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Irma Loredana Galgano

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Rivoluzione digitale: cultura come bene globale o rifeudalizzazione dei saperi?

10 giovedì Apr 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, cultura

La digitalizzazione ha cambiato il nostro modo di comunicare, ma anche di recepire le informazioni, e dunque di trasmettere la conoscenza. Questa pervasività riguarda sempre più da vicino il mondo della cultura, inteso nell’accezione più ampia del termine e nella duplice dimensione di materialità e immaterialità. La rivoluzione digitale è stata un vero e proprio cambio di paradigma. 

Il cuore del sistema oggi è la rete ma è il concetto stesso di cultura a essere molto diverso. La sua trasformazione è iniziata già a partire dal secondo dopoguerra, allorquando andava a inglobare attività umane sino ad allora ritenute non legittimate a far parte della famiglia dell’arte in senso tradizionale. Ma la rivoluzione digitale sta trasformando la cultura in un bene globale oppure stiamo inconsciamente assistendo a una rifeudalizzazione dei saperi?

Per i filosofi greci la cultura consiste nella paidéia, termine che fa esplicito riferimento all’apprendimento delle belle arti, come la poesia, la filosofia, la retorica. Tramite lo studio di queste ultime, l’uomo acquisisce la conoscenza di sé e del mondo, e allo stesso tempo viene guidato nella ricerca della verità.  Per i classici, la cultura è un valore, un obiettivo che l’individuo deve raggiungere: non riflette quindi uno stato di cose, quanto piuttosto un ideale da conquistare, uno stato da realizzare, un progetto, una tensione verso qualcosa di migliore. 

I latini, successivamente, sintetizzano il concetto di cultura in un altro termine, humanitas, intendendo con esso una formazione dell’uomo che sia la più complessa possibile, da cui però vengono escluse tutte le forme di attività utilitaristica, tra cui il lavoro manuale o l’applicazione delle arti. Il termine humanitas ha quindi un’accezione più estesa rispetto al passato, dato che in senso metaforico essa racchiude in sé aspetti come la coltivazione dello spirito. Cicerone, nelle Disputationes Tusculanae (45 a.C.), parla ad esempio di una cultura animi, nel senso di una cultura sinonimo di crescita e di affinamento interiori, che produce un cambiamento radicale tale da trasformare la persona. Ciò significa che chi si accultura riesce a separarsi dalla “massa”. Si vengono così a formare élites di dotti che posseggono conoscenze precluse ai più. 

Similmente, il Medioevo accetta il carattere elitario della cultura e affida alla filosofia il compito di far comprendere all’uomo il mondo soprasensibile. In questo periodo il termine cultura si caratterizza in maniera ancora più estesa arrivando a comprendere anche lo studio delle lingue, dell’arte, delle lettere e delle scienze. 

L’Illuminismo delinea l’evoluzione umana nei termini di progresso, dove il più alto gradino della scala culturale è occupato dalla società che aveva raggiunto un alto livello di civilizzazione. Arnold vede la cultura come «il meglio che sia stato pensato e detto ovunque nel mondo contemporaneo».

Questa nozione di cultura come affinamento dello spirito e delle conoscenze, prerogativa delle classi dirigenti, e la sua connotazione come fattore di distinzione (e/o discriminazione) sociale, rimangono immutate fino a quando entra in crisi l’immagine del mondo classico come età dell’oro e in quanto civiltà depositaria della perfezione.

A partire dalla fine dell’Ottocento, si passa da una concezione della cultura umanistico-classsico a una concezione di tipo socio-antropologico. Herder afferma che ogni nazione ha la sua cultura «egualmente meritevole».  La cultura ora non si riferisce più unicamente a un ideale di realizzazione, formazione del singolo individuo, ma si arriva a concepirla secondo un aspetto più multiforme che riguarda l’intera società; la cultura diventa qualcosa che gli individui acquisiscono in quanto membri di una società, socialmente.

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, le società occidentali hanno una rivoluzione dei consumi che ha contribuito non poco a modificare contenuti e forme dell’informazione culturale. L’aumento del benessere e del tempo libero nonché lo sviluppo macroscopico dell’industria dell’intrattenimento hanno cambiato radicalmente le abitudini di vita delle persone. Sono cresciute moltissimo domanda e offerta di prodotti culturali che riguardano la sfera “estetica” o del tempo libero degli individui. 

Ecco allora che la cultura sembra diventare la bussola di orientamento di una intera società preda dell’entusiasmo. 

Già Durkheim aveva parlato della funzione orientativa dell’agire sociale posto in essere dalla cultura. Egli conferisce alla cultura importanza soprattutto nei momenti in cui entra in crisi un determinato sistema culturale. Poiché ciclicamente le situazioni sociali sono soggette a mutamento e poste in discussione, si renderebbe necessario un continuo aggiustamento delle forme culturali ai bisogni che la società esprime di volta in volta; la cultura in simili circostanze orienta invece l’agire sociale poiché rappresenta «qualcosa di sempre già dato che si impone agli individui».

Simmel, al pari di Weber, sottolinea invece la dimensione creativa di idee e cultura, che non possono essere considerate mero riflesso delle condizioni sociali. La cultura inoltre non è solo consuetudine, ossia abitudini trasmesse da una generazione all’altra in maniera passiva, ma anche innovazione e in questo giocano un ruolo attivo proprio le idee. 

Burnett definisce la cultura o civiltà «intesa nel suo ampio senso etnografico, come quell’insieme complesso che include la conoscenza, la credenza, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società». Uno dei tratti innovativi di questa definizione è l’allargamento dell’etichetta culturale a dimensioni che non sono propriamente intellettuali.

A differenza della tradizione umanistica, che poneva l’accento sull’esclusività aristocratica della cultura, Tylor riconosce che ogni soggetto ha libero accesso alla cultura e ciò è possibile perché ogni individuo è membro di una società. La connessione tra cultura e società diviene così imprescindibile: non vi è apprendimento della cultura senza un’azione socializzatrice, e allo stesso tempo non c’è cultura senza l’appartenenza a una società. Ma questo può esser veritiero per le società piccole, omogenee, isolate. 

La società attuale è continuamente oggetto di trasformazioni e cambiamenti che ne mutano la fisionomia. Le tessere del mosaico culturale non sono più separate fra loro, anzi si mescolano fino a comporre nuovi puzzle culturali. All’interno di un singolo Stato non troviamo unità di religione, lingua, consuetudini, ma una amalgama disomogenea composta dalla sommatoria delle diverse fotografie culturali. 

Si assiste quindi a una sorta di “globalizzazione culturale” che riflette quella economica, la medesima che, per Screpanti, sta dando origine a una forma di imperialismo fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento. La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante l’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli stati possono porre ai suoi movimenti. Un’ulteriore novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra stato e capitale. Sta venendo meno quel rapporto simbiotico basato sulla convergenza dell’interesse statale alla costruzione della potenza politica e dell’interesse capitalistico alla creazione di un mercato imperiale protetto. Oggi il grande capitale si pone al di sopra dello stato nazionale, nei confronti del quale tende ad assumere una relazione strumentale e conflittuale. 

All’interno di questo sistema di “costruzione e conquista” del mercato globale non può non aver un ruolo determinante la cultura, in particolare nell’accezione di significato a essa attribuita da Grossberg.

Parafrasando Marx, se le persone fanno la storia ma in condizioni che non dipendono da loro, i cultural studies esplorano il modo in cui ciò avviene entro e attraverso le pratiche culturali, e il posto di queste ultime entro specifiche formazioni storiche. La cultura, da questo punto di vista, è il luogo dove si produce e si lotta per il potere; non un potere necessariamente inteso come dominio, quanto piuttosto come un rapporto sbilanciato di forze che tendono al controllo di determinate fasce di popolazione. 

Metabolizzare il ruolo dominante della cultura per la sopravvivenza sociale di un popolo aiuta a meglio comprendere anche gli attacchi perpetrati al suo patrimonio.

La cultura riveste una notevole importanza per ogni gruppo umano, etnia o nazione. L’espressione genocidio culturale indica proprio quei fenomeni di annichilimento della cultura che diventano lo strumento con cui distruggere un gruppo umano. Esso è attuato senza attacchi diretti, fisici o biologici, alle persone. Il patrimonio culturale è la parte visibile della cultura e il suo valore risiede nel significato. La cultura è simbolica e rappresenta cose intangibili. Il patrimonio culturale, pertanto, è costituito dal valore che i beni cultuali e del paesaggio assumono in seno alla società e alla comunità cui appartengono. Essi riflettono l’identità di una comunità. Il patrimonio culturale può essere identificato come espressione di quella identità culturale propria di un popolo. Esso diviene la stessa rappresentazione di un popolo, del modo di agire, dell’interiorità composta da affetti, della concezione etica ed estetica e, più in generale, manifesta l’essere di tale comunità e degli individui che sono e si sentono parte della medesima. 

Nei primi anni Settanta, Abruzzese parlava dei principali cambiamenti che cominciavano a intravedersi nella cultura delle società avanzate. In quell’epoca pre-digitale, l’immaginario sociale era fortemente dominato dal linguaggio cinematografico, ma Abruzzese indicava che si era avviata una fase sociale di superamento del modello della società dello spettacolo. Affermava infatti che «la tecnologia dell’informazione distrugge finalmente ogni vecchio discorso sull’immagine spettacolare».

Ancora agli inizia degli anni Sessanta del Novecento la cultura di massa veniva socialmente considerata un fenomeno di scarsa rilevanza rispetto alla cultura tradizionale, cioè alla letteratura, al teatro oppure alla filosofia. D’altronde, la sua immagine era notevolmente influenzata da quella posizione radicalmente critica che era stata adottata nei suoi confronti, a partire dagli anni Quaranta, dagli autori della Scuola di Francoforte. In particolare Horkheimer e Adorno i quali hanno esplicitamente accusato la produzione culturale di adottare un modello tipicamente industriale basato sull’omogeneizzazione e sulla standardizzazione. 

Assolutamente degna di critica era invece per Eco la cultura di massa, tale perché doveva essere considerata con il massimo rispetto e interesse. Negli anni Sessanta non erano in tanti a pensarla così. Pochissimi intellettuali, tra i quali Morin, che riteneva necessario adottare una visione dialettica del rapporto esistente tra il sistema di produzione culturale e i bisogni degli individui, poiché la produzione ha la necessità vitale di sfruttare l’esistenza di una relazione costante tra la ripetizione e l’innovazione, la standardizzazione e la creatività. Ciò fondamentalmente avviene perché le industrie culturali non possono fare a meno di mantenere vive delle aree d’innovazione e creatività dalle quali attingere di volta in volta idee e talenti per le loro attività commerciali. Hanno costantemente bisogno di nuove energie da riversare all’interno dei loro prodotti. 

Dagli anni Sessanta a oggi, è trascorso un periodo piuttosto lungo nel quale si è presentato il rilevante fenomeno della diffusione delle tecnologie digitali, che hanno profondamente cambiato la condizione di vita delle persone. 

La digitalizzazione sta influendo sul mondo reale, come già fatto in passato dal cinema. Si assiste all’indebolimento della capacità di elaborare spiegazioni, ragionamenti razionali e concetti astratti, con la successione di immagini che vanno a sostituirsi progressivamente alle parole e alle frasi che, invece, richiedono impegno e attenzione. Il “capitalismo digitale” semplifica, facilità e rende comodo l’uso di prodotti e servizi che, però, sono volti alla creazione di posizioni monopolistiche che mirano a carpire l’attenzione degli utenti, tramite i loro stessi dati, per indurli sempre più a rimanere sulle piattaforme e acquistare tramite le pubblicità mirate in esse inserite. Codeluppi sottolinea i problemi legati al sovraccarico informativo, alla produzione e all’elaborazione dei dati attraverso algoritmi con attenzione al comportamento online delle persone, appiattimento e superficialità di contenuti e relazioni, con omologazione dei gusti e di quello che viene considerato di successo. A conclusioni differenti erano giunti invece Lash e Lury nel 2007. 

Affrontando l’analisi della cultura di massa contemporanea con una prospettiva di tipo globale e dinamico, il loro studio ha confermato che i beni culturali, più che essere interessati da quel processo di omogeneizzazione evidenziato in passato anche da Horkheimer e Adorno, tendono a produrre delle forme di differenziazione che sono particolarmente intense. 

Una frammentazione tale da portare l’universo culturale verso quel “culto del banale” di cui si è interessato Jost, evidenziato anche dal filosofo americano Danto: il forte orientamento dell’arte del ventesimo secolo verso il tentativo di trasfigurare il banale in un’opera d’arte. Anche nel mondo dei media si è sviluppato qualcosa del genere, basti pensare al grande successo dei reality show. Da “finestra sul mondo” la televisione si è così trasformata in una finestra sullo spazio intimo di vita delle persone. Poi è iniziato il periodo, tutt’ora in corso, dei social network. 

