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Irma Loredana Galgano

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Intervista a Marco Buticchi per “Il segno dell’aquila” (Longanesi, 2015)

28 venerdì Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

È uscito ieri Il segno dell’aquila (Longanesi) di Marco Buticchi. Il testo si schiude con una citazione di Salvador Allende «Noi vivremo in eterno in quella parte di noi che abbiamo donato agli altri», scelta presumibilmente dallo stesso Buticchi per “aprire” il lettore alla sua storia, all’avventura e alla suspense. La narrazione si articola su due livelli temporali: la contemporaneità e il 500 a.C. con i protagonisti che sembrano rincorrersi attraverso il tempo e lo spazio e ricongiungersi proprio attraverso i ‘doni’ lasciati o ricevuti.

Vel, Ramtha, Ati Nacma e i loro “compagni di avventura”, etruschi vissuti nel 520 a.C. che sembrano rivivere non solo nel racconto delle loro vicende ma anche attraverso le ricerche dei restauratori di opere d’arte antica Toni e Sara, che indagano sul loro operato. E la realtà si tinge ogni volta di giallo per i ricordi, che ancora celano il mistero di Laura e della sua “sparizione”, o per i presagi, fasti o nefasti, tanto cari alle culture precristiane, come gli etruschi e i romani.

Su tutti domina incontrastata la forza e la bellezza dell’aquila, simbolo della legione romana che diventa nel libro di Buticchi la sua maggiore antagonista.

«In certe anime c’è un’aquila […] che può egualmente precipitarsi nei burroni più oscuri e tornare a librarsi in alto e scomparire negli spazi solari. E anche ove essa voli per sempre nel burrone, questo burrone è tra i monti, e così, nella sua più bassa discesa, l’aquila montana è sempre più in alto degli uccelli della pianura, anche quando questi salgono» (Herman Melville).

E mentre i lettori attendono di leggere le avventure di Vel e della sua aquila noi abbiamo incontrato Marco Buticchi, il quale ha acconsentito a rispondere a qualche domanda sul suo nuovo romanzo d’avventura (che sarà presentato domani alle ore 18.00 a La Spezia, presso la Festa della Marineria della Spezia – Molo Italia, Nave Scirocco) ma anche su alcuni temi di attualità in esso trattati.

Il segno dell’aquila: un’avventura lunga quasi tremila anni. Un libro nel quale racconta e al contempo indaga gli uomini e le donne della Terra. Dietro un pirata si nasconde un animo buono e nobile, dietro il Moderatore di una Fondazione religiosa un criminale. È lo specchio delle ipocrisie e delle immagini stereotipate della società?

Sarei presuntuoso se fossi convinto di analizzare i mali delle società (quella corrente e quelle più antiche) in un “semplice romanzo d’avventura”. Ancor più presuntuoso se fossi convinto che i miei scritti possano riuscire a porre un freno ai mali di vivere della nostra società. Riporto però, per dovere di chiarezza, quanto scrivo nella nota d’autore in appendice del romanzo: «… ogni iniziativa tesa a instillare anche un solo dubbio sulla correttezza di ciò che accade attorno a noi è benvenuta. Anche quando la riflessione scaturisce da un semplice romanzo d’avventura».

La sede della Confraternita di Denagua si trova a Roma in via della Conciliazione. La mente rimanda subito allo “scandalo dei frati minori”. La realtà supera sempre la fantasia?

Ma non solo ai ‘frati minori’: via della Conciliazione è lunga poco più di 300 metri e, penso che, analizzando gli scandali scoppiati dietro le sante mura in 2000 anni, potremmo trovare uno scandalo a centimetro per la via monumentale che conduce a Piazza san Pietro. La sede della Confraternita è solo frutto delle necessità di monsignor Denagua, che sono spiegate nel romanzo: essere più vicino alle stanze che contano.

Ne Il segno dell’aquila lei esplora anche un campo “minato” come l’Isis che si nutre dei proventi del commercio del petrolio, del traffico di preziosi, dei sequestri di persona a scopo di estorsione, delle donazioni dei fiancheggiatori… insomma mancano il traffico di armi e droga, il contrabbando di sigarette e sembra la descrizione esatta di ciò che facciamo noi occidentali da secoli, non trova?

Non banalizziamo così un problema grave come il sedicente Califfato Islamico. Sono molti secoli che gli occidentali non mozzano istituzionalmente il capo senza processo a chi crede in un Dio diverso. Se il campo è diventato “minato”, forse perché le connivenze con governi e organizzazioni “parallele” hanno concesso ai genieri di depositare le mine. Adesso, però, che quella zona tanto ricca ma interdetta fa paura, difficile sarà sminarlo in tempi brevi.

Il maggiore Oswald Breil viene rapito da un commando per utilizzarlo come controfferta di scambio per liberare il tesoriere dell’Isis. I media di tutto il mondo riportano la notizia della “rocambolesca fuga del re del narcotraffico” salvo poi ritrarlo come un eroe una volta liberato. Possiamo considerarlo come la rappresentazione di un problema serio come quello della disinformazione o della carenza di una corretta informazione?

Anche qui mi torna difficile fare di ogni erba un fascio: nel romanzo (e di romanzo si tratta) le prove sono schiaccianti e le controprove tardano a venire. Ma non vorrei raccontare troppo…

“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

«Senza tema di smentita si poteva affermare che quelle cinque persone reggessero da sole una buona parte dei destini del mondo». Si legge a proposito dei consiglieri della Confraternita della Santa Resurrezione. Persone che non solo si arricchiscono ma si “curano” anche con il traffico illegale di organi. Il segno dell’aquila è frutto della sua fantasia di scrittore ma anche di cittadino che osserva il mondo. E nella realtà purtroppo la situazione non sembra essere molto distante da quella da lei descritta. Perché si è giunti a questo punto?

Non si tratta di fantasie da scrittore, ma di triste realtà denunciata dalla massima autorità mondiale in tema di sanità: l’OMS dichiara che, dei 22.000 trapianti di fegato, 66.000 di rene e 6.000 di cuore eseguiti ogni anno nel mondo, almeno il 5 per cento è effettuato clandestinamente per un controvalore dal miliardo ai due miliardi di dollari. E la mia convinzione è che, ad alimentare questo mercato, non siano i comuni cittadini alle prese con le problematiche quotidiane, ma potenti privi di scrupoli capaci di rifarsi il maquillage espiantando un cuore sano dal petto di un innocente.

Nella realtà, al pari di quanto descritto ne Il segno dell’aquila, chi finge di combattere il terrorismo è il medesimo che lo arma e che lucra con le missioni umanitarie per “aiutare” profughi e rifugiati. Qual è a parer suo la molla che spinge i burattinai a far muovere il sistema?

Non c’è bisogno di andare troppo lontano. Pensi alla strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia e che ancora è in attesa di conoscere manovali e mandanti di stragi e omicidi. Dietro alla ricerca armata di destabilizzazione, si muovono sempre interessi e ideali. Spesso i primi sono preminenti rispetto ai secondi.

In diversi punti del testo viene citato Hitler, le cui azioni sono assimilate al comportamento dei combattenti dell’Isis. Il protagonista del libro è israeliano ma non sembra sia solo questo il motivo che fa pendere l’ago della bilancia da quella parte. Stando a quanto si legge nel rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sono «credibili le accuse di crimini di guerra commesse sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi» a Gaza. Perché secondo lei anche il mite popolo ebreo che ha subito l’olocausto si è piegato ai crimini di guerra perpetrati contro civili, donne e bambini?

Non sono un giudice e non ho elementi tali da giudicare comportamenti tenuti da ebrei o palestinesi in una zona calda e precaria come il Medio Oriente. Il modo di avanzare, la devozione alla causa, l’impeto, le guerre lampo dei miliziani dell’Isis, mi ricordano le avanzate dei nazisti. Così come l’indifferenza del mondo di fronte alle epurazioni etniche e alla giustizia sommaria, mi fanno tornare alla mente quei momenti oscuri che, oggi, abbiamo il dovere di combattere.

«Provate solo a pensare a chi fa comodo che il cattivo sia oggi l’islamico feroce…». A chi fa comodo?

Provate a pensarci… in gioco ci sono: il petrolio, interessi planetari, equilibri nella regione più a rischio… ci siete arrivati? Purtroppo io non posso andare oltre. Provate a leggere quello che ho scritto…

http://www.sulromanzo.it/blog/il-segno-dell-aquila-intervista-a-marco-buticchi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” di Marisa Salabelle (Piemme, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

“Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. “Mischinedda”, pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti, eccetto che alla madre, che si era addormentata.”

Da pochi giorni in tutte le librerie il debutto letterario di Marisa Salabelle L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme, 2015). Un giallo ambientato nella città di Pistoia, una storia contemporanea che racconta della violenza fisica ma anche di quella culturale. Un libro che cattura gli appassionati del genere e che accompagna il lettore in riflessioni approfondite sulla società di oggi e sui suoi innumerevoli mali.

Durante la festa di San Jacopo, patrono della città, due ragazzini in bicicletta trovano, vicino a un fosso, il cadavere di una donna, barbaramente uccisa, priva di documenti, vestita e truccata come una prostituta, probabilmente extracomunitaria. Dopo affannose indagini, portate avanti da carabinieri svogliati e un giovane cronista che sogna lo scoop, si scopre invece che il corpo è quello di Efisia Caddozzu, maestra elementare.

Ma chi era davvero Efisia Caddozzu? Perché una semplice maestra viene abbandonata sul ciglio di una strada con il cranio fracassato? Le indagini portano tutte a un unico indiziato: l’albanese, di cui si è persa ogni traccia. Ma la verità sulla morte di Efisia è un’altra. Per scoprirla sarà necessario scavare nelle ipocrisie più sottili e feroci dell’animo umano.

“Si parlava molto anche di certi fatti, che accadevano regolarmente, e che venivano designati col nome del luogo in cui si erano verificati, senz’altra spiegazione: i fatti di Battipaglia, i fatti di Reggio Calabria: tutti sembravano capire immediatamente in che cosa consistessero i fatti, tranne Efisia, Efisia gli unici che conosceva erano i fatti di Reggio Emilia, grazie a zia Pinella. Così, alle riunioni dove il fumo delle sigarette e l’alito pesante dei compagni, che avevano l’abitudine di mangiare cibi infestati da grandi quantità di aglio e cipolla, erano così densi da potersi toccare con mano, si limitava ad ascoltare in silenzio, trasognata, e menomale che aveva smesso di succhiarsi il dito.”

Marisa Salabelle è nata a Cagliari ma vive e lavora a Pistoia, dove insegna in un Istituto Tecnico. Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo primo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzuchiedendole anche alcune riflessioni e considerazioni sulla società contemporanea.

I.L.G.: Esce in questi giorni per Piemme il suo romanzo d’esordio. Quali sono i suoi sentimenti al riguardo?

Marisa Salabelle: Sono molto emozionata. Mi sono battuta molto per cercare di pubblicare questo romanzo e ora che finalmente vede la luce sono felice come una bambina.

