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Irma Loredana Galgano

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M5S: In un mondo corrotto il rispetto delle regole non ha senso

28 venerdì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Non potevano mancare le critiche, anche dure, all’espulsione dei portavoce in Parlamento per il M5S Massimo Artini e Paola Pinna. Infatti sono puntualmente arrivate voraci come una valanga.

In un mondo politico che tutti additano come corrotto, colluso, opportunista, insensibile ai reali problemi della gente, estraneo alla quotidianità dei cittadini… nel quale ogni mese tutti indistintamente incassano fior di quattrini alla faccia di chi fa fatica a tirare avanti il problema più serio sembrano essere diventate le espulsioni degli inadempienti del M5S ribattezzate ‘epurazioni’.

Il problema vero è un altro invece. I portavoce in Parlamento oltre ad aver preso un impegno con i cittadini elettori hanno anche accettato un Codice di Comportamento, lo hanno fatto, nel quale è scritto chiaramente che la quota di stipendio da trattenere per se stessi ammonta a 5.000 euro lordi, il resto va reso perché deve servire per aiutare i cittadini in difficoltà e anche per rispetto degli altri colleghi che lo fanno.

Qualcuno ha detto che è una situazione ridicola, che per un ‘sospeso’ di 7.000 euro non ha senso tutto l’ambaradan che ne è derivato… certo, tipico ragionamento da lobotomizzati del sistema. 7.000 euro oggi, 7.000 euro domani e alla fine il ‘sospeso’ diventa un ‘definitivo’.

Per chi segue il Movimento dalle sue origini, per chi segue, collabora e controlla il lavoro degli attivisti e del gruppo in generale le regole sono sempre state chiare e sono sempre state le stesse, da sempre. Non sono un work in progress, no sono quelle e tutti le conoscono, da subito, da sempre. Nel momento in cui non le si condividono più personalmente ritengo che il passo indietro lo si debba fare da soli, ecco la vera alternativa alle espulsioni.

Chi ha votato i portavoce del M5S lo ha fatto anche perché sapeva che avrebbero restituito, ogni mese, una parte del loro stipendio. Ora mi rendo perfettamente conto che in un mondo di bugiardi chi dice la verità risulta essere quello strano ma almeno sfruttate la regola del silenzio.

La politica e i politici hanno sfruttato invece questo Paese e i suoi abitanti fino allo stremo per ingrassare le tasche dei soliti noti, passando sopra alla salute, alla libertà, alla dignità di ognuno di noi e nessuno ha avuto mai molto da ridire… assistendo continuamente a scene patetiche di franchi tiratori, saltimbanco e accordi riprovevoli. Nel momento in cui c’è qualcuno che dice «le regole che ci siamo dati vanno rispettate» si urla allo scandalo, al regime, alla perdita di credibilità.

Onestamente penso che il M5S perderebbe la sua credibilità nel momento stesso in cui i portavoce che hanno garantito la restituzione di una parte dello stipendio non lo facessero più. Perderebbe la sua credibilità nel momento in cui i portavoce che hanno chiesto a tutti gli altri cittadini di non essere lasciati soli ignorassero la loro volontà, la loro presenza, la loro collaborazione e si rinchiudessero definitivamente nel Palazzo a fare accordi sopra e sotto banco con chiunque pur di arricchirsi e guadagnare potere.

È facile attaccare il Movimento Cinque Stelle, non ha potere, non è colluso, non è corrotto… non è pericoloso, si rischia poco a farlo. La vera difficoltà sta nel combattere il Sistema che è potente, che è corrotto, che è colluso, che è pericoloso… e si rischia molto a farlo.

Diceva Upton Sinclair: «It is difficult to get a man to understand something when his salary depends upon his not understanding it (È difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo stipendio dipende dal fatto che lui quella cosa non la capisca)».

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

In Italia puoi provare a vincere il cancro ma non le leggi di mercato

23 domenica Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Patrizia, 52 anni, 25 anni di servizio, un tumore al seno e una lettera di licenziamento.

La Basell Poliolefine Italia di Brindisi da due anni ha iniziato un processo di riorganizzazione interno al fine probabilmente di ottimizzare lavoro e guadagno. Ciò che va ristrutturato, cambiato o eliminato va fatto e poco importa se l’esubero in questione ha una tragica storia sulle spalle, sono le dure leggi del mercato… ecco, detto questo noi tutti appartenenti al civilizzato e sviluppato mondo occidentale quanto ci sentiamo vermi?

Più forte è questa sensazione maggiore è la consapevolezza di aver conservato in ognuno di noi quell’indispensabile senso di dignità e di rivalsa che deve portarci a urlare talmente forte da ribaltare una volta per tutte le leggi di questa economia che tutela solo profitto e profittatori.

L’addetta stampa della società afferma: «Quel provvedimento rientra nella ristrutturazione, avviata due anni fa a livello europeo, dell’area Finance. Nello stabilimento pugliese ha visto il coinvolgimento di una posizione. È l’intero dipartimento amministrativo-finanziario a essere riorganizzato, non il sito brindisino. La signora non sarà sostituita da altri. Proprio perché agiamo nel rispetto delle persone, la nostra politica, in riordini di questo tipo, è non entrare nel dettaglio delle singole storie dei dipendenti».

