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Irma Loredana Galgano

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Comunicazione e scienza, un difficile incontro? Intervista a Paolo Crepet

24 mercoledì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Comunicazione e scienza, un difficile incontro? Intervista a Paolo Crepet

Qual è oggi il ruolo della scienza nella nostra società? Perché, proprio mentre le nuove tecnologie dominano in maniera incontrastata nella vita di tutti i giorni, sembra aumentare la diffidenza dell’opinione pubblica verso la scienza? A testimonianza di quanto abbiamo appena sostenuto possiamo, ad esempio, citare la campagna antivaccinazione che da poco pare essere la preoccupazione più evidente, alimentata dalla paura di un complotto delle case farmaceutiche.

Che sia solo un problema di cattiva comunicazione da parte degli scienziati? Di questo abbiamo parlato con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, in occasione di quest’intervista realizzata subito dopo la presentazione dei cinque libri finalisti del Premio Galileo per la divulgazione scientifica per il quale Crepet è presidente di giuria, che per l’edizione 2016 ha scelto testi che affrontano argomenti di stringente attualità.

I numeri, il cibo bio e gli OGM, le macchine e la realtà virtuale, un Universo ancora tutto da scoprire e il tempo inteso come “orologio biologico”. Paolo Crepet  ha sottolineato il cambiamento della percezione spazio-temporale in atto nella società contemporanea, nella quale globalizzazione e frammentazione sociale hanno avviato processi di cambiamento della percezione spazio-temporale che condurranno, secondo Crepet, alla definizione di un nuovo tipo di comunità con meno vincoli temporali.

Il Premio Galileo è un esempio unico, in Italia, di tentativo di coniugare letteratura e scienza riportando l’attenzione sulla divulgazione scientifica. Perché secondo lei si registra questo scarso interesse generale verso nozioni e informazioni che sono, comunque, di interesse pubblico?

Perché siamo un Paese in cui la cultura scientifica è scarsa. Abbiamo avuto pochi premi Nobel e quei pochi che ci sono stati, come Fermi e Levi Montalcini, sono persone che hanno potuto lavorare negli Stati Uniti. Nelle scuole italiane, la matematica si insegna poco e male. Poi c’è anche una responsabilità da parte degli scienziati stessi, per il loro modo di comunicare che è sempre stato molto poco attento alla divulgazione.

Comunicazione e scienza, un difficile incontro? Intervista a Paolo Crepet

Nell’era dell’informazione globale, dell’enciclopedia libera e della comunicazione di massa sembra crescere sempre più il rischio di una disinformazione diffusa e confusa. Perché ciò accade proprio quando si hanno a disposizione strumenti e mezzi che consentirebbero un elevato grado di precisione e correttezza?

Perché la diffusione attraverso i social e altri strumenti a cui lei allude è quanto di più lontano dalla scienza si possa immaginare. È una sorta di democratizzazione dell’informazione nel senso più becero. Tutti possono parlare e dire la propria opinione. Ciò è, ovviamente, sbagliato. Il parere, con tutto il rispetto, di un barista non può essere sullo stesso livello di quello di un immunologo.

Una delle finalità del Premio Galileo è quella di avvicinare i giovani alla scienza, e in tutte le edizioni si è registrato sempre un notevole interesse da parte dei ragazzi. La lontananza dalla corretta informazione scientifica non sembrerebbe quindi dipendere da loro. Qual è la sua opinione in merito?

C’è un eccesso di utilizzazione dei media per cose che non hanno nulla di scientifico. Nella scuola oggi c’è forse un interesse eccessivo per la parte umanistica e uno molto ridotto per la parte scientifica.

Ricorre anche quest’anno tra i temi dei libri finalisti quello dell’alimentazione, o meglio della corretta conoscenza della produzione alimentare. Qual è il rapporto dei giovani con il cibo e soprattutto con quello definito “sano”?

