• Bio
  • Contatti
  • Curriculum

Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

Archivi della categoria: Articoli

Finanziamenti al Cinema: come funzionano

22 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

film_2

L’ennesima nota dolente della cultura italiana è il funzionamento dei finanziamenti al cinema, cosa che evidentemente non ne garantisce la quantità né la qualità.

I finanziamenti al cinema sono stati istituiti comeincentivo alle opere prime e sostegno per gli esordienti ma grazie all’inserimento dell’opzione “Progetto di interesse culturale” in realtà risultano averne diritto, o perlomeno avere possibilità di candidarsi per la selezione, tutti coloro che operano nel settore. Inoltre con le modifiche apportate nel2004, dall’allora ministro Urbani, un punteggio maggiore va a chi ha già dei successi alle spalle e a chi dimostra di avere copertura per la rimanente parte del 50% non garantito dal finanziamento. Ma in questo modo non si penalizzano i produttori indipendenti e gli esordienti?

La scelta di incentivare coloro che sbancano al botteghino e che saranno poi ulteriormente favoriti nei premi assegnati proprio in virtù delle vendite effettuate ha generato diverse polemiche. Nel Decreto Urbani in realtà si parla anche di coloro che hanno già ottenuto Premi e Riconoscimenti vari per lavori precedenti. Non si sarà trattato della soluzione perfetta ma è comunque stato un tentativo per cercare di arginare il fiume di soldi pubblici, si parla per il 2014 di 187 milioni di euro, che vanno a finanziare progetti cinematografici mai realizzati o poco visti o dichiarati veri e propri flop. Potremmo anche dare per valida la teoria secondo cui il cinema italiano non produce più i bei film di una volta ma dobbiamo anche ammettere che quelle poche pellicole di qualità che vengono effettivamente realizzate crollano al momento dell’impatto con il pubblico, che sembra preferire i trash-film e questo non è certo colpa dei finanziamenti o dei finanziatori.

Sul sito del MIBACT, nella sezione Direzione generale per il Cinema, sono elencate tutte le modalità, i requisiti e le possibilità relative ai finanziamenti ai Progetti cinematografici. Negli anni gli scandali non sono mancati come le polemiche d’altronde: per i destinatari dei fondi, per i membri delle commissioni destinate alla scelta, per la mole di finanziamenti che anche se non sono a fondo perduto in realtà ritornano al mittente solo in piccolissima parte.

Viene quasi naturale chiedersi se sia necessario continuare a sovvenzionare decine e decine di progetti cinematografici, impiegando milioni e milioni di soldi pubblici quando ad  altri settori della Cultura viene destinata una liquidità molto inferiore. Continuare a farlo avrebbe senso in un Paese economicamente forte, stabile, nel quale i bisogni fondamentali sono realmente e in toto garantiti a tutti i cittadini e solo allora si potrebbe pensare di destinare il superfluo a ulteriori attività. Non tagliare fondi per Sanità, Istruzione, Pensioni e mantenere finanziamenti così elevati per Progetti cinematografici di interesse culturale che poi nella realtà vanno a supportare anche i cine-panettoni.

Il fulcro della questione non è tanto il funzionamento attuale dei finanziamenti al cinema quanto il come e il se dovranno continuare per il futuro in virtù anche del fatto che sono già realtà case di produzione cinematografica italiane indipendenti che non usufruiscono di soldi pubblici e producono egualmente progetti di qualità. Inoltre coloro che intendono portare avanti un progetto anche cinematografico possono provare a creare un crowdfunding, magari internazionale visto che uno dei limiti che più si rimprovera al MIBACT è proprio quello di richiedere produzioni in lingua italiana con significative ripercussioni limitative nella immissione e diffusione sul mercato.

In sintesi rappresentano l’ennesimo punto oscuro della Cultura italiana i finanziamenti al cinema e non solo per il loro funzionamento.

http://www.sulromanzo.it/blog/finanziamenti-al-cinema-come-funzionano

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Unità in crisi: appello a Renzi ma i lettori non ci sono più

22 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

4057343128

Nella giornata di ieri, durante l’Assemblea del PD a Roma, la vicepresidente Zampa ha letto pubblicamente un documento redatto dai giornalisti de «L’Unità», ancora in presidio davanti al Nazareno.

«La sinistra ha bisogno di un giornale vivo, e talvolta scomodo, per evitare la tentazione di un riformismo dall’alto che la renderebbe debole e subalterna. Di un giornale vivo ha bisogno la società italiana. […] Dobbiamo fare il possibile, tutto il possibile, per dare un futuro alla storia de L’Unità» recita il foglio distribuito dagli stessi giornalisti e sottoscritto da numerose firme del giornalismo e della società civile.

«L’Unità», quotidiano fondato da Gramsci nel 1924, è stato organo di Partito di: Partito Comunista Italiano (PCI), Partito Democratico della Sinistra (PDS), Democratici di Sinistra (DS). Il Partito Democratico (PD) ne detiene invece solo delle quote di capitale. Nel 2012 il Governo ha stanziato per l’editore “Nuova Iniziativa Editoriale” € 3.615.894,65 (tre milioni e seicentoquindici mila ottocentonovantaquattro virgola sessantacinque euro) che evidentemente non sono bastati a supportare le ingenti spese. Stando ai dati Audipress, nel primo trimestre del 2012 «L’Unità» ha avuto una tiratura media di 97.468 (novantasette mila e quattrocentosessantotto) copie di cui risultano ‘totale pagato’ 35.220 (trentacinquemila e duecentoventi).

