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Irma Loredana Galgano

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Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l’ultima grande utopia del Novecento

03 giovedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GuerinieAssociati, intervista, Lultimautopia, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, RenzoGuolo, saggio, terrore, Terrorismo

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno richiamato, con maggiore forza, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla questione dei foreign fighter. Cittadini europei o immigrati di seconda generazione che scelgono di abbracciare l’Islam più radicale e combattere per lo jihad, addestrati in campi allestiti in Medio Oriente, spesso ritornano in Europa e il motivo si teme possa essere la realizzazione di attentati kamikaze.

Lo stesso commando responsabile degli assalti di Parigi era composto da nove persone, di cui sei cittadini europei. Allora in molti si chiedono quale sia l’utilità della chiusura delle frontiere auspicata da alcune forze politiche come deterrente all’ingresso in Europa di stranieri considerati potenziali attentatori. Altri invece cercano di focalizzare l’interesse sui foreign fighter perché rappresenterebbero quest’ultimi il reale pericolo da cui difendersi.

Chi sono i foreign fighter? Da dove provengono? A quali ceti sociali appartengono? Perché scelgono di convertirsi all’Islam radicale? Davvero questo rappresenta l’ultima grande utopia del Novecento?

Abbiamo rivolto queste domande a Renzo Guolo, docente di Sociologia della politica e Sociologia della religione presso l’Università degli Studi di Padova e di Sociologia dell’islam nel Master di Studi sull’Islam d’Europa, oltre che autore di L’ultima utopia. Gli jihadisti europei (Guerini e Associati, 2015).

Il dibattito attuale sull’Isis, anche a seguito degli attentati del 13 novembre a Parigi, si sofferma spesso sul fenomeno dei foreign fighter, a cui è dedicato il suo saggio L’ultima utopia. Cos’attrae dell’Islam radicale al punto da decidere di andare a combattere per la sua affermazione? È solo la mancanza di ideologie forti in Occidente?

La dimensione ideologica è un elemento rilevante, conferma il fatto che tra i cosiddetti foreign fighter abbiamo un profilo sociale e culturale molto diversificato. Troviamo giovani che provengono dalle banlieue parigine o da Molenbeek, come nel caso degli attentati di novembre, con situazioni di marginalità sociale alle spalle ma anche giovani che provengono da ceti medi. L’ideologia offre loro una sorta di senso che probabilmente dentro al mare fluttuante della modernità liquida non riescono a trovare. Per cui, in condizioni particolari quali il malcontento per la modernità o per la marginalità, questa ideologia che promette di sovvertire e combattere l’ordine mondiale può apparire un elemento che attrae, che dà una forte identità in situazioni in cui queste persone sembrano averne bisogno.

Nel delineare un identikit dei foreign fighter europei, lei nota una trasversalità di fondo che rende difficile stabilire delle caratteristiche fisse, ma ne individua due comuni: sono in prevalenza giovani e diventano musulmani sunniti. Perché l’integralismo islamico riesce a far presa in modo così forte sui giovani europei?

Parliamo di immigrati di seconda generazione per i quali il bagaglio religioso è considerato o un mero elemento culturale o comunque qualcosa di diverso dall’Islam tradizionale, per cui quando decidono di ritrovarlo come ideologia mobilitante imboccano la via del radicalismo proprio per la sua messa in discussione finanche della religione stessa. Per questo tipo di militanti lo jihad è quasi una sorta di sesto pilastro dell’Islam ma se si va a vedere la dottrina islamica non c’è alcun obbligo del credente rispetto a questa dimensione. È evidente che la religione viene vissuta non più come tradizione ma come sostegno alla mobilitazione politica. Il 90% del mondo islamico è sunnita e il radicalismo islamico si è sviluppato, così come noi lo conosciamo ovvero nella forma dello jihadismo, al suo interno, mentre nel mondo sciita di fatto è diventato Stato con la Rivoluzione iraniana del 1979. Anche nel campo dell’Islam politico-radicale in sostanza sono state riprodotte le fratture confessionali antiche.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Tra i foreign fighter in Siria e in Iraq spiccano anche immigrati di seconda generazione. A quale loro esigenza, che non trova riscontro in Occidente, potrebbe rispondere l’Isis? Si può parlare di un’integrazione mancata?

Sì, l’integrazione mancata è un elemento chiave. Lo vediamo attraverso i percorsi per gli immigrati di seconda generazione per esempio nei sobborghi metropolitani londinesi oppure nelle banlieue francesi. Un’integrazione mancata è evidente nel grande percorso che è stato fatto nel tempo dai giovani di banlieue se pensiamo al Movimento di rivolta della fine degli anni ’80. Rompevano le vetrine e si appropriavano dei beni e, paradossalmente, chiedevano l’integrazione attraverso il consumo. Oppure ancora nella rivolta nelle periferiedel 2005 contro l’idea francese dei valori universali veicolati del modello assimilazionista. Testimonianze tutte del fatto che il processo di integrazione si era fermato.

L’Isis è riuscito, facendosi Stato, a mostrare l’Islam radicale come ultima ideologia capace di sovvertire lo status quo appena descritto. E questi ragazzi hanno maturato una sorta di nichilismo religioso con l’idea di distruggere tutto, rovesciare un ordine in cui non ci si può più riconoscere per cercare di instaurarne un altro.

Per comprendere gli accadimenti e le scelte compiute dai foreign fighter lei suggerisce di ampliare il raggio di azione degli studi verso l’analisi del concetto di radicalizzazione e non fermarsi ai risultati delle osservazioni sul terrorismo. Quali sono i punti sostanziali su cui bisogna focalizzare l’attenzione per scandagliare al meglio il fenomeno?

Il concetto di radicalizzazione ci consente di capire cosa succede prima che queste persone scelgano di aderire all’Islam radicale e quindi, in qualche modo, di mettere in atto azioni di prevenzione da parte delle istituzioni, delle società. Proprio perché la radicalizzazione è un processo, si tratta di comprendere quali sono i fattori sociali che possono indurre queste persone ad aderire. Oggi ammontano a circa 5000 gli europei tra i foreign fighter in Siria e Iraq o che ci sono stati in questi anni. Il numero è altissimo. Capire i processi che portano alla radicalizzazione permette anche di comprendere quali scelte politiche e sociali compiere per cercare almeno di ridurre il fenomeno.

Lei indica tra i luoghi della radicalizzazione le moschee, il carcere e soprattutto la Rete. Non è la prima volta che a questa viene imputata una responsabilità in tal senso. Quanto ha inciso sullo jihadismo attuale e quanto lo ha condizionato l’essere nell’era della digitalizzazione?

Ha inciso moltissimo perché un tempo per leggere, ad esempio, il testo di un predicatore islamista radicale bisognava conoscere qualcuno che potesse renderlo disponibile, oppure procurarselo… ma diventava difficile. Oggi invece se voglio leggere i teorici radicali o certe interpretazioni specifiche, la Rete offre un’enorme possibilità di accesso. In più questa è interattiva e ciò consente anche di comunicare con ambienti islamisti radicali. La capacità di proliferazione è molto più accentuata. Basti pensare all’attenzione spasmodica che l’Isis assegna alla costruzione non solo del messaggio ma della produzione mediatica dei docu-film fino ai reportage di combattimento e ai videogiochi di guerra in versione islamista radicale.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Uno dei temi più sentiti dello jihadismo è quello di Shahīd, cioè l’essere testimone della fede attraverso concrete operazioni di testimonianza. Spesso ciò equivale a trasformarsi in veri e propri martiri. Come si inseriscono i foreign fighter in questo? E come interpretano il martirio?

Nell’ideologia radicale il cosiddetto martirio ha un ruolo centrale. Nel momento in cui si aderisce a questi gruppi si dà per scontato che ci sia la consapevolezza a considerare lo jihad come un obbligo personale. Per molti giovani che provengono dalle periferie disagiate questo elemento può diventare un gesto che va a riscattare una vita vissuta come sbagliata, segnata da condotte illecite o poco legate ai principi religiosi. Per altri l’idea di diventare martiri coincide col testimoniare, con la propria scelta, un percorso in cui si dimostra che si è stati coerenti fino in fondo. È evidente che la credenza del martirio deve essere fatta propria in pieno. Non è escluso il ripensamento. Pensiamo al caso, probabilmente, dell’ultimo membro del commando di Parigi che sembra essersi sottratto a questo compito. In fondo si tratta di togliere la vita ad altre persone e a se stessi.

Restando in tema, alcuni giornalisti sostengono che il martirio, ovvero l’immolarsi per la causa, spesso equivalente al diventare un kamikaze, in realtà abbia poche valenze religiose o spirituali ma sia dettato da un bisogno economico estremo. In altre parole i martiri acconsentono a diventare tali perché in cambio hanno ricevuto la promessa di un indennizzo/risarcimento per i familiari. Ritiene che questa si possa effettivamente spiegare solo ricorrendo a tale motivazione? Ed è possibile formulare una tale ipotesi anche per i foreign fighter? 

Ci sono casi molto diversi, può esserci anche l’elemento della compensazione materiale. Ma non è questo l’elemento determinante, che io penso sia legato all’idea di sacrificio di sé per una causa superiore. Lo abbiamo visto anche con i tanti casi di suicidio in Iraq e Siria: molti foreign fighter che si sono fatti saltare in aria lo hanno visto come la logica conclusione di un percorso di rifiuto dell’esistenza precedente ed è come se si cercasse, con questa scelta, di tagliare i ponti con tutto quello che era terreno per porsi in un piano extra-mondano. Il motto che ripetono spesso è: non c’è altra ricompensa più grande del martirio, visto come un qualcosa che regala una forte identità personale e consente di metterla al servizio della causa.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Il titolo del suo saggio è molto emblematico, ma “ultima” è da intendersi nel senso di “definitiva” o nel senso di “più recente”, l’ultima in ordine cronologico? Cioè, ritiene possibile pensare a un’utopia in grado di fronteggiare quella proposta dall’Isis?

Le utopie si presentano ciclicamente, quando ho scelto il titolo “ultima” l’ho legata sia al fatto che io leggo il radicalismo islamico come l’ultima grande utopia del Novecento, anche se i suoi effetti si vedono nel nuovo millennio, e al contempo è come se fosse l’ultima perché oltre questa sembra non esserci più niente. Questa può essere l’ultima utopia che si realizza anche attraverso la morte, per cui diventa una dimensione in cui la vicenda extra-terrena ha altrettanta e forse maggiore rilevanza di quanto accade nel regno del qui e ora.

http://www.sulromanzo.it/blog/chi-sono-i-foreign-fighter-il-radicalismo-islamico-l-ultima-grande-utopia-del-novecento

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Tra vecchi e nuovi schiavi, cosa insegna la Storia?

01 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Tra vecchi e nuovi schiavi, cosa insegna la storia?

«Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma siamo tutti nati per essere fratelli». Con queste parole Nelson Mandela denunciava una delle pratiche più riprovevoli perpetrare ai danni degli indifesi, di persone fisicamente o economicamente più deboli. La limitazione o addirittura la privazione dell’altrui libertà, in tutte le sue forme, è quanto di più disumano possa essere concepito eppure la si ritrova in tutti i periodi della Storia, comprese le pagine che stiamo ancora scrivendo.

L’edizione 2016 del Festival internazionale della Storia, che si terrà a Gorizia tra il 19 e il 22 maggio avrà proprio come tema la schiavitù. “Schiavi” è il titolo scelto per èStoria che sarà, nelle intenzioni degli organizzatori, un’occasione per «riflettere sulla libertà negata, la libertà cercata e la libertà conquistata».

La schiavitù, pur essendo stata abolita, non appartiene al passato e rappresenta ancora una condanna o una minaccia sempre in agguato. Quanto siamo realmente liberi? Le dipendenze, i condizionamenti, i bisogni indotti, le limitazioni di vario genere quanto vanno a intaccare la nostra libertà rendendoci degli schiavi moderni più o meno consapevoli della nostra condizione?

Ne abbiamo parlato con il direttore del Festival Adriano Ossola.

èStoria 2016, il festival internazionale della Storia giunto alla dodicesima edizione, avrà come titolo e come tema “Schiavi”. Perché l’interesse per un tale tema? E come pensate di declinarlo in seno al programma del Festival?

Abbiamo scelto questo tema colpiti da due aspetti: il primo, l’enorme rilevanza delle varie schiavitù nei più diversi contesti storici e geografici, culture e civiltà differenti e distanti sono state accomunate da processi di limitazione o soppressione delle libertà individuali in maniera determinante. Il secondo, la vulgata vorrebbe che con la grande lotta dei movimenti anti-abolizionisti soprattutto dell’Ottocento, e in particolare con la vittoria degli Stati Uniti sulla Confederazione nella guerra civile americana, la schiavitù sia stata debellata e sorpassata. Non è così, o perlomeno non del tutto: vanno affrontate non solo alcune dinamiche successive come il razzismo e la segregazione razziale, ma una sussistenza dello schiavismo tout court in diverse aree del mondo.

Il Festival cercherà quindi di fornire una panoramica sulla schiavitù in diverse epoche, sulle forme di lotta e recupero della libertà, sul dibattito intellettuale che si è occupato di libertà e schiavitù. Non mancherà l’attenzione al mondo contemporaneo: con il contributo di studiosi, giornalisti, artisti e scrittori cercheremo di suggerire alcuni spunti di riflessione.

Privare un essere umano della sua libertà non è certo “naturale” ma storicamente la schiavitù è sempre esistita. È possibile leggere la Storia come storia di schiavitù e di liberazione da questa?

