Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere: “Storia segreta della ‘ndrangheta” di Gratteri e Nicaso (Mondadori, 2018)

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Uscito in prima edizione a ottobre 2018, con la casa editrice Mondadori, Storia segreta della ‘ndrangheta di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso è un testo corredato e arricchito di riferimenti a fonti certe e documentali. Un resoconto storico che ahinoi forse non entrerà mai a far parte dei libri di storia, maggiormente se scolastici. Con il rischio, o meglio la certezza che i ragazzi continueranno ad apprendere delle mafie secondo stereotipi aridi e inutili o, peggio ancora, in maniera mitizzata attraverso tv, cinema e videogame.

Nel testo vengono descritti con dovizia di particolari i legami che hanno unito, fin dagli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, i boss calabresi con quelli siciliani, della “Nuova Camorra organizzata” di Napoli e la banda della Magliana a Roma.

Gratteri e Nicaso dedicano quasi un intero capitolo alla descrizione del radicamento della ‘ndrangheta in varie e numerose regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, NordEst e Centro Italia), nonché l’espansione in Europa e nel resto del mondo. A smontare, o almeno tentare di farlo, i luoghi comuni che vogliono la corrispondenza perfetta tra mafie e Sud Italia, tra Terra dei fuochi e Campania.
Sono ormai disparate e diffuse le inchieste che hanno portato ad arresti e processi per mafia al Nord ma quella «destinata a rimanere nella storia» è Crimine-Infinito, scattata nel 2010. Un’indagine sviluppatasi su un doppio fronte: lombardo e calabrese. Servita a «individuare e colpire decine di ‘ndranghetisti radicati in Lombardia» e a cambiare «la percezione della ‘ndrangheta».

Tra passato e presente, in sostanza, c’è una sola differenza: «ieri la ‘ndrangheta era ritenuta forza eversiva, oggi è sempre più governo del territorio». Un tempo era il boss ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni o favori, oggi «è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti». I consigli comunali calabresi sciolti per mafia sono stati «3 nel 2016, 12 nel 2017 e 8 nei primi otto mesi del 2018».

Ciò che colpisce durante la lettura di Storia segreta della ‘ndrangheta, oltre la grande capacità di narrazione e sintesi degli autori, è il ritrovare delle sconcertanti somiglianze con quanto accade nel tempo, nella storia appunto, come anche nell’attualità della cronaca.
A seguito del terremoto del 28 dicembre 1908, che ferisce duramente Reggio Calabria e Messina, il Parlamento stanzia un finanziamento di 100milioni di lire per la ricostruzione. «Subito dopo il terremoto, molti calabresi annusano l’affare della ricostruzione».
E poi arrivano gli anni in cui «si ricorre al tritolo per taglieggiare le imprese che si aggiudicano i lavori dell’ultimo tratto dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria». Del resto, sono oltre 170 i miliardi previsti per la realizzazione dell’opera. Una cifra enorme, «alla quale si aggiungono i fondi della legge Pro-Calabria», 345miliardi stanziati dal governo per opere di sistemazione idraulico-forestale.

Nell’intento degli autori c’è la volontà di raccontare la storia della ‘ndrangheta per conoscerne gli aspetti più reconditi, per capire quanto sia in realtà necessario «combatterla, spezzando quel grumo di potere che continua ad alimentarla». Perché la ‘ndrangheta è «una sorta di mostruoso animale giurassico» che non si estingue perché «sono ancora in tanti a proteggerla, a tutelarla, a cercarla e a legittimarla». Non si può non convenire con Gratteri e Nicaso allorquando, nelle conclusioni del libro, affermano che servirebbe un «nuovo sentimento etico-politico», in grado di coinvolgere individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili «per rendere sconveniente la scelta dell’illegalità».


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice Mondadori per la disponibilità e il materiale.


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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 

L’Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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L’amicizia è amore assoluto? “Calle del vento” di Monica Bianchetti (Linea Edizioni, 2018)

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La scrittura che diventa un viaggio introspettivo “dovuto”. Per certi versi necessario. Un cammino per ritrovare se stessi e i propri affetti e sentimenti. Emozioni che sembravano perdute. Per limare quella rabbia che non è frustrazione, bensì dolore. Sentimenti e amicizia sono i punti focali della scrittura di Monica Bianchetti e il tema principale del suo nuovo romanzo, Calle del vento, edito da Linea Edizioni.
Una scrittura che è un percorso il quale, esattamente come la vita, può sorprenderti o deluderti ma mai smetterà di insegnarti affinché si possa imparare o continuare a sognare, amare o, “semplicemente”, vivere.

*****

Un timido raggio di sole fa vibrare l’acqua dei canali e Venezia si sveglia.
Giulia cerca la sua migliore amica, scomparsa misteriosamente tra le calli della città più bella del mondo. Dove è finita Pea?
La storia di un’amicizia dove le anime si toccano oltre lo spazio e il tempo.
“Penso a chi si ritroverà tra le mani queste pagine. Cosa capirà di noi? Scrivere parole è come scrivere note. Alla fine si compone un’armonia di suoni ed emozioni forse per dare un senso a questa nostra vita, spesso arrangiata, imprevista e imprevedibile. (…)
Che storia è questa? La storia di un’amicizia che s’arrotola felice, nei giorni che furono e che saranno.
Amicizia, la nostra, che corteggia affetto e sogna sogni, noi, che la vita ce la siamo sempre inventata.
Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne.
A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.
Ma abbiamo veramente tutti l’anima che crediamo di avere? E abbiamo tutti un amico da amare e proteggere o rimpiangere?
Non vi è felicità per me dove tu non sei”.

*****

Ne abbiamo parlato con l’autrice in un’intervista.

Calle del vento è, principalmente ma non solo, una storia di amicizia. Cosa rappresenta l’amicizia per te?

Lo volevo fortemente questo libro sull’amicizia.
Quel legame profondo che spesso ci ha accompagnati sin da piccoli, un’amica che ti dice quelle cose che nemmeno tu avresti il coraggio di dire a te stesso, un’amica che indovina quando deve chiamare o giungere. Amica che ti sta attorno e dentro e che, quando manca, passando da una stanza all’altra vai cercandola.
Un libro che ho fortemente sentito. Quell’esigenza di scrivere per ricordare la mia amica che, anche se fisicamente non è più, la sento qua, tra le righe, in un raggio di sole che squarcia le nubi, in un profumo di tutto quello che c’è stato dietro di noi, la leggerezza dell’infanzia e un abbraccio che mi chiude. L’amicizia, quella vera, è esclusiva, ti aiuta a crescere, non ti abbandona. Il vero amico non se ne va, casomai ci si può prendere una pausa, possono esserci dei momenti in cui ci si separa, ma alla fine ci si ritrova sempre. Alla fine è amore, un amore che va oltre, che non ha interessi, secondi fini, non crea malintesi, né aspettative. L’amico ti accetta esattamente per come sei.
Tu riponevi le tue speranze in me e io in te, senza bisogno di alcun sacrificio, un sentimento disinteressato. Non è questo forse il vero senso profondo dell’amicizia? Il contenuto più autentico, una sorta di altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla. L’amicizia è gratuita, è un rapporto che crea amore; proprio per questo non conosce il linguaggio del prezzo.”

Il libro è dedicato a Frida di cui, tu affermi, aver ereditato i desideri. Come si possono ereditare i desideri degli altri?

“Vita dolce, vita amara, susseguirsi di ore e giorni, nascite, eventi, dipartite, musica e risate, pianto e paura, questa è la signora vita che ci gira intorno e noi ci stiamo proprio in mezzo, qui, a cercare di campare.”
Finché a un certo punto la “signora vita” decide di prendersi qualcosa o qualcuno.
La mia amica oggi non c’è più. Io ho ereditato i suoi desideri perché il desiderio è attesa e apre spazi infiniti. Tutti noi prima o poi perdiamo qualcosa: le chiavi di casa, un treno, un’occasione, il senno. Io ho perso lei e da oggi in poi gli anni saranno difficili da sopportare, ma se i suoi desideri diventeranno i miei sogni, sogni che in qualche modo cercherò di realizzare, allora lei sarà ancora con me. Ma forse il suo unico grande desiderio era semplicemente quello di poter continuare ancora a vivere.

