“Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa” di Federico Fubini (Longanesi, 2019)

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Due fazioni decisamente contrapposte e ostili. Da un lato gli europeisti convinti, di tutto, incapaci anche solo di osservare con maggiore criticità le scelte e le decisioni dell’europarlamento. Dall’altro gli euroscettici, su tutto, convinti che la soluzione a gran parte dei problemi attuali sia un ritorno perentorio a serrati nazionalismi.
La ragione, questa volta, forse non sta neanche nel mezzo. Perché le politiche o si fanno bene oppure è meglio non farle proprio. Soprattutto quando vanno a incidere su cittadini appartenenti a realtà economiche e sociali differenti. Perché l’Unione Europea non ha automaticamente creato cittadini europei. Perché i cittadini europei forse ancora non si sono mai visti. Ognuno si sente tuttora italiano, inglese, francese, tedesco… solamente in seconda istanza, forse, ci si ricorda di essere anche cittadini europei.

Sempre attribuito a Massimo d’Azeglio ma in realtà formulato da Ferdinando Martini nel 1896, secondo quando si legge nell’enciclopedia Treccani, il proverbio che meglio di tanti discorsi sintetizza la situazione del nostro Paese all’indomani dell’unificazione: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Parafrasandolo si adatta benissimo anche all’Unione Europea.
Si è poi riusciti a fare gli italiani? In realtà non molto. Lo stesso Fubini sembra essere ancora molto lontano dal considerare gli italiani un popolo unico laddove, parlando di Sanità, sottolinea come quella italiana sia tra le migliori e per trovare forti criticità bisogna arrivare “alle regioni più arretrate del Mezzogiorno”.

Si riuscirà a fare gli europei?

Federico Fubini, nel suo provocatorio saggio Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa edito da Longanesi, esorta gli italiani a superare l’attuale crisi identitaria e lottare per vedere riconosciuti, finalmente, i propri diritti di cittadini italiani ed europei, ma di farlo dopo aver liberato l’Europa dai sovranisti e dagli “europeisti di professione”. Analizzando i dati delle recenti elezioni europee sembra che i cittadini, italiani o europei che siano, sembrano intenzionati a seguire tutt’altra via.

Fubini analizza le fasi attraversate dagli italiani nei vari processi di creazione dell’Unione Europea. Dalla speranza di aver trovato finalmente l’ancora di salvezza per i nostri conti pubblici alla globalizzazione, dalla moneta unica alla crisi economica del 2008. Ed è proprio su quest’aspetto che si sofferma l’autore, indicandolo come l’origine del malcontento, dovuto soprattutto al tentato processo di “germanizzazione” che dall’Europa hanno ripetutamente suggerito ai Paesi, come l’Italia, che non riuscivano a tenere il passo. Alle economie deboli indicate dalla potenziale ancora di salvezza come le zavorre dell’economia dell’intera Unione. Da ciò si origina la crisi d’identità degli italiani, compresi quelli nelle istituzioni europee, che cercano di far dimenticare con ogni mezzo l’onta di appartenere a uno di questi Paesi-zavorra.

Leggendo il saggio di Fubini si denota chiaramente quanto l’autore sia fermo nella volontà di considerare l’Unione Europea una svolta decisamente positiva e necessaria, nonostante tutto. Afferma di essere stato un europeista convinto fin dalle origini, che ha seguito come corrispondente improvvisato alle prime armi. Ammette le criticità ma permane nelle sue parole la volontà di rimanere attaccato all’ancora di salvezza, evidentemente ritenuta unica soluzione possibile per mantenere a galla l’Italia nell’era dalle globalizzazione, delle superpotenze mondiali e dell’economia finanziaria planetaria.
Per Fubini tutto ciò è possibile, eliminando le posizioni estremiste di entrambe le fazioni, euroscettici ed europeisti di professione, facendo valere i propri diritti e mantenendo alto il livello di identità nazionale anche in Europa. Ma ciò vale anche per i cittadini delle “regioni più arretrate del Mezzogiorno”?


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Pecorelli deve morire” di Valter Biscotti (Baldini+Castoldi, 2019)

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È da poco uscito il rapporto 2019 di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa, sempre a rischio anche in quelle che si dichiarano democrazie avanzate e consolidate. Rapporto che definisce il quadro allarmante di una situazione diffusa in cui «l’odio verso i giornalisti è degenerato in violenza». Una violenza che va da minacce verbali ad aggressioni fisiche, da intimidazioni e querele temerarie a veri e propri attentati. Violenza che proviene da malavitosi e criminali ma anche, purtroppo, dalla società civile e dalle istituzioni.
Quando un giornalista sa fare il proprio lavoro e non ha timore di rendere pubblico quanto è riuscito a scoprire deve essere pronto davvero a tutto. Purtroppo. Ed è sempre stato così. Purtroppo.

Il 20 marzo del 1979, quaranta anni fa, fu ucciso Mino Pecorelli, un giornalista le cui inchieste ma, soprattutto, la cui morte violenta si intreccia con nomi tristemente celebri come Giulio Andreotti, Licio Gelli, Massimo Carminati, Claudio Vitalone, Pippo Calò… e a tutta quella rete grigia fatta di politica, massoneria, servizi segreti, banche, mafia. Quaranta anni, un processo durato quattro anni, fiumi di parole e neanche un colpevole accertato, finora.

Verso la fine degli anni Sessanta, Carmine Pecorelli, detto Mino, fonda a Roma OP-Osservatore Politico, un’agenzia quotidiana stampata in ciclostile. Fin dal primo momento, gli inquirenti hanno cercato tra gli articoli pubblicati dal giornalista, inchieste spesso scomode anche per politici, magistrati, militari, alla ricerca del possibile movente dell’omicidio.
Pecorelli aveva scritto sul caso Moro, sul traffico illecito di petrolio con la Libia, per fare alcuni esempi. Inchieste “terribili” per il potere, o meglio per quella parte di potere corrotta.

