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Irma Loredana Galgano

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Leila El-Houssí: “L’urlo contro il regime”

02 martedì Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Leila El-Houssí nasce da madre italiana e padre tunisino, studia e vive in Italia, ma il suo maggiore campo di interesse è la storia della Regione Nord-Africana.

Quali sono e quali sono state le peculiarità della comunità italiana in Tunisia?

Io sono anche nata in Italia, sono nata e cresciuta qui. Vivo e studio in Italia. Sono una storica di formazione e mi occupo della Storia del Nord-Africa e quello che mi ha sempre attratto, probabilmente anche perché sono figlia di due identità culturali, è lo studio dell’evoluzione della collettività italiana in Tunisia.

Una comunità che era molto numerosa, soprattutto nel XIX secolo. Ed era anche molto ‘variegata’ nel senso che al suo interno vivevano italiani che provenivano da diverse Regioni. C’era una forte presenza di toscani, che risiedeva lì già dall’età moderna, poi una copiosa presenza anche di siciliani che invece sono arrivati in Tunisia alla fine dell’Ottocento e c’è stata una migrazione che potremmo definire a carattere temporaneo che ha interessato un gruppo di minatori sardi e di balie dalla Garfagnana.

Mi ha sempre incuriosito il fatto che nonostante fosse così eterogenea si sia comunque ben inserita nel tessuto sociale e culturale tunisino. Penso che la Tunisia come Paese abbia sempre avuto una sua peculiarità dovuta anche al fatto che ci sia stata questa convivenza assolutamente pacifica e positiva con altre identità culturali, tra cui quella italiana.

All’indomani dell’indipendenza con Burghiba questo processo di integrazione e convivenza ha subito un brusco arresto. Molte società sono state nazionalizzate… in tanti sono andati via e molti italiani hanno scelto la Francia, altri l’Italia.

Attualmente, diciamo da circa quindici/venti anni, c’è un’altra immigrazione, ma il nucleo storico, come per esempio la famiglia Finzi, continuano a risiedere lì.

Ricordiamoci sempre che Roma e Tunisi sono le due capitali geograficamente più vicine. In un certo senso dalla costa tunisina si può vedere la Sicilia… c’è talmente tanta vicinanza, anche culturale, che non può non rappresentare un valore aggiunto e anche un’opportunità.

Presumibilmente sei cresciuta avendo accesso contemporaneamente a due mondi che, per quanto sono o sembrano diversi, sono ineluttabilmente entrambi affascinanti. Quali sono gli aspetti della cultura e della storia italiana e tunisina che preferisci? E quelli che vorresti cancellare?

Sono cresciuta in due mondi, ma grazie al profondo rispetto che i miei genitori nutrivano l’uno verso l’altra e per le rispettive culture ho potuto accedere alla parte migliore di entrambi.

Quello che io non amo di entrambe le culture, quello che purtroppo emerge, ma che non è determinato dalla cultura, piuttosto rappresenta una devianza degli stessi, è l’utilizzo delle religioni per acuire una certa intolleranza.

Ciò non mi piace perché nella realtà entrambe le religioni, musulmana e cristiana, sono molto aperte e tolleranti. L’Islam è molto aperto al pari del Cristianesimo, lo stiamo vedendo anche con questo Papa che è molto aperto al dialogo interreligioso e interculturale. Non mi piace l’interpretazione deviata che taluni possono dare, in entrambi i mondi.

Nel libro Il risveglio della Democrazia. La Tunisia dall’indipendenza alla transazione (Carocci Editore, 2013) racconti del passaggio dalla ‘democrazia nascente’ a quella ‘calante’ a causa di una «politica di cambiamento e di modernizzazione che celava un capillare controllo autoritario e una prassi repressiva, giustificata dietro la bandiera della lotta al terrorismo». Sembra quasi che sia un tipo di politica adottato sempre più spesso anche dai Paesi che si definiscono occidentali. Qual è la tua opinione in merito?

Nel caso tunisino c’era un aspetto di cui ho ampiamente discusso nel libro… ecco Ben Ali utilizzava questo ‘contenimento all’islamismo’ per cercare un’auto-legittimazione, per continuare a governare tranquillamente anche un po’ con la complicità dei Paesi occidentali, che preferivano vedere una Tunisia ‘tranquilla’ e con un’immagine sostanzialmente edulcorata.

È chiaro che spesso viene utilizzata ‘la lotta al terrorismo’ per auto-legittimarsi. Sicuramente questa è una cosa che vale a 360° per tutti i Paesi. Ciò non toglie il fatto che il terrorismo esiste. Indubbiamente esistono delle frange estremiste che agiscono indipendentemente dall’aspetto religioso e che vanno fermate, questo è chiaro.

Tuttavia è vero anche che c’è una strumentalizzazione su questo. Fa anche comodo per certi versi ai governi defilare su certe tematiche piuttosto che su altre. La crisi mondiale ad esempio fa sì che molti governi debbano adottare politiche diciamo ‘non piacevoli’ per i cittadini e quindi ritorna utile deviare l’attenzione, sfruttando la mai inflazionata ‘strategia del terrore’.

Incuriosisce e al contempo stupisce il fatto che se ne parla tanto, ma in fondo si fa una tale confusione circa l’identità di questi gruppi terroristici, anche i media stessi confondo i gruppi, i nomi… una tale confusione e superficialità…

Ben Ali sfruttando questo tipo di politica si è fortemente auto-legittimato ed è rimasto al potere per 24 anni. Tutto ciò e tutti coloro che non erano dalla sua parte venivano additati come islamisti radicali o terroristi. Agiva sulla paura. È agire sulla paura della gente. La gente che ha paura… e questo è anche un modo per far obbedire la gente, come dice la politologa Béatrice Hibou, la famosa ‘forza dell’obbedienza’.

È da poco uscito il libro L’urlo contro il regime. Gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre (Carocci Editore, 2014) nel quale parli appunto del tema dell’antifascismo italiano in Tunisia nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Cos’è successo in realtà all’interno della collettività italiana in Tunisia?

C’è sempre stata l’idea che dall’avvento del fascismo l’intera comunità italiana in Tunisia fosse schierata dalla parte di Mussolini. In realtà contro la dittatura del duce e contro anche la propaganda fatta dal regime fascista è sorta una corrente di opposizione importante. Membri di questo gruppo erano sostanzialmente borghesi dell’élite liberale prevalentemente di origine toscana. Molti appartenenti alla Massoneria, molti erano militanti del Movimento anarchico, poi c’erano ovviamente anche esponenti della classe operaia e soprattutto quest’ultimi erano organizzati nei partiti di sinistra, nel Partito socialista e comunista. C’era anche una componente importante di Giustizia e Libertà.

Da questo è nato un laboratorio interessante che è stato poco analizzato dalla storiografia. Si trattava di giovani italiani e tunisini che a partire dagli anni ’30 hanno costituito la sezione della Lega italiana dei Diritti dell’uomo. Verso la fine del decennio poi il centro estero del Partito comunista aveva individuato nella Tunisia un dinamico laboratorio importante dell’antifascismo e ha inviato anche dirigenti autorevoli del partito come Velio Spano e Giorgio Amendola che, tra le altre cose, avevano anche fondato un organo di stampa che si chiamava «Il Giornale».

Ricordiamoci sempre che la Tunisia pur essendo sotto il Protettorato francese era da tutti i Paesi considerata una pedina importante nello scacchiere anche per via della posizione geografica.

L’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (ANPPIA) ha contribuito alla pubblicazione del libro e pubblicamente si è dichiarata lieta di averlo fatto sostenendo che «per la prima volta si affronta in maniera esauriente l’analisi dell’opposizione al fascismo operata anche fuori dalla Penisola». Stanno veramente così le cose? E se si, perché se ne è parlato così poco secondo te?

Io devo molto all’ANPPIA. Questo volume non sarebbe mai venuto fuori senza il loro aiuto. È frutto della mia tesi di dottorato è vero ma le difficoltà nel poterlo pubblicare era tante. L’ANPPIA invece ha creduto in questo lavoro.

È importante anche perché è un lavoro che non riguarda prettamente il territorio nazionale ma egualmente parliamo di italiani, cittadini italiani residenti all’estero. È comunque un pezzo della nostra Storia.

Se ne è parlato poco di questo argomento anche perché… se ne è parlato di più in Francia. C’è indubbiamente più storiografia francese che italiana.

Io ho lavorato su questo tema e continuo a lavorarci dalla fine degli anni ‘90. Continuo con le mie ricerche nonostante l’uscita del libro che comunque arriva fino al 1936 e non va oltre. Sono andata quasi ovunque, studiando su una documentazione che ho reperito negli archivi francesi, italiani e tunisini, parlo di quelli pubblici ovviamente. Ma tanto materiale ho reperito anche negli archivi privati.

Un’altra fonte utilissima sono state le memorie, anche quelle dei figli di questi antifascisti. Per esempio la figlia di Maurizio Valenzi, che è stato sindaco di Napoli negli anni ’70 ed è stato uno dei protagonisti principali dell’antifascismo in Tunisia. Lui era nato e cresciuti a Tunisi, esponente del Partito comunista tunisino è stato una figura di rilievo sia all’interno del partito che del gruppo antifascista. Lucia, che ha creato una fondazione a nome del padre (www.fondazionevalenzi.it, ndr), mi è stata di grandissimo aiuto.

Un’altra persona a cui devo molto per questo libro è Nadia Gallico Spano, antifascista in Tunisia e, rientrata in Italia nel ’43, membro della Costituente.

Allargando per un istante l’orizzonte vorrei parlare non solo degli italiani in Tunisia, ma in generale di questo Paese e dell’Africa tutta. Generalmente si ha la tendenza a raffigurare questi posti e i popoli che li abitano come ‘diversi’ da noi ‘occidentali’. Professano un credo diverso, vivono un habitat differente, usi e costumi non concordano con la cultura occidentale e via discorrendo… quando invece poi poco poco ci si avvicina a questo ‘mondo diverso’, come a qualsiasi altro del resto, si realizza che in fondo sono più le cose che ci accomunano di quelle che ci distinguono. Un ragazzo senegalese un giorno mi disse che «siamo tutti fratelli… perché siamo fratelli di genere umano». Tu sei cresciuta nella fusione di questi due mondi, cosa pensi delle divisioni e delle contrapposizioni?

