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Irma Loredana Galgano

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Intervista a Carlos Solito

23 domenica Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Carlos Solito

Carlos Solito è originario di Grottaglie, in provincia di Taranto. Vive ormai lontano dalla sua Puglia da oltre dieci anni, spinto dalla passione per il viaggio, la scrittura e la fotografia. Realizza reportage, servizi fotografici e giornalistici in tutto il mondo, prediligendo le tematiche antropiche, paesaggistiche e di life style.

Numerose sono le riviste italiane ed estere con le quali Carlos Solito collabora. Ha pubblicato guide e libri con Rizzoli Rcs, White Star, National Geographic, Skira, Atlante, De Agostini, Domus, Giunti, Terre di Mezzo, Touring Club Italiano, Massa.Tra i suoi ultimi titoli di narrativa: Il contrario del sole, Pietre e Nuvole, Puglia, gateway to the east, Il mare del mito, Ski. Dallo scorso novembre gestisce il blog di cultura e società tachicardia. Dai suoi scatti, proposti al pubblico in personali o come contributi di mostre allestite in Italia e all’estero, emerge nel fondo la ricerca che li precede, l’indagine dei luoghi e delle persone, l’attesa, l’osservazione, la riflessione e la grande capacità, propria di un artista, di cogliere il momento e regalarlo al mondo.

Gli abbiamo rivolto alcune domande mossi dalla curiosità di conoscere qualcosa in più sui retroscena del suo lavoro e sulle conseguenze che questo meraviglioso vagabondare ha sulla sua vita.

 

Viaggiare molto e vedere tanti posti diversi ti avrà certamente arricchito in questi anni. Ti senti una persona diversa, ora, rispetto a quando hai cominciato questo lavoro?

Indubbiamente viaggiare è la forma di arricchimento più santa, che stratifica meglio il nostro punto di vista sul mondo, su chi lo popola, su noi stessi. Quindi mi sento ricco, terribilmente ricco di visioni, d’incontri, di storie. Viaggiare tanto però fa sentire anche stanchi, lo giuro! Partenze e arrivi, di nuovo partenze, arrivi e così sia! Sembra un’Ave Maria da recitare. È come se l’inquietudine che mi porto dentro sia un peccato e i peccati, si sa, vanno espiati a suon di preghiere. Ricordi in confessionale quando il prete ti dice di ripetere più volte una preghiera? Beh, siamo lì! E comunque ci si sente bulimici, più vedi e più vuoi vedere.

C’è qualcosa che rimpiangi?

Credo di essere ancora troppo giovane per i rimpianti. Spero di averne più in là nel tempo: i rimpianti sono un’àncora e ti tirano giù, in fondo al mare dei ricordi, per rammentarti che non si può fare tutto in questa vita e soprattutto non si può essere ovunque e con chiunque. Mi piacerebbe (re)incontrare ciclicamente tutti gli amici sparsi in giro per il mondo, ma so che non è una cosa facile. Per fortuna esistono i social: accorciano le distanze.

Cosa vedi quando ti guardi indietro?

Un minestrone di emozioni, belle e brutte. Sono state il mio benzene, o carbone; mi hanno fatto andare avanti anche quando non riuscivo a vedere una traccia di strada o sentiero da poter seguire. Emozionarsi vale sempre, sono le emozioni che marchiano a fuoco i ricordi, i momenti, che decantano dentro, come un buon vino che regala piacere, soddisfazione e pace.

Carlos Solito

E quando guardi avanti?

Le capacità. Mi spiego: le emozioni sono il carburante per la propulsione in qualsiasi cosa si faccia. Le capacità di ognuno di noi sono la locomotiva per procedere, andare, conoscere. Bisogna avere cura di garantire un equilibrio tra emozioni e capacità, affinché si possa “viaggiare” alla velocità giusta per raggiungere i propri obbiettivi. Ovvio che in questo viaggio è d’obbligo osservare, osservare e osservare, apprendere nuovi linguaggi e i contenuti altrui che, personalmente, mi disarmano perché non c’è contaminazione più bella.

T’immagini mai a fare un lavoro diverso?

Io vengo da un lavoro diverso, o meglio da tanti lavori che svolgevo per potermi permettere, nottetempo, di curare quello che faccio ora nell’attesa che lo stesso divenisse il mio lavoro, l’unico. Semmai dovessi immaginarmi a fare un lavoro diverso… beh sì! Potrebbe capitare e la cosa non mi spaventa perché continuerei a scrivere e fotografare per il gusto di farlo, per la passione che mi spinge a realizzare scritti e scatti. Tutti i miei lavori in questo ambito nascono da un’idea, dal piacere di poter raccontare una storia. Il bello di questo è che chiunque riesce a fare un mestiere come il mio, non lo vivrà mai come un vero e proprio lavoro.

Fra i tanti c’è un posto che ti ha colpito in particolare al punto da farti desiderare di rimanere a vivere lì? Perché?