Ad ogni tuo nuovo libro sembra che la scrittura diventi per te un qualcosa di sempre più profondo, intimo. Nel testo si leggono frasi che sembrano provenire dalla parte più nascosta delle viscere… o del cuore. Dove ti sta portando questo percorso che è anche molto introspettivo?

È un percorso dovuto più che voluto. Un viaggio nei sentimenti più profondi, nell’io più nascosto. Non basta più narrare. Come creare una stanza dove i pensieri ti vengono incontro. La lettura di un libro è molto soggettiva. Io sto diventando una lettrice molto esigente. Non mi accontento più di leggere e basta. Mi serve una storia che mi coinvolga in prima persona, che mi scavi dentro, nella quale potermi identificare o confrontare. Forse la mia scrittura avverte la necessità di questa mia crescita interiore e sto diventando anche una scrittrice esigente. L’anima inizia ad avere un’importanza peculiare, perché solo l’anima può riconoscere certi sentimenti. Si può tranquillamente fingere di avere un cuore, ma non si finge di avere un’anima.

L’amicizia certo, ma il tema fondante del libro sembrano essere i legami, nonché i sentimenti che da questi derivano. Sono i legami a generare il nostro vissuto o, piuttosto, il contrario?

Entrambe le cose in modo differente, in situazioni diverse e in momenti inaspettati. I legami faranno sempre parte della nostra vita e spesso percorrono strade invisibili. Forse è proprio la paura della solitudine che genera legami.
Ci sono dei legami che rimarranno eterni, anche se apparentemente lontani. Un po’ come il sole e la luna: lontanissimi, ma essa si vede solo perché viene illuminata dal sole.

Senza spoilerare troppo la storia che si snoda seguendo un mistero che ne rappresenta anche un filo conduttore, volevo soffermarmi, quasi paradossalmente parlando di un libro, sul silenzio e sulle cose mai dette. Un aspetto peculiare delle protagoniste. Può una parola taciuta determinare l’intero corso di una vita?

Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne. A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.”

È da sempre che vado alla ricerca del silenzio assoluto. L’unico posto al mondo nel quale ho potuto sperimentare un silenzio quasi totale è stato nel deserto del Sinai. Ma lì ho capito che anche in quello che crediamo silenzio, rimane nel timpano una vibrazione che genera ronzii e sibili; gli scienziati dicono che sia il fruscio dell’attività cerebrale.
Per cui il silenzio, in cui spesso ci identifichiamo, sovente è solo assenza di parole.
La parole di un libro sono parole silenti. Passano direttamente in te, dagli occhi, alla testa e, se siamo fortunati, al cuore e tutto senza passare prima dalle orecchie.
In Calle del vento ci sono pochi dialoghi, è quasi un monologo di memorie. È proprio nel silenzio che nascono domande e a volte si trovano risposte.
Ma alla fine la vita è rumore che prorompe, come Calle del vento, dove il sentimento dell’amicizia vincerà su tutto, anche sul tempo.


Monica Bianchetti è nata a Vicenza dove tutt’ora vive.
Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce con il suo libro Il sapore della neve.
Ha collaborato inoltre con l’autore Alberto Di Gilio al libro Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra.
Nel 2016 esce il suo romanzo Il cuore appeso (Linea Edizioni).


Articolo originale qui


Source: si ringrazia l’autrice Monica Bianchetti per la disponibilità e il materiale


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“Il destino non è volontà”, intervista a Monica Bianchetti per “Il cuore appeso” (Linea Edizioni, 2016) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&G, 2016) 

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Il diritto alla salute passa attraverso gli ingranaggi della white economy. È questo il futuro della Sanità?

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Stando a quanto si legge sui giornali, si ascolta nei talk show e si commenta sui social, la transazione graduale del comparto sanitario da un sistema in prevalenza pubblico a uno in prevalenza privato sembrerebbe la scelta più sensata. Necessaria per azzerare, o quantomeno ridurre al minimo le lunghe e improponibili liste di attesa, per essere curati in strutture migliori e all’avanguardia nel settore. E via discorrendo. Non si intravedono all’orizzonte valide opzioni alternative. Del resto i politici, in questi anni, ci hanno messo il carico da novanta con i continui tagli ai fondi destinati alla sanità pubblica e innescando, non si sa quanto consciamente, un circolo vizioso per cui «i servizi peggiorano, le condizioni in cui operano i sanitari diventano sempre più difficili e, inevitabilmente, i rischi di errori gravi aumentano». Come in aumento sono pure le denunce e le richieste di risarcimento contro, pressoché esclusivamente, i medici ospedalieri del comparto sanitario pubblico.

I medici, le Asl per cui lavorano e le Regioni possono tutelarsi stipulando polizze assicurative che coprano i rischi per errori, che purtroppo accadono. Tuttavia l’aumento esponenziale di denunce e richieste di risarcimento hanno reso il comparto molto poco appetibile per le compagnie assicuratrici, molte delle quali si sono ritrovate, nel tempo, anche a dover gestire, o tentare di farlo, ingenti perdite legate proprio alla responsabilità civile medica.

«A dimostrarlo bastano tre casi esemplari riportati dall’Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, ndr) nel suo dossier del 2014»:
Lloyd’s di Londra che, nel 2012, ha dovuto immettere 10milioni di sterline – dei 30 richiesti a tutti i soci per l’aumento di capitale – nelle casse della Lloyd’s Market-form, in crisi di liquidità proprio per le perdite sul mercato italiano della responsabilità medica.
Faro Assicurazioni, una piccola compagnia genovese cui avevano fatto ricorso molte Regioni e aziende ospedaliere d’Italia. «In poco tempo l’azienda è stata subissata da una mole ingestibile di richieste risarcitorie».
– La compagnia rumena Societatea de Asigurare-Reasigurare City Insurance S.A., gestita quasi per intero da italiani e che proprio in Italia vantava il 90 per cento dei contratti. «Una serie di indagini ha portato ad accertare la sua incapienza e, il 2 luglio 2012, l’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, ndr) le ha proibito di stipulare nuove polizze nel nostro paese».

Ciò ha favorito la nascita di un nuovo fenomeno, «la cosiddetta autoassicurazione». La singola azienda ospedaliera o la Regione da cui essa dipende si fa carico del pagamento dei risarcimenti, «in pratica, una polveriera».

Secondo l’Ania, le principali cause dell’aumento del numero di denunce per malpractice e di risarcimento sarebbero tre:
– Una maggiore consapevolezza e attenzione dei pazienti alle cure ricevute, a volte anche favorita, soprattutto recentemente, da alcuni fornitori di servizi di gestione del contenzioso.
– Un deciso aumento degli importi dei risarcimenti riconosciuti dai tribunali.
– L’ampliamento dei diritti e dei casi da risarcire da parte della giurisprudenza.

Per migliorare la situazione l’Ania, in audizione alla Camera dei deputati nel 2013, ha avanzato tre proposte:
– Passare a un sistema in cui, per determinate casistiche di eventi, sia previsto un risarcimento, o meglio un indennizzo standardizzato, senza la ricerca e l’attribuzione della responsabilità.
– La rivisitazione del concetto di responsabilità attraverso l’introduzione di protocolli che esimano gli operatori dalla responsabilità se essi sono in grado di dimostrare di averli correttamente eseguiti, o attraverso una più precisa delimitazione del perimetro della responsabilità.
– Il contenimento del ricorso alla giustizia ordinaria tramite meccanismi alternativi di risoluzione del contenzioso e la disincentivazione delle richieste infondate.