Questa domanda potrebbe essere senz’altro uno dei fili conduttori dei vari incontri del Festival: sarà interessante scoprire le risposte suggerite e, forse più ancora, gli ulteriori interrogativi che si succederanno nel corso dei dibattiti.

Pur essendo stata abolita, la schiavitù non è sparita: sotto quali forme continua a esistere nella società odierna?

Il lavoro coatto in condizioni disumane, gli abusi su bambini (impiegati a seconda delle zone come soldati, manodopera sfruttata o vera e propria merce), gravi forme di discriminazione femminile, la prostituzione forzata, il traffico di esseri umani nei processi di immigrazione: sono le forme più eclatanti della prosecuzione della schiavitù. Nel contesto occidentale, invece, esistono altre forme di limitazione della libertà: oltre all’erosione di alcuni diritti che fino a pochi anni fa si ritenevano definitivamente acquisiti, è interessante pensare alle dipendenze (droghe, alcolici, gioco d’azzardo, per citarne alcune) e ai condizionamenti di cui non sempre siamo consapevoli, ma che possono influenzare pesantemente scelte e comportamenti.

Per quale motivo non si riesce a estirparla?

Alcune aree del mondo vedono fasce troppo ampie di popolazione in condizioni economiche totalmente insufficienti e con poco o nullo accesso all’educazione. La poca attenzione ai diritti umani consente a soggetti pre-potenti di operare abusi gravi nel silenzio della pubblica opinione, dei mass-media e anche delle società di paesi democratici, troppo distanti e disattente.

Tra vecchi e nuovi schiavi, cosa insegna la storia?

Diversi studiosi hanno focalizzato il problema della disinformazione nella diffusione della comunicazione di massa con i massmedia che hanno portato al «genocidio del pluralismo culturale» sosteneva Pasolini. Ritiene che il controllo dell’informazione sia o possa essere stato in qualche modo impiegato per portare avanti una moderna forma di schiavitù mentale?

Senz’altro il maggiore accesso alle informazioni consentito in primo luogo dal web non si è sviluppato sempre di pari passi con il pluralismo. Le capacità critiche e analitiche dell’opinione pubblica possono essere manipolate e condizionate: generare allarmismo e paura, o semplicemente indifferenza, e annacquare il dibattito pubblico, conduce la società civile a essere meno consapevole e più asservibile.

Una delle nuove forme di schiavitù è il lavoro “coatto”, diverso nella forma ma non nella sostanza da quello anticamente chiamato “lavoro forzato”. Costringere qualcuno a lavorare per sopravvivere ricorda molto quanto accadeva nei lager nazisti ma studi confermano che è una prassi, purtroppo, molto diffusa anche oggi. Pure laddove non è presente uno stato sociale tale da vigilare non dovrebbero a parer suo intervenire con maggiore efficacia enti e organismi internazionali?

Certo. Il Festival indagherà per quanto possibile anche su questi aspetti: esiste una legislazione attenta a perseguire queste devianze dal diritto? Se esiste, quali sono i suoi strumenti di vigilanza e intervento? E, soprattutto, chi (e come) cerca di condizionare le autorità competenti?

Libertà negata, libertà cercata e libertà conquistata. Possiamo affiancare queste forme di coercizione, di rivolta o di rivalsa a determinati momenti storici di uno stato o nazione oppure si ritrovano in ogni periodo?

Come molti aspetti determinanti per la condizione umana, il processo della libertà non è assente in nessuna epoca: vi sono però momenti in cui il tema diventa più urgente e emerge via via al centro degli avvenimenti, o all’improvviso esplode con forza inarrestabile. Tutte le rivoluzioni, le restaurazioni, le ideologie o i regimi hanno assunto una posizione a proposito, ciascun grande progetto politico ha implicato una riflessione sulla libertà, appassionando leader delle nazioni e intellettuali di tutte le discipline.

Nel corso di èStoria 2016 «ancora una volta la storia interrogherà la letteratura, il diritto, la fede, l’economia, il giornalismo e numerose altre discipline». Come si relaziona l’analisi storica della schiavitù con gli altri aspetti del sapere e della conoscenza?

Naturalmente le testimonianze del passato, anche quando sono letterarie, artistiche o spirituali, sono oggetto di riflessione e stimolo per il dibattito storiografico. Una sola esposizione degli eventi, lontani o vicini, risulterebbe piuttosto arida se non si accompagnasse ad approcci che chiamino in causa, ad esempio, il mondo del diritto o quello dell’economia, voci necessarie per una comprensione a tutto tondo di ogni fenomeno, e senz’altro della schiavitù. Inoltre, per un Festival, avvicinarsi a un tema in maniera multidisciplinare consente di relazionarsi non solo con un pubblico di addetti ai lavori o appassionati di storia, ma anche con le persone incuriosite proprio dagli aspetti della discussione che si intersecano con altri rami del pensiero.

http://www.sulromanzo.it/blog/tra-vecchi-e-nuovi-schiavi-cosa-insegna-la-storia

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia, colonia degli inglesi

26 giovedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Chiarelettere, ColoniaItalia, GiovanniFasanella, intervista, MarioJoseCereghino, NWO, ordinemondiale, saggio

L'Italia, colonia degli inglesi

Perché per tutto il Novecento gli inglesi hanno considerato l’Italia una loro “colonia”? Perché hanno messo in moto una vera e propria “macchina della propaganda occulta” per pilotare le decisioni dei governi attraverso il condizionamento dell’opinione pubblica? Cosa sarebbe accaduto se così non fosse stato? Cosa è diventata l’Italia oggi?

Ne abbiamo parlato con Giovanni Fasanella, co-autore con Mario José Cereghino, di Colonia Italia. Giornali, Radio e Tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top-secret di Londra (Chiarelettere, 2015).

Tramite lo studio incrociato dei documenti desecretati, custoditi negli Archivi di Stato di Londra, e di articoli e reportage dell’epoca, Fasanella e Cereghino hanno ricostruito i vari passaggi seguiti, e a volte precedenti, ai grandi eventi della Storia italiana del secolo scorso nonché delle vicende legate a grandi personaggi, uomini politici e membri noti della classe dirigente: la Disinformatia che ha preceduto l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, la propaganda fascista, gli scandali De Gasperi e Piccioni, Mattei e la politica energetica dell’Eni, il caso Moro, la strage di piazza Fontana… focalizzando su ciò che ha rappresentato il mezzo per arrivare alla società contemporanea, il motore dello sviluppo industriale e capitalistico, il motivo di tanti conflitti, il destino di intere popolazioni: l’oro nero.

Il titolo del libro è tanto preciso quanto inquietante. Davvero possiamo parlare dell’Italia come di una vera e propria colonia inglese?

Così l’Italia è stata considerata dagli inglesi. Perché la posizione geografica del nostro Paese, proprio al centro del Mediterraneo, era di fondamentale importanza strategica per gli interessi inglesi in mare, nel Nord e nell’Africa tutta, nel Medio Oriente. Quindi, dal punto di vista britannico, controllare l’Italia significava controllare meglio i propri interessi, le proprie rotte commerciali e i propri domini coloniali. Per esercitare con più efficacia questo controllo sulle scelte politiche dei partiti e dei governi italiani, era necessario innanzitutto avere il controllo dei mezzi di comunicazione: giornali, radio, televisioni, ma anche intellettuali e opinion leader. Controllare i mezzi di comunicazione di massa che potevano influenzare l’opinione pubblica la quale, a sua volta, poteva condizionare le scelte dei governi.

L'Italia, colonia degli inglesi

A partire da quale momento storico si comincia a parlare di “colonia Italia”?

Va precisato che questo ovviamente non significa che tale, ovvero “colonia”, si sentisse e operasse la classe dirigente italiana del dopoguerra.

L’idea che gli inglesi avevano dell’Italia come di un loro protettorato nasceva dai tempi del Risorgimento visto il contributo offerto dagli inglesi al processo unitario italiano, ma anche e soprattutto dall’esito della seconda guerra mondiale. Dal punto di vista britannico, l’Italia questa guerra l’aveva persa e c’è una differenza tra il modo in cui americani e inglesi hanno considerato il “problema italiano”. Per gli americani eravamo un Paese co-belligerante, con cui insieme si era sconfitto il fascismo. Mentre gli inglesi ci consideravano vinti, battutti. Quando, dopo la guerra, le potenze vincitrici si divisero il mondo in aree di influenza, da un lato i Paesi-satellite dell’Unione sovietica, dall’altro la Nato, dentro il contesto atlantico l’Italia venne considerata dagli inglesi, con il beneplacito degli americani, un loro protettorato, una loro “colonia”.

Con quali mezzi veniva effettuato il controllo?

Dai documenti visionati è emersa l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta attraverso la quale gli inglesi controllavano il sistema italiano dell’informazione e quindi l’opinione pubblica. Documenti custoditi negli archivi di Stato di Londra, desecretati, anche se non completamente. Da questi abbiamo appreso anche i meccanismi di reclutamento e di funzionamento. Questa “macchina” produceva veline vere e proprie, analisi sui grandi fatti, sulle situazioni… e, a volte, persino articoli già preconfezionati destinati alla pubblicazione sui giornali italiani.

Ci sono testimonianze dell’effettivo impiego di questi articoli?

Purtroppo sì e portano anche la firma di autorevoli giornalisti. È necessaria però una precisazione: nel libro noi raccontiamo il punto di vista degli inglesi e, in appendice, pubblichiamo una lista di trecento nomi, che rappresentano la mera punta dell’iceberg di quelli che gli stessi inglesi chiamano “clienti” della propaganda occulta, cioè i destinatari diretti dei loro materiali, avvicinati e/o attenzionati. Parliamo di giornalisti, opinionisti, direttori di testate… Ma non è dato stabilire il grado di consapevolezza con cui hanno agito, fino a prova contraria dobbiamo immaginare che sia avvenuto a loro insaputa.

L'Italia, colonia degli inglesi

Ci sono stati dei periodi in cui questa “macchina della propaganda occulta” ha agito con più fervore?

È successo alla vigilia della prima guerra mondiale, quando attraverso la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, le nostre autorità politiche furono indotte a rompere l’alleanza con gli imperi centrali, Germania e Austro-Ungheria, e passare prima alla neutralità e poi a entrare direttamente in guerra al fianco degli Alleati.

Saltiamo il periodo fascista e la seconda guerra mondiale, che sono contesti molto particolari, ma nell’immediato dopoguerra, ad esempio, questa macchina della propaganda fu trasformata addirittura in “macchina del fango” contro Alcide de Gasperi e il suo erede politico Attilio Piccioni.

Nel submandato britannico il governo italiano mise Enrico Mattei alla presidenza dell’Agip per scioglierla, perché gli inglesi non volevano che l’Italia avesse una compagnia petrolifera di Stato. Perché alla fine il filo che attraversa tutta questa storia è il petrolio.

Senonché Mattei, con l’appoggio di De Gasperi, fonda l’Eni che da subito inizia una politica molto aggressiva in Nord Africa e Medio Oriente, aree che gli inglesi consideravano «seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa».

La reazione di Winston Churchill, premier del governo britannico allorquando l’Eni violò l’embargo imposto dalla Gran Bretagna all’Iran di Mossadeq, il quale aveva espulso dalla Persia le compagnie petrolifere britanniche, come si legge in un documento, fu di imporre ai propri apparati una lezione agli italiani per far loro capire quanto quella politica disturbasse gli interessi del governo inglese. Mentre in Iran organizzavano il colpo di Stato per rovesciare Mossadeq, contemporaneamente in Italia attivarono la macchina del fango contro De Gasperi e Piccioni.

Due grandi scandali del dopoguerra che esplosero contestualmente furono quello delle false lettere Guareschi-De Gasperi e il casoWilma Montesi che vide coinvolto Piero, figlio di Attilio Piccioni. Alla fine sia De Gasperi che Piccioni, travolti dalla macchina del fango, furono entrambi costretti a uscire dalla scena politica italiana.

L'Italia, colonia degli inglesi

Noi abbiamo ricostruito, con lo studio dei documenti inglesi, tutte le varie fasi di quegli scandali e abbiamo scoperto come a innescarli prima e alimentarli poi fossero stati giornali anglofili, giornali e giornalisti in contatto con la macchina della propaganda occulta britannica e, quando questi scandali scemavano, a riaccenderli ci pensavano ancora giornali e giornalisti di area anglofila.

Tutto ciò è successo con Enrico Mattei, negli anni della presidenza Eni, ed è successo anche con Aldo Moro. C’era una grande parte della classe dirigente italiana che non accettava l’idea di essere un protettorato britannico e conduceva una politica, soprattutto energetica, in contrasto con i diktat degli interessi britannici.

Mattei nei documenti viene definito «un pericolo mortale per gli interessi nel mondo, una verruca, un’escrescenza da rimuovere con ogni mezzo». Nel 1972, tre mesi prima che morisse nell’incidente aereo, che incidente non fu bensì un sabotaggio, in un documento si legge: «abbiamo tentato di fermare Mattei in ogni modo, non ci siamo riusciti, forse è arrivato il momento di cablare la pratica alla nostra intelligence».

L'Italia, colonia degli inglesi

E lo stesso trattamento venne riservato poi ad Aldo Moro. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, diversi furono i tentativi di colpo di Stato per fermare la politica morotea, compreso il famoso golpe borghese bloccato sul filo di lana dagli americani. Nella prima metà del 1976 dopo l’ennesimo tentativo fallito, a causa dell’intervento americano e tedesco non francese, leggiamo ancora nei documenti: «Impossibile attuare un colpo di Stato militare classico, approccio a una diversa azione sovversiva contro Moro». Quale potesse essere questa diversa azione sovversiva non è dato conoscere perché quella parte di documento è ancora secretata.

