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Irma Loredana Galgano

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La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

08 lunedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

Per meglio comprendere cosa si intende oggi per letteratura d’evasione rispetto a quella che un tempo veniva definita “letteratura d’impegno” non si può prescindere dal fare un salto cronologico all’indietro e ricordare l’epoca che ha visto e al contempo originato il Risorgimento italiano. Manzoni, all’inizio dell’Ottocento, parlava di «generazioni armate contro il secolo precedente, diffidenti di fronte ai suoi miti». Era il tempo delle “rivolte” contro la ragione e del ritorno al sentimento, alla passione e alla fede. Con il termine Romanticismo si indicò il complesso di stati d’animo e i modi di cultura e di arte nei quali si espressero queste “reazioni”. Atteggiamenti sentimentali e morali molto diversi tra loro, ma tutte “risposte” ai problemi che quella situazione storica poneva.

Stretto fu il rapporto tra Romanticismo e Risorgimento anche sul piano sociale; la letteratura che si produsse fu espressione diretta di quella borghesia emergente che aspirava, in Italia, a una struttura statale unitaria e a una sua egemonia culturale, oltre che politica e sociale. La libertà politica fu indicata come condizione ineliminabile per uno sviluppo dell’uomo nella sua interezza. E da questo modo di vivere il sentimento nazionale nacquero pagine come Marzo 1821 del Manzoni o I profughi di Parga del Berchet, che contribuirono a definire un tipo umano ideale che, avendo come modello Jacopo Ortis, si concretizzò in uomini quali Mazzini, Mameli,Poerio, si espresse in tanti personaggi letterari, diede luogo a tanta pittura e si effuse in canto nelle musiche di Donizetti, Bellini eVerdi.

Non vanno certo dimenticati gli aspetti ideologici di quella letteratura, il “travestimento nobilitante” che essa si costruiva delle sue ragioni di classe. Va sottolineato che tanti uomini vissero ingenuamente la loro ideologia, allora come sempre, e se nel suo complesso quella cultura fu una cultura di classe, i singoli scrittori non ne ebbero sempre coscienza. L’unità e l’indipendenza italiane erano un’esigenza borghese, ma i giovani che crescevano educati all’amor di patria e leggevano Dante, Foscolo, Leopardi, quegli stessi giovani che scrivevano inni e romanzi patriottici, che cospiravano, combattevano e a volte morivano come Poerio e Mameli, beh per questi l’Italia era un sentimento, una passione e la vivevano con fervore sincero.

La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

Intanto andava scomparendo la figura tradizionale del letterato, dello scrittore che lavora nelle corti o al servizio di un nobile, che fa il precettore e che, in cambio dei suoi scritti, riceve benefici e pensioni. Per contro aumentarono gli scrittori che per vivere esercitavano un’attività professionale, spesso non letteraria. Ma assai più importante è sottolineare come risultante di tutti questi fattori fu il fatto che la letteratura assunse i caratteri di una produzione non dissimile da quella dei beni materiali, delle merci, sicché al modificarsi del rapporto oggettivo tra scrittore e società corrispose un cambiamento altrettanto netto della consapevolezza che lo scrittore acquisì di sé stesso.

Fu Adam Smith, teorizzatore dell’economia politica borghese, a rendersi conto per primo che «presto le produzioni artistiche sarebbero state acquistate come si acquistano le scarpe o le calze, presso coloro la cui attività consiste appunto nel preparare per il mercato questa particolare specie di merce». Gli scrittori si trovarono quindi di fronte a una scelta:

  • Produrre letteratura secondo la concezione aristocratica settecentesca, che la voleva come attività liberale, disinteressata, avente come fine il diletto e il perfezionamento interiore dell’uomo, rivolta ai pochi in grado di intenderla.
  • Abbracciare la nuova concezione borghese per cui fare letteratura era un’attività pratica e manuale atta «a produrre beni utili al popolo, e quindi adattata ai bisogni, alla cultura e ai gusti di questo».

Scegliere il pubblico “borghese” comportava modifiche radicali nella struttura delle opere. L’arte veniva collegata a interessi patriottici e fini sociali. Manzoni nella Lettera sul Romanticismo ribadì che la poesia doveva avere «il vero come oggetto, l’interessante come mezzo, l’utile come fine». Molta attenzione fu rivolta alla poesia popolare o meglio al canto popolare di varia natura, sia in Italia che fuori. Basti pensare all’opera di raccolta e trascrizione di fiabe fatta in Germania dai fratelli Grimm. A promuovere questo interesse c’era senz’altro la volontà di ricercare i caratteri distintivi che facevano della comunità una nazione, ma anche l’opposizione alla letteratura tradizionale con la valorizzazione di ciò che fosse nato al di fuori di questa.

La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

Di fronte a questi scrittori c’era un pubblico di lettori non letterati, misto e composito, e gli autori erano edotti sulle conseguenze. Tenca lo definì vortice nuovo, immenso: «Dobbiamo entrare in questo vortice… esplorare le tendenze, mettere in evidenza quanto ferve in lui dal moto, di indeterminato, dargli l’intelligenza di sé, del suo fine». Educare dunque il pubblico, ma intanto conoscerlo e assecondarlo, scrivere in modo da provocarlo e conquistarlo. Questi lettori iniziano con sempre maggiore insistenza a chiedere libri che catturino la loro attenzione non per le finezze di stile ma per la forza fascinatrice del tema, per l’interesse dell’intreccio, per l’evidenza del personaggio.

Dopo la parentesi positivistica, che ha volutamente messo da parte la figura del “poeta” per concentrarsi su quella dello “scienziato”, agli inizi del secolo scorso il processo di cambiamento della letteratura e dei suoi attori irrompe nuovamente, stravolgendo l’intero quadro di riferimento, ovvero:

  • La condizione professionale dello scrittore e il posto che egli occupa nel contesto sociale;
  • La sua cultura e i suoi rapporti con altre attività intellettuali e artistiche;
  • Il pubblico al quale egli rivolge il suo discorso;
  • I canali attraverso i quali raggiunge i lettori;
  • Il concetto stesso che lui e i lettori hanno dell’attività letteraria.

È questo un processo di cambiamento attraversato da due grandi eventi: la prima e la seconda guerra mondiale. Basta l’aggettivo “mondiale” a rendere l’idea di ciò che ha rappresentato, per la prima volta nella Storia, una guerra che ha impegnato stati dell’intero pianeta, con ripercussioni politiche, sociali e culturali in ogni paese. La prima e fondamentale conseguenza è stata il progressivo unificarsi del mondo.

La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

La società aristocratica del Rinascimento era estremamente chiusa e ancora nell’età del Romanticismo e del Risorgimento la società borghese, di uno spessore culturale più elevato, presenta rilevanti difficoltà a comunicare con la “plebe” così come la nascente classe operaia e i contadini non comprendono la lingua nella quale i “signori” si esprimono. A partire dal Novecento, la società che partecipa al progresso, materiale e intellettuale, è sempre più estesa. Alla base di questi cambiamenti si annoverano diversi fattori, primo fra tutti la cosiddetta Rivoluzione industriale, intesa come «la crescita, in progressione geometrica, dell’attività industriale e della tecnologia». Dalla prima “rivoluzione”, fondata sulla scoperta e l’impiego a scopo industriale del vapore, a quella basata sull’elettricità, fino ad arrivare a quella dell’elettronica. Lo spostarsi crescente della produzione dall’agricoltura all’industria e l’industrializzarsi della stessa agricoltura; il costituirsi di un proletariato e di un sottoproletariato sempre più estesi; la presa di coscienza da parte di queste masse e il loro organizzarsi in sindacati e partiti; le rivoluzioni che hanno modificato le strutture di Paesi quali l’ex Unione Sovietica e la Cina; le reazioni a questi fatti da parte del mondo capitalistico. Tutto il sistema di certezze della cultura positivistica si sfaldò e venne sostituito da sistemi e correnti di pensiero che arrivano fino a oggi.

