studiosi, di oggi e di ieri. Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald, convinti sostenitori della necessità di abbandonare, in economia, il neoclassicismo imperante e puntare su un modello di crescita economica basato sull’apprendimento, riprendono e sposano le teorie economiche di Kenneth Arrow.

Un maggiore innalzamento degli standard di vita potrebbe indurre una società dell’apprendimento molto più di quanto fanno e hanno finora fatto piccoli e isolati miglioramenti di efficienza economica o il sacrificio dei consumi correnti per intensificare il capitale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Buona parte della differenza tra i redditi pro capite di questi paesi e quelli dei paesi più avanzati è attribuibile a un gap di conoscenze. Adottare politiche in grado di trasformare le loro economie e le loro società in società dell’apprendimento li renderebbe in grado di colmare questo divario e ottenere una crescita dei redditi significativa. 1

Se un insegnamento può trarsi dal lungo lavoro della commissione presieduta da Willy Brandt, Perazzoli lo individua nella capacità di analizzare a fondo e senza pregiudizi lo stato dell’arte globale, rifuggendo dalla “pericolosa inclinazione ad individuare coloro che, a torto o ragione, possono essere ritenuti i responsabili delle complicate condizioni dell’oggi”.

La via da percorrere era ispirata dalla Ostpolitik, portata avanti dallo stesso Brandt durante il periodo in cui era stato cancelliere della Germania Federale (1969-1974), con la quale egli riteneva di aver dimostrato la possibilità di far emergere aree di interesse comune anche in presenza di irreversibili divergenze ideologiche. Se era stato possibile applicare questo principio al dialogo tra mondo capitalista e mondo comunista allora sarebbe stato possibile applicarlo anche alla negoziazione tra i vari paesi, sviluppati o meno che fossero.

James Bernard Quilligan, già policy advisor e press secretary della commissione, lavorando nel 2001 a un aggiornamento dei risultati prodotti, aveva individuato dodici capitoli su cui il gruppo Brandt si era espresso: lotta a fame e povertà, politiche per famiglia, donne, aiuti, debito, armamenti, energia e ambiente, tecnologica e diritto societario, commercio, monete e finanza, negoziazioni globali.

Le soluzioni a questi problemi, ricorda nel suo intervento Domenico Romano, sarebbero dovute arrivare tramite quattro tipi di intervento:

  • Riforme cooperative dell’ordine economico internazionale.
  • Un trasferimento di risorse economiche e tecnologiche molto intenso dal nord verso il sud, attraverso le multinazionali e tramite un aumento della quota Pil destinata agli aiuti allo sviluppo da parte dei paesi del nord.
  • Supporto al processo di disarmo e nuovi meccanismi di peace keeping internazionali, non tanto e non solo per ragioni etiche ma per liberare spazio per investire risorse nella crescita del sud del mondo.
  • Un programma energetico internazionale che tenesse stabili a un livello comunemente soddisfacente i prezzi e la fornitura di petrolio, in connessione con la ricerca di nuove fonti e forme di energia.

Il tutto sarebbe dovuto avvenire per il tramite di negoziazioni globali tra i protagonisti.

Romano sottolinea che, al di là delle singole soluzioni, l’aspetto centrale del Rapporto Brandt è individuabile in una coppia concettuale: interdipendenza e interesse comune.

L’interdipendenza creava lo spazio per l’interesse reciproco tra nord e sud. Il principale degli interessi comuni è “semplicemente” la sopravvivenza dell’umanità.


«È concreto il rischio che, nel 2000, gran parte della popolazione mondiale continui a vivere in condizioni di povertà. Non è escluso che allora il mondo risulti sovraffollato (e indubbiamente sarà iperurbanizzato), né che l’inedia di massa e i pericoli di distruzione aumentino inesorabilmente.»

Willy Brandt


Nell’attuale contesto economico dei paesi industrializzati, colpito anche da una disoccupazione elevata e vasti processi di trasformazione, è fuor di dubbio forte la volontà di voler proteggere l’economia nazionale a prezzo di uno squilibrio dell’economia internazionale. Ma Fernando D’Aniello ricorda che questo errore è stato commesso da Stati Uniti ed Europa già cinquant’anni or sono, allorquando “il mondo coloniale andò in bancarotta, il Nord America si rovinò, l’Europa fu avvolta dalle fiamme”.

Per Willy Brandt, un mutamento di carattere fondamentale non può essere frutto di carteggi bensì il risultato di ciò che, in un processo storico, prende forma o si abbozza nella mente degli uomini. Mutamenti e riforme non possono aver luogo a senso unico: devono essere favoriti da governi e popoli, sia delle nazioni industrializzate che di quelle emergenti. E, a tal proposito, egli riteneva doveroso invitare a collaborare in maniera più intensa la Repubblica Popolare Cinese, per dar modo anche ad altri di beneficiare della sua esperienza di massimo paese in via di sviluppo.

Solo tramite una vera democrazia globale, che riesca ad ascoltare e far partecipare anche le nazioni del Sud del mondo, quest’ultime accetteranno di sostenere la propria parte di responsabilità globale e non si sentiranno solo pedine su uno scacchiere.

Anche Kishore Mahbubani afferma sia giunto il momento, per l’Occidente tutto, di abbandonare molte delle sue politiche miopi e autodistruttive e perseguire una strategia completamente nuova nei confronti del Resto del Mondo. Una strategia che egli sintetizza con tre parole chiave e definisce appunto delle 3M: minimalista, multilaterale, machiavellica.

  • Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente poi non ha bisogno di esserne bombardato. L’imperativo minimalista dovrà essere fare meno ma fare meglio.
  • Le istituzioni e i processi multilaterali forniscono la migliore piattaforma per ascoltare e comprendere le diverse posizioni a livello mondiale. Il Resto del Mondo conosce molto bene l’Occidente, ora questo deve imparare a fare altrettanto. Il miglior luogo, per Mahbubani, è l’Assemblea Generale dell’ONU, il solo forum dove tutti i 193 Paesi sovrani possono parlare liberamente.
  • Nel nuovo assetto mondiale la strategia servirà più della forza delle armi, per questo l’Occidente deve imparare da Machiavelli e sviluppare maggiore scaltrezza per proteggere i propri interessi a lungo termine. 2

Di solito, continuava Brandt nella relazione introduttiva al Rapporto, si pensa alla guerra in termini di conflitto militare se non di annichilimento. Ma sempre più si diffonde la consapevolezza che un pericolo non minore potrebbe essere costituito dal caos, frutto di fame diffusa, disastri economici, catastrofi ecologiche e terrorismo.

Tutti aspetti con i quali sono quotidianamente costretti a confrontarsi non solo e non soltanto più i paesi meno o a-sviluppati bensì sempre più anche quelli maggiormente sviluppati.

Le tensioni continue che agitano le società occidentali sembrano inarrestabili a causa di guerre e terrorismo che incidono in maniera diretta e indiretta per il tramite di attentati o migrazioni, crisi finanziarie ed economiche e, non da ultimo per ordine di importanza, pandemie che attaccano l’intero sistema. Eppure, ancora una volta, sembra assistere a un atteggiamento che è l’opposto di quanto hanno voluto indicare Brandt, Kishmore o Stiglitz. I più forti o i meno colpiti che stentano ad andare incontro ai meno forti o più colpiti.

Basti citare, a titolo di esempio, cosa sta accadendo in Europa all’idea di attuare un Recovery Fund che dovrebbe aiutare le nazioni più colpite dal Covid-19 a uscire dalla crisi. Paesi come Austria e Olanda si sono mostrati contrari fin da subito a qualsiasi forma di condivisione del debito, mentre tale prospettiva sarebbe ben accolta dai paesi più colpiti, come Italia e Spagna. Da Francia e Germania invece è stata avanzata una proposta di concessioni di denaro a fondo perduto.