All’appello: “L’Unità deve tornare presto in edicola” fa eco la motivazione condivisa dai media della chiusura: “crollo delle vendite in edicola”. In effetti i lettori del quotidiano sembrano veramente pochi, soprattutto se confrontati con gli elettori di sinistra e centro-sinistra che, ad esempio, alle elezioni politiche del 2013 sono risultati essere 10.047.808 (dieci milioni e quarantasette mila ottocentotto) di cui 8.644.523 (otto milioni e seicentoquarantaquattro mila cinquecentoventitre) solo relativi al Partito Democratico.

Quando i media affermano “i lettori chiedono di dare un futuro alla storia de l’Unità” esattamente a chi si riferiscono? E questi lettori che urlano a gran voce il diritto di poter continuare a leggere il quotidiano sono consapevoli che il futuro di questa storia sono essi stessi? Immaginiamo che anche solo un terzo degli elettori di sinistra o centro-sinistra acquisti il quotidiano in edicola a un prezzo medio di €1.40, l’editore incasserebbe a questo punto €4.688.976,6 (quattro milioni e seicent’ottantotto mila novecentosettantasei virgola sei euro) al giorno. Dunque la protesta e gli appelli dei giornalisti de «L’Unita» non ha gran senso che siano generici in quanto è evidente che debbano essere indirizzati al proprio pubblico, non si può certo pensare che per salvare un giornale si debbano ulteriormente aumentare i fondi pubblici che tra l’altro risultano essere già una sostanziosa cifra né tantomeno aspettarsi che siano lettori di diversa ideologia a comprare il quotidiano. Inoltre i giornalisti stessi che urlano a gran voce il loro diritto di scrivere su una testata che possa rappresentare e raccontare le idee e le ideologie di sinistra dovrebbero anche fare un po’ ammenda sui motivi per cui hanno costantemente perso lettori e sul perché il pubblico di sinistra preferisce leggere altro e non il quotidiano di Gramsci.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Guzzanti la reietta. Polemiche per il suo tweet

16 giovedì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

foto guzzanti

Come prevedibile non appena il cinguettio della Guzzanti è rimbalzato nel web sono iniziate feroci le polemiche. 140 caratteri che hanno suscitato la reazione di tutti i bravi e onesti cittadini italiani che proprio non possono tollerare la «solidarietà a Riina e Bagarella privati di un loro diritto. I traditori delle istituzioni ci fanno più schifo dei mafiosi».

Per la gente e i media è inammissibile tollerare un simile atteggiamento, non si può mostrare tolleranza né tantomeno solidarietà per dei ‘mafiosi’ che hanno volontariamente mandato a morte degli innocenti, è un affronto troppo duro da digerire anche per i familiari delle vittime.

Salvatore Borsellino, sì proprio lui, fratello di Paolo, l’11 ottobre 2014, in risposta al tweet della Guzzanti scrive: «Forse io lo avrei scritto in maniera diversa […] ma sul concetto sono assolutamente d’accordo. Mi fanno meno schifo i mafiosi, mi fanno meno schifo Riina e Bagarella di quanto mi ripugnano Mancino, Mannino e tutti gli altri imputati di quello stato deviato che sono sotto processo nel procedimento penale per attentato a corpo politico dello Stato, quel processo sulla trattativa che è il vero obiettivo degli attacchi che da ogni parte si concentrano su Sabina Guzzanti rea di aver prodotto un film in cui la verità sul sangue di cui sono intrise le fondamenta di questa disgraziata ‘seconda Repubblica’ potrebbe arrivare alla massa degli italiani e scrollarli dalla loro apatia e dalla loro indifferenza. Paolo non è stato ucciso dalla mafia, Paolo è stato ucciso perché costituiva un ostacolo insormontabile per potere portare avanti quegli ‘indicibili accordi’ che erano volti a salvare la vita di alcuni ex ministri o ministri in carica rei, secondo Riina, di non aver rispettato i patti stretti con la mafia».

Possibile che questo non faccia indignare nessuno di quelli che prontamente si sono sentiti offesi dal tweet della Guzzanti?

Le parole di Sabina Guzzanti presumibilmente sono un commento alla decisione della corte d’Assise di Palermo di non ammettere gli imputati, Riina, Bagarella e Mancino, alla deposizione di Giorgio Napolitano nell’ambito del processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia.

In un altro tweet la Guzzanti ha scritto:«Le stragi sono state progettate all’interno delle istituzioni i mandanti sono colpevoli quanto gli esecutori».

Anche qui ci sono le premesse per una forte indignazione ma non rivolta alla Guzzanti.

 

 

 

 

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Fondazioni culturali italiane: luci e ombre

15 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ 1 Comment

Fondazioni culturali italiane

Il dibattito sulle Fondazioni culturali italiane è sempre molto acceso e, nonostante i riflettori siano continuamente puntati col loro fascio di luce accecante, tante sono le zone d’ombra ancora da chiarire a cominciare dalla definizione stessa dell’espressione “fondazione culturale”.