Evidentemente, ci troviamo di fronte a un fenomeno che non è più un processo di trasmissione di messaggi dotati di un contenuto, ma una pura forma di circolazione. Cioè una connessione costante basata su un flusso ininterrotto di contenuti irrilevanti e finalizzati solamente a ottenere questo risultato. 

Guardando al passato, si può suddividere la cultura in diverse fasi: la cultura dell’oralità, la cultura della scrittura e della stampa, la cultura dei mass media, la cultura digitale. Ognuna di queste grandi stagioni culturali ha sviluppato il proprio immaginario, in stretta relazione con le concrete potenzialità offerte dal relativo contesto di comunicazione. L’età dell’oralità si basava soprattutto sul racconto del mito il quale rimane centrale anche nell’età della scrittura manuale, condensandosi però in opere più strutturate. Durante l’età della stampa compare un fattore destinato a diventare sempre più rilevante: la diversificazione della tradizione culturale. Un fenomeno, quello della frantumazione culturale, che diventa macroscopico con l’età dei mass media. La cultura digitale poi porta all’estremo la diversificazione delle voci e dei soggetti di produzione culturale. Dal punto di vista dell’immaginario, la cultura digitale presenta un duplice aspetto: da una parte vi è l’immaginario digitale “derivato”, ovvero quello ripreso dal patrimonio culturale del passato grazie a processi sempre più avanzati di digitalizzazione di musei, biblioteche, foto- e cinte-teche, archivi musicali, raccolte di documenti; dall’altra c’è l’immaginario digitale “originale”, quello generato dalle potenzialità tecnologiche specifiche dei linguaggi digitali, che hanno creato configurazioni mentali e culturali impossibili da realizzare – e anche solo da pensare – nel mondo analogico. 

La diversificazione delle fonti e la grande flessibilità degli strumenti digitali hanno dato luogo alla remix culture: la ripresa di elementi dell’immaginario tradizionale che vengono reinterpretati e rielaborati per costruire nuovi prodotti. Una modalità tipica dei videogiochi, i quali spesso incorporano elementi della mitologia, del folklore, della cinematografia e della letteratura, adattandoli ad ambienti digitali interattivi. A rappresentare questo nuovo assetto culturale sembra esserci una profonda ibridazione di linguaggi, generi, contenuti, tuttavia va rilevata la persistenza – proprio nel digitale – di alcuni ben determinati generi e stili novecenteschi. Una persistenza che sembra quasi voler mantenere un legame tra i media analogici del secolo scorso e l’età digitale, così da costituire una sorta di “classicità del contemporaneo”. 

Basti pensare alla fantascienza e al profondo impatto che ha avuto sulla cultura digitale. Molti progressi tecnologici e concetti rappresentati nella letteratura e nei film di fantascienza sono serviti da ispirazione per i nuovi scenari del mondo digitale. Opere come 1984 di Orwell, Neuromancer di Gibson e i film Blade Runner e Matrix, diretti rispettivamente da Scott e Wachowski, hanno influenzato sia lo sviluppo di narrazioni distopiche, sia l’estetica cyberpunk, sia gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, della realtà virtuale e delle tecnologie futuribili, evidenziando anche le problematiche legate alla stessa intelligenza artificiale, alle riflessioni filosofiche e psicologiche sulle realtà virtuali, sul potere degli hacker, sulla fusione di corpi umani con la tecnologia. 

Una delle questioni più discusse, lungo l’intera storia della ricerca sui media, è il rapporto tra la quantità dei contenuti in circolazione e la loro qualità. Da un lato, infatti, la rete rende disponibile al consumo una quantità di immagini, contenuti e informazioni enormemente maggiore rispetto al passato; e dall’altro, soprattutto, la comunicazione a due vie propria del Web abbassa anche le soglie di accesso alla produzione, rendendo possibile, per la prima volta in termini tanto ampi, una partecipazione diffusa alla scrittura e alla pubblicazione dei contenuti. L’innovazione fondamentale della rete va ricercata proprio nella pratica mash-up o remix, ovvero nella produzione e/o nel riuso attivo dei materiali che può tradursi in mille forme, come il ritocco delle fotografie digitali, il montaggio video su YouTube, la scrittura e la revisione di testi su Wikipedia e via discorrendo. 

Mentre Lessig considerava le pratiche mash-up emblematiche di una nuova sensibilità culturale, per Lanier il Web attuale non concede più spazio alcuno alla produzione originale, ma costringe gli utenti a operare all’interno di parametri di composizione particolarmente rigidi, limitandone la creatività e imponendo pratiche di riscrittura continua degli stessi contenuti. 

Le applicazioni diffuse sul Web non fanno altro che nascondere le reali potenzialità del computer, così che l’utente è costretto a rispettare le regole dettate dalla combinazione dei diversi software, anziché piegare la macchina ai propri scopi. La condizione definita da Lanier loch-in: l’utente è imprigionato in una struttura di senso rigida e chiusa, imposta dai software, e vincolato al rispetto di regole di esecuzione che paradossalmente limitano le possibilità stesse dell’hardware a disposizione.  Le pratiche di remix dei contenuti sono viste in una prospettiva critica perché contrapposte all’unico vero esercizio di creatività, che è il controllo dei codici di programmazione che consentono di modificare concretamente la struttura di rete. 

Ancora più radicale è stata la critica di Keen,  per l’immissione in circolo di elementi culturali rozzi, reportage informativi poco curati, notizie non verificate e tentativi artistici velleitari. Questa sorta di rivolta dei dilettanti contro i professionisti della cultura ha ispirato una pericolosa tendenza di pensiero, avversa allo specialismo e fautrice di un’equivoca democrazia dell’eccesso. 

La produzione amatoriale ha avuto però anche il merito di aver fatto emergere la cultura del quotidiano, quel sottofondo di attività che le persone hanno sempre svolto nel corso del tempo – gli hobby, i giochi e l’artigianato, il riuso spontaneo delle forme culturali, i modi del folk – e che attraverso il Web guadagnano oggi una visibilità inedita. In questo senso, il remix digitale non va valutato come atto artistico, soggetto di conseguenza a giudizi estetici e di valore, ma come fenomeno di massa puro e semplice, che affonda le sue radici nel vuoto del tempo libero e nelle pratiche di imitazione e di bricolage che lo hanno storicamente riempito. 

Eppure, nella critica di Carr, questa enorme quantità di stimoli messa in circolo dalla rete rende impossibile la concentrazione, e produce una forma mentale meno capace di esercitare ragionamenti in profondità.

Il cervello umano viene di continuo equiparato a una Macchina di Turing, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e sé stesso.

Stiamo assistendo a una frammentazione eccessiva, a una deterritorializzazione selvaggia e a una rifeudalizzazione del sapere oppure stiamo semplicemente valutando la cultura emergente con parametri vecchi?

In quest’ottica, quello che il Web sta facendo non è aumentare la quantità di informazione ma mostrare, in modo definitivo e più onesto, il fatto che il mondo è sempre stato too big to know, troppo grande per essere conosciuto. 

Prima si filtra e poi si pubblica, era la regola dell’industria culturale moderna; nella rete, all’opposto, prima si pubblica e poi si filtra. Per cui questo surplus cognitivo risulterebbe essere tipico di tutte le fasi in cui l’innovazione cambia i metodi di produzione, abbatte i costi e sommerge il mercato con una quantità ingovernabile di contenuti.


Bibliografia e Sitografia

(in ordine di consultazione)

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G. Zanchini, La cultura nei media. Dalla carta stampata alla frammentazione digitale, Carocci Editore, Roma, 2024.

I. Crespi, Cultura/e nella società multiculturale: riflessioni sociologiche, EUM – Edizioni Università di Macerata, Macerata, 2015.

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Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Disclosure: Per le immagini credits www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Elisabetta Galimi, Il successo a portata di like

Giorgio Zanchini, La cultura nei media


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Editoria al femminile e femminilità in letteratura

06 giovedì Mar 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il trend occupazionale femminile nel settore dell’editoria è in continua crescita. Ci sono donne che hanno fatto la storia dell’editoria italiana e altre che questa storia la stanno facendo. La loro non è solo la voce della femminilità in letteratura ma, soprattutto, dell’editoria al femminile.

Si può individuare negli anni Settanta una vera e propria svolta culturale, un momento a partire dal quale alle rivendicazioni politiche e civili si affiancarono una presa di coscienza del valore del lavoro e della riflessione intellettuale e la richiesta e la conquista, seppur parziale, di una centralità su questo piano da parte delle donne. È allora che irrompe sulla scena un folto numero di donne impiegate a vario titolo nel settore dell’editoria libraria e periodica, mentre cambia l’ottica con cui si guarda alla funzione della lettura e della scrittura. A quel punto, la necessità e l’urgenza della conoscenza e del riconoscimento del lavoro creativo delle donne inaugura una stagione di scoperte e riscoperte letterarie e saggistiche, di valorizzazione e/o risignificazione dell’autorialità femminile, e di un inedito protagonismo delle intellettuali. Inge Feltrinelli, al riguardo, parlava di esplosione di energie da anni soffocate, e di porte chiuse che ora le donne hanno finalmente forzato (I. Schoenthal Feltrinelli, Energie esplose, in La Stampa-Tuttolibri, 3 settembre 1977). 

Numerose imprese “generaliste”, sia case editrici librarie – da Feltrinelli a Einaudi, da Editori Riuniti a Bompiani, da Savelli a Guaraldi – sia testate giornalistiche – dalla Stampa al Corriere della Sera, dall’Unità al Manifesto – sono fondamentali per promuovere le opere delle scrittrici, per riproporre le cosiddette “madri” della letteratura femminile, per tradurre e diffondere quelli che sarebbero diventati i classici del pensiero femminista.

Intanto alcune autrici raggiungono traguardi di tirature, al di fuori dei consueti recinti del romanzo sentimentale, e una notorietà eccezionali, come Elsa Morante con La Storia, Camilla Cederna con le sue inchieste, Oriana Fallaci con i suoi reportage e le opere autobiografiche (E. Rasy, La lingua della nutrice. Percorsi e tracce dell’espressione femminile con una introduzione di Julia Kristeva, Edizioni delle donne, Roma,1978).

Se alcune sigle preferiscono rimanere fedeli a un lavoro “interno” e a una scelta categoricamente separatista – come gli Scritti di Rivolta femminile – altre – come le Edizioni delle donne, Dalla parte delle bambine, a ancor di più La Tartaruga edizioni – in dialogo e in sintonia con affini esperienze internazionali, finiscono per stabilire una connessione tra discorso femminista e discorso culturale tout court, oltre che tra progetto culturale e mercato, e dunque per costituire un altro forte impulso alla valorizzazione della saggistica e della letteratura delle donne. 

Gli anni Settanta sono costellati anche di “non femministe” che si guadagnano la ribalta del discorso pubblico e della vita culturale. Natalia Ginzburg è una di queste. La sua figura è emblematica sotto molti aspetti: per la sua condizione di marginalità nella compagine tutta al maschile della Einaudi, nonostante l’autorevolezza del suo contributo, oltre che il talento di “scopritrice” di scrittori e scrittrici di valore; per la perentorietà della sua voce dalle tribune di stampa, radio e televisione; per la sua complessa, a tratti contraddittoria, posizione sulla questione femminista. Per molte di queste donne in editoria la conquista di una mansione significa la conquista di uno spazio creativo e di una visibilità anche in campi editoriali da sempre dominati da firme maschili, come il fumetto: è il caso di Grazia Nidasio, protagonista di un suo radicale rinnovamento stilistico e tematico oltre che in prima linea nella fondazione dell’Associazione Illustratori e del Sindacato dei lavoratori del fumetto (R. Cesana, I. Piazzoni, (a cura di) Libri e rose: le donne nell’editoria italiana degli anni Settanta, Milano University Press, Milano, 2024).

Quando si pensa all’editoria al femminile in Italia oltre a Inge Feltrinelli si pensa subito a Elvira Sellerio ed Emilia Lodigiani. Più di recente a Marina Berlusconi ed Elisabetta Sgarbi. Ma esiste tutto un universo di piccole e medie realtà editoriali che quotidianamente lavorano per crescere ma, soprattutto, per portare avanti idee e ideali. Una costellazione di “punti fermi” editoriali i quali, a volte, per non perdersi si uniscono creando reti, collaborazioni, associazioni, cooperative. 

R-esistenze è un progetto corale di nove case editrici: 8tto edizioni, Astarte Edizioni, Asterisco edizioni, Capovolte, Edizioni Le As-sassine, Le Commari edizioni, le plurali editrice, Oso Melero Edizioni e Settenove. Un progetto nato dall’idea di mettersi in rete per valorizzare percorsi condivisi, per evidenziare la presenza come imprenditrici nel mondo culturale. Alla costituzione sono state previste due fasi: la prima, svoltasi tra settembre e novembre 2024, la seconda che si svolgerà tra marzo e maggio 2025. Partendo dal tema dell’identità, tutte le case editrici aderenti hanno proposto e proporranno un titolo del proprio catalogo, per esplorarlo da diversi punti di vista, con diverse modalità di scrittura, narrazione, sguardi e possibilità. 

