Tanta spiritualità nascosta dietro una pungente ironia: “Cammino doppio” di Serenella Baldesi (AUGH! Edizioni, 2017)

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Un romanzo molto intimistico, Cammino doppio di Serenella Baldesi. Lo stesso può dirsi dello stile narrativo. Il racconto scorre attraverso i pensieri della protagonista che osserva, riflette, commenta, scrive e descrive tutto ciò che accade dentro e fuori se stessa. Ed è attraverso questo “filtro” che il lettore scopre il romanzo, la protagonista e la sua storia. Nonché il paesaggio e gli scenari da lei visti lungo il Cammino che la condurrà, insieme ai compagni di viaggio, a Santiago de Compostela.

L’ironia spesso presente nei pensieri e nelle parole di Alex, espressione neanche troppo velata di un maturo cinismo, strappa ripetuti sorrisi al lettore e contribuisce ad alleggerire il “peso” della lettura. Riesce l’autrice a non trasformare la sua creazione letteraria in un troppo scontato romanzo di formazione o, peggio, in un libretto educativo-informativo dei benefici mistici del Cammino.

Un libro che si fa leggere, Cammino doppio. Pur nella apparente semplicità del registro narrativo e del narrato si rivela e si conferma fino in fondo una lettura interessante e, direttamente o indirettamente, introspettiva.

La protagonista, Alessandra detta Alex, pagina dopo pagina, conquista sempre più il lettore. Una vera e propria eroina contemporanea alle prese con tutti i problemi di una vita “crudele” e “spietata” come solo quella vera può essere. Lei stessa realizzerà lungo il Cammino che i problemi reali sono altri però e che i sassi che si porta nel cuore e nello zaino possono essere trasformati in sogni o in realtà, spetta solo a lei decidere, scegliere e agire.

Ottima la rappresentazione, volontaria o involontaria che sia stata, che la Baldesi fa dell’uomo-donna contemporaneo medio, culturalmente parlando, che conosce e riconosce tutte le marche commerciali, tutti i loghi e i brand ma ignora o mal ricorda le fonti, quindi gli autori, delle citazioni letterarie o storiche. Che ha fretta e voglia di condividere sui social ogni istante della propria esistenza che, altrimenti, gli sembrerebbe quasi inutile, vuota. Che conosce ogni aspetto della vita e delle azioni del suo calciatore preferito, della squadra cui appartiene, dell’industria posta in essere per promuoverlo e ignora del tutto aspetti che dovrebbero interessarlo davvero. Offre, in questo modo, la Baldesi uno scorcio di un’umanità alla deriva che proprio grazie al Cammino, o comunque anche per esso, ritrova o sembra ritrovare i propri argini.

Quello che forse delude un po’ il lettore, o quantomeno lo disillude rispetto alle premesse, è il finale. Troppo romanzato rispetto al taglio che l’autrice sembrava volesse dare al suo libro, all’immagine se vogliano a suo modo rivoluzionaria della protagonista la quale, invece, sembra perdere molto del suo “ironico” fascino rischiando di trasformarsi nell’ennesima donzella in pericolo salvata dal prode cavaliere in sella al valoroso destriero.

Nel complesso comunque Cammino doppio di Serenella Baldesi viene giudicato positivamente e considerato una lettura da consigliare, leggera ma con stile.

Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’addetta stampa per la disponibilità e il materiale


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La musica come rinascita spirituale. “Il pianoforte segreto” di Zhu Xiao-Mei (Bollati Boringheri, 2018)

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Da sempre la musica, ma andrebbe detto l’arte in generale, detiene un immenso potere: quello di muovere e smuovere le masse, il popolo. Ed è per questo che gli artisti, soprattutto quelli definiti “ribelli” o “rivoluzionari” perché non accettano di livellarsi agli altri, che non mentono ma raccontano senza veli la verità, sono considerati pericolosi per «la loro costante messa in discussione della realtà, e la loro sempre maggiore richiesta di libertà».

Tutto ciò era ben chiaro anche a Mao Zedong il quale affermava che «i cinesi non saranno mai più un popolo di schiavi», riferendosi al capitalismo e all’Occidente e a tutte quelle che considerava devianze e perversioni culturali. Mai più schiavi delle idee e ideologie altrui quindi… solo delle proprie. Infatti il suo regime non ha creato progresso, civiltà, cultura, innovazione. Quella che lui stesso e i suoi sostenitori chiamavano “Rivoluzione Culturale” altro non è stata che una dittatura di colore opposto a quelle più tristemente note. Che ha avuto i suoi seguaci, i suoi oppositori, i perseguitati e i reietti. Gli impuri, come la famiglia di origine di Zhu Xiao-Mei, rei di essere “musicisti e intellettuali”.

Bollati Boringheri pubblica a giugno di quest’anno la versione tradotta da Tania Spagnoli de La Rivière et son secret di Zhu Xiao-Mei, appellandola Il pianoforte segreto. Si percepisce, nel libro di Zhu Xiao-Mei, una grazia, una semplicità, una naturalezza, nel racconto come nella scrittura, che sono affatto comuni.
Un libro che non è il racconto di chi vuol apparire, o di chi vuol insegnare, no, Il pianoforte segreto narra “semplicemente” una storia. Vuole aprire al mondo una biografia che non è solo quella personale dell’autrice bensì di una nazione intera, la Cina, alle prese con un potere che, professando uguaglianza e parità, ha finito con il generare solo ingiustizia e povertà, economica e culturale.
Anche le idee migliori quando diventano ideologie imposte ad altri e rappresentano quindi delle imposizioni esplodono per intero nella loro accezione negativa.

