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Irma Loredana Galgano

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Angelo Panebianco, Identità e istituzioni. L’individuo, il gruppo, la politica

04 giovedì Dic 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AngeloPanebianco, Identitàeistituzioni, IlMulino, recensione, saggio

Come si formano le identità politiche? Cosa collega le identità personali, individuali, alle identità di gruppo? Quale rapporto c’è tra le identità politiche, i gruppi, le istituzioni? Quesiti che possono essere soddisfatti solo mettendo in relazione le conoscenze acquisite dalla psicologia scientifica in tema di identità, individuali e collettive, con l’analisi istituzionale, con quanto si sa sulla genesi, il funzionamento e le trasformazioni delle organizzazioni e delle istituzioni politiche. Lo scopo che Panebianco si è prefisso nel libro è mettere a fuoco, nei suoi vari aspetti, un fenomeno così complesso in modo tale che risulti evidente la necessità per gli studiosi di superare gli steccati e le barriere disciplinari. 

L’argomento del libro di Panebianco è il rapporto fra le identità politiche (individuali e collettive) e le dinamiche istituzionali: l’unico modo per poterlo affrontare è attingendo a una pluralità di tradizioni disciplinari. Nel corso del Novecento si affermano le specializzazioni disciplinari e si consolidano confini e barriere tra esse. Ma, sottolinea l’autore, non tutti i pesci restano impigliati nella rete. Diversi sono gli studiosi i quali, anche in tempi recenti, hanno condotti studi che avvicinavano due o più discipline e lo stesso Panebianco basa la sua indagine sulla necessità di erodere il confine tra le scienze sociali e, più precisamente, fra le scienze del macro (soprattutto scienza politica e sociologia) e la psicologia, nella ferma convinzione che ai politologi sia utile fare ricorso alle conoscenze acquisiste dalla psicologia per comprendere vari aspetti dei processi politici, e che agli psicologi sia parimenti utile tenere conto dei contesti istituzionali per spiegare credenze, atteggiamenti e comportamenti individuali e di gruppo.

L’identità è il tratto qualificante di una persona, riconoscibile proprio grazie a determinati caratteri. I valori provengono da un contesto diverso dallo spazio intimo in cui la persona coltiva la propria identità. C’è, quindi, il rischio che l’adesione a certi valori, ove non sia il frutto di una spontanea espressione di volontà, finisca col mortificare proprio quella libertà e autonomia dalle cui manifestazioni concrete dipende il progressivo affinamento dell’identità personale. Detto altrimenti, c’è il rischio che la persona debba piegare o, quanto meno, adattare la propria identità alla supremazia coattiva dei valori, rinunciando a una parte più o meno rilevante e cospicua di libertà e autonomia. Importante è, quindi, l’individuazione di un percorso metodologico, costruito intorno alla centralità della persona, che permetta ai “valori” di concorrere al processo di graduale definizione dell’identità personale senza che gli stessi attentino alla integrità dell’indefettibile e irretrattabile autonomia della persona stessa. 

La persona può essere considerata quale entità che si muove su tre piani: quello psicobiologico (dimensione individuale); quello comunitario (dimensione sociale); quello istituzionale (dimensione politica). Il primo piano riguarda i rapporti della persona con sé stessa, il secondo i rapporti con gli altri consociati, il terzo i rapporti con l’autorità. Per cui si ipotizza che l’identità personale scaturisca dalla combinazione di identità individuale, identità sociale, identità politica1.

La domanda ora è se e in quale misura lo Stato, che incarna l’autorità e il potere, sia legittimato a concorrere a definire l’identità personale, agendo su quel segmento della stessa indicato come identità politica. 

Lo Stato e la persona, pur avendo molteplici occasioni di contatto e di interazione, dovrebbero muoversi su piani distinti quanto alla identità personale2.

La politica, sottolinea Panebianco, ha due peculiarità: la prima è la territorialità – all’universalismo, almeno tendenziale, dell’economia o della cultura, si contrappone il particolarismo (territoriale) della politica -, la seconda è l’uso della forza – peculiarità connessa alla possibilità del ricorso alla violenza fisica. 

La politica è, prima di tutto, un gioco contro personam3, implica sempre un conflitto. I rapporti tra governanti e governati sono dominati dalla «paura». La paura dei governati di essere oppressi dai governanti, la paura dei governanti che i governati si ribellino4.

Per cui la società non è soltanto un luogo di potenziale collaborazione tra le parti: è un contesto in cui si consumano ingiustizie, antagonismi, diseguaglianze, divisioni5.

È tuttavia doveroso fare una distinzione tra Stato liberale e Stato etico. Accedendo alla prospettiva liberale è giocoforza ammettere che l’identità personale sia il frutto specifico di un esercizio quotidiano di libertà e di autonomia. Se il perno intorno al quale ruota questa filosofia è la libertà, allora ciò che connota in modo esclusivo la persona stessa rappresenta il confine che l’autorità non può mai oltrepassare. Per un liberale, lo Stato garantisce la pace e l’ordine, distribuendo diritti e doveri, autorizzando le istituzioni all’uso della forza per ripristinare la legalità violata, presidiando la sovranità interna contro il rischio di ingerenze e aggressioni da parte di altri Stati. Stando così le cose, appare chiaro che l’opera di progressivo affinamento dell’identità personale non possa che essere un fatto individuale, una questione di coscienza propria e incoercibile della persona. Attraverso l’equilibrio così raggiunto dei diritti, lo Stato deve porre i cittadini nella condizione di educare sé stessi6. Il che significa conformare la propria esistenza all’identità che ogni persona possiede in via esclusiva. Forse, l’unico contributo che lo Stato offre al processo di emersione dell’identità personale è la cura verso la libertà degli altri. La filosofia liberale, dunque, è ostile a ogni impostazione organica dell’etica che subordini la persona a entità superiori, a cominciare proprio dallo Stato. 

All’opposto si muove lo Stato etico che ha visto in Hobbes prima e in Hegel poi i suoi più autorevoli cultori. Per Hegel, lo Stato è sostanza etica consapevole di sé, quale unità e fusione di moralità e diritto astratto. Esso, dunque, assurge a fine supremo e arbitro assoluto del bene e del male. 

Tra queste due contrapposte concezioni si colloca, però, la storia: un lungo e multiforme tragitto che ha visto alternarsi momenti di dominio tangibile della dimensione comunitaria a frangenti nei quali lo Stato, e l’autorità da esso incarnata, hanno assunto sembianze preponderanti sino a mettere in secondo piano la stessa autonomia sociale7.

L’identità del soggetto non si fonda però su un’esclusiva e onnicomprensiva visione del mondo, che fornisce indicazioni tanto dal punto di vista valoriale che per l’agire quotidiano, ma si costruisce attraverso pluriappartenenze, con la conseguenza del non poter più parlare di assolutizzazione dell’identità sociale8. Le condizioni di vita tipiche della società post-moderna e globale consentono agli attori sociali una maggiore libertà nella definizione della propria posizione sociale e successivi riadattamenti9. La loro quotidianità appare infatti caratterizzata da continui e profondi processi di riorganizzazione del tempo e dello spazio, differenziazione, disaggregazione che rendono le interazioni sociali sempre più complesse e interconnesse, fornendo all’individuo molteplici possibilità di scelta e introducendo una costante dimensione di incertezza10.

C’è poi un ulteriore aspetto trattato da Panebianco, ovvero in che modo l’insieme di relazioni politiche convenzionalmente definito “politica internazionale” condiziona le identità collettive e, a sua volta, ne è condizionato. 

Le democrazie europee attraversano un momento di forti difficoltà. Per una molteplicità di cause. Ne Vecchio Continente stato nazionale e democrazia sono due facce della stessa medaglia. Molte delle difficoltà che oggi sperimentano le democrazie europee sembrano derivare da uno scollamento, e dalle connesse tensioni, fra lo stato nazionale e il regime politico democratico. Stato nazionale e democrazia in Europa sono messe sotto pressione a causa di tre sfide e del loro intreccio: gli effetti dell’accresciuta interdipendenza internazionale; le migrazioni e la conseguente trasformazione degli stati nazionali europei in stati multietnici; le minacce alla sicurezza. La pressione concomitante di queste tre sfide provoca riallineamenti e cambiamenti nelle identità politiche. 

Panebianco descrive l’attuale situazione europea come la sovrapposizione di un’arena hobbesiana militare e un’arena hobbesiana civile. I cittadini hanno perso i punti di riferimento della loro identità politica “tradizionale” e altalenano tra posizioni favorevoli alla globalizzazione e posizioni contrarie alla globalizzazione, tra posizioni europeiste e atlantiste e anti-europeiste e anti-atlantiste, tra favorevoli all’immigrazione e contrari all’immigrazione. 

Vacillando l’identità collettiva ne risente giocoforza anche quella individuale e qui si ritorna al punto centrale dell’indagine dell’autore: la necessità di un approccio multidisciplinare per comprendere innanzitutto quanto sta accadendo e tentare poi di trovarne le soluzioni. 

Il libro

Angelo Panebianco, Identità e istituzioni. L’individuo, il gruppo, la politica, Il Mulino, Bologna, 2025.


1Q. Camerlengo, Valori e identità: per un rinnovato umanesimo costituzionale, in Consultaonline, 15 giugno 2022.

2Q. Carmelengo, op.cit.

3G. Sartori, Elementi di teoria politica, Il Mulino, Bologna, 1987.

4G. Ferrero, Potere. I Geni invisibili della Città, SugarCo, Milano, 1981.

5P. Birnbaum, Conflitti, in R. Boudon (a cura di), Trattato di sociologia, Il Mulino, Bologna, 1996.

6W. Von Humboldt, Saggio sui limiti dell’attività dello Stato, Giuffrè, Milano, 1965.

7Q. Carmelengo, op.cit.

8F. Crespi, Le identità distruttive e il problema della solidarietà, in L. Leonatini (a cura di), Identità e movimenti sociali in una società planetaria, Guerini, Milano, 2003.

9L.M. Daher, Che cos’è l’identità collettiva? Denotazioni empiriche e/o ipotesi di ipostatizzazione del concetto, in SocietàMutamentoPolitica, Firenze University Press, Firenze, vol. 4, n. 8, 2013.

10A. Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Il Mulino, Bologna, 1994.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Marco Doria, Filippo Pizzolato, Adriana Vigneri, Il protagonismo delle città

06 giovedì Feb 2025

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AdrianaVigneri, FilippoPizzolato, IlMulino, Ilprotagonismodellecittà, MarcoDoria, recensione, saggio

Il fenomeno urbano ha caratterizzato l’età contemporanea ed è tratto distintivo del XXI secolo, definito appunto il secolo delle città. 

All’inizio del XXI secolo il processo di globalizzazione sembrava destinato a ineluttabili avanzamenti, generalmente valutati in modo positivo, con un contestuale “ridimensionamento” del ruolo degli Stati nazionali a favore delle forze dinamiche del mercato e delle istituzioni sovranazionali, lasciando spazio anche a un nuovo protagonismo delle città. Quanto accaduto negli ultimi anni (la pandemia e i suoi effetti, la guerra russo-ucraina, le tragiche vicende del Medio Oriente) ha invece rilanciato il peso e l’importanza degli Stati come fondamentali, ancorché esclusivi, attori, nel bene e nel male, delle politiche. Ciò nondimeno le città continuano a essere spazio privilegiato per progettare e attuare strategie in grado di farci almeno avvicinare agli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati nell’Agenda 2030 delle Nazioni unite. 

