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Irma Loredana Galgano

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Blog del Giovedì

19 giovedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Sbocchi professionali per laureati in Storia

Laureati in Storia
La questione dei possibili o probabili sbocchi professionali per i laureati in Storia non avrebbe proprio ragione di essere posta. I laureati in Storia un compito ce l’hanno ed è anche bello oneroso, ovvero fare gli storici.

Lo storico non è semplicemente colui che sa o conosce la Storia, egli è innanzitutto un ricercatore di fonti, di fatti, di testimonianze dirette e indirette che possano far luce su accadimenti, persone o personaggi del passato ma anche di quello che tale diventerà e quindi del presente. Non possiamo veramente credere sia possibile affidare la narrazione della nostra contemporaneità solamente agli scrittori, ai giornalisti, ai blogger… È un’assurdità anche solo pensarlo. Data, localizzazione, fonte, analisi, integrità, credibilità sono i fondamenti del metodo storico. A questi andrebbe aggiunto l’ingrediente dell’obiettivitàassoluta che siccome è pressoché impossibile da ritrovare in un singolo soggetto e per un lungo periodo va assolutamente ricercata nella pluralità delle voci. Vero è che anche in un passato non molto lontano le ricostruzioni storiche potevano essere o erano faziose, pendenti verso i committenti che incaricavano gli addetti, ma questo oggi si può facilmente scongiurare avendo tra l’altro la possibilità di reperire informazioni esponenzialmente più elevate di numero, rispetto al passato, per la facilità delle comunicazioni e degli spostamenti.

In una società, quella attuale, che sostiene di basarsi sulla tecnologia e sull’informazione, gli storici dovrebbero essere presenti quotidianamente nei Parlamenti, alle riunioni dei Governi, nelle Commissioni, nei Consigli di amministrazione delle Società Pubbliche, nei Ministeri, alle conferenze stampa… dovrebbero avere libero accesso ai documenti e alle fonti, dovrebbero poter avere la possibilità di registrare e documentare quanto più materiale possibile in maniera tale da riuscire a regalare ai posteri una storiografia più attendibile e veritiera possibile e non lasciare che essi siano costretti a ricostruire il nostro periodo storico dovendo far appello a tentavi di assemblaggio da fonti miste e frammentarie.

Per quanto concerne poi gli altri possibili sbocchi professionali per chi sceglie di laurearsi in Storia vi è quello accademico di ricerca e insegnamento o scolastico come docente per le classi di concorso 37/A (Storia e Filosofia), 43/A (Italiano, Storia ed Educazione civica nella scuola media), 50/A (Materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di secondo grado), 51/A (Materie letterarie e Latino nei Licei e nell’Istituto magistrale), fermo restando ovviamente l’aver sostenuto e superato gli esami previsti.

I vari atenei elencano come possibili sbocchi professionali per i laureati in Storia:

  • Incarichi presso Amministrazioni pubbliche e private, in particolare nel campo degli Archivi, delle Biblioteche, dei Musei e di Enti o Fondazioni culturali.
  • Attività di ricerca.
  • Compiti specifici e settoriali in campo editoriale.
  • Attività giornalistica.

Abbiamo visitato le pagine di numerose Università italiane e onestamente ci sono sembrate tutte un po’ scontate e ripetitive avendo indicato la maggior parte di questi incarichi per tutte le Lauree in ambito umanistico. Solamente l’Università di Bologna sembra aver compiuto un reale studio settoriale preventivo all’individuazione delle cariche e professioni accorpandole in tre grandi gruppi:

  • Divulgatore in ambito storico.
  • Assistente di redazione.
  • Amministratore pubblico.

Gli Enti pubblici che hanno partecipato alla consultazione (Provincia di Bologna, Museo civico del Risorgimento, Archivio di Stato di Bologna) indicano come profilo rispondente ai requisiti il Divulgatore in ambito storico, mentre la casa editrice Zanichelli trova la denominazione del corso di studi assai generica.

Almalaurea sta monitorando ininterrottamente dal 1994 l’andamento del percorso universitario e post-universitario degli iscritti nei 28 Atenei che hanno aderito al Consorzio interuniversitario. Rientra nell’ambito della ricerca anche la facoltà di Storia. Gli ultimi dati pubblicati risalgono al 2001 e già rivelano una tendenza al peggioramento relativa agli sbocchi professionali post laurea. Infatti a un anno dal conseguimento del titolo gli storici risultano meno occupati dei colleghi in Lettere e Scienze politiche. Inoltre la maggior parte di loro non risulta collocata in uno specifico ambito settoriale: uno storico su cinque è impiegato nell’istruzione, 15 su cento lavorano nel commercio, 8 su cento nei trasporti, altrettanto nel credito, nelle assicurazioni o per altri servizi alle imprese. Siamo nel 2014 e non sembra ci siano stati miglioramenti vista anche la testimonianza di Stefano Sioli raccolta dal «Corriere della Sera», nella quale racconta il suo percorso che lo ha portato, dopo una Laurea quinquennale in Scienze storiche, da riservista nell’esercito a piccolo imprenditore passando per la carica di manager commerciale nella grande distribuzione.

La situazione dunque non è tra le più rosee e ci si interroga su quali possano essere i reali motivi per cui la scienza della conoscenza venga volutamente relegata sempre più a materia di nicchia. Manzoni nell’Introduzione de I promessi sposi così l’ha definita «L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre con il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia».

http://www.sulromanzo.it/blog/sbocchi-professionali-per-laureati-in-storia

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Blog del Giovedì

12 giovedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Sbocchi professionali per laureati in Storia dell’Arte

Laureati in storia dell'arte

In un Paese come l’Italia gli sbocchi professionali per i laureati in Storia dell’Arte dovrebbero essere illimitati data la presenza di beni artistici, architettonici, culturali e ambientali di inestimabile valore e quantità.

Tra i possibili sbocchi professionali opzionabili da un neolaureato in Storia dell’Arte figurano occupazioni in:

  • Soprintendenze e Musei.
  • Comuni, Province, Regioni, Fondazioni.
  • Case editrici.

L’offerta formativa dei vari atenei ha lo scopo di indirizzare i nuovi operatori del settore verso le istituzioni preposte alla conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico, oppure organismi e unità di studio, di ricerca e di conservazione del patrimonio archeologico, artistico, documentario e monumentale, oppure ancora verso la comunicazione e i media specializzati.

Con la legge n. 135 del 29 marzo 2001, meglio conosciuta come “Riforma della legislazione nazionale sul turismo”, sono stati definiti i parametri di riconoscimento della professione di guida turistica. Per esercitarla bisogna essere in possesso di unalicenza rilasciata dagli enti locali a seguito di un esame di abilitazione. I laureati in Storia dell’Arte e in Archeologia non devono sostenere l’esame abilitante o altre prove, fatta salva la possibilità di verifica delle conoscenze linguistiche e del territorio di riferimento che sono punti focali dell’esercizio di detta professione. Per intraprendere l’attività di guida turistica è necessario presentare al Comune di residenza una dichiarazione di denuncia di inizio attività, attestante l’esistenza dei presupposti e dei requisiti di legge. Il Comune provvede, ai fini della tutela dell’utente, al rilascio di una tessera di riconoscimento con fotografia.

Fermo restando la certezza di aver dato e superato gli esami richiesti, per i laureati in Storia dell’Arte è possibile anche tentare la strada dell’insegnamento nella scuola pubblica per la classe di concorso 61/A, Storia dell’Arte appunto. Ovviamente ciò solo previa trafila burocratica e concorsuale valida per tutte le classi di concorso e tutti i corsi di laurea che offrono tra le altre l’opzione all’insegnamento. Per rimanere nel campo dell’amministrazione pubblica del patrimonio artistico e culturale figura anche un’altra professione papabile per i neo laureati: lo Storico dell’Arte. Secondo la nota del MIBACT questi ha il compito di:

  • Svolgere attività di ricerca scientifica.
  • Inventariare e catalogare.
  • Vigilare e monitorare.
  • Coordinare operazioni di restauro.
  • Redigere cataloghi e testi scientifici.
  • Consulente tecnico, perito e arbitro.

Dal 1999 è stata istituita anche l’Associazione Nazionale Storici dell’Arte con lo scopo principale di «promuovere la figura dello storico dell’arte e tutelare la sua specifica professionalità che, malgrado la straordinaria consistenza del patrimonio storico-artistico nazionale, non è mai stata legalmente riconosciuta dallo stato italiano».