Le divisioni e le contrapposizioni vengono alimentate in un certo senso.

La cosa fondamentale è il confronto. Nel momento in cui ci si confronta, in cui si dialoga, se lo si fa veramente si intraprende un cammino che non può che portare ricchezza. È vero che da che mondo è mondo c’è sempre stato il timore dei confronti per la volontà di proteggere il proprio ambiente però di fatto oggi questo non ha più senso. È proprio nella interculturalità che riusciamo davvero a diventare ricchi. Conoscendo gli altri, l’altro nel senso culturale e religioso, solo così riusciamo a non avere paura.

Bisogna educare al confronto i bambini già dalle scuole primarie o meglio ancora dalla scuola dell’infanzia. Valorizzare le seconde generazioni che hanno dentro di sé i due mondi e a volte anche più di due.

L’unico modo per contrastare la violenza è agire sulla cultura.

Mia madre è italiana, metà siciliana e metà triestina. Mio padre, tunisino, era un linguista, insegnava lingua francese alla Ca’ Foscari ma ovviamente conosceva perfettamente anche l’arabo. Alle volte nelle discussioni mia madre tirava fuori delle espressioni siciliane che facevano sorridere mio padre il quale ci teneva a sottolineare il fatto che avessero per certo un’origine etimologica nella lingua araba.

Nella quotidianità anche le culture che sembrano più lontane finiscono col somigliarsi.  

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/12/01/intervista-a-leila-el-houssi-lurlo-contro-il-regime-gli-antifascisti-italiani-in-tunisia-tra-le-due-guerre/

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“I nuovi venuti” di Giorgio Dell’Atri (Edizioni Clichy, 2014). Intervista all’autore

30 domenica Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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I nuovi venuti che lei definisce un ‘romanzetto’ è in realtà una rappresentazione in chiave ironica di quanto accade in Italia e in Europa e di quello che potrebbe accadere se continuiamo a perseverare nella ‘politica dello struzzo’. Da dove parte l’idea del libro?

L’idea del libro parte da quando, due anni fa, si scoprì che i consiglieri regionali del Lazio rubavano ma lo facevano con un metodo subdolo: si erano fatti le Leggi in maniera tale da poter saccheggiare lo Stato, le casse pubbliche senza problemi. E se ne andavano in giro con un’aria… con la quale ci spiegavano come va il mondo… e quindi non solo erano ladri ma erano ladri ai quali pareva non avessimo niente da rimproverare.

Allora un pomeriggio ero così indignato da questo tipo di comportamento svergognato, spudorato che ho scritto l’attacco di questo libro. Mi pareva che qualunque cambiamento fosse impossibile con una classe dirigente di livello così infimo.

Dopodiché, dopo aver scritto questo attacco di getto, dove appunto venivano ammazzati Fini, Schifani, D’Alema… all’epoca era il governo Monti, ho lavorato due anni per sviluppare questa idea iniziale molto incoraggiato dalle persone che mi stanno vicine, a cui pareva che questo incipit fosse molto efficace e che quindi bisognava sapere come andasse poi a finire.

È evidente che poi è diventato ‘libro’ nel corso dello sviluppo, dell’elaborazione. Usciti da questo attacco di puro sentimento, il tema centrale del libro è diventato il debito pubblico, di cui nessuno parla.

Finalmente proprio oggi Lucrezia Reichlin ha fatto un intervento sul debito pubblico dicendo che non è sostenibile.

E quindi il concetto è che  noi viviamo indebitati e facciamo finta di non saperlo e forse in certi casi non lo sappiamo nemmeno e siamo convinti che si possa continuare così senza problemi. Ogni anno tirando fuori 500 miliardi per comprare nuovo debito, saldando il vecchio debito col nuovo debito. In questo allegro Paese dei balocchi è chiaro che a un certo punto succederà qualche cosa, non saranno ‘i nuovi venuti’ sarà un’altra strada ma insomma… qualcosa succede.

Dopodiché io definisco il libro un ‘incubo grottesco’. C’è un elemento di comicità che lo attraversa perché è ridicolo, è ridicolo il nostro modo di comportarci ma è ridicolo anche il ‘balletto’ con il quale il pianeta ci sopporta, perché a questo punto siamo pericolosi per tutti. Saltiamo noi, salta tutto.

Nel testo si racconta che non appena è avvenuto il ‘colpo di Stato italiano’ in tanti si sono presentati sotto le mentite spoglie di amici-consulenti a riscuotere o a sfruttare la situazione. Avvoltoi della politica e dell’economia… nulla di più simile a quanto vediamo quotidianamente. Per farli smettere non basta neanche una ‘rivoluzione’?

L’unica rivoluzione possibile in Italia riguarda il gioco del calcio. Gli italiani sono adagiati nel loro benessere, vivono nel loro benessere, non sono in grado di fare nessuna rivoluzione. Le manifestazioni che vediamo in giro sono degli spettacoli organizzati da impresari molto esperti.

L’unico punto dove il Paese si incavola sul serio è quando gli levano il Campionato di calcio.

Infatti viene organizzata a un certo punto un Brescia-Atalanta clandestino che finisce con un massacro generale perché il mondo del calcio è dominato da procuratori e tifosi teppisti e quindi, giustamente, finisce malamente e il tutto viene placato da un bombardamento.

Azzerare tutto e ricominciare daccapo o rallentare per cambiare come suggeriscono i fautori della nuova economia?

Penso che sarà difficile uscirne se non si azzera tutto ma mi rendo conto che farlo è quasi impossibile.

Credo che avremo bisogno di tempo per fare una specie di rivoluzione culturale in Italia. Rivoluzione delle coscienze, rivoluzione della nostra morale, presa di coscienza del nostro modo di vivere, di spendere, di sprecare… di come siamo inconsapevoli. Per far questo però ci vuole molto tempo.

Una cosa che potrebbe veramente accadere è che un giorno i mercati non ci prestano più soldi. I mercati non l’Europa. Perché preferiscono smettere di rischiare sull’Italia e in questo caso crolla tutto, in due ore. Non si pagano le pensioni, non si pagano gli stipendi agli statali, non si paga nulla.

Oppure viene la Troika e ci fa fare quello che hanno fatto alla Grecia, che è una specie di ‘nuovi venuti’.

Debito pubblico, Pil e Decrescita felice sono molto più interconnessi di quanto si voglia ammettere. «Non tutto ciò che è crescita è positivo» afferma Maurizio Pallante. Il Pil cresce anche per l’aumento del consumo di benzina e di medicinali. Andrebbero un po’ rivisti i parametri. Qual è la sua opinione in merito?

 A rivedere i parametri del Pil serve solo agli statistici.

Riguardo alla Decrescita come l’ha descritta Latouche io nutro dei dubbi.

Non si può fare la Decrescita in un Paese abituato a non rinunciare mai alla settimana bianca, alla vacanza alle Maldive, alla seconda casa al mare, a più automobili, una per lui e una per lei… in un Paese così la ‘decrescita’ cioè la rinuncia a una serie di beni materiali superflui si ottiene solo con la violenza.

E quindi la Decrescita felice di Latouche mi fa immaginare una società molto da ‘nuovi venuti’.

Che il Pil possa aumentare sempre è chiaramente assurdo. Come fa ad aumentare sempre? È impossibile. Come il debito non può aumentare sempre anche il Pil non può aumentare sempre.

Sotto la furia dei ‘kosovari’ lei fa cadere indistintamente governo, opposizioni, sindacati, magistrati… non si salva nessuno in Italia?

No. Non si salva nessuno.

Al di là del taglio umoristico che ha scelto di dare al libro I nuovi venuti è senza dubbio un testo di narrativa civile. È questo forse un valore, quello del ‘senso civico’, che si va sempre più smarrendo sostituito da un individualismo arido ed estremo. Perché secondo lei accade ciò?

La Letteratura contemporanea, particolarmente quella italiana, non è che la frequenti tanto però ogni tanto sfoglio, sguardo, leggo… sono tutti romanzetti in cui lui ama lei, lei ama un altro, la suocera, le sfumature di grigio, come si scopa… tutta roba così.

Non esiste più la Letteratura civile. I grandi scrittori italiani come Sebastiano Vassalli fanno Letteratura civile… per esempio questa storia dei Celti che lui ha scritto (Terre selvagge, Rizzoli 2014 ndr) in fondo è un libro civile, un libro di impegno civile ma per far questo bisogna studiare, bisogna sapere. Tutti pensano invece che basti dare parole alle proprie lacrime e così si è fatta la Letteratura… in realtà è molto più complicato.

Gli italiani oggi sarebbero disposti a immolarsi in nome della Patria?

 No.

Nel novero dei ‘poteri forti’ lei, a ragion veduta, inserisce anche le multinazionali. Bisogna prendere atto e consapevolezza che il cambiamento deve partire anche da lì. L’alternativa c’è e si chiama ‘mercato locale’. È possibile recuperare gli antichi e sani principi di una volta anche in campo alimentare?

 Si è possibile…

Oggi ogni cosa deve avere la sua convenienza, è diventato difficile fare un discorso che non sia collegato all’interesse. La stessa Democrazia è diventata la rappresentanza degli interessi.

Quindi anche il mangiar meglio finisce col coincidere con gli interessi. E si fanno le mode.

Per dieci anni consecutivi ti ‘vendo’ l’aceto balsamico poi  a un certo punto smetto di venderti l’aceto balsamico e dico che ci vuole l’aceto normale.

La grande industria funziona così: fa un prodotto ma poi fa anche in modo che quel prodotto a un certo punto finisca perché bisogna che se ne consumi un altro. Questa è la logica della società capitalistica che però ha anche tanti vantaggi: noi stiamo bene… vede io sto a Milano col cellulare, parlo con lei… stiamo tutti bene, no?