Oggi viviamo nel secolo delle città e dovremmo di conseguenza aggiornare le nostre mappe mentali. La realtà sta cambiando rapidamente mentre noi siamo fermi a una lettura Stato-centrica delle relazioni internazionali. Con la Pace di Westfalia del 1648, le città sono state espulse dal nostro orizzonte intellettuale dopo che per secoli erano state il fulcro della vita globale. Oggi esse tornano a guadagnare centralità, ma noi fatichiamo a prenderne atto perché ragioniamo ancora in termini westfaliani. Oggi alcune delle nostre attività più importanti hanno luogo nelle città, tuttavia noi vediamo solo gli Stati come attori della politica globale. Eppure la politica internazionale è fortemente influenzata da un numero crescente di città sempre più attive nello scacchiere globale. Città che sviluppano reti di gemellaggi e progetti, condividono informazioni, firmano accordi di cooperazione, contribuiscono a plasmare politiche nazionali e internazionali, forniscono aiuti allo sviluppo e assistenza ai rifugiati, competono nel marketing territoriale attraverso forme di cooperazione decentralizzata. 

Le città fanno oggi quello che i “comuni” erano soliti fare secoli fa: cooperano ma allo stesso tempo danno vita a una forte dinamica competitiva. Per questa ragione, se vogliamo comprendere davvero le dinamiche socio-politiche planetarie, dobbiamo avere due mappe mentali in testa, una Stato-centrica e una non-Stato-centrica.1

Vi sono almeno due logiche diverse dietro l’attuale attenzione al ruolo dei centri urbani. In primo luogo, la logica dell’efficienza e dell’efficacia: un’abile governance urbana è vista – in particolare da sindaci animati da determinazione personale – come lo strumento più adatto per raggiungere una qualche efficacia al livello sociale in ragione dei suoi caratteri di immediatezza esecutiva e prossimità ai cittadini. Poi c’è la logica della democrazia: una buona governance urbana è vista come lo strumento più adeguato per implementare l’ideale democratico; gli enti locali diventano un mezzo per raggiungere l’empowerment delle comunità e l’auto-determinazione democratica. La diplomazia della città, in qualche modo, connette direttamente i cittadini locali con le vicende globali, contribuendo a superare i deficit democratici a livello internazionale.2

Città come Los Angeles, Londra e Tokyo hanno un ruolo di guida economica e identitaria sia per se stesse sia per i Paesi che rappresentano. L’Italia è un Paese fondato sulle città e la nostra storia – dall’epoca dei comuni alle istanze autonomiste odierne – ci ricorda quanto l’attaccamento alla comunità locale sia spesso più forte del legame con lo stato centrale. Ma oggi l’avvento delle megacity impone un cambiamento di politica che ci consenta di superare la frammentarietà e riuscire a giocare con successo un ruolo di rilievo nel “secolo delle città”. In questa prospettiva un’ispirazione per l’Italia può venire da Milano, ritenuta in questi anni un modello dalle più autorevoli agenzie internazionali, dalle aziende, dai turisti, dai milanesi.3

Nel testo le città sono indicate come reti di flussi lungo cui si muovono merci, persone e capitali. Centri direzionali dell’economia mondiale, luoghi e mercati essenziali, centri dell’innovazione e della ricerca.

L’evoluzione della città si manifesta attraverso un percorso nella direzione di un sistema insediativo sempre più complesso e comprensivo, verso un sistema interagente di funzioni di varia natura e rango, un prodotto di intelligenze collettive e un incrocio di flussi globali e locali: la stessa natura collettiva della città si ribella con vigore alla monofunzionalità, al consumo di suolo come paradigma e alla solidità come configurazione identitaria. Nella società liquida, alla città rigidamente divisa per parti e per funzioni, alla città per recinti, si sostituisce la “città molteplice”, non solo multifunzionale al suo interno, ma anche nodo complesso di un’armatura planetaria di città in cui si intrecciano numerose reti locali e globali. Con il rischio però che l’esito, piuttosto che una identità molteplice e ricca, sia quello di una perdita di identità alla rincorsa perenne di modelli eteroprodotti. All’emergere delle molteplicità deve corrispondere un incremento della responsabilità, traducibile in un triplice impegno: verso l’ambiente, verso l’identità culturale e verso la cooperazione.4

Le città appaiono solitamente inserite dentro il “sistema paese”, ne condizionano le dinamiche e da queste sono condizionate. La crisi persistente ha aumentato la povertà, ne ha generato forme nuove, ha acuito le disuguaglianze: si tratta di fenomeni che si concentrano in particolare nelle aree urbane che divengono dunque lo spazio decisivo per l’attivazione di politiche atte a fronteggiare tali emergenze. Ma gli autori sottolineano che, oltre a mitigare gli effetti negativi della crisi sul piano sociale, le città sono chiamate a essere driver di sviluppo. Nell’età della quarta rivoluzione industriale le città sono interessate, o almeno dovrebbero esserne campo di applicazione, da politiche volte a renderle più green e smart. 

Non è sempre facile capire cosa si intenda esattamente per smart city anche perché, man mano che il concetto originario veniva esteso per rispondere alle critiche, l’espressione ha assunto un senso onnicomprensivo: si è passati da un significato che considerava “intelligente” una città in cui era forte e pervasivo il ruolo delle tecnologie a una città la cui intelligenza è multidimensionale e si basa soprattutto sull’intelligenza dei suoi abitanti. Insomma, alla fine, una delle tante parole-ombrello che contengono poco o troppo, alla fine piene di vuoto. I termini sostenibilità e resilienza, tra gli altri, soffrono di questo stesso rischio: se tendono ad allargare il loro ambito, perdono di precisione e di rilevanza, si annacquano. Non è possibile pensare a città intelligenti (smart cities) che non siano in primo luogo città sane (healthy cities), anche se è vero che l’uso delle nuove tecnologie può dare impulso fondamentale per ripensare e realizzare la qualità della vita urbana. Ma soprattutto non si può immagina una “città sana” che non stia dentro un “territorio intelligente”, ovvero un territorio che sappia ricomporre la frattura città/campagna dotando tutte le sue parti di un’elevata qualità ambientale e paesaggistica e di infrastrutture e reti che ne garantiscano le funzionalità.5

Uno smart land è un ambito territoriale nel quale attraverso politiche diffuse e condivise si aumenta la competitività e l’attrattività del territorio, con un’attenzione particolare alla coesione sociale, alla diffusione della conoscenza, alla crescita creativa, all’accessibilità e alla libertà di movimento, alla fruibilità ambientale e alla qualità del paesaggio e della vita dei cittadini.6 La smartness si concretizza in una più accentuata digitalizzazione del sistema economico e della pubblica amministrazione. Nel testo si pongono al riguardo questioni rilevanti inerenti ai temi delle piattaforme, della loro non frammentazione e del loro controllo, che rimandano tanto a delicati equilibri tra soggetti pubblici diversi quanto al rapporto tra attori pubblici e gruppi privati. Un invito a riflettere sull’insieme di relazioni bidirezionali tra città (o enti locali), Stato e mercato.

Il libro

Marco Doria, Filippo Pizzolato, Adriana Vigneri, (a cura di) Il protagonismo delle città. Crisi, sfide e opportunità nella transizione, Il Mulino, Bologna, 2024.

La redazione del volume è stata curata da Alessandra Miraglia.


1R. Marchetti, Il secolo delle città. Perché i nuovi centri urbani sono i luoghi più adatti per accogliere le sfide del futuro, Luiss Open, 16 aprile 2021.

2R. Marchetti, op.cit.

3G. Sala, Milano e il secolo delle città, La Nave di Teseo, Milano, 2018.

4M. Carta, Dalla Carta di Machu Picchu all’agenda per le città del XXI secolo, in A.I. Lima (a cura di), Per un’architettura come ecologia umana. Studiosi a confronto, Jaca Book, Milano, 2010.

5F. Angelucci (a cura di), Smartness e healthiness per la transizione verso la resilienza. Orizzonti di ricerca interdisciplinare sulla città e il territorio, Franco Angeli, Milano, 2018.

6A. Bonomi, R. Masiero, Dalla smart city alla smart land, Marsilio, Venezia, 2014.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Alessio Ricci, La lingua di Leopardi

06 venerdì Dic 2024

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AlessioRicci, IlMulino, LalinguadiLeopardi, recensione, saggio

Una delle qualità fondamentali della lingua e dello stile di Leopardi è senza dubbio la varietà. Una varietà linguistica e stilistica che è in primo luogo il riflesso della varietà di generi letterari che egli ha sperimentato: dalla lirica suprema dei Canti alla poesia narrativa e corrosiva dei Paralipomeni, dalla prosa fantastica e metafisica delle Operette a quella monolitica ed “europea” dei Pensieri, fino all’Epistolario e lo Zibaldone. Esperimenti che hanno avuto la forza di innovare in profondità, talora dalle fondamenta, il modo di fare letteratura in Italia e fuori da essa.

«La lingua italiana è piuttosto un complesso di lingue che una lingua sola, potendo tanto variare secondo i vari soggetti, e stili, e caratteri degli scrittori che quei diversi stili paiono quasi diverse lingue, non avendo presso che alcuna relazione scambievole.»1

Leopardi era consapevole dello stretto rapporto che lega la lingua alla cultura e alla nazione: «La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la storia delle lingue è la storia della mente umana».2 Ma nel momento in cui egli sposta il problema teorico della lingua a quello dei parlanti e alla storia delle idee veicolate appunto tramite la lingua s’imbatte nella dicotomia categoriale insita nella prospettiva sociolinguistica di ogni idioma: da una parte il punto di vista che privilegia l’uniformità e l’omogeneità e dall’altra quello che sottolinea la varietà e la molteplicità. Il prevalere di una delle caratteristiche sull’altra è strettamente connesso al tipo di organizzazione sociale di cui la lingua è uno strumento comunicazionale.3

In Italia, l’assenza di unità della nazione ha affidato un ruolo fondamentale, nella omogeneità normativa linguistica, al primato artistico e letterario svolto tra il quattordicesimo e il sedicesimo secolo da Firenze e dalla Toscana. Ma questa omogeneità, secondo Leopardi, sarebbe «cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia nella lingua».4 In comune con Manzoni eglilamenta la mancanza di un’unità nazionale e di una capitale che possa aver favorito la standardizzazione della lingua ma, a differenza dello scrittore lombardo, non accetta come soluzione linguistica unificante quella di «risciacquar i panni in Arno», scelta adottata da Manzoni a partire dal 1827. In qualche modo Leopardi anticipa il concetto di sistema, che è alla base del Cours de linguistique générale di De Saussure, quando affronta la dinamica che ogni poeta dovrebbe tener presente tra adozione di una lingua “comune e nazionale” e riutilizzo di forme antiche che favoriscono nel lettore l’accesso all’evocazione del passato e la proiezione nell’immaginario.5

Nell’ottica di Leopardi, tutto ciò che è umano ha a che fare in qualche modo con la lingua: letteratura, politica, storia nazionale, sistema delle idee.6 Per il poeta recanatese la lingua andrebbe a incidere anche sulla memoria.

«La poca memoria de’ bambini e de’ fanciulli, che si conosce anche dalla dimenticanza in cui tutti siamo de’ primi avvenimenti della nostra vita, e giù giù proporzionatamente e gradatamente, non potrebbe attribuirsi (almeno in gran parte) alla mancanza di linguaggio ne’ bambini, e alla imperfezione e scarsezza di esso ne’ fanciulli?»7

La parola costituisce l’uomo, ma costituisce l’uomo perché essa crea il mondo nel quale vive e opera l’uomo. La parola, intesa come capacità di dare un nome alle cose, di verbalizzare le esperienze presenti, di ricordare quelle passate, di progettarne altre e, infine, di fare una serie di operazioni con esse, come operazioni di selezione e di combinazione di parole, creando nuovi significati. Privo della parola, l’uomo non avrebbe mai potuto intendere e volere una qualunque cosa, avere memoria e ricordare eventi passati, programmare la sua esistenza e progettare il futuro. Non si sarebbe mai neanche posto tutti questi interrogativi.8

Leopardi ha speso “la favola della vita” a ragionare sulla natura, sull’uomo, sulle letterature e sulle lingue, e lo ha fatto nel solo modo possibile: attraverso le parole. 