Il pianoforte segreto può essere definito un libro lento. Una scrittura che si sofferma nei dettagli, precisa nel raccontare aspetti che, se anche in un primo momento possono apparire secondari o addirittura irrilevanti, si sveleranno poi tutti fondamentali per poter ammirare il quadro che l’autrice ha dipinto con la sua penna, o meglio ancora l’aria che le sue mani hanno sentito e suonato al pianoforte. In questo modo Xiao-Mei ha scritto lo spartito della sua esistenza che si intreccia a quella di tanti altri giovani cinesi illusi prima e disillusi poi dalla Rivoluzione Culturale tanto attesa, di tanti uomini e donne, anche occidentali, che con impegno e dedizione trovano il loro personale riscatto, emblema e simbolo di un’evoluzione più ampia che nasce e può nascere solo allorquando si accetta di «mescolare le culture e farle dialogare».

Mao affermava che la Cina «è povera e bianca, ma su una pagina bianca si possono scrivere dei bei poemi». Purtroppo a fare eco alle sue parole non arrivarono i poemi bensì la carestia, la povertà, il nero di una cultura svuotata e oscurata, le sedute di denuncia e autocritica, gli istituti di correzione e tutto quanto poteva servire per nascondere quanto più a lungo possibile il fallimento della sua ideologia.

Le pagine prima bianche del suo libro Xiao-Mei invece le ha riempite di parole utili. Necessarie innanzitutto alle vittime della Rivoluzione Culturale. Ma anche a coloro i quali, come la stessa autrice, quella Rivoluzione l’hanno superata e hanno avuto la possibilità di una «rinascita spirituale», grazia all’arte in generale ma, soprattutto, alla musica. Grazie ad essa Zhu Xiao-Mei afferma di aver ritrovato la propria umanità.
Un libro assolutamente consigliato, Il pianoforte segreto di Zhu Xiao-Mei, anche per conoscere a fondo un periodo storico ancora alquanto sconosciuto in Occidente.


Articolo originale qui


Disclosure: Fonte trama libro e biografia dell’autrice www.bollatiboringheri.it


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“Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor” di Cristiana Boido (Dissensi, 2017)

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Cristiana Boido studia per un intero anno i contenuti dei post delle community social che ruotano intorno alla figura di Manuel Agnelli e, soprattutto, alla sua partecipazione come giudice del programma televisivo X-Factor.
Scopre, in questo modo, che i fan hanno, letteralmente, costruito «una mitologia dal basso», una specie di «religione condivisa». Manuel Agnelli è così diventato «un mito in senso classico, un meme». Perché?

Stando a quanto dice un suo fan, Agnelli «non ha avuto paura di spostarsi nel fango della tivù generalista ed è in grado di plasmare il fango in qualcosa che è destinato a durare nel tempo». Dunque i suoi tanti follower si aspettano molto da lui che avrebbe continuato a raccontare, per trent’anni, questa verità: «la differenza tra l’immagine del mondo trasmessa dai media e la realtà».
Nulla da eccepire se non fosse che, come riporta la stessa Boido nel libro, il settanta per cento dei partecipanti non seguiva gli Afterhours (il gruppo di cui Agnelli è frontman, ndr) prima di X-Factor.

X-Factor ha sfruttato il potenziale fenomenologico di Agnelli oppure è accaduto il contrario?

Perché prima della partecipazione a una trasmissione della “tivù generalista” tutti questi follower non lo seguivano? Lo seguiranno anche poi? Continueranno a seguire X-Factor anche qualora lui non vi partecipasse più? Cosa si aspettano davvero i fan da lui?
Se davvero seguono e ammirano quanto Manuel Agnelli dice non avrebbero mai dovuto seguire un programma come X-Factor. E, per contro, Agnelli per essere coerente non avrebbe mai dovuto calarsi a fare, estremizzando, il gioco del nemico.

La Boido attribuisce al pubblico di X-Factor «lo scettro di ignorante ipermoderno». Uno spettatore non più passivo ma iperattivo, soprattutto sui social. Che commenta, dibatte, discute, critica e si scopre ogni giorno esperto in qualcosa: musica, cinema, danza, televisione, calcio, sport in generale, politica, geopolitica, insegnamento, medicina, fisica, astronomia, … senza però che a questo esteso spirito di critica vorace sia mai corrisposto un aumento delle visite «a teatro, a balletto, all’opera o abbia incrementato il consumo di letteratura e saggistica».

Tutto ciò che il pubblico esprime sui social convinto di essere un esperto critico in materia viene letteralmente catturato dagli operatori del settore e sfruttato per confezionare pacchi, ovvero programmi, che piacciano a lui, in quanto pubblico e non critico ovviamente. Perché nell’attuale «sistema economico, votato al profitto» verità, giudizio, gusto, ma anche bene, male, bello, brutto, «devono rispondere a una domanda effettiva, al pari della merce», intesa in senso classico.
I produttori di X-Factor hanno, in buona sostanza, “venduto” un prodotto che aveva tutto il potenziale per diventare un fenomeno e il pubblico lo ha “comprato” in toto. Facendo in questo modo lievitare il consenso personale di Agnelli e, di rimando, quello della trasmissione televisiva.

Ciò vale un po’ per tutti i programmi televisivi ma per i talent in particolare in quanto i concorrenti di questi, per il pubblico «rappresentano la voglia di riscatto», potenziale ovviamente, che ognuno potrebbe avere, mentre i giudici sono «il braccio armato dei supereroi».

Agnelli deve aver sbaragliato tutti nel momento in cui, conquistata la «fama mediatica alla quale aspirava», inizia a fare esattamente quello che aveva detto, ovvero «usare il potere per fare altro». In linea con le proprie idee. Un atteggiamento più consono al classico detentore di potere sarebbe stato quello volto alla «conservazione del sistema esistente».

