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Irma Loredana Galgano

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“Nina” di Marisa Fasanella (EIR, 2014)

20 sabato Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ninaweb-580x580A Gennaio di quest’anno la EIR  ha pubblicato Nina di Marisa Fasanella. Un libro composto da circa 180 pagine ma di una profondità tale da farlo sembrare un volume enciclopedico, per il carico di riflessioni, accuse, passioni, tensioni, amori, denunce che l’autrice ha sapientemente miscelato regalando al lettore un grande romanzo al femminile. Una narrativa, quella della Fasanella, che esplora il mondo attraverso i filtri dell’universo femminile. Le donne, queste donne che vivono un’esistenza unica e irripetibile, nel bene e nel male.
Considerata alla stregua di una qualsiasi altra merce posseduta, la donna passa dal dominio patri/matriarcale a quello maritale senza aver voce alcuna in capitolo, potere decisionale o diritti di vario genere. Un oggetto che deve sapere stare al suo posto, deve coprirsi per non attirare l’attenzione degli altri uomini, deve partorire figli sani, preferibilmente maschi, deve restare chiusa in casa e rendersi quanto più disponibile possibile al volere del marito. Comportamenti e prese di posizione avallate in tutto e per tutto dalla religione e dai suoi ministri. A questo punto sarà chiaro a tutti che stiamo parlando di un Paese e di un popolo che ha conservato integri questi arcaici comportamenti fin’oltre la metà del secolo scorso, un Paese dove ancora oggi forse non è perfettamente diffusa e totalmente condivisa la parità sociale e civile tra i sessi… un Paese che si chiama Italia.
Nina, contro la sua volontà, viene data in sposa al ricco quanto dubbio possidente terriero e affarista Jacopo degli Armenti in cambio di un terreno. Dalle violenze fisiche seguenti sarà generata la piccola Nora che vivrà in casa con la madre ed entrambe saranno “accudite” dalla governante Rebecca, amante non troppo segreta del marito di Nina. La sua indole ribelle e libertaria porterà la donna a infrangere tutti i tabù e tentare di crearsi una nuova vita nonostante la stretta sorveglianza della rivale e dei cognati. Lui nel libro si chiama semplicemente l’Uomo, un ribelle al pari di lei, la persona che fa conoscere e assaporare a Nina non solo i profumi dell’amore ma principalmente quelli della libertà.
«Nei giorni che seguirono l’Uomo imparò a fare i conti con i silenzi, a non indagare sul dolore delle donne. Venivano avvolte in veli scuri e scoprivano solo la ferita più urgente, quella che gli unguenti non riuscivano a guarire e aveva bisogno di punti di sutura. Portavano i bambini e chiedevano qualche medicina miracolosa in grado di alleviare i morsi della fame.»
Sullo sfondo della vicenda incombe la Prima Guerra Mondiale raccontata dal punto di vista più tragico, quello dei morti e dei feriti… ragazzi poco più che adolescenti strappati alle loro vite e mandati a combattere al fronte una guerra che la paura contribuiva a rendere ancora più tragica, triste, atroce e… «Per farsi rimpatriare, si mutilano da soli, si amputano un braccio o si sparano un colpo di fucile nel muscolo di una gamba. Vivere sottoterra notte e giorno a scavare trincee ti guasta il cervello, o forse te lo aggiusta, e capisci che quella non è vita e che forse è meglio inciampare in una granata e fare un botto solo, piuttosto che morire poco alla volta».

Marisa Fasanella ha acconsentito a rispondere a qualche domanda e raccontarci le idee e le riflessioni che hanno contribuito a plasmare i personaggi e le storie di “Nina”.

Come nasce e si inserisce nello scenario della globalizzazione un libro come “Nina”?

Le donne calabresi sono sopravvissute al “dispotismo domestico”, ma anche all’esodo degli uomini, con i miracoli e le storie. Mia nonna, la vera affabulatrice della famiglia, correva dietro punti di ricamo e anime scomparse. La madre delle orfane, sua figlia, doveva credere all’immortalità della parola e che l’assenza non abita il ricordo. Con il sole a nicchia, nei budelli stretti profumati di mosto, raccontava la storia di Scintilla, sposata bambina a un uomo partito soldato, che tornando dai campi cantava all’innamorato sotto gli occhi vigili dei fratelli del marito. Dai suoi racconti e dai suoi miracoli nascono le mie storie. Nei vicoli, la vita si travasa da una casa all’altra, le voci si incanalano come lavine, trascinano pathos, lenzuoli sbiancati nella liscivia. La crescita ha coinciso con la lontananza da quei luoghi, solo molti anni più tardi, in un momento di vuoto emotivo, ho ritrovato l’incantesimo dei suoi lunghi monologhi. Siamo radici diventati alberi. Rami che si elevano verso la conoscenza, ma anche memoria, testimoni di cultura e di tradizioni.

La co-protagonista del testo è indubbiamente la “guerra”. La guerra che non è solo il primo conflitto mondiale marginalmente rappresentato ma l’istituzione in sé e soprattutto le sue conseguenze.

Credo che il libro sia importante anche per questo, proprio perché ricostruisce il clima che c’era in quegli anni, la tragedia della prima Guerra Mondiale, il lavoro delle donne. Sin da bambina ho sentito parlare dell’epidemia di influenza spagnola, mio nonno aveva visto morire cinque delle sue sorelle. Un lutto che non è mai riuscito a superare, tant’è che l’ultimo giorno di vita ha chiamato i loro nomi, diceva che erano venute a prenderlo. Io con le mie antenne di bambina sentivo il dolore che l’uomo esprimeva, ma anche quello della terra martoriata dalla miseria e dalle epidemie. La Calabria non è stata teatro del conflitto, ma ha vissuto la povertà della guerra, la depredazione, l’assenza, la latitanza. Non eravamo ancora uno Stato, l’altra Italia, per dirla con Calvosa, era un non luogo, combattevamo una guerra che non sentivamo nostra. Ma la vera protagonista è indubbiamente Nina. Una donna, la donna che rappresenta tante donne, troppe… la storia di Nina è storia delle donne. Vittima della violenza e del dispotismo familiare, si ribella a chi la vuole muta e servile, depositaria di “virtù femminili”. La scrittura slega i suoi passi, denuncia le violenze dentro le mura, apre i cancelli della casa. Troppi uomini reagiscono alla paura dell’abbandono e della solitudine con una violenza feroce. Troppe donne dormono a fianco di chi dovrebbe proteggerle e che diventa il loro aguzzino. Li chiamano ancora “delitti passionali”, ma sono un crimine verso una parte dell’umanità.

Stai lavorando a dei progetti in particolare?

Sono molto disordinata, scrivo di notte, senza perdere il filo della narrazione durante il giorno. Lavoro al nuovo romanzo ma cedo alla tentazione delle storie brevi, come mia nonna, acciuffo fantasmi.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/09/20/intervista-con-marisa-fasanella-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Stefano Santachiara per “Calcio, carogne e gattopardi”

19 sabato Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Tag

CalcioCarogneGattopardi, intervista, saggio, StefanoSantachiara

unnamedDopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti,  Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato, per il momento unicamente in ebook, Calcio, carogne e gattopardi, (Google Play e Amazon, 2014) un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam è accusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/07/18/un-intervista-con-stefano-santachiara-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Blog del Giovedì

17 giovedì Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Intervista a Lorenzo Baravalle – Amministratore di DuDag

DuDag

DuDag non è un nuovo modo di fare editoria ma un nuovo modo per entrare nel mondo dell’editoria. Da dove nasce l’idea e perché?

Noi abbiamo definito DuDag come un “social publisher”. Riflettendo ho realizzato che la musica, per esempio, aveva già abbracciato la rivoluzione digitale e le canzoni le potevo comprare a € 0,89 qualche tempo fa, oggi addirittura sono gratis…, il video-making con YouTube era fruibile gratuitamente e allora mi sono chiesto: visto che esiste l’ebook perché ancora non esiste un qualcosa che porti il libro a un prezzo così competitivo come per la musica o il video-making? Così ho pensato di studiare una piattaforma totalmente gratuita per gli scrittori, che possono pubblicare un libro intero gratis e metterlo in vendita al prezzo di € 1,00. Di questo, il 50% è dello scrittore. C’è da sottolineare anche il fatto che comunque l’autore su DuDag conserva tutti i diritti relativi alla sua opera, questo vuol dire che è libero di pubblicare con l’editore tradizionale in qualunque momento senza doverci pagare penali o percentuali. Chiediamo solo di essere citati in copertina o quarta di copertina o bibliografia dell’opera.

Far incontrare gli autori con i lettori, rendere il processo creativo un fattore collettivo, sociale, fare per i libri con DuDag ciò che per i video ha fatto YouTube… questi gli intenti dichiarati per il lancio del suo “Social Publisher”. Lo scopo ultimo però per gli autori che si avvicinano alla piattaforma è “farsi notare” dagli editori tradizionali. Perché secondo lei c’è bisogno di DuDag?

C’è bisogno di DuDag perché, alla fine, una persona che ha scritto un libro sa di non avere mai un prodotto perfetto e al contempo è consapevole delle difficoltà di accedere ai canali editoriali tradizionali e quindi l’opportunità che viene offerta da DuDag è proprio quella di potersi confrontare con un pubblico di lettori disposti a commentare o comunque aiutare lo scrittore nel processo creativo, quando ciò è necessario. Non è detto che sia sempre così. Ci sono dei libri che sono dei prodotti editoriali buoni secondo i lettori che li stanno apprezzando, altri casi in cui o la nostra redazione o i lettori hanno preferito consigliare possibili migliorie. Noi non facciamo editing né tantomeno lo fanno i nostri lettori… parliamo sempre di consigli, che l’autore è libero di accettare o meno. Se accetta le nostre idee può pubblicare il libro su DuDag con le modifiche già fatte altrimenti se dovesse seguire quelle dei lettori può tranquillamente modificare il libro e ripubblicarlo gratis sulla piattaforma.