L’identità non è un dato innato e statico, ma qualcosa sempre in divenire, fatto di processi cognitivi e affettivi allo stesso tempo. È il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di una comunità. 

Trovare la propria identità, a volte, significa rifiutare il concetto stesso di identità, attuando una serrata critica anti-identitaria. È il caso di Judith Butler, eclettica intellettuale americana per la quale fare filosofia significa farlo in modo civilmente e politicamente impegnato. A lei si deve la teoria della “performatività del genere”, secondo la quale il genere che “marchia i corpi” diviene tale solo grazie alle ripetizione continua, quasi rituale, di atti che finiscono per ingenerare una conformità di comportamento. In altre parole, non si nasce “donne” o “uomini” ma lo si diventa, a seconda delle pressioni che il contesto sociale esercita su ciascuno di noi e delle norme alle quali ciascuno di noi deve adeguarsi (M.G. Bernardini, Judith Butler, Carocci, Roma, 2025). 

La differenziazione sessuale da sempre è stata un fondamentale criterio di organizzazione dello spazio e delle relazioni fra gli esseri umani. La prospettiva del genere è frequente negli studi sulla condizione delle donne, negli studi cioè dove si tentato di tracciare il profilo di un attore sociale svalutato e poco conosciuto. Il sex-gender system è l’insieme dei processi, delle modalità di comportamento e dei rapporti attraverso i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotto dell’attività umana e pianifica la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro (G. Rubin, The Traffic in Women, 1975). 

C’è chi ha voluto opporsi con tutte le proprie forze a questi “ingabbiamenti” i quali, unitamente a quelli razziali ed economici, sono stati per secoli la giustificazione per tanti. María Galindo ha utilizzato la sua “scrittura bastarda” per passare in rassegna le questioni fondamentali del femminismo analizzate da una prospettiva anarchica e decoloniale (M. Galindo, Femminismo bastardo, Mimesis, Sesto San Giovanni – Milano, 2024).

Articolo uscito sul numero di marzo 2025 della rivista cartacea Leggere:Tutti


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Ernest Hemingway: la conoscenza attraverso il viaggio

12 venerdì Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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«Di Gilgamesh che vide ogni cosa voglio io narrare al mondo; di colui che apprese ogni cosa rendendosi esperto di tutto. Egli andò alla ricerca dei paesi più lontani e in ogni cosa raggiunse la completa saggezza. Egli vide cose segrete, scoprì cose nascoste, riferì le leggende prima del diluvio. Egli percorse vie lontane, finché stanco e abbattuto non si fermò e fece incidere tutte le sue fatiche su una stele.» La più antica scrittura tematizzata sul viaggio, l’Epopea di Gilgamesh, presenta l’eroe eponimo glorificato come “uomo che conobbe i paesi del mondo”, che svelerà le “cose segrete” che ha appreso (Treccani, 2007). 

Il rapporto tra viaggio e letteratura è molto stretto. Il viaggiatore, durante il suo percorso, si relaziona alla realtà che gli sta attorno in maniera diacronica, in quanto si interroga su quest’ultima e la scopre attraverso la successione degli elementi che la costituiscono, proprio come fossero le pagine di un libro (J. Baudrillard, Amérique, Grasset-Fasquelle, Paris, 1986). La scoperta però, in diversi casi, non riguarda soltanto la realtà in cui ci si muove. Un importante elemento spesso presente nella letteratura odeporica è la conquista del sé da parte di chi scrive (E. J. Leed, La mente del viaggiatore: dall’Odissea al turismo globale, Il Mulino, Bologna, 2007). 

L’editore che pubblicò Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway affermò che il libro «potesse fare da epilogo a tutto quello che aveva imparato o aveva cercato di imparare mentre scriveva e cercava di vivere». Hemingway può essere definito un giovane individualista il quale, stanco del proprio nido borghese, esce nel mondo avventurosamente, a caccia di esperienze attraverso le quali realizzarsi. Egli è figlio dell’individualismo che ispirò la rivoluzione democratica, dello “spirito della frontiera”, ma è un figlio nato fuori dal tempo, con un’eredità di valori che subito si dimostra non più attiva, fonte solo di delusione e sconfitta. Pieno di fiducia nel proprio sogno americano, si avventura nel mondo del profitto e delle grandi guerre e il mondo spietato lo ferisce e lo disinganna (N. D.Agostino, Ernest Hemingway, Belfagor, vol.11, n.1, gennaio 1956). 

La fitta descrittività che farcisce le migliaia di pagine dei romanzi di Hemingway non è eccessivo e ossessivo particolarismo, la sua attenzione è rivolta alla descrizione di ciò che accade intorno a lui, nel tentativo di tracciarne le linee essenziali. Un fare dovuto forse alla sua formazione giornalistica (A. Dalla Libera, Riportare l’antropologia. Hemingway e un sogno letterario, Dialegesthai Rivista di Filosofia, aprile 2021). Vista in quest’ottica, la funzione attribuita alla letteratura da Hemingway non è molto distante da quella di Gilgamesh. 

La letteratura americana moderna nasce con Mark Twain ma la tradizione letteraria in America nasce con i pionieri, con gli europei che si scontrarono per primi con realtà inimmaginabili, diversissime dalle vite urbane nel vecchio continente e nelle neonate città di frontiera. Un leitmotiv che sembra aver accompagnato anche la produzione letteraria successiva e i pionieri di tutti i continenti. 

Durante il suo viaggio in Tanzania, Hemingway affermò di voler «scrivere qualcosa sul paese e gli animali, così come sono, per chi non ne sa proprio niente» (E. Hemingway, Green Hills of Africa, Vintage Publishing, New York, 2004). A colloquio con Pop, compagno di ventura e di caccia, Hemingway rivela la sua impotenza di fronte agli spettacoli straordinari che l’Africa gli regala ogni giorno e che difficilmente riuscirà a rendere sulla pagina (A. Dalla Libera, art.cit.). 

Il mondo etichettato indistintamente come indigeno racchiude la suo interno una infinità di popoli, etnie, culture differenti e uniche. È importante conoscere le usanze e, soprattutto, la spiritualità in modo da riuscire a comprendere le evoluzioni compiute da ricercatori, esploratori, studiosi e viaggiatori i quali, partiti carichi di nozioni e aspettative ben precise, hanno poi dovuto fare i conti con la realtà dei vari luoghi e dei differenti popoli incontrati. Quasi come fossero partiti con un film in bianco e nero proiettato dinanzi agli occhi e abbiano poi ben presto realizzato di trovarsi dinanzi a una tale varietà di colori da poterne restare quasi abbagliati (E. V. De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi Editore, Milano, 2023). 

Esattamente come accaduto a Ernest Hemingway in Tanzania. 

«La prima impressione che si ha di un paese è molto importante, ma probabilmente più per noi che per gli altri: questo è il male» (E. Hemingway, Green Hills of Africa). Hemingway ha cercato di rendere la propria letteratura la più convincente possibile. Per lui la prosa deve essere realistica, deve riportare ciò che realmente abbiamo vissuto e dobbiamo vivere. Lo scrittore, dice, deve organizzarsi non solo professionalmente ma nel suo essere uomo al mondo, che scopre il mondo e lo racconta. 


Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile di Leggere:Tutti


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Antropocene: dalla grande divergenza a una grande convergenza

10 sabato Set 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlbertoFeliceDeToni, AngeloVianello, AntropoceneelesfidedelXXIsecolo, cultura, GilbertoMarzano, Meltemi, recensione, saggio

Nel XXI secolo l’umanità si è trovata a dover fronteggiare delle sfide epocali, tra le quali spiccano i gravi danni arrecati alla Natura e quella radicale transizione verso una «mutazione antropologica» chiamata rivoluzione digitale. Tali sfide hanno imposto un drastico cambiamento nel modo di percepire la cultura quale vera fonte di progresso. Questa deve infatti essere intesa come una «cultura della complessità», fondata su una sintesi tra approccio umanistico e approccio scientifico e posta al servizio di un umanesimo planetario che, nell’ottica della solidarietà e della sostenibilità, consenta di capire che «noi» precede «io».

Raramente si trova una sintesi nella quarta di copertina che, in poche righe, riesca a racchiudere perfettamente il contenuto e il senso di un libro intero. Il passo del libro qui analizzato ne è un esempio egregio. 

Vianello analizza, nella parte iniziale, quella che è stata l’evoluzione dell’uomo dal punto di vista sociale, soffermandosi sul come le migrazioni e le mescolanze abbiamo contribuito in maniera incisiva e determinante nella realizzazione di ciò che è stato il “cammino dell’umanità”. 

Le grandi migrazioni e le mescolanze tra popoli divergenti sono state la forza cruciale nella preistoria umana. Perciò le ideologie che cercano di tornare a una mitica purezza sono in aperta contraddizione con la vera scienza.1

Parole che sono anche un invito alla riflessione sulla grande unità della specie umana, pur nella sua diversità genetica e culturale, e a fare piazza pulita dei pregiudizi che ancora albergano in molte menti, perché “le civiltà fioriscono quando si mescolano, deperiscono quando si isolano”.2

L’umanità per sopravvivere ha sempre ricavato dall’ambiente energia e varie materie prime. Ma l’esponenziale incremento nell’uso e nello sfruttamento dei frutti della Natura ha finito con il condizionare l’intero ecosistema. L’Antropocene è una narrazione che descrive l’impatto che le attività umane hanno avuto sul pianeta Terra. 

Ci manca un riferimento realistico, ma tuttavia proiettato nel futuro, un obiettivo che possa guidarci verso una condizione di equilibrio: in assenza di tale obiettivo la nostra azione diventa miope, e inevitabilmente produce quella crescita esponenziale che è destinata a sfociare nella rottura dei limiti naturali e nella catastrofe finale.3

Questa grave emergenza non è solo un evento dei nostri giorni. Scandagliando il «tempo profondo» della storia della Terra, come ha fatto Vianello, si scopre che il riscaldamento climatico si è verificato più volte e che è stato responsabile di immani catastrofi. Più volte della scomparsa di molti degli esseri viventi che abitavano il pianeta.

La domanda allora è questa: come possono l’intelligenza, la conoscenza, la cultura, la scienza – di cui l’uomo tanto si vanta di esserne promotore e unico artefice tra gli esseri viventi –  essere di aiuto per evitare o almeno limitare la prossima catastrofe?

Gli autori si mostrano fiduciosi che sarà proprio il connubio tra cultura umanistica e scienza a trovare le soluzioni ormai divenute improcrastinabili. 

Ma c’è un altro aspetto spesso sottovalutato e che Marzano tratta nella seconda parte del libro: la sfida delle tecnologie digitali.

Recentemente alcuni autori hanno suggerito di sostituire il termine Antropocene con altri che meglio caratterizzerebbero i cambiamenti in corso.4

L’alternativa più condivisa è «Tecnocene»: l’Antropocene sarebbe infatti un sottoinsieme del Tecnocene, dal momento che in futuro gli esseri umani potrebbero estinguersi ma non le macchine da essi create. La tecnologia e il mercato stanno trasformando i nostri corpi e le nostre istituzioni, sottolineando come negli ultimi tre o quattro decenni le «direzioni di vita» (life trajectories) della nostra specie sono stati trasformati da due fattori concorrenti, spesso interdipendenti, la «tecnificazione» (technification) e la «commercializzazione» (marketization) di fasi cruciali della nostra esistenza e di molte dimensioni peculiari dell’uomo.5

Ma davvero la tecnologia è oggi così sconvolgente rispetto al passato? L’uomo si sta davvero avvicinando a un punto di non ritorno in cui gli sarà impossibile controllare lo sviluppo tecnologico?

Buona parte dello sconvolgimento provocato dalla Rivoluzione industriale fu dovuta all’automazione della forza muscolare. La Rivoluzione digitale invece sta automatizzando il lavoro mentale umano. I progressi nell’intelligenza artificiale paiono condurre a una progressiva polverizzazione dell’agentività umana. Sembra proprio che dovremo affrontare un futuro nel quale il controllo sulle società e sulle vite umane sarà sempre più e inesorabilmente ceduto alle tecnologie digitali “con poteri decisionali palesemente superiori”.

Gli uomini, in generale, hanno la tendenza a supporre che le cose continueranno esattamente come adesso. Si tende a sottovalutare la minaccia all’agentività umana –human agency – da parte delle macchine. Questo accade anche perché molte delle odierne intelligenze artificiali non sembrano rappresentare una reale minaccia per il nostro posto di lavoro. Così facendo si ignora però il rapido ritmo di miglioramento che esse hanno in assoluto e in confronto a quello umano.
Gli uomini manifestano quindi un pregiudizio verso le capacità delle macchine future e, parallelamente, una visione alterata delle reali abilità umane. Questo biasa favore degli esseri umani é tanto insostenibile quanto il geocentrismo precopernicano.6

È ormai evidente come l’ultima rivoluzione industriale, ovvero la quarta, iniziata con l’avvento dell’Internet delle coseverso la fine degli anni Ottanta, abbia provocato e stia provocando significative trasformazioni sociali. Si tratta, ricorda Marzano, di cambiamenti così veloci e globali che ne rendono gli effetti imprevedibili. 

