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Irma Loredana Galgano

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Eraldo Affinati, Le città del mondo

20 sabato Lug 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EraldoAffinati, Feltrinelli, Lecittàdelmondo, recensione, saggio

Un viaggio alla scoperta del mondo attraverso trecento città vissute immaginate sognate amate odiate pensate. Questo è il libro di Affinati. Un percorso che il lettore potrà compiere insieme all’autore oppure inventarne uno proprio. 

Simbolicamente Affinati ha scelto di partire da New York, matrice urbana della modernità sfregiata e ricostruita, e concludere con Gerusalemme, una città in grado di riassumere tutti i grovigli irrisolti del mondo. Ogni descrizione di città è un romanzo in miniatura e si è quasi tentati di pensare di poterli leggere singolarmente, isolandoli gli uni dagli altri. Ma in questo risiede la grandezza di questo libro, nella consapevolezza di quanto ogni luogo sia legato all’altro, in un’interconnessione che unisce siti e persone in questo enorme fragile e incasinato pianeta. 

Il ventunesimo secolo si è aperto con nuove forme di lotta armata: attacchi terroristici che hanno confini labili sia all’interno dei perimetri di guerra che al di fuori. L’esempio più noto è stato l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, simbolo di questa nuova forma di violenza liquida che ha rivelato in modo drammatico l’esistenza di una consistente rete terroristica globale. Lo scopo non è tanto e non solo l’occupazione di territori e il controllo di essi, quanto la distruzione delle ideologie religiose storiche e culturali di un popolo. Una vera e propria “pulizia culturale”. L’identificazione di una comunità con il proprio patrimonio culturale è stata sempre un fondamentale fattore di coesione sociale.

Si è pensato che questo sarebbe stato il nuovo modo di combattere le guerre e invece sono tornate anche le guerre combattute tra stati. Il viaggio di Affinati da New York giunge a Charkiv dove incombe il fantasma della seconda guerra mondiale. 

Molti studiosi hanno sostenuto che notevole influenza sulla genesi e la crescita dell’imperialismo ebbero lo sviluppo e la larga diffusione nei principali paesi europei del nazionalismo, considerato un elemento inscindibile dall’idea stessa di imperialismo (Bruna Bagnato, L’Europa e il mondo. Origini, sviluppo e crisi dell’imperialismo coloniale, Le Monnier Università, Firenze, 2006).

“A Bruxelles, nella città dove si decidono i destini dell’Europa, ho avuto la sensazione di ascoltare il battito del cuore di tenebra del Vecchio Continente: man mano che scendevo lungo le strade che dalla stazione conducono in centro, dove ci sono i palazzi del potere, gli alberghi più lussuosi e i centri commerciali sempre attivi, scrutinavo dentro me stesso la storia tormentata di questo piccolo paese, la cui tragica avventura coloniale, soprattutto congolese, è scritta a caratteri indelebili nelle fisionomie di molti cittadini belgi, i cui genitori giunsero qui, provenienti da Kinshasa e dintorni, alla ricerca di lavoro e dignità, come fecero molti italiani, compreso mio nonno, che circa cent’anni fa vennero ingaggiati nelle miniere di carbone, a rischio della loro stessa vita. Dall’atmosfera turistica e festante della Grand Place feci presto a raggiungere Molenbeck, il quartiere di origine dei terroristi che nel novembre 2015 compirono le stragi di Parigi. Se non fosse stato per la pulizia delle strade, avrei potuto essere a Rabat o Algeri. Donne col velo, uomini barbuti, bancarelle di frutta e dolci.”

Tra le strade di Bruxelles Affinati sembra incontrare il volto storico dell’imperialismo e quello contemporaneo dei flussi migratori. 