I.L.G.: Il suo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è un giallo ma l’intento sembra non essere fine alla risoluzione del mistero, piuttosto quello di abbattere il muro dell’ipocrisia che regna nella società contemporanea. Perché?

Marisa Salabelle: In effetti  L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu potrebbe essere considerato un giallo anomalo. Direi che, nelle mie intenzioni, il romanzo si sviluppa su tre livelli: il primo è quello strettamente poliziesco. C’è una donna assassinata, ci sono le indagini, c’è uno scioglimento. Il secondo livello è quello relativo al personaggio di Efisia, la cui vita viene seguita, in brani che si alternano a quelli imperniati sulle indagini sulla sua morte, dalla nascita fino al giorno in cui viene uccisa. Il terzo livello è quello che racconta un periodo di storia italiana, visto con gli occhi della protagonista: dagli anni ’60 ai primi anni ’90 del Novecento. È su questo livello che è possibile trovare una lettura critica della società di quegli anni.

I.L.G.: Secondo lei, prima o poi, si riuscirà a trovare un equilibrio nella convivenza tra i popoli o la ‘guerra tra etnie’ non può cessare perché propedeutica alla coltivazione di ben altri interessi, come quelli economici per esempio?

Marisa Salabelle: Io sono assolutamente convinta della necessità di una convivenza il più serena possibile tra persone, gruppi etnici e religiosi, popoli. Il mondo di oggi è un mondo in movimento, fenomeni come le migrazioni di massa sono eventi di tale importanza che certe ricette semplicistiche portate avanti da uomini politici di diverse tendenze mi sembrano assolutamente improprie oltre che impraticabili; è altresì un mondo conflittuale, percorso da guerre, segnato dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia. Gestire tutto ciò non sarà facile, ma è l’unica possibilità che abbiamo.

I.L.G.: Ritornando al suo libro. La protagonista ha un carattere irrequieto, il ragazzo che ha preso sotto la sua ala protettiva altrettanto… sono questi per lei sintomi di una società tormentata e tormentosa?

Marisa Salabelle: Ho voluto creare il personaggio di Efisia come un personaggio sfaccettato: è una donna determinata, generosa, con un forte senso della giustizia e una grande capacità di dedizione; nello stesso tempo è una donna sgradevole non solo nell’aspetto ma anche nel carattere e capace di imprimere alla sua vita una svolta autodistruttiva. Questo è un dato, per come io l’ho inteso, più personale che sociale. Per quanto riguarda il suo giovane protetto, avevo bisogno di un personaggio come lui, un giovane apparentemente indifeso ma in realtà opportunista, prevaricatore: mi serviva che Efisia si innamorasse di un tipo del genere. Diciamo quindi che questo personaggio è una necessità della trama che avevo in mente. Infine, il fatto che nel romanzo non ci sia un solo “buono”, nessuno sia “un eroe” o “un’eroina”, dipende da come la vedo io sulla complessità della natura umana…

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

15 lunedì Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Denunciare la violenza sulle donne è possibile, è questo che ci racconta Najaa, nel rivivere la sua storia di violenza privata, raccontata in Ti amo anima mia. Una storia di violenza (Edizioni Psiconline, 2014). «Dall’incontro di Najaa conSajmir, che sembra essere l’uomo più importante della sua vita, all’innamoramento più assoluto, al matrimonio, alla quotidianità e ai successivi problemi di gelosie e convivenza».

Najaa e Sajmir, nomi inventati che celano la vera identità per rispettare la privacy ma anche per proteggere la protagonista di una vicenda, l’ennesima, di violenza consumatasi sotto l’egida di un “falso” amore. Nomi che potrebbero appartenere a chiunque perché la cronaca troppo spesso ci riporta fatti e immagini di tragedie consumatesi tra le mura domestiche, più di una volta annunciate e ignorate. Ma Najaa non si arrende e un giorno decide di dire basta alle violenze, alla gelosia morbosa e sceglie di riprendere in mano le redini della propria vita e, in seguito, per superare il trauma, il dolore e la sofferenza di mettere tutto per iscritto. Ne nasce un libro, Ti amo anima mia. Una storia di violenza, che aiuta chi lo legge a entrare piano ma con incisività nei processi mentali di chi è vittima ma anche di chi è carnefice. La quotidianità che si trasforma in incubo, l’amore che diventa sospetto, violenza, dolore e gli unici sentimenti che ancora albergano nelle menti sono la rabbia e la sofferenza.

Far diventare la sua storia di violenza privata un libro è stata una scelta oppure una necessità, nel senso che scrivere per raccontare è stato anche un modo per elaborare il dolore e la sofferenza?

Scrivere mi piace, più di parlare. È il mio modo di comunicare, di trasmettere agli altri quello che ho dentro. In questo caso, posso dire che la scelta è stata una necessità. Ho iniziato a scrivere la mia storia quando ancora ero confusa, depressa, arrabbiata, delusa… È stato il mio percorso di guarigione. Se si vuole cambiare il proprio stato d’animo, dopo aver subito un trauma e rialzarsi, bisogna partire assolutamente da se stessi, affrontando bisogni e paure. Scrivere, per me, è stato questo, guardarmi dentro, scavare in profondità e, allo stesso tempo, buttar fuori la sofferenza per vincere su di essa e devo dire che mi è stato davvero utile.

C’è la violenza fisica che è immediata, visibile e riconoscibile, ma prima ci sono tanti piccoli segnali che vanno dalla gelosia morbosa al sospetto immotivato, fino al desiderio più o meno esternato di possesso. Ricorda quando è stato il momento preciso in cui si è resa conto che la sua storia d’amore con Sajmir stava diventando pericolosa?

A oggi, non saprei definire un momento preciso. Ci sono stati tanti segnali: urla ingiustificate, pugni sulle porte, oggetti lanciati per aria, imposizioni, ossessioni… Ognuna di queste cose mi faceva pensare al pericolo, alla gabbia nella quale mi ero andata a chiudere, sposando l’uomo sbagliato. Quello che la stessa sera del matrimonio era andato altrove invece di stare con me. Poi c’è stato il primo schiaffo che non ho più dimenticato e che ha scritto una cosa ben precisa dentro alla mia testa: che la violenza stava passando a un altro livello, uno più alto e che non si sarebbe mai fermata, anzi sarebbe cresciuta (come infatti è stato) e che non avrei potuto far altro che staccarmi da quella persona, che amavo di certo più di me.

Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Nel libro parla del “bene”, degli inizi della vostra storia d’amore, dell’innamoramento, del corteggiamento, della conoscenza e poi del “male”, del cambiamento lento e inesorabile. Quando si guarda indietro pensa mai di aver sbagliato in qualche modo, di aver commesso degli errori e che magari avrebbe dovuto troncare prima il suo rapporto con quest’uomo?

In situazioni come la mia è un classico darsi delle colpe, e sicuramente alcune ne ho. Ma penso che ogni cosa, anche la peggiore, serva per darci modo di diventare persone migliori ed è così che mi sento adesso, una donna che si piace di più. Forse avrei potuto troncare prima, certo, ma non è semplice quando si provano dei sentimenti forti che alterano la realtà e ancor meno se si ha a che fare con un bravo, seducente manipolatore.

Una violenza, un’aggressione, anche una rapina difficilmente si riescono a cancellare, a dimenticare e ogni giorno che passa bisogna fare i conti con la paura, il tormento. In caso di violenze consumate tra le mura domestiche tutto ciò ha origine già in precedenza, quando si è sottoposti a un vero e proprio lavaggio del cervello. Cosa ricorda di quei giorni?

Ricordo molto di quei giorni, credo troppo, al punto tale di aver dimenticato molto altro della mia vita. La mente spesso sceglie da sola cosa trattenere e cosa no. La violenza non si dimentica. Si insinua dentro agli spazi più piccoli di noi e contamina tutto per sempre, questo scrivo nel mio libro ed è davvero così. La violenza resta lì dove è stata portata e la ritrovo in queste mura domestiche dove ancora vivo, negli oggetti che sembrano avere anche loro una memoria.

Che sensazioni ha provato il giorno in cui ha deciso di dire “basta”?

Quando si decide di dire “basta” si ha molta paura. Paura di non farcela, di rischiare troppo, di subire un male ancora più grosso, di venire addirittura uccise. E i rischi li ho sentiti tutti, quando sono stata picchiata e minacciata di morte, chiusa nella mia camera, proprio per quella mia decisione di ribellarmi, dalla quale non sarei mai tornata indietro. Le sensazioni più belle arrivano dopo. Quando il “basta” ti porta a riprenderti davvero la vita. Quando ricominci ad assaporare la libertà e a ricordarti di quanto sia importante per vivere. Questo l’ho provato in seguito ma è stata sicuramente una grande conquista.

La sua storia d’amore non può certo esser definita, come succede nelle fiabe, “a lieto fine”, eppure la cronaca quasi quotidianamente rimanda a notizie e immagini di donne a cui è stata tolta la vita in nome di quel possesso e di quella gelosia che poi nella gran parte dei casi altro non sono che lo sfogo di repressioni e malcontenti che nulla hanno a che vedere con l’amore e con i sentimenti. Cosa prova quando pensa a queste donne?

Impotenza, sicuramente. E rabbia per tutto ciò che non funziona e che magari si potrebbe invece salvare.

Cosa rappresenta per lei la scrittura e cosa ha rappresentato in questo particolare periodo della sua vita?

La scrittura è una delle cose più importanti della mia vita, una di quelle che mi era stata strappata via insieme a tutto il resto e una delle prime che ho voluto riprendermi. In questo momento significa davvero molto per me.

Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Se la sentirebbe di consigliarla come “terapia” ad altre persone che hanno subito violenza? Magari scrivere un diario dove appuntare giorno dopo giorno sentimenti, emozioni, riflessioni, paure…

Molte persone, che sono in terapia, mi dicono che spesso viene consigliato loro di scrivere perché terapeutico. Quello che mi sento di consigliare io è di trovare il proprio benessere personale. Ognuno dovrebbe andare alla ricerca di una cosa buona per se stesso ed aggrapparcisi se serve, perché è un buon modo per risalire dal pozzo del malessere.

Oggi si sente una persona diversa?

Mi sento sicuramente una persona diversa, come ho detto prima, migliore. Mi sento più forte, più consapevole, più viva, un po’ meno sognatrice, forse, ma con una gran voglia di amarmi.

Immagini che davanti a lei ci sia una donna che vive una relazione sentimentale della quale è vittima ancor prima di esserlo del suo partner. Una donna che non riesce a trovare la forza e il coraggio per troncare i fili che continuano a tenerla legata a un rapporto che rischia di degenerare da un momento all’altro. Quale consiglio si sentirebbe di darle?

Ognuno ha la sua storia e i propri sentimenti e, per questo, dare consigli non è semplice, soprattutto perché parlando con molte persone mi rendo sempre più conto che non si possa davvero aiutare chi non vuole essere aiutato. Ognuno dovrebbe trovare una via per uscire da un rapporto negativo. Potrei dire di non temere la solitudine, perché ritengo che si possa essere molto più soli in due, quando si è maltrattati, offesi, sminuiti che non con la propria, autentica e appagante individualità, questo sì.

Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Sul Romanzo le augura il meglio che può desiderare per se stessa e per il suo futuro e la ringrazia, Najaa, per averci raccontato la sua storia privata, che però può donare forza e speranza a chi intende denunciare la violenza sulle donne.

http://www.sulromanzo.it/blog/denunciare-la-violenza-sulle-donne-la-storia-di-najaa

 

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

21 giovedì Mag 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, LaGrandeGuerra, LorenzaodelBoca, MaledettaGuerra, Piemme, saggio

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

L’Italia entra nella Prima guerra mondiale il 23 maggio 1915 e prende parte a quella che papa Benedetto XV definirà un’inutile strage.

Abbiamo voluto celebrare questo centenario attraverso uno speciale che inauguriamo oggi con l’intervista a Lorenzo Del Boca, ex presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e attuale vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, autore di Maledetta guerra. Le bugie, i misfatti, gli inganni che mandarono a morire i nostri nonni, edito da Piemme; un libro che, riportando le testimonianze scritte dei giovani soldati, diventa ancora più penetrante, incisivo, importante. Tutti questi ragazzi, poco più che adolescenti, che hanno combattuto la Grande Guerra, la prima mondiale, la più sanguinaria, che ha registrato un numero di vittime impressionante, strappati alle loro vite, ai loro sogni in nome di una politica, di una Storia e di uno Stato che ancora oggi fatica a riconoscere l’enorme debito contratto nei loro confronti.

In Maledetta guerra, individua i prodromi della Prima guerra mondiale già nella Belle Époque, quasi a sottolineare come, mentre si viveva in un periodo di pace e prosperità, si stesse già delineando lo scenario che poi avrebbe portato alla Prima guerra mondiale, e non solo in termini di spionaggio, diplomazia, alleanze, ma anche di vera e propria propaganda. In quale misura, quest’ultima si rivelò utile per promuovere la guerra presso le popolazioni europee, e si può davvero parlare di un’azione strategicamente orchestrata?

La propaganda ha sempre avuto un’importanza fondamentale e particolarmente l’ha avuta negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento perché si stava sviluppando un’ideologia e quindi la propaganda della Francia per la Francia, dell’Austro-Ungheria per l’Austro-Ungheria, persino dell’Italia per l’Italia aveva una presa straordinaria. E va sottolineato che questa propaganda era in atto da decenni.

A leggere i libri di storia sembra che la Guerra mondiale nel 1914 sia esplosa all’improvviso o quasi, in realtà si covava da trent’anni perché la Francia aveva in mente la rivincita nei confronti della Germania fin dalla mattina dopo della sconfitta di Sedan, che è avvenuta nel 1870. Parliamo di quarantaquattro anni prima dello scoppio della Guerra.

La Francia che era stata bastonata e aveva dovuto subire l’umiliazione di vedere il proprio imperatore Napoleone III catturato fisicamente dai tedeschi, deportato prigioniero in Germania, addirittura aveva dovuto sottoscrivere un Accordo di pace e in una clausola era prevista la sfilata dei vincitori, cioè dei tedeschi, per le vie principali di Parigi. Ora questa macchia i francesi la volevano cancellare e, in pratica, subito dopo la sconfitta hanno cominciato a lavorare la rivincita. Avevano dovuto cedere l’Alsazia e la Lorena e il loro grido di battaglia era “Lorraine française”. Il Presidente della Repubblica francese Poincaré era uno che veniva dalla Lorena ed è stato eletto Presidente della Repubblica con questo grido, che era di fatto un grido di battaglia.

Tutto questo movimento è stato accompagnato da una propaganda ora sottile, ora più velata, ora più esplicita che ha avuto un peso significativo. Quando è stato il momento di sparare, la gente era preparata a farlo.

 E in Italia? Come si costruì il consenso intorno all’ingresso nella Prima guerra mondiale?

L’Italia non costruì il consenso perché la maggior parte dell’Italia era per la pace. In verità lo era la maggior parte della popolazione, che era formata soprattutto da contadini, l’industrializzazione era poca roba, però anche gli operai che lavoravano nelle fabbriche preferivano continuare a lavorare al tornio piuttosto che imbracciare il fucile ed era neutralista la maggior parte del Parlamento. Al punto tale che alcuni commentatori parlano di un vero e proprio golpe, perché la guerra la vollero una dozzina di politici: Salandra, Sonnino, il re Vittorio Emanuele III, una schiera di riformati che facevano riferimento alla corrente letteraria del Futurismoche voleva rompere con le vecchie regole grammaticali, storiche, persino musicali, dicevano che il miglior concerto era il concerto di una città che si risvegliava, cosa che produceva anche qualche malumore… immaginate uno che va a fare un concerto, la gente che è abituata a sentire Verdi e Puccini, e gli fan sentire i rumori di una fabbrica che si mette in movimento e il più delle volte queste manifestazioni finivano a schiaffi. Ma questi futuristi lanciavano delle idee, alcune balzane, altre nient’affatto innocue perché inneggiavano alla guerra come igiene del mondo. Il campione di questi futuristi fu Papini che firmò un editoriale intitolato Amiamo la guerra. Dopo tanti anni di stucchevole silenzio, di tiepidume, di latte materno, finalmente c’è il sangue, assaporiamo la guerra.

A questo gruppo si aggiunsero anche personaggi significativi, Carducci per esempio disse che da troppo tempo si stava in pace e ci voleva la guerra, e D’Annunzio che si sa fu un vero e proprio promoter della guerra. Mussolini, direttore de «L’Avanti» socialista e inizialmente a favore del neutralismo, poi si lascia convincere dai soldi dei francesi e sposa l’interventismo. Però queste minoranze erano e rimasero tali, la maggioranza della popolazione italiana nella Guerra venne trascinata e la fece controvoglia, anche se poi i soldati al fronte finirono con l’ubbidire agli ordini e si comportarono in modo eroico, i soldati. Ma avrebbero continuato volentieri a zappare la loro terra e a far girare il loro tornio.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

 Lei dedica un intero capitolo alla figura di Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano e sostenitore dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza. Perché ritiene la sua morte così emblematica, oltre che utile per comprendere le modalità della scesa in campo dell’Italia?

Perché Alberto Pollio, che era il Capo di Stato Maggiore, era un convinto triplicista, la sua educazione militare era avvenuta nell’Impero Austro-Ungarico, a Vienna, dove aveva conosciuto la moglie. Non avrebbe mai accettato di combattere contro l’Austria o l’Ungheria insieme alla Francia e quindi era uno che andava tolto di mezzo. È morto due giorni dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando quando già cominciavano a sentirsi gli urli di guerra. Per qualche decennio è stato detto che fosse morto di infarto, che una grande giornata di caldo gli aveva fatto cedere il cuore. Poi si è scoperta una relazione di un certo Traniello, che era il colonnello suo accompagnatore, il quale aveva scritto la relazione per spiegare come era morto Pollio, questa relazione è stata nascosta, non accettata dal comando superiore perché insinuava troppi dubbi, presentava troppi interrogativi e così Traniello fu costretto a scriverne un’altra, più edulcorata, più comprensiva, più giustificazionista. La prima relazione fu poi ritrovata dal nipote di Traniello, il quale la rese pubblica, e leggendola in effetti gli interrogativi emergono in tutta la loro evidenza. La dinamica della morte di Alberto Pollio non fu affatto chiara e sostenere che non fu una morte naturale e ipotizzare che fu avvelenato non è affatto una bizzarria. Per scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra contro l’Austria e l’Ungheria bisognava togliere di mezzo Pollio, che non poteva essere licenziato, perché licenziare il Capo di Stato Maggiore avrebbe generato un chiacchiericcio, uno scandalo militare-politico enorme, bisognava fisicamente farlo fuori e lo fecero fuori.

La guerra italiana sul fronte dell’Austria che portò 700mila morti e 1 milione di feriti cominciò con un morto senza sparatoria, senza spargimento di sangue, ma un morto fondamentale per poter entrare in guerra.

“Disinformatia” è la parola d’ordine di quel periodo, o come si direbbe oggi “costruzione del consenso”, attraverso il consolidarsi di legami e interessi economici. Basti ricordare i rapporti tra i rappresentanti della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa, da un lato, e gli organi di stampa, dall’altro. Quale fu, invece, il ruolo della politica italiana, e in che modo questa subì ingerenze esterne, o si lasciò irretire in qualche modo?

La politica italiana per l’intero 1914 venne sottoposta a un bombardamento di disinformatia appunto di opposte tendenze. Tedeschi e austriaci insistevano affinché l’Italia mantenesse fede all’Alleanza che aveva con loro. L’Italia era alleata con la Germania, l’Austria e l’Ungheria. La Francia e l’Inghilterra, percependo i tentennamenti dell’Italia nei confronti dell’Austria-Ungheria, insistevano perché questa Alleanza venisse rotta e l’Italia cambiasse capo. Per fare questo investirono una gran quantità di denaro, comprarono giornali, li finanziarono, sostennero economicamente azioni di spionaggio… fecero qualunque cosa finché i politici si convinsero che l’Italia doveva abbandonare la neutralità e scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra.

Dopodiché la vera disinformatia fu quella dei giornali che raccontavano la guerra sul Carso. Perché non si poteva raccontare alla gente che stava a casa che c’erano degli assalti che costarono i primi 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi e gli ultimi 100mila tra feriti e dispersi e quindi dovettero dire che c’erano degli atti di eroismo, che c’erano delle battaglie vinte, che c’erano delle perdite, dei caduti, ma in modo sempre edulcorato così da non urtare la suscettibilità dell’immaginario collettivo, però che la guerra andava avanti, che la guida era sicura, che i generali sapevano il fatto loro. Al punto tale che alcuni commentatori dicono cheper 50 centesimi, che era il prezzo del giornale di allora, gli italiani venivano inondati di valanghe di bugie. Basti dire che la sconfitta di Caporetto, del 24 Ottobre 1917, venne conosciuta dal pubblico italiano nove giorni dopo.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Gran parte del libro restituisce l’immagine dell’Italia in guerra attraverso le parole di chi era al fronte, parole raccolte in diari e lettere che restituiscono la durezza della guerra, come non mai. Ma davvero, lontano dal fronte, si riuscì a oscurare il lato più nero dell’azione bellica?

Mi sono concentrato e ho valorizzato lettere, diari, resoconti e memoriali dei soldati perché mi sembrano il racconto più autentico della Guerra mondiale. I generali hanno scritto migliaia di pagine, Cadorna, Cavaciocchi, Capello… un fiume di parole che però servivano più per giustificare i propri errori che per raccontare davvero quello che era successo. La guerra dei generali era una guerra che avveniva nel migliore dei casi a una dozzina di chilometri di distanza dal fronte, loro la guerra la vedevano dal monte Matajur col binocolo ed era una guerra persino esteticamente appagante. Perché era fatta di una grande macchia di colore grigio-azzurra che era la divisa austro-ungarica che si avvicinava, qualche volta si toccava a una macchia di colore verde, grigio-verde che era invece il colore della divisa italiana, colori che per un po’ si mescolavano, si sovrapponevano, poi ritornavano nel proprio punto di riferimento come respinti da una forza centrifuga ed era senza sangue, perché il sangue a 12 km di distanza non si vede col binocolo, era una guerra senza morti, perché il pudore o forse l’ipocrisia della guerra li faceva chiamare caduti ed erano cifre statistiche del tipo “ci sono 27mila perdite” e finiva così.