Salvatore Viva della Filctem Cgil Brindisi dice: «Basell in Italia è l’azienda che è arrivata alla chiusura completa a Terni, lasciando per strada tantissimi lavoratori, che già ha lasciato strascichi a Milano e Ferrara e adesso toglie la maschera anche a Brindisi».

Patrizia, in un’intervista per «Repubblica», confessa: «Perdere il lavoro per me significa perdere la principale ragione di vita e non ho più voglia di fare alcun controllo oncologico. L’unica cosa che sono riuscita a realizzare nella mia vita è la conquista di questo posto e l’acquisto di una casa. Ma oggi ho ancora un mutuo da pagare e non ho più un lavoro».

Il saggista Maurizio Pallante nel suo libro Monasteri del terzo millennio parla delle degenerazioni del mondo moderno, dell’economia capitalista e degli sprechi del consumismo, in particolare riguardo al lavoro sostiene:  «Il ‘tempo’ è stato uno dei principali valori schiacciati e rubati alle persone che hanno finito coll’identificare la propria vita con il proprio lavoro e la rimanente parte di ‘tempo libero’ come un vuoto da riempire con attività ‘passatempo’. Conseguenza di ciò è stata la perdita di spiritualità, intesa non solo come valore religioso ma anche come passione di coltivare il proprio io, le relazioni interpersonali e soprattutto come contemplazione di ciò che ci circonda».

Se ascoltare le parole del portavoce della società e dei sindacalisti fa rabbia, leggere quelle della diretta interessata mette una grande tristezza. Pensare di vivere in una società dove l’attività lavorativa viene identificata con la propria stessa vita o comunque come un aspetto fondamentale e determinante della stessa è un qualcosa che fa male anche solo pensarlo. Come è potuto accadere che gli affetti, le relazioni interpersonali, l’amicizia, i sogni, gli hobby, i desideri… la vita stessa sia finita col diventare l’equivalente di un’arida mansione volta al guadagno?

Tra l’altro coloro che tanto si indignano per l’ingiusto trattamento subito da Patrizia sono gli stessi che hanno contribuito, e non poco, alla determinazione della situazione. Perché nessuno si è indignato nel momento in cui una società straniera ha deciso di impiantare svariati poli industriali chimici sul nostro territorio rubando terreni all’agricoltura, al turismo e all’allevamento? Perché nessuno si è indignato nel momento in cui si è cominciato a realizzare che l’attività di dette industrie provocano inquinamento di terra, aria e acqua? Perché nessuno si è indignato nel momento in cui è stata stilata dal Ministero della Salute la lista dei 44 siti più inquinati d’Italia e vi figura anche Brindisi?

«Il Decreto di perimetrazione del SIN elenca la presenza delle seguenti tipologie di impianti: chimico, petrolchimico, centrali elettriche, area portuale, discariche. In entrambi i generi si osserva un eccesso per il tumore della pleura. È presente un eccesso di mortalità per le malformazioni congenite».

Come può uno Stato, un Governo, un Sindacato continuare a ribadire la centralità del lavoro nella vita dei cittadini quando questo ha significato e ancora rappresenta inquinamento, malattia e annientamento della personalità?

Il lavoro non è fondamentale per la persona, per la sua dignità o per la sua sopravvivenza. Ci inducono a crederlo perché il lavoro è ‘fondamentale’ per creare beni e servizi che per la maggiore serviranno ad arricchire i titolari delle società e per la restante formeranno il salario che verrà impiegato nell’acquisto di altri beni e servizi che a loro volta andranno a ingrassare alla fin fine sempre gli stessi.  È un circolo vizioso che sembra destinato ad allargarsi all’infinito per garantire la ‘crescita’ indispensabile per il raggiungimento di quel tanto sospirato ‘benessere collettivo’ di cui ci parlano. È talmente evidente che non è così…

Serge Latouche afferma che «anche un bambino di cinque anni capirebbe immediatamente che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Viviamo in un mondo dove milioni di lavoratori lavorano sempre di più, troppo, impazziscono, si stressano, si suicidano, e altri milioni di persone che invece non lavorano affatto. Lavorare meno è una delle misure per risolvere la disoccupazione, ma non è l’unica. Altre sono la rilocalizzazione e la riconversione ecologica. […] La parola è: ‘protezionismo’. Dobbiamo essere protezionisti in modo intelligente: un protezionismo sociale per permettere a tutti di lavorare, un protezionismo ecologico, per salvare il pianeta, un protezionismo anche fiscale. Mettere la concorrenza, il libero scambio, è una forma di protezionismo ma è il protezionismo più feroce dei predatori. Dobbiamo proteggere i deboli, il popolo! Non i predatori, non gli speculatori, non i finanzieri, non le banche, ma il popolo!»

Se lo Stato, il Governo e i Sindacati in Italia avessero adottato negli ultimi cinquant’anni una politica basata su questi principi non sarebbe mai potuto accadere che società nazionali o straniere in nome del profitto ‘violentassero’ il territorio, ‘sfruttassero’ i lavoratori, ‘impoverissero’ le risorse e potessero giustificare il tutto con le ‘politiche aziendali’ e le ‘leggi di mercato’.

Inquinamento luminoso in Italia

Inquinamento luminoso in Italia

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Passa al Senato il ddl sulla Responsabilità civile dei Magistrati

22 sabato Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Approvato in Senato, con 150 voti favorevoli, 51 contrari e 26 astenuti, il disegno di Legge sulla responsabilità civile dei magistrati che passa ora alla Camera. Il provvedimento è stato appoggiato dal M5S.

