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Irma Loredana Galgano

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“Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” di Roberto Alfatti Appetiti (Bietti, 2014)

12 lunedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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bukmioCon “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Appetiti regala al lettore un grandangolo sulla vita, le opere, i pensieri del grande maestro, ma anche uno sguardo dettagliato su quelli che sono stati i suoi autori preferiti, da cui ha imparato o confermato la sua scrittura, i suoi amori, le sue certezze come le incertezze, le convinzioni come i dubbi, le caratteristiche ma anche le contraddizioni di colui che indubbiamente è stato emblema di un modo di vivere e di scrivere assolutamente fuori dal comune.
E fuori le righe è anche la biografia scritta da Alfatti Appetiti, complice la sregolatezza del protagonista, ma fondamentalmente la volontà dell’autore di ricostruire passo passo la vita e la carriera artistica di Bukowski lasciando trasparire un’immagine più fedele alla realtà di quella che mediamente lo vuole come un vecchio ubriacone sporcaccione.
«Bukowski non è un autore da scoprire, né, come si usa dire in questi casi, da riscoprire. È scoperto, nudo, eppure mai osceno, non è lo scrittore pornografico come vorrebbe un consolidato luogo comune».
Lo stesso Bukowski prova un certo rammarico nel sentirsi continuamente cucire addosso questa etichetta. «Ho creato l’immagine dell’eterno ubriacone da qualche parte nei miei lavori e dietro a questo c’è un minimo di verità. Eppure, mi sembra che il mio lavoro abbia espresso anche altro. Mi pare che affiori solo l’eterno ubriacone».
In effetti spesso, soprattutto in passato, si notava la tendenza a evidenziare la “debolezza alcolica” di Bukowski nonché la sua passione per le donne, il suo vivere sregolato e il suo scrivere smodato. In realtà, è ciò ben viene evidenziato nel testo di Alfatti Appetiti, le poesie come i romanzi ma anche la produzione epistolare del vecchio Buk mostrano tutti i segni di un uomo che la vita ha dovuto conquistarsela giorno dopo giorno, trovando in se stesso e forse anche nell’alcol la forza per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni sconfitta. Un uomo che ha vissuto per strada, che ha conosciuto gran parte dell’America, quella vera, non cinematografica ma reale. Che ha vissuto e osservato la sofferenza, la fame, la malattia, i soprusi, gli inganni… e poi ha deciso che doveva scriverli, metterli nero su bianco senza filtri né mezze misure.
«La maggior parte della poesia brutta è scritta da professori universitari sovvenzionati dallo stato, dai ricchi, dall’industria. Sono insegnanti attenti a mantenere attivo il gioco di quelli dei piani alti, mentre, quello dei piani bassi, quello degli scaglioni di uomini e nazioni, viene bastonato».
Fondamentalmente Bukowski è un provocatore, gli piace giocare a fare il gatto con il topo, con lo scopo precipuo di stanare la verità.
«Le sue storie non si prestano ad alimentare chissà quale dibattito culturale, ma testimoniano, semmai, la sopravvivenza dei sentimenti, non necessariamente dei buoni sentimenti, in un mondo in rovinosa decadenza, in plastica caduta».
Roberto Alfatti Appetiti si sofferma a lungo anche sull’amicizia profonda che ha legato Bukowski a John Fante. A Fante è toccato più o meno lo stesso destino letterario di Bukowski, e lui stesso lo scopre quasi per caso «Aprii una pagina aspettandomi il solito, e invece le parole sì, le parole mi saltarono addosso, proprio così. […] Ogni parola aveva forza. […] Avevano una forza straordinaria, erano completamente reali. Come mai quest’uomo non era mai stato citato da nessuna parte?». Succede più o meno la stessa cosa ai lettori quando si imbattono nella loro prima lettura bukowskiana.
Charles Bukowski si è divertito a lasciar credere a tutti di essere filo-nazista quando in realtà voleva solo dimostrare quanto sbagliato fosse seguire il sistema rinunciando completamente a portare avanti le proprie idee, quanto necessario fosse combatterlo questo sistema che voleva a tutti costi identificare nel nazista l’unico nemico, l’unico problema e in se stesso la soluzione. Ipocrisia. Ipocrisie che cozzano tremendamente con l’indole di Buk come con quella altrettanto limpida del suo maestro Fante.
«Ci sono sei milioni di comunisti in Italia – scrive il 21 Agosto 1960 (John Fante. Ndr) alla moglie da Roma – e l’intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell’intellighenzia Russia del tipo che prevaleva a Hollywood. […] Ora scherniscono l’America, ma se domani l’America prende posizione con fermezza contro i russi su qualcosa, o se gli americani segnano una vittoria nella guerra fredda, gli stessi rossi improvvisamente cambiano posizione e si mettono a parlare della loro devozione eterna agli Stati Uniti. Oscillano avanti e indietro, senza principi, ipocriti, persi».
In un sistema di pendoli oscillanti due punti fermi non potevano che risultare “diversi”. Nel libro “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Repetti riesce magistralmente a ridare la giusta prospettiva alle poesie, ai romanzi, al pensiero e alle idee di Bukowski come anche dei suoi maestri di stile e di vita.
http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/05/12/tutti-dicono-che-sono-un-bastardo-vita-di-charles-bukowski-roberto-alfatti-appetiti-bietti-2014-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La gente felice legge e beve caffè” di Agnes Martin-Lugand (Sperling Kupfer, 2014)