Il fatto è che già mi sono fermato a vivere in un posto che mi ha colpito: l’Irpinia. Viaggiare è bellissimo e i motivi li conosciamo.Viaggiare tantissimo a volte è come fare un’indigestione, proprio come uno chef che non può assaggiare ogni piatto che prepara. Amo il mio lavoro ma quando capita di tornare dalla Giordania e ripartire per New York dopo neanche 48 ore, vorrei una vacanza e per me la vacanza ideale si chiama Irpinia, dove faccio il pieno di silenzi e vita lenta in un paesino di pochissime migliaia di persone. Le albe più belle le fotografo proprio lì, i paesaggi fanno paura per quanto sono belli. Tra i miei skiline preferiti c’è la valle dell’Ofanto che, come un immenso serpentone, s’insinua verso est con il lago di Conza, il molare di Cairano e, in fondo a tutto, il profilo del gran cratere del Vulture. Ogni volta che ammiro questo spettacolo io muoio e nasco in un giorno. Tornare implica una scelta, una volontà, anche se a volte è flebile e ha il sapore di un viaticum omerico. Quando sono lontano, desidero l’Irpinia, la voglio!

Ti va di raccontare il tuo prossimo progetto?

In realtà sono diversi, lo dico da sempre: più progetti che tempo. Un progetto fotografico legato alle donne, per il quale sto viaggiando ovunque a interpretare modelle. La regia del mio ultimo film girato in Campania lungo il fiume Sele. Una storia di formazione in cui il territorio, con le sue bellezze e la sua gente, la fa da padrone. E poi un mio progetto molto ambito… una cena con tutti i miei amici in Puglia o in Irpinia, sembra facile ma non lo è!

http://www.sulromanzo.it/blog/il-mondo-per-immagini-intervista-a-carlos-solito

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Gianluca Arrighi

12 mercoledì Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.

Definisci la scrittura un caos di sensazioni contrastanti: passione, odio, amore, rabbia, gioia, impegno, commozione, fermento… perché?

Per raccontare una storia non è sufficiente narrarla, ma bisogna anche farla propria e immedesimarsi nelle vicende, nelle situazioni, nei personaggi. Chi scrive romanzi “vive” necessariamente tante vite e ognuna di esse trasmette, prima ancora all’autore che al lettore, una serie infinita di emozioni.

La tua professione ti pone quotidianamente in contatto con il crimine, con i delitti, le violenze eppure sembra che tu riesca a non farti schiacciare dall’ovvio e vai avanti, vai oltre a cercare sempre il lato umano anche in chi sembrerebbe averlo perduto. Cosa ti spinge in questa direzione?

La voglia di conoscere a fondo la natura dell’animo umano, anche se non è semplice vivere a stretto contatto con il crimine. L’amore per la professione e la passione per il diritto e la procedura penale spesso non sono sufficienti, soprattutto quando ci si trova di fronte a delitti molto efferati. Devo ammettere che scrivere per me ha un effetto terapeutico, mi consente di lavorare meglio e con maggiore serenità. Non bisogna mai dimenticare come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura” e come il male sia un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.

Il tuo primo romanzo, Crimina romana, è stato adottato come testo di narrativa ed educazione alla legalità in alcuni licei della capitale. È una bella responsabilità.  Come hai vissuto questa esperienza?

Crimina romana piacque molto al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, insieme ad alcuni assessori, decise di adottarlo nei licei come testo di narrativa e di educazione alla legalità. Presentammo il libro nelle scuole superiori, dove io tenni alcune conferenze di cui conservo ancora un ricordo meraviglioso. A ogni incontro le aule magne dei vari istituti erano colme di studenti tra i sedici e i diciotto anni, assetati di giustizia e pieni di domande alle quali cercavano risposte.

A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, sempre genere legal thriller, intitolato L’inganno della memoria. Anche questa volta lo scenario di sfondo sarà Roma, la tua città, che sembra anche essere un po’ la tua musa. Quali sono le sensazioni e quali le aspettative in merito al tuo nuovo libro?

Secondo me è venuto un buon lavoro, ma, si sa, ogni scarrafone… Lo scenario anche stavolta è quello della mia amata Roma, con i suoi vicoli, le sue chiese e i suoi palazzi. Ne L’inganno della memoria ho dato vita al personaggio di Elia Preziosi, un enigmatico e indolente pubblico ministero che dovrà indagare su una serie di inquietanti omicidi collegati tra loro da una misteriosa e indecifrabile logica. Sullo sfondo di una Capitale assolata e distratta, Preziosi dovrà affrontare i demoni del suo passato prima di poter giungere alla scoperta della sconvolgente verità. Quanto alle aspettative, spero solo di non deludere quelle dei tanti lettori che mi seguono con stima e affetto sin da quando, nel 2009, è iniziata questa mia parallela vita di scrittore.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/03/12/un-intervista-con-gianluca-arrighi-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Intervista a Marco Milone

08 sabato Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Marco Milone 1

Marco Milone, attore, poeta e scrittore, studioso di parapsicologia e numerologia ha accettato di rispondere alle nostre domande sulle sue opere poetiche Anime nude e Dove va il mondo e di raccontarci gli studi e la ricerca interiore ed esteriore che hanno fatto da preludio alla loro composizione.