Michele Giarrusso, durante le dichiarazioni di voto finali, aveva annunciato: «non sarà una Legge perfetta ma sicuramente non è una porcata ed è grazie a noi. Noi non abbiamo trovato un muro, questa volta e M5S c’è e non si tira indietro davanti alle proprie responsabilità». Oltretutto, ribadisce il portavoce al Senato, sono già pronti degli ‘emendamenti’ per migliorare il testo che saranno presentati alla Camera.

È dal 1988, ovvero dall’entrata in vigore della cosiddetta Legge Vassali, che va avanti questa diatriba politico-giurisdizionale sulla responsabilità civile dei magistrati, ma ora i tempi sono incalzanti in quanto il 31 Dicembre scade l’ultimatum imposto dalla Corte di Giustizia dell’UE.

In base a quanto stabiliva la Legge n.117 del 1988 i magistrati «rispondono dei danni provocati dalle loro decisioni od omissioni se queste sono dovute a dolo, a colpa grave e a diniego di giustizia», tuttavia chi abbia subito un danno ingiusto per un ‘comportamento’ o un ‘atto’ oppure ancora per un ‘provvedimento giudiziario’ posto in essere da un qualunque magistrato «può agire (solo) contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivano da privazione della libertà personale».

Il 2 Febbraio 2012 la Camera ha approvato un emendamento presentato da Gianluca Pini che estende la responsabilità del magistrato anche alla «manifesta violazione del diritto», ammettendo inoltre l’azione diretta di citazione in giudizio da parte del danneggiato. Dure critiche sono state avanzate a detto provvedimento soprattutto riferite alla possibile ‘pressione psicologica’ da parte di privati dalle grandi disponibilità economiche che, a fronte di una qualsiasi iniziativa giudiziaria, minacciando azioni risarcitorie dirette, potevano indurre i magistrati a preferire soluzioni, non apertamente contrarie alla legge, ma che li tutelassero da tali pericoli.

La Commissione Giustizia ha deciso di svolgere un’indagine conoscitiva e successivamente è intervenuto direttamente il Governo sulla questione, per tramite del Ministro Paola Severino, con un emendamento al testo del disegno di Legge comunitaria per il 2011 che ha ripristinato il principio della responsabilità civile indiretta e ottenuto la riprovazione e la condanna della Corte di Giustizia dell’UE a causa del sistema di risarcimento per chi viene pregiudicato da un errore commesso nell’applicazione del diritto comunitario.

Alle ore 09:33 del 20 Novembre 2014 inizia la 356° seduta pubblica del Senato, conclusasi con l’approvazione del ddl n.1070 in materia di responsabilità civile dei magistrati: «Il ddl è volto a modificare la legge n.117 del 1988 (legge Vassalli) al fine di rendere effettiva la disciplina della responsabilità civile dello Stato e dei magistrati, anche alla luce dell’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. La possibilità di ricorso del cittadino contro lo Stato è ampliata attraverso l’eliminazione del filtro di ammissibilità della domanda risarcitoria. La Commissione ha soppresso l’articolo 1, concernente le attribuzioni della Corte di cassazione, escludendo la responsabilità diretta dei magistrati. L’articolo 2 definisce la colpa grave, che consiste nella violazione manifesta della legge e del diritto dell’UE, il travisamento del fatto e delle prove, ovvero l’affermazione di un fatto la cui esistenza è esclusa dagli atti del procedimento, l’emissione di un provvedimento cautelare fuori dai casi consentiti dalla legge. Una clausola di salvaguardia esclude che possa dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove.

In caso di violazione manifesta del diritto dell’Unione europea, si deve tener conto anche della mancata osservanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi del Trattato sul funzionamento della UE, nonché del contrasto dell’atto o del provvedimento con l’interpretazione espressa dalla Corte di giustizia europea. L’Assemblea ha soppresso l’articolo 4. L’articolo 5 disciplina l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato: il Presidente del Consiglio, entro due anni dal risarcimento, ha l’obbligo di esercitarla nel caso di diniego di giustizia ovvero nei casi in cui la violazione della legge e del diritto comunitario, o il travisamento del fatto o delle prove, sono stati determinati da dolo o negligenza inescusabile. La misura della rivalsa non può superare una somma pari alla metà di una annualità dello stipendio».

«La possibilità di ricorso del cittadino contro lo Stato è ampliata attraverso l’eliminazione del filtro di ammissibilità della domanda risarcitoria» e ancora «una clausola di salvaguardia esclude che possa dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove» sono passaggi che vanno letti e riletti con molta attenzione, valutati con calma e poi analizzati.

Dalla cronistoria dell’intera vicenda si possono considerare come parti in causa quattro agenti o subenti. In cima a tutti la Corte di Giustizia dell’UE che vigila, controlla, bacchetta, mette in riga, riordina e via discorrendo, poi lo Stato italiano che risponde alla prima, ma a sua volta controlla, vigila, bacchetta, mette in riga, riordina e via discorrendo le rimanenti due parti. I magistrati che a quanto pare non devono assolutamente subire ‘pressioni psicologiche’ sul loro operato da parte di privati cittadini, e quest’ultimi, in tutti i sensi.