Quali ritiene siano i maggiori vantaggi per gli autori che scelgono DuDag piuttosto che un qualsiasi altro tipo di self-publishing?

In primis perché noi non siamo una piattaforma di self-publishing, quindi diamo la garanzia di un prodotto editoriale standard. Dietro le scrivanie di DuDag c’è una vera e propria redazione, ci sono delle persone che si occupano della formattazione e quindi tutti i libri pubblicati rientrano nei canoni redazionali nostri, sono dei prodotti veri e propri. Poi va sottolineato che oggi su DuDag c’è qualità. Abbiamo pubblicato due finalisti e due segnalati dal Premio Calvino. Due di questi quattro poi sono già stati pubblicati da due editori tradizionali. Lo scaffale di DuDag si sta testando anche per la sua qualità, cosa che un self-publisher non può sempre dire.

Lorenzo Baravalle

E per i lettori? Oltre ovviamente il prezzo competitivo di € 1,00 per ebook.

Come per l’autore anche per il lettore vale il discorso relativo alla qualità. Questi può visitare lo scaffale e avere la certezza di potersi assicurare più o meno sempre un prodotto di qualità. Dico così perché vanno tenuti in considerazione anche i gusti, che comunque sono gestibili grazie ai dudy. Che sono due pagine scaricabili gratis e scritte dallo stesso autore per raccontare il suo libro, non una sinossi ma proprio un racconto della propria opera. L’autore deve far capire al lettore l’essenza del proprio libro per convincerlo ad acquistarlo. In teoria il lettore può andare sulla piattaforma e scaricarsi i dudy di tutti i libri presenti, leggerli e solo successivamente scegliere quelli che lo hanno colpito. È uno strumento molto veloce.

Sembra, la sua, una politica commerciale o aziendale molto americaneggiante. Nel senso che lei cerca di far incontrare un qualsiasi prolifico scrittore con il pubblico in maniera che questi possa veicolare la sua scrittura per meglio indirizzarla ai gusti dei lettori, cercare il caso editoriale che attiri l’attenzione di un editore magari importante sul mercato e tentare la fortuna… lei ritiene sia questo ciò di cui ha bisogno il mercato editoriale italiano per risollevarsi?

Se per politica americaneggiante intendiamo una politica rivolta all’aspetto collettivo, allora sì. Nel senso che siamo assolutamente pro-utenti, vogliamo abbattere tutte le barriere: uno scrittore pubblica gratuitamente, può pubblicare con un editore cartaceo senza penali, un lettore può comprare a 1,00 €… per quanto riguarda invece la ricerca del caso editoriale bah, chi lo sa! Di sicuro non è questo il nostro obiettivo, che è invece poter far incontrare gli scrittori con un bacino di lettori a cui, tenendo il libro nel proprio cassetto o provando di continuo a bussare alle porte degli editori tradizionali, probabilmente non avrebbe accesso. Il mercato editoriale di oggi non è da distruggere ma da cambiare. Io sto provando a trovare un modo per poterlo fare.

La scrittura viene da molti intesa come un processo creativo intimo, una ricerca, interiore ed esteriore, volta all’analisi del mondo che lo circonda e al contempo uno studio del proprio essere che porta l’autore a trasfondere nelle pagine dei propri scritti sentimenti, emozioni, passioni, idee e anche ideologie, storie o racconti… perché lei ritiene importante che diventi un processo “social”?

È vero che la scrittura è un processo intimo ma nel momento in cui una persona decide di esternare al mondo il suo “prodotto intimo” diventa vero pure che la scrittura è la cosa più egocentrica che possa esistere. Dico questo nel senso più positivo del termine: uno scrittore è una delle figure, nella storia del mondo, più egocentrica perché ha la pretesa di raccontare se stesso o un pezzo di se stesso e che questo pezzo di se stesso possa interessare a tante persone. Poi, se vogliamo, la politica sociale del libro c’è sempre stata, sono stati i grandi libri ad aver mosso le opinioni del mondo… è stata la Divina Commedia a iniziare la lingua italiana. I grandi movimenti collettivi sono tutti o quasi arrivati da libri, da opinioni scritte. Quindi ritengo che DuDag non faccia altro che portare il movimento sociale sulla rete. Non abbiamo inventato niente in questo senso.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-lorenzo-baravalle-amministratore-di-dudag

 

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Intervista a Carmelita Noemi Zappalà

07 lunedì Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Speciale Campiello Giovani – Intervista a Carmelita Noemi Zappalà

Campiello Giovani 2014
Carmelita Noemi Zappalà, diciannovenne originaria di Catania ma trasferitasi per studio a Londra, è uno dei cinque finalisti al Premio Campiello Giovani 2014, insieme a Chiara Di Sante, Daniele Comunale, Deborah Osto e Mariachiara Boldrini. Una ragazza che, attraverso i suoi versi e le sue parole, lascia trasparire la sua giovane età, il suo mondo poco più che adolescenziale, con tutto il corredo di problemi a esso collegati: anoressia, bulimia, bullismo, ansia, isolamento volontario che nel caso della Zappalà hanno portato alla nascita di una stella.

La Zappalà è entrata in contatto con persone che vivevano il tormento legato alla patologia medica dei disturbi alimentari e direttamente ha vissuto il problema sociale del bullismo. Il primo caso l’ha spinta a indagare, conoscere, entrare più a fondo e scandagliare il problema per poterlo poi sapientemente raccontare, mentre nel secondo caso si è sentita braccata al punto da preferire rimanersene da sola, rintanata tra i suoi libri. Da una situazione scomoda e negativa ha saputo trarre il meglio, sfruttando tutto il tempo a disposizione per leggere, leggere e ancora leggere fino al momento in cui ciò non le è bastato più e ha cominciato a desiderare di raccontare, di tirare fuori i mille pensieri che intanto si erano generati. Sono nate così delle storie, profonde, intense, sentite… storie di vita, tra cui Corpi di carta, opera con cui Carmelita Noemi Zappalà è stata scelta tra i cinque finalisti al Campiello Giovani 2014.

Corpi di carta è un racconto d’amore ma è soprattutto la narrazione di due vite che si intrecciano, si scontrano, si confrontano. Un lui e una lei che rappresentano anche le voci narranti, lasciate volutamente anonime dall’autrice per evidenziare il fatto che potrebbero essere chiunque, che sono chiunque… «non puoi salvare un altro essere umano se quest’ultimo non vuole essere salvato – e se non vuole salvarsi a sua volta» è il messaggio che vuole lanciare la Zappalà con il suo racconto.

Per conoscere meglio Carmelita Noemi Zappalà e il suo Corpi di carta le abbiamo rivolto alcune domande.

 Partiamo dal titolo del racconto: Corpi di carta. Leggendo i tuoi scritti e ascoltando le tue parole sono sicura che l’hai scelto per un motivo ben preciso. Ti va di spiegarcelo?

Il titolo del racconto si riferisce direttamente a una riflessione che fa la protagonista a un certo punto della narrazione, durante un dialogo: cioè che, appunto, siamo tutti dei “corpi” che fin troppo spesso, proprio come carta, si lasciano utilizzare e poi buttare via da altre persone. È un pensiero che permea tutto il racconto, che perseguita continuamente la ragazza fin dalla prima pagina, e che ho avuto modo di applicare anche a me stessa e alle mie esperienze. Credo che sia capitato a tutti, comunque, a un certo punto della propria vita, di essere stati utilizzati da qualcun altro solo per essere poi buttati via – e di aver utilizzato altri, inconsciamente o meno, a propria volta. È come quando continui a cancellare qualcosa scritto a matita su un foglio, ancora e ancora, fino a rovinarlo – alcune volte fino a strapparlo. Più ci capita di essere utilizzati, più diventiamo fragili. Dovremmo tenere di più ai sentimenti altrui, e parlo anche per me stessa, visto che spesso e volentieri faccio questo errore.

 A diciotto anni hai spopolato sul web con la tua pagina social per le frasi intense, profonde, particolari che condividevi con tutti e che ti hanno portato in brevissimo tempo ad acquistare una certa notorietà. Hai diciannove anni e sei finalista al Premio Campiello Giovani 2014 con un racconto in cui affronti tematiche difficili con lo spirito di una teenager e la maturità di uno scrittore navigato. È evidente che confermi la regola che vuole un bravo scrittore preparato, nel senso che deve aver letto tanto ma proprio tanto, e al contempo attento alla realtà in cui vive o in cui decide di ambientare i suoi scritti. Se ti guardi indietro cosa vedi?

È strano leggere il termine “notorietà” riferito a me, visto che non mi sento affatto “nota” o “popolare”. Per me qualcuno è noto quando viene riconosciuto per strada, e ancora non mi è successo (e dubito mi succederà, se è per questo, però non si sa mai nella vita, giusto?). È anche strano leggere “maturità di uno scrittore navigato”… per quanto sia lusinghiero, e per quanto mi faccia piacere dal più profondo del cuore, non riesco ad associare a me alla parola “scrittore”. Addirittura navigato, o maturo! Certe volte faccio qualcosa e riesco solo a pensare che, per alcune cose, io sia mentalmente rimasta più o meno ai dodici anni. In ogni caso, sto divagando. Se mi guardo indietro, vedo solo una ragazzina di sedici anni che, come avevano fatto già molte altre persone, decide di aprire una pagina Facebook per condividere quello che scrive, e che, per qualche bizzarro miracolo, si ritrova a venire apprezzata da un po’ di sconosciuti. Anche se ora rileggo ciò che scrivevo e mi vergogno un po’, sono incredibilmente grata per tutti coloro che almeno una volta hanno apprezzato la mia scrittura e che mi hanno incoraggiato a continuare. Ho chiuso la mia vecchia pagina ormai da tempo, ma con alcune di queste persone sono più o meno in contatto ancora oggi, e con altri ho sviluppato addirittura legami d’amicizia. Io mi limitavo a scrivere ciò che provavo, o avevo provato, eppure c’era chi mi diceva “grazie” perché in qualche modo avevo espresso ciò che provavano anche loro. Credo sia questa, ancora oggi, la cosa più importante. Anche se non ho mai scritto pensando agli altri – a cosa sarebbe potuto piacere o no –, è comunque incredibile. Mi commuovo, letteralmente, ogni volta che qualcuno mi ringrazia perché ho scritto qualcosa che lo ha toccato. Non m’interessa nient’altro, finché riesco a fare questo, finché riesco a scrivere principalmente per me stessa e allo stesso tempo, sempre per qualche bizzarro miracolo, per qualcun altro.

