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Irma Loredana Galgano

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Antimeridionalismo e razzismo culturale: l’evoluzione del concetto di razza da Lombroso e Niceforo ai nostri giorni nello studio di Vito Teti

03 lunedì Ago 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Larazzamaledetta, Meltemi, recensione, saggio, VitoTeti

Introduzione

Alle discussioni sul tema della questione meridionale avute luogo in Italia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento parteciparono con animo anche gli antropologi di ispirazione lombrosiana. Molti di loro si interrogarono sulle ragioni del divario tra Nord e Sud mescolando, non senza incoerenze e contraddizioni, discorsi sulle razze, indagini criminologiche e analisi sociopolitiche. 

Il punto di avvio del dibattito fu la pubblicazione, nel 1897, del volume di Niceforo “La delinquenza in Sardegna, in cui l’elevato tasso di criminalità in una precisa zona dell’isola era imputato principalmente a fattori razziali1.

Nel 1901 pubblicava invece “Italiani del Nord e Italiani del Sud” in cui si prefiggeva lo scopo di documentare l’esistenza di due Italie, due razze, due psicologie, e dimostrare l’inferiorità razziale, fisica e psicologica, sociale e morale degli italiani del Mezzogiorno. Ormai il mito romantico-risorgimentale dell’Italia una e unita si era completamente sfaldato anche a causa della persistenza di realtà che apparivano sempre più diseguali e distanti2. Le idee di Niceforo trovavanoinoltre un valido appoggio nella teoria di Cesare Lombroso, il quale riteneva di aver dimostrato e fornito le prove della mancata e forse impossibile unità d’Italia e dell’inferiorità razziale, genetica, psicologica delle popolazioni meridionali3.

Lombroso lega fenomeni quali il brigantaggio meridionale, la mafia e la camorra a fattori ereditari atavici delle popolazioni4. E in maniera più esplicita alla razza, parlando dello stato della criminalità barbarica riscontrata in Calabria nel periodo in cui ci visse in qualità di giovane ufficiale medico5.

La stirpe mediterranea avrebbe una provenienza africana che ha avuto un ruolo determinante nel popolamento e, soprattutto, nel processo di civilizzazione del continente europeo. Niceforo si servì di questa teoria di Giuseppe Sergi per sostenere l’arretratezza della popolazione dell’Italia meridionale (i meridionali erano impulsivi e inclini al crimine proprio a causa della loro origine africana) mentre Napoleone Colajanni vi fece ricorso, al contrario, per difendere la dignità degli abitanti del Sud, adoperando contro i teorici delle razze i loro stessi argomenti: se i meridionali appartenevano alla stirpe mediterranea, al pari degli artefici delle grandi civiltà del passato, come si poteva sostenerne l’inferiorità6

Fanno da sfondo ai lavori di Niceforo le grandi tensioni sociali e politiche del periodo post-unitario, la repressione violenta dei briganti, gli spostamenti delle popolazioni contagiate dalla febbre dell’America, il fallimento degli ideali umanitari e risorgimentali. Dal punto di vista intellettuale, fanno da sfondo le ricerche degli studiosi che disegnavano un paesaggio variegato della penisola italiana, oltre a un’impostazione antropologica, di derivazione darwiniana, ma legata soprattutto alle ricerche e alle teorie della scuola di antropologia criminale. In realtà Niceforo, che spiega l’inferiorità morale e sociale del Mezzogiorno con fattori antropologici, che collega le due Italie a una razza superiore e una razza inferiore, si dichiara fiducioso che i suoi studi possano contribuire a migliorare le condizioni delle genti del Sud. Anche la sua scrittura mantiene questa ambiguità di fondo: semplice, chiara, diretta eppure spietata, carica d’implicazioni razziste, caratterizzata dalla monotona insistenza sui caratteri degenerati, barbari, ritardati delle popolazioni del Mezzogiorno. Questa terminologia era tutta interna a una consolidata tradizione del pensiero etnocentrico, che nell’altro esterno e lontano e nell’altro geograficamente vicino aveva scorto, di volta in volta, il selvaggio, il primitivo, il barbaro e il diverso7.

Nei termini barbari, selvaggi, degenerati erano confluite le immagini occidentali dell’altro come bestia, del popolo come selvaggio, e anche una serie di stereotipi sui meridionali, di pregiudizi colti e popolari, da secoli diffusi in Europa, nei confronti degli abitanti del Sud d’Italia8.

Se per Lombroso e Niceforo ad alterazioni fisiche visibili dovevano corrispondere degenerazioni interne, per Colajanni le malformazioni esterne (le cosiddette stigmate) non erano necessariamente il sintomo di patologie psichiche. L’origine della criminalità, dunque, non era imputabile alla ricomparsa di forme anatomiche di gruppi etnici considerati inferiori o di specie animali, né un criminale era riconoscibile dal suo solo aspetto esteriore. Contrariamente a quanto pensava Lombroso, infatti, la criminalità non dipendeva da atavismi fisici, ma da quelli che Colajanni definiva atavismi morali, corrispondenti alla riemersione di costumi e condotte di vita che caratterizzavano fasi evolutive già superate nella storia dell’umanità. Qui tornava di nuovo in gioco Sergi. Per spiegare gli atavismi psichici, infatti, Colajanni partiva dall’idea sergiana di stratificazione del carattere, in base al quale il carattere umano era formato dalla sovrapposizione di due elementi: uno ereditario o fondamentale, che era il risultato del materiale psichico trasmesso di generazione in generazione, e uno acquisito o avventizio, che derivava dall’interazione dell’individuo con l’ambiente. Poteva accadere che, a causa di una deleteria influenza esterna, gli strati più profondi riemergessero, determinando comportamenti anacronistici, come la criminalità o la prostituzione. Mentre però, per Sergi, la riappropriazione di questi elementi sotterranei aveva effetti sia sulla psiche sia sul corpo, data la correlazione tra organo e funzione da lui accettata, per Colajanni le conseguenze di questa riemersione si limitavano alla sfera morale. Il criminale poteva dirsi simile ai selvaggi e ai bambini solo dal punto di vista della condotta, no dell’organismo9.

L’evoluzione del concetto di razza in antropologia

La categoria di razza è un prodotto storico dell’interpretazione scientifica delle differenze umane, ma la sua “autorità scientifica” deriva sovente dall’essere una verità autoevidente, un qualcosa di irrefutabilmente dato. Il concetto di razza è quindi un prodotto ideologico che si è fuso con il discorso scientifico per diventare un medium dell’ideologia razzista, un universo di segni e significati che concorre a formare il discorso razzista. 

Il razzismo è un fenomeno immanente alla modernità, proprio perché si è servito di nozioni derivate dal campo scientifico, come quella di razza, per ordinare in modo razionale una società i cui membri non accettavano il nuovo ordine. Di fronte allo scoppio dei conflitti e alla riottosità delle classi subalterne e “pericolose” a farsi disciplinare, il razzismo forniva gli elementi per identificare e imporre un’organizzazione sociale chiara e apparentemente perfetta. Esso nasceva nel punto in cui le economie coloniali, lo sviluppo industriale e il progresso delle scienze naturali interagivano. 

La teoria razzista che emerge durante il XIX secolo iniziò a riferirsi all’ordine della natura, dotandosi di una legittimità ideologica e di una sistematicità classificatoria, basata su una serie di confuse e imprecise definizioni dell’Altro, che il razzismo prescientifico non aveva. Le scienze sociali e biologiche hanno da tempo risolto il dilemma tra poligenismo e monogenismo, mostrando inconfutabilmente che tutti gli esseri umani derivano dalla medesima coppia progenitrice. Ma in quegli anni, le spiegazioni della varietà del genere umano dipendevano sia dalla limitatezza delle alternative disponibili in campo scientifico, sia da fattori esterni quali la necessità di giustificare il dominio coloniale e l’istituzione della schiavitù. La distinta origine e l’immutabilità dei caratteri tipici del negro, per esempio, sembravano legittimare la schiavitù. Quando l’espansione della civiltà industriale rese incolmabile la frattura tra l’uomo bianco civilizzato e il “selvaggio”, si affermò tra gli scienziati sociali dell’epoca l’idea che il negro, così come le altre “razze inferiori”, a causa della loro struttura fisica non avrebbero mai potuto elevarsi al livello intellettuale dell’europeo, anche se sottoposto allo stesso tipo di educazione. Questa convinzione trovò innanzitutto in Paul Broca, padre fondatore dell’antropologia fisica, e poi nei promotori dell’American School of Anthropology Joshua C. Nott e George Gliddon, nel noto antropologo inglese John Lubbock, nell’antropologo culturale Edward Tylor, nel sociologo spenceriano Franklin Giddings, nell’economista e sociologo William Ripley, degli instancabili diffusori10.

Le ideologie e le teorie razziali naturalizzarono le differenze sociali, combinando in un sistema sintetico alterità, rapporti sociali di potere, stigma biologico. Il razzismo delle origini si configurò quindi come una combinazione di ideologia, scienza e prassi che sosteneva l’ineluttabilità se non la necessità di un’organizzazione sociale di tipo gerarchico, basata sul principio della differenza somatica dei gruppi “razziali”. Quest’ultima implicava una posizione sociale di inferiorità o di esclusione che non poteva essere modificata dall’azione cosciente del gruppo “razziale” stesso: la razza e i caratteri sociobiologici a essa associati portavano il segno inesorabile della permanenza11.

A partire dai primi anni del XX secolo, antropologi come Boas, Lowie, Linton, Benedict, svilupparono osservazioni sempre più sistematiche contro l’idea che la razza potesse in qualche modo influenzare le culture dei gruppi sociali, per quanto non approfondissero a sufficienza la critica alla categoria di razza come indicatore delle differenze bio-somatiche di individui e popolazioni12. Boas maturò un atteggiamento profondamente critico verso quelle teorie che sostenevano la superiorità della civiltà bianca nei confronti di ogni altra civiltà, sebbene esse prendessero come prova evidente di quella superiorità le invenzioni, la vastità delle conoscenze scientifiche, la complessità delle istituzioni sociali, gli sforzi per promuovere il benessere sociale compiute da quella civiltà. Da tali argomentazioni derivava la convinzione di un’innata superiorità delle nazioni europee e dei loro discendenti.

La presunta superiorità delle razze europee avvalorava infine le ipotesi circa il significato delle differenze morfologiche riscontrabili fra le razze: poiché la razza europea era la più dotata, anche il suo tipo fisico e mentale rappresentava il meglio, e ogni deviazione da esso era necessariamente una manifestazione inferiore. Il sillogismo degli antropologi si chiudeva ritenendo che una razza può essere definita inferiore quanto più differisce, nella sua essenza, dalla razza bianca13.

Nella sua trilogia sulla questione meridionale, Niceforo, seguendo le indicazioni di Sergi, si limitava a segnalare l’esistenza di due diverse razze in Italia: gli Arii (di provenienza euroasiatica), predominanti al Nord fino alla Toscana, e gli Italici (di provenienza euroafricana), predominanti nel Sud e in Sicilia. Per Teti, era fortemente riduttiva e “romanzata” la distinzione di Niceforo tra una razza di Arii brachicefali e una razza di Italici dolicocefali, anche se interna alle più accreditate acquisizioni e distinzioni del razzismo scientifico dell’epoca14.

Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista, nelle sue ricerche sulla struttura genetica delle popolazioni delle diverse parti del mondo, è giunto a mostrare, attraverso l’analisi di marcatori genetici misurati nelle diverse regioni d’Italia, un’eterogeneità associabile, forse, a insediamenti preromani. L’errore di Sergi e Niceforo consisteva, allora, non tanto nell’individuazione, con le categorie e i termini scientifici del tempo, delle differenze fisiche e culturali presenti in Italia, quanto nella relazione, di tipo deterministico, stabilita tra la razza (l’insieme dei caratteri che definivano razza o stirpe in termini di superiorità e inferiorità) e la psicologia, la vita morale, le condizioni di vita delle popolazioni15.

Verso la metà degli anni Trenta, il biologo Julian S. Huxley e l’antropologo Alfred C. Haddon avanzarono un’importante critica alle distorsioni concettuali contenute nelle teorie razziali, proponendo di sostituire al termine race quello di ethin group, una proposta che venne accettata dall’UNESCO e da molti scienziati sociali dopo la fine della guerra. Essi suggerivano di considerare la specie umana come unica fra le specie animali, in quanto essa con facilità si era mescolata con gruppi e tipi già differenziati. Una multipla ancestralità doveva essere ritenuta importante tanto quanto la comune discendenza che era alla base dei caratteri e delle origini di ogni gruppo16.

Il 22 gennaio 2018 è uscito un comunicato congiunto della SIAA – Società Italiana di Antropologia Applicata, della SIAC – Società Italiana di Antropologia Culturale, dell’ANPIA – Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia e della SIMDEA – Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici nel quale si esprimeva grande preoccupazione per l’uso sempre più frequente nel linguaggio pubblico di termini e concetti come etnia,identità e persino cultura, con significati semplificati e distorti, riconducibili alla costellazione di idee collegate al concetto di razza. Così facendo, viene evidenziato nello stesso comunicato, si rinforzano i fraintendimenti che hanno giàdrammaticamente marchiato la storia della prima metà del Novecento, rinvigorendo i processi di razzializzazione e discriminazione che caratterizzano la nostra contemporaneità.

Dal razzismo nel Novecento ai processi di razzializzazione oggi

Nel linguaggio comune e, a volte, anche in quello scientifico, la parola etnicità viene usata per definire gruppi di persone, nella maggior parte dei casi minoranze, che si distinguono per la loro diversità di costumi, religione, lingua, tradizioni17.Spesso questo vocabolo viene utilizzato al posto del termine razza, ormai bandito dal lessico della maggior parte dei paesi che si autodefiniscono “civili” perché ritenuto sconveniente a causa del suo potere evocativo che riporta alla mente i genocidi e gli stermini compiuti in suo nome. L’etnia invece dà la possibilità di rifarsi alle categorie razziali senza nominarle. 

I termini dell’ethnos lasciano la sensazione che si tratti di categorie oggettive, immutabili e indiscutibili. E le scienze sociali, in realtà, hanno trattato l’identità “etnica” come una cosa, reificandola e contribuendo a connotarla dell’accezione neo razzista che oggi si trascina dietro18. Un primo passo da compiere è, dunque, la sua relativizzazione. L’identità dipende non solo dal nome ma da un insieme di atteggiamenti e scelte (tra cui quelle relative alla denominazione). Dipende da ciò che vogliamo trattenere di un fenomeno; dal nostro tipo di interesse per quel fenomeno; dal modo in cui intendiamo perimetrarlo. L’identità, allora, non inerisce all’essenza di un oggetto; dipende, invece, dalle nostre decisioni19.

È necessario, inoltre, prendere coscienza che anche la nozione di etnia è una finzione, così come gran parte dei concetti usati dagli antropologi e traslati nel linguaggio del quotidiano fino a diventare patrimonio del lessico comune20. La nozione di etnia è stata di fatto utilizzata con un senso eminentemente costitutivo per cui si è creata una prospettiva di tipo illusorio, consistente in una percezione della realtà umana come discontinua e segmentaria21.

L’alterità è percepita mediante l’atto del vedere ma questa alterità percepita ancora non è differenza. Per trasformarla in differenza sono necessarie procedure di astrazione, ordinamento e classificazione specifiche. La comparazione risulta possibile solo se la si estrae da un continuum, decontestualizzandola. Ecco dunque “inventata” l’etnia22. Per “invenzione” non bisogna intendere una creazione puramente fantastica, ma una “fabbricazione” a partire da alcuni dati relativi la cui unicità viene enfatizzata allo scopo di determinare in senso “unico” l’oggetto preso in considerazione23.

Nel periodo post-unitario, la realtà meridionale viene percepita e costruita – non più, come in passato, con notevoli differenze interne e con tipizzazioni locali anche di segno positivo – come luogo estremo di alterità, di primitività, di arcaicità. Il Meridione diventa uno dei territori privilegiati della scienza folklorica dell’epoca. Un complesso mosaico di usanze, tradizioni, consuetudini e ricche costellazioni di culture locali viene, inizialmente, riportato nel tracciato di una logica politico-culturale unitaria e unificante: le categorie interpretative risolvono in una fenomenologia delinquenziale comportamenti altri. L’operazione politica dei ceti dominanti nazionali è quella di riportare nell’ambito di categorie note la diversa e sfuggente realtà meridionale24.

Con la caduta del muro di Berlino e il susseguente crollo sovietico, la deflagrazione della Prima repubblica, la concomitante grave crisi economica dei primi anni Novanta, insieme a Tangentopoli e allo stragismo, in un contesto nuovo e inedito in cui alle forze politiche in campo non occorreva più concorrere sul piano sociale con i temibili partiti progressisti del paese nel contendersi l’appoggio delle masse del Sud, in Italia avvenne una violenta sterzata, tuttora in corso, rispetto alla precedente storia repubblicana. Nonostante Milano e la sua procura ebbero un ruolo principale nel sancire lo stato di corruzione sistemico della classe politica, fu attribuito a “Roma ladrona” e al meridione il fallimento del paese, riportando in auge il pregiudizio antimeridionale. Si apriva così in Italia, in maniera convulsa e repentina, l’epoca neoliberista. Un periodo di crisi che, sul piano dell’immaginario, come un fiume carsico, ha prestato il fianco non alla ricostruzione razionale degli avvenimenti, bensì ai fantasmi dell’inconscio collettivo, dalle cui ferite è riemerso un vecchio capro espiatorio della nostra storia25.

In quegli stessi anni si inaspriva il dibattito su una tematica ancor oggi cogente: la regolazione dei flussi migratori e il controllo delle frontiere. In quel periodo, la questione migratoria italiana veniva pensata e trattata, per la maggiore, dal punto di vista degli italiani che migravano in altri paesi. Eppure già si intravedeva lo scenario opposto, ovvero regolamentare i diritti e le condizioni dei migranti giunti nel nostro paese26.

Leone Iraci Fedeli, economista italiano vicino a Giorgio Lamalfa del Partito repubblicano, considerava l’emigrazione italiana proveniente da un paese con fortissime disuguaglianze di classe e diretta verso paesi più egualitari. Questi ricevevano manodopera disciplinata e perciò facilmente utilizzabile, proprio perché incondizionatamente adattabile: l’italiano sapeva di dover essere sfruttato e non si sognava di fare difficoltà. Invece la manodopera nordafricana e africana che emigra in Italia proviene o da società disgregate (ma in sostanza da strati piccolo borghesi poveri, e non popolari) nel primo caso, o da società estremamente egalitarie (in cui l’egalitarismo dello stato sociale si è sovrapposto a quello tribale) nel secondo caso e, inoltre, da società che sono state condizionate da decenni di sobillazione sciovinista e di fanatismo islamico, nel caso degli arabi, e di populismo esasperato, nel caso degli africani27. Nella prospettiva di Iraci Fedeli, gli italiani non erano razzisti ma semplicemente si confrontavano con un’immigrazione che, a differenza di quella italiana, non era disponibile a lasciarsi sfruttare e sottomettere agilmente, generando così conflitto. 

È sempre in questo frangente temporale che inizia a crescere e diffondere le proprie idee un nuovo movimento politico italiano che sembra aver fatto da traino a un vero e proprio pensiero: il leghismo settentrionale, considerato come un’organizzazione dell’intolleranza che aveva costruito il proprio localismo sulla contrapposizione e la denigrazione dell’altro, meridionale o straniero, meritando quindi di entrare nel vocabolario del razzismo italiano28.

Non c’è dubbio che la Lega Nord sia stata la formazione politica che ha concentrato maggiori energie nella mobilitazione anti-immigrati; ma altrettanto indubbiamente non è tale questione ad aver qualificato l’identità e l’azione della Lega. L’azione anticentralista e antipartitocratica è stato l’obiettivo prioritario e il tema privilegiato29.

Il dibattito sul Sud e sull’Italia si polarizzava al punto da produrre speculari posizioni “sudiste”, anch’esse carsicamente preesistenti fin dalla storica delusione post-unitaria, per riemergere con una misura di orgoglio rivendicativo e ricostruzione identitaria, soprattutto dopo le celebrazioni del secolo e mezzo dell’Unità. Il discorso identitario, se è sempre sintomo di una profonda e latente crisi di prospettiva e direzione, è però la risposta speculare al pregiudizio antimeridionale del Nord, per certo sintomo di un problema culturale nazionale di fondo30.

La risposta dell’altro a colonialismo e razzismo e dell’io al post-colonialismo

Il manicheismo primario che governava la società coloniale si conserva intatto durante il periodo della decolonizzazione; vale a dire che il colono non cessa mai di essere il nemico, l’avversario che deve essere rovesciato31. L’inimicizia tra colonizzatore e colonizzato è continuata anche nel periodo della decolonizzazione. Alla resistenza armata succedette quella ideologica e culturale. Il colonialismo non solo ridisegnò con la forza i territori fisici e i terreni sociali, ma alterò anche le identità umane nelle colonie. Pertanto, per contrastare gli oppressori coloniali, la costruzione di identità forti era considerata di fondamentale importanza dai colonizzati. Il recupero dell’autentica cultura precoloniale e il fermo rifiuto della cultura imperiale furono strategie chiave per la formazione dell’identità tra gli africani. Il panafricanismo e la negritudine, quali movimenti di protesta, rifiuto, recupero razziale e autoaffermazione, presentano alcune somiglianze e differenze.

Il panafricanismo nacque nella diaspora e trasse origine nel Nuovo Mondo. Il suo obiettivo era quello di articolare le caratteristiche culturali comuni condivise dalle persone di colore appartenenti a diverse entità nazionali e regionali. L’impulso emotivo del movimento scaturiva dal senso di perdita di dignità, indipendenza e libertà di un popolo di origine africana ampiamente disperso, che si sentiva espropriato della propria patria dal colonialismo, il quale aveva portato persecuzioni, inferiorità, discriminazione e dipendenza. Il recupero della dignità fu la molla principale di tutte le azioni dei panafricanisti. 

La negritudine, spesso identificata con la rivista culturale «Presence Africaine», ebbe le sue origini nella «Legtime Defense», una rivista letteraria fondata nei primi anni ’30 dal poeta martinicano Étienne Lero. La negritudine esclude gli arabi e i non neri e pone l’accento su un senso di estraneità, sulla consapevolezza di essere negro.

Il panafricanismo e la negritudine hanno rappresentato passi significativi nella costruzione della coscienza nera moderna. In quanto iniziative nativiste, furono le prime audaci affermazioni delle culture nere in opposizione all’egemonia e alla repressione culturale coloniale. Questi movimenti offrirono una resistenza ideologica all’imperialismo e mirarono a ricostruire una comunità frammentata attraverso l’introduzione di discorsi alternativi. Il loro obiettivo era il recupero della fiducia in sé stessi e la riabilitazione dell’identità culturale, in una frenetica ricerca di autenticità, origini nazionali e un nuovo insieme di miti, religioni, eroi ed eroine da celebrare32.

Troppo spesso si è trascurato il fatto che una nazione decolonizzata è effettivamente solo una nazione che sta attraversando un processo di decolonizzazione e che ancora si definisce in riferimento alla colonizzazione. Molti dei suoi rapporti spesso estremamente ambigui con gli europei possono essere spiegati così: la sua rivolta non è ancora chiusa e finita; per questo motivo ancora cova rancore contro di loro, mentre si riaccende la sua antica ammirazione33. Ènell’ambiguità trascurata di questo torbido “rancore” e “ammirazione” che va allora inquadrato il concetto di négritude o africanité di Senghor. Come in uno specchio a rovescio, insieme deferente e risentito verso il potere europeo, è un concetto viziato da una ripetizione, con segno contrario, delle stesse nozioni razziste che hanno imprigionato l’esistenza dell’Africa sotto il dominio. L’africanité di Senghor, il suo preteso “negrismo” è definito nel suo nucleo da quanto presume di negare34.

La libertà senza coscienza è peggio della schiavitù, per questo ciò che maggiormente sembra colpire lo stesso Senghor, riguardo i popoli neri che sono stati promossi all’autonomia o indipendenza, è proprio la mancanza di coscienza della maggior parte dei loro capi e la loro denigrazione dei valori culturali nero-africani35.

La risoluzione n. 1514 del 14 dicembre 196036 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sancì il diritto di autodeterminazione dei popoli colonizzati. Tuttavia la fine del colonialismo non fu affatto la premessa della fine del razzismo: il progressivo affermarsi di una posizione contraria al determinismo razzista da parte degli scienziati a livello internazionale, così come venne intesa nella dichiarazione del 1950 dell’Organizzazione delle Nazioni Uniti per l’Educazione, la Scienza e la Cultura37, scontò tuttavia la continuità di un atteggiamento fondamentalmente razzista verso il cosiddetto ritardo o sottosviluppo di tante popolazioni ex coloniali lungo un asse che univa gli esperti occidentali, le élites del Sud globale del mondo e le cosiddette popolazioni arretrate38.

La storia della transizione all’indipendenza dei popoli colonizzati fu una storia all’insegna dell’antirazzismo che non a caso è stato spesso associato all’anticolonialismo e alle vicende dei diversi movimenti nazionalisti in Africa (dal panafricanismo alla negritudine)39. Il parallelo tra anticolonialismo e antirazzismo può tuttavia essere letto in un modo più complesso, superando la semplificazione interpretativa di un suo appiattimento sui movimenti nazionalisti, guardando alle tante e diverse “situazioni coloniali”40.