A marzo di quest’anno esce per Baldini+Castoldi Pecorelli deve morire di Valter Biscotti, avvocato scrittore che attualmente rappresenta legalmente Rosita Pecorelli, sorella del giornalista, in una nuova istanza avanzata per tentare di far riaprire le indagini sulla base, in prevalenza, di quanto scoperto dalla giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli. Un libro che racconta l’omicidio, le indagini e il processo come anche il Pecorelli uomo, ciò reso possibile grazie ai racconti della sorella Rosita fatti direttamente a Biscotti. Un resoconto che vuol narrare i fatti, quanto accaduto e, soprattutto, quanto è stato omesso o trascurato.

Un libro, Pecorelli deve morire, che sembra un dettagliato resoconto d’inchiesta, o meglio di raccolta fonti e testimonianze, con dei risvolti da legal thriller, soprattutto nella parte di narrazione legata al processo e agli atti giudiziari. Il tutto scritto con un registro narrativo lontano da quello comunemente utilizzato per opere letterarie di argomento simile. Una scrittura molto romanzata quella preferita e utilizzata da Valter Biscotti nel testo. Forse per la volontà dell’autore di far arrivare la storia raccontata a un pubblico più vasto, a tutta quella fetta di lettori che sarebbero, o avrebbero potuto essere scoraggiati da un saggio scritto e inteso in senso stretto.

Un libro, quello scritto da Valter Biscotti, che sembra voler essere anche un omaggio a un uomo, Carmine Pecorelli. Un simbolo di rispetto per la coerenza e la rettitudine, che invano si è cercato di scalfire, anche se solo nel ricordo, e per la grande professionalità nei lavori di indagine e di inchiesta svolti e che diventavano articoli per OP, lavoro che, purtroppo, gli è costato la vita. Per certo c’è la volontà di illuminare una parte ancora tristemente oscura della storia italiana del secolo scorso, una storia che, nelle parole del pentito Buscetta, si intreccia con quella del generale Dalla Chiesa, altra vittima della parte marcia del sistema. Si intreccia con i troppi misteri ancora irrisolti della prima come anche della seconda Repubblica.

Molto preoccupante l’allarme lanciato dalla ong Ossigeno per l’informazione riguardo gli oltre mille giornalisti uccisi nel mondo negli ultimi dieci anni. L’Italia, purtroppo, lo conosce bene il sacrificio in termini di vite umane pagato da chi non si arrende al compromesso o al silenzio: Giuseppe Fava, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Mino Pecorelli, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Alfano… una lista che fa rabbrividire, inorridire.
Secondo i dati forniti dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), sono centinaia gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti durante l’esercizio della loro professione, la gran parte delle quali poste in essere in maniera pubblica, sui canali web o in modo verbale, ma anche con missive, danneggiamenti e telefonate anonime. Ma l’aspetto che più fa riflettere sono le matrici o motivazioni, riconducibili a quella che viene definita una “natura politico-sportiva” e poste in essere dalla criminalità organizzata o da afferenti ad ambienti di illegalità diffusa o di degrado sociale.

Nell’elenco di violenze, aggressioni, minacce e intimidazioni varie ai danni dei giornalisti investigativi raccolto da Index on Censorship per il progetto Mapping Media Freedom 2014-2018, 387 risultano quelle a carico di giornalisti italiani. Dati che Ossigeno per l’informazione, inclusa nel progetto con un’intervista, si appresta a chiarire: «sono migliaia i giornalisti investigativi che hanno subito minacce, aggressioni, danneggiamenti. Ossigeno ne ha censiti quattromila, ma sono molti di più».

«indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti, come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori…»

Si tratta di un breve stralcio del lungo articolo pubblicato a firma di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 24 agosto 1975, noto come Il Processo. Un pezzo che sintetizza tutto ciò contro cui hanno lottato e lottano i giornalisti d’inchiesta, come Pasolini e Pecorelli, come gli altri i quali, paradossalmente, spesso si ritrovano a dover subire essi stessi un processo anche fuori dalle aule del tribunale, a causa della manipolazione errata dell’opinione pubblica che vuol farli diventare visionari, corrotti, violenti, pedanti, guastafeste, complottisti, esibizionisti… Motivi tutti per cui libri come quello scritto da Valter Biscotti diventano a loro volta veri e propri atti di coraggio.


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“Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano” di Stephen Mitford Goodson (Gingko Edizioni, 2018)

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Un’analisi storica, prima ancora che economica, quella portata avanti da Stephen Mitford Goodson in Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano, uscito in Italia con Gingko Edizioni a ottobre 2018, nella versione tradotta da Isabella Pellegrini del titolo originale A History of Central Banking and the Enslavement of Mankind (Black House Publishing Ltd, London).
Un libro che vuole dimostrare l’assunto che i problemi legati all’usura abbiano ostacolato l’essere umano, riducendolo in schiavitù, fin dall’inizio della civilizzazione.

Storia delle banche centrali di Stephen Mitford Goodson, almeno nella parte iniziale, sembra un’enciclopedia storica “parallela” al resoconto storiografico fedele al mainstream. È un racconto dettagliato, pieno di riferimenti bibliografici e fonti documentali. Una versione e una visione che si è per certo liberi di non condividere ma che potrebbe aiutare a meglio comprendere tanti punti e nodi focali della storia occidentale.
Soprattutto nella prima parte, il libro di Goodson è ricco di citazioni e riferimenti a fonti bibliografiche e documentali e risulta molto interessante per il lettore. Nella seconda invece il livello generale dell’opera risente, in particolare, di alcune affermazioni proprie dell’autore che lasciano trasparire una certa ingenuità o, peggio ancora, un pregiudizio.

Il testo di Goodson parla molto delle attività legate a famiglie di ebrei come anche delle idee economiche e finanziarie di Gottfried Feder, economista noto soprattutto per essere il mentore di Adolf Hitler e questi sono temi sempre delicati, basta un attimo per essere tacciati di antisemitismo o filonazismo. Goodson lo scorre lento il filo del rasoio e racconta nel dettaglio, con tanto di riferimenti bibliografici e documentali, tutto quanto è riuscito a scoprire. Ma non è in questo che pecca di ingenuità o pregiudizio. Il suo resoconto abbraccia l’intera storia globale occidentale di cui le azioni degli usurai e banchieri ebrei ne costituirebbero solo una parte.