Per Carraro e Quezel il metodo migliore per ridurre i rischi legati alla malpractice è dotare la sanità di più risorse e migliorare «le condizioni di lavoro degli addetti, fornendoli di mezzi adeguati e di occasioni più frequenti per aggiornare le loro conoscenze scientifiche e le loro competenze tecniche».
Del resto, se da un lato l’Ania teme sviluppi negativi conseguenti all’autoassicurazione di Asl e Regioni, dovuti in prevalenza all’inesperienza nel settore degli stessi, rispetto a una compagnia assicuratrice, dall’altro la stessa Ania che propone l’introduzione di rigidi protocolli dimostra la medesima ignoranza, in campo medico. La casistica cui vanno incontro quotidianamente medici, chirurghi e operatori sanitari è tale da renderle improponibile una simile opzione. Piuttosto necessita una maggiore diffusione e un costante aggiornamento delle linee guida scientifiche, già parzialmente in uso.

Le scelte della politica, «declinate in mille modi diversi e perversi» (dal blocco del turnover alla riduzione dei posti letti, dall’accorpamento degli ospedali all’aumento dei ticket, dal ritocco dei Lea – Livelli essenziali di assistenza – all’eliminazione dei servizi essenziali), sembrano «scientificamente concepite per agevolare il processo di destrutturalizzazione del sistema sanitario italiano». Francesco Carraro e Massimo Quezel sottolineano le due conseguenze di questa situazione:
Gli italiani rinunciano a curarsi, non avendo risparmi sufficienti per farlo.
– Come in molti altri settori della vita quotidiana, anche in quello della salute il cittadino è costretto a fare un mutuo.
Nel 2017 gli istituti specializzati nel credito hanno erogato 400milioni di euro a pazienti costretti a indebitarsi per garantirsi le cure.

Non vi sono dubbi quindi che questo fenomeno ha generato «un business dai contorni appetibilissimi» per quelle stesse compagnie di assicurazione che stanno scappando dal campo della responsabilità civile medica. «La chiamano white economy».
Stando ai dati forniti dall’Ania, «tra il 2013 e il 2014 gli italiani hanno sborsato per le polizze malattia 2 miliardi di premi». Ma c’è un risvolto alquanto inquietante e a raccontarlo agli autori di Salute S.p.A. è proprio un broker assicurativo: «Le polizze sono concepite per pagare il meno possibile».

Parafrasando il motto molto in voga tra i banker della city londinese, come riporta il giornalista del «Guardian» Joris Luyendijk nel saggio Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri: «It’s only Opm (other people’s money)», si potrebbe quasi affermare che i broker assicurativi operano seguendo il mantra: It’s only other people’s lives.

Salute S.p.A., il libro-inchiesta di Francesco Carraro e Massimo Quezel, edito in prima edizione da Chiarelettere a settembre 2018, è un testo molto articolato e analitico, che affronta il problema della malpractice nella sanità pubblica ma, soprattutto, ne indaga le cause. Molto interessanti le tre interviste, poste a conclusione del testo, a un broker assicurativo, a un liquidatore e a un medico legale, perché entrano nel vivo del discorso. Raccontano in concreto il nocciolo della questione. Del diritto alla salute, se è poi veramente ancora tale e se lo è mai davvero stato. Delle lacune della sanità pubblica. Delle carenze di quello che vorrebbe tanto porsi come “il secondo pilastro”, ovvero il comparto assicurativo ma di come, in realtà, questo difetti proprio, anche se non esclusivamente, in quello che è il cardine su cui si fonda e si regge la pubblica sanità: il principio mutualistico. Destrutturare il comparto sanitario pubblico a favore di quello privato significa, inesorabilmente, abbandonare detto principio. Se si ritiene la soluzione migliore la si può anche intraprendere in via definitiva purché lo si faccia con cognizione di causa e, soprattutto, informando correttamente i cittadini in merito.

Salute S.p.A. si rivela essere senz’altro una lettura interessante, non da ultimo perché invoglia alla riflessione su tematiche fondamentali date, troppo spesso e con troppa leggerezza, per scontate ormai. Un libro da leggere.

Bibliografia di riferimento

Salute S.p.A., Francesco Carraro, Massimo Quezel, Chiarelettere (prima edizione settembre 2018).

Biografia degli autori

Francesco Carraro, avvocato e scrittore, si occupa da anni di responsabilità civile, medica in particolare, e di azioni di risarcimento danni. È autore di “KrisiKo. La via d’uscita nel grande gioco della crisi” (con Vito Monaco) e di “Post scriptum. Tutta la verità sulla post verità”, entrambi pubblicati dalla casa editrice padovana Il Torchio.

Massimo Quezel, patrocinatore stragiudiziale, ha dedicato anni allo studio e alla formazione in materia di infortunistica, risarcimento danni e responsabilità professionale medica, con l’obiettivo di fare da controcanto allo strapotere delle assicurazioni. Nel 2001 ha fondato un network nazionale di studi di consulenza il cui obiettivo è tutelare i diritti dei danneggiati al fine di garantirgli la possibilità di ottenere il giusto risarcimento. È autore del libro “Assicurazione a delinquere” (Chiarelettere 2016).


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere edizioni per la disponibilità e il materiale


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Cosa significa davvero scegliere di essere un medico in Italia? “Dal profondo del cuore” di Ciro Campanella (Di Renzo Editore, 2017) 

“10 cosa da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018) 

Liberi dall’amianto? I numeri parlano chiaro e non danno certo conforto 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Festa al trullo” (Les Flaneurs Edizioni, 2018), la black comedy di Chicca Maralfa

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Poco diffuso in Italia come genere letterario, la black comedy è stata utilizzata dalla giornalista scrittrice Chicca Maralfa per raccontare la sua terra di origine, la Puglia, e soprattutto gli esilaranti paradossi di un’epoca nella quale tutto, ma proprio tutto, può diventare “di tendenza”.
Antiche masserie che svettano come dune nel deserto di quell’immensa distesa che è il tavoliere e che diventano location perfette per mettere in scena la vita di un tempo, quando era ancora reale e non mera rappresentazione.
Si è letto di tutto in questi anni, finanche di un matrimonio nel quale gli invitati vestivano gli abiti degli antichi contadini del luogo. Estremizzazioni che sono senz’altro dei paradossi. E allora Maralfa decide di portare proprio questi paradossi a “sconsacrare” altri luoghi simbolo della sua Puglia, i trulli.

Festa al trullo non è un libro denuncia, non è un giallo e neanche un noir anche se un mistero incuriosisce il lettore e cattura la sua attenzione. È senz’altro una black comedy. La scrittura di Maralfa strappa molti sorrisi e alcuni passaggi sono davvero esilaranti, ma l’intera narrazione è come offuscata da una leggera nebbia. Uno sfondo grigio che si dissolverà con il colpo di scena finale ma lascerà egualmente un po’ di amaro in bocca al lettore, il quale continuerà a pensare all’uso sconsiderato che si fa di usi costumi e tradizioni. Promozioni commerciali che sono altro rispetto alle valorizzazioni a scopo turistico. Ammesso sia poi questo ciò di cui necessitano certi luoghi.

Chiara Laera è una famosissima influencer nel campo della moda. Sta preparando l’evento di punta dell’estate: una grande festa per il lancio del marchio ciceri&tria di Vanni Loperfido. Il brand, ispirato a un piatto tipico della cucina salentina, dà il tema alla serata che si svolgerà nella sua proprietà in valle d’Itria. Per avere il massimo risalto mediatico, decide di allestire un set felliniano 2.0, chiedendo alla gente del posto di interpretare se stessa. L’obiettivo è rendere veritiera e originale la messa in scena di tradizioni millenarie, uno spettacolo unico per i tantissimi invitati. Ma non tutto fila liscio. C’è chi, in questa terra, non sopporta l’invasione dei portatori di nuovi costumi, anche di genere, a tal punto da vedere minacciato il proprio ecosistema esistenziale. A fare da sfondo alla serata, una distesa di meravigliosi ulivi secolari minacciati da un killer silenzioso: la Xylella.

Un registro narrativo chiaro, conciso e molto al passo con i tempi, quello di Chicca Maralfa. Una scrittura che sta al passo con i tempi e il ritmo dell’era digitale, non dimenticando però l’importanza della lucidità e delle regole. Personaggi ben caratterizzati e perfettamente inseriti nel contesto che l’autrice, peraltro, conosce molto bene. Festa al trullo rappresenta di sicuro un esordio letterario ben riuscito. Una lettura di certo consigliata.