Nel caso della decolonizzazione dei possedimenti italiani, la traiettoria fortemente internazionale della loro sistemazione postcoloniale si combinò con un’importante competizione, tutta sul versante africano, tra le dinamiche di cambiamento politico e sociale promosse dai movimenti nazionalisti da un lato e dall’altro un processo di riforma del sistema coloniale legato ad alcune élites di intermediari che non necessariamente vedevano nell’indipendenza l’obiettivo prioritario del loro agire politico. Grandi potenze come Francia e Gran Bretagna invece agirono convintamente per riformare il sistema piuttosto che liquidarlo al punto che furono le molteplici crisi scoppiate nel mondo coloniale a decretarne la fine. La teoria del razzismo imponeva che per fondare un’identità razziale vi fosse la necessità di un opposto, bianco vs. ne(g)ro. L’opposto doveva essere tenuto a debita distanza, anzi più distante era, fisicamente e concettualmente, e meglio serviva il compito di fungere da contraltare, da opposto appunto, biologicamente e culturalmente inferiore rispetto al colonizzatore e alla sua nazione, razza e civiltà, supposte superiori. Il razzismo ebbe così la funzione di legittimare la subordinazione imposta dal dominio coloniale, facendola passare per naturale e dunque moralmente accettabile41.

Italia/Africa e viceversa: dal colonialismo alla migrazione 

Se Garibaldi non avesse unito l’Italia, il Nord sarebbe diventato lo stato più ricco e civilizzato d’Europa e il Sud sarebbe diventato un vicino come l’Egitto42. Questa era la considerazione molto diffusa in Italia negli anni Settanta anche se, in realtà, la metafora quasi sempre peggiorativa del Mezzogiorno=Africa comincia a circolare già ai primi dell’Ottocento e si diffonde a macchia d’olio fino ai nostri giorni dentro i confini italiani, ma soprattutto fuori di essi. Tuttavia, il salto di qualità si ebbe qualche anno dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, allorquando fu scatenata la guerra contro il brigantaggio. In una lettera indirizzata alla moglie, Nino Bixio, ex ufficiale garibaldino e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, descrive luoghi e genti del Meridione con un gergo comunemente colonialista. Nelle sue parole non è difficile osservare il passaggio dalla percezione esotizzante e quella di un giudizio che dapprima vede solo arretratezza, poi inferiorità, fino ad arrivare a una visione “scientificamente” razzista43.

«[…] abbiamo visitato alcuni paesi della provincia di Molise e quasi tutto il circondario di Larino. Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! S’io dovessi vivere in queste regioni preferirei di bruciarmi la testa—e quelli veduti non sono i soli–ti assicuro che nelle Provincie meridionali si darebbe lavoro a meta della popolazione facendo spazzare le strade o quelle che qui si chiamano strade—e dicendo questo non parto dalla nettezza Inglese, Olandese o Svizzera ma dei più miseri nostri villaggi—prima che questi paesi giungano allo stato di civiltà in cui siamo noi solo, abbisognano anni e lunghi anni. Non strade—non alberghi—non ospedali nulla insomma di quanto si vede oggi nella parte meno avanzata dell’Europa—poveri paesi! quale governo Dio ha permesso s’avessero! manca loro il senso del giusto e dell’onesto—bugiardi sempre—timidi come fanciulli […] l’uomo s’è fatto bruto […]. Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o al meno spopolare e mandarli in Africa a farsi civili!44»

Lo slogan più di successo dell’iniziale attività politica della Lega Nord era: Garibaldi non ha unito l’Italia ma diviso l’Africa. Tuttavia, a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008 e la politica dell’austerità dell’Unione Europea, per i leghisti i nemici non sono più i meridionali (anch’essi vittime come tutti gli italiani) bensì i tecnocrati comunitari (chi sta più a nord) e i migranti (chi sta più a sud), col risultato paradossale che l’Italia viene ri-unificata, per così dire, nel segno del razzismo e del sovranismo. 

È un fatto che ovunque andassero i migranti italiani dovettero subire l’ostilità e il pregiudizio delle popolazioni native. A proposito dell’immigrazione negli Stati Uniti, Pugliese scrive che agli italiani che passano per Ellis Island venissero attribuiti atteggiamenti, comportamenti e ruoli che oggi vengono attribuiti agli immigrati in Italia. E la stesa sorte toccava a quei meridionali che si trasferivano nelle aree industrializzate del nord Italia. Pensiamo anche solo alla presunta maggiore tendenza a delinquere che viene attribuita agli immigrati stranieri e che un tempo veniva attribuita ai lavoratori meridionali e alle loro famiglie residenti nelle regioni centrosettentrionali45.

La lunga esperienza storica dell’emigrazione italiana ha fatto sì che per lungo tempo gli italiani continuassero adautorappresentarsi come un popolo di emigranti, e ciò ha ritardato la presa di coscienza del fenomeno della “nuova immigrazione” e il rifiuto di integrarlo come parte della mutata realtà sociale del nostro paese. Questo ritardo nel prendere atto del nuovo ruolo assunto dall’Italia nel contesto delle migrazioni internazionali ha a sua volta influito sul modo di percepire e rappresentare i “nuovi arrivati”46.

L’Italia e gli italiani non hanno mai avuto davvero una piena consapevolezza del loro essere razzisti. Si tratta di una inconsistente mitologia auto-assolutoria la quale racconta di un processo di formazione dello stato nazionale immune da quella particolare modalità di nazionalizzazione della cittadinanza che consiste nella sua etnicizzazione (razzizzazione); che descrive l’esperienza coloniale italiana più nei termini di un’impresa umanitaria che di un’azione di conquista; e che utilizza anche il radicamento della tradizione cristiana nel nostro paese come prova della refrattarietà degli italiani verso le ideologie e le pratiche razziste47.

Vi è un legame tra la mancata elaborazione individuale e collettiva di eventi traumatici e impregnati di violenza del nostro passato e la negazione del riconoscimento dell’altro. In fin dei conti, secondo la nota definizione di Siebert, il razzismo è un riconoscimento negato: all’altro non viene riconosciuta una dignità pari alla nostra.

«Esiste un problema di assunzione di responsabilità nel ricordare, questione che rappresenta la base del riconoscimento. Ricordare è presupposto del conoscere, e conoscere ha senz’altro a che fare con il riconoscere… La conoscenza della storia, fondata in parte sulla ricostruzione della memoria, fornisce una base necessaria, ma non sufficiente per i processi di riconoscimento48.»

Il conflitto sociale non è mai soltanto un conflitto per il mero controllo delle risorse o per il potere; la vera posta in gioco è l’affermazione del Sé individuale o collettivo. Affinché tale affermazione si verifichi occorre ottenere il riconoscimento degli altri49. Honneth individua tre tipi di spregio che compromettono l’integrità della persona e ostacolano l’integrazione in una società complessa. Vi è innanzitutto un’umiliazione che riguarda l’integrità fisica di una persona, la possibilità di disporre liberamente del proprio corpo. Un secondo tipo di spregio concerne la comprensione normativa di sé di una persona: si verifica quando una persona è privata dei diritti che spettano ai membri di una società. Infine si viene umiliati quando viene negato ogni valore sociale ai propri modi di vita individuali e collettivi, alle proprie affiliazioni culturali, ai valori cui si fa riferimento. A questa svalutazione sociale di determinati modelli di autorealizzazione personale si collega, per il singolo, una perdita del rispetto di sé50.

Conclusioni

La consolidata tradizione del pensiero etnocentrico, che nell’altro esterno e lontano e nell’altro geograficamente vicino aveva scorto, di volta in volta, il selvaggio, il primitivo, il barbaro e il diverso, ha contribuito a convogliare nei termini barbari, selvaggi, degenerati le immagini occidentali dell’altro come bestia, del popolo come selvaggio, e anche una serie di stereotipi sui meridionali, di pregiudizi colti e popolari, da secoli diffusi in Europa, nei confronti degli abitanti del Sud d’Italia.

Le ideologie e le teorie razziali naturalizzarono le differenze sociali, combinando in un sistema sintetico alterità, rapporti sociali di potere, stigma biologico. Il razzismo delle origini si configurò quindi come una combinazione di ideologia, scienza e prassi che sosteneva l’ineluttabilità se non la necessità di un’organizzazione sociale di tipo gerarchico, basata sul principio della differenza somatica dei gruppi “razziali”.

Il concetto di razza è quindi un prodotto ideologico che si è fuso con il discorso scientifico per diventare un mediumdell’ideologia razzista, un universo di segni e significati che concorre a formare il discorso razzista. 

Il razzismo è un fenomeno immanente alla modernità, proprio perché si è servito di nozioni derivate dal campo scientifico, come quella di razza, per ordinare in modo razionale una società i cui membri non accettavano il nuovo ordine. Di fronte allo scoppio dei conflitti e alla riottosità delle classi subalterne e “pericolose” a farsi disciplinare, il razzismo forniva gli elementi per identificare e imporre un’organizzazione sociale chiara e apparentemente perfetta.

Verso la metà degli anni Trenta, il biologo Julian S. Huxley e l’antropologo Alfred C. Haddon avanzarono un’importante critica alle distorsioni concettuali contenute nelle teorie razziali, proponendo di sostituire al termine race quello di ethin group ma in tempi recenti ha destato molta preoccupazione, in ambito accademico e scientifico, l’uso sempre più frequente nel linguaggio pubblico di termini e concetti come etnia, identità e persino cultura, con significati semplificati e distorti, riconducibili alla costellazione di idee collegate al concetto di razza. Così facendo, viene evidenziato nello stesso comunicato, si rinforzano i fraintendimenti che hanno già drammaticamente marchiato la storia della prima metà del Novecento, rinvigorendo i processi di razzializzazione e discriminazione che caratterizzano la nostra contemporaneità. 

Nel linguaggio comune e, a volte, anche in quello scientifico, la parola etnicità viene usata per definire gruppi di persone, nella maggior parte dei casi minoranze, che si distinguono per la loro diversità di costumi, religione, lingua, tradizioni. Spesso questo vocabolo viene utilizzato al posto del termine razza, ormai bandito dal lessico della maggior parte dei paesi che si autodefiniscono “civili” perché ritenuto sconveniente a causa del suo potere evocativo che riporta alla mente i genocidi e gli stermini compiuti in suo nome. L’etnia invece dà la possibilità di rifarsi alle categorie razziali senza nominarle.

È necessario, inoltre, prendere coscienza che anche la nozione di etnia è una finzione, così come gran parte dei concetti usati dagli antropologi e traslati nel linguaggio del quotidiano fino a diventare patrimonio del lessico comune.

Per “invenzione” non bisogna intendere una creazione puramente fantastica, ma una “fabbricazione” a partire da alcuni dati relativi la cui unicità viene enfatizzata allo scopo di determinare in senso “unico” l’oggetto preso in considerazione.

Nella sua trilogia sulla questione meridionale, Niceforo, seguendo le indicazioni di Sergi, si limitava a segnalare l’esistenza di due diverse razze in Italia: gli Arii (di provenienza euroasiatica), predominanti al Nord fino alla Toscana, e gli Italici (di provenienza euroafricana), predominanti nel Sud e in Sicilia.

Nel periodo post-unitario, la realtà meridionale viene percepita e costruita – non più, come in passato, con notevoli differenze interne e con tipizzazioni locali anche di segno positivo – come luogo estremo di alterità, di primitività, di arcaicità. Il Meridione diventa uno dei territori privilegiati della scienza folklorica dell’epoca. Un complesso mosaico di usanze, tradizioni, consuetudini e ricche costellazioni di culture locali viene, inizialmente, riportato nel tracciato di una logica politico-culturale unitaria e unificante: le categorie interpretative risolvono in una fenomenologia delinquenziale comportamenti altri. L’operazione politica dei ceti dominanti nazionali è quella di riportare nell’ambito di categorie note la diversa e sfuggente realtà meridionale.

Con la caduta del muro di Berlino e il susseguente crollo sovietico, la deflagrazione della Prima repubblica, la concomitante grave crisi economica dei primi anni Novanta, insieme a Tangentopoli e allo stragismo, in un contesto nuovo e inedito in cui alle forze politiche in campo non occorreva più concorrere sul piano sociale con i temibili partiti progressisti del paese nel contendersi l’appoggio delle masse del Sud, in Italia avvenne una violenta sterzata, tuttora in corso, rispetto alla precedente storia repubblicana. Nonostante Milano e la sua procura ebbero un ruolo principale nel sancire lo stato di corruzione sistemico della classe politica, fu attribuito a “Roma ladrona” e al meridione il fallimento del paese, riportando in auge il pregiudizio antimeridionale. Si apriva così in Italia, in maniera convulsa e repentina, l’epoca neoliberista. Un periodo di crisi che, sul piano dell’immaginario, come un fiume carsico, ha prestato il fianco non alla ricostruzione razionale degli avvenimenti, bensì ai fantasmi dell’inconscio collettivo, dalle cui ferite è riemerso un vecchio capro espiatorio della nostra storia.

Non c’è dubbio che la Lega Nord sia stata la formazione politica che ha concentrato maggiori energie nella mobilitazione anti-immigrati; ma altrettanto indubbiamente non è tale questione ad aver qualificato l’identità e l’azione della Lega. L’azione anticentralista e antipartitocratica è stato l’obiettivo prioritario e il tema privilegiato.

Il dibattito sul Sud e sull’Italia si polarizzava al punto da produrre speculari posizioni “sudiste”, anch’esse carsicamente preesistenti fin dalla storica delusione post-unitaria, per riemergere con una misura di orgoglio rivendicativo e ricostruzione identitaria, soprattutto dopo le celebrazioni del secolo e mezzo dell’Unità. Il discorso identitario, se è sempre sintomo di una profonda e latente crisi di prospettiva e direzione, è però la risposta speculare al pregiudizio antimeridionale del Nord, per certo sintomo di un problema culturale nazionale di fondo.

Un processo analogo a quello registrato nei territori oggetto della colonizzazione come anche della decolonizzazione.

Il colonialismo non solo ridisegnò con la forza i territori fisici e i terreni sociali, ma alterò anche le identità umane nelle colonie. Il panafricanismo e la negritudine hanno rappresentato passi significativi nella costruzione della coscienza nera moderna. In quanto iniziative nativiste, furono le prime audaci affermazioni delle culture nere in opposizione all’egemonia e alla repressione culturale coloniale. Questi movimenti offrirono una resistenza ideologica all’imperialismo e mirarono a ricostruire una comunità frammentata attraverso l’introduzione di discorsi alternativi. Il loro obiettivo era il recupero della fiducia in sé stessi e la riabilitazione dell’identità culturale, in una frenetica ricerca di autenticità, origini nazionali e un nuovo insieme di miti, religioni, eroi ed eroine da celebrare. 

Nella visione/scontro di razze o etnie l’altro geograficamente lontano o l’altro geograficamente vicino vengono assimilati e stigmatizzati allo stesso modo.

Lo slogan più di successo dell’iniziale attività politica della Lega Nord era: Garibaldi non ha unito l’Italia ma diviso l’Africa. Tuttavia, a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008 e la politica dell’austerità dell’Unione Europea, per i leghisti i nemici non sono più i meridionali (anch’essi vittime come tutti gli italiani) bensì i tecnocrati comunitari (chi sta più a nord) e i migranti (chi sta più a sud), col risultato paradossale che l’Italia viene ri-unificata, per così dire, nel segno del razzismo e del sovranismo.

L’Italia e gli italiani non hanno mai avuto davvero una piena consapevolezza del loro essere razzisti. Si tratta di una inconsistente mitologia auto-assolutoria la quale racconta di un processo di formazione dello stato nazionale immune da quella particolare modalità di nazionalizzazione della cittadinanza che consiste nella sua etnicizzazione (razzizzazione); che descrive l’esperienza coloniale italiana più nei termini di un’impresa umanitaria che di un’azione di conquista; e che utilizza anche il radicamento della tradizione cristiana nel nostro paese come prova della refrattarietà degli italiani verso le ideologie e le pratiche razziste.

Vi è un legame tra la mancata elaborazione individuale e collettiva di eventi traumatici e impregnati di violenza del nostro passato e la negazione del riconoscimento dell’altro. In fin dei conti, secondo la nota definizione di Siebert, il razzismo è un riconoscimento negato: all’altro non viene riconosciuta una dignità pari alla nostra.

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1Cerro, 2022, pp. 386-387

2Teti, 2025, p. 25

3Teti, 2025, p. 31

4Baima Bollone, 1992, pp. 105-142

5Lombroso, 1898, pp. 95-100

6Cerro, 2022, pp. 387-388

7Teti, 2025, pp.40-47

8Galasso, 1997, pp. 142-190

9Cerro, 2022, pp. 397-399

10Alietti, Padovan, 2023, pp. 27-30

11Guillaumin, 1972, p. 77

12Anderson, 2014, 2019

13Alietti, Padovan, 2023, p. 34

14Teti, 2025, pp. 43-45

15Teti, 2025, p. 47

16Huxley, Haddon, 1935, p. 95

17Gallissot, Kilani, Rivera, 2001, p. 123

18Meo, 2010, p. 3

19Remotti, 2003, p. 5

20Meo, 2010, p. 4

21Fabietti, 2002, p. 62

22Meo, 2010, p. 5

23Fabietti, 2002, p. 32

24Lombardi Satriani, Meligrana, 1975, pp. 7-92

25Abruzzese, Cannavale, 2025, pp. 9-10

26Si veda in proposito il progetto all’estensione della Legge Martelli (Legge 28 febbraio 1990, n. 39)

27Iraci fedeli, 1990, p.175

28Barcella, 2018, p. 98

29Balbo, Manconi, 1992, p. 84

30Abruzzese, Cannavale, 2025, p. 11

31Fanon, 1963, p. 39

32Panda, 2024, pp. 475-480

33Memmi, 1968, p. 8

34Serequeberthan, 2003, pp. 47-58

35Senghor, 1959, p. 290

36Per il testo della risoluzione si veda: https://docs.un.org/en/a/res/1514(xv)

37Per il testo della dichiarazione si veda: https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000128291

38Gil-Riaño, 2018, p. 303

39Adi, 2018

40Sonderegger, 2020, pp.16-17

41Morone, 2021, pp. 55-79

42Gilmour, 2011, p. 2

43Cazzato, 2019, pp. 1-17

44Petraccone, 1994, p. 523

45Pugliese, 2002

46Gallissot e Rivera, 2001

47Burgio, 2001

48Siebert, 2003, p. 141

49Villari, 2011, p. 8

50Honneth, 1993


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© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Israele e Palestina: il sonno della ragione

01 mercoledì Lug 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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LOccidenteèmortoaGaza, RandaGhazy, recensione, saggio, Solferino

Francisco Goya ha intitolato Il sonno della ragione genera mostri1 una sua celebre incisione del 1797 che raffigura un intellettuale addormentato circondato da animali notturni quali gufi, pipistrelli e linci, a simboleggiare come l’abbandono della razionalità lasci spazio a ignoranza, superstizione, paura. 

Il libro L’Occidente è morto a Gaza2 di Randa Ghazy ha come sottotitolo una frase che evoca le medesime immagini: Israele e Palestina: il sonno della ragione. 

Gaza è il primo genocidio in mondovisione nella storia dell’umanità, il cui obiettivo strategico non è lo sterminio di tutta la popolazione bensì una parte importante di essa per costringere la rimanente a scappare, abbandonando la propria terra. 

Sono anni che i palestinesi avvertono – inascoltati – la Comunità internazionale che la legge della giungla imposta in Palestina, la distruzione del diritto internazionale e l’impunità diffusa di cui gode Israele avrebbero prodotto una dottrina barbarica globale. Ora, quella dottrina disumanizzante e criminale usata per Gaza si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente.  Le stesse tattiche vengono usate contemporaneamente il Palestina, Siria, Libano e Iran: dai bombardamenti delle infrastrutture civili – scuole, ospedali e quartieri residenziali – ai massacri di donne, vecchi e bambini innocenti3.

L’Operazione Alluvione Al-Aqsa (con riferimento alla moschea di al-Aqșā di Gerusalemme), vasta e complessa offensiva militare lanciata il 7 ottobre 2023 contro Israele da Hamas, è stata eseguita combinando il fattore sorpresa strategica con un elemento di sorpresa dottrinale, basata su un impiego inaspettato di capacità e tecnologie. L’offensiva è stata, inoltre, condotta simultaneamente in ambiente terrestre, aereo, marittimo e cibernetico. Sono stati impiegati dei razzi in grado di raggiungere Tel Aviv e località israeliane ancora più distanti dalla Striscia di Gaza e droni che hanno preso di mira sensori ad alta tecnologia e torri di comunicazione presenti lungo la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza. In contemporanea, migliaia di miliziani di Hamas e altri gruppi armati palestinesi si sono infiltrati via terra nel territorio israeliano e hanno ucciso o ferito migliaia di persone e preso in ostaggio oltre duecento individui. L’offensiva ha riguardato pure l’ambiente marittimo ma, soprattutto, lo spazio cibernetico. Da oltre un decennio Hamas vanta un proprio dipartimento informatico, impegnato in attività ostili contro Israele. Inoltre, consapevole della condizione di inferiorità rispetto a Israele dal punto di vista tecnologico, Hamas ha cercato di amplificare l’effetto della minaccia, con l’obiettivo di minare il morale del nemico e di galvanizzare quello dei propri sostenitori e simpatizzanti. In questo quadro, l’uso dei social media da parte del gruppo armato palestinese è stato uno strumento strategico rilevante nell’attacco a sorpresa. Durante e dopo l’offensiva del 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas hanno pubblicato decine di video e di immagini, anche cruenti (sparatorie e accoltellamenti, registrati in diretta con semplici telefoni cellulari o con bodycams), per alimentare il terrore e per diffondere un senso di impotenza nella popolazione israeliana. Hamas non ha poi esitato a pubblicare video che mostrano abusi fisici e psicologici sugli individui rapiti, compresi bambini e anziani4.

Il libro di Randa Ghazy però non parla di questo, bensì di tutto ciò che è stato prima dell’attacco del 7 ottobre, le molteplici sfumature di questo progetto coloniale: dalla frammentazione della Palestina e il regime di apartheid al blocco su Gaza che dura ormai da quasi vent’anni. E lo fa cercando di ribaltare quel paradigma-trappola che divide il mondo in buoni e cattivi: occidentali che combattono per la libertà, contro arabi e musulmani barbari, incivili, terroristi.

Il popolo palestinese subisce un’occupazione da decenni, in una regione spartita nel 1916 tra due uomini, Mark Sykes e François George-Picot. In una terra gestita con un “mandato” dalla Gran Bretagna. Utilizzando questo prisma per interpretare questa realtà, diventa evidente che ex paesi coloniali come Regno Unito, Italia e Germania abbiano tutto l’interesse a difendere l’unico paese colonizzatore rimasto in “Medio Oriente”: Israele. E, sebbene la politica e la società israeliana abbiano subito una radicalizzazione pericolosa negli ultimi anni, il progetto di dominare l’intera regione precede di gran lunga la nascita dello Stato di Israele: già prima della sua fondazione, per esempio, movimenti sionisti come il gruppo armato Irgum aspiravano non solo alla Palestina, ma anche alla Giordania.5.

È proprio l’accesso alla terra l’elemento che distingue il colonialismo dal Settler Colonialism (Colonialismo d’insediamento): «Il motivo principale dell’eliminazione non è la razza o la religione, il grado di civiltà, ecc. ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico, irriducibile del colonialismo d’insediamento»6. Per giustificare l’espropriazione, espulsione e successiva eliminazione da parte dei colini, i nativi vengono “razzializzati”, stigmatizzati come non umani, “disumanizzati” per procedere alla loro eliminazione o, solo in seguito e in qualche caso, all’assimilazione biologica e culturale. La motivazione primaria è quella di farli progressivamente sparire e sostituirsi a essi diventando nativi7. Mentre il colonialismo riproduce sé stesso, il colonialismo d’insediamento estingue sé stesso e giustifica il suo operato sulla base dell’aspettativa di una sua futura scomparsa. Nel caso di Palestina/Israele, in realtà, queste strutture antitetiche sembrano essersi intrecciate e non si può ancora parlare di un colonialismo d’insediamento compiuto8.

«Gaza è stata distrutta con la nostra complicità. Con le nostre bombe, il nostro denaro, i nostri voti all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Senza il supporto dei Paesi occidentali, lo Stato d’Israele non avrebbe potuto mettere in atto questi brutali massacri così a lungo»9.

Il 12 settembre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha appoggiato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante a favore di una soluzione a due Stati per Israele e Palestina. Dei 193 membri dell’organismo mondiale, 142 paesi hanno votato a favore della Dichiarazione di New York, 10 contro e 12 si sono astenuti. La risoluzione prevede che l’Autorità Palestinese governi e controlli tutto il territorio palestinese, con un comitato amministrativo transitorio istituito immediatamente dopo il cessate il fuoco a Gaza, dove Hamas non avrà più diritto di controllo10.

Studiando la mappa dei paesi che hanno votato a favore della risoluzione Onu appare evidente che non è appoggiata solo da tutto il mondo occidentale (tranne Ungheria, Israele e Stati Uniti) ma anche da tutto il resto del mondo, praticamente. 

Nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, il conflitto dell’area palestino-israeliana si è esteso fino a coinvolgere pienamente il già martoriato Libano, per non parlare della dura contrapposizione armata e propagandistica tra Israele e la repubblica islamica dell’Iran. Agli inizi del 2025, inoltre, una sorprendente ripresa della guerra civile in Siria ha messo inaspettatamente fine al regime baathista retto da decenni dalla famiglia Hasad. Il Medio Oriente, e con esso l’intero bacino del mediterraneo orientale, si trovano in una congiuntura che sembra aver rimesso in discussione le basi stesse della sua stabilità politica. Stretta tra questo conflitto, la guerra d’aggressione russa in Ucraina, la crisi del modello liberal-democratico, e le continue difficoltà in cui si dibattono le economie dei suoi stati principali, l’Unione Europea appare poco più di una spettatrice con scarsa capacità di incidere sugli eventi in corso11.

