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Irma Loredana Galgano

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Placido Di Stefano, GAP

25 venerdì Lug 2025

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GAP, NeoEdizioni, PlacidoDiStefano, recensione, romanzo

Fedor ha sedici anni, in giro lo chiamano il River Phoenix di Inganni, quartiere della periferia ovest di Milano. Insieme ai suoi amici, il Moro e Leo, si preparano a girare un video hip-hop per una rapper loro coetanea. Si esercitano, sperimentano, s’improvvisano attori sotto la regia marziale del Moro, in fissa con il cinema e la recitazione. Fedor, però, ha anche una vita che nessuno conosce: mentre accudiva la madre ha scoperto il Fentanyl, e ne è diventato dipendente. Sempre a corto di soldi, viene introdotto in un giro di appuntamenti dove uomini adulti pagano giovani adolescenti per inscenare incontri in cui possono diventare altro da sé.

Il libro di Placido Di Stefano è davvero il racconto spietato di cosa significhi diventare adulti crescendo ai margini del mondo contemporaneo.

I grandi cambiamenti che hanno attraversato la società a partire dagli anni Ottanta hanno profondamente alterato il percorso biografico “standard”. A seguito delle numerose e profonde trasformazioni dell’assetto sociale, il corso di vita – l’ordine e la durata con cui le fasi della vita si susseguono – è stato interessato da un progressivo processo di “fluidificazione”, che ha reso meno netto il passaggio da una fase all’altra. Il passaggio dalla gioventù all’età adulta, in particolare, ha assunto caratteristiche del tutto nuove. Quelle che erano le tappe tradizionali del percorso che conduce dalla condizione di giovane a quella di adulto (conclusione degli studi, inserimento stabile nel mercato del lavoro, autonomia abitativa, matrimonio e genitorialità), infatti, oggi non solo sono più distanti fra loro, ma seguono un ordine cronologico irregolare e sono spesso caratterizzate da un’alternanza di passi in avanti e passi indietro.1

Anche Fedor è una vittima di drastici cambiamenti, familiari più che sociali, che lo hanno costretto ad abbandonare il suo essere giovane e spensierato. Responsabilità e dolore lo hanno trascinato in un vortice troppo forte da gestire da solo. Il brutale e precoce passaggio all’età adulta porta Fedor non tanto all’effetto yo-yo tra le fasi della vita quanto alla creazione di tanti sé. Ruoli da interpretare nei vari momenti della sua esistenza. 

Il Fentanyl è un oppiode sintetico cento volte più potente e tossico della morfina, conosciuto anche come “droga degli zombie”. Negli Usa è stato responsabile di 74mila morti nel 2023. È un problema che riguarda anche Europa e Italia. Dal 12 marzo 2024 è scattata l’allerta di terzo grado in Italia per la sempre maggiore diffusione nelle piazze di spaccio di questa sostanza.2

L’essersi avvicinato alla droga e la tossicodipendenza che ne è derivata, con la conseguente sempre maggiore necessità di soldi, trascina Fedor in profondità sempre più buie della marginalità sociale. 

Sono numerosi gli aspetti contorti e complessi della società odierna che l’autore indaga nel libro, e lo fa attraverso il racconto delle storie dei protagonisti. Di Fedor ma anche dei suoi amici. Le varie sfaccettature dell’adolescenza, soprattutto quelle più cupi e tristi, vengono mostrate al lettore in tutta la loro brutale realtà. E verità. Perché il mondo racconto da Di Stefano è reale. O realistico. Nel senso che esiste davvero, anche se i suoi personaggi sono inventati. 

Fedor porta questo nome per ovvia volontà di sua madre, nome scelto anche per omaggiare uno dei più grandi autori di ogni epoca letteraria. 