Chicca Maralfa è nata e vive a Bari. Giornalista, è responsabile dell’ufficio stampa di Unioncamere Puglia. Appassionata di musica indipendente e rock d’autore, ha collaborato per la Gazzetta del Mezzogiorno, Ciao 2001 e Music, Antenna Sud e Rete4. Nel 2018 con L’amore non è un luogo comune ha partecipato all’antologia di racconti L’amore non si interpreta (l’Erudita),contro la violenza psicologica sulle donne. Festa al trullo è il suo primo romanzo.


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Source: Si ringrazia l’addetta stampa di “Festa al trullo” per la disponibilità e il materiale.


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Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017) 

 “Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli (Leggereditore, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Quale futuro per le democrazie del post liberalismo e populismo? Jan Zielonka “Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale” (Editori Laterza, 2018)

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La democrazia liberale era mal concepita o semplicemente è stata mal realizzata? Quale futuro avranno le democrazie del post liberalismo e populismo? Quali sono le caratteristiche della contro-rivoluzione in atto? E dove condurrà i paesi del blocco democratico liberale?

Da Washington a Varsavia, Atene e Berlino, i politici anti-establishment continuano ad avanzare a spese di quelli di centro-sinistra e centro-destra. Questa sembra essere diventata la nuova normalità e le elezioni italiane del 4 marzo 2018 non hanno fatto che confermare «in maniera abbastanza spettacolare una tendenza generale». L’Italia di oggi rappresenta «un caso da manuale di contro-rivoluzione».

Jan Zielonka, docente di Politiche europee all’Università di Oxford e liberale convinto, scrive un saggio, Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, edito in Italia da Laterza, sotto forma di lunga e articolata lettera al suo ormai scomparso mentore Ralph Dahrendorf, seguendo anche in questo le orme del suo maestro, il quale anni addietro aveva scritto un’opera utilizzando il medesimo registro narrativo. Zielonka analizza quanto accaduto nelle democrazie liberali negli ultimi trent’anni e, con spirito molto critico, ne definisce gli errori ammettendo la sconfitta di quel sistema in cui, nonostante tutto, egli ancora crede ma che necessita di profondi e strutturali cambiamenti e adeguamenti.

Rivoluzioni e contro-rivoluzioni sono sempre portatrici di turbolenze, e «non abbiamo ancora assistito alle peggiori manifestazioni della confusione e del conflitto generati dall’attuale delirio politico». I “nuovi arrivati” hanno sollevato una gran quantità di valide critiche all’establishment liberale, ma saper distruggere un vecchio ordine non implica essere capaci di costruirne uno nuovo: «l’universo del governo è altra cosa rispetto al cosmo dell’opposizione».
È probabile che tutti i notevoli sforzi di aumentare la spesa dello Stato e di allargare i diritti degli occupati scatenino una reazione dei mercati, un trasferimento degli affari all’estero e una conseguente delusione negli elettori e «il nuovo governo deve sapere in anticipo come affrontare queste situazioni».

Ai media piace concentrarsi sulle individualità e i retroscena politici, ma dovrebbero invece «dare spazio ai dilemmi politici che questi nuovi governi con programmi radicali di cambiamento devono affrontare». Puntando l’obiettivo sui valori e le norme che si nascondono dietro gli slogan politici, guardare all’Italia come a un «caso particolare dell’affascinante esperimento storico» che va sviluppandosi in Europa. Un esperimento che è al contempo un pericolo e un’opportunità.
Alcuni, molti in realtà, sarebbero contenti di preservare lo status quo o, addirittura, riportare indietro l’orologio a un «mitico passato». Molti liberali auspicano il ritorno «ai bei tempi andati del regno liberale» e non vogliono vedere alcun cambiamento.

Negli ultimi trent’anni essi hanno dato la priorità alla libertà sull’uguaglianza, i beni economici hanno ricevuto più attenzione e protezione di quelli politici, i valori privati sono stati accarezzati più di quelli pubblici, ora «queste priorità vanno rivisitate». Per Zielonka le riforme dei parlamenti non produrranno miracoli, necessita quindi costruire o ricostruire la democrazia su altri pilastri oltre la rappresentanza: «in particolare la partecipazione, lo scambio di opinione e la contestazione». Il liberalismo ormai non può votarsi «né alla difesa dello status quo né all’imposizione di un qualsiasi dogma».

Il populismo è diventato un tema di discussione pressoché universale. I liberali si sono dimostrati «più abili nel puntare il dito contro gli altri che nel riflettere su se stessi». Dedicano molto più tempo a spiegare la nascita e i difetti del populismo che non a illuminare i motivi della «caduta del liberismo». Il libro di Jan Zielonka intende concentrare l’attenzione proprio su questo squilibrio, è «il libro autocritico di uno che è liberale da sempre».

Oggi è l’intera Europa a versare in «uno stato di confusione», i cittadini si sentono insicuri e arrabbiati, «i loro leader si rivelano incompetenti e disonesti», i loro imprenditori appaiono furibondi e la violenza politica è in aumento. Si chiede Zielonka se sia possibile invertire il pendolo della storia e in che modo bisogna farlo.
La «deviazione neoliberista ha fatto molti danni», ma l’autore non ritiene plausibile abbandonare alcuni punti centrali della «fede liberale»: la razionalità, la libertà, l’individualità, il potere sotto controllo e il progresso. Egli si dichiara convinto che le attuali difficoltà della situazione europea possano trasformarsi «in un altro meraviglioso Rinascimento», ma ciò richiederà una seria riflessione di quanto finora è andato storto.

In Europa, la politica si è configurata sempre più come «un’arte di ingegneria istituzionale» anziché come «arte di negoziazione fra le élite e l’elettorato». Poteri in numero sempre maggiore sono stati delegati a istituzioni non elettive – banche centrali, corti costituzionali, agenzie regolatorie – . «La politica incline a cedere alla pressione pubblica era considerata irresponsabile, se non pericolosa».
I politici contro-rivoluzionari sono spessi appellati populisti, ma «questo termine è fuorviante e stigmatizzante» e, secondo Zielonka, non coglie quello che è il loro obiettivo chiave, ovvero abolire l’ordine stabilito a partire dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 e sostituire le élite che lo hanno generato.

Da intellettuali, non bisogna coltivare un «pensiero manicheo di bianco o nero».
Da democratici, non si deve mai ironizzare sulle scelte elettorali.
Da attivisti pubblici, non bisogna illudersi che la gente “si svegli” all’improvviso e «si accomodi nuovamente dietro di noi».
Lo scopo, sottolinea Zielonka, non è dimostrare semplicemente che le critiche erano sbagliate, bensì vedere se gli ideali liberali reggono di fronte ai cambiamenti sociali e tecnologici.
La spiegazione più frequente dell’odierna difficoltà dei liberali è la svolta neoliberista. Ma «il liberalismo è stato sequestrato da avidi banchieri oppure è stato un terreno di coltura ideale per l’autoindulgenza?»
La rivoluzione del 1989 ruotava intorno a concetti quali democrazia, sicurezza, Europa, confini e cultura. La gente voleva essere governata da un diverso tipo di politico e l’autore teme che «la situazione di oggi sia simile». I politici contro-rivoluzionari non si oppongono soltanto a singole politiche liberali, ma ne sfidano l’intera logica, e «tentano di introdurre una nuova normalità».

Che un paese possa o meno permettersi una più incisiva politica sociale non è solo «funzione di fatti statistici ma anche di scelte politiche». Molto dipende dalla concezione che si ha del bene e della giustizia. E invece, per assurdo, quelli che suggeriscono un salario minimo o un bonus per ogni figlio che si aggiunge alla famiglia finiscono per essere «etichettati dai neoliberisti come irresponsabili populisti». Allora Zielonka cita Andrew Calcutt, il quale sostiene che, anziché prendersela con il populismo perché «realizza quello che noi abbiamo messo in moto», sarebbe meglio riconoscere «la parte vergognosa che noi abbiamo avuto in tutto ciò».

