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Irma Loredana Galgano

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Il male dentro

05 mercoledì Mar 2014

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il male dentro

Lo scorso marzo Cairo editore ha pubblicato Il male dentro di Maria Giovanna Luini. Un libro intenso. Attuale. La Luini non si è lasciata tentare dal dramma, ha narrato della vita reale, quella vera e della malattia, anche quella reale, che affligge tante persone, troppe. «Tanti puntini rossi che vagano in giro per il mondo e che sembrano una piccolissima parte di esso… ma quando varchi la soglia di un Istituto oncologico la prospettiva inesorabilmente cambia e i puntini rossi diventano la maggioranza e allora ti sembra che tutto il mondo sia cancro». Non è facile, per nessuno. Per i pazienti, ovviamente. Per i loro familiari e affetti. Ma anche per i medici che ogni giorno, ogni momento devo convivere con la malattia che ha colpito le persone che hanno di fronte o che colpisce loro. Forte anche della sua esperienza professionale la Luini narra del mondo ospedaliero in una maniera tanto realistica quanto efficace, lasciando trasparire l’operato dei medici ma anche i loro pensieri, i loro tormenti e in particolare il modo in cui cercano di esorcizzare il dolore e la paura. Alcuni lo fanno immergendosi in relazioni e rapporti extraconiugali, altri mascherandosi da cinici, altri ancora impegnandosi per dare il massimo nella speranza di ottenere un adeguato risultato. Alla fine tutti o quasi sono destinati al crollo perché la situazione è quella che è e i rimedi palliativi che hanno escogitato tali rimangono.  «Il cancro non è solo corpo, è anche mente! Il tumore è un’idea. La sua parte fisica in fondo è il meno. Il problema vero è che dal cervello, dall’anima, non te lo levi più. E io voglio un’altra anima, adesso». Non è una ricompensa quella che sta cercando Anna congedandosi da Barbara e Stefano, è una rinascita. «L’Istituto che cura i tumori. Era pronta, non sarebbe stato differente da qualsiasi altro ospedale: aveva già visto drammi e affrontato interventi a rischio altissimo, la morte non la turbava». Ma erano tanti gli aspetti che Barbara aveva sottovalutato… «La notò chiudere gli occhi. Sotto i polpastrelli il battito enorme, tumultuoso del cuore. La paura aveva rumori, il primo e più evidente quel martellare nel torace a un’intensità palpabile», poi la forza, la speranza o la rassegnazione, la dignità o la disperazione e su tutti i fronti un grande coraggio.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/03/05/il-male-dentro-maria-giovanna-luini-cairo-2013-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il ritratto scomparso

18 martedì Feb 2014

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A gennaio di quest’anno la Melino Nerella Edizioni ha pubblicato Il ritratto scomparso di Patrizia Debicke van der Noot. Adrienne Lecrouet è una pittrice affermata, nota soprattutto per la sua abilità nel ritrarre i suoi committenti; dando così vita a tele meravigliose che sembrano raccontare la vita dei loro protagonisti tale è l’intensità e la profondità del tratto distintivo dell’artista. Adrienne non solo scava nel profondo dei soggetti che deve raffigurare, in maniera da imprimere al meglio il loro essere nel ritratto, ma sembra appassionarsi talmente al suo lavoro da mettere in gioco anche la propria anima che rimane indissolubilmente legata ai suoi lavori. Sarà proprio questo legame che la spingerà a indagare e andare sempre più oltre la coltre di mistero che avvolge la scomparsa, ormai decennale, di uno dei suoi ritratti più riusciti. Esattamente come la protagonista del libro, la quale riesce a intuire il carattere e la personalità dei soggetti da ritrarre e li fa rivivere attraverso i colori e i pennelli, l’autrice riesce, attraverso la sua penna, a dare vita ai protagonisti in maniera sorprendente, lasciando trasparire ogni sfumatura del loro carattere, della loro personalità, della loro angoscia e del loro dolore. Racconta della loro affannosa ricerca di una serenità meritata seguita a tragici eventi di cui sono stati loro malgrado testimoni, spettatori o vittime. Racconta in maniera minuziosa del loro carnefice, delle sue angosce, delle sue fobie e delle sue follie. Questa volta la Debicke van der Noot non è andata a scavare nel passato prossimo o remoto della nostra Storia alla ricerca di fonti o luoghi che la ispirassero, è rimasta nella contemporaneità del mondo moderno ed è riuscita lo stesso a ricreare atmosfere coinvolgenti che appassionano il lettore fin dalle prime battute del libro, soffermandosi a lungo sulle bellezze paesaggistiche e architettoniche della campagna francese, belga e italiana. Il ritratto scomparso di Patrizia Debicke van der Noot affronta con la sobrietà e l’eleganza proprie dello stile dell’autrice, un tema difficile, complicato, a tratti inquietante che si vorrebbe riuscire, nella vita reale, per sempre a cancellare.

http://milanonera.hotmag.me/?p=10087

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Taccuino di una sbronza

15 sabato Feb 2014

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taccuino

Bukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.