Fenomenologia di Manuel Agnelli: social e narrazione mitica ai tempi di X-Factor di Cristiana Boido, pubblicato in prima edizione da Dissensi a dicembre 2017, si rivela un libro interessante, uno studio approfondito sulla «mitopoiesi collettiva», ovvero la narrazione collettiva dal basso che permea ormai ogni comunicazione/relazione. Generata dall’aggregazione intorno a valori, eventi, personaggi e fenomeni “laterali”, offre la possibilità di «smontare sino agli elementi costituenti e di decifrare i percorsi di creazione di valori e, quindi, della creazione di miti come strumento di potere».

Ottima si presenta la struttura dell’indagine condotta dalla Boido, buona la qualità del narrato e notevole la bibliografia cui fa riferimento la stessa autrice. Una lettura non semplice ma di certo consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


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Le nuove frontiere della suspense: “Alla ricerca della vita”, il thriller ‘biologico’ di Giovanni Nebuloni (13Lab, 2018)

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Nulla si teme più per la salute di un’epidemia. Ne Alla ricerca della vita Giovanni Nebuloni ne ha immaginato una di cancro umano trasmissibile.
Un thriller originale quello scritto da Nebuloni e pubblicato a marzo di quest’anno da 13Lab. Un giallo pieno di suspense che lui stesso ama definire ‘biologico’. E, in effetti, non è solo e non è tanto l’azione volontaria degli uomini a generare l’intrigo quanto quella della natura, o meglio della biologia animale, cui l’uomo appartiene.

La ricerca della vita che l’autore fa compiere alle protagoniste del libro sembra essere più uno scavo profondo nel torbido dell’animo umano, mosso da sentimenti di rivincita, di rivalsa, di supremazia. Scienza e vita si incontrano e si scontrano brutalmente all’interno di un laboratorio nella lontana e misteriosa città di Johannesburg, in South Africa. Uno scontro dove sembra uscirne vittoriosa solo la morte. Ma è un inganno. Oppure no.

Si è certamente divertito Giovanni Nebuloni a ‘sfidare’ i suoi lettori in un gioco di azioni e reazioni, emozioni e riflessioni, un vortice esistenziale che rasenta a tratti l’esistenzialismo puro.

Ad accogliere il lettore è una citazione di Gabriel García Márquez che racchiude in sé il senso estremo anche del libro di Nebuloni.

«Lo turbò il sospetto che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».

Nebuloni è giunto al decimo romanzo e sta portando avanti la sua ricerca sulla conoscenza ma anche sulla scrittura. E sull’intreccio di entrambe. Per il fondatore della Fact-Finding Writing (Scrittura conoscitiva – Scrivere per conoscere) infatti l’immobilità, del corpo ma soprattutto della mente, se non proprio deleteria è di sicuro inutile. Il movimento implica invece evoluzione e, pertanto, «eventualmente, anche la vita – si pensi alle erbe che tenacemente, partendo dal seme attecchiscono nel cemento». Oppure, ritornando al nuovo romanzo, alle cellule che mostrano metamorfosi e cambiamento, ai corpi che generano anticorpi, alle malattie, alle epidemie come pure le resistenze immunitarie alle medesime.

La vita, la natura, la biologia, la scienza e la medicina… che nel libro di Nebuloni si fondono al mistero, alla suspence, all’intrigo e sono tenute insieme, non solo e non tanto dalla storia narrata, quanto dallo stile della narrazione. Una scrittura che appare studiata, maturata proprio per raccontare questo genere di storie.

I personaggi, come l’ambientazione stessa, a volte appaiono troppo mutevoli e sfuggenti, quasi evanescenti. Sembrano sfuggire al lettore che vorrebbe meglio inquadrarli, definirli. Ma forse è una scelta voluta dell’autore che permette in questo modo una migliore concentrazione proprio sulla scrittura, sulla evoluzione del suo percorso narrativo e conoscitivo.

Le storie dei romanzi di Nebuloni sono comunque auto-conclusive per cui il lettore, anche laddove non avesse seguito il suo percorso o non avesse letto le precedenti pubblicazioni, non riscontrerà alcun intoppo in tal senso nel leggere Alla ricerca della vita. Un testo interessante, nell’ottica del percorso di scrittura conoscitiva che Nebuloni segue da anni, ma valido anche come mera lettura di un thriller, in questo caso ‘biologico’.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore, Giovanni Nebuloni, per la disponibilità e il materiale


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura di Marie-Hélène Brousse)

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“Guernica”, Pablo Picasso, olio su tela, 1937

Seguendo la ferrea logica che porta la nostra civiltà a una segregazione sempre più massiccia, a erigere muri, alla delazione, al sospetto paranoico abbiamo assistito alla caduta delle identità collettive. E ora non resta che l’identità individuale, «l’Io che non vuole sapere dell’alterità», considerata una «minaccia costante contro la sua unità, contro la sua sicurezza, contro il suo potere». Il legame sociale attuale, caratterizzato dal predominio del “senza limite”, «trova nella forma contemporanea della guerra una declinazione pragmatica», una guerra che è essa stessa “senza limite”, non più una contrapposizione tra Stati, ma di tutti contro tutti.

Pubblicato nel 2015 in Francia con il titolo originale La psychanalyse à l’épreuve de la guerre da Berg International Éditeurs, Guerre senza limite, curato da Marie-Hélène Brousse, esce in Italia in prima edizione a maggio 2017 con Rosenberg&Sellier, nella versione curata da Paola Bolgiani. Un saggio che raccoglie i contributi di un nutrito gruppo di psicoanalisti che hanno lavorato sul tema della guerra e della relazione fra la psicoanalisi e la guerra.