Per coloro i quali la Laurea in Storia dell’Arte non rappresenta solo un titolo di studio ma il coronamento di una passione, che amano osservare, studiare, documentarsi su tele, dipinti, vasi e produzioni artistiche varie allora la strada da percorrere potrebbe essere quella che li conduce a diventare dei critici d’arte. Valutare opere d’arte, redigere relazioni di autenticità, collaborare con case d’asta o musei… aiutano molto in questo campo: senso critico, capacità di analisi, buona propensione ai rapporti interpersonali, capacità di espressione scritta e orale. Chi è interessato o meglio orientato in questa direzione potrà inviare il curriculum a musei, case d’asta, riviste specializzate, tribunali (per proporsi come CTU), oppure partecipando ai concorsi indetti dalla soprintendenza delle belle arti. Molto simile alla figura professionale del critico d’arte è quella dell’art advisor, il quale ha prevalentemente il compito di orientare i propri clienti nell’acquisto o meno di opere d’arte. L’art advisor deve possedere sia le competenze di un critico e storico dell’arte sia quelle di un analista finanziario. Deve essere infatti in grado non solo di consigliare al cliente il pezzo da comprare ma anche valutare per lui la tempistica dell’acquisto. Nel 2006 è stata istituita anche l’Associazione Italiana per l’Art Advisor (Ass.I.Art).  Avendone possibilità si può anche aprire una propria galleria d’arte dove esporre e vendere opere d’arte, ospitare mostre, vernissage, esposizioni, in sostanza svolgere la professione di gallerista. Un tempo gli artisti e più in generale tutti coloro che si dedicavano allo studium venivano accolti alla corte di un mecenate che dava loro protezione e garantiva collaborazione e lavoro. Oggi la figura del mecenate è pressoché scomparsa ed è stata sostituita dal gallerista. Gli artisti producono per vendere e a comprare o a fare da tramite, nella maggior parte dei casi, sono proprio i galleristi. In un’epoca in cui le apparecchiature elettroniche e digitali acquisiscono sempre maggiore spessore nell’economia e nella cultura inoltre è possibile anche creare soluzioni alternative come quella istituita a Lucca già dal 1996, ovvero una galleria d’arte virtuale, gestita da persone che non si definiscono mercanti o galleristi ma volenterosi disposti a mettere in contatto tutti gli artisti della loro città con persone che apprezzano l’arte.

Certo i tempi sono quelli che sono e in più bisogna anche tenere in considerazione il fatto che, per fronteggiare la crisi, Paesi come la Germania hanno adottato la politica del “sacrifici e tagli fuorché per la formazione e la ricerca”, mentre l’Italia ha adottato il principio “sacrifici e tagli soprattutto per la cultura e la ricerca”. Decisioni che si ripercuotono inevitabilmente sul patrimonio storico, artistico e culturale, sulla sua amministrazione nonché sulla sua corretta tutela e conservazione. Così succede che il settore che in Italia dovrebbe garantire sbocchi professionali illimitati in realtà si caratterizza sempre più per l’elevata incidenza del lavoro atipico, part-time e stagionale. In una parola: precario.

http://www.sulromanzo.it/blog/sbocchi-professionali-per-laureati-in-storia-dell-arte

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Blog del Giovedì

05 giovedì Giu 2014

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Filosofia

L’interrogativo è d’obbligo: quali sono gli sbocchi professionali per i laureati in Filosofia?

Nel momento in cui gli uomini smetteranno di porsi delle domande non potrà più esserci evoluzione. È il continuo interrogarsi che porta al cambiamento, al tentativo di miglioramento come anche alla stabilizzazione e alla correzione. Perché l’arte del porsi interrogativi non dovrebbe più essere utile in una società, quella attuale, che cambia in maniera molto più veloce e radicale rispetto a quella del passato? I problemi non nascono dal dubbio sul merito di quest’arte bensì sull’utilità che essa può portare in campo professionale.

I vari atenei convengono sulla varietà di possibili strade lavorative da percorrere che spaziano dal campo della formazione specialistica a quello dell’editoria, a quello ancora della scuola. Uno sbocco professionale che viene consigliato ai neolaureati in filosofia, perché molto redditizio e stimolante, è l’impiego come consulente presso le aziende o per singoli. Laconsulenza filosofica è una disciplina relativamente recente ma ormai diffusa in molti Paesi. Il consulente filosofico viene chiamato in causa quando si nutrono dubbi e disagi relativi all’interpretazione della realtà, quando non serve un medico o uno psicoterapeuta ma un esperto nell’elaborazione di idee e pensieri, in grado di chiarire i complessi rapporti tra interpretazione del mondo e scopi, valori e significati, concetti e aspettative. Sono attivi numerosi corsi e master di primo e secondo livello che rilasciano ai frequentanti il titolo di consulente filosofico e nel caso dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum c’è un Diploma di Master di Primo Livello in Consulenza filosofica e Antropologia esistenziale.

Il consulente filosofico può svolgere la libera professione ma anche lavorare direttamente alle dipendenze di un’azienda e/o un’istituzione pubblica o privata. Nei settori dell’editoria, giornalismo, comunicazione essi comprendono tendenze di pensiero e dibattiti all’interno della società, spiegano e argomentano questioni filosofiche rendendole accessibili al largo pubblico. Possono essere attivi anche nei settori della comunicazione, delle pubbliche relazioni e della pubblicità. Secondo Almalaurea, maggiori possibilità le hanno gli studenti dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel periodo relativo agli anni 2011-2012 gli occupati provenienti da detta Università raggiungevano il 70,6% a fronte di una media nazionale ferma al 59%.

Per quanto concerne l’insegnamento nelle scuole pubbliche bisogna innanzitutto che i neo laureati in Filosofia abbiano fatto molta attenzione nel momento in cui hanno presentato o modificato il proprio piano di studi che doveva perentoriamente prevedere gli esami necessari per l’accesso alle classi di concorso 36/A (Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione) e 37/A (Filosofia e Storia) ed aver quindi sostenuto e superato gli esami previsti o omogenei pena l’esclusione preventiva delle domande, anche quelle relative alle supplenze brevi, ovvero l’inserimento in graduatoria di terza fascia la cui validità, solitamente triennale, verrà aggiornata proprio in questo mese di giugno. Le informazioni e relative indicazioni per la compilazione dei moduli saranno pubblicate online sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e sarà possibile effettuare l’iscrizione in graduatoria previa registrazione al Progetto Polis.

L’iscrizione nelle graduatorie di circolo e di istituto (terza fascia) può essere fatta anche preventivamente all’iscrizione e/o superamento del Tirocinio Formativo Attivo che consentirà eventualmente il passaggio nelle graduatorie ad esaurimento (prima e seconda fascia).

I concorsi e bandi pubblici attualmente aperti per laureati in Filosofia si riferiscono a 2 posti per il Lazio, 1 posto per la Toscana, 3 posti per la Lombardia e 1 posto per il Piemonte. Riguardano esclusivamente profili di ricercatore e professore universitari. Per poter almeno tentare di diventare professore universitario di primo o di secondo livello bisogna superare il Corso per Abilitazione Scientifica Nazionaleistituito con la Legge 240 del 30 dicembre 2010.

Le percentuali o le certezze relative ai possibili sbocchi professionali per laureati in filosofia, tranne rare eccezioni, non saranno molto incoraggianti ma questo non deve in ogni caso scoraggiare lo studio, la preparazione e la capacità riflessiva di tante giovani menti. Del resto Aristotele diceva «La filosofia non serve a nulla, dirai. Ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile».

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Blog del Giovedì

29 giovedì Mag 2014

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Sbocchi professionali per laureati in Lettere

Laureati in Lettere

Prendendo come punto di riferimento i possibili sbocchi professionali, la Laurea in Lettere e più in generale le lauree in ambito umanistico sono considerate “deboli”, maggiormente se contrapposte alle “lauree forti” (Ingegneria, Economia, Medicina, Giurisprudenza). Ma la Laurea, sia essa debole che forte, è un attestato finalizzato alla mera ricerca di un’occupazione o rappresenta un percorso intellettivo e culturale più complesso?

Stando ai sondaggi di Almalaurea, il 53,8% dei laureati intervistati ha un lavoro retribuito con un guadagno mensile medio di € 1013. I dati relativi al gruppo disciplinare letterario invece danno una percentuale del 47,2 di occupati retribuiti e un reddito medio mensile di € 742. Ciò nonostante i laureati in materie letterarie siano inferiori di numero e, secondo le indicazioni dei diversi atenei, abbiano a loro favore un ventaglio variegato di possibili scelte e sbocchi professionali.

A puro titolo esemplificativo sono state prese come riferimento le note illustrative online dell’Università di Milano, dell’Università di Bari, dell’Università di Bolognae dell’Università Marconi di Roma. Tutti gli atenei convengono nel sostenere che, una volta conseguito il titolo di studio in oggetto, si potrà accedere e scegliere tra le seguenti professioni:

  • Insegnante/Istitutore/Tutor.
  • Archivista/Bibliotecario.
  • Addetto Stampa.
  • Editor.
  • Guida Turistica.
  • Recruiter.
  • Giornalista.
  • Redattore.