Ray Kurzweil indica il 2045 come l’anno in cui si raggiungerà la singolarità e l’Intelligenza Artificiale supererà gli esseri umani, i quali cesseranno di essere le forme più intelligenti sulla Terra. 

Quella attuale è la prima cultura a essere letteralmente «posseduta dalla tecnologia» che ha generato l’idea di vivere un’epoca dove tutto è possibile, e dove ciò che appare impossibile in realtà viene interpretato come non ancora possibile. Tutto ciò che la tecnologia rende possibile si trasforma, nelle nostre società e nelle nostre vite, rapidamente in qualcosa di obbligatorio e non perché ci sia una costrizione fisica ma in quanto questi «possibili» che in linea di principio ci facilitano la vita, scolpiscono il mondo secondo modi e caratteristiche propri. 

Il cervello umano viene di continuo equiparato a una «Macchina di Turing», capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato, ovvero il software. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e se stesso. Una “deterritorializzazione” che si declina in una «alterazione del cervello e del biologico organico in generale.

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione di informazioni ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. In altre parole: l’interscambio con le macchine “macchinizza” l’uomo.7

Viene definito Innovazione Sociale il processo generato dall’applicazione di nuove idee, metodi e processi ai bisogni sociali. Per analogia, l’Innovazione Sociale Digitale (ISD) può essere definita come la capacità di affrontare in modo innovativo le sfide sociali emergenti sfruttando la tecnologia digitale. Negli ultimi anni, l’ISD è cresciuta notevolmente, attirando l’attenzione non solo della società civile, ma anche di politici e organizzazioni pubbliche.8

L’ISD è una delle risposte positive alla quarta rivoluzione industriale. Si pensi ad esempio alla «teleriabilitazione sociale» e al supporto da remoto dei soggetti fragili. Ma bisogna anche analizzare a fondo i modi in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il capitalismo.

L’informatica e la robotica stanno rendendo sempre più ridondanti gli attuali posti di lavoro, senza produrne di nuovi, come era avvenuto invece nelle precedenti ondate di automazione. Per contrastare questa situazione, sarebbe opportuno che le forze politiche, principalmente della sinistra, si confrontino e tentino di articolare un’azione comune su quattro questioni fondamentali:

  • L’automazione completa finalizzata a eliminare ogni forma di lavoro automatizzabile.
  • La riduzione della settimana lavorativa. 
  • La distribuzione del reddito di base.
  • Il venir meno dell’etica del lavoro. 

La battaglia politica per la piena occupazione dovrebbe essere sostituita dalla battaglia per la piena disoccupazione.9

Si tratta per certo di un paradosso e, al contempo, di una provocazione nei confronti di politiche che privilegiano la difesa degli occupati e poco si preoccupano di coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro, in particolare i giovani con bassa qualificazione e le persone che perdono il lavoro ma sono troppo giovani per andare in pensione. 

L’obiettivo, ovviamente, è quello di puntare a una più equa ridistribuzione del reddito e a una nuova concezione del lavoro.

Ciò che manca alla nostra civiltà, a questa megacultura occidentale identificabile come dell’Antropocene, è l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita «il male dell’infinito» è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.10

La tecnologia crea le strutture dell’economia e l’economia media la creazione di nuove tecnologie, e quindi la propria creazione. Ci rammenta De Toni, nel capitolo terzo del libro, che nel breve termine non è visibile questo circolo di tecnologia creato dall’economia che a sua volta crea la tecnologia. L’economia appare fissa quando in realtà non lo è, osservandola in un lasso di tempo sufficientemente lungo. 

Abbiamo profondamente alterato il metabolismo del super-organismo biosfera e la principale manifestazione di questa alterazione è la progressiva perdita di biodiversità che è il migliore indicatore della salute degli ecosistemi.11

La minaccia o addirittura l’estinzione di una specie vegetale o animale viene sempre più guardata come ormai un qualcosa di ineluttabile e, tutto sommato, non poi così grave come viene invece segnalato da anni. Addirittura anche l’estinzione di etnie o tribù di esseri umani è una notizia appresa con un certo distacco o proprio con disinteresse. Con l’idea di fondo, magari, che tutte queste specie a noi così diverse, forse, non avevano poi così tanto senso di esistere, canalizzati come siamo ormai in questo flusso di idee e azioni per cui dobbiamo abitare tutti in luoghi simili, cibarci di alimenti standardizzati, divertirci secondo meccanismi consolidati e via discorrendo. 

Quanto valore viene realmente attribuito alla biodiversità del pianeta? E a quella umana?

Al momento, sottolinea De Toni, la situazione è quella di una proliferazione di sistemi particolari e una formazione incerta e contraddittoria di un megasistema generale da cui tutti i sistemi particolari pensano di poter attingere senza prendersene la responsabilità. 

I vantaggi culturali, sociali, politici, economico-finanziari e soprattutto militari delle società occidentali erano figli del loro privilegio planetario. Oggi questo vantaggio tende ad annullarsi o a relativizzarsi.12

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa «nuova epoca storica».13

Viene da chiedersi perché e, soprattutto, con quali conseguenze?

Se nel XIX secolo si produsse la Grande divergenza tra Occidente e resto del mondo, la fase nella quale siamo per ora agli inizi, dovrebbe essere pensata, per De Toni, in termini di Grande convergenza. 

Sarebbero infatti da imputarsi alla reazione o al mancato adattamento dell’Occidente alle mutate condizioni:

  • L’attuale disordine economico.
  • La sclerosi ideologica che accompagna le politiche monetario-finanziarie.
  • L’indifferenza alla fenomenologia della sempre più vasta crisi ecologica.
  • Il riproporsi di ipotesi di guerre non più locali.
  • Le frizioni geopolitiche di grandi dimensioni.
  • La crisi delle leadership.
  • Una certa deriva tecno-scientista che si illude di domare la complessità (Natura) piuttosto che adattarsi.
  • La polarizzazione sociale, ovvero la comparsa di indici di diseguaglianza di altri tempi.
  • La spinta a semplificare una democrazia ritenuta sempre più un ingombro.

In Europa in particolare poi esiste un dramma di smarrimento specifico poiché sembriamo non sapere più neanche in che forma dovremmo organizzare le nostre società: tornare agli Stati-nazione nati sei secoli fa (Brexit docet) o passare a entità di livello superiore. Fermo restando però, continua De Toni, che non si ha la più pallida idea di come fare per realizzare un’impresa così complessa.

Il vero problema risulta quindi l’essere in uno sfasamento temporale: continuiamo a pensare secondo modi derivati da condizioni precedenti e differenti. Da qui la necessità di far corrispondere un nuovo pensiero complesso alla nuova complessità del mondo. Pensare un nuovo modo di stare al mondo.

Il libro di De Toni, Marzano e Vianello è sicuramente molto interessante, in ogni sua parte. Nel suo saper essere uno sguardo rivolto al passato, per meglio comprendere come si è giunti a questo punto. Come anche il suo saper analizzare e descrivere il presente nell’ottica del futuro, incerto, verso cui ci proiettano indecisione, ritardi, sbagli e manchevolezze di una ipercultura i cui limiti non si possono nascondere oltre. Meglio affrontarli quindi, sfruttando al meglio le conoscenze e il Sapere che proprio essa ha saputo accumulare. Intraprendendo quindi la via che conduce verso un «umanesimo digitale», il cui fondamento risiede nella consapevolezza che tutte le tecnologie, pur nelle entusiastiche prospettive indicate, hanno dei limiti e, soprattutto, non devono essere utilizzate per alimentare la deleteria volontà di potenza.14

Antropocene e le sfide del XXI secolo è un libro che si inserisce a pieno titolo come ottimo tra le pubblicazioni che, coraggiosamente, affrontano l’argomento e le sue numerose problematiche. 


Il libro

Alberto Felice De Toni, Gilberto Marzano, Angelo Vianello, Antropocene e le sfide del XXI secolo. Per una società solidale e sostenibile, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Gli autori

Alberto Felice De Toni: professore di Ingegneria Economico-Gestionale presso l’Università degli Studi di Udine e direttore scientifico di CUOA Business School.

Gilberto Marzano: direttore del Laboratory of Pedagogical Technologies presso la Rezeke Academy of Technologies (Lettonia), professore presso la Janusz Korczak Pedagogical University di Varsavia (Polonia) e presidente dell’Ecoistituto FVG.

Angelo Vianello: professore emerito di Biochimica Vegetale all’Università degli Studi di Udine. 


1D. Reich, Chi siamo e come siamo arrivati qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, tr. it. di G. Carlotti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019.

2C. Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori, Milano, 2011.

3D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens, III, I limiti dello sviluppo, tr. it. Di M. Filippo, Mondadori, Milano, 1972.

4J. Zalasiewict et. al., When did the Anthropocene begin? A mid-twentieth century boundary level is stratigraphically optinal, in «Quaternary International», n° 383, 2015. 

5H. Martens, The Technocene: Reflections on Bodies, Minds and Markets, Anthem Press, London, 2018.

6N. Agar, Non essere una macchina. Come restare umani nell’Era digitale, Luiss University Press, Roma, 2020.

7M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016.

8M. Stokes, P. Boeck, T. Baker, What next for digital social innovation, Nesta, UK, 2017.

9N. Srnicek, A. Williams, The Future isn’t Working, in «Juncture» n° 22 (3), 2015.

10M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, Antropocene, Rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

11F.M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni ambiente, San Giuliano Milanese, 2021.

12P. Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Fazi, Roma, 2017.

13K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

14J.N. Rumelin, N. Weidenfeld, Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale, Franco Angeli, Milano, 2019.



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

SPECIALE WMI: Il ruolo culturale delle librerie oggi in Italia

15 venerdì Lug 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Può un libro essere solo un oggetto merceologico? E il libraio essere solo un commerciante?

Muoversi e orientarsi all’interno del mondo dell’editoria non è sempre un percorso semplice.

Uno degli aspetti che può creare maggiore senso di disorientamento è legato a questioni che in apparenza potrebbero sembrare squisitamente terminologiche, ma in realtà celano quali siano le scelte strategiche di un editore. Il processo distributivo si articola in tre momenti, in tre differenti tipologie di attività: la promozione, la distribuzione e la logistica. Se le prime due fasi sono in Italia in larga parte terziarizzate dagli editori, la terza è in maniera quasi totale affidata all’esterno. 

La promozione non è limitata alla presentazione della cedola ai librai e altri venditori dei nuovi libri in uscita, assolve a funzioni strategiche nel determinare il successo di un libro (e di riflesso quello dell’editore e del libraio). 

La centralità dell’azione promozionale nel mercato del libro giustifica il perché gli editori, se possono, la gestiscano in maniera autonoma. 

La fase della distribuzione insieme a quella della logistica consistono nell’insieme dei passaggi attraverso i quali i libri pubblicati dagli editori arrivano nelle librerie e in tutti gli altri punti vendita in cui possono essere acquistati dai fruitori finali.1

Appare in questo modo chiara l’importanza della figura professionale del libraio, ovvero di colui che si interfaccia con il distributore, ne ascolta consigli e suggerimenti e sceglie poi i titoli, ovvero i libri che finiranno sugli scaffali, sui banchi o nelle vetrine della propria libreria. 

Negli ultimi anni, spesso sono apparsi sui quotidiani articoli dedicati al tema del libro e delle librerie in Italia. Evidentemente, il dibattito intorno a questi problemi pare essere vivo e di qualche interesse per il grande pubblico. La tesi, in genere, è che siano in atto da un lato una crisi più o meno profonda del sistema delle cosiddette librerie indipendenti e generaliste, dall’altro l’apertura di una nuova finestra sul mondo digitale, che offre sistemi di diffusione – ma anche di produzione – libraria alternativi e all’avanguardia. In questo contesto, la recente crisi economica che ha colpito i mercati globali sembra non avere avuto un ruolo determinante in tale settore, anche se ha contribuito a mettere in risalto alcuni fenomeni e ad accelerare alcune tendenze già in atto.

Soprattutto all’estero, le tecnologie d’avanguardia come l’e-book e il print on demand stanno apportando delle modifiche anche consistenti ai tradizionali sistemi commerciali librari ed editoriali, proponendo contesti e scenari finora del tutto sconosciuti.

Nonostante tutte le difficoltà e le perplessità legate al commercio elettronico, il libro è, dal punto di vista merceologico, l’oggetto più venduto tramite la rete. 

L’allarmismo scoppiato in merito a Internet, come minaccia per la distribuzione, risulta essere, almeno per il momento, infondato in quanto la richiesta tramite la Rete necessita di un sistema molto organizzato e ha bisogno quindi dell’intervento di grossisti e grandi distributori.2

Ciò che accade sempre più spesso è, invece, il maggiore coinvolgimento degli editori che si ritrovano a poter proporre loro stessi i libri, a dare informazioni e suggerire offerte d’acquisto. 

