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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Israele e Palestina: il sonno della ragione

01 mercoledì Lug 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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LOccidenteèmortoaGaza, RandaGhazy, recensione, saggio, Solferino

Francisco Goya ha intitolato Il sonno della ragione genera mostri1 una sua celebre incisione del 1797 che raffigura un intellettuale addormentato circondato da animali notturni quali gufi, pipistrelli e linci, a simboleggiare come l’abbandono della razionalità lasci spazio a ignoranza, superstizione, paura. 

Il libro L’Occidente è morto a Gaza2 di Randa Ghazy ha come sottotitolo una frase che evoca le medesime immagini: Israele e Palestina: il sonno della ragione. 

Gaza è il primo genocidio in mondovisione nella storia dell’umanità, il cui obiettivo strategico non è lo sterminio di tutta la popolazione bensì una parte importante di essa per costringere la rimanente a scappare, abbandonando la propria terra. 

Sono anni che i palestinesi avvertono – inascoltati – la Comunità internazionale che la legge della giungla imposta in Palestina, la distruzione del diritto internazionale e l’impunità diffusa di cui gode Israele avrebbero prodotto una dottrina barbarica globale. Ora, quella dottrina disumanizzante e criminale usata per Gaza si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente.  Le stesse tattiche vengono usate contemporaneamente il Palestina, Siria, Libano e Iran: dai bombardamenti delle infrastrutture civili – scuole, ospedali e quartieri residenziali – ai massacri di donne, vecchi e bambini innocenti3.

L’Operazione Alluvione Al-Aqsa (con riferimento alla moschea di al-Aqșā di Gerusalemme), vasta e complessa offensiva militare lanciata il 7 ottobre 2023 contro Israele da Hamas, è stata eseguita combinando il fattore sorpresa strategica con un elemento di sorpresa dottrinale, basata su un impiego inaspettato di capacità e tecnologie. L’offensiva è stata, inoltre, condotta simultaneamente in ambiente terrestre, aereo, marittimo e cibernetico. Sono stati impiegati dei razzi in grado di raggiungere Tel Aviv e località israeliane ancora più distanti dalla Striscia di Gaza e droni che hanno preso di mira sensori ad alta tecnologia e torri di comunicazione presenti lungo la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza. In contemporanea, migliaia di miliziani di Hamas e altri gruppi armati palestinesi si sono infiltrati via terra nel territorio israeliano e hanno ucciso o ferito migliaia di persone e preso in ostaggio oltre duecento individui. L’offensiva ha riguardato pure l’ambiente marittimo ma, soprattutto, lo spazio cibernetico. Da oltre un decennio Hamas vanta un proprio dipartimento informatico, impegnato in attività ostili contro Israele. Inoltre, consapevole della condizione di inferiorità rispetto a Israele dal punto di vista tecnologico, Hamas ha cercato di amplificare l’effetto della minaccia, con l’obiettivo di minare il morale del nemico e di galvanizzare quello dei propri sostenitori e simpatizzanti. In questo quadro, l’uso dei social media da parte del gruppo armato palestinese è stato uno strumento strategico rilevante nell’attacco a sorpresa. Durante e dopo l’offensiva del 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas hanno pubblicato decine di video e di immagini, anche cruenti (sparatorie e accoltellamenti, registrati in diretta con semplici telefoni cellulari o con bodycams), per alimentare il terrore e per diffondere un senso di impotenza nella popolazione israeliana. Hamas non ha poi esitato a pubblicare video che mostrano abusi fisici e psicologici sugli individui rapiti, compresi bambini e anziani4.

Il libro di Randa Ghazy però non parla di questo, bensì di tutto ciò che è stato prima dell’attacco del 7 ottobre, le molteplici sfumature di questo progetto coloniale: dalla frammentazione della Palestina e il regime di apartheid al blocco su Gaza che dura ormai da quasi vent’anni. E lo fa cercando di ribaltare quel paradigma-trappola che divide il mondo in buoni e cattivi: occidentali che combattono per la libertà, contro arabi e musulmani barbari, incivili, terroristi.

Il popolo palestinese subisce un’occupazione da decenni, in una regione spartita nel 1916 tra due uomini, Mark Sykes e François George-Picot. In una terra gestita con un “mandato” dalla Gran Bretagna. Utilizzando questo prisma per interpretare questa realtà, diventa evidente che ex paesi coloniali come Regno Unito, Italia e Germania abbiano tutto l’interesse a difendere l’unico paese colonizzatore rimasto in “Medio Oriente”: Israele. E, sebbene la politica e la società israeliana abbiano subito una radicalizzazione pericolosa negli ultimi anni, il progetto di dominare l’intera regione precede di gran lunga la nascita dello Stato di Israele: già prima della sua fondazione, per esempio, movimenti sionisti come il gruppo armato Irgum aspiravano non solo alla Palestina, ma anche alla Giordania.5.

È proprio l’accesso alla terra l’elemento che distingue il colonialismo dal Settler Colonialism (Colonialismo d’insediamento): «Il motivo principale dell’eliminazione non è la razza o la religione, il grado di civiltà, ecc. ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico, irriducibile del colonialismo d’insediamento»6. Per giustificare l’espropriazione, espulsione e successiva eliminazione da parte dei colini, i nativi vengono “razzializzati”, stigmatizzati come non umani, “disumanizzati” per procedere alla loro eliminazione o, solo in seguito e in qualche caso, all’assimilazione biologica e culturale. La motivazione primaria è quella di farli progressivamente sparire e sostituirsi a essi diventando nativi7. Mentre il colonialismo riproduce sé stesso, il colonialismo d’insediamento estingue sé stesso e giustifica il suo operato sulla base dell’aspettativa di una sua futura scomparsa. Nel caso di Palestina/Israele, in realtà, queste strutture antitetiche sembrano essersi intrecciate e non si può ancora parlare di un colonialismo d’insediamento compiuto8.

«Gaza è stata distrutta con la nostra complicità. Con le nostre bombe, il nostro denaro, i nostri voti all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Senza il supporto dei Paesi occidentali, lo Stato d’Israele non avrebbe potuto mettere in atto questi brutali massacri così a lungo»9.

Il 12 settembre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha appoggiato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante a favore di una soluzione a due Stati per Israele e Palestina. Dei 193 membri dell’organismo mondiale, 142 paesi hanno votato a favore della Dichiarazione di New York, 10 contro e 12 si sono astenuti. La risoluzione prevede che l’Autorità Palestinese governi e controlli tutto il territorio palestinese, con un comitato amministrativo transitorio istituito immediatamente dopo il cessate il fuoco a Gaza, dove Hamas non avrà più diritto di controllo10.

Studiando la mappa dei paesi che hanno votato a favore della risoluzione Onu appare evidente che non è appoggiata solo da tutto il mondo occidentale (tranne Ungheria, Israele e Stati Uniti) ma anche da tutto il resto del mondo, praticamente. 

Nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, il conflitto dell’area palestino-israeliana si è esteso fino a coinvolgere pienamente il già martoriato Libano, per non parlare della dura contrapposizione armata e propagandistica tra Israele e la repubblica islamica dell’Iran. Agli inizi del 2025, inoltre, una sorprendente ripresa della guerra civile in Siria ha messo inaspettatamente fine al regime baathista retto da decenni dalla famiglia Hasad. Il Medio Oriente, e con esso l’intero bacino del mediterraneo orientale, si trovano in una congiuntura che sembra aver rimesso in discussione le basi stesse della sua stabilità politica. Stretta tra questo conflitto, la guerra d’aggressione russa in Ucraina, la crisi del modello liberal-democratico, e le continue difficoltà in cui si dibattono le economie dei suoi stati principali, l’Unione Europea appare poco più di una spettatrice con scarsa capacità di incidere sugli eventi in corso11.

Le principali guerre tra Israele e alcuni tra i più importanti stati arabi si sono svolte tutte nell’arco temporale della guerra fredda, tra il 1947 e il 1991, e inevitabilmente ne sono state condizionate, come la quasi totalità degli eventi internazionali di quel periodo. Tuttavia, il rapporto tra l’evoluzione del confronto bipolare e i vari scontri arabo-israeliani è stato tutt’altro che diretto o lineare, e almeno fino al 1967 sarebbe una distorsione presentare Tel Aviv come un alleato tout court degli Stati Uniti o gli stati arabi, in particolare l’Egitto nasseriano, come meri clienti dell’Unione Sovietica. Quella distorsione sarebbe poi ancora maggiore se immaginassimo Israele ed Egitto come mere pedine, e non come interlocutori attivi e dotati di ampia autonomia, delle due superpotenze12.

Nonostante le critiche spesso suscitate dalla teoria dello scontro di civiltà, dall’eccessiva semplificazione delle dinamiche conflittuali all’accusa di imperialismo o americanismo mosse all’autore, l’articolo13, così come il volume14, mostrano alcuni punti di forza inequivocabili: innanzitutto la straordinaria capacità di Huntington di cogliere il mutamento epocale nel passaggio dal sistema bipolare, fondato sulle ideologie, a quello post-bipolare fondato sulla cultura. La rinnovata attualità dello scontro di civiltà offre un punto di vista privilegiato per ricostruire l’origine e l’evoluzione del conflitto arabo-israeliano. 

Nell’analisi di Huntington, le dinamiche dei rapporti di forza tra due o più parti sono spesso il risultato di una lotta per il potere che ha un fattore scatenante nell’incompatibilità dei rispettivi processi di identificazione. Queste identità culturali, che corrispondono alle civiltà, sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il panorama mondiale dopo il 1989.

La connessione tra cultura e potere passa attraverso la dimensione identitaria e supera la versione ortodossa del neo-realismo: dopo il 1989 popolazioni prima divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee si sono riunificate (es: Germania); società prima unite dall’ideologia a appartenenti a civiltà diverse si sono sgretolate (es: Jugoslavia, URSS). Inoltre, la religione rappresenta l’elemento principale che caratterizza le civiltà dal momento che le maggiori tra esse si sono identificate con le grandi religioni del mondo: si pensi al Cristianesimo, all’Islam o all’Induismo per lo sviluppo della civiltà occidentale, islamica o indù. Il conflitto arabo-israeliano può essere considerato uno dei casi più emblematici di conflitto di faglia – conflitti locali che si sviluppano nell’arco di secoli e affondano le loro radici nella storia, nei quali il territorio rappresenta sempre il punto focale del conflitto d’identità. 

L’attuale guerra in corso conferma la natura identitaria, asimmetrica e locale di questo conflitto di faglia. In particolare, i due attori belligeranti locali, Hamas e l’esercito israeliano, hanno scelto di portare avanti le proprie rivendicazioni sacrificando i civili della parte opposta. Il 20 maggio 2024 il Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da entrambe le parti, emettendo mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e i leader di Hamas Yahya Sinwar. Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri. 

Le reciproche accuse di sabotare l’accordo di pace continuano a occupare le cronache quotidiane da mesi. Se a questo si aggiunge una narrativa israeliana e una narrativa araba sulle responsabilità del conflitto, a loro volta sostenute, più o meno convintamente, dagli Stati Uniti e da alcuni paesi euruopei da un lato e dalla maggioranza dei paesi islamici dall’altro, si comprende come il possibile incontro tra le due civiltà sia ancora molto lontano. Innanzitutto perché le ragioni alla base dello scontro, da entrambe le parti, non sono venute meno. L’attuale governo israeliano non sembra disposto ad accettare la soluzione dei due stati, sempre più caldeggiata a livello internazionale, che priverebbe Israele di una porzione importante di territorio, dove ancora vivono molti coloni (come in Cisgiordania). La leadership di Hamas, all’opposto, continua a rivendicare l’intera Palestina come il proprio territorio di origine, come la culla della propria cultura15.

Nel libro L’Occidente è morto a Gaza, Randa Ghazy insiste molto sulle responsabilità storiche dei paesi europei nell’ingenerare le congiunture che hanno determinato gli eventi salienti del conflitto israelo-palestinese e l’instabilità dell’intera regione. Sottolinea le mancanze di azioni, equiparandole egualmente a una responsabilità o corresponsabilità. E ritiene fortemente evidente la responsabilità morale dell’intero blocco occidentale nel disastro umano e culturale del popolo palestinese.

«Non era forse la difesa di Gaza anche la difesa della nostra umanità? E perché, dunque, non l’abbiamo protetta?»16.

Cosa può fare il diritto internazionale di fronte a illeciti e crimini commessi da entrambi le parti impegnate nel conflitto? Poco. I tribunali internazionali raccolgono prove ed emettono sentenze: la loro voce è debole, come peraltro quella di molte altre autorità statali e internazionali, ma può legittimare posizioni che altrimenti resterebbero “arbitrarie” o “di parte”: per esempio, gli Stati o l’Unione Europea possono adottare legislazioni o altre misure proprio sulla base della posizione “meno di parte” dei tribunali internazionali e la stessa protesta diventa più “legittima” ove supportata da atti internazionali provenienti da organi più obiettivi17.

Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina è riconducibile a una storia di lungo corso. Allo stesso tempo, il conflitto ha avuto un impatto anche sull’Europa e sulla sua costituzione politica. Il Trattato di Roma, ad esempio, è stato firmato nel 1957, pochi mesi dopo la crisi di Suez del 1956, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica costrinsero il Regno Unito, la Francia e Israele a ritirarsi dal Sinai. Ciò significò, di fatto, la fine del potere francese e britannico nel Medio Oriente. La Comunità europea è stata uno strumento per ricostruire l’Europa politicamente e normativamente all’interno della Comunità Internazionale, dopo due guerre mondiali, l’Olocausto e in un’epoca di decolonizzazione. 

Nel tempo, la Comunità europea ha risentito molto della guerra in corso, in particolare dall’embargo petrolifero, ma ha sempre avuto un’influenza limitata sul conflitto stesso. A partire dagli anni ’90 e nel mentre si trasformava in Unione Europea, ha sostenuto principalmente la funzione di mediazione degli Stati Uniti. Ha agito come payer not player18 nel MEPP (Middle East Peace Process– Processo di Pace in Medio Oriente, promosso dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda)19. Oltre a essere il donatore chiave, l’UE ha istituito il processo di Barcellona che ha facilitato la normalizzazione arabo-israeliana nel contesto del processo di pace in Medio Oriente20. Il processo di Barcellona si è interrotto con il fallimento di Oslo, ma il ruolo dell’UE come donatore è rimasto. Pagando per la costruzione di un futuro stato ma essendo di fatto esclusa dalla diplomazia21, l’UE ha iniziato a insistere sulla questione della statualità palestinese, che non era esplicitamente inserita negli accordi di Oslo. All’inizio degli anni 2000, l’UE è stata assorbita dal Quartetto per il Medio Oriente guidato dagli Stati Uniti22. Nell’ambito del Quartetto, ha adottato la politica di non contatto nei confronti di Hamas, dopo la vittoria di quest’ultimo alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condizionato il riconoscimento dei risultati al riconoscimento di Israele da parte di Hamas, alla fine della violenza e all’accettazione degli accordi precedenti. Mentre Hamas ha implicitamente rispettato l’ultima condizione, ha rifiutato le prime due. Non fu trovata alcuna soluzione e la divisione della leadership palestinese si trasformò in una breve guerra fratricida: Hamas prese il potere nella Striscia di Gaza e iniziò il blocco terrestre, aereo e marittimo israeliano della stessa. Alla fine degli anni 2000 il processo di pace era in gran parte fallito. Inoltre, il ruolo degli Stati Uniti come unico mediatore era in declino. Per poter concentrarsi sulla Cina e disimpegnarsi dal Medio Oriente, gli sforzi di Washington hanno iniziato a concentrarsi quasi esclusivamente sulla soluzione della questione iraniana, sia attraverso la graduale inclusione dell’Iran nella regione (ICPOA / approccio di Obama), sia attraverso il contenimento di Teheran con accordi di normalizzazione tra Stati arabi e Israele (approccio di Trump). In questo contesto generale locale, regionale e globale, con l’egida del processo di pace in gran parte scomparso, l’UE si è mossa nella direziona di un approccio basato sulla cultura adhocratica per la gestione delle relazioni con le tre parti principali: Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese (AP)23.

L’adhocrazia è una cultura organizzativa flessibile descritta come un assetto istituzionale intenzionale che garantisce flessibilità nell’adattarsi a circostanze complesse e in rapido cambiamento, oppure come un risultato dell’attuazione delle politiche, sostenendo che il divario tra le politiche sulla carta e le pratiche politiche è destinato a creare ambiguità, imprevedibilità e, in ultima analisi, deviazioni dagli obiettivi politici iniziali24. Entrambi i meccanismi sono presenti nelle relazioni dell’UE con Israele, Hamas e l’AP. Se da un lato l’adhocrazia ha dato flessibilità agli stati membri e alle istituzioni dell’UE e ha dato vita ad alcune iniziative politiche innovative come la politica di differenziazione, dall’altro ha gradualmente minato alcuni principi condivisi dell’UE: la diplomazia e l’impegno verso un ordine internazionale basato sul diritto25.

Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel marzo 2009. Poco dopo, l’Unione Europea ha deciso di congelare l’upgrade delle relazioni con Israele a causa della politica legata agli insediamenti. Ciononostante, grazie all’attuazione della Politica europea di vicinato, le relazioni tra l’UE e Israele hanno continuato a rafforzarsi in settori quali il commercio, la ricerca e l’innovazione, o l’agricoltura. 

Dal 2006, Fatah e Hamas non sono stati in grado di superare le loro divisioni: da allora non si sono più tenute elezioni. Entrambe le fazioni hanno cementato il loro dominio autocratico rispettivamente sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. Hanno perseguito però strategie diverse: l’Autorità palestinese collabora con Israele nella Cisgiordania occupata, pur riportando la lotta palestinese alle Nazioni Unite. Hamas ha invece perseguito un’insurrezione armata26 e l’attuale conflitto è stato preceduto da quattro guerre tra Hamas e Israele (2008/9, 2012, 2014 e 2021). Nonostante i ripetuti avvertimenti degli esperti dei think tank statunitensi e dell’UE27, alcuna iniziativa diplomatica è stata promossa dall’UE per affrontare la crisi o per spingere alle elezioni dei rappresentanti democratici dei palestinesi, necessari per negoziati di pace. 

Mentre le relazioni dell’UE con Israele e Hamas hanno evidenziato un approccio adhocratico in termini di attuazione delle politiche, nel caso delle relazioni con l’Autorità palestinese è stato il quadro istituzionale dell’UE a provocare risposte adhocratiche, fratturando la stessa Unione e minando il suo impegno inequivocabile per un ordine internazionale basato sul diritto28.

In generale, comunque, le relazioni dell’Unione Europea con Hamas, l’AP e in particolare con Israele non sono dettate da un posizione condivisa, anzi la politica estera, come sottolineato dallo stesso Josep Borrell, è una politica intergovernativa, non è una politica comunitaria29.

Randa Ghazy si chiede se il disinteresse occidentale in generale, ed europeo in particolare, riguardo quanto sta accadendo a Gaza sia motivato dall’orientalismo30 oppure se semplicemente i legami commerciali, militari ed economici con Israele bastino a spiegare la scorta mediatica31 e politica al genocidio. 

Ora la domanda da porsi è se davvero siamo noi europei, noi occidentali a guardare ancora attraverso il monocolo dell’orientalismo oppure la situazione è talmente complessa che anche chi ha uno sguardo “privilegiato”, dall’interno, non riesce comunque a essere meno confuso di noi.

La guerra arabo-israeliana, come tutte le guerre, è una grande semplificatrice: crea l’impressione che esistano due fronti opposti, compatti e decisi nella loro reciproca opposizione, al cui interno gli obiettivi siano ben determinati e lo scopo della vittoria chiaro e distinto. Naturalmente non è così. Non solo all’interno di Israele le differenze politiche sono grandi e crescenti, ma anche all’interno del mondo arabo i conflitti sono numerosi e importanti. Tra questi microconflitti il più noto e allo stesso tempo il più ignorato è quello tra arabi e palestinesi. Esso ha avuto momenti “caldi” molto noti, dal settembre nero in Giordania alla guerra civile libanese, dalla creazione del fronte del rifiuto alle varie iniziative terroristiche delle organizzazioni palestinesi. 

Il conflitto arabo-israeliano si è sovrapposto a un altro processo storico di più ampia portata: la costruzione di solide e credibili entità statali nel Medio Oriente. A questo fine si può arrivare per vie diverse e più o meno tutte sono già state tentate: il regime forte (come nel caso dei Ba’ath siriano e iracheno e nel caso del Fln algerino); il regime pattizio(Libano); il regime religioso o del mito (Israele). Il punto è che tutte queste strade sono state percorse e nessuna ha assicurato ai diversi regimi la stabilità, la continuità e la sicurezza che vorrebbero32.

Stabilità continuità e sicurezza. Esattamente ciò che chiedono a gran voce i palestinesi i quali, dall’aprile dello scorso anno, hanno iniziato a manifestare chiedendo il diritto di vivere in dignità e pace in patria. I principali obiettivi dei dimostranti erano la guerra genocida di Israele e le nuove ipotesi americane di cancellazione e rimozione, nonché la complicità dei regimi arabi e dell’Occidente. Molto critici anche nei confronti di Hamas e della sua dispendiosa forma di resistenza all’occupazione israeliana. Anche i media arabi come Al-Jazeera non sono stati risparmiati per via della loro acritica copertura delle posizioni di Hamas. I palestinesi vogliono che la guerra finisca in modo da avere la possibilità di rimettere insieme le proprie vite spezzate. 

Sull’orlo dell’annientamento e dell’espulsione, solo l’azione collettiva e la solidarietà possono guarire la società palestinese e permettere di reagire alla nuova nakba. Reprimere o distorcere tutto ciò significa rinchiudere i palestinesi in formule politiche fallite, e mettere a rischio il futuro di Gaza. Sebbene si tratti di una sfida apparentemente insormontabile, molti palestinesi sono alla ricerca di nuove strategie di emancipazione anticoloniale in grado di salvaguardare il loro futuro in Palestina, di prendere le distanze dall’esaurimento di una politica e dal settarismo delle attuali leadership, sia a Gaza che in Cisgiordania33.


1F. Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797, 21,6 x 16,2, incisione, serie I Capricci, Madrid, Biblioteca Nacional de Espana.

2R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza. Israele e Palestina: il sonno della ragione, Solferino, Milano, 2026.

3R. Jebreal, dalla Prefazione a R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza, op.cit.

4F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico 2023 – Anno XXV n. VIII.

5R. Ghazy, op.cit.

6P. Wolfe, Il colonialismo di insediamento e l’eliminazione dei nativi, in Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento, E. Bartolomei et.al. (a cura di), DeriveApprodi, Roma, 2017, pag. 58.

7D. Carminati, Il progetto sionista d’insediamento in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism, in América Critica 5 (2), 2021.

8L. Veracini, L’altro cambiamento: il colonialismo di insediamento, Israele e l’occupazione, in Historia Magistra. Rivista di Storia Critica, numero 12, 2013; L. Veracini, Introduzione al colonialismo di insediamento, in Esclusi di E. Bartolomei et.al (a cura di), op.cit.

9R. Ghazy, op.cit, pp. 16-17.

10OnuItalia, UNGA80: sì alla Dichiarazione di NY, Palestina ma senza Hamas, 12/09/2025: https://onuitalia.com/2025/09/12/unga80-si-alla-dichiarazione-di-ny-palestina-ma-senza-hamas/ (Pagina consultata il 12 giugno 2026).

11A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano. Origini sviluppi e prospettive, Roma TrE-Press, Roma, 2025.

12L. Nuti, I conflitti arabo-israeliani nel contesto della guerra fredda, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

13S.P. Huntington, The Clash of Civilizations, in Foreign Affairs, 1993.

14S.P. Huntington, The Clash of Civilizations and the remaking of World Order, Simon & Schuster, USA, 2011 (prima edizione 1996).

15B. Pisciotta, Lo scontro di civiltà e la guerra di faglia arabo-israeliana,in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

16R. Ghazy, op.cit, pag. 17.

17C. Focarelli, La guerra a Gaza e il diritto internazionale, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

18N. Tocci, The Middle East Quartet and (In)Effective Multilateralism, in The Middle East Journale, 67, 1, 2013.

19D. Huber, Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina e la cesura della guerra di Gaza. Da una visione comune alla divisione, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

20M. Rabbani, Commentary on Policy Brief 1 (The EU’s Construction of the Mediterranean), in MEDRESET Blog, 26 June 2017.

21D. Bouris, The European Union and Occupied Palestinian Territories: State-Building without aState, Routledge, Londra, 2013.

22N. Tocci, op.cit.

23D. Huber, op.cit.

24K. Natter, Ad-Hocratic Immigration Governance: How States Secure Their Power overImmigration through Intentional Ambiguity, in Territory, Politics, Governance, 11, 4, 2023.

25D. Huber, op.cit.

26N. Petrelli, Logoramento e impasse. Un’analisi critica delle strategie di Israele e Hamas (1978 – 2023), in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

27Si vedano: D. Levy, How to create the conditions for progress in Israel and Palestine, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 29 Luglio 2020; H. Lovatt, Gaza’s fragile calm: The search for lasting stability, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 8 novembre 2018.

28D. Huber, op.cit.

29D. Staunton, Von Der Leyen Does Not Speak for The EU on Israel-Hamas Conflict, Foreign Policy Chief Says, in The Irish Times, 14 ottobre 2023.

30E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2008 (Prima edizione 1978).

31R. Oriani, Gaza, La scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori, People, 2024.

32S. Silvestri, dalla Prefazione a Arabi e palestinesi: tra conflitto e convivenza di Walid Kazziha, IAI – Istituto Affari Internazionali, Roma, Il Mulino, Bologna, 1979.

33B. Abu-Manneh, Palestinesi in lotta contro genocidio e Hamas, in Jacobin Italia, 7 aprile 2025.


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Indonesia: il genocidio umano e politico dimenticato di un paese che è diventato un gigante

01 mercoledì Lug 2026

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ArcipelagoRosso, articolo, Mimesis, NicolaTanno, recensione, saggio

Tra l’autunno 1965 e la primavera 1966 l’arcipelago indonesiano divenne lo scenario di uno dei più sanguinosi e meno conosciuti massacri del XX secolo.

La notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre del 1965 un gruppo di ufficiali vicini alla sinistra, autoproclamatisi Movimento 30 settembre, rapì e uccise alcuni tra i più importanti generali dell’alto comando dell’esercito. Un’altra fazione delle forze armate, guidata dal Maggior Generale Suharto e più vicina alle posizioni dell’Occidente, reagì a tali accadimenti con immediatezza, sconfiggendo i “ribelli” nell’arco di poche ore. 

Il gruppo vicino a Suharto incolpò dell’accaduto il Partito comunista indonesiano (PKI – Partai Komunis Indonesia)dichiarandolo reo di aver architettato il presunto colpo di stato e di aver tradito i fondamenti della nazione. In seguito a tali accuse, e a un’intensa propaganda volta a demonizzare e deumanizzare tutti gli appartenenti alle organizzazioni della sinistra, già dalla seconda metà di ottobre iniziarono a verificarsi omicidi su larga scala, incarcerazioni di massa, vessazioni, stupri, saccheggi ai danni dei comunisti. L’esercito, coadiuvato dalle forze religiose anticomuniste oltre che da tutta una serie di gruppi paramilitari e sostenuto dalle grandi potenze occidentali, attuò in meno di un anno la distruzione dell’intera sinistra indonesiana, pose le basi per la propria duratura permanenza al potere e aprì le porte del paese al libero mercato1.

La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 escludeva i crimini contro gruppi politici dal crimine di genocidio. Generalmente, tali feroci episodi sono stati attribuiti a regimi nazifascisti, governi autoritari di vario tipo e a quelli emersi da rivoluzioni socialiste (come Stalin nell’Unione Sovietica o Pot Pot in Cambogia). Gli eventi che hanno coinvolti governi occidentali, come Stati Uniti e Gran Bretagna, sono stati trattati in modo più evasivo e sono state sollevate obiezioni di ogni genere nel tentativo di classificarli. Lo sterminio di civili, militanti e simpatizzanti del PKI non è stato il prodotto di alcuna guerra né può essere attenuato come danno collaterale della repressione successiva all’inizio della lotta armata2.