Un ruolo simile possono averlo avuto anche in quella che è stata definita “strategia della tensione” seguita alla strage di piazza Fontana?

Nel libro adombriamo il sospetto, direi anche qualcosa di più di un sospetto, sul ruolo di una mente britannica, con ovviamente una mano o una manovalanza italiana, nella strage di piazza Fontana e in tutto quello che venne dopo. Fra i tanti documenti che pubblichiamo, ce n’è uno importante, del capo della macchina della propaganda occulta dell’Ambasciata britannica a Roma nel quale si sottolineano gli scarsi effetti avuti, paragonati a «una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Bisogna passare ad altri metodi e spetta a noi architettarli».

Quali altri metodi? Ancora una volta non ci è dato conoscere. Siamo nel 1979 e sappiamo quello che accadde successivamente. Ricostruendo la Storia tramite i quotidiani e i documenti dell’epoca dimostriamo nel testo che già una settimana prima della strage di piazza Fontana la stampa britannica dà la chiave di lettura politica di quello che sarebbe successo dopo.

La strategia della tensione è strage di Stato, cioè un fenomeno tutto interno che esclude completamente il contesto internazionale. Questo fu una sorta di depistaggio preventivo teso a dare un’interpretazione distorta dei fatti.

Senza l’influenza britannica come sarebbe stata la storia dell’Italia del secolo scorso?

È difficile fare la Storia con i se e con i ma. Possiamo dire tuttavia che, nonostante tutto, si annoverano tanti nomi di grande spessore nella classe dirigente italiana del Novecento. Grazie a loro il nostro Paese è cresciuto, ha fortificato il proprio tessuto economico, ha avuto un grande prestigio internazionale, capace di esercitare la propria egemonia e la propria leadership nel Mediterraneo, un punto di riferimento per i Paesi in via di sviluppo. Grazie a quella politica l’Italia, un Paese che secondo gli inglesi si sarebbe ripreso dalla guerra ma moderatamente, è arrivata a un certo punto ad essere la quarta, la quinta potenza economica a livello mondiale, scavalcando persino la Gran Bretagna. Mentre l’Italia cresceva, la Gran Bretagna perdeva via via il proprio status di impero coloniale, di grande potenza globale.

Poi tutto questo si è interrotto bruscamente, drammaticamente col sequestro e l’assassinio di Aldo Moro a cui ha fatto seguito un periodo di crisi, sempre più profonda, politica, istituzionale, economica, di leadership. L’Italia ha perso prestigio sia dal punto di vista interno che internazionale. Quello che è oggi lo vediamo tutti: il Paese più povero, che ha smantellato gran parte del proprio apparato produttivo nei settori di eccellenza, svenduto attraverso le privatizzazioni gestite dalle grandi banche d’affari anglosassoni, con una classe dirigente mediocre, povera sotto ogni punto di vista, incapace di una visione strategica e screditata sulla scena internazionale.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-colonia-degli-inglesi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’Isis”, intervista a Sergio Romano

19 giovedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Laquartasponda, Longanesi, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, saggio, SergioRomano, terrore, Terrorismo

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

A meno di un anno dall’assalto alla redazione della rivista satirica «Charlie Hebdo», il 13 novembre 2015 Parigi subisce un nuovo attacco terroristico, questa volta diffuso. Sei volte in 33 minuti, almeno129 morti e oltre 300 feriti. Questi i numeri della carneficina di venerdì notte.

Perché Parigi? Perché la Francia? Tutto l’Occidente si interroga, chiedendosi se la scelta caduta su la Ville Lumière sia motivata oppure se il commando kamikaze abbia agito all’impazzata, a caso, e questo significa che potrebbero colpire chiunque, dovunque, in qualsiasi momento. Minacce vere o presunte all’Italia e alla sua capitale mettono in allerta anche gli italiani alla soglia del Giubileo.

Il presidente Hollande ha così indicato lo schema d’attacco: «ideato in Siria, pianificato il Belgio, eseguito in Francia. Un modello usato in precedenza su scala minore che ora rischia di essere riprodotto anche in altre parti d’Europa e non solo».

Ne abbiamo parlato con Sergio Romano, già ambasciatore NATO e a Mosca, attualmente editorialista del «Corriere della Sera» e di «Panorama», in occasione della pubblicazione, per Longanesi, nella nuova edizione, aggiornata, de La quarta sponda. Quella compiuta dall’autore è un’attenta analisi volta a capire i conflitti tra Occidente e Islam, gli scontri interni al mondo islamico nonché gli errori strategici dei Paesi europei e degli Stati Uniti.

Gli attentati di Parigi confermano il tentativo dell’ISIS di portare la guerra in Occidente, concretizzando un obiettivo ampiamente dichiarato. Come s’inserisce questo all’interno dell’attuale scenario geopolitico internazionale?

Credo che l’attacco di Parigi sia un contrattacco, provocato dalle difficoltà in cui si trova l’Isis nei territori di Iraq e Siria. In queste ultime settimane, l’Isis ha subito una serie di disfatte, alcuni suoi leader sono stati uccisi, sta perdendo una parte del territorio che aveva conquistato… la coalizione che si è formata nel corso degli ultimi mesi sta quindi producendo dei risultati piuttosto positivi. I bombardamenti aerei sembrano funzionare. Ed è questa la ragione per cui io credo che l’Isis, a un certo punto, abbia deciso di cercare di rovesciare la situazione colpendo il fronte interno.

Ha colpito la Francia perché questa è, da un certo punto di vista, il Paese più vulnerabile. Ha la maggiore comunità musulmana in Europa, con l’eccezione della Russia naturalmente, dove i musulmani sono molto più numerosi ma il Paese è più lontano.

Questa comunità musulmana agli occhi dell’Isis è un serbatoio di volontari. Sono le comunità musulmane nei Paesi occidentali che possono maggiormente fornire quelli che sono stati definiti foreign fighters.

Credo che la tattica, o strategia, dell’Isis vada vista sotto questa luce: sta combattendo, o sta cercando di combattere in Francia perché sta perdendo terreno in Iraq e in Siria dove ha il suo territorio. La debolezza dell’Isis in questo momento offre alla coalizione la possibilità di agire con maggiore efficacia, soprattutto se riuscisse a diventare più omogenea e più organica.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

In molti sostengono che quella dell’Isis sia una guerra interna all’Islam. Fino a quale misura possiamo ritenere fondata una tale affermazione?

L’Isis è un movimento sunnita e noi sappiamo che in questi ultimi anni la destabilizzazione del Medio Oriente ha provocato il risveglio di un vecchio conflitto religioso tra le due anime dell’Islam, i sunniti e gli sciiti. Non c’è dubbio che questa vecchia ruggine fra le due maggiori componenti dell’Islam ha in qualche modo contribuito a rendere il conflitto ancora più aspro.

Il principale obiettivo dell’Islam sono i Paesi occidentali ma non escludo effettivamente che questa sorta di guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti esplosa nuovamente sia diventata importante, soprattutto per i grandi Paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran, vale a dire i Paesi che sono la maggiore espressione delle due grandi anime dell’Islam.

Oggi, in molti rimpiangono il regime di Gheddafi, quasi fosse l’unica soluzione possibile ad arginare l’avanzata dell’Isis. Lei stesso sottolinea i danni generati dall’interventismo francese. Quali sono le conseguenze più significative?

Anzitutto la spedizione anglo-francese fu sbagliata perché non avevano preso in considerazione quale sarebbe stato l’assetto politico-costituzionale della Libia dopo la scomparsa di Gheddafi. Quando si vuole eliminare un regime, bisognerebbe sempre avere delle idee abbastanza chiare su ciò che dovrà accadere il giorno dopo, e questo non è accaduto. In quel momento, nel 2011, l’Isis non rappresentava un problema. Non avevano preso in considerazione il fatto che la struttura della società libica è tribale, con conflitti interni che sarebbero, come è accaduto, riesplosi.

Poi l’Isis ha approfittato di questa situazione caotica in Libia dopo il fallimento dell’operazione anglo-francese per intervenire. È così che in genere il radicalismo, l’integralismo islamico appare sulla scena. È già accaduto nel caso di Al-Qaeda.

Non c’era Al-Qaeda in Iraq nel 2003 quando gli Stati Uniti invasero e occuparono il Paese, apparve nel momento in cui, avendo disintegrato il regime di Saddam Hussein, trovarono spazio per le loro ambizioni, per i loro piani strategici.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Ne La quarta sponda, inquadra la questione libica anche all’interno del contesto delle rivolte di Tunisia ed Egitto del 2010. Queste rivolte rappresentano la “primavera araba” come indicato dalla stampa internazionale? E come s’inseriscono nel processo di diffusione dell’Isis?

Credo che non dovremmo più parlare di “primavera araba”, piuttosto constatare che quei movimenti, quelle piazze piene di gente che protestava contro il regime di Ben Ali in Tunisia e contro quello di Mubarak in Egitto erano il segno di una protesta reale, non c’è dubbio che c’era una grande insoddisfazione, soprattutto generazionale. Nuove generazioni che avevano in qualche modo ambizioni suscitate anche dal fatto che potevano, a differenza dei loro padri e dei loro nonni, vedere meglio grazie alle nuove tecnologie quello che stava accadendo altrove, quello che la modernità rappresentava in altri Paesi.

Però in quelle piazze non c’erano movimenti o partiti politici quindi sono certamente riusciti a cacciare Ben Ali e far dimettere Mubarak ma non sono stati in grado poi di istituire un regime nuovo, creare nuove stabilità basate su progetti organici e quindi i paesi sono in modo diverso precipitati nel caos.

Le rivolte arabe, se vogliamo continuare a chiamarle così, non furono vere rivoluzioni, bensì manifestazioni di disagio economico e sociale. Riuscirono a distruggere il regime esistente ma quel regime venne poi sostituito da altri e, nel caso dell’Egitto, abbiamo un regime di carattere militare.

Lei sottolinea il filo diretto che lega «lo sbarco a Tripoli e il colpo di pistola sparato a Sarajevo il 28 giugno 1914» ma precisa che questo legame si «intreccia con altri più antichi che imprigionano l’Europa in una fitta trama». A cosa si riferisce in particolare?

La tesi secondo cui la guerra libica ebbe l’effetto di provocare le guerre balcaniche e una serie di avvenimenti che si conclusero sì con quel colpo di pistola sparato a Sarajevo, ma le cause furono altre e numerose. Anzitutto vi era il declino di tutti gli imperi, che già da molto tempo davano segni di grande malessere.

Il primo, l’impero ottomano, che stava declinando ormai da molto tempo. L’altro, l’impero austro-ungarico, che proprio per salvare se stesso volle trasformare l’attentato all’arciduca nell’occasione per regolare i conti con la Serbia e ricostituire la propria influenza nei Balcani.

Quindi la Libia giocò la sua parte, come tanti altri eventi, ma non possiamo stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Lei paragona quanto sta accadendo in Libia ora a quanto accaduto in Iraq nel 2003. Alcuni ritengono che l’idea di Stato islamico sia sorta proprio dai deposti membri dello sconfitto esercito di Saddam. Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile anche in Libia?

La Libia è molto più frammentata, è un Paese tribale. In Iraq la situazione non è così. Esistono dei grandi gruppi etnico-religiosi che sono per l’appunto la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, i curdi nel Nord, ma non credo che sia facile e giusto stabilire un confronto troppo stretto tra gli avvenimenti libici e quelli iracheni. In Iraq le strutture statali preesistenti non sono mai state completamente distrutte. Ancora oggi rimane traccia di strutture statali importanti: le università, i tribunali, la gestione politico-amministrativa delle varie province. In Libia non c’è nulla. Quel poco che c’era è praticamente scomparso. Il Paese è in preda a una sorta di caos, di anarchia.

Nel caso dell’Iraq è certamente vero che il corpo degli ufficiali e dei sotto-ufficiali dell’esercito iracheno, l’esercito di Saddam Hussein per intenderci, quando è stato licenziato, congedato dalla primissima amministrazione americana, dopo la fine del conflitto, ha in qualche modo cercato di ricollocarsi, sia per ragioni di disoccupazione professionale sia anche per ragioni politiche, all’interno di un’altra organizzazione.

L’estremismo religioso di Al-Qaeda prima e dell’Isis dopo si è servito di queste competenze professionali, erano ufficiali e sotto-ufficiali che conoscevano il loro mestiere. Per otto anni avevano combattuto contro l’Iran quindi erano eserciti, non all’altezza di quelli europei, ma avevano una loro struttura che poteva tornare utile a qualcun altro, come poi effettivamente è accaduto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Rispetto alla crisi siriana, lei individua nell’atteggiamento dei Paesi europei e degli Stati Uniti un elemento di debolezza, dovuto al loro essere «tormentati e paralizzati da opposti sentimenti». In che modo, secondo lei, si sarebbe potuta affrontare la questione siriana?

Nel regime di Bashar al-Assadvi erano componenti di opposizione di grande importanza.Era un regime clientelare però basato sulla fedeltà di un grande gruppo, l’alauita, e quindi già dagli anni del padre di Bashar al-Assad esisteva un’opposizione sunnita, che era stata repressa sanguinosamente da Hafiz al-Assad. Il regime aveva una sua intrinseca instabilità ma era anche in grado di difendersi e lo ha dimostrato e lo sta dimostrando con una guerra che si è protratta per molto tempo.

