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Irma Loredana Galgano

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Gli sdraiati

31 martedì Dic 2013

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Michele Serra nel suo nuovo libro, Gli sdraiati, edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, nella collana I Narratori, uscito nella versione cartacea a Novembre, trascrive la sua attenta analisi della società contemporanea, attraverso gli occhi maturi di un padre, separato dalla moglie, il quale alla soglia dei cinquantanni si guarda intorno con occhi increduli e osserva il mondo che lo circonda, basito…http://www.leggereacolori.com/letti-e-recensiti/recensione-di-gli-sdraiati-di-michele-serra/

© 2013 – 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Splendore

27 venerdì Dic 2013

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splendore

Splendore di Margaret Mazzantini, edito dalla Mondadori in formato cartaceo e digitale, è un romanzo che parla dell’amore ma soprattutto del dolore. È un libro intenso, profondo, a volte impegnativo come vuole da sempre la scrittura dell’autrice che indaga fin nel profondo dei suoi personaggi, scovando il loro lato segreto, nascosto, celato alla vista dei più ricoperto com’è dalle innumerevoli maschere di pirandelliana memoria che indossano per omologarsi, integrarsi, accettarsi in società, come la nostra, dove troppo spesso l’apparenza conta più della sostanza.

Guido e Costantino sono due ragazzi che nascono simbolicamente sotto lo stesso tetto, abitando entrambi nello stesso palazzo, ma mentre per andare a casa del primo bisogna salire, nel secondo caso bisogna scendere. Il primo è romano con una madre cresciuta in Belgio, il secondo è di origini pugliesi. Guido è figlio di un medico, Costantino del portiere dello stabile.

Servi di una volta, svelti a pulire, discreti a fare e andare. […] Mi dissero che erano andati in pensione, erano tornati giù. In quel generico giù, riconobbi l’Italia, il suo spirito, quella sua cronica divisione interna per ogni cosa. Un Paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina.

Non si capacitava da bambino Guido della rassegnata tranquillità della famiglia di Costantino, non riusciva a capire come potessero essere felici in quei locali umidi, poco illuminati, poco areati quando lui era un completo tormento interiore pur essendo circondato da ambienti, mobili e suppellettili di pregio. Avrebbe voluto incolpare di tutto sua madre che lo lasciava sempre solo, in compagnia di governanti invisibili, ma l’atteggiamento venerante del padre gli impediva di provare questo genere di sentimenti nei riguardi di Georgette.

Mi sembrava normale che lei non sentisse il desiderio di spendere il suo tempo con me in quelle attività mediocri, ripetitive. La immaginavo a scalare ben altre meraviglie, colmo di devozione come mio padre. Vivevo ai piedi di un altare, di un simulacro incendiato di promesse, mi specchiavo beato per riverberare un goccia del suo splendore.

È una continua lotta quella che devono affrontare Guido e Costantino, contro se stessi prima, l’uno contro l’altro poi e in ultimo contro la società che vuole a ogni costo imporre le proprie ferree regole e non concede sconti, neanche in nome dell’amore.
I loro impulsi sono generati da violenze subite, ma poteva anche non essere così, e il loro sarebbe stato semplicemente desiderio di vivere e condividere un sentimento con la persona con la quale senti di poter vivere una vita insieme, la tua vita, sulle cui scelte pensi di avere diritto di veto e di voto fino a quando non realizzi che non è tanto semplice fuggire dal dolore e dal male che lo accompagna, soprattutto quando questo veste i panni di un aggressore che ti prende alle spalle e scarica sul tuo corpo inerme la sua rabbia.

La paura è la più grande memoria dell’uomo.

Costantino questa paura non se la scorderà più, invece Guido non vuole dimenticare le sensazioni di prima … guardavo il filare delle luci incespicanti e sapevo che la vita era esattamente così, una lampadina sporca appesa a una fune elettrica il cui unico generatore di corrente è l’amore… e non riesce proprio a voltare pagina e andare avanti anche perché, contrariamente a Costantino che si ritrova circondato di persone che gli vogliono bene, lui rimane completamente solo, con i ricordi capovolti del suo passato, e non trova diversa via d’uscita che non sia correre veloce verso iltrip del futuro.
Del romanzo della Mazzantini bisogna guardare l’insieme ma anche soffermarsi sui dettagli, sullo sfondo, sui personaggi, su quello che dicono, sul perché lo dicono… è necessario fondere il tutto e osservarlo da diverse angolazioni, solamente in questo modo si può godere appieno del suo splendore.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2013/12/27/recensione-di-splendore-di-margaret-mazzantini-mondadori-2013-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Rollercoaster