 Quello che non dicono è che per ognuna di queste professioni non basta il conseguimento del titolo, ovvero la Laurea in Lettere o equipollente, ma bisogna iscriversi, frequentare, pagare e superare corsi di specializzazione, master o percorsi formativi (come i Tirocini Formativi Attivi – TFA del MIUR). Uno dei nei fondamentali infatti è proprio il fatto che dalle Facoltà Umanistiche escono tutti laureati generici privi di competenze necessarie a svolgere correttamente una delle tante professioni indicate come fattibili. Sarebbe meglio, invece che costringere i neo-laureati a sborsare ingenti cifre per “prepararsi” al lavoro, riorganizzare l’apparato universitario orientandolo magari come quello medico, dove esistono già branche  e specializzazioni ben definite e un medico che termina il suo percorso di studi come otorino-laringoiatra non si sognerebbe mai di inviare domande e curriculum per un posto da chirurgo e viceversa. Potrebbe essere lo stesso anche per la Laurea in Lettere, soprattutto con l’attuale suddivisione in primo ciclo e specialistica, dove quest’ultima dovrebbe svolgere i compiti che oggi vengono assegnati ai corsi post-laurea.

 Uno studio condotto dall’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) sottolinea il fatto che in Italia «solo 7 “cervelli” su 100 possono aspirare a un posto nell’Università». Nelle altre istituzioni pubbliche non è che la situazione sia migliore. I bandi in corso per questa settimana si riferiscono a 1 posto in Puglia, 2 in Sardegna, 3 in Lombardia e 4 in Veneto. Tra le professioni papabili per un laureato in Lettere viene proposta anche quella di guida turistica, peccato poi che quando si vanno a consultare i bandi tra i requisiti richiesti spicca l’essere in possesso del diploma di istruzione secondaria di secondo grado nonché ovviamente la conoscenza di almeno una lingua straniera. E quello che a prima vista potrebbe essere un vantaggio, l’essere in possesso di un titolo di studio di livello superiore per ottenere un punteggio più elevato, in concreto può rivelarsi un boomerang in quanto ci si ritroverà a dover competere con un numero maggiore di concorrenti che tra l’altro sono anche più giovani anagraficamente e, nel caso del bando indetto dalla Provincia di Roma non è neanche minimamente contemplata la valutazione dei titoli.

 Si potrebbe tentare la strada dell’emigrazione, anche temporanea, per insegnare italiano all’estero, avendo anche la possibilità di scegliere tra:

  • Assistente di lingua italiana.
  • Lettore universitario.
  • Insegnante negli Istituti di Cultura.
  • Docente supplente.
  • Docente presso scuole ed enti privati o scuole di lingue.

 Per l’anno scolastico 2014-2015 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca aveva indetto un bando per 281 posti per assistenti di lingua italiana in vari Paesi dell’Unione Europea rivolto a studenti universitari. Il termine per la presentazione delle domande era fissato al 13 gennaio 2014, bisognerà quindi attendere l’emanazione di un eventuale nuovo bando.

Sul sito www.scambieuropei.com si trovano altre offerte per i Laureati in Lettere e similari. Proposte interessanti se non fosse che spesso viene richiesta “esperienza nel settore” e allora ci si interroga su come possa aver maturato esperienza nel campo dell’insegnamento o come guida turistica un neo-laureato. Bisognerebbe forse inserire nei piani di studio dei tirocini con numero di ore cumulabili al fine di garantire allo studente una preparazione pratica oltre che teorica nonché attualizzata al mondo del lavoro.

Per arginare il problema della disoccupazione giovanile che in Italia ha raggiunto livelli altissimi il Governo ha fatto partire il 1° Maggio il Piano Nazionale Garanzia Giovani a cui si potrà aderire fino al 31 Dicembre 2015. Oltre 1,5 miliardi di euro per garantire a tutti i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, disoccupati o Neet (né occupati, né studenti, né coinvolti in attività di formazione) di poter scegliere tra:

  • Inserimento nel lavoro.
  • Apprendistato.
  • Tirocinio.
  • Istruzione e Formazione.
  • Auto-imprenditorialità.
  • Servizio civile.

È esclusa dal Piano la Provincia di Bolzano in quanto è l’unica in Italia a registrare un tasso di disoccupazione giovanile inferiore al 25%.

Al di là dei possibili o probabili sbocchi professionali il conseguimento della Laurea in Lettere al pari e forse anche più delle altre ha una connotazione e una valenza fortemente culturale oltre che identificativa e storica. È vero che oggi la lingua più diffusa e “necessaria” è quella inglese ma è altrettanto vero che l’italiano è il nostro idioma, nato dalla fusione di infiniti dialetti e parlate e se a volte ci si vede ancora divisi e contrapposti come popolo esso ci unisce e deve servire anche a ricordarci chi siamo e perché. La lingua italiana con tutte le sue regole è forse una delle più complesse al mondo ma è con essa che abbiamo fatto l’Italia e coloro che la studiano, che studiano l’arte in tutte le sue espressioni dislocata lungo lo stivale, che studiano la storia che spiega chi eravamo e la geografia che spiega chi siamo non possono essere considerati solo in base alla produttività o al lavoro. Il peso della cultura è inversamente proporzionale alla sua mole in quanto più aumenta più diventa leggero. Più un popolo è preparato maggiori saranno le sue competenze che potrà impiegare per risolvere anche problemi complessi come la disoccupazione giovanile.

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Blog del Giovedì

22 giovedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Leggere all'aperto

Il 12 maggio, presso la sede della DGBID(Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d’Autore), Rossana Rummo, direttore generale DGBID, e Gaetano Blandini, direttore generale SIAE, hanno sottoscritto il Protocollo d’intesa in materia di «recitazione di opere letterarie effettuata, senza scopo di lucro, all’interno di musei, archivi e biblioteche pubblici ai fini esclusivi di promozione culturale e di valorizzazione delle opere stesse». Presenziavano anche rappresentanti dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e delle associazioni di categoria AIE (Associazione Italiana Editori), AIB(Associazione Italiana Biblioteche), FUIS(Federazione Unitaria Italiana Scrittori).

L’accordo è il risultato di una serie di incontri durante i quali sono state poste al vaglio anche le opinioni di tutte le associazioni coinvolte e ha lo scopo di dare attuazione alla Legge 7 ottobre 2013 n.112, volta al sostegno e alla promozione della lettura e del libro. Ampio spazio viene dato nel Protocollo d’intesa alla specifica che tale accordo ha validità esclusivamente per i locali e le istituzioni pubbliche e che le iniziative debbano essere assolutamente prive di lucro, come di sponsorizzazioni e pubblicità.

I musei, gli archivi e le biblioteche che acconsentiranno a ospitare le manifestazioni definite dal Protocollo d’intesa, fortemente voluto dal MIBACT in quanto rispondente alle indicazioni del decreto “Valore Cultura”, dovranno periodicamente fornire alla SIAE una autocertificazione una tantum, nella quale garantiscono di rispettare tutti i punti dell’accordo:

  • luogo pubblico.
  • modalità senza scopo di lucro.
  • finalità valorizzazione della cultura.

Il Protocollo d’intesa per la promozione della lettura in spazi pubblici, fortemente voluto dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, ha validità di 3 anni.

http://www.sulromanzo.it/blog/mibact-e-siae-protocollo-d-intesa-a-sostegno-della-lettura-in-spazi-pubblici

 

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Blog del Giovedì

15 giovedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Turismo digitale

Il 9 maggio presso il Collegio Romano si è insediato il Laboratorio del turismo digitale(TDLAB) del MIBACT, che ha il compito di «definire e favorire l’attuazione della strategia digitale per il turismo in Italia». Il ministro Franceschini ritiene determinante per la crescita e lo sviluppo economico puntare «sulla digitalizzazione e sull’integrazione tra cultura e turismo». Sottolinea, inoltre, la necessità di porre rimedio al forte ritardo italiano. «Le classifiche internazionali ci dimostrano che siamo ancora molto indietro e vista la velocità di questo settore e la forte competizione degli altri paesi non abbiamo tempo da perdere».