E allora la mente non può non andare a L’adolescente di Fëdor Dostoevskij. Pur nella differenza della costruzione delle rispettive storie, dello stile e delle motivazioni che hanno portato gli autori a scrivere, si ritrova in GAP la medesima narrazione di una gioventù inquieta e sradicata. Egualmente si ritrova nel libro di Di Stefano quella vertiginosa sequenza di fatti, quel turbine di avvenimenti intensi e, per certi versi assurdi, che si leggono nell’opera di Dostoevskij. Entrambi i libri, entrambe le storie per certo rispecchiano l’epoca in cui sono state scritte. I due protagonisti agiscono in mondi diversi e in maniera differente ma sono entrambi mossi da una comune volontà di riscatto. Meno evidente nel libro di Di Stefano perché Fedor sembra annichilito dalla droga, interessato solo a procacciarsi i soldi per la dose di Fentanyl. Ma è finzione. Una messa in scena. Una recita. Tutti stanno recitando. Anche i suoi amici. E lo fanno non soltanto sul set del video che stanno registrando. Lo fanno nella quotidianità perché è l’unico modo che sono riusciti a trovare per “inventarsi” la vita che desiderano, che immaginano, che vorrebbero. L’autore racconta di una generazione che volentieri butterebbe la maschera che, in un certo qual modo, è costretta a indossare. Ne farebbe volentieri a meno se riuscisse a trovare la soluzione. Se avesse una guida. Esattamente come accade nel romanzo di Dostoevskij: se avesse avuto la guida sicura del padre tanto cercato forse Arkadij non avrebbe commesso gli errori e le imprudenze che ne hanno determinato il cammino. O, forse, le avrebbe commesse egualmente. 

Ed è proprio questo il punto su cui il libro di Placido Di Stefano sembra voler far convergere l’interesse del lettore: la difficoltà di ridurre semplicisticamente la condizione esistenziale di coloro che crescono ai margini della società in un riduttivo o tutto bianco o tutto nero. Mostrandogli invece il grottesco adolescenziale periferico in tutta la sua complessità.

Il libro

Placido Di Stefano, GAP. Grottesco Adolescenziale Periferico, Neo. Edizioni, Castel Di Sangro (Aquila), 2025.


1A. Spanò, Gioventù e adultità nella società contemporanea: riflessioni sul dibattito suscitato dai cambiamenti del corso di vita, in Quaderni di Sociologia, n. 80 | 2019. 

2Allarme Fentanyl anche in Italia: da Consulcesi Club gli strumenti per riconoscere e contrastare le nuove droghe, in quotidianosanita.it, 6 dicembre 2024.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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Caterina Perali, Come arcipelaghi

21 giovedì Nov 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CaterinaPerali, Comearcipelaghi, NeoEdizioni, recensione, romanzo

Con proposta di modifica all’articolo 12 della legge 40/2004, il Parlamento italiano ha dichiarato la maternità surrogata, già vietata da detta legge, reato universale. Ciò significa che è perseguibile come reato non solo se praticata in Italia ma anche all’estero, da cittadini italiani ovviamente. Il dibattito che ha preceduto e seguito la votazione in Parlamento è stato connotato da toni molto accesi e posizioni dualistiche che non si incontreranno mai. In base ai dati raccolti nel RapportoItalia 2024 Eurispes, il 62.9% degli italiani si dichiara contrario alla maternità surrogata, con una percentuale in crescita rispetto al 2021, allorquando era favorevole il 59.8% dei rispondenti. Per quanto riguarda, invece, la fecondazione eterologa che richiede l’utilizzo dei gameti donati da individui esterni alla coppia, 6 italiani su 10 si dichiarano favorevoli. Lo sono soprattutto i cittadini italiani di età compresa tra i 18 e i 44 anni. Aumentando l’età degli intervistati progressivamente cala la percentuale di consenso. 

In Italia, sia la fecondazione omologa che quella eterologa sono consentite. A disciplinarle è la medesima legge, ovvero la 40/2004. I requisiti per accedere alla fecondazione eterologa sono chiari, è necessario che si tratti di una coppia eterosessuale e convivente, anche se non coniugata, e che l’età della partner femminile sia ancora in epoca fertile, orientativamente al di sotto dei cinquanta anni. 

«Mi basta il tuo sperma!» è la frase che apre il romanzo di Caterina Perali centrato sul tema della fecondazione assistita. Il racconto preciso di un percorso che la medicina oggi può offrire a chiunque voglia avere dei figli. 