Solo attraverso una profonda e articolata autocritica il liberalismo e i liberisti riusciranno a non soccombere all’avanzata dei contro-rivoluzionari. Solamente ciò consentirà loro di rivedere principi e dogmi adeguandosi ai tempi ormai mutati. È questa l’unica strada percorribile per Jan Zielonka il quale più volte nel testo sottolinea la sua ferrea convinzione nei valori puri e originari del liberalismo. Quelli che non vanno abbandonati, piuttosto ritrovati. Ed è con questa seppur flebile speranza ch’egli congeda il lettore di Contro-Rivoluzione. Un libro che racconta le degenerazioni dell’attuale sistema come anche quelle di chi vorrebbe combatterlo e cambiarlo. Un libro che è un’accorata richiesta di cambiamento, di adeguamento e, soprattutto, di equilibrio.

Bibliografia di riferimento

Jan Zielonka, Contro-Rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, Editori Laterza, 2018. Traduzione di Michele Sampaolo dall’edizione originale Counter-Revolution. Liberal Europe in Retreat, Oxford University Press, 2018.

Biografia dell’autore

Jan Zielonka insegna Politiche europee alla University of Oxford ed è Ralf Dahrendorf Fellow al St Antony’s College.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Editori Laterza per la disponibilità e il materiale.


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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Il Patto sporco” di Nino Di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere, 2018)

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«Era un processo che faceva paura».

Così chiosa Saverio Lodato nell’appendice al libro, scritto con il pm Antonino Di Matteo, che racconta per esteso e nel dettaglio quel “Patto sporco” tra Stato e anti-Stato che mai avrebbe dovuto esserci. A spaventare l’Italia e gli italiani, molti di essi, sembrava però più l’azione investigativa prima e giudiziaria poi e che ha portato al processo noto come “sulla Trattativa” e alla relativa condanna degli imputati, rei di minaccia a corpo politico dello Stato, un «terribile reato», come lo definisce lo stesso Lodato.
La sentenza del 20 aprile 2018 della seconda Corte di assise di Palermo sancisce il reato e la condanna e decreta, indirettamente, che la vera “boiata pazzesca” non è stato il processo, che aveva un valido e solido impianto accusatorio, bensì il tentativo di chi ha cercato di sminuire il lavoro della magistratura e il tentativo di far luce sui tanti punti scuri e oscuri che hanno sancito la nascita della seconda Repubblica, ne hanno accompagnato il corso e velano tutt’ora la storia e la cronaca del nostro Paese.

«Era un processo che faceva paura».

Non è certo facile ammettere che lo Stato si è piegato, ha accettato il compromesso con l’anti-Stato che ufficialmente dichiara sempre di combattere. E, soprattutto, che non lo ha fatto per fermare morti e stragi.
Gli ufficiali del Ros non hanno lasciato alcuna traccia scritta della esistenza e della evoluzione dei loro rapporti con Vito Ciancimino. «È assolutamente grave e oltremodo significativo il fatto che, nel lungo periodo dei loro contatti con Vito Ciancimino, gli ufficiali del Ros non adottarono alcuna iniziativa investigativa» e invece, «a dimostrazione che la loro era una iniziativa “politica”, si siano rivolti e abbiano riferito dei loro contatti con Ciancimino a esponenti del governo e del Parlamento».

In questi lunghissimi venticinque anni, man mano che il racconto dei collaboratori di giustizia si è unito alle prove investigative raccolte, il puzzle è apparso sempre più completo, e chiaro. Dal resoconto di coloro che lo hanno vissuto in prima linea emerge un ulteriore aspetto che deve davvero “fare paura”. Quella che Nino Di Matteo, nella sua requisitoria finale al processo “sulla Trattativa” definisce «omertà istituzionale». Un paradosso che è tale solo in apparenza. Lo Stato che collabora alle indagini e all’inchiesta meno dell’anti-Stato.

Il Patto sporco, di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, edito da Chiarelettere è un libro «scritto da entrambi con passione e rabbia». Perché se in tutti questi anni la stampa, i giornali, i telegiornali, i grandi opinionisti avessero offerto all’opinione pubblica «un minimo sindacale di informazione» sull’argomento, «difficilmente questo libro avrebbe avuto un senso». Sarebbero notizie già note. Invece così non è stato.

*****

Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.”

*****

Il testo si presenta come una lunga e articolata intervista che, in realtà, somiglia più a una memoria a due voci nella quale Lodato irrompe con più impeto nelle parti ufficiali e professionali della narrazione, lasciando maggiore adito al pm quando questi racconta i risvolti e le conseguenze di tutto ciò sulla sua vita privata. Laddove Di Matteo parla delle inchieste e dei processi, Lodato dimostra la sua grande esperienza e determinazione in merito. Le sue sono le parole di chi non si è mai arreso, nonostante tutto, e ha sempre continuato a svolgere il proprio lavoro.
Egual ragionamento va fatto per le parole, per le azioni, il comportamento e il lavoro tutto svolto da Antonino Di Matteo. In maniera amplificata, visto che da oltre cinque anni vive secondo i dettami e le regole di quello che in gergo viene definito “primo livello di protezione eccezionale”.

C’è poi la parte di narrazione nella quale il pubblico ministero abbandona per alcuni attimi gli abiti ufficiali e professionali per vestire, “semplicemente”, quelli di uomo, di padre, di marito. Brevi racconti che aiutano il lettore a meglio comprendere il reale significato nonché le conseguenze di scelte che sono per certo coraggiose, ammirevoli e che non possono e non devono, o meglio non dovrebbero mai andare incontro a critiche e facili opinioni da parte di chi non sa, non comprende o finge di non farlo perché pur predicando l’antimafia di facciata in realtà ne è poi attratto o, peggio, coinvolto a vario titolo, molto più di quanto non vorrebbe ammettere neanche con se stesso.
E questo accade tra i cittadini, tra i colleghi, tra le forze dell’ordine e i servizi segreti, tra gli operatori dell’informazione e della comunicazione, tra i politici e gli imprenditori. In quella parte dello Stato che è in qualche modo legata a doppio filo all’anti-Stato.

In uno scenario del genere, di queste dimensioni, «non si può parlare di un merito della magistratura», bensì del «demerito di chi ha volutamente ignorato che, per lunghi tratti di strada, Stato e mafia hanno camminato di pari passo».

Un libro, Il Patto sporco di Di Matteo e Lodato, che si legge con l’adrenalina in circolo e il battito del cuore in accelerazione.
Con la voglia di conoscere fin dove la bravura di magistrati come Di Matteo, eredi professionali e morali di Falcone e Borsellino, li ha portati a svelare i tanti, troppi misteri e segreti dei legami marci tra Stato e anti-Stato.
Con il desiderio di una diffusione e condivisione sempre maggiore di questi traguardi.
Con la speranza che l’Italia della terza Repubblica sia o diventi davvero altro rispetto a quello che, purtroppo, è stata la nascita e la storia della seconda appena conclusa.
Un libro, Il Patto sporco di Di Matteo e Lodato, assolutamente necessario. Da leggere. Da comprendere. Da condividere.


Biografia degli autori

Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018) 

La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018) 

Ci sono verità che si vorrebbe tenere nascoste per sempre eppure “Quel terribile ’92″… 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

“Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto” di Giuseppe Paternostro (Aut Aut Edizioni, 2017) 

 “Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015) 

“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Democrazie senza scelta e partiti anti-establishment. La rivolta degli elettori nell’indagine di Morlino e Raniolo

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Le analisi storiche delle crisi del passato suggeriscono che queste siano state, alla fin fine, «un’opportunità di cambiamento e di reinvenzione o rigenerazione della democrazia». Cosa è accaduto e sta accadendo come conseguenza della crisi economica iniziata nel 2007 e che gli autori definiscono Grande Recessione? L’indagine svolta da Leonardo Morlino e Francesco Raniolo, che poi è diventata il libro Come la crisi economica cambia la democrazia edito da ilMulino, è volta principalmente a studiare la «crisi nella democrazia», nelle sue procedure e risultati, così come nei suoi contenuti, ovvero «nel mix di libertà ed eguaglianza che riesce a garantire».