19 giovedì Dic 2013

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Rollercoaster di Andrea Mariani è disponibile da novembre in versione digitale edito da MEME Publishers Paris. Lo si può definire un noir metropolitano ma anche una rocambolesca avventura al limite dell’incredibile.
E, proprio come quando si sfreccia incollati ai sedili di gomma con le protezioni che ti strizzano la cassa toracica, leggendolo a tratti sembra veramente mancarti il respiro per la velocità delle sequenze narrative e la quantità di accadimenti e incidenti che si susseguono e si accavallano ininterrottamente dall’inizio alla fine, che poi tale non è.
Pur essendo ambientato in una grande città come Milano, l’azione sembra svolgersi in un luogo ristretto dove tutti gli agenti si ritrovano coinvolti in vicende e vicissitudini, dando al lettore l’impressione di assistere a una commedia dell’equivoco.
I temi trattati sono molteplici e vanno dal malessere sociale alla tossicodipendenza, dallo spaccio di stupefacenti a devianze di vario genere, ma l’autore preferisce non soffermarsi a lungo su questi, evitando di dare input in tal senso al lettore, il quale vede scorrere una serie di situazioni terribili, drammi umani, omicidi, suicidi, stupri e violenze varie senza avere il tempo quasi di razionalizzarli.
Va sicuramente riconosciuto il merito a Mariani di non aver voluto rappresentare o raccontare di immagini stereotipate bensì di aver mantenuto, nella costruzione dei suoi personaggi, una certa originalità. In alcuni passaggi ci si interroga sul perché abbia fatto prendere delle decisioni ai protagonisti piuttosto di altre quasi dimenticando che questi, per la gran parte della narrazione, agiscono sotto l’effetto di stupefacenti o annebbiati dai fumi dell’alcool e spaventa quasi il fatto che siano proprio i più cattivi ad agire con più razionalità, forse perché avvezzi a barcamenarsi in situazioni ad alto rischio.
Nico intenerisce per la sua ingenuità, per l’eccesso di zelo e per l’enorme fiducia che ripone in Valerie che sembra proprio non meritarle le sue attenzioni, finendo per trascinarlo in una disavventura dopo l’altra e riuscendo sempre a preferire la scelta sbagliata.
Stucchevole la figura di Walter, perché troppo crudele, infido, ambiguo e opportunista… fa rabbrividire il pensiero dei tanti come lui nascosti dietro le maschere bon ton che indossano come una seconda pelle.
Sortisce più o meno lo stesso effetto l’avvocato de  Martinis, talmente intento a mantenere intatte le apparenze da perdere completamente i lumi della ragione.
E Angus incattivito dalle ingiustizie subite… troppe per un giovane ragazzo alla cui vita viene dato il peso di un alito di vento, e lui nell’anelito di speranza di vendicare i torti finisce col diventare il carnefice di se stesso.
Su tutti poi incombe la figura del brigadiere Locascio, che dovrebbe garantire protezione ai cittadini, vigilare affinché l’ordine pubblico sia mantenuto e assicurarsi che giustizia sia fatta… atteggiamenti lontani anni luce dal suo effettivo comportamento, svuotato com’è di ogni se pur minimo interesse o buon proposito e intento solo a rifornirsi e imbottirsi di cocaina.
Il finale che in realtà è una ripartenza lascia presagire nuove avventure e ci si interroga su dove condurrà questa volta Nico quella punkettara di Valerie.

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“L’uomo di Lewis” di Peter May (Einaudi Stile Libero, 2013)

17 martedì Dic 2013

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Peter May, L'uomo di Lewis

Einaudi ha pubblicato, nella collana Stile libero Big, L’uomo di Lewis (The Lewis man): si tratta del secondo capolavoro della Trilogia di Lewis (The Lewis Trilogy) di Peter May, giornalista, sceneggiatore televisivo, soprattutto scrittore, nativo di Glasgow in Scozia ma residente in Francia; il quale, ancora una volta, non delude le aspettative e regala ai lettori un libro pieno e profondo, coinvolgente e sconvolgente.