02 venerdì Mag 2014

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Agnès Martin-Lugand , La gente felice legge e beve caffè

Agnès Martin-Lugand, psicologa di professione, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi alla scrittura e nel 2012 auto-pubblica il suo romanzo La gente felice legge e beve caffè. Il successo è tale che nel giro di pochi mesi il libro è in testa alle classifiche. Tanto clamore attira l’attenzione dell’editoria internazionale e La gente felice legge e beve caffè viene pubblicato in tutto il mondo; a breve potremo vedere anche la sua trasposizione cinematografica. In Italia è edito dalla casa editrice Sperling&Kupfer, nella versione tradotta daMargherita Belardetti.

La gente felice legge e beve caffè in sostanza è la narrazione intima dell’elaborazione del lutto della protagonista Diane, la quale improvvisamente si ritrova sola a dover affrontare la perdita dei suoi cari, ma soprattutto la vita di tutti i giorni. Realizza da subito di non essere in grado di fare entrambe le cose e si chiude sempre più in se stessa, nella speranza vana di scomparire anche lei come è successo ai suoi affetti: «Volevo dormire, il sonno concilia l’oblio».

Per un intero anno dopo la tragedia automobilistica in cui hanno perso la vita il marito Coline la figlia Clara, Diane desidera solamente eclissarsi, eppure: «[…] il mio cuore continuava a battere con ostinazione. E mi teneva in vita. Per mia grande disgrazia». Diane tenta disperatamente di combattere anche contro il tempo che inesorabilmente scorre e cancella ciò che lei vorrebbe conservare per sempre. «Salii sopra e mi avvolsi nelle coperte. Il mio naso, come accadeva ogni volta che mi rifugiavo lì, cercava il profumo di Colin. Alla lunga era sparito, eppure non avevo mai cambiato le lenzuola […]».

Spaventata più dall’insistenza dei suoi familiari di volerla riportare alla vita che non dal dolore, Diane decide di allontanarsi da Parigi per trasferirsi nell’unico posto in cui si era rifiutata di andare con Colin, la verde Irlanda, scegliendo a caso una località dalla cartina. Così, lontana dal suo mondo, comincia una nuova vita che, almeno inizialmente, non è molto differente da quella che conduceva rintanata nel suo appartamento parigino. Ma il fatto di essere sola e di non avere più familiari o amici su cui poter contare la costringe a lasciare il guscio protettivo del capanno in riva al mare che è diventato il suo nuovo rifugio e, lentamente, ricominciare a vivere. Trascorrerà così quasi un altro anno tra alti e bassi fino al momento in cui si renderà conto che non è lì che può ricominciare a vivere e in nessun altro posto che non sia il luogo dove ha smesso di farlo.

Agnès Martin-Lugand

Ritorna a Parigi e si dedica instancabilmente alla “rinascita” del suo caffè letterario che aveva già chiamato La gente felice legge e beve caffè e del quale si occupa in coppia col suo migliore amico,Felix. Giorno dopo giorno Diane imparerà a gestire il dolore e il locale; ricomincerà pure ad assaporare i piccoli piaceri della vita, come un raggio caldo di sole o il profumo di un fiore e ritroverà la vita che l’ha richiamata a sé. «Eccomi davanti al mio caffè letterario. Di Felix non c’era traccia, ovviamente. Ma il cielo azzurro non mancava mai all’appuntamento. Sorrisi, chiudendo gli occhi. Ero finalmente in grado di godermi le piccole gioie quotidiane. Era già qualcosa, era già molto. Toccai la mia fede. Un giorno, me la sarei tolta. Forse per Edward. Sentii suonare il telefono. Bisognava mettersi al lavoro. Prima di entrare guardai l’insegna. La gente felice…».