Secondo il Rapporto di Assinform 2014, mentre l’ICT (Information and Communication Technology) mondiale cresce, quello italiano cala. Nel 2013 è stata registrata una perdita del 4,4% rispetto all’anno precedente. Elio Catania, presidente uscente di Assinform, ha così commentato i risultati dello studio sull’hi-tech in Italia «La progressiva riduzione degli investimenti ICT in Italia preoccupa fortemente. […] Vi è uno stretto legame tra investimenti in tecnologie digitali, produttività e crescita per le imprese. Anche in Italia l’affermarsi di questa dinamica nel tessuto produttivo, in particolare nelle piccole e medie imprese, nel manifatturiero e nelle pubbliche amministrazioni, diventa fattore strutturale per ritrovare la via della crescita e di nuove opportunità occupazionali». Il ministro Franceschini sembra aver recepito in toto le indicazioni del presidente di Assinform.

Sempre facendo riferimento al Rapporto di Assinform 2014, è sintomatico leggere i dati relativi all’interazione digitale tra cittadini e Pubblica Amministrazione. La media europea si attesta sul 42%, mentre quella italiana è ferma al 22%, nonostante in Italia abbiamo il 69% di abitazioni con accesso a internet e il 61% di utenti fruitori del sistema. Franceschini, nel già citato discorso tenuto in occasione dell’apertura dei lavori del Laboratorio del turismo digitale, prospettava «l’impegno di indicare entro sei mesimodalità concrete di intervento per colmare il ritardo digitale del settore turistico italiano e integrare i troppi livelli digitali della pubblica amministrazione». Allo scopo precipuo di porre in essere quanto prima dette finalità, il TDLAB ha deciso di aprire immediatamente un’attività di comunicazione online al fine di coinvolgere gli operatori del settore nella definizione delle priorità e raccogliere dalla rete suggerimenti e proposte.

Il Laboratorio del turismo digitale è composto da rappresentanti del Touring Club, dell’Agenzia per l’Italia digitale, dell’Enit, dell’Aci, dell’Expo 2015, di Trentorise. Per il prossimo incontro, che si terrà a Roma il 16 giugno, dal MIBACT anticipano l’estensione dell’invito anche a rappresentanti delle Regioni. Il TDLAB inoltre vede la partecipazione di «autorevoli esperti in materia di turismo ed innovazione digitale», come Euro Beinat, Roberta Milano, Edoardo Colombo, Rodolfo Baggio, Cristiano Radaelli.

Come si legge nella nota informativa diffusa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, il Laboratorio del turismo digitale svolge attività di ricognizione:

– Dei sistemi di ricerca e analisi dei dati digitali.

– Dei progetti e delle iniziative di digitalizzazione della filiera turistica.

– Degli standard digitali internazionali.

– Dei modelli di business sostenibili.

E definisce:

– Le strategie digitali di ricerca, informazione, comunicazione, promozione e commercializzazione dei servizi turistici e dei prodotti tipici e artigianali in Italia e all’estero.

– I progetti e le attività di interoperabilità e integrazione dei dati e dei processi digitali relativi ai differenti componenti del prodotto turistico.

– L’eventuale realizzazione di banche dati per i soggetti e le imprese del settore turistico.

– I soggetti, le modalità, i tempi e le risorse necessarie allo sviluppo dell’economia digitale nel turismo e per la valorizzazione del patrimonio culturale.

Il ministro Dario Franceschini, nel comunicato stampa ufficiale, lanciato per notificare la firma online del decreto che istituisce ilLaboratorio del turismo digitale del MIBACT, dichiara che «Le classifiche internazionali ci dimostrano che siamo ancora molto indietro: al 26° posto in quanto a competitività del settore turistico, al 101° posto per l’uso delle ICT nel comparto turistico. Questi sono dati che proprio non ci piacciono: l’Italia può e deve fare di più e di meglio». Afferma inoltre che «il funzionamento del Laboratorio non comporta oneri aggiuntivi per la finanza pubblica e la relativa partecipazione è a titolo gratuito». Se lo augurano tutti i cittadini i quali, oltre a dover pagare lo scotto del ritardo tecnologico e digitale del comparto turistico italiano e non solo, non vorrebbero mai doversi accollare anche gli oneri dei tentativi di recupero e sviluppo del settore.

http://www.sulromanzo.it/blog/franceschini-il-mibact-deve-puntare-al-turismo-digitale

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Blog del Giovedì

08 giovedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Competenze Digitali

Dal MIBACT fanno sapere con una nota che rimarranno aperte fino al 12 maggio le Consultazioni online sulle Linee Guida Competenze Digitali. Lo scopo è quello di arricchire il documento attraverso il contributo di tutti gli interessati. La versione finale delle Linee Guida sarà poi presentata al pubblico in occasione del prossimo Forum PA, che si terrà dal 27 al 29 maggio a Roma, presso il Palazzo dei Congressi all’Eur. Le Linee Guida Competenze Digitali hanno come finalità:

  • Proporre una definizione condivisa di competenze digitali.
  • Stilare una mappatura delle iniziative già avviate nel Paese.
  • Definire gli obiettivi e le modalità di realizzazione del Programma Nazionale per la Cultura, la formazione e le competenze digitali coerenti con il Programma Horizon 2020.
  • Indicare le modalità di realizzazione di una campagna promozionale per la valorizzazione delle iniziative in atto.
  • Promuovere e finanziare nuove iniziative.
  • Promuovere il confronto e la collaborazione tra attori e progetti.
  • Definire le integrazioni tra il Programma e le Linee Guida degli altri punti dell’Agenda Digitale Italiana (e-commerce, e-government, open data, ricerca e innovazione, città intelligenti).

L’input alla stesura delle Linee Guida Competenze Digitali è la Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE) secondo cui le competenze digitali si fondano su «abilità di base nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet». Gliobiettivi del Programma Nazionale sono invece lo sviluppo delle competenze digitali degli italiani nei diversi ambiti e l’adeguamento dell’intero sistema educativo alle nuove esigenze della società digitale. Il risultato che si vuole ottenere nel prossimo triennio è lo sviluppo delle competenze digitali italiane almeno a livello europeo.

Il Programma Nazionale per la Cultura, la formazione e le competenze digitali prevede il coinvolgimento delle Istituzioni, delleAmministrazioni Pubbliche, del mondo delle imprese, della scuola, della ricerca e dell’università. Per quanto riguarda le istituzioni scolastiche è stato studiato il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), con l’intento di «modificare gli ambienti di apprendimento per rendere l’offerta educativa e formativa coerente con i cambiamenti della società della conoscenza e con le esigenze e con i ritmi del mondo contemporaneo». Il PNSD nasce con lo slogan «il laboratorio in classe e non la classe in laboratorio: una strategia-tante azioni». Lo scopo è quello di cambiare radicalmente la didattica di insegnamento, basata sul linguaggio verbale e scritto, con un nuovo paradigma di apprendimento basato sui linguaggi multimediali, sulle logiche della rete, su contributi multipli e responsabilità condivise.

Uno dei punti cardine del Piano Nazionale Scuola Digitale è la dotazione di tutti gli istituti di istruzione di vario grado della rete di connettività wireless. Nel 2013 hanno beneficiato dei finanziamenti per tale progetto 620 scuole e nel 2014 a poterne usufruire saranno 934 istituti. Considerando che in base al censimento fatto da comuni-italiani.it il numero complessivo di scuole italiane ammonta a 72 554, si comprende benissimo quanto ancora lunga sia la strada da percorrere. Inoltre visionando i dati emersi da un’indagine condotta nel 2012 da Eurispes si ha conferma di quanto grande sia il gap tecnologico degli istituti di istruzione italiani, di vario grado e per l’intero territorio. Il 70,2% dei bambini intervistati di età compresa tra i 7 e gli 11 anni ha dichiarato di navigare in internet mediamente per un periodo di circa due ore al giorno, mentre solo il 3,9% ha usato internet a scuola quasi ogni giorno. Osservando i risultati dell’indagine relativi alla fascia di età superiore e quindi dei ragazzi in età adolescenziale i dati sembrano ancora più anacronistici: solo il 4,3% non utilizza internet, mentre solo il 10% dichiara di averlo usato quasi ogni giorno.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale come l’intero Programma Nazionale per la Cultura, la formazione e le competenze digitali deve quindi essere portato a termine il prima possibile in quanto è evidente che la formazione scolastica in campo tecnologico attualmente arranca rispetto a quella “domestica” e forse bisognerebbe tenere conto anche di questo nell’elaborazione delle Linee Guida Competenze Digitali dai vari Ministeri interessati, in particolare il MIBACT e il MIUR.

http://www.sulromanzo.it/blog/mibact-consultazioni-online-sulle-linee-guida-competenze-digitali

 

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Primo Maggio: Festa dei lavoratori o del lavoro?