Certo L’uomo di Lewis di May ha poco a che vedere, per struttura e narrazione, con i libri della Christie. Non si cerca in esso il delitto o l’investigatore perfetto e, forse, è anche per questo che non si può che essere d’accordo con Massimo Carlotto quando lo definisce «Un ottimo noir ma soprattutto un grande romanzo».

La storia che Peter May ha scelto di raccontare abbraccia numerosi e svariati temi che vanno dai crimini irrisolti all’amore coniugale, dal maltrattamento degli orfani alla demenza senile, dal bullismo di teppistelli in erba e delinquenti navigati al legame profondo che unisce due persone anche quando queste pensano di non rincontrarsi mai più.

Tormod o Johnny, come lo chiama lei, e Ceit, Fin e Marsaili, Fionnlagh e Donna… tre grandi amori, tre generazioni che vivono la loro sofferta passione affrontando la vita e tutto ciò che ne consegue. Su ognuno di loro grava il peso di un segreto, di un rimorso, di un rimpianto, di una perdita, nonché il cadavere del giovane Peter, ritrovato dopo anni ancora intatto in un campo di torba.

È dal ritrovamento del corpo che parte la narrazione, dall’oggi di una vicenda che può trovare la sua soluzione solamente scavando nel passato, soprattutto in quello dei personaggi coinvolti. Così Marsaili scopre che suo padre non è chi dice di essere; per lei diviene uno sconosciuto ancora più distante di quanto la sua malattia non lo abbia già allontanato da lei, da sua madre, come dal resto del mondo, lasciandolo tornare al tempo in cui era veramente se stesso.

«Vedo il vento arruffare il pesante vello invernale delle pecore che pascolano sull’erba dolce e salata, ma non arrivo a sentirlo. E nemmeno arrivo a sentire l’oceano, là dove s’infrange sulla scogliera. Splendide onde bianche spumeggianti piene di sabbia e di rabbia. Dev’essere per via dei doppi vetri. Alla fattoria non li abbiamo mai avuti. Lì sapevi di essere vivo, con il vento che sibilava attraversi i telai delle finestre e soffiava giù dal camino il fumo di torba. C’era posto per respirare, c’era posto per vivere. Qui le stanze sono così piccole, isolate dal mondo. È come stare in una bolla. Quel vecchio mi sta di nuovo guardando dallo specchio. Gli sorrido, e lui ricambia. Ovviamente l’ho sempre saputo che si trattava di me. E mi chiedo come stia Peter in questi giorni».

Peter May

Se la mente di Tormod non avesse viaggiato indietro nel tempo e non avesse lasciato che lui raccontasse, rivivendoli, gli episodi salienti della sua infanzia, la figura dell’attrice Morag McEwan sarebbe apparsa di sicuro meno piacevole e familiare al lettore; il quale, potendola identificare con la dolce e indifesa Ceit è incline a perdonarle le sbronze continue e il lassismo nel quale sembra vivere. È una maschera quella che indossa e le permette di convincersi di possedere una corazza dura che non può essere realmente scalfita. Era lo stesso quando da bambina doveva difendersi da un mondo di adulti che la consideravano un peso, o peggio, un’occasione.

Grande merito va sicuramente riconosciuto anche aChiara Ujka, la traduttrice che ha sapientemente riprodotto nella nostra lingua le atmosfere del racconto di May. Un misto di italiano, inglese e gaelico, una profusione di aromi intensi che lasciano il lettore a tratti stordito come fosse anch’egli annebbiato dal fumo della torba o risucchiato dal vento gelido che scuote i corpi e le menti degli abitanti delle Outer Hebrides (Ebridi Esterne).

Le riflessioni di May sulla vita, sugli uomini e sui loro pensieri invitano a pensare, a fermarsi un attimo, a riprenderci un po’ del nostro tempo, per assaporarlo e fare lo stesso con i nostri affetti più cari. «Entriamo in quella casa di riposo e non vediamo che un sacco di ospiti lì seduti. Sguardi assenti, sorrisi tristi. Li liquidiamo definendoli semplicemente… be’, vecchi. Persone finite, che non meritano più che ci si preoccupi di loro. Eppure dietro quegli sguardi ognuno di loro ha avuto una vita, una storia da raccontare. Di dolore, amore, speranza, disperazione. Tutte le sensazioni che proviamo anche noi. Diventare vecchi non li rende meno umani, o meno reali. E inoltre, domani ci saremo noi al posto loro, lì seduti a guardare i giovani che ci liquidano definendoci semplicemente… be’, vecchi».