I soldati conoscevano e vivevano un’altra guerra, perché non avevano la dimensione d’insieme dei battaglioni e dei corpi d’armata, la loro dimensione erano i 50 metri quadrati di trincea che occupavano dove cercavano di vivere ma più spesso non riuscivano che a morire. E lì c’era la guerra vera, lì non ci sono i nomi dei battaglioni, non ci sono le grandi strategie ma c’è il sangue e la morte. C’è il tenente Quinterno che viene investito da una raffica che gli taglia le gambe, i commilitoni, dicono i soldati, non sapevano come prenderlo e lui pregava che lo si ammazzasse. Era un’altra guerra. Una guerra che indispettiva i soldati, perché coloro che avevano scelto la carriera militare, cioè che avevano scelto di fare i guerrieri, di fatto non combattevano, ordinando agli altri di combattere da dietro le trincee, chi invece sarebbe stato tranquillamente a casa sua  ad accudire i propri animali, a lavorare la terra, a faticare sulla terra perché il lavoro dei contadini allora era un lavoro infame, erano costretti ad andare all’assalto rispondendo a degli ordini che qualche volta erano strampalati e qualche altra fuori dal mondo.

E le lettere di questa gente ci restituiscono un’umanità dolente che in qualche modo va valorizzata. Adesso per esempio mi ritornano alla mente le parole di uno che racconta di aver fatto una marcia di 60 km, «appesantiti dallo zaino che pesava in un modo che adesso non si caricano neanche gli animali e ci siamo ritrovati in sei in una tenda per due, e stavamo tutti groppati l’uno all’altro, la puzza non può essere descritta, uno sputava, l’altro vomitava, io stavo pensando a te ma ho scacciato il pensiero del tuo viso e del tuo volto perché pensarti in questo contesto mi sembrava di farti un’offesa», dice scrivendo alla sua fidanzata.

È un’altra guerra e mi sembra che finora la storiografia ufficiale i diari del fronte li abbia poco valorizzati e poco presi in considerazione.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Anche volendo restare solo sui numeri, la prima guerra mondiale si tradusse in una vera e propria carneficina: 5 milioni e 900 mila arruolati, 777.000 morti nel fronte o in prigionia, senza contare i reduci morti a seguito delle ferite riportate. Quale fu il ruolo, e la responsabilità, di Cadorna dinanzi a quest’eccidio?

Enorme. Aveva un’idea in testa e quell’idea era sbagliata, ma a quell’idea era cocciutamente affezionato. L’idea che aveva in testa era l’attacco frontale. In sostanza si trattava di andare all’assalto con un numero di uomini maggiore delle pallottole e delle mitragliatrici avversarie, perché se c’erano più uomini che pallottole, qualcuno di questi uomini sarebbe arrivato sulla trincea avversaria. Il fatto è che per quattro anni c’erano più pallottole che uomini e quindi ogni assalto, che lo chiamavano la spallata… ogni spallata produceva inizialmente 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi, le ultime spallate, la decima o l’undicesima battaglia dell’Isonzo, arrivarono a 150-180mila fra morti, feriti e dispersi. Un massacro inumano del quale la responsabilità è naturalmente sua.

Gli storici ufficiali l’hanno trattato per 100 anni con i guanti bianchi dicendo e non dicendo, com’è loro costume, ma facendolo figurare come un personaggio tutto d’un pezzo, apprezzato dai comandi, addirittura amato dalla truppa.

Allora il giudizio più autentico ma anche più severo viene da mio nonno, il quale mi raccontò la Guerra mondiale quando ero un ragazzino. Mi portò davanti al Monumento dei Caduti del mio paese di origine e mi disse che lì troviamo scritti 27 nomi di morti che in un comune che aveva 1100 abitanti significa un morto per famiglia. Mi dice che otto sono parenti diretti e nove indiretti. E mi chiede: «Hai capito perché io questo forsennato di Cadorna non lo posso sopportare e perché il sentimento che ho di lui è soltanto quello dell’odio?».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Chi ha tratto giovamento da tutto questo?

Credo nessuno. Perché la guerra che è finita con un grande massacro, con 20milioni di morti, ha messo in crisi tutti quanti i Paesi. La Germania si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Nazismo, l’Italia si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Fascismo, l’Austro-Ungheria è stata dilaniata e sparpagliata, la Francia e l’Inghilterra hanno vissuto momenti di grande difficoltà. Una carneficina che per usare le parole di Papa Benedetto XV è stata «un’inutile strage».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Leggendo il libro di Lorenzo del Boca e ascoltando le sue risposte, sentirlo raccontare le tragedie, le paure, le sofferenze dei soldati arruolati nelle trincee della Grande Guerra, riflettere sulle decisioni, sulle politiche, sulle conseguenze di queste porta istintivamente a chiedere e a chiedersi perché l’hanno voluta, questa come le altre, a ogni costo la Maledetta guerra, e soprattutto perché l’Italia abbia deciso di entrare nella Prima guerra mondiale.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-nella-prima-guerra-mondiale-un-inutile-strage

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il giro di Napoli in 501 luoghi”. Intervista a Maurizio Ponticello

19 giovedì Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Maurizio Ponticello, Il giro di Napoli in 501 luoghi

Maurizio Ponticello, scrittore e giornalista, è co-autore con Agnese Palumbo de Il giro di Napoli in 501 luoghi. La città come non l’avete mai vista, edito daNewton Compton e in tutte le librerie dallo scorso novembre. Fa da overture al testo un passo di José Saramago: «Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini», che rende perfettamente l’idea del senso della non-giuda stilata dagli autori. Un percorso simbolico e al contempo reale per imparare a conoscere la città attraverso 501 luoghi che non sono solo le classiche mete turistiche note ai più.

Il giro di Napoli in 501 luoghi,una guida anticonvenzionale per scoprire la città, inizia con la citazione di Curzio Malaparte: «Che cosa sperate di trovare a Londra, Parigi, Vienna? Vi troverete Napoli, è il destino dell’Europa quello di diventare Napoli».

Le va di spiegare il senso della citazione e della guida?

La citazione di Malaparte ci è sembrata perfetta come introduzione, in quanto dà proprio il senso di una città sconosciuta, quasi impossibile da conoscere perché si nasconde agli occhi dei napoletani stessi. Si nasconde nelle sue mille sfaccettature, nelle sue mille stratificazioni. È un po’ come dire al lettore, al turista o al napoletano – il libro in realtà nasce soprattutto per i napoletani che vogliono approfondire la conoscenza, i turisti in genere si accontentano di una comprensione superficiale – “guardate, per quanto ci proviate, alla fine comunque non la capirete”. Lo scopo del libro è quello di andare a riscoprire i luoghi più nascosti, e ce ne sono tanti… 501, ma in realtà sono molti di più. Andarli a riscoprire con un’interpretazione nuova o comunque differente rispetto a quella tradizionalmente conosciuta. Questo perché io e Agnese, per quanto possibile, siamo risaliti sempre alle fonti, rendendoci conto che spesso, molto spesso, delle cose sono state depennate, cancellate, alcune volte con volontarietà e questo ha cambiato la storia di palazzi, di strade, di vicoli, di situazioni. Quindi la città assume un aspetto straordinariamente diverso, sembra quasi una nuova realtà. Ce ne siamo resi conto anche dalle prime reazioni e segnalazioni di lettori i quali si sono dichiarati quasi imbarazzati nell’ammettere di vivere lungo strade e luoghi di cui non sapevano nulla.

In base a quale criterio sono stati scelti i luoghi raccontati nel libro?

Io e Agnese ci abbiamo lavorato molto. Non è stata una scaletta facile. Volevamo trattare Napoli a 360°: la città di sopra, quella di sotto, la città delle eccellenze, della gastronomia, la città dei culti antichi, delle tradizioni e del folclore, la città delle leggende e, perché no, anche la città della Letteratura. Tantissimi autori stranieri e italiani sono passati per Napoli, lasciando una traccia del loro passaggio, quindi abbiamo trovato intrigante ricostruire anche quell’aspetto meno noto. Così abbiamo definito i macro-capitoli, che sono anche degli interrogativi provocatori, delle domande le cui risposte si ritrovano poi all’interno dei capitoli successivi.

Maurizio Ponticello

Malaparte afferma: «[…] è il destino dell’Europa quello di diventare Napoli». Secondo lei come si ricollega Napoli all’Europa e viceversa?

Io concordo con Malaparte quando sostiene che Napoli ha un’anima ancora intatta, un’anima pre-cristiana in cui tutte le stratificazioni, anche cattoliche, non sono riuscite a intaccare la purezza greco-romana della città. È incredibile a dirsi ma ancora oggi, per esempio, il culto delle anime purganti, delle capuzzelle, si continua a professare nonostante i divieti della Chiesa.Malaparte secondo me intendeva questo, ovvero che il destino dell’Europa è quello di tornare a essere pre-cristiana. Riconosceva nel Cristianesimo una sovrapposizione un po’ falsa rispetto alla natura della gente. Di questo anche io sono convinto. Il cattolicesimo sta via via digradando e tutto ciò che è retaggio finito un po’ senz’anima nel folclore o in tradizioni, leggende eccetera… pian piano sta riaffiorando. E rappresenta la vera natura della città, come anche dell’Europa. Dobbiamo tener presente anche che noi viviamo una condizione ancora più – come dire – “succube” della politica e dell’idea vaticana perché abbiamo il Vaticano in casa: le altre nazioni sono molto più libere.

Se dovesse descrivere la sua città a parole e non con i luoghi come lo farebbe?

Napoli è bi-caudale come una delle raffigurazioni della Sirena, ha due aspetti: quello solare e quello lunare. Non dimentichiamo che è bagnata dal mare, anzi da molti mari come cerchiamo di dimostrare nel libro. Mari con espressioni diverse. Ma è anche una città sotterranea, accompagnata dal fuoco del Vesuvio, il fuoco tellurico del vulcano e quindi i Campi Flegrei e via dicendo… Tutti questi elementi ne fanno, come dissero gli antichi, “il teatro degli dei”, il luogo prediletto delle divinità perché l’incontro dei vari elementi ne fa una città unica al mondo. Tutto ciò poi si riverbera nell’animo del napoletano. Tutto questo, tutte queste contraddizioni… tutto quello che succede a Napoli diventa un megafono, una cassa armonica che diffonde notizie bellissime come tremende. Il tutto è soltanto lo specchio macroscopico di una realtà italiana. Se a Napoli un ragazzo viene ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato dall’Arma, crea un’eco incredibile, se la stessa cosa succede a Udine o a Bolzano finisce sul quotidiano locale tutt’al più mezza giornata. Questo, comunque, è sintomo di una città vitale: non dimentichiamo che noi abbiamo una cassa armonica naturale che è il sottosuolo. Napoli è una vera e propria città speculare in cui Cielo e Inferi si toccano.