 E se guardi avanti?

Onestamente, cerco di non pensarci troppo. Sono una persona fin troppo ansiosa, che tende a entrare nel panico per qualunque cosa, e il solo riferimento al futuro mi fa venire voglia di chiudermi in camera mia e buttare via la chiave. Ho diciannove anni. Sono in quella fase della vita in cui ormai sei fuori dalle superiori e devi affacciarti in un mondo, quello degli adulti, che sembrava lontanissimo fino al giorno degli Esami di Stato (ecco, lì – è stato allora che ho capito che il “futuro” era arrivato), e che fa sempre più paura ogni giorno che passa. Perlomeno, così la vivo io. Come ho detto, tendo a entrare nel panico.

Non nego che ormai da anni nutro la speranza di essere pubblicata, perché non riesco a vedermi in nient’altro; l’ho, però, sempre trattata più come un sogno che come una possibilità reale, perché so quanto sia difficile “farcela” in questo campo. Innanzitutto, voglio laurearmi, trovare un lavoro, e scrivere qualcosa di più lungo di un racconto (e un po’ ci sto già lavorando, università permettendo), anche se dovesse rimanere in un cassetto. Voglio rendere fieri di me i miei genitori. Voglio stare bene. Ecco, se guardo avanti, spero di vedere una ragazza che sta bene con se stessa e con gli altri. Poi viene tutto il resto.

Ti sei avvicinata alla scrittura scrivendo fanfiction. Perché? Voglio dire cosa ti attraeva in questo genere letterario?

Perché era semplice, divertente, e riusciva a svagarmi (che era una delle cose che volevo ottenere). Avevo dodici anni e passavo già il tempo libero a leggere fanfiction, quindi un giorno mi sono detta “Perché non provare a scriverne una?”. Era divertente prendere personaggi di opere già esistenti e farli agire a modo mio, spesso catapultandoli in realtà differenti da quelle originarie. Scrivo ancora fanfiction, ma all’epoca, a differenza di quanto faccia adesso, non m’impegnavo molto, di certo non curavo lo stile (non ne avevo nemmeno uno), infilavo delle faccine qua e là durante la narrazione, la caratterizzazione dei personaggi e la trama erano l’ultimo dei miei pensieri. Un disastro, insomma, un vero disastro. Però mi piaceva e mi faceva stare bene, e in fin dei conti, allora, questo era l’importante.

Spero che ciò che scrissi in quel periodo, comunque, sia magicamente sfuggito alla regola secondo cui “niente si cancella mai veramente da internet”, e sia quindi scomparso senza lasciare tracce. Non vorrei mai, mai, mai rileggerlo oggi. Sarebbe imbarazzante.

 Quali sono gli autori, classici o contemporanei, che maggiormente hanno segnato il tuo percorso letterario?

Ho cominciato la mia “carriera” da lettrice a dieci anni, con la saga di Harry Potter di J.K. Rowling, scrittrice a cui devo un sacco di cose – la passione per la lettura in primis, seguita da tutta una seria di insegnamenti che porto con me ancora oggi –, quindi a lei spetta una menzione d’onore. Ci sono molti altri autori, tuttavia, che si possano ritrovare o meno nella mia scrittura, che mio hanno influenzata tantissimo nel corso degli anni: Chuck Palahniuk, Jonathan Safran Foer, George Orwell, per citarne alcuni.

 Sei stata una vittima del bullismo e sei riuscita a venirne fuori anche grazie ai libri che ti hanno fatto compagnia e non solo, ti hanno dato la possibilità di una scelta. Hai trovato la forza dentro di te. Che consiglio senti di dare a chi magari sta affrontando proprio adesso questo problema?

Anche se ne ho sofferto molto, mi rendo conto che a me è andata meglio che a molti altri. Non sono mai arrivati a picchiarmi, le angherie si limitavano a insulti sul mio fisico – sono sempre stata sovrappeso – o sulla mia “bruttezza” (si può dire?) in generale. Ne ho sempre sofferto tanto, comunque, forse pure ingigantendo le cose, perché non sono mai stata particolarmente combattiva e tendevo a pensare e ripensare a ciò che mi dicevano i miei coetanei, tenendo tutto dentro di me. A chi ne sta soffrendo oggi, vorrei dire soltanto che alla fine, anche se sembra impossibile, finisce tutto. Finiscono gli insulti, finiscono le prese in giro, finisce l’ansia di andare a scuola ed essere derisi ancora una volta. Si cresce, si va avanti. Lo so che è dura, so che certe volte sembra impossibile riuscire a superare un’altra giornata passata così, ma dovete farcela. Dovete convincervi di valere abbastanza da andare avanti e, soprattutto, da meritare di volervi bene. Avrete sicuramente dei giorni in cui non avrete altra voglia che rimanere in casa e non dover incontrare chi vi fa del male, avrete sicuramente dei giorni in cui vi sembrerà impossibile riuscire a sopportare oltre, avrete sicuramente dei giorni in cui vi convincerete che forse “gli altri” hanno ragione, che siete solo dei perdenti, che non meritate nulla. È comprensibile. È umano. Va bene avere dei momenti di sconforto, e non dovete sentirvi ancora peggio perché non siete “coraggiosi” o “forti” o cose del genere. Ognuno, di fronte a queste cose, reagisce come può. Però voglio che in quei giorni, almeno in uno di quei giorni, riusciate a trovare la voglia di uscire da casa, tornare a scuola, affrontare la giornata. Dovete capire che meritate di combattere per voi stessi – per stare bene, per imparare a ignorare chi vi fa del male. Non lasciatevi andare, non lasciate prevalere lo sconforto, perché non sarà per sempre. Non è mai per sempre. Sarà difficile, sarà un percorso lungo, ma alla fine, come ho già detto, finisce tutto. Crescerete e cambierete ambiente e amicizie, e allora andrà meglio. Fino ad allora, tenete duro. Andrà tutto bene, prima o poi. Con me è stato così. Vi auguro tutto il bene del mondo.

http://www.sulromanzo.it/blog/speciale-campiello-giovani-intervista-a-carmelita-noemi-zappala

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Giuseppe Catozzella per “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014)

30 lunedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Premio Strega 2014 – Intervista a Giuseppe Catozzella

Premio Strega 2014

Leggendo Non dirmi che hai paura (edito da Feltrinelli) erano tante le domande che mi balenavano in mente, ma appena ho terminato il libro, ho deciso che la prima cosa che le avrei chiesto era di parlarmi dei sentimenti e delle emozioni provate nel periodo di ricerca sul campo, di indagine e soprattutto di ascolto che sono state presumibilmente le fasi preliminari, propedeutiche e fondamentali della stesura del testo. Con le lacrime agli occhi e un nodo in gola le chiedo quindi di raccontarmi le sensazioni, le emozioni di quei giorni…

È stato un percorso molto profondo, molto coinvolgente che mi ha cambiato intimamente. Sia come autore sia proprio come essere umano, come uomo. È stato un processo lungo in quanto era necessario entrare in contatto con i familiari di Samia, con qualcuno che mi potesse affidare la storia, potente e al contempo delicata, di questa ragazza. Ci sono voluti tanti mesi, circa sette, per entrare in contatto con quella che poi è diventata la fonte principale, sua sorella Hodan, e l’aiuto di una mediatrice culturale, bravissima, che si chiama Zahra Omar, senza la quale non avrei potuto fare niente perché non parlo il somalo. L’incontro principale è stato proprio quello con Hodan ed è stato davvero molto intenso. All’inizio lei non aveva accettato di incontrarmi anche se io volevo raggiungerla a Helsinki, dove lei vive. Poi mi ha concesso una settimana di tempo, ma una volta arrivati ho capito che in realtà non aveva ancora deciso di affidarmi la storia perché quando abbiamo cominciato a parlare lei non riusciva a farlo… piangeva e la voce era continuamente rotta dai singhiozzi. In quel momento ho pensato di aver sbagliato tutto e che non fosse possibile raccontare la storia di Samia. Ho temuto che nessuno sarebbe mai riuscito a farlo. Perché loro, la famiglia, pur volendo gridarla al mondo non avevano i mezzi per poterlo fare e affidarla a qualcuno sembrava impossibile perché generava troppo dolore in chi le era stato vicino. Ho detto a Hodan che ce ne saremmo andati ma prima di farlo ho deciso di confidarle quale era il motivo per cui volevo raccontare la storia di sua sorella. Le ho detto di averlo deciso nel momento stesso in cui ne sono venuto a conoscenza, mentre mi trovavo in Africa, lungo il confine somalo, e subito mi sono sentito responsabile, da italiano, per la morte di questa giovane ragazza. Questa cosa ha fatto cambiare del tutto prospettiva a Hodan. Da quel momento in poi è cominciato tutto il percorso di affidamento di questa storia.