A chi sostiene che il web ucciderà la pagina scritta, si può rispondere che nell’era dei social network avviene addirittura il contrario: la Rete si mette al servizio dei lettori e dei bibliofili, mettendo in circolazione informazioni, consigli e opinioni. Si consideri solo che 15 italiani su 100 cercano i libri tramite il web e 23 giovani su 100 (tra i 14 e i 19 anni) si affidano a social network, chat, blog o recensioni su Internet per scegliere le proprie letture.3

La tendenza di mercato è quella di considerare il libro alla stregua di qualsiasi altro oggetto, con il cliente che deve essere messo nelle condizioni di raggiungere il prodotto in modo facile e, possibilmente, senza alcuna intermediazione da parte di terzi. Ciò rischia però di creare modelli di consumo “viziati”, ovvero il pubblico si sta abituando a vedere il libro come un prodotto perennemente scontato. In entrambe le comuni accezioni del termine: scontato, nel senso di offerto a prezzi ridotti e convenienti; scontato nel senso di ordinario, acquistabile ovunque indifferentemente. 

Ecco allora che ci si ritrova al nocciolo della questione: può un libro essere solo un oggetto merceologico? E il libraio essere solo un commerciante?

Ovviamente la risposta è e deve essere negativa a entrambe le domande. Ma il discorso è molto più complesso e articolato.

Se si ha un’idea del libro come una sorta di oggetto utile a “passare il tempo”, un intrattenimento quando non se ne hanno di diversa tipologia a disposizione, beh allora sì, in questo caso il libro può essere venduto e acquistato indistintamente ovunque: librerie, supermercati, centri commerciali, edicole, aree di servizio e via discorrendo. Ma se si matura un’idea differente riguardo al libro e alle librerie allora il discorso cambia. E bisogna quindi distinguere tra le varie categorie di libro e tra le varie tipologie di libreria. 

Quando si entra in una Libreria – con la maiuscola per sottolineare la differenza di questo ambiente rispetto a quello che può essere un semplice negozio o attività commerciale che vende, tra l’altro, anche libri – si respira cultura. Quasi come se dalle pagine a volte ingiallite dei libri riposti su enormi scaffali fuoriescano parole, pensieri, riflessioni, idee… Circondati di libri si viene assaliti dalla voglia di leggerne il più possibile. Sarà per questo che molte librerie ospitano degli angoli per i lettori. Ed è stupendo vedere quelle poltrone occupate da persone immerse nella lettura, circondate da libri. In un ambiente ordinato, silenzioso che ricorda quasi una biblioteca e sembra stridere con il caos e il rumore di fuori, di quel mondo che pensa sempre più di poterne fare a meno di questi angoli di conoscenza ed educazione senza doverne poi pagare il contraccolpo in termini di civiltà e progresso.

È vero che acquistare un libro, un determinato libro, online è molto più semplice, pratico e veloce. Innegabile. Ma la Libreria non è, come anticipato, un distributore di materiale da lettura. La Libreria è un centro della cultura. Dovrebbe essere tale. Allora sì che sarebbe evidente a tutti la differenza. Se poi alla gran parte degli italiani non interessano i centri di cultura, beh questo è un altro problema che andrebbe affrontato il prima possibile.

Dall’indagine condotta da Rivali e Valla, si evidenzia come solamente il 48% delle librerie bresciane – che portano avanti una grande e importante plurisecolare tradizione produttiva e commerciale nel mondo del libro – svolgono attività culturali (eventi, conferenze, presentazioni, promozioni).4

Le librerie indipendenti sono attive in varie forme di collaborazione strategica, soprattutto con istituti scolastici e associazioni culturali, in misura molto inferiore aderiscono ad associazioni che danno riconoscimento alle librerie indipendenti o fanno rete tra di loro. In media, nei due anni precedenti l’esplosione della pandemia, le librerie indipendenti hanno organizzato circa venti eventi e partecipato a quasi trenta eventi in altre librerie. Sei librerie su dieci ritengono che la figura del libraio sia il vero punto di forza della libreria, per la sua capacità di fare da consulente al consumatore, consigliare i libri e diffondere cultura.

Può questo punto di forza trasformarsi in un vantaggio competitivo ed economico? Secondo il 95.5 per cento delle librerie indipendenti la figura di un librario preparato e appassionato per certo si traduce in un vantaggio economico.5

Eh sì, perché la vera grande forza delle librerie, soprattutto di quelle piccole e indipendenti, ha origine dalla figura del libraio, dalla sua professionalità e passione, trasmesse ai lettori, abituali o potenziali, che varcano la soglia del suo locale, ornato in ogni angolo di quelle pagine che trasudano sapere e conoscenza. Le librerie, soprattutto quelle piccole e indipendenti, sono centri di cultura.

Non possono certo competere, come numero di titoli a disposizione del lettore, con le grandi librerie, fisiche oppure online. Fonti inesauribili queste di libri, dove si possono agevolmente trovare titoli in quantità impensabili fino a pochi anni fa. Inutile anche solo tentare di competere con loro, o meglio contro di loro, nella vana speranza di riuscire a soddisfare le più svariate richieste dei clienti. 
Ciò che i lettori non troveranno mai in questi immensi store online è proprio la figura del libraio, preparato e appassionato, che riesce ad accoglierti al meglio nel suo piccolo-grande centro di cultura. 

Edicole, centri commerciali, aree di sosta e ristoro si distinguono per la vendita al dettaglio di riedizioni tascabili e/o economiche dei grandi classici oppure di quei titoli che comunemente rientrano nella narrativa varia o più genericamente commerciale. Soprattutto in quest’ultimo caso, si potrebbe collegare questo genere di produzione narrativa con lo scopo di intrattenimento attribuito alla lettura. 

In queste situazioni, in genere, l’acquisto di un libro si svolge al pari di un qualsiasi altro oggetto o cibo in vendita. Gli addetti alle vendite o i cassieri non sono librai e per loro ciò che conta davvero è il totale, il pagamento, il resto e lo scontrino fiscale. 

Il valore aggiunto della figura del libraio prevede anche un compenso aggiuntivo? Purtroppo no. 

In diversi paesi europei sono stati vietati o notevolmente ridimensionati gli sconti sul prezzo di vendita al dettaglio dei libri. Dovrebbe essere così anche in Italia. Perché, in genere, la parte variabile del costo ricade proprio sui venditori al dettaglio, ovvero sulla percentuale che rimane ai librai. Il valore aggiunto di un bravo libraio dovrebbe avere un reale valore monetario riconosciuto e riconoscibile. 

Per contro, quello che un vero centro della cultura non dovrebbe mai fare è cedere alla tentazione di diventare o essere fazioso, di parte. La diffusione della cultura non deve mai coincidere con tentativi di indottrinamento, non deve mai essere viziata da idee e pregiudizi propri. I centri di cultura, al pari di scuole e università, devono contribuire, in maniera quanto più neutrale possibile, alla formazione e crescita del pensiero critico individuale e collettivo. 

Cosa possono fare le librerie affinché il loro essere centri di cultura non sia un ostacolo bensì un punto a favore della loro crescita?

Associare le forze, unire gli interessi e le passioni, valorizzare le culture e le diverse professionalità: non c’è altra strada per il mondo della lettura come per altri luoghi e attività nella situazione storica che stiamo duramente affrontando.6 Un elemento su cui riflettere è certamente il fatto che, nonostante la crisi prima e la pandemia dopo, si è assistito a una sostanziale stabilità del mercato del libro e la resistenza della pratica della lettura. 

Le pratiche culturali – letture, ascolti, visioni – si sono redistribuite, trasferendo nella sfera virtuale una quantità di esperienze che avvenivano in presenza, nei luoghi, e le forme della socialità inibita dalla pandemia.

Da decenni ormai, nelle tempestose trasformazioni tecnologiche che via via si sono accumulate, la lettura pare sempre a rischio nella sua centralità, sempre sul punto di ridefinirsi come un’attività marginale, poco significativa sul piano economico, formativo, sociale. In una parola: irrilevante.7

È evidente che non è così. Tuttavia sarebbe sbagliato vedere in questa situazione qualcosa di rassicurante. Piuttosto è l’indicazione del nuovo terreno di sfida.

Una sfida che però è possibile, non è pregiudicata – come potevamo temere – dalle antiche debolezze e dalle nuove emergenze. E che può a questo punto affrontare con più chiarezza la discussione sulle forme e i modi più efficaci per rilanciare una politica di promozione del libro e della lettura. 

La prima è ancora la sfida contro l’irrilevanza, la marginalizzazione simbolica e materiale della lettura, la sua archiviazione come pratica periferica della rutilante metropoli dei consumi culturali. È una sfida che verrà decisa più dalle nostre qualità che dai giudizi (o pregiudizi) altrui. Tra le qualità necessarie c’è senz’altro il rafforzamento di politiche di sostegno pubblico che hanno insieme un necessario tratto di aiuto materiale (non dissimile dai «ristori» giustamente riconosciuti ad altri mercati e pratiche culturali) e un forte elemento simbolico, di riconosciuta centralità di una sfera culturale su cui le istituzioni non possono non investire. 

La seconda direzione è quella della sostenibilità, invocata dagli interlocutori della cosiddetta filiera del libro. Penso in particolare a tutta la realtà dei festival letterari e culturali, la cui forza e diffusione ha innovato la percezione pubblica del libro e della lettura.8

Il libro non è solo un medium comunicativo totalizzante, ma anche un efficace volano sociale, culturale ed economico, la cui evoluzione si è innestata sulle pratiche di divulgazione del sapere9. Il libro è molto più di un oggetto, accreditato di un potenziale simbolico ed estetico mai venuto meno nell’arco dei secoli, nonostante la diffusione dei media mainstream, la diffusione del digitale, l’affermazione della telefonia smart, l’ascesa di nuove forma di giornalismo.

La lettura rimane un’attività fondamentale dal punto di vista formativo e intellettuale, ma anche sul piano sociale ed economico, in un momento storico in cui il bisogno di memoria ed evasione produce nuove modalità narrative ed espressive.10

Nell’immaginare un rilancio delle politiche e delle azioni di sostegno alla lettura e al libro bisogna preventivamente effettuare un analitico riscontro di quanto e come siano cambiate, a seguito dell’emergenza sanitaria, le abitudini degli italiani nel settore dei consumi librari e della lettura. 

Il distacco degli italiani dalla lettura è un fenomeno riconducibile in buona parte alla trasformazione della nostra società, sovrastata da un’ipertrofia informativa e funzionale sempre più difficile da decrittare. Le azioni formative e di sensibilizzazione rivolte ai giovani e alle scuole non sono più sufficienti per invertire la tendenza. Bisogna fare i conti con la realtà.

Durante il primo lockdown, per esempio, gli italiani hanno letto in media meno di un’ora al giorno, a fronte dell’aumento dei consumi televisivi, telefonici e social. 

Nonostante la sua indubbia duttilità, l’ebook non ha ancora preso il sopravvento sul cartaceo. Da qui la necessità di garantire il futuro del comparto stampa ed editoria. Attraverso il sostegno alla domanda pubblica e privata di libri, il contrasto alla povertà educativa, gli aiuti diretti a piccoli editori e librai e a fiere, festival e mostre.11

Il libro è assediato da nuove forme di impiego del tempo libero eppure, per quanto ne sappiamo dalle neuroscienze, il libro e la lettura profonda rimangono l’unica ancora di salvezza per sottrarsi a un decremento fisiologico delle mappe neuronali preposte alla lettura, alla cognitività, alla rappresentazione che, nel nostro cervello, ci facciamo del reale attraverso la “lettura” del mondo circostante.12

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo.13

Lettura, ricerca, istruzione cultura sono la migliore garanzia per una crescita sociale e culturale e, di riflesso, economica del Paese. La promozione alla lettura, che attualmente è orientata solo verso le fasce più giovani della popolazione, deve essere estesa anche alle fasce più grandi, adulte, mature. 

Lettura e capitale umano sono strettamente intrecciati. Come lo è la lettura (e quindi la qualità del capitale umano) allo sviluppo economico e sociale, a migliori indici di innovazione e di competitività sui mercati internazionali, alla qualità sociale della vita e dei cittadini. Questa relazione c’è ed è evidente da almeno un ventennio. 

La misura del “capitale umano” era (ed è) tradizionalmente circoscritta ai percorsi di formazione scolastica e universitaria e di successiva formazione lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia, una componente importante nel suo accumulo – soprattutto nella società della conoscenza – è però il portato di un insieme di attività che fuoriescono dai percorsi istituzionali: la lettura di un giornale o di un settimanale di informazione, la partecipazione a un concerto o uno spettacolo teatrale, la visione di un film, di un documentario, la visita a una mostra e, naturalmente, la lettura di un libro.14

La discussione intorno al suo contenuto. La riflessione su quanto appreso o trasmesso dall’autore. Lo studio dei dati e delle informazioni in esso contenute, laddove si parli di saggi o pubblicazioni scientifiche o accademiche. 