Quella attuale viene identificata come “società di massa”, una definizione usata sia nell’accezione positiva che negativa ma il fatto certo, oggettivo, è che masse sempre crescenti di persone usufruiscono dei medesimi strumenti di istruzione e comunicazione. Il costituirsi di una cultura di massa ha provocato e continua a provocare modificazioni profonde anche nella letteratura. Tra l’altro si è assistito a un moltiplicarsi copioso dei generi. L’editoria è diventata un’industria, spesso in mano a multinazionali, e quindi si deve proporre il compito di orientare le scelte del pubblico, provocando da un lato la domanda di determinati libri e dall’altro la produzione degli stessi. Nel 1895 Ugo Ojetti, un giovane giornalista d’impegno, scriveva: «Verso il ’60 la Letteratura cominciò a essere pagata, e dapprima ciò parve quasi un’onta. Ora sottostà alle leggi delle altre industrie, sfruttata. Il pubblico c’è: bisogna attirarne l’attenzione, anche per moltiplicarlo, perché abbiamo ancora diciotto milioni di analfabeti da exploiter (sfruttare)».Murray Bookchin nel suo libro Democrazia diretta (Elèuthera, 1993) compie un’approfondita analisi storica e critica della società gerarchica e capitalistica nel suo insieme, sottolineando, tra l’altro, il fatto che «pirati e briganti consideravano intoccabili le proprie comunità mentre mercanti e industriali le considerano territorio di conquista».

Va sottolineato comunque che la cultura, al pari della società di massa è frutto di un complesso processo storico originato dal capitale, ma anche dal lavoro; dalla borghesia come dal proletariato; dal capitalismo e dal socialismo. «La scelta allora non è tra arte alta e arte di massa; ma tra arte di massa e commercio o industria dell’arte di massa; tra arte della società di massa e arte per la società di massa». In quest’ottica bisogna considerare nella letteratura di massa la produzione di opere letterarie che traducono le strutture mentali di quella particolare forma di organizzazione sociale definita “di massa”. Al suo interno poi si ritrovano anche esempi di letteratura di consumo, ossia «banalizzazione, a fini diversi, di generi, moduli, linguaggi».

Con l’aumento dei lettori e il miglioramento del tenore di vita, la letteratura diventa «un bisogno sociale» che genera una domanda crescente di libri e scritti di vario genere (copioni teatrali e cinematografici, articoli di giornale, eccetera.), lettori che chiedono a gran voce l’evasione dalla quotidianità, di essere trasportati in mondi irreali, di lusso e passione, dove trovano facilmente tutto ciò che nella vita reale non hanno. L’evoluzione degli strumenti di comunicazione di massa (mass media), che fondono in sé informazione, distrazione e cultura, altera il modo di conoscere e di pensare il mondo, originando una civiltà dell’immagine più che della parola. Tra Ottocento e Novecento si ha la quasi totale scomparsa dello scrittore autore solo di libri. Questi spesso è anche un giornalista, autore teatrale o cinematografico, professionista nel settore editoriale… il che significa che si abitua ad adoperare più tecniche mescolandole nella pratica.

La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione (Foto di Jaume Escofet)

Cesare de Michelis, presidente di Marsilio e docente universitario, ha intitolato la sua ultima lezione di letteratura italiana all’ateneo padovano Ascesa e caduta della grande letteratura italiana. Un titolo che la dice lunga su quanto è accaduto a partire dalla metà del secolo scorso. «La Letteratura non è uno strumento scientifico per interpretare la realtà, ma un luogo in cui la parola si incontra con la memoria e la riflessione, da cui nasce il giudizio. Gli autori ormai scrivono un romanzo ogni due anni. Manzoni scrisse un romanzo solo perché sapeva che lì dentro c’era tutto.»

De Michelis invita tutti a un’attenta riflessione sullo stile certo ma anche e soprattutto sui contenuti della letteratura di oggi. «Libri che non sono fatti per durare» e neanche per “educare”, troppo spesso il loro scopo è mero intrattenimento, come il cinema dai cui produttori vengono acquistati come fossero copioni pronti per essere sceneggiati e il “successo di pubblico” ne decreta l’importanza letteraria. Niente di più sbagliato.

Esistono tanti bravi autori e vengono scritti dei buoni libri, nessuno lo nega, ma bisogna interrogarsi su cosa rappresenta la letteratura oggi per i lettori, per gli scrittori e per tutti gli altri operatori del settore editoriale. Barthes sosteneva che la «letteratura non permette di camminare, ma permette di respirare». Oggi ci troviamo di fronte a un’offerta che è superiore alla possibilità della domanda, è impossibile poter leggere tutti i libri prodotti. Ma il punto focale è il motivo per cui vi è una tale sovrabbondante produzione. Se fosse per diffondere idee, principi, valori, anche storie non sarebbe tanto sbagliato ma se ciò è motivato solo dal profitto, potenziale o reale, da leggi di mercato e guadagni cercati allora lo schema andrebbe certamente cambiato.

La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione (Foto di Zimmerman76)

Antonio Gramsci in Quaderni dal carcere sottolineava come in Italia «gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla “nazione”, e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare e nazionale dal basso. L’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese e siciliano».Leggendo le novelle di Pirandello o di Verga in realtà l’impressione che si ha è tutt’altra. Piuttosto bisognerebbe interrogarsi su quanto interessi al grande pubblico la storia di un contadino pugliese o siciliano rispetto agli intrighi di corte di un nobile principe o di un valoroso condottiero.

Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014) di Giuseppe Catozzella è stato selezionato tra i finalisti del Premio Strega. L’autore in un’intervista si è dichiarato felicissimo per il fatto che i giovani di 40 scuole in tutta Italia avessero scelto a grande maggioranza «un libro di letteratura civile». Per Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, «scrivere è una forma di attivismo, un modo per incoraggiare la gente a riflettere su alcune questioni e per suscitare il dibattito». E questo è fuor di dubbio un nobile fine per la letteratura del Terzo millennio che certo non può essere pura esercitazione di stile e impegno ma neanche votata a diventare tutta produzione letteraria di evasione e consumo.


Bibliografia di riferimento

G. Petronio, V. Masiello, Produzione e Fruizione. Antologia della Letteratura italiana, Vol. 3 Parte Prima e Seconda, Palumbo, 1989.

G. Floccia, Storia della Letteratura italiana, Loffredo, 1987.

F. Benigno, C. Donzelli, C. Fumian, S. Lupo, I. Mineo (a cura di), Storia Contemporanea, Donzelli, 1998.

A. Granese, Sociologia della Letteratura. La produzione culturale nella società di massa, EdiSud, 1990.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-letteratura-del-terzo-millennio-oltre-l-impegno-e-l-evasione

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

30 mercoledì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

Poco si parla e si legge della preparazione degli insegnanti italiani. In verità se ne dovrebbe discorrere molto perché la qualità della formazione scolastica degli alunni di tutte le età dipende direttamente da quella dei loro formatori, ovvero dei docenti.

Con D.M. n. 249/2010 è stato emanato il Regolamento per la formazione degli insegnanti che, secondo ASLI (Associazione per la Storia della Lingua italiana), SIG (Società italiana di Glottologia) e SLI (Società di Linguistica italiana), «propone un percorso complessivamente ben strutturato, ma presenta difetti e vuoti preoccupanti per ciò che concerne la formazione linguistica dei docenti e la loro preparazione per l’insegnamento dell’italiano»; inoltre queste associazioni affermano che «a distanza di ben 4 anni sono state applicate solo le norme transitorie».

Per le associazioni ASLI, SIG e SLI una conoscenza piena e diffusa della lingua madre «non solo è l’unica base possibile per l’apprendimento di altre lingue, ma è soprattutto il pilastro indispensabile per la costruzione di una società democratica e progredita che voglia confrontarsi con il futuro». Avrebbero meritato più attenzione le realtà plurilingui che si vanno creando con lo stabilizzarsi di ampie comunità di immigrati nel nostro Paese ma «lo spazio destinato alla formazione dei docenti per un adeguato insegnamento della lingua italiana e per acquisire gli strumenti necessari ad affrontare nelle classi le sfide delle pluralità idiomatiche è limitato se non del tutto trascurato».

ASLI, SIG e SLI, ritenendo necessario un riesame delle classi di concorso e una revisione del Regolamento per la formazione degli insegnanti, hanno formulato delle proposte in virtù anche del fatto che «si tratta di difetti tanto più gravi quanto più precaria diviene oggi la competenza della lingua nazionale, una situazione più volte denunciata dalle associazioni dei linguisti e da istituzioni come le Accademie della Crusca e deiLincei, che hanno sottolineato i deficit allarmanti degli studenti». Il primo passo da compiere per colmare questi deficit è fuor di dubbio l’accertarsi della corretta preparazione dei docenti.