Il problema è che facciamo questo con i debiti. Cioè scaricando sui nostri figli, nipoti e pronipoti l’onere di tutto il grasso che ci pappiamo. Questo è il problema.

Dice un proverbio Masai che ho imparato di recente «la terra non è l’eredità dei nostri padri ma è un prestito dei nostri figli».

Questo vuol dire che non siamo autorizzati a ipotecare la terra per una generazione più lunga della nostra. Noi ci indebitiamo a venti anni e a sessanta abbiamo saldato il debito. Ma se noi ci indebitiamo a venti anni e il debito sarà pagato dai figli dei figli… non va bene.

A un certo punto qualcuno non pagherà.

Tutti a casa e si ricomincia daccapo. Però c’è gente che con questo debito ci rimette tanto, ma proprio tanto.

Perché lo Stato ‘Italia’ è diventato un’azienda?

No, non è un’azienda. Lo Stato Italia è una ‘Camera degli interessi’, dove si raccoglie tanto denaro attraverso il sistema fiscale e poi lo si redistribuisce secondo il principio degli amici e degli amici degli amici e delle convenienze politiche. Non ha niente a che fare con l’azienda e col profitto. Infatti siamo indebitati.

I ‘golpisti’ del libro tra i politici italiani non salvano nessuno, lei chi salverebbe?

 Nessuno.

I ‘nuovi venuti’ nel panorama politico italiano non sono però come i nuovi venuti  del libro, alla fine non è stato ‘rottamato’ nulla e nessuno del vecchio sistema…

Esatto, è così. Ma quelli di oggi è tutta roba appena arrivata, non lo sappiamo… probabilmente non si salva assolutamente ma non lo sappiamo… è presto per dirlo.

Nella storia politica italiana ci sono più luci o più ombre?

Formica diceva «la politica è sangue è merda» e la storia è ‘sangue è merda’ non è che ci sono luci e ombre.

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Giusy Fasano: Società e Violenza sulle donne, di tutte le età

22 sabato Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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I dati del secondo rapporto pubblicato dall’OMS Valutazione globale e regionale della violenza contro le donne: diffusione e conseguenze sulla salute degli abusi sessuali da parte di un partner intimo o da sconosciuti sono agghiaccianti. Stiamo parlando di un problema che colpisce un terzo delle donne nel mondo. Perché sembra essere diventata una carneficina inarrestabile?

La risposta sta in parte anche nella domanda. Tu scrivi «sembra essere diventata». Ecco, appunto. Sembra. Perché finora non abbiamo mai avuto la possibilità di uno studio sistematico e globale come quello fatto dall’Oms. Quindi non ci sono paragoni da fare con studi precedenti. Non possiamo valutare quella che tu chiami ‘carneficina inarrestabile’ come qualcosa che è stata monitorata e verificata nel tempo. Con questo voglio dire che secondo me i dati, se fossero stati analizzati nel tempo, avrebbero offerto più o meno la stessa visione nera della realtà, se non peggio nel passato. Non credo che sia diventata all’improvviso una carneficina. Credo che la violenza contro le donne e gli effetti sulla  salute fisica e mentale di chi le subisce siano da sempre sugli stessi insopportabili livelli, numericamente parlando e ammesso che ci possa essere un livello (un numero) sopportabile e fisiologico di violenza (a mio parere no).

La questione è diventata in questi ultimi anni semplicemente più visibile. E questo da una parte aumenta la consapevolezza, dall’altra induce a pensare che sia un fenomeno cresciuto all’improvviso, o in crescita.

Io sono nata e cresciuta in un paesino della Calabria. Ecco: ricordando piccoli episodi di discriminazione di genere e di violenza psicologica degli anni in cui ero bambina mi viene spontaneo pensare e constatare che adesso le cose sono molto cambiate. In meglio. Altra considerazione: avevamo il delitto d’onore e il matrimonio riparatore nel nostro sistema giudiziario fino al 1981! Quindi, come vedi, almeno in Italia, la situazione è migliorata. Anche se i numeri della violenza sono sempre osceni: a partire dal numero uno…

Il rapporto Hidden in Plain Sight dell’Unicef parla di circa 120 milioni di ragazze sotto i 20 anni che hanno subito una qualche forma di abuso sessuale. Stiamo parlando di una stima di circa 1 su 10. Più diminuisce l’età vittima e più si pensa di poter far entrare in gioco altri fattori causa o concorso dell’abuso. Non ultimo atteggiamenti di bullismo o stimoli perversi al conformismo. In Italia qual è la situazione?

Il rapporto dell’Unicef al quale ti riferisci è sconvolgente. E ne esiste uno anche più recente (Settembre 2014, Children in danger. Act to end violence against children) nel quale si dice che ogni 5 minuti c’è un bambino che muore al mondo per qualche forma di violenza. Se la morte violenta di chiunque è intollerabile, lo è mille volte di più quella di un bambino che, se mi passi l’espressione, io ritengo sempre un po’ più vittima delle altre.

Ma torniamo alle 120 milioni di ragazze che subiscono una qualche forma di abuso sessuale dell’Hidden in plain sight. 120 milioni: una enormità e di questa enormità 84 milioni hanno fra i 15 e i 19 anni.  Giustamente il rapporto chiama in gioco anche la violenza psicologica e l’utilizzo di internet come strumento per raggiungere e irretire le vittime. Il bullismo e le punizioni corporali credo che nel rapporto attengano alla violenza in generale, non specificamente a quella sessuale. E penso che sia giusto comprendere fattori come questi fra le forme di violenza.

Ora: è chiaro che le cose variano molto da nazione a nazione. Per quanto riguarda l’Italia uno degli ultimi dati su abusi e violenze sui minori viene da uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dice che nel 2013 sono state denunciati casi di abusi e violenze, appunto, per un totale di 4.319 minori. Come tutti abbiamo potuto notare ci sono state maggiori attenzioni ai fenomeni del bullismo e del cosiddetto nonnismo in questi ultimi anni. Soprattutto il fenomeno dei soprusi fra minori a scuola è diventato di dominio pubblico e quindi più controllato, grazie a mille e mille filmati finiti sul web. Questo ha fatto crescere di sicuro la sensibilizzazione sul tema.

Johan Galtung nel suo ‘Triangolo’ definisce tre livelli distinti di violenza: diretta, strutturale e culturale. Gli ultimi due in effetti sono i peggiori perché studiati appositamente per giustificare il primo. Bisognerebbe lavorare molto su questi per formare generazioni nuove di uomini e donne che acquisiscano il valore del rispetto reciproco reale e profondo… se ne parla, è vero, poi però si pubblicano anche articoli su riviste popolari dove la banalissima azione di mangiare un gelato diventa motivo di allusioni sessuali anche molto volgari. Se ciò passa come la norma è evidente quanto ancora lontani siamo da un annientamento della violenza culturale di cui parla Galtung. Qual è la sua opinione in merito?

Galtung, con i suoi tre settori della violenza, ci aiuta a riconoscerne il tipo. Io credo, per seguire le sue classificazioni, che tutte e tre le forme siano ugualmente impossibili da estirpare. Ma mi sembra evidente che, parlando a livello teorico, se estirpassimo la violenza culturale potremmo provare a strappare le radici (quantomeno una parte) anche di quella diretta e di quella strutturale.

Faccio un esempio: se un marito, in qualsiasi parte del mondo sia, è convinto che la moglie sia una sua esclusiva proprietà e che quindi lui possa tenerla in condizioni più o meno di schiavitù è chiaro che quel modo di intendere il rapporto di coppia è nella sua mente prima ancora che nei suoi comportamenti verso la moglie. Se quindi riuscissimo a fargli capire che non è così, avremmo di colpo eliminato anche la violenza strutturale legata a quel modo di pensare e la violenza diretta collegata alle azioni contro di lei che lui crede in qualche modo ‘legittime’.

Quindi non ho dubbi: agire sulla cultura della violenza è vincente. In teoria. Nella pratica ovviamente è difficilissimo e siamo ancora ben lontani dal farcela. Perché stereotipi e cultura del non rispetto sono ancora molto presenti, anche nel disincantato Occidente.

Lei ha più volte dichiarato: «Se una donna vittima di violenza racconta la propria esperienza, sta già aiutando un’altra». Lo scorso Aprile è uscito il libro Io ci sono, scritto a quattro mani con Lucia Annibali. L’aver raccontato la sua storia avrà aiutato un’altra, ma ha aiutato anche se stessa?

Io sono io. Ma sono anche il risultato di tutte le persone che incontro e delle interazioni che ho con loro ogni santo giorno. La cronaca per me è ricchezza perché le storie delle altre persone arricchiscono il mio modo di essere, di pensare e di vivere. Detto questo ripeto quello che ho già scritto sul mio rapporto con Lucia e sull’esperienza del libro che abbiamo scritto assieme. Nella vita di un cronista c’è sempre una storia più storia delle altre: per quel che riesce a trasmettere e perché diventa in qualche modo il racconto di una vita professionale intera. Ecco. Lucia per me oggi è tutto questo. Mi ha aiutato a capire che è sempre possibile farcela, che la forza di volontà muove le montagne, che la resa alla vita è una non vita. Siamo diventate amiche, ovvio. E sappiamo  tutte e due che ci siamo fatte del bene reciprocamente. L’acido è stato il suo punto di partenza per rinascere, non un punto di arrivo. E per me questa è già in sé una lezione.

A volte si ha l’impressione che ‘la questione femminile’ sia diventata un’altra ‘questione’ italiana al pari di quella ‘meridionale’. Un problema di cui tutti promettono di occuparsi, a parole o con provvedimenti errati, ma che nessuno nella sostanza espone per ciò che realmente è: una ‘violenza strutturale’ per ritornare a Galtung. Lei cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Non credo che la ‘questione femminile’, come la chiami tu, sia simile alla cosiddetta ‘questione meridionale’. C’è una differenza sostanziale fra le due.

Per la questione femminile esiste la volontà di fare, fare, fare. Esiste da pochi anni, è vero. Ma esiste. E ha portato appunto in pochi anni più di un buon risultato.

Non così per l’eterna questione meridionale, non fosse altro che per i tempi lunghissimi da cui se ne discute.

