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Irma Loredana Galgano

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Stefano Agosti, La parola della poesia

18 mercoledì Giu 2025

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IlSaggiatore, Laparoladellapoesia, recensione, saggio, StefanoAgosti

La parola della poesia di Stefano Agosti è un’indagine critica su quella parte di mondo che si nasconde tra le pieghe di un verso, che viene risvegliata da un accento, che mostra le sue contraddizioni grazie alla metrica. La parola poetica è forse la parte del linguaggio che più di tutte unisce pulsioni viscerali e significati raffinati, simbologie sonore e associazioni inattese. 

La proprietà essenziale della parola analitica è esprimere, manifestare, trasmettere quello che essa non dice.1 Tale proprietà potrebbe convenire anche alla parola letteraria, e in particolare alla parola poetica: proprietà che in questo caso sarebbe quella di esprimere, manifestare, trasmettere ciò che non sta nell’ordine del discorso. Ovvero la produzione (la manifestazione) di un senso non risolvibile in termini di significato. 

La poesia è un ambito autonomo della realtà e della lingua, nella quale, attraverso il capovolgimento negli abituali rapporti di forza tra piano sintagmatico e piano paradigmatico, è possibile un’interruzione della continuità ordinaria, non fine a se stessa, ma indirizzata a un cambiamento qualitativo, percepito sul piano del significante come su quello del significato. Se il linguaggio è una catena di relazioni ereditata, l’arte verbale non fa che attivare ciò che è originariamente reattivo del linguaggio ordinario: la poesia crea connettendo “ad arbitrio”. Jakobson arriva a considerare il linguaggio poetico come una liberazione di una capacità insita nel linguaggio stesso: creare connessioni e conseguentemente “mondi”.

Il confine tra ciò che è poetico e ciò che non è tale è divenuto sempre più sfuggente. Nella contemporaneità è riscontrabile il processo di avvicinamento dell’ordinario al poetico. Non soltanto i poeti cercano nell’ordinario il poetico, ma si assiste a una sempre più ingegnosa commistione del poetico al circuito dell’ordinario, che rischia di limitare l’uso della “poeticità” alle dinamiche del meccanismo della domanda-offerta, dominante non solo nel circuito economico, ma anche in quello culturale mass-mediatico, ambito ristretto del primo.2 La pubblicità, per esempio, prende del poetico ciò che le è funzionale per raggiungere i suoi obiettivi commerciali: si può facilmente intuire l’incidenza della funzione poetica nei moderni spot pubblicitari che si servono dei dispositivi formali tipici del linguaggio poetico, pur senza assegnare loro il ruolo determinante che svolgono invece in poesia.3

Se la poesia è riconoscibile in maniera sistematica nel prevalere della funzione poetica sulle altre funzioni del processo comunicativo, la poeticità di un’espressione verbale indica che in gioco non è la semplice comunicazione, ma qualcosa di più: la rilevanza del messaggio in sé chiama in causa il carattere dinamico del linguaggio – affine alla parole saussuriana – rispetto al suo carattere statico – relativo invece alla langue saussuriana. Il linguaggio quotidiano stilizza ciò che descrive, mentre il linguaggio poetico, in quanto emancipato dalla strumentalità della comunicazione, va al di là della stilizzazione, esprimendo la naturalità dell’evento e avviando una decostruzione del linguaggio ordinario stesso. Il linguaggio poetico mette in evidenza ciò che la percezione immediata generalmente fa cadere nell’oblio.4

Nella poesia, lo stesso veicolo di articolazione delle parole, ovvero le caratteristiche specifiche (fonologiche, grafiche, …) delle espressioni poetiche, è determinante per la comprensione del significato, che potrebbe dunque variare indefinitamente. La creatività del linguaggio poetico sta, inoltre, nell’evocare delle immagini mentali che possono essere poi modulate e interpretate dal lettore. La “strada immaginativa” viene percorsa in particolar modo dalla metafora, onnipresente nel linguaggio poetico. Anche se va sottolineato che la capacità creativa e “multimodale” della metafora poetica non costituisce motivo di discontinuità rispetto al linguaggio ordinario.5

Agosti sottolinea come ai radicali mutamenti nello studio del testo poetico, dovuti all’intervento di scienze quali la linguistica strutturale – esemplificabile soprattutto nel Cours de linguistíque générale di Saussure – e la semiologia – principalmente nell’elaborazione che ne ha effettuato Gremas – bisogna aggiungere quelli imputabili all’intervento della teoria psicoanalitica, in tutto il suo svolgimento nel corso dell’ultimo secolo, da Freud a Lacan. 

La psicoanalisi e la poesia sono due pratiche che, seppur in modo differente, offrono al soggetto la possibilità di accadere nel linguaggio diversamente da quanto farebbe qualsiasi altro sapere. Ciò è possibile perché la parola del poeta, così come quella dell’analizzante, non è sottoposta al vaglio di un ordine del discorso che ne disciplina il gesto secondo le proprie categorie, andando così a sopprimere quell’urgenza particolarissima che contraddistingue queste due voci. Si potrebbe aggiungere inoltre che, proprio perché queste due pratiche rinunciano alla posizione di una parola-maestra, sono in grado di non mettere a tacere l’inquietudine che anima i loro discorsi, irrequietezza appunto di una parola che trema, esita, indugia a farsi riconoscere e che riflette senza mistero l’identità in corso di definizione del suo portavoce.

Parola inquieta dunque ma anche, per questo, parola sovversiva che rompe gli argini del discorso corrente e di ogni pretesa di sapere-già-saputo e incontra, da una parte la poesia e dall’altra la psicoanalisi, due pratiche simboliche capaci di ascoltare e raccogliere in un bacino di senso, uno per uno, tutti quei deragliamenti del linguaggio che ogni altro sapere avrebbe o brutalmente messo a tacere oppure collezionato orgogliosamente con tanto di nuova etichetta.6

La poesia nasce dagli sbandamenti della ragione più progettuale, essa scardina ogni pretesa intenzionalità per manifestarsi come effetto di deriva, come colpo di scena improvviso capace di aprire la strada a dirottamenti del senso imprevisti. Se la psicoanalisi costruisce la propria pratica a partire dalla natura ambigua del linguaggio e dagli equivoci che essa inevitabilmente comporta, la poesia glorifica questa ambiguità e si genera solamente in virtù della plurivocità del senso. Entrambi i saperi aprono uno spazio in cui il soggetto “diviene molteplice”7: egli si colloca al di là di una rappresentazione unitaria di sé in quanto parla, in analisi e in poesia, non da una posizione di coincidenza con il proprio dire bensì da un punto decentrato rispetto alla propria immagine. Ma se il compito dell’analisi è portare il soggetto a incarnare la propria parola, cioè ad assumerne, per quanto possibile il peso soggettivo, la poesia rimane quell’apertura in cui la parola evoca senza informare, quel luogo in cui nessuno può domandare più di quanto offra.8

Agosti percorre un itinerario tra le liriche di classici e contemporanei, inseguendone gli echi dentro e fuori dal canone: ecco allora che l’Infinito di Leopardi, in cui ogni lemma sfida l’indicibile, si giustappone ai grafemi di Orelli; la lingua mimetica delle onomatopee di Pascoli si proietta nelle deflagrazioni di Sanguineti; le creature verbali di Rimbaud trovano eredi nei tentativi di Blotto di trascrivere quanto sta fuori dall’ordine del discorso.

Come si fa a registrare verbalmente la percezione di un profumo? Del mal di denti? Uno stato di ansia, o di esaltazione? Lo stato dell’essere nella propria pienezza amorosa? Percezione di uno stato interiore significa che lo stato interiore viene registrato dal soggetto alla stessa stregua di un fatto inerente la fisicità. L’esperienza diventa ancora più eccezionale e complessa laddove si parla di percezione di un nome, di un pronome, o comunque di un elemento del linguaggio. In tal caso, il linguaggio risulta assunto dal soggetto alla stessa stregua di un oggetto materiale.9

Chi scrive versi lo fa per cercare qualcosa che non potrebbe trovare altrove10. Lo scopo della poesia è, infatti quello di rinvigorire la vita morale11. La portata etica dell’operazione artistica fa da corollario a una vasta maggioranza di riflessioni teoriche le quali riguardano in priorità il sapere proprio della letteratura, tanto che è un dato di fatto riconoscere in molte di esse la compresenza di tre elementi della serie analitica: caratteristiche stilistico-strutturali, portata cognitiva, effetto etico.12

Tra le cifre che caratterizzano la produzione poetica italiana degli ultimi cinquanta anni è possibile rinvenire proprio la persistente riflessione sul modo in cui le nostre percezioni e intuizioni colgono gli aspetti contraddittori della vita.13 In questo panorama letterario, l’ansia mimetica spinge l’artista verso forme di rappresentazione che, per quanto irrisolte o sospese tra la versificazione e il racconto, si offrono quale risposta a domande urgenti e perennemente irrisolte: qual è la ragione profonda della convivenza sociale? In che misura è proponibile una raffigurazione del mondo quando questo muta repentinamente? Spetterà allora al poeta il compito di rintracciare queste aporie.14 E al lettore, al critico, apprendere e comprendere le conclusioni. Avviare cioè un’ulteriore ricerca che non deve limitarsi, per Agosti, al semplice parlare dell’autore, della sua vita, dei suoi amori, bensì volgere l’interesse alla verbalità, alle strutture verbali. Egli stesso ha dichiarato di apprezzare la critica di Contini proprio perché diversa, in questo, rispetto alle altre.15

Ed ecco allora che il lavoro svolto da Agosti e riportato ne La parola della poesia è un cammino lungo le liriche di autori classici e contemporanei analizzate non solo seguendo il metodo dettato dalla linguistica strutturale ma anche quello psicoanalitico per riuscire a meglio comprendere le strutture verbali ma anche le risposte alle numerose e contraddittorie domande che i poeti da sempre si pongono. 