Marco Demarie, della Fondazione Giovanni Agnelli, durante il Convegno Il problema delle Fondazioni, tenutosi all’Accademia dei Lincei nell’Aprile del 2004, sosteneva che «la dizione ‘fondazione culturale’ non porge dunque di per sé alcunché di chiaro e distinto, anche se, sul piano fenomenologico, il soggetto è ben dotato di esistenza e di realtà. Prendendo a prestito un detto comune in altre lingue: ‘non so definirlo, ma se lo incontro lo riconosco’. Il punto è che in questa riconoscibilità intuitiva finiscono per cadere entità alquanto diversificate. Ancor di più la questione si complica se viene accettato il postulato: che ogni fondazione, o almeno ogni fondazione di pubblica utilità, sia una fondazione culturale, ancorché sui generis».

L’Articolo 2 della Legge 17 Ottobre 1996 numero 534 sancisce i requisiti richiesti alle Istituzioni culturali. Queste devono:

  • Essere istituite con legge dello Stato oppure essere in possesso di personalità giuridica.
  • Non avere finalità di lucro.
  • Promuovere e svolgere in modo continuativo attività di ricerca e di elaborazione culturale.
  • Disporre di un rilevante patrimonio bibliografico, archivistico, museale, cinematografico, musicale, audiovisivo, qualunque sia il supporto utilizzato, pubblicamente fruibile in maniera continuativa.
  • Svolgere e fornire servizi, di accertato e rilevante valore culturale.
  • Sviluppare attività di catalogazione.
  • Organizzare convegni, mostre e altre manifestazioni di valore scientifico e culturale.
  • Svolgere l’attività sulla base di un programma almeno triennale.
  • Svolgere attività editoriale.
  • Documentare l’attività svolta.
  • Disporre di una sede adeguata.

Per poter essere inserita nell’apposita tabella emanata e usufruire quindi del contributo ordinario annuale dello Stato, un’istituzione culturale e quindi anche una fondazione culturale deve possedere tutti i requisiti sopra elencati e aver svolto attività continuativa da almeno cinque anni.

Nell’Ottobre del 2007 l’ISTAT ha resi pubblici i dati relativi alla prima rilevazione sulle fondazioni attive in Italia al 31 Dicembre 2005. È stato così possibile censire ben 4.720 fondazioni attive, di cui il 44,2% localizzato nel Nord-Ovest. Rispetto alla rilevazione del 1999, il numero delle fondazioni è cresciuto di quasi il 57%. Tale crescita pare sia dovuta al processo di privatizzazione delle Istituzioni pubbliche di Assistenza e Beneficenza (Ipab) e alla conseguente trasformazione in fondazione di alcune di esse. Il 78,1%delle fondazioni registra entrate di origine prevalentemente privata. E solamente il 16,5% delle fondazioni censite opera nel settore della cultura.

Pier Luigi Sacco in un’intervista per «Il Giornale delle Fondazioni» parla delle scelte necessarie per la cultura italiana e del ruolo nonché del potenziale delle fondazioni. «Le ragioni che danno conto dell’eccezionalità del peso delle fondazioni nello scenario italiano: la crisi economico-finanziaria che ha ridotto drammaticamente i livelli di spesa pubblica in ambito culturale; la debolezza e l’arretratezza della politica culturale italiana; l’equivoco tutto italiano attorno al tema della valorizzazione, che viene da noi percepito come un possibile fattore trainante dell’economia culturale quando non addirittura dell’economia nel suo complesso».

In realtà gli equivoci sono tanti, non ultimo quello secondo cui le fondazioni possono salvare la cultura italiana altrimenti destinata all’oblio. Molto dipende dal concetto stesso di cultura che bisogna perentoriamente sviscerare da quello di nicchia, settore, élite e cominciare a profonderlo e disseminarlo tra la gente, per le strade, in ogni dove, soprattutto nelle scuole e in maniera nuova, adeguata al periodo storico in cui viviamo.

In un articolo per «La Repubblica» Alessandro Baricco parla delle sovvenzioni pubbliche alla cultura ma soprattutto elenca una possibile via d’uscita alternativa. «Quando si parla di fondi pubblici alla cultura non si parla di scuola e di televisione. […] Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. […] Che senso ha salvare l’opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la Storia della musica neanche quando si studia il Romanticismo? […] Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera a settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel. […] Formare un pubblico consapevole, colto e moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione. […] Basta con l’ipocrisia delle Associazioni o delle Fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare le tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloce e superagevolate».

Le luci sulle Fondazioni continuano a illuminarle come insegne luminose o fari da palcoscenico ma le ombre permangono. La verità è che un cambiamento è indubbiamente necessario, ma che sia reale e profondo, non un rattoppo per salvare il salvabile bensì una rivoluzione che ponga al centro di tutto il sapere, la conoscenza, il patrimonio italiano e il suo corollario, i giovani, sono loro l’ancora cui aggrapparsi per scansare il pericolo del degrado, dell’abbandono, del dimenticatoio. Bisogna ristabilire i cardini e poi fare in modo che della res publica tutti possano giovarne, indistintamente. Potrà essere la strada indicata da Baricco o un’altra, è uguale, l’importante è smettere di illudersi di riuscire ad assistere a una manifestazione diversa pur lasciando il tutto in mano ai soliti registi.