Dall’indagine PISA dell’OCSE emerge un quadro piuttosto negativo del sistema scolastico italiano, con studenti insoddisfatti e impreparati e docenti concentrati sulle prestazioni e sui voti e totalmente disinteressati al benessere degli studenti. Dati e immagini stridenti rispetto ad esempio all’Indonesia, dove i ragazzi si presentano molto più preparati e molto più contenti. L’OCSE sottolinea come in questo Stato la quasi totalità delle scuole abbia dei presidi che si dichiarano convinti che «il benessere sociale ed emotivo degli studenti sia importante quanto lo sviluppo di competenze specifiche». In Italia, giusto per rendere l’idea, i dirigenti scolastici che sostengono di pensarla allo stesso modo raggiungono a stento il 60% delle scuole, attestandosi agli ultimi posti della graduatoria mondiale. Anche per quanto riguarda la qualità del rapporto tra docenti e alunni il nostro Paese si classifica nelle ultime posizioni, quartultimo. Peggio dell’Italia solo Argentina, Francia e Liechtenstein.

Secondo quanto si legge nel rapporto 2013 Global Teacher Status Index della Varkey Gems Foundation, gli insegnanti italiani hanno poco prestigio, uno stipendio scarso e godono di poco rispetto da parte di studenti e genitori. Occupano basse posizioni anche nella classifica delle retribuzioni, quattordicesimi rispetto ai 21 Paesi considerati nella ricerca. Siamo, insieme alla Finlandia, l’unico Paese dove viene comunque riconosciuta agli insegnanti un’altissima influenza sulla vita scolastica e la formazione in generale. Un’implicita ammissione del ruolo fondamentale che questa categoria professionale ha per la società. È interessante che oltre il 59% degli intervistati abbia affermato che «gli insegnanti debbano essere pagati in base ai risultati ottenuti dai loro studenti».

In un articolo apparso sul «Corriere della Sera» lo scorso 10 settembre, Roger Abravanel racconta della scuola e della riforma dal punto di vista degli alunni e delle famiglie. Roger Abravanel, Luca d’Agnese, Duepuntozero Doxa e il Forum della meritocraziahanno condotto nel mese di agosto 2015 un sondaggio su un campione rappresentativo di 1000 cittadini, studenti e famiglie, indicati come i “clienti” della scuola. Un intervistato su due ha elencato tra i problemi più gravi della scuola italiana l’«adeguatezza degli insegnanti». Per la metà dei docenti invece «i nodi da sciogliere sono precariato e stipendi troppo bassi».

Il 75% degli intervistati chiede più ore scolastiche per dare possibilità di recupero a chi resta indietro, valorizzazione dei più capaci, più sport e arte.Quasi all’unisono viene richiesta più meritocrazia.

  • I voti degli insegnanti rispecchiano poco o nulla la reale preparazione degli studenti (50%).
  • Ogni professore ha il suo metro di giudizio (53%).
  • I professori sono parziali e prevenuti (13%).
  • Valutazione delle scuole in base al progresso educativo e al successo nel mondo del lavoro (50%).

«Dal sondaggio emerge anche una vera sorpresa: con la netta maggioranza di 61 a 39 gli italiani vogliono valutazioni quantitative come i test Invalsi. Secondo loro, il problema è che gli insegnanti non preparano sufficientemente gli studenti per i test e spesso ne falsano gli esiti perché fanno copiare. Di contro, un insegnante su tre li considera “inutili” e uno su quattro addirittura “nocivi”».

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

La Finlandia è uno di quei Paesi che, contrariamente al nostro, figurano spesso nelle prime posizioni delle classifiche internazionali, anche quelle inerenti l’istruzione e la formazione. Un articolo di Maria Raffaella Benvenuto su «Tracciati» può aiutarci a capirne il perché. «Come in altri Paesi europei, anche in Finlandia un insegnante non si improvvisa, ma diventa tale dopo studi approfonditi e un periodo di pratica. In tutto il Paese esistono 12 istituti per la preparazione degli insegnanti di madrelingua finnica e uno per quelli di madrelingua svedese. Tutti questi istituti fanno capo a un’università. Tutti gli istituti per la formazione degli insegnanti sono attivi in programmi di scambio internazionali e nella produzione di materiale per l’insegnamento. In questo momento, grande importanza sta ottenendo il concetto di educazione interculturale e/o multiculturale, e si stanno diffondendo programmi di insegnamento in altre lingue (soprattutto l’inglese)».

In Finlandia non è prevista l’assunzione per concorso bensì quella per competenze, quello che è previsto, invece – e viene fatto – è l’aggiornamento professionale costante degli insegnanti.

Nel rapporto Euridice, la rete di informazione dell’istruzione in Europa pubblicato nel giugno 2008, si legge: «la formazione professionale continua è considerata un obbligo professionale per gli insegnanti in più di 20 Paesi e regioni d’Europa. Ma il concetto di obbligo professionale non implica necessariamente che gli insegnanti siano esplicitamente tenuti a parteciparvi».

In Europa esistono tre ordinamenti riguardo l’aggiornamento professionale degli insegnanti:

  • Obbligatorio.
  • Facoltativo, ma necessario per la promozione.
  • Facoltativo.

In Italia l’aggiornamento professionale per gli insegnanti è facoltativo.

Uno dei punti più criticati del ddl La buona scuola: riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione del governo Renzi, divenuto Legge il 13 Luglio 2015, è stato l’intenzione di voler portare l’orario di lavoro degli insegnanti a 36 ore settimanali. Le obiezioni maggiori hanno riguardato il fatto che venivano in questo modo considerate solo le ore di lezione frontale e non si consideravano quelle spese tra collegi docenti, riunioni e altre attività. Inoltre si recriminava che andavano sommate anche le ore trascorse a casa a preparare le lezioni e correggere i compiti. A questo andrebbe ancora aggiunto il tempo impiegato per la partecipazione ai corsi di aggiornamento professionale e si raggiungerebbe quella che è la soglia media di monte ore lavorative di un qualsiasi professionista.

Nel Working Paper n. 23 della Fondazione Giovanni Agnelli sono riportati gli esiti di una ricerca interregionale condotta da Laura Gianferrari e dall’Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna atta a valutare il profilo professionale e le competenze dei docenti neoassunti nell’a.s. 2008/09. «La realizzazione di un’indagine rivolta ai docenti neoassunti è stata pensata come uno strumento capace di fornire informazioni sul modo in cui gli insegnanti vivono la professione e percepiscono il loro ruolo, nonché sulle criticità della scuola così come sono avvertite da chi quotidianamente la vive». L’indagine ha interessato 16.000 neoassunti di otto regioni (Piemonte,Emilia-Romagna, Puglia, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche, Campania).

Il profilo-tipo del docente neoassunto sembra essere questo: donna, quarantenne e con una decina di anni di precariato alle spalle. «L’insegnamento come professione femminile è un fenomeno che riceve una netta conferma dalla presenza dell’85,7% di donne tra i neoassunti 2009, a fronte dell’esiguo 14,3% di presenze maschili». L’età dei neoassunti si dispiega secondo un ventaglio generazionale molto ampio, che si estende dai 24 ai 66 anni. «Si tratta di un dato particolarmente inquietante, che evidenzia una patologia del sistema, in quanto non può considerarsi “normale” che l’ingresso stabile nella professione avvenga in quella fase della vita in cui solitamente si abbandona il mondo lavorativo per raggiunti limiti di età». L’età media dei neoassunti dell’anno scolastico 2008/09 nelle regioni interessate dalla ricerca e presumibilmente anche nelle altre è 40,25 anni. Solo il 2,5% dei neoassunti ha meno di 30 anni, mentre l’1,2% è già in età pensionabile (oltre i sessant’anni).