Napoli, Cimitero delle fontanelle

«Dovremmo osare dimenticare per ricordare. I cliché, il fango, l’immagine di una città piegata e avvolta su se stessa quasi a proteggere cumuli di spazzatura e gomorristi, il caos del traffico dissennato, la volgarità e i peones metropolitani, sfaticati ma attenti alle distrazioni altrui per rubare, prendere con uno scippo o, più semplicemente, con un inganno d’artista. Questi sono i luoghi comuni, ai quali vanno aggiunti il mandolino e la pizza […] Si dovrebbero mollare gli ormeggi dal porto sicuro, spiegare le vele e accantonare anche le menzogne e il rancore […] E arrivare nudi alla meta, nella città dell’anima che racconta all’anima delle persone senza pregiudizi».

Napoli con le sue mille sfaccettature, le mille contraddizioni e le innumerevoli meraviglie rappresenta, indiscutibilmente, la protagonista in cerca di riscatto del libro scritto a quattro mani da Maurizio Ponticello e Agnese Palumbo. Il giro di Napoli in 501 luoghi ha affascinato i lettori, non solo partenopei, considerate le numerose vendite in tutte le librerie italiane.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-giro-di-napoli-in-501-luoghi-intervista-a-maurizio-ponticello

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“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

14 sabato Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AngeloMincuzzi, Chiarelettere, HerveFalciani, intervista, LaCassafortedegliEvasori, NWO, ordinemondiale, saggio

 

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La cassaforte degli Evasori, scritto a quattro mani daHervé Falciani e Angelo Mincuzzi ed edito dalla casa editrice Chiarelettere, è il libro che racconta «la verità dell’uomo che ha svelato i segreti dei paradisi fiscali». Rendendo pubblica la cosiddetta ‘Lista Falciani’ è stato sferrato un duro colpo al segreto bancario svizzero. 100mila nomi di cui 7.499 italiani: politici, imprenditori, capitani d’industria, uomini d’affari, vip… «in banca esisteva una struttura per aiutare i clienti a evadere le tasse e io volevo impadronirmi delle prove» (cit. Hervé Falciani). Angelo Mincuzzi è un giornalista italiano, caporedattore e inviato de «Il Sole 24 Ore», autore di importanti inchieste su politica ed economia.

Partiamo dalle conseguenze. Dal 2010 a oggi l’inchiesta ‘Lista Falciani’ si è sviluppata sottobanco in diversi Paesi europei, all’interno di Procure che hanno continuato a indagare sui dati e sui nomi. Gli sviluppi però sono molto variabili e strettamente dipendenti dalle leggi di ogni Stato. Quale sarà l’esito in Italia?
L’esito in Italia purtroppo credo che sia già scritto, nel senso che i vari fascicoli che sono stati aperti dalle Procure sono stati poi chiusi, archiviati, quasi tutti per problemi legati sia alle leggi sia alle prescrizioni, che spesso hanno tempi molti rapidi. Ma anche ai condoni che ci sono stati negli ultimi anni. Per cui non si poteva procedere. La Procura che sta lavorando ancora è quella di Torino, che dispone di materiali nuovi, materiali che sono stati chiesti e ottenuti dai giudici della Procura anticorruzione di Madrid, per cui credo che gli sviluppi potrebbero arrivare da Torino.

Il whistleblowing si sta diffondendo a macchia d’olio sia nel settore pubblico che in quello privato ed è sicuramente uno strumento utile per rassicurare i lavoratori intenzionati a denunciare garantendo loro l’anonimato. Ed è proprio grazie alla diffusione di simili piattaforme che lo stesso Hervé Falciani si è dichiarato convinto del fatto che swiss-leaks rappresenti in realtà solo la punta di un grosso iceberg. Secondo lei gli istituti bancari e finanziari lasceranno che ciò accada?
Sicuramente no. Faranno qualcosa per evitare che questo accada, perché in gioco ci sono miliardi e miliardi di euro e quindi la gestione di questi soldi è una questione molto importante per le banche. I mezzi che queste usano sono soprattutto quelli di lobbing, di pressione verso i politici per far approvare delle leggi che contengano delle scappatoie. Delle leggi che magari a prima vista possono sembrare dei passi avanti nella lotta al segreto bancario ma che in realtà hanno delle falle, dei buchi che consentono poi alle banche di poter utilizzare degli strumenti per continuare a fare ciò che hanno sempre fatto.
Questo lo si vede molto bene dai documenti interni della HSBC, perché nel 2005 fu approvata una Direttiva europea sul risparmio per tassare i guadagni delle persone fisiche, allora i gestori della HSBC proponevano ai clienti di trasferire i soldi da conti intestati a loro individualmente, quindi alla persona fisica, a delle società, società panamensi il più delle volte o domiciliate nelle Isole Vergini britanniche, perché in questo modo non avrebbero pagato la ritenuta fiscale, non avrebbero pagato questa imposta europea sul risparmio. Quindi come si vede, fu approvata una legge che serviva a far pagare le tasse ma il rimedio all’interno delle banche fu trovato in maniera molto rapida.

La Lista Falciani conta 100mila nomi di clienti della Banca Svizzera HSBC che secondo lo stesso Falciani «cercano il segreto, per nasconder qualcosa». Gli italiani sono 7.499. Politici, uomini d’affari, capitani d’industria, vip e imprenditori vari… ce n’è per tutti i gusti e per tutti gli importi. Alcuni hanno asserito di aver già provveduto a regolare i conti con il fisco, altri di non essere i diretti titolari e di esserne stati all’oscuro fino alla pubblicazione della lista, altri ancora accusano Falciani di essere un truffatore. Le recenti leggi italiane, come ad esempio lo scudo fiscale, a parer suo giocano a favore o contro questi sistemi di deposito e spostamento di capitali?
Gli scudi fiscali così come stati approvati nel 2009 e anche prima, sempre dai governi Berlusconi – Tremonti, non hanno fatto altro che favorire l’evasione fiscale. Perché innanzitutto si sono dimostrati un flop per i soldi che sono stati recuperati, secondo hanno dato un salvacondotto agli evasori fiscali. Gli evasori dichiarando quello che avevano, rimanendo anonimi tra l’altro, avevano questo salvacondotto nel senso che pagavano il 5% o il 6% a seconda dei condoni di imposte e non erano più perseguibili, né fiscalmente né penalmente e gli effetti appunto si sono visti sulla lista Falciani, per cui appunto, come dicevo prima, i magistrati non hanno potuto far niente.
La nuova voluntary disclosure dell’ultimo governo è sicuramente molto meglio rispetto ai condoni del passato però in qualche modo è sempre una sanatoria. Alla fine non fa altro che perpetrare il principio secondo cui i grossi evasori o comunque chi commette un reato alla fine, in qualche modo, la fa franca. Mentre i cittadini onesti sono costretti a pagare fino all’ultimo centesimo.
Rispetto ai cittadini onesti che se non pagano un euro vengono multati con una cifra sproporzionata i grandi evasori, quelli che portano i soldi all’estero e che quindi hanno più soldi, riescono in qualche modo a farla franca o comunque hanno un trattamento privilegiato. Ci sono due pesi e due misure.

Tra i clienti della HSBC si contano almeno 2.000 commercianti di diamanti. Michael Gibb ha affermato che «i diamanti sono legati a conflitti e violenze. La facilità con cui possono essere convertiti in strumenti di guerra è sorprendente». In Belgio sarebbero già in corso delle indagini relative a questi tipi di traffici. In queste situazioni, al di là della gravità economica, finanziaria e legale di dette operazioni, entra in gioco anche l’aspetto umano o umanitario, la coscienza, il senso civico di responsabilità che dovrebbe gravare come un macigno e che invece viene scansato come un moscerino per far largo all’avidità, agli interessi… è scontato ma neanche poi tanto affermare che bisogna agire per cambiare le cose, esattamente come avete fatto voi. Che idea si è fatto di tutta questa situazione?
In Belgio è in corso un’indagine molto delicata e molto importante sul commercio dei diamanti. Potremmo dire ‘diamanti insanguinati’ perché nel libro spieghiamo il meccanismo che veniva usato per commercializzare i diamanti insanguinati, attraverso triangolazioni in Africa e a Dubai, il tutto chiaramente avveniva grazie ai canali messi a disposizione dalla banca. Tant’è vero che in Belgio la banca è sotto inchiesta per riciclaggio. Ma non è l’unico Paese che ha messo sotto inchiesta per riciclaggio la banca, lo ha fatto anche la Francia, lo ha fatto anche l’Argentina, l’India sta lavorando in maniera molto veloce su questo fronte e anche la Svizzera recentemente, dopo lo scandalo, dopo la diffusione delle liste il mese scorso ha aperto un’inchiesta per riciclaggio aggravato nei confronti della HSBC e addirittura hanno perquisito, con un’azione eclatante che in Svizzera è davvero eccezionale, la sede di Ginevra della HSBC in cerca di documenti per trovare queste prove di riciclaggio.
Le inchieste che sono in corso in diversi paesi del mondo stanno mettendo in evidenza come attraverso i canali della HSBC, ma voglio aggiungere una cosa che è importante: questo non riguarda solo la HSBC perché questi meccanismi li potremmo ritrovare in tutte le grandi banche internazionali. Chiudo questa parentesi… hanno messo in evidenza come questi canali venissero utilizzati da trafficanti di diamanti, trafficanti di droga, mafiosi, dittatori e così via… quindi è una cosa enorme quella che si è messa in moto.

Per la lista di nomi trafugata alla HSBC Hervé Falciani ha ricevuto delle denunce e nei suoi confronti sono stati spiccati dei mandati di cattura, è stato in prigione anche se questo si è rivelato un boomerang contro chi lo voleva fermare e lui si dichiara sempre più intenzionato ad andare avanti. Invece per lei, che comunque lavora insieme a Falciani dal 2010 per la realizzazione del libro, quali sono state, se ce ne sono state, le conseguenze della sua decisione?
Non ci sono state conseguenze nel senso che io continuo a fare liberamente il mio lavoro di giornalista. Questi cinque anni sono stati caratterizzati da momenti anche di difficoltà, io sono stato seguito, il mio telefono è stato controllato e per comunicare dovevamo utilizzare delle precauzioni di un certo tipo, dovevamo insomma stare molto attenti perché Falciani era in costante pericolo. Tant’è vero che a un certo punto per alcuni mesi si è dovuto nascondere, è stato protetto con una persona che lo seguiva costantemente. Le difficoltà sono state più che altro quelle.
La spinta che mi ha portato a occuparmi di questa vicenda per cinque anni è l’amore verso la verità, cioè cercare di capire effettivamente cosa era successo e raccontarla. Perché, per tutte le cose che abbiamo detto prima, questa è una storia che ha moltissime implicazioni.
Questo libro noi lo abbiamo dedicato ai deboli perché l’evasione fiscale ha come prime vittime loro, perché non fa altro che drenare risorse che dovrebbero essere utilizzate per costruire ospedali, scuola, assistenza ai disabili… risorse che ci sono in realtà ma che vengono nascoste nei paradisi fiscali da chi ha molti soldi ma comunque non li vuole condividere con la comunità nella quale vive. Tra i documenti della banca risulta chiaramente come i clienti della HSBC preferissero perdere i soldi in operazioni finanziarie sbagliate a volte anche venire truffati dai gestori ma la cosa che non volevano assolutamente era pagare le tasse su quei soldi. Ecco io questa la trovo una cosa aberrante, credo che in ogni Paese, soprattutto in Italia dove l’evasione fiscale è una piaga enorme, le coscienze debbano svegliarsi perché l’evasione fiscale distrugge il tessuto democratico di un paese. E deve essere una priorità la lotta all’evasione.