Sotto la guida di Ahmed Sukarno e Mohammed Hatta, l’Indonesia ottenne l’indipendenza dopo una guerra di liberazione durata dal 1945 al 1949. Per fermare la liberazione, gli olandesi ricevettero il sostegno degli Stati Uniti, che appoggiarono i partiti anticomunisti nelle elezioni del 19553. Sotto la guida Sukarno, furono promosse politiche progressiste e antimperialiste, tra cui la nazionalizzazione delle compagnie straniere, la redistribuzione delle terre ai contadini e una visione multireligiosa della società. Dal 1957 in poi, fu promossa la democrazia guidata, uno stile di governo considerato dagli Stati Uniti contrario alle norme occidentali dei sistemi democratici4. Le élite americane intensificarono la loro ostilità nei confronti di Sukarno quando questi decise di approfondire le relazioni politiche con la Cina e l’URSS e condannò l’invasione del Vietnam5.

Negli anni ’60, il PKI conobbe una rapida crescita. Era la terza forza comunista più grande al mondo, con quasi tre milioni di membri6. Sotto la guida di Dipa Aidit, orientò la sua politica verso la “via pacifica al socialismo”, ottenendo un forte sostegno tra le masse, una certa simpatia da parte dei militari e entrando a far parte della coalizione di governo7. Tuttavia, l’alleanza multiclasse mantenne un precario equilibrio, in cui i comunisti erano disprezzati dagli altri due attori dell’alleanza: le forze armate e i partiti islamici di destra. Per le potenze capitaliste coinvolte nella regione (Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia), il governo di Sukarno rappresentava un ostacolo che richiedeva un intervento per impedire l’avanzata del comunismo8. Le preoccupazioni americane nella regione, prima dell’invasione del Vietnam, furono acuite dalle misure nazionaliste adottate da Sukarno. Gli Stati Uniti avevano cercato di destabilizzare e rovesciare il suo governo fin dall’amministrazione Eisenhower. Nel 1958, alimentarono la ribellione di Permesta nell’Indonesia orientale e la creazione di una pseudo-repubblica in una regione di Sumatra. La Central Intelligence Agency (CIA) si servì della sua filiale con sede a Taiwan, la Civil Air Transport, per fornire supporto segreto ai ribelli su alcune isole e per intimidire il presidente Sukarno9.

Secondo Lyndon Johnson, gli interessi economici del suo paese erano danneggiati dalle politiche di Sukarno, in particolare dalle nazionalizzazioni delle piantagioni, delle miniere di rame e stagno e dagli investimenti nell’industria della gomma. Per la CIA, Sukarno era un leader anticonformista, incline ad allinearsi facilmente con l’URSS o la Cina. I loro analisti non escludevano la possibilità che la sinistra indonesiana avrebbe potuto vincere in elezioni libere e democratiche. Queste prospettive indussero il presidente Johnson a considerare prioritario un piano di addestramento per le forze armate indonesiane, i loro principali alleati di fronte alla radicalizzazione del conflitto10.

Prima ancora che scoppiasse la ribellione, il governo statunitense stava già conducendo campagne anticomuniste nell’arcipelago. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) raccomandò di fomentare l’ostilità pubblica contro il PKI. Il piano prevedeva contatti segreti e il sostegno a gruppi anticomunisti locali e consisteva nell’invio massivo di lettere contenenti informazioni false e denigratorie sul Partito, che preannunciavano le sinistre intenzioni della sinistra, e nel plagiare le menti di organi si stampa, dipartimenti governativi e organizzazioni politiche musulmane favorevoli al Movimento 30 settembre (M30S)11.

La mostruosa portata delle uccisioni, la rapidità con cui furono perpetrate, la protezione statale e il deliberato occultamento dei fatti hanno reso il massacro indonesiano uno dei crimini contro l’umanità più atroci perpetrati dal blocco occidentale durante la Guerra Fredda. Secondo le stime più attendibili, lo sterminio di massa coinvolse tra le 500mila e il milione di persone. Sebbene i crimini fossero diretti contro il PKI, colpirono anche sindacalisti, indù, cristiani, musulmani moderati e la minoranza cinese12.

Per più di quarant’anni – dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso – la sinistra ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della nazione indonesiana, nella lotta anticoloniale contro il Regno dei Paesi Bassi, nella resistenza contro l’Impero del Giappone, nel contrasto del secessionismo e del terrorismo e nel processo di alfabetizzazione di milioni di persone che, attraverso il PKI, acquisirono una coscienza dei propri diritti politici ed economici. 

Anche in Cile, Argentina, Brasile durante la Guerra Fredda, come anche in Spagna durante la Guerra Civile, le sinistre vennero devastate dalla reazione anticomunista, ma ciò nonostante anche negli anni più duri rimase in vita un piccolo nucleo (in patria e all’estero) che provò e riuscì a tenere in vita la memoria e la speranza di un cambiamento. Le vittime di Franco, Videla e Pinochet sono in parte riuscite a far sì che la loro storia diventasse patrimonio collettivo, che lo Stato riconoscesse l’esistenza di un’ingiustizia verso di loro. 

In Indonesia per le vittime di Suharto niente di simile è stato possibile: la sinistra ancora oggi è ritenuta responsabile dei fatti che condussero alla propria distruzione, e le norme anticomuniste approvate nel 1966 – che vietano l’attività e la propaganda marxista – continuano a essere in vigore. 

La repressione della sinistra indonesiana non si limitò a sterminare migliaia di militanti e simpatizzanti del PKI, ma sradicò fino alla radice l’esistenza stessa della sinistra, colpendo la sua ramificata rete associativa, la sua tradizione culturale13 nonché un’intero modo critico di pensare14.

Negli ultimi dieci anni l’Indonesia sta vivendo un cambiamento nella sua memoria storica. Attraverso il cinema, la letteratura, la scultura sta avvenendo una “costante erosione di un tabù”15.

Nel 2016, un simposio nazionale – che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta alle azioni del Tribunale Popolare Internazionale sui fatti del 1965-66 – è terminato con sorprendenti messaggi di riconciliazione e parziali ammissioni di responsabilità da parte di personalità istituzionali16.

L’International People’s Tribunal 1965, istituito a L’Aia nel 2015 ha visto i giudici condannare l’Indonesia attestando numerosi reati ascrivibili a crimini contro l’umanità. Gli esiti del processo non hanno però valore esecutivo, ma solo morale e, più che condanne vere e proprie, costituiscono delle “raccomandazioni”17.

Ciò che è accaduto tra il 1965 e il 1966 ha avuto un ruolo straordinario nel modellare la storia dell’Indonesia contemporanea. 

Con l’aiuto degli Stati Uniti18, i militari hanno studiato una resa dei conti che prevedeva, oltre alla caduta di Sukarno, anche la distruzione del Partito comunista. Un proposito ostacolato sia dalla popolarità del carismatico presidente indonesiano, sia dalla forza e dall’organizzazione dei comunisti. Nei piani dei generali e dell’Ambasciata americana, dunque, doveva essere espunto il classico coup dÉtat per lasciare il posto a una soluzione più sofisticata. Ciò che serviva era un pretesto, e il miglior pretesto che poterono escogitare era un fallito tentativo di colpo di Stato di cui incolpare il Partito comunista19. I militari indonesiani avrebbero “difeso” Sukarno e salvato il paese da un’azione eversiva e antinazionale; la distruzione del Partito comunista sarebbe stata così giustificabile20. L’agonia del regime di Sukarno durò ancora per alcuni mesi. Dopo un’ulteriore prova di forza dei militari, l’11 marzo 1966 Sukarno – mantenuto nelle sue funzioni ma privato della possibilità di esercitare una reale influenza – sull’onda delle proteste delle associazioni studentesche anticomuniste, affidava i pieni poteri a Suharto. La sua morte, nel 1970, sancì l’avvento ufficiale del nuove regime. 

L’Orde Baru (Ordine Nuovo) abbandonò innanzitutto gli indirizzi di politica estera che erano stati perseguiti fino ad allora da Giacarta enfatizzando i legami con Washington e con i paesi occidentali. Si poneva termine, dunque, al polemico confronto con la Malaysia, si decideva il rientro in seno alle Nazioni unite e si raffreddavano i rapporti con Pechino21.Nell’agosto 1967 l’Indonesia aderiva, insieme a Thailandia, Malaysia, Filippine e Singapore, all’Associazione dei paesi dell’Asia sudorientale (Asean – Association of South-East Asian Nations).22. La nuova collocazione di campo assicurava a Giacarta cospicui aiuti occidentali e l’afflusso degli investimenti che avrebbero contribuito a stabilizzare l’economia del paese, ad abbattere l’inflazione e a definire un modello di crescita all’insegna di uno sviluppo capitalistico accelerato23.

L’Ordine Nuovo era un regime illiberale e autoritario, fondato sulla depoliticizzazione delle masse e sul monopolio del potere da parte dell’élite militare in associazione con la burocrazia statale e il mondo degli affari24. Il potere di Suharto si rifletteva nei risultati positivi di un’economia in crescita25, fondata sullo sfruttamento delle risorse naturali e in particolare del petrolio, anche se frenata da arretratezza, povertà e corruzione. Negli anni Ottanta, quando l’Ordine Nuovo godeva ancora di un ampio consenso, iniziarono ad affiorare i sintomi di un nuovo malessere. L’Indonesia era interessata infatti a un risveglio religioso dovuto al nuovo protagonismo della comunità islamica. 

A partire dagli anni Settanta, in Indonesia iniziava a manifestarsi un crescente fervore religioso, accompagnato dall’attivismo degli ambienti dell’intellettualità musulmana. Un fenomeno apparentemente legato alle trasformazioni in atto nel mondo islamico al tempo della rivoluzione komeinista in Iran, ma che nell’arcipelago indonesiano era dovuto da un lato alla sostanziale esclusione dei musulmani più rigorosi, i santri, dagli affari pubblici e dall’altro alladepoliticizzazione delle associazioni confessionali. Se la nuova politica del regime, che varò diverse leggi favorevoli ai musulmani e ai loro insegnamenti religiosi, veniva apprezzata da una parte degli ambienti modernisti, non riusciva però a scalzare la diffidenza di molti esponenti islamici progressisti che nel corso degli anni Novanta daranno vita a iniziative ispirate a idee di libertà, come il Forum Demokrasi animato da Abdurrahman Wahid. La crisi economica asiatica del 1997 sbilanciò ulteriormente questo precario equilibrio portando alla caduta del regime guidato da Suharto. 

La caduta di Suharto, tuttavia, non portava a una soluzione interna al regime ma dava inizio a un processo di transizione verso la democrazia, la cosiddetta reformasi. Un processo tormentato, all’insegna di mutamenti politici e istituzionali che pareva potessero portare alla “balcanizzazione” dell’Indonesia e al collasso dello Stato26.

Il nuovo presidente Bacharudin Jusuf Habibie diede inizio a una nuova fase sul piano politico e istituzionale. Vennero scarcerati molti detenuti politici e ratificate le convenzioni internazionali sul lavoro e sui diritti umani; mutava anche l’atteggiamento ufficiale nei confronti delle questioni regionali e si adottava un’attitudine più aperta sulla questione di Timor Orientale che dopo il referendum tenutosi nell’estate del 1999 diventava indipendente. Soprattutto, cambiava la scena politica indonesiana con l’indebolimento del Golkar – organismo legato alle Forze armate – e con l’affermarsi di forze nuove. In particolare va segnalato il Partito del risveglio nazionale legato all’associazione islamica tradizionalista Nahdlatul Ulama e il Partito del mandato nazionale che si ispirava al movimento dei musulmani modernisti Muhammadiyah27. Una tendenza che comunque non ha arrestato il processo di democratizzazione dello stato indonesiano, nonostante l’accresciuta influenza delle componenti favorevoli alla “reislamizzazione” dell’Indonesia. Era un fenomeno probabilmente non generalizzato, tuttavia in grado di lasciare un’impronta profonda, poiché se i musulmani indonesiani erano in sostanza moderati, era percepibile nel paese il rafforzamento delle correnti più radicali28.

Il punto di svolta si ebbe tra il 2004 e il 2005, quando i congressi della  Nahdlatul Ulama e della Muhammadiyah si conclusero entrambi con l’esclusione dalla leadership degli esponenti più progressisti e aperti29. Nel luglio 2005, in particolare, il Consiglio degli ulama indonesiani, emanava alcuni editti religiosi che condannavano la tolleranza religiosa, il pluralismo e il secolarismo. Obiettivo di queste fatwa erano soprattutto gli ambienti islamici progressisti colpevoli di non essere conseguenti con l’esigenza di affermare una forte identità religiosa in opposizione alle altre comunità e, sul piano internazionale, all’Occidente30.

Per Nicola Tanno, l’ascesa e la caduta del PKI contengono lezioni fondamentali non solo per comprendere il passato, ma anche per interrogarci sulla consistenza attuale della sinistra e dei movimenti anticoloniali del XXI secolo. Molti dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare sono ancora attuali, soprattutto per quelle forze socialiste che governano – o ambiscono a governare – in contesti del Sud globale segnati da pressioni esterne, fragilità istituzionali e tensioni sociali profonde. La sinistra contemporanea si confronta ancora con domande cruciali: dare priorità alla lotta di classe o a quella contro l’imperialismo? Qual è il ruolo della democrazia in situazioni di emergenza economica o di minaccia militare? Quale spazio riservare al nazionalismo? Le alleanze geopolitiche del Sud globale (Bandung ieri e Brics oggi) servono davvero alla costruzione di un ordine mondiale post-capitalista? 

Ripensare la fine del PKI non significa solo fare i conti con una delle più grandi tragedie del Novecento, ma anche riflettere sulle sfide che continuano a pesare sulle possibilità di costruzione di un’alternativa socialista, democratica e postcoloniale31.

Oggi l’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo, sta emergendo come attore strategico nel cuore dell’Asia-Pacifico, senza clamori ma con una logica precisa di equilibrio e autonomia. Con oltre 275milioni di abitanti e una crescita economica media del 5% annuo, l’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico. Membro fondatore dell’ASEAN, rappresenta un mercato in espansione e un baricentro geopolitico naturale per l’intera regione. Giakarta è anche il motore di un’ambiziosa agenda di sviluppo infrastrutturale: il progetto della nuova capitale, Nusantara, ne è l’emblema. Costruita da zero nel Borneo, Nusantara non è solo un piano urbanistico, ma un simbolo della volontà indonesiana di proiettarsi come potenza moderna e sostenibile.

Nel contesto della crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, l’Indonesia si propone come terza via: dialoga con Pechino sul fronte economico, ma collabora con Washington in materia di sicurezza marittima e di esercitazioni militari congiunte. Un percorso di sviluppo tutt’altro che privo di ostacoli. L’Indonesia infatti deve affrontare sfide interne complesse: le tensioni etniche e religiose, i rischi legati all’instabilità di regioni come Papua occidentale, e le vulnerabilità alle catastrofi naturali in un territorio situato sulla cintura di fuoco del Pacifico. Dal punto di vista della sicurezza marittima, Giakarta è coinvolta nelle dispute del Mar Cinese Meridionale, dove, pur non essendo parte direttamente coinvolta nelle rivendicazioni territoriali più accese, deve difendere le proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) dalle incursioni della Cina32.

Lo sterminio sistematico dei comunisti in Indonesia divenne, inoltre, un modello per gli Stati Uniti e i loro alleati nella lotta globale contro la sinistra, contribuendo in modo decisivo alla vittoria della Guerra Fredda, soprattutto in America Latina. Dal Cile all’Argentina, dal Brasile al Guatemala, il manuale ideato dagli ufficiali indonesiani, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato statunitense venne replicato con spietata precisione. Il “metodo Giacarta” non è affatto consegnato al passato33. L’avanzata globale dell’estrema destra dimostra che quella logica – fatta di repressione brutale e annientamento ideologico – potrebbe tornare a manifestarsi ovunque le sinistre rappresentino una minaccia per il regime capitalista34.


1G. Creta, Un silenzio lungo cinquant’anni: le violenze del 1965 in Indonesia, in Human Security, UniTo – Università di Torino, n. 9, 2019.

2J.A. Bozza, Desenterrar el pasado. La masacre de los comunistas de Indonesia en 1965, in Aletheia, Universidad Nacional de La Plata, vol. 16, n. 30, giugno-novembre 2025.

3C. Bidien, Independence the Issue, in Far Eastern Survey, vol. 14, n.24, dicembre 1945.

4B. Hering, Soekarno: Architect of a Nation, 1901-1970, KIT Publishers, 2001.

5J.A. Bozza, op.cit.

6P. Hampton, Communism and Stalinism in Indonesia, in Worker’s Liberty, n. 61 http://archive.workersliberty.org/wlmags/wl61/indonesi.htm(consultato il 2 giugno 2026).

7J. Roosa, Buried Histories. The Anticommunist Massacres of 1965-1966 in Indonesia, Madison: University of Wisconsin Press, 2020.

8G. Robinson, The killing Season, Princeton University Press, 2018.

9K. Conboy & J. Morrison, Free to the Fire CIA Cover Operations in Indonesia, 1957-1958, Naval Institute Press, 1999. 

10Central Intelligence Agency: Memorandum for the Record (1961) https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP86T00268R000700150019-1.pdf ; Intelligence Memorandum/1/. OCI No. 2330/65. The Upheaval in Indonesia (1965) https://2001-2009.state.gov/r/pa/ho/frus/johnsonlb/xxvi/4445.htm (Data consultazione 4 giugno 2026).

11USDOS, 110. Memorandum Prepared for the 303 Committee, febbraio 1965: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1964-68v26/d110; CIA, William Palmer is United States Secret Service Agent, Giacarta, febbraio 1965: https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP70-00058R000300020083-5.pdf (Data consultazione 4 giugno 2026).

12J.A. Bozza, op.cit.

13N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis, Milano-Udine, 2026.

14N. Tanno, Indonesia la strage dimenticata, intervista a G.B. Robinson, in Jacobin Italia, 29 aprile 2019.

15M. Lane, A cultural Blow to an Eroding Political Taboo: Viewing “Eksil” (The Exiles), a Hit Documentary, in Fulcrum. Analysis on Southeast Asia, 18 marzo 2024. 

16J. Roosa, Buried Histories , op.cit.

17G. Creta, op.cit.

18P.D. Scott, The United States and the Overthrow of Sukarno, 1965-67, in Pacific Affairs, LVIII, n. 2, 1985.

19J. Roosa, Pretext for mass murder. The September 30th Movement and Suharto’s Coup d’État in Indonesia, Università del Wisconsin Press, Madison, 2006.

20J. Roosa, Pretext for mass murder, op.cit.

21M. Leifer, Indonesian Foreign Policy, Allen and Unwin, Londra, 1983.

22F. Montessoro, Un paese cresciuto pericolosamente, in R. Orlandi (a cura di), Indonesia. Passaggio a Sud-est, Il Mulino, Bologna, 2012 e L. Suryadinata, Indonesian Foreign Policy under Suharto, Times Academic, Singapore, 1996.

23J.A.C. Mackie, Problems of Inflation in Indonesia, Modern Indonesia Project, Cornell University, Ithaca, 1967; B. Glassburner (a cura di), The Economy of Indonesia: Selected Readings, Cornell U.P., Ithaca, 1971; G.F. Papanek (a cura di), The Indonesian Economy, Praeger, New York, 1980.

24M. Vatikiotis, Indonesian Politics under Suharto: Order, Development, and Pressure for Change, Routledge, Londra, 1993 e D.E. Ramage, Politics in Indonesia: Democracy, Islam and the Ideology of Tolerance, Routledge, Londra, 1995.

25H. Hill, The Indonesian Economy since 1966: Southeast Asia’s Emerging Giant, Cambridge U.P., Cambridge, 1966.

26F. Montessoro, op.cit.

27C.U. Zazie, Indonesia’s New Political Spectrum, in Asian Survey XXXIX, n. 2, 1999.

28G. Fealy, Islamization and Politics in Southeast Asia: The Contrasting Cases of Malaysia and Indonesia, in N. Lahoud e A.H. Johns (a cura di), Islam in World Politics, Routledge-Curzon, Londra, 2005.

29R.W. Liddle, Year One of the Yudhoyono-Kalla Duumvirate, in Bulletin of Indonesian Economic Studies, XLI, n. 3.

30F. Montessoro, op.cit.

31N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit.

32F. Sardella, Indonesia: La scommessa geopolitica del gigante silenzioso del sud-est asiatico, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 1 giugno 2025. 

33N. Tanno, Il metodo Giacarta, intervista a V. Bevins, in Jacobin Italia, 5 gennaio 2022.

34N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit..


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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01 venerdì Mag 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica1 e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento.

Un ulteriore aspetto che va considerato è la complessa relazione fra comunicazione/propaganda e manipolazione. Anche quest’ultima non di certo nuova e non di certo “inventata” dai social media2.

La manipolazione può essere in relazione all’emittente, ai contenuti, al pubblico e al contesto3.

I processi manipolatori negli ecosistemi comunicativi si realizzano per lo più attraverso la creazione di influenza sul contesto sociale di riferimento e/o sull’agenda. In questa prospettiva, i meccanismi più frequenti sono quelli della polarizzazione e della saturazione comunicativa4.

Quello che viene detto, quando viene detto, da chi viene detto e perché, quante volte e da quanti emittenti, a chi viene detto e perché… determina la “verità” di quell’accadimento.

Un Tupolew Tu-154 con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynsky e altre 95 persone è precipitato il 10 aprile 2010 mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nessuno dei passeggeri, tra cui numerosi alti dirigenti polacchi, è sopravvissuto all’incidente. Il presidente polacco si stava recando con la moglie a Smolensk, da dove avrebbe dovuto proseguire in macchina verso Katyn per commemorare l’eccidio di oltre 22mila ufficiali e soldati polacchi, massacrati durante la Seconda guerra mondiale5.

Le autorità russe avevano avvertito della pericolosità dell’atterraggio in condizioni ambientali sfavorevoli a causa di una fitta cortina di nebbia, suggerendo in alternativa l’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. A quel tempo la tensione tra Varsavia e Minsk era montata sulla questione delle discriminazioni subite dall’Unione dei polacchi in Bielorussia. Forse anche per orgoglio nazionale il diniego di atterrare a Minsk, nonostante la scarsa visibilità a Smolensk. 

Il presidente Lech Kaczynsky non aveva gradito che il suo primo ministro Donald Tusk fosse stato invitato dal capo del governo Vladimir Putin alla prima cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di Katyn che si era svolta il 7 aprile, da qui l’idea di una seconda commemorazione il 10 aprile a cui avrebbe partecipato insieme a veterani e a esponenti dell’opposizione.

Il 13 aprile 1943 la radio tedesca dava notizia che nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory, non lontano dal villaggio di Katyn, erano state trovate sette fosse comuni contenenti i corpi di militari polacchi, ancora identificabili dalle uniformi, il cui numero veniva valutato sui 10mila. La radio tedesca accusava di questo misfatto le autorità sovietiche. Radio Mosca addossava la responsabilità dell’eccidio ai tedeschi, nuovi occupanti della zona. 

La questione di Katyn si trascinò a lungo e, nonostante tentativi di mediazione da parte inglese e americana, contribuì a rendere definitiva la rottura fra il governo polacco di Londra e il governo sovietico. Essa ebbe uno strascico anche al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra tedeschi nell’estate-autunno del 1946, e il tribunale militare internazionale (contro l’opinione in dissenso del giudice sovietico) non si soffermò sull’accusa formulata contro i criminali di guerra nazisti per la strage di Katyn6.

Valentina Sergeevna Parsadanova è stata una importante studiosa e ricercatrice russa, che si è occupata delle relazioni tra la Russa e la Polonia e, ovviamente, del massacro di Katyn. 

Siccome al tempo le fonti a disposizione degli studiosi erano decisamente scarse, il valore assoluto del contenuto dell’intervento di Parsadanova risulta essere minimo. Il valore relativo invece è grande. Il fatto stesso che una storica sovietica abbia tentato di ricostruire il massacro degli ufficiali polacchi avvenuto a Katyn dimostra che il livello d’indipendenza dei ricercatori nell’Urss di Gorbachev era completamente diverso rispetto al periodo precedente la perestroyka. Fra tutti i documenti presenti, Parsadanova si concentrò, in particolare, su una monografia7, definendola la prima ricerca scientifica pubblicata in Polonia, e in seguito affermando esplicitamente che la precedente pubblicistica polacca spesso non mirava tanto a fare chiarezza sul problema, quanto a sfruttarlo nella lotta politica8. Da parte dei pubblicisti polacchi della fine degli anni Ottanta, tuttavia, un certo livello di propensione alla polemica era del tutto comprensibile, considerando fra l’altro che, appena prima della comparsa dell’articolo di Parsadanova, c’erano ancora, anche fuori dall’Urss, convinti sostenitori della tesi della responsabilità tedesca per il crimine commesso a Katyn9.

L’incidente del Tupolev Tu-154 dell’Aeronautica Militare Polacca è avvenuto a pochissimi chilometri di distanza dal massacro di Katyn.

Jessikka Aro racconta di essere stata a lungo convinta che la causa dell’incidente di Smolensk fosse stato l’errore umano del pilota. Una versione che coincide con quella ancora largamente sostenuta. A farle cambiare idea è stato il racconto del giornalista Michail Rachoń10.

«Mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. […] La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare»11.

Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il possibile ruolo della Russia nella tragedia veniva trattato solo da qualche canale d’informazione polacco. La Aro si dichiara attonita: tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte, come se qualcuno avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica. Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente. 

Le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico del 2003-05 rappresentano un tornante fondamentale nelle relazioni tra la Russia e le potenze occidentali, in quanto momento e fattore di una robusta intensificazione della dinamica geopolitica di inasprimento dei rapporti russo-occidentali che, anni dopo, sfocerà nella drammatica contrapposizione della guerra in Ucraina. La “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina sono state interpretate da Mosca come l’esito di un’ingerenza delle potenze occidentali nell’estero vicino della Russia. Gli eventi nelle vicine repubbliche post-sovietiche si sviluppano in un quadro già deteriorato di diffidenza e persino animosità da parte di Mosca nei confronti delle potenze occidentali, dovuto a scelte geopolitiche di grande momento compiute dall’Occidente e che hanno frustrato e allarmato la Russia: l’intervento militare del 1999 in Kosovo, l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM12. Un disagio che predispone i dirigenti russi ad attribuire intenzioni malevole all’America e ai suoi alleati. 

La fine della Guerra fredda maturò come conseguenza dell’ambizioso rilancio del political warface occidentale da parte dell’amministrazione Reagan, di cui fu parte cospicua il robusto sostegno prestato dagli americani a Solidarnošc in Polonia all’indomani della proclamazione dello stato d’assedio (dicembre 1981). Dopo la proclamazione della legge marziale in Polonia, Reagan approvò una serie di importanti direttive in materia di sicurezza nazionale (National Security Decision Directives) che «autorizzavano gli Stati Uniti a minare il controllo sovietico in Europa orientale»13. In questa cornice, una delle decisioni più rilevanti fu la firma (novembre 1982) di un presidential finding che «approvava un programma di azione coperta della CIA per l’invio di denaro e assistenza non letale a Solidarnošc»14.

La Casa Bianca adottò in Polonia «un approccio a doppio binario, uno pubblico l’altro coperto, per mandare soldi e materiale»15, e, se le operazioni coperte furono di competenza della CIA, il grande protagonista dell’altro lato del political warface reaganiano fu il NED (National Endowment for Democracy): un “centauro” (o un ibrido) organizzativo sospeso tra governo americano e società civile16. Il compito principale di cui fu investito il NED fu la promozione delle istituzioni democratiche nel mondo, in risposta al proselitismo ideologico delle speculari organizzazioni finanziate dai sovietici17.

Il NED ha svolto un ruolo anche in Serbia nel 2000 nel quadro degli eventi che portano all’uscita di scena del presidente Slobodan Miloševic. Senz’altro un obiettivo politico dell’amministrazione Clinton , perseguito all’indomani della campagna aerea del 1999 che mette fine alla repressione serba ai danni degli albanesi del Kosovo senza però riuscire a cambiare la leadership politica serba. 