Poiché crescita e crisi della lettura sono strettamente connesse a grandi trasformazioni sociali, resta da comprendere in quale misura la situazione epidemica e di emergenza dovuta alla pandemia indurrà cambiamenti sociali irreversibili e come ciò modificherà la lettura.

L’Italia, tra i maggiori Paesi europei, si colloca all’ultimo posto per livello di comprensione dei testi. Questo si traduce innanzitutto nella difficoltà per molti italiani di accedere alle informazioni, comprendere testi e istruzioni, leggere testi scritti in maniera più complessa o elaborata. E ciò non riguarda solo gli italiani in età scolare. Anche i grandi, gli adulti, i maturi. 

Tutto questo si traduce in bassi indici di lettura, e aiuta a individuare le ragioni delle difficoltà che una parte della popolazione ha nel comprendere i processi di trasformazione sociale, nell’accedere al mercato del lavoro e seguirne i cambiamenti, nel tenere collegate tra loro e interpretare informazioni che provengono da fonti e canali diversi.15

Ecco allora si palesa più evidente che mai il ruolo fondamentale degli insegnanti certo ma anche dei bibliotecari e dei librai, il loro essere e dover essere guide e porti sicuri di cultura da trovare, difendere e diffondere. 

1Elena Ranfa, Il ruolo della promozione e della distribuzione nella filiera del libro: orientarsi nel dedalo dell’editoria italiana, AIB Studi, vol. 60 n° 1 (gennaio/aprile 2020), p. 131-142.

2Luca Rivali, Valeria Valla, Le librerie bresciane del terzo millennio. Un’indagine conoscitiva, Minima Bibliographica, 7, C.R.E.L.E.B. – Università Cattolica, Milano, Edizioni CUSL, Milano, 2010. 

3L. Rivali, V. Valla, op. cit. 

4Ibidem

5Ali – Associazione Librai Italiani, Osservatorio delle librerie in Italia. I “numeri” del tessuto delle librerie (Prima edizione), Rapporto di ricerca, Roma, OSSERVATORIO 2020, Indagine pre-covid. 

6CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, Dall’emergenza a un piano per la ripartenza. Libro bianco sulla lettura e i consumi culturali in Italia (2020-2021), in collaborazione con AIE – Associazione Italiana Editori, Coordinamento editoriale, cura del progetto grafico e stampa Poligrafico e Zecca dello Stato italiano, Roma, 2021.

7CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

8Idem.

9Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 2014.

10CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

11Idem.

12Ibidem.

13Miguel Benasayag, Il cervello aumentato, l’uomo diminuito, Centro Studi Erickson, Trento, 2016.

14CEPELL – Centro per il Libro e la Lettura, op. cit.

15Idem.


Articolo pubblicato sul numero 62 della rivista Writers Magazine Italia


Dislosure: Per le immagini, tranne la copertina della rivista, credits www.pixabay.com


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SPECIALE WMI: Il ruolo culturale delle biblioteche oggi in Italia

26 mercoledì Giu 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, biblioteche, cultura, RinnovamentoCulturaleItaliano, WMI

Qual è il ruolo culturale delle biblioteche, pubbliche e private, oggi in Italia? Perché, nella società che si definisce dell’informazione, i luoghi simbolo della cultura vera, come appunto le biblioteche, si considerano ormai obsoleti, superati, inutili? Che relazione si pone tra diritto alla conoscenza, libertà di pensiero e di espressione e libertà di accesso all’informazione? I libri e la libertà. Le biblioteche e la democrazia. Bibliotecari e pubblico. Il rapporto dei cittadini con la lettura.

Le biblioteche sono istituzioni che, inspiegabilmente, restano fuori da ogni dibattito, mediatico e istituzionale, sulla cultura. Eppure esse rappresentano non solo i luoghi fisici di conservazione della memoria del passato ma, soprattutto, la struttura, la tecnica, il metodo, la fisicità e la possibilità concreta per la creazione di una cultura, di un’informazione e anche una educazione, quanto più ampie e diffuse possibile, che non siano faziose, di parte o partitiche, settarie e limitate.
Proprio le biblioteche, le quali rimangono ancora oggi estranee ed esterne alle logiche del mercato, all’economia imperante, al consumismo e alla superficialità di una conoscenza priva di fondamenta solide e logiche.
Michel Melot sosteneva che «la biblioteca è una macchina per trasformare la convinzione in conoscenza. La credulità in sapere». Come riportato anche nella premessa al testo L’azione culturale della biblioteca pubblica di Cecilia Cognini (Editrice Bibliografica, 2014).

Cognini ricorda che uno degli obiettivi dei programmi di Europa 2020 è proprio quello di «promuovere e consolidare la società della conoscenza». Ponendo al centro l’istruzione e le competenze, la ricerca, l’innovazione e la società digitale, allo scopo di favorire «un uso intelligente e consapevole delle nuove tecnologie». L’economia della conoscenza si basa sulla centralità del ‘capitale umano’ come «elemento capace di determinare un andamento positivo dello sviluppo di un paese». Nello scenario sociologico internazionale sempre di più si sta consolidando il bisogno di superare il PIL come indicatore dello stato di benessere di un paese, in Italia «lo Cnel e l’Istat hanno elaborato degli indicatori per misurare il BES, il benessere equo e sostenibile», ricollegando concettualmente il tasso di benessere di una società a fattori che «comprendono cultura e salute e altri aspetti immateriali della vita contemporanea».

Ecco che entra in gioco il concetto di apprendimento per tutto l’arco della vita, che diventa «un aspetto essenziale nella prospettiva esistenziale delle persone». L’intelligenza degli individui, ma anche quella di ognuno, non può essere ricondotta a una sola tipologia, «educare a pensare la complessità diventa un obiettivo rilevante per la società della conoscenza». L’azione della biblioteca pubblica può essere interpretata come una «sintesi efficace delle diverse vocazioni e stratificazioni di senso che il concetto di cultura rappresenta».
Affinché cultura e creatività si radichino in un territorio è necessario che si sviluppi una “atmosfera creativa”. In base al concetto largamente esposto nelle sue opere da Walter Santagata, per rendere percepibile un’atmosfera creativa è necessario che «il bagaglio di idee e creatività raggiunga un certo livello» e che siano presenti determinati ingredienti: «le reti creative, i sistemi locali della creatività, le microimprese di servizi». Anche le biblioteche, gli archivi e i musei sono soggetti essenziali da questo punto di vista, perché anch’essi qualificano il tessuto economico e sociale di un dato territorio, «aumentando la predisposizione delle persone a investire nelle loro capacità e competenze conoscitive e accrescendo la qualità sociale di una comunità».
Laddove per “qualità sociale” deve intendersi la misura secondo cui le persone sono capaci di «partecipare attivamente alla vita sociale, economica e culturale e allo sviluppo delle loro comunità», in condizioni che migliorino il benessere collettivo e il potenziale individuale.

Nella filiera del patrimonio culturale proprio le biblioteche possono conquistare «un ruolo e una rilevanza centrali, ancora solo parzialmente esplorate», e contribuire, per la loro capillarità e accessibilità e la loro vocazione alla divulgazione, a «promuovere la più ampia conoscenza e fruizione possibili del patrimonio culturale del nostro paese». Come indicato nel Manifesto IFLA/Unesco, la biblioteca pubblica svolge un «ruolo centrale anche nel promuovere la consapevolezza dell’importanza dell’eredità culturale che è propria di una comunità e di un territorio», non solo nel senso più scontato del mettere a disposizione del pubblico i fondi di storia e cultura locale o i documenti conservati nelle sezioni “Manoscritti e Rari”, ma più in generale come «promozione della capacità di lettura e interpretazione del patrimonio culturale di una comunità» al fine di trovare nuovi modi per raccontarlo, «nella consapevolezza delle nuove sfide poste dalla società multiculturale e dal digitale».

La vita degli adulti dovrebbe essere centrata sull’apprendimento continuo. Una educazione «fortemente correlata a una diversa concezione del sapere», non più focalizzato solo sull’acquisizione di abilità e contenuti ma anche di atteggiamenti e comportamenti. Esiste un sottostimato ma innegabile «legame fra formazione permanente e sviluppo democratico della comunità». L’atto di conoscere è a un tempo biologico, linguistico, culturale, sociale e storico e «la conoscenza non può essere dissociata dalla vita umana e dalla relazione sociale».
Nicholas Carr sostiene che la rete ci ha confinato nella superficialità e nell’incapacità di approfondire, mentre Rheingold Howard ritiene che questa ci aiuti a sviluppare appieno tutto il potenziale dell’intelligenza collettiva. Per Cecilia Cognini forse hanno ragione entrambi. Innegabile è di sicuro il fatto che internet e le nuove tecnologie hanno «modificato le modalità di apprendimento, i contesti e gli scenari di riferimento e con essi il ruolo delle biblioteche», da ricercarsi proprio nella formazione permanente.

La formazione permanente può avere un ruolo centrale nel «contrastare il ritardo di alfabetizzazione presente nel nostro paese».
Stando ai dati ISOFOL-PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) l’Italia è la più bassa fra i paesi Ocse per partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale degli adulti, con appena il 24% a fronte di una media del 52%. In questo ambito la biblioteca «può promuovere una visione proattiva e non passiva della cultura».
Per Cecilia Cognini l’azione della biblioteca si esplica sostanzialmente in quattro modi:
Predisposizione all’accesso.
Formazione dei cittadini.
Definizione di un ambiente sicuro.
Costruzione della motivazione a imparare.

Nella premessa al testo di Mauro Guerrini curato da Tiziana Stagni De Bibliothecariis. Persone Idee Linguaggi (Firenze University Press, 2017) Luigi Dei, magnifico rettore dell’Università degli Studi di Firenze, definisce le biblioteche «uno dei più preziosi patrimoni che le Università posseggono o ai quali gli Atenei fanno costante riferimento come irrinunciabile stella polare per le loro missioni». Per il rettore Dei non bisogna lasciarsi intimorire dal progresso scientifico-tecnologico, dal digitale, dalla rete… perché «la nostra era non è più unica di quanto lo sembrassero le precedenti ai nostri predecessori». I nuovi media troveranno «il loro posto nelle biblioteche» e così i bibliotecari assolveranno alla loro missione secondo modalità «stupendamente innovative e con strumenti d’inenarrabile potenza e versatilità». Il destino che attende quindi queste istituzioni, secondo Luigi Dei, è quello di «rivestire nel futuro un ruolo sempre più centrale nella vita dell’uomo».

Il testo di Mauro Guerrini si apre al lettore con una citazione di Shiyali Ramamrita Ranganathan:

«Fino a quando l’obiettivo principale di una biblioteca fu la conservazione dei libri, tutto quello che si pretese dal suo personale fu che fosse costituito da guardiani capaci di combattere i quattro nemici dei libri: fuoco, acqua, parassiti e uomini. Non era strano che un posto di lavoro in biblioteca rappresentasse il rifugio possibile per le persone incapaci di fare altri lavori. Ci volle davvero molto tempo perché si comprendesse che era necessario un bibliotecario professionale.»

Per Guerrini il tronco di attività e di competenze che regge la professione bibliotecaria si basa essenzialmente su due temi caratterizzanti: gli utenti e le risorse bibliografiche. «Il bibliotecario mette in relazione positiva queste due entità». La biblioteca pubblica italiana è, in questa fase storica, chiamata a difendere la Costituzione, le istituzioni democratiche, il diritto a un’informazione libera, tempestiva e plurale, «arginando le manipolazioni che pervadono, armai da sessant’anni, l’assetto partitocratico delle istituzioni e dei mass-media». Non può esistere democrazia senza controllo. E il controllo, oltre che dalla tripartizione dei poteri, deve essere esercitato dall’elettorato: «un cittadino bene informato è un requisito della democrazia perché conosce e giudica tramite la scheda elettorale l’operato dei politici, dei potenti, della società».
La biblioteca è chiamata a documentare in modo imparziale i diversi punti di vista dai quali un tema può essere interpretato anche conflittualmente e senza avanzare, in modo evidente o tra le righe, la preferenza per nessuno.

Quella del bibliotecario è una professione, e la capacità di scindere tra orientamenti personali e comportamento professionale fa parte del bagaglio culturale e professionale, «anzi ne determina il livello di professionalità». Libro è libertà sono indissolubili. La biblioteca non è il luogo di una verità unica, e neanche della verità degli altri, è il luogo dove «il lettore deve costruirsi la propria».
Il diritto alla conoscenza, la libertà di pensiero e la libertà di espressione sono condizioni necessarie per la libertà di accesso all’informazione. «Il bibliotecario è il garante dell’accesso a un’informazione libera», senza restrizioni e non condizionata da ideologie, credi religiosi, pregiudizi razziali, condizioni sociali, ecc… «ovvero da tutto ciò che in qualsiasi misura possa rappresentare un fattore di discriminazione e di censura». Suo compito è inoltre garantire la riservatezza dell’utente e «promuovere, quale strumento di democrazia, l’efficienza del servizio bibliotecario».