Credo che lentamente si stia andando verso la giusta direzione. Si inizia a parlare, anche in maniera più critica, di certi alimenti molto diffusi nelle nostre famiglie. Alimenti ad altissimo contenuto calorico o di grassi e che alla lunga, ovviamente, fanno male. Da questo punto di vista questa maggiore attenzione, che non è comunque ubiquitaria, può in qualche modo essere stata aiutata dal movimento dei vegetariani.

Con Che ora fai? invece si affronta il tema del tempo, focalizzandosi sul concetto di “orologio biologico”. Secondo lei quanto incidono sulla libertà personale di ognuno le “costrizioni temporali” della società?

Molto, soprattutto sull’umore e sulle nostre relazioni affettive. Ora che ci stiamo avvicinando verso una società che avrà meno vincoli temporali le cose miglioreranno.

Comunicazione e scienza, un difficile incontro? Intervista a Paolo Crepet

Un Universo ancora tutto da scoprire nel libro di Lucia Votano ma soprattutto l’interesse rivolto alla vita dei fisici che lo studiano chiusi in laboratori sotterranei, in luoghi estremi come ghiacciai o profondità marine. Nella nostra società non è l’Universo il vero fantasma bensì loro. Perché secondo lei la gran parte degli scienziati si preferisce “dimenticarli”?

Beh, questo è proprio uno dei meriti del Premio Galileo, ovvero l’avvicinare i ragazzi in maniera curiosa a persone molto profonde, a volte anche un po’ bizzarre perché fuori da tante etichette. Avvicinare non solo la scienza ma gli scienziati è un qualcosa di grande impatto culturale. Fuori da questa realtà c’è poco, per una responsabilità dei media ma anche degli stessi scienziati che sono molto restii a farsi conoscere. Invece ritengo che sarebbe molto ricco il panorama culturale se ci fosse l’opinione di uno scienziato e non solo quella dei politici o dei giornalisti.

Al centro del libro di Paolo Gallina ci sono le macchine e la loro “anima”. Siamo veramente dipendenti dalle macchine? Perché gli uomini sono così attratti dalla realtà virtuale?

Siamo attratti dalla realtà virtuale perché è più facile, ci offre con molta più comodità un mondo che sarebbe molto più complicato da raggiungere fisicamente. La realtà virtuale sta vincendo proprio per questa sua capacità di essere ovunque, di costare poco e di essere facile da utilizzare.

I numeri, invece, sono i protagonisti del libro di Umberto Bottazzini. Quale significato sociologico possiamo dare ai numeri e alla matematica?

La matematica dovrebbe essere trattata come la filosofia, è un modo di pensare non solo un campo applicativo. Proporre un libro, interessarsi ai numeri e alla matematica serve anche, in qualche modo, ad avvicinare i ragazzi, gli studenti a un modo di vedere le cose e non considerarlo più un mero strumento scientifico.

http://www.sulromanzo.it/blog/comunicazione-e-scienza-un-difficile-incontro-intervista-a-paolo-crepet

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell’Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

16 martedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell'Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Francesco Borgonovo, caporedattore di «Libero» e autore de La Gabbia, talk show politico in onda su La7, in Tagliagole. Jihad Corporation (Bompiani, 2015) racconta il mondo dell’Isis e le ragioni del suo successo, da ricercare nelle efficaci tecniche di propaganda, nei video, professionali ed emozionanti, che mostrano conoscenza di videogiochi e pellicole hollywoodiane, nell’innovativo sistema di affiliazione “in franchising”.

In Tagliagole Borgonovo parla della forza dello Stato Islamico, innovativo e molto più potente degli altri fenomeni jihadisti, compreso Al-Qaeda, della rete del terrorismo islamico estesa a livello globale e soprattutto degli errori del mondo occidentale. Gli abbiamo rivolto delle domande per cercare di comprendere più a fondo la natura di questi errori e il segreto del successo che il Califfo sembra riscuotere in tutto il mondo.