Il panorama della situazione linguistica e culturale dell’Italia della Restaurazione è caratterizzato dal problema della costruzione di una lingua nazionale moderna che non aveva ancora trovato una soluzione soddisfacente, e dalla scissione tra lingua parlata e scritta. In questo contesto egli assume una posizione originale, dettata dal suo personale modo di considerare le lingue, alternativa sia al purismo che ai suoi detrattori. Mancando letteratura, la lingua è rimasta quella illustre del tempo antico, che non è idonea a esprimere nuove idee. Per uscire da questa situazione, Leopardi propone in un certo senso di rimettere in cammino la lingua italiana, di ridarle nuova linfa culturale e vigore, tenendo conto però della sua ricca, variegata e inestimabile storia.9

Un letterato di primo Ottocento aveva a disposizione una quantità di varianti fonologiche e morfologiche davvero notevole. Se questa spiccata varietà di forme – nei secoli precedenti era ancora maggiore, mentre oggi è ridottissima – per uno scrittore come Manzoni, sensibile alla funzione sociale del linguaggio, poteva persino rappresentare un ostacolo al processo di unificazione linguistica ancora di là da venire, era invece linfa vitale per alimentare l’impegno creativo di un autore come Leopardi, costantemente alla ricerca di forme di lingua e di stile sempre diverse, che potessero esprimere tutta la varietà del suo “pensiero in movimento”.10

In realtà, sottolinea Ricci, non sempre la scelta tra un’opzione e l’altra era in effetti libera: spesso era invece condizionata da fattori legati al tipo di testo che si stava scrivendo oppure alle caratteristiche di un certo genere di scrittura. Però è innegabile che avere a disposizione due o più alternative per uno stesso referente moltiplica le soluzioni in relazione sia alla variatio lessicale sia alla metrica. 

L’aggettivo solitario viene utilizzato da Leopardi in due titoli (La vita solitaria e Il passero solitario) e in altre dieci occasioni. Accanto a esso, il poeta si serve anche dei più lirici ermo, romito e solingo. La scelta è dipesa, di volta in volta, dalla varia modulazione sia delle implicazioni metriche (si va dalle due sillabe di ermo che, iniziando in vocale, può legarsi in sinalefe anche con la parola precedente, alle quattro di solitario) sia delle distribuzioni interne al singolo canto o al libro intero. 

Quando il poeta, per esprimere la stessa cosa, ha a disposizione due o più risorse lessicali, la sua opzione sarà dettata dal livello stilistico del componimento. Nei Canti incontriamo otto volte un verbo di uso comune come prendere, mentre solo due volte il più familiare pigliare e sempre in contesti stilisticamente umili: nella prima lassa della Quiete (caratterizzata da “modestia di registro”).11 Anche quando Leopardi ricorre a un accostamento non inedito, la pregnanza e la “leopardianità” dell’attributo rendono quell’accostamento nuovo e originale. È stato preso in esame il celeberrimo “lenta ginestra” dell’attacco dell’ultima strofa della canzone: «E tu, lenta ginestra, / Che di selve odorate / Queste campagne dispogliate adorni».12 La ginestra leopardiana, stante la condizione di pieghevolezza, diventa un’allegoria di chi non si oppone alla sua sorte con vano orgoglio o con vili lamenti, ma accetta la legge della natura e la propria morte con consapevolezza e dignità.13

La ricerca di un adeguato strumento linguistico è collegata sempre alla scelta dei contenuti da esprimere, ai sistemi di idee che le parole rappresentano e fanno circolare. La posizione di Leopardi è piuttosto isolata nel dibattito del tempo dove, dopo l’esperienza riformatrice, la discussione sulla questione della lingua tendeva a ripresentarsi solo come ricerca linguistica fine a sé stessa, sterile e inutile, o come espressione retorica priva dello spessore culturale e molto distante, quindi, dai modelli di eloquenza che erano operanti a metà Settecento. Il dissenso che egli manifesta nei confronti della cultura del tempo è molto forte: «Tutte le opere letterarie italiane d’oggidì sono inanimate, esangui, senza moto, senza calore, senza vita».14 La mancanza di una lingua e di una società moderna in Italia dipende dalla mancanza di una nazione, dalla sua nullità politica e militare, dal fatto che è priva di una capitale, una letteratura, un teatro, una conversazione sociale, cioè di quelle istituzioni che assicurano una uniformità di opinioni e di costumi che è poi alla base della coesione sociale.15

La diagnosi di Leopardi della società italiana e delle forze politiche e culturali che governano l’opinione pubblica ricalca quel nesso tra letteratura e lingua, collegato a sua volta a quello, altrettanto centrale, tra nazione e lingua, e che si risolve nella reciproca determinazione fra condizioni linguistiche, condizioni politiche e forme della produzione culturale, il cui intreccio può ricordare l’impostazione che Gramsci avrebbe considerato molto tempo dopo la questione della lingua.16 Sul fatto che Leopardi cercasse consapevolmente e tenacemente la propria lingua poetica non c’è dubbio. La ricerca di lingua e di stile è orgogliosamente dichiarata nelle Annotazioni alle dieci canzoni. Le fittissime pagine delle annotazioni linguistiche sono un duello col Vocabolario della Crusca e coi reali o supposti critici puristi, volto a denunciare le lacune di quel dizionario e a integrarle coi testi canonici, a dimostrare la propria ortodossia alla tradizione sancita da quel dizionario stesso e insieme ad affermare la propria libertà e creatività.17 I grandi poeti sono anche grandi architetti.18Leopardi architetto si vede sia nelle microstrutture (disposizione delle parole o vari fenomeni microsintattici) sia nelle macrostrutture (dalla creazione della singola strofa o del singolo periodo alla composizione dell’intero testo). E allora, come evidenzia Ricci, al pari di una partitura musicale, le poesie e le prose leopardiane si configurano in una poliedrica varietà di soluzioni, dove costanti e varianti vengono intessute e dosate per inseguire, di volta in volta, la lingua e lo stile che Leopardi riteneva più adatti alle cose da dire. 


Il libro

Alessio Ricci, La lingua di Leopardi, Società Editrice Il Mulino, Bologna, 2024.


1G. Leopardi, Zibaldone.

2G. Leopardi, Zibaldone.

3A. Luzi, Le mythe repensé dans l’œuvre de Giacomo Leopardi, Presses universitaires de Provence, Aix-en-Provence, 2016.

4G. Leopardi, Zibaldone. 

5A. Luzi, op.cit.

6F. D’Intino, L. Maccioni, Leopardi: guida allo Zibaldone, Carocci, Roma, 2016.

7G. Leopardi, Zibaldone.

8R. Pititto, Processi linguistici e processi cognitivi. Verso una teoria della mente, Unina – Università degli Studi di Napoli, 2004.

9A. Prato, Il rapporto tra linguaggio e società nella filosofia di Leopardi, in Natura Società Letteratura, Atti del XXII Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Bologna, 2018.

10S. Solmi, La vita e il pensiero di leopardi, in G. Pacchiano (a cura di), Studi leopardiani, Adelphi, Milano, 1987.

11P.V. Mengaldo, Leopardi antiromantico. E altri saggi sui Canti, Il Mulino, Bologna, 2012.

12G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto.

13P.V. Mengaldo, L’epistolario di Nievo: un’analisi linguistica, Il Mulino, Bologna, 2006.

14G. Leopardi, Zibaldone.

15A. Prato, op.cit.

16S. Gensini, Leopardi «filosofo linguista italiano», XLIX-L.

17G. Nencioni, La lingua del leopardi lirico, in Id., La lingua dei “Malavoglia” e altri scritti di prosa, poesia e memoria, Morano, Napoli, 1988.

18P.V. Mengaldo, Leopardi antiromantico, op.cit.


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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale

22 venerdì Mar 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AnthonyPagden, IlMulino, Oltreglistati, recensione, saggio

Oggi si tende a pensare all’Occidente non tanto come a un luogo, quanto piuttosto a un insieme di culture differenti ma connesse, a una serie di modi di pensare e valori comuni, di eventi storici condivisi, seppur diversi. Con “Occidente” Condorcet intendeva un gruppo di popoli: gli europei e quelli di origine europea che, a seguito della imponente espansione degli imperi, si erano stanziati in ogni angolo del pianeta, dall’Atlantico al Pacifico. Una delle caratteristiche più significative della civiltà di questi popoli è lo stato-nazione, ovvero uno stato che riuniva in un unico territorio, sotto un unico ordinamento giuridico e un unico sovrano piccole comunità che in precedenza erano disperse e quasi a stento riconoscevano l’esistenza delle altre. 

Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli stati coloniali e gli stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. Lo stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli stati e al loro interno. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. Abbracciare la modernità ha significato abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come civilizzata e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.1

Era opinione ampiamente condivisa che questa fosse la sola forma politica in cui si potesse applicare lo stato di diritto senza difficoltà, l’unica che avrebbe generato prosperità economica e coerenza politica e sociale. Fin dalla sua nascita, ogni stato-nazione ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altri stati della stessa natura. Pagden sottolinea quanto, i primi profeti del nazionalismo – Johann Gottfried Herder e Giuseppe Mazzini – credevano che tale convivenza potesse essere pacifica, che tutti gli stati del mondo si sarebbero relazionati armoniosamente in nome di una fratellanza universale. Ovviamente le cose sono andate diversamente.

La nazione e la sua potente e cieca difesa, negli ultimi due secoli hanno causato in Europa e altrove conflitti più sanguinosi di qualsiasi altro che li ha preceduti. 

Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omologata per costituire una nazione. La violenza impiegata nella costruzione di una nazione è un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure è un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista?2

Pagden sottolinea come in tempi recenti si stia riaffermando con forza l’idea che lo stato-nazione sia l’unica forma politica destinata a durare e la quintessenza della vita sociale e politica moderna nonostante il dato di fatto che la gran parte degli stati odierni sia debole, fallimentare e disfunzionale. 

Nello stesso tempo, tuttavia, continua a crescere il potere e il numero delle istituzioni internazionali, e in egual misura aumenta la consapevolezza che, indipendentemente dal luogo in cui viviamo, dal nostro livello di ricchezza o di potere e dallo stato cui apparteniamo, condividiamo tutti lo stesso pianeta. 

Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazione.

La tendenza alla globalizzazione occidentale convive, invero entro i suoi stessi confini territoriali, con un’altra tendenza: la frammentazione. Più forte o comunque più evidente della prima, che esprime sia processi generali di diversificazione socio-economica e culturale (localismo, regionalismo), sia tensioni e processi di frantumazione e ricomposizione politico-territoriali a livello statuale, inter-statuale o transfrontaliero (federalismo, autonomismo regionale, indipendentismo, secessionismo, nazionalismo e micro-nazionalismo spesso di natura etno-religiosa). Le dinamiche di globalizzazione e di frammentazione rappresentano vere e proprie sfide per lo stato-nazione, inteso come sistema di delimitazione spaziale e di regolazione istituzionale dei processi interni e internazionali di potere, di legittimazione e di appartenenza collettiva.

L’immagine di un “nuovo mondo” uniformato e pacificato in base al primato dei principi economici del libero scambio globale, dei principi del globalismo giuridico e dell’universalismo dei diritti umani, era già stata criticata all’indomani della caduta del Muro di Berlino, del tracollo del comunismo sovietico e del tramonto del sistema internazionale bipolare. 