Non farei confronti troppo stretti tra Siria e Libia. Dopotutto Bashar al-Assad sta sempre lì e può sempre contare su sostegni internazionali importanti, che sono quelli dell’Iran e della Russia.

Il regime di Bashar al-Assad, come quello di Saddam Hussein, era un regime laico; entrambi avevano cercato di fondare la loro esistenza su principi desunti dall’Occidente. Il partito al potere, sia in Iraq che in Siria, era il partito Ba’th, nazionalista e socialista, con una forte componente laica. Saddam Hussein non ha mai avuto rapporti con Al-Qaeda, anche se questa era l’accusa da parte degli Stati Uniti, l’argomento o il pretesto per cui hanno deciso di fargli la guerra.

Paradossalmente era più simile a uno stato europeo quello di Bashar al-Assad, ma anche quello di Saddam Hussein insieme all’Egitto, di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Alcuni schieramenti politici italiani richiedono a gran voce l’adozione di due soluzioni: il bombardamento della Siria e la chiusura delle frontiere bloccando il flusso migratorio in entrata. Questa può essere una soluzione per difenderci dagli attacchi dell’Isis in Europa, oppure presenta pericoli ancora peggiori?

Chi ha questi obiettivi? C’è di sicuro un desiderio turco di creare delle zone di interdizione aerea che se decise su scala internazionale, nell’area occidentale, avrebbero significato naturalmente aiutare, sostenere Erdogan e la Turchia a meglio colpire il regime di Bashar al-Assad.

I turchi continuano a proporre questa soluzione ma mi sembra con minore insistenza, anche perché si sono resi conto che il nemico non è più veramente Bashar al-Assad, il nemico adesso è l’Isis.

http://www.sulromanzo.it/blog/gli-attentati-di-parigi-sono-il-contrattacco-dell-isis-intervista-a-sergio-romano

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Avarizia” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2015)

18 mercoledì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Avarizia, EmilianoFittipaldi, Feltrinelli, intervista, saggio, Vatileaks

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

Il 4 novembre è uscito nella collana Serie Bianca di Feltrinelli il libro del giornalista Emiliano Fittipaldi, Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco, che ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda

Base di partenza dell’inchiesta condotta dall’autore sono i documenti a lui consegnati da un monsignore per «Francesco. Che deve sapere» che:

  • Lo Ior ha quattro fondi di beneficenza avari come Arpagone.
  • La Santa Sede per guadagnare più soldi ha distribuito tesserini speciali a mezza Roma.
  • Non è solo Bertone che vive in trecento metri quadri.
  • Il Vaticano ha investito pure in azioni della Exxson e della Dow Chemical, multinazionali che inquinano e avvelenano.

Il monsignore chiede a Fittipaldi di scrivere un libro perché Bergoglio deve sapere che lo Ior nonostante utili per decine di milioni, con «il fondo per opere missionarie ha regalato quest’anno la miseria di 17 mila euro. Per tutto il mondo».

Emiliano Fittipaldi, giornalista de «L’Espresso», accoglie la richiesta e inizia a studiare tutti i dossier le cui pagine più rappresentative sono riportate inAvarizia.

Il monsignore voleva fare in modo che papa Francesco sapesse anche che «i salesiani investono in società in Lussemburgo, i francescani in Svizzera, che diocesi all’estero hanno comprato società proprietarie di televisioni porno», noi, desiderosi di conoscere molto altro ancora e concordi con l’autore il quale sostiene che «se il denaro è lo sterco del diavolo, in Vaticano sembra valere il detto pecunia non olet», gli abbiamo rivolto delle domande sul libro e in generale sullo scandalo definito da alcuni Vatileaks 2.

 Avarizia è un titolo molto forte, che colpisce direttamente al cuore dei lettori. Quanto è pericolosa una Chiesa avara verso gli indigenti?

Non credo che tutta la Chiesa sia avara. Credo, come dimostro nella mia inchiesta, che in Vaticano ci sia ancora un rapporto distorto con il denaro. Se Papa Francesco auspica una «Chiesa povera per i poveri» e poi si scopre che i soldi della Fondazione del Bambin Gesù vengono usati per ristrutturare la casa del cardinale Tarcisio Bertone o che la beneficenza dei fedeli dell’Obolo di San Pietro finisce «per esborsi di curia e dicasteri», come sottolinea un rapporto di MoneyVal, è chiaro che siamo ancora molto lontani dalprogetto pauperistico di Bergoglio.

Ma l’avarizia è solo una faccia della medaglia, l’altra sembra essere rappresentata dall’ingordigia e dalla vanagloria. La Chiesa di Papa Francesco sarà ricordata per quest’ambiguità oppure per aver fatto chiarezza?

Prima dell’uscita del mio libro tutta la stampa mondiale, grazie alla propaganda vaticana, aveva deciso che Francesco era riuscito a risolvere scandali e imbarazzi in due anni di pontificato. Ora qualcuno, dopo la mia inchiesta, parla già di fallimento. Io propenderei per giudizi meno affrettati: la volontà riformatrice del Papa non è in discussione, ma le resistenze interne sono molto più forti di quanto pensassimo. Di certo nessuno deve avere paura della trasparenza: solo così, a mio parere, la trasformazione della Chiesa in senso evangelico potrà proseguire la sua strada.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

«Devi scrivere un libro. Devi scriverlo anche per Francesco. Che deve sapere». Sono le parole pronunciate dal monsignore prima di consegnarle i documenti alla base del libro, che sembra essere nato, o almeno essere stato ispirato, proprio da quest’urgenza. Secondo lei, perché la necessità di informare il Papa dall’esterno?

Perché alcuni, in Vaticano e fuori, consideravano fondamentale che il Papa conoscesse ogni dettaglio dei risultati di alcune commissioni d’inchiesta che lui stesso aveva voluto. Perché non l’hanno fatto usando canali interni e riservati? Forse perché le loro indicazioni non sono state ascoltate, o la loro voce non è arrivata al soglio pontificio. O forse perché, a torto o a ragione, speravano che scoperchiare il vaso di Pandora potesse accelerare l’attività riformatrice. Ma non sta a me dare un risposta: io sono un giornalista che ha il dovere di verificare le notizie e, se vere e di interesse pubblico, di pubblicarle.

La gran parte dei documenti in suo possesso è il frutto del lavoro svolto da Cosea, la Commissione voluta da papa Francesco per far luce sulle finanze della Chiesa. Perché secondo lei Cosea è stata sciolta? Ha portato a compimento i suoi obiettivi?

Solo una parte dei documenti viene da Cosea. Altre informazioni sono frutto del mio personale lavoro d’inchiesta. Cosea è stata sciolta dopo che il suo lavoro di raccolta dati è terminato. La commissione ha anche scritto delle raccomandazioni sulle riforme economiche da effettuare per eliminare gestioni improvvide, scandali e sprechi, ma solo in parte sono state finora seguite.

Nonostante la «leggenda anticlericale che vuole la Chiesa cattolica proprietaria del 20% dell’intero patrimonio immobiliare italiano», si fa un gran parlare in questi giorni di appartamenti e attici lussuosi. In Avarizia, però, si leggono passaggi anche più interessanti, come il fatto che «Apsa e Ior conservano lingotti d’oro per svariati milioni di euro presso la Federal Reserve, il caveau sotto il torrione e qualcuno sospetta che altra parte delle riserve sia conservata nei forzieri svizzeri». Non è che concentrandosi sul “mattone” si alzi solo un gran polverone che potrebbe far dimenticare o passare inosservato tutto il resto?

Il patrimonio immobiliare del Vaticano vale 4 miliardi di euro. Una stima enorme, a cui vanno sommati gli investimenti finanziari dell’Apsa e dello Ior. Nel mio libro però parlo di tutto: gli investimenti all’estero in Lussemburgo e Svizzera, le società immobiliari a Parigi e Londra, il business degli ospedali, gli sprechi di denaro della curia, anche di uomini scelti dal Papa come il cardinale George Pell. I conti segreti dello Ior, che dicevano essere stati eliminati, i trucchi per vendere benzina e tabacchi e fregare il fisco italiano.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

«La promessa informale di girare all’Italia la lista di tutti i clienti sospetti nascosti allo Ior non è stata mantenuta». Ma anche se si riuscisse a ottenerla non si corre il rischio che diventi un’informazione ormai vana visto il tempo intercorso?

No, sarebbe importantissimo che l’Aif, l’autorità finanziaria vaticana, girasse ai nostri investigatori la lista dei presunti evasori. Indicando la cifra detenuta un tempo alla Banca Vaticana e, ovviamente, il Paese e l’istituto su cui è stata bonificata. Con queste informazioni Bankitalia e procure avrebbero la possibilità di riportare qualche bue nella stalla. Non tutti, ma qualcuno si.

Lei scrive di una «partita anti-italiana». Si riferisce solo all’estromissione di tutti i cinque membri italiani dal direttivo Aif o anche ad altro?

Non solo. Se i membri del direttivo Aif sono stati cacciati dopo aver scritto una dura lettera di contestazione contro il presidente dell’Aif, lo svizzero René Brülhart, tutti i cardinali italiani (a parte Calcagno, a capo dell’Apsa) sono stati allontanati dal governo vaticano. Rei, secondo Francesco e i suoi grandi elettori, di aver provocato gli scandali finanziari e mediatici che portarono alle dimissioni di Benedetto XVI. Il fatto è chi li ha sostituito la vecchia guardia non sembra molto diverso.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

È del giornale per cui lavora, «L’Espresso», la denuncia delle frasi choc del direttore di Radio Maria, don Livio Fanzaga, presumibilmente rivolte a lei e a Gianluigi Nuzzi. Don Fanzaga, però, ritorna sulle parole di Bergoglio e chiosa: «Ma siccome il Papa ieri ha parlato di perdono, per carità perdoniamoli». Lei ritiene di avere qualcosa da farsi perdonare?

 Non ho niente da farmi perdonare. Ho fatto solo il mio lavoro.

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Venezia e le grandi navi, l’inesorabile distruzione di una città. Intervista a Roberto Ferrucci

11 mercoledì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Feltrinelli, intervista, Italia, italiani, racconto, RobertoFerrucci, Venezia, Veneziaelaguna

Venezia e le grandi navi, l’inesorabile distruzione di una città

La laguna non è mare. È questo il grido, uno dei tanti, che Roberto Ferrucci rivolge al mondo intero, ma ai veneziani in particolare, affinché venga arginato e pian piano scongiurato il rischio di compiere uno scempio irreparabile alla città di Venezia e alla sua laguna.

«Nel 2015 Venezia, città d’arte mondiale, patrimonio dell’Unesco, non ha un assessore alla Cultura».

Ferrucci, nell’introduzione di Venezia è laguna, non manca di ricordare quanto la cultura «per certi politici, per certi uomini di potere, è un nemico assoluto, in grado di marcarli stretti, di ostacolarli, di smentirli e, alla fine, di smascherarli» e che Venezia non è solo «città della cultura, Venezia è cultura». Il rischio, che egli sottolinea, è che «forse oggi Venezia è in mano a qualcuno che la vuole trasformare in un grande contenitore commerciale, di consumo».

Ciò che Ferrucci teme, quasi quanto il passaggio delle grandi navi lungo i canali della laguna veneziana, è l’apatia dei suoi abitanti. Nutre forte il timore che i veneziani si abbandonino agli accadimenti, smettano di combattere o peggio si lascino abbindolare dalla politica dei posti di lavoro.

«Solo se si ritornerà a pensarla e a rispettarla come città di laguna, accettando la sua preziosa e unica fragilità, Venezia potrà continuare a essere la città più bella e amata al mondo».

È da pochi giorni disponibile in ebook Venezia è laguna (Zoom Feltrinelli, 2015). Un racconto breve che riesce a rendere comunque un’idea precisa di cosa significhi per la città, per il paesaggio, per l’arte e per i residenti il transito delle grandi navi lungo i canali.

Abbiamo rivolto all’autore, Roberto Ferrucci, alcune domande su Venezia è laguna ma anche sui recenti accadimenti che hanno visto incontrarsi e scontrarsi «potere e indignazione, politica e rassegnazione».

Il passaggio delle grandi navi per i canali di Venezia diventa un racconto che lascia al lettore una profonda amarezza. Tra le righe del testo invece si percepisce una grande rabbia propositiva. Cosa pensa accadrà alla Serenissima se non si ferma tutto ciò?

Mi sono accorto che nessuno si era mai avventurato a raccontarla da dentro, la violazione delle grandi navi dentro la laguna di Venezia. Lo avevo già fatto nel romanzo Sentimenti sovversivi (Isbn, 2011) e in Venezia è laguna ho approfondito il percorso narrativo di allora, cercando di raccontare attraverso dei personaggi veneziani che cosa provoca quella violenza non solo alle fragili acque e alle delicate pietre di Venezia, ma anche nell’intimo più profondo di quei cittadini che – come il resto del mondo intero – credono che la scelta di perseverare con questa violenza sia una scelta criminale. I “truffatori del buon senso” e i “sabotatori del paesaggio”, come definisco nel libro le lobby che lucrano su queste crociere, provocano sconquassi non soltanto ambientali, ma anche intimi, sentimentali. Solo la poesia, la narrativa, possono provare a raccontare queste emozioni tanto profonde, invisibili ma dolorose.