Samia Yusuf Omar. Se fosse stata di nazionalità italiana probabilmente qualcuno già si sarebbe adoperato per far intestare a suo nome una via, una piazza, una rotonda… cosicché il suo ricordo sarebbe rimasto per sempre anche se poi tutto ciò che ne sarebbe rimasto, abbiamo avuto modo di constatarlo innumerevoli volte, è un’iniziale puntata seguita da un cognome. Samia invece meritava e merita ben altro e come lei tutti i bambini a cui vengono strappati i sogni in nome di leggi, regole e regolamenti che nulla hanno a che vedere con il bene dei popoli. «L’importanza della libertà è il potere dei sogni». Tanto più vero e bello quando questi sogni non includono il successo o il denaro. Che idea si è fatto dei danni prodotti dalle guerre ai sogni?

Le guerre causano infiniti danni, infiniti problemi. Sono le principali responsabili della perdita del sogno. Tutti noi in verità viviamo “una guerra personale” da quando siamo nati. La questione del sogno personale sta propri lì: nel riuscire a vincere o meno la propria guerra personale. Le guerre che vorrebbero che la paura avesse il sopravvento, che ci spingono a seguire delle strade conosciute, che ci vorrebbero costringere a non seguire la nostra via, il nostro sogno, la nostra indole personale. È chiaro che per chi nasce in un Paese in guerra, con la guerra vera, è tutto molto più complicato. Dopo l’uscita e la diffusione del libro stanno succedendo dei piccoli miracoli: il Comune di Milano ha deciso di intitolare una pista di atletica a Samia Yusuf Omar e abbiamo fatto una cerimonia di inaugurazione con 650 ragazzi che gareggiavano in varie discipline in ricordo di Samia. Un comune in Provincia di Messina ha deciso di intitolare un intero centro sportivo a Samia Yusuf Omar… qualcosa si sta muovendo anche a quel livello lì. Ma la cosa più bella di tutte… qualche giorno fa mi ha contattato l’ONU di stanza in Somalia perché hanno letto il libro, conosciuto la storia di Samia, e hanno deciso che tutti gli anni il 19 di agosto, che è una ricorrenza per i rifugiati, a partire da quest’anno, indiranno una gara di 5 km all’interno del recinto dell’aeroporto dell’ONU a Mogadiscio, non possono fuori perché c’è la guerra, perché c’è Al-Shabaab, tutto in onore di Samia Yusuf Omar. In qualche modo il libro è riuscito a riportare Samia da vincitrice a casa sua. Quest’anno ci saremo io, che volerò con l’aereo dell’ONU, che sarò ospite dell’ONU, e Hodan, la sorella di Samia, con i figli. Partiremo insieme e tra l’altro sarà la prima volta che Hodan potrà riabbracciare la madre e ritornare in Somalia dopo il viaggio. È una cosa incredibile… eccezionale.

È presunzione e opinione diffusa nella cultura occidentale la superiorità e la supremazia delle nostre conoscenze. Leggendo il suo libro però si ha ancora una volta conferma del fatto che molti di noi occidentali dovrebbero recarsi in Africa come anche in altri posti dove sono sopravvissuti i popoli autoctoni non per insegnare qualcosa bensì per imparare, per apprendere il potere reale dei doni che la vita ci offre e che non hanno nulla a che vedere con il potere o con il denaro. Samia insieme ai suoi genitori ci regala una grande lezione di vita e di coraggio…

È verissimo. A me piace molto viaggiare e dai viaggi cerco una sola cosa: un arricchimento personale, cercare di scoprire delle cose di me che non conoscevo attraverso la conoscenza di altre popolazioni. E l’Africa non è terra da conquista, non è terra per prenderci il petrolio, per prenderci i diamanti o il coltan, l’Africa per me è essenzialmente una terra in cui imparo chi sono. Sarebbe meraviglioso se questa fosse l’impostazione generale, purtroppo il mondo ha scordato molto tempo fa l’idea assestandosi su standard molto più materialistici che portano l’uomo a compiere azioni malvagissime, con il rischio di una fine tragica dell’umanità.

Giuseppe Catozzella

«La gara era un evento, a me sembrava che fosse un giorno addirittura più importante del primo luglio, la data della liberazione dai coloni italiani, la nostra festa nazionale». Noi italiani siamo sbarcati da conquistatori in Somalia. È storia. E quant’anche lo si voglia circoscrivere come un fatto accaduto in passato è successo, eppure i Somali, tranne forse rare eccezioni, non provano rancore e come i loro fratelli africani vedono il nostro Paese e l’Europa intera con un luogo dove poter coltivare i loro sogni, che nella gran parte dei casi coincidono con il donare ai propri figli un futuro dignitoso, un’istruzione adeguata e la possibilità di vivere senza respirare l’aria delle granate. Se avessero la possibilità di fare tutto ciò nel loro Paese non si sognerebbero minimamente di partire e lasciarlo. Come trova l’atteggiamento dei governi e della popolazione in merito agli sbarchi dei clandestini di cui invece tanto si parla?

Li trovo assolutamente inadeguati e poco lungimiranti, poco comprensivi rispetto a quello che accade e che è accaduto in passato nel mondo. Noi esseri umani siamo sempre migrati, ci siamo sempre spostati. È la natura stessa che ci ha sempre spinto verso una condizione migliore, altrimenti non ci saremmo mai evoluti. È un fenomeno quello degli spostamenti che non si può fermare. Alzare barriere, alzare muri non serve a niente. Un uomo troverà sempre il modo per forare un muro o per scavalcarlo. Quello che bisognerebbe fare, a mio avviso, è intraprendere delle serie e responsabili decisioni politiche di “accoglimento” di questi ragazzi e queste ragazze che sono costretti a scappare dai loro Paesi… proprio mentre parliamo, proprio in questo momento, alla stazione Termini, sono passati davanti ai miei occhi due ragazzi presumibilmente del centro-africa. È assurdo tanto più perché questa cosa è unidirezionale. Chi viene dalla parte ricca del mondo ha piena facoltà di spostarsi mentre a chi appartiene alla povera gli viene impedito di farlo. Lo trovo di un’ingiustizia talmente evidente…

«A nessuno al mondo, per la breve durata di una vita, doveva essere consentito passare per quell’inferno». Eppure Samia cede e alla fine lascia che si formi una crepa nella corazza della determinazione che l’aveva portata fino a Pechino. Pensava di riuscire a resistere a tutto ma non è riuscita a superare il tradimento di Alì.

Sì, è stato proprio questo che l’ha fatta vacillare. Un colpo inferto in maniera troppo intima. Un colpo troppo profondo che ha bucato ogni tipo di resistenza, ha aperto una voragine… in quel momento della sua vita Samia ha capito, ha ammesso per la prima volta che il suo Paese le aveva tolto più di quanto le avesse dato. Ha deciso di chiudere i conti col suo Paese.

Il suo libro ha un compito importantissimo che non è solo quello di far conoscere la storia di Samia e della sua famiglia ma anche quello di portare avanti il sogno di suo padre di vederla guidare «la liberazione delle donne somale dalla schiavitù in cui gli uomini le hanno poste».

Samia sarebbe stata completamente differente se suo padre fosse stato diverso. Samia e Hodan devono tantissimo al fatto che Yusuf fosse un “rivoluzionario”, non nel senso che è andato a ingrossare le fila dei miliziani, ma rivoluzionario nel senso che ha deciso di insegnare ai figli l’importanza della libertà intellettuale. È stato fondamentale suo padre nel suo sviluppo. Anche la madre ma lei, come spesso accade nelle culture e nelle tradizioni di stampo più arcaico, ha giocato un ruolo più passivo ma egualmente determinante. Mentre gli uomini prendono le decisioni in maniera attiva, o almeno così pare, poi in realtà alle spalle di tutto ci sono sempre le donne. Anche la madre di Samia ha giocato il suo ruolo determinante con il suo silenzio, con il suo appoggio, e dopo la morte del padre il suo ruolo diviene fondamentale. È la guida della famiglia, il suo punto fermo.

Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega 2014?

Sono tranquillo. Nel senso che sono davvero felicissimo di avere vinto il Premio Strega Giovani, il premio più importante d’Italia ma conferito da una Giuria Popolare e forse dalla più bella delle giurie perché composta dai giovani, 40 scuole in tutta Italia, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Hanno scelto Non dirmi che hai paura a grandissima maggioranza. Sono felicissimo di questo. È chiaro che sarei felice di vincerlo, vorrebbe dire una cosa importante… un libro di letteratura civile che vince il Premio più importante in Italia… vorrebbe dire tanto, sarebbe bellissimo… però, insomma cerco di viverla in maniera tranquilla.

http://www.sulromanzo.it/blog/premio-strega-2014-intervista-a-giuseppe-catozzella

 

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Intervista a Patrizia Debicke van der Noot

28 sabato Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Patrizia Debicke van der Noot

Patrizia Debicke, fiorentina di nascita, francese d’adozione, lussemburghese per residenza, ha sperimentato diverse esperienze lavorative e imprenditoriali prima di passare alla scrittura e all’insegnamento. Al suo lavoro di redattore e collaboratore editoriale aggiunge infatti quello di docente di scrittura e relatore per conferenze storiche del FAI. È autrice di romanzi, gialli, thriller e thriller storici d’avventura. Nel corso della nona edizione del Premio Europa, a Pisa, ha ricevuto il premio alla carriera per lanarrativa gialla e noir al femminile. Le abbiamo rivolto alcune domande sul romanzo storico chiedendole anche qualche consiglio pratico indirizzato a chi vuole avvicinare la sua scrittura a questo genere letterario.

Rileggere la storia in chiave letteraria è un’operazione antica di almeno due secoli, se vogliamo considerare Scott come il capostipite del genere definito “romanzo storico”. Molto spesso ne viene fuori un lavoro critico, altre volte narrativo-divulgativo. Nei suoi romanzi aggiunge l’ingrediente della suspense facendoli diventare thriller storici d’avventura. Perché?