E invece sulla ‘questione femminile’ nel giro di cinque anni abbiamo prodotto leggi, come quella sullo stalking e quella sul femminicidio, al di là del fatto che sono perfettibili entrambe, abbiamo creato una rete immensa di centri di aiuto, di sostegno, di tutela legale, di professionalità delle forze dell’ordine, di sensibilizzazione sul tema…

Oggi non è la stessa cosa di dieci anni fa. E magari qualche volta si finisce con l’esagerare, come l’accusa sessista per quello scienziato che si è presentato in conferenza stampa con la camicia delle pin-up.

Se guardiamo la situazione eliminando gli eccessi, possiamo dire secondo me  che in Italia, oggi, una donna che subisce una violenza sessuale o che è vittima di violenza domestica ha più probabilità di rinascita di quanto ne avesse una donna di 10-15 anni fa. La strada è lunga e siamo appena all’inizio, certo. I diritti di genere continuano a essere troppo spesso un optional, le violenze sono tutt’altro che eliminate. Ma sarebbe ingiusto non riconoscere quel che è stato fatto a migliaia e migliaia di donne e uomini illuminati che si sono spesi per migliorare la situazione.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Stefano di Marino: ‘Il narratore è un onnivoro che ricucina tutto a modo suo’

13 giovedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Skorpia

La tua esperienza ormai decennale in campo editoriale ti consente sicuramente di poter avanzare qualche ipotesi sul cammino intrapreso dal settore in Italia e all’estero. Quali sono le tue impressioni?

Inutile negarlo, non siamo in un momento positivo. Se al fatto che in Italia si legge sempre di meno aggiungiamo la crisi e che molti libri costano ancora troppo le prospettive non sono rosee. Io però sono per  l’ottimismo. Ho sposato la causa della narrativa popolare, che deve essere tale sia nei contenuti, fruibili con facilità da tutti, che nei prezzi. Nelle collane da edicola mi trovo benissimo e non mi sento ghettizzato solo perché da una certa critica ‘non sono considerati libri’. Sono convinto che stia nascendo un’ottima scuola di giovani autori italiani, ai quali immodestamente ho fatto un po’ da apripista insieme ad altri colleghi, che raccontano storie avvincenti, prive di fronzoli e velleità autoriali, ma ben fatte, costruite con artigiano piacere di divertire il pubblico. Questa è la strada.

 Si leggeva di più negli anni ’90 o adesso?

Mah, guarda io credo che non ci sia una sostanziale differenza. Il calo dei lettori è venuto prima, direi tra gli anni ’70 e‘80 e purtroppo devo dire che secondo me i principali responsabili sono la scuola e l’establishment culturale. Da una parte la scuola non riesce a insegnare che la lettura è la soddisfazione di un bisogno psicologico, si legge ciò che piace. Non importa se non è letteratura. Se un ragazzo non si appassiona a 16 anni difficilmente potrà sviluppare questo interesse successivamente. Se però gli si impone solo la lettura di testi di un altro secolo, poco attinenti con la sua vita e il suo mondo fantastico, magari scritti in un linguaggio che gli risulta difficile e nello stesso tempo si demonizzano i gialli o i fumetti il risultato sarà di allontanarlo per sempre dai libri, convinto che si tratti di ‘cosa noiosa’. Invece è leggendo testi apparentemente più ‘escapisti e semplici’ che si alimenta il desiderio di saperne di più. E magari si approda a qualcosa di più impegnato, altrimenti… l’importante è leggere, se anche uno resta tutta la vita  tra le pagine dei pulp che male c’è? Lo stesso vale per critica e premi che favoriscono solo testi cosiddetti impegnati o educativi (quanto non lo so, magari sono solo politicamente fazioni). Ma questo è avvenuto anche per il cinema che, nel nostro Paese, salvo rarissime eccezioni, considero morto con gli anni ‘80, per le stesse ragioni. So che la mia è una posizione provocatoria, ma forse è meglio guardare in faccia la realtà.

I lettori sono più o meno malleabili alle tendenze editoriali? Sono loro a decidere cosa fa mercato o il contrario?

Una parte dei lettori resta ferma alle piramidi dell’ultimo best seller che vede all’ingresso della libreria, pochi vanno a scartabellare tra gli scaffali. Ma voglio credere che ci sia una percentuale di lettori ‘forti’ che cerca ciò che è conforme al suo gusto. Ecco, forse sarebbe il caso di aiutare i giovani, che sono i futuri lettori, a formare un proprio gusto, che può comprendere categorie di libri anche molto differenti, andando a cercare, mantenendo gli interessi e la curiosità vivi, non accontentandosi di quello che viene proposto. Ma questo, del gusto personale, è un problema che vale per tutto non solo per i libri.

Il tuo ‘raggio di azione professionale’ è molto vasto, spazi dalla scrittura di narrativa ai fumetti, dalla traduzione alla consulenza, ma il genere letterario intorno a cui hai costruito la tua carriera di scrittore è rimasto pressoché invariato. Come nasce la passione per il thriller?

Dalle letture giovanili, dalla ricerca anche nella vita dell’avventura, certo meno pericolosa di quella letta, attraverso viaggi, sport, fotografia. Ho una formazione classica, ma ho sempre cercato di crearmi un retroterra mio, scegliendo sentieri a volte poco percorsi, tra generi vari che poi s’intrecciano nelle mie storie. E continuo tutt’oggi a cercare e sono realmente entusiasmato quando scopro un  filone o un autore nuovo che mi può insegnare qualcosa. Il narratore è di per sé un curioso, un onnivoro che poi ricucina tutto a modo suo.

Nei tuoi libri è la suspense a farla da padrona. Tiene legato il lettore alle pagine del libro fino al momento in cui arriva la macabra descrizione di un delitto, efferato e spietato, come l’artefice. È sicuramente una tua scelta di stile. Perché lo fai?

Se anche si può obiettare alla vecchia regola che il lettore va preso per la gola sin dalla prima pagina, è anche vero che, oggi soprattutto, il tempo da dedicare alla lettura è poco. Il ritmo è quindi essenziale per fidelizzare i lettori. Io credo che questo non impedisca di inserire altri elementi, descrizioni, introspezioni, ma  in questo filone, la narrativa popolare, sia sempre importante raccontare una storia. E le storie sono fatte di avvenimenti ed emozioni.

Stai lavorando a qualche progetto in particolare in questo periodo?

A moltissimi progetti in verità, anche se sulla pagina cerco di affrontarli uno alla volta. Prima di tutto viene la serie ‘Il Professionista’ che dura da 20 anni sulle pagine di «Segretissimo» e mi richiede circa 8 episodi l’anno, che è un bell’impegno ma anche un piacere. Recentemente mi sono cimentato con un buon successo anche nel giallo classico di ambientazione italiana. Il palazzo dalle cinque porte uscito per Giallo Mondadori a febbraio 2014 è il titolo che ha venduto di più in collana dal gennaio 2013 all’aprile 2014. Poi sto scrivendo e curando una collana di racconti di avventura ed erotismo per Delos Digital intitolata Dream Force e sempre in digitale sto lavorando a una serie di manuali di scrittura. Ho terminato un saggio sul cinema ‘Thrilling’ italiano che uscirà l’anno prossimo e insieme a questo sto finendo di correggere un analogo testo sul cinema di rapina. Poi c’è un lungo romanzo d’avventura che uscirà per Dbooks in cartaceo, insomma il divertimento continua, per me e spero per i lettori.

https://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/11/intervista-stefano-di-marino-il-narratore-e-un-onnivoro-che-ricucina-tutto-a-modo-suo/

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Davide Vecchi. “L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia”

10 lunedì Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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 L’Intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia è un libro che ripercorre gli ultimi dieci anni dell’attuale Presidente del Consiglio. Una storia però che non è quella apparente…

Non quella che ci è stata finora raccontata. Il libro è una sorta di ‘enciclopedia del mondo renziano’ ricostruito con un metodo storico, quindi esclusivamente attraverso documenti e testimonianze dirette. Un lavoro d’inchiesta che alla fine mostra il dietro le quinte, gli accordi, i compromessi, le bugie, gli scambi di favori che hanno permesso l’ascesa renziana.

Alganews ha intervistato Davide Vecchi, l’autore del libro.

È una storia fatta di tantissimi soldi.

Anche, certo. Solo tre milioni sono stati raccolti attraverso associazioni e fondazioni di cui due, Link e Festina Lente, tenute praticamente segrete ma attive sin dal 2007. Ma c’è anche una ragnatela di nomine in società pubbliche, contratti ad amici e a volte persino ai parenti: il Comune di Firenze, per fare un esempio, assegnò un appalto alla società del cognato di Renzi. Per citare uno dei tanti casi.

Viene riportata anche la testimonianza di Diego Volpe Pasini «Berlusconi mi chiese di stilare un programma per vincere le elezioni. La conclusione fu che l’unico erede possibile era Renzi». La storia di un’intesa profonda con Verdini e Berlusconi,

Un’intesa basata sull’amicizia e la stima reciproca, sicuramente. Un rapporto che nasce nel 2005 e prosegue fino a oggi, tra alti e bassi, scanditi e determinati esclusivamente dall’interesse dell’uno o dell’altro. Tra Renzi e Berlusconi ci sono molti legami.

Perché ‘l’intoccabile’?

L’ascesa politica di Renzi è stata apertamente sostenuta dalla quasi completezza della stampa italiana. De Benedetti si spinse a elogiarlo pubblicamente, non fu l’unico. E «Repubblica», ma come anche «Il Corriere», «La Stampa», «Il Giornale» non hanno mai riportato le inchieste svolte sul conto di Renzi, neanche quelle svolte dalla magistratura negli anni in cui lui era a Firenze. Per farle un esempio: la Corte dei Conti e il Ministero dell’Economia hanno contestato alla Provincia guidata da Renzi spese poco trasparenti per 20 milioni di euro. È stato un precursore, per capirci, delle spese pazze che hanno coinvolto i consigli regionali di tutta Italia, eppure non ne ha parlato quasi nessuno creando un limite all’informazione dei cittadini notevole. Il silenzio, l’incapacità di approfondire obiettivamente gli annunci e l’operato di Renzi appare come una scelta ben precisa da parte della stampa. E questo, insieme a molti altri comportamenti omissivi, concorre a poterlo definire senza ombra di dubbio come un intoccabile. Del resto mi pare che anche nel Paese ormai l’unica opposizione che Renzi ha è nei fatti, nella quotidianità che vivono i cittadini.  