Quindi, stando ai fatti, non solo un cittadino non ha possibilità di azione diretta verso la magistratura, ma fino a ieri qualora avesse voluto avanzare un ricorso doveva sperare anche di superare un ‘filtro di ammissibilità della domanda risarcitoria’. Anche domani invece se vuole avanzare un ricorso tenga ben presente che «una clausola di salvaguardia esclude che possa dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove».

C’è un altro punto che invita a una riflessione profonda quando si pensa alle parti in causa di questa vicenda. La Corte di Giustizia sembra assumere i connotati di un potente supervisore che vigila e controlla tutti. Lo Stato un suo sottoposto. I magistrati sembrano degli ‘operai della giustizia’ e i cittadini in fondo a tutto delle formiche laboriose che nel loro interesse è preferibile non spezzino mai la fila. In caso contrario devono affrontare un processo all’interno del quale «una clausola di salvaguardia esclude che possa dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove» da parte dei magistrati. Qualora un cittadino ritenga di aver subito un’ingiustizia può rivolgersi allo Stato. Ma lo Stato chi è? Non erano i cittadini? E se Stato e cittadini sono due entità diverse allora come si rapportano tra di loro?

Se poi invece viene considerato ‘Stato’ il Parlamento che queste Leggi le ha fatte come può mai pensare di ottenere ‘giustizia’ un cittadino offeso magari da una presunta errata interpretazione da parte di un magistrato se lo Stato ha già stabilito a priori che ciò non comporta reato? Le Leggi non dovrebbero rappresentare delle ‘regole’ universali e universalmente riconosciute in modo tale da non generare confusione derivante magari da una libera e arbitraria interpretazione delle stesse? Egual ragionamento vale per le prove e i fatti.

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Tor Sapienza: Andatevene, non vogliamo politici

20 giovedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Gli abitanti di Tor Sapienza in questo sono stati categorici: «noi qui non vogliamo politici che raccattano voti, li mandiamo via tutti». Sono fermamente decisi a mandarli tutti via e organizzarsi ‘da soli’ all’incontro con il sindaco Marino.

Hanno già mandato via esponenti di altri partiti ma nessuno ne ha parlato, quando invece l’oggetto della contestazione è stata la portavoce al Senato del Movimento Cinque Stelle Paola Taverna tutti si sono sentiti in dovere di raccontarlo.

Presumibilmente quando Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo inveiscono contro ‘la stampa’ è a comportamenti simili che si riferiscono.

A Tor Sapienza non è stato contestato il Movimento Cinque Stelle o il suo operato e neanche i suoi rappresentanti in quanto tali… no, quello contro cui si sono scagliati gli abitanti, i cittadini, è il Sistema Politico italiano fatto di false ‘maschere’ di pirandelliana memoria che si recano sui luoghi dei disastri o degli scontri sempre e solo nell’immediato ‘post-evento’ con al seguito portaborse, portaombrelli, auto blu, cineoperatori e chi più ne ha più ne metta, si lanciano in accorati discorsi pieni di grandi paroloni e tante promesse per regalare ancora false speranze, con la certezza di aver ottenuto il loro unico e solo scopo: una copiosa manciata di voti per le prossime elezioni.

La portavoce Taverna ha provato a dir loro di non essere ‘parte del sistema’ ma cittadina che tra l’altro abita a pochi passi, ma non hanno voluto o non hanno potuto crederle. In fondo anche lei è una che ogni giorno siede in Parlamento, come i tanti che negli ultimi vent’anni sono andati lì a promettere e a non mantenere. Ma lei comunque non si è arresa dichiarando di andare avanti a oltranza con la sua battaglia in Senato in loro favore perché ciò che veramente va combattuto è «l’establishment politico che dall’alto ha deciso cosa doveva succedere a Tor Sapienza… hanno previsto tutto. […] Hanno favorito questa guerra tra poveri».

Non è scoperta di oggi. Già i romani, quelli antichi, avanzano nelle loro conquiste al grido di dividi et impera. Se i sudditi di allora e i cittadini di oggi si uniscono la loro forza aumenta e tutti insieme possono rappresentare una grave minaccia ‘alla stabilità’ non del Paese ma del potere di chi mal lo governa.

Non sono gli immigrati il problema dei residenti di Tor Sapienza ma lo Stato che negli ultimi trent’anni li ha abbandonati, relegandoli ai margini sempre più estremi ed esterni della società capitolina.

Gli extra-comunitari sono anch’essi delle vittime e di più Stati contemporaneamente: del loro che li ha abbandonati esattamente come lo Stato italiano ha fatto con i suoi cittadini e del Governo italiano stesso che ha contribuito e ancora lo fa a depauperare i loro Paesi di ogni risorsa in nome di uno ‘sviluppo del mondo occidentale’ senza limiti né regole.

Se i cittadini di Tor Sapienza hanno voluto vedere nella portavoce al Senato per il M5S Paola Taverna un’ esponente del ‘sistema’ da combattere bene hanno fatto a mandarla via purché poi non si lascino ammaliare da chi non andrà lì con la faccia pulita e le mani nude ma lo farà con luci e paillettes scintillanti studiate apposta per accecare il loro anelito di ribellione e seppellirlo sotto i timori di minacce espresse o latenti incarnate da scorta, servizio d’ordine, auto blindate e menzogne colorate.