«A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, nel mondo occidentale un numero sempre maggiore di donne sposate, fuorviate dalla malevola propaganda femminista e da quella per la parità dei sessi, è stato costretto ad adoperarsi per la ricerca di un impiego affinché la propria famiglia riuscisse a far fronte al pagamento di interessi in continua crescita».
«Il risultato diretto di questo sistema finanziario iniquo è stata la compromissione di una vita familiare normale».

Ecco due esempi di cosa il lettore non avrebbe mai voluto leggere in un testo, a suo modo rivoluzionario, come quello di Goodson. D’altronde egli stesso inizia il suo resoconto sui danni inferti all’umanità dal sistema usuraio e bancario riconducendoli addirittura al periodo del crollo dell’impero romano d’occidente, allorquando di “malevola propaganda femminista” e “parità dei sessi” proprio non si può parlare.
Che necessiti un cambiamento radicale della società, un ridimensionamento dei poteri della finanza internazionale, delle banche e un approccio diverso verso moneta e denaro è fuor di dubbio vero ma, forse, l’approccio più ottimale è quello avanzato da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in Creare una società dell’apprendimento (Einaudi, 2018). Focalizzarsi su apprendimento e conoscenza per ottenere un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale. Gli autori lo riferiscono alla potenziale crescita dei paesi in via di sviluppo e a un riequilibrio rispetto a quelli sviluppati, ma la loro teoria ben si adatta a essere estesa a tutte le economie.

Nelle stesse parole di Goodson, d’altronde, si legge un certo rammarico per quei paesi, compreso il suo, che hanno scelto di seguire semplicemente il metodo più diffuso e quotato, senza neanche provare a interrogarsi su possibili ed eventuali alternative. E questo può o potrà avvenire solo attraverso una profonda conoscenza di storia, geopolitica, economia e via discorrendo.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Gingko Edizioni per la disponibilità e il materiale



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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Chi sono i padroni del mondo”, il lato oscuro delle potenze democratiche nell’analisi di Noam Chomsky 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press, 2018) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 


 

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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

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Analisi del testo di Iain Chambers, docente di Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Orientale di Napoli, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, riedizione 2018 di Meltemi editore della edizione originale Migrancy, Culture, Identity, Routledge 1994.

Il saggio di Chambers è, a suo modo, provocatorio. Ma in senso positivo. È necessario, ora più che mai, liberarsi da stereotipi e luoghi comuni, guardare il mondo e, soprattutto, i suoi abitanti in maniera diversa, nuova e imparare a far parte dell’alterità. Una visione interna. Critica. Precisa. Obiettiva.
Osservare, studiare, valutare il fenomeno migratorio da dentro, dall’interno, come un qualcosa che appartiene al mondo, al nostro, quello di tutti e non solo come un “problema” che riguarda l’altro e il suo di mondo.

Iain Chambers sottolinea come i migranti siano letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo e ridotti a un fattore esclusivamente economico o legati a una crisi politica. Necessita invece, per una migliore comprensione della modernità, che la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ben più ampia. “Pensare con la migrazione”, andare oltre la superficie fino alle «più profonde diseguaglianze della giustizia economica, politica e culturale negata che struttura e dirige il nostro mondo». Il razzismo, per esempio, non è una semplice patologia individuale o di gruppo, ma «una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo».

Si assiste, ancora oggi, a una chiusura culturale che culmina nella «isteria socio-politica» generata dalla questione dell’immigrazione, accompagnata dalla difesa rigida di un’identità e di un «io» che «si rinchiude nella illusoria sicurezza di un luogo». Dinanzi alla minaccia immaginaria dello straniero e del mondo cosiddetto “esterno”, «che ormai “esterno” non è», questa «chiusura» sembra «ignorare i movimenti, spesso turbolenti e sconvolgenti, dei complessi processi storici e culturali del mondo attuale». Chambers, con l’analisi del fenomeno condotta in Paesaggi migratori, si dimostra molto ben intenzionato a promuovere un rapporto radicalmente diverso, nuovo e a tratti “inquietante” con la propria formazione storico-culturale.

I migranti, affermando il loro diritto di muoversi, migrare, fuggire, spostarsi, non solo rompono gli schemi e si oppongono al rispetto del posto assegnato loro dalla storia, ma segnalano anche la «modalità precaria contemporanea della vita platenaria». È il modo in cui i molteplici sud del pianeta si propongono all’interno della modernità. E proprio questo nuovo modo di promuoversi «viola e indebolisce le categorie applicate loro dal nord egemonico».
Il testo di Chambers, a quasi un quarto di secolo dalla sua prima pubblicazione, è ancora straordinariamente attuale ed estremamente indicativo della capacità di analisi dell’autore, il quale ha saputo descrivere il mondo di allora nonché la direzione, a volte troppo sbagliata, verso cui stava andando. E verso cui poi è effettivamente andato.

La nascita della modernità non sta unilateralmente nella storia dell’espansione europea e nelle modalità di «rifacimento del mondo a sua immagine e somiglianza», ma anche e nella stessa misura «nella cruda repressione dell’alterità etnica, religiosa e culturale, nella brutalità della diaspora nera africana, nello schiavismo razzista atlantico, nei pogrom etnici e nel saccheggio imperiale del globo». Quando l’immaginario dell’Occidente, per dirla con Edward Said, non sta più fisicamente altrove, «ai bordi di una cartina, ai margini di storia, cultura, sapere ed estetica», ma migra dalla periferia per «eleggere il proprio domicilio nella metropoli contemporanea», allora la nostra storia cambia, è costretta a farlo. Nel riconoscimento dell’altro, dell’alterità radicale, ricorda al lettore Chambers, «riconosciamo di non essere più al centro del mondo». Incontrare gli altri si accompagna sempre a incertezza e paura. Nell’attraversare e andare oltre a un ruolo filosofico di conferma dell’ordine esistente, il migrante sfugge ai confini astratti predefiniti per lui e per lei. Non si tratta di un mero conflitto sociale o politico sul diritto di muoversi e migrare, ma anche di «una questione epistemologica».