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

«In Italia è prevalsa fino ad oggi una sorta di impotenza ad assumere un preciso modello di formazione iniziale degli insegnanti e ad adottare un sistema di reclutamento coerente con esso. Anziché compiere scelte di politica scolastica che individuassero con chiarezza quale insegnante serve per la qualità del nostro sistema d’istruzione e dunque come formarlo e come reclutarlo, si è seguita una logica di sanatorie permanenti, che si è concretizzata in un modello di reclutamento basato per lo più sullo “scorrimento” di graduatorie solo parzialmente aggiornate. Si è così in buona parte vanificato, di fatto, ciò che le norme sulla formazione iniziale dei docenti prevedono: si è continuato ad assumere nella scuola, in un regime transitorio che si è protratto fino a diventare ordinario,personale non in possesso dei requisiti previsti dalle disposizioni generali pure in vigore».

Nonostante le norme di legge prevedano una formazione universitaria per tutti i docenti, il 40,7% dei neoassunti ne è privo. I docenti di sostegno sono il gruppo che maggiormente ha compiuto studi universitari, con una differenza, rispetto ai colleghi su posto comune, di ben 10 punti percentuali. Tale differenza aumenta ulteriormente nel confronto con i docenti di religione, tra cui la preparazione universitaria è ancora meno diffusa. Analizzando la distribuzione delle lauree per ambiti disciplinari, è evidente un forte sbilanciamento verso l’area umanistica: il 42,1% dei neoassunti laureati ha una laurea letterario-storico-filosofica; la laurea in matematica è posseduta dal 4%. Il numero dei neoassunti che insegna matematica è nettamente superiore a quello dei laureati in matematica. «Ovviamente, è il meccanismo delle cattedre e dei requisiti per l’accesso a esse che consente questo fenomeno, ma i risultati degli studenti italiani in matematica, sia in termini di esiti nelle indagini internazionali sia di valutazioni finali della scuola stessa, dovrebbero aver evidenziato che l’insegnamento di questa disciplina è una delle emergenze della nostra scuola, e la preparazione dei docenti di matematica è certamente uno dei fattori che incide sull’insufficiente preparazione degli studenti».

Solo il 31,2% dei neoassunti dichiara un livello di conoscenza della lingua inglese buono/elevato, quasi la metà (46,8%) afferma di averne una conoscenza a livello scolastico o nessuna conoscenza.

Riguardo l’alfabetizzazione informatica invece le competenze variano secondo l’ordine di scuola:

  • Scuola dell’infanzia: oltre il 40% non ha consuetudine con strumenti informatici di base come la posta elettronica o la videoscrittura e un 20% non frequenta abitualmente la navigazione in Internet.
  • Scuola primaria: il 30% non utilizza abitualmente la posta elettronica e oltre il 20% la videoscrittura, mentre la navigazione in Internet è poco praticata dal 13%.
  • Scuola secondaria: i neoassunti a questo livello hanno in genere una conoscenza più alta, pur permanendo una quota del 15% che non ha un utilizzo esperto del mezzo.

«Sono esiti che evidenziano complessivamente una certa carenza nella preparazione generale dei neoassunti, specie nel primo ciclo di istruzione, in quanto la mancata padronanza degli strumenti informatici non è solo un fatto tecnico, ma rimanda a una deficitaria “cultura informatica”, di cui invece un insegnante oggi non può fare a meno, per le implicazioni che essa ha nell’approccio alla cultura odierna e al mondo giovanile».

In generale i neoassunti si dichiarano competenti nella disciplina insegnata ma considerano insufficiente la propria preparazione in tutte le altre competenze richieste a un insegnante. Gli intervistati che hanno conseguito il diploma SSISmostrano una relativa maggiore soddisfazione per la propria preparazione.

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità

Ci sono difficoltà dello stare in classe che accomunano i docenti di tutti gli ordini di scuola:

  • Promuovere la motivazione all’apprendere.
  • Mantenere la disciplina in classe.
  • Ottenere dagli studenti risultati soddisfacenti di apprendimento.

«Sono dati pesanti, che non possono lasciare indifferenti, poiché segnalano uno stato di difficile governo delle classi e dell’apprendimento, che sicuramente non facilita la qualità degli esiti scolastici».

Le mutazioni sociali e tecnologiche hanno modificato e ampliato anche le responsabilità dei docenti. La nuova figura dell’insegnante deve essere preparata per:

  • Gestire al meglio i processi di apprendimento anche in classi sempre più disomogenee e multiculturali.
  • Essere in grado di padroneggiare le potenzialità didattiche delle tecnologie digitali.
  • Saper partecipare allo sviluppo della scuola in quanto comunità educativa.
  • Avere capacità di stabilire rapporti di comunicazione e collaborazione efficaci con le famiglie e legami con la collettività locale.

«Il saper insegnare, oggi, richiede dunque competenze plurime: tale consapevolezza non è sufficientemente diffusa tra i neoassunti, specie nella secondaria. Prevale l’idea che un docente sia qualificato quando conosce la propria materia e lo sviluppo cognitivo e relazionale degli alunni. Più sfumata la percezione che altre capacità e altre dimensioni dell’insegnare contribuiscono all’efficacia dell’azione del docente».

Édouard Séguin già nel 1831 aveva dimostrato che «l’idiota non è incapace di imparare ma soltanto incapace di seguire i metodi normali di istruzione». Sono questi, i metodi, che troppo spesso si rivelano inadatti e inefficaci. Quando si leggono statistiche e dati che dimostrano l’impreparazione degli alunni italiani in generale e al confronto con i coetanei stranieri non bisogna additarli come rei ma considerarli vittime. Vittime di un sistema errato che usa metodi sbagliati portati avanti da persone a loro volta impreparate. Questa è la verità sulla preparazione degli insegnanti italiani.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-preparazione-degli-insegnanti-italiani-la-verita

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

30 lunedì Nov 2015

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Sul numero 44 della Writers Magazine Italia il mio dossier sugli scrittori più bravi del mondo Schermata 2015-11-30 a 14.10.30Schermata 2015-11-30 a 14.09.32

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Aprire le sbarre con la cultura. Premiati i finalisti della V° edizione del Premio Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”

20 venerdì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Si è concluso anche per quest’anno il premio letterario Goliarda Sapienza organizzato per i detenuti del Regina Coeli di Roma. Vincitori assoluti sono stati Ivan Gallo, per la sezione adulti, con il racconto Nelle scarpe dell’altro, seguito da Marco Buticchi, e Unknown per la sezione minori, con Double face e tutor Alessandro D’Alatri.

I racconti dei 25 finalisti sono stati inseriti nel volumeAll’inferno fa freddo, curato da Antonella Bolelli Ferrera ed edito da RaiEri.
La giuria, composta da Silvia Calandrelli, Ruben de Luca, Andrea di Consoli, Paolo Fallai, Daria Galateria, Giordano Bruno Guerri, Angelo Maria Pellegrino, ha voluto attribuire menzioni speciali a Michele Maggio (La lunga strada verso casa, tutor Massimo Lugli), Francesco Fusano (Fourteen, tutor Gloria Satta) e Salvatore Torre (Quei soggiorni alla cella 9, tutor Salvo Sottile) per l’abilità dell’intreccio, l’uso originale ed efficace della parola e la capacità di trascrivere la propria esperienza affrontando i propri sentimenti.

Nel corso della serata conclusiva, presentata da Antonella Bolelli Ferrera e Serena Dandini e che ha avuto come madrina Dacia Maraini, hanno spiccato gli interventi di un detenuto condannato all’ergastolo che ha invitato “gli addetti ai lavori” a ripensare questo tipo di condanna perché “non si può pensare di morire in carcere”, e quello dello scrittore Erri de Luca che ha sottolineato l’assurdità della misura restrittiva di chi è detenuto con il 41bis e a cui è vietato ricevere libri”è una persecuzione, un supplemento di pena, una terapia non adatta ai reclusi”.

Aprire le sbarre con la cultura. Premiati i finalisti della V° edizione del Premio Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

28 mercoledì Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

Quali conseguenze sulla preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri hanno le azioni e i cambiamenti, in sostanza le riforme prodotte dai vari governi succedutisi di recente? Ciclicamente siamo bombardati di servizi su giornali e telegiornali nazionali che ci parlano di inizio anno scolastico, vacanze invernali, conclusione dell’anno scolastico, esami di Stato, prove INVALSI, test di accesso alle facoltà universitarie, vacanze estive, programmi ERASMUS e stage. Poco si affronta, invece, il nodo cruciale della preparazione dei nostri studenti confrontandola con quanto accade, in materia d’istruzione, nel resto d’Europa.