Sia nella raccolta Anime nude che in Dove va il mondo il filo che lega le tue opere sembra essere quello di una profonda ricerca interiore rapportata, a volte contrapposta, al mondo che ci circonda. Cosa cerca l’Io esploratore delle tue poesie?

È difficile condurre un viaggio dentro se stessi senza percepire come improprio il mondo intorno. Tutte le forze vitali si basano su un costante processo di creazione e distruzione, proprio perché la demolizione di determinate parti risulta fondamentale per permettere una piena rinascita. E così la poesia diventa un luogo libero dove potere esprimere le proprie percezioni,  lasciarle libere di vagare fuori da me stesso e accogliere nuove energie più favorevoli alla mia consapevolezza interiore.

E cosa si aspetta l’Io autore?

L’autore si aspetta di condurre un mitico viaggio alla ricerca del recondito significato delle strutture che appaiono intorno, di acquisire la capacità di discernere meglio che cosa trattenere e  che cosa accogliere. Ogni giorno è come una rinascita: nell’illusione di un percorso temporale orizzontale la vita sembra scorrere velocemente come se tutto fosse uguale, eppure tutto diventa diverso quanto più si coglie la bellezza dietro il mondo delle illusioni. Voglio semplicemente imparare ad abbandonarmi con fiducia verso i nuovi lidi dove gli eventi mi trascineranno, e così viaggiare alla scoperta di me stesso.

A tratti emerge dalle rime la considerazione che l’anima di ognuno abbia sempre un’origine buona, pura, contaminata dal rapporto con se stessi e con il mondo esterno, incattivita dalla necessità di interagire in una società dove spesso, troppo spesso, si è costretti a indossare delle maschere, interpretare dei ruoli. Ritrovare se stessi è la direzione per ritrovare la purezza?

Come fai a condurre il sentiero se non diventi il sentiero stesso?Viviamo in un contesto sociale in cui l’uomo viene privato della propria naturalezza, proprio perché investito di ruoli che gli vengono presentati come assoluti e necessari. L’effetto di ciò è che il bambino che muove i primi passi, contestualmente va perdendo il fascino dell’esplorazione, e con esso anche la capacità di distinguere l’effimero dall’imperituro e abbandonarsi alla propria immaginazione, che rimane la maggiore abilità umana. Sapere sognare permette di trovare la forza interiore di spingersi oltre le proprie forze, di riscoprire capacità latenti: nessuno sforzo scompare mai dal mondo delle cause, tutto permane e diventa realizzabile se si diventa il sentiero stesso. Come fai a diventare il sentiero se dentro di te non risplende la fiamma dell’audacia?

È prevista l’uscita di un’ulteriore raccolta di componimenti poetici o stai impegnando la tua penna in altre produzioni?

Tra le pubblicazioni future ci saranno altre raccolte poetiche, ma al momento sono maggiormente concentrato sulla stesura di un libro sulla storia del go, un gioco da tavolo cinese, fortemente intriso di concetti della filosofia taoista, le cui origini si perdono tra leggende mitologiche e connessioni esoteriche con l’arte divinatoria. Si dice che la partita a go rappresenti la lotta contro se stesso, e questo è un concetto che mi affascina molto soprattutto nell’ottica di saper riequilibrare le parti di se stesso che non sono state ben bilanciate. Il go aiuta ad affinare le capacità meditative, e forza il giocatore a prendere delle decisioni, rivalutando il concetto di materialismo e forzandolo a distaccarsi da tutto ciò che lo appesantisce.

Cosa rappresenta per te la poesia nel panorama culturale? E all’interno del tuo universo personale?

Oggi vedo una forte contaminazione commerciale nel panorama culturale, soprattutto nel cinema e nella narrativa. La poesia è una forma letteraria che per definizione ha la doppia funzione di veicolare un messaggio sia informativo che emotivo, e dunque è rimasta più pura rispetto ad altre espressioni culturali.
Personalmente prediligo la poesia perché capace di accogliere in sé alcune qualità della musica, permettendoti di giocare sul significato semantico delle parole insieme al suono. Come capace di auto-rigenerarsi la poesia ispira altra poesia: qualsiasi verso cambia significato decontestualizzato e assume un nuovo significato semantico. Scrivere poesia non è tanto dissimile dalla magia: consente l’accesso a mondi inesplorati, evocando stati d’animo soppressi.