Non saranno l’unica causa della situazione attuale ma per certo non possono rappresentare neanche l’unica soluzione possibile le Fondazioni o Istituzioni culturali italiane, con le loro luci e anche con le loro ombre.

http://www.sulromanzo.it/blog/fondazioni-culturali-italiane-luci-e-ombre

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Istituto della violenza e il cammino della nonviolenza

10 venerdì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

Nel 2002 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha resi pubblici i dati del Rapporto Mondiale sulla violenza e la salute (World report on violence and health), la prima analisi dettagliata su scala globale del problema della violenza e delle sue complicanze. Lo studio del Rapporto ha un effetto sconcertante, ci si trova infatti faccia a faccia con la dura realtà dei fatti, ovvero che la violenza colpisce quotidianamente in maniera grave e spesso irreversibile una quantità rilevante di persone: uomini, donne, giovani, bambini, anziani. 500 adolescenti vittime di violenza interpersonale al giorno, tra i 3.5 e i 7.5 milioni di giovani ogni anno riportano ferite che richiedono un intervento medico, milioni di bambini maltrattati e abusati, milioni di donne uccise, abusate o maltrattate, migliaia di anziani maltrattati o abbandonati. Sconcertanti anche i numeri relativi alla violenza auto inflitta: 1 suicidio e tra i 10 e i 40 tentativi ogni 40 secondi.

Una stima al 30 settembre 2014 di guerrenelmondo.it ci ricorda che attualmente sono 64 i Paesi coinvolti in guerre e 572 le milizie, i guerriglieri o i gruppi separatisti in azione. La valutazione dei decessi in relazione agli eventi bellici di presentepassato.it annovera nel secolo scorso, ovvero negli anni tra il 1900 e il 1995, un totale di 109.700.000 (centonovemilioni e settecentomila) morti e  quello che è stato definito il “cinquantennio di pace”, il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri, vanta 20 milioni di morti e 60 milioni di feriti per cause dirette e indirette relative a conflitti, guerre o insurrezioni. Molti di questi decessi e ferimenti riguardano la popolazione civile.

La violenza rappresenta un grave onere per le casse di uno Stato. Nel calcolare i relativi costi di incidenza sull’economia di una nazione bisogna considerare molteplici fattori che vanno dai costi diretti dell’assistenza medica e legale al calo di produttività come conseguenza dei plurimi decessi, ferimenti, disabilità, dal danno della proprietà pubblica e privata al freno agli investimenti e al turismo. Ma il dato più inquietante riguarda la consapevolezza che questo elevatissimo tasso di violenza rappresenta innegabilmente il campanello di allarme dell’infelicità diffusa del genere umano. È opinione largamente condivisa la teoria secondo la quale la violenza genera altra violenza e che persone vittime di violenza hanno maggiori probabilità di diventare a breve o lungo termine essi stessi aggressori. In altre parole si potrebbe sintetizzare dicendo che la violenza non si combatte con la violenza.

Johan Galtung riconosce tre tipi distinti di violenza nella società contemporanea (diretta, strutturale, culturale), largamente interconnessi tra di loro.

image-61

Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno le vittime di violenza diretta (suicidi, omicidi, guerre) sono mediamente circa 1.600.000. Le vittime della violenza strutturale sono circa 30 – 40 milioni ma hanno un impatto minore in quanto le loro morti sono lente, silenziose, causate dalle condizioni di lavoro, dal sottosviluppo, dalla denutrizione. La violenza culturale è forse la peggiore tra le tre in quanto studiata appositamente per giustificare le altre due. Ciò che leggiamo nei testi scolastici, le immagini e i discorsi che ascoltiamo in televisione, sui giornali, alla radio ci rendono fin da piccolissimi l’idea di quello che è lecito e di quello che non lo è, di cosa sia giusto e cosa sbagliato finendo inevitabilmente con il generare in ognuno dei cardini culturali “universalmente” riconosciuti difficili da controbattere proprio perché largamente condivisi.

Nella gran parte dei testi scolatici adottati nelle scuole italiane si leggono frasi del tipo “fu dichiarata guerra perché bisognava difendere i confini dagli attacchi degli invasori”, “entrò in guerra per difendere i possedimenti conquistati”, “si rese inevitabile il conflitto armato per conquistare le nuove terre e civilizzare gli abitanti del luogo” e via discorrendo. Queste non sono altro che giustificazioni di comportamenti estremamente violenti e autoritari. Attualmente quasi non si dichiara più di “entrare in guerra” anche in virtù del fatto che sono cambiate le modalità di attacco e combattimento e di sicuro quello che è diverso rispetto al passato è il leit-motiv che dà origine e al contempo giustifica le ostilità. “Combattere il terrorismo” questo sembra essere diventato l’unico motivo per cui si decide di entrare in guerra. Solo che da quando si è deciso di combatterlo questo terrorismo non fa che dilagare. Si amplifica come reazione al tentativo di arginarlo? Si ha l’impressione che sia un fenomeno in crescita in quanto ora se ne parla continuamente mentre in passato se ne taceva? È veramente questo il motivo per cui si decide di entrare in guerra, aprire le ostilità, combattere e uccidere o alla fin fine i motivi propulsori sono sempre gli stessi: potere e denaro? Non potrebbe essere che questo sia ormai diventato l’unico motivo che le masse accettano come causa di conflitti perché ne sono “terrorizzate”?