Da sempre la maternità è stata considerata un evento naturale da ascriversi al destino femminile; se la collochiamo tra i comportamenti naturali rischiamo di non cogliere il senso profondo della sua essenza e ne appiattiamo la sua molteplicità storica e antropologica. D’altra parte, se le attribuiamo una esclusiva valenza sociale, rinneghiamo il suo radicamento corporeo e inconscio. La donna è sempre stata ritenuta la depositaria dell’amore materno; questo affetto incondizionato presuppone l’annullamento del sé in funzione del figlio e l’abbandono di qualsiasi aspetto individualista che non sia in armonia con le cure del proprio bambino. Tale concezione, tuttavia, se trascura il contesto culturale, i vissuti e la fragilità connessi alla trasformazione psichica della donna, durante la gravidanza, perde di vista tutta la complessità della situazione. Attualmente, le donne si confrontano con nuovi fantasmi che influenzano, inevitabilmente, il processo che le conduce a divenire madre. In passato la maternità “come destino” era determinata dall’impossibilità di controllare le nascite. Oggi il progresso biomedico e le trasformazioni sociali e culturali hanno prodotto nell’immaginario femminile nuove possibilità e nuove configurazioni di genitorialità, conducendo le donne alla sublimazione del desiderio e all’assunzione della responsabilità della scelta.1

Il confronto delle donne con la nuova idea di maternità, caratterizzata dal controllo della fecondità e dalla possibilità di intervenire medicalmente su di essa attraverso la procreazione assistita le pone al cospetto di scelte un tempo impensabili. Scelte che le costringono a confrontarsi con nuovi fantasmi che possono condurre a forti vissuti depressivi. La nascita psicologica della madre corrisponde a quella situazione psichica in cui la donna si trova a creare in sé uno spazio mentale nel quale riorganizzare la nuova identità e contenere l’idea del proprio bambino.2 Infatti, alla metamorfosi corporea corrisponde una crisi di identità che la conduce a ridefinire il proprio assetto mentale. Perdere il confine della propria identità, diventando doppia, è un passaggio evolutivo molto complesso che dovrebbe concludersi, dopo la nascita, con il ritorno alla propria individualità. Il cambiamento dell’identità, presente nella maternità, implica un grande lavoro psichico che dovrebbe condurre le donne a pro-seguire nell’itinerario della propria esistenza, inoltrandosi nel presente, separandosi dal passato e camminando verso il futuro. In questo complesso percorso esistenziale è necessario attuare delle reti di sostegno, che siano capaci di accogliere le silenziose richieste di aiuto delle madri sia nel periodo gestazionale sia dopo la nascita del bambino.3

La protagonista del romanzo di Caterina Perali è una donna single che ha scelto di diventare madre con la fecondazione assistita. La sua storia viene raccontata attraverso lo sguardo, prima incredulo poi indagatore, di un’altra donna, sua coetanea, la quale sulle prime non comprende la scelta di Chiara ma poi sembra addirittura entrare in piena sintonia con la stessa. L’ambiente in cui il tutto si svolge è uno stabile di ringhiera che evoca immagini da vecchia Milano, quasi una location dei tempi che furono. E invece la vicenda narrata dall’autrice è molto attuale. Questo contrasto sembra quasi incarnare il dualismo che aleggia sempre intorno a tematiche del genere, delicate sensibili e complesse. Il percorso che Chiara deve seguire per portare avanti la sua scelta di sottoporsi alla fecondazione eterologa non è semplice e sarà proprio una iniziale scettica Jean ad assistere la donna, addirittura accompagnandola fino a Valencia, perché in Italia non le viene consentito di accedere a tale procedura.

La natura come realtà biologica e il sistema sociale e culturale, ciascuno con le proprie regole, sin dall’inizio dell’età moderna sono stati soggetti a un processo, al tempo stesso di distanziamento e di compenetrazione, in continuo divenire: di volta in volta, la natura è stata vissuta come amica o come sfida per la razionalità dell’uomo. In questa prospettiva, se è vero che il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita è un procedimento fondamentalmente culturale, è altrettanto vero che anche le norme che configurano il rapporto di filiazione naturale sono, nelle diverse società, profondamente influenzate dalla cultura propria di ciascuna di esse e rappresentano, quindi elaborazioni culturali dei diversi sistemi sociali. La contrapposizione tra natura e artificio, allora, costituisce sotto alcuni aspetti un falso problema, mentre sotto altri si rivela inidonea a descrivere esaurientemente il rapporto che intercorre tra dato naturale e dato culturale (artificiale) in molti ambiti dell’esistenza umana, tra i quali non si può certo non ricordare la procreazione. In effetti, naturale e artificiale sono sempre stati separati solo dalla convenzione sociale. 