Ciò che una volta era stato collocato fuori, oltre i confini del nostro mondo, è lì «confinato e spiegato da una gestione coloniale, il razzismo “scientifico” e la disciplina emergente dell’antropologia», ora non può più essere tenuto a distanza critica. La separazione e l’isolamento degli altri come semplici «oggetti di interesse» politico, culturale e filosofico ora crolla e trafigge il centro «con le loro insistenze come soggetti storici». Ci si avvicina allo smantellamento dei binarismi su cui i discorsi politici, culturali e critici dell’Occidente si sono «appoggiati per gestire la loro egemonia sul pianeta»: centro-periferia, Europa-il resto del mondo, bianco-nero, progresso-sottosviluppo. L’umanitarismo e l’impalcatura dell’umanesimo e dei diritti e degli obblighi associati devono ora «negoziare un percorso verso una politica che implichi molto più della semplice applicazione di un modello fornito dal governo e dalle leggi esistenti». La nazionalizzazione delle questioni politiche e culturali continua a confermare un «ordine globale esercitato attraverso l’autorità nazionale, il potere statale e il mantenimento dei confini».

Invece che come un «fláneur ottocentesco», sarebbe più significativo considerare il migrante come «l’epitome della cultura metropolitana moderna». Il viaggio lascia sottintendere un possibile ritorno, invece la migrazione comporta un movimento in cui non sono immutabili o certi né i punti di partenza né quelli di arrivo, e richiede che si «risieda in una lingua, in storie, in identità costantemente soggette a mutazione». Il migrante non fa ritorno e anche laddove possa “tornare indietro”, non sarà mai semplicemente questo. Il cambiamento avvenuto è irreversibile. La persona non sarà mai la stessa di prima e per l’ambiente vale lo stesso. Sia quello di partenza che quello di arrivo.
Nei vasti e multipli mondi della città moderna «anche noi diventiamo nomadi e migriamo all’interno di un sistema troppo vasto per essere nostro». Si viene introdotti in uno «stato ibrido, in una cultura composita in cui il «semplice dualismo di Primo e Terzo Mondo si sfalda», lasciando emergere ciò che Homi Bhabha chiama “comunanza differenziale” e Félix Guattari definisce “processo di heterogenesis”. La figura metropolitana moderna è il migrante, attivo formulatore dell’estetica e dello stile di vita metropolitani, che reinventa i linguaggi e «si impadronisce delle strade del padrone».

Quello che gli occidentali si sentono costretti a fare e che li impaurisce è «discutere e disfare il punto di vista unico e omogeneo», il senso di prospettiva e di distanza che nasce nel Rinascimento e trionfa nel colonialismo, nell’imperialismo e nella versione razionale della modernità. Le «illusioni di identità» organizzate intorno alla «voce privilegiata e alla soggettività stabile dell’osservatore esterno» vengono spezzate e spazzate via con un movimento che «non consente più l’ovvia istituzione di un’autoidentità tra pensiero e realtà». Questo porta alla «liberazione di voci diverse», a un incontro con una parte “altra”, a un «dischiudersi del sé che nega la possibilità di ridurre il diverso all’identico».

Abituati a pensare alle questioni di migrazione, immigrazione, razzismo e diversità come problemi altrui, siamo ora, invece, chiamati a pensarli come «prodotti della nostra storia, della nostra cultura, del nostro linguaggio, del nostro potere, dei nostri desideri e nevrosi». Se il multiculturalismo rappresenta la risposta liberale che riconosce le culture e le identità altrui per mantenersene al centro e «lascia queste altre culture in posizione i subalternità», Iain Chambers contempla un qualcosa che va ben oltre «il multiculturalismo e la sua logica di assimilazione» perché «l’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sia diventato il mondo». Lo sguardo d’indagine deve essere obliquo per poter catturare tutte le espressioni che esso offre, per comprendere “l’altro” ma anche se stessi in misura migliore.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale


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“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016) 

“La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University press, 2018) 

Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura di Marie-Hélène Brousse) 

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Migrazioni… di organi 

Rotta Libia-Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Libertà di culto e manipolazione del pensiero: “Nella setta” di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango, 2018)

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Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro-inchiesta esemplare. Un preciso lavoro di indagine e ricerca sul campo, preceduto o parallelo a uno studio delle fonti documentali, e che ha poi condotto alla stesura di un testo che si legge con avidità, maggiormente se si è distanti o a digiuno dell’argomento trattato.
Del resto Piccinni ha già abituato i suoi lettori a tale livello investigativo. Come nell’inchiesta da lei stessa condotta sui concorsi di bellezza e le sfilate di moda riservate ai minori e divenuta Bellissime. Baby miss giovani modelli e aspiranti lolite edito sempre dalla Fandango Libri nel 2017.

Il libro è scritto in maniera chiara, con l’uso di un registro narrativo preciso e semplice, mai semplicistico. Grande attenzione viene riservata alle fonti, siano esse documentali o testimonianze dirette, oltre che, naturalmente, alla trascrizione e rielaborazione dei diari di campo della ricerca in loco condotta direttamente dagli autori, spesso come veri e propri “infiltrati”.

Nella setta di Piccinni e Gazzanni non è semplicemente un libro da leggere, è un vademècum da tenere sempre bene a mente. L’unico vero “mantra” necessario e utile per sconfiggere suggestioni, paure, condizionamenti e debolezze che sono, alla fin fine, il vero lasciapassare per truffatori e guru vari.
La libertà di culto, di fede religiosa, sancita anche dall’articolo 19 della Costituzione, non va confusa o mischiata con la manipolazione del pensiero, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento della prostituzione, l’adescamento, la pedofilia, i maltrattamenti, lo sfruttamento dei minori, il ricatto, la minaccia… ed è esattamente questo che cercano di chiarire e dimostrare Piccinni e Gazzanni con la loro inchiesta.

«Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» [La Costituzione, Parte I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo I – Rapporti civili].