La visione della “civiltà al singolare” è tipica di una certa vocazione all’universalismo propria della civiltà occidentale, con tutti i limiti e i rischi o paradossi etico-politici che essa comporta, specie quando l’opera “civilizzatrice” si imbatte nella resistenza di coloro che si vorrebbe “civilizzare”.3

Il concetto di nazione presuppone un passato, generalmente costituito da conflitti che definiscono entità statuali all’interno di confini definiti. La nazione, ricorda Pagden, a differenza dello stato al quale è connessa, è una creazione dell’immaginazione collettiva dei suoi cittadini: richiede il racconto di una storia “nazionale”, che rappresenti il percorso apparentemente inevitabile verso l’unità. Ciò che ogni nazione possiede e che le ha consentito di persistere nel tempo e alla fine di trionfare su altre nazioni è proprio lo stato, ovvero una particolare concezione del potere. E ciò che ha legato il concetto di stato all’idea di nazione è stato principalmente la nozione di “sovranità”. 

Lo stato-nazione, ossia l’applicazione di un potere sovrano a una società civile multiforme, per restare unito, sopravvivere e prosperare necessitava di qualcosa di più, di un’ideologia: il nazionalismo. 

Offuscato dal retaggio del fascismo e del nazionalsocialismo, oggi il nazionalismo appare come una forma di tribalismo che sa di xenofobia, ignoranza, fanatismo, faziosità e aperto razzismo. Eppure, secondo l’analisi dell’autore, non è sempre stato populista e autoritario. 

Come affermava Jürgen Habermas, la nazione che trova la sua identità non nella comunanza etnica e culturale, sostenuta da simboli, immagini, miti storici ed elementi simili, ma – come la concepiva Mazzini – nell’esercizio attivo del diritto di partecipazione e comunicazione da parte dei cittadini sembra, di fatto, l’esatto opposto di ciò che oggi viene definito “nazionalismo”. 

Lo stato-nazione doveva essere un organismo a sé stante, tuttavia per realizzarsi e sostenersi, come sottolineava Hegel, doveva anche contrapporsi a un altro diverso da sé, che aspirava a dominare per conservare il senso di sé. 

«Non avete veduto, sin dal principio dell’esistenza della nazione, che lo spavento di essa è stato l’unico fantasma pauroso per cui il mondo intero ha tremato?» (Rabindranath Tagore, 1917). 

Nel corso di XX e XXI secolo, l’umanità ha subito un’evoluzione tale che già Raymond Aron nel 1960 definiva mutazione. L’intero libro di Anthony Pagden ruota intorno a essa, nel tentativo di tracciarne il corso e, soprattutto, delineare la direzione che potrebbe prendere in futuro. 

Globalizzazione e governance sono termini che hanno mutato la percezione del mondo e orientato l’azione di istituzioni pubbliche e attori privati; parte di quello “shock of the global” che ha segnato i decenni tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso.4 Un trauma prodotto dall’abbattimento dei vincoli nazionali al mercato globale che ha assunto le vesti di una trasformazione politica per la quale gli stati-nazione sono attraversati, condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità, reti.5 Della globalizzazione, la governance rappresenta il correlato politico esprimendo l’aspirazione a un governo senza Governo del mondo. La globalizzazione è stata a lungo discussa a partire dalla convinzione che essa comporti innanzitutto un ridimensionamento degli stati sotto la spinta degli attori globali, dei mercati economico-finanziari, dei nuovi spazi macro-regionali. Il nesso stretto tra democrazia e sovranità rivela due presupposti che segnano il dibattito sulla globalizzazione e la democrazia: il primo è che gli stati liberal-democratici non possono che essere stati sovrani; il secondo, è che solo in quanto sovrani essi possono effettivamente essere democratici. La sovranità democratico-liberale deve essere popolare perché deve esprimere l’unità, l’autonomia e l’autogoverno rappresentativo di una comunità politica.6 Nella globalizzazione, alla fin fine, lo stato si ristruttura oltre gli orizzonti della territorialità e della sovranità, entrando in rapporto con nuovi attori, nuove modalità di produrre poteri e con geografie inedite.7

Pagden si chiede quali caratteristiche avrebbe una “società civile globale” fatta di nazioni. E anch’egli giunge alla conclusione che internazionalizzazione e globalizzazione solo in apparenza sembrano smantellare lo stato-nazione. Questo è una costruzione politica, un curpus giuridico, uno spazio geografico e immaginario in cui individui vivono e interagiscono; fornisce inoltre una misura di sicurezza, di identità e ci permette di formulare qualche ipotesi sul futuro. Lo stato mostra un modo di vivere, come in precedenza avevano fatto, su scala più ridotta, il villaggio, la parrocchia, la tribù. 


Il libro

Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale, Il Mulino, Bologna, 2023. 

Traduzione di Giovanni Mancini.


1M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.

2M. Mamdani, op.cit.

3G. Nevola, Il modello identitario dello stato-nazione. Genesi, natura e persistenza, Quaderni di Sociologia, 44 – 2007.

4N. Ferguson, C.S. Majer, D.J. Sargent, Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press, Boston, 2010.

5U. Beck, Che cos’è la globalizzazione, Carocci, Roma, 1999.

6A. Arienzo, Lo Stato nella globalizzazione e la governance economica della politica, Scienza & Politica, vol. XXIX, n° 57, 2017.

7C. Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna, 2001.

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

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Mahmood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

È mai davvero esistita la fine del colonialismo?


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Paolo Jedlowski, Massimo Cerulo, Spaesati. Partire, tornare tra Nord e Sud Italia

23 giovedì Nov 2023

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IlMulino, MassimoCerulo, PaoloJedlowski, recensione, saggio, Spaesati

Cosa significa lasciare il luogo in cui siamo cresciuti? Chi diventiamo? Com’è spostarsi e vivere regolarmente fra più luoghi, paesi, persone? Esistono identità senza dimora?

Partendo da questi interrogativi e dalle proprie esperienze gli autori compiono un viaggio all’interno dei loro spostamenti continui attraverso l’Italia, che li hanno condotti dal luogo di nascita a quello di lavoro, e viceversa, per anni, decenni. Esperienze che hanno maturato in loro certezze diverse da quelle che avevano originariamente. Servite ad abbattere stereotipi e formare coscienze. A livellare aspetti del nostro paese solo in apparenza diversi e, in un certo qual modo, ad unire le differenti zone. Protagoniste dell’annosa e farraginosa contrapposizione tra Nord e Sud Italia.

Ma il libro di Jedlowski e Cerulo non parla, se non marginalmente, della questione meridionale. È un libro sul viaggiare. Sulle vite mobili di coloro che si spostano frequentemente per lavoro, affetti, famiglia. Non pendolari quotidiani ma viaggiatori regolari. Un libro che parla dell’attaccamento alla propria terra, qualunque essa sia, e al malessere dell’allontanamento. 

Lévi-Strauss ha più volte dimostrato l’importanza “vitale” per un gruppo etnico del proprio spazio culturalmente concepito e interiorizzato, del proprio landscape, punto di orientamento e piano capace di sostenere il sapere, le relazioni e la memoria storica di una comunità.1

Il legame comunità-villaggio è rapporto esistenziale, il quale mette in gioco fattori emotivi e affettivi: lo sradicamento da esso comporta un malessere, un “male del ritorno”, un’assenza di luogo che De Martino indica come “angoscia territoriale”.2

Il “male del ritorno” colpisce gli individui costretti a lasciare il proprio luogo di nascita, il proprio spazio del vissuto facendo così l’esperienza di una presenza che non si mantiene davanti al mondo, davanti alla storia.3

Il nucleo fondante della riflessione demartiniana è rappresentato dal concetto di “crisi della presenza”, vale a dire quel rischio di dissoluzione dell’equilibrio esistenziale a cui si è legati e che, culturalmente, può trovare un orizzonte di risoluzione in un insieme di tecniche volte a riscattare l’uomo dalla crisi, per riaffermare il proprio “esserci al mondo”.4

La “crisi” che hanno affrontato Jedlowski e Cerulo non è solo e non è tanto personale quanto generale, connessa con il periodo storico, iniziato nella seconda metà del Novecento e che ancora continua, che ha prodotto questi lavoratori in viaggio continuo, soprattutto ma non solo professori e ricercatori universitari, in perenne spostamento fra i vari atenei, nelle diverse città, nelle differenti zone del Paese. Anche oltre confine. 

Il legame con il luogo natio non cessa ma l’incontro con il nuovo spesso diventa occasione di “rinascita”, se non altro scoperta di un altro modo di essere. E allora il ritorno può avere un impatto ancor più forte, dal punto di vista emotivo. Perché si è diventati altro rispetto a prima. E si guarda al proprio mondo con occhi diversi, nuovi. Come accaduto per Cerulo. 

Uno dei motivi più ricorrenti che spinge le persone a spostarsi è il desiderio di migliorare la propria posizione lavorativa, in modo da avere l’opportunità di costruirsi un futuro migliore. Alla base degli spostamenti degli autori vi è anche questo. Studio e lavoro sono stati i principali propulsori. Il futuro l’obiettivo.

Il futuro oggi assume nuova dimensione e diverse forme. Suscita molte paure ma, visto che l’uomo, come creatura simbolica, non può vivere senza una certa coscienza degli altri e dell’avvenire, suscita anche attese ricorrenti, speranze e utopie. Se è vero che sempre meno abbiamo a disposizione proiezioni socio-politiche di ampio respiro cui riferirci, probabilmente proprio per questo l’assenza di rappresentazioni del futuro precostituite ci offre un’effettiva possibilità di concepire dei cambiamenti alimentati dall’esperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a convertirci a una sorta di esistenzialismo politico e pratico.5

E così che Jedlowski, vincendo tutti i tentennamenti magari anche un po’ viziati dal pregiudizio, decide di lasciare il suo Nord e raggiungere l’estremo Sud, accettare un lavoro all’Università della Calabria e scoprire di essere riuscito a dare di più ai suoi figli, in termini di qualità della vita, rispetto alla scelta opposta che lo avrebbe visto rimanere a Milano. Non che non ci siano problemi o difficoltà ma vedere i suoi figli giocare liberi nell’orto botanico dell’Università con entrambi i genitori a pochi metri di distanza, sempre tutti insieme è per certo qualcosa che li ha aiutati ad avere un’infanzia serena. 

L’ambiente in cui si vive costantemente sottopone le persone all’influenza di diversi stimoli e sensazioni, in grado di produrre effetti differenti sul modo di agire e, di riflesso, sul modo di essere. Dal momento che noi siamo esseri incarnati e che il nostro abitare il mondo è innanzitutto un abitare il corpo, è fondamentale reimparare a esserci con il corpo. Attraverso l’attività sensoriale che lo tiene intimamente intrecciato al mondo, il corpo vivente è fonte della forza vitale dalla quale la vita cognitiva trae il suo nutrimento. Quando la vita fluisce attraverso il corpo sta in una relazione eco-sistemica equilibrata con l’ambiente circostante, si traduce in un arricchimento della vita della mente.6

A coloro i quali gli chiedevano come fosse vivere al Sud, Jedlowski ha sempre risposto con una precisazione: dove intendi esattamente? Il Sud non è un marasma indistinto, ma un collage di realtà, luoghi, tradizioni, culture. Ambienti che regalano gioia o dissapori in chi li vede, anche per il modo stesso in cui vengono osservati e percepiti. 