01 giovedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Primo Maggio

La festa del Primo Maggio viene definita “dei lavoratori” o “del lavoro” lasciando intendere che sia la stessa cosa. In realtà non è proprio così. In primis perché per lo Stato italiano almeno in questa data si festeggia “il lavoro” e non “i lavoratori”(facendo riferimento al modo in cui viene identificata detta festività sul sito del Ministero del lavoro e nella calendarizzazione delle festività scolastiche sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione) e poi perché festeggiare i lavoratori equivarrebbe a riconoscere i loro meriti, i loro diritti, le abilità, le necessità e via discorrendo, festeggiare il lavoro invece equivale a inneggiare un’istituzione figlia dell’economia di mercato  che può essere svolta indistintamente dagli uomini, dagli animali o dalle macchine. Ci si chiede quale siano i reali motivi per cui in Italia annualmente si sente il bisogno di festeggiare il lavoro.

Nei primi giorni del maggio 1886 a Chicago i lavoratori in sciopero si ritrovarono davanti ai cancelli della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia sparò sui manifestanti causando due morti e diversi feriti. Un gruppo di anarchici locali, per protestare contro l’azione di polizia, organizzò una manifestazione in Haymarkert Square, dove aveva luogo il mercato delle macchine agricole. La polizia intervenne nuovamente e di nuovo sparò sulla folla provocando numerose vittime. Le conseguenze furono che quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono condannati a morte. L’allora presidente Grover Cleveland pensò che la festa del Primo Maggio potesse essere un’occasione per ricordare questi episodi ma poi cambiò idea e decise che l’oggetto della festa dovesse essere l’antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. In Europa la festività del Primo Maggio fu ufficializzata durante la Seconda Internazionale riunita a Parigi nel 1889 e in Italia fu ratificata due anni dopo. Il 1° maggio del 1955 papa Pio XII istituì la festa di san Giuseppe lavoratore, affinché anche i lavoratori cristiani potessero condividere tale evento.

Il lavoro come lo intendiamo oggi, ovvero attività fisica e mentale volta alla produzione di beni e servizi che a loro volta producano denaro, costituisce una delle basi fondamentali dell’economia di mercato, adottata pressoché indistintamente da tutti gli stati definiti oOccidentali a partire dalla fine del Medioevo ma soprattutto in seguito alla Rivoluzione Industriale. Già l’economista ungherese Karl Polanyi dimostrò con i suoi studi che questo tipo di economia non solo non è l’unica esistita ma non è neanche l’unica possibile. Attraverso lo studio dei diversi tipi di integrazione sociale Polanyi riteneva possibile l’individuazione del posto che l’economia occupa all’interno della società. È in tale prospettiva che egli distingue società dove l’economia è inserita, immersa, incorporata in contesti relazionali che economici non sono (economia della reciprocità e economia della redistribuzione), nelle quali sono le relazioni di parentela, i legami personali, i rapporti politi o religiosi a determinare le modalità di relazione di tipo economico e società dove l’economia è disinserita, scorporata dalla società stessa (economia di mercato), nelle quali sono le relazioni economiche a determinare la forma di tutti gli altri ambiti relazionali che si vengono a stabilire nella società.

Aristoteledistingueva tra le attività volte alla semplice sussistenza, l’economia propriamente detta che egli identifica con l’economia domestica e lo scambio, e le attività volte al guadagno, che egli considerava una degenerazione delle prime. Le attività volte al guadagno nell’economia di mercato prevalgono nettamente su quelle volte alla semplice sussistenza e vengono chiamate “lavoro”. Friedrich Nietzsche sosteneva che «il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare». Ben lo avevano capito i nazisti nel momento in cui decisero di confinare il popolo ebreo e illuderlo che solamente il lavoro avrebbe potuto ridare loro libertà e dignità tolte. «Arbeit macht frei» (“Il lavoro rende liberi”) proclamavano le scritte all’ingresso dei campi di concentramento. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» recita il primo dei dodici principi fondamentali della Costituzione Italiana. Non sui cittadini, non sulla loro dignità o sui loro diritti bensì sul lavoro.

Il concetto di lavoro nell’economia di mercato va di pari passo con quello di crescita. Innumerevoli volte infatti si sentono politici e sindacalisti parlare di crescita, di necessità di provvedimenti che favoriscano la crescita economica, quella del PIL, quella del commercio nazionale e internazionale in maniera tale che possa crescere anche il lavoro. Serge Latouche afferma che «anche un bambino di cinque anni capirebbe immediatamente che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Viviamo in un mondo dove milioni di lavoratori lavorano sempre di più, troppo, impazziscono, si stressano, si suicidano, e altri milioni di persone che invece non lavorano affatto. Lavorare meno è una delle misure per risolvere la disoccupazione, ma non è l’unica. Altre sono la rilocalizzazione e la riconversione ecologica. […] La parola è: “protezionismo”. Dobbiamo essere protezionisti in modo intelligente: un protezionismo sociale per permettere a tutti di lavorare, un protezionismo ecologico, per salvare il pianeta, un protezionismo anche fiscale. Mettere la concorrenza, il libero scambio, è una forma di protezionismo ma è il protezionismo più feroce dei predatori. Dobbiamo proteggere i deboli, il popolo! Non i predatori, non gli speculatori, non i finanzieri, non le banche, ma il popolo!». Per questo scopo ci sarebbero i sindacati.

In Italia esistono:

  • 11 Confederazioni e Federazioni Sindacali Generali.
  • 6  Sindacati Confederali dei lavoratori.
  • 9 Sindacati Autonomi dei lavoratori.
  • 5 Sindacati di Base dei lavoratori.
  • 19 Sindacati dei lavoratori inseriti nella categoria “altri”.

Sempre in Italia abbiamo:

·         Un tasso di disoccupazione al 13%(dati ISTAT 2014).

  • Un tasso di disoccupazione giovanile al 42,3% (dati ISTAT 2014).
  • Ogni anno 1 000 000 di incidenti sul lavoro (dati Relazione finale sul fenomeno degli infortuni sul lavoro 2013 della Commissione parlamentare d’inchiesta).
  • Nel 2010 circa 32.000 denunce per tecnopatie, ossia per malattie professionali (dati Ministero del Lavoro).
  • 1 500 000 di lavoratori vittime di mobbing(dati ISPESL – Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro).
  • 453 infortuni mortali sul posto di lavoro nel 2013 (dati Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering).
  • Circa 30 000 ragazzi a rischio sfruttamento (dati Save the Children).
  • I salari dei lavoratori tra i più bassi d’Europa, in discesa al 23° posto su 34 (dati OCSE).
  • Gli stipendi dei parlamentari più alti in Europa (dati ISTAT 2010).
  • Gli stipendi degli europarlamentari più alti in Europa (dati ricerca del professor Pablo Oñate dell’Università Carlos III di Madrid).

Primo Maggio

Secondo un’inchiesta condotta da «Il Messagero» ammonterebbe a circa 1 miliardo di euro il contributo pubblico ricevuto dai sindacati annualmente, cui andrebbero ancora aggiunte le quote associative e le rendite relative all’ingente patrimonio immobiliare. Mentre Caf e Patronatiincasserebbero 600 milioni. L’iniziativa simbolo della Festa del lavoro che loro chiamano dei lavoratori è il Concerto in piazza san Giovanni aRoma detto anche Concerto del Primo Maggio, organizzato congiuntamente da CGIL, CISL e UIL le cui spese, che ammontano a oltre 240 000 euro,sono a carico del Comune Capitolino e quindi di riflesso dei cittadini. Questa manifestazione ricorre dal 1990 e ancora non si capisce bene quali siano gli sviluppi positivi che ha sui lavoratori, sui contratti dei lavoratori, sugli stipendi dei lavoratori, sul tasso di disoccupazione… a tutti gli effetti quello che vuol essere considerato l’evento simbolo dei lavoratori altro non è che una manifestazione canora a carico dei lavoratori, organizzata dai sindacati, anch’essi a carico dei lavoratori.