Le principali guerre tra Israele e alcuni tra i più importanti stati arabi si sono svolte tutte nell’arco temporale della guerra fredda, tra il 1947 e il 1991, e inevitabilmente ne sono state condizionate, come la quasi totalità degli eventi internazionali di quel periodo. Tuttavia, il rapporto tra l’evoluzione del confronto bipolare e i vari scontri arabo-israeliani è stato tutt’altro che diretto o lineare, e almeno fino al 1967 sarebbe una distorsione presentare Tel Aviv come un alleato tout court degli Stati Uniti o gli stati arabi, in particolare l’Egitto nasseriano, come meri clienti dell’Unione Sovietica. Quella distorsione sarebbe poi ancora maggiore se immaginassimo Israele ed Egitto come mere pedine, e non come interlocutori attivi e dotati di ampia autonomia, delle due superpotenze12.

Nonostante le critiche spesso suscitate dalla teoria dello scontro di civiltà, dall’eccessiva semplificazione delle dinamiche conflittuali all’accusa di imperialismo o americanismo mosse all’autore, l’articolo13, così come il volume14, mostrano alcuni punti di forza inequivocabili: innanzitutto la straordinaria capacità di Huntington di cogliere il mutamento epocale nel passaggio dal sistema bipolare, fondato sulle ideologie, a quello post-bipolare fondato sulla cultura. La rinnovata attualità dello scontro di civiltà offre un punto di vista privilegiato per ricostruire l’origine e l’evoluzione del conflitto arabo-israeliano. 

Nell’analisi di Huntington, le dinamiche dei rapporti di forza tra due o più parti sono spesso il risultato di una lotta per il potere che ha un fattore scatenante nell’incompatibilità dei rispettivi processi di identificazione. Queste identità culturali, che corrispondono alle civiltà, sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il panorama mondiale dopo il 1989.

La connessione tra cultura e potere passa attraverso la dimensione identitaria e supera la versione ortodossa del neo-realismo: dopo il 1989 popolazioni prima divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee si sono riunificate (es: Germania); società prima unite dall’ideologia a appartenenti a civiltà diverse si sono sgretolate (es: Jugoslavia, URSS). Inoltre, la religione rappresenta l’elemento principale che caratterizza le civiltà dal momento che le maggiori tra esse si sono identificate con le grandi religioni del mondo: si pensi al Cristianesimo, all’Islam o all’Induismo per lo sviluppo della civiltà occidentale, islamica o indù. Il conflitto arabo-israeliano può essere considerato uno dei casi più emblematici di conflitto di faglia – conflitti locali che si sviluppano nell’arco di secoli e affondano le loro radici nella storia, nei quali il territorio rappresenta sempre il punto focale del conflitto d’identità. 

L’attuale guerra in corso conferma la natura identitaria, asimmetrica e locale di questo conflitto di faglia. In particolare, i due attori belligeranti locali, Hamas e l’esercito israeliano, hanno scelto di portare avanti le proprie rivendicazioni sacrificando i civili della parte opposta. Il 20 maggio 2024 il Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da entrambe le parti, emettendo mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e i leader di Hamas Yahya Sinwar. Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri. 

Le reciproche accuse di sabotare l’accordo di pace continuano a occupare le cronache quotidiane da mesi. Se a questo si aggiunge una narrativa israeliana e una narrativa araba sulle responsabilità del conflitto, a loro volta sostenute, più o meno convintamente, dagli Stati Uniti e da alcuni paesi euruopei da un lato e dalla maggioranza dei paesi islamici dall’altro, si comprende come il possibile incontro tra le due civiltà sia ancora molto lontano. Innanzitutto perché le ragioni alla base dello scontro, da entrambe le parti, non sono venute meno. L’attuale governo israeliano non sembra disposto ad accettare la soluzione dei due stati, sempre più caldeggiata a livello internazionale, che priverebbe Israele di una porzione importante di territorio, dove ancora vivono molti coloni (come in Cisgiordania). La leadership di Hamas, all’opposto, continua a rivendicare l’intera Palestina come il proprio territorio di origine, come la culla della propria cultura15.

Nel libro L’Occidente è morto a Gaza, Randa Ghazy insiste molto sulle responsabilità storiche dei paesi europei nell’ingenerare le congiunture che hanno determinato gli eventi salienti del conflitto israelo-palestinese e l’instabilità dell’intera regione. Sottolinea le mancanze di azioni, equiparandole egualmente a una responsabilità o corresponsabilità. E ritiene fortemente evidente la responsabilità morale dell’intero blocco occidentale nel disastro umano e culturale del popolo palestinese.

«Non era forse la difesa di Gaza anche la difesa della nostra umanità? E perché, dunque, non l’abbiamo protetta?»16.

Cosa può fare il diritto internazionale di fronte a illeciti e crimini commessi da entrambi le parti impegnate nel conflitto? Poco. I tribunali internazionali raccolgono prove ed emettono sentenze: la loro voce è debole, come peraltro quella di molte altre autorità statali e internazionali, ma può legittimare posizioni che altrimenti resterebbero “arbitrarie” o “di parte”: per esempio, gli Stati o l’Unione Europea possono adottare legislazioni o altre misure proprio sulla base della posizione “meno di parte” dei tribunali internazionali e la stessa protesta diventa più “legittima” ove supportata da atti internazionali provenienti da organi più obiettivi17.

Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina è riconducibile a una storia di lungo corso. Allo stesso tempo, il conflitto ha avuto un impatto anche sull’Europa e sulla sua costituzione politica. Il Trattato di Roma, ad esempio, è stato firmato nel 1957, pochi mesi dopo la crisi di Suez del 1956, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica costrinsero il Regno Unito, la Francia e Israele a ritirarsi dal Sinai. Ciò significò, di fatto, la fine del potere francese e britannico nel Medio Oriente. La Comunità europea è stata uno strumento per ricostruire l’Europa politicamente e normativamente all’interno della Comunità Internazionale, dopo due guerre mondiali, l’Olocausto e in un’epoca di decolonizzazione. 

Nel tempo, la Comunità europea ha risentito molto della guerra in corso, in particolare dall’embargo petrolifero, ma ha sempre avuto un’influenza limitata sul conflitto stesso. A partire dagli anni ’90 e nel mentre si trasformava in Unione Europea, ha sostenuto principalmente la funzione di mediazione degli Stati Uniti. Ha agito come payer not player18 nel MEPP (Middle East Peace Process– Processo di Pace in Medio Oriente, promosso dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda)19. Oltre a essere il donatore chiave, l’UE ha istituito il processo di Barcellona che ha facilitato la normalizzazione arabo-israeliana nel contesto del processo di pace in Medio Oriente20. Il processo di Barcellona si è interrotto con il fallimento di Oslo, ma il ruolo dell’UE come donatore è rimasto. Pagando per la costruzione di un futuro stato ma essendo di fatto esclusa dalla diplomazia21, l’UE ha iniziato a insistere sulla questione della statualità palestinese, che non era esplicitamente inserita negli accordi di Oslo. All’inizio degli anni 2000, l’UE è stata assorbita dal Quartetto per il Medio Oriente guidato dagli Stati Uniti22. Nell’ambito del Quartetto, ha adottato la politica di non contatto nei confronti di Hamas, dopo la vittoria di quest’ultimo alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condizionato il riconoscimento dei risultati al riconoscimento di Israele da parte di Hamas, alla fine della violenza e all’accettazione degli accordi precedenti. Mentre Hamas ha implicitamente rispettato l’ultima condizione, ha rifiutato le prime due. Non fu trovata alcuna soluzione e la divisione della leadership palestinese si trasformò in una breve guerra fratricida: Hamas prese il potere nella Striscia di Gaza e iniziò il blocco terrestre, aereo e marittimo israeliano della stessa. Alla fine degli anni 2000 il processo di pace era in gran parte fallito. Inoltre, il ruolo degli Stati Uniti come unico mediatore era in declino. Per poter concentrarsi sulla Cina e disimpegnarsi dal Medio Oriente, gli sforzi di Washington hanno iniziato a concentrarsi quasi esclusivamente sulla soluzione della questione iraniana, sia attraverso la graduale inclusione dell’Iran nella regione (ICPOA / approccio di Obama), sia attraverso il contenimento di Teheran con accordi di normalizzazione tra Stati arabi e Israele (approccio di Trump). In questo contesto generale locale, regionale e globale, con l’egida del processo di pace in gran parte scomparso, l’UE si è mossa nella direziona di un approccio basato sulla cultura adhocratica per la gestione delle relazioni con le tre parti principali: Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese (AP)23.

L’adhocrazia è una cultura organizzativa flessibile descritta come un assetto istituzionale intenzionale che garantisce flessibilità nell’adattarsi a circostanze complesse e in rapido cambiamento, oppure come un risultato dell’attuazione delle politiche, sostenendo che il divario tra le politiche sulla carta e le pratiche politiche è destinato a creare ambiguità, imprevedibilità e, in ultima analisi, deviazioni dagli obiettivi politici iniziali24. Entrambi i meccanismi sono presenti nelle relazioni dell’UE con Israele, Hamas e l’AP. Se da un lato l’adhocrazia ha dato flessibilità agli stati membri e alle istituzioni dell’UE e ha dato vita ad alcune iniziative politiche innovative come la politica di differenziazione, dall’altro ha gradualmente minato alcuni principi condivisi dell’UE: la diplomazia e l’impegno verso un ordine internazionale basato sul diritto25.

Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel marzo 2009. Poco dopo, l’Unione Europea ha deciso di congelare l’upgrade delle relazioni con Israele a causa della politica legata agli insediamenti. Ciononostante, grazie all’attuazione della Politica europea di vicinato, le relazioni tra l’UE e Israele hanno continuato a rafforzarsi in settori quali il commercio, la ricerca e l’innovazione, o l’agricoltura. 

Dal 2006, Fatah e Hamas non sono stati in grado di superare le loro divisioni: da allora non si sono più tenute elezioni. Entrambe le fazioni hanno cementato il loro dominio autocratico rispettivamente sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. Hanno perseguito però strategie diverse: l’Autorità palestinese collabora con Israele nella Cisgiordania occupata, pur riportando la lotta palestinese alle Nazioni Unite. Hamas ha invece perseguito un’insurrezione armata26 e l’attuale conflitto è stato preceduto da quattro guerre tra Hamas e Israele (2008/9, 2012, 2014 e 2021). Nonostante i ripetuti avvertimenti degli esperti dei think tank statunitensi e dell’UE27, alcuna iniziativa diplomatica è stata promossa dall’UE per affrontare la crisi o per spingere alle elezioni dei rappresentanti democratici dei palestinesi, necessari per negoziati di pace. 

Mentre le relazioni dell’UE con Israele e Hamas hanno evidenziato un approccio adhocratico in termini di attuazione delle politiche, nel caso delle relazioni con l’Autorità palestinese è stato il quadro istituzionale dell’UE a provocare risposte adhocratiche, fratturando la stessa Unione e minando il suo impegno inequivocabile per un ordine internazionale basato sul diritto28.

In generale, comunque, le relazioni dell’Unione Europea con Hamas, l’AP e in particolare con Israele non sono dettate da un posizione condivisa, anzi la politica estera, come sottolineato dallo stesso Josep Borrell, è una politica intergovernativa, non è una politica comunitaria29.

Randa Ghazy si chiede se il disinteresse occidentale in generale, ed europeo in particolare, riguardo quanto sta accadendo a Gaza sia motivato dall’orientalismo30 oppure se semplicemente i legami commerciali, militari ed economici con Israele bastino a spiegare la scorta mediatica31 e politica al genocidio. 

Ora la domanda da porsi è se davvero siamo noi europei, noi occidentali a guardare ancora attraverso il monocolo dell’orientalismo oppure la situazione è talmente complessa che anche chi ha uno sguardo “privilegiato”, dall’interno, non riesce comunque a essere meno confuso di noi.

La guerra arabo-israeliana, come tutte le guerre, è una grande semplificatrice: crea l’impressione che esistano due fronti opposti, compatti e decisi nella loro reciproca opposizione, al cui interno gli obiettivi siano ben determinati e lo scopo della vittoria chiaro e distinto. Naturalmente non è così. Non solo all’interno di Israele le differenze politiche sono grandi e crescenti, ma anche all’interno del mondo arabo i conflitti sono numerosi e importanti. Tra questi microconflitti il più noto e allo stesso tempo il più ignorato è quello tra arabi e palestinesi. Esso ha avuto momenti “caldi” molto noti, dal settembre nero in Giordania alla guerra civile libanese, dalla creazione del fronte del rifiuto alle varie iniziative terroristiche delle organizzazioni palestinesi. 

Il conflitto arabo-israeliano si è sovrapposto a un altro processo storico di più ampia portata: la costruzione di solide e credibili entità statali nel Medio Oriente. A questo fine si può arrivare per vie diverse e più o meno tutte sono già state tentate: il regime forte (come nel caso dei Ba’ath siriano e iracheno e nel caso del Fln algerino); il regime pattizio(Libano); il regime religioso o del mito (Israele). Il punto è che tutte queste strade sono state percorse e nessuna ha assicurato ai diversi regimi la stabilità, la continuità e la sicurezza che vorrebbero32.

Stabilità continuità e sicurezza. Esattamente ciò che chiedono a gran voce i palestinesi i quali, dall’aprile dello scorso anno, hanno iniziato a manifestare chiedendo il diritto di vivere in dignità e pace in patria. I principali obiettivi dei dimostranti erano la guerra genocida di Israele e le nuove ipotesi americane di cancellazione e rimozione, nonché la complicità dei regimi arabi e dell’Occidente. Molto critici anche nei confronti di Hamas e della sua dispendiosa forma di resistenza all’occupazione israeliana. Anche i media arabi come Al-Jazeera non sono stati risparmiati per via della loro acritica copertura delle posizioni di Hamas. I palestinesi vogliono che la guerra finisca in modo da avere la possibilità di rimettere insieme le proprie vite spezzate. 

Sull’orlo dell’annientamento e dell’espulsione, solo l’azione collettiva e la solidarietà possono guarire la società palestinese e permettere di reagire alla nuova nakba. Reprimere o distorcere tutto ciò significa rinchiudere i palestinesi in formule politiche fallite, e mettere a rischio il futuro di Gaza. Sebbene si tratti di una sfida apparentemente insormontabile, molti palestinesi sono alla ricerca di nuove strategie di emancipazione anticoloniale in grado di salvaguardare il loro futuro in Palestina, di prendere le distanze dall’esaurimento di una politica e dal settarismo delle attuali leadership, sia a Gaza che in Cisgiordania33.


1F. Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797, 21,6 x 16,2, incisione, serie I Capricci, Madrid, Biblioteca Nacional de Espana.

2R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza. Israele e Palestina: il sonno della ragione, Solferino, Milano, 2026.

3R. Jebreal, dalla Prefazione a R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza, op.cit.

4F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico 2023 – Anno XXV n. VIII.

5R. Ghazy, op.cit.

6P. Wolfe, Il colonialismo di insediamento e l’eliminazione dei nativi, in Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento, E. Bartolomei et.al. (a cura di), DeriveApprodi, Roma, 2017, pag. 58.

7D. Carminati, Il progetto sionista d’insediamento in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism, in América Critica 5 (2), 2021.

8L. Veracini, L’altro cambiamento: il colonialismo di insediamento, Israele e l’occupazione, in Historia Magistra. Rivista di Storia Critica, numero 12, 2013; L. Veracini, Introduzione al colonialismo di insediamento, in Esclusi di E. Bartolomei et.al (a cura di), op.cit.

9R. Ghazy, op.cit, pp. 16-17.

10OnuItalia, UNGA80: sì alla Dichiarazione di NY, Palestina ma senza Hamas, 12/09/2025: https://onuitalia.com/2025/09/12/unga80-si-alla-dichiarazione-di-ny-palestina-ma-senza-hamas/ (Pagina consultata il 12 giugno 2026).

11A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano. Origini sviluppi e prospettive, Roma TrE-Press, Roma, 2025.

12L. Nuti, I conflitti arabo-israeliani nel contesto della guerra fredda, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

13S.P. Huntington, The Clash of Civilizations, in Foreign Affairs, 1993.

14S.P. Huntington, The Clash of Civilizations and the remaking of World Order, Simon & Schuster, USA, 2011 (prima edizione 1996).

15B. Pisciotta, Lo scontro di civiltà e la guerra di faglia arabo-israeliana,in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

16R. Ghazy, op.cit, pag. 17.

17C. Focarelli, La guerra a Gaza e il diritto internazionale, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

18N. Tocci, The Middle East Quartet and (In)Effective Multilateralism, in The Middle East Journale, 67, 1, 2013.

19D. Huber, Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina e la cesura della guerra di Gaza. Da una visione comune alla divisione, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

20M. Rabbani, Commentary on Policy Brief 1 (The EU’s Construction of the Mediterranean), in MEDRESET Blog, 26 June 2017.

21D. Bouris, The European Union and Occupied Palestinian Territories: State-Building without aState, Routledge, Londra, 2013.

22N. Tocci, op.cit.

23D. Huber, op.cit.

24K. Natter, Ad-Hocratic Immigration Governance: How States Secure Their Power overImmigration through Intentional Ambiguity, in Territory, Politics, Governance, 11, 4, 2023.

25D. Huber, op.cit.

26N. Petrelli, Logoramento e impasse. Un’analisi critica delle strategie di Israele e Hamas (1978 – 2023), in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

27Si vedano: D. Levy, How to create the conditions for progress in Israel and Palestine, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 29 Luglio 2020; H. Lovatt, Gaza’s fragile calm: The search for lasting stability, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 8 novembre 2018.

28D. Huber, op.cit.

29D. Staunton, Von Der Leyen Does Not Speak for The EU on Israel-Hamas Conflict, Foreign Policy Chief Says, in The Irish Times, 14 ottobre 2023.

30E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2008 (Prima edizione 1978).

31R. Oriani, Gaza, La scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori, People, 2024.

32S. Silvestri, dalla Prefazione a Arabi e palestinesi: tra conflitto e convivenza di Walid Kazziha, IAI – Istituto Affari Internazionali, Roma, Il Mulino, Bologna, 1979.

33B. Abu-Manneh, Palestinesi in lotta contro genocidio e Hamas, in Jacobin Italia, 7 aprile 2025.


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Indonesia: il genocidio umano e politico dimenticato di un paese che è diventato un gigante

01 mercoledì Lug 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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ArcipelagoRosso, articolo, Mimesis, NicolaTanno, recensione, saggio

Tra l’autunno 1965 e la primavera 1966 l’arcipelago indonesiano divenne lo scenario di uno dei più sanguinosi e meno conosciuti massacri del XX secolo.

La notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre del 1965 un gruppo di ufficiali vicini alla sinistra, autoproclamatisi Movimento 30 settembre, rapì e uccise alcuni tra i più importanti generali dell’alto comando dell’esercito. Un’altra fazione delle forze armate, guidata dal Maggior Generale Suharto e più vicina alle posizioni dell’Occidente, reagì a tali accadimenti con immediatezza, sconfiggendo i “ribelli” nell’arco di poche ore. 

Il gruppo vicino a Suharto incolpò dell’accaduto il Partito comunista indonesiano (PKI – Partai Komunis Indonesia)dichiarandolo reo di aver architettato il presunto colpo di stato e di aver tradito i fondamenti della nazione. In seguito a tali accuse, e a un’intensa propaganda volta a demonizzare e deumanizzare tutti gli appartenenti alle organizzazioni della sinistra, già dalla seconda metà di ottobre iniziarono a verificarsi omicidi su larga scala, incarcerazioni di massa, vessazioni, stupri, saccheggi ai danni dei comunisti. L’esercito, coadiuvato dalle forze religiose anticomuniste oltre che da tutta una serie di gruppi paramilitari e sostenuto dalle grandi potenze occidentali, attuò in meno di un anno la distruzione dell’intera sinistra indonesiana, pose le basi per la propria duratura permanenza al potere e aprì le porte del paese al libero mercato1.

La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 escludeva i crimini contro gruppi politici dal crimine di genocidio. Generalmente, tali feroci episodi sono stati attribuiti a regimi nazifascisti, governi autoritari di vario tipo e a quelli emersi da rivoluzioni socialiste (come Stalin nell’Unione Sovietica o Pot Pot in Cambogia). Gli eventi che hanno coinvolti governi occidentali, come Stati Uniti e Gran Bretagna, sono stati trattati in modo più evasivo e sono state sollevate obiezioni di ogni genere nel tentativo di classificarli. Lo sterminio di civili, militanti e simpatizzanti del PKI non è stato il prodotto di alcuna guerra né può essere attenuato come danno collaterale della repressione successiva all’inizio della lotta armata2.

Sotto la guida di Ahmed Sukarno e Mohammed Hatta, l’Indonesia ottenne l’indipendenza dopo una guerra di liberazione durata dal 1945 al 1949. Per fermare la liberazione, gli olandesi ricevettero il sostegno degli Stati Uniti, che appoggiarono i partiti anticomunisti nelle elezioni del 19553. Sotto la guida Sukarno, furono promosse politiche progressiste e antimperialiste, tra cui la nazionalizzazione delle compagnie straniere, la redistribuzione delle terre ai contadini e una visione multireligiosa della società. Dal 1957 in poi, fu promossa la democrazia guidata, uno stile di governo considerato dagli Stati Uniti contrario alle norme occidentali dei sistemi democratici4. Le élite americane intensificarono la loro ostilità nei confronti di Sukarno quando questi decise di approfondire le relazioni politiche con la Cina e l’URSS e condannò l’invasione del Vietnam5.

Negli anni ’60, il PKI conobbe una rapida crescita. Era la terza forza comunista più grande al mondo, con quasi tre milioni di membri6. Sotto la guida di Dipa Aidit, orientò la sua politica verso la “via pacifica al socialismo”, ottenendo un forte sostegno tra le masse, una certa simpatia da parte dei militari e entrando a far parte della coalizione di governo7. Tuttavia, l’alleanza multiclasse mantenne un precario equilibrio, in cui i comunisti erano disprezzati dagli altri due attori dell’alleanza: le forze armate e i partiti islamici di destra. Per le potenze capitaliste coinvolte nella regione (Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia), il governo di Sukarno rappresentava un ostacolo che richiedeva un intervento per impedire l’avanzata del comunismo8. Le preoccupazioni americane nella regione, prima dell’invasione del Vietnam, furono acuite dalle misure nazionaliste adottate da Sukarno. Gli Stati Uniti avevano cercato di destabilizzare e rovesciare il suo governo fin dall’amministrazione Eisenhower. Nel 1958, alimentarono la ribellione di Permesta nell’Indonesia orientale e la creazione di una pseudo-repubblica in una regione di Sumatra. La Central Intelligence Agency (CIA) si servì della sua filiale con sede a Taiwan, la Civil Air Transport, per fornire supporto segreto ai ribelli su alcune isole e per intimidire il presidente Sukarno9.

Secondo Lyndon Johnson, gli interessi economici del suo paese erano danneggiati dalle politiche di Sukarno, in particolare dalle nazionalizzazioni delle piantagioni, delle miniere di rame e stagno e dagli investimenti nell’industria della gomma. Per la CIA, Sukarno era un leader anticonformista, incline ad allinearsi facilmente con l’URSS o la Cina. I loro analisti non escludevano la possibilità che la sinistra indonesiana avrebbe potuto vincere in elezioni libere e democratiche. Queste prospettive indussero il presidente Johnson a considerare prioritario un piano di addestramento per le forze armate indonesiane, i loro principali alleati di fronte alla radicalizzazione del conflitto10.

Prima ancora che scoppiasse la ribellione, il governo statunitense stava già conducendo campagne anticomuniste nell’arcipelago. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) raccomandò di fomentare l’ostilità pubblica contro il PKI. Il piano prevedeva contatti segreti e il sostegno a gruppi anticomunisti locali e consisteva nell’invio massivo di lettere contenenti informazioni false e denigratorie sul Partito, che preannunciavano le sinistre intenzioni della sinistra, e nel plagiare le menti di organi si stampa, dipartimenti governativi e organizzazioni politiche musulmane favorevoli al Movimento 30 settembre (M30S)11.

La mostruosa portata delle uccisioni, la rapidità con cui furono perpetrate, la protezione statale e il deliberato occultamento dei fatti hanno reso il massacro indonesiano uno dei crimini contro l’umanità più atroci perpetrati dal blocco occidentale durante la Guerra Fredda. Secondo le stime più attendibili, lo sterminio di massa coinvolse tra le 500mila e il milione di persone. Sebbene i crimini fossero diretti contro il PKI, colpirono anche sindacalisti, indù, cristiani, musulmani moderati e la minoranza cinese12.

Per più di quarant’anni – dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso – la sinistra ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della nazione indonesiana, nella lotta anticoloniale contro il Regno dei Paesi Bassi, nella resistenza contro l’Impero del Giappone, nel contrasto del secessionismo e del terrorismo e nel processo di alfabetizzazione di milioni di persone che, attraverso il PKI, acquisirono una coscienza dei propri diritti politici ed economici. 

Anche in Cile, Argentina, Brasile durante la Guerra Fredda, come anche in Spagna durante la Guerra Civile, le sinistre vennero devastate dalla reazione anticomunista, ma ciò nonostante anche negli anni più duri rimase in vita un piccolo nucleo (in patria e all’estero) che provò e riuscì a tenere in vita la memoria e la speranza di un cambiamento. Le vittime di Franco, Videla e Pinochet sono in parte riuscite a far sì che la loro storia diventasse patrimonio collettivo, che lo Stato riconoscesse l’esistenza di un’ingiustizia verso di loro. 