Quest’ultima posizione in particolare è stata caldeggiata anche dal Premio Nobel per l’Economia 2001 nonché docente alla Columbia University Joseph Stglitz il quale ha pubblicamente dichiarato di trovare preoccupante il fatto che ancora ci siano paesi in Europa che vogliono imporre condizioni all’assistenza, preferendo erogare prestiti piuttosto che ragionare in termini di trasferimenti o comunque di altre e differenti forme di aiuto.

Lo stesso Brandt nel Rapporto del 1980 sottolineava come la mera concessione di prestiti per lo sviluppo non farebbe che aumentare il carico di debiti delle nazioni del terzo mondo, qualora essi servano a crearvi industrie senza contemporaneamente assicurare i mezzi di rimborso.

Per la gran parte è esattamente quello che poi è successo. Un ulteriore aumento del debito non è certo auspicabile, e non solo per i cosiddetti paesi del terzo mondo. In generale per tutti i paesi del Sud, anche europeo.

Bibliografia di riferimento

Fernando D’Aniello, Domenico Romano, Jacopo Perazzoli (a cura di), Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019.

1Joseph E. Stiglitz, Bruce C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale, Torino, Einaudi, 2018.

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Rendere la natura inutile: come crescere di più spendendo meno risorse

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Per Andrew McAfee, ricercatore del MIT Sloan School of Management e cofondatore e condirettore del MIT Initiative on the Digital Economy, l’unica strada percorribile per salvare il pianeta è quella indicata da Jesse Ausubel, scienziato ambientale statunitense direttore e associato senior del Programma di Ricerca per l’Ambiente Umano della Rockefeller University, ovvero è necessario “rendere la natura inutile”.

Bisogna lavorare per privarla di ogni valore sotto il profilo economico in modo tale da metterla al riparo dalla “vorace attenzione del capitalismo e poterne godere il valore vero”.

Abbiamo impoverito il pianeta oltre misura man mano che, popolandolo, lo adattavamo alle nostre esigenze. Ora, secondo McAfee, abbiamo l’opportunità di porre rimedio a quell’errore, perché ora abbiamo gli strumenti, le idee, le istituzioni necessarie per ritirarci da gran parte del mondo, Per ottenere tutto il cibo di cui abbiamo bisogno da un’esigua quantità di terra. Dobbiamo smettere di pompare veleni nel cielo e negli oceani. Scavare meno miniere e sfregiare meno montagne.

Dobbiamo e possiamo farlo perché ora abbiamo gli strumenti, la tecnologia per farlo.

Per quasi tutta la storia del genere umano la nostra prosperità è stata strettamente connessa alla capacità di attingere risorse dalla Terra. Ma adesso le cose sono cambiate, o stanno cambiando. Negli ultimi anni, sottolinea l’autore, abbiamo visto emergere un modello diverso: “di più con meno”. E nel libro McAfee descrive in dettaglio le modalità di origine e sviluppo di questo nuovo modello che è partito dai paesi tecnologicamente più avanzati.

L’Era industriale è stata caratterizzata da miglioramenti sorprendentemente grandi e rapidi della condizione umana; miglioramenti che, tuttavia, sono avvenuti a spese del pianeta.

Le forze gemelle del progresso tecnologico e del capitalismo, scatenatisi durante l’Era industriale, sembravano spingerci verso una direzione ben precisa: “la crescita della popolazione umana e dei consumi, e il concomitante degrado del pianeta”.

Se, da una parte, il capitalismo ha proseguito per la sua strada, diffondendosi a macchia d’olio, il progresso tecnologico ha invece mutato pelle.

Abbiamo inventato il computer, internet e tutta una serie di tecnologie digitali che ci hanno permesso di dematerializzare i consumi, consentendoci così, con il passare del tempo, di consumare sempre più attingendo sempre meno dal pianeta.

Per Andrew McAfee il progresso tecnologico, il capitalismo, un’opinione pubblica consapevole e un governo reattivo, ovvero i “quattro cavalieri dell’ottimismo”, sono ciò che occorre a un paese per migliorare sia le condizioni di vita dei propri cittadini sia quelle dell’ambiente.

Egli vede un lento ma costante avanzamento di tutti e quattro, in tutte le parti del mondo, dimodoché non si rende necessario apportare drastici quanto radicali cambiamenti alle società e alle rispettive economie, ma necessita semplicemente concentrarsi e implementare quanto di buono si sta già facendo.

L’autore è consapevole di quanto non sia semplice far passare il concetto che saranno proprio capitalismo e progresso tecnologico a consentire di alleggerire la nostra impronta sul pianeta. Bisogna abbandonare l’idea che, man mano che cresce, un’economia è costretta a consumare più risorse.

Al contempo non bisogna mai dimenticare i grandi errori commessi, nella fattispecie:

  • Schiavitù.
  • Lavoro minorile.
  • Colonialismo.
  • Inquinamento.
  • Decimazione di svariate specie animali.

Eppure è proprio osservando questi grandi errori che si può vedere emergere, secondo McAfee, un modello interessante. Man mano che i paesi industrializzati progredivano e diventavano via via più prosperi, hanno iniziato a riservare un trattamento migliore alle persone, ai propri cittadini, e a consumare meno risorse o materie prime.

Jesse Ausubel, insieme a Iddo Wernick e Paul Wagoner, ha condotto un studio dettagliato sull’uso di 100 materie prime negli Stati Uniti tra il 1900 e il 2010. Prima di loro, Chris Goodall aveva svolto un lavoro simile per il Regno Unito.

Delle 100 materie prime prese in esame, 36 hanno raggiunto il picco di utilizzo assoluto. Nella maggior parte dei casi, l’utilizzo di queste materie prime sembra sul punto di diminuire.

In base ai dati riportati nei grafici, McAfee ritiene di poter affermare che l’entità della dematerializzazione negli Stati Uniti è consistente. Ormai si è in grado di creare più “economia” partendo da meno metallo. E ciò vale per molte altre risorse. Solo per i materiali da costruzione l’autore ritiene negativa l’inversione di tendenza, essendo quei dati legati al crollo del settore dovuto in larga misura alla crisi del 2007.

 

Non esistono purtroppo studi equipollenti che possano consentire un raffronto diretto con quanto accade nel resto del mondo.

I dati dell’agenzia Eurostat mostrano come, negli ultimi anni, paesi quali Germani, Francia e Italia hanno visto generalmente stabile, se non in calo, il loro consumo totale di metalli, prodotti chimici e fertilizzanti.

I paesi in via di sviluppo, in particolare quelli con la crescita più rapida, come l’India e la Cina, probabilmente non hanno ancora raggiunto la fase di dematerializzazione. Tuttavia McAfee prevede che in un futuro non troppo lontano (almeno relativamente ad alcune risorse) cominceranno anche loro a ottenere di più con meno.

In buona sostanza per l’autore, nel tentativo continuo di utilizzare sempre meno risorse, le imprese “assetate di profitto” possono percorrere quattro strade principali:

  • Utilizzare una minore quantità di una determinata materia prima.
  • Sostituire una risorsa con un’altra.
  • Utilizzare un numero inferiore di molecole sfruttando meglio i materiali di cui dispongono già.
  • Accorpare dispositivi moltiplicando le loro funzioni e risparmiando risorse e materiali.

La combinazione tra l‘innovazione incessante e i mercati contendibili in cui un gran munero di competitor cerca di ridurre le spese per i materiali ci ha traghettati in un’era post picco. Ed è questa la strada da continuare a percorrere rendendo sempre più la natura inutile, da un punto di visto economico, in modo da farle riacquisire sempre più il suo giusto valore.