Un’indagine del Programme for international student assessment (PISA) dell’OCSE condotta sugli studenti quindicenni italiani ha rivelato che «i risultati medi in matematica, lettura e scienze sono inferiori alla media» internazionale. Bisogna comunque precisare che «l’Italia è tuttavia uno dei Paesi che ha registrato i più notevoli progressi in matematica e scienze». A PISA 2012 hanno partecipato 65 Paesi ed economie dell’OCSE rispetto ai quali l’Italia si colloca in classifica sempre in posizioni mediane:

•         Matematica (tra la 30esima e la 35esima).

•         Lettura (tra la 26esima e la 34esima).

•         Scienze (tra la 28esima e la 35esima).

Ha avuto molta eco la notizia del divario tra il Nord del Paese, che si attesta su livelli al di sopra della media OCSE, e il Sud che invece ha rivelato l’ennesimo ritardo. La stampa nazionale ha anche definito “abisso” la forbice esistente, senza però precisare che “i notevoli progressi” registrati risultano «più marcati nel Mezzogiorno, mentre le regioni del Centro perdono terreno rispetto alla media nazionale; inoltre il miglioramento si è concentrato nelle scuole diverse dai licei e, più in generale, tra gli studenti con competenze meno elevate».

I progressi sono più ragguardevoli prendendo in considerazione il periodo 2006-2012 e «gli effetti legati alla composizione degli studenti 15-enni che può essere mutata nel tempo (ad esempio è da segnalare la forte crescita degli studenti non nativi)». Gli stessirelatori dell’indagine svolta dall’OCSE precisano che i dati forniti potranno essere adoperati per meglio analizzare i fattori sottostanti, ovvero «la riduzione delle risorse a disposizione del sistema intervenuta negli ultimi anni, che non sembrerebbe averne compromesso la performance (ma potrebbe aver frenato quei più forti segnali di miglioramento registratisi tra le rilevazioni del 2006 e del 2009)» e ancora «la riforma del II ciclo, avviata a partire dall’anno scolastico 2010-2011, che non sembrerebbe aver modificato la performancecomplessiva delle scuole di tale ciclo, anche se l’analisi dovrà essere approfondita alla luce del differenziato grado di effettiva implementazione della riforma e tenendo conto delle modifiche più di dettaglio, che potrebbero aver avuto effetti differenziati sulle diverse componenti delle competenze, con differenze tra tipologie di scuole non più circoscrivibili alla tradizionale ripartizione tra licei, tecnici e professionali».

Altro fattore da considerare è il lieve miglioramento del clima in cui si svolgono le lezioni nelle classi rispetto alle rilevazioni 2003, «anno in cui comunque gli studenti italiani più frequentemente evidenziano problemi quali la mancanza di puntualità, attenzione e silenzio nello svolgimento delle normali attività didattiche». Lo scopo di PISA 2012 in sostanza è di valutare in che misura gli studenti, prossimi alla fine dei cicli di istruzione/formazione obbligatoria, abbiano acquisito conoscenze e competenze ritenute essenziali per una piena partecipazione alla vita civile nella società moderna, focalizzando su lettura, matematica, scienze e problem solving. Alla luce dei dati forniti possiamo affermare che gli studenti italiani, alla fine dei cicli obbligatori di istruzione/formazione, sono adeguatamente preparati per la vita civile nella società moderna? Sembrerebbe di no.

I quesiti di matematica di PISA 2012 della sottoscala Interpretare servivano a testare le capacità degli studenti di riflettere su soluzioni, risultati o conclusioni matematiche e di interpretarle nel contesto dei problemi reali. I paesi OCSE top performers su questa sottoscala sono Corea del Sud, Giappone, Svizzera e Finlandia. Gli studenti italiani per questa specifica sottoscala totalizzano un punto sopra la media OCSE (498). All’interno dell’indagine PISA 2012 a un sotto-campione di scuole, rappresentativo per macro-area geografica e per tipo di scuola, sono state somministrate anche prove da svolgere attraverso un’interfaccia digitale. I Paesi partecipanti al CBA (Computer-Based Assessment) sono stati 32. Gli studenti italiani che hanno partecipato al CBA hanno raggiunto una media di 499, attestandosi alla 15esima posizione nella classifica internazionale. In pole-position troviamo Singapore, Shanghai/Cina, Corea del Sud. Ora, volendo, si potrebbe anche temporeggiare rimarcando le differenze esistenti e persistenti tra Nord e Sud del Paese, interrogarsi sui perché e sui per come ma prima o poi bisognerà fare i conti con il fatto che il vero divario che deve preoccuparci è quello che ci separa dai Paesi che hanno totalizzato punteggi ben più alti della media OCSE perché sono loro la vera concorrenza con cui scontrarsi poi nel mondo del lavoro.

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

Questo ammesso che si vogliano leggere i dati di PISA 2012 nell’ottica di un’unica nazione che si raffronta con il resto del mondo nell’era della globalizzazione; se poi invece vogliamo ignorare il gap che ci separa dalle economie emergenti, fossilizzarci sulle disparità interne e parlare dei quindicenni del Nord-Ovest che hanno totalizzato una manciata di punti in più rispetto ai coetanei del Sud e delle isole facciamolo pure ma non ne caveremo un ragno dal buco. La domanda da porsi è: perché l’Italia ha un sistema d’istruzione/formazione che non consente ai suoi alunni di andare oltre la media? Stando a quanto si legge nel 48esimoRapporto del Censis Review of the Italian strategy for digital schools gli studenti italiani sono molto indietro rispetto ai loro coetanei stranieri in materia di competenze digitali. Del resto se consideriamo la stima al 31 dicembre 2014 che contava solo 1321 aule digitalizzate sul territorio nazionale, ci rendiamo ben conto di quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per accorciare le distanze e riuscire a raggiungere almeno la media europea. Un ritardo stimato in almeno 15 anni rispetto ad altri Paesi che da tempo hanno puntato sulla tecnologia e sull’informatizzazione. Delle 41.483 sedi scolastiche esistenti solo 1562 sono dotate di collegamentowi-fi e anche la Commissione europea mette in evidenza un triste primato tutto italiano: «la più bassa disponibilità di accesso alla banda larga dell’Unione europea».

Il Piano nazionale scuola digitale, nato nel 2000, ad oggi è costato oltre 150 milioni di euro, considerando gli stanziamenti pubblici, il costo del progetto Wireless nelle scuole e quello per la preparazione degli insegnanti. Secondo i dati rilevati dal Censis, per i dirigenti scolastici i problemi principali riguardano «la rapida obsolescenza della dotazione tecnologica delle scuole, spazi e strutture inadeguate ma anche i costi che ogni istituto deve sostenere per il collegamento alla Rete».

Mentre sui costi di collegamento alla Rete si può convenire con quanto sostenuto dai dirigenti scolastici, per quanto riguarda la rapida obsolescenza della dotazione tecnologica per un progetto che è stato avviato nel 2000 qualche perplessità sorge, se non altro in merito al fatto che non sembra questa essere una motivazione valida per non usarle queste attrezzature. In fondo le macchine possono diventare presto obsolete ma i programmi li si può aggiornare e neanche in uffici o abitazioni private un computer si sostituisce ogni anno. L’obsolescenza diventa un danno irreparabile nel momento in cui le attrezzature restano in giacenza per lungo tempo, magari ancora dentro gli imballaggi originari.

Il punto però è un altro. Si continua a parlare di queste “dotazioni tecnologiche” come di un qualcosa a parte o di un extra che va o andrebbe a sommarsi alle tradizionali e consuete attività didattiche. Anche per questo motivo occorrono dei locali idonei, per poter creare dei laboratori atti a ospitare le attrezzature. Intanto le famiglie continuano a comprare libri di testo cartacei, quaderni, fogli protocollo, album da disegno, righe, matite, penne… è vero che la gran parte dei libri sono in formato misto (cartaceo e digitale), è vero anche che molte aule sono dotate di LIM (lavagne multimediali e interattive), che alcune scuole hanno iniziato a utilizzare i tablet ma allora perché la produzione di materiale scolastico in formato digitale utilizzato non supera il 18,1%? Decisamente poco per un’era come la nostra nella quale tutte le informazioni passano attraverso la Rete e dove la conoscenza delle lingue straniere e dell’informatica apre nuovi orizzonti oltre che nuove opportunità di lavoro.