Studio, ricerca e analisi caratterizzano la produzione artistica di Milone ma anche la sua ricca personalità che affascina come le sue poesie proprio per quel senso di naturalezza e sincerità che traspare da entrambe.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/03/08/un-intervista-con-marco-milone-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Le indagini storiche di Antonella Orefice

01 sabato Mar 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Antonella Orefice

Antonella Orefice, storica e scrittrice partenopea, è il direttore del «Nuovo monitore napoletano», collaboratrice del gruppo investigativo per il recupero dei beni culturali InvestigArte, nonché grande cultrice di Storia moderna. Le abbiamo rivolto cinque domande per meglio comprendere il suo mondo e quello dei personaggi della nostra Storia oggetto dei suoi studi.

 

«Nuovo Monitore Napoletano» è fuor di dubbio un omaggio alla carismatica figura di Eleonora de Fonseca Pimentel di cui tanto ti sei occupata nei tuoi studi e ricerche storiche. A oggi ti è capitato di rivederla, nello spirito e nella determinazione, in qualche personaggio contemporaneo, italiano e no?

Eleonora è stata una donna che ha precorso i tempi, che seppe attuare la “rivoluzione” prima in se stessa e poi in ambito sociale(basti pensare alla separazione legale dal marito, il tendenzialmente violento Pasquale Tria, che a quei tempi suonava come uno scandalo!). Era troppo intelligente per non comprendere i rischi della sua partecipazione alla Repubblica del 1799 e non penso che abbia mai avuto esitazioni a mettere in gioco la propria vita per la causa rivoluzionaria. Ciò che l’ha resa unica, ma in effetti è la peculiarità di tutti i protagonisti del ‘99, è stata la lungimiranza. La forza di spirito, la determinazione, il desiderio di indipendenza e l’amore per la libertà sono quegli elementi che oggi una donna forte dovrebbe possedere per definire il suo ruolo nella società e operare in maniera costruttiva. Molte ci provano, sicuramente combattono, ma non hanno tempi da precorrere. Eleonora guardava a 200 anni di distanza. Oggi si vive qui e ora. E spesso è una lotta per la sopravvivenza. Credo che Eleonora sia stata unica nel suo genere. Ma in fondo ogni essere umano ha una personalità unica e irripetibile.

 

I temi principali oggetto di dibattito ai tempi della rivoluzione francese erano: rinnovamento istituzionale, riforma amministrativa ed elettorale, riforma economica e questione religiosa. Non si parla delle stesse cose ascoltando i dibattiti politici? È un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, o dobbiamo considerare veritiera la teoria di Vico dei corsi e ricorsi storici? In questo caso, però, le riforme via via attuate sono meri palliativi, lontane dall’essere curative e allora si insinua il sospetto che dietro ci sia dell’altro. Qual è la tua opinione in proposito?

Credo molto ai corsi e ricorsi storici di Vico. Seppur in atmosfere diverse le problematiche sociali tornano sempre perché tutto tende a superare se stesso una volta che si compie, ma poi c’è sempre un ritorno al precedente perché magari la “riforma” ha dimostrato di non essere valida, o peggio, ha fatto scaturire problematiche ancora più gravi. E allora il cane si morde la coda. C’è sempre qualcosa sotto i giochetti politici, ma questa è una verità antica come il mondo. Tutti i leader si propongono come Ottaviano Augusto, fautori di grandi riforme. Poi il tempo dimostra chi sono e cosa realmente sono riusciti a fare.

 

Tu collabori con il gruppo investigativo per il recupero dei beni culturali InvestigArte. Qual è esattamente lo scopo di questa istituzione?

Uno scopo molto semplice: recuperare opere d’arte rubate, che spesso vengono anche contraffatte, per evitare il riconoscimento. Ho prestato e volentieri presto, qualora necessiti, la mia consulenza quando si tratta di risalire all’identità di personaggi raffigurati, ma anche autori di manoscritti o altro.

Nuovo monitore napoletano

Il «Nuovo Monitore Napoletano» verte quasi interamente su analisi e testimonianze del periodo storico definito rivoluzione giacobina, culminato con la proclamazione della repubblica partenopea nel 1799. In concreto, secondo te, cosa ha rappresentato tutto ciò per il popolo napoletano dell’epoca e, se hai riscontrato degli strascichi, in quello odierno?