May si sofferma a lungo nel racconto dei luoghi simbolo della sua Scozia, sulle caratteristiche del territorio ma anche sugli abitanti, sul loro stile di vita, sull’ingenuità di alcuni e la crudeltà di altri. Il racconto dei luoghi natii che si sono lasciati per vari motivi ma che si portano sempre con sé, dentro di sé, è tema comune e non ha risparmiato neanche il regista, novello scrittore, Ferzan Ozpetek.

«Il cielo le riempie gli occhi. Un cielo che il vento riduce a brandelli. Un cielo che lascia filtrare come lampi improvvisi di un flash gli sprazzi di luce che si rovesciano sui pascoli abbandonati, dove le bianche punte degli eriofori turbinano nei violenti e frenetici vortici d’aria».

«Così la gente di Lewis… sopravvive da secoli. E in quest’epoca di incertezza economica, mentre il costo del carburante aumenta, le famiglie con le stufe, cucine economiche e uno sbocco per il fumo sono ritornate in massa alle tradizioni degli antenati. In questo modo il solo costo per il riscaldamento di una casa è dato dal dispendio della propria fatica…».

http://www.sulromanzo.it/blog/l-uomo-di-lewis-di-peter-may

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Solo per Amore. Luz

16 lunedì Dic 2013

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Solo per amore. Luz - Carlotto-Videtta 

 Il quarto noir di Massimo Carlotto e Marco Videtta dedicato alla serie Le Vendicatrici, pubblicato a Novembre da Einaudi nella collana Stile Libero Big, segna anche la conclusione del ciclo dedicato alle vicende, alle vicissitudini ma soprattutto alle vendette di Ksenia, Eva, Sara, Luz e della loro grande famiglia allargata. Il libro di Carlotto e Videtta è senza dubbio un grande romanzo moderno, che rompe gli schemi classici della narrativa di genere e penetra nell’anima del lettore grazie alla sua forza, all’intensità delle parole e delle immagini a cui rimandano. In Solo per amore. Luz più volte viene posto l’accento su quello che si trova dietro i traffici, commerciali e non, legali e non, che mirano solo al profitto, al guadagno e all’arricchimento a ogni costo; gli autori letteralmente sbattono in faccia al lettore il rovescio della medaglia e lo fanno in maniera talmente repentina che nessuno può fingere di non aver ben chiaro che dietro a tutto quel giro di soldi ci sono delle persone, per la gran parte donne, le cui esistenze diventano merce di scambio, prezzate da vive e da morte. La gente non aveva ancora capito come funzionava. Le persone sparivano e diventavano personaggi di trasmissioni televisive specializzate che ne trattavano i casi anno dopo anno. Fornivano informazioni, chiedevano aiuto e sostegno per ritrovarle. Ma non capitava mai, perché l’unica verità da raccontare era che il mondo è pieno di predatori che si alzano la mattina con l’unico scopo di impadronirsi di altri esseri umani. Ci sono voluti anni a Luz per trovare quell’armonia che credeva non avrebbe mai più perduto fino al giorno in cui incontra Mirabel e viene improvvisamente catapultata indietro nel tempo, a una vita che pensava non le appartenesse più come i luoghi ove si era consumata. Prende a cuore la storia della ragazza e deicide di aiutarla come qualcun altro ha fatto con lei, perché è veramente giovane Mirabel, inesperta, incinta e sola. Mai avrebbe potuto immaginare Luz che l’incontro con Mirabel avrebbe fatto da preludio a quello con Wilson e che da quel momento in poi l’equilibro della grande famiglia avrebbe cominciato prima a vacillare poi a rischiare di precipitare nel nulla assoluto se la determinazione di Sara non avesse impedito l’incarcerazione a vita di Ksenia. Mirabel nota in lei un atteggiamento diverso da quello tenuto dalle donne che ancora vivono nel paese da dove ne viene anche Luz, la Colombia, e cerca a suo modo di avvertirla a cosa sta andando incontro. Hai dimenticato molte cose del tuo paese… […] il che è un bene se non hai intenzione di tornarci, ma può essere un male se quelle cose tornano da te. Suggestive anche le figure di Angelica e Felix che fungono da collante al vario susseguirsi di personali vicende, drammi e passioni, che vivono in sordina, di riflesso, ma non per questo senza un loro determinante contributo alla soluzione. Rimane un profondo senso di amarezza al termine della lettura, dovuto alla rabbia per le ingiustizie narrate, per la volontà di cancellarle per sempre o per lo meno, seguendo la linea guida delle protagoniste, vendicarle.