Bibliografia di riferimento

Andrew McAfee, Di più con meno. La sorprendente storia di come abbiamo imparato a prosperare usando meno risorse, Egea UniBocconi, Milano, 2020.

Traduzione dalla lingua inglese di Giuseppe Maugeri.

Titolo originale More from less. The surprising story of how we learned to prosper using fewer resources, Scribner, a division of Simon & Schuster Inc, New York, 2019


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Egea – Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University Press, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli, 2020)

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Chi ha davvero in mano le redini del potere di uno Stato? Chi sono i burattinai che decidono la direzione da far prendere ai loro burattini?

Domande che ognuno si pone e le cui risposte sono tutt’altro che semplici o scontate.

Giuseppe Salvaggiulo, capo redazione politica de «La Stampa», ha raccolto le confessioni di un capo di gabinetto, il quale per ovvie ragioni ha preferito rimanere anonimo, e, nel libro che ne è risultato, ha trascritto qualcuna delle risposte alle domande sul potere e sui suoi burattinai.

Uscito per la Serie bianca di Feltrinelli Editore a marzo di quest’anno, Io sono il potere è scritto in prima persona, a parlare e raccontare la storia narrata è l’anonimo capo di gabinetto, il quale descrive con dovizia di particolari i momenti più importanti e gli accadimenti più salienti che ha ritenuto doveroso diffondere e rendere “pubblici”.

Un libro che, per fortuna, ha poco di scandalistico o sensazionalistico. L’intenzione dell’autore e del curatore è con ogni evidenza scevra da volontà complottiste. La situazione che si intravede leggendo il libro, leggendone altri che affrontano il medesimo tema, studiando gli accadimenti geopolitici e le varie azioni di governo, non necessariamente riferite a quello attuale ma anche pregresse, rende evidente che focalizzarsi su un unico accadimento, un solo personaggio o un determinato periodo storico si rivela essere alla fin fine troppo fuorviante, in quanto rischia di far passare il messaggio che il concetto sia circoscritto a un solo accadimento, a un unico personaggio, a un determinato periodo storico.

È il sistema nel suo complesso che merita di essere ben compreso, con i suoi ingranaggi, i suoi burattinai e anche i suoi burattini.

D’altronde, sarebbe molto ingenuo continuare a ritenere che il vero potere di un’intero Stato sia dato o lasciato nelle mani di persone che, alla fin fine, sono di passaggio. I ministri, i sottosegretari, gli stessi parlamentati sono vincolati al mandato elettorale e quand’anche permangano per lungo tempo alla Camera o al Senato, per certo sosteranno per periodi più brevi nei palazzi ministeriali.

L’anonimo autore del libro lo dice apertamente che il vero potere lo detengono loro, quelli come lui, che vivono nell’ombra, sono essi stessi delle ombre. Nessuno o pochi conoscono il loro nome e ancora meno il loro volto, eppure sono proprio loro a decidere, lasciando credere agli eletti di passaggio che, insieme allo scranno hanno conquistato anche lo scettro.

Negare l’esistenza di questo potere “occulto” , che poi in realtà tanto occulto non è, equivarrebbe un po’ a negare l’esistenza del potere altrettanto ritenuto occulto dei servizi, o delle associazioni di fratellanza quali la massoneria. Si parla ovviamente della loro parte legale. Altro discorso poi va fatto per quella loro parte, deviata, che purtroppo pure esiste.

Un potere che si potrebbe anche sintetizzare con due sostantivi: relazioni e tecnica. Relazioni intessute negli anni che vanno a comporre il know how dell’esperienza e la tecnica, frutto di abilità e competenze, anch’esse consolidate dall’esperienza. Una lunga esperienza che rende questo potere molto resiliente, ai cambiamenti ma, soprattutto, ai nuovi arrivati, illusi o speranzosi di cambiare tutto, far saltare il banco e compiere la rivoluzione. Tutti però sono costretti a fare i conti con il potere impalpabile ma affilatissimo di questi burattinai i quali, pur vivendo e restando nell’ombra, sono o dicono di essere i reali fari che orientano la rotta delle navi-stato.

L’anonimo capo di gabinetto che lascia la sua confessione a Salvaggiulo neanche per una volta, in tutto il libro, mette in dubbio la forza e l’efficacia del suo potere e ciò fa sembrare ancora più stridente il contrasto tra il suo modo di esercitare un potere, reale e concreto, e quello eccessivamente mediatico dei politici di ogni schieramento ormai.

Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show” eppure viene ricevuto privatamente, ogni volta che lo si ritiene necessario, dal presidente della Repubblica. Un clero formato da una cinquantina di persone che “tengono in piedi l’Italia”.

L’autore afferma che il lavoro svolto da un capo di gabinetto non si può insegnare come fosse una qualsiasi dottrina, si tratta per la gran parte di prassi. Come fosse un flusso di sapere e potere invisibile a occhio nudo eppure molto potente, metaforicamente simile a un gigantesco acceleratore di particelle.

Cosa sarebbe accaduto se la Scienza e gli scienziati avessero ignorato o rigettato tutto ciò che non era tangibile e visibile a occhio nudo? Cosa accade o può accader a una società i cui esponenti a tutti i livelli ignorano, negano o rinnegano l’esistenza di questo potere occulto?


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Rivoluzione digitale sì, ma “Non essere una macchina”

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Una guida per orientarsi nel dibattito sul tema, per comprendere in cosa consista in realtà la cosiddetta Rivoluzione digitale, su come vada collocata nella prospettiva di lungo corso della storia dell’umanità e, sopratutto, per conoscere più da vicino le IA – intelligenze artificiali – e il valore dei dati. È in questo modo che Andrea Prencipe, rettore della Luiss University, definisce il libro di Nicholas Agar, docente di etica al MIT.
Un testo che di sicuro si rivela essere tutt’altro che una lettura scontata sul tema della Rivoluzione digitale che interessa la contemporaneità ma la cui percorrenza determinerà quello che sarà il futuro prossimo e remoto dell’intero pianeta.

La Rivoluzione digitale sta trasformando le vite umane. Buona parte dello sconvolgimento provocato dalla Rivoluzione industriale fu dovuta all’automazione della forza muscolare. La Rivoluzione digitale invece, sottolinea Agar, sta automatizzando il lavoro mentale umano. Rappresenta perciò una minaccia per le occupazioni il cui contenuto intellettuale è alto, ovvero quelle occupazioni che di norma richiedono lunghi anni di studi e riservano salari elevati.
I progressi nell’intelligenza artificiale paiono condurre a una progressiva polverizzazione dell’agentività umana. Sembra proprio che dovremo affrontare un futuro nel quale il controllo sulle società e sulle vite umane sarà sempre più e inesorabilmente ceduto alle tecnologie digitali “con poteri decisionali palesemente superiori”.

Agar ritiene che gli uomini, in generale, hanno la tendenza a supporre che le cose continueranno esattamente come adesso. Si tende a sottovalutare la minaccia all’agentività umana human agency – da parte delle macchine. Questo accade anche perché molte delle odierne intelligenze artificiali non sembrano rappresentare una reale minaccia per il nostro posto di lavoro. Così facendo si ignora però il rapido ritmo di miglioramento che esse hanno in assoluto e in confronto a quello umano.
Gli uomini manifestano quindi un pregiudizio verso le capacità delle macchine future e, parallelamente, una visione alterata delle reali abilità umane. Agar sostiene che questo bias a favore degli esseri umani sia tanto insostenibile quanto il geocentrismo precopernicano.