Un’esperienza sempre traumatica che segna tutti i soggetti che vi sono confrontati, anche indirettamente, la guerra è senz’altro «un laboratorio dello psichismo», dal momento che essa è lungi dall’essere terminata, piuttosto trasformata è diventata multipla, diversa, che «si sposa con la modernità» e le sue forme contemporanee manifestano i tratti di quell’epoca che è la nostra, in questo inizio di XXI secolo. Una società nella quale le trasformazioni del legame sociale rendono necessario il progetto di «una nuova psicologia delle masse» per capire a fondo «quel che la guerra insegna alla psicoanalisi e quel che la psicoanalisi può insegnare sulla guerra», forte dei nuovi strumenti e dati a disposizione.

Il testo si articola in diverse sezioni, ognuna delle quali con uno scopo ben preciso, ma tutte interconnesse secondo il filo logico del ragionamento che ruota intorno al concetto di guerra, all’esperienza di guerra (diretta e indiretta), ai traumi che essa genera, alla guerra come paradigma del legame sociale per una nuova psicologia delle masse.

Ricorrente nel discorso comune è la “ricerca della pace”. Si afferma che l’Europa, dopo i traumi dei conflitti mondiali, abbia finalmente raggiunto lo scopo. L’Europa è in pace. Gli europei si dichiarano pacifisti. Non si può allora non chiedersi, e gli autori lo fanno, come si debba in realtà interpretare questa “pace a casa propria” allorquando si deve legarla al traffico, al commercio e alla vendita di armi che l’Europa e gli europei continuano a praticare.

Lacan partiva dal «reale della guerra» che ci accompagna in modo costante «come una dimensione ineliminabile del potere moderno» e sosteneva che «il potere capitalista ha bisogno di una guerra ogni vent’anni». Per reggere. Per funzionare. La spesa militare è infatti una costante dei fautori del capitalismo. Fa girare l’economia, come suol dirsi. Dapprima con gli armamenti, poi con la ricostruzione, poi la macabra giostra deve ripartire per un altro giro… ed ecco trascorsi i venti anni.

I contributi che compongono il saggio Guerre senza limite analizzano sia questi aspetti, che potrebbero essere definiti macroscopici, del fenomeno, sia quelli più intimi, attinenti il microcosmo di ognuno. Gli effetti deleteri che il contatto con la guerra ha, inevitabilmente, con i soggetti che la vivono o la subiscono.

Per Freud la guerra «autorizza e legittima l’aggressività propria dell’essere umano, che spinge verso le sue inclinazioni più oscure». Ma quando ti trovi faccia a faccia con la morte, vedi morire i tuoi compagni, le mutilazioni, le torture, le lesioni… l’aspetto per così dire “liberatorio” della guerra diventa aleatorio ed è molto facile sviluppare problemi psichici.

Paralisi di vario tipo.
Tic.
Spasmi.
Tremori.
Stati dissociativi.
Riduzione del campo visivo.
Cecità.
Sordità.
Afonia.
Mutismo.

“Psicoanalisi”, Michele Cara, pennarelli e matite su carta, 2011

Sono alcune tra le più frequenti conseguenze psichiche e psicofisiche della guerra. Solo chi l’ha vissuta lo può sapere. Agli altri, per i quali la guerra è quella vista in televisione, al cinema o come un videogame, i reduci appaiono addirittura strani. Persone che per assurdo faticano a incontrarsi, a capirsi.

In un mondo ormai al contempo «mondializzato e in piena implosione geopolitica ed economica», appare ragionevole affermare che «non c’è che la guerra, e tangenzialmente un’unica guerra». La guerra che una «civiltà decaduta dai suoi titoli di civiltà fa contro se stessa». Eppure uno spiraglio di speranza ancora si intravede laddove si può affermare che «non siamo costretti dall’evoluzione a rimanere fissati alle condizioni del passato, possiamo evolvere verso il meglio». Dovremmo. Dobbiamo.


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Source: Si ringrazia Marta Guerci dell’Ufficio Stampa della Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale


 

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99 vs 1: queste le percentuali di una ricchezza che impoverisce tutti. “99%” di Gianluca Ferrara, il libro sui paradossi del mondo moderno (Dissensi, 2016)

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Nel 2012 Gianluca Ferrara scrive e pubblica 99%, un libro che vuole denunciare la sproporzione enorme nella distribuzione della ricchezza. Nel 2016 il libro esce in seconda edizione perché l’autore non si capacita del fatto che l’odierno sistema «persevera nel folle intento di accumulare ricchezze a scapito dell’abnorme crescita delle diseguaglianze e del dramma ambientale».

Una percentuale che non è solo lo slogan usato dai giovani di Occupy Wall Street, è una cifra reale. Stando ai dati diffusi da Oxfam, l’1% della popolazione più ricca del pianeta gode di un patrimonio maggiore del restante 99%. 62 uomini tra i più ricchi al mondo hanno un patrimonio stimato equivalente a quello di 3.6miliardi più poveri.

È sotto gli occhi di tutti, per non vederlo o non capirlo bisognerebbe mentire, innanzitutto a se stessi. Ragion per cui viene naturale chiedersi: perché non si decide di invertire la rotta? Cambiare sistema? Redistribuire la ricchezza, almeno quella afferente i bisogni primari, che dovrebbe essere proprietà di tutta l’umanità?

Nei quattro anni intercorsi tra la prima e la seconda edizione del libro la rotta non è stata invertita, il sistema non è stato cambiato e la ricchezza non è stata redistribuita così Ferrara decide di ripubblicare 99% rincarando la dose di accuse nella prefazione al nuovo testo. Come dargli torto.

Il testo di Ferrara è, per certi versi, molto cruento. Nel senso che il suo stile di scrittura diretto rende molto bene i concetti espressi e anche la situazione tragica in cui versa l’intero sistema. Ma non è la negatività il filo conduttore del libro e il fine ultimo inseguito. No, tutt’altro. L’autore vuole invece lanciare un messaggio attivo e, soprattutto, reattivo: «La situazione è veramente troppo ingarbugliata e critica per lasciare spazio al pessimismo e alle negatività. È il momento di agire!»