George Orwell diceva: «Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene». Oggi sembra che ci si dimentichi della persona che è il lavoratore e si focalizzi l’attenzione solo sul lavoro e quindi sul guadagno che ne può e ne deve derivare. Durante un convegno sulla Decrescita Felice Maurizio Pallante ha detto: «Non fanno altro che parlarci di crescita di posti di lavoro senza spiegarci in realtà che fine hanno fatto quelli che c’erano». Peter Joseph sostiene: «la verità è che non possiamo continuare ad automatizzare con successo la nostra produzione senza ripensare al nostro atteggiamento verso il consumo, il lavoro, il tempo libero e la distribuzione del reddito». Federico Pistononel suo libro I robot ti ruberanno il lavoro, ma va bene così: come sopravvivere al collasso economico ed essere felici espone per esteso le sue ricerche sul sistema attuale, sui suoi rapidi cambiamenti e propone anche valide soluzioni alternative al soccombere al progresso, alla meccanizzazione, alla perdita del lavoro «Nel corso dei prossimi decenni lo spostamento dei carichi di lavoro verso le macchine e le intelligenze artificiali crescerà drasticamente. Tali cambiamenti saranno così radicali e veloci che il mercato non riuscirà a rispondere con nuove opportunità per chi ha perso il lavoro, rendendo la disoccupazione non solo una fase del ciclo, ma strutturale e cronicamente irreversibile. Sarà la fine del lavoro come lo conosciamo». Il che non è neanche negativo. È necessario rispondere con intelligenza a una situazione che immancabilmente si verificherà. Realizzare e non solo immaginare le macchine e le intelligenze artificiali svolgere il lavoro degli uomini non per scavalcarli bensì per agevolarli, per ridare loro il tempo perduto. Abbandonando il concetto che solamente il lavoro possa dare agli esseri umani la dignità, quest’ultima deriva dal vivere una vita dignitosa, piena di affetti, di sentimenti, di passioni, di piaceri e anche di doveri. Se le macchine sono in grado di liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro ben venga purché non si agisca più come fatto finora, ovvero che queste vengono impiegate per produrre di più a costi inferiori per rincorrere meramente il profitto e non il benessere collettivo.

Per Oscar Wilde «Il lavoro è il rifugio di coloro che non hanno nulla di meglio da fare». Silvano Agosti in quello che viene definito il Discorso tipico dello schiavo argomenta ancora meglio il concetto: «Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso “Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa… e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa?! Come si fa in un giorno a costruire la vita? […] Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di due milioni e mezzo (di lire. Ndr) al mese, bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile. Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere miliardi e un essere umano due milioni e mezzo (di lire. Ndr) al mese, bene che vada». Agosti ha lanciato online la petizione per proclamare l’essere umano patrimonio dell’umanità.

Mentre la Camusso gioiva pubblicamente perché il sindacato di cui è segretario generale, la CGIL, nel 2012 raggiungeva 5 712 642 iscritti sostenendo che è il «segno che, al di là di tanta propaganda che viene fatta, riusciamo a dare risposte concrete al lavoro», nello stesso anno, secondo uno studio di DataGiovani, 365 000 persone hanno perso il lavoro, e ci sono stati oltre 118 suicidi causati dalla crisi economica, come si evince dallo studio de «Il Fatto Quotidiano» inoltre, stando ai dati forniti da Eurostat, in Italia i dipendenti con un contratto di durata limitata in un decennio sono aumentati di 3.9 punti percentuali, passando dal 9.9% del 2003 al 13.8% del 2012. È bene sottolineare il fatto che ancora una volta si parla di “lavoro” e non di “lavoratori”, e che il leader di CGIL ponga l’accento sul «dare risposte concrete al lavoroÜ. Di ciò si saranno resi conto i 5 712 642 iscritti al sindacato?

Nonostante un articolato studio su quella che in Italia viene chiamata indistintamente Festa del Primo Maggio o Festa dei Lavoratori oppure ancora Festa del Lavoro davvero non si è riusciti a trovare una fondante motivazione unica e altrettanto indistinta e soprattutto non si è riusciti a comprendere quali possano essere i giovamenti delle iniziative a essa collegate, come il Concerto in piazza san Giovanni, per i lavoratori. Che sia diventato un simbolo? Forse. Ma un simbolo molto oneroso per questi lavoratori che se continueranno anche in futuro a non riceverne di altro tipo potrebbero tranquillamente farne a meno e ricevere direttamente loro il contributo che passa attraverso il Concerto e attraverso il Sindacato, se è davvero a loro destinato.

http://www.sulromanzo.it/blog/primo-maggio-festa-dei-lavoratori-o-festa-del-lavoro

 

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Blog del Giovedì: “A quale costo fossile e nucleare?”

24 giovedì Apr 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Energia nucleare

Le politiche europee e italiane sembrano essere indirizzate verso la riduzione degli agenti inquinanti che contribuiscono negativamente ai cambiamenti di clima, in particolare le immissioni in atmosfera di anidride carbonica. Ragion per cui si vede necessaria la capillare diffusione delle energie rinnovabili a discapito dei vecchi colossi costituiti da fossile e nucleare.

Ma è veramente questa la direzione in cui stiamo andando?

Il neo-ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha dichiarato in questi giorni: «L’Italia è tra i Paesi più virtuosi. Abbiamo sottoscritto un accordo con altri 18 Paesi “sensibili”, tra cui Francia e Germania, per raggiungere la riduzione di un ulteriore 40% di riduzione di CO2 entro il 2030. Questo presuppone l’incremento delle rinnovabili che dovrebbero arrivare a livello europeo, sempre per quella scadenza, al 27% rispetto alla produzione totale di energia. […]  Il futuro energetico del nostro Paese è nelle rinnovabili. […] Il nostro Paese, attraverso la politica del Conto Energia, ha e sta investendo molto nelle rinnovabili. Stiamo parlando di circa 13.5 miliardi  e credo che dobbiamo continuare in questa direzione in quanto i risultati sono stati molto importanti. Sappiamo tutti che il costo dell’energia risente di questa scelta, credo però che sarebbe oggi un terribile errore strategico tornare indietro».

L’accordo di cui parla il neo-ministro dell’Ambiente sono le direttive dell’Unione Europea contenute in quello che viene chiamatoPacchetto Clima-Energia. Nel testo di presentazione del sito del MATTM si legge: «Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare opera da sempre per la promozione e l’incentivazione delle energie rinnovabili. In particolare, negli ultimi due anni numerosi sono stati i bandi di finanziamento erogati a favore delle energie rinnovabili e della ricerca nel settore, insieme a programmi di educazione e informazione sulle tematiche ad esse collegate. Nell’ottica di favorire lo sviluppo e il progresso delle rinnovabili in Italia, si è anche pensato ad una raccolta di studi che è utile a fornire un quadro sullo sviluppo di questo complesso argomento». Galletti sottolinea inoltre il cospicuo investimento a favore delle energie rinnovabili che ammonta acirca 13.5 miliardi. In effetti anche sul sito di Enel Energia viene dato notevole risalto all’impegno dell’azienda in favore dell’energia rinnovabile con riferimenti diretti a progetti e impianti realizzati di recente in Italia. Seguendo il link che conduce alla pagina di Enel Green Power si possono leggere le informazioni relative all’impianto di Adrano.

Uno studio di Legambiente rivela che, tra diretti e indiretti, i sussidi alle fonti fossili del governo italiano sono stati, tra il 2000 e il 2012, oltre 135 miliardi, mentre nel solo nel 2013 ammontano a oltre 12 miliardi di euro. Nel dossier si pone l’accento sul fatto che «nel documento di Strategia Energetica Nazionale il tema dei sussidi alle fonti fossili semplicemente non compare quando in realtà esistono 4.4 miliardi di sussidi diretti distribuiti ad autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, e 7.7 miliardi di sussidi indiretti tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, sconti e regali per le trivellazioni, per un totale di 12.1 miliardi di euro a petrolio, carbone e altre fonti che inquinano l’aria, danneggiano la salute e che sono la principale causa dei cambiamenti climatici».

Le imprese energivore sono quelle caratterizzate da un consumo di energia elettrica (o diversa da questa) pari almeno a 2.4 GWh. A queste, grazie al Decreto emanato il 05 Aprile 2013, spetta uno sconto pari a 600 milioni di euro all’anno sugli oneri generali di sistema, che verranno pagati dagli utenti che non beneficiano di tale opportunità (aziende meno energivore e che per non esserlo magari hanno investito in nuove tecnologie e cittadini). Altro sussidio diretto alle imprese energivoreè la riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato per usi industriali che registrano consumi superiori a 1.2 milioni di metri cubi annui, che nel 2010 è stato pari a 60 milioni di euro. Ma i consumatori virtuosi da premiare non dovrebbero essere quelli che l’energia la risparmiano?

Le percentuali delle royalty per trivellazioni petrolifere in Italia sono state portate con il Decreto Sviluppo al 10% relativamente alla terraferma e al 7% in mare. Giusto per avere un termine di paragone ricordiamo che nel resto del mondo le royalty per trivellazioni petrolifere oscillano da un minimo del 20% a un massimo dell’80%. Inoltre in base alle leggi dello Stato italiano, sonoesenti dal pagamento di aliquote le prime 20 000 tonnellate di petrolio prodotto in terraferma e le prime 50 000 tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratto in mare. Completamente gratuite sono ancora le produzioni in regime di “permesso di ricerca”. E sempre per seguire quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una linea di incentivazione alla ricerca e all’estrazione petrolifera in Italia, il Governo Monti ha riaperto, con il già citato Decreto Sviluppo, tutti i procedimenti di autorizzazione per la prospezione, la ricerca e l’estrazione di petrolio lungo le coste italiane che erano stati bloccati dal Dlgs 128/2010, approvato dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico.