Credo sia risaputo che la rivoluzione del 1799 non nacque in seno al popolo, bensì agli intellettuali affascinati da quelle idee di libertà ed eguaglianza che arrivavano d’oltralpe. La definizione “rivoluzione giacobina” la lascio ai controrivoluzionari borbonici e sanfedisti, con tutto il suo corredodi disprezzo. Amo parlare di rivoluzione repubblicana. Non ci furono tagliatori di teste durante la repubblica. Sicuramente qualcuno venne fucilato (per l’esattezza 28 in sei mesi, almeno da quanto riportano i registri dei Bianchi della Giustizia); e tanti finirono massacrati da una parte e dall’altra, soprattutto durante l’avanzata dei francesi. Ma tutte le rivoluzioni hanno contato vittime, molte delle quali innocenti. I numeri non fanno la differenza, anche perché spesso in questo caso ci si dimentica che Ferdinando IV di Borbone, almeno un mese prima che arrivassero i francesi, lasciò Napoli in balia dell’anarchia, tra stragi, miseria e saccheggi. Per sette secoli il popolo napoletano era passato da un dominio all’altro: dai normanni agli svevi, dagli angioini agli aragonesi. Poi sono arrivati i francesi, gli spagnoli, gli austriaci, fino alla volta dei Borbone. Monarchie, padroni, sudditanze e servilismo. La repubblica era troppo innovativa per essere compresa da un popolo abituato a essere dominato. La libertà implica delle grosse responsabilità. E da allora gli strascichi ancora si fanno sentire nell’incapacità di tanti nel comprendere la macchina politica, la lestofanzia di chi la usa, per non parlare di chi cerca nella Storia… o meglio usa la Storia per cercare le cause di problemi che andavano risolti secoli fa e non ora, rimpastando e confondendo le idee di chi cerca un dio che non ha. Se solo si pensa al becero revisionismo storico che taluni stanno cercando di proporre, manipolando verità storiche comprovate, riproponendo il regno delle Due Sicilie come un’epoca paradisiaca e di primati, omettendo di parlare di centinaia e centinaia di condanne capitali, le spettacolarizzazioni delle esecuzioni precedute dagli “strascini a coda di cavallo”, delle teste, delle lingue e delle mani mozzate e lasciate esposte nelle gabbie di ferro come monito; delle scene di cannibalismo che si verificarono durante la controrivoluzione del 1799 per mano della plebe assetata del sangue dei repubblicani, per non dire delle origini del brigantaggio quale strumento di controllo dei Borbone, e quelle decine di migliaia di lazzari che languivano per le strade nella miseria più nera.

 

Tornando al «Nuovo Monitore Napoletano»: al suo interno è presente una sezione dedicata alla cultura della legalità. Quanto interconnesse sono a tuo parere la cultura e la legalità nella società attuale e quanto lo sono state in passato?

Legalità è libertà e la cultura rende le persone libere. Oggi come ieri la cultura rappresenta l’unico elemento capace di aprire la mente delle persone sulla propria condizione, i propri diritti e gli strumenti per ribellarsi a quelle prigioni oscure date dai soprusi e dall’ignoranza. La gente ignorante è facile da manipolare. Questo spiega l’uso e l’abuso che certi governi, in passato come nel presente, hanno fatto della cultura per limitarla. Partiamo dall’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa nel 1500, fino agli attuali roghi del mondo islamico. Comprendere, studiare, capire consente all’individuo la capacità di esprimere un giudizio e muoversi in direzione del bene comune, nel rispetto di quelle norme che regolano i rapporti tra i cittadini liberi e consapevoli del proprio ruolo nella società. Se un cittadino è consapevole dei suoi diritti e doveri, partecipa alla vita del paese da persona libera e si ribella quando questi diritti non sono rispettati; se ne assume invece la responsabilità venendo meno ai suoi doveri. Ma tutto questo avviene nell’ambito della conoscenza e la conoscenza è cultura.

 

Stai lavorando a qualche progetto in particolare in questo periodo?

Sto lavorando a diverse cose, ma soprattutto a delle ricerche storiche, stavolta non concentrate sui sei mesi della repubblica Napoletana ma che abbracciano un secolo e mezzo di Storia. È un progetto molto ampio che richiede un po’ di tempo prima della pubblicazione, ma già sta dando dei risultati inediti, sorprendenti e impensabili, che offriranno sicuramente nuovi elementi per studi futuri più approfonditi. Ovviamente per motivi di riservatezza al momento non posso dire di più, ma come tutti i miei lavori storici già pubblicati anche il prossimo sarà arricchito di documenti inediti.

 

Ascoltare le parole di Antonella Orefice, le sue ricostruzioni del passato, i collegamenti con il presente e il futuro, riflettere sui retroscena della Storia, sui tanti perché aiuta sicuramente a comprendere meglio ciò che è stato ma anche ciò che sarà. Einstein sosteneva che la follia si ha quando pur comportandosi sempre allo stesso modo ci aspetta di ottenere dei risultati diversi«Insanity: doing the same thing over and over again and expecting different results».

http://www.sulromanzo.it/blog/le-indagini-storiche-di-antonella-orefice

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Antonella Cilento: quando la scrittura diventa più di un mestiere

21 martedì Gen 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AntonellaCilento, intervista, Lalineascritta

Antonella Cilento

Antonella Cilento è riuscita a trasformare la sua più grande passione in un lavoro e non si è fermata, è andata oltre facendola diventare una sorta di missione. Alla scrittura narrativa (a marzo 2014 uscirà il suo nuovo romanzo, Urgenti notizie della notte, pubblicato da Mondadori) e teatrale, affianca la produzione saggistica e manualistica (ancora nel 2014 è prevista l’uscita del Bestiario napoletano per i tipi di Laterza). In tutte le sue opere comunque, siano esse a carattere letterario o divulgativo, imprime il marchio della sua conoscenza e peculiarità: una grande passione per la parola scritta, foriera di cultura e dottrina, un grande rispetto per l’arte in tutte le sue forme e una grandissima voglia di continuare a crescere, culturalmente parlando.