Oggetto di studio sono stati i paesi del Sud Europa, quelli che con accezione negativa venivano indicati con l’acronimo Piigs, oggi diventato GIIPS: Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. I medesimi ad aver risentito maggiormente degli effetti negativi della stessa crisi, come delle misure preposte per superarla, anche rispetto i paesi dell’Est, come per esempio Polonia e Repubblica Ceca, che hanno subito minori contraccolpi. Di sicuro, nella gestione della crisi «l’Unione Europea ha agito da concausa nell’accentuazione dei suoi effetti e nella sua durata». Una costellazione di situazioni che «ha messo in tensione il sistema di governance (dell’UE)», ma anche la coesione tra gli stati membri e, in un certo senso, «la stessa autocoscienza europea». In sintesi, l’Unione Europea ha rischiato «e rischia tutto’ora una vera e propria implosione».

La crisi ma, soprattutto, le misure imposte per superarla hanno agevolato la formazione e il successo elettorale di «nuovi imprenditori politici e formazioni», nonché il discredito di quelli al governo. La crisi economica, sottolineano Morlino e Raniolo, ha ingigantito tendenze latenti che erano già presenti nei sistemi partitici e nei modelli di relazione tra cittadini e istituzioni. Il declino dei partiti può anche essere letto come «declino della legittimità dello stesso canale di rappresentanza elettorale-territoriale», con la conseguenza che cittadini ed élite «cercano altre strade per trasmettere le loro domande».
La maggiore partecipazione sviluppatasi negli anni successivi alla crisi è venuta caratterizzandosi per il maggior peso delle posizioni politiche anti-establishment, dell’opposizione alle politiche anti-austerità e per atteggiamenti contrari all’Unione Europea. In poche parole, la partecipazione «è diventata sempre più radicale e di protesta».

Nuovi «attori partitici rilevanti» che hanno minacciato in tre casi su quattro direttamente il controllo del governo e, in un caso, conquistandolo effettivamente.
I partiti e movimenti indicati come di protesta oggetto dell’indagine sono:
Syriza: coalizione della Sinistra Radicale in Grecia.
Movimento Cinque Stelle in Italia.
Podemos in Spagna.
Livre, Partido da Terra e Partido Democrático Republicano in Portogallo.
Chrysi Avgi (Alba Dorata) in Grecia.
Lega in Italia.
Ciudadanos in Spagna.
Il caso particolare del Portogallo dimostra come gli elettori avrebbero anche potuto scegliere di adottare «atteggiamenti di alienazione o semplicemente indifferenza e apatia».

Questi partiti si definiscono e sono percepiti dall’opinione pubblica come partiti di protesta. Tutti, tranne uno, hanno avuto successo di recente, ma solo alcuni sono partiti genuinamente nuovi. Tutti, infine, vengono considerati populisti o neo-populisti. Nel complesso «è come se gli elettori del Sud Europa fossero diventati più sensibili alla delusione». Nelle quattro democrazie analizzate, «ma in realtà non solo in queste», si è assistito alla crescita inusitata di un’offerta politica capace di canalizzare la protesta e il risentimento degli elettori. «Tali trasformazioni non necessariamente devono essere considerate come un rischio per la democrazia», anzi potrebbero essere considerati segnali del fatto che «i regimi democratici hanno un’elevata flessibilità e resilienza alle sfide esterne».

Non tutti i partiti nuovi sono genuinamente tali, quelli che lo sono rappresentano degli «outsider che non sono il prodotto delle tattiche e delle dinamiche parlamentari» e perciò «costituiscono una minaccia per i partiti tradizionali». Seguendo questa logica si può facilmente comprendere come un elemento chiave di questi nuovi partiti sia «di presentarsi quali partiti anti-establishment» e, in un certo senso, come «partiti anti-partito». Da questo punto di vista «il modello paradigmatico di un partito genuinamente nuovo è probabilmente rappresentato dal M5S in Italia e da Podemos in Spagna».
Per quanto riguarda la rappresentatività sociologica, la classe politica del M5S è caratterizzata dalla giovane età. I giovani deputati (uomini e donne), compresi quelli di Podemos, sono «altamente istruiti».

Quello che traspare da questi dati è l’attivazione di «un cleavage generazionale prima latente nella politica delle democrazie europee» e che sta alla base della «rivolta degli elettori che ormai sembra caratterizzare le elezioni delle democrazie occidentali». Tale linea di divisione si sovrappone e si intreccia «con il cleavage esclusi-garantiti o vincitori-perdenti della globalizzazione».
La politica di protesta «è strutturalmente esposta alla delusione degli elettori» e ciò spiega la volatilità delle fortune elettorali e «la necessità del radicalismo come strategia competitiva e comunicativa». Non si tratta solo di «ipocrisia politica» o di cinismo dei leader. Innanzi tutto, «l’istituzionalizzazione organizzativa introduce nuovi vincoli interni ed esterni ai quali il partito deve adattare anche i propri obiettivi».

Come aveva già opportunamente evidenziato Stein Rokkan, all’interno di ogni democrazia operano due canali di influenza: «il canale elettorale-territoriale e il canale corporativo-funzionale». Il primo è caratteristico della «politica partigiana», nel secondo invece prevalgono «i gruppi di interesse e gli attori economici». Le quattro democrazie oggetto dell’indagine di Morlino e Raniolo si sono generalmente caratterizzate per «una ipertrofia del canale elettorale-territoriale», aspetto questo centrale «specialmente nel caso italiano», e mostrano una relativa debolezza del canale funzionale. Tale asimmetria tra i due canali è stata «favorita dall’assenza di un ruolo regolativo dello Stato e dalla sua permeabilità agli interessi settoriali». Non a caso si è parlato, proprio in relazione all’Europa del Sud, di Stato informale (Sotiropolus 2004), di deriva distributiva (Ferrera 2012), di neo-caciquismo (Sapelli 1996) e, in termini più neutri, di gatekeeping partitico (Morlino 1998).

Gli autori sottolineano come vada sempre ricordato che «la democrazia non è solo la forma di governo di uno Stato, ma anche un meccanismo di regolazione o di governance di una certa struttura socio-economica che in Occidente è una qualche variante dell’economia di mercato o del sistema capitalistico». La questione diventa «il ruolo che in tali sistemi economici e sociali hanno avuto e hanno lo Stato e le istituzioni della rappresentanza politica». La varietà di relazioni Stato/economia che contraddistingue i casi analizzati funge da «variabile interveniente», nel senso che «definisce un set di condizioni (per lo più istituzionali) che rende i paesi del Sud Europa più vulnerabili agli shock esterni», aggravando al contempo gli effetti della recessione e rendendo «meno efficace il management della crisi». Il tutto con le dovute variabili e differenze tra i vari Paesi.

Nei movimenti di protesta temi materialisti (sicurezza economica, inflazione, disoccupazione) e post-materialisti (partecipazione, democrazia diretta, auto-realizzazione, beni comuni) hanno finito per sovrapporsi e mescolarsi. Tale ibridazione potrebbe costituire, nell’opinione degli autori, il punto di contatto tra diversi movimenti che nell’ultimo decennio hanno fatto parlare di un grande «ciclo di protesta transnazionale» che ha investito l’Europa, gli Stati Uniti, il Cile e il Brasile, il Nord Africa e anche Hong Kong. Una sorta di «crisi di legittimità delle democrazie avanzate».
Nel caso dei paesi oggetto d’indagine molto hanno inciso le politiche governative come anche e soprattutto quelle del governo centrale. Il processo di europeizzazione ha determinato «due effetti perversivi».
Ha alimentato un nuovo conflitto che ha inciso sulle relazioni tra i paesi appartenenti all’area euro e al di fuori di essa, tra paesi forti e paesi deboli all’interno dell’area euro, tra paesi forti nella medesima area. Quando si prendono in considerazione le politiche di austerità, «la realtà è stata quella di democrazie senza scelta», con le principali riforme fiscali, di bilancio, della pubblica amministrazione e del lavoro decise da attori esterni e implementate da attori interni.
«Il vero meccanismo innescato dalla crisi è la catalizzazione», mentre la componente di «agenzia della democrazia» si è adattata alla nuova situazione di delegittimazione, con tutto il carico di azioni, trasformazioni e conseguenze che ne sono derivate.