Il libro

Stefano Agosti, La parola della poesia. Da Leopardi ad Augusto Blotto, Il Saggiatore, Milano, 2024.


1J. Lacan, Écrits, 1956.

2A. Serra, Linguaggio, poesia e realtà. Linguaggio ordinario e linguaggio poetico in Roman Jakobson, in RIFL, vol. 8 n° 1, 2014.

3R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966.

4A. Serra, op.cit.

5F. Ervas, Natura multimodale e creatività del linguaggio poetico, in Rivista di estetica, n° 70, 2019.

6F. Perardi, Psicoanalisi e Poesia: la fede nella parola, in ali-to.it Associazione lacaniana internazionale Torino

7G. Deleuze, Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault e altri intercessori, Ombre Corte, Verona, 1996.

8F. Perardi, op.cit.

9S. Agosti, Il testo degli istanti. Nota sulla poesia di Jaqueline Risset, in M. Galletti (a cura di), Jaqueline Risset “une certaine joie”. Percorsi di scrittura dal Trecento al Novecento, Roma Tre-Press, Roma, 2017.

10V. Magrelli, Che cos’è la poesia, Luca Sossella, Roma, 2015.

11B. Croce, In difesa della poesia, su La Critica, n° 32, 1934.

12C. Caracchini, Il pensiero della poesia: preliminari per un’esplorazione, in C. Caracchini, E. Minardi (a cura di)  Il pensiero della poesia. Da Leopardi ai contemporanei. Letture dal mondo di poeti italiani, Firenze University Press, Firenze, 2017.

13E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi, Torino, 2005.

14M. Pecora, Lo schermidore lirico. La logica della dissacrazione nell’opera poetico-narrativa di Valentino Zeichin, in SigMa – Rivista di Letterature comparate, teatro e atti dello spettacolo, vol. 3, 2019.

15S. Agosti, Tre lezioni a Ca’ Foscari, A. Costantini (a cura di), Università Ca’ Foscari, Venezia, 2018.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


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Andrea Levi, Genetica dei ricordi. Come la vita diventa memoria

05 martedì Dic 2023

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AndreaLevi, Geneticadeiricordi, IlSaggiatore, recensione, saggio

La plasticità della memoria fa sì che essa ristrutturi se stessa per consentirci di giocare con i ricordi a seconda di quel che a noi conviene. È l’informazione genetica a costituire la struttura materiale che consente al sistema di funzionare, e il suo viaggio attraverso il cervello rappresenta la danza essenziale sottesa a ogni ricordo. 

La durata della memoria umana è spesso nell’ordine di anni o di decenni, mentre è opinione corrente che tutte le molecole del nostro corpo, con l’eccezione del Dna, abbiano un turnover di giorni, settimane, al massimo mesi. 

Come può la memoria essere conservata nel cervello con un meccanismo che sia indipendente dal turnover delle molecole?

Ecco allora che per Andrea Levi risulta sempre più evidente che la memoria, che inizialmente si pensava essere conservata per mezzo del solo rafforzamento dei circuiti neuronali, richiede anche la trascrizione del Dna, oltre la sintesi di Rna e di proteine. 

A costituire la materia della nostra identità è dunque l’insieme di ciò che abbiamo appreso e più o meno consapevolmente ricordiamo, in aggiunta al nostro patrimonio genetico e ad alcune caratteristiche innate quali il carattere e le capacità cognitive. 

Ogni esperienza è un’educazione, nella misura in cui crea e porta alla luce nuove caratteristiche dell’io, dando loro linfa vitale. 

Come le onde marine, i ricordi bagnano il corpo di chi li evoca ma non si lasciano trattenere dalle sue mani. Come il mare, la memoria si estende vasta e indefinita, apparentemente intangibile, ma in verità composta da una materia precisa, ordinata compatta. 

Utilizza questa metafora Levi per rendere l’idea di quanto sia in realtà potente la memoria, apparentemente intangibile eppure così concreta. Ci accorgiamo della forza del ricordo ogni qual volta lo vediamo causa del nostro ridere o piangere. 

Ma di cosa è fatta la memoria? Anch’essa, come le onde, sembra a prima vista composta di una materia liquida, che ci scivola addosso. D’altra parte, però, il corpo della memoria è perfettamente solido. Ogni ricordo è reso possibile da un vasto insieme di micro-entità vive, reattive e tridimensionali, ognuna delle quali ha una propria specifica fisicità. 

I circuiti neuronali costituiscono l’hardware determinato dall’informazione contenuta nel Dna durante lo sviluppo umano. La plasticità sinaptica – ossia la forza delle connessioni tra i neuroni, che varia al variare dell’attività cellulare – rappresenta invece il software, dal quale deriva l’abilità di memorizzare una specifica informazione e non un’altra. 

Genetica dei ricordi indaga sul legame tra la parte più immateriale di noi, la memoria, e quella più infinitesimale, le nostre cellule. 

Fin dall’antichità, la memoria è stata considerata una delle tre facoltà che caratterizzano l’uomo, insieme alla volontà e all’intelletto. Differentemente dai più semplici riflessi motori, infatti, tutte le attività cognitive necessitano di creare, consolidare e rievocare ricordi. Fin dal secolo scorso è stata postulata l’esistenza di microcircuiti neurali specifici che fungessero da substrato e traccia per la memoria. Grazie agli enormi progressi delle tecniche di neuroimaging degli ultimi dieci anni, tali unità fondamentali – chiamate engram – sono state mappate in vivo in alcuni laboratori. 

Il processo di consolidamento della memoria da breve a lungo termine, alla base dell’engram, può essere emulato con successo anche in substrati artificiali. Per ottenere tale risultato, i ricercatori hanno utilizzato connettomi di nanofili (nanowires) memresistivi, cioè reti connesse su scala nanometrica – la stessa delle sinapsi biologiche – che mostrano le tipiche funzioni neurali.1

Lo psicologo americano Endel Tulving ha sostenuto che ricordare significa viaggiare nel tempo, un tempo mentale ovviamente, che segna il trascorrere della nostra vita e determina la continuità della nostra identità personale. L’idea del ricordo come “viaggio mentale nel tempo” mette in luce un aspetto fondamentale del funzionamento della memoria umana: ciò che chiamiamo “ricordo” è fatto di elementi diversi – immagini, suoni, odori, emozioni – che derivano dal funzionamento di sistemi mnestici differenti ma in interazione tra loro. Il collante siamo noi stessi, è la nostra soggettività. Per essere vissuta come “ricordo” l’informazione deve essere recuperata in un preciso tempo e luogo e con un riferimento a se stessi in quanto partecipanti all’episodio. 

Nel linguaggio comune, il termine “ricordare” può avere un duplice significato: possiamo recuperare dalla nostra memoria fatti ed episodi del passato, quindi quello che abbiamo già vissuto, oppure possiamo ricordare i piani, le intenzioni, le azioni che svolgeremo in futuro. Tecnicamente si parla di memoria retrospettiva nel primo caso e memoria prospettica nel secondo.2

Ma la memoria non è solo ciò che siamo in grado di ricordare consapevolmente del passato, è l’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato influenzano le risposte future. I circuiti cerebrali “ricordano” e apprendono dalle passate esperienze attraverso un’accresciuta probabilità di attivazione di determinati pattern di eccitazione, cui conseguono delle modificazioni sinaptiche sia in senso quantitativo sia di localizzazioni. Il ricordo è il risultato della costruzione di un nuovo profilo di eccitazione neuronale, che presenta le caratteristiche proprie particolarmente intense e traumatiche.