Perché? Potrei dire, ed è tutto vero, perché mi piace l’intrigo e, per esempio, nel Rinascimento le spy story sembravano all’ordine del giorno. Poi la Storia è un buon veicolo per affrontare altre tematiche, quali il fanatismo che è la mia bestia nera. E perché sono dotata di intelligenza laterale che mi fa sempre cercare un percorso più complesso per arrivare al punto (anche se, purtroppo, non all’altezza del leutnant Julius von Hertestein, l’eroe del mio ultimo romanzo La Sentinella del Papa; francamente mi secca doverlo ammettere). In realtà forse la risposta più giusta è che mi piacciono molto sia la Storia che l’avventura, ma visto che per ora è impossibile usare la macchina del tempo e non sarebbe sempre facile o di tutto riposo vivere delle avventure in diretta, ho scelto di costruirle a tavolino, di viverle e farle vivere sulla carta; insomma di farmi l’artefice di thriller storici d’avventura.

Come nasce un romanzo storico e cosa lo differenzia maggiormente dagli altri generi letterari?

Un romanzo storico nasce dall’obbligatoria conoscenza della Storia e degli usi e costumi di quell’epoca da parte di chi si accinge a scriverlo. Poi bisogna impegnarsi a far correre la storia tra rigidi binari preordinati, onde evitare il “deragliamento”. L’amico e grande scrittore Marco Buticchi cita sempre il centurione con al polso l’orologio nel film in costume del ventennio fascistaScipione l’Africano (1937), per segnalare a gran voce cosa non si deve assolutamente fare. Comunque tutti possiamo incappare in errori, magari involontari come quando, in fase di edizione, corressi nel mio testo La Gemma del cardinale: la regina Elisabetta I; togliendo il I (che stava per prima) perché allora la famosa regina vergine si chiamava semplicemente Elisabetta). Beh, zac!: fu trasformato istantaneamente dall’ultimo revisore delle bozze della casa editrice in Elisabetta II. Oddio, sono certa che l’attuale grandissima monarca inglese sarebbe pronta ad affrontare allegramente oltre 600 anni di vita… ma l’errore ci fu. Dicevo, prima conoscere bene la storia, ma avere poi anche l’accortezza e l’umiltà di mettere da parte i mesi di minuziose ricerche, di caccia al particolare e trasformare il tutto in un bel fondale dove il romanzo corre e costringe il lettore a girare le pagine per arrivare alla fine e scoprire… Leggete per credere! E far muovere e parlare sempre protagonisti e comprimari in modo plausibile. Soprattutto se ci si vuol servire di personaggi realmente esistiti. Rifarsi al loro vissuto, che si può sempre interpretare, considerando che stiamo scrivendo una fiction e non un saggio storico, ma non stravolgere. E quindi, a mio vedere, ciò che differenzia maggiormente lo storico d’avventura dagli altri generi sono il tempo e la fatica necessari per arrivare alla definitiva stesura della trama e alla sua ambientazione.

Patrizia Debicke van der Noot, La gemma del cardinale

Patrizia Debicke è scrittore, storico, collaboratore editoriale, critico, docente di scrittura nonché membro di giuria in premi letterari: che consiglio si sente di dare a un giovane scrittore che si accinge a scrivere il suo primo romanzo storico?

Di non farlo! O di trasferirsi in Inghilterra o negli Stati Uniti. Il mercato italiano non funziona. Tra poco si arriverà al pessimo risultato che ci saranno più scrittori che lettori; ma a parte questa valutazione, se qualcuno vuole veramente provare, consiglio di rileggersi le mie risposte alla seconda domanda e queste poche idee che seguono:la costruzione sarà quella di un romanzo tradizionale. Un inizio che porta a una fine, di solito preordinata. Una scaletta e un elenco dei personaggi sono assolutamente necessari. Talvolta qualcuno dei personaggi prende spazio e si impone… D’accordo! Ma evitare sempre gli eccessi e i tempi morti. Tagliare senza pietà. È indispensabile mantenere un ritmo vivace che incuriosisca il lettore. Curare l’incipit che per qualunque romanzo è il must, la presentazione di quanto seguirà. Il lettore si conquista nelle prime pagine. L’incipit va pensato, costruito e curato al massimo. In un romanzo storico l’ideale sarebbe fargli fare subito un tuffo nel passato.Gli snodi narrativi stanno all’autore. Si può adottare un percorso lineare, saltare da un protagonista all’altro, servirsi di flash-back.I protagonisti andrebbero decisi dall’inizio, regalando loro carattere e vita propria. Per ciascuno annotare abitudini, caratteristiche fisiche, pregi e difetti. Suggerisco di scrivere sempre tutto e tenerlo a portata di mano. Troppo spesso mi succede di leggere che un personaggio cambia colore degli occhi tra il primo e il tredicesimo capitolo. Le lenti a contatto colorate non c’erano… e via discorrendo. Il lavoro da fare è lungo.

Sta lavorando a qualche progetto in particolare in questo periodo?

Ho appena consegnato il secondo giallo storico che ha come interprete La Sentinella del Papa; sto correggendo alcuni racconti lunghi di ambientazione storica e vorrei riprendere in mano e rivedere un romanzo storico che ho nel cassetto. Un progetto attuale. Poi articoli, recensioni eccetera. Non mi faccio mancare nulla!

http://www.sulromanzo.it/blog/sul-romanzo-storico-intervista-a-patrizia-debicke-van-der-noot

 

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Intervista a Pino Tripodi per “La zecca e la malacarne” (Milieu, 2014)

17 martedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Pino Tripodi, La zecca e la malacarne

La zecca e la malacarne di Pino Tripodi, edito da Milieu con prefazione di Alessandro dal Lago, è un libro che non pretende di insegnare o spiegare qualcosa ma si limita a mostrare, senza veli, ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Leggendolo si può assaporare il piacere che solo i grandi classici della letteratura possono dare. La mente rimanda alle storie del verismo italiano narrate da Verga, Pirandello, Sciascia… anche i luoghi, simbolicamente, sono quelli. Il Sud, questo Sud che nel testo di Tripodi subisce una volontaria delocalizzazione territoriale per poterlo portare ovunque. Dal Lago ci ricorda che «si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini greci, costretti dall’Europa (burocratica, legalitaria, spietata con i deboli) a pagare debiti che non hanno contratto e a essere governati dai politici che li hanno trascinati nel baratro per interesse e stupidità».

«Ma noi in Italia, si sa, abbiamo il nostro Sud, che non assomiglia a nessun altro, in Europa. […] Il crimine organizzato è un alibi che giustifica e assolve tutte le malattie degenerative degli uomini e della società del Sud». Il nocciolo del problema, che viene sviscerato nel testo di Tripodi fino all’ansa più remota, non è solo la criminalità organizzata, la zecca, ma «le società zeccadipendenti» le quali «degenerano trasformandosi in malacarne».

La zecca e la malacarne è la storia di un sogno che alcuni definirebbero volentieri un’utopia, maturato tra i banchi di scuola da parte di un gruppo di giovani che non vogliono soccombere alla società che è vittima e complice della malavita, che la rappresenta e incarna nel momento stesso in cui smette di combatterla, di arginarla, di ostacolarla… di tentare almeno di farlo. Il loro sogno Ciccio, Nenè, Maria, Lucia… lo chiamano il nuovo sbarco perché vogliono diventare i nuovi Mille e la loro impresa vuole sancire la rinascita del loro Sud.

«Dobbiamo prendere la farina che abbiamo utilizzato per impastare il resto del mondo e portarla al Sud, e là fare il pane che sappiamo fare con tutti quelli che là vorranno impastare con noi. […] Tornare può intendersi riprendere casa a Napoli, Lecce, Reggio Calabria o Agrigento. Ma tornare significa anzitutto ricongiungersi con la Terra, prendere l’ombelico che è stato sbranato dalla Storia e riattaccarlo con cura; così, anche vivendo altrove, ciascuno potrà sentirsi di nuovo figlio, madre, fratello, amica del Sud. Torniamo perché non ce ne siamo mai veramente andati».

Una guerra, quella che vogliono combattere i nuovi Mille, dove saranno banditi fucili e pistole, carri armati e bombe a mano, dove l’unica arma che si potrà utilizzare sarà la penna.

«Se vogliamo cambiare qualcosa del mondo dobbiamo trovare le parole adatte».

E le parole più idonee a comprendere La zecca e la malacarne sono quelle dell’autore trascritte in questa intervista.

«Mentre per gli animali è abbastanza semplice guarire dalle malattie provocate dalla zecca, per le società e gli umani è impossibile». Le ferite restano così come le cicatrici, ma La zecca e la malacarne ci insegna che un cambiamento radicale ed efficace è pur sempre possibile. Se guarire dalle ferite della zecca è impossibile, sanarsi e risollevarsi da quelle della malacarne è veramente utopistico anche solo pensarlo allora?

La malacarne alligna in ogni società ed è presente, compressa o dispiegata, in ogni individuo della specie. Estinguerla è impossibile com’è impossibile cancellare il male. Ciò che si può, ciò che si deve fare, è limitarla, ridurne gli effetti, evitare che rimanga il carattere specifico, distintivo e trionfante delle società della contemporaneità. La corruzione, la furbizia, la stupidaggine – come la zecca – anziché  convivere, come normalmente accade, con l’intelligenza la stanno soppiantando perché le forme d’intelligenza che la storia finora s’è data – la politica, l’impresa, la cultura – non fungono più da vaccino, ma sono divenute le forme d’espressione più diretta della malacarne.

Ma una linea di fuga c’è, sempre, anche nelle più terribili condizioni. Spero che nel libro ciò sia evidente. Per combattere la malacarne si inizia con tre rimedi: cambiare le parole del mondo, mettere la politica a maggese e, nella fase finale, trattare le società delicatamente per almeno dieci anni con aria pura e acqua pulita.

Il Sud raccontato in La zecca e la malacarne è uno qualsiasi che può trovarsi ovunque. Dal Lago esordisce nella prefazione dicendo che «Si può sempre diventare un Sud». Bukowski però diceva «A Sud di nessun Nord». Se è vero che la zecca è «a tutti utile perché tutti i colpevoli e gli ignavi possono nascondere ogni loro ignavia e colpa urlando “è colpa della zecca”» può esserlo che il Sud, ogni Sud, serve al Nord, qualunque Nord, perché così tutti possono urlare “è colpa del Sud”?