Nella prefazione all’edizione del 2012, Vandana Shiva ricorda lo stile organizzativo dei movimenti del popolo, sviluppatisi un po’ ovunque, basati sulla più profonda e diretta democrazia: l’auto-organizzazione e l’autogestione. «È così che funzionano la vita e la democrazia». Quello che Mahatma Gandhi chiamava Swaraj. «Quelli del sistema dominante, abituati alla gerarchia e al dominio, non capiscono l’organizzazione orizzontale e chiamano questi movimenti “senza guida”, senza direzione». In tutto il mondo ormai la democrazia rappresentativa sembra aver raggiunto i suoi limiti democratici, «i soldi guidano le elezioni e il denaro gestisce il governo».

Oggi il concetto di libertà, della persona , è stato in realtà sostituito dalla “democrazia del libero mercato”. Che significa «libertà per le imprese di sfruttare chi vogliono, cosa vogliono, dove vogliono e come vogliono». Ma significa anche «fine della libertà per le persone e la natura in tutto il mondo».

I nuovi movimenti stanno «occupando gli spazi politici ed economici per creare una democrazia vivente con la gente e la terra – al posto delle corporazioni e dell’avidità – al centro di essa».

Come è stato possibile arrivare ad accettare che i nostri abiti siano fabbricati sfruttando «la forza lavoro di poveri senza diritti resi schiavi in fabbriche-lager» oppure permettere che i nostri fondi pensione e i nostri risparmi fossero «usati per speculazioni che affamano milioni di impoveriti o che vengano utilizzati per finanziare investimenti in armamenti» senza la minima manifestazione pubblica, totalitaria e di piazza da parte del popolo ripetutamente ingannato?

È da questo genere di domande che ha origine il libro di Gianluca Ferrara ed è a simili interrogativi che cerca di arrivare e far arrivare il lettore.

Il saggio di Ferrara non si basa solo su delle riflessioni o considerazioni personali dell’autore bensì su una lunga e articolata bibliografia che spazia dalle opere di Barnard a quelle di Bauman, da Chomsky a Cacciari, da Molinari a Latouche, da Napoleoni a Strada, da Zanotelli a Terzani… solo per citarne una ristretta parte. E porta avanti un discorso ragionato basato su un ottimo metodo critico e di apprendimento. Una lettura per certo consigliata per comprendere a fondo i meccanismi di questo “sviluppo economico” che sta portando in realtà al sottosviluppo, che promette crescita «ma causa distruzione e mette in pericolo di vita» l’intero pianeta.

Gianluca Ferrara: Ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali. Ha scritto diversi saggi. Direttore editoriale di Dissensi Edizioni, è stato eletto in Senato nel marzo 2018 con il Movimento Cinque Stelle.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


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“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

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Ci sono verità che si vorrebbe tenere nascoste per sempre eppure “Quel terribile ’92”…

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Ci sono errori che non si vorrebbe mai ammettere di aver commesso e verità che si vorrebbe tenere per sempre nascoste. Quella su quanto accaduto in Italia durante la Prima Repubblica e che ha direttamente condotto agli attentati del 1992, per esempio, è una di queste. Perché? La domanda è tutt’altro che retorica e la risposta affatto scontata.

Eppure uno dei modi migliori per evitare di incorrere negli stessi errori è mantenere quanto più vivi possibile la memoria storica e il racconto veritiero di quanto accaduto.

In occasione dei venticinque anni dagli attentati del ’92, Imprimatur pubblica il libro, raccolta di venticinque testimonianze, di Aaron Pettinari e Pietro Orsatti, che si apre al lettore con una citazione di José Saramago.

«Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere».

Parole che hanno un significato profondo. La memoria non si costruisce, o meglio non si dovrebbe costruire, con il semplice racconto di una cosiddetta versione ufficiale dei fatti accaduti. No, la sua costruzione dovrebbe essere un procedimento molto più complesso, invece tutto quello che non è gradito al mainstream semplicemente sembra scomparire oppure diventare una visione complottistica.

Nel suo testo sulla Shock Economy Naomi Klein parla in maniera dettagliata della privazione sensoriale, ovvero la tecnica largamente utilizzata per indurre monotonia, che causa la perdita di capacità critica e crea il vuoto mentale in maniera tale che la gran parte delle persone non tenteranno nemmeno di analizzare criticamente i fatti loro raccontati, prendendo sempre e comunque per buona la versione loro narrata. Che, intendiamoci, non è detto che sia sempre falsa o falsata. Il punto è la capacità critica che ognuno dovrebbe avere, anche difronte alla verità.

Orsatti e Pettinari hanno raccolto il racconto di venticinque testimoni appartenenti al mondo del giornalismo, dello spettacolo, della musica, del teatro… e ognuno di loro ha descritto quel terribile ’92 dal suo punto di vista. Il quadro che emerge è abbastanza preoccupante: per le inchieste arenatesi, per i ripetuti depistaggi, per tutto ciò su cui non si è voluto indagare, che non si è voluto conoscere, preferendo invece abbracciare l’illusione del cambiamento, del rinnovamento, il giornalismo italiano che ha preferito in massa cavalcare l’onda anomala del vuoto assoluto lasciando che fossero «la satira e il teatro» a occuparsi di “informazione”. I venti anni del berlusconismo che altro non sono stati che il prosieguo di quanto esattamente accadeva prima perché è inutile continuare a negare che «c’è sempre stata una forte relazione tra sesso e potere». Una sinistra fittizia che a parole continua a urlare ideali e valori ma poi, a conti fatti, non ha fatto altro che uniformarsi al fiume in piena del degrado morale ed etico.