Non so se dal libro traspaia una rabbia propositiva. Se è così ne sono soddisfatto, perché in realtà la mia visione è del tutto pessimista. La città è in mano ad affaristi senza scrupoli, alcuni dei quali già protagonisti dello scandalo del Mose (che tratterò in un nuovo libro). Ma ai veneziani non è bastata quella pagina orrenda e vergognosa, e pochi mesi fa hanno votato per un imprenditore. Sia chiaro, lui non c’entra nulla con quello scandalo. Ma ho sempre pensato e scritto, fin dal 1994, che gli imprenditori in politica siano una sciagura. Una sciagura tutta italiana, perché altrove, giustamente, è impedito loro di far politica per via degli inevitabili conflitti di interesse che la storia recente ci ha già detto dove possono portare.

Il nuovo sindaco non ha alcuna intenzione di opporsi o quanto meno di arginare l’ingresso di questi mostri in laguna, al contrario, il suo obiettivo è di aumentarne le entrate, in piena contraddizione con l’altra sua “visione”, cioè quella di limitare, giustamente e ovviamente, il turismo di massa. Idee poche e confuse, direbbe qualcuno. E se nel racconto di Venezia è laguna lascio aperte delle speranze di ravvedimento, se in quelle pagine si respira qua e là un sano ottimismo, io, cittadino e non scrittore, sono del tutto pessimista. Lo dico senza giri di parole: la fine di Venezia è già incominciata, ed è sotto gli occhi di tutti.

Venezia e le grandi navi, l’inesorabile distruzione di una città

In Venezia è laguna lei compie una sorta di parallelismo/gemellaggio tra la città lagunare e Saint-Nazaire con il suo estuario e il suo cantiere navale. Vuol rappresentare una sorta di destini incrociati o più un sentiero circolare che viene chiuso?

Volevo semplicemente sottolineare un’assurdità assoluta. Le grandi navi, i paquebot, come le chiamano i francesi, di una compagnia italiana sono costruite a Saint-Nazaire, dove, di fronte al porto, c’è una residenza per scrittori dove anni fa sono stato invitato. È stata un’esperienza davvero istruttiva ed emozionante visitare quei cantieri, parlare con alcuni ingegneri e operai che ci lavorano. E, soprattutto, con i nazairien, che vivono collettivamente la costruzione dei paquebot, ne seguono le tappe passo passo e ne celebrano il risultato finale. Un rituale meraviglioso, condiviso da tutti, in particolare il giorno del varo finale, durante il quale tutta la città saluta il prodotto di anni di lavoro, e lo guarda dalle rive avviarsi in direzione dell’oceano. L’oceano, il mare, non la laguna.

La saggezza e l’amore dei nazairien si trasforma nella scelleratezza e nel cinismo di alcuni veneziani privi di scrupoli, che ci abbindolano con la demagogia dei posti di lavoro. Che non subirebbero alcun ritocco quando e se un giorno si decidesse di fare entrare in laguna solo navi da crociera dalle dimensioni ridotte. I francesi – ma non soltanto loro – non si sognerebbero mai di far entrare quei mostri dentro una delle loro lagune.

Raccontando dei piccoli gesti quotidiani del protagonista e di Teresa sembra voler rendere partecipe il lettore del profondo cambiamento che comporta per Venezia anche se appare impercettibile, al pari dell’acqua smossa dalle balene bianche di acciaio. I veneziani sono consapevoli di ciò che sta accadendo?

Attraverso i personaggi del mio racconto ho voluto far passare l’indignazione, il dolore, la rabbia, l’incredulità e – ahimè – la rassegnazione dei veneziani di fronte a questo scempio. La maggior parte dei veneziani non ha idea di quel che sta accadendo o, peggio, lo sa ma se ne infischia, perché troppi dei veneziani rimasti sono connessi in un modo o nell’altro nel grande business delle crociere e del turismo in generale. E porta schei, e con questo mettono quel che resta del loro animo in pace.

Nell’introduzione cerca di focalizzare l’attenzione del lettore sulle decisioni politiche prese dal sindaco e sulle scelte che lei indica motivate «dagli schei, dai soldi». C’è realmente il rischio di vedere Venezia «trasformarsi come l’interno di una nave da crociera»?

Venezia è già e da tempo una slot machine diffusa. I veneziani proprietari di appartamenti preferiscono affittare per brevi periodi ai turisti, e a prezzi folli, anziché a qualche famiglia. Anche per questo lo spopolamento è incessante, e i politici non fanno che assecondare questa attitudine suicida e moralmente sudicia. Bar e ristoranti spesso si guardano bene dal rilasciare scontrini e ricevute, oltre a proporre due listini prezzi: uno per i turisti e uno per i veneziani. Una discriminazione in atto da molto tempo. Da troppo tempo è presente un commercio incontrollato e quasi selvaggio, che viene edulcorato ultimamente attraverso la repressione degli ambulanti nordafricani e indiani, facendo credere all’opinione pubblica che quello e solo quello sia il male.

Venezia e le grandi navi, l’inesorabile distruzione di una città

Per chi non è veneziano, resta l’immagine stridente di un mostro enorme di ferro che si staglia contro la delicatezza della città. Ma, per un veneziano come lei, cosa rappresenta tutto questo?

Rappresenta l’idiozia umana. Presente in ciascuno di noi. La mia mi sforzo di incanalarla in direzioni più innocue, che danneggino il meno possibile gli altri, come le mie risposte a questa intervista, magari. Loro la utilizzano contro un tesoro inestimabile dell’umanità e della storia passata presente e futura. Senza scrupoli. Per far schei.

Nel suo intervento agli Stati generali del turismo sostenibile, il ministro Franceschini ha detto: «Il turismo delle grandi navi è benvenuto ma va governato». Mentre per il governatore Zaia questa è una decisione «parente della politica e non del buon senso e dell’economia. Migliaia di posti di lavoro e il 20% del Pil della città di Venezia ringraziano il Partito democratico per questa scelta che uccide un pezzo di economia sana». Ma se c’è il rischio che il passaggio delle grandi navi a Venezia arrechi anche un danno economico alla città lagunare perché, secondo lei, si insiste in questa direzione?

Perché è un arricchimento di pochi, pochissimi, e però potenti, potentissimi. Inoltre vorrei fosse chiara una cosa provata scientificamente: non c’è il rischio che il passaggio provochi danni alla città e alla laguna e ai suoi cittadini. No, c’è la certezza assoluta.

Franceschini, nel già citato intervento, ipotizzava un possibile dirottamento delle grandi navi al porto di Trieste. Potrebbe essere una valida alternativa a parer suo?

È la sola alternativa saggia, intelligente e da praticare al più presto prima che sia troppo tardi. Prima che magari si inizi a scavare un nuovo canale, che comprometterebbe definitivamente il fragilissimo equilibrio delle acque lagunari. Il governo si dia una mossa e prenda una decisione radicale e coraggiosa.

Venezia e le grandi navi, l’inesorabile distruzione di una città

Due anni fa Gabriele Muccino con una lettera indirizzata a Matteo Renzi lanciava una petizione online per fermare il transito delle grandi navi a Venezia. Iniziativa sostenuta da oltre 110.000 firme e chiusa al grido di “Vittoria!”. Il 1 novembre 2014 fu approvato dal governo un piano che stabiliva tra l’altro «precluso il transito delle navi crocieristiche superiori a 96.000 tonnellate di stazza lorda e una riduzione del 20% del numero di navi da crociera di stazza superiore alle 40.000 tonnellate abilitate a transitare per il canale della Giudecca». Cosa è successo in quest’anno?

Ovviamente non è successo nulla. Quelle firme sono state del tutto ignorate. Ma Gabriele Muccino è anche quello che in questi giorni ha avuto la bella pensata di dire che i film di Pier Paolo Pasolini hanno impoverito la sua epoca, che ha girato dei film inutili. E lo dice lui, Muccino, che ha diretto pellicole “memorabili” di bacetti e altri sentimentalismi al rosolio. Lo lascerei perdere, sinceramente. Non saranno certo i Muccino o i Celentano a salvare Venezia. Solo noi veneziani abbiamo la possibilità di farlo, ma tutti i segnali vanno in senso contrario, com’è sotto gli occhi di tutti. Allora, toccherà alle istituzioni internazionali, l’Unione Europea, l’Unesco, che è già molto attenta e dura nei confronti della gestione della città più bella e amata del mondo. E la meno rispettata da noi stessi.

In Venezia è laguna esordisce parlando delle azioni intraprese dal «nuovo sindaco che, appena insediato, ha censurato la mostra fotografica Mostri a Venezia di Gianni Berengo Gardin» motivando la decisione come un tentativo di evitare «una brutta immagine della città». La mostra fotografica di Berengo Gardin a suo parere danneggiava l’immagine di Venezia?

Certo che la danneggia. Ma non nel senso banale e assurdo cui faceva riferimento il sindaco. La danneggia perché mostra lo scempio in atto a Venezia, condiviso anche dal nuovo sindaco. Quella di Berengo Gardin è una visione impietosa e vera, che quotidianamente è sotto gli occhi di tutti quelli che la vogliano vedere anziché fingere per difendere gli interessi di cui ho già parlato. È lo sguardo di un grande maestro che soffre nell’assistere impotente a uno degli atti più distruttivi in atto a Venezia.

Cosa che del resto il sindaco ha implicitamente ammesso quando ha proposto che le navi paghino per entrare in laguna. Vuol dire che anche lui prende atto dei danni che provoca il loro ingresso. Solo che al contempo dice al mondo che Venezia è in vendita. Fatene quel che vi pare, dice, basta che paghiate. Come si fa in certe pratiche che vi lascio immaginare. Questa è Venezia, oggi. E viene da piangere, perché Venezia è laguna, fragile e meravigliosa.

http://www.sulromanzo.it/blog/venezia-e-le-grandi-navi-l-inesorabile-distruzione-di-una-citta

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a S.J. Watson

07 sabato Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Quattro blogger italiani hanno avuto la possibilità di rivolgere una domanda a S.J. Watson, autore del bestseller Non ti addormentare, da poco tornato in libreria con Io non ti conosco.

Pubblichiamo per i nostri lettori questa intervista esclusiva al nostro autore.

Ho letto anche “Non  ti addormentare” ma “Io non ti conosco” mi ha colpito ancora di più. La mia domanda è questa: Perché sceglie le donne come protagoniste dei suoi romanzi?
[Aleksandar Doynov, Sogno tra i libri]

È una domanda interessante. Non scelgo a tavolino che la “materia” delle mie storie siano personaggi femminili.  E’ solo che, per i due romanzi che ho fino ad ora scritto, ho voluto esplorare i mondi e le storie che ne erano al centro da un punto di vista femminile. Mi interessa molto la posizione in cui si trovano le donne in questo momento storico – non hanno ancora raggiunto una piena uguaglianza e si trovano a vivere pressioni cui gli uomini non sono soggetti. Penso che sia per questo che entrambi i miei libri vedono delle donne come protagoniste: sono queste tensioni che voglio scandagliare nei romanzi che scrivo.

In “Io non ti conosco” Julia e Connor divengono pedine inconsapevoli di una vendetta rivolta alla protagonista, studiata negli anni e messa in atto grazie a Internet. La tecnologia può rappresentare un’evoluzione grandiosa così come può trasformarsi in un’arma potentissima. Quanto la tecnologia può essere utile, e in che modo può essere pericolosa, a suo parere?

[Irma Loredana Galgano, Liberi di scrivere]

Io penso che Internet sia uno strumento, e come tutti gli strumenti dipende da come viene utilizzato. Può generare grandi cose e può recare gravi danni. Credo che dobbiamo ancora imparare a padroneggiare i social network e sarà così per qualche tempo ancora. In fin dei conti si tratta di stabilire quanto importante sia per noi la privacy e quanto di essa vogliamo condividere.

Perché ha deciso di concludere il romanzo con un finale aperto?
[Sara Zannoli, Bookspedia]

 Sentivo che era l’unico luogo dove chiudere il romanzo. Mi piacciono i libri nei quali i personaggi continuano a vivere nella mente del lettore una volta che il libro è finito. Le storie continuano sempre – a meno che l’autore non “uccida” qualcuno nell’ultima pagina – dunque si tratta solo di decidere quando smettere di raccontarle.

In questo libro, come nel precedente, la protagonista è una donna e in entrambi il racconto è in prima persona. Quanto è difficile per un uomo identificarsi nel personaggio femminile al punto da rendere il suo comportamento e le sue azioni credibili, sapendo quanto, in questo, uomo e donna siano differenti?
[Daniela Calligaro, Un libro per amico]

Non credo che il comportamento femminile e quello maschile siano “totalmente diversi”. Non credo nel genere “binario”, penso piuttosto che il genere sia un concetto fluido e sia una sorta di spettro. Il lavoro dello scrittore è immaginare una vita diversa dalla propria, e questo è ciò che ho fatto. Uno dei miei personaggi soffre di amnesie e l’altro ha sulle spalle un’esperienza di dipendenza; questa è una sfida molto più grande rispetto al tema del genere.

http://www.edizpiemme.it/blog/quattro-domande-a-s-j-watson

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’informazione dovrebbe approfondire le vere cause che portano ai conflitti bellici” Intervista a Carlo Sibilia

03 martedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Lo scenario geo-politico internazionale attuale: tra bombardamenti, annunci, smentite, scuse, profughi e rifugiati abbiamo ascoltato l’opinione del portavoce per il Movimento Cinque Stelle Carlo Sibilia

È di pochi giorni fa la polemica mediatica scatenatasi in seguito a una presunta fuga di notizie che ipotizzavano un più o meno imminente intervento militare italiano in Iraq. Matteo Renzi ha dichiarato: «La decisione non è presa. In linea di principio che si possa intervenire con le armi in certe situazioni è un dato di fatto ma la situazione irachena non ha queste caratteristiche almeno per il momento». Non spiega però quali sono “queste caratteristiche”. Esistono davvero dei motivi che giustificherebbero un intervento militare italiano in Iraq?