Il Sud e il Nord, al di là del loro importantissimo aspetto geografico, sono divenuti delle retoriche buone per qualsiasi incantatore di scimmie presente nel discorso mediatico e nell’agone politico. L’eterna, trita questione meridionale funziona come ogni stigma iniettato nel sangue. Visto da chi si pensa Sud, c’è sempre una colpa del Nord. Viceversa, chi si pensa Nord, si abitua a vedere il Sud come maleficio maledetto. Ma lo stigma, nella realtà retorica è in grado di produrre i suoi effetti solo se i suoi caratteri di inferiorizzazione vengono accolti e controvertiti in aspetti suprematici. Individuare le colpe è cosa facile, utilissima a consolare ritti e derelitti e a nettare le coscienze anche più luride, funzionale alla moltiplicazione d’altre colpe, importantissima per continuare a non capire. Senza assegnare colpe a destra e a manca, gran parte degli individui dell’umana specie perderebbe la bussola che l’orienta istante dopo istante nelle cose del mondo. Senza assegnare colpe, ciascuno, guardandosi allo specchio, osserverebbe qualcuno terribilmente più vicino contro cui scagliare l’indice. Finché tutti urlano è colpa di qualcuno, i colpevoli si grattano la pancia e le colpe generano a grappoli altre colpe peggiori.

Pino Tripodi

La zecca, nelle vesti di Ciccio Esposto, costretta ad agire per liberare il Sud dai “mali” della malacarne. Il quadro che emerge dal racconto del libro è in realtà molto più realistico di quanto non sembri leggendolo. Lo scopo del testo è più educativo o esortativo?

Nel libro ogni personaggio si è dato un carattere assoluto. Appare come il portato preciso, quasi macchinico, di una storia e di una cultura, una vacca chiusa in un recinto, un cane trainato dal carro, eppure parola via parola, quasi impercettibilmente, sempre totalmente immerso nell’oceano del destino, si gioca l’esistenza pur di scappare, pur di approdare a vite più degne di essere vissute. Ciccio Esposto – figlio di capo, capo dei capi, buio che proietta la luce, immagine della parola prima di diventare menzogna – ha reso più evidente questa assolutezza. Non saprei indicare lo scopo del testo, ma la sua domanda me ne fa venire in mente uno. Trovare i Ciccio Esposto, i Nené, le Marie, le Lucie che ci sono nel Sud. Così, il libro troverebbe il carattere realistico dei sui principali personaggi. Non il realismo che descrive la storia così come è o come è stata. (Nessuno ha vissuto davvero la storia raccontata nel libro. Non sono stati utilizzati documenti d’archivio, veline, biografie. Tutto è inventato.) Ma quel realismo che la realtà la può fondare cercando i personaggi per la storia a venire. Se il libro saprà fare questo, avrà trovato il suo scopo, altrimenti rimarrà inutile, teleologicamente vuoto.

C’è un passaggio molto triste nel libro. Perché? Lei sente di non aver fatto abbastanza per il suo Sud o simbolicamente ha voluto immedesimarsi nei suoi conterranei pigri, apatici, sonnecchianti, accomodanti e accondiscendenti?

Immagino si riferisca al momento in cui Nenè Palermo annuncia a Ciccio Esposto che Pino Tripodi è morto e alla domanda Come? risponde Indegnamente, come ha vissuto. In quelle parole Nenè concentra, mi pare, tante cose. Intanto che l’autore è morto: nel libro non c’è un autore onnisciente o onnipresente. Ne La zecca e la malacarne ci sono tanti soggetti narranti: ognuno prende la parola quando ne trova l’urgenza, senza chiedere il permesso a nessuno, senza attendere che siano innalzate barricate di virgolette e caporali. L’autore è uno dei tanti soggetti narranti, uno dei personaggi della narrazione, il più insignificante, che si ritira silente e discreto appena un personaggio più importante entra in scena. Per prendere vita, gli altri personaggi hanno bisogno che l’autore muoia. Pino Tripodi, l’autore, è morto annuncia che la vera scrittura inizia quando sfugge alle verità dello scrittore. Vi è poi la morte biografica di Pino Tripodi che non è un dato triste, ma, se si esclude il dato biologico, una constatazione. Nené si riferisce a Pino Tripodi come prototipo di quella generazione che ha immaginato se stessa come pura macchina di trasformazione della società. Per quanto abbia fatto, per quanto abbia pensato e lottato, il risultato è stato molto al di sotto delle proprie attese. Si muore indegnamente perché non si è mai capaci di superare lo scarto tra l’io sé e l’io mondo. La scrittura è l’estremo tentativo di dare, da morto, la parola a ciò che potrebbe vivere. Al di sotto di questo compito siamo solo capaci di sopravvivere come fanno pigri, apatici, accomodanti, accondiscendenti. E scrittori.

Secondo lei sarà mai possibile realizzare in Italia un progetto simile a quello realizzato dai ragazzi della diaspora?

La zecca e la malacarne è il primo atto della diaspora di ritorno. Altri ne seguiranno. Rimanere una noce in un sacco è possibile, ma non augurabile. Né alla noce e nemmeno al sacco.

Il suo stile narrativo ricorda molto i maestri del verismo italiano. Un racconto semplice, eppure immensamente profondo proprio perché vero o verosimile. È una scelta motivata, l’aver preferito questo tipo di registro comunicativo?

Contento davvero che risulti semplice. Generalmente, la scrittura che sorge dal mio stile appare ostica, difficile, non indulgente verso il lettore. Per uno scrittore, la narrazione è come il mangime per un allevatore di maiali. Lo si dà  per portarseli dietro con il proposito di ucciderli. Si uccidono con il racconto, ma si possono salvare con gli infiniti frammenti che possono vivere autonomamente dal racconto. Ogni singolo pensiero, magari invisibile a prima lettura, rimane incastonato nel racconto e lo prescinde. La scelta del registro narrativo deriva dall’esigenza di montare racconto e pensieri in una forma che  si potrebbe definire del presente prossimo. Non esiste nella grammatica della lingua un tempo così chiamato, ma nella letteratura il presente prossimo ha la funzione di evitare le trappole della consolazione, del romanzo storico e della descrizione del tempo – passato e presente – come momento già speso nel rotocalco della cronaca e della memoria. Il presente prossimo non reinventa mitologicamente un passato né cristallizza un presente. Scruta il presente che arriva, gli fornisce una possibilità. Il libro inizia con la fine, il presente, si catapulta nel passato del secondo Novecento, e termina di nuovo in un presente che non è mai la realtà che appare, ma quella realtà che i personaggi sono in procinto di creare.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-pino-tripodi-su-la-zecca-e-la-malacarne

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista Chiara di Sante Finalista Campiello Giovani 2014

09 lunedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Campiello Giovani 2014

Laureanda in Comunicazione media e pubblicità,Chiara Di Sante è originaria di Bergamo ma vive a Milano. Con il suo racconto Zucchero è stata selezionata tra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani 2014, insieme a Mariachiara Boldrini, Carmelita Noemi Zappalà, Daniele Comunale e Deborah Osto.

La Di Sante è una ragazza attiva, dinamica, forse anche un po’ frenetica, specchio della metropoli che l’ha accolta. La sua scrittura rispecchia in pieno le sfaccettature del suo carattere. Il ritmo della narrazione è incalzante, la storia vorticosa, il finale sorprendente. Frasi minime, immagini forti, pensieri sfiorati e rimandi notevoli donano particolarità al testo. «Lavarsi le mani. Chiudere la porta di casa. Lavarsi le mani. Mettere l’acqua a bollire. Mettere la tazza rossa sul tavolo. Versare l’acqua della teiera. Controllare che la porta di casa sia chiusa. Lavarsi le mani. Prendere la zuccheriera. Versare il tè nella tazza. Mettere tre cucchiaini di zucchero nel tè. Controllare che la porta di casa sia chiusa. Bere il tè».

Ambientato nell’arco di una sola giornata, Zucchero narra le storie di quattro personaggi, delle loro solitudini che si intrecciano senza mai incontrarsi: uno psicanalista diabetico; sua moglie che ha perso un figlio e si consola preparando marmellate per un carcerato che la guarda dalle sbarre della sua cella; un giovane paziente che mangia ossessivamente bustine di zucchero, alla ricerca disperata della dolcezza negatagli nell’infanzia. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice per meglio comprendere la sua scrittura e i meccanismi che l’hanno generata.

 A prima vista lo stile della narrazione potrebbe sembrare il riflesso dell’epoca in cui viviamo, fatta di mail, sms e chat, mentre in realtà dietro ogni parola, dietro ogni frase si cela un grande mistero che tu vuoi raccontare anche attraverso le immagini che esse rimandano. Oltre alla scrittura è il cinema la tua grande passione?

Siamo nell’epoca dell’immediatezza, delle comunicazioni brevi e mirate, questo credo che, in parte e forse involontariamente, abbia influenzato in generale il modo di scrivere. Mi piace lo stile minimalista, mostrare emozioni e sentimenti attraverso dettagli, oggetti; spesso l’introspezione è ridotta al minimo. Il cinema è una grande passione che mi accompagna sin dall’infanzia e che negli anni ho avuto modo di coltivare e approfondire grazie anche ai miei studi. Credo che la passione per il cinema si rifletta nei miei racconti, in cui cerco di coniugare visualità e scrittura.Zucchero, in particolar modo, é strutturato per stacchi, montaggi alternati e paralleli. Sotto lo sguardo di un narratore onnisciente che, come l’occhio di un regista, si sposta da un luogo all’altro, si articolano le vicende dei quattro personaggi. Ogni parola è fondamentale, insostituibile, come i fotogrammi di un’immagine.