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

Molto interessante per comprendere gli effetti sul lungo termine di questa situazione è visionare i dati dell’indagine Piaac(Programme for the international assessment of adult competencies) condotta dall’OCSE su campioni rappresentativi della popolazione di età compresa tra i 16 e i 65 anni di 24 Paesi di cui 22 membri dell’OCSE. Lo scopo dichiarato era misurare le competenze linguistiche e matematiche della popolazione adulta. Il campione di italiani che ha partecipato allo studio ha guadagnato l’ultima posizione in preparazione linguistica e la penultima in competenze matematiche. Forse va bene precisare che le prove dell’indagine sono state tradotte quindi ogni partecipante ha lavorato su quesiti scritti nella propria lingua. Gli adulti senza il titolo di studio di scuola superiore hanno dimostrato di avere conoscenze molto scarse, al pari dei francesi e degli statunitensi. Ma in questi Paesi i dati vengono compensati dalle performance eccellenti dei laureati, cosa che per gli italiani non accade. In Italia i laureati hanno mediamente competenze linguistiche comparabili a quelle dei diplomati di nazioni quali Finlandia, Giappone, Australia e Olanda. Sulle competenze linguistiche le prime quattro posizioni sono state raggiunte da Giappone, Finlandia, Olanda e Australia. Mentre per quanto concerne le conoscenze matematiche ai primi posti troviamo, o meglio ritroviamo Giappone, Finlandia e Australia cui si aggiunge in terza posizione il Belgio.

È evidente che la situazione ha un qualcosa di inquietante soprattutto laddove si legge che i risultati sono pressoché identici sia per i lavoratori che per i non occupati. Se ne deduce che l’aggiornamento professionale in Italia è molto scarno e al contempo chi “non è occupato” in un lavoro di sicuro non impiega quel tempo per prepararsi eventualmente per un impiego. Una componente determinante è di certo la preparazione scolastica ma sta di fatto che l’Italia è uno dei Paesi con la percentuale più elevata di lavoratori under-skilled, ovvero persone che non possiedono le competenze sufficienti per svolgere il proprio lavoro in modo adeguato. Ora se proviamo a sovrapporre questi dati percentuali al fatto che gli insegnanti, copiosa categoria professionale italiana, sono al contempo lavoratori ed educatori ne emerge uno spaccato decisamente poco piacevole. Nello studio Piaac condotto dall’OCSE gli italiani si sono classificati ultimi per competenze linguistiche, operando con la propria madrelingua, l’italiano, che si studia per svariate ore fin dal primo anno del primo ciclo di studi, fin dalla prima elementare per intenderci, e con la quale si comunica e si interagisce a partire dal primo anno di vita. Cosa sarebbe accaduto se questi italiani fossero stati chiamati a confrontarsi con i coetanei degli altri 22 Paesi aderenti al progetto su una lingua diversa dalla propria, magari l’inglese? Secondo l’indagine condotta da Ef (Education First) gli italiani si trovano in 27esima posizione rispetto ai 63 Paesi coinvolti nello studio sulla conoscenza della lingua inglese.Ai primi posti ci sono Danimarca, Svezia e Olanda. Tra i Paesi dell’Unione europea solo la Francia si classifica dopo l’Italia, al 29esimo posto.

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

All’approvazione del tanto sospirato quanto criticato ddl La buona scuola Matteo Renzi ha dichiarato: «Nella riforma della scuola è rafforzato l’insegnamento di musica, arte, lingue, educazione motoria. Ci sarà particolare attenzione, dalla primaria, alla assoluta professionalità di chi insegna l’inglese, per dare insegnamenti non appiccicaticci – per cui si fa fare un corsettino alla maestra – ma si richiede un inglese assolutamente perfetto». Bisogna quindi sperare che il “corsettino” che si farà frequentare alla maestra basti a scongiurare gli “insegnamenti appicicaticci” o cominciare seriamente a fare in modo che le ore di insegnamento e studio delle lingue servano a formare studenti e cittadini in grado di dialogare e comunicare con il resto del mondo? Che si aumenti il numero di ore previste per l’insegnamento della lingua straniera non è certo un male ma bisogna focalizzare sulla qualità, considerando anche quanto si legge nell’edizione 2012 del rapporto Eurydice – Eurostat Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue a scuola in Europa: «Per essere efficace, l’insegnamento delle lingue straniere ha bisogno di docenti altamente qualificati. Più input ricevono gli studenti, più alto è il rendimento. Uno dei sistemi indicato per aumentare l’esposizione degli alunni alle lingue straniere è che alunni e insegnanti usino la lingua target durante le lezioni. Cosa che non accade in quasi tutti i Paesi o le regioni partecipanti all’indagine. Nella maggior parte dei Paesi o regioni partecipanti, a detta degli studenti testati, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione non vengono usate regolarmente durante le lezioni di lingua».

L’Indagine europea sulle competenze linguistiche (IECL) di Eurydice e Eurostat mette inoltre in evidenza che il rapporto tra la percezione degli studenti dell’utilità di imparare le lingue testate e la loro competenza linguistica è positivo. La gran parte degli studenti considera l’inglese utile per la carriera scolastica e il lavoro futuro; l’80% per il lavoro futuro (tranne in Francia) e anche di più riguardo alla ricerca di un buon impiego. Una corretta informazione quindi potrebbe maggiormente coincidere con una corretta formazione. Far comprendere quanto prima ai ragazzi che un’istruzione seria e qualificata li porta a essere non solo più competitivi nella ricerca di un lavoro ma anche a essere più preparati e competenti nello svolgimento di un impiego. Chiarire il concetto che il fatto di parlare la propria lingua non equivale a conoscerla, ma bisogna studiarla al pari di quelle straniere, della matematica e dell’informatica. Ovvio che tutte le altre materie di studio sono egualmente importanti per la formazione culturale ma nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione non possiamo fingere di non sapere quanto incidano la conoscenza delle lingue e dell’informatica sulla preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-preparazione-degli-studenti-italiani-rispetto-ai-coetanei-stranieri

 

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Anne Brasseur al Parlamento italiano, diritti umani, corruzione e terrorismo

03 venerdì Apr 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il 30 marzo il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera, Laura Boldrini, hanno ricevuto a colloquio la presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Anne Brasseur. Nella nota diffusa da Palazzo Madama si legge che al centro del dibattito sono stati i temi de «la minaccia del terrorismo, la lotta alla corruzione, le tematiche dei diritti umani e dell’immigrazione, con particolare riguardo al problema dei richiedenti asilo».

Anne Brasseur ha aggiornato «il Parlamento italiano circa l’azione del Consiglio relativamente alle principali questioni dei diritti umani nei 47 paesi che ne fanno parte» indicando nei «conflitti storici e nei nuovi gruppi estremisti la causa del crollo delle democrazie europee». Il portavoce alla Camera per il Movimento Cinque Stelle e membro della III Commissione affari esteri e costituzionali, Manlio di Stefano, dissente dal punto di vista della Brasseur e diffonde online e sui social il video della sua ‘replica’ in cui spiega il suo punto di vista.

Per il deputato 5 stelle innanzitutto i «conflitti storici e i nuovi gruppi estremisti non sono la causa del crollo delle democrazie europee ma la conseguenza». «Abbiamo vissuto molto male le sanzioni date alla Russia non perché non condividessimo la necessità di stigmatizzare un atteggiamento che non era adeguato a una Democrazia ma perché  riteniamo che il Consiglio d’Europa sia un’Istituzione che debba incentrarsi sul dialogo. Inoltre riteniamo che il Consiglio debba interrogarsi sui reali bisogni e necessità degli europei in questo momento, anzi per tutti i 47 paesi che ne fanno parte».

«In Italia siamo oggi al 43% di disoccupazione giovanile, il dato storico peggiore di sempre, siamo il primo Paese in Europa per livello di corruzione, quella percepita dai cittadini verso la politica nell’ultimo dato era al 92%, cioè il 92% dei cittadini pensa che la politica sia corrotta… e questo succede in tanti paesi europei non soltanto in Italia. Abbiamo 9 milioni di poveri assoluti, cioè che vivono al di sotto della soglia di povertà secondo l’Istat, io credo che il Consiglio d’Europa debba farsi promotore di questo tipo di battaglie.»