Taccuino di una sbronza è un testo centrato quasi interamente sulla figura di Bukowski, redivivo grazie al transfert di Carlo Boschi che in lui si immedesima al punto da credersi, o fingere di farlo, il vero Buk. È una paradossale commedia dei tempi moderni dove, in confronto a certi eventi contemporanei, la follia del Boschi finisce col diventare una perla di positività contrapposta all’avidità della società in cui viviamo.
Il libro di Roversi edito da Morellini Editore è una rivisitazione della versione pubblicata nel 2008 da Kowalski. Leggendolo traspare l’ammirazione che l’autore prova nei riguardi dello scrittore e anche il suo stile sembra piegarsi alla circostanza, ricalcando le linee guida della scrittura bukowskiana. A tratti sembra che il personaggio Boschi – Bukowski sia in realtà l’alter ego dello scrittore – Romeo, che condivide quasi in pieno le vedute del suo amico che pensa di essere diventato il suo idolo, con la differenza però che, al contrario di loro, Romeo non riesce a liberarsi dal giogo delle briglie e finisce col diventare ciò da cui Boschi e Bukowski sono fuggiti.
Roversi non manca di lanciare condivisibili stoccate al popolo italiano e ai suoi governanti, alla comoda credulità dei primi e alla bieca avidità dei secondi. Ne esce uno spaccato amaro della società meneghina che funge da oblò affacciato sull’intero mare nostrum che costeggia in lungo e in largo un Paese diretto sempre più alla deriva. Osservare il tutto attraverso il filtro Carlo Boschi – Charles Bukowski rende al lettore un po’ di quel buonumore positivo che serve per razionalizzare gli eventi, soppesare le reali aspettative e prospettive, nonché la forza dell’irriverenza necessaria per tracciare un ampio colpo di spugna indispensabile per compiere la grande virata di cui il nostro Paese ha bisogno.
Taccuino di una sbronza di Paolo Roversi è un libro che va letto, esattamente come lo scrittore da cui trae ispirazione, con lo spirito di un esploratore, di un argonauta e perché no anche di un sognatore e dopo averlo fatto si potrà fingere di non aver ben capito ma non si potrà più far finta di non sapere.

Paolo Roversi: È uno scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Definito dalla critica lo Scerbanenco post-moderno nonché il golden boy del giallo italiano. Affianca alla sua produzione di noir metropolitani libri, saggi e raccolte che narrano dello scrittore Charles Bukowski di cui è appassionato studioso. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi libri sono tradotti in Spagna, Germania, Francia e Stati Uniti. È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival; ideatore del Milano in bionda giallo e noir festival; direttore e fondatore di MilanoNera web press, mag e casa editrice digitale; direttore della collana Calibro9 di Novecento Editore.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/02/15/taccuino-di-una-sbronza-paolo-roversi-morellini-2014-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

 

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Jo Nesbo “Polizia” (Einaudi, 2014)