I migranti sono letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo e ridotti a un fattore esclusivamente economico o legati a una crisi politica. I migranti, affermando il loro diritto di muoversi migrare fuggire spostarsi, non solo rompono gli schemi e si oppongono al rispetto del posto assegnato loro dalla storia, ma segnalano anche la modalità precaria della vita planetaria. La nascita della modernità non sta unilateralmente nella storia dell’espansione europea e nelle modalità di rifacimento del mondo a sua immagine e somiglianza, ma anche e nella stessa misura nella cruda repressione dell’alterità etnica religiosa culturale, nella brutalità della diaspora nera africana, nello schiavismo razzista atlantico, nei pogrom etnici e nel saccheggio imperiale del globo. Quando l’immaginario dell’Occidente, per dirla con Edward Said, non sta più fisicamente altrove ma migra dalla periferia per eleggere il proprio domicilio nella metropoli contemporanea, allora la nostra storia cambia, è costretta a farlo (Iain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’era postcoloniale, Meltemi, Sesto San Giovanni – Milano, 2018). 

“Washington è la capitale degli Usa e, come tale, potrebbe simbolicamente esserlo del mondo intero. Percorrerla a piedi significa riflettere sulla potenza e la fragilità del potere. Washington è la clinica dell’inconscio contemporaneo. Se volessi psicoanalizzare l’America, dovresti venire qui, davanti ai cancelli della Casa Bianca: anche architettonicamente, il più grande computer portatile della Terra.”

L’America, figlia dell’imperialismo più sentito, patria del capitalismo più estremo eppure identificata come simbolo della libertà, della democrazia. Un Paese che della lotta agli estremismi e al terrorismo ne ha fatto una vera e propria crociata. Anzi una guerra. Una città che, per Affinati, ci porta nell’inconscio contemporaneo. “il più grande computer portatile della Terra”, ha definito l’autore la Casa Bianca e la sua famigerata stanza dei bottoni. Ma cosa rappresenta davvero l’America per il mondo intero in questo Terzo Millennio?

All’inizio del XXI secolo, la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. La quota occidentale dell’economia globale si riduce e continuerà a farlo. Fino a tempi recenti, gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 ma, negli ultimi due decenni, la situazione si è invertita. Nel 2015 le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31.5% mentre quelle degli E7 per il 36.3% (Kishore Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi vince e chi perde, Bocconi Editore, Milano, 2019). 

L’America ha costruito il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto e lo hanno fatto gli stessi americani, con il duro lavoro e il supporto di politiche governative volte a creare maggiori opportunità per milioni di persone. Ma ora tutta questa gente è, giustamente, arrabbiata e preoccupata. L’attuale situazione sta impoverendo il ceto medio e distruggendo la democrazia. Una condizione analoga a quella di tanti altri paesi occidentali, compresa l’Italia. Ovvero in tutte o quasi le potenze del vecchio mondo (Elizabeth Warren, Questa lotta è la nostra lotta, Garzanti, Milano, 2020). 

Nel mondo post-bipolare del XXI secolo, lo stato nazionale continua a essere l’incarnazione istituzionale dell’autorità politica, l’attore chiave delle relazioni internazionali e il contesto dato per scontato della vita quotidiana degli individui nella maggior parte del mondo. Non c’è quindi da stupirsi se la sua ideologia, il nazionalismo, sia altrettanto viva e vitale e costituisca uno strumento potente di creazione di identità, mobilitazione collettiva e criterio di giudizio dell’agire politico. La questione del nazionalismo è al centro delle due principali contraddizioni della odierna politica dell’Unione Europea: costruire un’unione sovranazionale usando gli stati nazionali come elementi costitutivi ma liberandosi dei nazionalismi e trasferire porzioni crescenti di sovranità nazionale dal livello statale a quello sopranazionale senza avere dei cittadini consapevoli e consenzienti di ciò che sta o dovrebbe accadere (Alberto Martinelli, I nazionalismi e l’unità europea, Istituto lombardo (Rend. Lettere) 147, Milano, 2013). 