Le decisioni relative agli interventi militari, di qualsiasi genere, devono passare tutte per il Parlamento, come il premier ben sa, o almeno ce lo auguriamo. C’è un articolo della Costituzione che parla chiaro e ci sono anche dei rapporti di forza con gli alleati. Il tutto si traduce in una scelta politica: se vogliamo essere subordinati agli alleati oppure, rispettando l’articolo 11 della Costituzione, far valere la nostra sovranità. Io ho l’impressione che abbiamo appaltato la nostra politica di difesa agli Stati Uniti che la controllano molto facilmente attraverso quella poi, unica, dell’Unione europea.

Il 3 ottobre a Kunduz, in Afghanistan, è stato bombardato un ospedale della ong internazionale Medici senza frontiere. Il presidente degli Stati Uniti ha presentato le sue scuse ufficiali a Msf e sembra aver ammesso che ci sia stato un errore. Se Obama si è sentito in dovere di ammettere pubblicamente che si è trattato di un errore vuol dire che potenzialmente poteva anche non essere così. È legittimo bombardare un ospedale se si pensa che all’interno ci siano dei terroristi?

Secondo me è proprio illegittimo bombardare. Punto e basta. Quando si tratta di strutture civili men che meno. Non siamo nuovi a questo tipo di accadimenti, quando si è in guerra è difficile riuscire a essere selettivi, non esistono le bombe intelligenti come ci vogliono far credere. Io credo sia stato un errore molto grave, che qualifica quella che è l’azione internazionale da parte degli Stati Uniti ma anche di tutte queste potenze aggressive dalle quali l’Italia si dovrebbe distanziare. Bombardare un ospedale civile non è un errore che può essere cancellato con delle semplici scuse pubbliche del presidente Obama, ma è qualcosa di più. È un errore che certifica la crisi di un modello politico, che è il modello imperialista americano e della Nato.

Durante la conferenza stampa indetta per annunciare il piano francese di intervento in Siria, Hollande ha dichiarato: «è lo Stato Islamico che fa fuggire coi suoi massacri migliaia di famiglie». È davvero lo Stato Islamico la ragione di questi immensi flussi migratori?
La causa è una situazione di instabilità che non è imputabile a un solo soggetto, l’Isis, che tra l’altro non si è generato in completa autonomia. Tutti sanno, perché diverse fonti giornalistiche internazionali hanno riportato la notizia relativa al fatto che molti di questi miliziani erano in addestramento nel 2009 in alcuni campi al confine con la Turchia e proprio dentro questo Paese. La Turchia che già fa parte della Nato. Molti miliziani sono stati addestrati per far parte della Free Syrian Army e poi hanno cambiato casacca passando con l’Isis.  Questo perché c’è stata una gestione pessima della crisi da parte di tutti gli alleati internazionali. Assad è stato lasciato colpevolmente solo e ha reagito, chiaramente, in malo modo.
La serie di fattori va sommata per determinare la causa delle forti migrazioni siriane. Oggi voler far passare l’Isis per la causa unica, scatenante della migrazione di massa dei siriani è semplicemente riduttivo ed è una cosa che va bene per le masse non per chi pensa.
La verità è che con la guerra si guadagna tre volte. La prima, quando si vendono le armi a chi poi farà la guerra. Ed è quello che è successo tra Italia e Siria, verso cui siamo stati tra i maggiori finanziatori a livello europeo di armamenti. La seconda, quando scarichiamo le bombe e costringiamo queste persone a spostarsi. La migrazione di grandi flussi oggi viene gestita come un business a livello economico dall’Unione europea e nessuno si indigna. La terza, quando finito il conflitto, cosa che in genere viene determinata con una massiccia azione militare internazionale quando ci si è ben spartiti le fette della torta, si pensa alla ricostruzione del Paese.
Dire che si va a bombardare perché ci sono i terroristi è una scusa che in genere inventano le potenze che poi lì vanno a lucrare.

Esistono le azioni, i rapporti ufficiali, le notizie rese pubbliche e quelle secretate. Quale ruolo svolge l’informazione italiana e internazionale in queste situazioni che non riguardano solo la politica, l’economia o la strategia militare bensì la vita di intere popolazioni?
L’informazione in questi casi ha una grossa responsabilità. Bisognerebbe approfondire molto di più e tenere ben in mostra quelle che sono le vere cause che portano ai conflitti bellici e poi parlare anche di conseguenze.
Non si cita mai il fatto che a oggi tra i 40 e i 50 milioni di barili di petrolio vengono contrabbandati dall’Isis verso l’Europa. «The Guardian» ha condotto delle ricerche e fatto dei report giornalistici che dimostrano come molte delle conseguenze della guerra sono dei veri e propri introiti derivanti dal mercato nero di petrolio, di armi, di vite umane.
È necessaria una assoluta indipendenza da parte dei reporter, staccandosi, col rischio probabile anche di diventare impopolari.
Oggi l’opinione pubblica viene spinta a credere che tutto deve essere fatto affinché venga sconfitto l’Isis. Noi vogliamo che sia così, che il pericolo terroristico sia scongiurato, ma senza dimenticarci chi l’ha creato e chi fino a oggi non ha fatto niente o peggio, in certe situazioni, è stato complice della sua crescita e del suo stabilizzarsi.
Dal 2001, volendo far partire la lotta al terrorismo con l’attacco  alle Torri gemelle, sono stati spesi 4.400 miliardi di dollari e come risultato abbiamo che non solo il terrorismo non è stato debellato ma sono aumentate fino a 40 le sigle delle organizzazioni terroristiche.
C’è proprio un approccio sbagliato e di ciò l’informazione deve tenere conto perché o ci dicono loro la verità oppure non la sapremo mai.

In un’intervista alla CNN l’ex primo ministro britannico, Tony Blair, ha detto: «Ovviamente non si può dire che chi di noi ha rimosso Saddam nel 2003 non abbia responsabilità per la situazione nel 2015». Secondo lei quale può essere il motivo di queste ammissioni fatte solo oggi?
A distanza di diversi anni, circa 12, è più semplice dire la verità. Dirla nel momento in cui si stava perpetrando questa ingiustizia sarebbe stato impopolare, forse non avrebbe portato a delle scelte fatte. L’ammissione da parte di un rappresentante di una delle potenze che all’epoca spinsero per la deposizione di Saddam ci fa capire quello che dovrebbe essere il ruolo dell’informazione e quante bugie vengono raccontate da chi ha il compito di governare dei popoli che, semplicemente, in guerra non ci vogliono andare. La cosa più interessante da fare, provocatoriamente, sarebbe quella di realizzare un referendum ogni qual volta bisogna decidere se bombardare qualcuno o meno. Chi lo fa senza l’assenso dei cittadini commette un grande errore.

E torniamo a quello che accade in Italia, a Roma. L’8 ottobre Marino si dimette. Il 10 tutti i media passano la notizia di questi presunti “diari segreti” del sindaco. Tra botte e risposte con il suo partito, il Pd, e manifestazioni pubbliche il 25 Marino dichiara: «Questa piazza mi dà la forza di andare avanti, non vi deluderò, la democrazia non si fa nelle stanze chiuse». Intanto nessuno sembra più interessarsi al processo per Mafia Capitale, ai Casamonica… Lei cosa ne pensa di tutta questa situazione?
Marino è in ogni caso anche lui un semplice burattino di un Sistema, che è quello del Partito democratico, delle Cooperative rosse, con a capo i mafiosi come Buzzi e Carminati, che finanziano direttamente e indirettamente i partiti, i quali ci fanno campagna elettorale e poi quando vanno al Governo restituiscono i favori. Questo è un sistema ormai acclarato, dal punto di vista politico è tutto accertato, non c’è bisogno di un processo, già lo sappiamo tutti.
Il fatto che oggi nessuno si dimetta, neanche messo davanti alle proprie responsabilità… e non stiamo parlando degli scontrini di Marino, che sono l’ultimo dei problemi, ma stiamo parlando di una città che è governata dalla Mafia e alla fine, tra tutti quelli che hanno partecipato ai funerali del boss dei Casamonica, l’unico che ha pagato è un tipo non mafioso, ovvero l’autista dell’elicottero che ha cosparso la folla di petali di rose. Questo è quello che è accaduto.
C’è una impunità diffusa, chiunque commette uno sbaglio non se ne assume le responsabilità, gente disonesta nei posti dove abbiamo bisogno di persone responsabili. I cittadini questo lo sanno ma ancora una volta la loro attenzione viene sviata dall’informazione.
Ancora una volta si parla di queste manifestazioni a favore del sindaco Marino, senza focalizzare sul fatto che non è lui il vero problema. Il Comune di Roma dovrebbe essere completamente azzerato. Tutte le persone che sono state lì opportunamente piazzate dai partiti dovrebbero trovare una diversa collocazione, che potrebbe essere magari quella della galera, e lasciar fare invece a chi ha un pedigree di onestà e può sicuramente garantire una gestione diversa e più corretta della città capitale d’Italia.

Carlo Sibilia, avellinese, classe 1986, è portavoce alla Camera dei Deputati per il Movimento Cinque Stelle eletto nella Circoscrizione elettorale Campania 2. È segretario della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari), componente del Comitato permanente Agenda Globale post 2015, Cooperazione allo Sviluppo e Paternariato pubblico-privato, del Comitato permanente sulla politica estera e relazioni esterne dell’Unione europea. Insieme ai deputati Alessandro di Battista, Luigi di Maio, Roberto Fico e Carla Ruocco, da novembre 2014 fa parte del gruppo proposto da Beppe Grillo e incaricato di portare avanti un progetto di rilancio dell’Università italiana.

“L’informazione dovrebbe approfondire le vere cause che portano ai conflitti bellici”. Intervista a Carlo Sibilia

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“Ammazzàti l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro

23 venerdì Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il 16 ottobre ricorrevano i dieci anni dall’omicidio di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, ammazzato nel 2005 a Locri, davanti al seggio istituito per votare le primarie dell’Ulivo. Nel 2007 è uscito per Dalai EditoreAmmazzàti l’onorevole. L’omicidio Fortugno. Una storia di mafia, politica e ragazzi del giornalista e scrittore Enrico Fierro che ha voluto raccontare le complicità, le sottovalutazioni, la Calabria delle ambiguità. Raggiunto telefonicamente, Fierro ha acconsentito a rispondere a qualche nostra domanda riguardo quanto accaduto dieci anni fa in Calabria e su quello che avviene oggi nel nostro Paese.

Chi era Francesco Fortugno?
Francesco Fortugno era un politico sostanzialmente democristiano, penso ideologicamente e proprio come struttura mentale. Ne conseguiva una modalità di rapporto che lui aveva con l’elettorato. Era una brava persona che si era trovato a svolgere un compito impegnativo, quale era fare il vicepresidente del Consiglio Regionale in Calabria in quegli anni.
Sapendo che però in questo modo entrava in un vortice che è quello della Calabria politica, che è fatta di trasformismi, di gruppi di pressione  e di potere, di lobby di interesse, soprattutto quando parliamo di Sanità, che rappresenta il 74% della spesa della Regione Calabria e in quegli anni non era ancora commissariata ed era il terreno di caccia della politica.

Chi sono stati i ragazzi che hanno creato il Movimento contro la mafia e cosa sono diventati oggi?
Dieci anni fa, quando noi giornalisti di testate nazionali arrivammo a Locri era da molti anni che la Calabria non attirava su di sé le attenzioni della stampa nazionale.
Come disperati arrivammo in questa cittadina della locride avendo difronte la realtà di una mafia potentissima che poteva permettersi di ammazzare in pieno giorno, durante una manifestazione politica importante, il voto per le primarie a Prodi, un importante esponente del mondo politico.
Ci aggrappammo a quello che vedemmo: scuole mobilitate, insegnanti che aiutavano gli studenti, ricordo in un Liceo di Locri, a fare gli striscioni contro la mafia. Una mobilitazione di coscienze che in Calabria non si vedeva dagli anni ’70.
Quel Movimento fu in larga parte spontaneo. Ma intorno a esso si innestarono anche individualità molto forti. Vedi la presenza dell’inventore di questo slogan “E adesso Ammazzateci Tutti”, che era una individualità significativa, un ragazzo che aveva presa sugli altri studenti.
Quello che mi colpì, ricordo, fu che dopo due o tre giorni venni a sapere che questo slogan “E adesso Ammazzateci Tutti” era stato in qualche modo depositato come un brand alla Camera di Commercio, o roba simile. Mi colpì questa cosa che in qualche misura contrastava con la spontaneità.
Comunque sia questa presenza giovanile attirò le attenzioni di tutto il Paese. Ricordo che all’epoca c’era anche una trasmissione molto seguita di Adriano Celentano, RockPolitik, che invitò due di questi ragazzi a inizio trasmissione con le gerbere gialle in mano.

Il Movimento è andato via via morendo, sono rimaste alcune sigle, come Ammazzateci Tutti. Si è smembrato ed è stato in qualche misura attirato dalla politica.  Ammazzateci Tutti fu per un periodo vicino alle posizioni di De Magistris, il suo leader partecipò sul palco a una iniziativa con Grillo a Roma, a iniziative con La Margherita, poi fu attirato nell’orbita del Pdl e di Scopelliti.
Un’altra giovane ragazza che partecipò al Movimento, la figlia del giudice Scopelliti, fu poi eletta al Parlamento, ed è attualmente parlamentare e membro della Commissione Antimafia.