Il recente Accordo siglato da Italia e Svizzera avrà dei concreti sviluppi positivi in materia di trasparenza bancaria?
Rappresenta sicuramente un passo avanti ma non è la fine del segreto bancario. Io trovo molto ingenui i titoli dei giornali che sono stati fatti in questi giorni sulla fine del segreto bancario tra Italia e Svizzera. Ingenui e fuorvianti, perché non si può pensare che questo accordo metta fine all’evasione fiscale quando ci sono interessi miliardari in gioco. I soldi, come dice qualcuno, sono come l’acqua, trovano sempre una fessura nella quale incanalarsi e questo è il motivo per cui l’evasione fiscale continuerà e non smetterà. Questo per quanto riguarda l’ingenuità e fuorvianti in quanto lasciar credere che d’ora in poi sarà impossibile evadere le tasse e che quindi non hanno più nulla da temere, questi soldi rientreranno in Italia… ecco non si fa un’operazione di verità dicendo questo. Basta vedere quello che succede in queste grandi banche internazionali per capire che, come dicevo prima, le scappatoie le hanno già trovate e ne troveranno ancora. Probabilmente sarà più costoso evadere le tasse, quindi forse i piccoli evasori saranno scoraggiati, ma la grande evasione che è in grado di spendere soldi per creare strutture societarie e fondazioni nei paradisi fiscali continuerà a esserci… dovrà solo pagare un po’ di più. Le banche riceveranno solo più benefici, probabilmente, perché chiederanno più soldi ai clienti per creare queste strutture societarie nei paradisi fiscali.

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Se ho paura prendimi per mano

09 lunedì Feb 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Carla Vistarini ha costruito la sua carriera modulando termini e parole al pari di quanto i musicisti fanno con le note e la melodia che ne è scaturita ha sempre conquistato il pubblico. In effetti è proprio dalla musica che parte la sua preparazione e il suo esordio artistico, ma questa volta ha scelto di ‘parlare’ direttamente al suo pubblico e lo ha fatto con un romanzo intenso, profondo, contemporaneo. Un libro che cattura fin dalle prime pagine per la veridicità dei personaggi, per il loro essere parte di una società spietata, pronta a toglierti tutto, a inaridirti anche l’anima, esattamente come quella attuale, reale. Il tutto narrato con una prosa diretta, lineare.

La Vistarini, dopo aver scritto canzoni per i big della musica italiana, programmi per la televisione, testi per il teatro, a settembre 2014 pubblica con la Corbaccio Se ho paura prendimi per mano dimostrando ancora una volta le sue capacità di scrittura e confermando che il mestiere di scrivere per raggiungere il suo intento ha bisogno sempre di quella spinta profonda che viene dal cuore.

Hai costruito la tua carriera scrivendo parole, frasi, intere canzoni che, al pari di una poesia, raggiungessero il cuore e l’anima di chi le ascoltava e hai lasciato che fossero altri a intonarne la melodia e trasmetterle al pubblico. Questa volta invece hai scelto di scrivere parole e frasi indirizzate direttamente al lettore. Se ho paura prendimi per mano edito da Corbaccio è un romanzo dove scegli di affrontare temi forti e al contempo delicati: l’innocenza e la corruzione. Perché?

«La lunga crisi che stiamo vivendo ha mostrato senza pietà  la ferocia e l’indifferenza in cui un’intera società può precipitare quando si perde l’idea stessa di innocenza, di rinascita, di speranza. C’è un cinismo diffuso in giro, demolitore di fiducia e di purezza,  e tanta sete di potere, tanta avidità.    Il meglio della natura umana rischia a ogni istante di essere corrotto  dal Male che assume forme sempre più insidiose. Nei romanzi di una volta il Cattivo aveva un nome e cognome, era un  personaggio riconoscibile, oggi il Male, complici le difficoltà oggettive nelle quali ci dibattiamo, assume forme impreviste, nascondendosi non di rado dietro volti rispettabili e addirittura dietro  istituzioni dalle intenzioni di facciata più o meno benemerite. Insomma, tutto è più sfumato e ingannevole.  Se ho paura prendimi per mano mi ha permesso di raccontare queste due realtà, il Bene e il Male, contrapponendole con chiarezza, in una storia di innocenza e corruzione, dove un piccolo Eroe, Smilzo, ultimo fra gli ultimi, combatte i Mostri della cupidigia e della crudeltà  in uno scontro frontale da cui dipende la sopravvivenza del Bene, rappresentato dalla vita di una piccola bambina di 3 anni appena, sola al mondo e preda di oscure trame.»

La storia, assolutamente attuale, racconta dell’aridità dei sentimenti che la società contemporanea addirittura sembra esigere da chi la vuol ‘conquistare’. Ma la vera conquista del protagonista poi, in realtà, sarà un’altra…

«Il  senzatetto protagonista, insieme alla bambina, del romanzo, è un uomo solo, sconfitto anche se ancora giovane, ha solo 35 anni. Vive sotto i ponti, in una ‘suite di cartone, come la chiama lui. Prima del tracollo economico e  sociale di cui è stato vittima, era  un uomo ricco, smaliziato, analista finanziario gran maneggiatore di denaro proprio e altrui, travolto dalla crisi e da operazioni spregiudicate e azzardate. Dall’avere tutto al non avere nulla il passo è breve, ha scoperto Smilzo, che non ha più neanche un nome vero, o lo ha dimenticato.  Eppure stranamente questa sua condizione di assoluta emarginazione e solitudine lo ha reso un uomo in pace con se stesso, quasi sereno e pronto, quando si  ritrova tra i piedi qualcuno tanto più debole e più solo di lui, come la bambina, a farsene carico fino alle estreme conseguenze. Trova il riscatto della sua esistenza e una nuova vita, non solo metaforicamente.»

Sullo sfondo Roma, la città eterna col suo continuo andirivieni talmente caotico da sembrare quasi surreale. Una metropoli che toglie ma regala anche tanto e il protagonista lo impara sulla propria pelle.

«Roma credo stia vivendo un momento storico particolarissimo e feroce. La Grande Bellezza ha per contrappeso un disordine costante e all’apparenza irrecuperabile, un’idea di impunibilità dei comportamenti illegittimi e criminali, una zavorra di luoghi oscuri dove tra tenebre imperscrutabili pullulano esistenze, peccati e misteri insondabili. Qualcosa si è rotto nel meccanismo sociale e sopravvivere è questione di adattamento, buon senso, inventiva e incontri fortunati. Perché c’è sempre qualcuno che resta ‘buono’ nel mare in tempesta, e la fortuna sta nell’arte dell’incontro. E Smilzo si rivela  un maestro di quest’arte, trovando aiuto in personaggi come don Pietro, un prete pieno di dubbi ma pastore  indefesso di anime smarrite; o come il Professore, alle prese con i primi segni di un Alzheimer incipiente che affronta con un sorriso insieme al suo migliore amico il cagnolino Picchio; come Veronica, la ex-fidanzata; e tanti altri, “indimenticabili”, come i lettori mi dicono.»

Alcuni tratti del romanzo ricordano scene da spy story e thrillerd’azione ma poi l’intreccio e lo sviluppo della trama assumono presto i tratti di originalità che rendono Se ho paura prendimi per mano una storia molto più calata nella realtà di quanto possa sembrare. C’è un messaggio in particolare che speri raggiunga i lettori?

«Sì, ma prima ancora di qualsiasi messaggio, spero di avvincere il lettore con la forza del racconto in sé, e di conquistarlo. Lavorare con le parole delle canzoni, con quelle della satira, con i dialoghi di un testo teatrale e cinematografico, ti fa restare sempre con i piedi per terra, ovvero con la testa e il cuore al lettore. Scrivo storie per appassionare chi legge, come spero di restare appassionata io, da lettrice seriale quale sono, ogni volta che leggo i libri degli altri scrittori. Quindi: prima l’avventura, i colpi di scena, la trama, i personaggi. E poi, ma solo tra le righe, tra una lacrima di commozione e una risata, tra una battuta e uno snodo imprevisto, ecco lo spunto di riflessione, l’affacciarsi di un dubbio, sociale o etico. Ho cercato di sussurrare qualcos’altro, qualcosa in più, all’orecchio del lettore. Soprattutto la voglia di non arrendersi, e l’idea che in ogni essere umano, a scavare bene,  c’è sempre qualcosa di buono. Anche se cadiamo in basso, come succede a Smilzo nel romanzo, la possibilità di riscatto è a portata di mano, basta coglierla e lottare fino in fondo per realizzarla.»

https://luciogiordano.wordpress.com/2015/02/09/se-ho-paura-prendimi-per-mano-intervista-a-carla-vistarini/

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il caso non è chiuso. La verità sull’omicidio Siani”. Intervista a Roberto Paolo

13 martedì Gen 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Roberto Paolo, caporedattore del «Roma» e autore di numerose inchieste politico-giudiziarie, ha da poco pubblicato Il caso non è chiuso. La verità sull’omicidio Siani (Castelvecchi, 2014). Un libro che vuole riportare l’attenzione su una triste vicenda giudiziaria che Maurizio de Giovanni, nella prefazione, sottolinea essere caratterizzata da «caos e disordine». Un omicidio teso a «a rendere muta una voce».

Sei persone sono state condannate per l’omicidio di Giancarlo Siani ma dall’inchiesta condotta da Roberto Paolo emerge che i veri killer e mandanti potrebbero essere ancora liberi. E la Procura di Napoli decide di riaprire le indagini.

Ne abbiamo parlato con Roberto Paolo nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

È da poco uscito, pubblicato da Castelvecchi, il tuo libro-inchiesta su un ‘mistero italiano’: l’omicidio del cronista Giancarlo Siani. Tu hai affermato che il fratello di Siani, a proposito del libro, ha detto «mi fa rabbia che non ci fosse un giornalista come te 30 anni fa». Ma Il caso non è chiuso. La verità sull’omicidio Siani non è un’indagine necessaria solo per i familiari, lo è o almeno dovrebbe esserlo per tutti gli italiani…

Infatti, credo sia necessaria soprattutto per tutti gli altri. I familiari in qualche modo avevano avuto ‘soddisfazione’ dalle sentenze di condanna contro mandanti e presunti esecutori. La mia indagine riapre per loro una ferita dolorosa, con tutta l’incertezza che ne consegue anche in merito agli esiti a cui si può arrivare oggi.