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Scandalo nel centro disabili di Lechaina in Grecia: i bambini in gabbia

18 martedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Fanno rabbrividire i risultati dell’inchiesta condotta dalla reporter della BBC Chloe Hadjimatheou sui centri per disabili in Grecia.

Fra tutti il centro di Lechaina, una struttura statale nel Sud della Grecia che ospita circa 60 persone, molte delle quali, soprattutto bambini, vivono chiusi in delle vere e proprie gabbie. Il personale ha dichiarato di voler migliorare le loro condizioni di vita ma di essere a corto di fondi.

Quanti ‘fondi’ sono necessari per garantire a tutti un’esistenza dignitosa?

La situazione all’interno del centro ha cominciato a ‘fare notizia’ a partire da cinque anni fa, allorquando un gruppo di laureati europei vi ha prestato servizio a titolo gratuito per alcuni mesi.

«Al mio primo giorno lì dentro sono rimasta totalmente scioccata. Non avrei mai immaginato che ci potesse essere una condizione simile in un Paese europeo moderno, ma ero anche più sorpresa del fatto che il personale si comportava come se tutto questo fosse normale» ha raccontato una volontaria portoghese laureata in psicologia.

Nel 2010 il documento con tutte le testimonianze dirette, stilato dai volontari, arriva all’attenzione del difensore civico greco, il Greek ombudsman for the rights of the child il quale, dopo aver visitato il centro, pubblica un Rapporto Denuncia: «le condizioni disumane, la mancanza di cure e supporto, l’uso di sedativi, la presenza di bambini legati ai letti, l’uso di gabbie di legno usate come giacigli per i giovani con disabilità cognitive, una sorveglianza continua… pratiche tutte che costituiscono una violazione dei diritti umani».

Emergono anche notizie relative a diversi casi di morti sospette, per soffocamento, dovute a carenze nella supervisione. L’autopsia condotta nel 2007 su un ragazzo 16enne rivelò che il suo stomaco era pieno di pezzi di stoffa, fili e bendaggi.

L’inchiesta condotta dal difensore civico ha portato in sostanza a due cambiamenti all’interno del centro: le sbarre di legno sono state tinteggiate a colori e il salotto è stato trasformato in sala giochi.

Gli operatori del centro sostengono che la costruzione delle gabbie è servita a migliorare la qualità dell’esistenza dei giovani pazienti, molti dei quali affetti da manie autolesioniste o litigiosi e aggressivi, altrimenti costretti a restare legati mani e piedi al letto. Il personale inoltre è molto scarso e le celle consentono una maggiore possibilità di controllo anche da parte di un solo infermiere per piano. Il direttore del centro, Gina Tsoukala, confessa di non essere stata pagata per oltre un anno ma di non avere il coraggio di mollare tutto perché si sente in dovere di rimanere con i pazienti e di combattere per la loro causa.

«Più di due terzi di questi bambini sono stati abbandonati dalle loro famiglie. E noi non abbiamo le risorse per spingerci oltre e offrire qualcosa in più».

La motivazione addotta dal direttore del centro è verosimilmente la medesima con cui le famiglie tendono a giustificare il loro ‘abbandono’: la mancanza di fondi.

A Ottobre l’EΣTAT, l’Istituto di Statistica Ufficiale Greco, ha presentato il Rapporto 2013 sulla povertà basato su dati del 2012, ovvero sugli sviluppi della ‘cura’ da parte del Governo, della Troika e del Fondo Monetario Internazionale a solo un anno dall’inizio.

Il 23,1% della popolazione greca, più di 2.5 milioni di persone, vive in condizioni di povertà mentre ammontano a quasi 4 milioni le persone «a rischio povertà o esclusione sociale». Quindi in un Paese di circa 11 milioni di abitanti più della metà vive in condizioni di disagio, spesso estremo. «892.763 famiglie si trovano sull’orlo della povertà assoluta, si registra inoltre un’impennata della povertà infantile. Quattro famiglie su dieci non sono in grado di pagare il mutuo della casa, una su tre non può riscaldarsi».

I dati del 2013 saranno disponibili nel Rapporto 2014 ma, considerando che il tasso di disoccupazione è in costante aumento, è legittimo presumere che la situazione, rispetto al 2012, sia ulteriormente peggiorata.

In Grecia il Governo ‘attribuisce’ a ogni persona che possiede un’abitazione un ‘reddito fittizio’ ovvero inesistente e virtuale che viene calcolato col metodo della ‘presunzione di reddito’, sulla cui base però viene calcolato l’importo di tasse ‘reale’ da pagare che, sommato all’anticipo richiesto sulle tasse dell’anno successivo, costituisce l’ammontare a carico del cittadino. Con questo meccanismo diciamolo pure un po’ perverso molte persone sono state costrette a chiudere la propria attività, trovandosi allo stesso tempo disoccupate, indebitate e prive di assistenza sanitaria.

Alla luce di questi dati diventa più chiaro il quadro all’interno del quale inserire la situazione dei ragazzi disabili del centro di Lechaina anche se non fa meno male o rabbia anche in virtù dei dati resi pubblici dalla Wealth-X-Agency relativi allo studio condotto con l’assistenza dell’Istituto bancario elvetico UBS.