13 giovedì Feb 2014

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Lo scorso novembre la casa editrice Einaudi pubblica, nella versione tradotta in italiano da Eva Kampmann, Polizia (Politi) dello scrittore norvegese Jo Nesbø. La fama e la diffusione dei precedenti libri dell’autore lo hanno già consacrato maestro del crime e con Polizia Nesbø non smentisce le sue abilità. Il filo conduttore del romanzo è la ricerca forsennata da parte della polizia di Oslo del macellaio di poliziotti, spietato carnefice di agenti rei di qualcosa che scatena le furie dell’assassino. Ma cosa? Ce lo si chiede per l’intera durata del testo. Che sia negligenza o corruzione non lo si riesce a capire e quando iniziano a cadere anche i birilli forti davvero tutto viene rimesso in discussione. Il testo è diviso in quattro parti per cinquantuno capitoli ma non è solo questo, a ogni nuova pagina l’autore scopre un libro nuovo, capovolto. Nesbø possiede ottime doti di scrittura e composizione, la struttura sembra una fitta ragnatela in continuo cambiamento, come la famigerata tela di Penelope che si tesse e si disfa all’infinito. Polizia non è solo un thriller è un viaggio nella Oslo moderna, nelle sue periferie, attraverso i quartieri malfamati e quelli borghesi, ma è anche un viaggio che porta all’esplorazione della mente umana, all’analisi delle sue devianze, alla riflessione del labile confine che separa i giusti dai criminali, i sani dai folli. La pazzia vista attraverso gli occhi di chi deve conviverci e combatterci ogni giorno, la normalità vista dagli occhi di chi tale non è, l’analisi di un mondo dove ciò che è ritenuto normale non esiste perché sono stati infranti i tabù, le ipocrisie e le finzioni e tutto e tutti lasciano trasparire ciò che realmente sono. Katrine era stata ricoverata nel reparto psichiatrico di Bergen per un periodo sufficiente da sapere che perfino i devianti non-criminali di solito non erano minimamente interessati a contribuire al benessere della società, e l’unica comunione che riconoscevano era quella con sé stessi e i propri demoni. Per il resto desideravano solo essere lasciati in pace. Ma questo non necessariamente significava che desiderassero lasciare in pace gli altri. E Nesbø pone l’accento anche su un altro aspetto della sua terra che dà adito al lettore a numerosi spunti di riflessione. Il sole stava calando dietro Ullern, e gli ultimi raggi orizzontali lambivano il paesaggio, le basse, sobrie palazzine che testimoniavano le origini umili della città, gli attici lussuosi con terrazze che raccontavano l’avventura del petrolio con cui all’improvviso la Norvegia si era trasformata nel paese più ricco del mondo, i tossici in cima allo Stensparken di quella piccola, ordinata città, in cui i decessi per overdose erano otto volte più numerosi che nelle metropoli europee otto volte più grandi. Ecco che Nesbø centra il bersaglio e mostra quella che è realmente la follia del mondo moderno: la distruzione volontaria dell’ambiente, del territorio e della propria persona correndo dietro a miraggi illusori quali il benessere economico e i trip degli stupefacenti ignorando e scavallando i sentimenti, quelli veri e profondi che se strappati e violati generano dolore, un dolore forte e un odio insaziabile perché nati dall’amore che è il motore della vita intera.

http://milanonera.hotmag.me/?p=10090

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“Quindici cadaveri” di Mark Oldfield (Newton Compton, 2013)

06 giovedì Feb 2014

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Mark Oldfield, Quindici cadaveri

Settembre 2013: la Newton Compton Editori di Roma pubblica, nella versione tradotta dall’inglese da Daniela di Falco, il primo volume della trilogia Vengeance of Memory, Quindici cadaveri (titolo originale The Sentinel), del criminologo Mark Oldfield, grande appassionato di storia e cultura spagnola. Il libro è stato selezionato per il Premio 2013 Ian Fleming Steel Dagger dalla Crime Writers’ Association.

Quindici Cadaveri non è un romanzo, non è un thriller e non è neanche un saggio di storia, ma può essere definito una perfetta commistione dei tre generi letterari. La trama romanzesca, che fa da sottofondo agli eventi criminosi e al clima di terrore che ne deriva, e il mistero che si cela dietro i fatti narrati ben si appoggiano sullo sfondo storico articolato su tre diversi livelli. Queste sequenze, pur partendo da punti distanziati l’uno dall’altro nell’arco temporale, convergeranno tutte sulla medesima linea focale, rappresentata simbolicamente dal reale protagonista del testo e si suppone dell’intera trilogia: il comandante Leopoldo Guzmán.

Il periodo storico portato all’attenzione del lettore da Mark Oldfield è la Guerra Civile Spagnola iniziata nel 1936, allorquando il generale Francisco Franco diventa capo del governo ribelle formato dai nazionalisti e, dopo tre anni di sanguinosi scontri, conquisterà il potere dell’intero Paese. In particolare, Oldfield si dilunga nella narrazione della Battaglia di Badajoz, descrivendo con dovizia di particolari le atrocità della guerra, dei soldati dell’esercito e di quelli mercenari,ma anche l’astuzia dei ribelli e soprattutto la comparsa sulla scena del comandante Guzmán nelle sembianze con cui il lettore lo conoscerà per gran parte del libro.

L’autore non si lascerà sfuggire occasione per ricordare al suo pubblico che un regime è tale indipendentemente dal colore e dai simboli inneggiati dai suoi sostenitori. Nero, rosso, falange, falce o martello non cambiano la sostanza: guerre, stragi, potere, supremazia, soprusi, stupri, assassinii, torture, restrizioni e costrizioni, tanta povertà e fiumi di sangue scorrono nelle vene e nel ricordo di chi non potrà mai dimenticare ciò che ha visto, sentito o compiuto.

Le spiegazioni e le motivazioni di certi argomenti o atteggiamenti non sono mai quelle che sembrano. È necessario scavare a fondo per comprendere determinati comportamenti, tenuti allo scopo precipuo di celare la verità e salvaguardare l’integrità propria e dei propri affetti. Oldfield ci restituisce un’immagine della Spagna, dell’Europa e del mondo intero diversa da quella universalmente riconosciuta, un’analisi che aiuta a comprendere certi meccanismi delle dittature e non solo.