La ricerca sul campo condotta da Leonardo Morlino e Francesco Raniolo nei quattro paesi oggetto d’indagine (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo) è stata finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica (Protocollo n° 2010 WKTTJP).

Bibliografia di riferimento

Leonardo Morlino, Francesco Raniolo, Come la crisi economica cambia la democrazia. Tra insoddisfazione e protesta, ilMulino, 2018. Traduzione di Valeria Tarditi dall’edizione inglese originale The Impact of the Economic Crisis on South European Democracies, edito in Gran Bretagna da Palgrave Macmillan e in Svizzera da Springer International Publishing AG.

Biografia degli autori

Leonardo Morlino è professore ordinario di Scienza politica e direttore del Centro di Studi sulle Democrazie e Democratizzazioni alla LUISS di Roma.

Francesco Raniolo è professore ordinario di Scienza politica e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilMulino per la disponibilità e il materiale


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“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University press, 2018) 

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss University press, 2018) 

The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Hikikomori: il fenomeno dei ‘ragazzi ritirati’ in “Due fiocchi di neve uguali” di Laura Calosso (SEM, 2018)

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Restarsene in disparte, isolarsi. Scegliere di rimanere volontariamente segregati in casa, nella propria stanza, piuttosto che socializzare, frequentare la scuola o il lavoro. Nessun contatto con il mondo reale ma intensa e protratta attività in quello virtuale, dei giochi e delle chat. Hikikomori è il nome, di origine giapponese, designato per indicare questo triste fenomeno che in Italia, secondo stime riportate sul sito hikikomoriitalia.it, interesserebbe almeno 100mila casi.
Il mondo virtuale, digitale non è però la causa dell’isolamento, bensì un rifugio contro il proprio malessere, che ha origini diverse e svariate. Quali sono allora le cause di questo fenomeno pericolosamente in aumento?

Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali pur raccontando una storia inventata, specificando che il suo libro è un’opera di fantasia, compie un’attenta ed elaborata analisi del fenomeno come delle cause e delle conseguenze.
Nel testo vengono raccontate le storie di tanti adolescenti e, di rimando, quelle dei genitori, protagonisti carnefici e vittime, più o meno consapevoli, più o meno in parti uguali, di quanto accade ai propri figli. E di quello che diventano negli anni che li trasformano da bambini in ragazzi e poi in adulti.
Ragazzi apparentemente così diversi eppure, in fondo, tanto simili, accomunati da quell’insidioso malessere, che è proprio mal di vivere, e che li rende taciturni, melanconici, rabbiosi o addirittura frenetici ed euforici.

Margherita, Carlo, Marta, Gabriele, Umberto… sono tutti “sbandati”, anche se ognuno a modo proprio. Non hanno punti di riferimento, né solide e valide linee guida lungo cui scorrere per crescere e maturare la propria esistenza. Sono tutti “ragazzi ritirati”, anche se agli occhi degli altri solamente Carlo lo è, perché lui lo è fisicamente. Dal momento in cui si è chiuso nella sua stanza nella speranza, vana, di lasciare il resto del mondo fuori è apparso chiaro a tutti il suo ‘problema’. Ma il suo isolamento, il tempo trascorso al computer a chattare o a disegnare non è la malattia, è un sintomo. È la manifestazione di un problema. E sarà proprio la sua visibilità, forse, a salvarlo. Contrariamente a Margherita, il cui malessere invece se l’è portato sempre dentro, ben nascosto da un’apparente calma e determinazione.

E poi ci sono i genitori nella storia raccontata dalla Calosso. Adulti che hanno più problemi esistenziali dei figli. Insoddisfatti, depressi, smaniosi di trasfondere loro i propri desideri, incuranti del fatto che queste giovani esistenze non rappresentano lo sfogo delle proprie frustrazioni o l’incarnazione di una seconda opportunità per i propri desideri irrealizzati. I figli sono persone che hanno sogni, desideri, aspirazioni, emozioni, sentimenti… indipendenti e autonomi, a qualunque età.
Genitori che non sanno più fare i genitori, così presi dai loro problemi personali o dalla smania di apparire, di sembrare il successo cui tanto ambiscono, che dimenticano di educare i propri figli alla vita. La vita quella vera.

Il registro narrativo scelto da Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali è molto intimistico, introspettivo, profondo, intenso. Lo stile della scrittura si adatta perfettamente al narrato. L’ambientazione assume un significato quasi evanescente rispetto alle storie che si stanno ivi consumando. I luoghi sono ben descritti e definiti, scelti con cura meticolosa e altrettanto attentamente raccontati attraverso gli occhi dei protagonisti, in particolare quelli incuriositi di Margherita. Eppure sembrano rimanere sempre nell’ombra. Come fossero fragili ologrammi che si spengono in batter di ciglia, scompaiono per poi riapparire sotto nuove forme e colori. La scena si sposta senza alcun intralcio per il lettore da una camera semibuia e disordinata ai paesaggi incantevoli della Costa azzurra, dalle aule di un liceo torinese alla camera di un ospedale. Ed è proprio in quest’ultimo luogo che il tempo, come lo spazio, sembrano dilatarsi oltremisura, esattamente come il dolore di una madre che realizza di non conoscere affatto la propria figlia. Di aver sempre erroneamente pensato che, siccome si comportava come le sue coetanee, dovesse per forza essere come loro. Che i problemi risiedessero altrove, lontano. Magari in quelle storie di droga e altro raccontate alla televisione. Non in sua figlia. Non dentro di lei. Pensava che il male potesse giungere solo da fuori e mai dall’interno.

Il malessere invece nasce dal sentirsi diversi. Diversi e incompresi. Soprattutto quando i genitori, la scuola e la società non chiedono altro che vedere la “normalità”, quella falsa che non ammette possano esistere due fiocchi di neve che non siano perfettamente uguali.


Articolo originale qui


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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016) 

“L’imperfetta” di Carmela Scotti (Garzanti, 2016) 

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017) 

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Goff (Bompiani, 2016) 

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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“Arma Infero. Il mastro di forgia” di Fabio Carta (Inspired Digital Publishing, 2015)

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Gli appassionati di fantasy amano immergersi in queste interminabili saghe dalle quali spesso vengono tratti altrettanti “corposi” film. Se lo scopo di questo genere di letture è l’estraniarsi completamente dal mondo reale per immergersi in quello immaginato dallo scrittore per i suoi lettori, allora le migliaia di pagine che vanno a comporre queste opere letterarie possono anche sembrare una quantità equa, giusta. Se invece lo scopo di chi legge è trovare anche altro l’impresa può farsi oltremodo ardua.

Fabio Carta, che in apertura del libro mette nero su bianco la sua passione per Guerre Stellari, per Star Trek e per tutto ciò che riguarda il genere, resta pienamente fedele alla tradizione e scrive una trilogia, Arma Infero, di cui solo il primo libro conta quasi settecento pagine. L’opera di Carta somiglia molto a un distopico all’interno del quale l’autore è riuscito a inserire i frammenti dell’altra sua grande passione: la Storia. E questo è fuor di dubbio l’aspetto più originale del libro. Un mix di narrazioni fantastiche e storiche che oppongono e al contempo legano due mondi: quello terrestre e il pianeta Muareb.

Quello che invece non convince è il linguaggio scelto dall’autore. Troppo carico di espressioni lontane dall’uso quotidiano, ancora una volta ottenute dalla sintesi del vecchio (la Storia) con il nuovo (l’extra-terrestre). Per quanto riguarda il registro linguistico forse Carta ha marcato troppo la sua volontà di dare un carattere forte e deciso al suo testo, che appare in questo modo a tratti molto appesantito proprio dal linguaggio eccessivamente ricercato.
I personaggi sono ben delineati e il lettore impara fin da subito a riconoscerli e identificarli all’interno del narrato. Sulle eccessive descrizioni ambientali invece vale un discorso analogo a quello fatto per il linguaggio. Il voler definire con la scrittura ogni dettaglio anche minimo toglie un po’ di spazio alla fantasia del lettore e appesantisce la narrazione.