Nella procreazione oggi prevale l’aspetto della scelta volontaria. Tuttavia detta “scelta” se da un lato contiene positivi aspetti di libertà (individuabili in una migliore possibilità di raccordo tra tempo biologico, tempo psicologico e tempo sociale personale e di coppia) e di responsabilizzazione dell’uomo e della donna, dall’altro porta con sé il rischio di un’eccessiva soggettivizzazione e privatizzazione del vissuto genitoriale. In senso più generale lo spostamento del confine tra natura e artificio appare strettamente correlato alla progressiva medicalizzazione dell’esistenza che caratterizza la nostra società e che comporta una sorta di delega all’apparato sanitario scientifico riguardo ad ambiti e momenti decisivi della vita umana, tra i quali appunto la procreazione.4

È inevitabile domandarsi cosa spinga le coppie sterili che si rivolgono alle tecnologie di procreazione assistita a cercare un figlio “proprio” a tutti i costi, piuttosto che ricorrere all’adozione. Quest’ultima, che rinuncia al legame biologico, pone il partner fecondo e quello sterile sullo stesso piano nei riguardi del bambino e maschera la responsabilità della sterilità all’esterno della coppia. L’adozione inoltre sembra riproporsi, per il soggetto sterile ma soprattutto per l’uomo, come permanente verità del proprio limite. D’altro canto, però, le tecniche eterologhe costringono i partner a confrontarsi, seppur solo a livello psicologico, con la figura del donatore. Si è constatato che il significato immaginario di cui il donatore può essere investito innesca frequentemente, nei soggetti che devono ricorrere a pratiche eterologhe, complessi meccanismi di difesa, che si esprimono, per esempio, nei timori per le reali condizioni di salute del donatore o nel dubbio sulla possibilità della trasmissione di malattie ereditarie non riconosciute o non riconoscibili all’atto della donazione. 

La procreazione assistita non può essere affrontata unicamente sul piano di realtà. Esiste un altro registro, quello dell’inconscio, che non può essere in alcun modo disconosciuto. Basti pensare alle fantasie relative al significato profondo che le varie procedure assumono agli occhi dei pazienti, agli investimenti emotivi di tutte le persone coinvolte, compresi i donatori, gli operatori, il bambino concepito. Gli effetti di ciascuno vanno valutati nel tempo, soprattutto per quanto concerne il nascituro.5

Caterina Perali racconta la storia di una donna single che si approccia alle pratiche di procreazione assistita eterologa. Una donna quindi che ha scelto di far nascere e crescere un bambino senza la figura paterna. 

L’assenza del padre nella scena psicologica del bambino compromette gravemente la risoluzione della relazione simbiotica con la madre e il graduale transito verso una condizione di separazione-individuazione. Il rischio è quello che il bambino resti imprigionato in una relazione fusionale con la madre (il che può implicare anche la sua assunzione di identità di genere). Per la madre il rischio è quello di vivere il figlio come proprio prodotto, un figlio fatto da sola, con un’accentuazione delle aree narcisistiche.6

La struttura del libro di Perali sembra voler invitare il lettore a riflettere su cosa sia veramente egoistico e narcisista tra il desiderare un figlio a ogni costo e il non desiderarlo affatto.

La voce narrante di Come arcipelaghi è Jean, donna che vive di rendita e che per sentirsi utile al mondo conduce una trasmissione radiofonica, una sorta di melting pot nel quale chiunque può intervenire e dire la sua riguardo qualunque argomento, e coltiva sonnecchiante una relazione d’amore con Carlo. Jean è una donna la quale, nonostante le innumerevoli domande intorno alle quali ruota la sua professione, sembra non volersi interrogare sulla vita. Questo almeno fino all’incontro con Chiara che diventa un vero e proprio scontro con i costrutti sociali metabolizzati negli anni e che le erano sempre sembrati, fino a quel momento, certezze assolute. 