Si rivela una lettura strana La gente felice legge e beve caffè. Il testo è strutturato bene: la storia scorre senza particolari intoppi e anche lo stile della narrazione è fluido, con pochi cambi di registro, che comunque sono ben orchestrati; ma fin dalle prime pagine si avverte come la sensazione che manchi qualcosa. Il romanzo di Agnès Martin-Lugand sta per diventare un film e in effetti questa sembra essere la sua vocazione. In diversi punti, leggendolo, manca la profondità richiesta alla scrittura, l’impeto delle parole che avviluppano l’intreccio e lo rendono appetibile, a volte indimenticabile, per il lettore. Spesso si ha come l’impressione di leggere delle scene preparate per la cinepresa, con la descrizione degli ambienti, delle pose degli attori e dell’insieme ma dopo poche battute, che per lo più sono riflessioni intime della protagonista, si cambia scenario: magari all’aria aperta, sulla spiaggia o in macchina ed ecco una nuova descrizione dettagliata dell’ambiente circostante, del cielo e del mare; di nuovo qualche riflessione o un breve dialogo e si ricomincia con una nuova location.

Un romanzo, sia esso di genere rosa, giallo, noir o fantasy, è amato anche perché dà al lettore la possibilità di viaggiare con la mente in posti e tempi lontani, di assaporare e vivere mille esperienze accanto ai protagonisti e soprattutto di farlo ognuno con i propri ritmi, al contrario delle produzioni cinematografiche che concentrano tutto o quasi sulla rappresentazione visiva, su un bombardamento di immagini che lascia poco spazio alla fantasia e all’immaginazione. La gente felice legge e beve caffè della Martin-Lugand dà l’impressione di essere nato dalla volontà di raccontare una storia e di vederla poi trasposta al cinema.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-gente-felice-legge-e-beve-caffe-di-agnes-martin-lugand

 

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“Scritto nel vento” di Beatriz Williams (Nord, 2014)

26 sabato Apr 2014

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Scritto nel vento_Beatriz Williams

Beatriz Williams, originaria del Connecticut, si è lasciata coinvolgere dai racconti dei sopravvissuti al grande uragano che colpì le sponde del New England nel 1938 e ha deciso di rendere omaggio alle oltre settecento vittime nell’unico modo che conosce uno scrittore: raccontando una storia. Nasce così A Hundred Summer, che nella versione in italiano, tradotta da Elena Cantoni per Studio Editoriale Littera, diviene Scritto nel vento, pubblicato dalla casa editrice Nord.

Scritto nel vento è soprattutto la storia di un grande amore, di quelle storie d’amore che quasi non si leggono più. Un amore fatto di sospiri, di sguardi, di lunghe attese, aspettative, gioie e dolori, rimorsi, rimpianti e tanta passione. Lily incontra il suo bel principe azzurro, ricco e muscoloso, e scopre, per la prima volta in vita sua, il desiderio, la voglia di lasciarsi amare, di abbandonare sé stessi per fondersi l’un l’altro. L’impatto con la realtà, o meglio con l’ostilità di suo padre, non tarda ad arrivare e lei si vedrà costretta ad abbandonare l’idea di vivere per sempre felice e contenta con il suo cavaliere. Fingerà che nulla le importi di quanto accaduto; sembrerà anche cedere alla tentazione di dimenticarlo per sempre e dedicarsi a un nuovo rapporto. Solamente quando riscoprirà sé stessa, Lily riuscirà a ritrovare il suo amore per Nick.

La Williams rende un quadro realistico del periodo storico in cui ha scelto di ambientare il romanzo, raccontando di un’America dove l’ipocrisia sembra farla da padrona, in barba alle leggi dello Stato e al Proibizionismo: tutti bevono di tutto e in ogni momento della giornata, cercando di far svanire nei fumi dell’alcool le frustrazioni e la noia. I problemi dei popoli e del mondo intero sembrano lontani anni luce dall’ambiente ovattato in cui è cresciuta e vive la protagonista, con tutti i suoi affetti e amici. Almeno fino a quando non entrano di prepotenza nel suo ménage e Lily si rende conto che dietro il volto di ogni persona si può celare una maschera che riesce a nascondere il suo essere reale.