Tutte le testimonianze e i dati raccolti nell’indagine condotta dagli autori evidenziano la volontà comune a ogni setta di creare una sorta di “universo parallelo”, alternativo al mondo. Un luogo simbolo e simbolico dove far vigere i propri dettami, le regole, le usanze. Lavorare, studiare e nutrirsi seguendo un percorso purificativo-conoscitivo che porta, o meglio porterebbe alla salvezza. Dal male, da Satana, dalle malattie… ma più genericamente dal mondo esterno, quello che deve essere tenuto rigorosamente fuori dallo “universo parallelo”.
Eppure, leggendo il libro, l’idea che prende sempre più forma nella mente del lettore è che, pur se ognuna con i propri ideali, veri o dichiarati, e le proprie regole, le sette finiscono per somigliarsi un po’ tutte. Indottrinamento di massa, manipolazione del pensiero, violenze, abusi e schiavismo protratti per la maggiore su donne e minori, sono le violazioni maggiormente riscontrate. Unitamente all’aspetto economico. La salvezza sì ma da raggiungersi sempre e solo previo esborso di onerosi e ripetuti oboli alla causa.
Truffe e violenze di cui è pieno, purtroppo, anche il mondo fuori.

La manipolazione del pensiero non può e non deve mai essere sottovalutata anche e forse soprattutto quando vip e celebrity varie si fanno testimonial o portavoce di sette o gruppi, arrivando così a sommare le capacità di persuasione di fondatori e adepti alle proprie. Inqualificabile è per certo l’atteggiamento di autorità e politici che presenziano a eventi o avallano questi gruppi senza aver preso preventivamente le dovute informazioni per scongiurare l’eventualità, più volte verificatisi purtroppo, di sostenere associazioni o sette dedite alla manipolazione e allo sfruttamento, fisico ed economico.
A pesare ancor di più è l’assenza, a partire dal vuoto normativo ancora in essere, o la distanza nella tutela delle vittime.
A onor del vero va sottolineata questa negligenza dello Stato anche per quanto riguarda le vittime di associazioni, istituzioni e religioni definite “grandi” in riferimento sempre all’estensione territoriale, proselitista ed economica. Ovvero ciò che genera potere.

Ogni mattina, in Italia, «quattro milioni» di persone si alzano e «hanno un segreto: sono membri di un’organizzazione settaria». Alcuni appartengono a comunità fisiche, altri a realtà internazionali e altri ancora a gruppi misteriosi ed esoterici. Intorno a tutti aleggia il rischio concreto che la libertà di culto, la volontà di rivalsa, il desiderio di apprendimento di nuove filosofie esistenziali siano soffocate dalla manipolazione mentale, dallo sfruttamento, dalle violenze. Educare cittadini consapevoli è per certo il primo passo per evitare che debolezze, paure, suggestioni, timori li rendano facili prede. Un’adeguata normativa in merito è il passo successivo o, se si preferisce, precedente per garantire la tutela, soprattutto dei minori. Controlli economici, finanziari e fiscali potrebbe essere un terzo valido strumento in mano alle autorità statali e non da ultimo necessita un articolato supporto psicologico e psichiatrico per le vittime e i fuoriusciti affinché riescano a superare il trauma certo ma anche i problemi di insicurezza che li hanno spinti a cercare ‘protezione’ in un ambiente chiuso, settario e gerarchizzato.

Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro assolutamente da leggere perché la vera libertà non risiede mai semplicemente nella diversificazione, vera o presunta, dell’offerta, negli slogan e nelle sponsorizzazioni che cercano di avallare progetti e intenti. No, la vera libertà, anche di culto ed espressione religiosa, sta nella capacità e nella possibilità di abbracciare o meno una causa, una fede, un progetto… ma di farlo sempre e comunque con la propria testa, scevri da condizionamenti di qualsiasi tipo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fandango Libri per la disponibilità e il materiale


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L’Asia ha conquistato il mondo? Questo è davvero “Il secolo asiatico?”

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Mentre l’Occidente tutto è stato impegnato nella lotta al terrorismo e nei vari tentativi di far tenere botta all’economia, fortemente provata dalla grande crisi, il continente asiatico ha continuato a crescere, svilupparsi, innovarsi al punto da diventare non solo il principale concorrente ma superare nettamente gli avversari. Ovvero Europa e Stati Uniti.
La «zona economica asiatica», quella parte di mondo compresa tra la penisola arabica e la Turchia a occidente e il Giappone e la Nuova Zelanda a oriente, frutta il «50% del Pil globale e due terzi della crescita economica globale». L’Asia produce ed esporta, oltre a importare e a consumare, «più beni di qualsiasi altra regione al mondo», e gli asiatici «commerciano e investono più tra di loro che con l’Europa o il Nord America».

In Asia si trovano molte delle economie, delle banche e imprese tecnologiche e industriali, nonché «la maggior parte degli eserciti più grandi al mondo». Ignorare tutto questo per decenni non ha prodotto uno svilimento della crescita e del progresso portato comunque avanti da tanti paesi del blocco asiatico. Ignorarlo tuttora, nella speranza che le ormai vetuste potenze occidentali ritrovino d’un tratto il loro vigore e splendore, quasi per magia, è un atteggiamento per certo controproducente. Parag Khanna avverte tutti di preparasi a «vedere il mondo dal punto di vista asiatico», perché l’asianizzazione del mondo nel ventunesimo secolo è orami una realtà, esattamente come lo è stata l’occidentalizzazione dello stesso nel secolo passato.

Esce in prima edizione a marzo 2019 con Fazi Editore Il secolo asiatico? di Parag Khanna, tradotto da Thomas Fazi dalla versione originale in inglese The future in Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21th century. Un saggio molto articolato, lungo ben 522 pagine, tutte necessarie. Parallelamente a un’attenta analisi geo-politica ed economica, Khanna porta avanti nel testo anche un dettagliato resoconto storiografico di quanto accaduto e perché, utilissimo al lettore per meglio comprendere alcune dinamiche di cui poco si continua a parlare ancora adesso, purtroppo.

Esordisce l’autore ricordando le parole attribuite a Napoleone, allorquando il generale francese, due secoli or sono, avrebbe detto, parlando della Cina: lasciatela dormire, perché al suo risveglio il mondo tremerà. A svegliarsi non è stata solo la Cina ma l’intero continente asiatico e a tremare non è solo la Francia ma l’intero Occidente. Per farsene un’idea basta leggere i titoli, gli articoli e, soprattutto, i commenti alla firma degli accordi tra Italia e Cina, ratificati proprio in questi giorni. Il filo rosso che lega questa sorta di linea difensiva mediatica sembra essere la paura che l’Italia venga sopraffatta dalla dirompente economia cinese, che questo Paese asiatico possa sopraffare la nostra economia e rompere i legami con i vecchi e forti alleati di sempre. Il tutto proposto come un qualcosa che potrebbe accadere. In realtà la firma dei 29 punti dell’accordo siglati tra Italia e Cina non vanno a intaccare un bel nulla né a modificare niente del cambiamento che è già realtà e che tocca il nostro Paese come tutto l’Occidente in maniera trasversale.