Guerrini ritiene doveroso cercare di individuare le ragioni, in una prospettiva storica, sia della mancata consapevolezza da parte del cittadino dei servizi e delle potenzialità informative che le biblioteche mettono a disposizione della comunità, sia del venir meno di quei servizi essenziali verso il cittadino da parte di alcuni enti pubblici, motivati dal continuo costante e inarrestabile taglio dei finanziamenti statali. I tagli dei fondi alla cultura sono intesi e lasciati intendere come «tagli al superfluo». E allora, si chiede Mauro Guerrini: «quando si capirà che investire in biblioteche significa investire per la democrazia, lo sviluppo economico e la qualità della vita?»
L’Italia può, o meglio potrebbe, svolgere un ruolo importante a livello politico generale, come «ponte di cultura» ma anche di pace e di libertà intellettuale, di scambio informativo, di modello di conoscenza, «di incontro e di dialogo fra culture diverse, fra Nord Europa e paesi che si affacciano sul Mediterraneo». L’Italia è un Paese di confine che «subisce l’urto dei flussi migratori», ma «la nostra cultura, le nostre biblioteche possono essere un efficace strumento di pace, di diffusione della comprensione e di reciproco rispetto».

Per Antonella Agnoli, autrice de Le piazze del sapere (Editori Laterza, 2014), in una società caratterizzata da disuguaglianza crescente e dalla scomparsa o dalla privatizzazione di molti servizi sociali, «la biblioteca è diventata un presidio del welfare». Occorre fare della cultura una questione politica centrale per il paese, «chiedere al governo e agli enti locali di tornare a investire sulla scuola e sulla cultura». Tante buone pratiche si affermano a livello locale ma, alla fin fine, tutte o quasi sono costrette a cedere sotto il peso di una politica nazionale che «va in direzione opposta».
Inoltre va sottolineato che scuole, università, biblioteche e altre istituzioni culturali sul territorio «non comunicano tra loro, non agiscono in sinergia», non vanno a costituire un «ambiente globale dove i talenti possano svilupparsi e lavorare».
Le biblioteche pubbliche, per Agnoli, devono essere considerate «un servizio universale, come la scuola o l’ospedale». Ma, soprattutto, dovrebbero agire in sinergia con tutte le altre istituzioni culturali, soprattutto afferenti al sistema scolastico, secondo progetti e programmi coordinati dallo stesso Miur per ovviare a oggettivi e oramai sistemici deficit di apprendimento.
Stando ai dati Ocse-PISA (Programme for International Students Assessment), la capacità degli studenti italiani di leggere e interpretare un testo sono molto inferiori a quelli degli studenti degli altri paesi europei. Il che significa che diventeranno adulti non in grado di «leggere un libro o un giornale» e di comprenderne appieno il significato e, soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché «in difficoltà a capire una scheda elettorale, una bolletta della luce o un estratto conto». Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Ne La biblioteca che vorrei (Editrice Bibliografica, 2014) Antonella Agnoli ricorda che ogni giorno in Italia si condividono online 5milioni di foto, Facebook ha 20milioni di iscritti mentre Twitter ne ha 10milioni e afferma che «il prezzo che paghiamo alle meraviglie offerte da iTunes, Youtube, Twitter e Instagram è la rinuncia, del tutto volontaria, ai libri. La fine della lettura». Ma è davvero così? Prima dell’avvento di internet e dei social le persone leggevano davvero molto più di adesso? E in che misura?
Tralasciando i tempi in cui il tasso di analfabetismo era ancora molto elevato e diffuso e osservando l’Italia e gli italiani della seconda metà del Novecento si deve ammettere di trovarsi di fronte un quadro dipinto per la maggiore da radio, calcio e televisione. Internet e i social sono solo il mezzo di distrazione del nuovo millennio che è andato ad aggiungersi o a sostituirsi a quelli imperanti nel secolo scorso. I lettori, quelli forti, che non si lasciavano attrarre dalla televisione nel Novecento non si lasciano sedurre neanche dai nuovi media. I numeri erano pochi allora e lo sono anche oggi. È questo il nocciolo del problema.

Andrea Capaccioni in Le biblioteche dell’Università (Maggioli Editore, 2018) sottolinea come già numerosi stati hanno incrementato gli investimenti per sostenere un più efficiente sistema di istruzione superiore e per fornire ai cittadini un accesso alla formazione lungo tutto l’arco della vita. Gli atenei sono dunque chiamati a svolgere «un ruolo sociale (civic university) sempre più importante» e a garantire livelli qualitativi elevati attraverso «periodiche verifiche dei risultati raggiunti sul piano scientifico e divulgativo». C’è un forte legame tra la biblioteca, l’insegnamento e la ricerca al punto che le biblioteche dell’università sono state definite «specchio dell’educazione superiore». Troppe volte però la biblioteca, invece di «luogo privilegiato della propria missione», viene considerata dagli atenei come mero «strumento da includere tra le attrezzature didattiche».
È tuttavia innegabile che in una società sempre più interessata alla produzione e alla gestione dell’informazione «le università costituiscono un obiettivo strategico per i governi di tutto il mondo» e con esse tutti i luoghi di produzione e conservazione delle informazioni e della cultura, comprese naturalmente le biblioteche.
Si prospetta la necessità di ripensare il ruolo e le funzioni della biblioteca nel nuovo contesto culturale e tecnologico e Capaccioni si chiede se le università siano pronte a gestire il cambiamento. Ma egli stesso rammenta poi che nel mondo è in costante crescita il numero di università che hanno individuato nelle loro biblioteche il luogo ideale per istituire dei learning center «in cui ai tradizionali servizi bibliotecari si affiancano iniziative legate alla didattica e all’information literacy».

Per John Palfrey, autore di BIBLIOTECH (Editrice Bibliografica, 2016), «le biblioteche sono in pericolo perché ci siamo dimenticati quanto esse siano eccezionali». Le biblioteche danno accesso alle abilità e alle conoscenze necessarie per adempiere al nostro ruolo di cittadini attivi. La conoscenza che le biblioteche offrono e l’aiuto che i bibliotecari forniscono «sono la linfa di una repubblica informata e impegnata». Le democrazie possono funzionare soltanto se tutti i cittadini hanno pari accesso all’informazione e alla cultura, in modo tale che possano «essere aiutati a fare buone scelte, siano esse relative alle consultazioni elettorali o ad altri aspetti della vita pubblica». E l’accesso eguale e paritario alla cultura può esserci solo laddove ci siano istituti e istituzioni pubbliche (scuole, atenei, biblioteche, archivi, …) per usufruire dei quali non è importante «quanto denaro si ha in tasca». Nel mondo digitale le biblioteche, come anche gli altri istituti della cultura, devono continuare a ricoprire le funzioni essenziali di accesso libero alla conoscenza, laboratori per lo studio, l’apprendimento e la ricerca, depositi della conoscenza. Esattamente come hanno fatto nel periodo analogico.
Il futuro delle biblioteche è importante per vari motivi, ma per Palfrey in testa alla lista delle priorità vi è fuor di dubbio il loro ruolo nel tutelare in modo certo la conoscenza culturale nel lungo periodo.
Allorquando i nuovi materiali digitalizzati verrano seriamente inclusi nei piani di studio scolastici, «un’iniziativa nazionale fra biblioteche, che renda disponibili documenti di supporto appropriati a tutti i docenti e agli studenti» potrebbe abbattere i costi della transizione per le scuole e permettere agli allievi di avere «un facile accesso e gratuito a strumenti di studio rilevanti».
La scusante che va per la maggiore, in genere, è la mancanza di risorse finanziarie, ma in molti casi le questioni relative all’educazione non hanno molto a che fare con i soldi, quanto piuttosto «con l’amministrazione, la visione, l’impegno».

La mancanza di visione e impegno rischia di continuare a lasciare i cittadini di oggi e di domani in balìa di questo immenso «rumore informazionale di fondo», un vero e proprio «turbine di gossip» che genera una diffusa condizione di alfabetizzati-illetterati storditi «dagli irrilevanti contributi di un pervadente disturbo che li strania da ogni stimolo di autentica realtà». Alfredo Serrai, in La biblioteca tra informazione e cultura (Settegiorni Editore, 2016), indica come unica strada percorribile il progettare «un salvataggio della intellettualità antica racchiusa nelle gloriose biblioteche antiche innestandola nel quadro sistematico di una sintesi culturale che la valorizzi». Naturalmente incorporandola nella storia e nella cultura del passato ma «con le estensioni, gli sviluppi e i rivolgimenti prodotti dalle acquisizioni, tecnologiche e concettuali, del pensiero moderno».
Perché, a rifletterci bene, sottolinea Serrai, il problema di fondo rimane quello del rapporto che si intende avere con il passato. Conservarlo come fossero resti mummificati oppure continuare a «sentirci il ramo più alto di uno stesso grande albero ancora vitale» e verosimilmente prosperoso. Quando le biblioteche si ridurranno a Musei, nel senso di luoghi destinati alla conservazione delle testimonianze, sarà anche la fine della cultura che le biblioteche aveva generate e alimentate.
Chiedersi se spariranno le biblioteche va di pari passo con il domandarsi se continuerà il dissolvimento di quella che si continua a riconoscere ancora come la nostra attuale cultura.

Come conseguenza della aumentata velocità dei mezzi di comunicazione, della immediatezza delle comunicazioni, spesso identiche e ripetitive, si assiste a una generale e uniforme «omologazione concettuale e a un diffuso appiattimento di pensiero». Si percepisce come unicamente reale, «non solo sul piano personale ma anche su quello cosmico», soltanto il presente e l’immediato. Ma se l’informazione non diventa Cultura, ovvero «trama di un ordito molteplice e complesso» che si nutre del passato per affrontare il presente e guardare il futuro, allora è ben poca cosa, avverte Serrai. La biblioteca è e deve sempre porsi come sorgente di cultura e non di informazione o ragguaglio, come sono invece i motori di ricerca molto utilizzati nella navigazione su internet.

La motivazione a documentarsi, a interrogarsi, a immaginare ipotesi risolutive, a indagare e anche semplicemente a leggere può originarsi in «modo intrinseco solo se queste attività vengono comprese come necessarie per capire i mondi con cui si entra in contatto». Se l’intenzione è capire, non è sufficiente porsi di fronte a un testo, bisogna «costruire il proprio testo esplorando altri testi alla ricerca, in primo luogo, di ciò che non si capisce».
Tentare di motivare alla lettura attraverso la proclamazione della sua importanza, l’imposizione della sua realizzazione, la gratificazione del suo essere compiuta si rivelano, pressoché sempre, operazioni non sufficienti a produrre un’abitudine duratura nel ricorrere al documentarsi per conoscere, per capire, perché «non si basano su alcun bisogno del soggetto che dovrebbe compiere l’atto di leggere».
Attualmente in Italia la formazione scolastica «non riesce a trasmettere un approccio metodologico alla ricerca bibliografica» e, soprattutto, «non sempre aiuta a comprendere l’importanza di buoni documenti» per la ricerca e per l’approfondimento «per la vita, per il lavoro, per le scelte importanti».
Tra le convinzioni comuni c’è quasi sempre l’idea, «ben nota ai docenti e ai bibliotecari», che la rete, «o meglio un indifferenziato Google», sia la fonte documentale unica. Naturalmente non è così. È necessario dunque cominciare a trasmettere con fermezza l’idea che l’importante non è solo ottenere delle risposte immediate, indistinte e omogenee, bensì imparare a valutare «quali strumenti potrebbero aiutarci a raggiungere delle informazioni rilevanti, oltre che corrette». E così internet, invece che essere il mezzo attraverso cui si accede, «con approcci specifici, a libri elettronici, articoli scientifici da acquistare, preziosa documentazione di fonte pubblica, documenti open access da consultare, migliaia di cataloghi di biblioteche nel mondo da interrogare,» … diventa un tutto indistinto, in cui il recupero è affidato al «funzionamento di algoritmi non noti o all’uso di pochissime fonti note».
Queste alcune delle importanti indicazioni illustrate da Piero Cavaleri e Laura Ballestra nel Manuale per la didattica della ricerca documentale (Editrice Bibliografica, 2014).
L’obiettivo è quello di rendere gli studenti consapevoli del processo che conduce a «una trasformazione dei dati informativi in reali conoscenza e cultura». Consapevolezze e competenze che il personale docente dovrebbe già aver acquisito.

La lezione di Roberto Tassi del 2015, raccolta da Ugo Fantasia nel testo Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche ed edita da il Mulino nel 2017 è la miglior risposta possibile al quesito di senso sull’esistenza delle biblioteche.
Nel testo si compiono un’analisi e un’indagine sulle origini e sulla storia delle biblioteche, condotte attraverso i testi antichi e i documenti anche meno noti, tali da diventare esse stesse la testimonianza diretta dell’importanza della conservazione. Dal diventare la ragione evidente per la quale tutto il sapere accumulato non deve andare perduto bensì custodito, coltivato, nutrito, incrementato, fortificato.

«Studiare la storia dei testi significa studiare la storia della realtà bibliotecaria.»