Beatriz Williams

Park Avenue in inverno, Seaview d’estate. Shopping, party, ricevimenti, club esclusivi, abiti di lusso, amori, tradimenti e sotterfugi… l’importante è mantenere le apparenze. Tutti mentono, tutti bevono, tutti fumano, tutti tradiscono e tutti fingono che non sia così. Budgie, la migliore amica di Lily, sconta il suo essere troppo sfrontata con l’emarginazione cui è sottoposta e che in un certo qual modo si è cercata nel momento in cui ha scelto di trasformare il suo dolore in cattiveria.

Nella nota storica a fine libro la Williams lascia molto spazio alle sue personali considerazioni riguardo ciò che è accaduto in New England al passaggio del grande uragano del 1938, ma anche in riferimento agli altri, numerosi e devastanti fenomeni atmosfericiche si sono abbattuti negli anni lungo le coste orientali degli Stati Uniti. Si sofferma a evidenziare la caparbietà degli abitanti del posto quando hanno deciso di ricostruire tutto, in maniera più solida, in previsione dell’arrivo di una nuova tempesta del secolo. Più o meno è quanto succede in ogni parte del mondo colpita da calamità naturali, che sia un uragano, un tornado, un fulmine, un terremoto, un maremoto, un incendio. I superstiti, trovano sempre la forza di riprendersi, devono farlo di necessità, e pian piano cercano di ricostruire quanto perduto, nello stesso posto di sempre perché gli uomini, come gli animali, stabiliscono un legame profondo con il luogo in cui vivono e sono indissolubilmente legati alla loro terra, quella stessa che a volte sembra volerli scacciare in modo brutale.

http://www.sulromanzo.it/blog/scritto-nel-vento-di-beatriz-williams

 

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“Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia” di Elena e Michela Martignoni (MezzoTints, 2014)

26 sabato Apr 2014

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memorie_230x318Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia
 delle sorelle Martignoni è edito, in versione digitale, dalla casa editrice Mezzo Tints, nella collana, che inaugura, Fleurs. La prefazione è a cura di Maria Teresa Casella.
Sono le stesse autrici, Elena e Michela Martignoni, nella postfazione del libro a spiegare i limiti di un romanzo storico imperniato su una figura di cui le fonti citano poco e della necessità di ricorrere a quell’arma sempre utilissima per gli scrittori che è la fantasia.
In realtà l’interpretazione data dalle Martignoni delle azioni e dei pensieri della protagonista sono condivisibili e verosimili.
Madonna Giovanna Cattanei è un’ambigua figura che ricorre spesso nei romanzi ambientati nel Cinquecento, come l’uomo a cui si è legata e la “famiglia” da questi generata. Una donna fiera delle proprie scelte e abilità, disposta a tutto pur di difendere i propri averi e i propri figli. Figlia lei stessa dell’epoca in cui visse, nella quale l’apparenza era fondamentale, a cui tutti dovevano piegarsi, mentre della sostanza ben poco rimaneva.
Una società, quella cinquecentesca, non si sa fino a che punto dissimile da quella odierna, dove ricchi, benestanti, titolati, prelati, fingevano di conoscere il metodo per discernere lo spirituale dal materiale e di saper coltivare entrambi, mentre è evidente, allora come lo è oggi, che l’intento era meramente quello di accumulare ricchezze e potere, materiale, utilizzando anche il potere spirituale.
Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia è un libro di scarsa lunghezza ma di grande spessore. Le sorelle Martignoni sono riuscite a condensare in poche pagine e pensieri le riflessioni su una vita intera, quella di Giovanna Cattanei, meglio conosciuta come Madonna Vannozza, madre di Cesare, Juan, Jofrè e Lucrezia, nati dalla sua relazione con il cardinale Rodrigo Borgia, eletto papa Alessandro VI.
Le autrici la ritraggono nel momento in cui comincia a perdere forza e certezze. Dopo aver affrontato e superato grandi sfide e dolori, come la morte dei figli Juan e Jofrè, comincia a vacillare non solo per l’avanzare dell’età ma della paura. Paura di perdere ciò che ha costruito con tanta fatica. Paura di perdere un altro figlio dopo aver perso Rodrigo, che era sempre rimasto il suo protettore, e Lucrezia, che forse non vedrà mai più. Paura di perdere le sue certezze.