La memoria esplicita ha tra le sue caratteristiche essenziali il suo opposto: la possibilità di dimenticare. In questo modo non memorizza tutto ciò che ci accade, ma particolari eventi e in questo meccanismo di selezione sicuramente le emozioni svolgono un ruolo fondamentale, perché attivatrici o inibitrici dei complessi sistemi cerebrali.3

In senso stretto, quindi, si intende per memoria la facoltà umana di conservare le tracce delle esperienze passate e di avere accesso ad esse – almeno in parte – mediante il ricordo. Nel senso più ampio possibile, invece, la memoria può essere intesa come la capacità di un sistema complesso – vivente o artificiale – di immagazzinare informazioni relative a situazioni ed eventi che si succedono nel corso del tempo, modificando così la propria struttura in modo tale che la reazione a situazioni ed eventi successivi è influenzata dalle acquisizioni precedenti. 

La memoria storica è una forma di memoria “speciale”, quella che conserva rappresentazioni di avvenimenti, persone, situazioni o oggetti di cui il soggetto non ha avuto esperienza diretta, ma che appartengono a un passato che ha preceduto la sua vita, e di cui possiede dunque una memoria mediata da racconti altrui. La memoria storica svolge la funzione di collocare i soggetti nel tempo della storia.4

È possibile che ci sia una regione del Dna – o forse un Rna – che codifica per ciascuna spina sinaptica e che questa sia modificata quando è necessario alterare la forza di quella sinapsi. Per Levi, questa ipotesi di Francis Crick, Nobel per la medicina nel 1962, non è tanto lontana dal vero.

Esistono casi in cui quei cambiamenti strutturali e funzionali delle sinapsi che sono alla base della Ltp – Lipid transfer protein – possono essere persi e poi riformati, garantendo tuttavia il mantenimento dell’engramma e quindi dell’evento memorizzato. Questo implica che l’informazione necessaria per potenziare il circuito in questione deve essere immagazzinata in qualche modo dai neuroni, ma non nelle sinapsi in quanto, una volta persi, i cambiamenti funzionali e strutturali non potrebbero rigenerarsi da soli. 

Gli esperimenti più convincenti a sostegno dell’esistenza di meccanismi molecolari per la conservazione delle memorie presenti all’interno dei neuroni ma al di fuori delle sinapsi sono stati compiuti utilizzando topi modificati con opportune tecniche di ingegneria genetica, i Trap – Target recombination in active populations. 

Bisogna guardare ai meccanismi epigenetici. Stando all’ipotesi epigenetica della memoria, questi stessi meccanismi molecolari possono permettere ai neuroni che fanno parte di un engramma di “ricordare” quali proteine specifiche essi avevano sintetizzato durante la Ltp e in che modo avevano modificato le sinapsi. In altre parole, permetterebbero di riformare le connessioni rafforzate tra i neuroni che incarnano la memoria. 

Tutte le cellule del nostro corpo, con poche eccezioni, condividono il medesimo patrimonio genico, ossia la sequenza del Dna, ma ogni tipo di cellula esprime il suo repertorio specifico di proteine. 

Una lunga serie di esperimenti ha dimostrato che interferire con meccanismi epigenetici nell’animale inibisce la L-Ltp e, più in generale, la formazione di memorie a tempi lunghi. 

Col tempo, l’engramma di una memoria esplicita è maturato in modo tale da far sì che parte dell’informazione finisca per risiedere in regioni diverse dell’ippocampo. 

Secondo la teoria standard del consolidamento di sistema, rievocare più e più volte delle memorie di antica fattura consentirebbe di ristrutturare i circuiti neuronali al punto tale da automatizzarli rispetto all’ippocampo. Le memorie di nascita più recente, al contrario, non riuscirebbero a completare il consolidamento, mantenendosi perciò dipendenti dall’ippocampo e alterandosi in caso di un suo danneggiamento. 

La teoria delle molteplici facce – multiple trace theory – afferma che ricordare un evento equivale a riscriverlo, cosicché a ogni rievocazione corrisponde la nascita di nuovi engrammi. E ciò si avvicina molto all’idea dell’autore per cui ricordo e vita sono affini. Il ricordo è una vita reiterata. 

Il libro

Andrea Levi, Genetica dei ricordi. Come la vita diventa memoria, Il Saggiatore, Milano, 2023.


1G. Milano, A. Cultrera, L. Boarino, L. Callegaro, C. Ricciardi, Tomography of memory engrams in self-organizing nanowires connectomes, Article number: 5723 (2023), Nature Communications. 

2M.A. Brandimonte, Sistemi di memoria, in V. Girotto, M. Zorzi (a cura di), Manuale di Psicologia generale, Il Mulino, Bologna, 2016.

3S. Domenichetti, La memoria: tra il ricordo e la perdita, Journal of Psychopathology, 4-2003

4P. Jedlowski, Memoria, esperienza, modernità. Memorie e società nel XX secolo, Franco Angeli, Milano, 2002.


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Possibilità e Necessità: “Il processo” di Franz Kafka

18 lunedì Set 2023

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FranzKafka, IlProcesso, IlSaggiatore, recensione, romanzo

Il 2024 sarà l’anno del centenario dalla morte di Franz Kafka, avvenuta a Kierling nel 1924. La sua nascita è avvenuta a Praga nel 1883. Ma è a un’altra città, ovvero Berlino, che è legata una vicenda la quale, plausibilmente, ha rappresentato la spinta propulsiva alla scrittura de Il processo. Un libro di cui egli sembrava essersi pentito e che non voleva pubblicare. Il romanzo infatti è stato pubblicato postumo. 

Nel luglio del 1914 Kafka si reca a Berlino per sciogliere il fidanzamento che lo lega a Felice Bauer. L’incontro avrà luogo in una camera d’albergo, alla presenza della sorella e di un’amica di lei. Nei suoi diari, l’autore lo paragona a un «tribunale». Poche settimane dopo, Kafka inizierà la scrittura del Der Proceß – Il Processo.

Una mattina Josef K. Viene dichiarato in arresto. Non ha fatto nulla, sa di non aver commesso alcun reato, eppure è proprio lui che cercano. Josef K. pensa subito a un malinteso, un disguido e così sceglierà di agire secondo ragione. Ma la ragione nei romanzi di Kafka serve a poco o nulla. La colpa di Josef K., qualunque essa sia, richiede un castigo, che si dispiega nella sua arbitrarietà non solo nella condanna finale, ma in tutto ciò che avviene in mezzo: deve lottare ogni giorno tra avvocati, interrogatori e udienze per raggiungere la libertà. 

E, paradossalmente, spesso sembra dover combattere anche contro se stesso, contro la sua mente, la sua stessa ragione su cui tanto ha fatto affidamento. 

Josef K. sembra non comprendere gli eventi ma, solamente, subirli. Con questo schema scelto da Kafka il lettore riesce a entrare nella storia come ne fosse parte attiva, o meglio “passiva”, proprio come il protagonista. E, insieme, sembrano scoprire cosa accade. Ma, ovviamente, non è così. Perché Josef K., inventato ad uopo da Kafka, di riflesso sa per certo cosa accade e cosa accadrà. Nel libro. Ma potrebbe Kafka essersi sentito nella stessa identica maniera del suo protagonista durante il suo di processo, quello svoltosi nel tribunale della camera di albergo. Tutto questo intricato intreccio non fa altro che catturare il lettore e stupirlo, meravigliarlo e lasciarlo gioire della grandezza artistica dell’autore. 

Come fosse tutta una percezione: il mondo in cui sta vivendo Josef K. è reale ma è anche una beffa. Un complicato intreccio di inganni ordito da menti superiori, nascoste, che controllano Josef K. e controllano il mondo che lui vorrebbe controllare con la ragione. 

Rileggendo oggi Il Processo il lettore nuovamente si stupisce di quanto Kafka sia riuscito a creare con le parole. Spesso la mente rimanda alle immagini di Matrix1, con le sue acrobazie fatte con la mente e al tentativo di dare una ragione a ciò che senso proprio non ne ha. 

L’angoscia di Josef K., pagina dopo pagina, assorbe anche il lettore il quale sembra venire risucchiato da questa surreale claustrofobia che sottende all’intera vicenda. E così pare anche a lui ormai impossibile una vita libera dalle circostanze esterne, dalle convenzioni sociali, dal potere dell’Altro su di noi. 

Una narrazione che riesce a far guardare al mondo con occhi diversi e, al contempo, “costringe” a indagare se stessi con la stessa crudele e dolorosa e necessaria precisione.