Siamo nell’anno 2009 quando la professoressa di Storia Contemporanea Luisa Ordoñez ottiene i finanziamenti dall’Università Complutense di Madrid per istituire un gruppo di lavoro che analizzi la figura storica del comandante delle sentinelle Leopoldo Guzmán. Ana María Galindez,medico forense in servizio alla Guardia Civile, entra a far parte del team quasi per caso, conoscendo la Ordoñez durante i rilevamenti scientifici in una vecchia miniera abbandonata, dove erano stati rinvenuti quindici cadaveri. Vittime della Guerra Civile, della dura repressione che ne è seguita e che è durata molto tempo… la Galindez scoprirà a sue spese che in realtà non è mai terminata.

Mark Oldfield

Ana María Galindez si ritrova coinvolta, suo malgrado, in una fitta rete di spionaggio, criminalità organizzata e non, inganni, tradimenti, aggressioni e minacce; tutto questo perché il suo istinto le dice di indagare a fondo sulla vicenda e sulla persona del comandante Guzmán e di mantenere fede alla sua versione dei fatti svoltisi nel periodo tra il 1939 e il 1953, giungendo alle medesime conclusioni cui era giunto, 56 anni prima, il tenente Francisco Peralta, vice del comandante Guzmán: ci sono sempre dei validi motivi, soprattutto di natura economica, per cui non viene consentito alla società di cambiare radicalmente, profondamente: chi detiene il potere cerca sempre di mantenere l’ordine prestabilito e agendo in questo modo «[…] il presente rimane eterno prigioniero del passato».

Le ideologie basate sulla forza economica e militare come unici baluardi di gloria portano alla convinzione che esistano per l’umanità, esattamente come per l’esercito, rigide gerarchie corrispondenti non solo ai ceti sociali di uno Stato o Paese, ma anche a una piramidale strutturale dei vari popoli che non rivestirebbero, all’interno del sistema globale, lo stesso livello di importanza come uomini, donne, bambini, come popolazione bensì una rilevanza via via minore in relazione soprattutto alla loro condizione sociale ed economica. «L’idea di condividere un’esperienza con quegli operai grigi ed emaciati lo disgustava. Forse le loro scarpe facevano acqua ma, per quel che riguardava Guzmán, era giusto così. Erano nati per questo. Mentre per lui non c’era motivo di condividere le stesse privazioni, se poteva evitarlo. Come aveva fatto fino a quel momento».

Spesso queste teorie hanno dato origine a posizioni politiche e culturali, nei confronti di altre popolazioni, notevolmente inflazionate da preconcetti duri da scalfire e ridefinire. Si tende a considerare l’altro come il diverso, facendolo diventare una minaccia proprio per la sua diversità, ovvero per le sue differenze culturali, religiose e anche comportamentali ma questi non sono ostacoli insormontabili, basta andare a fondo della questione, indagare, conoscere e le differenze potrebbero anche diventare affinità. I cristiani, quando entrano in chiesa, tengono le scarpe e tolgono il cappello. I musulmani, quando si recano nella moschea, tengono il cappello e tolgono le scarpe. Ciò che può sembrare in prima analisi una grande differenza tra le due religioni, in realtà, nasconde una grande similarità insita proprio nel motivo del loro gesto, ovvero nel rispetto che entrambe mostrano per il luogo a loro sacro.

La professoressa Ordoñez con il suo studio voleva documentare che «Persone come Guzmán sacrificavano la propria individualità agli ideali e alla retorica della causa franchista. La responsabilità personale si riduceva a una costante adesione al rispetto e all’acquiescenza richiesti dallo Stato». La dottoressa Galindez le dimostrerà che «Il Guzmán che frequentava la chiesa, amava la musica, scriveva poesie […]», una volta abbracciata la causa politica «[…] ha cessato di esistere e un nuovo Guzmán ha continuato a scrivere il diario», ma le paleserà anche che ciò non è avvenuto per i motivi di cui era convinta, bensì per ragioni molto meno altisonanti che rimandano all’atavico istinto di sopravvivenza che porta a compiere delle scelte raramente in nome degli ideali, soprattutto se sono di qualcun altro, ma quasi sempre per preservare se stessi dalle atrocità e dai mali che poi non si ha remora di infliggere ad altri.

Quindici cadaveri di Mark Oldfield regala al lettore queste profonde analisi della mente e dei comportamenti, notevoli grazie anche alla formazione dell’autore, alla sua meticolosità nella descrizione e all’abilità di collegare ogni cosa al momento opportuno.

http://www.sulromanzo.it/blog/quindici-cadaveri-di-mark-oldfield

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“Gli incendi del tempo” (et al./Edizioni, 2013)

29 mercoledì Gen 2014

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14-07

Emilia Bersabea Cirillo è nata ad Atripalda e vive e lavora ad Avellino; di professione fa l’architetto ma soprattutto si dedica alla scrittura e alla ricerca di fonti di ispirazione che la conducano dritta ai suoi personaggi, protagonisti di storie mai scontate, mai deludenti, sempre particolari.