«Soltanto Italia, Ungheria e Grecia non hanno il reddito di cittadinanza in Europa, ad esempio, e il Consiglio d’Europa dovrebbe spingere su queste cose perché nel momento in cui tu risolvi il problema endemico dei cittadini, che oggi è la crisi, è la disoccupazione, è l’assenza di reddito… riduci anche quell’astio, quella forma di odio, di idea che si possa risolvere tutto con la violenza.»

«Non abbiamo più le condizioni sociali per poter reggere la crisi e questo crea estremismi. Il diritto umano oggi è quello di vivere bene, serenamente, di arrivare a fine mese e questo automaticamente riavvicinerebbe i cittadini anche alla politica, se questa attuasse delle Leggi a favore del loro benessere. Oggi abbiamo in discussione al Senato la norma sull’anticorruzione in Italia fortemente carente ancora di quei reati che vengono indicati come i reati dei colletti bianchi, i reati della politica. Questo allontana o avvicina i cittadini alla politica? Li allontana e crea ancora una volta quell’odio verso la politica che è sì oggi causa di problemi sociali.»

«Il Consiglio d’Europa deve includere nei diritti umani i diritti primari, che sono quelli al reddito e alla percezione di una Democrazia sana anche nei paesi che si sentono immuni da questo rischio, come l’Italia e altri paesi del ‘vecchio continente’… non ci sono più oggi democrazie veramente consolidate perché c’è un abuso continuo da parte dei governi.»

http://www.articolo21.org/2015/04/anne-brasseur-al-parlamento-italiano-diritti-umani-corruzione-e-terrorismo/

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Limitazioni Internet, audizione alla camera di J. Barata Mir

15 domenica Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Juan Barata Mir, consigliere Osce in sostituzione di Duniya Mijatović, rappresentante per la libertà dei mezzi d’informazione, è intervenuto nella seduta di lunedì 9 marzo alla Camera dei Deputati nel corso dei lavori della Commissione per i diritti e i doveri relativi a Internet, presieduta da Laura Boldrini. «Avete già spiegato che questo è un documento politico programmatico, istituzionale. Ritengo chiaramente che questa è una decisione politica che appartiene a questa Istituzione, bisogna comunque tener conto della questione giuridica e costituzionale e quindi credo, che nonostante il fatto che questo sia un documento istituzionale, si debba sottolineare che le Istituzioni pubbliche regolano i cittadini e quindi devono vederlo come qualcosa che forse non è giuridicamente vincolante ma ha una certa importanza in tal senso. Bisogna tenerne conto quando organi regolamentari prendono decisioni come ad esempio la neutralità di internet. Una seconda cosa che abbiamo notato nel documento è l’assenza di riferimenti alle norme internazionali. C’è solo un riferimento all’articolo 8 della Carta dei Diritti Fondamentali ma noi riteniamo che quando si parla internet e della libertà dei media è molto importante riferirsi ai Provvedimenti internazionali che dovranno essere applicati in Internet a livello globale. 
Un diretto riferimento alla libertà d’espressione dovrebbe essere inserito in modo chiaro nel documento. Perché l’informazione è l’ossigeno di internet, senza la libera circolazione dell’informazione internet soffoca. Internet fa parte della vita reale, è una piattaforma dove essa si svolge, è un luogo dove dobbiamo applicare le regole e i principi che applichiamo al resto del mondo. Internet ha ampliato la nozione di media e di giornalismo, che va al di là del giornalismo professionistico e questi nuovi sviluppi nella sfera pubblica richiedono una nuova forma di protezione e bisogna riconoscerne il ruolo. Siamo passati da un mondo in cui c’era un controllo redazionale su tutte le forme di media, c’erano delle grosse aziende… mentre adesso abbiamo dei blogger, persone su twitter che hanno anche un maggiore impatto dei media convenzionali e il loro ruolo deve essere riconosciuto e protetto, al di là dei professionisti del giornalismo».

Juan Barata Mir continua il suo intervento parlando del ‘diritto all’oblio’ ma anche della necessità della totale trasparenza dei dati relativi a personalità e questioni di interesse pubblico che dovrebbero sempre essere accessibili e non dovrebbero mai essere posti dei limiti su piattaforme o enti intermediari, come i motori di ricerca. Sottolineando il fatto che la privacy deve essere rispettata sempre ma esponendo i suoi timori su una possibile errata interpretazione del verdetto della Corte di Giustizia Europea inerente il caso Google Spain contro la Agencia Española de Protección de Datos. In quell’occasione la rappresentante Osce per la libertà dei mezzi di informazione ha rilasciato un comunicato stampa nel quale esprimeva la sua preoccupazione per «le conseguenze di questa decisione riguardo l’accesso alle informazioni e la possibilità che questa decisione potesse frammentare internet e danneggiare l’universalità dello stesso».

Nel caso specifico il soggetto, con la decisione della Corte di Giustizia Europea, ha visto riconosciuta la richiesta di non far comparire nei risultati del motore di ricerca le pagine web che ospitano contenuti che lo riguardano nel momento in cui queste possono arrecare pregiudizio e sia trascorso un lasso di tempo dalla notizia tale da non giustificare più la permanenza nel pubblico dominio. Questo anche qualora la notizia non venga rimossa dalla pagina-fonte, rendendola così solamente meno raggiungibile per gli utenti. Nella sentenza tuttavia la Corte precisa che «questo intervento del motore di ricerca resta sempre subordinato a una preventiva disposizione di una autorità giudiziaria o amministrativa di controllo, che nel caso in oggetto era la Agencia Española de Protección de Datos».

Mir ha sottolineato come debba ovviamente essere riconosciuto il ‘diritto all’oblio’ ma quando questo è collegato a personalità pubbliche «la circolazione di informazioni accurate e di idee riguardo queste persone pubbliche è un elemento fondamentale della Democrazia, quindi i diritti alla privacy devono essere limitati per quanto riguarda l’applicazione di questo principio. Noi riteniamo che questo è conforme alla giurisprudenza della Corte dei Diritti umani e che non c’è necessità di bilanciare privacy e informazione nel caso di personalità pubbliche, è questione di interesse pubblico e in quei casi prevale la libertà di informazione. Il ‘diritto all’oblio’ non deve essere utilizzato per proteggere tutti gli individui da comunicazioni negative su internet, solo qualora le informazioni possano ledere ma persona, ma in generale noi riteniamo che i media debbano poter scavare nella vita dei politici per sapere quello che hanno fatto in maniera che possano informare l’opinione pubblica, ovviamente rispettando al contempo il diritto alla privacy».

L’intervento ha abbracciato anche il tema molto sentito della ‘neutralità della rete’ e delle iniziative volte a creare delle ‘corsie preferenziali’ per la diffusione di immagini, informazioni, contenuti che si stanno diffondendo soprattutto negli Stati Uniti e verso cui sembra opporsi invece il Parlamento europeo che lo scorso aprile approvò un emendamento al Progetto di Regolamento europeo sulle Telecomunicazioni che salvaguardia proprio la net neutrality.

«Solo dei Regolamenti molto forti possono impedire la discriminazione e anche impedire la possibilità di censura del contenuto internet da parte di operatori privati, per poter garantire e proteggere la neutralità della rete.»

La net neutrality è costantemente oggetto di studio e monitoraggio da parte di Agcom con lo scopo di «analizzare il rapporto tra crescente diffusione delle forme di gestione del traffico (traffic management), introduzione di nuove modalità di fissazione dei prezzi (pricing) e pari trattamento dei dati veicolati in rete (net neutrality) e contribuire al dibattito internazionale concernente il principio della neutralità della rete». Con lo scopo precipuo di «conservare una rete ‘aperta’ e ‘neutrale’» nel 2009 la Commissione europea ha promosso una riforma della legislazione sulle telecomunicazioni e sottolineato la necessità di monitorare l’impatto degli sviluppi tecnologici e del mercato sulle ‘libertà della rete’.