In Indonesia per le vittime di Suharto niente di simile è stato possibile: la sinistra ancora oggi è ritenuta responsabile dei fatti che condussero alla propria distruzione, e le norme anticomuniste approvate nel 1966 – che vietano l’attività e la propaganda marxista – continuano a essere in vigore. 

La repressione della sinistra indonesiana non si limitò a sterminare migliaia di militanti e simpatizzanti del PKI, ma sradicò fino alla radice l’esistenza stessa della sinistra, colpendo la sua ramificata rete associativa, la sua tradizione culturale13 nonché un’intero modo critico di pensare14.

Negli ultimi dieci anni l’Indonesia sta vivendo un cambiamento nella sua memoria storica. Attraverso il cinema, la letteratura, la scultura sta avvenendo una “costante erosione di un tabù”15.

Nel 2016, un simposio nazionale – che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta alle azioni del Tribunale Popolare Internazionale sui fatti del 1965-66 – è terminato con sorprendenti messaggi di riconciliazione e parziali ammissioni di responsabilità da parte di personalità istituzionali16.

L’International People’s Tribunal 1965, istituito a L’Aia nel 2015 ha visto i giudici condannare l’Indonesia attestando numerosi reati ascrivibili a crimini contro l’umanità. Gli esiti del processo non hanno però valore esecutivo, ma solo morale e, più che condanne vere e proprie, costituiscono delle “raccomandazioni”17.

Ciò che è accaduto tra il 1965 e il 1966 ha avuto un ruolo straordinario nel modellare la storia dell’Indonesia contemporanea. 

Con l’aiuto degli Stati Uniti18, i militari hanno studiato una resa dei conti che prevedeva, oltre alla caduta di Sukarno, anche la distruzione del Partito comunista. Un proposito ostacolato sia dalla popolarità del carismatico presidente indonesiano, sia dalla forza e dall’organizzazione dei comunisti. Nei piani dei generali e dell’Ambasciata americana, dunque, doveva essere espunto il classico coup dÉtat per lasciare il posto a una soluzione più sofisticata. Ciò che serviva era un pretesto, e il miglior pretesto che poterono escogitare era un fallito tentativo di colpo di Stato di cui incolpare il Partito comunista19. I militari indonesiani avrebbero “difeso” Sukarno e salvato il paese da un’azione eversiva e antinazionale; la distruzione del Partito comunista sarebbe stata così giustificabile20. L’agonia del regime di Sukarno durò ancora per alcuni mesi. Dopo un’ulteriore prova di forza dei militari, l’11 marzo 1966 Sukarno – mantenuto nelle sue funzioni ma privato della possibilità di esercitare una reale influenza – sull’onda delle proteste delle associazioni studentesche anticomuniste, affidava i pieni poteri a Suharto. La sua morte, nel 1970, sancì l’avvento ufficiale del nuove regime. 

L’Orde Baru (Ordine Nuovo) abbandonò innanzitutto gli indirizzi di politica estera che erano stati perseguiti fino ad allora da Giacarta enfatizzando i legami con Washington e con i paesi occidentali. Si poneva termine, dunque, al polemico confronto con la Malaysia, si decideva il rientro in seno alle Nazioni unite e si raffreddavano i rapporti con Pechino21.Nell’agosto 1967 l’Indonesia aderiva, insieme a Thailandia, Malaysia, Filippine e Singapore, all’Associazione dei paesi dell’Asia sudorientale (Asean – Association of South-East Asian Nations).22. La nuova collocazione di campo assicurava a Giacarta cospicui aiuti occidentali e l’afflusso degli investimenti che avrebbero contribuito a stabilizzare l’economia del paese, ad abbattere l’inflazione e a definire un modello di crescita all’insegna di uno sviluppo capitalistico accelerato23.

L’Ordine Nuovo era un regime illiberale e autoritario, fondato sulla depoliticizzazione delle masse e sul monopolio del potere da parte dell’élite militare in associazione con la burocrazia statale e il mondo degli affari24. Il potere di Suharto si rifletteva nei risultati positivi di un’economia in crescita25, fondata sullo sfruttamento delle risorse naturali e in particolare del petrolio, anche se frenata da arretratezza, povertà e corruzione. Negli anni Ottanta, quando l’Ordine Nuovo godeva ancora di un ampio consenso, iniziarono ad affiorare i sintomi di un nuovo malessere. L’Indonesia era interessata infatti a un risveglio religioso dovuto al nuovo protagonismo della comunità islamica. 

A partire dagli anni Settanta, in Indonesia iniziava a manifestarsi un crescente fervore religioso, accompagnato dall’attivismo degli ambienti dell’intellettualità musulmana. Un fenomeno apparentemente legato alle trasformazioni in atto nel mondo islamico al tempo della rivoluzione komeinista in Iran, ma che nell’arcipelago indonesiano era dovuto da un lato alla sostanziale esclusione dei musulmani più rigorosi, i santri, dagli affari pubblici e dall’altro alladepoliticizzazione delle associazioni confessionali. Se la nuova politica del regime, che varò diverse leggi favorevoli ai musulmani e ai loro insegnamenti religiosi, veniva apprezzata da una parte degli ambienti modernisti, non riusciva però a scalzare la diffidenza di molti esponenti islamici progressisti che nel corso degli anni Novanta daranno vita a iniziative ispirate a idee di libertà, come il Forum Demokrasi animato da Abdurrahman Wahid. La crisi economica asiatica del 1997 sbilanciò ulteriormente questo precario equilibrio portando alla caduta del regime guidato da Suharto. 

La caduta di Suharto, tuttavia, non portava a una soluzione interna al regime ma dava inizio a un processo di transizione verso la democrazia, la cosiddetta reformasi. Un processo tormentato, all’insegna di mutamenti politici e istituzionali che pareva potessero portare alla “balcanizzazione” dell’Indonesia e al collasso dello Stato26.

Il nuovo presidente Bacharudin Jusuf Habibie diede inizio a una nuova fase sul piano politico e istituzionale. Vennero scarcerati molti detenuti politici e ratificate le convenzioni internazionali sul lavoro e sui diritti umani; mutava anche l’atteggiamento ufficiale nei confronti delle questioni regionali e si adottava un’attitudine più aperta sulla questione di Timor Orientale che dopo il referendum tenutosi nell’estate del 1999 diventava indipendente. Soprattutto, cambiava la scena politica indonesiana con l’indebolimento del Golkar – organismo legato alle Forze armate – e con l’affermarsi di forze nuove. In particolare va segnalato il Partito del risveglio nazionale legato all’associazione islamica tradizionalista Nahdlatul Ulama e il Partito del mandato nazionale che si ispirava al movimento dei musulmani modernisti Muhammadiyah27. Una tendenza che comunque non ha arrestato il processo di democratizzazione dello stato indonesiano, nonostante l’accresciuta influenza delle componenti favorevoli alla “reislamizzazione” dell’Indonesia. Era un fenomeno probabilmente non generalizzato, tuttavia in grado di lasciare un’impronta profonda, poiché se i musulmani indonesiani erano in sostanza moderati, era percepibile nel paese il rafforzamento delle correnti più radicali28.

Il punto di svolta si ebbe tra il 2004 e il 2005, quando i congressi della  Nahdlatul Ulama e della Muhammadiyah si conclusero entrambi con l’esclusione dalla leadership degli esponenti più progressisti e aperti29. Nel luglio 2005, in particolare, il Consiglio degli ulama indonesiani, emanava alcuni editti religiosi che condannavano la tolleranza religiosa, il pluralismo e il secolarismo. Obiettivo di queste fatwa erano soprattutto gli ambienti islamici progressisti colpevoli di non essere conseguenti con l’esigenza di affermare una forte identità religiosa in opposizione alle altre comunità e, sul piano internazionale, all’Occidente30.

Per Nicola Tanno, l’ascesa e la caduta del PKI contengono lezioni fondamentali non solo per comprendere il passato, ma anche per interrogarci sulla consistenza attuale della sinistra e dei movimenti anticoloniali del XXI secolo. Molti dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare sono ancora attuali, soprattutto per quelle forze socialiste che governano – o ambiscono a governare – in contesti del Sud globale segnati da pressioni esterne, fragilità istituzionali e tensioni sociali profonde. La sinistra contemporanea si confronta ancora con domande cruciali: dare priorità alla lotta di classe o a quella contro l’imperialismo? Qual è il ruolo della democrazia in situazioni di emergenza economica o di minaccia militare? Quale spazio riservare al nazionalismo? Le alleanze geopolitiche del Sud globale (Bandung ieri e Brics oggi) servono davvero alla costruzione di un ordine mondiale post-capitalista? 

Ripensare la fine del PKI non significa solo fare i conti con una delle più grandi tragedie del Novecento, ma anche riflettere sulle sfide che continuano a pesare sulle possibilità di costruzione di un’alternativa socialista, democratica e postcoloniale31.

Oggi l’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo, sta emergendo come attore strategico nel cuore dell’Asia-Pacifico, senza clamori ma con una logica precisa di equilibrio e autonomia. Con oltre 275milioni di abitanti e una crescita economica media del 5% annuo, l’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico. Membro fondatore dell’ASEAN, rappresenta un mercato in espansione e un baricentro geopolitico naturale per l’intera regione. Giakarta è anche il motore di un’ambiziosa agenda di sviluppo infrastrutturale: il progetto della nuova capitale, Nusantara, ne è l’emblema. Costruita da zero nel Borneo, Nusantara non è solo un piano urbanistico, ma un simbolo della volontà indonesiana di proiettarsi come potenza moderna e sostenibile.

Nel contesto della crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, l’Indonesia si propone come terza via: dialoga con Pechino sul fronte economico, ma collabora con Washington in materia di sicurezza marittima e di esercitazioni militari congiunte. Un percorso di sviluppo tutt’altro che privo di ostacoli. L’Indonesia infatti deve affrontare sfide interne complesse: le tensioni etniche e religiose, i rischi legati all’instabilità di regioni come Papua occidentale, e le vulnerabilità alle catastrofi naturali in un territorio situato sulla cintura di fuoco del Pacifico. Dal punto di vista della sicurezza marittima, Giakarta è coinvolta nelle dispute del Mar Cinese Meridionale, dove, pur non essendo parte direttamente coinvolta nelle rivendicazioni territoriali più accese, deve difendere le proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) dalle incursioni della Cina32.

Lo sterminio sistematico dei comunisti in Indonesia divenne, inoltre, un modello per gli Stati Uniti e i loro alleati nella lotta globale contro la sinistra, contribuendo in modo decisivo alla vittoria della Guerra Fredda, soprattutto in America Latina. Dal Cile all’Argentina, dal Brasile al Guatemala, il manuale ideato dagli ufficiali indonesiani, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato statunitense venne replicato con spietata precisione. Il “metodo Giacarta” non è affatto consegnato al passato33. L’avanzata globale dell’estrema destra dimostra che quella logica – fatta di repressione brutale e annientamento ideologico – potrebbe tornare a manifestarsi ovunque le sinistre rappresentino una minaccia per il regime capitalista34.


1G. Creta, Un silenzio lungo cinquant’anni: le violenze del 1965 in Indonesia, in Human Security, UniTo – Università di Torino, n. 9, 2019.

2J.A. Bozza, Desenterrar el pasado. La masacre de los comunistas de Indonesia en 1965, in Aletheia, Universidad Nacional de La Plata, vol. 16, n. 30, giugno-novembre 2025.

3C. Bidien, Independence the Issue, in Far Eastern Survey, vol. 14, n.24, dicembre 1945.

4B. Hering, Soekarno: Architect of a Nation, 1901-1970, KIT Publishers, 2001.

5J.A. Bozza, op.cit.

6P. Hampton, Communism and Stalinism in Indonesia, in Worker’s Liberty, n. 61 http://archive.workersliberty.org/wlmags/wl61/indonesi.htm(consultato il 2 giugno 2026).

7J. Roosa, Buried Histories. The Anticommunist Massacres of 1965-1966 in Indonesia, Madison: University of Wisconsin Press, 2020.

8G. Robinson, The killing Season, Princeton University Press, 2018.

9K. Conboy & J. Morrison, Free to the Fire CIA Cover Operations in Indonesia, 1957-1958, Naval Institute Press, 1999. 

10Central Intelligence Agency: Memorandum for the Record (1961) https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP86T00268R000700150019-1.pdf ; Intelligence Memorandum/1/. OCI No. 2330/65. The Upheaval in Indonesia (1965) https://2001-2009.state.gov/r/pa/ho/frus/johnsonlb/xxvi/4445.htm (Data consultazione 4 giugno 2026).

11USDOS, 110. Memorandum Prepared for the 303 Committee, febbraio 1965: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1964-68v26/d110; CIA, William Palmer is United States Secret Service Agent, Giacarta, febbraio 1965: https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP70-00058R000300020083-5.pdf (Data consultazione 4 giugno 2026).

12J.A. Bozza, op.cit.

13N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis, Milano-Udine, 2026.

14N. Tanno, Indonesia la strage dimenticata, intervista a G.B. Robinson, in Jacobin Italia, 29 aprile 2019.

15M. Lane, A cultural Blow to an Eroding Political Taboo: Viewing “Eksil” (The Exiles), a Hit Documentary, in Fulcrum. Analysis on Southeast Asia, 18 marzo 2024. 

16J. Roosa, Buried Histories , op.cit.

17G. Creta, op.cit.

18P.D. Scott, The United States and the Overthrow of Sukarno, 1965-67, in Pacific Affairs, LVIII, n. 2, 1985.

19J. Roosa, Pretext for mass murder. The September 30th Movement and Suharto’s Coup d’État in Indonesia, Università del Wisconsin Press, Madison, 2006.

20J. Roosa, Pretext for mass murder, op.cit.

21M. Leifer, Indonesian Foreign Policy, Allen and Unwin, Londra, 1983.

22F. Montessoro, Un paese cresciuto pericolosamente, in R. Orlandi (a cura di), Indonesia. Passaggio a Sud-est, Il Mulino, Bologna, 2012 e L. Suryadinata, Indonesian Foreign Policy under Suharto, Times Academic, Singapore, 1996.

23J.A.C. Mackie, Problems of Inflation in Indonesia, Modern Indonesia Project, Cornell University, Ithaca, 1967; B. Glassburner (a cura di), The Economy of Indonesia: Selected Readings, Cornell U.P., Ithaca, 1971; G.F. Papanek (a cura di), The Indonesian Economy, Praeger, New York, 1980.

24M. Vatikiotis, Indonesian Politics under Suharto: Order, Development, and Pressure for Change, Routledge, Londra, 1993 e D.E. Ramage, Politics in Indonesia: Democracy, Islam and the Ideology of Tolerance, Routledge, Londra, 1995.

25H. Hill, The Indonesian Economy since 1966: Southeast Asia’s Emerging Giant, Cambridge U.P., Cambridge, 1966.

26F. Montessoro, op.cit.

27C.U. Zazie, Indonesia’s New Political Spectrum, in Asian Survey XXXIX, n. 2, 1999.

28G. Fealy, Islamization and Politics in Southeast Asia: The Contrasting Cases of Malaysia and Indonesia, in N. Lahoud e A.H. Johns (a cura di), Islam in World Politics, Routledge-Curzon, Londra, 2005.

29R.W. Liddle, Year One of the Yudhoyono-Kalla Duumvirate, in Bulletin of Indonesian Economic Studies, XLI, n. 3.

30F. Montessoro, op.cit.

31N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit.

32F. Sardella, Indonesia: La scommessa geopolitica del gigante silenzioso del sud-est asiatico, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 1 giugno 2025. 

33N. Tanno, Il metodo Giacarta, intervista a V. Bevins, in Jacobin Italia, 5 gennaio 2022.

34N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit..


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La lingua italiana è a rischio oppure sta attraversando una fase di trasformazione e adattamento?

08 lunedì Giu 2026

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EdoardoLombardiVallauri, IlMulino, Litalianoinbilico, recensione, saggio

Edoardo Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico

Ogni lingua cambia senza sosta, e nel cambiare sostituisce abitudini precedenti con abitudini successive. Le nuove abitudini, però, prima di diventare generalizzate sono in minoranza, e quindi si chiamano errori. Poi diventano varianti abbastanza accettate, e infine possono scalzare la vecchia abitudine e diventare la norma. Visto nel passato, questo genere di cose appare al tempo stesso inevitabile e privo di insidie, perché come risultato ha prodotto la lingua che ci hanno trasmesso. Ma visto al presente, cioè mentre si verifica, scatena le preoccupazioni e le alzate di scudi di tante persone. La percezione che in molti hanno è che la lingua giusta sia quella consueta appresa e parlata. Lombardi Vallauri indaga a fondo quanto questo pensiero possa essere o diventare insidioso e preoccupante.

L’italiano in bilico: le scomodità del cambiamento

Sono numerosi i cambiamenti (o mode) in atto di cui non si può essere sicuri se verranno respinti e resteranno errori, o se piano piano entreranno a far parte dell’italiano standard. 

Tali fenomeni sono quelli che Tullio De Mauro (2006) chiama «neosemie», cioè (in greco) nuovi sensi, con cui tipicamente molti semicolti adoperano oggi un buon numero di parole italiane. Se questi usi fossero davvero limitati ai semicolti, si potrebbero considerare solo come tratti un italiano popolare, substandard, o per lo meno approssimativo. Tuttavia – ed è questo ciò che Lombardi Vallauri (2026) ha inteso mostrare – vi sono molti casi in cui una parola sta assumendo un senso nuovo (e in prima battuta erroneo) anche nell’uso, non di rado pretenzioso, di parlanti e scriventi che si collocano a livelli culturali alti, e in situazioni comunicative abbastanza formali. 

Una causa di nuovi significati è l’influsso di una parola simile più conosciuta, che inganna. Un esempio potrebbe essere l’uso di innestare per “innescare”. Il senso di “dare inizio a un processo incrementale” (tipicamente circoli virtuosi o viziosi, ma non solo) è associato a innescare, per metafora dall’avvio del processo che porta all’esplosione di una carica dopo che la si è, appunto, innescata. Per somiglianza, si trasferisce su innestare, che fino a poco tempo fa aveva solo il senso di “piantare qualcosa in qualcos’altro” (in procedimenti botanici, meccanici e simili) il significato di innescare.

Oppure leggiadro utilizzato con il significato di “leggero”. Questo aggettivo, in italiano, vuol dire “bello, elegante, grazioso” e non “leggero”. I dizionari non recepiscono questa nuova accezione, che va considerata ancora errore. 

Alcuni nuovi significati si devono alla perdita di una parte dei tratti semantici della parola, cioè a una interpretazione semplificata del suo senso nei contesti in cui appare. Ciò è un meccanismo fondamentale del cambiamento linguistico, non necessariamente da considerarsi come un qualcosa di negativo. Se morale designa anche semplicemente la conclusione di una vicenda è perché tipicamente una morale concludeva le favole portatrici di un insegnamento. Aleatoriosignifica “rischioso, di esito incerto”. Tuttavia, il termine oggi circola molto con un senso più generico: “incerto riguardo il suo verificarsi o alle sue conseguenze”, ma anche quello più banale di “vago, impreciso”.

In alcuni casi, a facilitare lo slittamento di senso sono condizioni di natura prevalentemente sintattica. È il caso di piuttosto che utilizzato nel senso di “oppure” quando invece significa “anziché, di preferenza rispetto a”. 

L’italiano in bilico: dalla forma corretta al correttismo

L’ampio accesso alle dinamiche pubbliche da parte di persone con poca cultura ha fra le sue conseguenze un fenomeno caratterizzato dall’insorgere di «correttismi» (Lombardi Vallauri, 2026).

Il correttismo inizia con la tentazione legittima di ricorrere a forme pur sempre corrette, ma diverse da quelle prevalenti, preferendole perché capaci di mostrare l’elevatezza del proprio linguaggio. Però poi continua con la tendenza meno legittima a stigmatizzare chi usa le forme usuali, a quel punto ritenute errate. 

Il perfettamente legittimo perché già letterario interpetrare è adottato da molti in luogo del più usuale (e più aderente alla forma latina) interpretare. Molti, credendo che di forma giusta ce ne sia una sola e che sia quella inusuale, arrivano finanche a credere che quello usato dalla massa sia errato, e si mettono a correggere chi dice interpretare.

Egual ragionamento si può fare per obiettare, obiettivo, obiezione i quali ripetutamente vengono segnalati come errori laddove li si scrive con la doppia b: obbiettare, obbiettivo, obbiezione.

L’italiano in bilico: scrivere serve solo a scrivere?

Oggi gli italiani scrivono sempre peggio. Si scrive molto, ma sempre meno in condizioni di accuratezza. Si insegna meno a scrivere. La cultura umanistica è sempre meno diffusa. Sempre più testi hanno natura volatile, perché non esistono sulla carta, ma sui siti web. Nelle versioni online, vengono cambiati continuamente, rendendo antieconomico confezionare con accuratezza ciò che deve essere prodotto in fretta e avrà vita breve (Giunta, 2017).

E allora Lombardi Vallauri si chiede se in tanti oggi non sanno più scrivere bene perché saper scrivere non rappresenta più un’abilità necessaria. Eppure scrivere (e leggere) cose ben scritte serve a diventare bravi a parlare. E parlare, per certo, rimane una funzione di grande importanza nella vita non solo pubblica, ma anche privata e persino intima. 

Si diventa capaci di parlare sia correttamente che in maniera efficace solo se si legge molta roba buona e si scrivono testi di una certa accuratezza. In altre parole, l’addestramento a parlare bene non consiste solo nel parlare molto e con impegno, ma richiede il supporto della buona scrittura e della buona lettura.

La lingua italiana e il pensiero sessista

L’aspetto della lingua che in Italia ha subito i più forti contraccolpi per motivi ideologici negli ultimi anni è certamente quello che riguarda le questioni di genere e l’espressione stessa del genere delle persone. Il dibattito sul tema si fa risalire alla pubblicazione di Sabatini (1987) che denunciava il fenomeno del «sessismo nella lingua italiana» da una sede istituzionale, e proponeva una serie di cambiamenti linguistici per contrastarlo.

Ma la lingua italiana è davvero maschilista?

Il dibattito chiede giustamente attenzione sugli usi della lingua che possono offendere o danneggiare le persone di sesso femminile. Bisogna, naturalmente, tenere in considerazione anche coloro che si professano di genere diverso dal maschile e dal femminile e hanno il medesimo desiderio di non subire ingiustizie. La lingua stessa, sottolinea Lombardi Vallauri, ha bisogno di non soffrire interventi che rendano difficile o penoso per tutti farla funzionare. 

La mentalità delle persone si riflette continuamente nel modo in cui usano la lingua. Anche senza che c’entri il sesso, una parola tende a evocare soprattutto ciò per cui viene più frequentemente adoperata.

Termini quali segretario e segretaria evocano un qualcosa di completamente diverso: il primo rimanda al capo di un partito, il secondo un’impiegata addetta a coadiuvare il lavoro di un dirigente. Non è la lingua in sé a determinare questa differenza, e sia segretario che segretaria sono a disposizione dei parlanti italiani per entrambi i significati. 

In altri casi, però, è proprio la lingua ad accordare una sorta di preferenza al maschile sul femminile. In diversi nomi di mestieri o categorie di persone l’opzione principale prevista dalla lingua italiana è quella maschile, rispetto a cui il femminile si presenta come derivato mediante un suffisso. La lingua non prevede l’inverso, cioè nomi maschili “secondari” derivati da un più primario femminile. Ancor più strettamente legato alla struttura della lingua è il fatto che quando si intende sia di maschi che di femmine la forma adoperata è identica a quella del maschile. Le ragioni di ciò possono essere di due strutture: qualitativa e quantitativa.

La principale possibile ragione qualitativa è che il maschile, quando è divenuto il genere non marcato, fosse sentito come più in grado – rispetto al femminile – di rappresentare entrambi i generi. Nell’analisi di Lombardi Vallauri, la lingua, scegliendo il maschile come non marcato, sembra dirci: ad avere qualcosa in più è il sesso femminile. La marca in più delle femmine potrebbe essere la capacità di generare, quindi di ospitare un altro individuo: cioè un ulteriore, macroscopico sovrappiù di animatezza. Le principali caratteristiche dei maschi si ritrovano, approssimativamente, anche nelle femmine; invece le femmine hanno una caratteristica decisiva ed evidente che i maschi non hanno. Quindi il termine che designa il maschio è portatore di significati più generali e più adatti a designare le caratteristiche comuni dei due gruppi. I maschi sono individui più generici delle femmine.

Per quanto riguarda la ragione quantitativa, si tende a sentire come meno marcato, meno speciale, più adatto a rappresentare la totalità, ciò che è più frequente. In italiano i sostantivi maschili che finiscono in -o sono assai piùnumerosi di quelli femminili che finiscono in -a. Fra le ragioni di questo stato di cose vi è certamente anche il fatto che in latino la vocale tematica a caratterizzava essenzialmente i femminili, mentre la u (da cui la o italiana) si trovava sia nei maschili in -us che nei neutri in -um.

Conclusioni: l’italiano è in bilico o attraversa l’ennesima fase di cambiamento?

Gli attacchi alla lingua italiana sono eterogenei ma hanno in comune la contemporaneità, ovvero il fatto che stanno accadendo adesso. Questo il motivo per cui è necessario prenderli tutti in esame, anche se afferenti ad aspetti diversi. 

Non è facile indicare direzioni di uscita dal bilico. Lombardi Vallauri lo ha fatto con molta cautela, suggerendo di tenere sempre in considerazione le esigenze dettate dalla vita e dalle dinamiche sociali. Ma farlo senza mai dimenticare o ignorare le strutture e i meccanismi con cui funziona la lingua. Conoscere a fondo la lingua e come funziona aiuta a decidere quali comportamenti linguistici sono veramente utili e quali ci intralciano; quali scelte di lingua offendono e danneggiano davvero le persone, e quali le rispettano di più. 