Elena e Michela Martignoni: Milanesi, sono autrici di diversi romanzi storici incentrati sui componenti e sugli accadimenti della famiglia Borgia (Requiem per il giovane Borgia, Vortice d’inganni, Autunno rosso porpora). Le loro opere sono state pubblicate con successo anche in Spagna. Sono autrici anche di racconti genere giallo e hanno pubblicato, sotto pseudonimo, anche una serie poliziesca che ha ottenuto il Premio delle Arti e della Cultura.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/04/26/memorie-e-peccati-lamante-di-papa-borgia-elena-e-michela-martignoni-mezzo-tints-2014-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“La Rossa di Bukowski” di Pamela Wood (WhiteFly Press, 2014)

13 domenica Apr 2014

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A febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.

Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».

Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/04/12/la-rossa-di-bukowski-pamela-wood-whitefly-press-2014-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

 

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Gin&Genio

28 venerdì Mar 2014

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Gin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice.

Ciò che il lettore deve aspettarsi da Gin&Genio ben lo sintetizza Ben Pleasants nella prefazione: “I suoi romanzi, le sue commedie e le sue poesie sono rabbiosi fili spinati contro la monotonia del conformismo”. In effetti fin dalle prime battute emerge chiaro che le composizioni di Dan Fante poco hanno a che vedere con le liriche o i sonetti d’intonazione classica o classicheggiante e parimenti hanno poco in comune anche con la produzione poetica contemporanea. Non per questo però hanno meno valore o importanza, letterariamente parlando. “Ci sono 4,6 miliardi di persone su questo pianeta e in nessun momento uno solo di quei figli di puttana pensa a te”. Traspare tutta l’amara consapevolezza del mondo che lo circonda dai versi di Fante, di Los Angeles ma anche dei posti che ha visitato, compresa l’Italia. Viviamo in un mondo di finzione, dove l’apparenza e l’apparire conta più della sostanza, tutti sono pronti a svendersi per il vile denaro, compresi gli scrittori, i poeti, e gli artisti che divengono scribacchini al servizio dei loro editori, scenografi o produttori, scrivendo ciò che viene indicato loro e non quello che sentono veramente di dire. Dan Fante invece lo fa, al pari di un altro californiano d’adozione che tanto ha fatto parlare di sé per la sua scrittura senza veli. E tanti sono i legami con Charles Bukowski, primo fra tutti l’amore per l’alcool e per le donne, ma soprattutto l’essere una nota diversa in campo editoriale internazionale, che una volta scoperta lascia indelebilmente un segno profondo nel lettore. “Non conosco nessun altro poeta vivente che scriva in questo modo. La sua visione, la sua voce, così particolari, esplodono ad ogni pagina. Leggete chi vi pare, ma sappiatelo: non sarete più gli stessi dopo aver aperto questo libro” (Joyce Fante – Prefazione a Gin&Genio). Il vissuto che emerge dai suoi scritti regala l’immagine di un uomo che i problemi non li ha solo evitati, li ha anche affrontati, superati, con la consapevolezza della caducità della volontà nonché dell’imprevedibilità della vita stessa. Contrariamente a ogni aspettativa poi emerge forte la passione per il proprio lavoro di scrittore, di poeta, di narratore. Un sentimento puro, genuino, che va oltre il mestiere, il guadagno o la notorietà, piuttosto rammenta l’immagine di un cammino verso se stesso, un ritorno al proprio essere interiore rinnovato dal contatto con il mondo esterno. “L’unica vera pace uno scrittore la trova davanti alla macchina da scrivere quando deve buttarsi di testa senza trucchi e aspettare che le dita si muovano fin quando una volta di più con il cuore come sola difesa ascolta il suono della musica”.

Dan Fante: Nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John e da Joyce Smart; insegna scrittura creativa all’Università di U.C.L.A. Annualmente fa ritorno in Italia, nella cittadina abruzzese di Torricella Peligna di cui era originario il nonno emigrato in America nel 1901. In Italia ha pubblicato con la Marcos y Marcos Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi, con Ad est dell’equatore Mae West, con Spartaco l’opera teatrale Don Giovanni, con Whitefly Press Gin&Genio.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/03/27/gingenio-dan-fante-whitefly-press-2014-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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L’acquerello in verdaccio

27 giovedì Mar 2014

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L'acquerello in verdaccio - prima