Il contributo più illuminante è certamente quello di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo. Lui che in poche parole non racconta solo gli attentati e quel terribile ’92, ma l’ipocrisia di un Paese intero e della classe dirigente che lo governa.

«Venticinque anni è non puoi più dimenticare. Perché tuo fratello è andato in guerra ma ad ucciderlo non è stato il fuoco del nemico che era andato a combattere, ma il fuoco di chi stava alle sue spalle, di chi avrebbe dovuto proteggerlo, di chi avrebbe dovuto combattere insieme a lui».

«Venticinque anni e ogni anno in via d’Amelio per impedire quei funerali di Stato che la nostra famiglia rifiutò fin dal primo momento. Per impedire che degli avvoltoi arrivino in via d’Amelio portando i loro simboli di morte per accertarsi che Paolo sia veramente morto».

Perché la vera lotta alla mafia non si fa con le manifestazioni, con i cortei, con le celebrazioni… la mafia, fuori e dentro lo Stato, si combatte chiedendo Verità e Giustizia, costruendo una memoria storica collettiva basata sui fatti non sui racconti.
Ed è proprio a coloro che hanno il coraggio di lottare, che non vogliono dimenticare e non si stancano di essere “eretici” che vanno i ringraziamenti di Aaron Pettinari a margine del libro. Persone che ci sono, che operano ogni giorno, su tutto il territorio nazionale e non solo in Sicilia Calabria e Campania, persone ai margini della società e troppo spesso marginalizzate dalla stessa.

Nel libro L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso analizzano a fondo il processo di legittimazione di cui sempre «hanno goduto in Italia mafia, ‘ndrangheta e camorra; una legittimazione che ne spiega il successo più di ogni altra cosa». Se le mafie durano da due secoli «ciò vuol dire che esse non hanno rappresentato un potere alternativo e contrapposto a quello ufficiale, ma un potere relazionato ad esso». Relazioni che Antonio Belnome, ex affiliato alla ‘ndrangheta, chiama «gemellaggi con lo Stato».

Non si può certo dire che il dibattito sulla mafia oggi sia un tema trascurato nella discussione pubblica, ma resta il problema di come se ne parla. Perlopiù con «l’immagine stereotipata e romanzata della mafia», descritta come una «piovra invincibile» contro cui si oppongono “eroi” che possono essere indistintamente magistrati, poliziotti, giornalisti, persone comuni ma che restano sempre dei “lupi solitari” «destinati a soccombere». In molti sostengono che lo spettacolo è altro rispetto all’educazione, all’istruzione e all’informazione, «ma non si può certo ignorare che la spettacolarizzazione del mondo criminale rischia di essere molto pericolosa». Soprattutto in quei film e serie tv dove lo Stato e la società civile sono praticamente del tutto assenti ed esistono solo le lotte intestine all’interno dei clan per decretare di volta in volta il boss più grande, feroce, ricco e potente… una visione distorta e contorta che finisce per creare negli spettatori il desiderio di emulazione addirittura. Come accade anche, ad esempio, per i videogiochi di mafia che sono sempre i più richiesti e venduti. Un problema vero che diventa gioco e spettacolo e uno Stato che letteralmente scompare.

E così, paradossalmente, le stesse persone che sono appassionate di una serie tv o di un film di mafia, si disinteressano completamente, per esempio, del processo durato sei anni sulla Trattativa Stato-Mafia che ha visto concretizzarsi poche settimane fa la sentenza di condanna in primo grado e, incredibilmente, la notizia sembra non aver scosso né toccato che una ristretta parte di cittadinanza italiana.

In tantissimi sui social e nella Rete hanno calorosamente mostrato la loro solidarietà a Roberto Saviano laddove si profilava l’eventualità di eliminare la scorta che lo segue da anni ormai. Saviano notissimo al grande pubblico anche perché autore di una delle serie televisive di cui sopra. È bene precisare che chi scrive non chiede e non vuole che venga tolta la scorta a Saviano, piuttosto che sia data a tutti coloro che a vario titolo combattono le mafie. L’esempio è stato riportato solo perché appare paradossale che le medesime persone che si sono così infervorate per quanto potenzialmente potrebbe accadere al giornalista sceneggiatore non hanno pressoché battuto ciglio per la sentenza di primo grado nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia che ha visto condannati il 20 aprile 2018:

Bagarella Leoluca e Cinà Antonino
De Donno Giuseppe, Mori Mario e Subrani Antonio
Dell’Utri Marcello
Ciancimino Massimo

Uomini dello Stato e uomini di Mafia colpevoli.

Appare inoltre paradossale che la sospensione della scorta all’ex magistrato Antonio Ingroia, già deliberata dal governo Gentiloni e attuata nel maggio 2018, non abbia ricevuto pressoché alcuna eco mediatica. Per certo la notizia non ha destato il clamore dell’ipotesi di sospensione a quella di Roberto Saviano.

È evidente che c’è una abominevole distorsione nella percezione mediatica delle informazioni da parte del pubblico. Altrimenti non si potrebbe spiegare il motivo per cui a coloro a cui sta tanto a cuore la sicurezza del giornalista Roberto Saviano perché impegnato contro la mafia non interessa affatto o interessa poco la sorte dell’ex magistrato Antonio Ingroia sempre impegnato nella lotta alle mafie come anche nel processo sulla Trattativa.

Una trattativa tra lo Stato e la mafia che spesso, troppo spesso si preferisce ignorare quando proprio non negare nell’informazione e, di conseguenza, nell’immaginario collettivo. Quasi si desiderasse non far mai rientrare nella formazione della memoria storica del Paese.