La frase di Paolo Siani si riferiva forse proprio a questo: dopo trent’anni sarà difficile individuare tutti i colpevoli e punirli. Però quella frase è anche un po’ ingiusta nei confronti di chi operava 30 anni fa in altre condizioni rispetto a ora. Intendo dire che oggi è molto più facile per uno storico o un giornalista raccogliere le confidenze di fonti che trent’anni fa, quando il clan Giuliano imperava su tutta Napoli e corrompeva forze dell’ordine e toghe, non avrebbero mai parlato. Oggi invece i vertici e i gregari di quel clan sono tutti pentiti o morti o ergastolani e quindi chi vuole liberarsi la coscienza si sente più libero di parlare. Il tempo in questo senso aiuta la ricostruzione storica dei fatti, mentre su un altro versante, per chi deve costruire un percorso giudiziario, trovare prove giuridicamente proponibili in giudizio, il tempo può rivelarsi un ostacolo insormontabile.

Per ricomporre i tasselli della vicenda e ricostruire quei giorni minuto per minuto ti sei basato sulla documentazione esistente ma soprattutto sulla ricerca sul campo. Hai girato, hai fatto domande, hai osservato… alla fine la Procura ha riaperto il caso. Sei soddisfatto del tuo lavoro?

No. Non posso dirmi soddisfatto. Restano in piedi troppi punti interrogativi. C’è ancora molta gente che conosce la verità, ma non parla. Ci sono altre persone da rintracciare e altre verifiche da fare. Ma le mie forze e i miei poteri sono molto limitati. A un certo punto mi sono dovuto fermare. La mia inchiesta è durata quattro anni, da quando ho scritto i primi articoli sul mio giornale, il «Roma», a quando poi ho pubblicato il libro con contenuti del tutto inediti. Ci sono circostanze che non è in mio potere approfondire, se non a prezzo di altri mesi. Poi la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo di indagine e grazie al procuratore aggiunto Giovanni Melillo, fino a qualche mese fa coordinatore della Direzione antimafia, l’inchiesta è andata avanti molto approfonditamente ed è stata condotta con grande competenza e dispiego di energie e intelligenze. Prima che io dessi alle stampe il mio libro, il suo contenuto era stato interamente portato a conoscenza dell’autorità inquirente, che mi ha interrogato più volte. Quindi ho ritenuto di dovermi fermare e passare la mano a chi ha mezzi e competenze per appurare la verità.

I ‘veri killer’ ora sarebbero morti, ma ciò non modifica in alcun modo lo scopo del libro e delle indagini. Ciò che importa conoscere è il perché di un gesto così efferato nei confronti di un giovane cronista che deve non solo aver pestato i piedi a qualcuno di molto influente, ma deve anche aver scoperto cose che dovevano rimanere segrete. Si racconta che Siani negli ultimi tempi fosse molto inquieto, che stesse preparando un dossier.

No, attenzione: non sono tutti morti. Nel mio libro sostengo che oltre alle persone condannate in via definitiva, altre persone parteciparono attivamente all’omicidio di Giancarlo Siani e a quello, collegato, di Vincenzo Cautero, un uomo del clan Giuliano legato alle cooperative di ex detenuti, ammazzato quattro mesi dopo Siani. Ci sono persone che spararono, persone che decisero quegli omicidi e persone che collaborarono all’esecuzione con vari ruoli. Due di essi sono morti, ma gli altri sono vivi. Ci sono anche persone, di cui io faccio nomi e cognomi, che certamente sanno più di quello che hanno detto finora o che hanno raccontato palesi bugie sui due omicidi. Perché? Sono vivi: qualcuno è in carcere per altri delitti, qualcuno è un collaboratore di giustizia e vive con una nuova identità stipendiato dallo Stato, qualcun altro è libero e continua a fare la sua vita indisturbato.

Ci sono i mafiosi del clan dei Corleonesi oggi pentiti, che all’epoca erano alleati strettissimi del clan Nuvoletta di Marano e furono ‘interessati’ all’omicidio Siani.

Ci sono i vertici del clan Giuliano di Forcella che non hanno mai rivelato quello che sanno. E poi altri ancora, colletti bianchi e killer del clan Gionta di Torre Annunziata. Nel mio libro ci sono i nomi e le domande che bisognerebbe porre a queste persone. Le risposte, però, non posso darle io, anche se un’idea me la sono fatta.

Quanto a Giancarlo Siani, no, non credo che fosse particolarmente preoccupato, anche se nei mesi precedenti c’era stato qualche segnale allarmante. In realtà del suo libro-dossier su Torre Annunziata, di cui aveva scritto a un’amica, non è stata trovata alcuna traccia e i suoi amici e colleghi smentiscono questa ipotesi. È probabile che Siani non si fosse accorto di essere in pericolo e avesse scritto di cose molto pericolose senza rendersene bene conto.

Pino Tripodi nel suo libro La zecca e la malacarne afferma: «il crimine organizzato è un alibi che giustifica e assolve le malattie degenerative degli uomini e della Società del Sud. […] La zecca (la mafia, ndr) in ambienti diversi dalla malacarne (società corrotta e collusa, ndr) non sopravvive. La malacarne al contrario anche in assenza della zecca è capace di riprodursi generando per partogenesi altre tipologie di parassiti che si specializzano nel suo habitat».

Qual è la tua opinione in merito?

Sono assolutamente d’accordo, ma solo per la fase nascente e primitiva del fenomeno. Vale a dire che la criminalità organizzata così come la conosciamo noi (mafia, camorra e ndrangheta) nasce e cresce grazie alla società che le fa da terreno di coltura. Non poteva nascere in Svezia o in Svizzera, in società in cui si dà una grande importanza all’autoaffermazione individuale, svincolata da familismi, e allo stesso tempo il bene comune, la res pubblica, ha un grande valore ed è oggetto di rispetto.

Non poteva nascere in società con basse densità di popolazione e in cui il clima e le caratteristiche geopolitiche portano a condizioni di vita meno promiscue. E in cui, per gli stessi fattori naturali, è più facile provvedere al sostentamento e alla sopravvivenza di tutti gli appartenenti alla società stessa. In società in cui il controllo sociale e l’amministrazione della pubblica autorità sono molto efficaci. Detto questo, oggi il fenomeno è molto cambiato. Oggi il crimine organizzato si riproduce grazie ai grandi capitali accumulati con le attività illegali, che vengono reinvestiti in attività legali o apparentemente legali, anche e soprattutto al di fuori delle zone in cui la criminalità organizzata è nata. Nei quartieri bene delle stesse città, in altre città del Paese, e anche all’estero.

Oggi la criminalità organizzata è imprenditoriale, manageriale, inquina il tessuto economico anche di società a cui originariamente non apparteneva. E amplia il suo potere grazie alla corruzione delle pubbliche amministrazioni e dei poteri pubblici. Non è un caso che al vertice dell’Autorità contro la corruzione sia stato messo un magistrato esperto di antimafia come Raffaele Cantone.

Stando alla tua ricostruzione dei fatti, ripeto ritenuta attendibile dalla magistratura che proprio in conseguenza di ciò ha riaperto il caso, per trovare le motivazioni dell’omicidio bisognerebbe tornare indietro nel tempo e studiare un’inchiesta che Siani aveva raccontato sei mesi prima, e per trovare i mandanti non bisogna fermarsi all’hinterland bensì esplorare il ‘ventre di Napoli’…

Siani aveva scritto un articolo molto pericoloso sulle cooperative di ex detenuti controllate dalla camorra, nell’aprile del 1985. Di quell’articolo nessun investigatore all’epoca si è mai occupato, chissà perché. Passò sotto silenzio. Invece, è probabile che qualcuno che era coinvolto nelbusiness delle cooperative se ne accorse e si allarmò. E forse qualcuno utilizzò il suo articolo per ricattare i boss, lasciando intendere che Siani aveva altro materiale scottante e che poteva essere fermato in cambio di qualcosa. Qualcuno, insomma, si ‘vendette’ Siani a sua insaputa. Poi i boss decisero di risolvere il problema a modo loro.

Secondo te cosa si poteva fare, per evitare che Giancarlo Siani la sera del 23 Settembre 1985 fosse barbaramente ucciso, che non è stato fatto?

Beh, col senno di poi tutti siamo bravi. Non credo di potermi ergere a giudice di nessuno. Ripeto che Siani forse non si accorse di aver toccato fili mortali con quel suo articolo sulle cooperative di ex detenuti. E del resto aveva scritto anche altri articoli che avevano dato fastidio a tanta gente, ai Nuvoletta di Marano e ai Gionta di Torre Annunziata, allo stesso sindaco di Torre, che era colluso con la camorra e al pretore dell’epoca, che aveva propri interessi non sempre limpidi.

Il suo ruolo di corrispondente da Torre Annunziata fu sottovalutato dai vertici de «Il Mattino». Per come era il giornale all’epoca i trafiletti di provincia erano ritenuti di nessuna importanza rispetto al lavoro che facevano le grandi firme sulle pagine nazionali o napoletane. In qualche modo possiamo dire che quel ragazzo, che si affacciava appena alla professione, fu mandato allo sbaraglio in una terra di frontiera di cui nessuno si voleva occupare e fu poco controllato e seguito. Ma fu un errore di sottovalutazione che all’epoca era facile commettere, non era pensabile che la camorra potesse uccidere un giornalista. E infatti Siani è stato un caso unico e, spero, irripetibile.

Da alcuni anni opera a Napoli la Fondazione Pol.i.s. presieduta da Paolo Siani, fratello di Giancarlo, che si prefigge come scopi principali il riutilizzo e la valorizzazione dei beni confiscati alla mafia e il sostegno ai familiari delle vittime di mafia. L’inverno scorso hanno fatto un po’ notizia le critiche e i dissapori in merito a qualche nomina, ma ora sembra che tutto sia tornato alla tranquillità. Tu come vedi questo genere di iniziative sul territorio?

Sono iniziative di fondamentale importanza. La criminalità organizzata prospera nel silenzio, nell’ignoranza e nella paura. Si combatte quindi parlandone, conoscendola e sradicando la paura. È un male che si può sconfiggere. Basti pensare a cosa è successo al clan dei Casalesi in una decina di anni. Diventato fenomeno mediatico, finito sulle prime pagine di tutti i giornali, affrontato con grande dispiego di mezzi e di forze dallo Stato, è stato quasi completamente smantellato. Lo stesso si può dire del clan Giuliano di Forcella, per esempio. Quindi, più se ne parla, meglio è. Bisogna parlarne soprattutto nelle scuole, come fa Paolo Siani da tanti anni, perché le vecchie generazioni hanno fallito, la lotta alla criminalità organizzata è compito dei giovani.