Cerulo sottolinea come, vivendo al Nord, si costruisce una identità sociale e professionale che rischia di essere confusa o addirittura venire meno quando si ritorna al Sud. Qui, infatti, si riscoprono i ruoli di figlio, fratello, nipote. Ci si ritrova esposti al rischio di una disgregazione delle altre identità costruite viaggiando e vivendo in altri luoghi. 

Sia la pratica del restare sia la riflessione su quelli che restano potrebbero apparire l’antitesi del viaggiare, del mettersi in discussione, della disponibilità alla scoperta, all’incontro. È davvero possibile separare l’esperienza del viaggiare da quella del restare e davvero il restare significa arroccarsi in un fortino chiuso o esiste anche una maniera spaesante di restare?

L’emigrazione è da sempre una strategia evolutiva fondamentale, sia sotto il profilo biologico che culturale. Non bisogna però pensare all’uomo migrante sempre consapevole del luogo in cui sta andando e di quello che accadrà.

Con l’emigrazione, gli abitanti del paese uno e quelli del paese due diventano altri altri rispetto a prima. Il paese due si trasforma in luogo reale e mitico a cui sono rivolti sogni, desideri, speranze, paure, pensieri di coloro che non sono partiti. La nostalgia assume contorni rigenerativi. Gli emigrati che sembrano guardare al passato, in realtà creano un nuovo mondo. A partire non sono soltanto gli emigrati, ma anche quelli che restano. Non si resta, non si parte e non si torna mai del tutto. Proprio la lontananza e l’erranza di chi è rimasto possono favorire oggi un nuovo modo, critico, problematico, di intendere la relazione tra sé e il mondo. Per mille ragioni anche il restare – di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare.7

La particolarità del libro di Jedlowski e Cerulo non risiede tanto nel fatto che si tratta di un’indagine, una ricerca che indaga i territori, gli spostamenti, le implicazioni locali e nazionali attraverso il racconto del proprio vissuto. Quanto nel modo in cui essi affrontano l’indagine stessa e la sua narrazione. A una lettura poco attenta potrebbe sembrare un libro “semplice” o un “semplice” libro che racconta due storie. In realtà, in Spaesati non vi è nulla di così semplice. Si tratta di un libro che nasconde un mondo di conoscenze e di esperienze che aspettano solo di essere svelate, di essere lette. 

Il libro

Paolo Jedlowski, Massimo Cerulo, Spaesati. Partire, tornare tra Nord e Sud Italia, Il Mulino, Bologna, 2023


1Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, Il Saggiatore, Milano, 2015. 

2Gianluca Ceccarini, Antropologia del paesaggio: il landscape come processo culturale, Diritti Mediazione e Psiche – Rivista di Scienze Sociali, n° 9 anno 2014.

3Ernesto De Martino, Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito Achilpa delle origini, Dedalo Libri, Bari, 1951.

4Alessandro D’Amato, La domesticità demartiniana. Un caso di “resistenza” culturale, Dialoghi Mediterranei – Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, 1 maggio 2019.

5Marc Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.

6M. Antonietti, F. Bertolino, M. Guerra, M. Schennetti (a cura di), Educazione e natura. Fondamenti, prospettive, possibilità, Franco Angeli, Milano, 2022.

7Vito Teti, La restanza, Scienze del Territorio, n° 7, Firenze University Press, 2019.

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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La bellezza non basta. L’amore del Rinascimento che ha cambiato il mondo 

24 venerdì Feb 2023

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Amarsi, GiulioBusi, IlMulino, Italia, recensione, Rinascimento, saggio, SilvanaGreco

“Amarsi” di Giulio Busi e Silvana Greco

Se bastasse la bellezza, il Rinascimento non sarebbe mai nato. 

La bellezza non basta. È questa, nell’analisi di Busi e Greco, la grande scoperta del Rinascimento. 

Gli artisti e gli scrittori rinascimentali scavano il marmo, stendono la pittura, infilano collane di parole. Ma il loro segreto non è fatto di pietra, di colori, d’inchiostro. Assieme alla bellezze, impastano emozioni. E le mettono per iscritto. Le dipingono. Le disegnano. Le modellano.  E l’enorme quantità di scritti, schizzi, dipinti, affreschi, statue rendono omaggio al loro amore, vissuto, immaginato, sognato, desiderato, subito. 

Il Rinascimento esplora il desiderio, lo trasforma in forme che si librano nello spazio, si torcono, si congiungono, si amano. Si amano di un amore diverso, sperimentale, egregiamente indagato dagli autori il cui scopo è portare alla luce proprio il nuovo modo di dire, vedere e fare l’amore. E la ragione principale per la quale lo hanno fatto è che i modelli amorosi del Rinascimento, i percorsi di seduzione, l’affinamento psicologico dei sentimenti messi a fuoco in Italia in quest’epoca inimitabile sono ancora dominanti oggi. 

Incisioni e libri a stampa divulgano posizioni erotiche, liberano la sessualità, la portano dal chiuso delle alcove sotto gli occhi di molti, se non di tutti. Questa libertà, contro cui si schierano ben presto le autorità ecclesiastiche, ha naturalmente anche i suoi lati oscuri. Il Rinascimento escogita nuove forme di mercificazione del desiderio. 

È in quest’epoca che si afferma il fenomeno delle «cortigiane oneste». Eredi delle etère dell’antichità classica, le cortigiane rinascimentali uniscono l’avvenenza a una conversazione brillante, uno stile di vita sofisticato e a talenti artistici. Hanno spesso un’ottima educazione, superiore alla media, e la loro compagnia, unità a disponibilità sessuale, è ambita dagli esponenti dell’élite. Chiamarle prostitute d’alto bordo, sottolineano gli autori, non rende ragione del loro ruolo, che ha profonda influenza culturale. 

Se il modo di concepire l’amore cambia, è anche grazie alle donne che entrano, in maniera prima impensabile, nel discorso pubblico e che sanno colloquiare alla pari con gli esponenti del mondo umanistico. Non soltanto cortigiane, di solito impegnate in un’ascesa sociale che, da condizioni relativamente modeste, le porta a contatto con il potere economico e politico. Parecchie scrittrici e qualche artista visiva, spesso di estrazione alto borghese o nobiliare, interpretano seduzione e desiderio con accenti nuovi, ed evocano un altro eros, più ricco di sfumature, di quello che viene dall’universo maschile. 

Correggio, Giove e Io, 1532-1533, olio su tela, 163,5x72cm, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Il femminile acquista, nel Rinascimento, maggiore profondità, una più nitida consapevolezza psicologica. Non è ancora la piena autonomia a cui punterà l’età moderna, ma il passaggio è comunque fondamentale. L’amore, il desiderio, la passione che sembrano esplodere oppure implodere allorquando si scontrano con le recrudescenze del passato, del maschilismo, dei dogmi della religione. Allora come ora. 

Pietro Bembo è stato uno dei paladini più determinati dell’amore platonico, della dicotomia: amore infelice-amore fisico vs amore felice-amore ideale. E lo è stato nei suoi scritti, nei suoi libri. Nei salotti, in camera, in tante lettere eleganti e in spiegazzati, frettolosi bigliettini, fu invece amatore seriale di donne in carne, ossa, occhi, volti e corpi. Con alterne fortune, naturalmente, ma con una melodica arte di seduzione, che non gli impedì di giungere fino al cardinalato. 

Vicende che riportano alla mente le tante analogie tra il periodo rinascimentale e quello attuale. Ai tanti “scandali” che riempiono le cronache con la stessa facilità e velocità con la quale finiscono nel dimenticatoio generale. 

Il grande Michelangelo Buonarroti sempre schivo nel raccontarsi ha lasciato uno dei più suggestivi esempi di pathos amoroso rinascimentale. Un messaggio composto per «Tomao», ovvero Tommaso Cavalieri, il giovane che Michelangelo incontra a Roma, nell’autunno-inverno 1532-33 e per il quale prova ammirazione, attrazione, imbarazzata affinità. Più che parlar d’amore, quello michelangiolesco è amore in parole, e in immagini. 

Caravaggio, Amor Vincit Omnia, 1602-1603, olio su tela, 156x113cm, Berlino, Staatliche Museen.

Accanto al bello, il Rinascimento scopre l’emozione, la vicinanza dei corpi, persino le loro imperfezioni. Nelle relazioni fra donne e uomini, in quelle omoerotiche, tra ceti diversi, la rivoluzione amorosa del Rinascimento cambia per sempre la società. Per certi versi la sconvolge, di turbamenti i cui strascichi sono, in parte, ancora irrisolti. 

Anziché un Rinascimento dell’individuo, che vuole affermarsi contro tutti, Busi e Greco immaginano una trasformazione guidata dai sensi, un modo nuovo di orizzontarsi nel reale. Gli uomini e le donne del Rinascimento sono, come vuole Burckhardt, più individualisti dei loro predecessori, ma sono anche immersi in una sensorialità diversa. Si mostrano in maniera più tangibile, si muovono nello spazio con migliore consapevolezza dei loro corpi, affinano con maggiore cura il loro sentire. 

Analizzano a fondo scritti e dipinti gli autori, guidando il lettore attraverso letteratura e arte rinascimentale. Un’immersione in un mondo dall’oggi non così distante così si può ipotizzare o sperare. Un percorso che elude critiche e pregiudizi, abbracciando invece la sete di conoscenza e comprensione del lettore e degli stessi autori. Comprendere come le persone si rapportano con le proprie pulsioni intime per certo aiuta a capire il loro modo di comportarsi in pubblico. Esiste una stretta interrelazione tra il modo in cui una persona ama se stessa, ama un altra persona e la maniera in cui poi esse si ameranno tra loro. Ed è su questo punto affatto scontato che il libro di Busi e Greco svela tutta la sua grandiosità. 


Il libro

Giulio Busi, Silvana Greco, Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento, ilMulino, Bologna, 2022.

Gli autori

Giulio Busi: esperto di mistica ebraica e di storia rinascimentale, professore alla Freie Universität di Berlino. Collabora alle pagine culturali de «Il Sole 24 Ore».

Silvana Greco: studiosa di sociologia della cultura e dell’arte, professoressa alla Technische Universität di Dresda.


Articolo disponibile anche qui


Sandro Botticelli, Venere e Marte, 1482-1483 circa, tecnica mista su tavola, 69,2×173,4cm, Londra, National Gallery.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilMulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: immagine di copertina: Tiziano Vecellio, Amor Sacro e Amor Profano, 1515, olio su tela, 118x279cm, Roma, Galleria Borghese.


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La voce delle donne per sconfiggere la misoginia

15 sabato Gen 2022

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ChiaraFrugoni, Donnemedievali, IlMulino, recensione, saggio

Nella società medievale, guerriera e violenta, la presenza femminile rimane in ombra: le donne, per lo più analfabete e sottomesse, offese e abusate, a volte addirittura considerate specie a parte rispetto agli uomini, come gli animali, non hanno voce.

A meno di non essere obbligate al monastero, dove possono vivere in modo più dignitoso, imparando a leggere e scrivere.

Ma da dove viene tanta misoginia?

Se l’è chiesto anche la professoressa Chiara Frugoni che da anni si dedica allo studio della figura femminile nel medioevo, attraverso la voce delle stesse protagoniste. Una voce non filtrata, come al solito, dallo sguardo e dalla penna di un uomo che toglie la parola alle donne sostituendola con la propria, oppure le immagina e le rappresenta secondo i propri pregiudizi. 

Un passaggio questo molto importante che fa bene l’autrice a sottolineare. Per certo, nella storia ormai millenaria, sono state numerosissime le donne che, con il loro contributo, ne hanno determinato il corso. Ma le loro azioni e parole sono volutamente state celate o mutate oppure, appunto, filtrate dall’operato di uomini solerti e operosi nel fare in modo che esse restassero o ritornassero quanto prima “al loro posto”. Quante volte si è costretti a sentire espressioni come questa ancor oggi, figuriamoci in età medievale!