Uno studio dell’OCSE pone in relazione la violenza con la cultura e il reddito pro-capite. Il tasso maggiore di omicidi ad esempio si registra in aree dove il reddito pro-capite è molto basso. Diverse ricerche hanno dimostrato che la povertà e la mancanza di “capitale sociale”, ossia la rete sociale e le relazioni di vicinato, sono condizioni che pongono maggiormente a rischio di abusi e violenze i minori. Maurizio Pallante sostiene che la società moderna occidentale sia basata prevalentemente sul concetto di “ben-essere” confuso però con quello del “tanto-avere”, generando in questo modo una catena autodistruttiva nella quale ci si affanna in ogni modo per accumulare oggetti, cose, denaro, per poter raggiungere quello che ci viene indicato come il traguardo abbattendo nel frattempo ostacoli che possono rallentare la nostra corsa: l’affettività, la solidarietà, l’autoproduzione, il tempo libero che non genera guadagno monetario e via discorrendo. È indubbiamente una corsa destinata a generare delusione, in quanto gli oggetti e il denaro cumulabili sono infiniti.

Era il 1971 quando John Lennon esortava tutti i suoi fan a immaginare un mondo dove «non esistano frontiere, non è difficile da fare, nessuno per cui uccidere o morire e nessuna religione. Immagina tutta la gente vivere una vita in pace. […] Immagina tutta la gente condividere il mondo intero…».

Alessandro di Battista è stato oggetto di dure critiche da parte della stampa e del pubblico per il contenuto di un post condiviso sul blog di Beppe Grillo il 16 agosto 2014. In esso Di Battista affermava: «Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo? […] Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. […] Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. […] L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace smetti di lucrare sugli armamenti. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o quantomeno che lo ha armato. […] L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parte che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. […] Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. […] L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre (cit. Beppe Grillo)».

Michael Moore in una video-inchiesta di alcuni anni fa intervistava i reclutatori dell’esercito americano, sparsi in tutto il Paese alla ricerca di giovani volontari e volenterosi di arruolarsi nei marines, chiedendo loro il motivo per cui pur mostrandosi tanto convinti delle loro parole e pur dichiarando ai ragazzi le ottime prospettive per il futuro nessuno di loro facesse altrettanto con i propri figli, avendo egli stesso verificato che il tasso di arruolamento tra la discendenza dei reclutatori era minino o rasente lo zero. In effetti verrebbe da porre la stessa domanda a coloro che si dichiarano favorevoli all’intervento armato per combattere il terrorismo. Quanti di loro hanno dei figli che partiranno per il fronte? Quanti di loro sono disposti a partire in prima persona? Non è che per caso la stragrande maggioranza delle persone è a favore della guerra perché la vede come una cosa necessaria per tutelare e garantire la propria sicurezza e stabilità?

Anche Roberto Saviano in un suo recente intervento per «L’Espresso» affronta il tema della violenza nelle manifestazioni di protesta, invitando tutti non ad abbandonare la rivendicazione dei propri diritti ma a farlo in maniera diversa, nuova, pacifica: «La crisi economica e i regimi stanno distruggendo le possibilità di felicità, il lavoro, la serenità. E ci si unisce molteplici in nome di rivendicazioni comuni, non animati dall’odio e dalle teorie del complotto».

Ripensare i punti fermi della società contemporanea, evolvere il pensiero e la mente verso un futuro nuovo, possibile, seguire insegnamenti alternativi che conducono a verità antiche come il mondo. Questo il cammino della nonviolenza, l’unica e reale alternativa alla carneficina della violenza. «Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non c’è ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere (Mahatma Gandhi)».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Alessandro di Battista: “Pinotti: abbassi la cresta”

04 sabato Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

irma_loredana_galgano

DI IRMA LOREDANA GALGANO

Il  portavoce alla Camera dei Deputati  dell’ M5S Alessandro di Battista ritorna oggi, sulla sua pagina  Facebook, a parlare della vicenda che ha visto coinvolto il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, la quale avrebbe viaggiato a bordo di un aereo militare per rientrare a casa a Genova da Roma.

La questione ovviamente non era passata inosservata tanto che è stata già depositata un’interrogazione parlamentare  proprio a firma dello stesso Di Battista e di Luca Frusone, ma ritorna d’attualità a seguito del rifiuto del Ministro di rispondere alle domande del giornalista Manolo Lanaro del Fatto Quotidiano a cui il suo portavoce avrebbe dato del maleducato. Immediata la reazione dell’opinione pubblica e del portavoce alla Camera che ci tiene a far sapere alla Pinotti «che faremo tutte le domande che vogliamo e quando vogliamo perché non siamo sudditi e perché si tratta di denaro pubblico».
Di Battista inoltre ci tiene a precisare che «Il Ministro Pinotti è una dipendente dei cittadini, ha il dovere di rispondere alle interrogazioni parlamentari e alle domande della stampa. Ha anche il dovere di “abbassare la cresta” tra l’altro, non è stata ancora eletta Presidente della Repubblica (circola il suo nome come post-Napolitano) e difficilmente la cosa accadrà visti i suoi comportamenti poco trasparenti riguardo l’utilizzo degli aerei di Stato». Se dovesse essere accertato il fatto sarebbe grave,  per il periodo storico di  crisi che sta vivendo  l’Italia. Certi atteggiamenti di ostentazione e lusso potrebbero  infatti essere interpretati  dalla popolazione italiana come uno schiaffo  alla miseria .