Sapere come funziona la lingua è necessario per capire in che direzione ci conviene uscire dal bilico. Quale che sia il problema, difficilmente le soluzioni giuste sono tutte schiacciate in una sola direzione, come farebbe credere un atteggiamento esclusivamente ideologico.

Bibliografia

T. De Mauro, Dizionaretto delle parole del futuro, Laterza Roma-Bari, 2006.

C. Giunta, Saper scrivere è così importante?, «Il Sole-24 Ore», 12 febbraio 2017.

E. Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico. Quello che sì, quello che no, Il Mulino, Bologna, 2026.

A. Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1987.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


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Maurits Cornelis Escher, Esplorando l’infinito

29 venerdì Mag 2026

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Aesthetica, Esplorandolinfinito, FedericoGiudiceandrea, LucaTaddio, MCEscher, recensione, saggio

Esplorando l’infinito di Escher (Aesthetica, 2026, pp. 192, €26) non è una monografia critica né un’opera illustrata: si tratta di un’opera in cui a parlare è lo stesso artista, attraverso lettere, conferenze, scritti di vario genere. Non ci sono filtri e il pensiero dell’autore può fluire direttamente verso il lettore il quale, proprio attraverso le sue parole, scopre tutto il suo universo.

Il libro di Escher è uscito in prima pubblicazione nel 1986, la versione attuale è arricchita dall’introduzione di Luca Taddio, docente di Estetica e filosofia della tecnica all’Università degli Studi di Udine, e dalla presentazione di Federico Giudiceandrea, fondatore e presidente della Microtec, estimatore dell’arte di Escher nonché curatore di numerose mostre dell’artista.

Come sottolinea Taddio nella introduzione al libro, Escher, grafico e artista, si staglia come un ponte tra il mondo visibile e quello invisibile, tra il rigore della matematica e l’incanto dell’immaginazione. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni del mondo, ma virtualità della realtà, dove regole e visione si intrecciano e la logica dell’attualità cede il passo al regno della possibilità. 

Ogni sua incisione, ogni suo disegno, celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in alcun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito.

Le litografie, xilografie e incisioni dell’artista sono popolate da scale infinite, prospettive vertiginose, spazi che si piegano e si ribellano alla tridimensionalità. Non c’è caos nel suo lavoro: l’intero spettro visibile è regolato da un ordine profondo, quasi mistico, che scaturisce dallo spazio della geometria, dalla simmetria e dal concetto stesso di infinito.

Le opere di Maurits Cornelis Escher possono essere definite un’esplorazione del possibile: un viaggio nel visibile. Si celebra lo spazio e la natura mutevole delle sue architetture prospettiche, la sua capacità di immaginare dimensioni intangibili eppure reali, percepibili al tatto dello sguardo. 

Egli sembra voler ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo. La sua arte è un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto.

Dalle sue opere traspare chiaramente il suo non essere solamente artista ma vero e proprio creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà.

Ed è esattamente questo che invitano a cercare nel testo ma soprattutto nelle opere di Escher Taddi e Giudiceandrea: la potenza del mondo raffigurato e di quello immaginato, la visione del reale e quella del sogno. La tensione continua tra il finito e l’infinito. Alla ricerca della funzione più autentica dell’arte: dare voce al mistero dell’esistenza.

«La vita è possibile solo quando i sensi percepiscono i contrasti» (Escher, da De Grafische, n.13, settembre 1951).

Rileggere oggi le parole dell’artista permette di cogliere quanto la sua opera sia ancora attuale. I suoi lavori non sono solo dimostrazioni di abilità tecnica, ma anche riflessioni profonde sulla natura della realtà e sulla capacità della mente umana di creare e interpretare mondi impossibili. In un’epoca in cui la scienza stava rivelando dimensioni dell’esistenza e sfidando le percezioni tradizionali, sottolinea nella presentazione Giudiceandrea, l’arte di Escher rappresentava un dialogo con queste idee rivoluzionarie. Attraverso i suoi paradossi visivi, egli ci invita a vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire. 

Esplorando l’infinito, ovvero leggere le parole di Escher, è un’esperienza da vivere. Un invito a guardare le opere dell’artista olandese con occhi nuovi, guidati dalle sue stesse parole. 


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Guerre dichiarate e guerre segrete: Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei e le operazioni ibride di e contro l’Occidente

01 venerdì Mag 2026

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JessikkaAro, LaguerrasegretadiPutin, NeriPozza, recensione, saggio

I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica1 e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento.

Un ulteriore aspetto che va considerato è la complessa relazione fra comunicazione/propaganda e manipolazione. Anche quest’ultima non di certo nuova e non di certo “inventata” dai social media2.

La manipolazione può essere in relazione all’emittente, ai contenuti, al pubblico e al contesto3.

I processi manipolatori negli ecosistemi comunicativi si realizzano per lo più attraverso la creazione di influenza sul contesto sociale di riferimento e/o sull’agenda. In questa prospettiva, i meccanismi più frequenti sono quelli della polarizzazione e della saturazione comunicativa4.

Quello che viene detto, quando viene detto, da chi viene detto e perché, quante volte e da quanti emittenti, a chi viene detto e perché… determina la “verità” di quell’accadimento.

Un Tupolew Tu-154 con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynsky e altre 95 persone è precipitato il 10 aprile 2010 mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nessuno dei passeggeri, tra cui numerosi alti dirigenti polacchi, è sopravvissuto all’incidente. Il presidente polacco si stava recando con la moglie a Smolensk, da dove avrebbe dovuto proseguire in macchina verso Katyn per commemorare l’eccidio di oltre 22mila ufficiali e soldati polacchi, massacrati durante la Seconda guerra mondiale5.

Le autorità russe avevano avvertito della pericolosità dell’atterraggio in condizioni ambientali sfavorevoli a causa di una fitta cortina di nebbia, suggerendo in alternativa l’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. A quel tempo la tensione tra Varsavia e Minsk era montata sulla questione delle discriminazioni subite dall’Unione dei polacchi in Bielorussia. Forse anche per orgoglio nazionale il diniego di atterrare a Minsk, nonostante la scarsa visibilità a Smolensk. 

Il presidente Lech Kaczynsky non aveva gradito che il suo primo ministro Donald Tusk fosse stato invitato dal capo del governo Vladimir Putin alla prima cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di Katyn che si era svolta il 7 aprile, da qui l’idea di una seconda commemorazione il 10 aprile a cui avrebbe partecipato insieme a veterani e a esponenti dell’opposizione.

Il 13 aprile 1943 la radio tedesca dava notizia che nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory, non lontano dal villaggio di Katyn, erano state trovate sette fosse comuni contenenti i corpi di militari polacchi, ancora identificabili dalle uniformi, il cui numero veniva valutato sui 10mila. La radio tedesca accusava di questo misfatto le autorità sovietiche. Radio Mosca addossava la responsabilità dell’eccidio ai tedeschi, nuovi occupanti della zona. 

La questione di Katyn si trascinò a lungo e, nonostante tentativi di mediazione da parte inglese e americana, contribuì a rendere definitiva la rottura fra il governo polacco di Londra e il governo sovietico. Essa ebbe uno strascico anche al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra tedeschi nell’estate-autunno del 1946, e il tribunale militare internazionale (contro l’opinione in dissenso del giudice sovietico) non si soffermò sull’accusa formulata contro i criminali di guerra nazisti per la strage di Katyn6.

Valentina Sergeevna Parsadanova è stata una importante studiosa e ricercatrice russa, che si è occupata delle relazioni tra la Russa e la Polonia e, ovviamente, del massacro di Katyn. 

Siccome al tempo le fonti a disposizione degli studiosi erano decisamente scarse, il valore assoluto del contenuto dell’intervento di Parsadanova risulta essere minimo. Il valore relativo invece è grande. Il fatto stesso che una storica sovietica abbia tentato di ricostruire il massacro degli ufficiali polacchi avvenuto a Katyn dimostra che il livello d’indipendenza dei ricercatori nell’Urss di Gorbachev era completamente diverso rispetto al periodo precedente la perestroyka. Fra tutti i documenti presenti, Parsadanova si concentrò, in particolare, su una monografia7, definendola la prima ricerca scientifica pubblicata in Polonia, e in seguito affermando esplicitamente che la precedente pubblicistica polacca spesso non mirava tanto a fare chiarezza sul problema, quanto a sfruttarlo nella lotta politica8. Da parte dei pubblicisti polacchi della fine degli anni Ottanta, tuttavia, un certo livello di propensione alla polemica era del tutto comprensibile, considerando fra l’altro che, appena prima della comparsa dell’articolo di Parsadanova, c’erano ancora, anche fuori dall’Urss, convinti sostenitori della tesi della responsabilità tedesca per il crimine commesso a Katyn9.

L’incidente del Tupolev Tu-154 dell’Aeronautica Militare Polacca è avvenuto a pochissimi chilometri di distanza dal massacro di Katyn.

Jessikka Aro racconta di essere stata a lungo convinta che la causa dell’incidente di Smolensk fosse stato l’errore umano del pilota. Una versione che coincide con quella ancora largamente sostenuta. A farle cambiare idea è stato il racconto del giornalista Michail Rachoń10.

«Mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. […] La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare»11.

Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il possibile ruolo della Russia nella tragedia veniva trattato solo da qualche canale d’informazione polacco. La Aro si dichiara attonita: tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte, come se qualcuno avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica. Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente. 

Le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico del 2003-05 rappresentano un tornante fondamentale nelle relazioni tra la Russia e le potenze occidentali, in quanto momento e fattore di una robusta intensificazione della dinamica geopolitica di inasprimento dei rapporti russo-occidentali che, anni dopo, sfocerà nella drammatica contrapposizione della guerra in Ucraina. La “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina sono state interpretate da Mosca come l’esito di un’ingerenza delle potenze occidentali nell’estero vicino della Russia. Gli eventi nelle vicine repubbliche post-sovietiche si sviluppano in un quadro già deteriorato di diffidenza e persino animosità da parte di Mosca nei confronti delle potenze occidentali, dovuto a scelte geopolitiche di grande momento compiute dall’Occidente e che hanno frustrato e allarmato la Russia: l’intervento militare del 1999 in Kosovo, l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM12. Un disagio che predispone i dirigenti russi ad attribuire intenzioni malevole all’America e ai suoi alleati. 

La fine della Guerra fredda maturò come conseguenza dell’ambizioso rilancio del political warface occidentale da parte dell’amministrazione Reagan, di cui fu parte cospicua il robusto sostegno prestato dagli americani a Solidarnošc in Polonia all’indomani della proclamazione dello stato d’assedio (dicembre 1981). Dopo la proclamazione della legge marziale in Polonia, Reagan approvò una serie di importanti direttive in materia di sicurezza nazionale (National Security Decision Directives) che «autorizzavano gli Stati Uniti a minare il controllo sovietico in Europa orientale»13. In questa cornice, una delle decisioni più rilevanti fu la firma (novembre 1982) di un presidential finding che «approvava un programma di azione coperta della CIA per l’invio di denaro e assistenza non letale a Solidarnošc»14.

La Casa Bianca adottò in Polonia «un approccio a doppio binario, uno pubblico l’altro coperto, per mandare soldi e materiale»15, e, se le operazioni coperte furono di competenza della CIA, il grande protagonista dell’altro lato del political warface reaganiano fu il NED (National Endowment for Democracy): un “centauro” (o un ibrido) organizzativo sospeso tra governo americano e società civile16. Il compito principale di cui fu investito il NED fu la promozione delle istituzioni democratiche nel mondo, in risposta al proselitismo ideologico delle speculari organizzazioni finanziate dai sovietici17.

Il NED ha svolto un ruolo anche in Serbia nel 2000 nel quadro degli eventi che portano all’uscita di scena del presidente Slobodan Miloševic. Senz’altro un obiettivo politico dell’amministrazione Clinton , perseguito all’indomani della campagna aerea del 1999 che mette fine alla repressione serba ai danni degli albanesi del Kosovo senza però riuscire a cambiare la leadership politica serba. 

In Serbia nel 2000 si delinea uno schema in cui un ventaglio di enti non governativi ma finanziati prevalentemente dal Governo americano sostiene le attività (non violente) delle organizzazioni dell’opposizione, come radio B92 (che riceve donazioni anche direttamente dalla governativa US Agency for International Development), o come Cittadini per le elezioni libere e la Democrazia – CeSID, un’associazione attiva nel controllo delle regolarità del processo elettorale, oppure ancora come Otpor (Resistenza), un’associazione studentesca che sarà protagonista delle manifestazioni di piazza contro Miloševic all’indomani delle elezioni presidenziali18.

È utile sottolineare come in particolare Otpor diventerà presto un punto di riferimento per i movimenti di altri paesi dell’Europa orientale nonché, in misura non trascurabile, parte attiva nelle “rivoluzioni colorate”. Due leader di Otpor – Srdja Popovic e Slobodan Djinovic – fonderanno a Belgrado nel 2005 il CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy – che dal «dal quartier generale di Belgrado, in Serbia, gestisce una rete di istruttori e consiglieri con esperienza nella costruzione e nella guida di efficaci movimenti non violenti»19.

I veterani di Otpor (e del CeSID) si recano ripetutamente a Minsk nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2001, per stabilire contatti con gli attivisti locali che si oppongono al presidente Lukaschenko, a spese di ONG come Freedom House20. Anche qui, come accaduto in Serbia, l’ambasciata americana lavora per aggregare le opposizioni attorno a un unico candidato (il sindacalista Vladimir Goncharik)21, ma la base di consenso su cui poggia il potere di Lukaschenkoè solida, e la tempestiva azione degli apparati di sicurezza (che ostacolano le iniziative degli attivisti democratici) stroncano ogni eventuale velleità di innescare una “valanga” democratica come quella che ha travolto Miloševic22.

Fin dalla seconda fase dell’era Eltsin, con Evgenij Primakov ministro degli esteri e poi primo ministro, Mosca rivendica sostanzialmente lo spazio post-sovietico, il suo “estero vicino”23, come propria sfera di influenza. È la dottrina Primakov24. Con Putin, poi, la politica estera russa nell’”estero vicino” diviene più assertiva.

Riguadagnata una certa stabilità interna, Mosca si può dedicare alla politica estera azionando spesso e volentieri la leva del ricatto energetico per mettere in riga ora la Bielorussia dell’imprevedibile Lukaschenko ora la Georgia di Shevardnadze (spintasi un po’ troppo in là nel suo movimento verso il polo euro-atlantico). Dal canto suo, e specularmente, l’America si dà da fare per dare una prospettiva di piena indipendenza economica e politica da Mosca alle repubbliche post-sovietiche – si pensi alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che consente di far affluire il petrolio del Caspio nel mercato globale aggirando il territorio russo. L’11 settembre 2001 favorisce una distensione russo-americana, che si rivela però effimera, non portando a un reale superamento delle principali ragioni di attrito, mentre proprio nel mezzo della lotta globale al terrorismo islamico la Georgia apre le porte a una piccola ma significativa presenza militare americana sul proprio territorio che acuisce le apprensioni russe. È in questa cornice di larvata competizione geopolitica che vanno dunque inserite le “rivoluzioni arancioni”25.

Il denaro che arriva in Georgia per i programmi di assistenza democratica serve a finanziare, tra l’altro, i viaggi dei leader dell’opposizione georgiana Zurab Zhvania e Mikheil Saakashvili in Serbia e in Polonia, dove essi possono ricevere consigli dai veterani dei movimenti democratici locali26. Il proposito dei militanti georgiani è molto chiaro: far leva sulle elezioni parlamentari della fine del 2003 – quando mancano ancora due anni alla scadenza del mandato presidenziale di Shevardnadnze27 – per ottenere la «prematura rimozione di un presidente legalmente eletto»28.

È però in Ucraina, nel 2004, in occasione delle elezioni presidenziali che vedono in lizza Victor Yanukovich e Viktor Yuschenko che le «U.S. – supported activities» si fanno più intense29. Ritroviamo, in questo contesto, i veterani di Otpor – accompagnati peraltro dai militanti georgiani di Kmara reduci dalla “Rivoluzione delle Rose” – nel ruolo di “precettori” degli attivisti ucraini che si oppongono al presidente Leonid Kuchma e al suo erede designato Yanukovich, con il contributo delle solite ONG occidentali30.

La guerra variamente definita dai russi come “non-convenzionale”, “sovversiva”, “di coscienza” o “ibrida” è, invariabilmente, dalla prospettiva di Mosca, una strategia non militare ma per nulla pacifica di regime-change a cui ricorrono le potenze occidentali per imporre i loro obiettivi geopolitici. Gli analisti russi ragionano, implicitamente o esplicitamente, a partire dalla constatazione almeno di un’importante continuità, tra Guerra fredda e dopo-Guerra fredda: la persistenza del fattore nucleare che protegge, oggi come nella stagione del bipolarismo, il territorio russo da aggressioni di tipo militare e convenzionale31.

Strategia che non ha protetto Teheran soprattutto perché l’Iran non possiede armi nucleari operative, ma solo una capacità definita “di soglia” o “near-threshold”, che gli consentirebbe di sviluppare una capacità nucleare in tempi relativamente brevi. Tuttavia la fase in cui si trovava ancora a febbraio di quest’anno consente un suo significativo degrado, seppur a un costo estremamente elevato32.

L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio 2026 – Ruggito del Leone – è, per dimensioni e intensità, molto superiore a quella condotta a giugno 2025 dall’amministrazione Trump contro siti nucleari. Gli obiettivi questa volta sono Teheran e altre città ed aree del paese e la guida suprema Ali Khamenei.

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma33.

Una spirale di tensione che va ricondotta ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del Partito di Dio libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico34.

Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz35.

L’operazione Epic Fury, lanciata da Trump il 28 febbraio 2026, rappresenta il secondo round di attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Tale operazione ha determinato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Il blocco ha interrotto anche il transito delle metaniere che esportavano gas dal Qatar e dagli Emirati. I paesi che beneficeranno di una crisi prolungata sono quelli la cui esportazione non transita da Hormuz: Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada36.

La drammatica evoluzione degli eventi del 3 gennaio 2026 su Caracas è il culmine di una campagna di pressione durata mesi e iniziata a metà settembre con attacchi militari contro imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Inoltre, il massiccio dispiegamento di navi da guerra americane, al largo delle coste venezuelane, aveva già indicato un cambio di passo da parte degli USA. L’operazione è stata ufficialmente catalogata come operazione di contrasto al narcotraffico. Con l’arresto di Maduro però lo scenario cambia: le accuse di narcoterrorismo (il narcotraffico è stato ribattezzato dall’amministrazione Trump “minaccia terroristica”) sembrano aver fornito la cornice formale dell’operazione, ma l’arresto e il trasferimento negli Stati Uniti indicano che l’obiettivo principale era politico, ovvero forzare un cambio di regime a Caracas. 

Sul piano politico, il governo di Caracas rappresentava da tempo un obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump.

Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. I

l presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana37.

Ruptly, RT (Russia Today) e Sputnik sono un ecosistema mediatico finanziato dalla Russia e additati in Europa e Stati Uniti per attività di disinformazione e soft power. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione di Sputnik e di diverse entità di RT (RT English, RT UK, RT Germany, RT France e RT Spanish) nell’UE o rivolte all’UE a causa della propaganda legata alla guerra in Ucraina. Ruptly tecnicamente è un’agenzia di video-notizie con sede a Berlino, per cui è europea, e ha continuato a produrre contenuti anche dopo le sanzioni. 

Da tempo la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi, dell’UE e dei suoi Stati membri38.

«La Ruptly di Berlino truffa la gente tanto quanto la fabbrica di troll di San Pietroburgo. Si spaccia per un’azienda privata col fine di nascondere i propri legami col Cremlino. Si presenta come una startup tedesca nonostante sia parte integrante di RT e della rete mediatica di stato»39.

La “guerra ombra” della Russia, intensificatasi a seguito dell’inasprirsi del conflitto in Ucraina, ha trasformato il Baltico in un teatro strategico di crescente tensione tra Mosca e l’Occidente.

Le tensioni nel Mar baltico hanno radici molto profonde e ancora oggi l’area costituisce un importante nodo geopolitico. Da un lato, le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e i Paesi che affacciano da Nord (Svezia e Finlandia) e dall’altro la Russia. 

Prima dell’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass i rapporti erano tesi ma relativamente stabili. Ma, a partire dal 2014, si registrano cyber-attacchi, campagne di disinformazione e attività di spionaggio. Un’ulteriore aggravante è stato l’inasprimento della guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte dall’Unione Europea40. Il numero di attacchi russi in Europa si sono triplicati tra il 2023 e il 2024, concentrati soprattutto sul fianco orientale della NATO, in Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia, così come nel mar Baltico, ma anche verso coloro che fornivano armi o altri materiali all’Ucraina, o che davano rifugio a disertori russi (Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito). Non sono stati registrati attacchi contro Paesi con relazioni più strette con la Russia, come Ungheria o Serbia41.

Jessikka Aro nel libro La guerra segreta di Putin racconta nel dettaglio delle operazioni ibride della Russia contro l’Occidente rimarcando in più occasioni il suo punto di vista e le esperienze vissute in prima persona ma determinante, per il lettore, è l’enfasi che ella pone sulle risposte, spesso non adeguate, dei paesi che ne sono stati vittime e di come lo stato sotto attacco e la popolazione siano stati o meno protetti.

Tolstoj si domanda cosa muove le nazioni e la sua risposta stravolge il concetto generale di storia e storiografia. Non sono i grandi leader a determinare il corso della storia, ma la somma delle volontà individuali di innumerevoli persone comuni42. Queste innumerevoli persone comuni possono agire sul corso della storia con le rivolte, con le proteste, con il silenzio, dando il potere a qualcuno o togliendolo. 

«Le democrazie sono definite dalla loro cultura della comunicazione. Se una democrazia consiste nel fatto che i cittadini decidono, collettivamente, cosa deve essere fatto, allora il processo con cui lo fanno determina quasi tutto ciò che segue.»43

Esiste una stretta correlazione tra libertà di opinione, nuove tecnologie e formazione del consenso. Ma questa correlazione quanto è davvero incidente nella limitazione del livello di consapevolezza delle proprie scelte?

«Ogni forma di media ha la sua epistemologia, i suoi pregiudizi, e favorisce certe abitudini cognitive rispetto ad altre.»44Si tratta dei SOC (Sistemi Operativi Culturali). Le culture mondiali sono gestite non solo dalla lingua che parlano ma ancor di più dai sistemi di scrittura che la struttura di queste lingue definisce. I sistemi di scrittura come SOC dominanti sono ciò che distingue fondamentalmente l’Oriente e l’Occidente. Il nazionalismo è una delle tante applicazioni dell’alfabetizzazione fonologica. 

Soprattutto prima dell’assalto algoritmico delle fake news e della post-verità, la maggior parte delle persone dava per scontata l’esistenza di una netta distinzione tra conoscenza oggettiva (fatti scientifici, storici, codici legali) e soggettiva (opinioni, sentimenti, desideri). La trasformazione digitale sta mettendo in dubbio qualsiasi informazione. Colpiti da un’amnesia intermittente, gli utenti fanno sempre più affidamento a sistemi più “intelligenti” lasciando che siano questi a “pensare” e “giudicare”45.

Il passaggio dell’informazione dalla mente allo schermo (qualunque esso sia: televisione, computer o smartphone) è emerso da diversi decenni come l’esternalizzazione della maggior parte delle nostre capacità cognitive, a partire dalla perdita della proprietà privata del linguaggio e del nostro pensiero. Non è né più né meno che la progressiva esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive dal nostro inconscio e persino dal nostro corpo fisico.

La facilità con cui attori politici, criminali e terroristi malintenzionati sono in grado di creare filmati illusori e fittizi, tali da ingannare anche i telespettatori più sofisticati, mette in seria difficoltà istituzioni, leader politici e canali di informazione, costretti a lottare per costruire e proteggere la propria affidabilità46.

Dalla prospettiva degli Stati occidentali, particolare preoccupazione ha generato l’impegno in questo campo da parte di attori russi. L’attenzione per le dimensioni difensiva e offensiva della manipolazione delle informazioni è ben presente anche nella dottrina della Federazione Russa47. Per la leadership di Mosca e attori a essa legati48, la disinformazione costituisce una strategia che, a fronte di investimenti e rischi non ingenti, consente di raggiungere rilevanti obiettivi politici49.

Tali obiettivi possono variare a seconda degli avversari. Per esempio, prima dell’invasione dell’Ucraina, l’influenza della Russia attraverso la disinformazione avrebbe assunto la forma di cerchi concentrici: Mosca punterebbe a generare caos in Ucraina, destabilizzare gli Stati Baltici, influenzare politicamente l’Europa orientale, ingenerare confusione in Occidente e distrarre gli Stati Uniti50. Ovviamente attori riconducibili alla Federazione Russa non sono gli unici a essere impegnati in estese attività di disinformazione51.