“Norimberga è oggi un gioiellino conservativo in bacheca per turisti che viaggiano in torpedone. Molte città tedesche assomigliano a questa che tuttavia resta unica a causa dello straordinario processo che vi si svolse a conclusione della seconda guerra mondiale quando le potenze vincitrici misero alla sbarra quella sconfitta secondo un procedimento giuridico anomalo ma necessario, vista la dimensione inaudita della Shoah.”

Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli stati coloniali e gli stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazioni. Abbracciare la modernità ha significato abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come civilizzata e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone (Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale, Il Mulino, Bologna, 2023).

Il XX secolo è stato un periodo di straordinarie conquiste civili sociali scientifiche, ma è stato anche un secolo in cui più volte il potere politico, per pure esigenze di dominio, ha schiacciato i diritti umani fondamentali. All’inizio del secolo gli inglesi segregarono in Sudafrica più di 120mila boeri. Negli stessi anni gli Stati Uniti davano avvio a campagne di sterilizzazione di persone portatrici di handicap e di malati di mente. Nel 1923 Lenin inaugura in Unione Sovietica le attività dei Gulag. Le democrazie scandinave, tra gli anni ’30 e gli anni ’70 realizzano pratiche di sterilizzazione dei “diversi”. Nel 1939 Hitler dà il via allo sterminio di oltre 10milioni di persone. A partire dal 1910, in Sudafrica i bianchi, soprattutto boeri, segregano i neri con una feroce legislazione razziale. Questo breve e incompleto elenco quadro di sintesi serve a capire quale sia la dimensione dei fenomeni di sopraffazione dell’uomo sull’uomo (La deformazione dell’Altro nelle ideologie politiche del XX secolo e la sua attualità nel secolo che si apre, I Corso multidisciplinare di educazione allo sviluppo, Firenze, 3/9/2000). 

“La stazione di Kyoto è fatta di vetro e cemento armato, cubi rifrangenti nella città che il segretario di guerra statunitense Henry Stimson decise di risparmiare dal disastro atomico dopo averla ammirata nel 1926 insieme alla moglie. Tornando in albergo ripenso alla guerra americana contro il Giappone: si fronteggiavano, usando le stesse armi, due soldati dalle opposte concezioni. Gli dei, o chi per loro, avranno sghignazzato, seduti a gambe larghe sui gloriosi scanni, assistendo a questo strano spettacolo.”


Il libro

Eraldo Affinati, Le città del mondo, Feltrinelli, Milano, 2024


Articolo pubblicato sul numero di luglio 2024 della rivista cartacea Leggere:Tutti.


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)

La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020)

Simon Winchester, Terra. Da bene comune a proprietà privata, da luogo di dominio a spazio di lotta

È mai davvero esistita la fine del colonialismo?


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“I meccanismi dell’odio” di Eraldo Affinati e Marco Gatto (Mondadori, 2020)

02 venerdì Ott 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EraldoAffinati, Imeccanismidellodio, MarcoGatto, Mondadori, recensione

Nella società attuale si assiste a un crescendo vorticoso di estremizzazioni e strumentalizzazioni che, non poco, hanno contribuito a ingenerare un clima di tensione e risentimento che spesso, troppo spesso, si concretizza in atti di violenza posti in essere da soggetti che, in fondo, si sentono anche legittimati a compierli essendo in linea con quanto letto, ascoltato oppure visto.

Eraldo Affinati e Marco Gatto, autori de I meccanismi dell’odio, ritengono necessaria una riflessione profonda in questo momento difficile e tormentato che si protrae da almeno venti anni, non solo in Europa. Una riflessione che si concentri più sui nodi irrisolti e sui grovigli non sciolti perché sono forse più importanti finanche delle ipotetiche soluzioni avanzate.

Il libro di Affinati e Gatto si compone di cinque distinte parti scritte, quasi per intero, nel tempo precedente l’esplosione della pandemia. Tuttavia, la Covid-19 è entrata a gamba tesa anche ne I meccanismi dell’odio e, nelle parti aggiunte, gli autori riportano molte riflessioni intorno ad essa.