Lo scopo che Agar si è prefisso scrivendo il saggio Non essere una macchina è descrivere ciò che è indispensabile fare per salvaguardare l’agentività umana nell’Era digitale. Salvaguardare il contributo umano non significa di certo respingere le meraviglie tecnologiche che la Rivoluzione digitale ha portato, richiederà piuttosto un’attenta considerazione degli ambiti dell’attività umana che cederemo alle macchine.

Le società che emergeranno dalla Rivoluzione digitale dovrebbero essere strutturate intorno a quelle che Agar chiama economie sociodigitali.
Il valore principale dell’economia digitale è l’efficienza.
Il valore principale dell’economia sociale è l’umanità.
In un’economia sociale completamente allargata dovremmo essere liberi di scegliere il lavoro che si desidera svolgere. Questo tipo di economia, per l’autore, potrebbe costituire una risposta a uno dei mali tipici della nostra epoca: l’isolamento sociale.
Spodestati dalle posizioni lavorative basate sull’efficienza, dovremmo essere liberi dunque di dedicarci a “nuove tipologie di lavoro che soddisfino le esigenze sociali degli esseri umani”. Lavori che dovremo anche essere in grado di inventarci ex-novo in quanto, con ogni probabilità, “se non le creeremo, quelle mansioni non esisteranno”.

Alcuni sostengono che dovremmo reagire ai progressi digitali offrendo agli uomini un reddito universale di base. Ma per Agar senza il collante sociale del lavoro si dovrebbe trovare un altro modo per evitare che le nostre società si disgreghino in sotto-comunità definite da appartenenza etnica, affiliazione religiosa e altre caratteristiche apprezzabili a livello sociale. Quando lavoriamo insieme, in un certo senso, superiamo i confini tra razza, religione, genere e capacità. Agar definisce il lavoro come il collante sociale che aiuta a trasformare gli estranei in società coese che si fidano l’una dell’altra. Quando avalla la regola del lavoro però Agar lo fa su concetti che esulano molte delle forme che il lavoro assume in questi tempi di incertezza economica. Egli ritiene infatti che “buona parte del lavoro odierno è insoddisfacente”.
Un altro contesto nel quale bisogna lavorare con gli altri per ottenere risultati e successo è lo sport.
Altre visioni sul futuro vedono tutta la ricchezza generata dalle macchine digitali nelle mani dei pochi che le posseggono.

La visione del futuro secondo Agar vedrebbe un’Era digitale nella quale saremo circondati da favolose tecnologie digitali ma riusciremo ancora a godere di esistenze intensamente sociali.
Sia nel caso del cambiamento di clima, sia in quello della minaccia all’agentività umana proveniente dalla Rivoluzione digitale, le ricompense per il successo e le sanzioni per il fallimento sono talmente alte da obbligarci a compiere gli sforzi più grandi.

Più volte l’autore ritorna sul tema dei dati, da considerare come la vera forma di ricchezza che contraddistingue la Rivoluzione digitale: “Noi abdichiamo al controllo dei nostri dati a favore di Google, Facebook e 23andMe, proprio come all’inizio del XX secolo i coltivatori texani furono felici di accettare misere somme di denaro in cambio del diritto di altri a sondare i loro terreni alla ricerca di petrolio, inutile per la loro attività di coltivatori o allevatori”. E invece sono proprio questi dati il nuovo oro che sembra dettare le regole della “borsa digitale”.

Si potrebbe anche scegliere di non realizzare l’ideale dell’economia sociodigitale, chiosa Agar, e continuare a considerare le tecnologie come influenze di principio sull’esperienza umana collettiva, però dovremmo allora attenderci o temere un futuro disumanizzato, dominato in tutto e per tutto dal valore dell’efficienza. Una vera e propria scelta di estinzione programmata con consapevolezza, avendo volutamente optato per “cedere le nostre occupazioni alle versioni robotiche e migliori di noi stessi”.
Del resto, in un mondo dove sono le macchine a farla da padrone, rischiamo davvero di diventare una sorta di nuovi gladiatori, e Prencipe nella prefazione al libro di Agar si chiede se arriveremo a dipendere da “un algoritmo-imperatore che deciderà della nostra vita e della nostra morte con un pollice verso”.
I gladiatori facevano appello alla pietas degli imperatori, ma sembra davvero arduo poter contare su un sentimento così umano quando si ha a che fare con le macchine. E conviene anch’egli con l’autore che “conservare l’umanità anche nell’era digitale, o almeno rendere quest’ultima più umana, può allora essere l’unica via di uscita da questo apparente vicolo cieco”.

Bibliografia di riferimento

Nicholas Agar, Non essere una macchina. Come restare umani nell’era digitale, Luiss University Press, Roma, 2020.
Traduzione di Anna Bissanti dal testo originale in lingua inglese How to be human in the digital economy, MIT Press (Massachusetts Institute of Technology Press), Stati Uniti d’America, 2019.
Edizione italiana con prefazione di Andrea Prencipe


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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“Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste” di Liliana Madeo (Miraggi, 2020)

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Vittime. Complici. Protagoniste recita il sottotitolo del libro di Liliana Madeo. Ma le donne che il lettore incontra nel testo non sono né vittime, né complici, né protagoniste. Non solo questo almeno. E non sono neanche numeri, dati, statistiche. Sono narrazioni. Di vita. Di vite. Di esistenze dominate dal punto interrogativo, all’interno delle quali formulare una domanda può essere, a volte, anche più complesso del cercarne la risposta.
Esistenze evanescenti che appartengono a un mondo fatto di ombre, di confini mai ben definiti. Un mondo di contrapposizioni, Quasi all’incontrario.
Una realtà che non è lontana da quella in cui credono di vivere tutti, che con essa si fonde e si confonde. Un mondo nel quale le scelte non le detta il coraggio ma la mancanza di alternative. Perché quando lo Stato fa un passo indietro, il territorio non resta a guardare e l’anti-Stato diventa Stato e inizia a governare, a suo modo, e a comandare, a volte anche sullo stesso Stato.

E le donne che appartengono a questo mondo sono addestrate, esattamente come dei soldati. Solo che non stanno in trincea, o meglio la loro trincea è nascosta e si plasma seguendo l’ombra proiettata dal proprio uomo o dalla famiglia. Spesso è l’unica realtà che conoscono e che vogliono conoscere.
Il libro di Liliana Madeo racconta la vita delle donne di mafia che vivono in Sicilia. È uscito in prima edizione ventisei anni fa. Le storie che narra descrivono una realtà antica, maschilista. Un mondo la cui cultura però non sembra essere cambiata più di tanto in tutti questi anni trascorsi.
Le regole dell’Onorata Società, come veniva anticamente chiamata Cosa Nostra, riguardo le donne non sono state di certo stravolte. Restano inferiori all’uomo nella piramide del comando.
Eppure le donne di mafia si muovono in maniera completamente diversa rispetto al passato. Sono istruite, competenti nei più svariati settori, viaggiano, si curano nell’aspetto, partecipano sempre più e sono attive anche in ambito operativo eppure l’affiliazione vera e propria a loro rimane preclusa.