Mentre la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata in una fase di conflitto aperto con azioni sia militari che cyber, l’intelligence iraniana non ha assunto il semplice ruolo dello spettatore: è uno degli attori centrali di una guerra ibrida che si gioca su campi tradizionali e digitali, narrazioni sociali e reti di influenza, così come su battaglie di informazioni e sistemi di controllo interno. Quello che sta avvenendo non è un’escalation casuale, ma il risultato di decenni di competizione tra potenze regionali e globali, dove gli strumenti dell’intelligence sono stati ampiamente integrati in operazioni militari, diplomatiche e tecnologiche. Da parte di tutti gli attori. La morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione aerea congiunta israeliano-statunitense, non è stata un colpo di scena improvvisato, ma il culmine di mesi di raccolta di informazioni e di sorveglianza da parte dei servizi di intelligence americani e israeliani. L’operazione è stata resa possibile dalla combinazione di spie umane, tecnologie di sorveglianza satellitare e raccolta dati di segnali e immagini, che ha permesso di localizzare e colpire i principali decisori iraniani con precisione millimetrica. Questo mercato di informazioni ha aperto una fase nuova per l’intelligence, ovvero non più confinata all’analisi e alla previsione, ma parte integrante dell’azione militare e del decision-making strategico. Il conflitto attuale sta mostrando quanto sia centrale la dimensione cognitiva: non conta solo chi controlla i campi militari o i server, ma chi controlla la narrativa. Le operazioni di tipo hack-and-leak, la diffusione di messaggi mirati su reti social e app, e la manipolazione dell’informazione sono tutte strategie che mirano a modellare la percezione pubblica – sia in Iran che all’estero – come parte integrante della competizione strategica. Questo tipo di operazioni va oltre la mera raccolta di informazioni: è progettato per generare effetti su opinione, morale e coesione sociale52.

La disinformazione e la misinformazione rappresentano un rischio grave a livello globale. In tutto il mondo, esistono profonde divisioni tra coloro che cercano di preservare un determinato sistema di valori e le istituzioni che lo governano, e coloro che nutrono opinioni opposte. I gruppi che non hanno beneficiato degli ordini politici, sociali ed economici prevalenti stanno ora assumendo un ruolo politico più centrale. Al centro di questa divisione si trova la polarizzazione che, secondo il Global Risks Perception Survey 2025-2026 (GRPS), rappresenta il terzo rischio più grave nei prossimi due anni. Inoltre, la polarizzazione sociale è identificato come un fattore che contribuisce alla disinformazione, alla disuguaglianza e alle tensioni interne agli stati53.

Sun Tzu, nel suo celebre trattato L’arte della guerra54, sosteneva che il modo più efficace per vincere non è affrontare il nemico sul campo, ma logorarne la resistenza dall’interno.

Questo principio è ancora oggi alla base delle operazioni di disinformazione e influenza condotte da attori statali come la Russia e la Cina. A differenza di Russia e Cina, l’Unione Europea non ha investito adeguatamente in questo ambito. Con la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha abbassato la guardia, smantellando gran parte delle proprie contromisure, mentre Mosca e Pechino hanno fatto esattamente l’opposto, rafforzando in modo aggressivo le loro strategie di influenza. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, Bruxelles ha adottato contromisure, avviando una vasta campagna di informazione tramite le moderne piattaforme sociali. I risultati si sono rivelati soddisfacenti55.

I protagonisti delle “nuove guerre” sono gli stati tradizionali, i terroristi, le bande mercenarie, gruppi etnici, comunità politico-religiose trasversali e diffuse. Sono soggetti che si aggregano e disaggregano sulla base degli “eventi” e degli “obiettivi”, in un modo che sembra sfuggire, per ora, alle dicotomie coerenza/incoerenza e unitarietà/frammentazione. Ciò comporta difficoltà nel distinguere “guerra” e “terrorismo”, ma anche sinergia tra obiettivi simbolici e obiettivi strategici. Gli antagonismi geopolitici sono spesso caratterizzati dal gioco di specchi tra rivendicazioni territoriali e strategie identitarie, così come dalla continua interazione tra rivendicazioni pragmatiche e dettagliate e contestazioni dell’ordine globale56.


1E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica: media e costruzione del consenso, Carocci, Roma, 2011.

2E. De Blasio, M. Socirce, Il disordine informativo e l’odio in rete. Democrazia a rischio, in H-ermes. Journal of Communication, n. 23, 2023.

3G. Gili, Il problema della manipolazione. Peccato originale dei media?, Franco Angeli, Milano, 2001.

4L. Morlino e M. Sorice (a cura di), L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, Luiss University Press, Roma, 2021.

5Swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/il-presidente-polacco-perde-la-vita-in-un-incidente-aereo/8649100 (consultato il 24 marzo 2026).

6Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/katyn_(Enciclopedia-Italiana)/ (consultato il 24 marzo 2026).

7Cz. Madajczyk, Dramat katynski, Pwn, Varsavia, 1989.

8D. Artico, La strage di Katyn nella storiografia sovietica, in Italia contemporanea, n- 223, giugno 2001.

9R. Horyn-Swiatek, The Katyn Forest, Londra, 1988.

10J. Aro, La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente, Neri Pozza, Vicenza, 2026.

11J. Aro, id. (dalla Introduzione, pp. 7-8).

12Il trattato ABM (Anti Balistic Missile) è considerato la base del processo di disarmo che ha consentito la realizzazione degli accordi Start I e II. Si veda: https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed844/pdfbtind.pdf (Consultato il 4 aprile 2026).

13S. G. Jones, A Covert Action. Reagan, the CIA, and The Cold War Struggle in Poland, W.W. Norton & Company, 2018, pp. 9-10. 

14S.G. Jones, op.cit.

15B.B. Fisher, Solidarity, the CIA, and Western Technology, in International Journal of Intelligence and Counter Intelligence, 25 (3), 2012, pag. 429.

16L. Robinson et.al., Modern Political Warface, RAND, 2018.

17C. Stefanachi, Le “rivoluzioni colorate” nelle percezioni strategiche della Russia di Putin: la “guerra ibrida” dell’occidente, in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 1 / 2024.

18C. Stefanachi, op.cit.

19CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy: https://canvasopedia.org/who-we-are/ (consultato il 26 marzo 2026).

20M. MacKinnon, The New Cold War. Revolutions, Rigged Elections and Pipeline Politics in the Former Soviet Union, Random House Canada, 2007.

21M. MacKinnon, op.cit.

22C. Stefanachi, op.cit.

23G. Toal, Near Abroad. Putin, the West, and the Contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017.

24M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, Milano, 2009.

25C. Stefanachi, op.cit.

26L.A. Mitchell, The Color Revolution, University of Pennsylvania Press, 2012.

27M. MacKinnon, op.cit.

28S.F. Jones, The Rose Revolution: A Revolution without Revolutionaries?, in Cambridge Review of International Affairs, n. 1, 2006, pag. 41.

29M. MacKinnon, The New Cold War, cit., pag. 159.

30C. Stefanachi, op.cit.

31C. Stefanachi, op.cit.

32D. Dolzikova, M. Savill, Why Iran may accelerate its nuclear program, and Israel may be tempted to attack it, in Bulletin of the Atomic Scientists, 26 aprile 2024.

33ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 28 febbraio 2026.

34ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

35ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

36M. Lombardini, Blocco dello Stretto di Hormuz: Petrolio sopra quota cento, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 20 marzo 2026.

37A. De Luca, Trump-Maduro: atto finale, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 3 gennaio 2026.

38L’UE impone sanzioni agli organi di informazione pubblici RT/Russia Today e Sputnik che svolgono attività di radiodiffusione nell’UE, Comunicato Stampa, Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea, 2 marzo 2022: https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/#:~:text=In%20virtù%20di%20tali%20misure%2C%20l’UE%20sospenderà,confronti%20dell’UE%20e%20dei%20suoi%20Stati%20membri.

39J. Aro, La guerra segreta di Putin, op.cit., pag. 159.

40S. Bissacco, La strategia ibrida della Russia nel mar Baltico: una nuova Cortina di ferro?, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 20 maggio 2025.

41Rapporto CSIS – Center for Strategic & International Studies, marzo 2025: https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/2025-03/250318_Jones_Russia_Shadow.pdf?VersionId=LHamL2L7HJwLgZ7a_wq6xkTIwMh3TFpk (consultato il 29 marzo 2026). 

42L. Tolstoj, Guerra e Pace, 1867.

43Z. Gershberg, S. Illing, The Paradox of Democracy: Free Speech, Open media, and Perilous Persuasion, University of Chicago Press, 2022, Prefazione.

44Z. Gershberg, S. Illing, op.cit., Introduzione.

45D. De Kerckhove, Parole e algoritmi: schizzo per un’antropologia politica della trasformazione digitale, in M. Calamo Specchia (a cura di), Processi politici e nuove tecnologie, Giappichelli, Torino, 2024.

46D. De Kerckhove, op.cit.

47A. Beccaro, Il concetto di Gray zone: la dottrina GERASIMOV e l’approccio russo alle operazioni ibride. Possibili convergenze con la dottrina Cinese. Obiettivi strategici e metodologia d’impiego nello scenario geopolitico attuale. Prospettive del ruolo del Potere Aereo e Spaziale nei “Gray zone Scenarios”, Ricerca, CeMiSS – Centro Militare di Studi Strategici – CASD – Centro Alti Studi per la Difesa, 2021.

48M. Laruelle, K. Limonier, Beyond “hybrid warfare”: a digital exploration of Russia’s entrepreneus of influence, in Post-Soviet Affairs, n. 37, 2021.

49F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico – Anno XXIV n. VII, 2022.

50P. Pomerantsev, M. Weiss, The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture, and Money, Institute of Modern Russia, 2014.

51Si vedano: J.S. Curtis, Springing the “Tacitus Trap”: countering Chinese state-sponsored disinformation, in Small Wars & Insurgencies, n. 32, 2021; M. Dubowitz, S. Ghasseminejad, Iran’s COVID-19 Disinformation Campaign, in CTC Sentinel, n. 13, 2020; D. Byman, The Social Media War in the Middle East, in The Middle East journal, n. 75, 2021.

52A. Teti, Intelligence e guerra ibrida: perché la crisi in Iran può colpire Europa e Italia, in Agenda Digitale, 3 marzo 2026.

53WEF – World Economic Forum, The Global Risks Report 2026: https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf(Consultato il 3 aprile 2026).

54Sun Tzu (500-320 a.C. ca), L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2018.

55Audizione Senato Antoinette Nikolova:https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/649/Audizione_SenatoAntoinette_Nikolova.pdf

56C. Sbailò, Guerre ibride: quali risposte possibili?, in DPCE online, Sp-1 / 2024.


Articolo pubblicato sul numero 79 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Alberto e Mariacristina Galgano, Il Sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi

07 martedì Apr 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Il Sistema Toyota, o Toyota Production System (TPS) oppure ancora toyotismo, è un sistema organizzativo produttivo post-fordista sviluppato in Giappone tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento soprattutto da Taiichi Ohno. 

Anche nel 2025, per il sesto anno consecutivo, Toyota si è confermata azienda leader mondiale nelle vendite. In anni in cui gli altri costruttori hanno costantemente dovuto fare i conti con gli effetti negativi di regole e mercati. Perché? Si punta il dito sull’ibrido, sul vantaggio temporale e tecnologico che la Toyota continua a mantenere. Ciò è sicuramente vero ma la solidità dell’intera azienda non può dipendere solo quello. 

Bisogna focalizzare l’attenzione proprio sul Metodo Toyota, basato su Miglioramento Continuo (Kaizen) e rispetto delle persone, avente come obiettivo principale la riduzione degli sprechi ottimizzando tempistiche e risorse. 

Ma cosa hanno in comune un’industria automobilistica e un ospedale? Un metodo potenzialmente vincente. 

Alberto e Mariacristina Galgano ne Il sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi (GueriniNext, 2006 – 2026, pp. 280, €26) si sono posti un unico interrogativo da cui è partita tutta l’indagine che li ha condotti alla scrittura del libro: E se il problema della Sanità non fosse la mancanza di risorse, ma come le usiamo?

Il cambiamento nella Sanità auspicato dagli autori e guidato dal Sistema Toyota non è una rivoluzione globale e immediata, o uno stravolgimento imposto da una legge o una riforma. Si tratta di un processo che parte dal basso, dal singolo ospedale, con la speranza, ovviamente, che si sparga e si diffonda a macchia d’olio fino a diventare strutturale dell’intero Sistema Sanitario. 

Il libro è uscito in prima edizione nel 2006. All’epoca in Italia il poter applicare un approccio manageriale studiato per un’industria automobilistica al settore sanitario era un concetto pressoché sconosciuto. Differente invece era la situazione negli Stati Uniti, dove in diversi ospedali l’applicazione del Metodo Toyota per la Sanità era già una realtà. Vengono riportate nel testo le esperienze relative a: Virginia Mason Medical Center, Park Nicollet, Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), ThedaCare.

Queste strutture sanitarie sono da tutti considerate pionieristiche nell’applicazione del Metodo Toyota alla Sanità. Lo hanno adottato a partire dagli albori del nuovo Millennio. Ma cosa è successo davvero in questi anni? Il Metodo infallibile per la Toyota lo è davvero anche per la Sanità?

Il Virginia Mason Medical Center, a Seattle, ha ottenuto risultati sorprendenti sul valore offerto dalla loro Spine Clinic, rispetto alle medie regionali. I pazienti saltano meno giorni di lavoro (4,3 contro 9 per episodio) e necessitano di meno visite di terapia fisica (4,4 contro 8,8). Inoltre, l’uso delle risonanze magnetiche per valutare la lombalgia è diminuito del 23% dal lancio IPU della clinica. Una migliore assistenza ha effettivamente ridotto i costi e anche aumentato le entrate attraverso una maggiore produttività e una maggiore domanda1.

L’IPU – Integrated Practice Units è uno dei sei componenti della Value Agenda, la strategia fondamentale nel contesto della Value-Based Healthcare (VBHC), sviluppata per ristrutturare i sistemi sanitari mettendo al centro il paziente e il valore generato. 

Implementare le Unità di Assistenza Integrate significa organizzare le pratiche mediche intorno a un team dedicato e multidisciplinare che persegue l’unico scopo di creare valore per il paziente seguendo l’intero ciclo di cure. Invece di fornire assistenza in reparti specializzati, si creeranno linee di cura sia per il trattamento della malattia che le sue complicazioni correlate. 

Nel 2001, Gary Kaplan, amministratore delegato del Virginia Mason Medical Center, volò in Giappone per vedere come la Toyota costruiva le sue automobili. L’azienda è rinomata in tutto il mondo per il sistema di produzione “just in time”, altamente efficiente. Kaplan rimase molto impressionato e affermò: «era ciò che è possibile: creare prodotti senza difetti; avere esattamente ciò di cui si ha bisogno, né più né meno, e che questo accada sempre. Era l’antitesi di ciò che si vede nel settore sanitario».  Dal 2001, il Virginia Mason Medical Center ha inviato sette team (composti da medici, infermieri e altro personale) in Giappone per formarsi secondo il Metodo Toyota. Tornati a Seattle, i team applicano le tecniche apprese, volte soprattutto a eliminare eventuali sprechi o inefficienze, per ottimizzare le operazioni di ospedali e cliniche. Viene attribuito all’impiego del metodo Toyota la riduzione di circa 55 chilometri della distanza percorsa a piedi dal personale ogni giorno, coperta maggiormente per attività burocratiche o spostamenti da un settore all’altro, e lo sgombero di circa 1200 metri quadri di spazio prima utilizzato come magazzino o per altre attività improduttive. La struttura ha calcolato (nel 2006) un risparmio di 11 milioni di dollari in investimenti di capitali programmati, una riduzione evidente dei tassi di infezioni nei pazienti e un notevole aumento del livello di soddisfazione di quest’ultimi. 

Nel Sistema Toyota, qualsiasi passaggio che non aggiunga valore al prodotto viene considerato uno spreco, ovvero un “muda”. 

Al momento della introduzione del Sistema Toyota in ospedali e cliniche statunitensi, invece il “muda” sembrava essere ovunque. 

Mike Kaupa, vicepresidente senior di Park Nicollet, non appena ha iniziato ad applicare l’approccio Toyota ha eliminato le numerose sale d’attesa, gli enormi magazzini di stoccaggio e i relativi costi. La nuova clinica ambulatoriale del centro non aveva alcuna sala d’attesa e ciò è stato possibile grazie all’adozione del one piece flow production system usato dalla Toyota2.

Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC) ha iniziato ad applicare i principi del Sistema di produzione Toyota ad alcuni posti letto chirurgici per pazienti ricoverati. Il personale in prima linea di diverse discipline ha collaborato con un team centrale per riprogettare i processi di cura utilizzando il ciclo PDCA (pianifica, esegui, verifica, agisci) di Toyota. Dal 2001 al 2003, UPMC ha migliorato la somministrazione endovenosa di antidolorifici, ridotto le infezioni dovute a cateteri endovenosi e migliorato i tempi di risposta per i servizi, dalle analisi di laboratorio alla consegna dei pasti. 

Questi successi hanno spianato la strada all’UPMC per diventare uno dei 13 ospedali partecipanti al Transforming Care at the Bedside, un progetto sponsorizzato dalla Robert Wood Johnson Foundation e dall’Institute for Healthcare Improvement. Durante i 12 mesi del progetto la struttura ha registrato un aumento delle chiamate della squadra di pronto intervento al letto del paziente, il 30% in meno di pazienti andati in arresto cardiaco e una mortalità inattesa diminuita del 27%3.

Le strategie adottate da ThedaCare sono molto vicine alle scelte del Virginia Mason Medical Center: visita al letto del paziente da parte dell’équipe clinica al momento del ricovero, elaborazione di un piano di assistenza unificato con il contributo del paziente, riunioni quotidiane al letto del paziente, revisioni periodiche per monitorare i progressi del paziente, miglioramenti alla progettazione degli spazi e all’organizzazione del personale. Tra il 2006 e il 2010, ThedaCare ha registrato una riduzione del 15-20% dei costi per paziente e una riduzione del 10-15% della durata media della degenza, un aumento dell’11% della produttività infermieristica e una maggiore soddisfazione di medici, personale e pazienti4.

Spesso, sottolineano gli autori, uno degli errori più frequenti in cui si incorre quando si parla dell’approccio Lean in Sanità, cioè del Lean Healthcare, è non ricordare che il primo obiettivo è quello di ridurre gli errori, non la qualità. Dunque si tratta non solo di uno strumento per eliminare gli sprechi ma, prima di tutto, un approccio finalizzato a fornire il massimo valore al paziente. Generare il massimo valore non solo per il paziente ma anche per tutti gli altri stakeholder, come il personale stesso, i fornitori, il territorio in generale. 

La Toyota è una delle poche aziende che ha praticamente raggiunto, nell’analisi degli autori, l’obiettivo dello Zero Difetti. Nelle Strutture Sanitarie in Italia tale obiettivo è ancora molto lontano.

In Sanità, il Lean è visto come uno strumento in grado di migliorare tanto i processi clinici che i processi di supporto tecnico-amministrativi, con l’obiettivo di massimizzare il valore del paziente5.

Molti studi concordano nell’attribuire all’implementazione di progetti Lean in Sanità importanti risultati, alcuni direttamente quantificabili (come la riduzione del tempo impiegato nell’esecuzione di determinati processi a parità di volumi di attività, riduzione dei costi, incremento della produttività, riduzione del tasso di mortalità) altri di natura più qualitativa (riduzione della probabilità di commettere errori, miglioramento del clima organizzativo, incremento della soddisfazione del paziente)6. Anche se la letteratura scientifica concorda che è importante adottare un approccio «sistemico» per l’attuazione di progetti Lean, la maggior parte degli studi e delle esperienze si concentrano su singoli processi (come accettazione e pronto soccorso) e/o singola unità operativa (reparto)7.

Negli ultimi anni, l’assistenza sanitaria è stata chiamata a rispondere alle crescenti pressioni derivanti dai cambiamenti della domanda, dovuti ai cambiamenti epidemiologici e alla richiesta di qualità e sicurezza, nonché all’aumento dei costi dovuto all’introduzione di nuove tecnologie. Queste grandi sfide sono esacerbate dalla contrazione delle risorse disponibili nei sistemi sanitari e, per la maggior parte dei paesi, dal principio dell’accesso universale alle cure dei pazienti. Per soddisfare le esigenze di quest’ultimi, un ospedale deve utilizzare un certo numero di risorse scarse al momento giusto: letti, attrezzature tecnologiche, personale con adeguate competenze cliniche, dispositivi medici, rapporti diagnostici e via discorrendo. Una delle questioni più rilevanti è la gestione dei flussi di pazienti al fine di acquistare, mettere a disposizione e utilizzare queste scarse risorse al momento giusto e nel modo giusto, e di garantire la migliore assistenza possibile. Sebbene siano molti gli esempi di successo del Lean nelle strutture sanitarie, molte sono le resistenze nell’applicazione di tale metodo8.

A formare il modello giapponese concorrono sia elementi hard di natura strutturale (meno scorte, automazione frugale, prossimità fisica dei fornitori, …) sia elementi soft di natura culturale e sociale (alta qualificazione e coinvolgimento, impiego a vita, sistema retributivo, rituali di appartenenza, …). I vari elementi sono tra loro concatenati e innestano un circolo virtuoso di rafforzamento. Un circolo virtuoso non certo esente da critiche. La principale questione riguarda la vivacissima controversia sulle conseguenze che il Toyotismo provoca sul lavoro umano. Il sistema produttivo Just In Timeinfatti è efficientissimo se tutto gira al meglio ma è estremamente fragile se sorge un qualsiasi intoppo. Di conseguenza, per poter funzionare il JIT richiede un ambiente sociale assolutamente collaborativo ed estrema dedizione al lavoro. Il lavoro umano diventa più responsabile ma più impegnativo; più flessibile ma più diligente; più di gruppo ma più controllabile; meno burocratico ma non meno vincolante sul piano dei rapporti interni alla comunità di lavoro9. Di fronte a questa ambiguità, spesso basta la scelta di un aggettivo, l’uso di una tonalità piuttosto di un’altra, l’inversione retorica degli argomenti perché lo scenario di stimolante competizione suggerito dai fautori del modello si trasformi, per mano dei critici, in un incubo oppressivo10.

Lo squilibrio strutturale tra lavoratori e destinatari del welfare previdenziale, sanitario e sociale è crescente, ed è comune a tutti i Paesi sviluppati, ma con un’intensità particolare in Italia. OCSE stima che in Italia la forza lavoro potenziale si ridurrà del 30% entro il 2050, dato superiore a qualsiasi altro grande paese europeo, determinando, a parità di altre condizioni, una diminuzione del PIL pro-capite del 17% con le inevitabili ricadute sul livello di benessere collettivo e gettito fiscale. Le conseguenze della crisi demografica, che diviene economica e sociale, impattano direttamente e indirettamente sul SSN. Quest’ultimo è stato disegnato come modello Beveridge, ritenendo che la scelta collettiva fosse la più efficace nell’allocare risorse (scarse) a fronte di bisogni (infiniti). Le liste d’attesa sono da sempre considerate uno strumento fisiologico, e in un certo senso virtuoso, dei sistemi Beveridge, proprio perché esprimono nitidamente l’elenco delle priorità. Sulla carta e nei principi nobili del nostro legislatore, il SSN è concepito come un assetto istituzionale particolarmente adatto a governare situazioni di scarsità, proprio perché capace di concettualizzare, esplicitare e agire le priorità collettive utili a massimizzare il beneficio sociale complessivo. Il quadro demografico dei paesi occidentali e le sue conseguenze sul welfare generano degli scenari strutturali da “coperta corta”, in cui le architetture Beveridge potrebbero dare il meglio di sé, perché più attrezzate dal punto di vista istituzionale per definire le priorità allocative coerenti con l’interesse collettivo. Si pensi alla disponibilità di dati, alla forza di analisi e programmazione unitaria, al capitale istituzionale disponibile per concretizzare scelte di priorità in cui i cittadini possano riconoscersi, proprio in risposta ai gap crescenti tra bisogni e risorse. Purtroppo, le dinamiche cognitive, politico-culturali e istituzionali in corso rendono difficile esplicitare trade off strutturali sempre più stringenti, rendendo difficile o impossibile definire priorità di policy, che spesso sono anche priorità allocative. L’assenza di consapevolezza, dibattito e decisionalità, rende le priorità dei sistemi inconsapevoli, emergenti di volta in volta e quindi spesso casuali e sbagliate, ovvero inefficaci per massimizzare il benessere generale11.

Negli ultimi cinque anni (2021 – 2025) i vincitori del Lean Healthcare Award sono stati, nell’ordine: APSS Trento, Humanitas Research Hospital, AUSL Romagna, AOU Alessandria, ASL Salerno12.

Il Progetto piattaforma digitale Covid-19 @Home ha fatto vincere all’APSS Trento il premio Lean Healthcare Award nel 2021. @Home ha ottimizzato la gestione di oltre 40 mila pazienti, estendendosi rapidamente per il contact tracing durante il Covid-19. Ma l’approccio Lean ha riguardato anche SempliceMente, il progetto pilota dell’azienda per mappare e migliorare i processi, eliminando inefficienze e valorizzando il personale. Il tutto centrato sulla qualità (migliorare la qualità dell’assistenza, compresa quella infermieristica), focalizzandosi sul valore per il paziente e la continuità assistenziale. 

Nel 2022 il Lean Healthcare Award è stato assegnato all’ Humanitas Research Hospital di Rozzano per il progetto “Lean-paziente in prericovero”, che ha l’obiettivo di ridurre le attese durante il pre ricovero in ospedale, migliorando sempre di più la soddisfazione del paziente. Un progetto studiato intorno al paziente, con percorsi personalizzati in funzione della patologia e dello stato di salute di ognuno. Un pre-ricovero sempre più ritagliato sulle esigenze cliniche del paziente. L’Humanitas ha applicato le metodologie Lean anche per migliorare la qualità e l’efficienza nel reparto di radioterapia. In sostituzione della lastra al torace, seguendo le linee guida, è stato condotto uno studio su 1200 pazienti sui quali l’inserimento della punta del catetere venoso centrale ad accesso periferico è stato eseguito con l’ausilio dell’elettrocardiogramma intracavitario, con un abbattimento dei tempi di attesa per il paziente quantificato nel 73%. Dopo l’esito dello studio, il nuovo metodo è stato applicato a tutti i pazienti che necessitavano l’inserimento di un PICC.