Ed ecco che ritornano le immagini dei funerali degli agenti della scorta del giudice Paolo Borsellino, allorquando dal pubblico si alzavano cori di protesta contro le autorità presenti, tra cui il neopresidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro costretto a lasciare la chiesa scortato e spintonato. “Assassini” veniva urlato e ancora “Fuori la mafia dalla Stato”.

Il fuoco amico di cui parla Salvatore Borsellino.

Eppure ci sono coloro che nel giornalismo, nella televisione, nel cinema e, sopratutto, nella magistratura hanno scelto di continuare a urlare queste parole. A loro però spesso viene riservato un trattamento tutt’altro che piacevole e facilmente diventano esibizionisti, paranoici, complottisti, megalomani. Questo quando non sono o non si riesce proprio a isolarli o ignorarli del tutto.

Nel 2014 Sabina Guzzanti gira il docu-film LaTrattativa nel quale, seguendo i fatti e le testimonianze si cerca di ricostruire quanto accaduto. Nel maggio 2018 Corsiero Editore insieme ad Antimafiaduemila pubblicano il libro di Saverio Lodato Avanti Mafia! Perché le mafie hanno vinto che raccoglie tutti gli articoli scritti dal giornalista durante i sei anni del processo sulla Trattativa. Anni caratterizzati da «un silenzio diffuso, assordante, interrotto soltanto da alcuni giornalisti», come sottolinea il pubblico ministero Nino di Matteo intervenuto alla presentazione del libro a Palermo il 12 giugno scorso.

Lo stesso inquietante silenzio e il medesimo scarso interesse da parte del pubblico, ovvero dei cittadini italiani, mostrato per il processo Aemilia. Il maxi-processo per mafia del Nord Italia dove oggi si sperimenta quanto accaduto nel Sud Italia del secolo scorso, semplicemente l’esistenza della mafia si preferisce negarla, fingere di non vederla. Eppure sono tanti anni ormai che un all’inizio gruppo di liceali ne parla, ne scrive, ne denuncia. Sono i ragazzi di Corto Circuito capitanati da Elia Minari. Inchieste raccolte anche nel libro Guardare la mafia negli occhi.

Il titolo del libro di Elia Minari è molto illuminante perché è proprio questo che bisognerebbe fare: guardare la mafia negli occhi. E non limitarsi alle immagini stereotipate che di essa sono pieni i giornali, i telegiornali, i film e le serie tv. La mafia dentro e fuori lo Stato. Quella mafia che ha deciso la morte dei giudici Falcone e Borsellino, degli uomini e delle donne delle loro scorte, di tutte le persone a Roma, Bologna, Firenze e di tutti coloro che sono caduti perché divenuti intralcio al potere o ostacolo al “gemellaggio con lo Stato”. In nome di questo orrendo sistema tante vite sono state spezzate, tanti crimini atroci commessi, tanti diritti cancellati, tanta parte di territorio devastata… e c’è stato chi per rimorso o convenienza alla fine ha ceduto, si è pentito e ha raccontato. Ma ciò che fa davvero rabbrividire è che si è trattato sempre e solo di “uomini d’onore”, di quella parte di mafia operante fuori dallo Stato. Dall’altra parte invece mai nessuno ha ceduto, ha tentennato, ha parlato, si è pentito o ha denunciato. Mai. E, riprendendo le parole di Nino di Matteo, è doveroso sottolineare che «non potrà mai dirsi archiviata la stagione delle stragi fino a quando non si sarà fatta chiarezza sulle collusioni ad alto livello».

Solo quando si riuscirà realmente a tirare “fuori la mafia dallo Stato” si potrà allora pensare di combattere quella che agisce fuori da esso. Fino a quel momento le dichiarazioni, le celebrazioni, le manifestazioni a cui parteciperà lo Stato e i suoi rappresentanti avranno sempre il sapore amaro dell’ipocrisia e della finzione. Purtroppo.


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“Jihadisti d’Italia” di Renzo Guolo (Guerini e Associati, 2018)

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Dopo aver analizzato il fenomeno degli jihadisti in Europa ne L’ultima utopia, pubblicato sempre con Guerini e Associati, Renzo Guolo decide di indagare a fondo sulla radicalizzazione islamista nel nostro Paese e scrive Jihadisti d’Italia, uscito in prima edizione a maggio 2018.

Nel saggio precedente Guolo si interrogava sulle cause politiche, culturali, religiose che avessero potuto in qualche modo incidere nella scelta di radicalizzazione di tanti giovani europei. Ora, questo genere di analisi, viene applicata al territorio italiano e ai suoi giovani abitanti.
Negli ultimi anni cittadini italiani, o residenti nel nostro Paese, hanno imboccato la via della radicalizzazione islamista. «Tra loro, circa un centinaio hanno combattuto in Siria e Iraq, nelle fila dell’Isis o di gruppi legati ad Al Qaeda».
Guolo ricerca a fondo le motivazioni alla base di queste estreme scelte di radicalizzazione.

Si tratta di immigrati di prima o seconda generazione ma anche di italiani autoctoni. Di uomini come di donne. Di residenti nelle periferie delle grandi città o in piccoli centri abitati. Lavoratori o inoccupati. Delinquenti o incensurati. A unirli sono poche caratteristiche, «in linea con altre esperienze europee»: l’età, in quanto si tratta quasi sempre di giovani o addirittura giovanissimi, e l’essere musulmani sunniti.

Attraverso l’esplorazione del fenomeno della radicalizzazione di matrice islamista, Guolo riesce anche a osservare il «profondo mutamento sociale indotto dai processi di globalizzazione nella nostra società». La comprensione del fenomeno della radicalizzazione consente quindi una più vasta conoscenza anche delle trasformazioni che investono e hanno investito la società italiana, al pari di quella europea, come dei conflitti che la attraversano e la caratterizzano: il ritorno all’ideologia, la ricerca d’identità, lo spazio pubblico delle religioni, le forme di disagio e le rivolte giovanili, l’impatto dei flussi globali sulle comunità locali, la risposta delle istituzioni e della politica, la xenofobia, le nuove forme di organizzazione socio-religiosa dell’islam.