In Tagliagole. Jihad Corporation lei immagina il Califfo come «un personaggio che fonde l’ultramodernità liquida della finanza alla ferocia antica del jihad». È questo il segreto del suo “successo”?

Senz’altro. Lo abbiamo visto. Una commistione di elementi che sono in pratica occidentali: l’utilizzo delle nuove tecnologie, di internet e dei social network per la propaganda, il fatto che i video, i filmati dello Stato Islamico assomiglino tantissimo alle serie tv, ai film di Hollywood. Perfettamente occidentali e comprensibili soprattutto a chi è nato e cresciuto qui. Poi c’è l’elemento esotico, antico e feroce del jihad, che caratterizza la religione musulmana fin dall’inizio. Ne costituisce uno dei fondamenti. Tutto ciò consente al Califfato di avere il successo che continua ad avere anche in Europa, Stati Uniti e in tutto il resto del mondo.

Il Califfo è stato indicato come 54° nella lista di «Forbes» degli uomini più potenti del globo. Riconoscere la sua potenza non equivale un po’ ad ammettere implicitamente la sconfitta?

No. Nel senso che riconoscere al Califfo un’influenza e del potere non vuol dire farsi sconfiggere ma ravvisare che c’è un avversario pericoloso e che ci può mettere in difficoltà.

«Lo Stato Islamico è uno specchio oscuro dell’Occidente». Perché?

Perché utilizza strategie culturali che sono tipiche dell’Occidente e le ribalta contro di noi. Le sfrutta per fare proselitismo, propaganda… non è il totalmente altro da noi, il diverso, lo è solo in superficie. In realtà impiega tantissimi modi propri del mondo occidentale, anche espressioni tipiche del linguaggio. È una versione ultravioletta e macabra dell’Occidente.

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell'Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Uno dei mezzi più sfruttati dall’Isis è proprio la propaganda, al pari di tanti dittatori come ci insegna la Storia ma anche delle multinazionali, come invece sottolinea lei stesso nel testo. La nuova minaccia del terrorismo internazionale è una grande operazione di marketing?

È anche una grande operazione di marketing. Il Califfato vende un prodotto, che è la guerra santa, e lo fa con strategie quali la pubblicità. Ma poi, in realtà, c’è una guerra vera che si sta combattendo non solo in Siria ma soprattutto nel cuore dell’Europa, in Libia, in Tunisia, in Nigeria… c’è un aspetto di marketing ma ce n’è anche un altro drammaticamente reale, ovvero quello della guerra combattuta sul campo, che uccide degli innocenti. Lo abbiamo visto a Parigi, al Bardo in Tunisia…

Quali sono i reali punti di forza dello Stato Islamico, che gli hanno permesso, ad esempio, il salto che è mancato ad Al-Qaeda?

Intanto il fatto di essere uno Stato, di avere un territorio. Ciò gli ha permesso di istituire un Califfato regolato dalla legge islamica. Poi c’è la propaganda, molto simile a quella che faceva Al-Qaeda ma amplificata, con l’aggiunta di contributi che vengono da giovani esperti, diversi cresciuti in Europa, che si mettono al servizio dello Stato Islamico e portano know-how anche tecnologico. L’altro, forse quello principale, è la debolezza dell’Europa di fronte alle sirene jihadiste, la totale e irresponsabile mancanza di una risposta netta. Loro avanzano e noi arretriamo. Non solo rispetto al Califfato ma a tutta la religione islamica in generale.

Perché l’Occidente ha difficoltà ad ammettere la natura religiosa dell’Isis?