Un periodo storico che, dal punto di vista culturale, in molte parti del mondo, anche di quel mondo occidentale che tanto si autoproclama civile, non è mai veramente finito.

Una volta affermatosi il celibato dei preti con Gregorio VII, ogni donna è una Eva tentatrice, non compagna dell’uomo ma incarnazione del peccato da cui fuggire. Ricorda Frugoni ai suoi lettori anche il perdurante terrore della Chiesa, giunto fino ai nostri giorni, verso la donna che eserciti funzioni sacerdotali e abbia accesso al sacro. 

Anche la collettività laica intellettuale andò di pari passo: ad esempio attraverso i trattati dei pedagoghi ci si affanna a raccomandare che le donne rimangano analfabete, un modo per negare loro un posto nella società, per mantenerle sottomesse. 

Oggi, in un paese come l’Italia, per fare un esempio, le donne sono molto istruite, spesso più dei coetanei maschi eppure, all’ingresso del mondo lavorativo sembra esserci un filtro che le dimezza e ne riduce drasticamente la percentuale di presenza rispetto agli uomini, soprattutto nei livelli più alti, della sfera pubblica come di quella privata. 

Possibile mai che tutte le competenze acquisite diventino improvvisamente inutili e inutilizzabili? Possibile mai che tante studentesse meritevoli e volenterose perdano poi all’improvviso le capacità organizzative e non riescano ad organizzarsi altrettanto proficuamente nel mondo professionale?

Ovvio che il problema non vada ricercato in questo. E neanche la soluzione.

Per le cinque protagoniste del libro di Chiara Frugoni l’incontro con un uomo non fu felice. Le loro qualità, il loro talento si schiusero in una vita di donne sole. E oggi, si interroga l’autrice, il legame familiare quanto condiziona una donna nella espressione piena dei suoi desideri e delle sue possibilità? Una domanda cui, ovviamente, non prova nemmeno a dare risposta, non nel libro almeno. Spetta a ogni lettrice, a ogni donna, farlo. 

Almeno oggi, nella gran parte dei casi, un uomo e una donna decidono di sposarsi perché si amano. E se i genitori sono felici, molto probabilmente anche i figli lo saranno. 

Ma, sottolinea Frugoni, nulla di tutto questo interessa la Chiesa nell’XI e XII secolo, essendo questa impegnata a incasellare i sentimenti dei coniugi in altrettanti possibili peccati. 

Il matrimonio è presentato come un pericoloso cedimento alla tentazione. In un testo attribuito in passato a san Bernardo, questi paragona una donna sposata a una sirena, tentatrice e ammaliatrice per antonomasia. 

Tutte e tre le religioni monoteiste (ebraica, cristiana e islamica) hanno pesantemente condizionato la vita della donna e, di riflesso, l’immagine che questa si è costruita di se stessa. 

Sono passati secoli, l’organizzazione della società è notevolmente cambiata eppure spesso la donna continua a essere considerata un essere inferiore. Inspiegabilmente.

Oggi le donne che riescono a trasmettere la loro voce non filtrata sono molte di più che in passato, eppure…

Il 6 aprile 2021 il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sono recati ad Ankara per un incontro ufficiale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Solo che la seduta da regole protocollari, la poltroncina con le bandiere alle spalle, è stata preparata e porta solo a Michel. La notizia e, soprattutto, il video che riprende l’intera scena, sono diventati virali. Si è ipotizzato sui motivi del gesto di Erdogan. Non che conoscendoli la situazione cambi. Tuttavia a stupire di più è stata la non reazione proprio di Michel il quale, in un secondo momento, si è scusato. Ci ha riflettuto oppure è stato indotto a farlo. Non ha capito subito cosa stava accadendo. Va bene. 

Ursula von der Leyen invece lo capisce subito e, pur mostrando tutto il risentimento di questo mondo, mantiene un atteggiamento e un comportamento formali, eleganti, dignitosi e degni della carica che ricopre. Il video e le sue dichiarazioni successive sono di dominio pubblico, ognuno può vederlo e sentirle. Durante il G20 di ottobre 2021 stringerà anche pubblicamente la mano del presidente Erdogan per suggellare il bilaterale. 

A fine novembre 2021 una giornalista è stata molestata mentre lavorava. Le immagini, riprese dal cameraman che la accompagnava, sono diventate subito virali. È seguita denuncia e racconto di altre molestie, verbali e fisiche, subite quella sera da Greta Beccaglia. Il collega in studio, che poi si è scusato, sembra non abbia capito la situazione suggerendole di andare comunque avanti e che tutto fa esperienza. In un secondo momento, dopo, poi… sembra aver capito. 

Uno degli aggressori è stato identificato, interrogato, impalato sui social. Il suo avvocato ha tenuto a precisare che si tratta di un uomo che è sempre stato rispettoso delle donne e padre di una bambina. Si immagina che il suo timore fosse di essere rappresentato come un uomo non “per bene” e di essere assimilato a un delinquente, ovvero una persona che delinque, che viola la legge e commette un reato. Brutta cosa sentirsi braccati, non essere liberi di poter parlare e muoversi senza incontrare e scontrarsi con qualcuno che ti giudica (per l’aspetto, per l’abbigliamento, per il comportamento…) senza magari neanche conoscerti eppure sentirsi libero di dirti o farti qualunque cosa gli passi per la mente in quel momento. Che brutta sensazione davvero!

Gli esempi che si possono citare, purtroppo, sono innumerevoli. Sono stati scelti questi due perché subiti da due donne che hanno dimostrato, a testa alta, di avere una dignità suprema. Hanno affrontato la situazione e fatto sentire la propria voce “non filtrata” anche laddove hanno evitato apposta di parlare. Come le protagoniste medievali del libro di Frugoni, donne emerse da una folla negletta. Personalità eccezionali, capaci di rompere le barriere di un destino rigidamente segnato. Monache e regine, come Radegonda di Poitiers, scrittrici come Christine de Pizan, personaggi leggendari come la papessa Giovanna, figure potenti come Matilde di Canossa, donne comuni ma talentuose come Margherita Datini.

E tutte hanno scontato con la solitudine il coraggio e la determinazione con cui hanno ricercato la piena realizzazione di sé.

Donne medievali di Chiara Frugoni è un’opera monumentale, per contenuti, analisi e competenza. La parte narrativa è supportata da citazioni da fonti bibliografiche come da immagini di miniature, affreschi, ricami… Una narrazione che ripercorre gli stadi e le fasi della sempre troppo diffusa misoginia, a partire proprio dal “peccato originale”. Cosiddetto tale. 

Un libro che è un monumento a nutrire l’intelletto. Di fondamentale valore culturale ed educativo. 


Il libro

Chiara Frugoni, Donne medievali. Sole, indomite, avventurose, Società editrice ilMulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Chiara Frugoni: ha insegnato Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi. Autrice di numerosi saggi, molti dei quali tradotti nelle principali lingue europee, oltre che in giapponese e coreano. 


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società editrice il Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


CONSIGLI DI LETTURA

“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale. “Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo” di Bina Agarwal (ilMulino, 2021)


© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La Democrazia rappresentativa europea tra crisi epocali e istituzioni da rinnovare

19 mercoledì Mag 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AntoineVauchez, CristinaFasone, IlMulino, NicolaLupo, ParlamentieDemocraziainEuropa, recensione, saggio

Sulla base dei dati forniti dal rapporto The global state of Democracy 2019 di IDEA (International Institute for Democracy and Electoral assistance) sono europei ben 39 dei 97 Stati democratici oggi riconosciuti a livello globale. Va ricordato inoltre che, con il Parlamento europeo, l’Unione può vantare di avere il primo, e sostanzialmente unico, caso di un Parlamento eletto direttamente su scala sovranazionale, ormai sganciatosi completamente dei parlamenti nazionali.

Eppure è largamente diffusa l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia in Europa. Una insofferenza accentuata con riguardo all’Eurozona. 

Lecito domandarsi il perché di tutto ciò. Gli autori e i curatori sono andati anche oltre, spingendosi in un’articolata analisi della dinamica istituzionale dell’Unione europea allo scopo di comprendere se e come i Parlamenti possano continuare a funzionare anche in Stati caratterizzati da autonomie forti e asimmetriche. Nonché il ruolo di concerto del Parlamento europeo, in affiancamento ai Parlamenti nazionali, come garante di un’adeguata rappresentanza politica nei processi decisionali di  un’unione europea anch’essa sempre più asimmetrica, e dell’Eurozona in particolare.

Le principali asimmetrie riscontrabili in Europa sono:

  • Il divario che si riscontra tra i 19 Stati membri dell’Eurozona, da un lato, che condividono la stessa valuta, la politica monetaria della Bce e le procedure macroeconomiche e fiscali comuni più stringenti, e gli 8 Stati membri dell’Unione, ma non dell’Eurozona, dall’altro.
  • Il divario tra i Paesi creditori, quelli cioè che offrono assistenza finanziaria da una parte, e i Paesi debitori, ossia i destinatari dei medesimi programmi finanziari dall’altra.

Il fatto che l’assistenza finanziaria sia stata fornita principalmente, al di fuori del quadro giuridico dell’Unione, dal Fondo Monetario Internazionali (Fmi), dal Fondo Europeo di Stabilità (Mes), dal quale il parlamento europeo è completamente escluso, non ha certamente favorito la formazione di procedure significative di accountability democratica.

Queste procedure sulla concessione di assistenza finanziaria sono fortemente influenzate dagli assetti adottati a livello costituzionale interno. Così i Parlamenti di 5 Stati membri (Austria, Finlandia, Estonia, Germania, Slovacchia), essendo titolari individualmente o insieme ad altri Parlamenti di poteri di veto sull’esborso di questi fondi o sulla decisione di aumentare la quota nazionale, potrebbero bloccare l’adozione di un pacchetto di salvataggio, originando quindi ripercussioni significative sul paese potenzialmente beneficiario e sull’intera Eurozona.

Un ulteriore aspetto da indagare gli autori lo evidenziano nella asimmetria tra i partecipanti alle votazioni e i destinatari dei provvedimenti sottoposti a votazione.

Per quanto riguarda l’Eurozona, un numero significativo di europarlamentari, quelli eletti negli Stati che non ne fanno parte, prende decisioni per le quali non si assume alcuna responsabilità davanti ai loro elettori, in quanto destinate a incidere esclusivamente, almeno in forma diretta, sui cittadini di altri Stati membri. 

Va inoltre considerato che l’aspirazione del parlamento europeo a rappresentare i cittadini dell’Unione non corrisponde appieno alla realtà. Si tratta tuttora di un’istituzione eletta sulla base della legislazione elettorale adottata da ciascuno Stato membro, sebbene nel rispetto di pochi in realtà principi comuni, con seggi assegnati agli Stati membri sulla base del contestato principio della proporzionalità degressiva. 

Nella condizione attuale del Parlamento europeo è particolarmente difficile controllare autorità intergoverarnative sempre più potenti, specie quando di natura simmetrica, come l’Eurogruppo e il Vertice euro che rappresentano strutturalmente solo alcuni Stati membri. 

È indubbio per gli autori che la cooperazione interparlamentare possa contribuire a colmare le lacune nelle asimmetrie informative che caratterizzano i Parlamenti, soprattutto nel contesto della governance dell’UEM (Unione economica e monetaria), in cui ogni Parlamento nazionale dispone di un’informazione ristretta e orientata agli interessi dei suoi cittadini, ma resta sprovvisto nel quadro generale su ciò che avviene a livello di Unione. 