Kafka non è una lettura semplice. Non lo è per quasi nessuno dei suoi scritti. Eppure leggendolo ci si accorge ogni volta di quanto sia necessaria. Utile a comprendere il mondo, di allora come di oggi. Per comprendere anche se stessi. A tratti, leggere Kafka, potrà sembrare una lettura incomprensibile ma non è così. È il racconto della vita reale e complicata che porta la scrittura a essere o diventare complessa. Perché è proprio la vita, spesso, a essere incomprensibile, insopportabile, esattamente come le ingiustizie di cui Kafka racconta. Ingiustizie che neppure l’accettazione, voluta o subita, della Legge può giustificare. Per certo, nell’analisi di Kafka, non può giustificare l’esistenza del mito sacrificale, del tipo di quello cui è stato sottoposto Josef K.

Il nesso fondamentale che lega l’ingiustizia al diritto è quello della Necessità: la Necessità è il grande altare su cui viene sacrificato il Possibile, là viene spaccato il cuore del Possibile escluso nascondendo il sangue scorso nella spazzatura del pensiero. E, quando Josef K. rifiuta di lasciarsi sacrificare con la sponte sua, si rifiuta di dare ragione alla «necessità», accade qualcosa di inspiegabile: nel momento in cui Josef K. riconosce la possibilità che può spezzare la necessità, e la riconosce nel suo prossimo apparso fragile e indifeso nel gesto della muta offerta d’aiuto delle braccia levate, proprio in quel momento un guardiano gli affonda il coltello nel cuore e Il processo si chiude.2

È triste, certo. Ma non è pessimismo. Piuttosto una visione della vita e della realtà oltre le immagini simboliche e stereotipate. In poche parole: è Kafka. 


Il libro

Franz Kafka, Il processo, Il Saggiatore, Milano, 2023. Traduzione di Valentina Tortelli.


1Film di Fantascienza diretto da Lana e Lilly Wachowski, anno 1999.

2Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove, Giunti Editore, Firenze, 2016.



Articolo pubblicato su OublietteMagazine


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Perché proprio questo è il secolo della solitudine?

10 giovedì Mar 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlSaggiatore, Ilsecolodellasolitudine, NoreenaHertz, recensione, saggio

La solitudine non è certo un sentimento che nasce in questo secolo. Ma è in questo periodo storico che abbraccia e viene abbracciata da altri e differenti aspetti della società, originando quella che Noreena Hertz definisce economia della solitudine, nata per sostenere e sfruttare chi si sente solo.

La solitudine che Noreena Hertz racconta non si limita alla frustrazione del desiderio di avere qualcuno vicino, è un male sottile che si è insinuato dentro di noi e ha permeato ogni aspetti della nostra società. È la solitudine strutturale del sistema capitalistico, che ci spinge a pensare solo a noi stessi e a vedere gli altri come concorrenti o nemici. 

È l’isolamento provato dalle persone che si sentono trascurate e tradite dai propri rappresentanti e dalle istituzioni, al punto da lasciarsi sedurre dal richiamo del populismo e degli estremismi politici. 

Una situazione in continua crescita che, a partire dal lockdown da Covid-19 del marzo 2020, non poteva che aggravarsi. 

In tutto il mondo, gli operatori dei numeri telefonici per la salute emotiva hanno riscontrato non solo notevoli picchi nel volume di chiamate durante i giorni di distanziamento sociale forzato, ma anche che un numero significativo di chiamate arrivava da persone che soffrivano la solitudine. 

In Germania, dove a metà marzo le linee di assistenza stavano ricevendo il 50 per cento di chiamate in più del solito, uno psicologo che rispondeva alle chiamate ha notato che la maggior parte di chi chiama aveva più paura della solitudine che di essere contagiato.

Quando la pandemia è iniziata in tantissimi già si sentivano soli.

Tre adulti su cinque negli Usa si consideravano soli. In Europa la situazione era simile: quasi un terzo dei cittadini olandesi ha ammesso di essere solo, uno su dieci profondamente; in Svezia un quarto della popolazione ha detto di essere solo frequentemente; in Svizzera due persone su cinque hanno dichiarato di sentirsi a volte, spesso, o sempre sole; nel Regno Unito il problema era diventato talmente grave che nel 2018 il primo ministro è arrivato al punto di nominare un Ministero della Solitudine.

I dati per l’Asia, l’Australia, il Sud America e l’Africa erano altrettanto preoccupanti. 

Gli anziani sono la categoria a cui siamo portati a pensare per primi quando riflettiamo su chi siano i più soli tra noi. Eppure, in realtà, e forse sorprendentemente, i più soli sono proprio i giovani. 

In quasi tutti i paesi dell’Ocse la percentuale di quindicenni che dicono di sentirsi soli a scuola è aumentata tra il 2003 e il 2015. 

Anche in questo caso è ipotizzabile un incremento a causa del Covid-19. 

Più volte Noreena Hertz sottolinea che non si tratta di una crisi di salute mentale bensì di una crisi che ci sta facendo ammalare fisicamente. 

La solitudine è più dannosa per la salute di quanto non lo sia l’assenza di esercizio fisico, è nociva quanto l’alcolismo e due volte più nociva dell’obesità. 

La solitudine che stiamo vivendo nel ventunesimo secolo copre uno spettro molto più ampio della sua definizione tradizionale. Nell’accezione presa in considerazione dall’autrice, non è solo il sentirsi privi di compagnia o intimità, e nemmeno il sentirsi ignorati, invisibili o trascurati da coloro con i quali si interagiva regolarmente. Si tratta di sentirsi anche senza sostegno e cura da parte dei nostri concittadini, dei datori di lavoro, della comunità, del governo. È l’essere distanti non solo da quelli a cui dovremmo sentirci vicini, ma anche da noi stessi. Non è solo la mancanza di sostegno in un contesto sociale o familiare, ma anche sentirsi politicamente ed economicamente esclusi. Include anche quando ci sentiamo tagliati fuori dal nostro lavoro e dal nostro ambiente lavorativo.

Uno stato non tanto interiore quanto esistenziale: personale, sociale, economico e politico.

Negli anni precedenti la pandemia di coronavirus, due terzi di coloro che vivevano in una democrazia pensavano che il proprio governo non agisse nel loro interesse.

Ma quello che si chiede Noreena Hertz è come si è arrivati a questo punto.

Le cause dell’odierna crisi di solitudine sono varie e numerose. Rientrano gli smartphone e tutti quei dispositivi digitali che ci isolano dal mondo reale ma vanno annoverate per certo le discriminazioni strutturali e istituzionali. Discriminazioni di natura razziale, etnica, xenofoba, sessista, sul lavoro come nella quotidianità. 

I fondamenti ideologici della crisi di solitudine del XXI secolo risalgono, per Hertz, invece agli anni ’80, quando si affermò una forma particolarmente dura del capitalismo: il neoliberismo, un’ideologia con un’enfasi preponderante sulla libertà – di scelta, di mercato, dei governi dall’interferenza dei sindacati. Un’ideologia che premiava una forma idealizzata di autonomia, un governo debole e una mentalità brutalmente competitiva che poneva l’interesse personale al di sopra delle comunità e del bene collettivo. 

In Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Canada circa la metà della popolazione pensava fosse così, e molti pensavano che lo Stato fosse così asservito al mercato da non prendersi più cura di loro o da non preoccuparsi più dei loro bisogni. 

In effetti gli enormi interventi che i governi hanno fatto per sostenere i propri cittadini nel corso del 2020 sono stati in netto contrasto con l’etica economica dei quarant’anni precedenti. 

Un ulteriore tema, collegato con il diffuso senso di solitudine attuale, che Hertz analizza in profondità, è il progressivo isolamento dal mondo reale per rifugiarsi nella realtà virtuale della Rete e dei social. Quest’ultimi in particolare trasformano i cittadini in bugiardi sempre più insicuri alla continua ricerca di “mi piace”, follower e prestigio sociale online incoraggiandoli a presentare versioni sempre meno autentiche di se stessi. 

Le vite condivise online sono un’accurata serie di momenti felici e ideali, feste e celebrazioni, spiagge di sabbia bianca e foto di piatti da acquolina in bocca. Il problema è, sottolinea Hertz, che queste versioni ritoccate e filtrate di noi stessi sono troppo spesso estremamente lontane dalla nostra vita reale. 

In un mondo in cui la comunità sembrava sempre più sfuggente, ma il bisogno di appartenenza è rimasto, le imprese sono intervenute per colmare il vuoto. L’economia della solitudine ha iniziato a espandersi – e non solo nella sua forma tecnologica – con gli imprenditori che hanno trovato modi sempre più innovativi per soddisfare il perenne bisogno della gente di ciò che il sociologo del primo Novecento Émile Durkheim chiamava «effervescenza collettiva», ovvero il lieto inebriamento che otteniamo quando facciamo qualcosa con gli altri, di persona (in palestre, club, pub, ritrovi, circoli, sale da ballo, gite, escursioni, sale da gioco…).