Quali sono, se ce ne sono, le responsabilità della sinistra in questa vicenda?

Ce ne sono eccome. Nel libro io ricostruisco l’ascesa politica dell’oggi premier attraverso fatti, documenti e moltissime testimonianze dirette. La sintesi del ruolo che ha giocato la sinistra secondo me è in una frase del vecchio padre politico Beppe Matulli, tra i primi ad aver scoperto e investito in Renzi. Ma quando nel 2004 il giovane sconosciuto di Rignano riuscì a farsi assegnare da Margherita e Ds la poltrona sicura della Provincia, Matulli ne commentò i metodi spicci e la smania di arrivismo così: «Tra dieci anni questo qui o è premier o è in galera». Poi nel 2009 per diventare sindaco Renzi ha politicamente ‘accoltellato’ tutti, compreso Lapo Pistelli, che lo aveva persino portato con sé a Montecitorio come portaborse. La storia di Renzi ci mostra chiaramente l’opportunismo, la capacità di sfruttare ogni persona, schieramento, partito. Non stupisce dunque che riesca a fare accordi con chiunque, per lui il fine giustifica il mezzo.

Nel libro si fa anche riferimento alla partecipazione, di tanti anni fa, del premier al programma televisivo «La ruota della fortuna». Perché è così importante parlarne?

Sempre nell’ottica del raccontare la verità sull’ascesa renziana. Il premier da anni ormai ci racconta di voler attuare una rivoluzione che comprenda anche la meritocrazia. Purtroppo la sua storia racconta tutt’altro: è stato raccomandato al concorso di Mike Bongiorno dove vinse 48 milioni. I soldi poi andarono all’azienda del padre Tiziano, la stessa per cui il genitore è indagato a Genova per bancarotta fraudolenta. A portare Matteo da Mike fu lo zio Nicola Bovoli, che era in affari dal 1987 con le reti Fininvest. Nulla di male o illecito, per carità: semplicemente i fatti raccontano meglio di qualunque parola. E il libro è semplicemente questo: ordine nei fatti. Poi ciascuno ne trae le conclusioni che vuole, io non ho usato aggettivi né espresso giudizi, mi sono limitato a riportare i fatti.

Ne L’Intoccabile viene compiuta anche una profonda analisi dei rapporti tra Renzi e il suo migliore amico. Quanto ha influito Carrai sulla sua ascesa politica?

La figura di Marco Carrai è fondamentale ancora oggi. Non è solo l’amico, è colui che trova i fondi per finanziarne l’attività. Con esattezza circa 3 milioni di euro di cui solo una minima parte resa nota, nonostante la tanto sbandierata trasparenza. Carrai per sua stessa ammissione mi dice di aver trovato gli investitori, anche stranieri. Nel suo racconto che riporto nel libro spiega il sistema: «Si va da gente che non vuole apparire a dirgli che c’è uno in gamba da aiutare». Carrai sdogana dunque Renzi tra gli imprenditori ma anche tra i nobili fiorentini. E molto altro. La sua figura è davvero cruciale, è il coprotagonista indiscusso. Senza di lui Renzi sarebbe ancora oggi un anonimo consigliere o al massimo un parlamentare: senza quei fondi non avrebbe mai potuto permettersi di conquistare il Pd e creare consenso. Ovviamente anche questo nel libro è tutto documentato e accertato persino dalle parole stesse di Carrai.

Si dice che Renzi sia andato, in questi anni, diverse volte ad Arcore da Berlusconi. Che lei sappia è così?

Il rapporto tra Renzi e Berlusconi nasce nel 2005 e viene approfondito nel corso degli anni. Il Cavaliere corteggia Renzi anche attraverso Verdini. Nel libro racconto tutti questi passaggi, feste, cerimonie, inviti, pranzi: sono molte le circostanze in cui si trovano insieme. C’è un’amicizia. Nel 2009 Verdini tentò di portarlo nel centrodestra ma di fronte al diniego di Renzi commentò dispiaciuto: «Lui ora fa parte dell’altro schieramento ma magari col tempo, vediamo cosa accade». E poi nel 2012 stilarono il progetto ‘Rosa Tricolore’ in cui era praticamente previsto tutto quello che sta accadendo in questi mesi di governo.

Leggenda vuole che a dare il benestare all’ascesa di Renzi sia stato Licio Gelli. I rapporti tra le aziende di famiglia e Pistoia però non sono leggenda. Lei cosa pensa al riguardo?

Fa bene a parlare di leggenda perché anche secondo me si tratta di una semplice leggenda. O almeno in base ai documenti e ai riscontri che abbiamo a oggi non risulta alcun tipo di legame tra Renzi e la massoneria del Grande Oriente. Che poi faccia parte di logge segrete o presunte tali lo dirà solamente la magistratura. Ma le varie P3 e P4 sono esclusivamente cricche di imprenditori senza scrupoli che nulla hanno a che vedere né con la P2 di Licio Gelli né, ancora meno, con la massoneria.

I poteri forti sembrano essere tutti dalla parte di Matteo Renzi. Secondo lei perché tutti avrebbero scelto di puntare su di lui e non su altri politici?

Questa è proprio una delle domande che mi ha spinto a lavorare sull’ascesa di Renzi. E se devo dirle la verità di risposte ce ne sono molte e molte, secondo me, ne avremo nei prossimi mesi. Però non mi piace parlare di poteri forti preferisco riferirmi a fulcri economici e finanziari. Al matrimonio di Carrai, con Renzi testimone, si è visto chiaramente quale tessuto finanziario sostiene il premier sia in Italia sia dall’estero. La rete, mi creda, è molto ampia e ricca. È stato scelto perché è apparso determinato e pronto a tutto politicamente. Perché aveva già combattuto e sconfitto i sindacati a Firenze con l’apertura dei negozi il primo maggio, ad esempio; perché ha sempre dimostrato, nei fatti, di portare avanti politiche di destra e di essere gattopardesco: coprire con le menzogne la verità. Per fare un esempio: da sindaco ridusse di un punto percentuale l’Irap per i fiorentini. Mossa nobile, sbandierata ai quattro venti, che comportò alle casse del Comune entrate inferiori per 9 milioni di euro. In quello stesso bilancio inserì 80 milioni di euro in più di Imu a carico di quegli stessi cittadini. Ma ovviamente questo non lo ha mai detto.

La parte finale del testo è una sezione che riporta i documenti da cui si apprendono alleanze e trame. Come a voler dimostrare che non sono chiacchiere o ipotesi ma fatti…

No guardi, di chiacchiere o ipotesi nel libro non ne trova neanche una: sono solo fatti, dimostrati e, come ho detto prima, a volte raccontati e confermati dagli stessi protagonisti come Carrai.

Da chi si aspetta le critiche più feroci?

Non saprei, credo di aver fatto un’inchiesta approfondita ed è decisamente impossibile criticare i fatti. Tant’è che lo stesso Renzi ha preferito non rispondere alle dieci domande gli avevo posto per il libro.

In chi spera il libro possa fungere da faro?

No, per carità: io voglio solo informare. Racconto la storia di Renzi, senza alcun giudizio o presa di posizione. Alla fine del libro ciascuno tragga le proprie conclusioni.

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/10/esclusivo-davide-vecchi-la-stampa-italiana-glissa-sulle-inchieste-giudiziarie-su-renzi/

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Simonetta Santamaria: ‘Simonoir’

01 sabato Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Oggi è per antonomasia la giornata dedicata al ‘dolcetto o scherzetto’. Anche l’Italia ha abbracciato le usanze statunitensi della festa chiamata Halloween con il suo corredo di mistero e horror. In realtà però nel nostro Paese, in varie tradizioni popolari locali, una ricorrenza simile c’è sempre stata e la notte che precede la Festa di Ognissanti è sempre stata dedicata all’occulto. Qual è la tua opinione in merito al ‘business delle zucche’?

È una festa! Andiamo, prendiamola per quello che è: un’occasione per divertirsi, un’anteprima del carnevale, una scusa per dare ai bambini il permesso di rimpinzarsi di dolci… Non condivido l’icona demoniaca che vogliono appiccicarle addosso. Chi si dedica a questo genere di pratiche esoteriche non ha certo bisogno di aspettare la notte di Halloween per esercitarle.

 Sei una scrittrice di horror e thriller soprannaturale, dire che sei attratta dal mistero è quasi banale se non proprio scontato. Ma di sicuro non lo è il conoscere la molla che ti spinge verso l’indagine dell’occulto.

Forse proprio perché è occulto, misterioso, insondabile. Sono geneticamente una che ama sapere: se qualcuno mi chiedesse se voglio sapere quando morirò, io risponderei di sì. Da bambini ci insegnano a credere in Dio che è altrettanto intangibile quanto l’esistenza di un Aldilà; essendo agnostica non escludo alcuna possibilità, né da sopra né da sotto. Diciamo che mi piace fare ipotesi.

 Sei nata e vivi in una città che ha fatto della superstizione e dei suoi simboli un cavallo di battaglia e un modello culturale conosciuto in tutto il mondo. Come ti rapporti con questo bagaglio di conoscenze che sicuramente hai acquisito?

È un bagaglio piacevolissimo da portare perché ogni volta ci trovi dentro qualcosa di nuovo. Napoli è uno scrigno pieno di tradizioni esoteriche che affondano le radici in tempi antichi, è un mondo sospeso tra Luce e Ombra, Verità e Mistero, ed è proprio questo che la rende affascinante. La monotonia uccide più della lama.