Per la gran parte, in realtà, sono pensieri, attimi di vita, gesti… dai quali e nei quali gli autori hanno voluto cogliere un segnale, positivo o negativo, comunque un input che li ha aiutati a percepire la direzione verso cui gli italiani stanno andando.

Sono le disuguaglianze sociali il tema da cui partono Affinati e Gatto e intorno al quale costruiscono l’intera parte iniziale del testo. Ed è sempre mantenendo lo sguardo fisso su di esse che sembrano scrivere l’intero libro, o dialogo, come preferiscono indicare il loro scritto. In effetti le voci narranti sono due, quelle degli autori appunto, che si intervallano continuamente, come un dialogo, e ciò in genere non sempre è piacevole per chi legge. Nel libro in oggetto invece potrebbe anche essere stata una buona scelta. L’interruzione a ogni singolo blocco consente al lettore, infatti, di riflettere sulle riflessioni appena lette, perdonate la voluta ripetizione, e prendere quindi del tempo utile anche per assimilare informazioni o formulare considerazioni proprie.

Le disuguaglianze sociali ed economiche, lungi dall’attenuarsi, sono diventate pressoché insostenibili al punto che si è dovuto, per forza di cose, trovare dei responsabili per l’attuale situazione. Il perfetto capro espiatorio è stato individuato nei migranti verso i quali ogni possibile colpa è stata indirizzata. Responsabilità perlopiù presunte che sono state estremizzate e strumentalizzate anche e sopratutto politicamente per veicolare odio, rancore, livore e risentimento delle masse.

Il lungo discorso portato avanti dagli autori nel testo trova la sua conclusione nell’ultima parte dedicata all’esposizione di una condizione-progetto nuova non tanto nei contenuti e nelle idee quanto nella sua realizzazione. Per avere una società diversa bisogna avere cittadini educati in maniera differente. Per fare ciò è necessario partire dalla scuola, istituto principe dell’educazione e formazione delle giovani menti che appartengono ai futuri cittadini.

Quello che propongono Affinati e Gatto, entrambi docenti, è un’esperienza pedagogica innovativa, anche se il termine che meglio sembra identificarla è: alternativa. In quanto per fare meglio a volte non è necessario o non serve innovare nel senso di cambiare tutto, basta o basterebbe anche solo procedere in maniera diversa, differente, alternativa appunto.

Essere insegnante oggi può sembrare un mestiere completamente diverso rispetto al passato eppure, per Affinati, ci sono dei punti fermi immutati, primo tra essi il nocciolo pedagogico. Con tutte le falle, i ritardi, le difficoltà… e qualsiasi negatività si voglia includere, la scuola ogni settembre riparte e lo fa inglobando in sé tutti i giovani e le loro menti ed è bello pensare, come fa l’autore, che in essa ognuno impari a pensare per diventare se stesso. O almeno possa provare a farlo.

Oggi la scuola serve, o dovrebbe servire, anche a diventare cittadini migliori, civili, sociali, magari anche globali, eticamente parlando. Capaci di vedere i fenomeni migratori con occhi che vadano ben oltre razzismi e campanilismi vari, come auspica lo stesso Gatto nel testo.

Ne I meccanismi dell’odio di Eraldo Affinati e Marco Gatto i problemi e le criticità concrete sono molto più ben caratterizzate delle ipotetiche soluzioni. Ciò è voluto ma è anche necessario, perché fin quando non si comprende appieno il problema non ci potrà mai essere una valida soluzione.


Articolo disponibile anche qui


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“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Boringhieri, 2019) 

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Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità. “Classificare, separare, escludere” di Marco Aime (Einaudi, 2020)

Perché abbiamo lasciato che ‘i nostri simili’ diventassero semplicemente ‘altri’? “Somiglianze, Una via per la convivenza” di Francesco Remotti (Editori Laterza, 2019)


 

 

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