In Serbia nel 2000 si delinea uno schema in cui un ventaglio di enti non governativi ma finanziati prevalentemente dal Governo americano sostiene le attività (non violente) delle organizzazioni dell’opposizione, come radio B92 (che riceve donazioni anche direttamente dalla governativa US Agency for International Development), o come Cittadini per le elezioni libere e la Democrazia – CeSID, un’associazione attiva nel controllo delle regolarità del processo elettorale, oppure ancora come Otpor (Resistenza), un’associazione studentesca che sarà protagonista delle manifestazioni di piazza contro Miloševic all’indomani delle elezioni presidenziali18.

È utile sottolineare come in particolare Otpor diventerà presto un punto di riferimento per i movimenti di altri paesi dell’Europa orientale nonché, in misura non trascurabile, parte attiva nelle “rivoluzioni colorate”. Due leader di Otpor – Srdja Popovic e Slobodan Djinovic – fonderanno a Belgrado nel 2005 il CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy – che dal «dal quartier generale di Belgrado, in Serbia, gestisce una rete di istruttori e consiglieri con esperienza nella costruzione e nella guida di efficaci movimenti non violenti»19.

I veterani di Otpor (e del CeSID) si recano ripetutamente a Minsk nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2001, per stabilire contatti con gli attivisti locali che si oppongono al presidente Lukaschenko, a spese di ONG come Freedom House20. Anche qui, come accaduto in Serbia, l’ambasciata americana lavora per aggregare le opposizioni attorno a un unico candidato (il sindacalista Vladimir Goncharik)21, ma la base di consenso su cui poggia il potere di Lukaschenkoè solida, e la tempestiva azione degli apparati di sicurezza (che ostacolano le iniziative degli attivisti democratici) stroncano ogni eventuale velleità di innescare una “valanga” democratica come quella che ha travolto Miloševic22.

Fin dalla seconda fase dell’era Eltsin, con Evgenij Primakov ministro degli esteri e poi primo ministro, Mosca rivendica sostanzialmente lo spazio post-sovietico, il suo “estero vicino”23, come propria sfera di influenza. È la dottrina Primakov24. Con Putin, poi, la politica estera russa nell’”estero vicino” diviene più assertiva.

Riguadagnata una certa stabilità interna, Mosca si può dedicare alla politica estera azionando spesso e volentieri la leva del ricatto energetico per mettere in riga ora la Bielorussia dell’imprevedibile Lukaschenko ora la Georgia di Shevardnadze (spintasi un po’ troppo in là nel suo movimento verso il polo euro-atlantico). Dal canto suo, e specularmente, l’America si dà da fare per dare una prospettiva di piena indipendenza economica e politica da Mosca alle repubbliche post-sovietiche – si pensi alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che consente di far affluire il petrolio del Caspio nel mercato globale aggirando il territorio russo. L’11 settembre 2001 favorisce una distensione russo-americana, che si rivela però effimera, non portando a un reale superamento delle principali ragioni di attrito, mentre proprio nel mezzo della lotta globale al terrorismo islamico la Georgia apre le porte a una piccola ma significativa presenza militare americana sul proprio territorio che acuisce le apprensioni russe. È in questa cornice di larvata competizione geopolitica che vanno dunque inserite le “rivoluzioni arancioni”25.

Il denaro che arriva in Georgia per i programmi di assistenza democratica serve a finanziare, tra l’altro, i viaggi dei leader dell’opposizione georgiana Zurab Zhvania e Mikheil Saakashvili in Serbia e in Polonia, dove essi possono ricevere consigli dai veterani dei movimenti democratici locali26. Il proposito dei militanti georgiani è molto chiaro: far leva sulle elezioni parlamentari della fine del 2003 – quando mancano ancora due anni alla scadenza del mandato presidenziale di Shevardnadnze27 – per ottenere la «prematura rimozione di un presidente legalmente eletto»28.

È però in Ucraina, nel 2004, in occasione delle elezioni presidenziali che vedono in lizza Victor Yanukovich e Viktor Yuschenko che le «U.S. – supported activities» si fanno più intense29. Ritroviamo, in questo contesto, i veterani di Otpor – accompagnati peraltro dai militanti georgiani di Kmara reduci dalla “Rivoluzione delle Rose” – nel ruolo di “precettori” degli attivisti ucraini che si oppongono al presidente Leonid Kuchma e al suo erede designato Yanukovich, con il contributo delle solite ONG occidentali30.

La guerra variamente definita dai russi come “non-convenzionale”, “sovversiva”, “di coscienza” o “ibrida” è, invariabilmente, dalla prospettiva di Mosca, una strategia non militare ma per nulla pacifica di regime-change a cui ricorrono le potenze occidentali per imporre i loro obiettivi geopolitici. Gli analisti russi ragionano, implicitamente o esplicitamente, a partire dalla constatazione almeno di un’importante continuità, tra Guerra fredda e dopo-Guerra fredda: la persistenza del fattore nucleare che protegge, oggi come nella stagione del bipolarismo, il territorio russo da aggressioni di tipo militare e convenzionale31.

Strategia che non ha protetto Teheran soprattutto perché l’Iran non possiede armi nucleari operative, ma solo una capacità definita “di soglia” o “near-threshold”, che gli consentirebbe di sviluppare una capacità nucleare in tempi relativamente brevi. Tuttavia la fase in cui si trovava ancora a febbraio di quest’anno consente un suo significativo degrado, seppur a un costo estremamente elevato32.

L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio 2026 – Ruggito del Leone – è, per dimensioni e intensità, molto superiore a quella condotta a giugno 2025 dall’amministrazione Trump contro siti nucleari. Gli obiettivi questa volta sono Teheran e altre città ed aree del paese e la guida suprema Ali Khamenei.

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma33.

Una spirale di tensione che va ricondotta ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del Partito di Dio libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico34.

Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz35.

L’operazione Epic Fury, lanciata da Trump il 28 febbraio 2026, rappresenta il secondo round di attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Tale operazione ha determinato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Il blocco ha interrotto anche il transito delle metaniere che esportavano gas dal Qatar e dagli Emirati. I paesi che beneficeranno di una crisi prolungata sono quelli la cui esportazione non transita da Hormuz: Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada36.

La drammatica evoluzione degli eventi del 3 gennaio 2026 su Caracas è il culmine di una campagna di pressione durata mesi e iniziata a metà settembre con attacchi militari contro imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Inoltre, il massiccio dispiegamento di navi da guerra americane, al largo delle coste venezuelane, aveva già indicato un cambio di passo da parte degli USA. L’operazione è stata ufficialmente catalogata come operazione di contrasto al narcotraffico. Con l’arresto di Maduro però lo scenario cambia: le accuse di narcoterrorismo (il narcotraffico è stato ribattezzato dall’amministrazione Trump “minaccia terroristica”) sembrano aver fornito la cornice formale dell’operazione, ma l’arresto e il trasferimento negli Stati Uniti indicano che l’obiettivo principale era politico, ovvero forzare un cambio di regime a Caracas. 

Sul piano politico, il governo di Caracas rappresentava da tempo un obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump.

Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. I

l presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana37.

Ruptly, RT (Russia Today) e Sputnik sono un ecosistema mediatico finanziato dalla Russia e additati in Europa e Stati Uniti per attività di disinformazione e soft power. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione di Sputnik e di diverse entità di RT (RT English, RT UK, RT Germany, RT France e RT Spanish) nell’UE o rivolte all’UE a causa della propaganda legata alla guerra in Ucraina. Ruptly tecnicamente è un’agenzia di video-notizie con sede a Berlino, per cui è europea, e ha continuato a produrre contenuti anche dopo le sanzioni. 

Da tempo la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi, dell’UE e dei suoi Stati membri38.

«La Ruptly di Berlino truffa la gente tanto quanto la fabbrica di troll di San Pietroburgo. Si spaccia per un’azienda privata col fine di nascondere i propri legami col Cremlino. Si presenta come una startup tedesca nonostante sia parte integrante di RT e della rete mediatica di stato»39.

La “guerra ombra” della Russia, intensificatasi a seguito dell’inasprirsi del conflitto in Ucraina, ha trasformato il Baltico in un teatro strategico di crescente tensione tra Mosca e l’Occidente.

Le tensioni nel Mar baltico hanno radici molto profonde e ancora oggi l’area costituisce un importante nodo geopolitico. Da un lato, le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e i Paesi che affacciano da Nord (Svezia e Finlandia) e dall’altro la Russia. 

Prima dell’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass i rapporti erano tesi ma relativamente stabili. Ma, a partire dal 2014, si registrano cyber-attacchi, campagne di disinformazione e attività di spionaggio. Un’ulteriore aggravante è stato l’inasprimento della guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte dall’Unione Europea40. Il numero di attacchi russi in Europa si sono triplicati tra il 2023 e il 2024, concentrati soprattutto sul fianco orientale della NATO, in Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia, così come nel mar Baltico, ma anche verso coloro che fornivano armi o altri materiali all’Ucraina, o che davano rifugio a disertori russi (Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito). Non sono stati registrati attacchi contro Paesi con relazioni più strette con la Russia, come Ungheria o Serbia41.

Jessikka Aro nel libro La guerra segreta di Putin racconta nel dettaglio delle operazioni ibride della Russia contro l’Occidente rimarcando in più occasioni il suo punto di vista e le esperienze vissute in prima persona ma determinante, per il lettore, è l’enfasi che ella pone sulle risposte, spesso non adeguate, dei paesi che ne sono stati vittime e di come lo stato sotto attacco e la popolazione siano stati o meno protetti.

Tolstoj si domanda cosa muove le nazioni e la sua risposta stravolge il concetto generale di storia e storiografia. Non sono i grandi leader a determinare il corso della storia, ma la somma delle volontà individuali di innumerevoli persone comuni42. Queste innumerevoli persone comuni possono agire sul corso della storia con le rivolte, con le proteste, con il silenzio, dando il potere a qualcuno o togliendolo. 

«Le democrazie sono definite dalla loro cultura della comunicazione. Se una democrazia consiste nel fatto che i cittadini decidono, collettivamente, cosa deve essere fatto, allora il processo con cui lo fanno determina quasi tutto ciò che segue.»43

Esiste una stretta correlazione tra libertà di opinione, nuove tecnologie e formazione del consenso. Ma questa correlazione quanto è davvero incidente nella limitazione del livello di consapevolezza delle proprie scelte?

«Ogni forma di media ha la sua epistemologia, i suoi pregiudizi, e favorisce certe abitudini cognitive rispetto ad altre.»44Si tratta dei SOC (Sistemi Operativi Culturali). Le culture mondiali sono gestite non solo dalla lingua che parlano ma ancor di più dai sistemi di scrittura che la struttura di queste lingue definisce. I sistemi di scrittura come SOC dominanti sono ciò che distingue fondamentalmente l’Oriente e l’Occidente. Il nazionalismo è una delle tante applicazioni dell’alfabetizzazione fonologica. 

Soprattutto prima dell’assalto algoritmico delle fake news e della post-verità, la maggior parte delle persone dava per scontata l’esistenza di una netta distinzione tra conoscenza oggettiva (fatti scientifici, storici, codici legali) e soggettiva (opinioni, sentimenti, desideri). La trasformazione digitale sta mettendo in dubbio qualsiasi informazione. Colpiti da un’amnesia intermittente, gli utenti fanno sempre più affidamento a sistemi più “intelligenti” lasciando che siano questi a “pensare” e “giudicare”45.

Il passaggio dell’informazione dalla mente allo schermo (qualunque esso sia: televisione, computer o smartphone) è emerso da diversi decenni come l’esternalizzazione della maggior parte delle nostre capacità cognitive, a partire dalla perdita della proprietà privata del linguaggio e del nostro pensiero. Non è né più né meno che la progressiva esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive dal nostro inconscio e persino dal nostro corpo fisico.

La facilità con cui attori politici, criminali e terroristi malintenzionati sono in grado di creare filmati illusori e fittizi, tali da ingannare anche i telespettatori più sofisticati, mette in seria difficoltà istituzioni, leader politici e canali di informazione, costretti a lottare per costruire e proteggere la propria affidabilità46.

Dalla prospettiva degli Stati occidentali, particolare preoccupazione ha generato l’impegno in questo campo da parte di attori russi. L’attenzione per le dimensioni difensiva e offensiva della manipolazione delle informazioni è ben presente anche nella dottrina della Federazione Russa47. Per la leadership di Mosca e attori a essa legati48, la disinformazione costituisce una strategia che, a fronte di investimenti e rischi non ingenti, consente di raggiungere rilevanti obiettivi politici49.

Tali obiettivi possono variare a seconda degli avversari. Per esempio, prima dell’invasione dell’Ucraina, l’influenza della Russia attraverso la disinformazione avrebbe assunto la forma di cerchi concentrici: Mosca punterebbe a generare caos in Ucraina, destabilizzare gli Stati Baltici, influenzare politicamente l’Europa orientale, ingenerare confusione in Occidente e distrarre gli Stati Uniti50. Ovviamente attori riconducibili alla Federazione Russa non sono gli unici a essere impegnati in estese attività di disinformazione51.

Mentre la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata in una fase di conflitto aperto con azioni sia militari che cyber, l’intelligence iraniana non ha assunto il semplice ruolo dello spettatore: è uno degli attori centrali di una guerra ibrida che si gioca su campi tradizionali e digitali, narrazioni sociali e reti di influenza, così come su battaglie di informazioni e sistemi di controllo interno. Quello che sta avvenendo non è un’escalation casuale, ma il risultato di decenni di competizione tra potenze regionali e globali, dove gli strumenti dell’intelligence sono stati ampiamente integrati in operazioni militari, diplomatiche e tecnologiche. Da parte di tutti gli attori. La morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione aerea congiunta israeliano-statunitense, non è stata un colpo di scena improvvisato, ma il culmine di mesi di raccolta di informazioni e di sorveglianza da parte dei servizi di intelligence americani e israeliani. L’operazione è stata resa possibile dalla combinazione di spie umane, tecnologie di sorveglianza satellitare e raccolta dati di segnali e immagini, che ha permesso di localizzare e colpire i principali decisori iraniani con precisione millimetrica. Questo mercato di informazioni ha aperto una fase nuova per l’intelligence, ovvero non più confinata all’analisi e alla previsione, ma parte integrante dell’azione militare e del decision-making strategico. Il conflitto attuale sta mostrando quanto sia centrale la dimensione cognitiva: non conta solo chi controlla i campi militari o i server, ma chi controlla la narrativa. Le operazioni di tipo hack-and-leak, la diffusione di messaggi mirati su reti social e app, e la manipolazione dell’informazione sono tutte strategie che mirano a modellare la percezione pubblica – sia in Iran che all’estero – come parte integrante della competizione strategica. Questo tipo di operazioni va oltre la mera raccolta di informazioni: è progettato per generare effetti su opinione, morale e coesione sociale52.

La disinformazione e la misinformazione rappresentano un rischio grave a livello globale. In tutto il mondo, esistono profonde divisioni tra coloro che cercano di preservare un determinato sistema di valori e le istituzioni che lo governano, e coloro che nutrono opinioni opposte. I gruppi che non hanno beneficiato degli ordini politici, sociali ed economici prevalenti stanno ora assumendo un ruolo politico più centrale. Al centro di questa divisione si trova la polarizzazione che, secondo il Global Risks Perception Survey 2025-2026 (GRPS), rappresenta il terzo rischio più grave nei prossimi due anni. Inoltre, la polarizzazione sociale è identificato come un fattore che contribuisce alla disinformazione, alla disuguaglianza e alle tensioni interne agli stati53.

Sun Tzu, nel suo celebre trattato L’arte della guerra54, sosteneva che il modo più efficace per vincere non è affrontare il nemico sul campo, ma logorarne la resistenza dall’interno.

Questo principio è ancora oggi alla base delle operazioni di disinformazione e influenza condotte da attori statali come la Russia e la Cina. A differenza di Russia e Cina, l’Unione Europea non ha investito adeguatamente in questo ambito. Con la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha abbassato la guardia, smantellando gran parte delle proprie contromisure, mentre Mosca e Pechino hanno fatto esattamente l’opposto, rafforzando in modo aggressivo le loro strategie di influenza. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, Bruxelles ha adottato contromisure, avviando una vasta campagna di informazione tramite le moderne piattaforme sociali. I risultati si sono rivelati soddisfacenti55.

I protagonisti delle “nuove guerre” sono gli stati tradizionali, i terroristi, le bande mercenarie, gruppi etnici, comunità politico-religiose trasversali e diffuse. Sono soggetti che si aggregano e disaggregano sulla base degli “eventi” e degli “obiettivi”, in un modo che sembra sfuggire, per ora, alle dicotomie coerenza/incoerenza e unitarietà/frammentazione. Ciò comporta difficoltà nel distinguere “guerra” e “terrorismo”, ma anche sinergia tra obiettivi simbolici e obiettivi strategici. Gli antagonismi geopolitici sono spesso caratterizzati dal gioco di specchi tra rivendicazioni territoriali e strategie identitarie, così come dalla continua interazione tra rivendicazioni pragmatiche e dettagliate e contestazioni dell’ordine globale56.


1E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica: media e costruzione del consenso, Carocci, Roma, 2011.

2E. De Blasio, M. Socirce, Il disordine informativo e l’odio in rete. Democrazia a rischio, in H-ermes. Journal of Communication, n. 23, 2023.

3G. Gili, Il problema della manipolazione. Peccato originale dei media?, Franco Angeli, Milano, 2001.

4L. Morlino e M. Sorice (a cura di), L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, Luiss University Press, Roma, 2021.

5Swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/il-presidente-polacco-perde-la-vita-in-un-incidente-aereo/8649100 (consultato il 24 marzo 2026).

6Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/katyn_(Enciclopedia-Italiana)/ (consultato il 24 marzo 2026).

7Cz. Madajczyk, Dramat katynski, Pwn, Varsavia, 1989.

8D. Artico, La strage di Katyn nella storiografia sovietica, in Italia contemporanea, n- 223, giugno 2001.

9R. Horyn-Swiatek, The Katyn Forest, Londra, 1988.

10J. Aro, La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente, Neri Pozza, Vicenza, 2026.

11J. Aro, id. (dalla Introduzione, pp. 7-8).

12Il trattato ABM (Anti Balistic Missile) è considerato la base del processo di disarmo che ha consentito la realizzazione degli accordi Start I e II. Si veda: https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed844/pdfbtind.pdf (Consultato il 4 aprile 2026).

13S. G. Jones, A Covert Action. Reagan, the CIA, and The Cold War Struggle in Poland, W.W. Norton & Company, 2018, pp. 9-10. 

14S.G. Jones, op.cit.

15B.B. Fisher, Solidarity, the CIA, and Western Technology, in International Journal of Intelligence and Counter Intelligence, 25 (3), 2012, pag. 429.

16L. Robinson et.al., Modern Political Warface, RAND, 2018.

17C. Stefanachi, Le “rivoluzioni colorate” nelle percezioni strategiche della Russia di Putin: la “guerra ibrida” dell’occidente, in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 1 / 2024.

18C. Stefanachi, op.cit.

19CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy: https://canvasopedia.org/who-we-are/ (consultato il 26 marzo 2026).

20M. MacKinnon, The New Cold War. Revolutions, Rigged Elections and Pipeline Politics in the Former Soviet Union, Random House Canada, 2007.

21M. MacKinnon, op.cit.

22C. Stefanachi, op.cit.

23G. Toal, Near Abroad. Putin, the West, and the Contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017.

24M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, Milano, 2009.

25C. Stefanachi, op.cit.

26L.A. Mitchell, The Color Revolution, University of Pennsylvania Press, 2012.

27M. MacKinnon, op.cit.

28S.F. Jones, The Rose Revolution: A Revolution without Revolutionaries?, in Cambridge Review of International Affairs, n. 1, 2006, pag. 41.

29M. MacKinnon, The New Cold War, cit., pag. 159.

30C. Stefanachi, op.cit.

31C. Stefanachi, op.cit.

32D. Dolzikova, M. Savill, Why Iran may accelerate its nuclear program, and Israel may be tempted to attack it, in Bulletin of the Atomic Scientists, 26 aprile 2024.

33ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 28 febbraio 2026.

34ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

35ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

36M. Lombardini, Blocco dello Stretto di Hormuz: Petrolio sopra quota cento, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 20 marzo 2026.

37A. De Luca, Trump-Maduro: atto finale, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 3 gennaio 2026.

38L’UE impone sanzioni agli organi di informazione pubblici RT/Russia Today e Sputnik che svolgono attività di radiodiffusione nell’UE, Comunicato Stampa, Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea, 2 marzo 2022: https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/#:~:text=In%20virtù%20di%20tali%20misure%2C%20l’UE%20sospenderà,confronti%20dell’UE%20e%20dei%20suoi%20Stati%20membri.

39J. Aro, La guerra segreta di Putin, op.cit., pag. 159.

40S. Bissacco, La strategia ibrida della Russia nel mar Baltico: una nuova Cortina di ferro?, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 20 maggio 2025.

41Rapporto CSIS – Center for Strategic & International Studies, marzo 2025: https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/2025-03/250318_Jones_Russia_Shadow.pdf?VersionId=LHamL2L7HJwLgZ7a_wq6xkTIwMh3TFpk (consultato il 29 marzo 2026). 

42L. Tolstoj, Guerra e Pace, 1867.

43Z. Gershberg, S. Illing, The Paradox of Democracy: Free Speech, Open media, and Perilous Persuasion, University of Chicago Press, 2022, Prefazione.

44Z. Gershberg, S. Illing, op.cit., Introduzione.

45D. De Kerckhove, Parole e algoritmi: schizzo per un’antropologia politica della trasformazione digitale, in M. Calamo Specchia (a cura di), Processi politici e nuove tecnologie, Giappichelli, Torino, 2024.

46D. De Kerckhove, op.cit.

47A. Beccaro, Il concetto di Gray zone: la dottrina GERASIMOV e l’approccio russo alle operazioni ibride. Possibili convergenze con la dottrina Cinese. Obiettivi strategici e metodologia d’impiego nello scenario geopolitico attuale. Prospettive del ruolo del Potere Aereo e Spaziale nei “Gray zone Scenarios”, Ricerca, CeMiSS – Centro Militare di Studi Strategici – CASD – Centro Alti Studi per la Difesa, 2021.

48M. Laruelle, K. Limonier, Beyond “hybrid warfare”: a digital exploration of Russia’s entrepreneus of influence, in Post-Soviet Affairs, n. 37, 2021.

49F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico – Anno XXIV n. VII, 2022.

50P. Pomerantsev, M. Weiss, The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture, and Money, Institute of Modern Russia, 2014.

51Si vedano: J.S. Curtis, Springing the “Tacitus Trap”: countering Chinese state-sponsored disinformation, in Small Wars & Insurgencies, n. 32, 2021; M. Dubowitz, S. Ghasseminejad, Iran’s COVID-19 Disinformation Campaign, in CTC Sentinel, n. 13, 2020; D. Byman, The Social Media War in the Middle East, in The Middle East journal, n. 75, 2021.

52A. Teti, Intelligence e guerra ibrida: perché la crisi in Iran può colpire Europa e Italia, in Agenda Digitale, 3 marzo 2026.

53WEF – World Economic Forum, The Global Risks Report 2026: https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf(Consultato il 3 aprile 2026).

54Sun Tzu (500-320 a.C. ca), L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2018.

55Audizione Senato Antoinette Nikolova:https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/649/Audizione_SenatoAntoinette_Nikolova.pdf

56C. Sbailò, Guerre ibride: quali risposte possibili?, in DPCE online, Sp-1 / 2024.


Articolo pubblicato sul numero 79 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il re-incanto del mondo: il pluralismo politico e culturale

01 domenica Mar 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Lincantodelmondo, MauroBarberis, Meltemi, recensione, saggio

È ampiamente condivisibile la tesi secondo la quale, quando si parla di pluralismo culturale, si fa riferimento al rapporto tra diverse culture in una prospettiva universalistica, che vede le proprie origini negli anni Sessanta del secolo scorso. I primi passi del pluralismo culturale si possono ricavare nei lavori di di Franz Boas in antropologia, Margaret Mead e Edmund Husserl in filosofia. Questi studiosi costruiscono i loro giudizi sulla critica del pensiero positivista, del dualismo cartesiano e del paradigma razionalista a esso conseguente. Eppure, le origini del paradigma pluralista possono essere collocate in un’epoca notevolmente precedente1.

Per comprendere l’approccio pluralista si può fare riferimento agli scritti di Giambattista Vico2 e Johann Gottfried Herder3,e successivamente agli scritti di Isaiah Berlin4. In essi si possono ravvisare i primi approcci di una prospettiva epistemica in grado di porre al centro del proprio procedere l’importanza delle culture e delle loro diversità, per tentare di offrire una visione pienamente autentica5.

In termini berliniani, il pluralismo culturale è la via del superamento, nella coesistenza più che nella conciliazione, di contrastanti valori, che seppure incompatibili non risultano tuttavia incomprensibili6. Infatti Berlin analizza il soggetto individuale e il soggetto immerso nella società, spingendosi fino a una concezione di universalità dei diritti, sostenuta da Bobbio come fondamentale tutela dell’individuo dalle pretese universalistiche della collettività7.

La realtà attuale viene descritta, non solo nelle analisi sociologiche ma anche in quelle economiche, politologiche e nelle varie scienze fisiche e naturali, come caratterizzata da una strutturale incertezza. In modo sommario i riferimenti a sostegno di questa rappresentazione sono riferibili alla crescente complessità e frammentarietà della realtà sociale, alla crescente egemonia della tecnica nella vita umana e sociale, alla pluralità delle presenze. 

Il pluralismo culturale e di conseguenza il dilatarsi della dimensione multiculturale della società occidentale pone problemi di non facile soluzione per un obiettivo di compresenza non conflittuale e non gerarchizzata di culture, tradizioni, costumi, religioni diverse in una realtà europea, e in particolare italiana, che non è mai stata, né ha avuto le condizioni per proporsi di essere, un melting pot ma è fatta di identità locali tradizionalmente e gelosamente conservate e non di fusioni. 

La lontananza culturale non si associa più con la lontananza spaziale e l’incontro/scontro, l’inclusione/esclusione, nella cui dialettica si gioca oggi il vero conflitto sociale e anche elementi nuovi delle forme democratiche, si disputa all’interno delle singole società, compresa quella del nostro paese8.

Barberis propone una chiave interpretativa del pluralismo presente che parte dal passato, dal politeismo antico, scoprendolo più vivo che mai.

Il politeismo dei valori (Polytheismus des Werte) di Weber9 ha ispirato a Isaiah Berlin il pluralismo dei valori e ha indotto Barberis a riproporre una teoria aggiornata del pluralismo: la consapevolezza che, in un mondo sempre più complesso, anche i valori possono essere plurimi, confliggenti, e richiedere continui compromessi.

Da una parte si richiede, per una convivenza ordinata e pacifica, un universalismo che non sia egemonico, dall’altra il rispetto delle diversità che ripropone, sulla critica dell’illuminismo universalista, un relativismo culturale e razziale della incommensurabilità fra cultura e forme di vita, dove le culture tendono a diventare sempre più autoreferenziali. Il pluralismo è una dimensione di esteriorizzazioni ma è anche di interiorizzazioni che implica la dimensione soggettiva, di un soggetto che viene a trovarsi a far parte di contesti diversi, che possono essere sinergici o conflittuali, ma in ogni caso in assenza di un centro di ricomposizione dei vari frammenti del mosaico delle esperienze, delle appartenenze e delle opportunità, in una realtà che sollecita a vivere tutte le esperienze possibili e a poter disporre di un ampio ventaglio di situazioni differenziate in cui muoversi10.

La prima e più comune famiglia di significati di pluralismo è rappresentata dal pluralismo politico (in senso ampio). Il termine qui indica istituzioni e concezioni socio-politiche tipiche della democrazia liberale: espressione di cui «pluralismo politico» finisce per essere sinonimo, includendo ogni società aperta a tutte le possibili differenze11. Uno Stato pluralista, in questa prima e generica accezione, è una democrazia nella quale differenze e divisioni tipiche delle società occidentali odierne non sono più considerate un rischio per l’unità del corpo politico, come nell’antichità, bensì risorse e ricchezze12.