Il fulcro del lavoro di ricerca e analisi di Renzo Guolo sembra centrato sulla dimensione soggettiva della scelta di radicalizzarsi da parte di soggetti giovani, oltre naturalmente il quadro politico e culturale all’interno del quale dette decisioni prendono forma. La violenza, il terrorismo, il terrore sono lontani, nella prospettiva di indagine di Guolo. È frutto certamente di una scelta, o di una necessità, la volontà di limitare il campo d’indagine.

Viene analizzato da Guolo anche il “ritardo” tutto italiano, rispetto agli altri Paesi europei, nella “produzione” di giovani jihadisti ma, soprattutto, le ragioni per le quali «questo gap potrebbe venire, drammaticamente, colmato nei prossimi anni».
Alla fine del 2017 i potenziali jihadisti interni o foreign fighters erano 129. L’immigrazione relativamente recente, limitato effetto banlieue, assenza quasi totale di poli di radicalizzazione, assenza di un gruppo etno-religioso predominante, associazionismo islamico non radicale, lavoro di investigazione e intelligence: sono questi i molteplici fattori che hanno consentito il ritardo italiano, «calcolabile sui tre/cinque anni», rispetto agli altri Paesi europei.

Un ritardo che però, avverte Guolo, non è destinato a protrarsi a lungo, sia per le tensioni sociali legate all’immigrazione, che sono destinate a crescere, sia per «la diffusa presenza, nel panorama politico nazionale, di forze palesemente xenofobe e islamofobe».

Se da una parte è difficile prevedere gli sviluppi «delle future dinamiche generazionali», largamente influenzate da fattori legati al proprio tempo, Guolo ipotizza che solo «attive politiche di integrazione, capaci di attenuare i richiami delle sirene islamiste radicali nei confronti di quanti si sentono per vari motivi esclusi o ostili, possano rafforzare efficacemente la sicurezza collettiva».

Un libro, Jihadisti d’Italia di Renzo Guolo, che si inserisce nel dibattito-focolaio mai sopito su Isis e terrorismo islamista analizzando un aspetto peculiare delle società del ventunesimo secolo in netta trasformazione e in evidente contrapposizione a quelle precedenti e, fors’anche, a quelle future dal punto di vista non soltanto economico e politico ma, soprattutto, sociale culturale ideologico e religioso. Società che come mai prima d’ora sono interdipendenti le une dalle altre, nelle quali soprattutto gli aspetti negativi e le degenerazioni ricadono scambievolmente e a notevole velocità. Ragioni per cui, come sottolinea lo stesso autore, non si può ipotizzare di studiare fenomeni e soluzioni senza allargare lo sguardo oltre i propri confini. Necessita sempre e comunque uno sguardo globale per problemi e fenomeni che sono innegabilmente globali.

Disclosure: Fonte biografia autore www.treccani.it


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La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016) 


 

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“A bon droit” di Luciana Benotto (La Vita Felice, 2017)

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C’è una condizione essenziale per scrivere un buon romanzo storico: la passione per la Storia. Qualità che di certo non manca a Luciana Benotto, la quale a novembre 2017 è ritornata in libreria con A bon droit. Il piacere della vendetta, edito sempre con La Vita Felice, come il suo precedente lavoro, Il Duca e il Cortigiano, imprese d’arme e d’amore. Una conoscenza dettagliata del periodo storico, dei personaggi che sono poi diventati i protagonisti del romanzo, un grande amore per i luoghi e le opere, sia pittoriche che architettoniche, sono lo sfondo e, al contempo, lo scheletro portante del libro della Benotto.

Il Rinascimento italiano visto attraverso gli occhi avidi della vendetta, i fasti del lusso e del potere minati da tensioni, intrighi, tradimenti… il tutto tenuto insieme da uno stile narrativo minuzioso che a volte sembra perdersi nei dettagli pur non cedendo mai alla monotonia o alla fastidiosa ripetizione.
Un tuffo in un passato che è più che mai presente, nelle vicende riscontrabili ancora come nei luoghi. Apprendere e immaginare i palazzi e le tenute com’erano un tempo invoglia il lettore a conoscerle e scoprire come sono oggi diventate. Luoghi che la Benotto deve conoscere a fondo, e amare.

Ci sono emozioni, sensazioni che la mera fantasia non può rimandare al lettore attraverso le sole parole scritte e poi lette, è lo scrittore che deve vivere o “appropriarsi” di determinati sentimenti e metterli nero su bianco come se fossero i propri. Solo in questo modo il lettore li ritroverà, leggendoli, e li farà a sua volta propri. Luciana Benotto riesce molto bene in questo al punto che, a tratti, i suoi personaggi diventano quasi comparse del discorso, o meglio del dialogo che lei stessa intrattiene coi suoi lettori.

Una lettura per certo consigliata agli amanti del romanzo storico, A bon droit di Luciana Benotto, e anche a coloro che amano “il piacere della vendetta”.

LUCIANA BENOTTO: laureata in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore. Ha collaborato a rubriche di Cultura per diverse testate, anche nazionali. I suoi scritti sono stati selezionati come finalisti a numerosi concorsi letterari. Ha scritto diversi romanzi e racconti. Organizza, con l’associazione culturale equiLibri, eventi letterari e artistici.


Source: Si ringrazia l’autrice, Luciana Benotto, per la disponibilità e il materiale.


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 “La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke (Todaro, 2016) 

La Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla. “Manuale distruzione” di Roberto Corradi (Sperling&Kupfer, 2016) 


 

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