«Nel mondo ci sono 11 miliardari di nazionalità greca, due in più rispetto al 2013, e il valore delle loro proprietà raggiunge i 14 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 12.4 miliardi del 2013».

Come sempre in questi casi il problema vero non risiede nella carenza di risorse o di fondi ma nell’erronea e faziosa redistribuzione degli stessi. I ragazzi disabili di Lechaina vivono reclusi in quel centro che amplifica le loro problematiche, abbandonati a sé stessi dagli operatori che non hanno i mezzi, dal Governo che non ha i fondi e dalle famiglie che non hanno la possibilità… è un truce circolo vizioso, storia vecchia di un mondo, il nostro, nel quale chi poco ha deve cominciare ad abituarsi a fare a meno anche di quello perché presto o tardi servirà per ingrassare le tasche di quelli ai quali i sacrifici non si possono proprio chiedere: gli intoccabili.

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Dal 13 Dicembre cambiano le regole per le etichette alimentari

17 lunedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Woman shopping in grocery store

Il 13 Dicembre entrerà in vigore il Regolamento UE n.1169/2011 che non prevede tra le indicazioni obbligatorie delle etichette alimentari il riferimento alla sede dello stabilimento di produzione o confezionamento.

Interpellato sulla questione dai portavoce M5S in Commissione X Camera – Attività produttive, commercio e turismo il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) risponde per bocca del sottosegretario De Vincenti «al momento non c’è una Legge per rendere obbligatoria l’indicazione della sede dello stabilimento». Il paradosso è che lo ha detto in aula alla Camera dove queste leggi si fanno, o si potrebbero fare.

Su questa linea il commento del portavoce L’Abbate, tra i firmatari dell’interpellanza parlamentare «Il Governo Renzi, che emana un Decreto a settimana, viene a dirci in aula che manca la Legge che obbliga questa disposizione. Siamo proprio il Paese dell’incontrario. Quando è nell’interesse delle piccole e medie imprese italiane e della salute e della tutela di tutti i consumatori un Decreto Legge pare non si possa fare. Non vorrei che questo sia il primo passo verso un graduale allentamento delle normative in vista del TTIP» (Zona di libero scambio transatlantica. Un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra USA e UE, ndr).

La situazione è ancor più grave se si considera il fatto che il Regolamento europeo in oggetto è entrato in vigore il 12 Dicembre 2011 quindi al MISE hanno sprecato ben tre anni, lasso di tempo in cui potevano ‘pressare’ il varo di una Legge che ovviasse la mancanza comunitaria.

Secondo i deputati M5S firmatari dell’interpellanza, l’indicazione in etichetta dello stabilimento di produzione o confezionamento è importante perché «conoscere la sede dello stabilimento di un prodotto alimentare consente alle autorità di controllo di attivare facilmente le azioni correttive utili a mitigare il rischio per la salute in caso di allerta; ciò potrebbe accadere, ad esempio, nel caso di una conserva vegetale contaminata dalla tossina del botulino. […] Serve ai singoli consumatori per scegliere un alimento rispetto a un altro anche in considerazione del Paese o della Regione dove è prodotto per motivi legittimi come sostenere l’economia e l’occupazione locali, in nome del valore del lavoro».

È soprattutto questa seconda motivazione che dovrebbe preoccupare i cittadini e la loro possibilità di scegliere rispettando le proprie idee in quanto per la prima motivazione il problema dovrebbe comunque essere ovviato dal ‘lotto di appartenenza’ se non fosse però che manca anche questa indicazione tra quelle obbligatorie elencate nel Regolamento comunitario.

I portavoce M5S della Commissione X Camera – Attività produttive, commercio e turismo chiedono al Governo «perché togliere un’indicazione che già c’era? Perché privare il consumatore di un’informazione immediata che, a colpo d’occhio, permette di risalire subito al luogo di fabbricazione di un prodotto?»

Dal Governo, sempre per tramite del sottosegretario De Vincenti, rispondono «Si ritiene che non vi siano preclusioni a prevedere l’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento nel rispetto delle condizioni che il Regolamento UE n.1169/2011 impone agli Stati membri».

Quindi non ci sono ‘preclusioni a prevedere l’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento’ secondo il sottosegretario. In realtà noi una ‘preclusione’ la vediamo nella mancanza di un Decreto Legge che preveda proprio questa ‘indicazione obbligatoria’. In attesa di un suo eventuale arrivo il consumatore cosa deve fare? Sperare nella bontà dei produttori e dei confezionatori i quali magari decideranno volontariamente di indicare la sede di produzione o confezionamento di un prodotto alimentare?

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/15/dal-13-dicembre-cambiano-le-regole-per-le-etichette-alimentari/

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Hakuna Matata di Davide Serra. Secondo il giornale ‘Vita’ i conti non tornano

14 venerdì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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«Mantenere una missione di 8 mila bambini in Tanzania, 2 mila per ognuno dei miei quattro figli, perché i miei sono fortunati ed è giusto aiutare chi lo è meno. […] È vero, una parte della beneficenza si deduce dalle tasse, perché lo stato britannico lo permette» così «posso raddoppiare le donazioni grazie ai benefici fiscali».

Questo quanto dichiarato da Davide Serra, titolare della Fondazione Hakuna Matata e finanziatore del premier Matteo Renzi, in un’intervista rilasciata a «Repubblica» lo scorso 6 Novembre e che ha messo una pulce nell’orecchio degli operatori del mensile e giornale online «Vita».