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/10/04/pinotti-abbassi-la-cresta/

imgres-4

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

I migliori licei in Italia

01 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

Licei italiani

Quali sono i migliori licei in Italia? Ogni volta che si avvicina il tempo della scelta, per famiglie e studenti, della scuola superiore da frequentare, in tanti cominciano a chiedersi: Liceo o Istituto? Qual è la decisione migliore per il futuro? Il liceo prepara bene per l’Università?  E per il lavoro?

Le tipologie di liceo attualmente presenti nell’ordinamento scolastico italiano sono:

  • Liceo artistico.
  • Liceo classico.
  • Liceo linguistico.
  • Liceo musicale e coreutico.
  • Liceo scientifico.
  • Liceo scientifico opzione Scienze applicate.
  • Liceo scientifico sezione a Indirizzo sportivo.
  • Liceo delle scienze umane.
  • Liceo Economico-sociale.

Qscuole.it sta cercando di creare una classifica consultabile online dei migliori licei in Italia divisi per tipologia. L’applicazione è ancora work-in-progress ma il metro di giudizio è autorevolissimo: il voto degli studenti. Attualmente stanziano in prima posizione: il Liceo artistico di Giussano (Milano), il Liceo classico di Terni, il Liceo linguistico Capriotti diSan Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), il Liceo scientifico Rummo di Benevento, l’Istituto Magistrale (Liceo delle Scienze umane) Bianchi Dottula di Bari.

Anche Skuola.net ha svolto una ricerca per determinare una classifica delle scuole italiane, ma lo ha fatto per individuare quelle più severe, ovvero dove si contano il maggior numero di bocciati. Nella classifica figurano tre licei ma solo in settima, ottava e nona posizione:

  • Liceo scientifico Cardano di Milano (36,6% di bocciati).
  • Liceo scientifico Veneto di Napoli (36,2% di bocciati).
  • Liceo artistico Palizzi di Napoli (35,6% di bocciati).

Risultano tutti licei invece le prime cinque scuole più clementi, meno propense alla bocciatura e che nell’anno scolastico scorso non hanno rimandato nemmeno uno studente:

  • Liceo classico e linguistico E. Setti Carraro Dalla Chiesa di Milano.
  • Liceo scientifico Castelnuovo di Firenze.
  • Liceo classico Via da Garessio di Roma.
  • Liceo classico Via del Tufo di Roma.
  • Liceo classico Via Ponti di Roma.

Norberto Bottani, ricercatore nel campo delle politiche scolastiche, ci narra che in Francia, per evitare la pubblicazione di classifiche arbitrarie, da oltre dieci anni è il Governo a stilare, ogni primavera, la classifica dei migliori licei, seguendo indicatori della qualità che tengono in considerazione il lavoro svolto nell’istituto scolastico, la popolazione che lo frequenta, il contesto sociale, l’ambiente socio-economico nel quale il liceo si trova. L’ideale sarebbe poter unire i fronti e avere a disposizione i risultati di entrambe le tipologie di studio per poterli confrontare e ottenere così dei dati sicuramente più obiettivi.

In un’intervista per Educazione&Scuola ancora Norberto Bottani accende i riflettori su un problema che sta a monte della scelta della scuola da frequentare: il peso attribuito dalla politica italiana all’istruzione scolastica. Sicuramente scarso. «Nei Paesi nei quali la scuola e il sistema scolastico sono all’apice delle preoccupazioni dell’opinione pubblica, la classe politica, i dirigenti scolastici, i pedagogisti, i sindacalisti, i mass media dedicano un’attenzione quotidiana ai problemi scolastici. In questi sistemi politici ed economici l’istruzione è percepita come il traino del progresso e del benessere sociale ed economico, è garanzia di sicurezza sociale, di rispetto, è un sigillo della qualità della vita sociale. Non penso che esistano queste condizioni in Italia».

Ma le scuole superiori in Italia che preparano al meglio gli studenti per l’Università sono solo i licei? Secondo uno studio compiuto dalla Fondazione Giovanni Agnelli no. I dati della ricerca si basano sui risultati ottenuti dagli ex alunni e dimostrano che non solo i liceali ottengono buoni risultati e traguardi in ambito accademico ma anche coloro che hanno compiuto un percorso di studi tecnico. Sono stati preventivamente esclusi gli istituti professionali in quanto la loro vocazione sarebbe da sempre quella di indirizzare direttamente al mondo del lavoro.