Parlando di pluralismo poi Rawls constata che l’Occidente sviluppato, ormai aperto alle altre culture, è solcato da profonde differenze13. Affiora qui il problema delle relazioni fra pluralismo politico e culturale e sulla loro compatibilità. Ed ecco che Barberis pone una domanda che è soprattutto una provocazione: noi pluralisti occidentali-e-moderni, laici per definizione, dobbiamo tollerare ogni differenza culturale, compreso il fondamentalismo islamico?

La nostra società conosce, a differenza della prima società industriale, una maggiore omogeneità di condizioni di vita ma anche una più grande diversità di culture, di pratiche, di linguaggi14, per cui, nella vita quotidiana, l’individuo si trova continuamente di fronte all’esigenza di scegliere tra identità diverse e non è da meravigliarsi se alla fine egli tende a aderire a quelle forme di identificazione che sono direttamente collegate alle sue radici originarie, accentuando così le forme di particolarismo15. Berger afferma che il pluralismo indebolisce tutte le certezze e induce processi di pluralismo sociale, etico, e di relativismo16. Già Luckmann aveva rilevato come lo stesso concetto e dimensione del sacro offra una pluralità tale di risposte che non consente più una religione istituzionale, oggettiva, “universale”, ma solo scelte fragili e private di significati “ultimi”, da cui sorge anche un pessimismo relativamente alla possibilità di costruire una società ancorata a valori collettivamente condivisi e cogenti17.

La difesa dell’ortodossia, fino al limite del fondamentalismo, favorisce una forte identificazione e un senso di appartenenza tra soggetto e sistema con forme di agire funzionali al sistema, una forte identità di gruppo e una contrapposizione con coloro che sono fuori dal sistema di appartenenza. Un processo che potrebbe essere definito di autopoiesi. Tendenze verso l’universalismo e la globalizzazione e processi di tipo particolaristico sono fenomeni contestuali nella ricerca di identità e per superare il senso di indeterminatezza indotto dal pluralismo. Nella realtà attuale, probabilmente, si ha una fase dove è massima la tensione tra universalismo e particolarismo18.

Per Barberis, il pluralismo è un valore esattamente come lo sono giustizia, diritti, democrazia e libertà. Un concetto e un valore, quindi, sempre più connesso con l’idea e la pratica della democrazia.

Nel pensiero politico contemporaneo si possono individuare due tesi, due prospettive teoriche complementari su questo concetto: la prima è che il pluralismo sia un punto di vista sulle attuali società pluralistiche per le quali si introduce nella teoria della democrazia un principio differenziatore da quello individualistico, nel cui orizzonte, per esempio, non rientra la presenza dei gruppi; la seconda tesi è quella secondo cui il pluralismo non sia, solo o principalmente, un dato di fatto generato dai processi di differenziazione e democratizzazione, ma, anche e soprattutto, un’azione intenzionale, un’attività sperimentale, una prassi politica unitaria ed essenziale per la democrazia come prova19.

Comunque lo si affronti, il pluralismo non può che essere concettualizzato in opposizione al monismo, all’unità che disconosce la differenziazione o ne teorizza il superamento. La contesa tra monismo e pluralismo ha radici antiche e formulazioni sempre nuove. Le domande di fondo, però, rimangono sempre le stesse: la differenziazione e la proliferazione delle diversità è un bene o un male? Va promossa o limitata? E quanta diversità può accettare al suo interno una società?

È importante sottolineare che in questa concezione del pluralismo ha la meglio un concetto di gruppo in cui prevale la dimensione dell’interesse su quella culturale. La questione delle identità collettive intese in senso culturale apre a questioni problematiche di altra natura per la teoria pluralista. L’unico pluralismo possibile sarebbe quello riscontrabile esclusivamente all’interno di una cultura condivisa, con valori comuni, a partire da quello della tolleranza20.

È possibile quindi il pluralismo nel panorama delle attuali società cosiddette multiculturali o multietniche, dove i gruppi sono sempre meno solo associazioni di interessi e sempre più comunità culturali? È possibile in un mondo in cui la costruzione dei soggetti collettivi segue un percorso diverso da quello che abbiamo conosciuto nel corso della modernità e della tarda modernità, non fondandosi più sulle società civili che sono in piena disintegrazione, bensì caratterizzandosi come prolungamento della resistenza comunitaria?21

Può aiutare l’approccio con cui Berlin affronta il conflitto umano fra i valori, che anche quando si presenta come irriducibile per il loro carattere incommensurabile, può trovare una sua gestione politica attraverso il criterio regolativo del compromesso, criterio capace di disciplinare gli attriti costitutivi di un sistema democratico22.

Si prospetta allora l’opportunità (se non proprio la necessità) di ripensare lo Stato oltre la sua dimensione moderna di Stato-Nazione: da un lato, recependo e analizzando le istanze e i processi orientati a rendere sempre più plurali le sfere del diritto, dei diritti e dello Stato, a partire da quei contesti in cui le differenze etnico-culturali rendono necessaria una politica del dialogo interculturale che si ponga l’obiettivo di un compromesso virtuoso tra valori diversi, orientato a trasformazioni istituzionali in senso pluralista e inclusivo; d’altro lato, sperimentando percorsi di ricerca teorica ed empirica in grado di fornire esemplificazioni e punti di ancoraggio alla realtà politico-giuridica utili per la costruzione di una teoria critica del diritto, dei diritti e dello Stato23.

Barberis sottolinea come la democrazia liberale occidentale, lungi dall’estendersi a tutto il mondo, governa oggi non più del dieci per cento degli abitanti del pianeta; le sue istituzioni contro-maggioritarie – agenzie e magistrature indipendenti, libera informazione – sono attaccate anche in Occidente stesso da movimenti populisti. 

Spesso si sente ripetere che la democrazia è in crisi. Ma cos’è davvero la democrazia ed essa è davvero in crisi? Non sarà per caso in crisi per definizione, ove a “democrazia” si attribuisca il significato etimologico di governo del popolo, corrispondente a un ideale irrealizzabile?24 Nel testo Barberis suggerisce di provare a considerare la democrazia una formula di giustizia: un criterio per distribuire un bene, il potere politico, secondo il voto degli elettori. 

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, l’ingresso nella Unione Europea di vari satelliti dell’ex URSS, la democrazia parve aver vinto definitivamente: tanto che si parlò addirittura della fine della storia25. Cominciò allora il trentennio della globalizzazione. Anche la sinistra sembrò convertirsi al capitalismo, e i suoi leader nei maggiori paesi dell’Occidente parlarono di Terza via fra socialismo e liberalismo. Occasione ghiotte che, per l’autore, li ha visti abbandonare la difesa delle classi subalterne per cominciare a votare per i populisti. 

Il processo di democratizzazione iniziato con la caduta del Muto si è rovesciato nel suo contrario poco dopo il Duemila, quando è cominciata la recessione democratica (democratic backsliding)26.

La riduzione della democrazia a pura tecnica di governo ha prodotto disinteresse per i valori che le sono propri: uguaglianza, intangibilità dei diritti fondamentali, merito, responsabilità per l’esercizio del potere politico. Per converso ha acquisito interesse tutto ciò che è competizione e conflitto: elezioni, primarie, referendum, polemiche. La perdita di vista della centralità dei valori nella vita democratica sta facendo emergere con pericolosa insistenza la costruzione del capro-espiatorio, responsabile principale di tutti i dissesti sociali ed economici, terreno di divisioni e ricomposizioni, soggetto capace di valori estranei percepiti come pericolo: l’altro, il diverso, l’immigrato27.

Larry Diamond ha imputato l’arresto dell’avanzata della democratizzazione alla struttura interna degli “Stati predatori”, nei quali il processo di democratizzazione non si è accompagnato al consolidamento della società civile e del pluralismo sociale: dal momento che non si è sostanzialmente interrotta la tradizione di monopolio del potere da parte di élite oligarchiche, queste ultime hanno rapidamente ripreso a utilizzare le istituzioni come strumento per limitare la competizione economica e per garantire profitti da redistribuire con criteri clientelari28.

Sotto questo profilo, il caso emblematico è rappresentato dalla Russia di Vladimir Putin, ma su un sentiero simile si sono indirizzate anche alcune delle repubbliche ex sovietiche (Azerbaijan, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), le quali, pur avendo imboccato negli anni Novanta la strada della democratizzazione, a partire dal 2005 (soprattutto dopo le “rivoluzioni colorate”) hanno adottato misure volte a restringere ulteriormente gli spazi per le opposizioni interne e i margini della libertà di informazione. Questa tendenza non è stata naturalmente compensata dalle “primavere arabe”, che in effetti, con la parziale eccezione del caso tunisino, non hanno contribuito in modo sostanziale a rinvigorire l’espansione globale della democrazia liberale. Al contrario si sono registrati rilevanti segnali di regressione in Venezuela e in altri paesi strategicamente importanti come Turchia, Bangladesh, Kenya e Nigeria29.

Oltre che nell’arresto dell’espansione globale della democrazia, ulteriori segnali di una rignificativa “recessione democratica” giungono anche dalle dinamiche interne dei sistemi politici occidentali, e più precisamente nel logoramento di alcune delle garanzie che consentono la competitività tra partiti e il pluralismo informativo. Ungheria e Polonia, in virtù di misure ritenute lesive della libertà di espressione e dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, sono considerati da molti osservatori come casi di “democrazia illiberale”. Più in generale, i segnali di una contro-rivoluzione anti-liberale possono essere riconosciuti in tutti quei sistemi politici – per esempio in Austria, in Francia, in Germania, in Italia, nei Paesi bassi e negli Stati uniti – che, nel corso degli ultimi anni, sono stati teatro dell’ascesa di formazioni “neo-populiste” portatrici di posizioni anti-immigrazione, anti-globalizzazione e anti-establishment, più o meno connotate in senso nazionalista e nativista30.

Nell’analisi di Mauro Barberis, l’ingrediente davvero rivoluzionario delle democrazie occidentali, il fattore che da sempre provoca divisioni e conflitti con le altre culture, non è la democrazia: è il carattere liberale e pluralista di questa. 

In Occidente, diversamente che altrove, la democrazia non serve ad attribuire un potere illimitato alla maggioranza o a un capo, ma a garantire quei particolari valori che sono i diritti. 

Certo, per giustificare la colonizzazione occidentale del mondo, i diritti sono stati concepiti anche come naturali, umani, universali… Eppure restano l’elemento distintivo della cultura occidentale31.

Per ragioni nobili o ignobili, in effetti, fingiamo spesso di ignorare che il nostro concetto di diritti non è universale-ed-eterno, bensì occidentale-e-moderno. 

Occidentale: il concetto di diritti soggettivi può ricondursi alle tre radici dell’Occidente (diritto romano, filosofia greca, religione cristiana)32.

Moderno: neppure in Occidente la sua affermazione è stata pacifica. Per entrare nel senso comune occidentale, infatti, i diritti hanno dovuto diventare il grido di battaglia delle tre grandi rivoluzioni occidentali.

Fra tutti i nostri diritti, la libertà gioca un ruolo – certo non più fondamentale degli altri, ma – unico: è il valore più tipico, distintivo e divisivo della nostra cultura, occidentale e moderna33. Lo è già come concetto: è impossibile tradurre la parola “libertà” in una qualunque lingua antica del vicino Oriente, compreso l’ebraico, così come è impossibile tradurla in qualsiasi lingua dell’estremo Oriente34.

Secondo le tesi di Bobbio e Matteucci il principio pluralista è ascrivibile a una corrente del pensiero cattolico che inizialmente lo intese come forma di libertà religiosa35. Infatti, si affermò mediante la rivendicazione di sfere di autonomia e di libertà a favore degli individui, al fine di garantire la loro dimensione nella comunità religiosa, e contro il dispotismo dello Stato. 

Questo tratto caratterizzante del pluralismo ha conservato le sue caratteristiche anche nelle diverse ricostruzioni che sono state proposte in epoca più recente, anche se il pensiero politico contemporaneo ha sviluppato significati differenti del pluralismo che non consentono di stabilire una nozione unitaria. 

Il modello pluralista continentale europeo affermatosi soprattutto nelle Costituzioni del secondo dopoguerra ha una natura prescrittiva. Esso, infatti, ha l’ambizione di plasmare la società attraverso il dover essere giuridico, mediante la qualificazione di una pluralismo articolato e differenziato a seconda delle diverse esperienze costituzionali considerate. Peraltro, pur nella loro varietà, le tesi prevalenti sono accomunate dall’idea di fondo che configura il pluralismo costituzionale come un modello di democrazia teso a contrastare e respingere ogni forma di totalitarismo. Inoltre, l’ideale pluralista, in molte sue ricostruzioni, si direbbe quello di disinnescare e di normalizzare il conflitto sociale permanente tipico, non solo della società ottocentesca divisa in classi, ma anche di quella contemporanea attraversata da eterogenee e articolate istanze sociali difficilmente componibili: come le contrastanti e irrisolte questioni poste dalla società multi etnica, multi religiosa, multi culturale, in cui gli interessi conflittuali in campo non sempre ricevono adeguate risposte da parte dei sistemi democratici contemporanei36.

La questione è che il pluralismo ritiene necessario un minimo di omogeneità, mentre l’anti-pluralismo ritiene un minimo di eterogeneità inevitabile: tuttavia, entrambi gli indirizzi trascurano in linea di principio il problema di dove si debba ricercare l’optimum di una omogeneità desiderabile e con quali metodi essa sia realizzabile37.

In Europa il tema della gestione del pluralismo culturale – già sorto nella seconda metà dello scorso secolo, a seguito dei flussi migratori determinati, per lo più, da bisogno di manodopera lavorativa da una parte, e di reddito dall’altra – solo negli ultimi decenni (caratterizzati da una migrazione più massiccia con prospettive stanziali e quindi dal radicamento di famiglie e comunità di origine straniera), è stato reso oggetto, anche a livello teorico, da una tematizzazione specifica. 

L’idea multiculturale di giustizia rivendica la necessità di una politica di convivenza tra culture diverse che esprima il valore dell’uguaglianza considerando non direttamente i singoli, bensì i gruppi – quali intermediari ineliminabili tra il singolo e lo Stato – come le unità di riferimento tra le quali garantire l’applicazione di misure volte a produrre ugual rispetto e considerazione. Questo tipo di politica, affidando al gruppo culturale stesso la gestione e la rappresentanza dei suoi membri, ha naturalmente richiesto la definizione di un’organizzazione interna e, quindi, di ruoli di potere identificati all’interno delle comunità. Tuttavia, tali ruoli di rappresentanza – e quindi di potere – sono stati preferibilmente attribuiti a quei soggetti che, all’interno dei gruppi, si sono posti come i più “rappresentativi” della loro identità, e quindi, quasi inevitabilmente, a quelli più “tradizionalisti”. Ciò non solo ha contribuito a enfatizzare e acuire le divisioni tra le diverse entità culturali socialmente organizzate all’interno della società, ma ha anche finito per definire queste ultime per lo più con riferimento a tesi “conservative”, quasi a presupporre che per ogni cultura si possa identificare una sola forma pura e immutabile, e che solo questa – e non le sue (impure) evoluzioni – possa essere la sola meritevole di essere considerata rappresentativa del gruppo38. In altre parole, attraverso tali politiche di riconoscimento, il progetto multiculturale avrebbe finito per istituzionalizzare e gestire la diversità inserendo a forza le persone in “contenitori etnici e culturali”39, e definendo i bisogni delle persone in relazione ai gruppi nei quali esse sono appunto ricomprese, allo scopo di modellare le politiche pubbliche sulla base di questi contenitori. In tal modo, le politiche multiculturali avrebbero contribuito esse stesse a imporre identità necessariamente “differenti” alle persone ascritte a tali gruppi, e a fissarne lo status, sancendo peraltro, come immutabili e come essenziali per la definizione della cultura stessa, gli assetti di potere istituzionalmente identificati e ufficializzati (sottratti così alla loro naturale ridiscussione), e ignorando i conflitti interni e le correlate spinte trasformative (legate alla potenziale ridefinibilità delle gerarchie interne di genere, di classe o politico-religiose)40. Il multiculturalismo ha imposto, insomma, una sorta di camicia di forza identitaria e monolitica alle culture, finendo così per imporre una falsa stabilità a esperienze di per sé naturalmente fluide, e per bloccare la strada allo sviluppo potenziale dato dalle minoranze desiderose di cambiare la loro cultura “da dentro”41.

Il linguaggio astratto e apparentemente universalista che sottende la presentazione dei valori di libertà, uguaglianza e pluralismo del liberalismo politico, nella pratica è stato in contraddizione con l’esclusione di molte “voci” per quanto riguarda la regolazione istituzionale delle libertà, delle uguaglianze e dei pluralismi specifici degli stati contemporanei. Negli ultimi anni si è lentamente sviluppata l’idea che, se aspiriamo a procedere verso democrazie liberali di maggior qualità morale e istituzionale, i valori di libertà, uguaglianza e pluralismo politico devono essere tenuti in considerazione anche dal punto di visa delle differenze nazionali e culturali. Oggi sappiamo che i diritti delle prime tre ondate – quella liberale, quella democratica e quella sociale – non garantiscono di per sé l’attuazione di quei valori nella sfera culturale e nazionale. In altre parole, si è gradualmente fatta spazio l’idea che l’uniformità dello stato – implicita nelle tradizionali concezioni liberaldemocratiche (e sociali) di uguaglianza dei cittadini o di sovranità popolare – è nemica della libertà, dell’uguaglianza e del pluralismo nella sfera culturale e nazionale. Inoltre, riceve sempre maggior sostegno l’idea che sia consigliabile promuovere versioni più moralmente raffinate e istituzionalmente complesse delle democrazie liberali per conciliare le loro varie tipologie di pluralismo interno. Pertanto, un valore come l’uguaglianza, in termini concettuali, non viene più messo a contrasto esclusivamente con la diseguaglianza politica e sociale, ma anche con la differenza nazionale e culturale. 

Si sta facendo strada l’idea che l’uniformità e il limitato individualismo della tradizione liberale siano nemici delle dimensioni chiave di uguaglianza, libertà e pluralismo. Pertanto, la ricerca di forme adeguate di cosmopolitismo e universalismo comporta lo stabilire un ampio riconoscimento e una sistemazione politica, in condizioni di equità, delle voci culturali e nazionali che sono escluse, marginalizzate o sminuite nelle democrazie liberali42.

Il “pluralismo contemporaneo” è, quindi, ben diverso da quello del passato, in cui la pluralità era espressione dell’articolazione di una base di valori pur sempre comune. Ora si tratta della diversità profonda di orizzonti di senso e di concezioni globali della vita umana. La comunanza non può essere data per presupposta e semmai deve essere cercata senza la certezza che possa essere trovata. Pertanto, mentre nel passato i dettami dell’autorità o il voto a maggioranza erano limitati e controllati da una preesistente base comune di valori, ora, se si vuole evitare di ricorrere alla coercizione, bisogna fare sempre più affidamento sulla ragionevolezza e sull’argomentazione per giustificare quelle restrizioni che rendono possibile la convivenza43.

Pur vivendo nelle società più ricche, sicure e libere di tutti i tempi, noi occidentali-e-contemporanei siamo quotidianamente visitati dagli incubi: riscaldamento globale, digitalizzazione, migrazioni, la stessa triade populismo-nativismo-fondamentalismo, la guerra… Il rimedio che propone Mauro Barberis è il re-incanto del mondo: facciamocela piacere questa complessità, la varietà è il vero riscatto dal dolore che essa stessa produce.

Bibliografia di riferimento

Mauro Barberis, L’incanto del mondo. Un’introduzione al pluralismo, Meltemi, Sesto San Giovanni (Milano), 2024.


NOTE

1S. Hasanaj, Appunti sulla filosofia della storia del pluralismo culturale, in Dialoghi Mediterranei, n. 31, Istituto Euroarabo Mazara del Vallo,maggio 2018.

2G. Vico, Principi di scienza nuova (1725).

3D. Linker, The Reluctant Pluralism of J.G. Herder, in The Review of Politics, Cambridge University Press, 5 agosto 2009.

4I. Berlin, Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee, Adelphi, Milano, 1994.

5F. Rigotti, Pluralismo culturale, etnocentrismo e relativismo, in C. Galli (a cura di), Multiculturalismo, Ideologie e sfide, Il Mulino, Bologna, 2006.

6A. Verri, Isaiah Berlin e il pluralismo dei valori, in Pasquale Venditti (a cura di), Filosofia e storia: studi in onore di Pasquale Salvucci, Quattroventi, Urbino, 1996.

7N. Bobbio, Il liberalismo di Isaiah Berlin, su Rivista di storia italiana, n. 92, 1980.

8R. De Vita, Pluralismo ed Etica, Franco Angeli, Milano-Roma, 1996.

9M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1948.

10R. De Vita, op. cit.

11K. Popper, Miseria dello storicismo (1944-1945), Feltrinelli, Milano, 1975.

12G. Sartori, Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei. Saggio sulla società multietnica, Rizzoli, Milano, 2000.

13J. Rawls, Liberalismo politico (1993), Comunità, Milano, 1994.

14R. De Vita, op.cit.

15F. Crespi, Dove vanno le società complesse, in Micromega, n. 3, 1990.

16P.L. Berger, Una gloria remota, Il Mulino, Bologna, 1994.

17T. Luckmann, La religione invisibile, Il Mulino, Bologna, 1969.

18R. De Vita, op.cit.

19F. Barbano, Pluralismo. Un lessico per la democrazia, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

20R. Cammarata, Dal pluralismo politico allo Stato plurale (ovvero della democrazia al tempo dei populismi e degli etno-nazionalismi), in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 2 / 2019.

21M. Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano, 2008.

22I. Berlin, Sulla ricerca dell’ideale, Morcelliana, Brescia, 2007.

23R. Cammarata, La sfida del pluralismo al diritto, ai diritti e allo Stato. Teoria e casi di diritto plurale, Liberedizioni, Brescia, 2015.

24G. Giacomin, La crisi cronica della democrazia. La razionalità limitata come condizione pre-politica del disagio democratico, in Notizie di Politeia, 2018.

25F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), Utet, Segrate (Milano), 2023.

26Si vedano: L. Diamond, Facing-up to the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015; S. Levitsky, L. Way, The myth of the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015.

27L. Violante, La recessione democratica, in Rosa Elena Manzetti (a cura di),  Desideri decisi di democrazia in Europa, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018.

28L. Diamond, The Democratic Rollback. The Resurgene of the Predatory State, in Foreign Affairs, vol. 87, n. 2, marzo/aprile 2008.

29L. Diamond, Facing Up to the Democratic recession, op.cit.

30D. Palano, La “recessione democratica” e la crisi del liberalismo, in Governare la paura. Journal of interdisciplinary studies, Unibo – Università di Bologna, 2019.

31M. Cranston, Are there any Human Roghts?, in Daedalus, 132/1, 1983.

32P. Costa, I diritti di tutti e i diritti di alcuni. Ambivalenze del costituzionalismo, Mucchi, Modena, 2018.

33L’intraducibilità di cui si parla è, ovviamente, relativa: è sempre possibile tradurre un concetto in qualsiasi lingua, anche ricorrendo a perifrasi. 

34Si vedano: M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari, 1973; M.I. Finley, L’economia degli antichi e dei moderni (1981)”, Laterza, Roma-Bari, 1984.

35Si vedano: N. Bobbio, Pluralismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il Dizionario della Politica, Utet, Segrate (Milano), 2013; N. Matteucci, Pluralismo, in G. Bedeschi, M. Cappelletti, N. Matteucci, M. Salvadori, P. Sylos Labini, Enciclopedia delle scienze sociali, Ist. Della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991-1998.

36F.R. De Martino, L’attualità del principio pluralista come problema, in Rivista AIC – Associazione Italiana dei Costituzionalisti, 2/2019.

37. Fraenkel, Il pluralismo come elemento strutturale dello stato di diritto liberal-democratico, in V. Atripaldi (a cura di), Il pluralismo come innovazione. Società, Stato e Costituzione in Ernst Fraenkel, Giappichelli, Torino, 1996.

38A. Verza, La parabola del multiculturalismo, tra teoria, pratica, e criticità, in Democrazia e diritto, n. 3 2019.

39K. Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici. Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, Nessun Dogma, Roma, 2016.

40A. Verza, op.cit.

41S. Benhabib, The Claims of Culture: Equality and Diversity in the Global Era, Princeton University Press, Princeton, 2002.

42F. Requejo, I fronti deboli del pluralismo politico. Le minoranze nazionali e culturali in Europa, in Nazioni e Regioni. Studi e ricerche sulla comunità immaginata, 1/2013.

43F. Viola, Autorità ed eguaglianza nella democrazia deliberativa, in Roberto Luppi (a cura di), Autorità e democrazia. Educare al pluralismo nel XXI secolo, Armando Editore, Roma, 2022.


Articolo pubblicato sul numero 78 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


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La lingua italiana all’incontro con i discenti stranieri: la cultura dell’accoglienza attraverso il linguaggio

01 giovedì Gen 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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articolo, L2, linguaitaliana, studentistranieri

Il confronto con il diverso da sé, l’individuazione di affinità storicamente costituitesi a partire dall’analisi di sistemi culturali significativi – come sono quello linguistico e letterario in una data lingua – sono parte imprescindibile della formazione dell’identità del soggetto e rappresentano l’assunzione di un sapere critico che è modalità necessaria alla conoscenza del mondo contemporaneo. Educare al molteplice dovrebbe rappresentare obiettivo prioritario di ogni disciplina a ogni livello di formazione. Quando poi il campo d’applicazione dell’attività didattica prevede nel suo statuto – come nel caso dell’insegnamento di una lingua – il raffronto e l’accostamento di sistemi culturali, la scelta diventa vincolante e non più opzionale. L’insegnamento della lingua italiana agli stranieri dovrebbe rappresentare oggi, per le sue valenze sociali oltre che culturali, ambito privilegiato di applicazione di una progettazione didattica fondata sul confronto che deriva dalla conoscenza.

Lo scenario degli apprendenti stranieri interessati o coinvolti da interventi didattici finalizzati all’insegnamento della lingua italiana è profondamente mutato in questi anni, di conseguenza si è modificata la platea di quanti si trovano, in qualità di docenti, a rispondere alle nuove esigenze. Se fino a qualche anno fa i docenti interessati all’insegnamento della lingua italiana come lingua straniera o L2 erano operanti solo in contesti specifici quali gli Istituti Italiani di Cultura, i Consolati, i corsi Erasmus, le Università italiana ed europee, o le scuole private, di recente l’interesse ha riguardato e riguarda anche insegnanti che lavorano nei Centri territoriali permanenti, all’interno di organizzazioni di volontariato, oppure le carceri, dove la presenza di stranieri si sta facendo imponente. Negli stessi istituti della scuola pubblica aumenta l’interesse, conseguenza anche dell’istituzione di un’apposita classe di concorso – A23 – Italiano L2 –, verso una più approfondita conoscenza connessa alla necessità di far fronte alle difficoltà di alunni provenienti dai più svariati paesi europei ed extraeuropei, talvolta privi di una conoscenza anche minima dell’italiano1.

L’ambito formativo da sempre è caratterizzato da una serie d’interazioni tra persone e cose, e principalmente le relazioni che il docente instaura con i propri studenti, il rapporto tra compagni stessi e tra studente e materiale didattico. La relazione materiali-studenti può influenzare l’apprendimento di una lingua straniera sia in senso positivo che negativo. 

Tra le diverse tipologie di materiali utilizzabili nella classe di lingua, è utile soffermarsi sulla contrapposizione tra materiale didattico, materiale didattizzato e materiale autentico.

Il materiale didattico è quello creato ad hoc dall’autore per gli studenti e proposto nei manuali di lingua: dialoghi, testi e video “costruiti” a tavolino spesso appaiono come poco motivanti, discutibili perché poco autentici e in quanto tali rappresentano un falso pragmatico. 

Si considera materiale autentico, invece, quello creato per individui madrelingua e per una finalità diversa da quella didattica2. Tale materiale, di qualsiasi natura esso sia, viene comunemente apprezzato e gradito dagli studenti e generalmente la proposta dell’insegnante di analizzare un evento comunicativo ‘autentico’ viene accolta con entusiasmo. 