 La Letteratura, il cinema, le serie tv e ora anche le festività legate al mistero, all’horror e anche al soprannaturale rappresentano un genere definibile ‘evergreen’. Spopolano sempre quasi fosse un bisogno catartico delle persone quello di abbracciare la paura. È forse questo il modo in cui si cerca di esorcizzarla?

Ne sono certa. La paura è un sentimento vivo e presente in ogni essere umano quanto l’amore o l’odio, ed è in assoluto il più salvifico. La paura ci salva la vita, la paura ci aiuta a superare altre paure, la paura ci dà quella scarica di adrenalina che ci costringe alla reazione. Quindi è inutile – e ipocrita – rinnegarla. Spesso, leggendo un libro o guardando un film, intercettiamo una paura come la nostra ed ecco che scatta il meccanismo del “mal comune mezzo gaudio”: non si è più soli. E a volte la paura si mette da parte con un’altra paura. Dice Stephen King che noi scrittori creiamo per il lettore un cesto con tante paure: lui non deve fare altro che scegliersene una diversa dalla sua e, per un momento, dimenticarla. Direi che è un bene, no?

 Nel tuo ultimo thriller Io vi vedo uscito lo scorso anno con Tre60 hai accostato due pulsioni forti: la rabbia e le forze dell’occulto. È sembrato quasi che volessi indicare un cammino preordinato. La vendetta è un ‘demone’ che non può che trascinarti nel ‘male’. Sono messaggi forti, come forte è l’impatto del lettore che si ritrova rapito nei vicoli della tua Napoli. Parlaci, dal tuo punto di vista, della metropoli partenopea che insieme ai gatti costituiscono un punto fermo nei tuoi scritti.

La vendetta è una belva che richiede il suo tributo di sangue. Magari non sarà etica, ha una matrice soggettiva e non oggettiva, ma non credo che porti necessariamente al male. Piuttosto credo che la vendetta sia scatenata da un’azione maligna su cui se ne innesta un’altra. Detto ciò, Napoli: Napoli fa da sfondo a una storia, ne è la culla ma non ne è la protagonista perché vorrei che ogni lettore ritrovasse in lei la sua città. E non ne ho una visione sensazionalistica e distruttiva come molti ormai si aspettano ma imparziale, con i suoi lati in luce e in ombra, appunto. Ogni città li ha. Napoli è solo un bersaglio più facile, un osso più comodo da spolpare.

 Come trascorrerà la serata di Halloween la scrittrice soprannominata ‘Simonoir’?

Indosserò un cappellaccio da strega e aspetterò i bambini che busseranno per il “dolcetto o scherzetto”. E no, non credo che andrò in giro a evocare i demoni o a risvegliare i morti; piuttosto mi ‘stravaccherò’ sul divano e mi darò all’horror selvaggio in tv. L’importante, amici lettori, è non dare mai niente per scontato. Quindi, felice Halloween! Ma non dimenticate mai di scrutare nel buio, dopo aver spento la luce… 

http://luciogiordano.wordpress.com/2014/11/01/speciale-halloween-intervista-a-simonetta-santamaria-simonoir-horror-e-soprannaturale/

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“Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori, 2014). Intervista a Cilento Antonella

22 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AntonellaCilento, intervista, Lalineascritta, Lisario, Mondadori, romanzo

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Antonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

 

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/10/21/un-intervista-con-antonella-cilento-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione” (Nuovi Mondi Edizioni, 2009). Intervista a Petra Reski

19 domenica Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Lei vive in Italia da diversi anni ormai. Che idea si è fatta di questo Paese?

È un paese che adoro e, allo stesso tempo, mi fa disperare. Ho visto la caduta del vecchio sistema politico di fine anni ‘90, le stragi del ‘92-‘93, l’ascesa di Berlusconi e la seguente decadenza dell’Italia. Lo sviluppo politico degli ultimi vent’anni è stato un disastro. E il governo attuale mi sembra lo stesso piatto riscaldato in un’altra salsa. L’unica cosa positiva per me è la  nascita del Movimento 5 Stelle. Almeno adesso c’è un’opposizione vera e credibile, non quella finta del PD contro Berlusconi.

Mi fa disperare, in Italia, la mancanza di senso civico. E questo riguarda non solo le immondizie lasciate lungo le strade ma anche la classe politica che sfrutta lo Stato. Contemporaneamente adoro l’Italia perché è un paese pieno di eroi, gente impegnata in varie lotte: contro la mafia, contro le grandi navi, in difesa dei beni culturali. L’Italia è la patria dell’arte e della creatività – in tutti i sensi – e poi sono maestri di autoironia – qualità che manca spesso ai tedeschi.

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In “Santa mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione” (Nuovi Mondi Edizioni, 2009) affronta il tema scottante dell’espansione delle mafie che, come ha dichiarato lei stessa in un’intervista, «non è un problema esclusivamente italiano né un affare di coppole e di realtà arretrate del sud Italia, ma un problema europeo». Molti faticano ancora ad ammettere che sia un problema italiano e non circoscritto al solo Sud figuriamoci considerarlo europeo. Quali sono state le principali reazioni al libro?

In Germania sono stata minacciata, querelata e diffamata. Dunque le reazioni non mi mancavano. La legge tedesca rende molto facile a chiunque querelare un giornalista e far annerire le pagine di un libro. In Germania ci sono delle lacune nella legislazione che sono, come lo hanno sottolineato anche magistrati italiani, un invito a nozze per i mafiosi: la confisca preventiva dei beni non è possibile, intercettare quasi impossibile, il riciclaggio è un gioco da bambini e l’associazione mafiosa non esiste nella legislazione tedesca. Ho trovato particolarmente interessante osservare che la mafia riesce, sia in Italia che in Germania, a scatenare un processo di repressione, ci si racconta delle bugie da soli:  “la mafia” sono sempre gli altri.

Quello che i lettori, sia italiani che tedeschi, possono visionare è una versione censurata del libro. Come ha affrontato la cosa?

Per me è stata un’esperienza umiliante. Non avrei mai pensato di trovarmi in un tribunale tedesco a difendermi e, quando ero lì, non avrei pensato neanche per sogno che un giudice potesse ignorare ben tre rapporti riservati della polizia federale, il BKA, sull’attività della ‘Ndrangheta in Germania, oltre che pile di documenti relative a  indagini di investigatori tedeschi e italiani. Eppure è stato così. L’unica cosa che mi ha consolato è stato l’enorme sostegno e l’ondata di solidarietà che ho sentito quando il libro è uscito in Italia. In Germania regna un’enorme ignoranza in materia di mafia, molto spesso stimolata anche da giornalisti che forniscono un’immagine molto folcloristica della mafia.

In un articolo del 2013 lei ha affermato: «il grande perdente delle elezioni italiane è il giornalismo (italiano e tedesco!)».  I World Press Freedom Index 2014 vedono la Germania in salita di 3 posizioni raggiungere il 14° posto mentre l’Italia con un recupero di 9 posizioni sale alla 49° posizione. È davvero una situazione che ha dell’incredibile. Qual è la sua opinione in merito?

Come giornalista tedesca ho trovato molto deprimente vedere cosa hanno scritto tanti corrispondenti tedeschi sulle elezioni parlamentari italiane del 2013 e su quello che è successo in Parlamento durante le elezioni del Presidente. Per me è stato una specie di piccolo colpo di Stato. Ma nessuno l’ha scritto in Germania, perché gran parte dei corrispondenti tedeschi non fanno altro che dei copia&incolla da «Repubblica», «Corriere della Sera», «La Stampa» (e mai dal «Fatto Quotidiano») senza però citare la fonte è senza spiegare ai lettori tedeschi che gran parte dei giornali italiani sono in mano ai partiti oppure a industriali vicini ai partiti. Il copia&incolla viene invece venduto come una profonda analisi dell’attuale situazione politica italiana. Così è arrivata tutta la propaganda anti-M5S anche in Germania. Questo mi dispiace perché priva i lettori tedeschi della possibilità di farsi un’idea reale di quello che succede in Italia e influenza anche le scelte politiche in termini europei. Ancora oggi sono scioccata dal sentire quanto poco si sa dell’Italia in Germania, sembra un paese lontano quanto la Papua Nuova Guinea.

Lei pensa che i governi nazionali e quello europeo stiano procedendo nella direzione auspicabile, ovvero quella dell’attuazione di risoluzioni che finalmente giovino alla popolazione?

Mah! Sinceramente lo dubito. Vedo anche un crescente disagio in Germania, dove la classe media è quella che ha sofferto di più. Credo che, al di là degli intrecci politici dei partiti, ci troviamo in una situazione storica molto fragile: i sistemi sociali ed economici non funzionano più, la globalizzazione ha cambiato i parametri, lo sviluppo tecnico ha cambiato il mondo, tra l’altro anche per noi giornalisti. L’importante è, secondo me, guardare avanti e non guardarsi l’ombelico continuamente.

Sta lavorando a qualche progetto in particolare in questo periodo?

Ho appena pubblicato un romanzo, un noir dal titolo “Palermo Connection” (Hoffmann u Campe Vlg GmbH, 2014) in cui racconto la storia di una donna-magistrato antimafia di Palermo e di un giornalista tedesco che viene in Italia in cerca di un’intervista con un boss…

 

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Biagio Proietti: il Cinema e la Letteratura dagli anni Settanta a oggi

06 lunedì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Biagio Proietti

Biagio Proietti, nato a Roma nel 1940, sceneggiatore, regista, scrittore, ha lavorato per la radio, il cinema e la televisione italiane e straniere a partire dagli anni Settanta. Ha sceneggiato diverse opere italiane e straniere, soprattutto americane, e scritto dei libri di narrativa, alcuni in coppia con sua moglie, Diana Crispo. È co-fondatore, con altri autori romani, del Roma Giallo Factory (RGF). È presidente della Commissione DOR (SIAE) e del Sindacato Autori.

Negli anni Settanta e Ottanta lei ha lavorato o partecipato a diverse e numerose produzioni cinematografiche e televisive italiane portando spesso in scena trasposizioni letterarie. Cosa le è rimasto del lavoro di quegli anni? Intendo dire sul versante dei ricordi, delle emozioni ma anche dal punto di vista strettamente professionale.