Per contro, il Parlamento europeo probabilmente è a conoscenza del contesto generale, ma fatica a cogliere le sfumature dei diversi sistemi costituzionali e politici nazionali e non è in grado di esercitare alcun controllo significativo sugli organi intergovernativi, e soprattutto su quelli che fanno riferimento esclusivo all’Eurozona, anche se può far valere i propri indirizzi nei confronti della Commissione, la quale partecipa a questi organi. 

L’unico organo, in teoria, in grado di esercitare un efficace coordinamento interparlamentare sembrerebbe essere rappresentato dalla Conferenza dei presidenti dei Parlamenti europei, ma nei casi in cui ha tentato di svolgerlo, facendo leva sulle amministrazioni parlamentari, ha incontrato non pochi ostacoli.

La Democrazia rappresentativa, tanto nell’Unione quanto nei suoi Stati membri, ha affrontato nell’ultimo decennio sfide epocali:

  • Crisi economico-finanziaria
  • Crisi migratoria
  • Crisi dello stato di diritto
  • Pandemia da COVID-19

Le numerose crisi vissute dall’Unione hanno favorito anche la nascita, soprattutto negli ultimi anni, di riunioni interparlamentari definibili su scala regionale, ossia di Parlamenti dell’Europa meridionale, del Nord Europa o del gruppo di Visegrad. Anche riunioni interparlamentari da parte dei cosiddetti clusters of interests. Una delle iniziative più recenti in tal senso è la creazione dell’Assemblea franco-tedesca per un migliore coordinamento interparlamentare sugli affari dell’Unione europea e per approfondire l’integrazione europea.

Tuttavia alcune recentissime iniziative assunte dalle istituzioni europee, con prevalenza riguardo la pandemia, sembrano mostrare una nuova prospettiva di sviluppo dell’Unione stessa, volta proprio a riequilibrare le asimmetrie esistenti tra gli Stati, almeno da un punto di vista economico, in particolare gli autori fanno riferimento a:

  • Il pandemic emergency purchase programme con un’azione di supporto finanziario non già solo in proporzione alle quote di capitale cui contribuiscono le varie banche centrali nazionali, ma anche in relazione alle effettive necessità dei paesi dell’Eurozona.
  • Il piano per la ripresa presentato dalla Commissione europea, denominato Next Generation EU che mira a redistribuire risorse all’interno dell’Unione, alleviando gli squilibri più macroscopici riscontrabili al suo interno nella fase post-pandemica. 

Le asimmetrie non si riscontrano solo nei rapporti tra Stati ma anche all’interno di singoli Stati europei. Basti pensare alle problematiche posizioni di Scozia e Irlanda del Nord riguardo la Brexit, oppure alla questione catalana in Spagna. E qui ben si inseriscono i modelli di demoi-crazia, ampiamente esposti nel testo da Robert Schütze.

L’Unione europea è stata progettata per gettare le basi di un legame sempre più stretto tra i popoli d’Europa. 

Il termine demoi-crazia è stato coniato proprio per concettualizzare le potenzialità democratiche di un’unione di demoimultipli. La demoi-crazia non vuole un’identità politica comune e condivisa alla base di tutte le identità nazionali, ma la condivisione differenziata delle identità nazionali. 

L’idea di demoi-crazia, come governo dei popoli, fornisce la via di mezzo in un mondo in cui lo Stato-nazione perde sempre di più la sua autonomia di scegliere democraticamente per il suo “popolo” e in cui l’idea di Stato-mondiale rimane un’opzione lontana e distante. Offrendo una via di mezzo tra cosmopolitismo e nazionalismo, un limitato regionalismo democratico permette di contenere le pressioni esterne della globalizzazione, mentre rappresenta anche un compromesso interno che combina unità democratica con diversità democratica. 

Unione di Stati in cui sia l’Unione che i suoi Stati sono fondati su principi repubblicani e in cui i popoli dell’Unione governano insieme come molti in uno. In avallo al modello di federalismo repubblicano proposto da  Schütze che accentua la natura duale del governo democratico all’interno di un’Unione repubblicana di Stati. 

Ampio respiro viene dato anche all’esposizione degli sviluppi e delle battute di arresto del T-Dem, tentativo di risolvere su scala europea il famoso triangolo dell’impossibilità nell’economia mondiale tra democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione economica, come enunciato da Dani Rodrik. Di riconnettere le democrazie nazionali alla governance economica europea e di superare l’immobilismo intergovernativo di strutture come l’Eurogruppo.

Dare vita a un nuovo compromesso politico-istituzionale che risponda al crescente scollamento tra i luoghi di esercizio della Democrazia e il livello delle decisioni politico-economiche, come anche tra le rivendicazioni della sovranità nazionale – il taking back control – e la pressione inversa esercitata dalle interdipendenze economiche e finanziarie su scala europea e internazionale. 

La speranza dei promotori del T-Dem era di poter rappresentare una “terza via” tra il sovranismo e il sovranazionalismo. Nel testo gli autori affrontano il tema non tanto per avallare in toto il progetto o smontare le critiche avanzate, piuttosto interrogarsi sulla validità o meno della proposta a tre anni dalla sua elaborazione. 

Innegabile è lo spostamento delle politiche dell’Eurozona con un ritorno all’agenda sociale (il cosiddetto lavoro di socializzazione del Semestre europeo) e la trasformazione green del Semestre europeo promesso dalla presidente della Commissione Ursula van der Leyen nell’ambito del suo progetto di Green Deal. E gli autori ravvedono in alcuni di questi cambiamenti anche soluzioni già suggerite nel T-Dem, nella fattispecie:

  • Una forma embrionale di Assemblea parlamentare transnazionale creata nell’ambito del nuovo Trattato di cooperazione e integrazione franco-tedesca firmato a gennaio 2019.
  • Lo Strumento di bilancio per la convergenza e la competitività (Budget Instruments for Convergence and Competitiveness, BICC), che è stato oggetto di intensi negoziati all’interno dell’Eurozona.

Hennette e Vauchez ritengono necessario ribadire inoltre che i capi di stato e di governo portano costantemente a livello europeo le nuove competenze chiave in campo economico, finanziario e di bilancio, senza però mai chiarire la questione della responsabilità politica di questo polo esecutivo europeo che sfugge sempre ai controlli giuridici, nonché alla politica rappresentativa dei partiti e dei Parlamenti. 

Ciò che ancora non cambia quindi è questa sorta di zona grigia in cui si sta sviluppando la governance dell’Eurozona, tra l’indipendenza di una Banca centrale con ormai molteplici ruoli, il carattere informale di un Eurogruppo, istituito come un’entità di crisi europea a tutto tondo, e la non appartenenza al quadro istituzionale comune del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), la cui importanza è evidente ora più che mai visto il ruolo guida dell’imponente piano di sostegno agli Stati membri. 

Lungi dall’essere bloccati, durante le crisi i singoli Stati hanno dimostrato di avere una certa capacità di improvvisazione e gradi di libertà talvolta imprevisti. Ciò rappresenta, per gli autori, la riprova del fatto che il marmo dei Trattati non ha la durezza e l’eternità che solitamente gli si attribuiscono per cui si ritiene plausibile e ammissibile un buon margine di modifica a tutela della Democrazia e della rappresentatività dei tanti demoi che vanno a comporre l’Unione europea. 

Bibliografia di riferimento

Cristina Fasone, Nicola Lupo, Antoine Vauchez (a cura di), Parlamenti e democrazia in Europa. Federalismi asimmetrici e integrazione differenziata, Società editrice ilMulino, Bologna, 2020

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

Dove è finita la Democrazia? Problemi e pratiche di un Occidente alla deriva. “La democrazia divenuta problema” di Alessandro Corbino (Eurilink University Press, 2020)

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Superare le disuguaglianze di genere è anche una responsabilità intellettuale

26 venerdì Mar 2021

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BinaAgarwal, Disugugaglianzedigenere, IlMulino, recensione, saggio

Nell’analisi della disuguaglianza di proprietà e ricchezza condotta, come sottolinea l’autrice e come facilmente si desume dalla stessa lettura, la questione dei diritti delle donne in materia di proprietà, soprattutto della terra, ha messo in discussione i presupposti standard dell’economia agricola e marxista, e ha portato a una crescente mole di studi in molti paesi negli ultimi anni. 

Allo stesso tempo, si rende necessario mettere in dubbio l’idea che le scienze sociali tradizionali debbano essere il punto di riferimento principale per giudicare i contributi dell’analisi di genere. 

Esiste infatti, per Agarwal, anche una responsabilità intellettuale nei confronti della comprensione della natura e delle cause della disuguaglianza di genere in tutte le sue forme. 

C’è la necessità di concepire criteri che siano rilevanti per l’obiettivo più ampio, ovvero plasmare gli sforzi intellettuali in modo da contribuire non solo al mondo della conoscenza con rigore scientifico, ma anche a migliorare la vita delle donne, come anche degli uomini, intorno a noi, specialmente di quelle meno fortunate. Perché, alla fin fine, è sempre su di esse che ricade il peso maggiore di violazione dei diritti, violenze e soprusi.

Le donne in famiglie povere spesso tendono a essere abbandonate dai loro coniugi in periodi particolarmente disagiati. 

Esaminando le testimonianze storiche della Grande carestia del Bengala del 1943, Bina Agarwal mette in evidenza che tale abbandono si è verificato proprio quando le donne hanno perso i loro limitati beni o le opportunità di guadagno, mentre gli uomini conservavano ancora parte dei loro beni e diritti. Di conseguenza, alle donne rimaneva poco da offrire in termini materiali, il che riduceva notevolmente il loro potere negoziale in famiglia.

È proprio sulla nozione-pilastro di potere negoziale che Agarwal costruisce la struttura portante del suo ragionamento, edificato analizzando i dati frutto di anni di studio, ricerca e indagine. 

Il modello unitario della famiglia presuppone che tutte le risorse e i redditi siano messi in comune, che i membri della famiglia condividano interessi e preferenze comuni e che un capofamiglia altruista, che rappresenta i gusti e le preferenze della famiglia, allochi le risorse per massimizzare l’utilità della famiglia. 

Questa è la teoria.

La realtà, osservata da Agarwal in Asia ma visibile in gran parte del pianeta, è molto diversa.

Esiste e persiste una notevole diseguaglianza di genere all’interno delle famiglie per quanto riguarda l’accesso a cibo, assistenza sanitaria, cure mediche, istruzione e risorse economiche. 

Tenendo in considerazione queste diseguaglianze, alcuni economisti hanno proposto modelli alternativi di famiglia e, soprattutto, modelli di negoziazione, in cui le interazioni intra-famigliari sono viste come caratterizzate da elementi sia di cooperazione che di conflitto. Il risultato che ne deriva dipende, appunto, dalla capacità di negoziazione di ciascun membro della famiglia. 

L’approccio alla negoziazione si estende anche al di là della famiglia, alle aree interconnesse del mercato, della comunità e dello Stato. E i fattori alla base del potere di negoziazione devono essere ampliati fino a includere il controllo, da parte delle donne, della proprietà privata e della comunità, così come le norme e le percezioni sociali. 

Una riforma giuridica dello Stato che rafforzi, per esempio, i diritti delle donne sulla proprietà può rafforzare il loro potere negoziale all’interno delle famiglie, migliorando il loro accesso alle risorse economiche e aumentando le loro vie d’uscita. 

Nei suoi studi Bina Agarwal ha potuto constatare che il fattore più importante incidente sul potere negoziale delle donne, ma anche sul loro status economico, sociale e politico, è il possesso di beni, soprattutto della terra, sottolineando l’idea di controllo sulla proprietà che implica non solo il suo possesso ma anche il potere di controllo su di essa. 