Maggiormente efficace e vantaggioso è l’utilizzo di materiale autentico didattizzato, reso didattico dal docente dopo attenta riflessione e preparazione, materiale che diventa in tal modo un’efficace mediazione per guidare gli studenti alla comprensione. Il materiale autentico didattizzato mette lo studente a contatto con gli aspetti che contraddistinguono la vera lingua straniera, vale a dire la velocità, l’intonazione, la pronuncia, i diversi registri e le varietà sociolinguistiche. Il materiale ideale, per ottenere una relazione positiva con lo studente, deve proporre metodologie diversificate e stimoli multisensoriali al fine di sviluppare intelligenze, stili cognitivi e di apprendimento diversi, stimolando l’acquisizione linguistica a livello conscio e inconscio. 

È molto utile didattizzare il materiale in forma di Unità Didattica articolata in cinque fasi: motivazione (gli studenti sono chiamati a fare ipotesi, interferenze, previsioni, solo dopo il docente presenterà il materiale offrendo così la possibilità agli studenti di collegare le nuove informazioni con il sapere enciclopedico delle proprie conoscenze), globalità (affrontare il testo e comprenderlo in modo globale attraverso attività tese a questo scopo, come la lettura veloce globale o skimming),analisi (si passa alla lettura analitica o scanning con riflessioni accurate di elementi morfosintattici o lessicali), sintesi(ovvero svolgimento degli esercizi di fissazione e ripetizione e produzioni scritte), verifica (utile per la valutazione dell’apprendimento effettivo da parte degli studenti e sulla necessità o meno di una rimodulazione del materiale o dell’introduzione di altri elementi utili al rinforzo o al recupero dell’apprendimento)3.

Il materiale autentico didattizzato è notevolmente ‘motivante’ per gli studenti di qualsiasi età, provenienza e livello linguistico perché legato strettamente alla vita reale e quindi motiva secondo il bisogno, il dovere e il piacere4.

Nel riflettere sull’insegnamento dell’italiano a stranieri bisogna considerare anche la variabile ambientale in cui si studia l’italiano poiché a ogni contesto di apprendimento corrispondono situazioni di contatto differenti, a seconda se si insegna italiano in Italia come L1, come lingua seconda (L2), all’estero come lingua straniera (LS), o come lingua etnica (LE). 

La peculiarità della L2 consiste nell’essere disponibile nel contesto in cui lo studente straniero studia la lingua. Questa immersione naturale dà la possibilità allo studente di studiare la lingua sia in aula sia fuori da essa, secondo una modalità eterogenea5 che aumenta di fatto il ritmo di acquisizione linguistica. Diversa la situazione allorquando l’italiano viene studiato come LS, come lingua non presente nel territorio dove gli studenti studiano. L’input linguistico non è disseminato nella vita quotidiana, non è usato nella comunicazione di ogni giorno e perciò non può essere appreso in maniera spontanea e naturale dallo studente. L’italiano come lingua etnica (LE) ha come destinatari i discendenti diretti o quasi di italiani, residenti fuori dai confini nazionali, che continuano a tenere rapporti con la comunità di origine italiana. Una caratteristica della LE è che tale lingua è orale ed è considerata una varietà non aggiornata poiché non ha seguito l’evoluzione dell’italiano di oggi. 

Accanto a fattori e variabili legati alla componente motivazionale e psicoattitudinale dell’apprendente, l’apprendimento dell’italiano è condizionato dal contesto di insegnamento e dalla complessità di nodi e di interazioni funzionali che distinguono ogni situazione d’insegnamento L2 o LS. 

La necessità di avviare una nuova ricerca sulla diffusione della lingua italiana all’estero e di definire i nuovi strumenti al suo servizio ha spinto in questi ultimi anni gli organi istituzionali competenti, nel caso specifico il MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – a intraprendere una serie di azioni volta a ricostruire e a misurare il quadro dell’insegnamento dell’italiano nel mondo. Nella prospettiva del MAECI la promozione della lingua dovrebbe essere un progetto che interessa in modo inequivocabile tutto il Sistema Paese6. Si è scelto di adottare una politica che ha voluto attribuire al binomio lingua e cultura italiana un peso specifico importante per rilanciare la propria influenza nel campo delle relazioni internazionali. La strategia che il Ministero ha inteso sostenere – a partire dal 2014 – mira a rafforzare la situazione della lingua italiana nel mondo, facendo leva sulle eccellenze del Made in Italy7. Gli enti istituzionali preposti a veicolare la cultura italiana hanno così raccolto la sfida lanciata dal MAECI proponendo un cronoprogramma di eventi in loco in cui la lingua italiana svolge un ruolo preponderante. Questo è il risultato di una strategia finalizzata a rendere la lingua una scelta educativa, in modo che il pubblico straniero abbia gli strumenti concettuali e culturali per comprendere e apprezzare il messaggio degli artisti italiani, ad attivare il confronto tra più livelli di osservazione per ricostruire l’oggetto di analisi, nonché rivestire la lingua di una connotazione politica ed economica. In questo caso, la lingua italiana vuole essere riconosciuta come uno strumento di dialogo utile per costruire nuove pratiche educative e di scambio8. Su questo versante, gli Istituti Italiani di Cultura (IIC) si servono delle competenze dei lettori di ruolo in servizio presso specifiche realtà universitarie all’estero, con compiti talvolta di supervisione dei corsi di Didattica dell’italiano erogati presso gli IIC e della gestione della biblioteca. Gli spazi formativi degli IIC includono anche i contributi significativi dei docenti che operano in loco con i quali però non è possibile stabilire un contratto a tempo indeterminato9.

L’articolo 126 del Trattato di Maastricht del 1991 ha rappresentato il primo passo che ufficializza l’ingresso del CLIL in ambito europeo. Successivamente il plurilinguismo, come obiettivo, verrà ripreso nel Livre blanc sur l’éducation et la formation approvato dall’Unione Europea nel 1995; un testo programmatico che suggerisce percorsi didattici in cui le lingue straniere diventano veicolo per insegnare altre discipline. 

Un ulteriore aiuto per lo sviluppo di scenari didattici dove è inserito il CLIL deriva dal Quadro comune europeo di riferimento che definisce dei descrittori linguistici dei vari livelli e degli obiettivi didattici comuni per tutti i docenti di lingua straniera in Europa. Ha contribuito anche il Progetto Lingue 2000, che si pone l’obiettivo di innovare i processi di insegnamento/apprendimento delle lingue straniere rafforzando determinate competenze comunicative negli allievi di ogni ordine e grado. 

Per quanto riguarda l’Italia, partito come modello di iniziativa dal basso con la legge sull’autonomia scolastica del 1999, il CLIL è diventato più strutturato con la Riforma Gelmini del 2010, soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado. L’obiettivo è stato inserire la scuola italiana in una dimensione europea10.

Il CLIL utilizza la lingua straniera come strumento matetico associato a concetti e idee di una disciplina che ha finalità non linguistiche11. Una linea di sviluppo curricolare e didattico CLIL stimola i processi educativi bilingue, allineandosi di fatto alle sfide socioculturali della scuola che vede nella crescita dello studente con altre persone e nello scambio di idee12i principi di fondo dell’integrazione e dell’educazione interculturale13.

Il CLIL, nell’insegnamento dell’italiano L2 in Italia, trova abbastanza spazio di diffusione perché grazie a esso il docente ha la possibilità di costruire un percorso di formazione e di apprendimento dello studente al termine del quale quest’ultimo potrà raggiungere delle competenze linguistiche e comunicative di ordine superiore, definite come la lingua per lo studio14.

Nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano LS/L2, come del resto di altre lingue straniere, è molto apprezzato anche l’uso di testi letterari. L’opera letteraria, in quanto testo dotato di una sua specificità stilistica, linguistica e comunicativa, è infatti da tempo considerata strumento particolarmente idoneo all’insegnamento della lingua e la sua adeguatezza è amplificata dalla connessione con un determinato contesto culturale, tale da renderla veicolo privilegiato per l’accesso ai fenomeni culturali e sociali di un dato paese. In questo contesto didattico, l’opera letteraria va considerata uno strumento, non un fine. Perderanno dunque di significato tentativi troppo articolati di contestualizzazione del testo, o ricostruzioni di scenari complessi: questo perché, pur permanendo la necessità di fornire informazioni di base su autori e ambienti, il testo letterario diviene in questa accezione prioritariamente “caso” linguistico, esempio di un particolare utilizzo del sistema lingua in un dato momento storico, oppure repertorio di temi, di cui si deve però rinunciare a indagare nel dettaglio le molteplici connessioni con i codici letterari e con la tradizione15.

La consapevolezza della centralità del testo nei processi di apprendimento non può che basarsi sulla centralità nei percorsi di formazione dei docenti di un bagaglio di conoscenze e di competenze tutte volte a raggiungere e a far scoprire il cuoredella lingua16.

Eppure l’opera letteraria è una promessa di piacere e conoscenza, nonché il tipo di relazione (la tensione a un destinatario) su cui si basa ogni letteratura. Non si tratta solo di comunicare, ma di condividere modi soggettivi di invenzione del mondo. Le potenzialità della letteratura nei corsi di lingua, allora, non si esauriscono nella funzione, pur decisiva, di startper la motivazione allo studio della lingua. Il testo letterario può funzionare come esperienza formativa molto più complessa, sia a livello linguistico sia a livello culturale (livelli tra l’altro strettamente interconnessi): può valorizzare il senso della lingua, della sua didattica come del suo apprendimento, in quanto cultura, dispositivo di identità e di significazione, secondo modalità e gradualità diverse in base al contesto didattico e alle caratteristiche degli studenti. Per cui si può parlare di una vera e propria “educazione letteraria” come momento importante di interfaccia con l’insegnamento dell’italiano L2. Diversamente da altre forme, come la pittura, la lingua è il nostro mezzo di comunicazione quotidiana. La letteratura, usando proprio questo medium, lavora con la quotidianità. La letteratura tiene in esercizio la lingua esplorandone incessantemente le possibilità semantiche; così facendo mostra che cosa, con la lingua, si può fare, in termini inventivi ed espressivi17. Attraverso lo scarto dalla norma stimola insieme la riflessione metalinguistica e la creatività; e con la creatività la ricerca di una propria “voce” nella L2, di una propria identità rimodulata in un’altra cultura. Perché la lingua è sempre espressione di una cultura, di un modo di essere e di pensare, ed è tale nella morfosintassi, nel lessico, nella dimensione socio-pragmatica e nella strutturazione del pensiero18.

Portata in una classe di lingua, la letteratura offre punti di vista inconsueti sul mondo e su di noi, rovescia le prospettive e potenzia nell’apprendente la capacità di pensare altre culture mettendosi in relazione con il mondo globale, perché coinvolge tutte le facoltà della persona (pensiero, fantasia, sentimenti, memoria)19.

Nel 2018, con il Companion Volume with New Descriptors, che integra e aggiorna il Common European Framework of Reference, la letteratura entra ufficialmente nel principale documento di politica linguistica europea. Creando microcosmi con le parole, la letteratura offre al lettore l’occasione di inserirsi in una rete complessa di mondi emotivi e di punti di vista sul mondo, che provocano varie forme di reazione, in un continuum che va dall’identificazione al rifiuto. Sostenere, con strumenti di flessibile precisione, l’atto di dare senso a queste reazioni è il compito dell’educazione letteraria20.

Nella didattizzazione di un testo letterario è importante che le attività di esercitazione linguistico-comunicativa siano agganciate all’analisi e all’interpretazione del testo in quanto testo letterario, con le sue specificità. In un testo letterario, infatti, ciò che è decisivo è come si parla di un certo tema, da quale postazione discorsiva, come vengono declinate e reinventate le situazioni comunicative della vita quotidiana in relazione ai personaggi e ai punti di vista messi in azione21.

Non va quindi mai trascurato il grande potenziale umanistico e interculturale del testo letterario nell’insegnamento della lingua seconda o straniera. Nella società contemporanea le categorie dell’altro e del marginale sono divenute parte integrante delle nostre esperienze quotidiane. L’educazione alle differenze e alla molteplicità è una responsabilità di tutti gli educatori, in particolare quelli di lingua, disciplina che per sua stessa natura si basa sul raffronto e l’accostamento di sistemi culturali22. Dal punto di vista degli apprendenti di italiano L2/LS, ma soprattutto degli apprendenti di italiano lingua seconda, che in Italia vivono per brevi o lunghi periodi, il confronto con un testo appartenente alla cosiddetta letteratura migrante può offrire degli spunti interessanti su cui riflettere, partendo dalla propria comune esperienza di outsiders. La “letteratura migrante” o “letteratura della migrazione” è un fenomeno letterario che comincia a essere studiato in Italia a partire dagli anni Novanta del Novecento. Oggi siamo nella terza fase della letteratura migrante, definita “letteratura di seconda generazione”, ovvero la letteratura dei figli degli immigrati giunti in Italia durante gli anni Settanta e Ottanta. Questi scrittori sono nati in Italia, e in questo paese hanno frequentato la scuola e ne hanno assimilato la cultura. Per essi, la lingua italiana è una lingua materna, con la quale sperimentano anche dal punto di vista formale23. Essi stessi lavorano per cancellare lo “stigma della clandestinità”24, allo scopo di non essere più considerati esclusivamente come esempi di alterità culturale e geografica. 

Durante la prima edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, tenutasi a Firenze il 21 e il 22 ottobre 2014, l’allora ministra Stefania Giannini annunciò la volontà di creare una nuova classe di concorso specifica per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. La classe di concorso di Lingua italiana per discenti di lingua straniera(A23) è stata istituzionalizzata il 22 febbraio 2016 con il D.P.R. 19/2016. L’anno scolastico 2017/2018 per la prima volta ha visto l’inserimento delle e degli insegnanti della classe A23 all’interno dell’organico docenti. I vincitori del concorso a cattedre del 2016, i docenti abilitati non di ruolo e i non abilitati chiamati dalle graduatorie di terza fascia sono stati tutti destinati, in contingenti di massimo due unità, esclusivamente ai Centri provinciali di Istruzione per Adulti (CPIA) su posti di potenziamento. Di fatto, pur essendo l’unica classe di concorso che, sulla base di requisiti e titoli può dirsi competente in temi riguardanti la didattica dell’italiano come lingua seconda, la A23 è stata esclusa dalle scuole secondarie di primo e secondo grado25. Con un comunicato stampa pubblicato sul sito ministeriale il 12 novembre 2024, Giuseppe Valditara ha dichiarato di aver firmato il decreto che stanzia 12.8 milioni di euro a favore delle scuole con classi in cui la presenza di studenti stranieri che entrano per la prima volta nel sistema scolastico italiano supera il 20%. Un passo volto a includere realmente i ragazzi stranieri nel sistema educativo italiano26.

Le principali difficoltà con le quali devono scontrarsi i minori che arrivano in Italia da paesi stranieri sono la conoscenza e la comprensione della lingua italiana. La complessità legata all’apprendimento di una lingua nuova, diversa da quella materna, è stata mostrata dagli studi di linguistica acquisizionale e la nozione di interlingua27 nasce proprio in rapporto agli sforzi di comunicazione verbale compiuti da colui che apprende una seconda lingua28.

Indubbio che le classi forate da alunni con livelli di scolarizzazione fortemente disomogenei – siano essi italiani o stranieri – possono tradursi in un oggettivo fattore di rischio di parziale o totale insuccesso formativo per tutti gli alunni coinvolti in tali situazioni, finendo per riverberarsi sul complesso processo di apprendimento della intera classe. Paradossalmente però gli alunni stranieri potrebbero essere avvantaggiati da fattori quali la stimolazione del bilinguismo precoce, un minore condizionamento dell’elaborazione semantica oppure da determinati valori presenti in differenti culture, eppure questi elementi di vantaggio non riescono generalmente a compensare gli elementi di svantaggio29. Le difficoltà maggiori si riscontrano proprio nell’apprendimento della lingua italiana, non vi sono differenze tra i due gruppi nelle prove matematiche e visuospaziali30.

Nel novembre 2020, la Commissione Europea ha adottato il Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-202731,che pone l’accento sulla necessità di fornire un sostegno mirato in tutte le fasi del processo di integrazione. Una delle azioni principali è fornire un’istruzione e una formazione inclusive, attraverso il rapido riconoscimento delle qualifiche e favorendo un più veloce apprendimento delle lingue. 

In passato, il materiale didattico era un elemento centrale e la figura dell’insegnante dominava il processo di apprendimento attraverso la trasmissione di conoscenze nozionistiche e un rapporto unidirezionale con gli apprendenti. Secondo un atteggiamento meno tradizionale, invece, è necessario che l’insegnamento tenga conto degli allievi con le loro caratteristiche psicologiche e sociologiche, nonché con i loro bisogni comunicativi, le influenze socioculturali, il loro bagaglio di esperienze e conoscenze. Di conseguenza, l’istruzione secondo questo approccio centrato sul discente, dovrà essere articolata in modo da adattarsi il più possibile alle sue peculiarità psicologiche e socioculturali. Da qui l’importanza dei bisogni linguistici, la cui prerogativa è più volte sottolineata nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (QCER). Secondo questa prospettiva, l’analisi dei bisogni si rivela uno strumento privilegiato per tutte le parti coinvolte: da un lato si rivela estremamente utile per il docente, in tutte le fasi del percorso formativo, dall’altro diventa fondamentale per lo studente, che può riflettere in modo più critico sulle difficoltà e sui progressi personali32.


Irma Galgano, laureata in Lettere, indirizzo geografico-antropologico, è docente per le classi di concorso A012, A018, A019, A021, A022, A054. Formatore e Supervisore EIPASS, docente esperto nei percorsi di orientamento e formazione per il potenziamento delle competenze STEM, digitali e innovazione, docente L2 – Insegnante di italiano per stranieri, collabora con varie riviste.


NOTE

1L. Spera, Educare al molteplice: la letteratura per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, in Versants, Universitàt Bern, vol.2, num. 67, 2020.

2D.A. Wilkins, A communicative Approach to Syllabus Construction in Adult Language Learning, in J.P. Menting (a cura di), The context of Foreign Language Learning, van Essen and Company, Assen, 1975.

3P. Begotti, Insegnare italiano a stranieri: dalla didattizzazione di materiale autentico all’analisi dei manuali in commercio, Università Ca’ Foscari di Venezia, Venezia, 2008.

4P.E. Balboni, Le sfide di Babele, Utet Università, Torino, 2019.

5F. Caon, Un approccio umanistico affettivo all’insegnamento dell’italiano ai non nativi, Cafoscarina, Venezia, 2005.

6G. Maugeri, L’insegnamento dell’italiano a stranieri. Alcune coordinate di riferimento per gli anni Venti, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, Venezia, 2021.

7C. Bagnoli, M. Vedovato, Il legame tra strategie competitive, strategie di gestione della conoscenza e cultura imprenditoriale nelle piccole imprese del nord-est Italia, in L. Marchi, S. Marasca (a cura di), Le Risorse Immateriali nell’Economia delle Aziende, Il Mulino, Bologna, 2010.

8G. Maugeri, G. Serragiotto, Indagine sull’insegnamento della lingua e della cultura italiane in Libano, ItalianoLinguaDue, 2019. 

9G. Maugeri, 2021, op.cit.

10G. Serragiotto, La metodologia CLIL e l’italiano a stranieri, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2023.

11C.M. Coonan, Progettare per CLIL: una cornice di riferimento, in G. Serragiotto (a cura di), Le lingue straniere nella scuola, UTET Università, Torino, 2004.

12H. Simon, D. Zatta, Strategia e cultura d’impresa, Il Sole 24 ore, Milano, 2008.

13R. Dolci, B. Spinelli, Percorsi di sviluppo di un’identità interculturale in ambienti integrati di apprendimento sulla scia dei referenziali per le lingue, in G. Serragiotto (a cura di), Il piacere di imparare, il piacere di insegnare, La Serenissima, Vicenza, 2006.

14G. Serragiotto, Il CLIL nell’italiano L2: la comprensibilità dei testi, in M. Santipolo (a cura di), Italiano L2: dal curricolo alla classe, Guerra, Perugia, 2009.

15L. Spera, op.cit.

16V. Pinello, Il testo letterario nella didattica dell’italiano L2/LS. Tra agonia, morte e qualche ipotesi di resurrezione, in A. Arcuri, E. Mocciaro (a cura di), Verso una didattica linguistica riflessiva. Percorsi di formazione iniziale per insegnanti di italiano come lingua non materna, Università degli Studi di Palermo, Palermo, 2014.

17D. Brogi, M. Marrucci, Che cos’è l’educazione letteraria e come può interagire con l’insegnamento dell’italiano L2, Unistrasi – Università per Stranieri di Siena, Siena, 2019. 

18P. Diadori, Tradurre: un’esperienza interculturale, Carocci, Roma, 2018.

19E. Ardissino, S. Stroppa, La letteratura nei corsi di lingua. Dalla lettura alla creatività, Guerra, Perugia, 2019.

20D. Brogi, M. Marrucci, op.cit.

21D. Brogi, M. Marrucci, op.cit.

22L. Spera, Educare al molteplice: la letteratura per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, in L’arte di insegnare la lingua con la letteratura, Versantes, fascicolo italiano, 2, 67, 2020.

23V. Pinoia, Insegnare italiano come lingua seconda o straniera attraverso i testi della letteratura della migrazione: una proposta didattica, in Italiano LinguaDue, Università degli Studi di Milano, Milano, n. 1, 2021.

24U. Fracassa, Patria e lettere. Per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia, Giulio Perrone Editore, Roma, 2012.

25I. Deiana, A23: facciamo il punto!, in Lingue e Linguaggi, Università del Salento, Lecce, n. 41, 2021.

26Link al comunicato stampa: https://www.mim.gov.it/-/scuola-ministro-valditara-firma-decreto-da-12-8-milioni-per-l-integrazione-degli-studenti-stranieri-un-passo-concreto-per-l-uguaglianza-delle-opportun

27Selinker nel 1972 ha dato vita alla “teoria dell’interlingua”, definendola come un sistema il cui obiettivo è rispettare delle regole, risultato di una grammatica mentale, cioè di un insieme di regole che possono essere ricondotte alla lingua materna (L1), alla lingua da apprendere (L2) e ai meccanismi mentali.

28F. Spadaro, Integrazione e inclusione dei bambini stranieri nelle scuole italiane, in State of mind di inTHERAPY, 5 settembre 2022.

29F. Coin, Alunni stranieri: il futuro nella didattica enattiva, in Formazione & Insegnamento, XI – £ – 2013.

30M. Murineddu, V. Duca, C. Cornoldi, Didattica di apprendimento scolastico degli studenti stranieri. Difficoltà di apprendimento, Vol. 12, n. 1, ottobre 2006.

31Link al Piano: https://www.integrazionemigranti.gov.it/AnteprimaPDF.aspx?id=858

32Linee guida sulle metodologie e gli approcci innovativi nell’insegnamento di una seconda lingua (L2) alle persone adulte con background migratorio: https://www.unistrasi.it/public/articoli/7307/LineeGuidaL2_ALLIN_ITA_FINAL.pdf


Articolo pubblicato sul numero 77 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-lingua-italiana-e-gli-studenti-stranieri-la-cultura-dellaccoglienza-attraverso-il-linguaggio



Disclosure: Per le immagini, credits www.pixabay.com


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Lettura e lettori: filosofia e critica dell’arte della letteratura

01 sabato Nov 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Filosofiadellaletteratura, Mimesis, PeterLamarque, recensione, saggio

Che cosa vuol dire vedere la letteratura come un’arte? Perché solo alcuni romanzi, poesie e drammi possono essere considerati opere d’arte? Che valore viene attribuito a un testo quando diviene letteratura?

Sono tali interrogativi a dare l’avvio all’analisi condotta da Peter Lamarque in Filosofia della letteratura (Mimesis, 2024), in cui particolare attenzione viene data alla natura e all’ontologia delle opere letterarie, alle modalità d’interpretazione, al ruolo della cognizione nella fruizione dei testi e alle basi per la loro valutazionei.

L’interrogativo principale riguarda l’effettiva possibilità di studiare la letteratura da un punto di vista estetico: si può ancora parlare di esperienza estetica e di piacere estetico quando si legge un’opera letteraria? La risposta di Lamarque è sì: l’opera letteraria, in quanto frutto di una personalità artistica, possiede un repertorio di qualità estetiche ed espressive che in nessun caso si possono riscontrare nell’oggetto materiale. Ogni opera letteraria è un oggetto storico e culturale, non sempre la storia e la cultura sono in grado di stabilirne il valore. Le opere letterarie possiedono qualità estetiche ed espressive mai completamente disgiunte dalle pratiche culturali di coloro che le producono come di coloro che le interpretanoii.

La lettura non è una prestazione sottoposta a un protocollo di operazioni prestabilite, ma richiede un atteggiamento complessivo e comporta un’esperienza. Sono i gusti e le preferenze del lettore a orientarne l’esplorazione del testo. Prima ancora che come interpretandum o come test di verifica di abilità cognitive, il testo letterario si presenta come una “struttura di appello” che il lettore deve far emergere affrontando i “luoghi di indeterminazione” (Unbestimmheltsstellen) presenti nel testoiii.

In un’epoca di neuromania si ricerca di tutto l’origine in meccanismi della mente o del cervello. La lettura, in particolare di testi narrativi, non fa eccezioneiv. Essa merita però un’attenzione particolare, sotto il profilo non tanto dell’interpretazione quanto dell’esperienza estetica a essa connessa. La lettura stimola la sensibilità, non limitandosi ad attrarre il lettore e mirando bensì a orientarne i criteri di giudizio. Essa sensibilizza all’apertura al mondo e, cosa ancor più stupefacente, lo fa in assenza di una percezione diretta di eventi e personaggi: è un esercizio esemplare di immaginazione. È il lettore, molto più che l’autore, a fare esercizio di immaginazione, chiamata a ridefinire i tracciati e i contorni dell’esperienza. L’autore si concentra sul momento dell’invenzione, mentre il lettore è chiamato a muoversi dentro e fuori dal testo, a progettare un modello di interazione e a prendere la misura dei rapporti tra la realtà e la finzionev.

L’approccio alla lettura delle opere della letteratura dovrebbe essere centrato sull’attivazione e sull’esercizio dell’immaginazione narrativa, ovvero sulla capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desiderivi. La lettura dovrebbe essere praticata facendo procedere di pari passo una lettura simpatetica con una lettura invece critica, in modo da poter valutare perché certi personaggi attirano e monopolizzano i nostri sentimentivii.

Ciò che, per Lamarque, differenzia un’opera letteraria da altri tipi di opere è il “fattore istituzionale”, ovvero il fatto che ogni opera letteraria è il prodotto di un patto tra l’autore e i lettori, un patto non scritto e neppure totalmente consapevole, determinato dal momento storico, dalle convenzioni artistiche, dall’orizzonte culturale. 

La lettura è un’attività fondata sull’utilizzo di alcuni “artefatti” (per esempio i libri) che a loro volta si basano su un “meta-artefatto”, uno strumento che sostiene tutti gli altri strumenti che usiamo: il linguaggio. Il libro è un artefatto perché è uno strumento creato all’interno della comunità umana per permettere lo svolgimento di una determinata attività (nel caso specifico, la lettura). Si distingue dagli altri artefatti per il suo carattere linguistico. Esso è un artefatto che supporta un meta-artefatto, il linguaggio appunto, lo strumento fondamentale – fisico e ideale allo stesso tempo – col quale l’essere umano dà senso alla propria esperienzaviii.

Ben prima che una persona cominci a leggere e scrivere, è certo che essa abbia una certa dimestichezza con la narrazione, una delle forme di discorso più diffuse e più potenti nella comunicazione umana, su cui si fonda l’acquisizione del linguaggio, a partire dall’assimilazione delle forme grammaticali. I racconti sono “la moneta corrente della cultura”, lo strumento attraverso il quale una comunità umana costruisce continuamente il fondale contro cui si stagliano e acquisiscono un senso le esperienze individuali. La stessa comprensione della realtà è mediata dalle narrazioni di cui le persone sono partecipi, come narratori e come destinatariix.