L’essenza del suo narrare è la vita, quella vera, quella di tutti i giorni, con i  problemi, le ansie, gli amori, le gioie e i dolori, i traguardi raggiunti e quelli mancati.

Viaggia molto la Cirillo, per l’Italia, per l’Europa, ma soprattutto per l’Irpinia, visitando i piccoli paesi arroccati sui costoni delle montagne, borghi antichi e moderni dove la tradizione si fonde all’innovazione ma soprattutto dove la “terra” la fa da padrona. Luoghi nei quali si respira, si assapora il legame che unisce gli abitanti al loro territorio. E la Cirillo lo racconta questo legame, lo fonde a nuove sensazioni, lo esporta per vedere l’effetto che fa da lontano e dà vita a racconti brevi di straordinaria eleganza, intensi, ricchi, pregni e pregnanti di emozioni, di considerazioni, di… vita.

Gli incendi del tempo, Capo lavoro, Océan, Il violino di Sena,Gli infiniti possibili, Sogno di sabbia, Tutto il suo compongono la raccolta che prende il nome dal primo racconto.  I versi di Paul Celan hanno ispirato il titolo alla Cirillo e molti altri autori e svariati loro componimenti  le sono serviti per introdurre, evidenziare o chiudere i suoi racconti.

La Cirillo ha sperimentato anche altri generi ma è sicuramente nel racconto breve che la sua scrittura rende il massimo splendore, sprazzi di vite narrate con un linguaggio pieno di rimandi.

Da un piccolo gesto quotidiano come l’apparecchiare la tavola per fare colazione la Cirillo ti porta, o meglio ti straporta in un mondo diverso, lontano, sconosciuto ma che non vedi l’ora di indagare, di capire, di conoscere.

“Le nostre vite sotto un cielo di ogni giorno. Sono state sconvolte all’improvviso, sotto quel cielo. Non puoi sapere cosa significhi lasciare tutto e dover partire, organizzare la tue cose in poche ore, essere in fuga… […] e non te lo voglio neanche raccontare in una giornata bella come questa”.

Senza dubbio alcuno va riconosciuto alla Cirillo il merito di aver inserito nel testo argomenti scomodi, difficili e ancor più onore le fa il non aver voluto nascondere l’ipocrisia che si cela dietro e davanti tali temi scottanti.

“Non dovevi dirmi questo… […] non dovevi passarmi il tuo dolore, come una trasfusione, proprio qui…”.

Le storie de Gli incendi del tempo raccontano di persone che sono volute andare e di altre che hanno preferito rimanere, di impavidi pronti a dare la vita pur di rincorrere un ideale e di borghesi sempre attenti a non farsi male, di profughi di guerra e clandestini via mare.

Le storie de Gli incendi del tempo sono come un caffè ristretto che va bevuto adagio, a piccoli sorsi, per avere il tempo e il modo di assaporarlo tutto, fino in fondo.

http://www.lastanzadivirginia.com/rivista-sciolti/192-gli-incendi-del-tempo.html

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La sentinella del Papa

25 sabato Gen 2014

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index

La sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot è stato pubblicato nel settembre 2013 dalla Todaro Editore di Lugano. È un giallo storico ambientato nel 1500, alla corte di Giulio II, Papa imperioso il quale ha voluto in Vaticano l’esercito delle guardie svizzere, che hanno fatto il loro ingresso ufficiale il 22 gennaio del 1506, capitanate da Kaspar von Silenen.

Neanche il tempo di ambientarsi e conoscere i luoghi che li ospitano che i nuovi arrivati si ritrovano a dover sbrogliare una matassa piuttosto ingarbugliata, fatta di omicidi, violenze, rapimenti, stupri, intrighi e messe nere… un groviglio apparentemente inestricabile che farà apparire ancor maggiori le doti del tenente Julius Aloysius von Hertenstein, protagonista indiscusso del romanzo, capace di tenere testa a pericolosi criminali nonché al Sommo Pontefice.   
La Debicke van der Noot dimostra di essere una grande studiosa, oltre che un’abile scrittrice, capace di ricostruire i tempi che furono e regalare al lettore un’immagine del passato scevra di ipocrisie e luoghi comuni, ricordandoci ciò che anche Martin Lutero aveva avuto modo di constatare durante la sua visita a Roma nel 1510: Giuliano (Giulio II) è il tipico esponente di una Chiesa che ha abbandonato la propria missione spirituale per seguire potere e ricchezza.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo alcune esperienze all’estero ha deciso di ritornare a vivere in Italia. È autrice di numerosi romanzi, gialli, thriller e thriller storici d’avventura. Nel 2010, con L’uomo dagli occhi glauchi ha ricevuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari. Nel 2012 è stata insignita del Premio alla Carriera nel corso del IX Premio Europa a Pisa per la narrativa gialla e noir al femminile. Nel 2014 è uscito Il ritratto scomparso edito da Melino Nerella Editore.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/01/25/la-sentinella-del-papa-di-patrizia-debicke-van-der-noot-todaro-2013-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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La voce degli uomini freddi