Mir ritorna anche sul ruolo degli intermediari o piattaforme online e sul carico di responsabilità che alcuni Stati hanno scelto di far gravare su di loro asserendo che per l’Osce non è una soluzione ottimale, in quanto sarebbe comunque preferibile non delegare troppo le responsabilità verso singoli operatori e mantenerle invece accentrate nelle mani dello Stato. Anche perché delegare gli intermediari nella selezione dei contenuti potrebbe realmente essere un’operazione rischiosa sempre in riferimento alla neutralità delle rete.

Laura Boldrini saluta la conclusione dell’intervento di Juan Barata Mir ringraziandolo per gliinput forniti e per i preziosi consigli relativi agli «inserimenti da operare nella Dichiarazione» e si dichiara d’accordo «a proposito della mancanza di rispetto dei diritti umani in giro per il mondo, dobbiamo aumentare il nostro impegno internazionale e il nostro impegno mira a raggiungere questi obiettivi e all’opportunità di riferirci agli strumenti internazionali già esistenti».

Limitazioni internet, audizione alla camera di J. Barata Mir

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PROPOSTE PER CONTRASTARE LA DESERTIFICAZIONE DEMOGRAFICA A CALITRI

13 venerdì Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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desertificazione demografica a Calitri

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L’8 marzo è anche “#noisì. Generazione di donne”

08 domenica Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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roUna campagna lanciata attraverso il web per raccogliere testimonianze, positive, di donne che vogliono e possono essere esempio per altre donne. “#noisì. Generazioni di donne”, un incontro e un confronto tra donne, di differente età, che provengono da diverse culture.
L’assessore alle Pari Opportunità della Capitale, Alessandra Cattoi, spiega con una nota l’iniziativa: «Ogni giorno il mio assessorato è impegnato in azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, in particolare attraverso i centri anti violenza del Comune. Per l’8 marzo vogliamo sostenere una visione positiva delle donne di Roma. Vogliamo portare all’attenzione di altre donne, ma non solo, racconti di vita di successo, per testimoniare la grande capacità femminile di fare la differenza».
Già, “la grande capacità femminile di fare la differenza”. Quella differenza che in parte ancora si vuole tenere nascosta, celata per evitare il rischio che si diffonda e diventi consuetudine. L’iniziativa non deve essere vista come un modo per negare la violenza, che esiste purtroppo… piuttosto un modo diverso di affrontarla, studiarla, combatterla. La violenza di genere ha sempre una doppia valenza, fisica e psicologica. Ed è proprio su questo secondo aspetto che bisogna incidere per sradicarla dalle menti delle vittime e da quelle dei carnefici. Spesso, troppo spesso, rappresenta la dimostrazione di una forza che non si possiede, di una frustrazione che non riesce a trovare altro modo di fuoriuscire se non la brutalità, l’aggressività e allora la battaglia principale che bisogna combattere è quella per raggiungere la liberazione catartica dalle catene del pregiudizio ma anche da quelle della sofferenza.
Uno degli esempi migliori è la coraggiosissima Lucia Annibali, autrice del libro Io ci sono (Rizzoli, 2014), scritto con la giornalista Giusy Fasano, che è riuscita nonostante tutto a ritrovare se stessa dimostrando una forza e un coraggio incredibilmente superiori a quelli dei suoi aggressori, tutti.
«Io non mi arrendo, e questa ferita diventerà la mia forza.»
Il concorso online “#noisì. Generazioni di donne” si è chiuso il giorno 5 e oggi, 8 marzo, ci sarà la premiazione del racconto migliore, a Roma, durante la cerimonia che si terrà nella sala Esedra in Campidoglio con la partecipazione del sindaco Ignazio Marino.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/03/08/l8-marzo-e-anche-noisi-generazioni-di-donne-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Dopo il Falcon 900 per andare a sciare arriva il Renzicottero per andare nella capitale. Questa non è ‘la volta buona’

04 mercoledì Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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L’elicottero su cui viaggiava il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che da Firenze doveva recarsi a Roma, è stato costretto a un atterraggio di emergenza a Badia al Pino, nel comune di Civitella della Chiana, in provincia di Arezzo.
Causa maltempo, non guasto tecnico, l’elicottero che trasportava, per motivi di sicurezza, Matteo Renzi è stato costretto quindi a un atterraggio di emergenza. Motivi di sicurezza, emergenza… ma il Presidente del Consiglio vive una situazione di grave pericolo all’insaputa degli italiani?
A tanti piacerebbe conoscere i ‘motivi di sicurezza’ che spingono il PdC a viaggiare in elicottero, di Stato, e a usare voli, ancora di Stato, per spostarsi anche in virtù del fatto che da Palazzo Chigi si sono affrettati a diffondere una nota che intima: «Uso giustificato per motivi di sicurezza, no a strumentalizzazioni».
Le strumentalizzazioni no e va bene ma le obiezioni sono consentite?
«Usa e continuerà ad usare i mezzi a sua disposizione, secondo quanto prevede la normativa.»
La normativa glielo ‘consente’, non di certo glielo impone.
Le strumentalizzazioni meglio evitarle, le obiezioni non si sa ma di sicuro la polemica è esplosa più forte che mai.
«Quanto costa il Renzicottero ai contribuenti?» tuona Beppe Grillo dal suo Blog, seguito da un fronte trasversale che abbraccia anche Forza Italia e Fratelli d’Italia. «Il Presidente della Repubblica prende il treno, il non eletto che occupa Palazzo Chigi e impesta le televisioni per fare meno di 300 chilometri usa il Renzicottero. Prendi il Renzicottero tutti i giorni? Chi c’era nel Renzicottero? Quanto costa ai contribuenti il tuo lusso? Renzi sta facendo le prove per quando dovrà fuggire dagli italiani inferociti per essersi resi conto delle balle che racconta, ma forse a quel punto il Renzicottero non basterà».

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Giovanni Toti invece utilizza i social per commentare l’accaduto: «Renzi: spiace per la brutta avventura. Ma aerei per Aosta, elicotteri per Roma. Meglio volare basso e con mezzi pubblici. Mattarella docet».
Per Giovanni Donzelli è «vergognoso che il premier continui imperterrito a fare il bullo con i soldi dei contribuenti. Considerato che da Firenze a Roma ci vogliono 90 minuti in treno, partendo e arrivando al centro della città, forse Renzi usando l’elicottero di Stato impiega pure più tempo ma si ostina a divertirsi usando i voli di Stato come status symbol: più che un premier sembra Pinocchio nel paese dei balocchi».
Dal momento che Matteo Renzi ha pubblicamente dichiarato: «la mia scorta è la gente» e dal fatto che non regge neanche la motivazione del risparmio di tempo, allora veramente ci si interroga su quali possano essere questi “motivi di sicurezza” che spingono il Presidente del Consiglio a usare aerei ed elicotteri di Stato. E anche se l’articolo 3, comma 1 della legge 111/2011 non glielo vieta di sicuro non glielo impone.
Sembrerebbe addirittura una beffa il fatto che il Capo I del Titolo I dell’articolo 3, comma 1 della legge 111/2011 sia intitolato “Riduzione dei costi della politica e degli apparati” nella misura in cui «i voli di Stato devono essere limitati al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Corte costituzionale».
Quando il 30 dicembre Matteo Renzi e famiglia si sono spostati da Firenze ad Aosta con un Falcon 900, il cui costo è 9.000 euro l’ora, il deputato del M5S Paolo Romano ha dichiarato: «da mesi e mesi si chiede dall’alto agli italiani di fare sacrifici… Poi si assiste a uno scialo di mezzi pubblici del genere».
La risposta del Presidente del Consiglio ha tirato sempre in ballo la ‘sicurezza nazionale’ anzi ‘personale’: «Gli spostamenti aerei, dormire in caserma, avere la scorta, abitare a Chigi non sono scelte ma frutto di protocolli di sicurezza».
Non so se qualcuno ci abbia mai veramente creduto nella ‘rottamazione’ ma alla luce di quanto si apprende di sicuro questa non è ‘la volta buona’ per un reale cambiamento dell’Italia.

Elicottero

https://luciogiordano.wordpress.com/2015/03/03/dopo-il-falcon900-per-andare-a-sciare-arriva-il-renzicottero-per-andare-nella-capitale-questa-non-e-la-volta-buona/

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