La Belt and Road Initiative (Bri), definita come la nuova Via della Seta, è «il più grande piano coordinato di investimenti infrastrutturali della storia umana», l’equivalente di ciò che ha rappresentato per il XX secolo «la creazione delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e del piano Marshal». Un qualcosa che è già realtà con o senza la ratifica degli accordi tra Italia e Cina. Si può pensare a esso in maniera positiva o negativa ma non si potrà mai negare che rappresenta un cambiamento epocale, iniziato nel maggio del 2017, quando «sessantotto paesi che comprendono i due terzi della popolazione e la metà del Pil mondiale si sono riuniti a Pechino».
Cambiamenti epocali, esattamente come quelli avvenuti nel secolo scorso e di cui mai nessuno ha dubitato o messo in dubbio l’utilità e le procedure. Eppure questi di oggi spaventano tanto. Perché? Il motivo è semplice: «la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici». E, soprattutto, gli occidentali non solo non sono riusciti a stopparla sul nascere ma non sembrano avere neanche idea di come riuscire a fermarla.

L’Asia ha da tempo ormai imparato a fare i conti con l’impatto della storia occidentale sul suo presente, «adesso tocca all’Occidente fare i conti con l’impatto dell’Asia sul proprio futuro».
Siamo alle prime fasi dell’asianizzazione del mondo, per cui molte incognite ancora sussistono. Si chiede l’autore come gestirà l’Asia tutte le trasformazioni geopolitiche, economiche, sociali e tecnologiche. Come risponderanno le potenze occidentali all’ascesa dell’Asia e, soprattutto, come si adegueranno gli asiatici a tali reazioni.
È una Storia che si sta ancora scrivendo ma che non basterà ignorare o criticare per essere arrestata. Ipotizzando lo si possa o lo si debba poi effettivamente fare.

Il secolo asiatico? di Parag Khanna è una lettura impegnativa ma fuori di dubbio utile necessaria illuminante. Un testo valido nella scrittura e nel contenuto. Un libro per certo consigliato.


Articolo originale qui


Disclosure: Fonte immagine di copertina, sinossi, biografia dell’autore e scheda libro www.fazieditore.it



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Tangenti, frodi e riciclaggio: corruzione e inchieste che fanno tremare il mondo del calcio. “Cartellino rosso” di Ken Bensinger (Newton Compton, 2018)

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Il 16 agosto 2011 l’agenzia di stampa Reuters lancia un articolo significativamente intitolato: L’FBI esamina gli archivi finanziari di un boss del calcio americano. La scelta della terminologia è, con ogni probabilità, poco casuale perché il metodo operativo scoperto durante le indagini dagli agenti federali sembra essere molto simile a quello utilizzato dalla criminalità organizzata.
500mila dollari in pagamenti sospetti ricevuti durante un periodo di quindici anni da «un funzionario del calcio americano chiamato Chuck Blazer», dirigente di alto livello della FIFA, la Fédération Internationale de Football Association, «l’organo che governa il calcio mondiale».
L’agente speciale Steve Berryman dell’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate degli Stati Uniti, ebbe fin da subito l’impressione che «indagare sulle grane fiscali di Chuck Blazer era come fermare qualcuno per un fanalino di coda malfunzionante e scoprire che aveva il bagagliaio pieno di cadaveri».

Decine di persone provenienti da più di quindici Paesi furono «accusate di aver violato le rigide leggi degli Stati Uniti in materia di crimine organizzato, riciclaggio, frode ed evasione fiscale». Dopo decenni di impunità assoluta, a dispetto degli scandali, «il cartello globale del calcio» fu messo in ginocchio proprio da uno dei pochi Paesi al mondo a cui questo sport non sembrava interessare poi tanto. Un’indagine che è stata il risultato «dell’attento e paziente lavoro di investigatori scrupolosi», un’operazione cominciata in piccolo e divenuta immensamente vasta, «e che è ancora in corso».

Il giornalista d’inchiesta Ken Bensinger scrive Red card, uscito in Italia per Newton Compton Editori con il titolo Cartellino rosso, come tentativo di schematizzare un singolo caso criminale della «saga della corruzione all’interno della FIFA e del calcio mondiale». Una rete talmente «complicata e decisamente troppo estesa» per trovare spazio in un libro unico.
Un libro che aiuta molto nella comprensione di un fenomeno, vasto e grave, di cui, nonostante i ripetuti scandali e inchieste giudiziarie, si conosce ben poco e si ammette ancor meno.
Il lavoro di indagine svolto da Bensinger in Cartellino rosso è molto approfondito e dettagliato. Il libro è un resoconto che cerca di andare dritto al nocciolo del problema ed è stato scritto con uno stile apparentemente semplice, in realtà molto chiaro. Il registro narrativo utilizzato è quello di un romanzo ma la struttura è per certo quella di un reportage di inchiesta.

Per tutta la durata del processo e nelle sue argomentazioni finali, «la difesa non aveva mai sostenuto che il calcio non fosse corrotto». Tuttavia, per quanto gli altri funzionari avessero preso delle tangenti, «i loro clienti non lo avevano fatto». Semplicemente, a loro dire, l’indagine era andata troppo oltre e «aveva accusato degli uomini innocenti». Un’indagine e un processo che hanno trasversalmente toccato persone afferenti alla FIFA, alla CONCACAF, CONMEBOL, AFC*, numerose Federazioni calcistiche nazionali, al Grupo Traffic Sao Pãulo e Miami, del Torneos Competencias e Full Play Group di Buenos Aires, International Soccer Marketing a Jersey City. Quelli che Bensinger elenca all’inizio del testo indicandoli come i “personaggi principali”.

Il più grande scandalo della storia del calcio che «la FIFA ha sepolto» e di cui, proprio per questo, è necessario continuare a indagare, scrivere, parlare, raccontare, capire. E Cartellino rosso di Ken Bensinger si rivela un ottimo strumento per farlo.