Dalla sua caparbia determinazione nasce, nel 1993, Lalineascritta, una delle più antiche scuole di scrittura italiane, che organizza, sempre con la supervisione e partecipazione attiva della stessa Cilento, corsi annuali, stage residenziali in varie località italiane, corsi di formazione per aspiranti scrittori, per studenti e per docenti, incontri con scrittori, poeti ed editor, corsi di formazione online, convegni, rassegne d’autore e incontri di lettura. Vent’anni di frenetica e instancabile attività che deve per forza di cose aver lasciato il segno.

Passare dalla scrittura per sé alla narrazione. Quanto difficile trovi questo passaggio?
Il passaggio è naturale se si è predisposti a scrivere, ovvero se si usa la scrittura come strumento di trasfigurazione: allora hai bisogno di comunicare con altri a un livello che l’oralità non può risolvere. In altre parole, tutti scriviamo per essere letti, ma una gran parte delle persone, per timore di esporsi, di sentirsi giudicati o di giudicarsi, si accontenta di scrivere solo per sé. L’aspirazione è in tutti; non tutti riescono poiché è un’operazione che richiede impegno, continuità, nudità e insieme controllo. Personalmente ho sempre tenuto ben distinte e attive queste due parti della creazione: scrivo per me tutti i giorni sin da bambina, quaderni su quaderni, dove non ho affatto l’obiettivo di costruire un racconto, una storia, ma solo di appuntare sogni, pensieri, elenchi di cose, situazioni cui assisto, esercizi che svolgo con gli allievi durante le lezioni o che svolgo come autodisciplina tutti i giorni, per mio conto. Quaderni arruffati, disegnati, istoriati in certi casi… Poi, da lì, ogni tanto, quando un’idea è veramente pronta, parto per la scrittura narrativa, quella che andrà al pubblico. Per un lungo periodo l’idea buona viene coltivata sugli stessi quaderni, insieme al concime e alle erbacce e poi, a un certo punto, quando il quaderno è saturo, inizio a riportarla sul computer, ma continuo a lavorarla sia a mano sia sul pc. Quindi so sempre quando scrivo per me, faccio lallazioni, come i neonati che imparano a parlare, rilasso lo strumento e quando, invece, faccio partire la storia che poi, arrivata a un certo peso, invade tutto, ingloba tutto, mi schiavizza e, finché non è finita, mi impedisce anche solo di bere un tè senza che anche quella bevanda finisca nel romanzo: una specie di filiera industriale, una macchina da guerra che valuta ogni frammento di vissuto per vedere se è utile o meno alla costruzione che sto edificando.

E con quale grado di difficoltà viene appreso dai tuoi studenti il passaggio dalla scrittura per sé alla narrazione per gli altri?
Sempre con molta difficoltà. È il problema di fondo, quello iniziale. C’è chi viene con l’idea che non vuole più scrivere nulla di sé. Abbasso l’autobiografia. Solo che senza quella fonte noi non possiamo scrivere, il difficile è usarla e non farsi usare dalla vita. Altri, invece, desiderano scrivere di sé e per sé, lo dichiarano, salvo poi mostrare attitudini alla scrittura pubblica… Il difficile, però, è far tenere loro una disciplina interna e separare al setaccio quel che si sente confusamente ogni giorno da ciò che va scritto per essere letto. Alcuni smettono dopo un po’, quando si sentono sicuri, di scrivere per sé e questo quasi sempre aumenta la loro ansia di prestazione: una trappola feroce. È come voler organizzare grandi cene senza pulire mai la cucina. Bisogna fare manutenzione per eventi eccezionali, ma non si può vivere solo nell’eccezionalità.

Hai girato l’Italia in lungo e in largo, visitando luoghi, incontrando persone, cosa ti hanno dato e cosa pensi di aver dato tu a loro?
Ho viaggiato molto in questi vent’anni di insegnamento di scrittura, ma sono anche stata tanto a casa e avverto sempre più il bisogno di stare a casa, dentro di me, con me, senza altre persone. Ho ricevuto e ricevo dai miei corsisti, da chi è diventato mio amico, da chi per un periodo lo è stato e ora non lo è più, dai conoscenti occasionali e dai rapporti occasionali e casuali che sono diventati solidi e inossidabili, moltissimo. Insegnare restituisce insegnamento. So anche che ho dato molto, spesso troppo, sono stata una dissipatrice delle mie conoscenze e delle mie forze e mi auguro che chi ha ricevuto ne faccia almeno tesoro. Ora misuro meglio cosa e a chi dare.