L’acquerello in verdaccio di Vito de Nicola, edito da Editrice Zona nella collana Contemporanea, è un piccolo libro che riserva al lettore grandi sorprese. Centocinquanta pagine nelle quali l’autore racconta una storia di forte intensità morale, sociale, artistica e letteraria. Utilizzando come spunto il bozzetto di una tela presumibilmente attribuito al grande maestro lombardo attivo nel periodo a cavallo tra Cinquecento e Seicento, de Nicola racconta aspetti e vite di un’Italia moderna e contemporanea che, per certi versi, è frutto e conseguenza del passato, per altri ne è ferma opposizione, per altri ancora irreversibile degenerazione. La grama esistenza di pastori, artigiani, contadini incentrata interamente sul lavoro e la fatica, fisica oltre che mentale, che riserva comunque i suoi piaceri come il poter vivere a contatto con la natura e con le sue bellezze quando queste non sono usurpate e rovinate dall’ingordigia dei principi, dei signori e degli esponenti del clero che mai hanno ripudiato il potere temporale, piuttosto lo hanno cercato e affiancato a quello spirituale, contrapposta a quella della plebe di una città già metropolita, se si considera il periodo storico di riferimento, come Napoli.   Racconti di vita di persone appartenenti a quello che la Serao definiva il ventre, quasi a volerlo prepotentemente identificare come il vero cuore pulsante, l’anima vera della città. De Nicola, attraverso il racconto del lungo viaggio compiuto dalla cartella che contiene la tela, riesce a riprodurre al lettore immagini e fotogrammi di un intero Paese, vittima degli umani errori commessi in nome dell’ingordigia e dell’avidità che hanno tolto linfa ai terreni in cambio di cemento e dignità alle persone riservando atroci violenze, fisiche e mentali, inferte al mero scopo di ricordare a tutti che a comandare sono sempre loro, gli stessi di sempre. L’autore dimostra di avere una vasta conoscenza del patrimonio artistico, storico e  architettonico italiano e non solo, una passione la sua che non poteva non farlo incontrare con l’impeto e la bravura del Merisi, il quale è riuscito a trasfondere nelle sue tele tutto il suo essere artistico esattamente come il de Nicola che, attraverso le sue parole, regala al lettore le sue conoscenze come anche le sue determinazioni.

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“Grande Raccordo Criminale” di Bulfon e Orsatti (Imprimatur, 2014)

25 martedì Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Grande Raccordo Criminale di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti  edito da Imprimatur editore, è un libro che, di questi tempi, somiglia molto a una mosca bianca impegnata nell’affannosa ricerca per trovare spazio e libertà in un mondo in cui la sua diversità di colore può essere un problema e il suo anelito di speranza anche. È un’analisi a trecentosessanta gradi quella che compiono Bulfon e Orsatti sul crimine, organizzato e non, che attanaglia la capitale e il resto del Paese. Perché, inutile negarlo, è un male che investe e copre l’intero territorio italiano e oltre. Mafie s.p.a. definiscono gli autori la macchina della criminalità che spazia dall’eversione politica al racket e all’usura, dagli investimenti immobiliari con il loro corredo di appalti e incarichi, pubblici e privati, all’estorsione e al riciclaggio, dallo spaccio alla prostituzione, anche minorile, internazionale e allo sfruttamento umano, vero e proprio schiavismo del terzo millennio. Mali criminali, è vero. Mali sociali, anche. Responsabilità dello Stato e delle Istituzioni… fa male anche solo pensarlo, ma i fatti e le dichiarazioni prodotte dagli autori, basate su processi, operazioni di polizia, rivelazioni di pentiti non lasciano molto spazio a dubbi e perplessità. Piuttosto ci si interroga sui perché. Perché in nome del dio denaro si svende la vita e la salute di tante persone, cittadini, connazionali e non di cui ci si assume, o meglio ci si assumerebbe la responsabilità nel momento in cui si acconsente a rivestire una carica pubblica? Perché strumentalizzare gli ideali di giovani sognatori e farli diventare pedine di un sistema che in realtà non mira a sbaragliare la concorrenza bensì ad arricchire i suoi vertici? Non è vero che se resti fuori dai giochi sei una persona pulita, che se ne può rimanere tranquilla a casa sua, perché ti vengono a cercare e in modo o nell’altro ti trovano sempre e ti entrano nel cervello, senza che neanche tu te ne renda conto. I romani sono arrabbiati, sono pieni di rancore. Nelle periferie e nelle borgate si fatica a tirare avanti, a evitare la scelta della illegalità, però ti tolgono tutto, finanche il respiro. Il mutuo da pagare, a tassi non proprio agevolati, le rate della macchina e di qualche elettrodomestico, le tasse, le accise, le una tantum e le annuali, la spesa, i figli, la famiglia, la vacanza desiderata… e poi ti guardi intorno e vedi gli spacciatori con il suv nero e i politici con la blindata blu e ti rendi conto che in entrambi i casi sei tu a pagare. Non te la puoi prendere con lo spacciatore, è pericoloso, e non te la puoi prendere neanche con il politico, è un onorevole, e allora te la prendi con il vicino, che innaffiando le piante ha bagnato il tuo terrazzo, o con il dirimpettaio che parcheggia sotto casa tua, con quello davanti a te al semaforo che esita per tre secondi, quei tre secondi che possono diventare anche la ragione di una rissa, o peggio. Ma non possono essere questi i reali motivi della rabbia… questi sono i sintomi di un malessere che sta aumentando a dismisura ogni giorno che passa. Bulfon e Orsatti non hanno dimenticato di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito al completamento del loro lavoro, dall’autore della prefazione Giulio Cavalli ai colleghi giornalisti, pochi in realtà, impegnati quotidianamente sul campo a indagare, scoprire, riportare fatti, date, nomi che nella maggior parte dei casi avranno una risonanza minima, soprattutto se paragonata allo spazio che i media danno alle notizie di gossip. Grande raccordo criminale è un libro che va letto perché certe cose è doveroso saperle, poi ognuno sarà libero di scegliere la sua strada ma lo farà con la consapevolezza della responsabilità che solo la conoscenza può dare.