Tuttavia, queste innumerevoli attività intraprese per colmare un vuoto esistenziale con il loro inebriamento di certo non possono bastare per sconfiggere l’isolamento, la solitudine di questo millennio. Va precisato forse, a scanso di equivoci, che Hertz non è contraria a questo genere di attività per definizione, bensì allorquando vengono utilizzate per sfruttare il senso di solitudine delle persone per mero scopo di lucro.

Una solitudine che non è certo una forza singolare. Vive all’interno di un ecosistema. Se quindi si vuole fermare la crisi di solitudine necessita un cambiamento sistematico sul piano economico, politico e sociale e, al contempo, prendere atto della responsabilità personale di ognuno. 

Per risolvere il senso di abbandono che in tantissimi provano, non ci si può limitare, per l’autrice, a garantire che tutti i cittadini dispongano di un’efficace rete di protezione sociale, che gli obiettivi di bilancio dei governi siano meglio allineati con il benessere complessivo dei cittadini e che le disuguaglianze strutturali siano affrontate, anche in merito a questioni di razza e di genere. Bisogna anche assicurarsi che le persone siano poi adeguatamente assistite e protette, anche sul luogo di lavoro. 

Per risolvere almeno in parte la crisi di solitudine di questo secolo, quindi, bisogna fare in modo che le persone siano viste e ascoltate. 

Costruire un futuro completamente diverso, in cui riconciliare il capitalismo con la comunità e la compassione, assicurandosi di ascoltare molto di più le persone di qualsiasi estrazione e venga consentito loro di avere una voce, esercitando la comunità in una forma inclusiva e tollerante. 

Più in generale, è necessario un cambio di mentalità. Bisogna ritrasformarsi da consumatori a cittadini, da egoisti ad altruisti, da osservatori indifferenti a partecipanti attivi. 

Per fare questo, spiega Noreena Hertz, è necessario:

  • Cogliere le opportunità di esercitare la nostra capacità di ascolto, sia nel contesto lavorativo che in quello privato e personale.
  • Accettare che a volte ciò che è meglio per il collettivo non coincide con ciò che è nel nostro immediato interesse.
  • Impegnarsi a far sentire la propria voce dove possibile per portare un cambiamento positivo.
  • Impegnarsi nell’esercitare attivamente l’empatia.

Perché più a lungo trascuriamo la nostra responsabilità di prenderci cura l’uno dell’altro, più perderemo la capacità di fare tutte queste cose. E più perderemo la capacità di fare tutte queste cose, meno umana sarà, inevitabilmente, la nostra società. 

L’antidoto al secolo della solitudine, in fin dei conti, può essere solo l’esserci l’uno per l’altro, indipendentemente da chi sia l’altro. 

Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni di Noreena Hertz è un libro molto “crudele”, nel senso che pone il lettore faccia a faccia con scomode verità e con la cruda realtà. Un libro da leggere assolutamente. 

Il libro

Noreena Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, Il Saggiatore, Milano, 2021.

Titolo originale: The lonely century. Traduzione di Luigi Muneratto.

L’autrice

Noreena Hertz: Economista e consulente per multinazionali e organizzazioni non governative. Attualmente dirige il Centre for International Business and Management dell’Università di Cambridge.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazio l’Ufficio Stampa de Il Saggiatore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagine, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure” di Gaia van der Esch (ilSaggiatore, 2021)

22 giovedì Lug 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GaiavanderEsch, IlSaggiatore, recensione, saggio, VoltidItalia

Cosa è diventato il popolo italiano? Le donne italiane hanno aumentato il loro potere oppure no? L’Italia conserva ancora i tratti del Bel Paese e della Dolce vita oppure tutto è cambiato e oggi è un Paese nuovo, diverso?

L’Italia è un Paese che guarda con orgoglio al proprio passato oppure con speranza al futuro?

Queste sono alcune delle domande che sembra essersi posta l’autrice nel momento in cui ha intrapreso il suo viaggio, fisico e simbolico, attraverso tutto lo Stivale alla ricerca proprio di risposte. L’istantanea che emerge, come frutto del lavoro di indagine di Gaia van der Esch, in parte conferma le impressioni che si hanno circa la delusione e l’insofferenza degli italiani per il lungo periodo di crisi ed emergenza che il Paese sta attraversando, iniziato ben prima dell’esplosione della pandemia, ma riserva anche delle inaspettate sorprese. Meraviglie che stupiscono come solo l’Italia e gli italiani sembrano saper fare. 

La ricerca condotta da Gaia van der Esch non si è basata su un progetto strutturato, piuttosto sulle idee e sui desideri della stessa autrice la quale, motivata dalla voglia di conoscere più a fondo l’Italia e gli italiani, ha intrapreso il suo cammino che l’ha condotta lungo le innumerevoli strade che attraversano il Paese. Strade di asfalto, sterrato o sanpietrini, strade di vita vissuta dove i protagonisti sono diventati fin da subito gli abitanti del territorio, attori e agenti del vero vissuto locale. Ed è proprio grazie a loro, ai loro racconti, che l’autrice riesce a comporre e definire il quadro di cui sembrava aver bene in mente solo la cornice. 

Va da sé che la ricerca condotta da Gaia van der Esch non può oggettivamente acquisire valenza di uno studio, sia per la soggettività della stessa che per il numero limitato e la tipologia di persone che vi hanno preso parte. Una campionatura dettata in larga parte dal caso. Piuttosto la ricerca potrebbe essere vista come il resoconto scritto di ciò che gli occhi dell’autrice hanno visto e le orecchie ascoltato. Perché anche le parole degli intervistati, alla fin fine, hanno “subito” il filtro dell’autrice. Non che questo sia necessariamente un fattore negativo. Per questo tipo di scrittura ci può stare benissimo. 

Gli scenari che fanno da sfondo ai racconti cambiano, man mano che l’autrice si sposta attraverso il Paese, ma la narrazione non sembra variare poi tanto. Sia nell’affinità di temi e contenuti sia nello stile narrativo che van der Esch ha scelto di lasciare immutato. Una scrittura quasi colloquiale, quotidiana anche nelle parti più descrittive e riflessive. 

Uno sguardo particolare l’autrice sembra riservarlo all’universo femminile con cui è entrata in contatto. A meravigliarla è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate. Mentre gli uomini, per la maggiore, si mostravano spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza. Come se avessero proprio difficoltà a esporre a voce alta il loro punto di vista. Ciò che sembra accomunarle è, inoltre, una scarsa fiducia in un cambiamento che sia davvero efficace, determinante. Una sorta di “resa collettiva” che le spinge a gettare la spugna del combattimento patriottico e diventare a tratti più egoiste, imbracciando le armi per una lotta in solitaria che le porti a raggiungere i propri obiettivi, personali e professionali, poco importa a questo punto che ciò accada in Italia o fuori da essa, all’estero. 

In generale comunque gli italiani che hanno interagito con Gaia van der Esch si sono mostrati orgogliosi del passato del paese, delle tradizioni storiche, culturali, paesaggistiche. Come anche delle glorie e dei fasti che narra la Storia. Per contro, invece, sembrano tutti molto meno fiduciosi nel presente e, soprattutto, nel futuro. L’attuale situazione di certo non aiuta ma bisogna comunque tenere presente che le interviste e il viaggio on the road lungo la Penisola l’autrice li ha compiuti prima dell’esplosione della pandemia da Sars-Covid 19. 

Ed è sempre con lo sguardo rivolto indietro che tutti gli italiano sembrano riuscire a trovare la forza per affrontare il presente e prepararsi al futuro. In particolare in quella che è diventata l’archetipo per eccellenza del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Che vuol anche significare, in tempi duri, aguzzare l’ingegno per fronteggiare le necessità.

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Bibliografia di riferimento

Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, ilSaggiatore, Milano, 2021

L’autrice

Gaia van der Esch: nata da genitori italo-olandesi, è cresciuta in Italia ma ha vissuto a lungo all’estero. Ha lavorato con diverse Ong e collabora con la presidenza italiana del G20. 

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia” (Vita e Pensiero, 2020)

L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

È tempo di “Riscrivere l’economia europea”

02 martedì Feb 2021

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economia, Europa, IlSaggiatore, JosephStiglitz, Occidente, recensione, Riscrivereleconomiaeuropea, saggio

Bassi livelli di crescita, aumento della disuguaglianza, crescente insicurezza economica per vasti settori: sono solo alcune delle conseguenze dei problemi che non potranno mai essere risolti con piccoli cambiamenti politici. Per migliorare i risultati dell’economia e creare un benessere condiviso occorre riscrivere le regole dell’economia europea, intese nel senso più ampio, che comprende anche le politiche di fondo per il governo dell’Unione europea.