Il sistema scolastico secondario di secondo grado italiano è sempre stato incentrato sulla netta categorizzazione tra licei, istituti tecnici, istituti professionali e formazione professionale e l’attuale riassetto dell’ordinamento non ha minimamente scalfito tali distinzioni. Spesso ciò ha coinciso con una netta dicotomia tra studio e lavoro, cultura e professione, umanità e professionalità che si è concretizzata con il perpetrarsi di una gerarchizzazione culturale e sociale arida e opinabile. Fatto sta che ancora oggi chi decide di proseguire il suo percorso di studi al ginnasio deve essere ben motivato e intenzionato a portarlo avanti fino all’Università, sarà quindi indispensabile una approfondita riflessione su quelle che sono le proprie attitudini ma anche le ambizioni, le capacità come le prospettive per il futuro. La scuola migliore è quella in cui ognuno riesce a portare avanti la propria crescita personale e la propria formazione. Un luogo in cui un alunno riesca a fare questo ritengo possa essere sicuramente indicato come un ottimo liceo italiano.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-migliori-licei-in-italia

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Dopo due secoli riappare un manoscritto di Mozart

29 lunedì Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

È stato ritrovato in un deposito della Biblioteca di Budapest, dopo oltre duecento anni dalla scomparsa, il manoscritto originale della Sonata numero 11 per pianoforte in la maggiore di Wolfang Amadeus Mozart. Si tratta di quattro fogli, meticolosamente custoditi nel Museo di Salisburgo, città natale del famoso compositore, che ora sarà possibile riunire agli altri per avere una visione d’assieme.

Il ritrovamento è avvenuto per mano di Balazs Mikusi, da cinque anni alla guida del Dipartimento musicale della Biblioteca Nazionale Szechenyi, che ha trascorso ore, giorni, anni studiando i fogli non catalogati e conservati nei depositi. Una grande soddisfazione per lui che ha ritrovato il testo originale di una delle più conosciute opere mozartiane. Una indescrivibile emozione per gli appassionati che sperano ora di poterlo ammirare quanto prima.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Matteo Renzi non vuole sentire i Comitatini. Che insorgono

29 lunedì Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

“Nel Piano ‘Sblocca Italia’ c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia, dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura della reazione di tre, quattro comitatini”.

Con queste esatte parole Matteo Renzi ha dichiarato i suoi intenti per il futuro energetico italiano: i fossili. E vuole portare avanti il suo progetto principalmente nella regione siciliana, che non avrebbe altre risorse potenziali come il turismo, il mare, la coltivazione di agrumi: oppure no? Ha citato inoltre la Basilicata, che attualmente fornisce circa il 70% della produzione petrolifera italiana. Se l’incremento dell’attività estrattiva portasse un aumento dei posti di lavoro, allora l’attuale Capo del Governo potrebbe spiegare perché, in questa regione dove si estrae petrolio dalla metà degli anni Novanta, stando ai dati della CGIL si registra un tasso di disoccupazione costantemente in aumento? La nostra ipotesi è che non sia l’incremento e più in generale l’estrazione petrolifera la soluzione ai problemi energetici e occupazionali italiani.

I tre o quattro comitatini tirati in ballo da Renzi, nella realtà coincidono con la gran parte dei residenti locali. Cittadini che all’occasione si trasformano in elettori, proprio quelli per cui i politici tengono discorsi e comizi narrando per esteso i loro grandi progetti per il futuro, per la crescita, per l’occupazione, ma anche per il territorio: è proprio quest’ultimo che essi si affannano a difendere, a tutelare, a preservare dallo scempio continuo dovuto a scelte politiche errate che negli anni non hanno fatto altro che deteriorare le risorse esistenti.

Alcuni anni orsono si è reso necessario l’intervento dell’Esercito Italiano e di un pool di tecnici e specialisti per determinare ciò che la popolazione locale già sapeva da tempo, ovvero che la Discarica del Formicoso non poteva essere costruita su terre da sempre adibite a terreni agricoli perché troppo ricche di falde acquifere non profonde e perché troppo soggette a spaccature conseguenti ai ricorrenti terremoti, del tutto normali e prevedibili in una zona catalogata a rischio sismico 1. Parliamo dell’Irpinia, la terra del terremoto del 23 Novembre del 1980, motivo per cui il Consiglio dei Ministri con D.P.C.M. del 6.11.2009 ha dichiarato lo stato di emergenza per la vulnerabilità della Galleria Pavoncelli, dando così l’avvio definitivo alla costruzione della Pavoncelli-bis. Un’altra galleria parallela alla prima, per portare altra acqua all’Acquedotto Pugliese, che vanta di avere perdite in rete e amministrative solo del 47%. Solo? Prima di procedere alla costruzione di una nuova galleria per una portata d’acqua di 10.000 litri al secondo che il fiume Sele non ha più ormai da anni, non si poteva imporre o quantomeno suggerire l’eliminazione delle perdite in rete e amministrative? Fatto sta che questa ‘emergenza sismica’ non compare nei documenti ufficiali relativi al Permesso di Ricerca Nusco, che copre una superficie di 698,50 Kmq a ridosso dell’area circostante il fiume Sele.

Anche in questa zona, come in Basilicata, come in Sicilia, come in Abruzzo, come nella Val di Susa, si è venuto a costituire un Comitato spontaneo di cittadini che vuole sia posto un freno al consumo delle risorse naturali, che sia avviata una pianificazione sostenibile a sostituire l’assenza prolungata di una valida politica territoriale, che in conseguenza dell’ormai visibile a tutti fallimento della politica industriale delle zone interne siano posti in evidenza ambiente, agricoltura e turismo sostenibile. Questi intenti non potevano che cozzare con le dichiarazioni di Renzi e allora, invece di indietreggiare, i tre o quattro comitatini hanno deciso di portare avanti un progetto in sinergia, il Forum ambientale dell’Appennino: «Centro Studi, Documentazione e Ricerca per la tutela della salute e dell’ambiente, la salvaguardia del paesaggio, la valorizzazione e la promozione del territorio, l’assistenza e il mutuo soccorso alle categorie sociali svantaggiate, la promozione di un modello organizzativo, economico, sociale e ambientale alternativo fondato sulla sovranità alimentare ed energetica dei territori che punti sull’innovazione delle tecnologie in campo energetico, sul turismo, sull’agricoltura sostenibile, sulle risorse culturali materiali ed immateriali e sul più ampio ventaglio di possibili attività compatibili con l’ecosistema montano».