Lalineascritta è una vera e proprio officina della scrittura e una fucina per aspiranti scrittori e non, cosa vorresti dire a coloro che ritengono inutili i laboratori come il tuo? Di solito chi lo dice non ha mai provato un corso, non sa di cosa si sta parlando.
Ci sarà sempre chi ritiene inutile l’accademia per i pittori o gli scultori, il Conservatorio per i musicisti, la scuola di danza per i danzatori… L’umanità cerca scorciatoie da sempre e così si può immaginare di saper fare senza ricevere insegnamenti. Anche chi è molto dotato, anche chi ha letto molto (e sono sempre di meno, purtroppo, nonostante sia la dote di fondo) ha bisogno di una guida più esperta per poi fare a modo proprio, non c’è niente di strano.

Antonella Cilento

Nella tua ormai ventennale esperienza hai maturato un ricordo che ti è rimasto particolarmente caro?

I ricordi cari sono tanti: l’entusiasmo dell’aula, un passaggio faticosamente compreso da qualcuno; applaudire corsisti che finalmente hanno trovato una buona storia e la voce per raccontarla; l’affetto di chi segue da molto tempo e ti circonda d’amore, regalini, si interessa a te anche come persona oltre che come insegnante… È un mondo vasto e dolce che è difficile sintetizzare. È stata bella la festa per il ventesimo anno di Lalineascritta, dove chi non suonava da tempo è tornato a suonare, chi non vedevo da anni è venuto a salutare, chi era ragazzino o ragazzina quando seguiva torna con un lavoro, il pancione, notizie…

E un ricordo che vorresti cancellare?
L’ingratitudine. Quasi sempre è unita all’arroganza, alla vanità, ma la vita poi presenta il conto a chi di dovere…

Che cosa ci riserva Lalineascritta per il prossimo futuro?
Come sempre molte attività: la ripresa dei corsi da gennaio sui tre livelli differenziati, sempre molto seguiti, dove sono attesi editor di grandi case editrici, e dove si lavora a tempo pieno sulle scritture dei partecipanti; i corsi online che vanno veramente bene grazie alle videoconferenze che rendono le lezioni praticamente dal vivo anche per chi è lontano o ha problemi di orario. Il prossimo video-corso che parte s’intitola L’acqua che dorme e affronterà i blocchi che affliggono chi vuole scrivere ma si vergogna, si giudica, non trova tempo, pensa che scriverà solo quando sarà perfetto o che lo farà quando avrà abbastanza soldi, che inizia ma non riesce a proseguire… E poi le attività aperte al pubblico e rivolte ai napoletani e non solo, come Strane Coppie; dibattiti intorno ai grandi classici europei svolti in collaborazione con gli istituti di cultura straniera, giunti alla sesta edizione. Quest’anno il tema è Pictura/Poesis, quindi non solo confronti fra romanzi ma fra romanzi e dipinti, grandi scrittori e grandi pittori. Partecipano all’iniziativa il Goethe Institut, l’Instituto Cervantes, la Biblioteca Nazionale di Napoli e La Feltrinelli. E poi ancora stages, workshop, attività assortite…

E la penna di Antonella cosa ci regalerà per il nuovo anno?
Si attende l’uscita del suo nuovo romanzo a marzo, Urgenti notizie della notte, per Mondadori, dove sono stata accolta con straordinario affetto e di questo sono gratissima ad Antonio Franchini e Giulia Ichino. È un libro cui tengo molto, un grande affresco e al tempo stesso una storia molto femminile che, pur essendo ambientata nel Seicento, parla di oggi: della violenza sulle donne, della dipendenza dal sesso, dell’omofobia, del corpo e del potere e di un vecchio tabù, la masturbazione femminile. Un feuilleton e un romanzo storico e, insieme, nessuna di queste due cose. Poi, a fine anno, credo prima di Natale 2014, uscirà anche un Bestiario napoletano, per Laterza. Un anno molto letterario.

Per la Cilento insegnare restituisce insegnamento. Imparare mentre si insegna dovrebbe essere l’imperativo di tutti i docenti, in maniera tale da restituire alla conoscenza la giusta prospettiva con cui osservarla… una conoscenza “senza limiti”.

http://www.sulromanzo.it/blog/antonella-cilento-quando-la-scrittura-diventa-piu-di-un-mestiere

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Emilia Bersabea Cirillo

13 lunedì Gen 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Emilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.

La tua è una scrittura molto intensa, pregna di valori, di idee e di riflessioni che i protagonisti dei tuoi racconti regalano al lettore attraverso dialoghi o pensieri da cui si dilatano immagini sul mondo che li circonda. Quanta Cirillo c’è nei tuoi personaggi e quanto di loro in te?