http://milanonera.hotmag.me/grande-raccordo-criminale/

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“Dopo” di Koethi Zan (Longanesi, 2014)

18 martedì Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Koethi Zan, Dopo

È arrivato anche in Italia il libro-evento che ha scosso l’America: Dopo, della statunitense Koethi Zan, pubblicato dalla casa editrice Longanesi nella versione tradotta dalla lingua inglese da Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Dopo mostra al lettore una problematica sociale purtroppo sempre attuale, da un’angolazione del tutto particolare.

L’io narrante è Sarah, una ragazza che abita in una casa normale, conduce una vita normale, appartiene a una famiglia normale, eppure trascorre il suo tempo in compagnia della sua migliore amica,Jennifer, a stilare la lista dei mai, da cui il titolo originale del libro (The Never List), ovvero l’elenco delle cose da non fare assolutamente per non mettersi in pericolo. Le due ragazze passano gran parte della loro adolescenza a studiare le statistiche su incidenti, malattie, calamità in modo da essere preparate al meglio per affrontare quella che credono sarà l’esperienza più pericolosa della loro vita: il trasferimento al campus universitario, dove ben presto scopriranno i limiti della loro lista: «Per noi il male era una cieca eventualità statistica, non un nemico che potesse deliberatamente perseguitarci».

Come si riesce a superare un trauma che ti accompagna e ti perseguita esattamente come il male che ti è entrato nel cervello per anni? «Il primo giorno nello scantinato fu senza dubbio il più duro, anche se Jack non scese nemmeno una volta. Dovevo cercare di orientarmi in una vita senza più punti di riferimento». Sindrome di Stoccolma, attacchi di panico, claustrofobia, agorafobia, comportamenti ossessivo-compulsivi… Sarah, Tracy e Christine cercano disperatamente di andare avanti sapendo di poter contare solo su stesse. «Curiosità professionale travestita da coinvolgimento emotivo», definisce Sarah il morboso bisogno di ficcanasare, da parte, praticamente, di tutti (psichiatri, psicologi, cronisti, curiosi), nei meandri e negli abissi più profondi del loro dolore, per conoscere ogni minimo dettaglio della loro tragedia; per capire, giudicare e sentenziare il loro responso.

«Dunque era di questo che si occupavano i grandi studiosi. Se ne stavano lì seduti a cercare di capire se in un modo o nell’altro te l’eri andata a cercare. Non avevano nessuna intenzione di colpevolizzarti, per carità: volevano semplicemente capire quali imprudenze avevi commesso, che passi falsi avevi fatto perché il mondo ti crollasse addosso. […] Non si rendeva conto a quali estremi eravamo arrivate io e Jennifer per cercare di difenderci dai pericoli. Eppure, era successo proprio a noi».