 Zucchero non è il primo racconto che scrivi e non è neanche il primo a ricevere attenzione da parte di una giuria, però il Premio Campiello Giovani riserva quasi sempre dei risvolti importanti, come le immagini nascoste tra le righe della tua storia. Quali sensazioni provi in questo momento?

Scrivo da tutta la vita ma, quasi come una fase di passaggio obbligata, ho scritto in principio solo per me. Maturando, ho sentito la necessità di confrontarmi con gli altri per affinare la mia tecnica e condividere ciò che sentivo e scrivevo. È il primo anno che partecipo al Premio Campiello, l’ho sempre visto come un traguardo inarrivabile e, forse, avevo paura di rimanere delusa. Questo era l’ultimo anno in cui avevo la possibilità di inviare un racconto e sentivo di essere maturata molto. Essere stata selezionata per la cinquina finalista è stata una delle emozioni più belle della mia vita, molto banalmente, un sogno che si avvera. La bellissima notizia é giunta durante un periodo terribile in cui ho perso mia nonna: la mia lettrice numero uno. Questo traguardo lo dedico a lei, che ci ha creduto fino in fondo, sin dal principio.

 Scrivi per immagini e sei appassionata di cinema. Cosa vedi in questo mondo quando ti guardi intorno?

Quando mi guardo intorno vedo involontariamente “materiale” per i miei racconti. Sono attratta dalle persone, soprattutto da quelle più strane: ognuno sembra avere qualcosa da raccontare, da raccontarmi. Sono convinta che prima di scrivere ci sia bisogno di vivere, di nutrirsi delle esperienze e delle emozioni che i luoghi e le persone possono regalarci. Poi, però, bisogna ritirarsi, tornare a casa, allontanarsi da quella realtà che ci ha nutrito, e scrivere.

Chiara Di Sante

In Zucchero hai scelto di affrontare argomenti delicati come possono esserlo le patologie ossessivo-compulsive che emergono, ancora una volta, attraverso le immagini di una persona che ripete infinite volte il gesto liberatorio di “lavarsi la mani”. È uno dei sintomi più comuni della misofobia che è anche uno dei mali simbolo della nostra epoca. Cosa ti ha spinto a voler parlare di questo aspetto del mondo moderno?

Il giovane paziente ossessivo-compulsivo é solo uno degli sventurati personaggi di cui parlo, ma forse è quello che maggiormente rappresenta la condizione di disagio attuale, di incomunicabilità, che pure accomuna tutti i protagonisti. Il ragazzo é l’unico descritto usando un tipo di focalizzazione interna. È paradossale che l’unico personaggio che parla con la propria voce, lasciando fluire i propri pensieri senza mediazione, è infine colui che soccombe proprio per una mancanza di comunicazione. I disturbi ossessivo-compulsivi sono la manifestazione visibile del suo disagio interno. Sono sempre stata affascinata dalla psicologia e, forse perversamente, anche dalla malattia mentale. Ho voluto assumere il punto di vista di una persona disturbata per provare a immaginare come vivono queste persone che si nascondono tra la folla, lanciano soffocate grida di aiuto e spesso nemmeno ce ne accorgiamo.

 La solitudine è un altro aspetto della società contemporanea. Un tormento che assale ogni giorno sempre più persone, soprattutto nelle grandi città dove, schiacciati e circondati da innumerevoli volti sconosciuti, gli esseri umani si sentono sempre più soli. La narrazione di ciò in Zucchero è una constatazione, una denuncia o un tentativo di dare una svolta?

Lontano da ogni superba pretesa di cambiamento, la mia è una constatazione di come la società odierna, o network society che sia, precipiti sempre più verso forme di neo-solitudine collettiva e di come le grida d’aiuto vengano spesso soffocate dagli individualismi.

Sicuramente le metropoli provocano un sovraccarico cognitivo e sensoriale, così come la Rete. Entrambi gli ambienti sono caratterizzati dalla solitudine. Anche i personaggi del mio racconto sono connessi, collegati tra loro ma, in ultima analisi, soli, come in un social network.

 Cosa ti aspetti e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non so se vincerò il Premio Campiello, ma essere stata capita e apprezzata è stata già la soddisfazione più grande. L’ unica certezza che ho è che non smetterò di scrivere, è un’urgenza imprescindibile. Nel futuro mi piacerebbe riuscire a coniugare le mie passioni, cinema e letteratura, in una professione: sceneggiatrice o critica cinematografica, anche se non mi dispiacerebbe intraprendere la carriera accademica. Sono consapevole che i miei sono obiettivi molto ambiziosi, ma quando voglio so essere molto determinata.

Intanto, sto pensando di scrivere la sceneggiatura di Zucchero per farne una trasposizione in un corto cinematografico; ad oggi è solo un’idea allo stato embrionale ma chissà che non diventi realtà.

http://www.sulromanzo.it/blog/speciale-campiello-giovani-intervista-a-chiara-di-sante

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Grande Raccordo Criminale. Intervista agli autori

27 martedì Mag 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Floriana Bulfon e Pietro Orsatti, Grande Raccordo Criminale

Il libro Grande Raccordo Criminale di Pietro Orsatti e Floriana Bulfon è uscito quest’anno, edito da Imprimatur, con la prefazione di Giulio Cavalli. Quella che i due giornalisti compiono è un’attenta e accurata analisi della criminalità, organizzata e non, che opera su tutto il territorio italiano e in numerosi altri Paesi, dove ha messo radici ed è proliferata esattamente come nel luogo in d’origine, e che è presente anche a Roma. Facendo riferimento alle testimonianze dei pentiti, alle trascrizioni degli atti processuali, alle dichiarazioni di cittadini nonché all’esperienza sul campo, Orsatti e Bulfon regalano al lettore un quadro completo della situazione attuale. I riferimenti sono al passato, ma soprattutto al presente, preludio a un disastroso futuro se non si prende coscienza che il fenomeno esiste ed è reale, che non conduce da nessuna parte il volerlo relegare a piaga sociale lontana e distaccata dalla quotidianità, dalla politica, dalla cultura, dal costume e dall’istruzione. Non ha alcun senso illudersi che la criminalità sia lontana dalle persone che criminali non si ritengono, dagli ambienti che collusi non vogliono essere etichettati, come non ha senso continuare a ribadire che a Roma la criminalità organizzata non esiste.

«Non un’infiltrazione, ma un sistema. Mafie s.p.a. è diventato potere reale e condizionante di tutto quel che avviene sotto il Cupolone, dalle borgate ai palazzi di potere, da Ostia a Oltretevere.Un potere che dalla Capitale si espande, in un grande raccordo criminale». Bisogna, inoltre, prendere coscienza una volta per tutte di quelli che sono i veri mali della società in cui viviamo, delle correlazioni tra i crimini e il potere in tutte le sue forme, tra i crimini e la ricchezza ma anche tra i crimini e la povertà. «Non è solo effetto della crisi economica. È strategia di sfruttamento criminale della miseria. Chi governa il territorio non ha solo consentito l’arrivo di questo esercito di disperati ma lo ha favorito per poi, davanti ai numeri impressionanti di persone travolte dal disagio, fare soldi».

Gli autori, Pietro Orsatti e Floriana Bulfon, hanno risposto volentieri alle domande su Grande Raccordo Criminale, spiegando alcuni passaggi principali del testo, nonché aspetti salienti della società capitolina e di quella italiana in generale.

Alcuni anni fa andava molto di moda definire la criminalità organizzata, soprattutto di stampo mafioso, come “la piovra” e si diceva che partiva tutto da “la Cupola”, dove era accentrato il potere. Leggendo Grande Raccordo Criminale si ha come l’impressione che negli anni questa piovra non abbia fatto che crescere e che di piovre in realtà ce ne sono diverse, operanti non solo nei territori dove hanno avuto origine ma anche nel resto d’Italia e con radicate diramazioni in altri Paesi europei e americani. A farne le spese però sembrano essere rimasti sempre gli stessi.

Floriana Bulfon: Le mafie, dalle stragi del 1992-1993 hanno deciso di assumere un profilo militarmente basso e intanto di spartirsi aree e interessi, di investire nell’economia reale e, anzi, di diventare soggetto economico direttamente, senza intermediari. Roma è emblema e simbolo di come le mafie abbiano operato in concorso fra loro. Una holding capace di costruire rapporti con pezzi dell’economia, della politica e dello Stato. Da decenni si sono mimetizzate sotto la copertura di attività legali, riciclando denaro sporco. Non è un’infiltrazione, ma un sistema che è diventato potere condizionante. E intanto, da decenni, si arricchiscono, condizionano il potere economico e politico, e si mettono a servizio di chi, per interessi innominabili, mira a destabilizzare la nostra già fragile democrazia. Quello che colpisce a Roma è la poca consapevolezza. La mafia ufficialmente a Roma non è mai esistita se non come fenomeno passeggero, derubricato a criminalità comune. Quasi un incidente di percorso. Ma è un incidente di percorso che contagia la nazione. Lo scriviamo con molta chiarezza nel libro, senza temere smentite. Non esiste una Roma criminale, esiste un’Italia criminale di cui Roma è semplicemente la capitale.

I campi rom, quelli dei senzatetto, dei diseredati e dei disadattati diventano egualmente fonte di guadagno per chi non si ferma di fronte a nulla. Le va di parlarcene?