Biografia dell’autore

Ken Bensinger, giornalista statunitense. Ha lavorato per «Wall Street Journal», «Los Angeles Times» e «BuzzFeed». Vincitore dei premi ASME National Magazine e Gerald Loeb Award, è stato anche finalista al Premio Pulitzer.

Bibliografia di riferimento

Ken Bensinger, Cartellino Rosso. Come la FIFA ha sepolto il più grande scandalo della storia del calcio,Newton Compton Editori 2018. Traduzione di Cristina Popple del testo originale in inglese Red Card.

* FIFA (Fédération Internationale de Football Association), Zurigo.
CONCACAF (Confederation of North, Central America and Carribean Association    Football), New York e Miami.
CONMEBOL (Confederatión Sudamericana de Futbol), Assunción, Paraguay.
AFC (Asian Football Confederation), Kuala Lumpur.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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“Brexit Blues” di Marco Varvello (Mondadori, 2019)

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, avvalorata dal risultato del referendum del 23 giugno 2016, nota come Brexit, ha scatenato valanghe di discussioni pubbliche e politiche sui termini certo ma, soprattutto, sulle conseguenze. Per l’economia come per le tantissime persone che, a vario titolo, hanno attraversato il canale della Manica per studio o lavoro. I termini della loro permanenza sul suolo britannico saranno magari da rivedere ma difficilmente si assisterà a scene così drammatiche come quelle paventate da media e sostenitori del Remain. L’emigrazione, soprattutto per lavoro, è cosa ben precedente la nascita degli accordi dell’Unione europea e quella nel Regno Unito ha riguardato e riguarda tutt’ora non solo e non esclusivamente cittadini comunitari.
Qualcuno potrebbe dire che si farà come si è sempre fatto. Eppure i sostenitori convinti di un’Europa unita e inscindibile sembrano essere addirittura terrorizzati da quello che di certo, a loro avviso, accadrà.

Tutte queste paure Varvello le ha trasformate in storia, nel racconto di una società, quella inglese del post-Brexit, che sembra essere diventata l’incarnazione di una moderna Gomorra dove tutto è portato allo stremo e all’esasperazione. Un’estremizzazione per certo voluta dallo stesso autore per sottolineare il timore di pericoli che possono celarsi dietro cambiamenti troppo repentini radicali e profondi: «Alla fine l’avrebbe spuntata il buon senso, pensavano. Il Remain avrebbe vinto. Magari di misura, ma avrebbe vinto. Gli elettori non avrebbero davvero scelto il salto nel buio».

Le reali tappe storiche e politiche della vicenda principale, il Referendum sulla Brexit, comprese le interviste e le dichiarazioni di politici e opinionisti, fanno da sfondo e da sottofondo alle azioni e alle vicissitudini dei protagonisti delle storie descritte. Il registro narrativo utilizzato dall’autore è semplice, lineare, con una scrittura che rimanda molto al parlato comune, nell’uso di frasi brevi, di un linguaggio non particolarmente ricercato e nell’impiego di espressioni di largo utilizzo.
C’è una sensazione di malessere continuo che accompagna le storie e i protagonisti fin dalle primissime battute. Una sorta di blues narrativo che solo in apparenza si può ricondurre al Referendum e al suo risultato. In realtà, più si va avanti con la lettura più in chi legge si rafforza la convinzione che questo mal di vivere sia legato alle vite, alle esistenze e al vissuto quotidiano, su cui potrà magari incidere e influire anche questo nuovo grande evento ma che rimarrebbe e persisterebbe in ogni caso.

In Brexit Blues Marco Varvello sceglie di alternare capitoli in cui racconta le varie storie e parti nelle quali invece esprime il suo personale parere, anche sulle medesime vicende appena narrate. È una scelta stilistica molto azzardata, il lettore non riesce fino in fondo a legare tutte le varie narrazioni e, soprattutto, si chiede il motivo per cui si è scelto di spezzettare in questo modo il libro. L’intento principale di Varvello sembra, alla fin fine, quello di raccontare la sua opinione su quanto sta accadendo nel Regno Unito e le parti in cui lo fa in effetti travalicano per interesse quelle in cui la narrazione segue gli eventi e le vicende di sconosciuti.

Il libro di Varvello appare molto più simile a una memoria di ricordi e opinioni personali dell’autore che non a un romanzo, un reportage giornalistico o un saggio critico. Sono le idee e le tesi dell’autore a farla da padrone nel testo e sono sempre queste a rimanere impresse nella mente di chi legge, molto più delle tante storie raccontate, vere o presunte che siano.
Il Regno Unito e gli inglesi, molti di loro almeno, non temono la Brexit perché forse è proprio vero che «questo Paese è globale. Da secoli vive oltre la dimensione europea». Colonizzatori, avventurieri e conquistatori. Sovrani e mai sudditi. Forse non è tanto la Brexit a spaventare così tanto quanto il fatto che, in realtà, il Regno Unito non è mai entrato davvero nell’Unione Europea, non fino in fondo almeno.


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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

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“L’oro dei Medici” di Patrizia Debicke Van der Noot (Tea, 2018)

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L’oro dei Medici, pubblicato con Tea, è un romanzo storico che Patrizia Debicke sceglie di ambientare, almeno in parte, a bordo di una nave, nella fattispecie un’imbarcazione della flotta granducale, da guerra.
Un rischio e un ulteriore livello di difficoltà. Una sfida che l’autrice sembra aver voluto lanciare a se stessa. Il linguaggio e la parlata propri del Cinquecento in un contesto ancor più arduo.
Il lavoro di documentazione che certamente la Debicke ha fatto, unitamente a un’attenta verifica, hanno comunque dato buoni frutti.
Il linguaggio, seppur preciso e tecnico, non risulta ostico o stucchevole. È attento, elaborato, ma fluido e scorre bene come l’intera vicenda narrata.

Persiste anche in questo lavoro letterario la descrizione dettagliata e minuziosa, anche anatomica, dei protagonisti e la sottolineatura della loro prestanza fisica, la virilità, la forza di valorosi condottieri, uomini forti e determinati. Descrizioni che ne enfatizzano le caratteristiche generali e accentuano l’aspetto deciso e perentorio del loro essere e del loro volere. Uomini blasonati, avvezzi al comando, alla servitù e ai privilegi.