La sesta edizione del Lean Healthcare Award ha visto trionfare l’AUSL Romagna con il progetto Digital (he)ART Network che utilizza la tecnologia digitale per il monitoraggio a distanza dei pazienti con scompenso cardiaco, ottimizzando i percorsi di cura e riducendo gli sprechi, in linea con Filosofia Lean e Metodo Toyota. 

Il Lean Healthcare Award 2024 è stato assegnato all’AOU di Alessandria per il progetto Fixing the hospital to fix crowding in ED: un progetto che ha introdotto nuovi meccanismi organizzativi e tecnologie innovative per migliorare i percorsi di cura, riducendo le inefficienze e i tempi di attesa. Circa il 47% del tempo dei professionisti del Pronto Soccorso è dedicato ai pazienti in attesa di un posto letto. Questo progetto ha inciso in maniera determinante sulle azioni di efficientamento della degenza per garantire risposte più rapide e una presa in carico ottimale. 

Il progetto Telestroke ha portato la ASL Salerno a vincere il Lean Healthcare Award 2025: un sistema che ha ottimizzato la gestione dell’ictus acuto, riducendo i tempi di intervento e migliorando l’assistenza, integrando telemedicina e LeanManagement. L’ASL Salerno ha ottenuto un ulteriore riconoscimento con il premio aggiuntivo Value Based Healthcareper l’applicazione di un modello incentrato sul valore delle cure prodotte. 

Intorno a questi esempi positivi esiste tutto un universo di criticità che la grave crisi di sostenibilità del SSN ha progressivamente generato e che condizionano l’esperienza quotidiana di cittadini e pazienti, con ostacoli crescenti all’accesso, alla qualità e all’equità delle cure. L’ottavo Rapporto GIMBE, presentato a Roma il giorno 8 ottobre 2025, evidenzia tutte le criticità sperimentate da cittadini e pazienti (Box 1.1) e l’utilizzo non consapevole del SSN e spese out-of-pocket non necessarie (Box 1.2).

I Box 1.1 e 1.2 elencano nel dettaglio tutti gli sprechi e le perdite di valore che Metodo Toyota e Filosofia Lean cercano di abbattere.

Un Sistema come quello Toyota necessita da 6 a 10 anni per arrivare alla pienezza del suo funzionamento. Ma gli autori ricordano e sottolineano quanto la «lotta agli sprechi» possa essere considerato il mantra della filosofia Toyota, e quanto lo spreco più grave per qualsiasi organizzazione, ma per la Sanità in particolare, riguarda l’intelligenza del proprio personale. Valorizzare questa risorsa, la sua intelligenza, la sua creatività, la conoscenza profonda dei processi e delle opportunità di miglioramento presenti è certamente la strada più efficace per migliorare. 


1M. Marsilio e A. Rosa, Lean e Value Based Management. Modelli e strumenti per la creazione di valore nelle aziende sanitarie, Franco Angeli, Milano, 2020.

2M. McCarthy, Can car manufacturing techniques reform health care?, in The Lancet, Vol 367, 2006.

3M.J. Ball, Patient Safety: a Tale of Two Institutions, in Journal of Healthcare Information Management, volume 20, numero 4, anno 2006.

4Toyota Principles Help Improve Outcomes, Cost Saving at ThedaCare, Becker’s Hospital Review, 16 ottobre 2012.

5D. Jones e A. Mitchell, Lean thinking for the NHS: A report commissioned by the NHS Confederation, 2006.

6Si vedano: L. Brandao de Souza, Trends and approaches in lean healthcare, in Leadership in Health Services, n. 22, 2009; P. Mazzocato et.al., Lean thinking in healthcare: a realist review of the literature, in Quality and Safety in Health Care, n. 19, 2010; Z.J. Radnor, Implementing Lean in Health Care: Making the link between the approach, readness and sustainability, in International Journal of Industrial Engineering and Management, n. 2, 2011; Z.J. Radnor et.al., Lean in the healthcare: The unfilled promise?, in Social Science & Medicine, n. 74, 2012; S.J. Spear, Fixing health care from the inside, today, in Horward Business Review, n. 83 (9), 2005; J.J. Waring e S. Bishop, Lean healthcare: Rhetoric, ritual and resistance, in Social Science & Medicine, n. 71, 2010.

7Si vedano: L. Brandao de Souza (2009) op.cit.; P. Mazzocato et.al (2010) op.cit.;  Z.J. Radnor (2011) op.cit.

8M. Marsilio e A. Rosa (2020), op.cit.

9Si vedano, tra gli altri: Y. Sugimori et.al., Toyota production system and kanban system, in International Journal of Production Research, vol. 15, n. 6, 1977; Y. Momden, Toyota Production System, Institute of Industrial Engineers, Atlanta, 1983; R. Schonberger (1982), Tecniche Produttive Giapponesi, Franco Angeli, Milano, 1990; K. Koike, Intellectual Skill and the Role of Employees as Constituent Members of Large Firms in Contemporary Japan, in Aoki e Gustaffson (a cura di), The firm as a nexus ah treaties, 1988.

10G. Bonazzi, Modello giapponese, toyotismo, produzione snella: alcune questioni aperte, in Quaderni di Sociologia, 3 | 1992.

11Rapporto OASI 2025 – Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano a cura di CERGAS – Centre for Research on Health and Social Care Management, Bocconi University, Milano.

12www.leanaward.it (Ultima consultazione 19 marzo 2026).


Articolo pubblicato su FIRSTonline


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Alfredo Lombardozzi, L’inconscio culturale. Antropologia psicoanalitica della contemporaneità

13 venerdì Mar 2026

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AlfredoLombardozzi, Linconscioculturale, Mimesis, recensione, saggio

Il comportamento umano è il frutto dell’interazione fra tre fattori fondamentali: i geni, la cultura esterna all’individuo e la cultura interna a esso. I geni stabiliscono lo sviluppo biologico dell’individuo, la cultura esterna è propria del contesto in cui l’individuo vive ed è anche definita “extrapsichica”, la cultura interna invece, detta “intrapsichica”, corrisponde agli elementi della cultura che sono stati interiorizzati dall’individuo attraverso le esperienze e i suoi vissuti che, in definitiva, lo caratterizzano. 

La trasmissione culturale condivide con la trasmissione biologica una proprietà di base: entrambe si trasmettono nel tempo perché hanno a disposizione un efficacissimo sistema di replicatori: i geni per la biologia e gli artefatti, ovvero i memi1, per la cultura. I memi, contrariamente ai geni, non si replicano da soli: per farlo hanno bisogno di comportamenti e di scelte psicologiche degli esseri umani. Scelte che si accompagnano a specifici stati esperenziali. Ciò che si replica, in realtà e soprattutto, è lo specifico stato esperenziale che si accompagna alla replicazione2.

Grazie all’inconscio freudiano si è dischiusa la possibilità di illuminare con nuova luce i fenomeni sociali, di osservare quelli culturali da punti di vista inediti e, in particolare, di guardare attraverso una prospettiva inusitata lo stesso oggetto specifico dell’antropologia3.

In antropologia, il termine cultura non è da intendersi esclusivamente nella sua valenza noetica di ideologia o Weltanschauung, ma in tutta la sua complessità esistenziale. Parlare di cultura, quindi, non significa fare riferimento solamente a un fenomeno conoscitivo, ma a un sistema di vita che accoglie in sé la totalità dell’esistenza umana in tutta la sua complessità. La complessità dell’esistenza umana che lega in maniera indissolubile il privato e il pubblico, l’intimo e il sociale.

Per Lombardozzi, il concetto di inconscio culturale consente di approfondire la stretta relazione che lega la dimensione psichica nell’individuo e nei gruppi con i molteplici e complessi processi sociali che nel mondo contemporaneo sempre più hanno un profondo impatto sulle vite delle persone, l’immaginario condiviso, i sogni, le angosce per il presente e le aspirazioni per il futuro. 

Indagare l’inconscio culturale offre la possibilità all’autore di una più ampia conoscenza della relazione tra Psiche e Cultura, per meglio comprendere i processi culturali e la loro relazione con l’inconscio.

L’indagine di Lombardozzi parte dagli elementi traumatici che emergono attraverso i sogni dei pazienti, le mitologie collettive, o meglio i mitologhemi4 che le esprimono, e le immagini che si presentano nell’attualità, che sono in una relazione di risonanza con il senso condiviso di precarietà e di aspettativa catastrofica, dovuta alla presenza invasiva di immagini di guerre, più reali che virtuali, che oggi percepiamo come motivi di accelerazione verso possibili esiti altamente distruttivi. La realtà impatta così in modo pervasivo nella vita degli individui creando un senso di impotenza mettendoli in relazione diretta, a volte priva di mediazioni, come è accaduto nel caso della pandemia, con la morte come presenza “reale” in situazioni in cui non funzionano in modo adeguato i meccanismi psicosociali difensivi e le possibilità riparative attraverso rituali di gruppo condivisi ed efficaci. 

Un altro preoccupante aspetto della contemporaneità, ampiamente indagato da Lombardozzi, è la tendenza oramai prevalente a favorire le “polarizzazioni”, ostacolando le possibilità di confronto e dialogo e l’analisi della complessità in molti contesti significativi della politica, della identità, dei rapporti interculturali. 

Nel mondo contemporaneo si manifesta un’accentuata, e a volte estrema, “sensibilità” o “suscettibilità”, collegata a una eccessiva enfasi che attribuisce una preponderante centralità al piano del “potere” e del “politico” nella vita delle persone, condizione che “corrode” le relazioni “culturali”5. Tutto ciò si lega a rappresentazioni e figurazioni dell’identità nelle sue più diverse forme, da quelle più marginali a quelle più egemoni, che vengono vincolate, nei termini di un principio di autorità, alle parole e al linguaggio. Forme espressive che oggi assumono la funzione di “categorie rigide”, che possono riguardare il genere o i migranti o il clima, che si presentano come “sovrane”, sia che si ispirino a principi che pretendono di essere universali, occultando la loro “località” come nel caso dei populismi sovranisti, sia che si pongano come rivendicazioni antagoniste di gruppi di minoranza che aspirano al diritto di esistere, ovviamente sacrosanto, ma che a volte traducono la ricerca dell’autenticità nell’ipostatizzazione di un linguaggio in quanto corrispondente a una sostanza inappellabile. Lombardozzi evidenzia quanto ciò non significa che le ragioni dei diversi soggetti sociali siano equivalenti, ma quanto sia indice dell’estrema difficoltà di poter recuperare il senso del dialogo e l’apertura alla complessità.

La diffusione di fenomeni come il populismo in differenti contesti internazionali, la deriva illiberale di molti sistemi politici anche europei, la crisi dello Stato di diritto, il crescente potere dei nuovi media hanno riportato all’attenzione problemi come l’autoritarismo, la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, nuovi tipi di manipolazione e l’insorgere di nuove forme di dominio anti-democratiche. Se da un lato si assiste a un great unsettlement, ovvero a una grande destrutturazione delle forme classiche della politica e dell’opinione pubblica6, dal punto di vista analitico è possibile scorgere come riemergano questioni fondamentali di teoria sociale e politica. Tra queste, è interessante notare il ritorno della questione dell’ideologia. Nell’ambito degli studi sul populismo, per esempio, uno degli approcci interpretativi più condivisi concepisce le forme populistiche come una nuova tipologia di ideologie sottili o thin centered7. Anche molti studi di comunicazione politica, insistendo sulla contrapposizione identitaria noi vs loro, analizzando realtà come il razzismo, insistono su una nuova configurazione delle forme e delle strategie ideologiche8.

Storicamente, si può leggere la complessa dialettica delle assolutizzazioni ideologiche come di quelle utopiche analizzando la crisi dell’immaginario nazionale – su cui si fonda l’idea di modernità – progressivamente sostituito da quello globale; e da un ritorno all’immaginario nazionale9.

Ora il punto fondamentale è comprendere se e in quale misura l’ideologia politica tende a rafforzare l’identità, sia che quest’ultima venga considerata sotto il profilo dell’identità sociale sia sotto quello dell’identità individuale. 

In sociologia, per processo di individualizzazione si intende quello specifico aspetto del processo di modernizzazione per il quale il soggetto tende progressivamente ad affrancarsi da quei vincoli del legame sociale tradizionale che in passato ne limitavano l’autonomia e la capacità di autodeterminazione. Ora, rompere con importanti riferimenti culturali morali educativi che, per lungo tempo, hanno plasmato il membro di una comunità e gli hanno permesso di integrarsi a essa, senza che a tali riferimenti se ne sostituiscano altrettanti in grado di svolgere la stessa funzione, non può non sortire conseguenze nel rapporto individuo-società10.

La visione che propone Lombardozzi è della natura imperfetta e insatura dell’identità che è “mobile” e si definisce nei confini e sulle frontiere11. Per cui l’identità attiene sempre a un campo di negoziazione e tutto ciò diviene sempre più evidente in epoca di globalizzazione, di flussi globali e processi di ibridazione culturale. Un’epoca che tanto comporta processi di espansione e nuove “possibilità” nella formazione di identità molteplici che si costituiscono vicendevolmente come alterità dialoganti, quanto, proprio in questo movimento, espone a un senso di incertezza e precarietà che conduce, per molti aspetti e in diversi contesti, sia i gruppi sociali e le culture sia i singoli individui a ritirarsi in forme identitarie rigide e “fondamentaliste”, ammantate di fedi religiose indiscutibili e non emendabili. In definitiva, vengono “spacciate” per identità di sostanza quelle che sono costruzioni psicoculturali che derivano da processi complessi e multiformi, di conseguenza imperfetti. 

Ricorda Lombardozzi nel testo l’attenta e rigorosa analisi condotta da Virginia De Miccio sugli inconsci degli altri12 nella quale viene evidenziato quanto lo psichismo si appoggi alla cultura che aderisce a sua volta all’inconscio come una seconda pelle. Il suo discorso si orienta verso una sorta di metapsicologia metaculturale, fondata sull’idea che l’incompletezza e la precarietà radicale della condizione umana sul piano biologico, sulla scia degli studi di Roheim13, costituiscano la spinta motivazionale che consente alle diverse declinazioni dell’umano di operare una co-costruzione costante tra forme culturali e fattori inconsci correlati a esse. 

Seguendo le conclusioni dei lavori di Kakar, Bion, Kohut, Remotti, Sökefeld e di molti altri pilastri della psicoanalisi e dell’antropologia, Lombardozzi giunge a immaginare un’oscillazione co-individuale alla ricerca di un equilibrio ragionevole tra coesione e frammentazione del Sé. Un Sé culturale e di gruppo, che si presenta come pre-concezione, ricorrente in tutti gli individui, concepito come valore aggiunto di un Inconscio culturale che porta strumenti finora impensabili nella “psicoanalisi culturale” che ora evolve nel senso di un’Antropologia psicoanalitica del Sé.


1R. Dawkins, Il gene egoista, 1976.

2P. Inghilleri, La cultura e i geni non si trasmettono da soli: il ruolo della mente, AIR – UniMilano: https://air.unimi.it/retrieve/dfa8b9a0-6852-748b-e053-3a05fe0a3a96/articolo%20libro%20intercultura%202019-1.pdf (consultato il 03/03/2026).

3C. D’Aurizio, F. Palombi, Lo spettro dell’uomo. Tra inconscio e antropologia, in L’inconscio. Rivista Italiana di Filosofia e Psicoanalisi, n. 12 – Inconscio e Antropologia – dicembre 2021.

4F. Corrao, Modelli psicoanalitici. Mito, Passione e Memoria, 1992.

5S. Flasspöhler, Sensibili. La suscettibilità moderna e i limiti dell’accettabile, Nottetempo, Milano, 2023.

6M.B. Steger, P. James, Disjunctive Globalization in the Era of the Great Unsettling, in Theory, Culture & Society, n. 37, 2020.

7B. Stanley, The thin ideology of populism, in Journal of Political Ideologies, n. 13, 2008.

8T.A. Van Djik, Ideology. A multidisciplinary approach, 1998.

9M. Anselmi, A. Sant’Ambrogio, dalla Presentazione a Quaderni di Teoria Sociale, n. 2, 2022.

10A. Millefiorini, Ideologia e identità. Un approccio storico-sociologico, in Quaderni di Teoria Sociale, n. 2, 2022.

11U. Fabietti, L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, 1998.

12V. De Miccio, Inquietante intimità.Legami e fratture nei transiti migranti, AlpesItalia, Roma, 2024.

13G. Roheim, Psicoanalisi e antropologia. I rapporti tra cultura, personalità e inconscio, 1950.


Il libro

Alfredo Lombardozzi, L’inconscio culturale. Antropologia psicoanalitica della contemporaneità, Mimesis, 2025, pp. 268, €26.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Marzio Barbagli, Monogamia. Storia di un’eccezione

04 mercoledì Mar 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlMulino, MarzioBarbagli, MonogamiaStoriadiuneccezione, recensione, saggio

«Nelle culture umane è la monogamia che è rara, mentre è comune la poligamia»1. Partendo da questa tesi, Marzio Barbagli ricostruisce la storia delle norme sociali che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possono sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, rendendo legittimi alcuni legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione della proprietà. Lo studio condotto da Barbagli ha coinvolto, in maniera sia diacronica che sincronica, Europa Americhe Asia e Africa. 

«Ci sono prove schiaccianti che gli esseri umani non sono “naturalmente” monogami. Possono esserlo ma non c’è dubbio: è una cosa insolita e difficile»2.

E allora come si è giunti a pensare che la monogamia sia l’unico modo “naturale” di vivere una relazione? Ed è proprio partendo da interrogativi come questo che l’autore ha costruito la sua opera. 

Nell’immaginario collettivo occidentale la poligamia si ha quando a un uomo viene concesso, per legge, di sposare più donne contemporaneamente. E si immagina la condizione di queste donne come vittime della situazione. In realtà, la poligamia è un universo molto più articolato e complesso che può riguardare la sfera affettiva ma anche quella economica, il potere ma anche l’amore. 

È necessario innanzitutto partire dalla distinzione tra poliginia (quando un uomo ha più mogli) e poliandria (quando una donna ha più mariti). Dopodiché non bisogna mai dimenticare che le regole sulle relazioni e sui matrimoni sono il riflesso della società e della cultura che le genera. Marzio Barbagli costruisce la sua indagine proprio a partire da queste, indagandole a fondo e riportando uno spaccato delle caratteristiche e delle implicazioni delle varie tipologie di relazioni umane all’interno delle varie società, lungo il corso della storia.

Se la poligamia è stata la forma più comune di matrimonio umano, quando dove e perché si è affermata la monogamia e una maggiore eguaglianza fra i sessi? Delle numerose ipotesi esplicative, Barbagli ne mette in evidenza quattro: il passaggio alla monogamia è stato il prerequisito per l’ascesa e la persistenza dei grandi stati nazionali (il matrimonio monogamico emerse come un meccanismo di livellamento riproduttivo, volto a sopprimere le differenze nel successo riproduttivo); è riconducibile all’industrializzazione (poiché l’industrializzazione ha dato origine alla specializzazione potrebbe anche aver comportato delle concessioni sul piano riproduttivo3); è legato alla riduzione delle diseguaglianze (la poliginia ha perso di importanza in risposta ai valori egualitari, non valori di eguaglianza fra i sessi, ma eguaglianza fra gli uomini4); la scelta delle donne di passare alla monogamia allorquando la poligamia non offre più vantaggi (secondo tale ipotesi, le donne preferirebbero i matrimoni multipli quando le diseguaglianze sono molto grandi, perché pensano sia meglio essere la n moglie di un uomo molto ricco piuttosto che l’unica moglie di un uomo povero). 

Barbagli sottolinea però che queste tesi sono tutte smentite dai fatti. Per esempio la nascita della monogamia è avvenuta molto prima dell’ascesa degli stati nazionali come anche della rivoluzione urbana e di quella industriale. 

Secondo tutti i documenti disponibili, Greci e Romani sono stati i primi ad adottare il sistema monogamico di formazione delle famiglie. Nel Mediterraneo, per secoli, hanno vissuto circondati da paesi che consentivano i matrimoni plurimi, talvolta solo ai sovrani, talvolta agli appartenenti ai gruppi sociali più potenti e ricchi, talvolta anche agli uomini degli strati meno agiati. Queste forme di poligamia erano praticate anche in molte zone delle Americhe, dell’Asia e dell’Africa, probabilmente già allora, sicuramente alla fine del Medioevo e in età moderna, quando gli europei visitarono questi continenti e ne descrissero i costumi. 

Il libro di Barbagli non tiene in considerazione solo la poligamia e la monogamia nell’accezione classica e comune dei termini, ma estende la ricerca e l’analisi a tutte le possibili relazioni, giungendo fino al poliamore, in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, anche dello stesso sesso.

Monogamia. Storia di un’eccezione di Marzio Barbagli (Il Mulino, 2026, pp. 553, €38) è un libro che va letto e indagato con la medesima elasticità mentale con cui si studiano i resoconti degli antropologi che hanno osservato mondi “altri”, nuovi e diversi. Un libro che non giudica, non classifica e non condiziona il lettore. Un libro che è un’opera monumentale. Un pilastro della conoscenza e dell’apprendimento. 


1J. Goody, Production and Reproduction: a Comparative Study of the Domestic Domain, Cambridge University Press, Cambridge, 1976. 

2D.P. Barash, J.E. Lipton, Il mito della monogamia. Animali e uomini (in)fedeli, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002.

3L.L. Betzig, Despotism and differential reproduction: A Darwinian view of history, Hawthorne, NY, 1986.

4R. Wright, The moral animal: Why we are, The way we are, The new Science of evolution psycology, 1994.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


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Il re-incanto del mondo: il pluralismo politico e culturale

01 domenica Mar 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Lincantodelmondo, MauroBarberis, Meltemi, recensione, saggio

È ampiamente condivisibile la tesi secondo la quale, quando si parla di pluralismo culturale, si fa riferimento al rapporto tra diverse culture in una prospettiva universalistica, che vede le proprie origini negli anni Sessanta del secolo scorso. I primi passi del pluralismo culturale si possono ricavare nei lavori di di Franz Boas in antropologia, Margaret Mead e Edmund Husserl in filosofia. Questi studiosi costruiscono i loro giudizi sulla critica del pensiero positivista, del dualismo cartesiano e del paradigma razionalista a esso conseguente. Eppure, le origini del paradigma pluralista possono essere collocate in un’epoca notevolmente precedente1.

Per comprendere l’approccio pluralista si può fare riferimento agli scritti di Giambattista Vico2 e Johann Gottfried Herder3,e successivamente agli scritti di Isaiah Berlin4. In essi si possono ravvisare i primi approcci di una prospettiva epistemica in grado di porre al centro del proprio procedere l’importanza delle culture e delle loro diversità, per tentare di offrire una visione pienamente autentica5.

In termini berliniani, il pluralismo culturale è la via del superamento, nella coesistenza più che nella conciliazione, di contrastanti valori, che seppure incompatibili non risultano tuttavia incomprensibili6. Infatti Berlin analizza il soggetto individuale e il soggetto immerso nella società, spingendosi fino a una concezione di universalità dei diritti, sostenuta da Bobbio come fondamentale tutela dell’individuo dalle pretese universalistiche della collettività7.

La realtà attuale viene descritta, non solo nelle analisi sociologiche ma anche in quelle economiche, politologiche e nelle varie scienze fisiche e naturali, come caratterizzata da una strutturale incertezza. In modo sommario i riferimenti a sostegno di questa rappresentazione sono riferibili alla crescente complessità e frammentarietà della realtà sociale, alla crescente egemonia della tecnica nella vita umana e sociale, alla pluralità delle presenze. 

Il pluralismo culturale e di conseguenza il dilatarsi della dimensione multiculturale della società occidentale pone problemi di non facile soluzione per un obiettivo di compresenza non conflittuale e non gerarchizzata di culture, tradizioni, costumi, religioni diverse in una realtà europea, e in particolare italiana, che non è mai stata, né ha avuto le condizioni per proporsi di essere, un melting pot ma è fatta di identità locali tradizionalmente e gelosamente conservate e non di fusioni. 

La lontananza culturale non si associa più con la lontananza spaziale e l’incontro/scontro, l’inclusione/esclusione, nella cui dialettica si gioca oggi il vero conflitto sociale e anche elementi nuovi delle forme democratiche, si disputa all’interno delle singole società, compresa quella del nostro paese8.

Barberis propone una chiave interpretativa del pluralismo presente che parte dal passato, dal politeismo antico, scoprendolo più vivo che mai.

Il politeismo dei valori (Polytheismus des Werte) di Weber9 ha ispirato a Isaiah Berlin il pluralismo dei valori e ha indotto Barberis a riproporre una teoria aggiornata del pluralismo: la consapevolezza che, in un mondo sempre più complesso, anche i valori possono essere plurimi, confliggenti, e richiedere continui compromessi.

Da una parte si richiede, per una convivenza ordinata e pacifica, un universalismo che non sia egemonico, dall’altra il rispetto delle diversità che ripropone, sulla critica dell’illuminismo universalista, un relativismo culturale e razziale della incommensurabilità fra cultura e forme di vita, dove le culture tendono a diventare sempre più autoreferenziali. Il pluralismo è una dimensione di esteriorizzazioni ma è anche di interiorizzazioni che implica la dimensione soggettiva, di un soggetto che viene a trovarsi a far parte di contesti diversi, che possono essere sinergici o conflittuali, ma in ogni caso in assenza di un centro di ricomposizione dei vari frammenti del mosaico delle esperienze, delle appartenenze e delle opportunità, in una realtà che sollecita a vivere tutte le esperienze possibili e a poter disporre di un ampio ventaglio di situazioni differenziate in cui muoversi10.