http://milanonera.hotmag.me/?p=9987

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Ora sei mia

02 lunedì Dic 2013

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Ad Anna sono bastati pochi istanti per perdere le sue certezze e smarrirsi nel labirinto di passione del giovane Eric. Una vita intera vissuta nel rispetto di regole che lei stessa si è data per ritrovarsi persa in un vuoto di paure, bugie e umiliazioni. Nel giro di poche ore le attenzioni di Anna si spostano dai conti in tasca del marito, che vuole a ogni costo un’auto nuova, agli attributi dello statuario Eric che tra mille sembra volere proprio e solo lei. Una buona posizione lavorativa, un compagno che la ama, una figlia che la adora, una bella casa e forse una nuova auto… sarà proprio il timore di perdere tutto questo che renderà Anna talmente fragile da farla facilmente cadere nella rete del giovane pubblicitario. Lei vuole che nulla cambi, che nulla si sappia e che nessuno scopra e sarà così intenta a cercare di tenere tutto nascosto che, almeno inizialmente, non sembra neanche rendersi conto di quanto effettivamente sia pericoloso Eric. Lo sottovaluta al punto che sua madre, Kathrine, pensa non ci sia nulla di male nell’affrontarlo faccia a faccia. Anneli ha pagato per il figlio e Kathrine per le colpe di Anna… rimane un senso di profonda amarezza per quanto accaduto alla seconda, soprattutto per il finale che Koppel ha scelto di regalare. Un po’ troppo romantico per un thriller e un po’ troppo forzato per il taglio scelto per la storia. Helsingborgs Dagblad afferma che “le atmosfere dei romanzi di Hans Koppel ricordano i film di Alfred Hitchcock” e in effetti le pagine del libro ricordano le scene di suspense regalate dalle pellicole del maestro del brivido ma un più occasioni appaiono fuori tempo. Ciò che spaventava ai tempi delle prime dei film di Hitchcock ora quasi fa sorridere. La vita, la cronaca, la tv e il cinema vanno ben oltre ormai, purtroppo. Ora sei mia è un thriller che scava nel lato oscuro del desiderio ma è anche un libro che indaga nel profondo delle fragilità e debolezze umane. Anna cede alle lusinghe di Eric non tanto perché fortemente attratta da lui quanto per voler sperimentare in prima persona le esperienze narrate dalle colleghe e da lei sempre mal viste e mal giudicate. Non c’è un forte intrigo di passioni e desiderio tra le mura dell’hotel che li ospita, piuttosto piccoli approcci lenti e fugaci, che egualmente fanno breccia nel cuore di Anna, la quale ha pensato di poter essere per un breve istante una donna diversa e cancellare poi il tutto semplicemente premendo il tasto reset. L’impossibilità di ciò ha reso lei sempre più fragile ed Eric sempre più aggressivo… un suo atteggiamento meno confuso avrebbe magari messo in guardia Kathrine per tempo, evitato di mettere in pericolo Hedda, la quale è rimasta indenne per motivi non del tutto chiari, e salvato il suo matrimonio per i suoi gesti e per il suo dire piuttosto che per la compassione di Lukas. Ogni legame ha un prezzo e ogni gioco ha le sue regole… è vero, ma lo è anche che ogni legame può anche spezzarsi e per vincere non basta conoscere le regole, bisogna anche cercare la soluzione.

http://milanonera.hotmag.me/?p=9929

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L’ira Funesta

27 mercoledì Nov 2013

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Paolo Roversi, L'ira funesta

Si accendono come led di una grande insegna luminosa i capitoli del nuovo libro di Paolo Roversi, L’ira funesta, edito da Rizzoli. Uno alla volta, per regalare al lettore un indizio, un giudizio, un’informazione, un’emozione… e alla fine tutti insieme per far luce sul quadro completo e il caso risolto.