Si fa tanto e presto a dire che bisogna avvicinare i giovani alla lettura. E questo è senz’altro un ottimo proposito. Ma gli adulti quanto leggono? Genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, al ministero, la classe politica e dirigente in generale quanto leggono e quanto si documentano in realtà?
L’importanza perentoria delle biblioteche, degli archivi, dei musei e di tutti gli istituti della cultura è innegabile. Ciò che invece va accantonata, dismessa, dimenticata è la convinzione dell’inutilità della cultura e della sua scarsa incidenza sul benessere collettivo, anche economico.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Andrea Capaccioni, Le biblioteche dell’Università. Storia, Modelli, Tendenze, Maggioli Editore (nuova edizione 2018).

Andrea Capaccioni, Le origini della biblioteca contemporanea. Un istituto in cerca d’identità tra vecchio e nuovo continente (secoli XVII-XIX), Editrice Bibliografica, 2017.

Mauro Guerrini, Tiziana Stagni (a cura di), De Bibliothecariis. Persone, Idee, Linguaggi, Firenze University Press, 2017.

Cecilia Cognini, L’azione culturale della biblioteca pubblica, Editrice Bibliografica, 2014.

John Palfrey, Elena Corradini (traduzione di), BIBLIOTECH. Perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, Editrice Bibliografica, 2016.

Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Editori Laterza, 2014.

Antonella Agnoli, La biblioteca che vorrei. Spazi, Creatività, Partecipazione, Editrice Bibliografica, 2014.

Alfredo Serrai, La biblioteca tra informazione e cultura, Settegiorni Editore, 2016.

Piero Cavaleri, Laura Ballestra, Manuale per la didattica della ricerca documentale, Editrice Bibliografica, 2014.

Anna Maria Mandillo – Giovanna Merola (a cura di), Archivi Biblioteche e Innovazione. Atti del Seminario tenuto a Roma il 28 novembre 2006 (Annale 19/2008 dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli fondata da Giulio Carlo Argan), Iacobelli Editore, 2008.

Massimo Accarisi – Massimo Belotti (a cura di), La biblioteca e il suo pubblico. Centralità dell’utente e servizi d’informazione, Editrice Bibliografica, 1994.

Ugo Fantasia (a cura di), Luciano Canfora. Per una storia delle biblioteche (Lezione Roberto Tassi 2015), il Mulino, 2017.


Articolo apparso sul numero 54 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

08 martedì Gen 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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BruceGreenwald, Creareunasocietadellapprendimento, cultura, economia, Einaudi, Globalizzazione, JosephStiglitz, monocolooccidentale, recensione, saggio

Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale è un testo che guarda all’economia globale in modo differente rispetto al neoclassicismo imperante. Che focalizza il ragionamento sul concetto di apprendimento come elemento cruciale per la crescita dell’economia di un paese e per superare il divario tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald decidono di rendere omaggio a Kenneth Arrow e alle sue teorie economiche organizzando una serie di conferenze annuali negli Stati Uniti e di trasformare le relazioni in un libro, tecnico, che impiega la matematica per spiegare il rigore scientifico delle tesi avanzate. In seguito viene pubblicata una versione meno impegnativa del titolo, dal quale vengono estrapolate le formule matematiche. Un’edizione divulgativa che viene tradotta in Italia da Maria Lorenza Chiesara per la casa editrice Einaudi.

Per Stiglitz e Greenwald nessuno come Arrow, a livello individuale, ha fatto tanto per cambiare il nostro modo di guardare all’economia e alla società al di là dell’economia, negli ultimi sessant’anni. Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie ben al di qua della frontiera, che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. I governi dovrebbero concentrarsi su cosa crei una società dell’apprendimento. Mentre alcune delle politiche che gli economisti hanno sostenuto in passato l’hanno di fatto ostacolata.
Negli ultimi decenni è diventato usuale descrivere l’economia verso cui ci stiamo dirigendo come una “economia della conoscenza e dell’innovazione”. Minore attenzione viene invece data a cosa ciò significhi per l’organizzazione dell’economia e della società.

Gli autori citano Solow allorquando affermano che la maggior parte dei miglioramenti relativi agli standard di vita sono il risultato di incrementi di produttività, ossia l’aver imparato a fare le cose meglio. Se è vero quindi che la produttività è frutto di apprendimento e che gli aumenti di produttività, ovvero l’apprendimento, sono endogeni, allora uno dei punti focali della politica dovrebbe essere quello di incrementare l’apprendimento all’interno dell’economia. Incrementare la capacità di imparare e gli incentivi a farlo. Imparare a imparare. Dunque, colmare i divari di conoscenze che separano le imprese più produttive dalle altre.
Creare una società dell’apprendimento dovrebbe quindi essere uno degli obiettivi principali della politica economica. Se si crea una società dell’apprendimento ne risultano un’economia più produttiva e uno standard di vita migliore. Nel testo, Stiglitz e Greenwald mostrano come molte delle politiche concentrate sull’efficienza statica – allocativa – possano invece ostacolare l’apprendimento e come di fatto politiche alternative possano portare a superiori standard di vita, visti nel lungo periodo.

Seguendo le teorizzazioni di Arrow, Stiglitz e Greenwald avanzano l’ipotesi del maggiore innalzamento degli standard di vita che potrebbe indurre una società dell’apprendimento rispetto a quanto riescano invece a farlo piccoli e isolati miglioramenti di efficienza economica o il sacrificio dei consumi correnti per intensificare il capitale, soprattutto per i paesi in via di sviluppo. Buona parte della differenza tra i redditi pro capite di questi paesi e quelli dei paesi più avanzati è attribuibile a un gap di conoscenze. Adottare politiche in grado di trasformare le loro economie e le loro società in “società dell’apprendimento” li renderebbe in grado di colmare questo divario e ottenere una crescita dei redditi significativa.
La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, infatti sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.

Al centro dell’indagine condotta dagli autori vi sono due interrogativi fondamentali:
– I mercati, di per sé, portano a un livello e a un modello di apprendimento e innovazione efficienti?
– E se no, quali sono gli interventi governativi desiderabili?
Per Stiglitz e Greenwald non esiste alcuna presunzione di efficienza dei mercati rispetto alla produzione e alla disseminazione di conoscenze e apprendimento. Piuttosto il contrario. I mercati sono “efficienti in senso paretiano”, ovvero non possono migliorare ulteriormente le condizioni di qualcuno senza che quelle di un altro peggiorino. Arrow aveva già riconosciuto la pervasività dei fallimenti del mercato nella produzione e disseminazione di conoscenze, sia come risultato dell’allocazione di risorse alle attività di ricerca e sviluppo sia come effetto dell’apprendimento.
Nel testo si insiste molto sul ruolo decisivo che ha il governo nel proporre e mettere in atto decisioni che diano l’indirizzo corretto al potenziamento dell’apprendimento nell’economia come in tutta la società.

I governi svolgono un ruolo centrale nell’ambito di istruzione, salute, infrastrutture e tecnologia; e le politiche per ciascuna di queste aree, così come le spese e il loro equilibrio, contribuiscono senz’altro a plasmare l’economia. Le politiche di aggiustamento strutturale hanno finito per soffocare la crescita dei paesi, soprattutto di quelli con un’economia emergente.
Invece di promuovere i settori di apprendimento, le politiche imposte ai paesi in via di sviluppo dalle istituzioni economiche internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno scoraggiato il comparto industriale di molti di essi, soprattutto in Africa. Il risultato è che, negli ultimi trent’anni, l’Africa ha sofferto di un processo di deindustrializzazione. Focalizzando l’attenzione sull’efficienza statica, queste istituzioni internazionali trascurano del tutto l’apprendimento e le dinamiche a esso associate. Spesso – o anche tipicamente – la creazione di posti di lavoro non ha tenuto il passo con la loro distruzione, cosicché i lavoratori si sono spostati da settori protetti a bassa produttività a condizioni di disoccupazione, dichiarata o nascosta, a produttività ancora più bassa. Una delle critiche che si possono rivolgere al Washington Consensus (ovvero al blocco di politiche di aggiustamento strutturale condotte in Africa) è di aver tentato di imporre politiche corrispondenti alla convinzione che un’unica cosa vada bene per tutti. Ovvio che così non è, come non lo è il credere possa essere di aiuto osservare quanto fatto in passato da paesi con livelli di reddito pro-capite similari o leggermente superiori. Oggi il mondo è diverso da quello di un tempo sia in termini di geoeconomia e geopolitica globale sia di tecnologia.Le differenze tra i paesi aiutano a spiegare anche perché in alcune economie le imprese pubbliche funzionino bene mentre in altri no.

Aiutano anche a spiegare i limiti della globalizzazione: le imprese locali hanno un vantaggio competitivo sul piano della conoscenza delle situazioni locali. Buona parte delle informazioni di natura finanziaria è reperibile principalmente a livello locale. Un impiego efficace del capitale richiede il ricorso a istituzioni finanziare del posto. Purtroppo, le politiche del Washington Consensus, che spingevano per la liberalizzazione del mercato finanziario e del capitale, non considerarono l’importanza di questa concorrenza locale.
Le banche straniere riuscivano a sottrarre correntisti alle banche locali perché venivano percepite come più sicure, ma si trovavano in svantaggio informativo rispetto alle banche locali riguardo alle aziende locali piccole e mediopiccole. E fu quindi naturale che i prestiti venissero dirottati verso il governo, i consumatori e le grandi aziende nazionali, compresi i monopoli e oligopoli locali: in tal modo l’apprendimento e l’imprenditorialità locali potrebbero esserne stati danneggiati e la crescita esserne uscita indebolita.

Le politiche industriali devono seguire una strategia che tenga conto non soltanto delle circostanze presenti in un paese, ma anche della sua probabile situazione futura. Sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo i governi devono plasmare la direzione dell’innovazione e dell’apprendimento. Buona parte dell’innovazione nelle economie industriali avanzate è stata diretta a risparmiare lavoro; ma in molti paesi in via di sviluppo esiste un’eccedenza di lavoro, e il problema è la disoccupazione. Le innovazioni che risparmiano lavoro esasperano questa sfida sociale cruciale. E anche quando le innovazioni che consentono di risparmiare lavoro non portano disoccupazione, hanno comunque conseguenze negative dal punto di vista della ricchezza, perché abbassano i salari.

Le regole e le regolamentazioni adottate nel processo di “liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari” negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno portato, secondo l’analisi di Stiglitz e Greenwald, a istituzioni finanziarie arroganti, sostenute dalle implicite garanzie delle autorità monetarie e in ultima istanza dal contribuente. Molti governi non hanno fatto buon uso della politica di regolamentazione monetaria e finanziaria, e in alcuni casi questo cattivo uso può essere ricondotto a un problema di governance. Ma questo non è un valido motivo perché i governi rifuggano dall’impiego di una politica di regolamentazione monetaria e finanziaria. Il capitale e i servizi finanziari interni a un paese possono sostenere l’apprendimento; al contrario, i servizi finanziari forniti da soggetti stranieri possono far sì che gli investimenti e l’apprendimento vengano ridiretti all’esterno del paese, ostacolando in tal modo di fatto la creazione di una società dell’apprendimento. I governi occidentali (in modo diretto e attraverso le istituzioni finanziarie internazionali) hanno esercitato forti pressioni sui paesi in via di sviluppo affinché deregolamentassero e liberalizzassero i rispettivi mercati finanziari. Tali raccomandazioni non tenevano in considerazione i fallimenti del mercato finanziario che avevano condotto proprio alla realizzazione della necessità di una regolamentazione del settore finanziario, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Guidando la finanza verso i settori di apprendimento si può potenziare la crescita totale.

In via conclusiva, Stiglitz e Greenwald sottolineano la necessità non solo di identificare le politiche che potrebbero portare alla creazione di una società dell’apprendimento ma, soprattutto, che queste politiche vengano applicate. Il modello neoclassico ignora questo fattore, perché non soltanto non presta attenzione all’importanza di allocare risorse ad apprendimento, ricerca e sviluppo, ma anche perché presuppone che tutte le imprese seguano le pratiche migliori e dunque non abbiano niente da imparare.
Molte delle politiche discusse nel testo comportano o comporterebbero una perdita nel breve periodo ma un guadagno a lungo termine. Si parla molto oggi di economia dell’innovazione o di economia della conoscenza, e molti progressi sono stati registrati, ma le piene implicazioni del loro lavoro per il modello neoclassico, cruciale per esempio nell’analisi di Solow, non hanno ancora trovato il posto che meritano.
Le innovazioni sociali sono egualmente importanti rispetto alle innovazioni tecnologiche, sulle quali gli economisti si concentrano di solito: il progresso della società umana dipende da tali innovazioni così come dipende dai miglioramenti della tecnologia.

Bibliografia di riferimento

Joseph E. Stiglitz, Bruce C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, 2018 (traduzione di Maria Lorenza Chiesara dal titolo originale Creating a learning society: A new approach to growth, development, and social progress. Reader’s edition, Columbia University Press, 2014 e 2015)


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale


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