Tanti altri giovani hanno ritenuto di esaltare quella stagione facendo il loro percorso di vita, di studi, approfondendo e laureandosi, entrando in qualche modo nel mondo del lavoro e delle università…
Insomma una bella fiammata che poi è finita lì.
Se adesso tu vai alla ricerca in Calabria di movimenti giovanili analoghi non li trovi. Trovi un associazionismo antimafia in buona parte generoso, penso a Libera, alla gestione di alcune terre strappate alla mafia nella Piana di Gioia Tauro, ma trovi pure un associazionismo antimafia che è fatto di interessi, di finanziamenti pubblici, di protagonismi politici sbagliati, di polemiche spesso inutili. Attualmente è sotto inchiesta un personaggio che era presidente di un fantomatico museo della ‘ndrangheta. Si parla di 800mila euro di finanziamento pubblico. La magistratura vuole giustamente sapere questi soldi come sono stati utilizzati, come sono stati spesi.

E questo non è un bel capitolo di quella stagione, quando l’antimafia si trasforma in affare non è mai un buon obiettivo perché poi delude gli altri, lascia le associazioni che fanno onestamente il loro lavoro, le isola, isola le persone… penso ad esempio a una persona a me molto cara in quell’area della locride, Mario Congiusta. Il figlio Gianluca ucciso dalla ‘ndrangheta, un processo ancora in corso dal 2005/06, verità ancora non completamente accertate.
Ormai è un uomo solo che combatte  per la verità sull’omicidio del figlio, avrebbe bisogno di solidarietà. Tutto questo non c’è oggi in Calabria.

Ammazzàti l’onorevole le ha portato pesanti strascichi giudiziari. Come ha vissuto gli eventi di questi anni?
Io dico una cosa molto semplice: quando scrivi devi sapere che lo fai per te stesso, soprattutto quando sono libri di inchiesta e soprattutto quando sono libri di mafia, in modo particolare quando sono libri che parlano della Calabria, che è una terra ingrata.
Avevo raccolto tanto materiale, seguito in ogni suo passaggio la vicenda delle indagini sull’omicidio Fortugno, osservato il clima politico e sociale della Calabria, parlato con tante persone… ma non mi aspettavo granché, devo dire la verità.
Il libro ha ricevuto delle pesantissime querele e ovviamente delle richieste di risarcimento danni per me ammontanti a 700mila euro, cifra che io non immagino neppure di possedere un giorno nella mia vita, e all’editore Alessandro Dalai di Baldini&Castoldi di qualche milione di euro.

Abbiamo svolto questa causa a Padova, perché lì è stato stampato il libro e quella era la Procura competente. Abbiamo convocato testimoni, abbiamo fatto questo, abbiamo fatto quello… alla fine abbiamo vinto. Con un piccolo particolare, che anche quando vinci gli avvocati che ti hanno difeso li devi  pagare lo stesso. Parliamo di qualche migliaia di euro.
Nel frattempo Alessandro Dalai è fallito. Anche se la Baldini&Castoldi esiste ancora.  E si è rifiutato, da editore fallito come gli ho detto io non solo economicamente ma umanamente, di pagare gli avvocati. Ora, siccome quando tu fai una causa intrecci anche un rapporto di cordialità, di amicizia con gli avvocati, essendo io pure meridionale ho questo piccolo difetto di avere come principio nel mio Dna che i debiti si onorano, soprattutto quando qualcuno ha lavorato per te. E quindi ho pagato anche per l’editore.

Quel libro era scomodo anche per quel Movimento e per chi inizialmente lo ha apprezzato, perché entrava nei meccanismi del sistema di potere, non si limitava a dire: i mafiosi che hanno ammazzato Fortugno sono brutti, sporchi e cattivi, assolutamente no. Ma cercava di capire, ad esempio, chi dentro lo stesso partito di Fortugno, all’epoca La Margherita oggi PD ma sono più o meno gli stessi personaggi, erano i nemici di Fortugno. E lì il punto centrale furono le elezioni del 2005, le elezioni regionali, quando a un certo punto venne candidato un oppositore di Fortugno, che era questo medico, Mimmo Crea, proprietario di alcune cliniche convenzionate con la Regione, il quale dal CCD passa a La Margherita, si candida e viene sostenuto da alcuni esponenti politici regionali nazionali de La Margherita, tutti questi esponenti sono poi passati nel PD, alcuni di loro erano al tavolo delle commosse celebrazioni per la morte di Fortugno in questi giorni a Locri.

L’aver raccontato anche quel sistema di poteri… i voti in Calabria e in buona parte del Sud sono come i soldi e non hanno odore, parlarne ha infastidito anche i cosiddetti “buoni”.
Quando uno scrive non deve pensare a chi infastidisce e a chi favorisce, quando uno scrive deve avere la certezza di quello che sta scrivendo, deve essere convinto delle analisi che fa. Scrive, punto e basta. Lo fa per sé, per la propria coscienza e poi gli altri giudicheranno.

Si è mai pentito di aver scritto questo libro?
No, neppure nei momenti in cui sembrava che alcune cause stessero andando male.
No, perché ricordo che quel libro lo dedicai ai miei figli, ovviamente, che vivono in buona parte nel meridione, e a tutti i ragazzi del Sud che si battono. Avendo fatto questa dedica con sincerità ma perché pentirmi?
Lo abbiamo fatto, va bene così. Rimane una traccia, chi vuole sapere qualcosa in più dell’omicidio Fortugno e vuole leggere quel piccolo contributo lo trova magari online… lo definisco in questo modo perché io non appartengo alla categoria dei giornalisti che scrivono libri. Un libro di questo tipo è solo un articolo più lungo, è solo un’inchiesta più lunga. Noi siamo giornalisti non siamo scrittori, abbiamo solo messo un tassello in una situazione.

Lucio Musolino in un post social evidenziava il fatto che Ammazzàti l’onorevole sia l’unico libro scritto sull’omicidio Fortugno. E così? Il suo è l’unico libro scritto ovvero è l’unica inchiesta che sia mai stata fatta?
Quando uscì il libro nel 2007, Lucio era un ragazzino che andava ancora all’università mi sembra e venne anche a chiedermi l’autografo. Da allora non abbiamo più perso i contatti, lavoriamo insieme al Fatto da quando è nato. Il libro è servito pure a crescere un giornalista in una terra così difficile.
Altri libri sono usciti ma erano perlopiù celebrativi del Movimento, quindi la parte relativa all’inchiesta sull’omicidio non c’era.

L’omicidio Fortugno è avvenuto in Calabria, una Regione da sempre considerata un territorio particolare. Cosa è cambiato in questi dieci anni?
Se guardiamo l’aspetto della situazione economica in Calabria è cambiato qualcosa ma in peggio.
Tutti i dati ci indicano due cose drammaticissime: uno, che insieme al Sud arretra, ma dentro il Sud arretra ancora di più collocandosi tra le regioni più povere d’Europa, la situazione economica della Calabria è al disotto di quella della Grecia.
Poi, basta leggere i dati sui flussi anagrafici o meglio ancora mettersi in qualche Autogrill della Salerno-Reggio Calabria e osservare i pullman che fanno la spola con il Nord Italia o con la Germania e partono sempre pieni.
Non sono solo i giovani che se ne vanno.

Apro una parentesi sulla favoletta che i giovani che se ne vanno dalla Calabria sono cervelli in fuga, vanno via anche giovani non scolarizzati, vanno via anche braccia come esattamente accadeva negli anni Cinquanta. Cinquantenni senza lavoro, che hanno perso il lavoro, che devono campare la famiglia e tornano da dove i loro padri erano partiti. In Germania o nell’Italia del Nord per tentare la fortuna, per cercare un lavoro…

Dal punto di vista politico, la Calabria è un animale strano. Abbiamo una base che è costituita da gruppi di potere politico-mafiosi, lobbistici, che di volta in volta decide nel caso delle elezioni regionali quali maggioranze favorire. Da quando si è istituita la Regione abbiamo una perfetta alternanza tra centro-destra e centro-sinistra. E ogni candidato, da Chiaravallotti fino a Oliverio, non vince mai con percentuali al disotto del 60%, quindi c’è un dieci-quindici per cento che viene manovrato da questi gruppi e che viene spostato di volta in volta su determinate maggioranze, su determinati candidati.

Sono gruppi politico-mafiosi. Le inchieste ormai  sono tante e pure troppe rispetto a questo dato.
Sono lobby che manovrano sul tema della Sanità, sul tema delle Energie alternative ed eolico, sullo sfruttamento dei Fondi europei.
Sono queste lobby che determinano le maggioranze, i candidati… con una novità alle regionali di un anno fa vinte dal centro-sinistra, ovvero che la percentuale dei votanti è stata molto, ma molto bassa.
Regione immobile dal punto di vista politico.
Regione in estrema difficoltà economica. In pieno arretramento economico.

Cosa c’è davvero di diverso in Calabria, in Campania, in Sicilia rispetto al resto dell’Italia, dell’Europa e del mondo?
La diversità è nella incapacità della società civile, se esiste ancora, di proporsi delle alternative, di offrirsi come alternativa. Dalla immobilità dei gruppi dirigenti. Dalla arretratezza della classe politica.
La Campania è la terra del disastro di Sarno e Quindici. E adesso stiamo assistendo a cosa? Al disastro di Benevento.
Piogge che in altri Paesi sono fenomeni normali e naturali provocano disastri  di questo tipo. Ma perché? Ma qualcuno ricorda che ha vinto De Luca alle ultime elezioni anche dicendo che avrebbe fatto la sanatoria edilizia?
E se esonda il fiume Calore, se esonda il fiume Sarno e perché? Perché è piovuto tanto? Probabilmente sì, ma anche e soprattutto perché il territorio è stato devastato da politiche ambientali che non ci sono state in Campania e da una cementificazione selvaggia che ha violentato fiumi, montagne e colline. E la cambiale poi ti arriva e la devi pagare.

La diversità è nell’arretratezza delle classi dirigenti, noi stiamo ancora discutendo di come rimuoveremo le ecoballe e nessuno dice una verità: quelle ecoballe non possono essere bruciate così come sono, i tecnici lo hanno detto e io mi sono pure stancato di ripeterlo e di scriverlo.

Quelle ecoballe sono il più grande imbroglio della Campania, e vanno riaperte. Stiamo parlando di imballati dal peso di una tonnellata. Quindi altro che i quattro soldi che ha messo a disposizione Renzi con la Legge di Stabilità. Vanno riaperte e ritrattate se si vogliono bruciare, perché lì c’è di tutto. Siamo andati, le abbiamo fotografate, abbiamo visto le ecoballe con dentro copertoni, pezzi di motorini, pezzi di macchina, rifiuti che non possono essere bruciati così come sono.
Di questo stiamo parlando: di una classe politica arretrata. Di una classe politica che non ha paura perché non c’è il giudizio negativo dell’elettorato.

Ad Avellino è iniziato ieri un grande processo, quello sull’Isochimica, dov’era la società civile?
C’erano i cartelloni delle mogli e dei figli degli operai morti, ma la città dov’era? Una città piccolo-borghese chiusa nei suoi tanti vizi e nelle sue pochissime virtù.
Una provincia dove pure gli intellettuali sono divisi tra di loro. Franco Arminio che fa come dire il guru sulle sue montagne, qualcuno in città che scrive libri. Dov’è il punto unificante?
Non c’è più una Sinistra. Ci sono piccoli capi-elettori, piccoli detentori di un potere locale ma tutte cose abbastanza deprimenti e miserabili.

Dove sono le classi politiche tra Avellino e Benevento? I grandi personaggi della politica che possano proporre un’idea di sviluppo?
Ancora Mastella che si propone a sindaco di Benevento, De Luca che veramente non si capisce più chi imita chi tra lui e Crozza. Ogni tanto sentiamo del successo di qualche nostro universitario ma alla fine non ci sono grandi pensieri, di cui invece il Sud ha bisogno.
Hanno costretto la gente a occuparsi della gestione quotidiana della propria crisi individuale o famigliare per non vedere oltre. Non è un quadro pessimistico il mio, io non sono pessimista, io vedo le cose.

È possibile che stiamo ragionando delle elezioni comunali di Salerno e una delle ipotesi è la candidatura di uno dei figli di De Luca? Ma in quale Medioevo siamo precipitati?
E Napoli, la grande città, e il PD che ha vinto tutto, le elezioni, non sa se fare le primarie e l’unico nome, che è anche il più intelligente di tutti alla fine, complimenti a lui, è chi è stato sindaco nel 1993?
I giovani in politica, ma quali sono?

Fino a qualche decennio fa si poteva ipotizzare una certa ingenuità dell’elettorato, che credeva alle promesse fatte in campagna elettorale, ma oggi questo può essere ancora valido?
Intanto, osserviamo sempre bene i dati elettorali del Sud tutto alle elezioni vicine all’elettore: le comunali, le provinciali che ora non si fanno più, le regionali. Se guardiamo i dati degli ultimi dieci anni ci dicono una cosa semplice: la gente va sempre meno a votare.
Quelli che vanno a votare sono disinformati o informati attraverso i talk show della tv o peggio ancora attraverso Internet. Vanno delusi, perché è sempre quello, perché non cambia mai, quindi si aggrappano a una faccia, a una promessa, ancora a qualche favore che qualcuno ha fatto. Oppure vengono convinti dalle parole che il politico o il partito dicono.