22 mercoledì Gen 2014

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La voce degli uomini freddi di Mauro Corona, pubblicato dalla Mondadori in versione cartacea e digitale a Novembre 2013, è stato definito una fiaba. In realtà leggendolo si ha una differente impressione. Più che di un racconto fantastico si ha come la sensazione di scorrere le pagine di un fantastico racconto di viaggio. Corona fa un resoconto della sua immersione nel mondo degli uomini freddi, narrando delle loro vite straordinarie in luoghi impervi dove strettissimo è il contatto e il rapporto con la natura, come tanti studiosi hanno fatto prima di lui, recandosi nei luoghi più estremi del pianeta per dare voce a chi altrimenti rimarrebbe muto in questo mondo cieco dove ancora purtroppo vige la convinzione che col denaro tutto si può. Uno dei pregi del libro di Corona e della sua scrittura è proprio l’aver mantenuto costante il punto di vista della narrazione, regalando al lettore una visione del mondo da una nuova angolazione, quella del popolo degli uomini freddi, i quali ci hanno ricordato, come già ci avevano insegnato i nativi americani, che quello che togli alla natura prima o poi lo devi restituire. Se usurpi a un torrente il suo letto lui se lo riprenderà, è cosa certa. Pagina dopo pagina l’autore svela il mistero degli uomini freddi, rivelando come hanno fatto a sopravvivere in un ambiente così ostile, come hanno imparato a difendersi dalle valanghe di neve, dalle bufere di vento, dalle tempeste di pioggia, di come hanno adattato il loro vivere all’alternarsi ritmico delle stagioni, ci racconta delle loro usanze, delle loro credenze, della loro magia e soprattutto di come hanno imparato ad affrontare e superare i pericoli della natura. Solamente ai propri simili non sono riusciti a sopravvivere perché questi hanno tolto loro il bene più prezioso. La terra è sacra… La terra è la nostra madre, i fiumi il nostro sangue. Perdere la nostra terra è come morire. L’indiano che è in noi muore con la perdita della sua terra natia (Mary Brave Bird, Lakota). Gli uomini freddi sono morti perché gli è stata tolta la loro terra, ovvero il loro mondo.

http://milanonera.hotmag.me/?p=10045

 

 

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Wool

14 martedì Gen 2014

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Hugh Howey, Wool

È arrivato anche in Italia, pubblicato dalla casa editrice Fabbri, quello che lo stesso editore nella nota definisce un caso editoriale. Wool, dell’americano Hugh Howey, nasce quasi per gioco, pubblicato, a  puntate e in modalità elettronica, dallo stesso autore e poi balzato agli occhi della critica e dei grandi editori per l’elevatissimo numero didownload, oltre 400mila, e recensioni positive. In Italia, esce come raccolta dei primi cinque libri della serie: Holston; Il giusto calibro;Intrecciare le maglie; Lo svelamento; I dimenticati. La traduzione è a cura di Giulio Lupieri.

È un libro massiccio Wool, che consta di ben 560 pagine, e inizialmente intimorisce il lettore per la sua mole ma poi, un capitolo dopo l’altro, la storia scorre piacevolmente al punto che, quasi increduli, ci si rammarica che sia già finito.

Wool di Hugh Howey viene classificato come distopico, ma fin dalle prime battute emerge tutta la sua originalità anche riguardo a un genere che fa della meraviglia la sua forza. Gli abitanti del silo credono che quello sia il loro mondo, oltre alla loro casa, e si sentono al sicuro, protetti dagli orrori che rimanda la Vista. Eseguono ordini e obbediscono a regole ferree per non essere costretti a diventare i prossimi Pulitori, scortati fuori dal loro guscio e destinati a morte certa, scambiando per sicurezza ciò che in realtà è terrore. Sono cresciuti con la paura di quanto accaduto durante l’ultima Rivolta e soprattutto durante la dura repressione che ne è conseguita, con l’ansia di sbagliare, nei gesti o nelle parole, ed essere costretti a passare la loro ultima notte nella cella di sicurezza; forzati a ritenere, o fingere di farlo, che quello costituito sia l’unico ordine razionale possibile.