A ben riflettere e con una certa amarezza si possono riscontrare dei parallelismi tra l’evoluzione di ruolo delle donne di mafia, dagli anni Novanta ai nostri giorni, e quella delle donne italiane in generale. Anche nella società civile o normale, oppure in qualsiasi altro modo si preferisce indicarla, i comportamenti e le azioni delle donne sono cambiati rispetto al passato. Un cambiamento che forse è iniziato prima, con i movimenti femministi degli anni Settanta, o forse no. Ma ciò che fa riflettere davvero sono le limitazioni, le preclusioni, il maschilismo tutt’ora imperanti, riscontrabili nei più svariati settori, anche se spesso si tende a mascherarli o sminuirli.
Ed ecco allora che viene da chiedersi se sia l’Onorata Società ad adattarsi ai tempi che cambiano, pur restando fedele ai principi fondanti, oppure se nella Società che per comodità chiameremo civile albergano, magari inconsciamente, tratti comuni alla prima sul ruolo sociale che devono ricoprire le donne?
È triste anche solo pensarlo, me ne rendo conto. Ma ignorando la realtà non la si cambia di certo, Piuttosto si tende ad avallare determinati comportanti.

Donne di mafia parte da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice a partire dal 1992 e diventata un libro nel 1994. Nasce dalla curiosità dell’autrice di scoprire cosa pensavano le donne di mafia di quanto stava accadendo, quale fosse il loro ruolo, quali erano i sentimenti che accompagnavano i principali eventi delle loro vite, vite scandite da potere, prestigio, denaro ma anche da violenza, morte, dolore.
Sono anni molto particolari per la Storia d’Italia. Scandali, corruzione, attentati, inchieste, processi, pentitismo… vicende che si intrecciano e si mescolano cui non è possibile attribuire una univoca chiave di lettura che sia al contempo universalmente chiarificatrice. L’indagine svolta da Madeo contribuisce a far luce su alcuni dei tanti misteriosi aspetti di quelle vicende, in particolare narra di quelli che si potrebbe definire i retroscena, ovvero gli sviluppi privati, interni a famiglie e coppie, le azioni poste in essere da queste tante donne di mafia per salvare la posizione, il potere, la famiglia oppure la vita, propria o dei propri affetti.

Un libro, Donne di mafia, già pubblicato e che ha ispirato anche una miniserie televisiva, eppure si conferma un testo di un’attualità sconvolgente e di un interesse notevole. Leggerlo o rileggerlo, anche dopo averne visto la trasposizione cinematografica, rimane un’esperienza impressionante.


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018) 

La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018) 

Ci sono verità che si vorrebbe tenere nascoste eppure “Quel terribile ’92″… 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 


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“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

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Monica Lanfranco si occupa da anni di educazione alla sessualità. Gira con fatica nelle scuole di tutta Italia cercando, di volta in volta, di abbassare l’altezza e ridurre lo spessore, con lo scopo di arrivare a farli scomparire, dei muri costruiti a suon di stereotipi e pregiudizi, arcaici retaggi culturali e ignoranza purtroppo largamente diffusa, il tutto condito con una massiccia dose di presunzione di superiorità con cui ancora oggi vengono educati bambini e ragazzi.
Crescere uomini è il titolo del libro edito da Erickson che assembla l’esperienza e le considerazioni dell’autrice e riporta anche molte delle risposte date dai ragazzi che hanno partecipato al sondaggio, creato dalla stessa Lanfranco, basato sui temi della sessualità, della pornografia e del sessismo.

A colpire è, tra le tante cose, il fatto che la quasi totalità dei ragazzi dichiara che la fonte unica, primaria e assoluta di insegnamento, apprendimento e ispirazione per la propria sessualità è la pornografia attraverso il web.
Lanfranco afferma che questo è un dato che dovrebbe fare riflettere le persone adulte di riferimento. Verissimo.
La pornografia basa i propri bias sulla carnalità e l’assenza di contesti, emozioni, sentimenti, responsabilità, maturità… le persone diventano corpi-oggetto atti a soddisfare pulsioni. È evidente e palese che il ricorso a questo tipo di visione produca effetti non proprio lodevoli negli adulti quindi si possono facilmente immaginare le conseguenze nefaste che causano sui giovani.
È lecito a questo punto domandare quanti degli adulti che dovrebbero orientare ed educare i giovani coltiva la propria sessualità matura allo stesso modo, ovvero attraverso la pornografia.

È prassi comune confondere la divisione biologica che vede la presenza di persone o animali di sesso maschile e di sesso femminile (maschi e femmine) con quella sociale che vede invece la divisione in uomini e donne. L’avere un apparato di riproduzione che funziona regolarmente o meno non dovrebbe essere fattore determinante e descrivente l’essere umano cui appartiene. Purtroppo non è così e la confusione che impera nell’attuale sistema culturale non può che ingenerare seri danni a coloro i quali viene trasmesso.
Esiste poi tutto l’universo dei transgender. Dal libro di Monica Lanfranco appare palese che i giovani – e anche i non più tali in realtà – fatica ancora a ben comprendere i diritti delle categorie più longeve, figuriamoci poi con quelle recenti. Purtroppo.

Da una recente indagine condotta da wired.it è emerso chiaramente che questi ragazzi, educati alla sessualità dalla pornografia, non si accontentano di esserne semplici fruitori passivi ma la trasformano in azioni concrete nelle quali si fondono e si confondono desideri e pulsioni sessuali, risentimento e vendetta, aggressività e violenza.
Per quanto tempo ancora gli adulti designati alla loro educazione e formazione e le istituzioni continueranno a ignorare il problema o a relegarlo come fenomeno marginale?
E di nuovo si ritiene lecito e doveroso domandare quanti adulti in realtà, pur non ammettendolo, condividono le posizioni espresse e le azioni intraprese da questi ragazzi.

Si chiede Lanfranco come si potrà mai riuscire a sconfiggere modelli sessisti e stereotipi che vogliono, ad esempio, l’uomo cacciatore e la donna preda, senza un’educazione ai sentimenti e all’empatia sin dai primi anni di scuola e socializzazione. Già. Come darle torto.
Invece di lasciare che i ragazzi e le ragazze formino il loro immaginario e attingano informazioni sulla sessualità attraverso il mondo della pornografia online bisognerebbe instaurare con loro un dialogo fin dall’infanzia, perché affrontare il discorso della sessualità nelle varie età della vita serve certamente a prevenire gravidanze precoci o indesiderate nonché malattie sessualmente trasmissibili ma anche a educare “alla convivenza pacifica tra le persone e nella collettività, avendo l’educazione una potente funzione preventiva nei confronti della velenosa piaga della violenza maschile sulle donne, che è alla base di ulteriori violenze nel contesto umano”.

Nelle risposte date al questionario somministrato loro dalla stessa autrice, i ragazzi hanno mostrato immaturità e, al contempo, una violenza inaudita. Sono soli, troppo soli nell’affrontare un aspetto fondamentale della loro crescita esistenziale ed è evidente che da soli e soprattutto attraverso il ricorso alla pornografia non ce la potranno mai fare a crescere uomini davvero.

«È la libertà di concepire il sesso in modo personale e di manifestarlo a proprio modo. La sessualità è una libertà di chiunque

Dietro questa risposta, che non è tra le peggiori che si leggono nel libro, traspare pesante un retaggio culturale, consentitemi, molto bigotto che affianca la sessualità a qualcosa di nascosto, sporco, peccaminoso. Almeno questo è ciò che viene insegnato nella speranza di tenere i giovani lontano il più possibile da essa. Complice anche una certa ingerenza religiosa che raconta di castità, purezza, celibato… E così nell’immaginario di giovani e non il piacere sessuale diventa ben presto qualcosa di proibito e, come tale, ancora più desiderabile. Ottenerlo equivale allora a raggiungere la libertà. Ottenerlo a qualunque costo. E le donne, seguendo quest’ottica, sono tutte solamente delle femmine procura piacere, proprio come le femmine della pornografia, ovvero l’unica educazione alla sessualità che hanno conosciuto.