Nell’articolo “I conti che non tornano del filantropo Davide Serra” da «Vita» fanno notare come sul sito di Hakuna Matata risulta che «la donazione di Serra ammonta a 6.500 euro al mese, che moltiplicato per 12 fanno 78 mila euro». Cifra che fa dubitare delle affermazioni di Serra in quanto «basta chiedere a qualsiasi ente che si occupi di sostegno a distanza internazionale per sapere che per mantenere un bambino in Tanzania (ovvero assicurargli i pasti, un tetto, il minimo indispensabile per vestirsi e la possibilità di frequentare la scuola e accedere ai servizi sanitari essenziali) attraverso lo strumento del sostegno a distanza occorrono fra i 250 e i 300 euro l’anno. Teniamo per buona la cifra minima di 250 euro. Con i suoi 78 mila euro annui Serra sarebbe in grado di ‘mantenere’ 312 bambini l’anno (o 4.680 bimbi per i 15 anni di durata del progetto, secondo quanto sembra di capire dal sito, ammesso che cambino ogni anno i beneficiari) e non certo 8 mila. Per ‘mantenere’ i quali servono almeno 2 milioni di euro».

Ecco allora che, dopo le polemiche per la società con base alle Cayman e quelle per le ‘provocazioni’ sui limiti al diritto di sciopero, il finanziatore del Premier finisce di nuovo sulle prime pagine dei quotidiani e non certo per i suoi ‘meriti da filantropo’, come avrebbe certamente preferito viste le sue dichiarazioni.

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/13/hakuna-matata-di-davide-serra-secondo-il-giornale-vita-i-conti-non-tornano/

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Sciopero Generale. I lavoratori sono rimasti da soli

13 giovedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Scioperare è un diritto inalienabile. Come lo è il protestare. Ognuno ha, o dovrebbe avere, la piena possibilità di manifestare pubblicamente il proprio dissenso verso una situazione reputata ingiusta. Ciò in cui non bisognerebbe mai incorrere invece è lo sfruttamento di tutto questo per fini politici o economici.

In Italia lo sciopero sembra essere rimasto l’unico modo con cui i lavoratori riescono ad attirare l’attenzione e a far sentire la propria voce e in ciò sono sempre supportati dai sindacati. Ma questi non dovrebbero già rappresentare l’amplificatore del coro di proteste, indipendentemente da una manifestazione in piazza?

Durante questi eventi si sentono i segretari accaldarsi in solenni discorsi che inneggiano il lavoro, il diritto al lavoro, il bisogno di lavorare, la necessità di provvedimenti che garantiscano a tutti il lavoro. Ovviamente riscuotono grande successo perché dall’altra parte, ad ascoltarli, ci sono le persone reali, che senza questo ‘lavoro’ non campano.

Ai lavoratori lo sciopero sembra essere rimasto l’unico mezzo per farsi ascoltare ma ai sindacati no. Sarebbe veramente interessante poter ascoltare non le dichiarazioni rilasciate all’uscita, no quelle non ci interessano, ma i discorsi e gli accordi presi proprio durante le famose ‘consultazioni con le parti sociali’. Tornerebbe molto utile per stabilire se realmente i sindacati rappresentano un forza sociale o politica.

https://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/13/sciopero-generale-i-lavoratori-sono-rimasti-soli/

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Roma, scontri tra studenti dell’Ostiense e la polizia. Contestato Draghi

13 giovedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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++ Contestazioni studenti a Draghi, un ferito ++

Ancora scontri oggi a Roma tra gli studenti dell’Università Ostiense e la polizia al termine della celebrazione del centenario della nascita di Federico Caffè cui ha partecipato il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, oggetto delle  proteste.

«Fuori i banchieri dalle Università» lo slogan maggiormente ripetuto dagli studenti bloccati dalla polizia, in tenuta antisommossa, nel tentativo di avvicinarsi al Presidente della BCE che si apprestava a lasciare l’Ateneo. I dissapori erano iniziati già al suo arrivo, quando un gruppo di manifestanti ha lanciato uova, urlato slogan e aperto striscioni ma, nonostante tutto, Draghi, ben protetto, è riuscito a lasciare il sito incolume. Altrettanto non si può dire dei ragazzi, alcuni dei quali hanno riportato delle ferite. Il più grave un giovane con un profondo taglio sulla fronte.

Anche dopo l’allontanamento di Draghi la tensione non si è placata e i manifestanti hanno continuato a intonare i loro cori contro banche e Unione Europea «La UE è per le manganellate agli studenti».

https://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/12/roma-scontri-tra-studenti-dellostiense-e-la-polizia-contestato-draghi/

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23 Novembre 1980. I Terremoti non si dimenticano mai. E le vittime pure

13 giovedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Ricordi cos’è successo in Irpinia il 23 Novembre del 1980?

«Mi chiedi se ricordo cosa è accaduto…» la serietà dell’argomento lo aveva inconsciamente autorizzato a darle del tu «dovresti chiedere piuttosto se mai qualcuno che l’ha vissuto lo potrà dimenticare. Mi ricordo… eccome se mi ricordo! Sono bastati novanta secondi per distruggere intere vite, interi paesi. E comunque novanta secondi non sono pochi.