Un ulteriore aiuto alle aziende che operano nel settore del gas e del petrolio, ovvero nel settore dei combustibili e quindi dell’energia fossile, è il mancato adeguamento dei canoni annui per i permessi di prospezione e di ricerca. Attualmente le compagnie petrolifere in Italia pagano per la prospezione, la ricerca, la coltivazione e lo stoccaggio canoni che vanno dai 3.40 euro a Kmq per le attività di prospezione, ai 6.82 euro per Kmq per i permessi di ricerca, fino ai 55 euro per Kmq per le attività di coltivazione. Se si adeguassero i canoni con cifre più congrue e meno favorevoli rispetto alla media internazionale (ad esempio 1.000 euro per Kmq per la prospezione, 2.000 euro per Kmq per la ricerca e fino a 16.000 euro per Kmq per la coltivazione) non solo lo Stato italiano e forse anche i cittadini ci guadagnerebbero un importo più adeguato al costo e al pegno pagati in termini di ambiente e consumo di risorse, ma si eviterebbe pure l’assalto alla diligenza con le portiere spalancate che attualmente sembrano essere il suolo e il mare italiani.Tanto per essere certi che gli sforzi fatti vadano a buon fine, è prevista anche una riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi che nel 2010 è stata pari a 220 mila euro.

Va ricordato inoltre il CIP 6, sussidio che dal 1992 avrebbe dovuto sostenere, tramite prelievo diretto in bolletta (componente A3), la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e che ha regalato invece miliardi di euro a impianti a carbone, raffinerie e centrali che utilizzano fossili, grazie alla dicitura “fonti assimilate” che ha aperto e spianato la strada anche alle non-rinnovabili. Questi impianti hanno la garanzia di avere l’energia elettrica acquistata a un prezzo più alto di quello del mercato da parte del GSE e garantita dal prelievo in bolletta dei cittadini e dalla vendita dell’energia prodotta. La stessa energia, rivenduta dal GSE, genera un’entrata economica minore e la differenza viene garantita dal prelievo in bolletta dei cittadini. Nonostante sia oggi vietato per i nuovi impianti l’accesso a tale incentivo, secondo i dati GSE, nel 2012 il sussidio alle centrali è stato pari 2166 milioni di euro, di cui 724 milioni direttamente a carico dei cittadini, e continuerà, sebbene riducendosi nel tempo, fino al 2021.

Il nucleare non può essere considerato una fonte di energia rinnovabile in quanto si basa sull’utilizzo di un metallo, l’uranio, che esiste in natura in quantità finite. E non può neanche essere considerata una fonte di energia pulita, perché se da un lato è vero che rispetto all’impiego di combustibili fossili il suo utilizzo immette nell’atmosfera quantità minime di CO2, dall’altro rimane il problema delle scorie avanzate dal ciclo di lavorazione dell’uranio e i danni all’ambiente causati dagli incidenti e dalle fuoriuscite di liquido radioattivo che, seppur minime, permangono durevolmente nel tempo, come i relativi oneri e costi.

Quando si valutano i costi dell’energia nucleare è necessario prendere in considerazione l’intero processo che va dai fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo delle tecnologie, fino ai finanziamenti necessari alla chiusura delle centrali e quelli destinati all’individuazione e creazione dei siti di stoccaggio delle scorie. La parentesi mai definitivamente chiusa del nucleare in Italia ha avuto inizio nel 1963 e, a seguito della chiusura delle centrali nel 1987, è stata istituita una società, la Sogin, con lo scopo precipuo di occuparsi della dismissione delle stesse. Per finanziarla i cittadini pagano in media 150 milioni di euro l’anno, prelevati direttamente dalla bolletta elettrica sotto la voce A2. Secondo l’IEA (International Energy Agency) ancora nel 2006, in Italia, ilnucleare ha beneficiato del 24,8% delle risorse destinate alla ricerca in campo energetico contro il 13% andato alle rinnovabili.

Quando il neo-ministro Galletti ha affermato «Il futuro energetico del nostro Paese è nelle rinnovabili» e «che il costo dell’energia risente di questa scelta» forse ha dimenticato di precisare che l’elevato costo in bolletta che i cittadini italiani continueranno a pagare deriva anche dal fatto che gli oneri per la ricerca e la produzione di energia da fonti rinnovabili si andranno non a sostituire bensì ad aggiungere a quelli per la ricerca e la produzione di energia da fonti non rinnovabili, come l’energia fossile e nucleare.

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Blog del Giovedì: “Oro nero o Oro blu?”

17 giovedì Apr 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Oro blu

Il petrolio, come fonte di energia trasportabile e facilmente utilizzabile, è impiegato dalla maggioranza dei veicoli e come base di numerosi prodotti chimici industriali. Ciò lo ha reso dall’inizio del XX secolo una delle materie prime più importanti del mondo e per il suo valore economico e commerciale viene metaforicamente chiamato oro nero. L’acqua, insieme all’ossigeno, costituisce un elemento indispensabile per la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi, per questo e non per il suo valore commerciale ed economico viene definita oro blu.

Il 28 luglio dell’anno 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita a New York, ha approvato una risoluzione che riconosce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti umani fondamentali. Tra i 163 Paesi presenti vi era anche l’Italia, che figura tra i 122 voti a favore, la rimante parte sono astenuti. Il 12 e 13 giugno del 2011 i cittadini italiani sono stati chiamati a votare per i quattro quesiti del Referendum abrogativo: due sull’acqua pubblica, uno sul nucleare e uno sul legittimo impedimento.

  • Primo Quesito: Abrogazione della norma che consente di affidare la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica a soggetti scelti a seguito di gara ad evidenza pubblica, consentendo la gestione in house solo ove ricorrano situazioni del tutto eccezionali, che non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato; il 95,35% dei votanti ha scelto il Sì.
  • Secondo Quesito: Abrogazione parziale della norma che stabilisce la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, nella parte in cui prevede che tale importo includa anche la remunerazione del capitale investito dal gestore; il 95,80% dei votanti ha scelto il Sì.

Il 20 marzo 2014 il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha depositato presso la Camera dei Deputati il testo aggiornato della legge di iniziativa popolare, presentato nel 2007, “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, ponendo l’accento sull’urgenza di dotare il nostro Paese di un quadro legislativo unitario rispetto al governo delle risorse idriche e sulla necessità di un cambiamento normativo nazionale, azioni indispensabili per dare reale e concreta attuazione all’esito referendario.

Stando al dossier di Legambiente AcQualeQualità? si conosce lo stato ecologico di solo il 44% e lo stato chimico di solo il 22% dei corpi idrici superficiali; di questi solo il 25% è stato riconosciuto nelle classi buono ed elevato, dal punto di vista ecologico, mentre solamente il 18% è stato riconosciuto nella classe buono dal punto di vista chimico dai monitoraggi effettuati. Per quanto riguarda, invece, i corpi idrici sotterranei ne sono stati valutati circa un terzo e di questi la metà gode di un buono stato chimico e quantitativo. Secondo uno studio congiunto di Legambiente e Altraeconomia da 189 fonti italiane attingono 321 marche di acqua che per il 79% imbottigliano in plastica, riciclata solo al 35%. Viene sottolineato il fatto che queste aziende a fronte di guadagni notevoli pagano canoni per concessioni veramente irrisori. L’esempio della Campania che applica la tariffa di 30 centesimi di euro per metro cubo imbottigliato; del Piemonte che chiede 70 centesimi; o quello della Puglia che addirittura non chiede alcun corrispettivo per il volume imbottigliato, che si aggira sui 92 milioni di litri annui. Legambiente e Altraeconomia chiedono che, se proprio non è possibile evitare l’imbottigliamento di fonti e sorgenti d’acqua, almeno siano applicate tariffe uniche sull’intero territorio italiano e adeguate ai costi cosicché ci sia un ritorno economico per la Regione e per i suoi abitanti,utilizzabile tra l’altro anche per smaltire i rifiuti che ne derivano.