Il libro

Caterina Perali, Come arcipelaghi, Neo Edizioni, Castel di Sangro (AQ), 2024.


  • 1T. Schirone, Identità e trasformazione di identità: la maternità, in Journals UniUrb, 2010.

2D.N. Stern, Il mondo imterpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1985.

3T. Schirone, op.cit.

4CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, La fecondazione assistita, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1995.

5CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, op.cit.

6CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, op.cit.


Articolo pubblicato su LuciaLibri


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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“Cronache da Dinterbild” di Peppe Millanta

27 venerdì Ott 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CronachedaDinterbild, NeoEdizioni, PeppeMillanta, recensione, romanzo

Una storia che racconta tante storie. Questo sembra Cronache di Dinterbild di Peppe Millanta. Solo che la narrazione di queste “cronache” viene affidata, in maniera decisamente singolare, alle conchiglie. In senso figurato ovvio. Queste conchiglie che assumono una valenza simbolica davvero importante: da una parte sono lo strumento per trasmettere i ricordi del passato e, dall’altro, rappresentano il mezzo per comporre l’imbarcazione che porterà gli attori del presente lontano, nel futuro. Oppure vicino, in un passato/presente che è lo stesso io dei protagonisti. Perché il viaggio che stanno per affrontare Ned e Biton, gli ultimi rimasti sull’isola, sembra proprio un cammino alla riscoperta di se stessi. È sorprendente come sia riuscito l’autore a costruire un intreccio così articolato su una trama apparentemente lineare. 

Ma l’originalità di Millanta sorprende anche per l’impostazione stessa dell’opera. Un romanzo che egli stesso ha definito: sprequel. Un misto tra prequel e sequel. L’ambientazione del nuovo romanzo è la stessa del suo libro di esordio, Vinpeel degli orizzonti, dove si trovano l’isola di Dinterbild e la locanda di Biton. Il punto è che davvero leggendo il libro non si riesce a comprendere se si tratta di un prequel o di un sequel. O di un gioco che l’autore si è divertito a costruire per il lettore. 

Inoltre l’autore mescola principalmente due generi letterari: il romanzo e il racconto. Il romanzo dà la struttura alla narrazione del presente, alle vicende dei due protagonisti. Mentre il racconto è rappresentato dalle storie legate agli altri abitanti dell’isola, ormai lontani perché hanno già affrontato il viaggio che loro si accingono a fare. Solo che i “racconti” di Millanta sono ora fiaba ora horror e, se da un lato sembrano destabilizzare il lettore che non sa mai a cosa andrà incontro, dall’altro contribuiscono a tenere alto il livello di interesse per le vicende del passato narrate, proprio perché capisce fin da subito che saranno originali e inaspettate.

Pur rappresentando una sorta di cammino alla ricerca di se stessi, con tutto il carico simbolico che il viaggio rappresenta e ha sempre rappresentato in letteratura, Cronache da Dinterbild appare quasi un romanzo sociale che vuole indagare la vita e la società, attraverso l’uso di una grande metafora, proprio come nelle più classiche delle fiabe. Il viaggio stesso nel romanzo di Millanta è per certo una metafora, con destinazione L’Altrove dove la “civiltà” di Dinterbild troverà il suo sviluppo. 

Il romanzo affronta diverse tematiche importanti che vanno dall’amore alla truffa, dalla guerra alla paura. Affrontate dall’autore con una notevole capacità nascosta dietro una stuzzicante ilarità. 

Troverà il lettore in Cronache da Dinterbild anche disegni, onomatopee, cartelli, parti scritte in versi, alternanza dei caratteri e del font. Un capovolgimento delle regole che mentre sembra trasportare il lettore verso il “passato” Modernismo lo scaraventa verso il futuro immaginato dallo stesso autore. Rimane un solo dubbio: cosa si inventerà Millanta per il prossimo libro?

Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Anna Maria Riva e l’editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credit www.pixabay.com


Tanta spiritualità nascosta dietro una pungente ironia: “Cammino doppio” di Serenella Baldesi (AUGH! Edizioni, 2017)

“Dimmi che c’entra la felicità” di De Filpo e Corraro (Edizioni Ensemble, 2016)

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

La solitudine dell’esistente: il tempo di ritrovare se stessi


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I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

30 lunedì Gen 2017

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distopico, fantascientifico, fantasy, GianniTetti, GrandeNudo, NeoEdizioni, recensione, romanzo, TrilogiadelVento

 

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

Cosa accadrebbe al nostro pianeta se terremoti, incendi, attentati e sortilegi lo devastassero al punto da ridurlo tutto in macerie? Gianni Tetti lo ha immaginato e in Grande Nudo (Neo Edizioni, 2016) racconta la sua versione dell’Apocalisse. Anche se, a onor del vero, va detto che il suo “mondo” è un’isola e i sopravvissuti i suoi abitanti.

Grande Nudo rappresenta il capitolo conclusivo della Trilogia del Vento, incentrato sul racconto di un’umanità allo sbaraglio che vive seguendo i suoi più bassi istinti spaziando dalla libido al desiderio di autoconservazione. La parte iniziale del libro si distanzia molto dalle altre due. Il pericolo che incombe sugli ignari abitanti dell’isola sembra remoto e protagonisti e lettori ne hanno solo un vago sentore. Non per questo il racconto si rivela meno inquietante. Prologo ed epilogo sembrano narrazioni indipendenti: non aiutano il lettore a entrare nel vivo della storia né tantomeno gli mostrano in maniera chiara la conclusione della vicenda.

Tetti mette a nudo la parte peggiore che può celarsi in ogni individuo. I pensieri e le emozioni più recondite, quelle che si fatica ad ammettere anche con se stessi. Devianze, perversioni, istinti razzisti e atteggiamenti omofobi vengono narrati dall’autore attraverso il racconto della mente dei protagonisti i quali, messi alle strette dalla propria coscienza, non possono non riflettersi nello specchio dell’anima, troppo spesso nera, argutamente mistificata nel relazionarsi con gli altri.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

In diversi punti sembra che l’idea dell’autore richiami in parte quella narrata da Pirandello nelle sue novelle, quando i protagonisti smettono le maschere indossate per apparire con gli altri e, restando soli con se stessi, mettono in scena il proprio io. Un qualcosa di simile si ritrova nelle pagine di Grande Nudo, anche se il tutto è narrato con uno stile più confusionario di quello del grande drammaturgo.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Lucio Dalla, con il passaggio di un suo brano musicale nel quale afferma o metaforicamente si interroga su «come è profondo il mare». Parafrasando la citazione si potrebbe affermare o interrogarsi metaforicamente su «come è profondo il male». Grande Nudo sembra essere stato scritto per questo.

Le oltre seicento pagine che compongono il testo sono racconti di storie in bilico tra realismo e fantasia, tra realtà e credenze popolari, superstizioni e paranoie varie. Un simbolico cammino, quasi un avanzare come una marcia degli umili, degli inetti, dei poveri, dei derelitti… i dimenticati e i rinnegati che guadagnano il loro riscatto grazie anche alla Natura che li aiuta per il tramite di uno stregone (majarzu) e dei cani, da sempre fedeli amici dell’uomo, che svolgono un ruolo determinante per il loro riscatto.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

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Grande Nudo di Gianni Tetti sembra un distopico alla rovescia, nel quale disperazione perversione criminalità e cattiveria non si scatenano come conseguenza di un evento catastrofico ma ne sono solo il preludio. Nella narrazione si mescolano immagini e personaggi del presente e del passato e scene apocalittiche di un presente senza tempo, o meglio fuori da un limite spazio-temporale ben definito, eppure in ogni dove e in ogni quando riconoscibili. Un libro, quello di Tetti, fuori dall’ordinario soprattutto per lo stile della narrazione, confusionario e caotico ma in grado lo stesso di svelare il grande nudo dei pensieri e dei sentimenti degli umani.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-cani-salvano-il-mondo-in-grande-nudo-di-gianni-tetti

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