Omar Valdes, con l’accento tonico sulla “e” per pronunciarlo Valdès, come tende a precisare lui stesso per stuzzicare i suoi interlocutori, è il maresciallo perfetto per il Piccola Russia, un microscopico borgo della bassa mantovana dove tutti sembrano restare immobili in attesa della svolta decisiva. Ore e ore trascorse nel silenzio del fìord a pescare mentre in paese si scatena il finimondo e riuscire lo stesso a scovare l’assassino, grazie alla pazienza, alla riflessione e alle puntatine in città per indagare sul passato e sul lato nascosto dell’ovvio e dello scontato.

Al maresciallo di tempo per pensare ne occorre e tanto anche… tempo per pensare e per sanare ferite profonde «…Io sono rimasto con niente». La frustrazione e quel terribile senso di impotenza Valdes riesce a tenerli a bada solo isolandosi dal resto del borgo e lasciandosi cullare dal fiume e dal paesaggio che lo circonda, più volte ritrovandosi a parlare con i pesci che pesca e rigetta in acqua, in un ritmico gioco di tira e molla all’infinito che più che uno sport sembra essere diventata una dipendenza. Non riesce a integrarsi e socializzare perché non comprende più l’attaccamento a futili motivi o desideri; quando sei pronto a dare la vita per proteggere gli altri da un Male profondo pensi che per gli altri la tua vita abbia un valore e quando realizzi che così non è, «[…] mi sono sentito uno sradicato per anni», non è poi tanto facile ricominciare daccapo. Non gli interessa parlare di argomenti che non lo toccano, a meno che non riguardino l’indagine in corso, tranne che con Giulia. Con lei è diverso perché lei è diversa e anche se non se le sono ancora raccontate hanno tante cose in comune.

Giulia angosciata per quanto ha visto a Lampedusa, Omar per quanto vissuto nella lotta contro la mafia… L’aver voluto inserire nel testo questi temi rende onore allo scrittore, si dovrebbe parlare sempre e sempre più spesso di questi argomenti e ben vengano progetti come la graphic novel su Lia Pipitone.

Paolo Roversi

Riuscire a non fermarsi alla superficialità di dati e fatti è forse la qualità migliore del maresciallo Omar Valdes e lo è certamente anche della scrittura di Roversi. C’è voluto di sicuro un gran coraggio per portare le storie nei luoghi della sua infanzia e c’è voluta sicuramente una grande abilità nel non lasciare che il tutto si trasformasse in un viaggio nei luoghi della memoria e del passato.

A tratti sembra che l’autore abbia voluto marcare troppo facendo diventare i personaggi delle caricature, ma forse è dovuto al fatto che il piccolo borgo, messo sotto la lente di ingrandimento e con i riflettori puntati addosso, doveva inevitabilmente finire con il risultarne deformato.

L’aver voluto porre l’accento sui trascorsi da combattente della Crimor di Valdes come sulle opinioni critiche della cronista Giulia riguardo ciò che effettivamente accade a Lampedusa contribuisce a elevare il testo di Roversi a un livello superiore e rimandano alle parole di Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran, Adelphi): «non sminuire mai, in nessuna circostanza, un’opera letteraria cercando di trasformarla in una copia della vita reale; ciò che noi cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un’epifania della verità».

L’ira funesta non è quella che esplode in un momento di rabbia perché hai dimenticato di prendere le tue medicine o perché hai un gran mal di testa, l’ira funesta è quella rabbia che covi dentro per anni, che ti rode e ti corrode fino al punto in cui non riesci più a contenerla ed esplode, più dannosa che mai, e si scaglia contro il nemico come un fulmine a ciel sereno. L’ira funesta è quel dolore profondo che ti attanaglia, quel senso di impotenza che ti toglie finanche il respiro, quel desiderio di rivalsa che ti spinge oltre il pensiero. L’ira è funesta quando non solo genera male, ma è generata essa stessa dal male.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-ira-funesta-di-paolo-roversi

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“La notte di Praga” di Philip Kerr (Piemme, 2013)