La morte di Holston, l’ultimo sceriffo del silo e anche il suo ultimo Pulitore, innesca una serie di eventi che finiscono con il legare indissolubilmente persone che si amano, che si conoscono appena o si ignoravano fino a un attimo prima, ma che si ritrovano tutte unite dallo stesso intento: scoprire la verità e fare giustizia.

Il libro di Howey invita a riflettere sul mondo di Wool, ma anche sul nostro, che tanto gli somiglia. Dentro una costruzione a spirale (i silos dove abitano i personaggi del romanzo sono locali interrati a più livelli, attraversati da una scala a chiocciola), emerge più chiaramente l’ordinamento piramidale della società che a noi spesso sembra sfuggire perché viviamo in uno spazio aperto e pensiamo di essere liberi e tutelati. Lo pensavano anche gli abitanti del silo fino a quando Luckas non ha avuto il coraggio di affermare a pieni polmoni che «Queste sono prigioni. Gabbie, non case […] Non sono state costruite per proteggerci, ma per costringerci ad accettare la loro visione […] Di un mondo dove siamo troppo uguali».

Hugh Howey

La funzione svolta dalla visione nella nostra società, nei silos è assolta dall’informazione; quando questa viene manipolata per creare false aspettative o illusorie paure, in modo da animare o rabbonire le masse e soggiogarle alle classi che detengono il potere, anche qui come lì racchiuso in stanze segrete.

Nei silos, la gran parte delle persone occupa i piani bassi, collocati nelle viscere della terra se si considera che ogni silo si compone di 144 livelli interrati. Operai, meccanici, minatori, elettricisti, gente che si spacca la schiena e si sporca le mani, avvezza a obbedire agli ordini di pochi abitanti dei piani alti, climatizzati, riforniti e con la Vista, ma soprattutto con il comando, persone che la schiena non la curvano mai e il cui sporco difficilmente lo puoi vedere a occhio nudo.

Howey ci insegna, o perlomeno ci rammenta, che quelli che per necessità si isolano da tutto, anche dagli affetti, sono poi pronti a rischiare la vita pur di aiutare gli altri, mentre coloro che sono preposti con incarichi e compensi a questi compiti non fanno altro che salvaguardare i propri interessi e guadagni. Anche nel nostro mondo quando qualcuno si esprime in piena libertà di pensiero e non si conforma, per quieto vivere, al pensiero comunemente accettato, viene spesso tacciato di avere pregiudizi o di essere fazioso. Perché ammettere un diverso ordine degli eventi equivale anche a dover per forza di cose riscrivere la storia o parte di essa.
Juliette ha deciso che vuole riscrivere la storia del silo 18 ed è fermamente decisa ad andare avanti con o senza l’aiuto di Luckas e Peter: «So cosa state pensando. Credete che le menzogne e la paura siano necessarie… Ma cosa potremmo inventare di più spaventoso di quello che c’è là fuori?». Come darle torto?

Una volta trovata la chiave che apre tutte le porte, che svela tutti i misteri, i crimini irrisolti e lentamente mina l’apparato di menzogne abilmente costruito per fare in modo che il tempo scorra inesorabile e il tutto resti immutato, gli abitanti del silo 18 non saranno più gli stessi di prima e tornare indietro sarà più che improbabile. È per questi motivi che il libro di Howey va considerato ben oltre un romanzo post-apocalittico; va letto e interpretato per ciò che realmente rappresenta: un’analisi attenta della nostra società e delle deleterie conseguenze cui sta andando incontro.

La corretta informazione e la comunicazione sono la chiave che ha consentito a Juliette di rimanere in contatto con Luckas, di ritrovare Walker, Shirlie e tutti i suoi amici del reparto meccanica; ha permesso a Luckas e Peter di intercettare la discussione tra lei e Bernard; ha dato la possibilità di riscatto agli abitanti del silo 18 e di rinascita a quelli del silo 17.

Non stupisce il successo ottenuto in breve tempo da Wool; lo merita interamente. Come nel caso dei film monumentali di James Cameron è necessario riportare queste opere alla loro fonte e non lasciarle in un tempo o un mondo lontani. In un certo senso potrebbero costituire una possibile chiave di lettura della nostra realtà, come i libri che Bernard non voleva che Luckas leggesse; non erano inutili ma pericolosi perché gli sono serviti ad aprire gli occhi e vedere un futuro diverso.

http://www.sulromanzo.it/blog/wool-di-hugh-howey

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’undicesima ora

03 venerdì Gen 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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James Patterson, L'undicesima ora

L’undicesima ora di James Patterson, scritto a quattro mani con Maxine Pætro ed edito da Longanesi con la traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, è l’undicesimo libro della serie dedicata alle “donne del club omicidi”.