Secondo le scienze umane, la spinta che muove verso la narrazione, e anche, quindi, verso la lettura di testi narrativi, è il bisogno di dare un senso alle azioni e alle intenzioni degli esseri umani. Sia che si legga una lettera di cui siamo destinatari, sia che si legga un romanzo, il motore dell’azione è l’interesse a comprendere l’altro e sé stessi, e, in generale, il desiderio di perfezionare la capacità di attribuire un significato all’esperienzax. I testi narrativi poi si distinguono dai testi non narrativi per la possibilità che danno al lettore di provare emozioni. 

Usando come criterio fondamentale della letterarietà la narratività di un testo, è possibile recuperare il valore conoscitivo della letteratura, che sembra ormai essere riconosciuto solo dai comuni lettori e dagli scienziati, e non più dagli specialisti della materia. Il lettore non specialista, oggi come un tempo, non legge le opere letterarie per padroneggiare meglio un metodo di lettura, né per ricavarne informazioni sulla società in cui hanno visto la luce, ma per trovare in esse un significato che gli consenta di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza; così facendo, riesce a capire meglio se stessoxi.

Da tempo gli studiosi di letteratura hanno cominciato a riflettere sul ruolo del lettore e della lettura nel determinare la letterarietà di un testo, segnando il passaggio da una concezione ontologica della produzione letteraria a una concezione funzionalista e relazionalexii, che pone al centro dell’attenzione il lettore come “coprotagonista”, “collaboratore” o “cooperatore” dell’autore e dell’opera. Alle opere che nascono col fine esplicito di far compiere al lettore un’esperienza di tipo estetico, secondo una concezione dell’arte in auge fin dall’antichità, si aggiungono le opere che, indipendentemente dall’intenzione dell’autore, raggiungono fini estetici, cioè garantiscono al lettore una qualche forma di piacere. La letterarietà, dunque, cioè l’appartenenza o meno alla categoria della letteratura, non dipenderebbe da qualche caratteristica immanente al testo scritto, al suo meccanismo, alla sua forma specifica, bensì dalla sensibilità e dal giudizio del lettorexiii.

L’opera d’arte è tale solo se possiede una aboutness, un essere a proposito di qualcosa, e se il suo significato si presenta in forma materialmente incarnata. Inoltre deve presentare il significato che essa esprime in forma incorporata poiché un oggetto artistico è tale solo se è legato a un supporto materiale, a un medium fisico. La struttura ontologica dell’essere umano è simile a quella che caratterizza l’opera d’arte: entrambe sono entità incarnate in qualcosa di fisico, ma aventi una natura culturale, intenzionale e sociale, non riducibile alla controparte fisico-biologica che dà loro struttura. L’arte possiede l’energia propulsiva di trasformazione che consente al soggetto di umanizzarsi, imparando a conoscere se stesso e il proprio posto nel mondoxiv. Così come l’uomo non può essere considerato in modo vago un animale razionale, egualmente la sua opera dev’essere compresa entro uno spettro più ampio che diventa luogo di rigenerazione dell’esperienza in genere e rivela l’esperienza estetica come momento di riflessione sulle condizioni della conoscenzaxv.

Lamarque ribadisce che ci sono alcuni valori prettamente letterari che non possono essere confusi con altri, come il potere di suscitare emozioni, di esprimere verità politiche o morali. Ci sono cose che solo un romanzo può dire. Includendo anche poesia, teatro, cinema. Le opere non devono essere vere, non devono per forza possedere una morale, non hanno il compito di portare in seno una tesi politica e anche quando contenessero tutto ciò, il giudizio di valore, in quanto giudizio estetico, non dovrebbe esserne intaccato. Inoltre egli afferma che un grande romanzo viene letto come deve essere letto, cioè in piena libertà e mostrando tutto il suo splendore, solo una volta che si è allontanato dalle sue origini, dal suo contesto storico e politico. Allontanamento che può essere temporale o geografico. 

L’io dello scrittore si esprime solo in un rapporto con un Altro, con qualcosa che è radicalmente diverso e lontanoxvi.

L’allontanamento temporale o geografico rende anche meno pregnante il giudizio morale su un’opera letteraria. E allora ci si chiede se e quanto la valutazione morale di un’opera d’arte influisce o dovrebbe influire sulla valutazione artistica dell’opera. 

È forse possibile interpretare, comprendere e apprezzare un’opera d’arte a prescindere dalla mediazione della cultura e delle pratiche da cui l’opera trae origine, identità e significato? La risposta di Lamarque è risolutamente negativa. Le opere d’arte possiedono essenzialmente proprietà di natura relazionale poiché dipendono dal modo in cui vengono concepite dagli artisti e interpretate dai fruitori. Sono oggetti culturali che vanno considerati come entità reali, pubbliche e percepibili che risiedono nei rispettivi supporti materiali, dai quali sono però numericamente distinte. È allora unicamente grazie al loro radicamento storico e culturale che le opere d’arte possono essere distinte dai meri oggetti che le incarnano. 

Il dualismo di Lamarque nell’ambito dell’ontologia dell’arte ha molteplici conseguenze sull’esperienza estetica. Innanzitutto, se è vero che le opere sono degli oggetti culturali distinti dai loro supporti, nell’atto di apprezzarle e valutarle entrano in gioco anche processi cognitivi – e quindi non solo e semplicemente percettivi. Gli oggetti artistici non sono oggetti naturali, bensì istituzionali, e pertanto si avrebbe torto a considerare i fattori storici, contestuali e culturali come irrilevanti per la corretta fruizione. E se la risposta alle opere d’arte è mediata dalla nostra cultura, la capacità di apprezzarla non è una dote naturale, bensì un’abilità che va sviluppata attraverso l’educazione: per valutare un’opera d’arte è necessaria una certa competenza, accompagnata da determinate credenze e aspettativexvii.

Parafrasando Wolheim (1968) – il quale concepisce l’arte come una forma di vita – diventa necessario spostare lo sguardo dalle diversità potenziali nel testo a quelle che interagiscono entro le diverse culture. Queste fervono in civiltà che non sono blocchi identitari omogenei, così come non lo è il tessuto, pertanto il conflitto che provoca la diffèrance deve essere assunto entro una prospettiva dinamica, che non indugi dinanzi l’inattuabilità di una nuova composizione, ma che lavori all’incontro tra universi distanti ed eterogenei, riconoscendo nelle differenze reciproche possibilità creative in grado di generare dissonanze fecondexviii.

Le facoltà intellettuali non agiscono esclusivamente in un secondo momento, sul materiale greggio fornito dai sensi, ma sono attive fin da subito poiché la percezione è completamente permeata dal pensieroxix. Lamarque può essere considerato un pieno sostenitore dell’empirismo estetico, ossia della tesi secondo cui il valore estetico di un’opera d’arte è essenzialmente legato al modo in cui l’opera viene esperita. 

Se il valore di un’opera letteraria si fonda su quelle che sono le specifiche prassi di apprezzamento della letteratura, si dovrà distinguere tra valori intrinseci – ossia propri della fruizione delle opere letterarie in quanto tali – e strumentali. Tra questi ultimi figurano – a parere di Lamarque – il potere di suscitare emozioni e di essere veicolo di verità morali e politiche.

Si tratta di valori che non di rado vengono oggi chiamati in causa per giustificare il nostro interesse nei confronti della letteratura. Una visione che non convince Lamarque, orientato invece verso una visione umanistica della letteratura e del valore letterario: alle opere non viene richiesto di essere vere, moralmente giuste o di supportare visioni politiche progressiste, bensì di essere interessanti – in quanto sviluppano temi di universale interesse umano – e scritte bene – ovvero costruite in modo tale che gli artifici formali (stile, modalità d’intreccio, disposizione dei versi e tutte le altre strategie di organizzazione del materiale) siano adeguati al contenuto (l’interesse umano che viene portato allo scoperto) o, per dirla breve, che vi sia consonanza tra mezzi e finixx.

A differenza del mondo reale, i mondi di invenzione, che formano il contenuto delle opere letterarie, sono costruiti dal modo in cui ci vengono dati attraverso il materiale linguistico e, pertanto, la loro identità – e quella degli elementi che li compongono (personaggi, oggetti, eventi) – dipende in maniera essenziale da come vengono presentati. L’opacità è una risorsa che arricchisce di sfumature l’esperienza di lettura quando l’attenzione è rivolta verso le sfumature testuali, le valutazioni implicite, l’affidabilità del narratore, la risonanza simbolica, lo humor, l’ironia, il tono, le allusioni o i significati del testoxxi. In sintesi, dunque, l’opacità è una proprietà che caratterizza i testi letterari quando ne fruiamo in maniera appropriata, ossia in quanto letteratura. 

«Sono poche le persone che richiedono ai libri quello che possono dare. Più comunemente ci ritroviamo davanti ai libri con le idee incerte e confuse, chiedendo alla narrativa di essere vera, alla poesia di essere falsa, alla biografia di essere lusinghiera, alla storia di rafforzare i nostri pregiudizi. Se, quando leggiamo, potessimo mettere da parte tutti questi preconcetti, sarebbe già un buon inizio»xxii.

Ma come possiamo avvicinarci alle opere che abbiamo letto prestando attenzione a quello che queste ci possono offrire? Forse, semplicemente, tentando un approccio che tenga conto anche dello stile, delle proprietà estetiche, della struttura, in breve che si soffermi su ciò che le rende opere specifiche dotate di un certo interessexxiii.

Se si fosse ancora in dubbio sul fatto che il valore di un’opera d’arte – letteraria o di altro genere – non risiede nel suo contenuto edificante o nella sua capacità di veicolare empaticamente pressanti messaggi volti a orientare la condotta pratica delle persone, Lamarque suggerisce – sulla scorta di Hume – di ricorrere alla cosiddetta prova del tempo. 

Non si tratta solamente di constatare il fatto che opere molto apprezzate al momento della loro pubblicazione sono poi state dimenticate, bensì notare come le vere opere d’arte acquistino il loro status di capolavori immortali proprio quando i motivi ideologici e politici che le hanno ispirate risultano meno impellenti. 

La concezione del tempo costituisce uno dei modelli portanti di ogni cultura e civiltà. Intorno a essa gravitano rituali, visioni metafisiche, organizzazione sociale, espressioni dell’immaginario e, in sintesi, i significati stessi dell’esistere. I rivolgimenti scientifici della modernità cancellano definitivamente le narrazioni mitiche connesse alle concezioni tradizionali del tempo, e inseriscono questo nell’ottica di formule e calcoli matematici che perseguono dati obiettivi, svincolati da esigenze umane di ordine emozionale ed esistenziale. In contrapposizione al postulato di un tempo assoluto avanzato dalla fisica newtoniana, Einstein introduce nella scienza della modernità un tempo relativo che sconvolgerà le visioni stesse dello spazio. Il tempo subisce un rallentamento in proporzione all’incremento del moto. Il tempo degli eventi del cosmo non ha un valore assoluto e universale. Le stesse sequenze (linearità) di passato-presente-futuro, considerate irreversibili nelle nostre esperienze quotidiane, non reggono più. Il tempo nella versione tradizionale della scienza è spazializzato, cioè formato da punti distinti e coesistenti indipendentemente l’uno dall’altro, ma per il filosofo francese Henri Bergson non esistono eventi temporali separati e distinti nell’esperienza concreta della nostra esistenza. La scienza segue un modello meccanicistico del tempo che cristallizza gli attimi del presente e ne fornisce una conoscenza esclusivamente pragmatica che non corrisponde alla temporalità del vissuto, al fluire incessante della coscienza. Il tempo coscienziale, discontinuo e sconnesso, o riordinato dagli interventi memoriali, può essere colto dalla letteratura e dalle arti in genere e non dalla scienza, poiché legato alla complessità e all’instabilità stessa dell’esperienza umanaxxiv. L’esistenza, intesa come progetto di possibilità, è radicata nel tempo. Esistere nel tempo significa che siamo ciò che non siamo, nella misura in cui non siamo più il nostro passato e non siamo ancora il nostro futuro. Il tempo determina la nostra coscienza del nullaxxv. La percezione di un tempo non assoluto, relativo, ambiguo e incerto, sottratto nel suo fluire dalla fiducia in un télos, ha conseguenze irreversibili sulle costruzioni identitarie, sulla concezione stessa del soggettoxxvi. In Pirandello, ad esempio, il tempo distrugge le maschere e scopre le immagini fittizie del sé. Se si esamina un romanzo come Uno, nessuno e centomila il tempo è alla base dell’estraniamento dell’io da se stesso: «la realtà d’oggi è destinata a scoprirsi illusione di domani»xxvii.

Nella concezione che Sartre ha dello scrittore e, in generale, dell’uomo, questo risulta l’essere che non può vedere o vivere una situazione senza cambiarla perché il suo sguardo cambia l’oggetto in se stesso. Lo scrittore, nello specifico, ha scelto di svelare il mondo agli altri uomini, perché questi assumano di fronte agli oggetti messi a nudo tutta la loro responsabilità. La funzione dello scrittore è di far sì che nessuno possa ignorare il mondo. Egli voleva che ogni suo libro contenesse una rivelazione sugli aspetti del mondo e della vita. Una rivelazione così potente da scuotere e sconvolgere il lettorexxviii.

La letteratura osservata attraverso l’occhio degli scrittori assume significati e funzioni specifici. Rispetto alla prospettiva dei teorici e dei critici, il punto di vista degli scrittori sulla letteratura è un punto di vista, per così dire, interno. Si tratta, cioè, di uno sguardo in cui la riflessione sulla parola altrui diventa riflessione sulla propria arte verbale, in cui la letteratura viene esaminata non solo in termini descrittivi, ma anche in quanto generatrice di modelli. Cosicché l’atto critico che riflette sulla tradizione letteraria risulta, il più delle volte, indistinguibile dall’atto creativo che di quella tradizione si appropriaxxix.

Le concezioni della letteratura istituzionali e contestualiste rivelano connessioni con gli autori piuttosto complesse. Per il contestualista l’opera letteraria è essenzialmente incorporata nel contesto storico della sua creazione: senza il contesto l’opera non sarebbe l’opera che è. Alcune versioni forti del contestualismo legano l’essenza di un’opera al suo autore: autore diverso, opera diversa. Un altro dibattito di primo piano che interessa gli autori nella filosofia della letteratura riguarda il significato e la misura in cui un autore sia la fonte del significato. Ovvero il grado di autorità da lui posseduto sulle interpretazioni valide della propria opera. Un autore è in qualche maniera un creativo, un progettista, la fonte di qualcosa di valore. È ragionevole pensare che tra autore e opera esista anche una relazione “interna”, concettuale persino, nel senso che chiunque scriva un’opera letteraria (un’opera riconosciuta come tale) diventa di conseguenza un autore, e che un’opera letteraria non potrebbe essere “letteraria” senza essere “d’autore”. 

Ma quanto sono davvero creativi gli autori? Si domanda Lamarque, il quale ritiene che, in realtà, essi non creano nulla. Non creano (nella maggior parte dei casi) il linguaggio che usano; i significati che esprimono devono già essere, in un certo senso, contenuti nel linguaggio stesso. Non creano nemmeno l’istituzione di cui seguono le convenzioni, né le circostanze storiche e la tradizione letteraria nelle quali lavorano. Un poeta che scrive il sonetto non ha creato la forma del sonetto. 

Per cogliere ciò che accade in una poesia, inoltre, i fatti riguardanti l’autore possono arrivare ad apparire meno importanti dei fatti relativi alla tradizione, alla cultura e al contesto storico nel quale l’autore scrive. Tale è il percorso che conduce alla “spersonalizzazione” della poesia, fino alla “morte dell’autore”, che ha caratterizzato la critica del XX secolo ed è sembrato emergere in maniera inevitabile da importanti tensioni già presenti nell’idea stessa di autore. 

Uno dei bersagli del New Criticism che si sviluppò negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo era il culto dell’autore, o ciò che Lewis chiamava “poetolatria”, l’idolatria nei confronti del poetaxxx.

Il culto della personalità del poeta fiorì nei primi del XIX secolo con i romantici. Connessa all’idea del poeta come saggio o individuo dalle doti speciali è l’idea del genio, della quale esistono versioni che risalgono agli antichi greci. 

I biografi di poeti, romanzieri e drammaturghi vorranno – non a sproposito – incorporare le opere e ciò che esse contengono nella storia della loro vita. Nella misura in cui la “biografia letteraria” è semplicemente la biografia degli autori di letteratura, questa non dà luogo ad alcuna controversia con la critica. Lamarque ci tiene a sottolineare però gli ovvi e comprovati pericoli dell’uso delle opere per integrare i dettagli delle vite quando non sono indipendentemente documentati. Esemplare il caso di William Shakespeare: poco è noto della sua vita, ancora meno delle sue convinzioni e dei suoi comportamenti; non esistono diari, lettere o frammenti autobiografici a cui appellarsi. Eppure, nella sua biografia c’è una speculazione interminabile su cosa egli pensasse veramente riguardo immortalità amore matrimonio sovranità religione potere ricchezza teatro famiglia e molto altro ancora. 

Egualmente rischioso per il critico è il processo inverso, ovvero leggere le opere influenzati da ciò che si conosce della vita dell’autore. 

Ecco allora che ritorna l’interrogativo principale per l’autore: cosa significa leggere un’opera letteraria come un’opera d’arte?

Numerosi sono stati i tentativi del New Criticism di stabilire l’autonomia dell’opera. Nelle versioni forti dell’autonomia, un’opera letteraria è concepita come un’icona verbale autosufficiente e indipendente, che possiede un interesse e un carattere basati esclusivamente sulle sue proprietà linguistiche. Per Lamarque i limiti di questa visione sono evidenti, poiché ci dice poco o nulla su quale tipo di interesse o carattere dovremmo ricercare. Se le opere letterarie sono dei meri testi indifferenziati, o sequenze di frasi, o écriture che significano tutto ciò che possono significare, è impossibile capire perché abbiano qualsivoglia valore speciale. Soltanto collocando le opere in cornici “istituzionali” più ampie si può comprendere perché esse coinvolgano i lettori e siano apprezzate. Per cui, invece di porre l’accento sull’autonomia della singola opera, l’autore ritiene più fruttuoso enfatizzare l’autonomia della pratica entro la quale le opere vengono lette. Ciò che distingue un’opera letteraria è intimamente connesso a ciò che distingue la pratica della lettura quando le opere vengono lette come letteratura. Esplorare tale pratica, per Lamarque, è la chiave per comprendere che cosa dia alle opere letterarie il valore e l’interesse che esse possiedono. Se le opere letterarie sono opere d’arte, allora è ragionevole aspettarsi che sollecitino un certo tipo di attenzione non dissimile da quella associata ad altre forme d’arte. Con la peculiarità dell’interpretazione. Ritiene infatti l’autore che l’interpretazione applicata alla letteratura si distingue sia per gli scopi che per i procedimenti. In nessun altro campo l’interdipendenza tra interpretazione e oggetto dell’interpretazione è sentita più intensamente.

Nel XX secolo il critico letterario era al centro del gioco ideologico e politico, poiché la decifrazione delle narrazioni richiedeva un metodo universale per la comprensione di un mondo sociale percepito come un costrutto testuale. Quando regnava un paradigma linguistico, per il quale il pensiero e l’azione potevano essere letti come codici e sintassi, le competenze specialistiche del critico gli conferivano una legittimità quasi universale. 

Pur privilegiando un progetto di decostruzione critica delle forme di dominazione, come nel postcolianismo e nel femminismo, i Cultural Studies sono oggi vertiginosamente diversificati: che si occupino di disabilità, culture urbane o omosessualità, essi adottano un approccio volutamente interdisciplinare per temi e argomenti, privilegiando angolazioni originali perché culturalmente minoritarie e spingendosi fino a un orizzonte postumanista. A essi si affiancano gli Studiesbasati su aree geografiche (Area Studies o Ethnic Studies) o su tematiche di ricerca ampie e originali, come gli importantissimi Trauma Studies. 

Questa pluralizzazione dà luogo a una grande quantità di approcci tematici, tutti accomunati da una visione volutamente pragmatica del testo letterario, concepito nella sua stretta relazione con una questione culturale o politica. 

La “svolta etica” e la “svolta pragmatica” hanno segnato chiaramente la tendenza decisiva della teoria letteraria del XXI secolo, tendenza che si rifletterà nella rinnovata importanza della psicologia e delle scienze cognitive: l’interesse critico non si concentra più, come nell’Ottocento, sull’autore e sull’atto creativo, o, come nel Novecento, sul testo in sé considerato nella sua autonomia, o ancora nella ricezione considerata come una questione teorica astratta come aveva imposto la scuola di Costanza, ma sul lettore concreto, incarnato e socializzato. Si tratta ormai degli effetti del testo, concepito come potenziale beneficio morale o come beneficio cognitivo, addestramento alla “teoria della mente” (cioè i saperi che permettono di intuire e capire lo stato mentale degli altri) o come strumento di conoscenza pratica o addirittura filosofica. La letteratura non è soltanto una rappresentazione che registra il presente, lo svela, ma può anche denaturalizzarlo diventando uno strumento di trasformazione (di riparazione individuale o collettiva, di trasformazione politica e sociale)xxxi. Da qui una visione della narrativa come agente, persino come virus, capace di disseminare concetti: in questo approccio, che risente delle teorie latouriane e dei “nuovi realismi” filosofici contemporanei, e che può essere definito prasseologico, la finzione non è tanto una relazione rappresentativa di somiglianza con la realtà o “atteggiamento epistemico”xxxii, quanto ciò da cui scaturiscono eventi con i quali si possono intessere relazioni reali e spesso molto fortixxxiii. In questo approccio pragmatista, che enfatizza la nozione di performativoxxxiv e le teorie della perlocuzionexxxv, sono importanti gli effetti della narrativa (il suo potere di agire) esistenziali o politici sul lettore.

Le persone leggono in molti modi diversi, così come sono molto diversi gli interessi che influenzano le loro scelte di lettura. Per Lamarque, non riconoscere ciò equivale a supportare un essenzialismo completamente ingiustificabile nella critica letteraria. Anche gli stessi critici letterari possono senza dubbio trovarsi a leggere teologia, filosofia o manifesti rivoluzionari. Non significa che li considerino opere di critica letteraria e men che meno che li leggano come letteraturaal pari opere teatrali, poesie o romanzi. Inoltre, possono occuparsi di altri tipi di scrittura oltre alla critica letteraria, come fecero in molti, da Samuel Johnson a T. S. Eliot. Non c’è motivo di etichettare tutti i loro scritti e in ugual modo le loro letture come critica letteraria. 

Ma allora come possono esistere caratteristiche fondamentali o essenziali della pratica critica se i critici si avvicinano ai testi con presupposti tanto diversi? Le “metodologie” sono diverse (marxismo, materialismo culturale, strutturalismo, decostruttivismo, psicoanalisi, femminismo, New Criticism) e le differenze reali, pur se concentrate su aspetti differenti delle opere letterarie e del loro contesto. Al filosofo della letteratura interessa, invece, ciò che hanno in comune. Che cosa rende tutte queste “metodologie” esemplificazioni della “critica letteraria”? La filosofia della letteratura deve restare concentrata sul porre domande fondamentali sui requisiti minimi per considerare la letteratura una forma d’arte. Ènecessario, per Lamarque, che i critici in attività diano alle opere sempre questo tipo di attenzione. 

Lettore e critico letterario sono termini usati più o meno in modo intercambiabile, ma si può sostenere con l’autore che, mentre tutti i critici letterari sono dei lettori, non tutti i lettori sono critici. Eppure, il presupposto di fondo dell’indagine di Peter Lamarque è che non sembra esserci un confine netto tra la pratica della critica, concepita in senso ampio, e le risposte di un pubblico di lettori istruito e interessato all’arte e alla letteratura. Una tradizione che si rifà a ciò che Samuel Johnson chiama il “lettore comune”: «Provo gioia nel convenire con il lettore comune, poiché è con il buon senso dei lettori, incorrotti dai pregiudizi letterari, dopo tutte le rifiniture della sottigliezza e il dogmatismo dell’apprendimento, che vengono infine decise tutte le rivendicazioni di gloria poetica»xxxvi.

Per cui, sottolinea Lamarque nel testo, il critico letterario è semplicemente un lettore che ha più esperienza e una percettività amplificata rispetto al “lettore comune”. Egli è più avanti nel percorso verso i “veri giudici” di David Hume. 

Ma se non ci fossero i lettori comuni non ci sarebbero le opere letterarie. L’istituzione della letteratura richiede una comunità di lettori con un interesse condiviso nei valori che la letteratura può offrire, e sembra improbabile che tale istituzione possa reggersi solo su una minuta intellighenzia di esperti.

La critica letteraria è inestricabilmente connessa ai giudizi di valore, ma essi non devono emergere per forza in forma sommativa (x è buono, y è cattivo). Nel caso di opere dalla fama consolidata, un giudizio sommativo è raramente richiesto. 

Se i critici accademici si occupano in primo luogo di opere dalla fama consolidata, i critici giornalistici si concentrano sulle novità editoriali e sono pagati per offrire le loro valutazioni. I lettori si rivolgono a questi critici per una guida alle loro letture. Qui i giudizi tendono a essere espliciti, però anche in questo caso quelli privi di argomentazioni non valgono a molto. 

Molta narrativa di genere può godere di grande considerazione come fantasy o puro intrattenimento, senza avere però alcuna aspirazione letteraria. La distinzione è tuttavia controversa, perché talvolta è ritenuta basarsi su elitismo o snobismo invece che su elementi intrinseci dell’opera. Ma il fatto che molti romanzi di genere non invitino analisi letterarie sistematiche, né le ricompensino, non dovrebbe essere considerato, nell’analisi di Lamarque, un elemento negativo. I loro meriti sono altrove. Nell’adempiere alla funzione per cui sono generati. Il gioioso ma trito distico in rima in un biglietto di compleanno può servire ottimamente allo scopo (del biglietto), e tuttavia essere del tutto privo di interesse letterario. 

I valori strumentali della letteratura sono associati ai valori connessi agli effetti della letteratura, i quali sembrano ben lontani dal qualificarsi come qualità artisticamente rilevanti, tra cui far ricordare la propria infanzia, dare l’abilità di passare un esame o fornire esempi di teoria psicoanalitica. L’atto della lettura produce questi effetti desiderati, ma questi non indicano valori intrinseci. Tuttavia il valore intrinseco di un’opera non può essere indipendente da tutti gli effetti perché le opere d’arte hanno valore solo per gli esseri umani: l’esistenza stessa delle opere d’arte dipende dalle reazioni degli esseri umani all’arte. I valori artistici e, di conseguenza, i valori letterari sono in questo senso valori relazione-dipendenti. Dunque ora la domanda è: quali effetti – o quali reazioni – sono direttamente correlati al valore intrinseco di un’opera, e quali sono soltanto effetti “fortuiti” o strumentali?

Un’idea è che il valore intrinseco di un’opera sia connesso solo alle proprietà intrinseche dell’opera, quelle proprietà che le conferiscono un carattere unico. Un’altra idea colloca il valore intrinseco assieme al valore di un’esperienza intimamente legata all’opera. Ma una volta ammesso che alcuni effetti dell’opera – come l’esperienza piacevole – sono connessi al valore intrinseco, dove si può tracciare il confine fra intrinseco e strumentale? La questione non è di facile risoluzione, ma per Lamarque farlo è anche relativo. A prescindere dal modo in cui la questione intrinseco/strumentale viene risolta, sembra proprio che bisogna ricercare il valore letterario, per quanto possibile nei valori intrinseci e non in quelli strumentali, nel modo in cui tale distinzione è normalmente intesa. Con la particolarità che parlando di letteratura, e non di arte in generale, necessita una concezione più definita delle esperienze rilevanti cui sono legati i valori intrinseci. 

E il valore di un’opera letteraria, ve bene ribadirlo, è legato alla misura in cui adempie al suo scopo. Un’opera letteraria – una poesia, un romanzo, un dramma – è un oggetto istituzionale, un testo collocato in una rete di convenzioni e azioni: un’“opera”.