Viene da sé che nel Terzo Millennio ciò è palesemente inammissibile, o dovrebbe esserlo. In Italia di educazione sessuale fatta bene se ne discute sin dagli anni Settanta ma ancora non si è trovato il bandolo della matassa. Possibile? Incredibile ma vero. Quando si affrontano argomento quali il sesso, la sessualità e l’orientamento sessuale, ci ricorda l’autrice, è necessario sapere che ci si trova davanti, prima di tutto, alla paura: di dire la cosa sbagliata, di dire troppo, di essere troppo espliciti… in buona sostanza istituzioni, educatori e famiglie non riescono a trovare il modo giusto per parlare agli adolescenti di sesso, sessualità e orientamento sessuale per timore, paura, ignoranza e, mentre loro lasciano passare anni prima di decidere come fare, intere generazioni fanno formazione con la pornografia attraverso il web e danno libero sfogo alla rabbia e al risentimento accumulati nelle chat di social dove impera sessismo, maschilismo, misoginia, istigazione palese alla violenza e allo stupro, pornografia e pedopornografia… Sintetizzando ancora: un vero disastro.

Alla domanda cosa significa per te essere virile?, due risposte sono risultate particolarmente esemplificative degli universi culturali contrapposti tra i quali la società può scegliere, spingendo l’educazione verso l’uno o l’altro paradigma:

•“Essere carismatico e donnaiolo, di corporatura massiccia e peloso.”
•“Secondo il codice dei gentlemen significa avere rispetto dell’altro sesso.”

Il rispetto, il pilastro intorno al quale andrebbe costruito l’intero sistema di valori. Un rispetto che naturalmente deve essere reciproco e universale.

Crescere uomini di Monica Lanfranco, ma in realtà tutto il lavoro da lei svolto, rappresenta un’ottima base di partenza per serie riflessioni sul tema e sui problemi esistenti ma, soprattutto, è la testimonianza di una strada percorribile per risoluzione di questi problemi.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale


Consiglio di Lettura

Françoise Héritier, Maschile e femminile. Il pensiero della differenza. Titolo dell’edizione originale Masculin/Féminin. La pensée de la différence


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Le regole di condotta: il comportamento in pubblico tra impegno e partecipazione

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Quando si trova in presenza di altri, l’individuo è guidato da un sistema particolare di regole definite da Goffman proprietà situazionali. Queste regole controllano la “distribuzione del coinvolgimento dell’individuo nella situazione”, coinvolgimento espresso mediante un idioma convenzionale di segnali comportamentali.

Spesso l’individuo si adegua a queste regole senza riflettere, pagando ciò che ritiene essere “solo un piccolo tributo alle convenzioni”. In realtà, sottolinea Goffman, la pena finale per chi rompe la regola è dura.

L’analisi condotta dal sociologo canadese riguarda la società occidentale, in special modo nordamericana della metà del secolo scorso. Una società che potrebbe sembrare molto lontana da quella attuale, dove si riempivano le prigioni con coloro che trasgredivano l’ordine legale e, parzialmente, i manicomi con quelli che agivano in maniera inappropriata.

I manicomi oggi non esistono più, o meglio le strutture che ancora esistono hanno cambiato nome. Le regole di comportamento in pubblico sembrano essere notevolmente cambiate. Ma ne siamo davvero certi? E se la risposta è si, siamo sicuri che ciò sia davvero un bene?

Le regole di condotta servono a definire quello che è e deve essere il comportamento in pubblico di ogni individuo. In passato ci si aspettava anche che da queste emergesse per facile e immediata deduzione l’appartenenza all’una o all’altra classe sociale. In caso contrario, persi i dovuti punti di riferimento, l’individuo veniva visto e percepito come estraneo, al raggruppamento, ovvero straniero.

Al giorno d’oggi ognuno sembra comportarsi in pubblico come meglio crede. Sembra non esistano più rigide regole di comportamento. Di sicuro il comportamento in pubblico non necessariamente agevola l’identificazione alla “classe” di appartenenza e i trasgressori dell’etichetta non vengono più, meramente per ciò, internati nei manicomi. Non con la frequenza di un tempo almeno.

Eppure, a ben guardare, coloro che si allontanano, per i più svariati motivi, da quelle che sono le regole, non scritte, del comportamento in pubblico anche oggi come in passato sono immediatamente individuati e percepiti come estranei, stranieri, diversi.

E anche oggi, esattamente come nel passato non così lontano indagato da Goffman, rompere la regola porta o può portare conseguenze dure.

Per esemplificare il concetto basta osservare le reazioni in pubblico alla presenza di un individuo estraneo al raggruppamento. Uno “straniero” per dirla in maniera semplice. Quest’ultimo veste in modo diverso, parla un’altra lingua, è avvezzo a muoversi diversamente… E, quand’anche si parli tanto di accoglienza e integrazione, la percezione della presenza estranea è tutt’ora avvertita, spesso osteggiata. Espressione palese del fatto che questo individuo non viene percepito come afferente al raggruppamento, che unisce gli individui non per sesso, età, legami di sangue o altro bensì per la condivisione delle medesime regole di comportamento in pubblico.

Si pensi ancora all’omofobia dilagante, al bullismo e cyberbullismo… ovvero a tutti quegli atteggiamenti di rifiuto e condanna verso gli individui che sono estranei e percepiti come diversi.

Le parole non cambiano la realtà, e la realtà è che oggi, proprio come in passato, c’è la tendenza ad addossare responsabilità e colpe di problemi di varia natura legati alla società su coloro che non la rappresentano, agli occhi di chi invece se ne ritiene pienamente rappresentante.

I vinti di oggi, per usare l’espressione di Giovanni Verga, che affollano prigioni e centri e strutture di “accoglienza” di vario genere, sono l’equivalente dei vinti su cui ha indagato Erving Goffman che affollavano prigioni e manicomi.

Eppure oggi, esattamente come allora, il Male vero non deve per forza risiedere in questi individui ma può benissimo annidarsi in coloro che indossano alla perfezione la maschera dell’inclusione e conoscono e rispettano tutte le regole del raggruppamento, in pubblico. Già in pubblico. Perché anche Goffman, come già fece Pirandello, sottolinea la linea, a volta profondissima, che separa il comportamento in pubblico da quello non in pubblico, ma non la esplora limitando l’analisi alla condotta degli individui in presenza di altri.

Un’azione può essere ritenuta corretta o scorretta soltanto in rapporto al giudizio che ne dà un particolare gruppo sociale, mai in assoluto. Eccezion fatta ovviamente per i comportamenti criminali. E anche fra i gruppi più piccoli e più saldamente uniti è probabile esistano al riguardo dissensi e incertezze. Uno tra i migliori esempi forniti da Goffman è il comportamento, solo in apparenza diverso, di vari gruppi religiosi nei luoghi di culto. Alcuni infatti entrandovi mantengono le scarpe e tolgono il copricapo, altri fanno esattamente l’opposto, togliendo le scarpe e mantenendo il capo coperto. Gesti che solo in apparenza possono sembrare differenti ma che nascondono in realtà una somiglianza di fondo riscontrabile nella ragione che li ha originati, ovvero il senso di profondo rispetto nutrito verso quei luoghi per loro sacri.

Goffman analizza a fondo i modelli di comportamento che di certo non sono un qualcosa di statico. E Adriano Zamperini nel saggio introduttivo al testo sottolinea come, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, si è avuta un’involuzione del sistema ottocentesco delle buone maniere, “tale da corrompere l’etichetta con un vuoto formalismo”, trasformando l’interazione umana in “una commedia delle apparenze”, dove il fine non è certo rispettare l’altro ma piuttosto “farsi spazio, sedurre, promuovere se stessi come un brand”, in sostanza avere successo. È innegabile che il cosiddetto buon comportamento non sia più – anche se in effetti non lo è mai stato compiutamente – un orizzonte collettivamente condiviso.