23 mercoledì Ott 2013

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AghataChristie, ElleryQueen, La notte di Praga, Philip Kerr, Piemme, TerzoReich

aPrague Fatale è l’ottavo romanzo scritto da Philip Kerr della serie dedicata al commissario Bernhard Gunther, uscito nel 2011, edito quest’anno in Italia dalla casa editrice Piemme, nella versione tradotta dall’originale in lingua inglese da Elena Orlandi, con il titolo La notte di Praga. Otto thriller storici ambientati nella Germania nazista e un commissario della Polizia Criminale, la Kripo, che lo sfida, questo Reich a cui non riesce proprio a piegarsi.

Forse passione per la storia, forse umana pietà per le vittime dell’eccidio, di sicuro la scelta di Kerr di orientare i suoi scritti verso questa tematica si rivela felice. È di sicuro un argomento che tira, su cui sembra non sia mai stato detto abbastanza: film, documentari, approfondimenti, ricorrenze, musei, libri… una valanga di dati e numeri su cui riflettere, una catastrofe su cui meditare, uno sterminio da non dimenticare. Certo. Ma viene da chiedersi quanto valore abbiano agli occhi dell’autore e degli stessi sopravvissuti le stragi compiute sempre per mano di occidentali ai danni di altre, numerose, infinite, popolazioni autoctone: nativi americani, indigeni, aborigeni, africani, slavi, solo per citarne alcuni della storia recente, palestinesi e siriani per citarne altri della storia presente.
Se Male viene definito il Terzo Reich, per le atrocità inflitte agli Ebrei, tale devono essere considerati tutti i Governi che egual sorte hanno riservato a popoli di diverso nome ma ugual Genere, “Umano”. Continua a leggere →

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Cellophane

22 martedì Ott 2013

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Cellophane Copertina

Storia dal taglio decisamente originale quella narrata da Cinzia Leone nel suo nuovo libro: Cellophane, edito da Bompiani. Aurora non doveva nascere, per i suoi genitori è servita a rimpiazzare la sorella scomparsa prematuramente, e come tale l’hanno sempre trattata, o più propriamente ignorata. Un sostituto che rifiuta di essere tale è meglio arginarlo ai limiti di una vita che lei ha iniziato a sentire sua solo quando si è messa a frugare nell’immondizia altrui. Tasselli di vita gettati via in sacchetti di plastica le sono serviti a ricostruire il puzzle della sua esistenza. Costeggiando i margini di una società nella quale non si riconosce, muovendosi e vivendo nel sottobosco, Aurora, grazie alla sapiente mano dell’autrice, accompagna il lettore in un viaggio a ritroso nel tempo, a un periodo della storia recente ormai quasi da tutti dimenticato, fatto di auto color pastello, di televisori in bianco e nero ma soprattutto di discariche a cielo aperto, nelle quali confluiscono tutti i sacchetti dell’immondizia e non solo. Ancora prima della raccolta differenziata, del riciclaggio e del compostaggio, quando si teneva ciò che serviva e si buttava quello che si voleva eliminare o tenere nascosto, mai immaginando che qualcuno andasse a frugare nell’immondizia, nei cassonetti o alla discarica e che cercasse con molta attenzione di ricollegare ogni rifiuto al suo legittimo proprietario. “Finisce per esserci molta più verità in quello che abbandoniamo che in quello che decidiamo di trattenere” è la linea guida di Aurora la quale attraverso i rifiuti ricostruisce, o immagina di farlo, le vite degli uomini e delle donne ai quali sono appartenuti gli oggetti che osserva, studia, esplora come reperti tutti di una vita vissuta. Con un lavoro come disinfestatore e con l’ossessione di frugare nella spazzatura non poteva non finire immischiata in un affare “sporco” dal quale ne esce immune in una maniera che può sembrare anche troppo facile o romanzata ma che invece, in fondo, è molto sofferta e la seconda chance che la vita le offre non è che un risarcimento per la prima mai avuta. Aurora non ha paura della vita, perché non ha paura di perderla, e non ha paura neanche della morte, ci convive ogni giorno. “Solamente gli uomini ormai mi fanno paura” dice, perché lei ne indaga il lato più oscuro, quello più vero.

http://milanonera.hotmag.me/?p=9859

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