Forse Matteo Renzi, prima di vergognarsi di andare a parlare «delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream», avrebbe potuto parlare e confrontarsi senza vergogna con i tre o quattro comitatini. Avrebbe potuto magari discutere e valutare i progetti territoriali alternativi, fermarsi a riflettere su soluzioni innovative. Avrebbe potuto constatare che il loro scopo non è far paura, ma la salute dei cittadini, la tutela del territorio, la salvaguardia delle risorse: e allora, in uno Stato democratico perfetto, gli intenti delle parti avrebbero dovuto coincidere.
Domenica 28 Settembre 2014 il Forum Ambientale dell’Appennino organizza il primo workshop a Caposele, dove nasce il fiume Sele, aperto a tutti coloro interessati alle problematiche del territorio.

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Blog del Giovedì

25 giovedì Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

≈ Lascia un commento

I migliori corsi di Filosofia in Italia

Filosofia

Il dibattito italiano degli ultimi anni verte non solo su quali siano i migliori corsi di Laurea in Filosofia ma sul senso degli stessi.

Secondo il Censis sul podio stanziano le università di Bologna,  Siena e Roma – Tor Vergata, per progressione di carriera e rapporti internazionali, mentre AlmaLaurea conferisce la medaglia d’oro al San Raffaele di Milano per i maggiori riscontri occupazionali ottenuti.

Alla proposta governativa di eliminare il primo ciclo universitario ha fatto eco un diffuso malcontento generale da parte del mondo accademico, docente soprattutto. L’obiezione principale si riferiva alla preoccupazione che dietro tale proposta ci fosse una tacita volontà di eliminare del tutto il corso di Laurea in Filosofia dal sistema universitario italiano. È ovvio che chi insegna questa materia e per coloro i quali ciò rappresenta un lavoro e una fonte di reddito tale eventualità sia una catastrofe annunciata.

Il motivo principale per cui si teme l’eliminazione del corso di Laurea in Filosofia e ci si interroga sulla sua effettiva utilità è purtroppo come sempre di natura economica. Quanti laureati in Filosofia trovano occupazione? Quant’è utile e necessario lo studio della Filosofia nell’odierno sistema economico e commerciale? Gli operatori del settore smentiscono categoricamente l’opinione diffusa che vuole per certo l’abbinamento: laureato in Filosofia – disoccupato di categoria, puntando molto sulla nuova professione di consulente filosofico.

La questione però dovrebbe essere posta in termini differenti, ovvero l’interrogativo da porsi sarebbe: serve davvero un corso di Laurea per studiare e imparare la Filosofia? Nella gran parte dei casi i Piani programmatici di studio consigliati e seguiti dalle facoltà universitarie sono a carattere monografico, incentrati su certi temi o certi argomenti e accompagnati dalla lettura e dallo studio dei classici e/o dei contemporanei. È evidente quindi che uno studente che voglia raggiungere un buon livello di preparazione debba integrare lo studio accademico con ricerca, approfondimenti, letture e analisi proprie e personali. Per Schopenhauer «Il filosofo diventa tale in virtù di una perplessità, che egli cerca di superare […]. i falsi filosofi si distinguono dai veri, in questo: che nei veri quella perplessità nasce dalla vista diretta del mondo, negli altri invece soltanto da un libro, da un sistema».

Se la Facoltà universitaria dovesse servire per mantenere il diritto all’Istituzione, inteso come “diritto al filosofare” allora ben venga, ma resta inteso che questo deve essere coltivato senza condizionamenti per avere un senso e una logica puri. I più antichi pensatori della storia della Filosofia non ebbero mai la consapevolezza di essere dei “filosofi”, eppure è sempre e comunque da loro che bisogna partire e alla fine è sempre e comunque a loro che si arriva. Il punto quindi non è quali siano i migliori corsi di Filosofia in Italia utili a trovare lavoro bensì quelli eventualmente necessari a liberare la mente per trovare il pensiero.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-migliori-corsi-di-filosofia-in-italia

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Sostieni le Attività di Ricerca e Studio di Irma Loredana Galgano

Translate:

Articoli recenti

  • Joana Salém Vasconcelos, Il soldato e il professore
  • La guerra tra Stati Uniti e Russia passa ancora attraverso Cuba
  • Testo, immagini e cultura nella fotografia siciliana del Novecento raccontata da Monica Maffioli
  • Palestina vs Israele: la scrittura è il mezzo per restare umani o per contrastare i culti della morte?
  • Le metamorfosi di Trieste sono davvero un laboratorio per la storia e un monito per il futuro?

Archivi

Categorie

  • Articoli
  • Interviste
  • Pubblicazioni Scientifiche
  • Recensioni

Meta

  • Accedi
  • Feed dei contenuti
  • Feed dei commenti
  • WordPress.org

Proudly powered by WordPress

Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.