In passato coloro che non rispettavano l’etichetta, le buone maniere e mostravano di non sapersi comportare in pubblico erano identificati spesso come dei criminali. Oggi, paradossalmente, siamo costretti a vedere persone che si ritengono esono ritenute rispettabili che assumono movenze e linguaggi riconducibili ad ambienti criminali e giustificarsi adducendo la blanda motivazione dell’ilarità o dello scherno. Basti pensare al seguito non solo mediatico che hanno avuto produzioni cinematografiche come Il padrino o Gomorra. All’emulazione che ne è seguita in vari ambiti del vivere sociale: dagli slang alle movenze, dalle riproposizioni in chiave parodistica alle riproduzioni in maschera. In genere travisando quello che è, o dovrebbe essere, lo scopo divulgativo-educativo legato alla diffusione di informazioni sullo stile di vita e sui comportamenti tenuti dalla criminalità, organizzata o meno che sia.

Senza contare poi la confusione ingenerata, soprattutto negli individui in età adolescenziale, riguardo ciò che è giusto e ciò che non lo è. Tra i comportamenti corretti e quelli che lo sono meno. E questo non per ritornare a vecchi sistemi o ordini ormai desueti bensì per regolare la vita sociale e il rispetto degli individui che si incontrano in luoghi di interazione pubblici. Linee guida venute meno anche a causa dell’eccessiva urbanizzazione cui è andata incontro la società occidentale. Ricorda infatti Zamperini il concetto di overload, che sta a indicare il sovraccarico di stimoli cui è sottoposto quotidianamente l’abitante di un grande nucleo urbano.

Il sistema cognitivo individuale è incapace di elaborare gli innumerevoli input provenienti dall’ambiente urbano. Troppi e troppo incessanti per essere adeguatamente processati dalla mente umana. Per reggere questa moltitudine di sollecitazioni, il cittadino farebbe ricorso a tre modalità comportamentali: fissa ciò che ritiene prioritario, tendendo così a eludere il resto; alza barriere psicologiche protettive – come l’ampio ricorso agli smartphone per ascoltare musica con gli auricolari per isolarsi dal frastuono tipico dei luoghi pubblici; crea proprie regole e istituzioni.

In buona sostanza, il cittadino all’interno di metropoli dove può potenzialmente trovare di tutto ha la tendenza a smarrire se stesso.

Goffman con il saggio Il comportamento in pubblico ha cercato di dimostrare che la sintomatologia dei malati mentali può a volte avere a che fare più con la struttura dell’ordine pubblico che non con la natura del disordine mentale.

Oggi assistiamo a una profonda crisi che implica anche il comportamento in pubblico degli individui costretti a modificare ogni loro abitudine a causa del SARS-CoV-2 portatore della malattia Covid-19 e una delle frasi che si legge o si ascolta con maggiore frequenza è: quanto torneremo alla normalità?

E se fosse proprio questa normalità come noi la conosciamo a essere il vero problema di fondo?

Non sarebbe forse più opportuno cogliere l’occasione per ripensare le regole di condotta del nostro nuovo comportamento in pubblico?

Bibliografia di riferimento

Erving Goffman, Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione, Einaudi, Torino, 2019.

Traduzione di Franca e Enrico Basaglia dal titolo originale Behavior in public places. Notes on the social organization of gatherings, The Free Press, a division of Simon&Schuster Inc., New York, 1963.

Versione con un saggio introduttivo di Adriano Zamperini


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il complotto Toscanini” di Filippo Iannarone (Piemme, 2018)

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Il complotto Toscanini di Filippo Iannarone, edito da Piemme in prima edizione a gennaio 2018, si apre al lettore con una citazione di Lucio Anneo Seneca.
«Non osiamo molte cose non perché sono difficili, ma molte cose sono difficili perché non osiamo».
E l’autore, in questo libro, ha osato molto. Un esempio ben costruito e ben riuscito di come i fatti storici reali diventino poi, grazie alla fantasia e all’immaginazione, un canovaccio che rappresenta solo la base di partenza e, al contempo, una piccola parte seppur non marginale, della storia presentata al lettore.

Iannarone, attraverso la descrizione dei ricordi dei protagonisti o degli accadimenti della storia narrata, racconta i sentimenti, le emozioni, le sensazioni, le speranze e le paure non di un gruppo o di una generazione, bensì di un’intera nazione.
Dopo gli orrori del conflitto, le atrocità della guerra, i combattimenti, i bombardamenti, la distruzione, le rovine… l’Italia sembra risorgere. E per tutti si profila non il desiderio di ricostruire il vecchio, il passato, ma di creare davvero un Paese nuovo, sotto l’egida del grande rinnovamento chiamato Repubblica.
Anche se l’ombra del male, della sofferenza, del dolore e della morte non abbandona nessuno di quelli che l’hanno guardata dritta negli occhi. Il male del conflitto, della guerra, del fanatismo, dell’estremismo, del fascismo e del nazismo.

Notevole anche il modo in cui l’autore riesce a descrivere il profondo rapporto che unisce i protagonisti, Luigi e Iolanda. Un legame che si è creato cercando di strapparlo al buio della vita che finisce. Un’esistenza, quella di Luigi, che è rinata giorno dopo giorno accanto a quella donna che poi sarebbe diventata sua moglie. Ad unirli l’amore, certo, ma anche la passione, il coraggio, gli ideali e gli intenti comuni. Elementi tutti che hanno contribuito a saldare un rapporto nel quale entrambi si vedono e si rispecchiano perfettamente.
Grande l’abilità narrativa di Iannarone nel comunicare al lettore questi sentimenti forti, intensi, lasciandoli trasparire da pochi piccoli gesti e parole legati, tra l’altro, alla “banale” quotidianità.

«La costruzione della comunicazione di buone notizie è ancor più importante in democrazia» perché «la percezione da parte della gente comune di vivere in un paese normale ci permetterebbe di avere meno problemi di ordine pubblico, di disperdere questa continua incitazione al conflitto sia da destra sia da sinistra». Iannarone centra un nodo dolente della democrazia, di tutte le democrazie occidentali, le quali hanno saputo costruire un’immagine mediatica di se stesse basata sulla libertà di pensiero e di idee e sulla libera circolazione delle stesse. Al contempo, hanno sempre puntato su una comunicazione che indichi la propaganda come un qualcosa che non appartiene alla democrazia bensì ai regimi dittatoriali.
Le democrazie in effetti non impongono se stesse, regalano invece una bella, positiva e propositiva immagine di sé.

Riesce l’autore a descrivere e trasmettere al lettore la società italiana degli anni Trenta, come anche di quella dell’immediato dopoguerra, sul finire degli anni Quaranta. Esemplare il modo in cui riesce a cogliere e descrivere anche le minime sfumature comportamentali rispetto ai suddetti periodi, i quali, seppur non lontani sulla linea del tempo, lo sono stati molto invece per tutto il resto. Egual ragionamento vale per i rapporti di genere e di classe. Leggendo Il complotto Toscanini si realizza quanto in effetti il mondo sia cambiato e quanto, invece, sia rimasto invariato o addirittura peggiorato.

Il rapporto tra Luigi e Iolanda, quello professionale molto rigido e gerarchico, la società italiana e le sue classi. I ruoli sociali e famigliari degli uomini e delle donne. Il che non vuol significare che le donne non lavorassero anche fuori di casa, allora come adesso. Vi era solo una più netta e definita distinzione tra i generi che al giorno d’oggi sembra essere stata colmata solamente in apparenza. In realtà si intravede solo una gran confusione, un’illusione di progresso e di parità. Una zona grigia che troppo spesso produce ombre deformi e pericolose.