Proseguono le indagini della detective Lindsay Boxer, coadiuvata dall’anatomopatologa Claire Washburn, dal sostituto procuratore Yuki Castellano e dalla giornalista Cindy Thomas; prosegue anche il rito di numerare i testi seguendo il loro ordine crescente. Così abbiamo: 1st to Die; 2nd Chance; 3rd Degree; 4th to July; The 5th Horseman; The 6th Target; 7th Heaven; The 8th Confession; The 9th Judgement;10th Anniversary; 11th Hour.

Patterson può vantare di essere l’autore di thriller più venduto al mondo e di aver scritto la serie più amata dalle lettrici:duecentosettanta milioni di libri venduti… chissà se il suo pubblico ama realmente la sua scrittura o sia in qualche modo influenzato dalla notorietà dell’autore e dalla produzione televisiva dedicata proprio alle donne del club omicidi.

Si dice che il peso e il valore di un’opera letteraria si misurano in base all’eredità che questa lascia al lettore, ovvero alla capacità dello scrittore di trasporre nel testo le sue emozioni, le sue sensazioni, i suoi pensieri e desideri, nonché il suo senso morale e una critica alla società odierna. Un libro può lasciare il dolce o l’amaro in bocca al lettore, ma sarà proprio da queste emozioni che scaturiranno la crescita e la riflessione. L’undicesima ora lascia ben poco, se non la sensazione di aver letto la sceneggiatura di una puntata televisiva, magari scritta bene, efficace, ma da un romanzo ci si aspetterebbe ben altro.

C’è tutto ne L’undicesima ora: due killer seriali; poliziotti buoni e cattivi; agenti di polizia integerrimi e infiltrati corrotti; personaggi borderline e spaccio di stupefacenti; vecchie star del cinema e ville hollywoodiane; palazzi vittoriani e periferie malsane; scontri tra gang rivali e centri commerciali a volontà. Spesso si ha come la sensazione di saltare dalla punta di un iceberg a un’altra, senza avere modo di approfondire. Sembra quasi che l’autore proponga una rappresentazione asettica della società, con l’elencazione dei suoi mille problemi, ma non voglia entrare nel merito; e anche quando ci prova il risultato non è proprio quello sperato.

Il giustiziere Vendetta non riesce a superare lo shock di quanto accaduto a suo figlio e decide che l’unico modo che gli rimane per pareggiare i conti è uccidere quanti continuano ad arricchirsi con lo spaccio di droghe che serviranno solo a rovinare altre vite, come accaduto con Link. Nicole Worley, innamorata persa di Chandler, per vendicare l’ingiustizia subita dalla madre si macchia di crimini atroci… sono temi “forti” che scorrono invece lenti e superficiali, come le immagini stereotipate di uno spot pubblicitario.

Non sono mancati neanche i riferimenti al protagonista della trasmissione che ha dato il via a tutta una serie di programmi incentrati sul ruolo della polizia scientifica nello svolgimento e nella risoluzione dei casi di omicidio.

Convince poco l’atteggiamento della detective Lindsay Boxer: riesce a stanare Vendetta solo per merito dello psicologo del dipartimento e risolverà il mistero della casa delle teste mozzate grazie alle conoscenze di numerologia della cronista Cindy Thomas; ma egualmente pretende dai suoi superiori le scuse per qualche critica giuntale a causa del ritardo e dello stallo delle indagini. Anche nella vita privata il suo comportamento è quanto meno insolito: caccia di casa il marito alla velocità della luce e, dopo averlo volutamente ignorato per giorni, lo riprende con sé per una fitta alla pancia (!?!).

Traspare dal testo di Patterson l’immagine di un’America che non vorremmo più vedere: una società che basa le sue fondamenta sul profitto e sulla ricerca spasmodica del benessere economico, con ogni mezzo e a ogni costo. Il romanzo è ambientato a San Francisco, una metropoli di cui viene narrato solo l’aspetto commerciale e urbanistico, che serve a mettere ancor più in evidenza il divario tra i ricchi, residenti in quartieri extralusso con ville faraoniche, meta addirittura di tour turistici, e i poveri che affollano periferie disastrate, abitate da famiglie che faticano a tirare avanti, per la gran parte gente di colore, gang di teppisti, spacciatori e piccoli criminali. Il tutto narrato con un tono statico, quasi rassegnato, come se “questo è il mondo e lo si può solo raccontare”. Avrebbe fatto piacere invece leggere, tra le righe di uno scrittore che vende milioni di copie, un invito a rinnovarsi, una pur labile speranza, un segnale di cambiamento.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-undicesima-ora-di-james-patterson-e-maxine-paetro

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