La Debicke ha studiato molto e in maniera approfondita il periodo in cui ha deciso di ambientare i suoi romanzi storici. Leggendo i libri di colei che più volte e a buon diritto è stata indicata come “la signora del Cinquecento”, traspare l’impegno profuso e la cura per ogni dettaglio, che sia di interesse storico artistico architettonico o linguistico.
Eppure riesce l’autrice, nei suoi libri e attraverso le sue storie, ad attualizzare, per così dire, le vicende come anche i protagonisti i quali, pur essendo perfettamente inseriti nel contesto storico di riferimento, sembrano avere sempre un qualcosa che li avvicina e li accomuna agli uomini e alle donne, ai governanti e alla popolazione, ai benestanti come agli indigenti di oggi.

Il Cinquecento raccontato ne L’oro dei Medici, come anche negli altri romanzi di Patrizia Debicke, è un mondo, il mondo visto dall’aristocrazia, dai principi, dai cardinali, dai pontefici. Nel quale i componenti tutti i livelli inferiori della popolazione vivono le loro esistenze, quando va bene, di riflesso, quando va male, in condizione di completa precarietà e abbandono.
D’altronde è esattamente questo il mondo cinquecentesco che è passato alla Storia attraverso libri, scritti e opere d’arte. Fu solo a cavallo tra 1500 e 1600 infatti che Annibale Carracci, per fare un esempio, compì la sua grande e personale rivoluzione nella pittura: la rappresentazione della vita quotidiana di bassa estrazione come opera d’arte. Il suo Bottega del macellaio è tra le opere più famose al riguardo. Ancor più audace, controversa ed estrema la rivoluzione portata avanti da Michelangelo Merisi, ovvero Caravaggio.

Questa volta la Debicke ha scelto come protagonista un personaggio che è anche un cliché: Don Giovanni. Il suo appartiene alla famiglia de’ Medici, figlio naturale di Cosimo I ed Eleonora Albizzi, legittimato per volere del padre. Un vero Don Giovanni di nome e di fatto. Ma l’autrice è riuscita a renderlo di gran lunga più interessante raccontando di un uomo e delle sue “conquiste” amorose certo ma anche dei suoi principi, dei sentimenti, del coraggio e del rispetto che si conquista con l’onore e il valore e non solo e non tanto con il denaro e i titoli nobiliari.

L’utilizzo di figure retoriche e la ricercatezza di termini e linguaggio fanno sì che la Debicke regali al lettore “immagini di parole” molto suggestive. Per riportare alcuni esempi: «Ma il sole, coi connotati dell’inverno che incombeva, mostrava gran fretta di coricarsi nel letto di nuvole basse, arrossate, che sfioravano il mare» oppure «il grande portone della Canaviglia si spalancò, prontamente vorace, ad accogliere il ritorno di Don Giovanni».
Patrizia Debicke racconta, di fantasia certo seppur con incredibile verosimiglianza, gli intrighi, i complotti, gli inganni, i tradimenti posti in essere, per posizione privilegi e denaro, da aristocratici, nobili, condottieri, notabili e prelati. Lotte di potere quasi sempre intestine o afferenti a qualcuno facente parte della Curia romana. Una Chiesa di preghiera e potere che ancora oggi sembra aver conservato le sue peculiari tipicità.

Un libro scritto nell’era di internet e della comunicazione ultra-veloce e che sembra trasportare il lettore in un mondo quasi surreale, dove il tempo si misura con le clessidre, le notizie viaggiano attraverso lettere e missive sigillate e consegnate a mano. Un mondo diverso, antico eppure, per certi versi, così ancora tristemente attuale.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke, pubblicato in seconda edizione digitale da Tea a maggio 2018, è una lettura senz’altro consigliata.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte 



Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa di Tea e AnnaMaria Riva – Comunicazione e Promozione per la segnalazione, la disponibilità e il materiale.


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Raccontare la vita. “Due secondi di troppo” di Andrea Mauri (Il Seme Bianco, 2018)

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Andrea Mauri vive e lavora a Roma, negli archivi della Rai, le Teche. Ogni giorno attraversa la città, incontra persone, segue le strade e riflette sulla vita, incontra storie, altre le immagina, poi si reca a lavoro e vive tra mille storie del passato. È in questo modo forse che, pian piano, ha plasmato il racconto della vita di Antonello e di sua madre. Una narrazione in continuo bilico tra passato, presente e futuro. Un passato dimenticato e cercato, un presente invivibile e un futuro che racconta cose che si è costretti a tenere nascoste.

Un romanzo breve, Due secondi di troppo, ma molto intenso. Poche pagine che racchiudono e condensano interi mondi, intere vite. Quella di un ragazzo il quale, nel tentativo di librarsi e prendere il volo, inciampa su se stesso e si lega talmente a quella parte di vita che non c’è più da restarne quasi prigioniero. E quella di una madre, molto più forte e determinata, la quale ha trascorso l’esistenza conoscendo in anticipo il futuro e i segreti di tutti, anche del figlio, costretta a vivere sospesa nell’oscurità dei ricordi, ingoiati dalla demenza senile che l’ha duramente colpita.

Gran parte della storia è ambientata e si consuma all’interno della casa di riposo, dove la donna è ricoverata e dove il figlio trascorre molto del suo tempo nel tentativo, quasi disperato, di far ricordare alla madre il passato ma non quello vero, piuttosto quello che lui avrebbe voluto fosse. Una vita nella quale sua madre non leggeva il futuro e lui non si vergognava di essere omosessuale.

Il romanzo di Andrea Mauri è molto suggestivo. Profondo. Lo stile narrativo molto incisivo. Fraseggio breve, struttura delle frasi essenziale, costruzione ridotta al minimo riescono egualmente a essere molto interessanti, a catturare l’interesse del lettore e mantenere alto il suo livello di attenzione durante la lettura, che è anche un invito alla riflessione su alcuni temi delicati ed essenziali che toccano in diversa maniera, o potrebbero comunque farlo, la vita di tutti e di ognuno.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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