Dopo aver analizzato a fondo i problemi dell’economia statunitense, Joseph Stiglitz, in collaborazione con Carter Dougherty e la Foundation For European Progressive Studies, indirizza la sua ricerca verso l’economia europea e i suoi difetti sistemici, dovuti a errori strutturali ma anche al fatto che, ormai, la visione dei fondatori risale a oltre sessanta anni fa. Servono nuove istituzioni e nuove regole di governo dell’economia e della politica, che a loro volta devono basarsi su nuove idee.

Stiglitz, come anche gli altri economisti che hanno condotto l’indagine, si rivela fin da subito consapevole di quanto possa essere in realtà complesso apportare cambiamenti radicali al quadro economico di base, pertanto si è preferito concentrare l’attenzione su ciò che è realmente possibile fare pur mantenendo pressoché invariati i vincoli attuali imposti dall’Unione a se stessa come ai singoli paesi membri.

Un aspetto peculiare dell’economia europea è il modello sociale, il cosiddetto welfare state. Quest’ultimo ha pagato, nei vari paesi europei, un prezzo altissimo all’austerità, proprio in una fase in cui l’Europa avrebbe dovuto invece rinnovarlo e incrementarlo per renderlo adeguato alle realtà economiche del Ventunesimo secolo.

Oggi i cittadini europei hanno, rispetto a prima della crisi del 2008, meno possibilità di lavorare, istruirsi, curarsi e andare in pensione, e in alcuni paesi queste possibilità sono scese a livelli decisamente inaccettabili.

Gli autori affermano che la gran parte dei risultati deludenti dell’Unione europea sia riconducibile al quadro di politica macroeconomica. E i risultati, particolarmente deludenti, dell’Eurozona dipendono in parte proprio dalla sua struttura.

L‘euro ha eliminato i principali meccanismi correttivi, amplificando così le conseguenze di eventi come la crisi finanziaria del 2008 e provocando la successiva crisi del debito sovrano.

L’economia europea ha evidenziato anche un altro problema, ancor più preoccupante: i benefici di quel poco di crescita che c’è stato sono andati in gran parte a chi stava già meglio di tutti gli altri.

Le regole e le regolamentazioni economiche europee risalgono agli anni Novanta, che era decisamente un momento di trionfalismo capitalista. Però sostenere che a far crollare i regimi autoritari, da Varsavia a Bucarest fino a Mosca, sia stata l’economia di mercato significa travisare la storia: quel crollo fu il risultato del fallimento di un sistema comunista profondamente sbagliato, spinto sull’orlo del precipizio dalla determinazione americana nella corsa al riarmo tecnologico e dall’anelito umano alla libertà.

Se l’Eurozona fosse stata creata pochi anni dopo, allorquando le economie dell’est asiatico furono investite da una serie di shock economici, i rischi di quella formula, per Stiglitz e colleghi, sarebbero stati molto più evidenti.

Quei paesi non erano riusciti a evitare una crisi grave pur avendo rispettato alla lettera le stesse ricette macroeconomiche di contenimento del disavanzo, del debito e dell’inflazione confluite nei vincoli dell’Unione europea. Ma anche i precedenti successi di quei paesi per gli autori vanno interpretati come una smentita del credo ultracapitalista. Per anni, infatti, i loro altissimi tassi di crescita erano stati favoriti da un interventismo pubblico ben più sistematico di quello consentito dalle regole europee.

Molti europei guardavano con ammirazione all’aumento del Pil americano, ma trascuravano il ristagno, anzi il calo in termini reali, del reddito di larghe fette della popolazione statunitense, e ignoravano sia la precarietà dei redditi, sia la mediocrità dei servizi sanitari, che si rifletteva in un’aspettativa di vita inferiore a quella di tutti gli altri paesi sviluppati.

Con ogni probabilità, se le regole fossero state scritte dopo la crisi e la recessione, i loro estensori sarebbero stati ben più scettici sulla capacità dei mercati – soprattutto finanziari – di funzionare da soli.

Tutte le crisi prima o poi passano, ma, nel valutare un sistema economico, ciò che conta non è che la crisi sia finita o semplicemente superata, bensì il tempo impiegato per arrivare a una completa ripresa, le sofferenze inflitte ai cittadini, e la durata delle stesse, e la vulnerabilità del sistema a un’altra crisi.

In Europa le conseguenze della crisi finanziaria e della recessione sono state inutilmente gravi, lunghe e dolorose. Il divario tra la condizione attuale dell’economia e quella in cui si sarebbe trovata in assenza di crisi si misura ormai in trilioni di euro. E ancora oggi, oltre un decennio dopo lo scoppio della crisi, la crescita rimane incerta.

I problemi di fondo della struttura economica e del quadro delle politiche europee sono ancora gli stessi che hanno condotto alla crisi, e ciò rende l’Europa vulnerabile a una nuova crisi.

Le sfide da affrontare sono, in sintesi:

  • Scelte di politica economica (politica macroeconomica, politica monetaria, investimenti pubblici).
  • Regolamentazione dei mercati (riforme della corporate governance, dei mercati finanziari, della proprietà intellettuale, della concorrenza e del fisco).
  • Creazione di uno Stato sociale all’altezza del Ventunesimo secolo.
  • Definizione concordata di nuove regole globali che gestiscano meglio la globalizzazione, in modo da non aggravare i problemi di disuguaglianza.

L’Europa ha la tendenza a orientarsi verso i paesi maggiori eppure per Stiglitz, a volte, sono i paesi minori a creare modelli esportabili. Per esempio, il Portogallo ha dimostrato che la strada giusta è la crescita non l’austerità.

All’epoca in cui fu sottoscritto il Patto di Stabilità e Crescita, il mondo era appena uscito da una fase di inflazione galoppante. Ma oggi il problema non è più l’inflazione ma la disoccupazione. Per offrire lavoro a tutti occorre abbandonare l’austerità, correggere il disallineamento dei tassi di cambio in modo da renderli più equi ed efficienti e investire di più e con intelligenza.

Si può fare di meglio anche restando nell’ambito del Patto di Stabilità e crescita. Un paese può ad esempio rispettare il quadro di bilancio in pareggio (o il deficit entro il tre per cento) e contemporaneamente aumentare sia le tasse che le spese, in modo da stimolare l’economia. Ovvero impiegare il cosiddetto moltiplicatore di bilancio in pareggio. Va da sé però che bisogna scegliere con oculatezza le voci giuste, sia per le entrate che per le uscite.

Attualmente una delle economie ritenute più forti e stabili, all’intero dell’Unione, è quella tedesca. Tuttavia, ricordano gli autori, anche la Germania ha interesse ad abbandonare il proprio modello economico fondato sulle esportazioni se si guarda al medio periodo.

Man mano che le imprese cinesi impareranno a fabbricare, e non più acquistare, beni strumentali (soprattutto macchine industriali), questa vorace domanda si trasformerà in concorrenza per l’industria tedesca. Per cui, un maggior dinamismo della domanda interna e un’economia europea in buona salute possono aiutare la Germania ad attutire lo shock inevitabile che l’attende.

La politica monetaria è un altro grande strumento da cui partire per riscrivere l’economia europea.

L’Unione ha concepito la Bce per affrontare un problema del passato (l’inflazione) senza darle flessibilità sufficiente per affrontare i problemi del Ventunesimo secolo (occupazione e stagnazione).

La principale riforma della Bce dovrebbe prevedere l’estensione del suo mandato a un obiettivo di occupazione, basandosi su idee che potrebbero dare alla stessa e alle politiche monetarie europee quella flessibilità di cui c’è estremo bisogno:

  • Usare i margini di discrezionalità consentiti da Maastrich.
  • Fare riferimento all’inflazione di fondo.
  • Spostare l’attenzione sui rischi di inflazione troppo bassa e di deflazione.
  • Riorganizzare il programma di ricerca della Bce.
  • Definire obiettivi d’inflazione simmetrici, o addirittura sbilanciati verso la prevenzione della deflazione, poiché le fasi di alta disoccupazione sono associate a pressioni deflazionistiche.
  • Utilizzare vigilanza e regolamentazione bancaria per promuovere crescita e stabilità, incentivando gli investimenti produttivi e scoraggiando i rischi speculativi.
  • Gestire la vigilanza in modo da non accentuare la contrazione dell’economia.
  • Favorire il credito alle piccole imprese.
  • Accrescere il controllo del Parlamento europeo.
  • Accrescere l’efficacia di vigilanza del Consiglio europeo.
  • Accrescere la trasparenza.

(l’elenco è solo a titolo esemplificativo e non riporta in maniera esaustiva tutte le proposte discusse nel testo)

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) del 2012 è apparso come il primo approccio verso un cambio di rotta delle direttive economiche europee. Attualmente ritenuto in grado di gestire la crisi di un paese minore ma molto al di sotto di ciò che sarebbe necessario per affrontare una crisi bancaria in un paese maggiore. Oggi, chiedere assistenza sul Mes significa sottoporsi formalmente alla supervisione della troika per tutta la durata della crisi. Per ricevere assistenza i paesi devono accettare specifiche regole di bilancio e diverse modifiche alle proprie politiche.