L’Occidente, inteso in senso giornalistico, ovvero Stati Uniti, Europa e tutti i Paesi anglofoni, ha bandito la religione dal discorso pubblico e quindi noi guardiamo con occhi sbagliati ciò che avviene. Pensiamo, in considerazione del fatto che a noi della religione non importa più nulla, debba essere così per tutti. Mentre per lo Stato Islamico non è così. Noi abbiamo paura perché siamo la terra del politicamente corretto, che abolisce il pensiero critico e, per non offendere le minoranze, in questo caso quella islamica, approva questa pazzia chiamata islamofobia, la presunta persecuzione in Occidente dei musulmani. Per non offendere, si evita di dire che il Califfato ha un legame con l’Islam. Ma sono i terroristi a gridare “Allah Akbar” e non lo fanno perché sono folli bensì perché vanno al martirio. Sono sempre loro a citare, per analogia, il Corano. Loro stessi si chiamano “Califfato”, quindi Stato Islamico. C’è un costante e continuo richiamo alla religione islamica e nasconderlo, utilizzando altre parole, equivale a non capire cosa esattamente ci troviamo di fronte e ad essere quindi disarmati.

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell'Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Lei afferma nel libro che Boko Haram è il migliore alleato dello Stato Islamico e che è stato sottovalutato. Perché?

È uno degli alleati. È molto forte. È la versione centrafricana del Califfato. Era un movimento oscuro e relativamente povero, rispetto agli altri fenomeni jihadisti, ma l’essersi appoggiato al Califfato lo ha rafforzato. Ma noi li abbiamo sottovalutati tutti: in Tunisia, nel Maghreb… continuiamo a sottovalutarli nel territorio della ex Jugoslavia. A un certo punto abbiamo pensato che con la morte di Bin Laden il terrorismo islamico fosse finito. In realtà non era affatto così.

Quindi il Califfo non agisce da solo ma esiste una rete di alleati?

C’è una rete jihadista globale di movimenti, alcuni dei quali esistono da tanti anni, che hanno semplicemente trovato un nuovo marchio. Usano la bandiera del Califfato per unirsi trovando maggiore pubblicità. Il Califfato ha compiuto degli attentati nel cuore dell’Europa e quindi si è fatto notare a livello globale. C’è una rete ma non è necessario che ci sia. Oggi chiunque può tranquillamente radicalizzarsi scaricando del materiale da internet, convertirsi all’Islam e compiere un attentato. Non conosciamo i reali rapporti tra i vari movimentijihadisti, di sicuro c’è che sono in tanti e agiscono per uno scopo comune, ovvero la guerra ai non islamici. Ci sono anche tanti singoli che agiscono per varie motivazioni, anche personali, ma collaborano a questo scopo, ovvero annientare gli infedeli.

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell'Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Nel libro si sofferma anche a parlare degli effetti controproducenti degli aiuti umanitari. Cosa si dovrebbe fare invece?

Semplicemente lasciare che i vari Paesi agiscano come i loro popoli ritengono sia meglio. Smettere di imporre la visione occidentale di sviluppo, di crescita. Smettere di regalare un sacco di soldi a governi corrotti che non li usano per i loro cittadini. Lasciare che ciascun Paese si amministri da sé.

Quali sono le reali condizioni di vita nei territori conquistati dal Califfo?

Sono quelle di un territorio in guerra, bombardato e governato dalla legge islamica. Le donne vanno in giro coperte, scortate da uomini, o ancora meglio non vanno in giro. I commercianti devono pagare una tassa allo Stato Islamico. Gli infedeli non sono tollerati.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-isis-versione-ultravioletta-e-macabra-dell-occidente-intervista-a-francesco-borgonovo

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Il Salone del Libro si sposterà a Milano? – Intervista a Gaspare Bona

11 giovedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il Salone del Libro si sposterà a MIlano? – Intervista a Gaspare Bona

Lo scorso 02 febbraio i media lanciano la notizia delle dimissioni di Federico Motta, presidente dell’Aie, dal consiglio di amministrazione della Fondazione che organizza il Salone internazionale del Libro di Torino. Gli interrogativi sono tanti ma una domanda sembrano porsela tutti: il Salone del Libro di Torino si farà ancora oppure no?