È una strategia di sfruttamento criminale della miseria, perché anche dalla miseria si può trarre profitto. Un esercito di disperati su cui le mafie fanno soldi. Un paio d’euro per dormire in mezzo al fango, storditi da alcool a buon mercato e la mattina andare in cerca di uno “smorzo” che ti dia lavoro, per avere un angolo dove buttare un cartone a terra, piazzare una roulotte, prenderti uno spicchio di cemento sgombro fra i calcinacci in un cantiere, vendere in un mercato abusivo. Disperati che pagano per dividere un monolocale in venti o vivere in un sottoscala per lavorare giorno e notte. Pagano il pizzo ai connazionali e agli italiani. Pagano semplicemente per sopravvivere. Un euro qui, dieci lì e alla fine hai una montagna di denaro facile, ottenuto con il mezzo più semplice: la paura. A guadagnarci sono tutti, le piccole e grandi mafie straniere e gli italiani che hanno dato in concessione pezzi del proprio territorio in cambio di un comodo business. Il business della schiavitù. Merce da sfruttare e scarto da seppellire fra i rifiuti quando non è più produttivo. Una catena dello sfruttamento che parte dal connazionale, passa per il piccolo boss che verifica che nessuno sgarri e arriva al “padrone” italiano che, a distanza e senza sporcarsi le mani, controlla che tutto fili liscio, compresa la ricettazione di piccoli furti e borseggi.

Grande Raccordo Criminale rappresenta anche un viaggio nelle periferie e nelle borgate della capitale ma con un’ottica diversa rispetto al passato. Si legge: «…quarant’anni dopo Pasolini e la consapevolezza che non è più la borgata a imborghesirsi, ma la borghesia a imborgatarsi. Un contagio». Si tratta di contagio o di fusione?

A Roma i codici e gli stili della borgata hanno contagiato tutti. Borgate e centro si sono mischiate in un’indifferenziata poltiglia. Un giorno, a San Basilio, quartiere a ridosso del Grande Raccordo Criminale, fortino dello spaccio con le sentinelle che controllano a vista chi entra e esce, uno spacciatore, seduto al bar di una vecchia latteria con la videosorveglianza, sosteneva che coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia si potesse fare tutto, entrare nel giro grosso delle operazioni finanziarie. Sembrava un personaggio deIl Contagio, il romanzo di Walter Siti. Parlo di contagio perché non vi è più distinzione. Perché il pratone di sport e peccati a Centocelle, raccontato in Petrolio, il Pigneto di Accattone, la Ostia di Pier Paolo Pasolini non sono diversi dal centro e dai quartieri bene.

Floriana Bulfon e Pietro Orsatti

Grande Raccordo Criminale è un’analisi a 360 gradi del crimine che attanaglia la capitale ma non solo. Nel testo, che è un resoconto dettagliato di quanto accaduto negli ultimi 50 anni di storia italiana, si evincono tutti i collegamenti tra i vari gruppi operanti in diverse zone del Paese ma anche i legami tra le varie cosche. Come nasce un libro del genere e perché?

Pietro Orsatti: Abbiamo scritto Grande Raccordo Criminale perché era necessario. Era arrivato il momento di lanciare un allarme sulle mafie a Roma e quello che sta succedendo nella capitale ci sta dando ragione. Mentre era evidente che a Roma la situazione stava precipitando, con un’escalation impressionante di fatti violenti – omicidi, attentati, intimidazioni –, sia la stampa sia la politica cercavano di minimizzare in tutti i modi, di archiviare fatti di chiarissima matrice mafiosa come episodi isolati riconducibili a regolamenti di conti tra bande locali. Cronaca nera da pubblicare di taglio basso. La parola “mafia” a Roma non si poteva pronunciare, figuriamoci scriverla. Mentre le mafie, e parlo di tutte le organizzazioni nazionali presenti non attraverso “infiltrazioni” ma come strutture ormai radicate in tutta la città da più di trent’anni, di fatto si erano già spartite affari e territorio e rapporti con pezzi della politica e della finanza e di apparati dello Stato, agendo come una sorta di associazione temporanea d’impresa. Con in più l’intrecciarsi di rapporti e interessi con aree riconducibili a vecchi ma non estinti gruppi criminali locali, come la banda della Magliana, e con pezzi di servizi deviati, massoneria e elementi dell’eversione nera. E non sto parlando di fatti relativi solo agli anni ’70 e ’80, ma di rapporti stabili e tuttora in vigore. Non è una suggestione quella che offriamo nel libro, ma il frutto di un lavoro sul campo e sui documenti. La nostra non è solo un’inchiesta sull’attualità criminale romana, ma anche un’analisi storica che spiega l’attuale situazione e che collega tuttora mafie e corruzione con gli ambienti che contribuirono agli orrori degli anni della strategia della tensione. Chiaramente non solo a livello locale ma nazionale. Dopo tutto, come si fa a illudersi che la capitale d’Italia non sia anche la capitale delle mafie?

Il più delle volte anche quella che solitamente viene chiamata micro-criminalità alla fin fine è correlata e dipendente dalle grandi organizzazioni mafiose con un gioco di “appari e scompari” che sembra quello delle scatole cinesi ma anche un circolo vizioso. Si prendono i pesci piccoli, che sono fra l’altro facilmente sostituibili, e quelli grossi restano ai loro posti, sempre gli stessi, a fare sempre lo stesso male… a una società che necessità di un cambiamento radicale. È interessante il ruolo che svolgono le banche.

Partiamo da questi ultimi anni di gravissima crisi economica. Le banche, sia sul piano del credito sia della loro trasformazione in soggetti speculativi – basti pensare ai cosiddetti prodotti derivati e alle ricadute che hanno provocato sul sistema italiano e mondiale – hanno lasciato moltissimi imprenditori e commercianti nelle mani delle mafie. Chi ha liquidità immediata? Le mafie, che dispongono di fondi illimitati di denaro da investire. Chi concede prestiti? Le mafie, che controllano capillarmente il fenomeno dell’usura. E chi chiede prestiti in breve tempo viene scalzato dalla sua attività o viene ridotto al ruolo di semplice prestanome. Ma non c’è solo questo aspetto del ruolo che hanno giocato le banche nel creare le condizioni che hanno permesso il radicamento delle organizzazioni criminali nell’economia e nella società a Roma e in Italia. Faccio un esempio. Nei primi anni ’70 Cosa nostra siciliana – che è all’epoca già presente nella capitale – fa un salto di qualità inviando il capo del mandamento di Porta Nuova Pippo Calò – forse il più importante di Palermo – a Roma. In pochissimo tempo Calò stringe rapporti con la P2, con la nascente banda della Magliana, con faccendieri e speculatori, con ambienti del terrorismo nero di cui si serve come braccio armato e poi tranquillamente, con false identità, ottiene l’apertura di conti e di linee di credito illimitate in alcuni istituti bancari della capitale senza presentare alcuna garanzia. Senza parlare poi del ruolo che ha giocato sull’economia italiana la banca di Sindona che per anni è stata la seconda banca privata in Italia e la quindicesima negli Stati Uniti e che con la mafia e con il grande business del traffico dell’eroina ha giocato il ruolo di cassa e di struttura di riciclaggio.

La banda della Magliana e la Chiesa cattolica. Due istituzioni con sede a Roma. Una criminale e una religiosa. Nell’immaginario collettivo si pensa e si presume non si incontreranno mai. Si pensa e si presume, però…

Non si presume nulla. I rapporti della banda della Magliana con alcuni ambienti vaticani, e in particolare con lo Ior, sono storicamente provati e in alcuni casi, anche se solo marginalmente, lo sono pure sul piano giudiziario. E tutto questo senza doversi affidare alle suggestioni dell’ancora irrisolto caso della scomparsa di Emanuela Orlandi e dell’anomala sepoltura di “Renatino” De Pedis. Bisogna capire bene la natura stessa della banda della Magliana, di quella che è stata e di quella che, anche se in pochi la definiscono così, è ancora. La banda che non è composta da soli uomini della mala romana che si organizzano, ma anche da terroristi delle organizzazioni dell’estrema destra, con agganci impressionanti, con speculatori immobiliari e finanziari, con entrate nella politica, rapporti con ambiti della P2 e dei servizi segreti deviati, oltre allo storico rapporto con Pippo Calò e Cosa nostra. Tanto per fare un esempio, parliamo del cassiere della banda, EnricoNicoletti. Nicoletti ha sempre entrature in Vaticano, anche se giura di non avere mai avuto un conto allo Ior. Era sua Villa Osio, disegnata alla fine degli anni Trenta da un allievo del Piacentini, a viale di Porta Ardeatina. Acquistata, per una cifra irrisoria se confrontata con le quotazioni di mercato dell’epoca, dalla Pia Unione degli Oblati della Madonna, con tanto di presunto benestare del vicariato. Il medesimo vicariato guidato dal cardinal Ugo Poletti, lo stesso che nel 1990 firmerà il nulla osta per la sepoltura di Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare. Lo stesso Nicoletti che riciclava soldi non solo per la banda ma anche per la camorra napoletana e i casalesi. Dove? A Roma. E proprio a Roma, in determinati ambienti, si dice: «Perché andare fino alle Bahamas per riciclare denaro sporco quando hai un paradiso fiscale dietro casa che ci vai in autobus?» Certo, le nuove regole imposte dal nuovo papa per lo Ior cambiano molto gli scenari attuali e futuri. Ma per il passato?

Grande Raccordo Criminale di Pietro Orsatti e Floriana Bulfon è un libro che racchiude oltre mezzo secolo di storia criminale italiana: racconta fatti, delitti, crimini, collegamenti, persone e personaggi che hanno determinato la situazione che oggi è. Grande Raccordo Criminale è, fuor di dubbio, una lettura interessante, per certi versi necessaria per conoscere, per capire, per riflettere, per decidere anche come agire… perché alcune cose non cambieranno mai se si continuerà a fingere di non sapere e non capire.

http://www.sulromanzo.it/blog/grande-raccordo-criminale-intervista-a-floriana-bulfon-e-pietro-orsatti

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“I panni spochi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd” (Chiarelettere, 2014) Intervista a Stefano Santachiara

08 martedì Apr 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Stefano Santachiara, I panni sporchi della sinistra

Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito daChiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

 Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quandoGazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

Stefano Santachiara

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-stefano-santachiara-i-panni-sporchi-della-sinistra

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