Koethi Zan

Come si fa a superare un’esperienza talmente traumatica che non solo ti è entrata dentro ma sembra addirittura aver modificato il tuo DNA?Sarah, Tracy e Christine sono arrivate a odiarsi, prima di realizzare di provare questi sentimenti perché in fondo ancora vittime del loro carnefice, anche a distanza di dieci anni, perché lui, Jack, non le ha semplicemente violentate; non le ha solo torturate, ma le ha fatte regredire a uno stato che Sarah definisce “bestiale”. «La mia incapacità di superare il passato mi limitava nel rapporto con gli altri. Era come se il mio mondo si fosse ristretto, lasciando spazio soltanto a me».

Solo arrivate all’epilogo della vicenda le tre ragazze scopriranno i motivi e il legame che unisce Jack a Noah e allora capiranno il perché di tanti risvolti bui del passato, ma anche del presente. Alle torture sommeranno le perversioni, agli studi di psichiatria le letture erotiche, al dolore l’incredulità: «Dieci anni prima, quando finalmente ero riuscita a scappare, avevo pensato che non sarei mai più stata infelice. Non poteva esserci spazio per l’infelicità, una volta tornata libera. Perché, allora, non riuscivo a trovare la pace? Cosa mi mancava?»

Sarah aveva sempre pensato che per lei era stato tutto molto più difficile che per le altre perché su di lei gravava la responsabilità di quanto accaduto a Jennifer. Solo alla fine realizza quanto, in realtà, sia stata dura anche per Tracy e Christine, oltre che per Adele,Helen, Jenny, per le altre 54 ragazze rapite da Jack, per le tante ragazze rapite da Noah e per… Jennifer e Sylvia. Non riusciva a capacitarsi, Sarah, di come fosse stato possibile che quest’ultima avesse acconsentito volontariamente a unirsi in matrimonio con Jack Derber, in carcere a scontare una condanna terribile e lei, fedele alla sua religione e al suo credo, si fosse invaghita di lui al punto da voler diventare sua moglie.

Attanagliata dal suo immenso dolore Sarah non riusciva a immaginarsi un inferno peggiore di quello vissuto in prima persona, non riusciva a farlo perché non aveva indagato sulla storia di Sylvia, ancora non aveva seguito la pista indicata da Adele, e non aveva incontrato Noah. E ritrovato il corpo di Jennifer. Quanto può entrare nel tuo essere il male e cambiarlo, quanto può agire in profondità la tortura sul tuo corpo e quanto sulla tua anima? Rivedendo Jennifer, Sarah se ne farà una triste idea.

http://www.sulromanzo.it/blog/dopo-di-koethi-zan

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“L’inganno della memoria”

13 giovedì Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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È prevista per il 27 marzo l’uscita del nuovo libro dell’avvocato penalista romano Gianluca Arrighi, autore anche di Crimina Romana e Vincolo di sangue.

L’inganno della memoria, come i libri che lo hanno preceduto, è un legal thriller ambientato a Roma. Protagonista indiscusso è il sostituto procuratore della Repubblica Elia Preziosi di cui Arrighi racconta gli aspetti professionali ma anche e soprattutto quelli personali, privati, che sono andati a incidere e modificare nel profondo l’uomo che poi è diventato. Narra della sua giovanile corsa al successo e al benessere economico, bruscamente interrotasi nel momento stesso in cui Preziosi ha dovuto fare i conti con la sua coscienza e con i rimorsi che lo hanno roso al punto da manifestarsi come vero e proprio dolore fisico oltre che mentale.

Lungo tutto il libro si avverte forte la presenza dell’autore tanto che in più occasioni ci si interroga su dove finisca il personaggio e dove inizino i ricordi personali dell’Arrighi che deve aver messo tanto della propria vita e del proprio lavoro nella scrittura. Anche la capitale con i suoi monumenti, le vie, il Tevere e l’afa di un clima ottenebrato dallo smog e dall’inquinamento c’è, in tutta la sua sorniona bellezza.

Nell’epilogo il protagonista si riscatta dalla svogliata distrazione che lo accompagna e riesce a recuperare la stima del lettore che può a questo punto perdonargli gli errori commessi in nome della cinica avidità prima e dell’apatica depressione poi. La storia funziona e cattura con la suspence e l’intreccio fin dalle prime battute del libro, dimostrandosi poi molto realistica e contemporanea. Arrighi riprende un male sociale molto diffuso al giorno d’oggi e lo studia dal punto di vista delle vittime, non dimenticando di porre l’accento sugli errori di quella parte di mondo disposta a tutto e a perdonare tutto qualora ciò comporti un adeguato tornaconto economico.

http://milanonera.hotmag.me/linganno-della-memoria-gianluca-arrighi/

 

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