Immagina il buio intorno a te, un forte boato che viene dal nulla e avvolge e travolge l’aria, come una bestia affamata che urla e avverte le prede del suo imminente arrivo. Un rumore sordo, cupo, cieco, che non guarda in faccia a nessuno e poi arriva: la terra trema sotto di te… la terra sotto di te sembra pastafrolla, le case intorno a te castelli di carta, tutto si muove, tutto trema e tu pure. Non sai da che parte andare, non sai cosa fare, speri solo finisca al più presto, speri solo di rimanere vivo.

Ogni istante che passa sembra infinito. Pensa novanta istanti quanto sono lunghi a passare. Prova a contare col fiato in gola e vedi quanto tempo ci vuole: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitre, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatre, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatre, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno, cinquantadue, cinquantatre, cinquantaquattro, cinquantacinque, cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove, sessanta, sessantuno, sessantadue, sessantatre, sessantaquattro, sessantacinque, sessantasei, sessantasette, sessantotto, sessantanove, settanta, settantuno, settantadue, settantatre, settantaquattro, settantacinque, settantasei, settantasette, settantotto, settantanove, ottanta, ottantuno, ottantadue, ottantatre, ottantaquattro, ottantacinque, ottantasei, ottantasette, ottantotto, ottantanove, novanta».

Quando Colombo terminò la conta aveva le lacrime agli occhi. Rita la pelle d’oca.

Fece una pausa. Respirò a pieni polmoni. Poi ricominciò.

«Io c’ero quella sera, quella notte e tutte le altre a venire, non è stato un gioco o uno scherzo, questo mi sembra di avertelo già detto. Il terremoto è una brutta cosa! È la natura che si scatena e non esiste modo di fermarla, di arginarla, di limitare la potenza della sua forza distruttiva e quello del ventitrè novembre del millenovecentottanta è stato un terremoto di forte intensità: magnitudo 6.9 della scala Richter, X o addirittura XI grado della scala Mercalli.

Ogni volta che in televisione mandano le immagini di tragedie avvenute in vari e svariati posti, località, la prima cosa che salta all’occhio sono le divise fluorescenti dei soccorritori, le barelle, la gente sopravvissuta sostenuta e aiutata ad allontanarsi dal luogo del disastro. Quando è successo qui i soccorritori siamo stati noi. Sono passati giorni prima che il Governo, prima che lo Stato si decidesse a fare qualcosa. E suonava strano doverlo fare e vuoi sapere perché? Da che mondo è mondo le nostre terre, la nostra gente è stata solo manodopera al servizio del signorotto locale, del principe o del mezzadro, a seconda del periodo storico di riferimento, contadini dediti al lavoro cui spettava solo versare il dovuto, privi di diritti e di dignità. Noi siamo, eravamo, abituati a considerare lo Stato e il Governo, nello stesso modo dei nostri antenati… la notte del sisma, il giorno dopo e quello successivo ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo costruito dei ripari, abbiamo recuperato il necessario dalle abitazioni e chi aveva la possibilità si è spostato in campagna, si è allontanato dal paese. Nei centri più colpiti, dove ci sono state un’infinità di vittime, si è pensato anche a questo, scavando a mani nude tra il fango, il dolore, le lacrime, i pianti e la paura. Perché la terra non ha smesso un attimo di tremare. In molti casi sono arrivati prima i volontari dell’esercito, dei vigili del fuoco o di chiunque altro avrebbe dovuto ricevere l’ordine di intervento immediato.

E vuoi sapere una cosa? Per noi non era strano, era normale che ognuno dovesse pensare a se stesso, alla propria famiglia, ai propri parenti e vicini, nessuno si aspettava nulla da alcuno, Stato o Governo che fosse. Non era tempo di riscossione dei tributi. Ma loro sapevano di aver sbagliato, lo sapevano e, vista la gravità dell’accaduto, non potevano permettersi di mostrare ancora disinteresse, per la comunità internazionale… in fondo eravamo già agli anni Ottanta e l’informazione aveva fatto discreti passi in avanti, tu me lo insegni. Infatti, non appena le agenzie hanno cominciato a battere la notizia, sono arrivati fiumi di aiuti da molteplici Paesi vicini e lontani, solo a Roma le notizie erano confuse. “Fate presto” fu lo slogan della missione, ripreso anche dal pittore Warhol nel suo famoso “Urlo”, bisognava fare presto ma intanto erano passati giorni senza che nessuno muovesse un dito. Le valanghe di soldi stanziati per la ricostruzione sono lo scotto che hanno voluto pagare per sentirsi meno in colpa, per dimostrare a se stessi e al mondo intero che non eravamo stati abbandonati, in più c’era da guadagnare tanto e questo per molti è un motivo più che sufficiente per speculare anche sul dolore.

E così, per eventi che esulano dalla nostra volontà e dal nostro comportamento, da perfetti sconosciuti siamo diventati protagonisti di un linciaggio continuo e guarda caso questo è accaduto proprio nel momento in cui abbiamo smesso di pagare e abbiamo cominciato a riscuotere. Non è il terremoto l’unica bestia di cui aver paura, c’è anche l’Uomo. Comunque è vero anche che quando la terra trema tutto si può nascondere e tutto si può trovare».

(“E la terra tremò”, Irma Loredana Galgano, inedito)

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