Durante una videoconferemza organizzata dal think tank europeo Feps, Joseph Stiglitz ha parlato della necessità di prestiti e sovvenzioni da parte dell’Europa ai paesi membri, degli eurobond nel breve periodo, in quanto molti paesi hanno un livello di debito troppo alto per riuscire a reperire autonomamente le risorse necessarie, mentre per il lungo periodo auspica una maggiore tassazione comune dell’Unione europea (web tax, carbon tax, corporate tax).

E, all’interno del Feps Covid Response Papers nuomero dieci di ottobre 2020, Stiglitz parla in dettaglio della situazione attuale con commenti ai provvedimenti presi e quelli calendarizzati nonché dei vari scenari possibili.

Bibliografia di riferimento

Joseph E. Stiglitz, Riscrivere l’economia europea. Le regole del futuro dell’Unione, con Carter Dougherty e Foundation For European Progressive Studies, ilSaggiatore, Milano, 2020.

Titolo originale: Rewriting the rules of european economy.

Traduzione di Marco Cupellaro.

Joseph E. Stiglitz: capo economista e senior fellow del Roosevelt Institute, Premio Nobel per l’Economia 2001.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ilSaggiatore Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020) 

La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020) 

L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale 


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Recensione a “Manifesto per la verità” di Giuliana Sgrena (ilSaggiatore, 2019)

24 giovedì Ott 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiulianaSgrena, IlSaggiatore, Manifestoperlaverita, recensione, saggio

Esce con ilSaggiatore il nuovo libro di Giuliana Sgrena Manifesto per la verità, il quale in realtà più che un manifesto per la verità sembrerebbe un resoconto dettagliato dello stato malandato in cui versa l’informazione italiana, sintetizzabile con un’espressione utilizzata dalla stessa autrice: “il giornalismo sta morendo perché ci sono le fake news o le fake news proliferano perché il giornalismo sta morendo?”

Lei è una giornalista, evidente e prevedibile quindi che concentri la sua attenzione sull’informazione giornalistica, ma il problema delle fake news, della violenza di genere, delle molestie sessuali, nonché il fenomeno migratorio e, soprattutto, il modo in cui tutto ciò viene percepito, discusso e affrontato non è certamente risolvibile con la sola riforma o modifica dei massmedia. Necessita o necessiterebbe un cambio di paradigma culturale che deve partire dall’educazione, passare dall’istruzione, perseverare nell’informazione e abbracciare tutti i campi dell’essenza e della convivenza umana.

Il libro di Giuliana Sgrena sembra essere pervaso da un profondo senso di nostalgia che accompagna la narrazione e la determina, in qualche modo, orientandola verso un certo desiderio melanconico di ritorno al passato, a quando le cose andavano meglio, al periodo in cui le persone, gli italiani, si informavamo meglio perché leggevano i giornali cartacei e non si lasciavano fuorviare dalla cattiva informazione e dai fake in Rete.
Pur volendo dare per buona la teoria secondo la quale prima gli italiani erano meglio informati, non può essere certo un ritorno al passato la via per la soluzione dei problemi attuali. I problemi non nascono dal mezzo utilizzato per istruirsi, formarsi, informarsi bensì dal contenuto ed è quello che lascia molto desiderare, sia in Rete che in formato cartaceo.

I giornalisti, i direttori di giornale e gli editori che li pubblicano non hanno mai sviluppato la necessità di formarsi e specializzarsi, di impegnarsi per offrire al pubblico un servizio eccellente. Hanno sempre “rincorso” le notizie che vendevano più copie prima e ottengono più like oggi. Sono per la gran parte dei “generalisti”, incaricati di occuparsi di questo o quell’altro a seconda, prevalentemente, di ciò che desidera leggere o vedere il lettore oppure della linea che ha in mente l’editore. Tranne le pubblicazioni scientifiche e settoriali, sono persone poco qualificate a trattare di argomenti delicati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Con le dovute eccezioni, certo.

L’informazione, al pari dell’istruzione, non dovrebbe mai avere partito, colore politico, fede religiosa, pregiudizio. Soprattutto quando riguarda il comparto pubblico. In Italia non è così. Non lo è mai stato. E l’informazione vera ha sempre scarseggiato. Oggi è stata quasi completamente sostituita dalla diffusione di opinioni, più o meno autorevoli, spacciate per informazione. Questa è la prima grande fake news che investe tutto il settore, digitale o cartaceo che sia.

In Manifesto per la verità Giuliana Sgrena ritorna anche sul finanziamento pubblico all’editoria e attacca gli esponenti del Movimento Cinque Stelle che invece sono contrari. Afferma che togliendo i finanziamenti pubblici si limita o si rischia di eliminare del tutto il pluralismo dell’informazione e nell’informazione.
In tutti gli anni in cui è rimasto in vigore il finanziamento pubblico all’editoria il pluralismo era garantito e l’informazione ottima? Cosa vuole intendere esattamente Sgrena quando parla di pluralismo?
Finora e tuttora si assiste alla presenza di giornali che si ispirano all’ideologia di sinistra o di destra e quelli più o meno cattolici e cristiani i quali, attraverso il lancio di fatti di cronaca o di politica nazionale e internazionale, cercano di diffondere il più possibile il proprio e rispettivo punto di vista. Beh, l’informazione è, o meglio dovrebbe essere, cosa ben diversa. Corretta, neutrale, imparziale. Sempre e comunque.

Nella prima parte del testo, Giuliana Sgrena si sofferma a lungo nella descrizione dell’assalto mediatico tristemente riservato alle vittime di aggressioni, violenze o molestie a scopo sessuale. Evidenzia la disparità di trattamento riservato da alcune testate e giornalisti agli aggressori e/o alle vittime a seconda della loro nazionalità di provenienza. Umanamente ed eticamente nessuno può contraddire le sue parole, allorquando accusa media e lettori di utilizzare il sistema dei due pesi e delle due misure. Ma il problema, che è culturale e non solo di informazione, non si risolve evitando che un giornalista o un direttore scrivano o pubblichino un determinato articolo e relativo titolo. Si potrebbe obiettare all’autrice che anche questo, paradossalmente, fa parte del pluralismo dell’informazione da lei stessa auspicato. Sembra assurdo ma è così. Articoli, titoli e giornali che seguono questo orientamento esistono perché hanno dei lettori, dei sostenitori.
Il punto allora non è il pluralismo dell’informazione ma la sua qualità.

I giornalisti inseguono le notizie che sanno per certo faranno “presa” sul loro target di lettori. Ecco perché è sulla formazione/apprendimento della popolazione che si deve compiere uno strutturale e profondo lavoro culturale ed educativo. Sull’istruzione, che deve formare persone colte, preparate. Socialmente e culturalmente evolute. Perché saranno loro stesse a fare la differenza. Non un giornale in più o in meno, laddove permangono tutti sempre e comunque di parte.


Articolo originale qui


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018)

09 mercoledì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlSaggiatore, Lessismore, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio, SalvatoreLaPorta

La casa editrice ilSaggiatore pubblica quest’anno Less is more, il libro sull’arte di non avere niente che Salvatore La Porta ha non scritto, come sottolinea lui stesso nella conclusione. Per scrivere realmente un libro su questa grande arte l’autore avrebbe dovuto ‘tediare’ il lettore con un, per fortuna, lungo elenco di esempi, dati e citazioni. Avrebbe dovuto raccontare di questa arte praticata «principalmente da chi non ha alcuna visibilità»e, sparso in tutte le parti del mondo, «spende quel poco che possiede per seguire le proprie idee».

Avrebbe certamente potuto La Porta scrivere un testo del genere. Se lo avesse fatto però si sarebbe trattato soltanto della «ennesima trappola». Il lettore avrebbe avuto l’illusione di non avere più nulla da imparare riguardo questo argomento. Avrebbe perso «la coscienza della propria ignoranza», presupposto fondamentale affinché ci si faccia «ammaliare dal demone della ricerca».

Questo il motivo per cui l’autore non ha scritto il libro che avrebbe dovuto dando vita invece a un saggio che potrebbe essere definito esplorativo di un argomento per certi versi ancora troppo ostico per gran parte della collettività, convinta che la felicità vada inseguita nell’ultimo modello di smartphone o console per giochi, nell’autovettura più high tech si possa immagine o nella vacanza più glam possa essere concepita. La Porta si chiede però il perché del fatto che più le persone accumulino beni, averi, proprietà, legami, posizioni, impegni e quant’altro è più siano infelici, insoddisfatti, inappagati e stressati. È evidente a tutti allora che c’è in questo meccanismo una perversione di fondo che ingenera malessere proprio laddove promette il tanto agognato benessere.