Sul territorio non ci sono più i partiti, non c’è più dibattito politico, non c’è più partecipazione. Una volta nei paesi del Sud soprattutto trovavi la sezione della DC, del Partito Comunista, dei Socialisti, uno può pensare quello che vuole dei partiti del Novecento ma erano luoghi di discussione politica in cui l’eletto si trovava a dover stabilire un confronto con gli elettori, quelli che avevano la tessera del partito, quelli che frequentavano la sezione, tutto quello che vuoi, comunque c’era il confronto. Adesso l’eletto ha paese per paese i suoi referenti, i suoi portatori di voti, deve andare là dire quattro cose, distribuire un po’ di mance, sempre meno perché la crisi è quella che è, e poi c’è il grande show della campagna elettorale.

Secondo lei la mafia si combatte per le strade, con movimenti di protesta e manifestazioni, nei palazzi, con mirate azioni legislative e di governo, o dentro ogni singola persona, con cambiamenti piccoli ma fondamentali?

Odio la definizione della mafia come un tutt’uno, preferisco parlare di mafie perché questo rende meglio l’idea della diversità.
Il caso della Calabria: tu hai difronte un’organizzazione che è ricchissima, che ha il monopolio del traffico di cocaina. Dalla fine degli anni ’80 in poi, con la fine del business dei sequestri di persona, ha pensato a un solo obiettivo, ovvero accumulare capitale e legalizzarlo.
I soldi della droga sono ristoranti, alberghi, imprese a Roma, a Milano, nei grandi lavori, investimenti in Europa, in Sud America, finanche in Australia e Canada. Questa forza economica le consente un controllo del territorio in Calabria che è strettissimo e anche un controllo della politica.

Un aneddoto che mi fu raccontato durante i giorni seguenti l’omicidio Fortugno e che mi colpì, stiamo parlando di dieci anni fa e da allora la situazione è peggiorata, fu: “Una volta i Cordì, la cosca più forte di Locri, quando incontravano uno dei Laganà, famiglia imparentata con i Fortugno che ha sempre avuto propri rappresentanti al vertice della Democrazia Cristiana anche nazionale, deputati, senatori, consiglieri del Banco di Napoli, quindi un potere, si toglievano il cappello  in segno di rispetto. Vale a dire: era la mafia che capiva che c’era questa entità più forte, che era la politica, e la omaggiava in questo modo. Da un certo punto in poi i Cordì non si sono tolti più il cappello, cioè hanno ritenuto che la loro entità fosse più forte di quel potere politico”.
Questa è la realtà.

Poi hai un altro intreccio in Calabria che è fortissimo: grazie ai sequestri di persona la ‘ndrangheta ha costruito forti relazioni con pezzi dello Stato e dei Servizi Segreti. Basta rileggersi le relazioni dell’Antimafia e ci sono magistrati che hanno fatto mettere a verbale: “nessun sequestro di persona negli anni ’70 e ’80 si è risolto mai con intervento della polizia che ha liberato l’ostaggio, sono sempre stati pagati i riscatti”.
Poi ci sono le relazioni con la Massoneria.

E questo ti dice che tu devi intervenire su due aspetti: i denari della ‘ndrangheta e le relazioni politico-istituzionali. Ed è una battaglia durissima, diversa dal tipo di battaglia che devi combattere in Campania dove c’è un tipo di camorra, soprattutto a Napoli, diffusa sul territorio che punta a gestire fette ampie di disagio nei quartieri della periferia, diciamo così, interna o esterna. Lì tu devi intervenire col rigore della legge, arrestando killer, capi, capetti, boss, ma devi farlo con la lungimiranza dell’intervento in quella realtà.

Se la camorra mi attira il ragazzino di tredici anni io non posso tenere al quartiere Sanità la scuola che chiude alle due, non posso non avere assistenti sociali, per parlare degli accadimenti più attuali, e delegare tutto questo a due sacerdoti e qualche volontario, che hanno fatto un lavoro enorme. Costruiscono doposcuola per i bambini, per i ragazzi delle medie e per quelli delle superiori, hanno messo su un teatro che è un veicolo di cultura importante e i ragazzini dalla strada vengono portati al teatro, hanno creato un’orchestra, la Sanità&Sound, preti e volontari con lo Stato  che non c’è.
La suora che gestisce uno dei doposcuola per bambini, ovviamente tutto gratuito che grava sulle loro spalle, mi ha detto: “ah se avessimo la palestra”. Difronte c’è un Istituto statale che alle due e mezza chiude. E ha una bella palestra. Perché? Il problema è delle istituzioni locali napoletane ma è anche dello Stato, è un problema dell’Italia.

Vuoi combattere la Camorra? Mi mandi 50 carabinieri in più, 100 poliziotti in più, non hai risolto un tubo, mi devi mandare 100 insegnanti di strada, devi ritenere che le scuole lì devono chiudere alle nove di sera. Il circuito della cultura e dell’educazione deve essere continuo, inarrestabile, come inarrestabile è il circuito di “educazione” della Camorra. Stanno là, dalla mattina alla sera, parlano, si mostrano come esempio…

Altro è cosa nostra. Ritenere che sia ancora quella degli anni delle stragi è una chiave di lettura sbagliata. Cosa nostra ha problemi, non ha più grandi capi, ma gode però della capacità di infiltrarsi nelle strutture politiche e soprattutto, vedi quello che è successo ad alcuni vertici di Confindustria locale, di averla nell’impresa in Sicilia. Come la si combatte? Anche qui con la stessa ricetta che dovresti usare per combattere la ‘ndrangheta calabrese. Chiudere i rapporti con economia e politica e sequestrare i beni, arrestare i boss.
Non esiste una ricetta unica, non esiste una mafia unica.

Enrico Fierro, giornalista e scrittore campano, è autore anche di Malitalia. Storie di mafiosi, eroi e cacciatori (Rubbettino, 2009), romanzo d’inchiesta scritto con la giornalista Laura Aprati. In collaborazione con Ruben H. Oliva ha realizzato il documentario La Santa. Viaggio nella ‘ndrangheta sconosciuta, vincitore del Premio Globo d’Oro 2007/2008, del Premio Borsellino 2007 e del Premio Itaca 2008.  Attualmente scrive per «Il Fatto Quotidiano».

“Ammazzàti l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Maria Teresa Casella, tra romance, noir e self-publishing

15 martedì Set 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Intervista a Maria Teresa Casella, tra romance, noir e self-publishing

Maria Teresa Casella nasce come scrittrice di romanzi rosa ed erotici. FirmandosiTheresa Melville approda alla Mondadori con il genere romance storico. In seguito si appassiona al noir e finisce poi col dirigere una collana editoriale erotica.

«Le mie storie sono un intreccio di rosa e nero che non si arrende al caso, sono riflessi del mio vissuto, dei sogni afferrati o anche solo sfiorati, di tenaci illusioni che mi tengo strette. Come scrittrice e come donna, spero in una condivisione profonda con chi mi vorrà leggere».

Maria Teresa Casella ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda sul suo lavoro di scrittrice ma anche a quesiti inerenti la sfera professionale in campo editoriale cui si dedica con tenacia e costanza da oltre venti anni.

 Partiamo dalla prima curiosità: perché l’uso di pseudonimi?

Tra il 1984 e i primi anni ’90, oltre a cimentarmi con la narrativa rosa, collaboravo con diversi settimanali come giornalista e curavo l’ufficio stampa di una grande multinazionale della moda. Scrivere sotto pseudonimo era perciò una necessità per evitare problemi sul fronte lavorativo. Quando nel 1995 arrivai in Mondadori e scelsi di dedicarmi professionalmente alla narrativa, dovetti fare i conti con la consuetudine dell’editore che voleva firme esotiche per i romance. Da qui lo pseudonimo di Theresa Melville, nato espressamente per Mondadori e caratteristico della mia produzione di romance storici. La mia avventura come responsabile della collana Fleurs è durata solo un anno (purtroppo l’editrice digitale Mezzotints ha chiuso i battenti inaspettatamente). Si è trattato comunque di un periodo molto significativo per la mia carriera, che ha portato alla pubblicazione di Memorie e peccati. L’amante di papa Borgia, un bellissimo romanzo storico erotico di Elena e Michela Martignoni.

Intervista a Maria Teresa Casella, tra romance, noir e self-publishing

Ci sono scrittori che cercano di far “conoscere” il proprio nome prima ancora dei propri libri e lei invece utilizza vari pseudonimi quasi a voler schivare la notorietà. Figurano nel suo curriculum anche lavori da ghostwriter. Perché questo voler restare nell’ombra?

Fin da ragazza volevo diventare una romanziera e volevo fare della scrittura il mio mestiere. Lo volevo a tutti i costi. I primi tempi ho accettato dei compromessi, come ad esempio scrivere su commissione, e gli pseudonimi facevano parte del gioco; anche in seguito, essendo funzionali alla pubblicazione, li ho adottati senza problemi. Forse avrei dovuto essere più cauta, perché a furia di usare pseudonimi, il mio vero nome è poco conosciuto, ma spero in una rimonta. Lavorare come ghostwriter non ha ovviamente contribuito a farmi conoscere, ma mi ha insegnato la disciplina nello scrivere, una vera e propria palestra di scrittura, e mi ha procurato buoni guadagni. In fin dei conti, la mia priorità è sempre stata scrivere da professionista e raggiungere il cuore dei lettori, indipendentemente dalla firma. In quest’ottica ho trascurato l’auto-promozione, per la quale ammetto di non essere portata. Nel settembre ormai prossimo, però, in occasione dell’uscita del mio primo testo auto-pubblicato, cercherò di fare del mio meglio.

La scrittura del suo primo romance storico ha coinciso con l’inizio della collaborazione con Mondadori ma nel tempo ha pubblicato anche con altri editori. Il “sogno” di ogni esordiente è arrivare alla pubblicazione con un grande editore. Quanto incide su diffusione e gradimento di un libro un big dell’editoria?

Credo che incida, ma non così profondamente come può sembrare di primo acchito. Inutile negare che il logo noto in copertina viene considerato dal lettore una garanzia, e che l’autore è gratificato dal consenso e dal sostegno dello staff esperto di un grosso editore – sempre che l’editore in questione curi effettivamente il rapporto con i suoi autori. Ma è ormai assodato che l’era digitale ha creato nel mondo dell’editoria una rivoluzione. A prescindere dall’auto-pubblicazione, sta emergendo la forza delle case editrici medio-piccole dove si lavora con passione, rivalutando la figura dell’editore esperto di marketing, che svolge un ruolo attivo al fianco dell’autore. Ho conosciuto diversi editori con queste caratteristiche, con alcuni ho la fortuna di collaborare, e li ammiro moltissimo per la tenacia e l’impegno che investono nelle loro attività, riuscendo a far fronte alla crisi del settore.

Intervista a Maria Teresa Casella, tra romance, noir e self-publishing

Molti scrittori alle prime armi alla chiusura della opera prima sono convinti di aver scritto il loro capolavoro. Di strada da percorrere e di cose da imparare invece in genere ne hanno ancora tante… qual è il consiglio che sente di dar loro?

Consiglierei di non accontentarsi mai, di revisionare i loro scritti fino alla nausea, e poi revisionare ancora. Qualsiasi testo è sempre perfettibile. Consiglierei di porsi nuovi traguardi, di non fossilizzarsi su un genere letterario, ma di sperimentare, sia dal punto di vista del linguaggio che della struttura; se pure, alla fine, non si sarà ottenuto il risultato sperato, la ricerca sul piano narrativo sarà stata di per sé un’esperienza preziosa. Inoltre, sarà superfluo dirlo ma lo faccio ugualmente, bisogna leggere molto e fare della lettura uno strumento per migliorare la tecnica e lo stile della scrittura.

A giugno di quest’anno è uscita la versione digitale di Leggenda di sangue e amore, un libro intenso con una storia forte. Come mai ha scelto di ripubblicarlo e con lo stesso titolo?

Leggenda di sangue e amore uscì per la prima volta in edicola nel 2006 nella collana Mystere di Mondadori; ho preferito non cambiare il titolo per non ingenerare confusione nei lettori che potevano aver già acquistato il libro. Tengo però a dire che questa riedizione pubblicata da Fanucci Leggereditore, sia in cartaceo che in ebook, è frutto di un’attenta rivisitazione del testo, e contiene approfondimenti inediti rispetto alla versione precedente. Con Leggenda di sangue e amore, costruito sulle gesta di Jack lo Squartatore, mi avvicinai per la prima volta al genere noir. Per questo motivo la sua riedizione mi rende particolarmente orgogliosa.

Intervista a Maria Teresa Casella, tra romance, noir e self-publishing

A quali progetti sta lavorando?

Entro settembre uscirà in auto-pubblicazione il mio romanzo noir L’Amore obliquo, rieditato dopo la prima uscita del 2011 conEmmabooks. Subito dopo riprenderò la stesura di un contemporaneo incentrato sulle difficili scelte di una donna che si ribella a un amore infelice, al quale sto lavorando già da qualche mese. In seguito mi dedicherò a un nuovo noir, già strutturato in scaletta, che non vedo l’ora di sviluppare. Riguardo il romance, sto valutando di scrivere il quarto romanzo de La trilogia dei Tourangeau pubblicata per Mondadori tra il 2011 e il 2013. E per ora è tutto.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-maria-teresa-casella-tra-romance-noir-e-self-publishing

 

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