È opinione condivisa l’importanza generale che riveste l’acqua per la natura e gli esseri viventi, che non bisogna sprecare quella che fuoriesce dal rubinetto delle nostre abitazioni e che bisogna o bisognerebbe fare qualcosa per salvare i 26 Paesi e soprattutto i 232 milioni di abitanti che attualmente vivono con scarse riserve idriche. I numeri li conosciamo tutti: la superficie terrestre è ricoperta per il 71% di acqua, per il 97% però si tratta di acqua salata che si trova nei mari e negli oceani, quindi solamente il 3% dell’acqua della Terra è dolce, di questo 3% i 2/3 si trovano intrappolati nei ghiacciai. In sintesi l’acqua dolce a disposizione dei 7 miliardi di abitanti nonché di tutta la flora e la fauna corrisponde all’1% di quella presente sulla superficie del nostro pianeta. Ciò che però non va dimenticato è che questo 1% per noi tanto prezioso quanto indispensabile non è indipendente dal rimanente 99%. Quello che comunemente viene chiamato il ciclo dell’acqua deve portare a riflettere sul fatto che geologicamente e biologicamente il nostro pianeta è un unico ecosistema inscindibile e indivisibile. Infatti le acque dolci pur essendo geograficamente situate in posti differenti da quelle salate sono a queste strettamente connesse, come lo sono all’atmosfera, agli organismi e alla terra.

Ammonta a circa 2,61 miliardi di metri cubi la perdita annua del sistema idrico italiano, che equivale a circa 226 milioni di euro. Il Rapporto della Fondazione Civicum attesta che nel 2008 il primato negativo andava all’Acquedotto Pugliese che tra perdite fisiche e acqua non fatturata raggiungeva il 55%. Dall’azienda prontamente giunse la smentita: «Le perdite in rete sono oggi al 35% e non al 55%. Ed anche ove sommassimo alle perdite in rete quelle cosiddette amministrative, le perdite dell’Acquedotto Pugliese sarebbero al 47%».

Con il D.P.C.M. del 6.11.2009 il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per la vulnerabilità sismica della galleria Pavoncelli, canale di trasmissione delle acque attualmente impiegato dall’Acquedotto Pugliese, consentendo così di procedere con i lavori di costruzione della Pavoncelli-bis, una galleria parallela a quella esistente. L’Assessore regionale alle Opere Pubbliche e Protezione Civile della regione Puglia, in occasione della cerimonia di sottoscrizione del contratto con l’impresa appaltataria, ha dichiarato: «infine, per tranquillizzare i fratelli della regione Campania, vorrei ribadire che con la realizzazione di quest’opera non prenderemo un litro in più di acqua, semplicemente garantiremo il flusso idraulico, possibilmente in continuità, senza rischiare il crollo della Pavoncelli, signora ormai acciaccata e con evidenti segni di dissesto». I cittadini e gli attivisti della zona si chiedono quale sia il senso della costruzione della nuova galleria per una portata di 10.000 litri al secondo che il fiume Sele non ha più ormai. Loro preferirebbero che i 163 milioni di euro stanziati a totale carico dello Stato fossero impiegati per le riparazioni della preesistente galleria e non per la costruzione di una nuova che andrà inevitabilmente a incidere sull’habitat e sull’ambiente circostante. Inoltre prima di pensare alla costruzione di un nuovo impianto che garantisca il flusso idraulico in continuità forse era il caso di ridurre notevolmente la percentuale di perdite, sia in rete che amministrative, perché anche “solo” il 47% è un dato che invita a riflettere.

La motivazione per cui è stato dichiarato lo stato di emergenza per la costruzione della galleria Pavoncelli-bis è la vulnerabilità sismica della Pavoncelli senza il bis, presumibilmente in relazione al fatto che la zona in cui si verrebbero a trovare entrambe è classificata dalla Protezione Civile come rischio 1, ovvero «zona più pericolosa. Possono verificarsi fortissimi terremoti».  Di vulnerabilità sismica però non si fa menzione alcuna nel Permesso di Ricerca NUSCO relativo a una superficie di 698,50 Kmq che comprende anche l’area circostante Caposele.

Oro nero

I maggiori depositi di petrolio sono situati nell’area medio-orientale (Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Iran,Siria, Emirati Arabi), che detiene circa il 60% delle riverse mondiali. Altre regioni con grandi bacini petroliferi includono la Nigeria, l’off-shore atlantico nigeriano e angolano, il Venezuela e l’area del Mar Caspio. Aree con riserve petrolifere in diminuzione sono invece gli Stati Uniti e l’off-shore del Mar del Nord. Si stima che fino ad oggi siano stati estratti circa 900-1000 miliardi di barili, mentre le riserve ancora disponibili siano circa 1000-1500 miliardi di barili. Secondo il dossier Milioni di regali. Italia: far west delle trivellazioni del WWF nel 2010 su 136 concessioni di coltivazione in terra di idrocarburi liquidi e gassosi solo 21 pagavano le royalty alle amministrazioni pubbliche, su 70 coltivazioni in mare solo 28 le pagavano, su 59 società operanti in Italia solo 5 pagavano le royalty (ENI, Shell,Edison, Gas Plus Italiana, ENI/Mediterranea Idrocarburi). Il WWF dichiarava necessaria la convergenza di intenti tra le amministrazioni e le comunità locali in difesa del bene comune, costituito dal Patrimonio Naturale che contribuisce alla ricchezza del Paese, affinché si potessero costruire le basi per un futuro sostenibile, che ruotasse intorno alle energie pulite, allo sviluppo eco-compatibile del turismo e della filiera agro-alimentare. Dal 2010 ad oggi le concessioni e i permessi di ricerca sul territorio e sui mari italiani sono aumentate di numero.

La produzione petrolifera italiana del 2011 ammonta a 5.28 milioni di tonnellate, di cui il 71% arriva dai giacimenti della Basilicata. Le aree regionali date in concessione per l’estrazione di petrolio occupano una superficie di circa 1.000 Kmq, ma l’area ipotecata alle attività petrolifere è destinata ad aumentare: ci sono altri 1.454 Kmq dedicati ad attività di ricerca e le richieste di nuovi permessi, in corso di valutazione al Ministero dello Sviluppo economico, riguardano 2.883 Kmq. Le prime attività di ricerca condotte sul suolo della Basilicata dalla AGIP risalgono al periodo compreso tra il 1975 e il 1984, mentre le prime attività estrattive risalgono alla metà degli anni novanta.

La Basilicata è:

  • La regione più povera d’Italia(dati ISTAT 2010).
  • La regione con una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale (dati dell’Associazione Italiana Registro Tumori).
  • La regione con il tasso di disoccupazione costantemente in crescita (dati CGIL).
  • La regione con 400 siti contaminati dalle attività estrattive (dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei Rifiuti).

La Confederazione Italiana Agricoltori denuncia che negli ultimi 10 anni le aziende agricole in Basilicata si sono dimezzate. Si parla di animali che non fanno più il latte nelle vicinanze degli impianti petroliferi, di vigneti secchi, di uva che cresce con una patina di olio sui chicchi, di terreni diventati infruttiferi, di pesci che muoiono in massa, di elevata presenza di idrocarburi nelle acque potabili… Dall’ENI prontamente giunge la smentita riguardo qualsiasi collegamento con le attività estrattive «I nostri impianti sono chiusi, non c’è alcun rilascio di sostanze all’esterno ma soprattutto ogni pozzo è stato costruito dopo autorizzazioni della Regione e sottoposto a rigidissimi controlli da parte dell’Arpab». In effetti mancando riferimenti normativi vincolanti e precedenti analisi di raffronto è molto difficile riuscire a stabilire con certezza assoluta che i danni provocati e l’inquinamento esistente siano successivi e conseguenti all’attività estrattiva, in Basilicata, per quanto concerne invece l’Irpinia e le altre zone dove le trivellazioni ancora non sono cominciate però chi di dovere potrebbe procedere a campionature sulle acque e sui terreni per verificare almeno se determinati valori siano riconducibili eventualmente all’attività estrattiva oppure siano relativi alla sola presenza del petrolio nel sottosuolo.

Nel Rapporto annuale 2012 della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico si legge: «Il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l’olio». Secondo i dati ISPRA aggiornati all’anno 2013 in Italia sono presenti 8 Distretti Idrografici:

  • Alpi Orientali (40.851 Kmq).
  • Bacino del Po (74.000 Kmq).
  • Appennino Settentrionale (38.131 Kmq).
  • Serchio (1.565 Kmq).
  • Appennino Centrale (36.302 Kmq).
  • Appennino Meridionale (68.200 Kmq).
  • Sardegna (24.000 Kmq).
  • Sicilia (26.000 Kmq).

Invece di inseguire il sogno klondikiano dell’oro nero bisognerebbe forse soffermarsi a riflettere sul quello che è il reale potenziale del nostro Paese, la preziosità insita nel Patrimonio ambientale e culturale costituito dall’oro blu, investendo magari tempo e denaro nella sua tutela e nella costruzione di una rete di energie alternative e rinnovabili che non solo non vadano a incidere negativamente su questo ma creino anche i presupposti per uno sviluppo articolato che vada ben oltre i 7 e i 14 anni.

http://www.sulromanzo.it/blog/oro-nero-o-oro-blu

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