Il 06 febbraio Gaspare Bona di Instar Libri scrive un appello, in forma di lettera aperta indirizzata ai colleghi editori, ai soci della Fondazione del Libro, alle Fondazioni bancarie, a private società e istituzioni locali e nazionali. Perché Gaspare Bona ha scritto questa lettera? Ne abbiamo parlato in un’intervista.

Che cosa si aspetta grazie alla sua lettera ai colleghi editori, una proposta concreta da parte dell’organizzazione del Salone del Libro o altro?

Alla base di tutto c’è questa sensazione che si parlasse del Salone del Libro, al di là di ciò che andava bene o male, senza mai pensarlo come entità. La paura che ci fosse il rischio di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Per cui questo appello è in difesa del “bambino”.

La speranza è smuovere le istituzioni, gli sponsor privati, le banche… sembra che anche il Ministero abbia mostrato interesse. Arrivare a una soluzione concreta che garantisca un futuro al Salone. Che non si arrivi a dire “beh anche quest’anno siam riusciti a farlo”. Si riesca a riportarlo in auge e che resti un appuntamento fondamentale, senza snaturarlo.

Il problema di fondo, secondo me, è capire se il Salone del Libro è una manifestazione culturale di importanza nazionale e internazionale, come io e tanti altri editori pensiamo, e quindi venga considerato un investimento da parte delle istituzioni, anche per la ricaduta economica per la città di Torino ma soprattutto per l’aspetto culturale, oppure se deve essere considerato solo una fiera commerciale. Non penso si possa fare una manifestazione come il Salone del Libro senza che ci siano dei contributi, ci sono sempre stati, ma bisogna gestirli bene.

La lettera che ha scritto ai colleghi ha trovato numerosi apprezzamenti e al medesimo tempo continua il silenzio di case editrici di alcuni gruppi editoriali. Un silenzio che fa male, in primo luogo, al Salone del Libro di Torino: vi sentite in un ruolo marginale come ha dichiarato il presidente dell’Aie, Federico Motta, e in questi ruoli marginali ci sono vedute molto diverse fra voi editori?

Non so quali siano le ragioni dell’uscita di Motta. Ho letto il comunicato dove si parla di questo ruolo marginale degli editori e che quindi è inutile che stiano nel consiglio. Alcuni editori, secondo me, hanno pensato che la mia lettera fosse contro la decisione di Motta di dimettersi. In realtà il motivo che mi ha spinto a scriverla è stato il modo in cui, soprattutto i media, hanno comunicato la notizia. Quando i giornali titolano “gli editori abbandonano il Salone del Libro” io mi metto in allarme. Per quali ragioni? Intanto l’Aie rappresenta una grande parte degli editori italiani ma non tutti, circa 400 su 4000 case editrici esistenti. Inoltre dire che gli editori abbandonano il Salone è un controsenso. Gli editori fanno il Salone, senza di essi non esisterebbe. L’idea passata è che gli editori abbandonano e il Salone non si fa più ed è completamente sbagliato. Tant’è vero che tantissimi editori, anche iscritti all’Aie, hanno aderito all’appello. Altri potrebbero non aver aderito perché hanno interpretato il gesto come una polemica contro l’Aie. Ma non è così.

Sono sette, otto mesi che del Salone si parla solo in termini negativi e così facendo si perde di vista il valore che ha. Qualche anno fa, quando è successo lo scandalo del Grinzane Cavour, è stato buttato via tutto quando, in realtà, era un problema di pochi. Quelli che scrivevano i libri per il Premio lo facevano senza implicazioni. La giuria era composta da persone valide, assolutamente specchiate. Che dietro ci fosse una mangiatoia non c’entrava niente con loro, mentre sono rimasti coinvolti tutti. Adesso mi sembrava che ci fosse un po’ lo stesso pericolo.