Ogni scrittore racconta se stesso, ma dal rovescio, come i maestri degli arazzi Gobelins, per usare una metafora cara a Edith Wharton. Credo che accade questo nei miei libri. Racconto il mio mondo servendomi di “finzioni” così reali che potrebbero essere vere, anche guardate dal rovescio del lavoro. La scrittura è una strana malattia che ci fa investigare senza sosta le vite dei fantasmi che ci assediano. E sono tutti miei, questi fantasmi, è il mio passato, le mie emozioni, i miei sogni, il mio vissuto che chiede di uscire da me, si allontanarsi dal buio. Non è un caso che per un libro si usa dire “è venuto alla luce” allo stesso modo che per un neonato, appena partorito. E quindi per rispondere alla tua domanda, c’è tanta Cirillo nei miei personaggi, quanto loro sono capaci di contenere, ma c’è anche tanta anti Cirillo, che critica e nega e si interroga senza sosta, e c’è anche quella che tira le fila di tutto, come una maestra burattinaia che racconta la sua storia senza essere vista, usando una tecnica di cui è diventata padrona nel tempo.

In genere gli irpini hanno un legame profondo con la loro Terra e tu non sembri essere da meno, sicuramente questo legame lo hanno i tuoi personaggi. Cosa ti ha dato l’Irpinia e cosa pensi di aver dato tu alla tua terra d’origine?

L’Irpinia mi ha regalato la sorpresa di essere una terra solitaria, silenziosa, aspra, con un dialetto che varia da paese a paese. Mi ha dato il vento, il tufo, l’argilla, le forme del pane, le case con le scale esterne e con i camini di pietra. Mi ha dato paesaggi luminosi, montagne dai contorni inconfondibili, sorgenti e boschi scuri. Mi ha offerto la possibilità di appartenere a qualcosa, che non fosse solo il suolo su cui camminavo. Mi ha dato storie da raccontare. Cosa ho dato io? Poco, rispetto a quello che una terra così speciale ha dato a me. Ha avuto la mia attenzione, le mie parole. È diventato il luogo delle mie storie.

Nel libro Una Terra Spaccata, pubblicato dalle edizioni San Paolo, la protagonista, Gregoriana, originaria di Roma,  vive la sua esperienza in Irpinia con gli occhi di una straniera, ne Gli incendi del tempo, edito da Et. Al., invece i protagonisti sono oriundi che vivono o fanno rivivere la loro patria in terra straniera, attraverso parole, pensieri, atteggiamenti che rimandano al loro essere irpini e al contempo meridionali. In entrambi i casi ne esce un quadro positivo della tua terra, è realmente ciò che pensi?

Gregoriana non è irpina, ma subisce la bellezza di questa Terra, come se fosse un battesimo, una promessa di un futuro migliore. Si spenderà con tutte le sue forze per evitare che una discarica venga costruita sul Formicoso, appunto nella terra spaccata. In questo sarà supportata da un comitato popolare che si è formato spontaneamente e che lotterà lungamente per la difesa del suo territorio, anche dopo che lei è andata via dall’Irpinia. Ne Gli incendi del tempo i personaggi sono migranti, della vita e della terra, spesso senza più un ritorno. Per loro l’Irpinia costituisce un tentativo di trovare un approdo. L’Irpinia è stata ed è ancora terra di migrazione. I nostri antenati sono partiti per le Americhe, poi per la Svizzera e la Germania, poi per Torino e Milano. Ora i giovani laureati cercano lavoro dovunque, in Europa, soprattutto. Questa terra diventa sempre più povera di “capitale umano”. Dobbiamo accettare, quindi, lo “straniero” che arriva qui. L’accoglienza che ci aspettiamo abbiano i nostri figli all’estero, dobbiamo renderla in questa terra a chi arriva per cercare lavoro.

Dedicarsi alla scrittura in una realtà territoriale come può esserlo la città di Avellino quant’è difficile considerando che si è lontani dal mondo editoriale, dalla distribuzione e quant’altro possa aiutare a interagire con gli editori ma anche con i lettori?

È difficile sempre entrare nel mondo editoriale, soprattutto per chi come me non scrive libri di genere. Il principale difetto dei miei libri è che sono troppo letterari, così mi è stato detto qualche volta. E quindi non certamente vendibili al grande pubblico, come può essere vendibile un noir, un giallo, un fantasy, un libro erotico, una spystory. Credo che più della lontananza dai centri “del potere editoriale”, cioè Milano, essenzialmente, Torino, Roma, di cui però soffre non solo Avellino ma tutta la Campania, il vero problema di chi scrive narrativa oggi, è trovare case editrici e agenti letterari capaci di apprezzare storie e scritture che siano, per fortuna, letterarie. E cioè colte, ricercate. Che raccontino il qui e l’ora. I lettori vanno anche educati, non solo accontentati.

Ti va di anticipare qualcosa  del tuo prossimo libro?

Sto lavorando a un romanzo. Speriamo bene.
Forse le storie della Cirillo trovano la loro forza proprio nel non essere destinate al grande pubblico, al consumo di massa, piuttosto indirizzate a chi persegue una lettura ricercata e questo non può certamente essere definito un difetto, soprattutto in campo editoriale dove non dovrebbe persistere la logica del profitto bensì quella della crescita culturale.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/01/12/un-intervista-con-emilia-bersabea-cirillo-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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