Da un’indagine condotta su 502 famiglie rurali e urbane selezionate in modo causale in Kerala (India) Agarwal, unitamente ad altri studiosi, ha potuto constatare come esista uno stretto legame tra il possesso di beni immobili da parte delle donne, come terra e abitazioni, e il rischio di subire violenze coniugali. 

A livello empirico, la ricerca dimostra che il possesso di una casa o di un terreno, o di entrambi, riduce significativamente il rischio di violenza coniugale per una donna. Si potrebbe quindi ipotizzare che i beni immobili offrano alla donna sicurezza economica e fisica, aumentino la loro autostima e, cosa non da poco, il loro potere negoziale. 

Succede esattamente il contrario per impiego e occupazione. Le donne con un impiego migliore dei loro mariti sembrano ingenerare in loro molta ostilità.

Oggi, la letteratura che mette a confronto la produttività relativa degli agricoltori maschi e femmine ha stabilito che le differenze di genere sono attribuibili al minore accesso delle donne alla terra, alla tecnologica e ai fattori di produzione, piuttosto che alle scarse capacità manageriali o fisiche. Eppure persistono pregiudizi di genere, reminiscenza della vecchia cultura novecentesca. 

Negli anni ’70, per esempio, gli economisti agrari, nell’aggregare gli impieghi totali di manodopera, avevano la tendenza a considerare il tempo di lavoro delle donne come la metà o i tre quarti del tempo di lavoro degli uomini. Ciò era considerato motivo sufficiente per giustificare anche la disparità nei salari. 

Utilizzando i dati forniti da uno studio condotto dall’Università agraria del Punjab, che ha testato l’uso di attrezzature per lo scavo di patate, Agarwal ha facilmente smontato le teorie appena esposte: le donne sono risultate essere diverse volte più efficienti degli uomini. 

Quando Bina Agarwal ha iniziato a condurre i suoi studi di genere, alla fine degli anni ’70, era talmente rara da essere quasi unica nel panorama internazionale. Oggi invece c’è una grande quantità di analisi su una vasta gamma di argomenti che cercano di mettere in discussione l’economia mainstream. L’intera società mainstream. E viene da sé che tanto lavoro ancora da fare c’è anche in quei paesi, come l’Italia ad esempio, che si vedono distanti dalle economie in via di sviluppo dove si presuppone, dove si sa che le disuguaglianze di genere sono solchi più profondi. Ma i dati, i numeri, le statistiche… ci dicono con estrema chiarezza che gli obiettivi da raggiungere sono anch’essi ancora molto distanti, troppo.E lo sono per le economie in via di sviluppo ma anche per le economie che invece si ritengono già parecchio sviluppate. 

La pubblicazione, in Italia, di questo compendio di articoli e studi di Bina Agarwal è senz’altro positivo, istruttivo e motivazionale. Il lavoro condotto da Agarwal in tutti questi anni è monumentale, non solo dal punto di vista quantitativo ma, soprattutto, qualitativo. Un lavoro che ha giovato alla teoria, soprattutto a quella della contrattazione, ma anche alla pratica, alla economia applicata. 

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Bibliografia di riferimento

Bina Agarwal, Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo, Alberto Quadrio Curzio (a cura di), il Mulino, Bologna, 2021.

L’autrice

Bina Agarwal: È docente di Development Economics and Enviroment all’Università di Manchester; già docente di Economics e direttore dell’Institute of Economics Growth, University of Delhi. Membro dell’Accademia dei Lincei. Ha partecipato alla Commission for the Measurement of Economics Performance and Social Progress.

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)

Rivoluzioni storiche delle donne, repressione e conservazione al maschile in “Socialfemminismo” di Stefano Santachiara (Digitalpress, 2017)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quanto incide la scuola su crescita ed economia?

08 lunedì Feb 2021

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IlMulino, Nellospecchiodellascuola, PatrizioBianchi, recensione, saggio

L’Italia è il paese d’Europa con i più bassi livelli di istruzione, i più alti tassi di dispersione scolastica e il più alto numero di NEET. L’Italia è anche il paese che è cresciuto meno negli ultimi venti anni e si è presentato all’appuntamento con la pandemia con un tasso di crescita annuale dello 0,3 per cento su base nazionale.

Ragioni per cui, per Patrizio Bianchi, un ritorno alla normalità pre-covid non può e non deve più bastare. 

«non possiamo accontentarci di tornare alla situazione precedente, ma diviene ormai indifferibile avviare una vera fase costituente per la scuola, per aprire una nuova stagione in cui la scuola torni a essere, o meglio divenga, il motore di una crescita di un paese che da troppo tempo è bloccato.»

Sottolinea Bianchi nel testo come, mentre a livello internazionale si veniva delineando un profondo cambiamento strutturale, che ha aperto la via a una nuova economia basata sulla digitalizzazione della produzione e degli scambi, il nostro paese sprofondava nella crisi fiscale dello Stato, con un deficit e un debito il cui peso sottraeva risorse a educazione e ricerca e, quindi, a quell’innovazione necessaria per capire e affrontare la trasformazione dell’economia e della società.

È in questa fase che emerge con forza il bisogno di nuove competenze, nuove abilità, nuove capacità critiche per comprendere questi straordinari processi di riorganizzazione dell’economia e della società e, nel contempo, di nuove modalità di organizzazione dei processi educativi non solo per i ragazzi ma anche per gli stessi adulti. 

La nuova scuola quindi deve predisporre competenze e abilità rivolte a comprendere queste nuove realtà complesse e a predisporre le persone ad affrontare un cambiamento continuo. Il rischio, ribadisce chiaramente Bianchi, è che la pandemia diventi la coperta sotto la quale nascondere tutti i problemi accumulati nel tempo, problemi e inefficienze che hanno ostacolato la possibilità di cogliere i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie. 

L’Unione europea aveva considerato come obiettivo fondamentale per una «società della conoscenza» la presenza di almeno il 40 per cento di giovani fra i 30 e i 34 anni laureato. Nel 2019, in Italia, la quota di giovani laureati non cresce e rimane bloccata al 27,6 per cento, ovvero sotto di quasi 13 punti percentuali rispetto all’obiettivo fissato. L’Unione europea ha già superato questo traguardo mentre l’Italia resta indietro ed è avanti solo alla Romania. 

Valori molto bassi e assolutamente inaccettabili si riscontrano anche nel momento delicatissimo della transizione dalla scuola al lavoro. 

Sottolinea inoltre Patrizio Bianchi il fatto che il livello di istruzione degli emigranti odierni è molto più alto di coloro che rimangono in Italia, tanto che il tasso di emigrazione è doppio fra i laureati e i diplomati rispetto a chi non ha un titolo di studio, evidenziando come la nuova emigrazione italiana dreni soprattutto fra coloro che hanno le competenze più necessarie per lo sviluppo. 

Alto permane ancora, purtroppo, il tasso di dispersione scolastica. Anche se diminuito nel tempo, rimane – 13,3 per cento – tuttavia al di sopra del limite fissato come obiettivo dall’Unione europea (10 per cento entro il 2020). Va inoltre sottolineato che questo è il tasso di dispersione esplicito, ovvero quello visibile e numerabile. Bisogna considerare anche la dispersione implicita, ovvero coloro i quali, pur conseguendo un titolo o un diploma, egualmente non possiedono le competenze adeguate. 

Il 19 giugno 2020 la Commissione europea pubblica il Digital Economy and Society Index (DESI) ovvero l’indice composto che misura le capacità e le competenze di cui dispone un paese in ambito digitale.

Se nella connettività l’Italia si colloca appena sotto la media europea, è proprio nella disponibilità di competenze e capitale umano adeguato che risulta definitivamente ultima fra i paesi europei. 

E quindi, per Bianchi, non è casuale che il nostro paese, con i più bassi tassi d’istruzione d’Europa, sia anche il paese che negli ultimi venti anni, ovvero gli anni dell’economia della conoscenza, è quello cresciuto meno di tutti. 

Fonte: Commissione europea – www.ec.europa.eu

Mentre in Germania si affrontavano crisi e rilancio dell’economia investendo in educazione, in Italia si effettuavano tagli proprio all’istruzione, oltre che a sanità e welfare. Ed è in questi tagli che si colloca, per l’autore, la radice del ritardo italiano. 

La riduzione della spesa per l’educazione proprio nel momento del rilancio e del passaggio alla digitalizzazione, ha inciso sullo sviluppo delle tecnologie e soprattutto sulle competenze.

Non si tratta quindi, sottolinea Bianchi, di ritrovare la quotidianità della scuola dopo la sospensione dovuta alla pandemia, ma di ridisegnare una scuola che sia fattore di sviluppo per l’intero paese. 

Una nuova scuola i cui ambiti di competenza possono essere sintetizzati con l’acronimo CAMPUS (Computer/Coding, Arte, Musica, Polis, Sport), a sottolineare come la nuova scuola debba essere un  campo in cui allenarsi insieme a una vita in cui l’obiettivo fondamentale sia costruire comunità solidali e coese. 

L’idea alla base dei Patti educativi di comunità, indicati nel Rapporto conclusivo come la via maestra da seguire, è quella di aprire alla scuola reali spazi di arricchimento formativo e rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attivazione alla legge sull’autonomia. Cruciale diventa anche il rapporto con l’università e i centri di ricerca, che devono avere la possibilità di costruire relazioni più strette con la scuola. 

Migliorare le conoscenze e le competenze nelle materie scientifico-tecnologiche, cioè STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). 

Smetterla di inseguire l’alternanza scuola/lavoro ma andare verso forme di integrazione in cui reciprocamente le imprese, le scuole, gli enti di ricerca si rendano fra loro complementari. 

Sono già numerose le iniziative indicate come «scuola-fuori-dalla-scuola» ma, affinché il cambiamento abbia senso, bisogna ci sia una loro diffusione capillare. 

È necessaria anche una rivalutazione della figura dell’insegnate e della sua centralità nell’educazione e formazione degli alunni come un loro adulto di riferimento. 

Così è riemerso anche il tema da tempo rinviato dell’adeguamento del numero dei docenti e del personale tecnico. Anche una volta però, sottolinea amaramente Patrizio Bianchi, una materia, che avrebbe dovuto essere il centro di una programmazione di lungo periodo, è stata affrontata in termini emergenziali. 

Molte delle proposte avanzate dal Comitato sono state poi adottate dall’amministrazione in diversi decreti successivi. Tuttavia, l’aver scelto di attivare di volta in volta i diversi provvedimenti ha fatto venir meno la visione complessiva. 

È questo quindi il momento di scegliere se attuare un vero cambiamento oppure lasciare che questa diventi l’ennesima occasione perduta. 

La pubblicazione del libro di Patrizio Bianchi con ilMulino a ottobre 2020, a tre mesi dalla consegna del Rapporto finale della Commissione da lui coordinata, libro nel quale elenca le medesime criticità e propone le stesse soluzioni indicate nel suddetto rapporto, e soprattutto il modo in cui li espone, lascia sottintendere al lettore che il treno del cambiamento, ahinoi, potrebbe essere già passato e che, ancora una volta, l’Italia si è fatta trovare impreparata, o distratta.

Bibliografia di riferimento

Patrizio Bianchi, Nello specchio della scuola. Quale sviluppo per l’Italia, ilMulino, Bologna, 2020

L’autore

Patrizio Bianchi: Professore di Economia all’Università di Ferrara, rettore e docente per la Cattedra UNESCO in Educazione, crescita e uguaglianza, assessore alla regione Emilia-Romagna a Scuola, educazione, università, ricerca, formazione e lavoro. Coordinatore del Comitato per il rilancio della scuola dopo la COVID-19.

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018)

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

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