Ho cominciato con il cinema facendo nel 1964 l’assistente alla regia di Francesco Maselli per Gli indifferenti, forse il suo film più bello, dove ho avuto il piacere di vedere al lavoro attori eccezionali come Rod Steiger, Shelley Winters, Paulette Goddard e due giovani stelle del cinema italiano come Claudia Cardinale e Tomas Milian. Un esordio notevole il mio, da lì ho continuato a fare l’aiuto a Maselli fin quando nel ‘67 non abbiamo scritto insieme il soggetto e poi la sceneggiatura di un film commedia, in cui ha recitato Monica Vitti, Fai in fretta ad uccidermi… ho freddo!. Il film non ebbe molto successo ma si parlò bene della sceneggiatura, quindi cominciai a lavorare come sceneggiatore per il cinema.

La prima opera importante è stata quella tratta dal romanzo di Giorgio Scerbanenco I milanesi ammazzano al sabato cambiato in La morte risale a ieri sera di Duccio Tessari. Sono un grande ammiratore di Scerbanenco. Lui era già morto quando abbiamo fatto il film, quindi non l’ho conosciuto. Ho avuto contatti con la sua compagna, Nunzia Monanni. L’ho conosciuta anni dopo per Il ritorno del duca, antologia edita dalla Garzanti, nella quale scrittori di oggi potevano inventare racconti con protagonista l’eroe di Scerbanenco, Duca Lamberti. Il mio ha il titolo del film perché ho immaginato che Duca, personaggio reale, fosse invitato sul set del film girato su una sua inchiesta e così lui conoscesse il regista – il nome Puccio Linari è un evidente e voluto riferimento al mio amico Duccio Tessari –  e l’attore protagonista Frank Wolff, che ebbe una fine tragica, come narro nel racconto. In questo modo lui e Duca possono incontrarsi di nuovo. Ebbene Nunzia, che adesso non c’è più, mi scrisse una lettera molto affettuosa e in un’intervista confermò che il mio racconto era quello che lei amava di più.

Intanto nel 1968 scrivo un soggetto che la Rai acquista come romanzo inedito – tale è sempre rimasto – dal quale nasce Coralba,produzione internazionale con Germania e Francia, girato a colori, ma in Italia trasmesso il 2 gennaio 1970 in bianco e nero con enorme successo.

Per tornare alla sua domanda… per la televisione ho scritto due sceneggiature da romanzi, uno è Madame Bovary che è stato un piacere leggere e rileggere, trasporre sullo schermo con un’idea molto buona: mettere la stessa Emma sul banco degli imputati al posto di Flaubert nella ricostruzione del processo reale intentato all’autore e far rileggere a lei i brani del romanzo, far commentare a lei la vita di Emma, con le stesse parole dell’autore. Una grande Carla Gravina, una splendida regia di Daniele D’Anza e un grande successo anche in Francia.

Un altro romanzo di diversa levatura è Incontrarsi e dirsi addio di Ferenc Körmendi che non è andato bene. Peccato, era una buona lettura di un mediocre romanzo che però faceva rivivere l’epoca degli anni Trenta, prima della guerra. In questo caso la regia non ha funzionato e gli attori sono stati scelti e diretti male.

Un’operazione particolare è stata I racconti fantastici ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe che sono ambientati ai tempi di oggi, rielaborati per raccontare storie attuali dominate dal senso di paura, dal brivido e dal piacere di cadere nel precipizio che ci terrorizza e forse proprio per questo ci attrae in modo irresistibile e inevitabile. Un modo nuovo per raccontare un grande scrittore e per tradurre il suo mondo facendo capire agli spettatori la sua attualità e la sua grandezza. Una grande nube nera incombe su di noi: per Allan Poeera La morte dalla maschera rossa, per noi che cosa sarà?

Lei ha lavorato anche per la radio. E ancora ritroviamo il suo nome accanto a quello di un grande scrittore del calibro di Raymond Chandler. Sceneggiare un racconto, un romanzo o una novella per la radio è un lavoro che quasi non si fa più. Perché?

Temo di dover essere molto cattivo nella risposta: non si fa più perché chi amministra la Rai è spesso incompetente e si attacca solo ai dati di ascolto e non capisce – meglio, non vuole capire – che compito del servizio pubblico è anche andare contro i gusti attuali per il dovere di “educare” gli spettatori, di fornire loro tutti gli strumenti possibili per avvicinarsi a ogni forma di spettacolo.

Senza arrivare ai rimpianti del tempo, quando la radio prima della televisione dominava le nostre giornate e soprattutto le nostre serate – ricordo ancora negli anni Cinquanta quando tutta la mia famiglia si riuniva davanti alla gigantesca radio di allora e si beava dei romanzi sceneggiati, della prosa, dove potevi sentire Ruggero Ruggeri, Renzo Ricci, Memo Benassi e tutti i grandi attori di allora o ridevi ascoltando le grandi riviste con Billi e Riva, Corrado e gli attori della Compagnia radiofonica di Roma, veramente eccezionali – fino a dieci anni fa, si riservava lo spazio alla “radio recitata”, mentre adesso è solo una lunga, spesso brutta, colonna sonora alternata con qualcuno che chiacchiera, dicendo più o meno cose poco sensate. C’erano molti spazi dedicati al teatro di prosa, ai romanzi sceneggiati scritti appositamente oppure tratti da romanzi della grande letteratura e ovviamente anche a racconti sceneggiati o radiodrammi che hanno forgiato, a suo tempo, generazioni di giovani autori che hanno avuto successo in teatro o in televisione.

Io ho cominciato negli anni Sessanta scrivendo per la radio radiodrammi tratti da racconti di scrittori importanti come Ring Lardner, Alberto Arbasino, Daphne du Maurier, Italo Svevo e realizzandoli anche come regista.

Con estremo piacere ricordo quello che ho fatto da Raymond Chandler: ho scritto e diretto la versione del racconto Aspetterò, uno dei suoi bei racconti senza Philip Marlowe, con due grandi attori, Ileana Ghione e un giovane Dario Penne, che poi divenne uno dei più grandi doppiatori italiani. Terza protagonista una radio che trasmette musica degli anni Trenta e io mi sono divertito a scegliere canzoni e brani attingendo alla mia maniacale passione per quegli anni e per quella musica.

Il ricordo più bello però sono le otto puntate di 1 h l’una scritte per andare in onda il sabato sera su Rai Radio2 dal romanzo Il lungo addio sempre di Chandler. Anche in questo caso fu costituito un cast eccezionale: Philip Marlowe era interpretato dal grande Arnoldo Foà, c’erano Lino Troisi (protagonista poi del mio film Storia senza parole, premiato come miglior film tv nel 1981), Ottavio Fanfani, Ileana Ghione, Angela Cavo, Ennio Balbo. Purtroppo l’hanno trasmesso in replica solo una volta e temo addirittura che sia stato smarrito.

C’era anche un altro spazio che era molto importante: quello del Mattino sul 2, poco prima delle nove, dedicato ai romanzi famosi oppure scritti proprio per la radio. Io ne ho fatti due, scritti a quattro mani con mia moglie Diana Crispo e con la mia regia.

Nel 1972 Tua per sempre Claudia, in testa agli indici di ascolto e di gradimento per quell’anno e poi replicato molte volte. In seguito ha avuto una lunga fortuna, anche a livello internazionale. Tradotto in francese, è stato trasmesso in Belgio, Francia e Svizzera, con tale successo che la Radio Télévision Belge ci chiese di scriverne una versione televisiva che noi facemmo e loro realizzarono. Qualche anno dopo anche Rai Uno ne realizzò una versione televisiva, ma volle cambiare il titolo in Doppia indagine e non fece mai riferimento al precedente radiofonico per evitare che il pubblico lo riconoscesse figurandosi già il finale; la regia, di Flaminio Bollini, era piuttosto buona, anche se a mio avviso sbagliò la scelta di qualche attore. Per fortuna nel ruolo di un investigatore privato, che in radio io ebbi la fortuna di fare con Andrea Checchi, scelse un grande come Luigi Pistilli, il quale è stato anche il protagonista del mio La casa della follia, tratto da un racconto del genio americano Richard Matheson, e il lavoro ebbe un buon successo, a conferma che buone storie alla fine “acchiappano” sempre.

Nel 2002, sempre per lo spazio del mattino, scrivemmo un lungo romanzo, in venti puntate, dal titolo Così è la vita, incentrato sui problemi dei nostri giorni: la disoccupazione, non solo dei giovani, i rapporti razziali, la difficoltà di mantenere rapporti equilibrati fra uomini e donne, fra giovani e anziani, l’irruenza nella nostra vita della violenza e della rabbia. A interpretarlo sono stati attori importanti quali Walter Maestosi, Paila Pavese, Luca Ward, Mario Cordova.

Adesso tutto questo è sparito. Tornerà? Non lo so proprio. Inutile dire che me lo auguro e che ci proverò a farlo rinascere, ma ho poche speranze. E se tornasse uno spazio anche piccolo io sarei pronto a occuparlo, la passione è passione e fare radio è stato un sogno coltivato fin da bambino.

Dalle sue produzioni televisive e cinematografiche ma soprattutto dai libri si evince la sua grande passione per la letteratura di genere giallo ma anche introspettiva, un’indagine che mira allo studio dell’uomo e dei comportamenti o meglio, come nel caso del romanzo scritto a quattro mani con sua moglie Dov’è Anna, dell’universo femminile e del rapporto di coppia.  Qual è il filo conduttore che lega i suoi lavori?

In prevalenza ho scritto da soggetti miei, come il mitico Dov’é Anna?.