La comunità letteraria include sotto la stessa etichetta “letteratura” «poesie e poemi, novelle e romanze, ma anche la testimonianza davanti a un giudice di un agricoltore analfabeta su questioni di proprietà privata; o una raccolta di privatissime lettere di un carcerato delle prigioni fasciste»xxxvii. Sia testi, quindi, concepiti e realizzati secondo precise intenzioni, norme e finalità estetiche, sia testi la cui originaria funzionalità è inconfutabile ma che, una volta perduta, possono entrare a far parte del dominio della letteratura, come i Placiti cassinesi, le Lettere di Gramsci o la produzione storiografica, filosofica, politica, didattica, religiosa di una determinata cultura. Impostando il problema in termini diacronici, dunque, la distinzione tra finalità “pratiche”, che qualificherebbero un testo come non letterario, e l’assenza di finalità “pratiche”, propria del testo letterario, e quindi artistico, viene a caderexxxviii.

All’interno della corrente relativistica, che prevede una differente considerazione delle opere a seconda del contesto storico-culturale in cui sono prodotte e recepite, Di Girolamo ha asserito l’impossibilità di individuare a priori le caratteristiche intrinseche della letteratura e ritenuto che la sola ricerca possibile sulle costanti letterarie debba considerare l’evoluzione storica del termine, poiché spetta al pubblico dei lettori decretare lo statuto letterario di un’operaxxxix. Sulla stessa scia, Eagleton afferma la connessione tra l’idea della letteratura e l’ideologia sociale, rifiuta il carattere di pura finzione attribuito alle opere e sostiene la variabilità dello statuto letterario al modificarsi delle contingenze storiche e culturali di riferimentoxl.

Inoltre l’attività letteraria sembra avere e aver avuto una funzione rilevante nell’evoluzione umana perché, coinvolgendo fortemente l’uomo in mondi possibili che sono lontani dalle sue abitudini e dalle sue certezze, lo rende più preparato ad affrontare i mutamenti del suo ambiente. Ha quindi un ruolo importante nell’evoluzione dell’uomo e nel suo adattamento all’ambiente esternoxli. Essa è una forma di gioco cognitivo che presenta la simulazione di situazioni, nelle quali troviamo modelli di comportamento che ci permettono di entrare mentalmente all’interno dell’esperienza di altre persone. Prima dello sviluppo delle scienze umane, è stata la lettura a offrire informazioni sull’uomo. Per gran parte della storia umana, i migliori psicologi sono stati i drammaturghi, i poeti, i romanzierixlii.

L’efficacia della letteratura sta in ciò per cui, nel momento in cui l’io del lettore si identifica con quello del protagonista, quest’ultimo, pur difettando di verità in senso proprio, acquisisce di universalitàxliii.

Mentre Lamarque e Olsen accordano alla finzione uno “spazio logico”xliv che in teoria travalica la specificità della letteratura, Currie insiste sulla sovrapponibilità tra letteratura e finzionexlv, e Matravers si concentra su una più graduale distinzione tra fiction e non fictionxlvi. Lamarque e Olsen promuovono una no-truth theory della letteratura, ovvero l’idea per cui il riferimento alla verità perde costitutivamente di importanza quando si parla del rapporto tra letteratura e finzione. 

Basti pensare al cosiddetto emotional engagement, che trae origine da una riflessione sul paradosso della finzione, o paradosso della tragedia, e che si chiede come sia possibile che emozioni reali siano generate da vicende e personaggi di finzione. Tutte le possibili soluzioni al dilemma vengono confutate a partire dal confronto con l’esperienza del falso nella vita reale e di dialoghi inventati ma non per questo considerati meno esemplari pur nella loro ostentata astrattezza.

Chissà se poi è così vero che le emozioni suscitate dall’arte siano uguali a quelle della vita realexlvii. Può essere, al contrario, proprio la differenza tra la vita e la letteratura, l’immaginazione e la realtà, la condizione dell’esperienza estetica e della produttività della riflessione artisticaxlviii.

Solo la narrativa, come una sorta di educazione sentimentale, può rappresentare quell’intreccio di pensieri, sentimenti, emozioni, desideri e movimenti dell’animo che contribuisce a esercitare la nostra intelligenza e a orientare le nostre deliberazionixlix.

A questo punto è necessario ricordare l’importante distinzione operata nel testo da Lamarque tra il valore strumentale della promozione dell’empatia e il valore intrinseco della natura empatica di certi brani di prosa letteraria. L’empatia di un testo non provoca automaticamente una risposta empatica. 

L’opera letteraria, lungi dall’essere fine a sé stessa, si concretizza mediante la cooperazione tra autore empirico e il suo lettore realel. Solo questa interazione dialogica porta alla formazione dell’ouvrage de l’esprit: uno sforzo letterario che unisce la libertà autoriale e la responsabilità che l’atto di scrittura comporta, sia nei confronti del pubblico sia della scrittura stessali.

Ed è proprio il legame che unisce autore e lettore a condurre all’ultimo significativo tema trattato da Lamarque: la critica valutativa di un’opera letteraria.

Quando si giudica un’opera come letteratura la si pensa non solo come testo, storia o versi, bensì sempre dalla prospettiva di quello che si ritiene sia il fine dell’opera o di ciò che spinge a considerarla un’opera d’arte. Un’interpretazione che incide per forza sul giudizio dell’opera. 

Non sempre è stato sottolineato quanto in realtà, in origine, la critica letteraria moderna sia stata una critica della modernità. 

La critica che ha preceduto la svolta, ossia quella di ispirazione classicistica, si fondava su un curpus di testi che una lunga tradizione aveva reso canonici. Una tradizione sufficientemente omogenea, che traeva la sua legittimazione dal referente classico e in particolare aristotelico, e che si era espressa attraverso prevedibili architetture formali e collaudate retoriche espositive. 

La critica cosiddetta “romantica”, a cui si deve la formazione dei nuovi paradigmi teorici relativi all’idea di letteratura e di critica moderna, si è espressa invece in una varietà tipologica di scritture e ha adottato modalità del discorso critico antitetiche alla forma del trattato e alla sua retorica dell’argomentazione e della dimostrazione. Ciò che si imporrà a fine Settecento sarà non solo un pensiero della relativizzazione storica delle espressioni culturali in ragione della loro localizzazione temporale e geografica, ma soprattutto la consapevolezza che quelle espressioni entrano in relazione con un regime di aspettative e con modalità di lettura altrettanto soggette al cambiamento storico. Si trattava cioè di superare l’immagine del proprio tempo storico come età della privazione, della mancanza e della decadenza artistica per declinare per la prima volta un discorso in positivo, dicendo ciò che il Moderno era anziché ciò che non eralii.

Partendo dall’idea che tutte le azioni umane, comprese quelle dell’immaginazione, sono parte di un processo evolutivo, la concezione evolutiva dei meccanismi estetici consiste nel mettere da parte le interpretazioni metafisiche, sociologiche, economiche, formali e psicologiche (non nel senso evolutivo del termine), per chiedersi come le rappresentazioni estetiche illustrino, esemplifichino e modellino l’interazione di forze biologiche “cablate”: la sopravvivenza, la riproduzione e l’espansione della specie, la competizione e la cooperazione tra persone, famiglie e comunità, la parentela, l’affiliazione sociale, gli sforzi per acquisire risorse e influenza, la dominazione, l’aggressività e il bisogno di immaginazioneliii. Queste imprese riduzioniste sono congruenti con la preoccupazione fondamentale delle teorie letterarie di oggi: vedere la letteratura non come un intrattenimento o un’attività seria ma tutto sommato marginale e disinteressata, bensì come una necessità universale della specie umana, presente in tutte le culture e che svolge un ruolo funzionale nelle societàliv.


Irma Galgano, laureata in Lettere, indirizzo geografico-antropologico, è docente per le classi di concorso A012, A018, A019, A021, A022, A054. Formatore e Supervisore EIPASS, docente esperto nei percorsi di orientamento e formazione per il potenziamento delle competenze STEM, digitali e innovazione, docente L2 – Insegnante di italiano per stranieri, collabora con varie riviste.


Note

iPeter Lamarque, Filosofia della letteratura, edizione italiana a cura di Lorenzo Graziani, Mimesis Edizioni, 2024. Traduzione di Matteo Gozzi e Lorenzo Graziani. Titolo originale: The Philosophy of Literature (2008).

iiMassimo Rizzante, La letteratura è un’arte?, in Peter Lamarque, Filosofia della letteratura, Mimesis Edizioni, 2024.

iiiWolfgang Iser, La struttura di appello del testo, tr. it. di P. Laffi, in R. Ruschi (a cura di), Estetica tedesca oggi, Unicopli, 1986.

ivStanislas Dehaene, I neuroni della lettura, trad. it. di C. Sinigaglia, Raffaello Cortina, 2009 e Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, trad. it. di S. Galli, V&P, 2009.

vDario Cecchi, Il lettore esemplare. Fenomenologia della lettura ed estetica dell’interazione, in The science of future. Promises and previsions in architecture and philosophy – rivista di estetica – 71 | 2019.

viMarta C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, trad. it. di R. Falcioni, Il Mulino, 2011.

viiMarta C. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, a cura di G. Zanetti, trad. it. di S. Paderni, Carocci, 1999.

viiiGiuseppe Mantovani, Analisi del discorso e contesto sociale, Il Mulino, 2008.

ixJerome Bruner, La ricerca del significato: per una psicologia culturale, trad. it. Bollati Boringhieri, 1992. 

xSimone Giusti, L’esperienza della lettura, introduzione a S. Giusti e F. Batini (a cura di), Imparare dalla lettura, Loescher Editore, 2013.

xiTzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, trd. it. Garzanti, 2008.

xiiVittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, 2001.

xiiiSimone Giusti, L’esperienza della lettura, op. cit.

xivJoseph Margolis, Ma allora, che cos’è un’opera d’arte? Lezioni di filosofia dell’arte, trd. E cura di Andrea Baldini, Mimesis, 2011.

xvAlessandra Tosi, L’esperienza estetica: un varco oltre i limiti del significato, in Comparatismi 3 2018.

xviTerence Cave, The Cornucopian Text. Problems of Writing in the French Renaissance, Clarendon Press, 1979.

xviiLorenzo Graziani, Introduzione all’edizione italiana, in Peter Lamarque, Filosofia della letteratura, edizione italiana a cura di Lorenzo Graziani, Mimesis Edizioni, 2024.

xviiiAlessandra Tosi, op. cit.

xixPeter Lamarque, Introduzione, in Opera e oggetto. Esplorazioni nella metafisica dell’arte, Quodilibet, 2019.

xxLorenzo Graziani, op. cit.

xxiPeter Lamarque, The opacity of narrative, Rowan & Littlefield, 2014.

xxiiVirginia Woolf, The Common Reader: Second Series, 1932.

xxiiiCarola Barbero, La letteratura e il linguaggio, in Itinerari, LXIII 2024.

xxivJohn Picchione, Il modernismo e il tempo: rivolgimenti concettuali identitari e formali, in Acme 2/2015.

xxvMartin Heidegger, Essere e tempo, 1927.

xxviJohn Picchione, op. cit.

xxviiLuigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, 1971.

xxviiiMarika Tantillo, Che cos’è la letteratura? Di Jean-Paul Sartre, in Diacritica, A.X. n. 53, 23 agosto 2024.

xxixMichele Stanco, In che modo gli scrittori ci parlano di letteratura? Saggi e paratesti, disseminazioni, maschere, Introduzione a La letteratura dal punto di vista degli scrittori, a cura di M. Stanco, Il Mulino, 2018.

xxxE.M.W. Tillyard e C.S. Lewis, The Personal Heresy: A Controversy, Oxford University Press, 1939.

xxxiAlexandre Gefen, A che punto è la teoria letteraria?, in narrativa – nuova serie 46 | 2024.

xxxiiJean-Marie Schaeffer, Les Trobles du récit. Pour une nouvelle approche des processus narratifs, Thierry Marchaisse, 2020.

xxxiiiAlexandre Gefen, op. cit.

xxxivJonathan Culler, Pfilosophie et littérature: les fortune du performati, in Littérature, vol. 144, n. 4, 2006.

xxxvSandra Laugier, Daniele Lorenzini (a cura di), Perlocutoire. Normavités et performativités du langage ordinaire, Mare & Martin, 2021.

xxxviSamuel Johnson, The Life of Gray, in Samuel Johnson: A Critical Edition of the Major Works, a cura di D. Greene, Oxford University Press, 1984.

xxxviiCostanzo Di Girolamo, Critica della letteraietà, Il Saggiatore, 1978.

xxxviiiPaola Avella, Il campo dell’arte: regole e valori dell’istituzione letteraria, in Enthymema, IV 2011.

xxxixCostanzo Di Girolamo, op. cit.

xlTerry Eagleton, Literary Theory: An Introduction, Pencil Notations and Underlining, 1983.

xliSi vedano: Joseph Carroll, The Human Revolution and the Adaptive Function of Literature, in Philosophy and Literature, 30, 1, 2006; Brian Boyd, On the origin of Stories, cognition and fiction, Belknap Press of Harvard University Press, 2009; Aldo Nemesio, La letteratura e altre esperienze, in Comparativistica e intertestualità, a cura di G. Sertoli, C. Vaglio Marengo, C. Lombardi, Edizioni dell’Orso, 2010; Keith Oatley, Such Stuff as Dreams. The Psychology of Fiction, Wiley-Blackwell, 2011.

xliiAldo Nemesio, Le ragioni della ricerca empirica sul testo, in CoSMo – Comparative Studies in Modernism, n. 4 – 2014.

xliiiArthur Danto, La destituzione filosofica dell’arte, a cura di T. Andina, trad. it. Di C. Barbero, Aesthetica, 2020.

xlivPeter Lamarque, Stein Haugom Olsen, Thruth, Fiction and Literature, Clarendon Press, 1994.

xlvGregory Currie, The Nature of Fiction, Cambridge University Press, 1990.

xlviDerek Matravers, Fiction and Narrative, Oxford University Press, 2014.

xlviiEleonora Caramelli, Poetiche del testo filosofico. Hegel, Merleau-Ponty e il linguaggio letterario, Carocci, 2024.

xlviiiPaolo D’Angelo, La tirannia delle emozioni, Il Mulino, 2020.

xlixEleonora Caramelli, op. cit.

lCesare Segre, Avviamento all’analisi di un testo letterario, Einaudi, 1985.

liDenis Benoît, Littérature et engagement, Éditions du Seuil, 2002.

liiRoberto Gilodi, Origini della critica letteraria. Herder, Moritz, Fr. Schlegel e Schleiermacher, Mimesis, 2013.

liiiJoseph Carroll, An Evolutionary Paradigm for Literary Studies, in Reading Human Nature: Literary Darwinism in Theory and Practice, Suny Press, 2011.

livAlexandre Gefen, A che punto è la teoria letteraria, in Narrativa – Nuova Serie, 46 | 2024.


Articolo pubblicato sul numero 76 di Dialoghi Mediterranei , rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lettura-e-lettori-filosofia-e-critica-dellarte-della-letteratura/


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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L’Africa, i giovani, l’Italia

01 lunedì Set 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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GuerinieAssociati, MarioGiro, PianoMattei, recensione, saggio

Che cos’è l’Africa per l’Italia e per l’Europa? La si dipinge alternativamente come terra delle opportunità o come mostro demografico pronto a schiacciarci, giacimento a cielo aperto o antro di malattie e pandemie, partner per gli aiuti internazionali o socio nel commercio internazionale, lions on the move  i o bottom billion ii. Cosa sono l’Italia e l’Europa per l’Africa? Di fronte ai mutamenti indotti dalla deglobalizzazione e dalle guerre in corso, l’Africa è alla ricerca di un’autonomia che le permetta di fare le proprie scelte in maniera indipendente. Il modello di sviluppo occidentale sembra stia portando tutti in un vicolo cieco ecologico. Il continente africano, che non ha ancora intrapreso tale percorso, è forse nella posizione migliore per inventare un nuovo modello iii.

I saggi raccolti in Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa (Edizioni Angelo Guerini e Associati, 2024), volume collettaneo curato da Mario Giro iv, indagano i vari aspetti delle relazioni fra Italia, Europa e Africa per comprendere se davvero la risposta agli interrogativi sia inclusa o meno nel Piano Mattei del governo Meloni. Ma, soprattutto, mettono in evidenza i punti programmatici mancanti o su cui si dovrebbe lavorare per rendere il Piano, attualmente in una fase ancora embrionale, davvero incisivo ed efficace nella costruzione di un partenariato equo e duraturo.

Il Continente africano sta attraversando una serie di transizioni epocali in campo economico, sociale, politico e demografico. Si prevede che la sua popolazione sarà più che raddoppiata entro il 2050 e supererà quota 2,5 miliardi, un quarto di quella globale. L’Africa rimarrà, in futuro, anche la regione più giovane del mondo, con un’età media di 25 anni. Possiede circa il 30% delle riserve minerarie, il 7% delle risorse petrolifere e di gas e oltre il 60% delle terre arabili incolte del mondo. Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni intende imprimere, con il Piano Mattei, un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire un partenariato su base paritaria, che rifiuti tanto l’approccio paternalistico e caritatevole quanto quello predatorio, e che sia capace di generare benefici e opportunità per tutti v.

Fondamentale per l’attuazione del Piano Mattei per l’Africa è il ricorso al Fondo italiano per il Clima, il cui 70% è dedicato all’Africa per la realizzazione di iniziative nei settori dell’idrogeno verde, dell’energia rinnovabile e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali. La dotazione iniziale del Piano Mattei è di 5 miliardi e 500 milioni di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie, di cui circa 3 miliardi dal Fondo italiano per il Clima e 2,5 miliardi dei Fondi della Cooperazione allo Sviluppo vi.

Si consideri che nello stesso arco temporale durante il quale la popolazione africana crescerà e l’età media sarà sempre più bassa, l’Europa vivrà un forte declino demografico. Nel 2050, l’Italia avrà registrato un presumibile calo di 7 milioni di abitanti, con piccoli comuni svuotati, un rilevante aumento degli ultraottantenni e una conseguente riduzione della ricchezza nazionale e del welfare, a partire dall’insostenibilità del sistema pensionistico vii.

Viceversa, la popolazione in età lavorativa in Africa, attualmente pari a circa il 56% del totale, aumenterà fino al 63% nello stesso periodo. Il Piano Mattei si propone di dare priorità a quegli interventi che si prefiggono di promuovere la formazione e l’aggiornamento dei docenti, l’adeguamento dei curricula, l’avvio di nuovi corsi professionali e di formazione in linea con i fabbisogni dei mercati del lavoro locali. Potranno essere impiegate le nuove piattaforme digitali per l’apprendimento della lingua italiana a distanza. Egualmente, si potrà considerare il coinvolgimento delle Università italiane nell’attuazione di iniziative di formazione nel Continente africano. Da questo punto di vista è significativa l’esperienza realizzata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) con il “Partenariato per la conoscenza”, che ha l’obiettivo di mettere in rete le migliori competenze tecniche e accademiche italiane per l’alta formazione. Oltre alla finalizzazione e al negoziato di diversi memorandum d’intesa in alta formazione, ricerca e innovazione, a oggi sono circa mille gli accordi inter-universitari con atenei africani, ai quali si aggiungono circa duecento progetti universitari (il 47% dei quali nel settore della formazione). Il sistema universitario italiano è disponibile a condividere con le Università africane il know-how nel campo della ricerca, del trasferimento delle conoscenze e della formazione, con l’obiettivo di sviluppare rapporti di collaborazione paritaria e di crescita comune viii.

Il calo della popolazione italiana è in costante aumento dal 2014, con una contrazione delle nascite e un innalzamento della speranza di vita, un conseguente aumento della popolazione anziana e una riduzione di quella giovane. Secondo questo trend, nel 2050 a essere aumentati saranno solo gli over 55, con un +45,7%, mentre la fascia 18-21 sembra essere destinata a crescere solo del 3,2%. Avere meno giovani significherà avere anche meno immatricolati e meno laureati, con un peggioramento netto della situazione italiana a livello mondiale. Nel 2020 la Commissione Europea ha presentato la European Skill Agenda con dodici azioni finalizzate a promuovere lo sviluppo delle competenze che i cittadini dovrebbero avere per essere in grado di affrontare la complessità del mondo contemporaneo. Sin dalle prime pagine del documento, si sottolinea come la crescita dei Paesi sia strettamente connessa alla preparazione dei propri cittadini. L’istruzione in giovane età rimane fondamentale ma costituisce solo la prima tappa di un percorso di vita, ovvero la prospettiva del lifelong learning. 

Nel nostro Paese il 63% delle persone occupabili (ovvero di età compresa tra i 25 e i 64 anni) ha almeno un titolo di studio secondario superiore, contro il 79,5% della media europea e l’83,3% di Germania e Francia. Il 20,3% possiede un titolo di studio terziario (universitario). Una percentuale nettamente inferiore alla media europea (30,4%) e circa la metà di quella registrata in Francia e Germania ix.

I giovani di età compresa tra i quindici e i trenta anni sono al massimo della potenza biologica, sessuale e ideativa eppure la società italiana, e occidentale in generale, se non ne fa proprio a meno, certamente non impiega opportunamente e utilmente quella generazione. Che futuro potrà mai avere, se ce l’avrà, questa società che ignora i propri giovani?

La verità è che, per certi versi, la vecchia società, ancorata a quelli che ritiene baluardi e principi inderogabili, sembra quasi aver paura di questa “massa giovane” di nichilisti attivi che appaiono come i soli ad aver compreso che l’amore è l’unico antidoto al valore del denaro, che non hanno timore di cambiare, stravolgere l’ordine dato, evolvere la società in altro x. Il punto è che la società italiana, e occidentale in generale, sembra non comprendere neanche i giovani stranieri. Si chiede retoricamente Mario Giro nel testo cosa abbia mai la gioventù africana globale che gli occidentali non capiscono, abituati a un mondo in cui i giovani sono pochi.

Questa gioventù possiede un irrefrenabile desiderio di contare, di diventare soggetto, ed è disposta a correre grandi rischi per ottenere il suo posto nella globalizzazione che tutto offre e nega allo stesso tempo. L’atto migratorio diviene l’avventura individuale dell’invenzione di sé, del proprio posto nel mondo. Imparano a essere aggressivi e meno mansueti dei loro genitori: nelle grandi città africane la vita ha assunto i contorni di una lotta per la sopravvivenza che poi si ripete al di là del Mediterraneo. Oggi migrare è realizzare il sogno individuale di prendere in mano il proprio destino.

Lo sguardo occidentale – qualunque sia la posizione sugli immigrati – è miope: non vede la forza colossale insita in tale nuova generazione africana che non si ferma davanti a nulla, esce dal proprio ambiente e va verso l’ignoto. Avventurieri è la parola usata in Africa per chi decide di emigrare in Europa, coloro che hanno il coraggio di fare il “grande viaggio”. Giovani i quali ormai compiono il cammino iniziatico senza più supervisione degli anziani, non c’è bosco sacro, non ci sono classi di età, si supera anche l’etnia. Ci sono solo individui immersi nel caos. La mentalità dell’africano adulto o anziano è ancora legata ai vecchi miti e alle ideologie anni Sessanta, come il panafricanismo, il socialismo africano, il federalismo o la negritudine. La percezione delle giovani generazioni è diversa: tra di esse prevale un’aspettativa di prosperità individuale e molto competitiva. È sorto un ceto medio africano più istruito e culturalmente globalizzato ma meno interessato al futuro comune xi.

Per la giovane generazione intellettuale africana il continente non è più nero ma grigio: fallita l’Africa romantica che fingeva sulla propria grandeur precoloniale, immaginava emozioni e progettava nuove prospettive comunitariste, rimane un’africa sterile e mancata che, tra corruzione e violenza, non ha saputo voler bene ai propri figli i quali ora la disconoscono e hanno smesso di amarla. È questa la rottura sentimentale che si compie: innanzitutto una frattura con sé stessi, con la propria terra matrigna. Ma non si può amare nemmeno chi ha contribuito a renderla così: il mondo “bianco” che non ha risposto alla domanda di reciprocità dei padri. Tra la retorica di un’Africa eterna e il vittimismo costante, resta solo un grande vuoto di cui i giovani africani sono figli. Spaesati – come i loro coetanei di altri continenti – nel grande flusso della globalizzazione, reagiscono con una mentalità egocentrica e globalizzata al contempo. 

Oggigiorno molti giovani “votano con i piedi”, cioè se ne vanno. Dopo la generazione sacrificata dell’aggiustamento strutturale (1985-2000) xii, oggi ne è giunta a maturità un’altra che non vuole fare la stessa fine. Per questo si ribella a modo suo e non si fida più di nessuno. La sfida è ricreare un terreno d’intesa ricostruendo le basi di un dialogo comune. xiii

Uno dei modelli di integrazione, diffuso soprattutto in Germania, Svizzera e Belgio, è quello del “lavoro temporaneo”, il quale accoglie immigrazione sulla base di necessità stagionale, temporanea e settoriale di manodopera, permettendo l’ingresso a persone alle quali vengono garantiti diritti sindacali ma non politici. Non vengono offerte opportunità di integrazione ma solo di lavoro. Tutto ciò, costruito nell’ottica di una migrazione circolare, presuppone permessi di soggiorno legati alla durata del contratto di lavoro, eventualmente rinnovabili, esclude la possibilità di ricongiungimenti familiari e rende molto difficolto l’accesso alla cittadinanza. La Francia, invece, ha quasi sempre prediletto l’approccio assimilazionista. Il processo di naturalizzazione prevede una rapida omologazione anche culturale, mediante adesione alle regole democratiche laiche che fondano la comunità francese. L’Italia non ha mai davvero adottato alcun modello per cui il sistema di integrazione viene “costruito” nei fatti dalla stratificazione normativa vigente in materia. xiv La fattispecie risultante potrebbe essere definita con un ossimoro assimilazionista di tipo escludente. 

La mancanza di un qualsivoglia modello teorico adeguato ad affrontare la questione immigrazione nel nostro Paese va inteso come l’effetto di alcuni fattori che hanno orientato il dibattito pubblico in senso emergenzialista e conflittuale, producendo esiti frastagliati dovuti proprio alla mancanza di un paradigma generale. xv In Francia viene richiesto agli immigrati di assimilarsi al sistema culturale ospitante e in cambio viene offerta una rapida e piena integrazione che culmina con l’attribuzione della cittadinanza, in Italia questo scambio risulta fortemente impari: i migranti dovrebbero rinunciare alla loro identità etnica, culturale e religiosa in cambio di nulla.

La politica migratoria del governo Meloni presenta una tripartizione netta e ben definita. La prima politica è quella inerente l’accoglienza dei rifugiati ucraini e mantiene, sostanzialmente, la linea dettata dal governo Draghi nel marzo 2022. La seconda, egualmente non nuova ma rafforzata dall’attuale governo, consiste nell’apertura nei confronti degli ingressi dei lavoratori, soprattutto per lavoro stagionale m anche per occupazioni stabili. La terza politica è quella della chiusura verso gli ingressi per ragioni umanitarie. Gli impedimenti frapposti ai salvataggi in mare da parte delle ong, il decreto Cutro con la quasi abolizione della protezione speciale per i rifugiati e la conseguente condanna a una vita di stenti per i richiedenti asilo respinti, ma raramente espulsi, le restrizioni all’accoglienza dei minori non accompagnati, i ripetuti viaggi e gli accordi con il regime tunisino e con quello egiziano, oltre a quelli con la Libia sembrano aver delineato una linea politica a suo modo coerente ma in netto contrasto con l’articolo 10 della Costituzione e le convenzioni internazionali sul diritto di asilo. 

In questa cornice si inserisce anche l’accordo con l’Albania e la realizzazione dei centri extraterritoriali per l’esame delle domande d’asilo. Meloni ha parlato di una misura di deterrenza nei confronti dei potenziali partenti ma il fatto che nei due centri verranno trattenuti soltanto uomini adulti non fragili, tratti in salvo da navi militari e provenienti da paesi classificati come sicurixvi conferma l’intenzione punitiva del progetto. xvii

Il Piano Mattei, nelle intenzioni del governo Meloni, mira a sviluppare economicamente le aree da cui maggiormente origina il fenomeno migratorio, con l’intento di limitarne gli effetti e combattere la tratta internazionale dei migranti irregolari. In Italia, le comunità di migranti africane si sono integrate stabilmente, dando vita a un tessuto associativo ricco e variegato che va dall’integrazione sociale alla promozione culturale. L’emergenza e la crisi scatenata dall’esplosione della pandemia da Covid-19 hanno evidenziato l’importanza del ruolo che giocano le associazioni delle diaspore. Durante i lockdown le associazioni hanno prontamente attivato meccanismi di risposta all’emergenza dovuta all’epidemia, attuando iniziative diversificate nei Paesi in cui operano e affrontando una situazione unica che ha colpito le diaspore due volte: in Europa nei Paesi di approdo e, contemporaneamente, nei loro Paesi di origine. Le diaspore, inoltre, rappresentano una risorsa inestimabile per lo sviluppo economico dei loro Paesi attraverso le rimesse e gli investimenti. 