C’è un messaggio che vorresti lanciare alle persone che abitano la tua terra e non solo, soprattutto ai giovani… quella stessa gente che Siani osservava ogni giorno, tra la quale cercava di mescolarsi per svolgere le sue ‘indagini’, le sue inchieste…

Non sono un opinion leader e nemmeno un politico. Faccio solo il giornalista e ho lavorato per quattro anni, in silenzio e nell’ombra, all’inchiesta sull’omicidio di Giancarlo Siani. Non ho titoli per dare lezioni. Però sento di poter dire che Giancarlo Siani è ancora oggi un esempio valido: era un giovane appassionato e competente, che affrontava il lavoro con entusiasmo, con grande spirito di sacrificio, con serietà. Era un ragazzo che voleva solo fare bene il suo mestiere, il lavoro che amava.   Ed è stato ucciso per questo. Perché faceva bene il proprio lavoro.

Non era un eroe, ma una persona comune. Anche se oggi è diventato eroico fare semplicemente il proprio dovere. Ecco, penso che indipendentemente dal proprio ruolo nella società, sia che uno faccia il medico o l’operaio, l’insegnante o il benzinaio, l’artigiano o il commerciante, beh, se solo ognuno di noi tentasse ogni giorno semplicemente di fare bene il proprio lavoro, questo sarebbe un mondo migliore.

© 2015 – 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Rosaria Russo: quando la scrittura diventa social

28 domenica Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Lei ha tentato di far arrivare i suoi scritti al pubblico per le vie ‘tradizionali’ ma non c’è riuscita così ha pensato a una soluzione alternativa: i social network. Qual è lo scopo della sua iniziativa?

Scopo principale è farmi conoscere, arrivare al pubblico in forma diretta. Questo non vuol dire però che abbia abbandonato il canale della editoria classica. Il profumo della carta stampata mi piace e non rinuncerò facilmente alla possibilità di essere pubblicata. Tuttavia se dovessi arrivarci con alle spalle un piccolo seguito sarebbe sicuramente meglio che arrivarci da perfetta sconosciuta e rischiare di vendere le copie ai parenti più stretti, come è già capitato in passato avendo pubblicato nel 2009 un romanzo breve con una piccola casa editrice.

Ha iniziato un po’ di tempo fa e ora propone anche il suo secondo romanzo al pubblico ‘social’ anche se attualmente il mercato editoriale offre svariate alternative alla classica pubblicazione con casa editrice: il digitale, il crowdfunding, l’auto-pubblicazione… perché ha preferito rimanere fedele ai social network?

Nella mia visione attuale esistono due strade, o il cartaceo o i social network. Il primo per le ragioni spiegate prima e il secondo per la gioia di pubblicare a capitoli e visionare in forma istantanea l’impatto che hanno sui lettori. È una bella sensazione scrivere e condividere il proprio lavoro con persone che non conosco ma che amano come me leggere e apprezzano il mio modo di raccontare delle storie.

I suoi scritti sono molto intimistici, la sua è una scrittura che ricorda molto un diario: sentimenti, emozioni, passioni, pensieri e riflessioni si alternano e si fondono al contempo… forse è anche per questo motivo che piace al pubblico dei social abituato a ‘un tanto al giorno’. I social si adattano al suo modo di scrivere o è quest’ultimo che lei ha plasmato per rispondere ai gusti del pubblico?

Credo che siano vere entrambe le affermazioni. Mi piacciono i social, mi piace condividere quello che sento, e lo faccio con molta tranquillità anche nella mia pagina personale. Non si tratta di esibizionismo ma di un modo per arrivare agli altri, anche se credo che incontrarsi di persona sia un’altra cosa. Tuttavia scrivere il mio primo romanzo ‘social’ mi ha dato una grande soddisfazione, vedere nei lettori l’attesa di leggere un nuovo capitolo, e la grande considerazione nei mie confronti. Tutto questo mi ha dato la spinta per ripetere l’esperienza, che si sta rivelando una scelta giusta. Cerco di scrivere ogni capitolo in modo che il lettore sia spinto a leggere il seguito, lascio alcune cose penzoloni, per poi recuperarle nel corso della narrazione, insomma io e i social ci completiamo.

Cosa si aspetta dalla ‘socializzazione’ del suo nuovo romanzo?

Sto facendo di tutto per farlo conoscere e mi aspetto di ottenere consensi e un buon seguito.

Ha dei progetti per il suo percorso di scrittura?

Continuare a impegnarmi, e cercare con ogni mezzo di arrivare al pubblico, di far conoscere il mio amore per la scrittura. Continuare a crescere, a migliorare, a imparare e finalmente trovare qualcuno che creda in me, che voglia ‘investire’ su di me.

Nell’attuale società – globale, caotica, rumorosa e consumistica – come vede oggi la figura dello scrittore?

Come una figura contorta, che deve farsi spazio a gomitate. In tanti si definiscono scrittori, ma pochi lo sono veramente. Ecco perché io mi definisco soltanto una narratrice di storie. Mi piace condividere la mia visione del mondo, con gli altri e se mai un giorno potranno affiancarmi questo sostantivo, di certo non sarò stata io a farlo.

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© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La casa degli anonimi” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2014)

17 mercoledì Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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È appena uscito La casa degli anonimi, il tuo nuovo romanzo che rappresenta anche il terzo atto della serie dedicata alla ipotetica ‘fine di internet’. Il libro sarà presentato il 18 dicembre a Firenze. Qualche anticipazione?

Beh, cercherò di non dire troppo, per non correre il rischio di fare spoiler. Posso però anticipare che si tratta di un collage di vicende ambientate tra Firenze, New York e il Marocco, nell’arco di quattro giorni alla fine del marzo 2027. Sullo sfondo, uno scenario mondiale in cui internet, già venuto meno in Europa un anno e mezzo prima, è crollato anche nel Nord America e nel Nord Africa, per mano di un gruppo di sabotatori ribelli, gli Anonimi.

Nel testo affronti molti temi forti, come l’alterazione degli stati emotivi provocata dalla dipendenza dai social network, la manipolazione del pensiero attraverso la rete, i cambiamenti climatici e la scrittura del Cristo. Come sei riuscito a collegare e armonizzare argomenti apparentemente così distanti tra loro?

Esatto, il romanzo si gioca su questa interazione di livelli. Il pretesto narrativo, che non è affatto una ‘profezia’, ma un’ipotesi (“che cosa potrebbe succedere se internet finisse”), serve ad affrontare alcune tematiche che sentivo come urgenti – benché non preordinato a questo scopo. Su un piano strettamente sociologico, si tratta del tema dell’omologazione mentale indotta dai (pur utili, per tanti versi) social network, che a mio avviso stanno diventando un pericoloso fattore ‘lobotomizzante’ – almeno per tanti utenti –; poi c’è l’urgenza ecologica, col pianeta devastato da stravolgimenti climatici sempre più allarmanti; e infine – limitandoci alle tematiche evocate nella domanda – il passo del Vangelo di Giovanni in cui (caso unico nelle Scritture) Gesù scrive, non sappiamo che cosa, nonostante gli interpreti si siano prodigati in importanti sforzi interpretativi, come del resto fa anche uno dei miei personaggi.

Il collegamento e l’armonizzazione tra questi piani sono nati spontaneamente dalla storia, via via che mi si rivelava. Non faccio mai un piano generale della trama, ma mi lascio guidare in pari misura da suggestioni e concetti. Gradualmente, gli snodi e le soluzioni si manifestano quasi da soli, un po’ come quando in musica, progressivamente, si rivelano le armonie giuste.

Il tuo romanzo d’esordio, Sentieri di notte, racconta di un’Europa messa sotto scacco da una multinazionale informatica tedesca. Il cammino verso la salvezza da te indicato prevede l’attraversamento di una nube bianca e una ricerca interiore, spirituale e religiosa. Il testo è fantascientifico ma non tanto distante dalla realtà contemporanea. Come si rapportano secondo te presente e futuro?

Sentieri di notte ha rappresentato la mia prima incursione nei territori della narrativa ‘lunga’ (prima avevo pubblicato solo dei racconti brevi), ma anche nei territori del Profondo, in linea con alcuni tratti della poetica del movimento connettivista – di cui faccio parte e al quale ho dedicato La casa degli anonimi. Proprio il Connettivismo postula la comunicazione e l’interazione tra l’universo scientifico e quello umanistico. È in questa chiave che leggo il rapporto tra presente e futuro. Ormai l’evoluzione tecnologica è talmente veloce che è difficile poter parlare di fantascienza (intesa come narrativa di anticipazione), o comunque di fantastico, in contrapposizione al realismo. Nel contesto odierno, una visione fantascientifica può essere poco più che un’osservazione sul presente, perché il ‘domani lontano’ potrebbe in un batter d’occhio diventare l’oggi. E questo anche in un quadro distopico e regressivo come quello di un ‘mondo senza internet’ – una specie di ‘nuovo medioevo’. Il vero collante tra il passato, il presente e il futuro è la consapevolezza che l’uomo ha di sé; ed è qui che si radica il punto di connessione tra le valenze sociologiche, filosofiche, scientifiche e spirituali della mia trilogia.

Lo spin-off a Sentieri di notte è stato Partita di anime, secondo romanzo della saga che ha introdotto i temi affrontati nel terzo capitolo della serie, La casa degli anonimi. Cosa hanno imparato i protagonisti della vicenda che racconti? E quali insegnamenti potrebbero tornare utili nella realtà?

Colgo l’occasione di questa domanda per dire che La casa degli anonimi non è l’ultimo capitolo, ci sarà anche un altro romanzo, che la concluderà.

Partita di anime (che a stretto rigore un romanzo non era, ma la sommatoria di un racconto lungo e di uno breve) rappresentava un interludio, oltre che uno spin-off di Sentieri di notte. I suoi protagonisti che ritornano nella Casa, erano, effettivamente, gli autori fittizi dei due racconti che lo formavano: lo scrittore olandese Kasper Van der Maart e G.A. un fantomatico narratore fiorentino dalle iniziali curiosamente coincidenti con le mie. Per il resto, i personaggi di Partita di anime ‘ritornano’ solo come spunti di riflessione dialtri protagonisti della Casa. Il primo racconto di Partita di anime (intitolato così, appunto), fantasiosamente di Kasper Van der Maart, verteva sul tema della lacerazione dell’anima davanti alle scelte non veramente sentite (tema che, nella Casa, riemerge in relazione alla ‘lobotomizzazione’ indotta dall’abuso di social network). Il secondo, Il sepolcro del nuovo incontro, che ho immaginato scritto da G.A., era imperniato sul tema della solitudine e del superamento della perdita dell’amore. Il suo protagonista, Aurelio, anticipa un personaggio della Casa, che infatti si interrogherà sulla propria condizione di uomo solo e dal cuore riluttante ad aprirsi.

Quanto agli insegnamenti, se ce ne sono, sinceramente non li ho messi apposta, appunto perché, come dicevo, le storie si sono create ‘da sole’, e non per trasmettere un messaggio. Spero però che, dietro lo snodo dei vari filoni della trama, i temi toccati mettano i lettori in condizione di porsi delle domande e di trovare delle risposte. Le mie – rifacendomi a un celebre motto socratico e a un noto imperativo evangelico – sono Gnothi seautòn(Conosci te stesso) ed Effatà (Apriti).

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