L’emancipazione femminile di cui tanto si narra deve, per essere cosa seria e concreta, passare necessariamente attraverso la parità, l’eguaglianza e il rispetto reciproco di diritti e doveri. Altrimenti è una farsa. E, purtroppo, è quello a cui sembra di assistere quotidianamente. Come per la comunicazione anche per i diritti civili le battaglie come i traguardi sono tutt’altro che lontani ricordi da poter archiviare.

Ottima la struttura narrativa del libro. Una solida “impalcatura”che regge bene l’intreccio sviluppato lungo una doppia linea temporale. Il presente e il passato che si avvicendano nei vari capitoli che vanno a comporre il testo ma che si intersecano di continuo nel racconto, nello svolgersi delle vicende e nella narrazione dei ricordi o dei pensieri.

Dalla lettura del testo si evince chiaramente il dettagliato lavoro di ricerca preventivo eseguito da Iannarone, il quale deve essersi accuratamente documentato non solo sulla storiografia dell’epoca nella quale ha deciso di ambientare la sua storia, ma anche sui costumi e le abitudini del tempo. I protagonisti infatti vestono, parlano e hanno delle movenze che li identificano perfettamente nel periodo considerato.

Grazie a una cura particolare per i dettagli, a “pause narrative” nelle quali il colonnello Luigi Mari e il suo assistente, il tenente Vinicio Barbetti, fanno il punto della situazione e di quanto scoperto, alle analisi e ai racconti storico-letterari del colonnello o dei suoi intervistati, l’autore riesce a rendere famigliare per il lettore l’intera vicenda, pur nella sua complessità, i tanti personaggi e anche l’ambiente.

Nei ringraziamenti Iannarone sottolinea come lo abbia aiutato la grande passione per la musica e questo sarà certamente vero. Ma deve essergli occorso uno studio profondo e articolato per ricostruire nel suo libro ambienti e accadimenti cui è impossibile abbia presenziato. Ciò che i suoi occhi non hanno visto direttamente, la sua mente ha fatto propri grazie a un minuzioso processo di immedesimazione che poi deve aver trasferito al protagonista, Luigi Mari.

La storia raccontata ne Il complotto Toscanini è un’indagine investigativa indiretta, ovvero condotta da persone diverse dagli inquirenti incaricati ufficialmente, e posticipata nel tempo. Molti anni dopo l’omicidio. Il punto di partenza è una verifica su una celebrità, il maestro Toscanini, al fine di meglio valutare la sua candidatura a senatore a vita.
Nonostante questo, nulla manca al libro rispetto un più classico poliziesco. Piuttosto molto altro si ritrova nel testo di Iannarone.

Informazioni storiche, artistiche, letterarie che arricchiscono la narrazione senza appesantirla e, al contempo, dilatano il lavoro di indagine. Del tutto compatibile con il carattere peculiare dell’investigazione, non ufficiale appunto e non finalizzata a scovare il colpevole e assicurarlo alla giustizia.

Un testo molto valido, Il complotto Toscanini di Filippo Iannarone. Un’ottima opera letteraria che merita senz’altro di essere letta anche come punto di riferimento e apprendimento.


Articolo originale qui



Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale


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Trasformare un ambiente magico in opera d’arte. “Napoli velata e sconosciuta” di Maurizio Ponticello (Newton Compton Editori, 2018)

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Uno dei meriti che vanno senz’altro riconosciuti ai fratelli Carracci, in particolare Annibale, è l’aver trasformato la vita quotidiana in opera d’arte. Celeberrimo ed esemplare il suo dipinto Bottega del Macellaio (o Grande Macelleria, 1585 ca., olio su tela, 190×271, Oxford, Christ Church Gallery).
Perché sono solamente la vita vera, l’ambiente reale che ci circonda, le persone che lo vivono, lo attraversano, lo modificano, consapevolmente o meno, il capolavoro di cui alla fin fine vale sempre la pena narrare.
Bene lo ha compreso Maurizio Ponticello, il quale da anni ormai indaga a fondo ogni remoto angolo o mistero della sua città, del suo ambiente, per svelarne aspetti reconditi o mal interpretati. Una passione la sua che non smette di meravigliare il lettore, per quello che trova leggendo certo, ma anche per l’impegno e la dedizione, la professionalità e la serietà con cui porta a termine i suoi lavori.
Da ottobre 2018 nuovamente in libreria con Napoli velata e sconosciuta, edito da Newton Compton, un libro sui luoghi e simboli dei misteri, degli dèi, dei miti, dei riti, delle feste. Napoli, la città forse più raccontata al mondo, la metropoli di cui si pensa di conoscere architettura e cultura. Eppure, ogni volta, leggendo i testi di Ponticello si resta basiti dal cumulo di pregiudizi, preconcetti e luoghi comuni che l’autore ha dovuto “spalare” prima di poter raccontare di quella meravigliosa opera d’arte diffusa che è la capitale partenopea.

«Napoli non è stratificata solamente nel proprio impianto urbanistico, anche per arrivarle al cuore occorre andare di strato in strato, sempre più a fondo. Il suo nucleo vibrante è celato, e tale resta agli occhi indiscreti che hanno per la fonte di Mnemòsine. Napoli non giungerà nuda alla meta. Né mai ci sarà una meta.»

Napoli velata e sconosciuta si compone di due parti ben distinte. La prima affronta il mito della fondazione, i caratteri nascosti della Sirena eponima, e «la cifra sacra su cui nacque la città nuova»; la seconda è centrata sull’analisi di «alcuni dettagli presi a modello» per esplorarli secondo «il principio esoterico delle considerazioni da dentro e le considerazioni da fuori». Durante la lettura però le due parti non così distinte e il lettore ha l’impressione di leggere un flusso continuo di informazioni, aneddoti, miti, leggende, storie che abbracciano il sacro e il profano, la leggenda e la tradizione, il passato e il presente. Con lo sguardo rivolto anche verso il futuro.
Il criterio di indagine seguito da Ponticello è quello che lui stesso definisce “Metodo Tradizionale”, che muove dalle fonti originarie disponibili, mette insieme mito e storia e privilegia il linguaggio arcano del simbolo e della mitologia per interpretare la storia.
Pian piano che la velatura su Napoli e i suoi tanti misteri si solleva, grazie al certosino impegno di Ponticello, il lettore non può fare a meno di chiedersi se siano i napoletani ad abitare la città o se sia quest’ultima a vivere dentro di loro.
Napoli è poliedrica e l’analisi dell’autore non poteva non spaziare dall’antropologia alla storia, dalla letteratura alla filologia, dalla glottologia alle religioni, dalla sociologia all’etnologia. Un lavoro di ricerca immenso che a tratti potrà anche sembrare ostico alla lettura ma è senza dubbio motivato, ben strutturato e valido.

Dodici anni dopo la sua prima pubblicazione, Napoli velata e sconosciuta appare incredibilmente un libro ancora rivoluzionario nel suo genere, come lo definì, nell’introduzione al primo libro, Stefano Arcella. Incredibile appare anche il fatto che si sia resa necessaria la nuova edizione come tentativo di arginare, di nuovo, la diffusione di scritti imprecisi e «interpretazioni fuori luogo», la maggior parte delle volte dettate da «interessi di cupole e parrocchie».
Con un linguaggio ancor più diretto e provocatorio, Ponticello riporta quindi sugli scaffali l’opera prima, riveduta e ricontrollata, il suo baluardo contro il pregiudizio, l’imprecisione e il plagio.
Un’opera letteraria che si rivela fuor di dubbio valida, nella struttura come nei contenuti.


Articolo originale qui


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