Per Dioma, queste attività non solo migliorano le condizioni di vita ma rafforzano anche le relazioni bilaterali con l’Italia. I membri della diaspora si muovono tra due Paesi e conoscono le condizioni di vita di entrambe le parti. Questa posizione li rende attori chiave nel dibattito sulla cooperazione allo sviluppo. La loro comprensione delle culture, delle dinamiche economiche e delle esigenze e opportunità specifiche di entrambi i contesti li rende particolarmente efficaci nel promuovere progetti di sviluppo che siano culturalmente sensibili e mirati. Il coinvolgimento attivo degli stessi migranti nei processi di sviluppo assicura che le iniziative siano realmente rispondenti alle necessità delle comunità locali xviii e andrebbero attivamente coinvolti nei progetti di cooperazione, anche e soprattutto quelli del Piano Mattei.

Il fenomeno migratorio africano, contraddistinto da particolare intensità e complessità, è favorito dalla prossimità geografica di due Continenti simbolicamente uniti, oppure separati, dalle medesime acque. Il declino di una concezione dello spazio geografico come susseguirsi di distese contigue, dominate da un’enfasi sui confini come sedi di conflitto, con i mari come vuoti; l’estinguersi rapido di un assetto geopolitico che trovava in due “superdistese” la sua semplificata versione globale, ha privato il Mediterraneo di una plurisecolare funzione di diaframma tra due mondi, ha abbattuto (o meglio, reso inutile) una frontiera che è stata caricata di significati di separazione tra mondo moderno e spazi più o meno organizzati della povertà, spazi dei conflitti. La chiave di lettura, in sostanza, è quella di una situazione-regione, rispetto a quella contrastante di regione-situazione (intendendo con la prima il ruolo di semplice spazio attraversato di linee di forza esterne, e per la seconda quello di campo in qualche modo gestito e governato) xix.

I migranti sono letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo e ridotti a un fattore esclusivamente economico o legati a una crisi politica. Necessita invece, per una maggiore comprensione della modernità, che la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ampia. Pensare con la migrazione, andare oltre la superficie fino alle più profonde diseguaglianze della giustizia economica, politica e culturale negata che struttura e dirige questo nostro mondo. 

I migranti, affermando il loro diritto a muoversi, migrare, fuggire, spostarsi, non solo rompono gli schemi e si oppongono al rispetto del posto assegnato loro dalla storia, ma segnalano anche la modalità precaria contemporanea della vita planetaria. È il modo in cui i molteplici sud del pianeta si propongono all’interno della modernità. E proprio questo nuovo modo di promuoversi viola e indebolisce le categorie applicate loro dal nord egemonico xx.

Il discorso sui giovani in Africa, da qualsiasi angolatura lo si intenda imbastire, pone di fronte a complessità di ordine innanzitutto teorico. Da un punto di vista analitico, infatti, la categoria “giovani” applicata all’eterogenea vastità culturale, storica, territoriale, economica e politica del continente africano, costituisce un insieme estremamente denso e composito che interroga fin da subito sul rischio di eccessive generalizzazioni. Oggetto di ricerca, dibattiti e analisi accademiche multidisciplinari, bacino umano di risorse spesso manipolate dall’alto, ma anche fonte di timore per quei governi che mal sopportano l’emergere di nuove coscienze politiche e resistenze dal basso, segmento “vulnerabile” della società destinatario di numerosi progetti di cooperazione, ma anche segmento familiare “forte” su cui si riversano aspettative e responsabilità, la fetta più consistente della popolazione, ma sovente la più esclusa dalle istanze decisionali. Tutto questo e molto altro, i giovani, definiti in termini di categoria, finiscono spesso per slittare da moltitudine di soggettività a oggetto omogeneo, in ragione di quell’appiattimento che in una qualche misura la categoria stessa produce. 

In questo senso, pur considerando i tratti che in linea generale accomunano trasversalmente i giovani in Africa, è necessario dotarsi di una visione plurale che tenga conto delle tante gioventù africane e di come esse si collochino nella società. Un aspetto fondamentale è proprio lo spazio peculiare che esse abitano, e cioè quello situato all’intersezione tra modernità e tradizione, tra locale e globale, tra immobilità e mobilità, tra marginalità e centralità. Queste intersezioni, tutt’altro che fugaci punti di contatto, rappresentano snodi vitali, zone di confluenza creativa dove si concentra una produzione incessante di nuovi modelli, nuove relazioni e nuove identità politiche, economiche, sociali e culturali, nonché nuove forme di adattamento a una realtà in continuo fermento e non di rado disorientate. Una produzione che scaturisce da processi di rielaborazione simbolica e risignificazione di luoghi e relazioni di potere da cui emerge quella capacità di aderire plasticamente al cambiamento, ma anche di produrlo in maniera attiva e consapevole. Un elemento, questo, che rompe con la visione di una gioventù statica e passiva che, al contrario, conquista un protagonismo sempre più evidente xxi. Le primavere arabe e i movimenti di contestazione in Africa subsahariana sono l’espressione più evidente della centralità della “questione giovanile” nel Continente. 

In qualità di naviganti della globalizzazione connessi con il mondo ma in relazione quotidiana con il proprio territorio di cui sperimentano potenzialità e carenze, anche dal punto di vista del lavoro i giovani vanno considerati come compositori di nuovi modelli. Nel proporre prospettive in base alle proprie esigenze e competenze, visto l’aumento del livello di istruzione a partire dagli anni 2000 in avanti, si dovrebbe innescare anche quel processo di adattamento dei modelli professionali al contesto locale.

La crescita delle città, la nascita della classe media, l’emergere di una società civile forte e dinamica, lo sviluppo economico e politico, la diminuzione dei conflitti sono già realtà in Africa. Realtà che in Italia non vengono pressoché mai raccontate. L’impressione è che il Piano Mattei sia il tentativo di mettere in rete il patrimonio di progetti, relazioni e iniziative che uniscono le due sponde del Mediterraneo. Lo sviluppo dell’Africa è forse la più importante occasione di crescita e sviluppo dell’Italia dal dopoguerra. L’Africa è il posto dove investire perché dispone delle più ricche fonti di energia rinnovabile, di manodopera e risorse. L’area di libero scambio continentale africana è un mercato da 3.400 miliardi di dollari. Nell’analisi di Zaurrini si evidenzia come il Piano Mattei sia necessario più all’Italia che all’Africa. 

Negli ultimi quarant’anni l’Italia in Africa ha latitato nel sistema geopolitico, ma non gli italiani. Le aziende italiane sono sempre state presenti e continuano a farlo in numero crescente. Ci sono stati e ci sono i grandi gruppi industriali del settore dell’energia, sia quella classica che quella rinnovabile, quelli delle infrastrutture e delle costruzioni o dell’agroalimentare. Proliferano poi le piccole e medie aziende. Il primo vero problema, per chi opera in Africa o è intenzionato a farlo, sono le difficoltà che si incontrano nel settore bancario o finanziario. Persiste uno scollamento tra un tessuto imprenditoriale fatto soprattutto di piccole e medie imprese che, complice la crisi, si sta rivolgendo sempre più spesso a mercati emergenti, compresi quindi quelli africani, e un sistema Paese – in cui rientrano le banche e le assicurazioni – che ancora stenta a muoversi in direzione sud. Ci sono banche italiane in Nord Africa ma a sud del Sahara sono presenti solo in via indiretta, attraverso filiali di gruppi stranieri che, nel frattempo, hanno acquisito il controllo di istituti italiani. 

La scarsa conoscenza dell’Africa e delle sue dinamiche tra gli operatori economici e finanziari, la quasi totale assenza del sistema bancario e finanziario africano sono i principali freni all’esplosione delle relazioni economiche tra l’Italia e il grande continente. Il Piano Mattei deve evitare di cadere nell’equivoco investimento-commercio: le aziende italiane che vogliono investire in Africa non sono tante, quelle che vogliono commerciare sono invece molte ma molte di più. Non può essere un piano di sostegno al commercio italiano se si intende incidere davvero sulle cause profonde di sviluppo economico, politico e sociale del continente africano. xxii

Le aziende italiane, che di sovente si muovono autonomamente e con forte spirito mercantile o avventuriero, devono imparare a fare sistema, uscendo dall’ebbrezza e dall’autocompiacimento di quel Made in Italy pronunciato come fosse un sinonimo planetario di qualità e, troppo spesso, invocato come un passepartout adatto a ogni situazione. xxiii

Al contrario, i concetti di impresa, imprenditore, competitività, gestione del rischio e così via, non sono universalmente interpretabili allo stesso modo, ma sono estremamente fluidi e variegati in base al contesto. 

Bisogna tenere ben presente la questione dell’adattamento del concetto di impresa al contesto africano, dove l’economia risponde a criteri di condivisione, di spartizione delle risorse anziché di monopolio, di relazioni familiari e benessere comunitario anziché individuale. L’Africa deve riposizionarsi nel mondo a partire dalle sue specificità, affrancandosi dal rapporto mimetico insano e caricaturale nei confronti dell’Europa e proponendo modernità alternative squisitamente africane xxiv.

Il ruolo che i giovani stanno assumendo nei processi di trasformazione sociale, economica e politica ha una centralità crescente, a dimostrazione di quanto sia fuorviante quell’immobilità che viene loro attribuita come fossero in balia delle privazioni senza possibilità o volontà di reagire. Se da un lato è innegabile che molti giovani africani sono costretti a fare i conti con situazioni di conflitti, povertà e violenza, dall’altro questo non coincide automaticamente con passività e rassegnazione. xxv

Essi rappresentano un insieme eterogeneo che nel quotidiano naviga il concetto di sviluppo nell’era della globalizzazione, incarnandone i paradossi e le potenzialità. Se la gioventù africana fosse vittima dell’esclusione sociale, probabilmente la sua presenza nelle organizzazioni della società civile, nella politica dal basso, nella produzione culturale, artistica e intellettuale non sarebbe così robusta. Per questo motivo, costituiscono una delle voci principali che i decisori politici e gli attori della cooperazione internazionale hanno il dovere di ascoltare. Se uno degli elementi centrali delle politiche di sviluppo è la costruzione di progetti in linea con le peculiarità dei contesti in cui si opera, i giovani sono forse coloro che più sono in grado di far luce sulla dimensione dell’avvenire, sul «futuro come fatto culturale»xxvi, un futuro immaginato attraverso cui si costruiscono strategie di adattamento a partire dal quotidiano.

Da un punto di vista eminentemente pratico, i giovani dovrebbero assumere la posizione di interlocutori principali, dovrebbero cioè essere ripensati come co-costruttori delle politiche per il lavoro, e non soltanto come destinatari. Un processo, questo, che deve inevitabilmente includere anche un ripensamento dei modelli economici su scala locale, non necessariamente dipendente da ciò che l’Occidente intende per modernità xxvii.

La filosofia che sembra prosperare tra i giovani africani è quella della salvezza individuale legata al rifiuto del passato (sia quello tradizionale che quelli coloniale e post-coloniale), al ripudio dei propri leader fallimentari ma anche al rigetto dello straniero. Mai come ora, i giovani africani si concepiscono soli, rivendicando allo stesso tempo la propria libertà e il diritto di accedere al resto del mondo. Sottolinea Giro che uno dei motivi ricorrenti è la collera contro le classi dirigenti africane le quali, mentre mandano i loro figli nelle scuole all’estero, hanno abbandonato il settore educativo, lasciato andare in rovina le strutture scolastiche, non hanno sovvenzionato gli insegnanti rurali e hanno lasciato cadere la sanità. 

Talune caratteristiche proprie della società postcoloniale stanno facendo la loro comparsa nei Paesi del Nord, anch’essi alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni identitarie, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, dove la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. In altri termini la diffusione della democrazia sembra andare di pari passo con l’espansione globale del capitalismo con tutte le sue contraddizioni. La politica, per gli Tswana ad esempio, è in primo luogo una dimensione partecipativa vissuta nel fluire della vita sociale. Non stupisce che, a partire da questa concezione, la democrazia formale di tipo occidentale basata sull’espressione elettorale e sull’alternanza dei partiti al governo risulti insoddisfacente. Come altre società africane dotate già in epoca precoloniale di complesse strutture politiche centralizzate, gli Tswana credono fermamente nel senso di responsabilità che il leader deve alla comunità: un famoso adagio tswana recita kgosi he kgosi ka morafe, «un capo è un capo grazie alla sua nazione». La concezione di politica tradizionale tswana si basa in definitiva su un’idea di democrazia sostanziale, mentre la democrazia formale ottenuta attraverso il voto risulta in questo contesto poco saliente xxviii.

La modernità viene intesa come il mito eurocentrico di una “teleologia universale” caratterizzata dall’idea di un progresso unilineare che l’umanità intera starebbe inevitabilmente perseguendo. Tutte le culture evolverebbero in questa prospettiva attraversando (con ritmi e tempi diversi) vari stadi di sviluppo per raggiungere infine il traguardo della civiltà che contraddistinguerebbe l’età moderna. È evidente come questo impianto concettuale – che si è dimostrato ampiamente congetturale – abbia fornito un alibi scientifico e morale all’espansione coloniale: nel nome dello “sviluppo economico”, della “conversione”, l’Europa potè infatti giustificare la conquista di ampie regioni del mondo xxix. I Comaroff hanno levato con forza la loro voce contrapponendo all’idea eurocentrica di una modernità universale l’immagine di modernità multiple o alternative. L’agency africana, come quella di altre culture extraeuropee, ha dato vita a forme di modernità differenti, risultato dell’incontro tra le identità locali e i processi globali innescati dal colonialismo. Declinare la modernità al plurale, mettendo in discussione la presunta unidirezionalità Nord-Sud dei flussi di idee, è dunque il presupposto della proposta controevoluzionista analizzata dai Comaroff. 

Sorge a questo punto spontaneo un quesito: nei programmi come il Piano Mattei c’è davvero la volontà di una cooperazione basata sul reciproco rispetto di idee e risorse da ambo le parti istituzionali?

Mario Giro sottolinea come il tema della cooperazione tra Italia e Africa sia stato, negli anni, molto altalenante. La scommessa del Piano Mattei è quella di superare tale limite creando una vera e propria azione sistemica che duri nel tempo. La frattura tra Occidente e Africa, segnatamente con la Francia in Africa occidentale, rende tale compito arduo. Nei recenti colpi di Stato continentali si è visto bruciare bandiere francesi e alzare quelle russe. Sono scene del Mali o del Burkina Faso e infine del Niger. Si tratta di una rottura definitiva con l’Occidente? Lo si è visto anche nei ripetuti voti alle Nazioni Unite dove il continente si è spaccato sulla condanna alla Russia. Più ancora nel caso della guerra a Gaza: l’Africa intera si è schierata con i palestinesi quasi spontaneamente. Una rottura sentimentale che si allarga all’Europa intera. Una rivolta del Sud globale. 

La caduta del sistema della guerra fredda ha rappresentato la fine delle ideologie contrapposte. Al loro posto c’è stato l’avvento delle identità e/o emozioni, di per sé molto volubili. Le relazioni tra gli Stati e i popoli sono ormai rette da una “geopolitica delle emozioni”, le più significative tra le quali sono la speranza, l’umiliazione (e il rancore a essa connesso) e la paura (del declino). Per le nazioni e le classi politiche tali emozioni non si fermano al sentimento ma si trasformano in cultura e programmi partitici. Nella post-globalizzazione tutti si sentono al medesimo tempo nativi ed estranei: di conseguenza più o meno spaesati xxx. È ciò che stanno vivendo i giovani africani: ogni punto di riferimento è scomparso. Tutto è in grande e generale rimescolamento. 

Anche l’Europa è in continuo rimescolamento. Di fronte alle nuove dinamiche mondiali i singoli Stati europei sono destinati a perdere progressivamente peso politico ed economico se non sapranno conciliare la visione nazionale e intergovernativa con la visione federale. Solo un’Unione sempre più federale, capace di valorizzare l’insieme delle specificità nazionali, può infatti riuscire ad avere un reale e forte peso politico ed economico e conquistare una credibilità globale che nessun singolo Stato europeo potrà mai avere. Anche nel rapporto con l’Africa. Proprio mentre l’Unione Europea sta prendendo consapevolezza di avere bisogno dell’Africa, come e forse più di quanto essa abbia bisogno dell’Europa nei prossimi decenni, vari Paesi africani stanno già guardando ad altri continenti e altre aggregazioni geoeconomiche. E allora quali sono il senso e le reali potenzialità del Piano Mattei dell’Italia in una Europa ancora divisa? xxxi

Le ambizioni italiane verso il continente africano sembrano misurate, sebbene reali. Per certo differenti da quelle francesi. Le relazioni tra Francia e Africa hanno un’anzianità e un ancoraggio impossibile da confrontare a quelle italiane ma un corrispondente Piano Foccart riporterebbe Parigi ai suoi demoni, ovvero a una Françafrique a cui cerca di sfuggire con ogni mezzo. Argomento tabù, perché sfruttata abusivamente e caricaturalmente a fini elettorali, mai del tutto assunta come consapevolezza collettiva e nazionale, la “responsabilità” francese di ex potenza colonizzatrice deve tornare a essere, secondo l’analisi di Emmanuel Dupuy, una forza e non un ostacolo in vista di un rapporto pacificato. Il nodo gordiano del rapporto reciproco tra Francia e Africa francofona è l’ignoranza delle storie reciproche. Indubbiamente è ora opportuno agire, in un primo momento privilegiando il principio di “equità” piuttosto che quello di “uguaglianza” nelle relazioni transcontinentali e/o bilaterali riequilibrando un rapporto asimmetrico nel quadro di un dovere di imparzialità.  xxxii

Germania e Italia sono sempre riuscite a mantenere un maggiore equilibrio nelle relazioni con il continente africano, nonostante o forse proprio perché la durata della “loro” colonizzazione è stata più breve e meno incisiva di quella francese.

Cosa significa allora cooperare con l’Africa tra pari, in maniera non predatoria né paternalistica?

Per Sergi, pur essendo un piano “non calato dall’alto” ma definito da una “piattaforma programmatica condivisa”, non traspare ancora quale sia il radicale cambiamento rispetto a quanto l’Italia e l’Europa hanno realizzato con le iniziative di cooperazione internazionale. Il documento trasmesso al Parlamento italiano il 17 luglio 2024 non esprime né una nuova visione strategico-programmatica né le modalità di condivisione con i Paesi africani, elemento fondamentale nella relazione tra pari. È indispensabile che quanto prima siano chiarite le concrete modalità di governance e siano definiti obiettivi con criteri di valutazione misurabili, a partire da quelli dell’Agenda 2030, assicurando trasparenza e coerenza all’intero processo decisionale, attuativo e valutativo. 

Sono tante le ragioni che spingono alla costruzione di solidi rapporti tra i due continenti e alla definizione di un comune cammino di sviluppo e progresso. Lo richiedono le incertezze di un mondo a geometria variabile, che ha perso la bussola delle istituzioni politiche multilaterali nate dopo le divisioni e gli orrori delle due guerre mondiali e che, in larga parte, tende a rifiutare l’attuale “ordine” internazionale, non corrispondente ai mutati equilibri di potere, alle esigenze di maggiore equità, al riconoscimento di regole condivise, al rispetto della dignità altrui. Lo richiede l’interesse a stabilire solide collaborazioni per l’acquisizione di materie prime indispensabili alle produzioni industriali e alla transizione energetica. Lo richiede una visione politica illuminata capace di guardare lontano e costruire un sicuro e duraturo reciproco vantaggio. xxxiii

Forse la strada da seguire è quella che condurrebbe a una cooperazione triangolare tra America Latina, Italia e Africa. Coinvolgere partner di regioni extra-europee rende l’iniziativa più inclusiva e per molti aspetti più accettabile, se non altro perché in molti casi può scattare un sentimento di maggiore vicinanza, comprensione di problemi e capacità di condivisione delle soluzioni. Tra America Latina e Africa esistono vincoli storici fortissimi, un legame di sangue e di cultura certamente non inferiore né meno antico rispetto a quello esistente con l’Europa. In America Latina inoltre vi è un sentimento di particolare vicinanza all’Africa, rafforzato dalla scelta di molti governi attuali di garantire il rispetto dei diritti e la piena inclusione sociale degli afro-discendenti in quasi tutti i Paesi del subcontinente. 

Il modello di cooperazione triangolare non si basa solo sullo scambio di risorse e conoscenze, ma anche sulla necessaria costruzione di relazioni più forti e durature tra governi, imprese, società civile, in grado di assicurare continuità e sostenibilità al processo di crescita delle nazioni coinvolte. 

La fiducia generata da una comunicazione aperta e trasparente, che porta i partner a identificare aree di collaborazione di interesse reciproco e a sviluppare progetti congiunti a beneficio di tutte le parti coinvolte, contribuisce senza dubbio al benessere collettivo ma, promuovendo il dialogo tra attori con punti di vista e prospettive diverse, contribuisce anche a rafforzare la solidarietà politica e il sostegno reciproco nelle sedi internazionali a vantaggio di una maggiore stabilità xxxiv.


Note

iMcKinsey Global Institute, Lions on the move: The progress and potential of African economies, June 2010.

iiPaul Collier, The Bottom Billion: Why the Poorest Countries are Failing and What Can Be Done About It, OUP USA – Oxford University Press, New York City, 2008.

iiiCarlos Lopes,L’Afrique est l’avenir du monde, Seuil, 2021.

iv* membro della Comunità di Sant’Egidio, amministratore di Dante Lab, sottosegretario agli esteri nel governo Letta, viceministro degli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni, docente di relazioni internazionali all’Università per Stranieri di Perugia.

vL’inaugurazione di questa nuova fase nei rapporti con il Continente africano ha avuto luogo in occasione del “Vertice Italia-Africa” del 29 gennaio 2024, che ha visto la partecipazione dei rappresentanti di 46 Nazioni africane, oltre 25 Capi di Stato e di Governo, dei tre Presidenti delle Istituzioni europee, dei vertici delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, delle Organizzazioni internazionali, delle Istituzioni finanziarie e delle Banche multilaterali di sviluppo. 

viIl Piano Mattei si sviluppa su sei direttrici d’intervento: Istruzione/Formazione; Sanità; Acqua; Agricoltura; Energia; Infrastrutture (fisiche e digitali). Documento Piano Mattei per l’Africa, consultabile al link:https://www.governo.it/sites/governo.it/files/Piano_strategico_Italia-Africa_Piano_Mattei.pdf (consultato in data 19 giugno 2025).

viiNino Sergi, Piano Mattei: una pagina nuova?, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

viiiDocumento Piano Mattei per l’Africa, op.cit.

ixBarbara Bruschi, Micro-credenziali e NOOC potranno contrastare l’inverno demografico nelle Università? In Qtimes – Journal of Education Technology and Social Studies, luglio 2024.

xUmberto Galimberti, La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2018.

xiMario Giro, Il Piano Mattei e la nuova politica africana dell’Italia, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, op.cit.

xiiAll’inizio degli anni Ottanta il mondo della cooperazione allo sviluppo assistette a una ridefinizione delle strategie che avevano dominato le decadi precedenti. Le Istituzioni Finanziarie Internazionali – in particolare la Banca Mondiale – ritennero che un’eccessiva presenza dello Stato nell’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana fosse una delle cause primarie della crisi e formularono programmi di aggiustamento strutturale che miravano a rimuovere i principali limiti alle potenzialità di sviluppo del continente. Ne è derivata una lunga ondata di liberalizzazioni che colpirono molti servizi pubblici e programmi statali inducendo quello che è stato definito come il disimpegno dello Stato.

xiiiMario Giro, Il Piano Mattei e la nuova politica africana dell’Italia, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, op.cit.

xivStefania Tusini, Alcune domande (e risposte Data-Based) su migrazioni, accoglienza e identità, in Maura Marchegiani (a cura di), Antico mare e identità migranti: un itinerario interdisciplinare, Giappichelli Editore, Torino, 2017.

xvRenzo Guolo, Modelli di integrazione culturale in Europa, paper presentato al Convegno «Le nuove politiche per l’immigrazione. Sfide e opportunità», Fondazioni Italianieuropei e Farefuturo, 2009. 

xviCon il decreto legge del 22 ottobre 2024 il governo ha inserito 19 paesi nella lista dei paesi sicuri (Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Tunisia). Sono rimasti fuori la Colombia, il Camerun e la Nigeria. Va aggiunto che l’Unione Europea, e diversi governi europei, in questa fase mostrano una progressiva convergenza con le posizioni del governo Meloni. Il 16 aprile 2025 la Commissione ha presentato l’elenco UE dei Paesi di origine sicuri che comprende, tra gli altri, anche Kosovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco, Tunisia. 

xviiMaurizio Ambrosini, Tutte le contraddizioni del governo Meloni sulle politiche migratorie, lavoce.info, 25/10/2024.

xviiiCléophas Adrien Dioma, Il ruolo delle diaspore africane nel Piano Mattei, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

xixGiuseppe Campione, Migrazioni Mediterranee, in Antonietta Pagano (a cura di), Migrazioni e identità: analisi multidisciplinari, EdiCusano – Edizioni dell’Università degli Studi Niccolò Cusano – Telematica Roma, 2017.

xxIain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e Identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi Editore, Sesto san Giovanni (Milano), 2018 (edizione originale: Migrancy, Culture, Identity, Routledge, Londra, 1994).

xxiMarta Mosca, Giovani e lavoro in Africa: ripensare le categorie e i panorami futuri. Una prospettiva antropologica, in JUNCO – Lournal of Universities and international development Cooperation, n. 1/2020.

xxiiMassimo Zaurrini, Piano Mattei: il futuro dell’Italia passa per l’Africa, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

xxiiiMassimo Zaurrini, Piano Mattei: il futuro dell’Italia passa per l’Africa, op.cit.

xxivFelwine Sarr, Afrotopia, Edizioni dell’Asino, Roma, 2018.

xxvMarta Mosca,  Giovani e lavoro in Africa: ripensare le categorie e i panorami futuri. Una prospettiva antropologica, op.cit.

xxviArjun Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

xxviiMarta Mosca, op.cit.

xxviiiJean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal sud del mondo. Ovvero come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, Rosenberg&Sellier, 2019 (I Comaroff sono partiti dallo studio etnografico di un’area remota ai confini tra il Botswana e il Sudafrica e hanno percorso un lungo viaggio di ricerca che li ha portati a sviluppare una teoria dei processi globali di produzione della conoscenza e del ruolo che l’antropologia e gli studi africani possono svolgere nella contemporaneità).

xxixJean Comaroff and John L. Comaroff (edited by), Modernity and Its Malcontents. Ritual and Power in Postcolonial Africa, The University of Chicago Press, Chicago, 1993.

xxxDominique Moïsi, Geopolitica delle emozioni. Le culture della paura, dell’umiliazione e della speranza stanno cambiando il mondo, Garzanti, Milano, 2009.

xxxiNino Sergi, Piano Mattei: una pagina nuova?, op.cit.

xxxiiEmmanuel Dupuy, C’è bisogno di un «Piano Mattei» francese per ridefinire il rapporto tra la Francia e il continente africano?, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

xxxiiiNino Sergi, Piano Mattei: una pagina nuova?, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

xxxivAntonella Cavallari, La cooperazione triangolare: possibili sinergie tra America Latina, Italia e Africa, in Mario Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in Africa, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2024.

Irma Galgano, laureata in Lettere, indirizzo geografico-antropologico, è docente per le classi di concorso A012, A018, A019, A021, A022, A054. Formatore e Supervisore EIPASS, docente esperto nei percorsi di orientamento e formazione per il potenziamento delle competenze STEM, digitali e innovazione, collabora con varie riviste.


Articolo pubblicato sul numero 75 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lafrica-i-giovani-litalia/


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa di Edizioni Angelo Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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