In questo caso, con mia moglie abbiamo compiuto un viaggio all’inverso, facendo diventare le storie scritte per la televisione un romanzo, la prima volta uscito nel ‘78 per la Rizzoli, adesso, rivisto soprattutto nello stile e nel linguaggio, è stato pubblicato da una casa editrice giovane e coraggiosa, 21 Editore, che crede in questa operazione anche se non è il momento migliore per la vendita di libri. Speriamo che il pubblico affezionato allo sceneggiato e a noi due come autori risponda in misura soddisfacente. Una lettrice, quando ha sentito parlare di Dov’é Anna? ha usato un’espressione che mi ha colpito al punto da spingermi a chiederle di poterla usare: «uno squarcio nella memoria». Aggiungo anche una nostra definizione «un romanzo in bianco e nero, dove tutto si gioca nel contrasto fra bianco e nero, fra bene e male, fra il dolore della scomparsa (Morte? Fuga? Tradimento?) e la disperata ricerca che fa il marito, non tanto e non solo, per ritrovarla ma soprattutto per comprendere quale sia stata la donna con la quale vissuto, condividendo con lei gioie e dolori». Forse il titolo più giusto sarebbe stato Chi é Anna?.

In molti ci hanno chiesto il motivo per cui abbiamo scelto di “riprendere” questa storia. La risposta è semplice: quando una storia mantiene il suo fascino è bello riprenderla e la cosa più intrigante è raccontarla con uno strumento narrativo diverso, perché un conto è scrivere per la televisione o per il cinema, un altro è raccontare non attraverso le immagini ma solo con la forza delle parole, con la secchezza dello stile, con il rigore asciutto del racconto, che deve andare diritto alla mente e al cuore del lettore.

Il filo conduttore che lega i nostri lavori è proprio questo continuo interesse per l’evoluzione della coppia ma soprattutto un’attenzione precisa verso i personaggi femminili, visti in tutti i risvolti possibili, sia esistenziali sia psicoanalitici. Basti pensare allo sceneggiato, sempre del 1976, La mia vita con Daniela, poi ripreso e sviluppato in modo nuovo nel 2012 come romanzo con il titolo Chiunque io sia. In esso la donna protagonista è letteralmente divisa in due, fra quella che lei sente di essere (e ricorda di essere) e quella che tutti le dicono di essere. Una dicotomia che non è solo psicologica ma anche fisica, perché senza dubbio lei ha le sembianze della donna più giovane e più bella, anche se nella sua mente lei è l’altra. Non dico come si risolverà ma è chiaro che sempre in noi c’è questa attenzione esasperata verso l’evoluzione che la donna sta avendo; questa particolare propensione verso i personaggi femminili spesso definiti a tutto tondo è presente anche in lavori che ho scritto da solo o in coppia con colleghi uomini. Essere coppia anche nella vita ci porta forse a essere più attenti alle dinamiche che agitano la vita di una coppia e ci portano all’esigenza di inquadrare i problemi da una doppia angolazione. Il confronto è sempre utile nella vita e nell’arte. Noi pensiamo che sia importante anche combattere per far valere le proprie idee, sempre rispettando quelle dell’altro e pronti ad ammettere gli errori. Quando si lavora insieme questo è fondamentale.

Biagio Proietti, Dov'è Anna?

Spesso si leggono o si ascoltano dure critiche al cinema italiano contemporaneo e lo si finisce sempre per paragonare a quello d’autore divenuto ormai un mito. C’è chi sostiene che quello era espressione della società dell’epoca e questo attuale altrettanto. Fatto sta che alla fin fine a rimanere sempre “di nicchia” sono le produzioni più impegnate sia sul fronte sociale che su quello politico. Qual è la sua opinione?

Ho una posizione diversa da molti critici e autori, io trovo che sia sbagliata la divisione fra il cinema d’autore e l’altro cinema, oso dire una banalità: io credo che ci siano film belli e film brutti. Quando uno parte con l’idea di essere un grande autore e di fare un film d’autore io mi metto in allarme: quelli che amo di più nella mia vita sono considerati spesso in Italia mediocri film commerciali.

Autori geniali come John Ford e Alfred Hitchcock spesso sono stati trattati come mezze calzette di fronte ad alcuni autori che hanno fatto un paio di film e poi sono spariti, per fortuna. La forza del cinema italiano degli anni dal ‘50 al ‘90 è stata la sua produzione media, frutto di un’industria che non era organizzata e granitica come quella americana, più artigianale e avventurosa, fra cambiali e fallimenti, ma che riusciva a produrre oltre duecento film l’anno e spesso di alcuni anni i film che si ricordano di più sono quelli di Totò o quelli di tre filoni commerciali come la commedia all’italiana, il giallo o poliziesco, il western. Gli altri, che hanno vinto qualche Festival e hanno avuto fiumi di parole su riviste, morte anche loro, dove sono finiti? Chi se li ricorda più?

Adesso la situazione è peggiorata perché sembra che per richiamare il pubblico, che non supera i 25 anni, sia necessario fare storie comiche e demenziali, come se i nostri giovani fossero diventati dei subnormali. In alcuni casi i sospetti sono diventati realtà, il successo di alcuni film non si comprende se non con un abbassamento vorticoso dell’intelligenza umana ma credo che questo momento passerà e sarà merito non di qualche film di autore ma di una ripresa di tutta l’industria.

Applicate il discorso alla televisione e vedete che la serie Gomorra nasce su un tessuto di fiction delle reti generaliste, Rai o Mediaset, troppo buonista, sdolcinata ed eccessivamente mediocre. Rischiando di sembrare immodesto dico che i nostri sceneggiati in bianco nero non solo erano migliori ma funzionavano come analisi della società nella quale sono nati, come specchio di una realtà mediocre che andava fotografata e raccontata, nonostante questo senso della verità poteva essere preso per cinismo.

Come ho scritto sul «Corriere della Sera», a proposito di Dov’è Anna?,non era e non è cinismo ma desiderio di raccontare storie che diano il senso del mondo reale, che esprimano non solo le nostre idee ma siano fotografie incisive della società nella quale viviamo.

Anche la Letteratura italiana e soprattutto i suoi rappresentanti sono stati oggetto di aspre polemiche. Tra le più recenti ricordiamo l’articolo di Cordelli nel quale si parla di «un lungo sonno, quello in cui è caduta la Letteratura italiana contemporanea diventata una palude in cui il bello e brutto sono detti e sostenuti secondo un percorso prestabilito: pubblicazione, recensione, premio. Non c’è altro». Lei che idea si è fatto del panorama letterario attuale?

M’interessa poco, sembrano dispute fra vecchie galline. Si parla, si parla, si producono recensioni che nessuno legge, si danno premi che spesso non servono a niente, si pubblica tanta roba che nessuno legge e non sappiamo come smaltire. Bisogna smettere di pensare di essere tutti grandi artisti e sperare di essere invece dei buoni artigiani capaci di scrivere romanzi o di fare film. E poi è necessario in modo assoluto trovare il sistema di far leggere di più le nostre giovani generazioni: andate a qualche presentazione di libri, l’età media supera i cinquanta anni. Ce la faremo? Non lo so, so che dovremmo tentare altrimenti «sul ponte sventola bandiera bianca» come cantava Battiato.

Il professor Cesare de Michelis, italianista e presidente di Marsilio, in un’intervista ha dichiarato: «Gli autori ormai scrivono un romanzo ogni due anni. Manzoni scrisse un romanzo solo perché sapeva che lì dentro c’era tutto. Quello delle avanguardie è stato un tentativo di togliere credibilità alla letteratura della tradizione, di farla fuori». La Letteratura ha subito lo stesso processo di “commercializzazione” di cinema, tv e radio?

Credo che sia inevitabile ma trovo a dire poco ridicola, sciocca e pericolosa la distinzione fra letteratura alta e letteratura di genere.

Sono convinto che i più grandi scrittori americani siano due scrittori di genere come  Dashiell Hammett e Raymond Chandler, oltre a Edgar Allan Poe e a Lovecraft, ma non riesco a dimenticare le pagine scritte da letterati italiani contro di loro, confinati nella collana “Giallo Mondadori” e venduti in edicola.

Quando nel 1978 proposi alla radio di fare Il lungo addio di Chandler, passò soltanto perché il direttore della radio, critico letterario e cultore della letteratura americana, si lamentò che nelle proposte non ci fosse neanche un autore americano moderno, allora qualcuno trovò il coraggio di avanzare la mia proposta che fu subito accettata, dopo qualche vecchio solone, i cui romanzi sono finiti nel più totale abbandono, dimenticati da Dio e dagli uomini, obiettò che «in fondo Chandler non era il grande autore che Proietti sosteneva».

Per finire, io credo che bisogna avere il coraggio di vedere le cose belle anche nei lavori di genere dove in mezzo alla solita paccottiglia spesso si trovano opere notevoli, a volte anche indimenticabili.

È importante mantenere apertura mentale verso ogni proposta, se è brutta la si bocci e la si distrugga, ma senza preconcetti, chiusure anticipate e troppi pregiudizi intellettuali. Il giallo italiano sono anni che cerca di ricostruire una propria strada ma qualche critico e qualche professore universitario sembra non saperlo, si eccitano sdilinquendosi di fronte a cose anche belle ma che non nascono isolate e sperdute come isole nel grande oceano, intorno ci sono autori e fermenti, professionisti che da cinquanta anni lavorano per fare con la massima serietà e il massimo impegno il loro oneroso lavoro da bravo artigiano.

La cosa importante è il consenso del pubblico: che uno riesca a mantenerlo per più di cinquanta anni vorrà dire qualche cosa o no?  Il consenso è in realtà quello per il quale si lavora e non sempre averlo ha significati negativi. Non vi fidate di chi lo dice, non è sincero.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-biagio-proietti-il-cinema-e-la-letteratura-dagli-anni-settanta-a-oggi

 

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

WMI 40

21 domenica Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Alle pagine 16 e 70 del numero 40 della rivista Writers Magazine Italia le mie interviste a Maria Giovanna Luini (Il male dentro) e Silvia Meucci (Meucci Literary Agency)

http://books.google.it/books?id=tSJmBAAAQBAJ&pg=PA1&lpg=PA1&dq=writers+magazine+40&source=bl&ots=4_dqWjMO0F&sig=y64NWfYFvBaHdQqx6OkyZGCf6qU&hl=it&sa=X&ei=mvseVLPfCI-VauXqgcgK&ved=0CEoQ6AEwBQ#v=onepage&q=writers%20magazine%2040&f=false

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