La prima e più comune famiglia di significati di pluralismo è rappresentata dal pluralismo politico (in senso ampio). Il termine qui indica istituzioni e concezioni socio-politiche tipiche della democrazia liberale: espressione di cui «pluralismo politico» finisce per essere sinonimo, includendo ogni società aperta a tutte le possibili differenze11. Uno Stato pluralista, in questa prima e generica accezione, è una democrazia nella quale differenze e divisioni tipiche delle società occidentali odierne non sono più considerate un rischio per l’unità del corpo politico, come nell’antichità, bensì risorse e ricchezze12.

Parlando di pluralismo poi Rawls constata che l’Occidente sviluppato, ormai aperto alle altre culture, è solcato da profonde differenze13. Affiora qui il problema delle relazioni fra pluralismo politico e culturale e sulla loro compatibilità. Ed ecco che Barberis pone una domanda che è soprattutto una provocazione: noi pluralisti occidentali-e-moderni, laici per definizione, dobbiamo tollerare ogni differenza culturale, compreso il fondamentalismo islamico?

La nostra società conosce, a differenza della prima società industriale, una maggiore omogeneità di condizioni di vita ma anche una più grande diversità di culture, di pratiche, di linguaggi14, per cui, nella vita quotidiana, l’individuo si trova continuamente di fronte all’esigenza di scegliere tra identità diverse e non è da meravigliarsi se alla fine egli tende a aderire a quelle forme di identificazione che sono direttamente collegate alle sue radici originarie, accentuando così le forme di particolarismo15. Berger afferma che il pluralismo indebolisce tutte le certezze e induce processi di pluralismo sociale, etico, e di relativismo16. Già Luckmann aveva rilevato come lo stesso concetto e dimensione del sacro offra una pluralità tale di risposte che non consente più una religione istituzionale, oggettiva, “universale”, ma solo scelte fragili e private di significati “ultimi”, da cui sorge anche un pessimismo relativamente alla possibilità di costruire una società ancorata a valori collettivamente condivisi e cogenti17.

La difesa dell’ortodossia, fino al limite del fondamentalismo, favorisce una forte identificazione e un senso di appartenenza tra soggetto e sistema con forme di agire funzionali al sistema, una forte identità di gruppo e una contrapposizione con coloro che sono fuori dal sistema di appartenenza. Un processo che potrebbe essere definito di autopoiesi. Tendenze verso l’universalismo e la globalizzazione e processi di tipo particolaristico sono fenomeni contestuali nella ricerca di identità e per superare il senso di indeterminatezza indotto dal pluralismo. Nella realtà attuale, probabilmente, si ha una fase dove è massima la tensione tra universalismo e particolarismo18.

Per Barberis, il pluralismo è un valore esattamente come lo sono giustizia, diritti, democrazia e libertà. Un concetto e un valore, quindi, sempre più connesso con l’idea e la pratica della democrazia.

Nel pensiero politico contemporaneo si possono individuare due tesi, due prospettive teoriche complementari su questo concetto: la prima è che il pluralismo sia un punto di vista sulle attuali società pluralistiche per le quali si introduce nella teoria della democrazia un principio differenziatore da quello individualistico, nel cui orizzonte, per esempio, non rientra la presenza dei gruppi; la seconda tesi è quella secondo cui il pluralismo non sia, solo o principalmente, un dato di fatto generato dai processi di differenziazione e democratizzazione, ma, anche e soprattutto, un’azione intenzionale, un’attività sperimentale, una prassi politica unitaria ed essenziale per la democrazia come prova19.

Comunque lo si affronti, il pluralismo non può che essere concettualizzato in opposizione al monismo, all’unità che disconosce la differenziazione o ne teorizza il superamento. La contesa tra monismo e pluralismo ha radici antiche e formulazioni sempre nuove. Le domande di fondo, però, rimangono sempre le stesse: la differenziazione e la proliferazione delle diversità è un bene o un male? Va promossa o limitata? E quanta diversità può accettare al suo interno una società?

È importante sottolineare che in questa concezione del pluralismo ha la meglio un concetto di gruppo in cui prevale la dimensione dell’interesse su quella culturale. La questione delle identità collettive intese in senso culturale apre a questioni problematiche di altra natura per la teoria pluralista. L’unico pluralismo possibile sarebbe quello riscontrabile esclusivamente all’interno di una cultura condivisa, con valori comuni, a partire da quello della tolleranza20.

È possibile quindi il pluralismo nel panorama delle attuali società cosiddette multiculturali o multietniche, dove i gruppi sono sempre meno solo associazioni di interessi e sempre più comunità culturali? È possibile in un mondo in cui la costruzione dei soggetti collettivi segue un percorso diverso da quello che abbiamo conosciuto nel corso della modernità e della tarda modernità, non fondandosi più sulle società civili che sono in piena disintegrazione, bensì caratterizzandosi come prolungamento della resistenza comunitaria?21

Può aiutare l’approccio con cui Berlin affronta il conflitto umano fra i valori, che anche quando si presenta come irriducibile per il loro carattere incommensurabile, può trovare una sua gestione politica attraverso il criterio regolativo del compromesso, criterio capace di disciplinare gli attriti costitutivi di un sistema democratico22.

Si prospetta allora l’opportunità (se non proprio la necessità) di ripensare lo Stato oltre la sua dimensione moderna di Stato-Nazione: da un lato, recependo e analizzando le istanze e i processi orientati a rendere sempre più plurali le sfere del diritto, dei diritti e dello Stato, a partire da quei contesti in cui le differenze etnico-culturali rendono necessaria una politica del dialogo interculturale che si ponga l’obiettivo di un compromesso virtuoso tra valori diversi, orientato a trasformazioni istituzionali in senso pluralista e inclusivo; d’altro lato, sperimentando percorsi di ricerca teorica ed empirica in grado di fornire esemplificazioni e punti di ancoraggio alla realtà politico-giuridica utili per la costruzione di una teoria critica del diritto, dei diritti e dello Stato23.

Barberis sottolinea come la democrazia liberale occidentale, lungi dall’estendersi a tutto il mondo, governa oggi non più del dieci per cento degli abitanti del pianeta; le sue istituzioni contro-maggioritarie – agenzie e magistrature indipendenti, libera informazione – sono attaccate anche in Occidente stesso da movimenti populisti. 

Spesso si sente ripetere che la democrazia è in crisi. Ma cos’è davvero la democrazia ed essa è davvero in crisi? Non sarà per caso in crisi per definizione, ove a “democrazia” si attribuisca il significato etimologico di governo del popolo, corrispondente a un ideale irrealizzabile?24 Nel testo Barberis suggerisce di provare a considerare la democrazia una formula di giustizia: un criterio per distribuire un bene, il potere politico, secondo il voto degli elettori. 

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, l’ingresso nella Unione Europea di vari satelliti dell’ex URSS, la democrazia parve aver vinto definitivamente: tanto che si parlò addirittura della fine della storia25. Cominciò allora il trentennio della globalizzazione. Anche la sinistra sembrò convertirsi al capitalismo, e i suoi leader nei maggiori paesi dell’Occidente parlarono di Terza via fra socialismo e liberalismo. Occasione ghiotte che, per l’autore, li ha visti abbandonare la difesa delle classi subalterne per cominciare a votare per i populisti. 

Il processo di democratizzazione iniziato con la caduta del Muto si è rovesciato nel suo contrario poco dopo il Duemila, quando è cominciata la recessione democratica (democratic backsliding)26.

La riduzione della democrazia a pura tecnica di governo ha prodotto disinteresse per i valori che le sono propri: uguaglianza, intangibilità dei diritti fondamentali, merito, responsabilità per l’esercizio del potere politico. Per converso ha acquisito interesse tutto ciò che è competizione e conflitto: elezioni, primarie, referendum, polemiche. La perdita di vista della centralità dei valori nella vita democratica sta facendo emergere con pericolosa insistenza la costruzione del capro-espiatorio, responsabile principale di tutti i dissesti sociali ed economici, terreno di divisioni e ricomposizioni, soggetto capace di valori estranei percepiti come pericolo: l’altro, il diverso, l’immigrato27.

Larry Diamond ha imputato l’arresto dell’avanzata della democratizzazione alla struttura interna degli “Stati predatori”, nei quali il processo di democratizzazione non si è accompagnato al consolidamento della società civile e del pluralismo sociale: dal momento che non si è sostanzialmente interrotta la tradizione di monopolio del potere da parte di élite oligarchiche, queste ultime hanno rapidamente ripreso a utilizzare le istituzioni come strumento per limitare la competizione economica e per garantire profitti da redistribuire con criteri clientelari28.

Sotto questo profilo, il caso emblematico è rappresentato dalla Russia di Vladimir Putin, ma su un sentiero simile si sono indirizzate anche alcune delle repubbliche ex sovietiche (Azerbaijan, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), le quali, pur avendo imboccato negli anni Novanta la strada della democratizzazione, a partire dal 2005 (soprattutto dopo le “rivoluzioni colorate”) hanno adottato misure volte a restringere ulteriormente gli spazi per le opposizioni interne e i margini della libertà di informazione. Questa tendenza non è stata naturalmente compensata dalle “primavere arabe”, che in effetti, con la parziale eccezione del caso tunisino, non hanno contribuito in modo sostanziale a rinvigorire l’espansione globale della democrazia liberale. Al contrario si sono registrati rilevanti segnali di regressione in Venezuela e in altri paesi strategicamente importanti come Turchia, Bangladesh, Kenya e Nigeria29.

Oltre che nell’arresto dell’espansione globale della democrazia, ulteriori segnali di una rignificativa “recessione democratica” giungono anche dalle dinamiche interne dei sistemi politici occidentali, e più precisamente nel logoramento di alcune delle garanzie che consentono la competitività tra partiti e il pluralismo informativo. Ungheria e Polonia, in virtù di misure ritenute lesive della libertà di espressione e dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, sono considerati da molti osservatori come casi di “democrazia illiberale”. Più in generale, i segnali di una contro-rivoluzione anti-liberale possono essere riconosciuti in tutti quei sistemi politici – per esempio in Austria, in Francia, in Germania, in Italia, nei Paesi bassi e negli Stati uniti – che, nel corso degli ultimi anni, sono stati teatro dell’ascesa di formazioni “neo-populiste” portatrici di posizioni anti-immigrazione, anti-globalizzazione e anti-establishment, più o meno connotate in senso nazionalista e nativista30.

Nell’analisi di Mauro Barberis, l’ingrediente davvero rivoluzionario delle democrazie occidentali, il fattore che da sempre provoca divisioni e conflitti con le altre culture, non è la democrazia: è il carattere liberale e pluralista di questa. 

In Occidente, diversamente che altrove, la democrazia non serve ad attribuire un potere illimitato alla maggioranza o a un capo, ma a garantire quei particolari valori che sono i diritti. 

Certo, per giustificare la colonizzazione occidentale del mondo, i diritti sono stati concepiti anche come naturali, umani, universali… Eppure restano l’elemento distintivo della cultura occidentale31.

Per ragioni nobili o ignobili, in effetti, fingiamo spesso di ignorare che il nostro concetto di diritti non è universale-ed-eterno, bensì occidentale-e-moderno. 

Occidentale: il concetto di diritti soggettivi può ricondursi alle tre radici dell’Occidente (diritto romano, filosofia greca, religione cristiana)32.

Moderno: neppure in Occidente la sua affermazione è stata pacifica. Per entrare nel senso comune occidentale, infatti, i diritti hanno dovuto diventare il grido di battaglia delle tre grandi rivoluzioni occidentali.

Fra tutti i nostri diritti, la libertà gioca un ruolo – certo non più fondamentale degli altri, ma – unico: è il valore più tipico, distintivo e divisivo della nostra cultura, occidentale e moderna33. Lo è già come concetto: è impossibile tradurre la parola “libertà” in una qualunque lingua antica del vicino Oriente, compreso l’ebraico, così come è impossibile tradurla in qualsiasi lingua dell’estremo Oriente34.

Secondo le tesi di Bobbio e Matteucci il principio pluralista è ascrivibile a una corrente del pensiero cattolico che inizialmente lo intese come forma di libertà religiosa35. Infatti, si affermò mediante la rivendicazione di sfere di autonomia e di libertà a favore degli individui, al fine di garantire la loro dimensione nella comunità religiosa, e contro il dispotismo dello Stato. 

Questo tratto caratterizzante del pluralismo ha conservato le sue caratteristiche anche nelle diverse ricostruzioni che sono state proposte in epoca più recente, anche se il pensiero politico contemporaneo ha sviluppato significati differenti del pluralismo che non consentono di stabilire una nozione unitaria. 

Il modello pluralista continentale europeo affermatosi soprattutto nelle Costituzioni del secondo dopoguerra ha una natura prescrittiva. Esso, infatti, ha l’ambizione di plasmare la società attraverso il dover essere giuridico, mediante la qualificazione di una pluralismo articolato e differenziato a seconda delle diverse esperienze costituzionali considerate. Peraltro, pur nella loro varietà, le tesi prevalenti sono accomunate dall’idea di fondo che configura il pluralismo costituzionale come un modello di democrazia teso a contrastare e respingere ogni forma di totalitarismo. Inoltre, l’ideale pluralista, in molte sue ricostruzioni, si direbbe quello di disinnescare e di normalizzare il conflitto sociale permanente tipico, non solo della società ottocentesca divisa in classi, ma anche di quella contemporanea attraversata da eterogenee e articolate istanze sociali difficilmente componibili: come le contrastanti e irrisolte questioni poste dalla società multi etnica, multi religiosa, multi culturale, in cui gli interessi conflittuali in campo non sempre ricevono adeguate risposte da parte dei sistemi democratici contemporanei36.

La questione è che il pluralismo ritiene necessario un minimo di omogeneità, mentre l’anti-pluralismo ritiene un minimo di eterogeneità inevitabile: tuttavia, entrambi gli indirizzi trascurano in linea di principio il problema di dove si debba ricercare l’optimum di una omogeneità desiderabile e con quali metodi essa sia realizzabile37.

In Europa il tema della gestione del pluralismo culturale – già sorto nella seconda metà dello scorso secolo, a seguito dei flussi migratori determinati, per lo più, da bisogno di manodopera lavorativa da una parte, e di reddito dall’altra – solo negli ultimi decenni (caratterizzati da una migrazione più massiccia con prospettive stanziali e quindi dal radicamento di famiglie e comunità di origine straniera), è stato reso oggetto, anche a livello teorico, da una tematizzazione specifica. 

L’idea multiculturale di giustizia rivendica la necessità di una politica di convivenza tra culture diverse che esprima il valore dell’uguaglianza considerando non direttamente i singoli, bensì i gruppi – quali intermediari ineliminabili tra il singolo e lo Stato – come le unità di riferimento tra le quali garantire l’applicazione di misure volte a produrre ugual rispetto e considerazione. Questo tipo di politica, affidando al gruppo culturale stesso la gestione e la rappresentanza dei suoi membri, ha naturalmente richiesto la definizione di un’organizzazione interna e, quindi, di ruoli di potere identificati all’interno delle comunità. Tuttavia, tali ruoli di rappresentanza – e quindi di potere – sono stati preferibilmente attribuiti a quei soggetti che, all’interno dei gruppi, si sono posti come i più “rappresentativi” della loro identità, e quindi, quasi inevitabilmente, a quelli più “tradizionalisti”. Ciò non solo ha contribuito a enfatizzare e acuire le divisioni tra le diverse entità culturali socialmente organizzate all’interno della società, ma ha anche finito per definire queste ultime per lo più con riferimento a tesi “conservative”, quasi a presupporre che per ogni cultura si possa identificare una sola forma pura e immutabile, e che solo questa – e non le sue (impure) evoluzioni – possa essere la sola meritevole di essere considerata rappresentativa del gruppo38. In altre parole, attraverso tali politiche di riconoscimento, il progetto multiculturale avrebbe finito per istituzionalizzare e gestire la diversità inserendo a forza le persone in “contenitori etnici e culturali”39, e definendo i bisogni delle persone in relazione ai gruppi nei quali esse sono appunto ricomprese, allo scopo di modellare le politiche pubbliche sulla base di questi contenitori. In tal modo, le politiche multiculturali avrebbero contribuito esse stesse a imporre identità necessariamente “differenti” alle persone ascritte a tali gruppi, e a fissarne lo status, sancendo peraltro, come immutabili e come essenziali per la definizione della cultura stessa, gli assetti di potere istituzionalmente identificati e ufficializzati (sottratti così alla loro naturale ridiscussione), e ignorando i conflitti interni e le correlate spinte trasformative (legate alla potenziale ridefinibilità delle gerarchie interne di genere, di classe o politico-religiose)40. Il multiculturalismo ha imposto, insomma, una sorta di camicia di forza identitaria e monolitica alle culture, finendo così per imporre una falsa stabilità a esperienze di per sé naturalmente fluide, e per bloccare la strada allo sviluppo potenziale dato dalle minoranze desiderose di cambiare la loro cultura “da dentro”41.

Il linguaggio astratto e apparentemente universalista che sottende la presentazione dei valori di libertà, uguaglianza e pluralismo del liberalismo politico, nella pratica è stato in contraddizione con l’esclusione di molte “voci” per quanto riguarda la regolazione istituzionale delle libertà, delle uguaglianze e dei pluralismi specifici degli stati contemporanei. Negli ultimi anni si è lentamente sviluppata l’idea che, se aspiriamo a procedere verso democrazie liberali di maggior qualità morale e istituzionale, i valori di libertà, uguaglianza e pluralismo politico devono essere tenuti in considerazione anche dal punto di visa delle differenze nazionali e culturali. Oggi sappiamo che i diritti delle prime tre ondate – quella liberale, quella democratica e quella sociale – non garantiscono di per sé l’attuazione di quei valori nella sfera culturale e nazionale. In altre parole, si è gradualmente fatta spazio l’idea che l’uniformità dello stato – implicita nelle tradizionali concezioni liberaldemocratiche (e sociali) di uguaglianza dei cittadini o di sovranità popolare – è nemica della libertà, dell’uguaglianza e del pluralismo nella sfera culturale e nazionale. Inoltre, riceve sempre maggior sostegno l’idea che sia consigliabile promuovere versioni più moralmente raffinate e istituzionalmente complesse delle democrazie liberali per conciliare le loro varie tipologie di pluralismo interno. Pertanto, un valore come l’uguaglianza, in termini concettuali, non viene più messo a contrasto esclusivamente con la diseguaglianza politica e sociale, ma anche con la differenza nazionale e culturale. 

Si sta facendo strada l’idea che l’uniformità e il limitato individualismo della tradizione liberale siano nemici delle dimensioni chiave di uguaglianza, libertà e pluralismo. Pertanto, la ricerca di forme adeguate di cosmopolitismo e universalismo comporta lo stabilire un ampio riconoscimento e una sistemazione politica, in condizioni di equità, delle voci culturali e nazionali che sono escluse, marginalizzate o sminuite nelle democrazie liberali42.

Il “pluralismo contemporaneo” è, quindi, ben diverso da quello del passato, in cui la pluralità era espressione dell’articolazione di una base di valori pur sempre comune. Ora si tratta della diversità profonda di orizzonti di senso e di concezioni globali della vita umana. La comunanza non può essere data per presupposta e semmai deve essere cercata senza la certezza che possa essere trovata. Pertanto, mentre nel passato i dettami dell’autorità o il voto a maggioranza erano limitati e controllati da una preesistente base comune di valori, ora, se si vuole evitare di ricorrere alla coercizione, bisogna fare sempre più affidamento sulla ragionevolezza e sull’argomentazione per giustificare quelle restrizioni che rendono possibile la convivenza43.

Pur vivendo nelle società più ricche, sicure e libere di tutti i tempi, noi occidentali-e-contemporanei siamo quotidianamente visitati dagli incubi: riscaldamento globale, digitalizzazione, migrazioni, la stessa triade populismo-nativismo-fondamentalismo, la guerra… Il rimedio che propone Mauro Barberis è il re-incanto del mondo: facciamocela piacere questa complessità, la varietà è il vero riscatto dal dolore che essa stessa produce.

Bibliografia di riferimento

Mauro Barberis, L’incanto del mondo. Un’introduzione al pluralismo, Meltemi, Sesto San Giovanni (Milano), 2024.


NOTE

1S. Hasanaj, Appunti sulla filosofia della storia del pluralismo culturale, in Dialoghi Mediterranei, n. 31, Istituto Euroarabo Mazara del Vallo,maggio 2018.

2G. Vico, Principi di scienza nuova (1725).

3D. Linker, The Reluctant Pluralism of J.G. Herder, in The Review of Politics, Cambridge University Press, 5 agosto 2009.

4I. Berlin, Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee, Adelphi, Milano, 1994.

5F. Rigotti, Pluralismo culturale, etnocentrismo e relativismo, in C. Galli (a cura di), Multiculturalismo, Ideologie e sfide, Il Mulino, Bologna, 2006.

6A. Verri, Isaiah Berlin e il pluralismo dei valori, in Pasquale Venditti (a cura di), Filosofia e storia: studi in onore di Pasquale Salvucci, Quattroventi, Urbino, 1996.

7N. Bobbio, Il liberalismo di Isaiah Berlin, su Rivista di storia italiana, n. 92, 1980.

8R. De Vita, Pluralismo ed Etica, Franco Angeli, Milano-Roma, 1996.

9M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1948.

10R. De Vita, op. cit.

11K. Popper, Miseria dello storicismo (1944-1945), Feltrinelli, Milano, 1975.

12G. Sartori, Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei. Saggio sulla società multietnica, Rizzoli, Milano, 2000.

13J. Rawls, Liberalismo politico (1993), Comunità, Milano, 1994.

14R. De Vita, op.cit.

15F. Crespi, Dove vanno le società complesse, in Micromega, n. 3, 1990.

16P.L. Berger, Una gloria remota, Il Mulino, Bologna, 1994.

17T. Luckmann, La religione invisibile, Il Mulino, Bologna, 1969.

18R. De Vita, op.cit.

19F. Barbano, Pluralismo. Un lessico per la democrazia, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

20R. Cammarata, Dal pluralismo politico allo Stato plurale (ovvero della democrazia al tempo dei populismi e degli etno-nazionalismi), in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 2 / 2019.

21M. Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano, 2008.

22I. Berlin, Sulla ricerca dell’ideale, Morcelliana, Brescia, 2007.

23R. Cammarata, La sfida del pluralismo al diritto, ai diritti e allo Stato. Teoria e casi di diritto plurale, Liberedizioni, Brescia, 2015.

24G. Giacomin, La crisi cronica della democrazia. La razionalità limitata come condizione pre-politica del disagio democratico, in Notizie di Politeia, 2018.

25F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), Utet, Segrate (Milano), 2023.

26Si vedano: L. Diamond, Facing-up to the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015; S. Levitsky, L. Way, The myth of the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015.

27L. Violante, La recessione democratica, in Rosa Elena Manzetti (a cura di),  Desideri decisi di democrazia in Europa, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018.

28L. Diamond, The Democratic Rollback. The Resurgene of the Predatory State, in Foreign Affairs, vol. 87, n. 2, marzo/aprile 2008.

29L. Diamond, Facing Up to the Democratic recession, op.cit.

30D. Palano, La “recessione democratica” e la crisi del liberalismo, in Governare la paura. Journal of interdisciplinary studies, Unibo – Università di Bologna, 2019.

31M. Cranston, Are there any Human Roghts?, in Daedalus, 132/1, 1983.

32P. Costa, I diritti di tutti e i diritti di alcuni. Ambivalenze del costituzionalismo, Mucchi, Modena, 2018.

33L’intraducibilità di cui si parla è, ovviamente, relativa: è sempre possibile tradurre un concetto in qualsiasi lingua, anche ricorrendo a perifrasi. 

34Si vedano: M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari, 1973; M.I. Finley, L’economia degli antichi e dei moderni (1981)”, Laterza, Roma-Bari, 1984.

35Si vedano: N. Bobbio, Pluralismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il Dizionario della Politica, Utet, Segrate (Milano), 2013; N. Matteucci, Pluralismo, in G. Bedeschi, M. Cappelletti, N. Matteucci, M. Salvadori, P. Sylos Labini, Enciclopedia delle scienze sociali, Ist. Della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991-1998.

36F.R. De Martino, L’attualità del principio pluralista come problema, in Rivista AIC – Associazione Italiana dei Costituzionalisti, 2/2019.

37. Fraenkel, Il pluralismo come elemento strutturale dello stato di diritto liberal-democratico, in V. Atripaldi (a cura di), Il pluralismo come innovazione. Società, Stato e Costituzione in Ernst Fraenkel, Giappichelli, Torino, 1996.

38A. Verza, La parabola del multiculturalismo, tra teoria, pratica, e criticità, in Democrazia e diritto, n. 3 2019.

39K. Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici. Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, Nessun Dogma, Roma, 2016.

40A. Verza, op.cit.

41S. Benhabib, The Claims of Culture: Equality and Diversity in the Global Era, Princeton University Press, Princeton, 2002.

42F. Requejo, I fronti deboli del pluralismo politico. Le minoranze nazionali e culturali in Europa, in Nazioni e Regioni. Studi e ricerche sulla comunità immaginata, 1/2013.

43F. Viola, Autorità ed eguaglianza nella democrazia deliberativa, in Roberto Luppi (a cura di), Autorità e democrazia. Educare al pluralismo nel XXI secolo, Armando Editore, Roma, 2022.


Articolo pubblicato sul numero 78 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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