Si intravede nel racconto una denuncia per la distruzione protratta e inarrestabile cui viene sottoposto continuamente il pianeta Terra da parte dei suoi abitanti umani e questo è senz’altro un aspetto molto interessante che lega il romanzo all’attualità. Aspetto che però Carta preferisce lasciare a margine della vicenda narrata. D’altronde si sta parlando di un fantascientifico e non di un romanzo-denuncia. Altri autori contemporanei di questo genere narrativo o cinematografico però hanno scelto di spostare l’attenzione anche su questa tipologia di “denuncia” e il risultato è sembrato molto interessante. Si riportano a titolo di esempio i libri della trilogia Silo di Hugh Howey o le opere di James Cameron, in particolare Avatar. Nel primo caso l’autore, attraverso la narrazione degli eventi, denuncia in maniera velata ma decisa le scelte politiche ed economiche spietate e immotivate dei governi occidentali, in ispecie quello americano. Nel secondo invece il regista canadese porta gli spettatori, attraverso le azioni degli avatar, a conoscere il mondo meraviglioso degli autoctoni di Pandora, facilmente identificabili con i nativi o con gli indios. Un universo incontaminato che rischia l’estinzione a causa dell’avidità economica degli esponenti del mondo “civilizzato”.
Fabio Carta scegli un finale aperto, del resto doveva già avere in mente i sequel al momento in cui ha scritto il primo libro, Il mastro di forgia. Pratica molto comune tra gli autori di fantasy.

Un libro, Arma Infero. Il mastro di forgia di Fabio Carta che nel complesso non delude di certo gli appassionati del genere che potranno immergersi nell’immaginario mondo di Muareb, lasciarsi stregare dall’intreccio serrato di accadimenti, intrighi e misteri sempre in bilico tra passato, presente e futuro.


Articolo originale qui


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

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Limiti. Frontiere, confini e la lotta per il territorio di Alfonso Giordano, edito da Luiss University Press in prima edizione a luglio 2018, è un testo scritto per analizzare i concetti basilari di frontiera limite confine e sovranità, nonché la loro evoluzione nel tempo e rappresentazione cartografica.
Si tratta di un libro che, analizzando l’evoluzione di queste nozioni, come del resto dello stesso mondo fisico cui vengono applicate, riesce a far comprendere al lettore numerosi e nodosi aspetti della più stretta attualità. Per esempio le lotte civili e intestine ancora presenti in varie parti del pianeta, le guerre di conquista, di potere o economiche, gli attacchi terroristici di varia matrice, il fenomeno delle migrazioni di popoli.

Alfonso Giordano è docente universitario e il suo libro equivale a una lectio magistralis posta per iscritto. Per comprenderne appieno il senso e gli insegnamenti bisogna avere la pazienza di leggerlo fino in fondo. Solo allora infatti si chiariranno anche quelle parti che erroneamente, nel leggerle, sono potute sembrare divagazioni o pedanti approfondimenti. In realtà sono dei chiarimenti, a volte anticipati, che aiutano il lettore a non lasciare zone d’ombra all’interno del ragionamento portato avanti dall’autore. Sono spiegazioni propedeutiche alla tesi enunciata.

In questo mondo globalizzato e iperconnesso, «in cui si comincia a guardare allo spazio come luogo di prossima colonizzazione umana», confini e frontiere tradizionali sembrano non avere più l’importanza di un tempo. Eppure, a meglio guardare, è piuttosto vero il contrario. Il ritorno del sovranismo «sottolinea con forza l’importanza delle identità nazionali» e in molti «auspicano un ritorno a confini più rigidamente demarcati e a frontiere chiuse».
Mai come oggi «la percezione stessa del limite convive con l’aspirazione dell’illimitato». Gli Stati continuano a mostrare molta attenzione al controllo del loro territorio dando vita a quel fenomeno che Michel Foucher ha definito «ossessione per le frontiere». Gli spazi geografici del pianeta Terra, tranne poche aree soggette a convenzioni internazionali, sono totalmente occupati dagli Stati e, proprio dalla «limitatezza degli spazi da acquisire o rivendicare, emerge una competizione tra gli Stati», principale oggetto di analisi del testo di Giordano.

L’autore ricorda che, sebbene l’impatto della globalizzazione venga associato a nozioni quali “la fine dello Stato”, le attività umane continuano ad avvenire dentro confini ben definiti. Una condizione di borderlessness «è un discorso che ha riguardato negli ultimi decenni soprattutto l’Europa», ma che è entrato in crisi con i recenti sviluppi della crisi migratoria nel Mediterraneo.
I conflitti cruenti interni ad alcune aree del mondo e le disuguaglianze economiche tra aree ricche e povere che alimentano i continui flussi di migranti mostrano quanto «sia illusorio pensare che dei confini, per quanto sempre più fortificati e controllati, possano efficacemente contrastare la spinta del bisogno, della paura o anche solo dei sogni di un futuro migliore».

In questo mondo interconnesso e globalizzato permangono forti attriti di tipo culturale, «che alcuni hanno chiamato di civiltà». Conflitti gravi permangono dove ancora «i confini, piuttosto che lo Stato, vengono rappresentati come fattori di identità e sicurezza». I confini finiscono per stabilire «una gerarchia: la posizione di un individuo nello spazio sociale è condizionata dai confini all’interno dei quali lo stesso individuo risiede», al punto da contribuire a determinare la sua identità.
Solo poche ideologie e pochi uomini hanno saputo «immaginare un mondo senza confini», senza essere preda della paura «di un inevitabile bagno di sangue, il tristemente noto homo homini lupus».

Nelle regioni dove i confini sono tracciati senza tener conto del fattore etnico, «o dove esiste una forte migrazione internazionale», molto spesso le culture varcano i confini e pongono un problema di coabitazione. Gli Stati che hanno in corso contese, a «diverso livello di conflittualità, con uno o più paesi per la sovranità su regioni, isole o territori frontalieri, sono più di centottanta». Le soluzioni a questi conflitti, «che spesso dietro la parola “territoriali” nascondono sofferenze umane», non potranno «essere ricercate nel solo sistema anarchico delle relazioni internazionali», ma dovranno sempre più essere «tese a una maggiore cooperazione internazionale nell’ambito di regole condivise».

Dopo aver elencato e analizzato le maggiori dispute territoriali nelle varie parti del mondo, Giordano si sofferma sul conflitto che potrebbe ripresentarsi al confine tra Irlanda del Nord – facente parte del Regno Unito – e Repubblica d’Irlanda come conseguenza di eventuali modifiche allo status quo allorquando la Brexit sarà ultimata. A rendere possibile l’accordo di pace del 1998 fu proprio «la prospettiva che il confine tra le due Irlande sarebbe in sostanza scomparso».

Il territorio è «un elemento che concettualmente si crede inamovibile» e si tende a indicarlo come un “limite fisso”, tuttavia mostra «la sua elasticità nella geografia politica contemporanea del mondo». Il fenomeno della globalizzazione, infatti, ha fornito come esito «una serie di potenti processi di sconfinamento» che pongono continuamente in tensione «partizioni consolidate come quella tra Nord e Sud e tra centro e periferia del mondo». Mai come oggi «la conoscenza geografica si rivela, dunque, ancor più necessaria» anche per evitare che tutto diventi una sorta di “gioco virtuale”, pericoloso quanto deleterio.
Giordano ha ricordato che visualizzazioni da paesi diversi di Google Maps danno come risultato carte geografiche con “limiti” differenti. «Google, spesso finita nei guai per le rappresentazioni soggettive delle sue carte», ha deciso, “semplicemente”, di mostrare «a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole».

Viene da sé a questo punto considerare una approfondita e seria conoscenza geografica di notevole importanza, anche e soprattutto nell’era di Google Maps. Come lo è la consapevolezza dell’importanza di libri come Limiti di Alfonso Giordano.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.


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