Le persone continuano ad accumulare beni, averi e oggetti vari e ogni qual volta ultimano un acquisto vengono pervasi da una strana sensazione di vuoto, di incompletezza, come avessero dimenticato qualcosa, di comprare altro che, forse, li avrebbe fatti sentire più soddisfatti e così non si vede l’ora di ritornare al centro commerciale, che incarna alla perfezione questo meccanismo-mito del consumismo. Così nel tentativo di trovare finalmente quello che manca per terminare «il nostro ritratto», non ci rendiamo che, «come pittori inesperti che tornano continuamente su di un quadro, lo stiamo opprimendo di pennellate fino a renderlo inguardabile».

Solo che non si parla di un ‘semplice’ ritratto bensì della nostra stessa identità sempre più oppressa da tutto ciò che compriamo e accumuliamo. Al punto che in tanti, in troppi, arrivano a legare e far dipendere la propria autostima dal possedere o meno un determinato bene di consumo che può essere un paio di sneakers o uno smartphone.

Dalla mitologia greca ai poeti maledetti, dai miti della Letteratura americana alla cultura degli hippy, passando dal racconto di storie vere più o meno contemporanee Salvatore La Porta analizza l’arte di non avere niente, la ricerca e la rinuncia, i punti d’incontro e quelli di divergenza tra coloro che hanno coraggiosamente scelto di vivere fino in fondo il sogno della libertà: dai legami, dagli averi, dalle aspettative… ovvero dall’esoscheletro costruito, a strati sempre più spessi, e modellato su ogni persona dalla società, dai legami, dagli averi appunto. Da tutto quello definisce e inquadra ogni persona nella società facendogli però, al contempo, dimenticare se stesso.

Un saggio davvero interessante, Less is more di Salvatore La porta anche laddove qualche esempio addotto nel corso della narrazione è potuto sembrare quasi un azzardo al lettore. In realtà per comprendere appieno il senso del libro bisogna attendere di averlo letto per intero, compresa la conclusione che serve a chiarirne molti aspetti che sono potuti sembrare ambigui o confusi. Un libro scritto con un intento e uno scopo ben diverso da quello che il lettore ha immaginato leggendo capitolo dopo capitolo. Un fine più nobile di quello ipotizzato. Un saggio critico che vuol spronare chi legge insinuando dubbi legittimi che portano inevitabilmente a porsi degli interrogativi e stimolare la curiosità sempre positiva della conoscenza. Un libro che invita a «rimanere umani», a non piegarsi «alla schiavitù del possesso» che distrugge il nostro coraggio e «rende la nostra vita un’infelice menzogna».

Salvatore La Porta: È nato e vive a Catania. Autore di numerosi romanzi e racconti. Insegna Diritto d’Autore e Legislazione Editoriale all’Accademia delle Editorie.


Disclosure: Fonte trama libro www.ilsaggiatore.it


Articolo originale qui


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Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori

05 mercoledì Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlSaggiatore, Italia, italiani, PierfrancoPellizzetti, recensione, saggio, Societaobarbarie

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori di Pierfranco Pellizzetti, edito nell’aprile di quest’anno da Il Saggiatore nella collana La Cultura, è un testo corposo, ben strutturato che sembra voler inquadrare il “problema della politica” con un’analisi ad ampio spettro spazio-temporale.

Pierfranco Pellizzetti, genovese di nascita, scrive per «Il Fatto Quotidiano», «MicroMega», «Critica Liberale» cercando di raccontare e al contempo motivare la sua ormai profonda consapevolezza, ovvero che la «politica quale l’abbiamo conosciuta è in profonda crisi».

Già nell’introduzione di Società o barbarie Pellizzetti dichiara qual è lo scopo del libro: «un invito a trasformare l’espressione denigratoria “antipolitica” nel suo contrario “altrapolitica”». Per l’autore gli ultimi quaranta anni sono stati il periodo in cui l’Economico ha marginalizzato il Politico e la corsa al benessere del singolo ha soppiantato ogni forma di solidarietà collettiva. Nel testo vengono analizzate le origini storiche, i risvolti socio-economici e le tecniche propagandistiche di questo “sistema” ormai in crisi. Conseguenze dirette di tutto ciò: le disuguaglianze, la recessione, la disoccupazione, la disgregazione sociale.

Il problema non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa e potrebbe essere valido per tutte le democrazie occidentali.

Nell’analisi condotta da Pellizzetti saltano all’occhio se non vere e proprie contraddizioni, piccole falle che lasciano perplessi. Per l’autore il declino è cominciato quando gli ex-sessantottini hanno deposto striscioni e baluardi e sono diventati parte integrante di questo sistema politico in crisi ma un attimo dopo cita le «cinque regole auree» che Richelieu eleggeva a fondamento dell’agire politico: «simula, dissimula, loda tutti, non dire mai la verità, non credere a nessuno» e leggendo ci si ritrova a pensare che o l’autore vede o vedeva nei sessantottini l’unica espressione possibile della “altrapolitica” oppure che ha preso un abbaglio e il “degrado politico” in realtà c’è sempre stato, considerando anche ciò che poi riferisce egli stesso riguardo l’evoluzione di questi “rivoluzionari mancati”, le illusioni e le disillusioni, le ribellioni di allora e la conformazione di oggi.

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Gli interrogativi che il libro pone sono molteplici, primo fra tutti quello della scelta direzionale della politica che potrebbe essere orientata verso un discorso pubblico deliberativo che abbracci la «savia follia» propugnata da Erasmo oppure destinata alla dimensione di tecnologia del potere professata da Machiavelli. Si chiede poi Pellizzetti quali saranno le forme organizzative che dovranno assumere gli “attori del cambiamento” e come dovranno orientare gli sforzi volti alla comunicazione di idee, pensieri, speranze e valori nell’era del digitale, della “Rete”.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Artur Schlesinger Jr. «Ci è stato spesso detto che la politica è potere, e naturalmente questo è vero. Più recentemente ci è stato detto che la politica nell’epoca dei mass media è immagine: ho paura che ci sia qualcosa di vero anche in questo. Ma in una democrazia la politica è qualcosa di più che la lotta per il potere e la manipolazione dell’immagine. È soprattutto ricerca dei rimedi. Nessuna somma di potere e pubbliche relazioni servirà se, alla fine della giornata, la politica non funziona».

Ormai è chiaro a tutti che la politica così com’è proprio non funziona e verrebbe da aggiungere che il suo ruolo più che di «ricerca di rimedi» dovrebbe essere quello di “impedimento di danni”, nel senso che chi amministra e chi governa dovrebbe fare in modo di evitare danni e conseguenze negative, non limitarsi a cercare solo i rimedi soprattutto perché per la gran parte di questi danni ne è stato anche l’artefice.

Il simbolico viaggio che Pellizzetti compie nella “politica” dell’Europa e del mondo ritorna spesso «tra i palazzi e i carruggi» della sua città, Genova, «un luogo che in queste pagine funge sovente da punto di osservazione specifico per ricavare considerazioni e valutazioni generali». Queste considerazioni e valutazioni sembrano essere ben condensate nella citazione di Pasquino, riportata a margine del libro: «Più di duemila anni dopo Aristotele, mezzo millennio dopo Machiavelli, il nostro rapporto con la politica è diventato simile a quello con una persona che abbiamo molto apprezzato e molto amato e che ci ha infine delusi», tuttavia rimane in chi legge un senso di incompiutezza che potrebbe essere generato dal fatto che l’autore tende un po’ troppo a “personificare” la Politica, indicandola come responsabile della situazione, della crisi, parla del suo ‘decadimento’ ma così facendo sembra renderla però troppo impersonale, in fondo questa non è un’entità indefinita bensì il frutto di azioni e scelte concrete. Sarebbe più corretto affermare che non è la Politica ad aver deluso ma i Politici, cioè le persone che hanno rivestito cariche pubbliche lavorando solo per il proprio tornaconto, che hanno sacrificato il benessere collettivo, l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’informazione, l’educazione… barattandoli con denaro e potere. Non è la Politica a dover cambiare ma l’atteggiamento e il comportamento delle persone. La Politica come l’Economia non sono entità a sé, rappresentano e le ritroviamo in ogni quotidiana azione compiuta o scelta effettuata e non è possibile scinderle dall’agire di tutti e di ognuno. Anche scegliere di fare la spesa al mercato piuttosto che al supermercato è una scelta politica che influenza l’economia ed è di fondamentale importanza comprendere che l’altrapolitica propugnata da Pellizzetti in Società o barbarie non si potrà mai raggiungere continuando a scegliere amministratori e governanti come si sceglie una squadra di calcio.

http://www.sulromanzo.it/blog/societa-o-barbarie-il-risveglio-della-politica-tra-responsabilita-e-valori-di-pierfranco-pelliz

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