Ernesto Ferrero, ad esempio, è una persona straordinaria, ha fatto tantissimo in questi anni per il Salone del Libro, per farlo crescere. Io ho partecipato al Salone dal primo anno, come lettore e poi come editore. Lo reputo un appuntamento importantissimo. Non solo per l’aspetto commerciale della vendita dei libri. In quei cinque giorni si ha la possibilità di un confronto con tutti gli altri editori italiani, con tutti i professionisti dell’editoria – traduttori, redattori, agenti – e si assiste a un fermento incredibile. Poi, in questi ultimi anni, con l’IBF è diventata internazionale.

Il Salone del Libro si sposterà a MIlano? – Intervista a Gaspare Bona

Eppure l’International Book Forum è a rischio chiusura. Perché?

I giornali hanno riportato la notizia che quest’anno non si fa più perché non ci sono i soldi. La lettera contiene anche l’appello alla conservazione dell’IBF. Credo troveranno i soldi per farlo. Da tutte le parti è giunta la richiesta di mantenerlo.

Il salone del libro di Torino è stato recentemente al centro di due scandali: quello dei numeri di ingresso gonfiati (ottobre 2015) e l’accusa di peculato mossa al presidente Pacchioni (maggio 2015). Quanto hanno inciso queste due situazioni nel minare la credibilità del Salone? Cosa possono fare gli editori affinché sia concretamente recuperata?

Sono due problemi molto diversi. Sulle accuse solo la Magistratura può decidere. Sulla questione dei numeri, credo sia stata una gaffe. I numeri sono grossi lo stesso, di fatto, anche se avessero dato le cifre esatte, non sarebbe cambiato nulla, sono comunque importanti. Non penso ci sia un problema di credibilità del Salone del Libro. C’è una struttura a monte, che è la Fondazione, che forse deve recuperare credibilità e sembra che, con le nuove persone, lo stia facendo. Gli editori arrivano al Salone con i libri dei loro autori, questa credibilità non è stata in alcun modo intaccata.

La questione non è soltanto legata al 2016 e a Torino, indubbiamente Milano, con il suo BookCity, che in pochi anni ha raggiunto numeri importati, e con Expo che ha ridato alla città una centralità internazionale culturale, vuole essere la protagonista dell’editoria che da molti anni sogna, non solo per la presenza già consolidata di tante case editrici, ma anche con un proprio evento sui libri in grado di sbaragliare la concorrenza. È una riflessione scorretta, parziale, maliziosa, o contiene una piccola verità?

Del fatto che Milano voglia scippare il Salone del Libro a Torino se ne parla da tanti anni. Non posso escludere che ci sia questo rischio, fa parte dell’appello chiedere alle istituzioni di agire anche perché ciò non avvenga. Tuttavia penso che il Salone non sia trasportabile, nel senso che non si può pensare di spostarlo altrove senza trasformarlo in qualcos’altro. Inoltre mi sembra che Milano, proprio per queste sue manifestazioni, abbia già trovato un proprio spazio culturale, differente ma comunque interessante. La mia speranza è che crescano entrambe: il Salone a Torino e BookCity a Milano.

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Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò

10 mercoledì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò

Tra il 1979 e il 1986, nella città di Palermo, lo scontro tra clan mafiosi causa 1000 morti. 500 vittime sulla strada e 500 persone rapite o scomparse. Nel mirino anche politici, poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, medici, imprenditori… e dietro ad alcuni omicidi la paura, il sospetto, l’ombra di un coinvolgimento delle istituzioni.

«A Belén, in Brasile, davanti alla tv nella saletta dell’hotel Regent, don Tano Badalamenti e Masino Buscetta ascoltano le notizie. E Badalamenti, subito: Qualche uomo politico s’è sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza del generale (Carlo Alberto Dalla Chiesa, ndr). Lo hanno mandato in Sicilia per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che poteva giustificare tutto questo odio contro di lui».

Antonio Calabrò, ne I mille morti di Palermo (Mondadori, 2016), ricorda le parole del magistrato Sebastiano Ardita riguardo le intuizioni di Claudio Fava sulla criminalità catanese: «aveva capito per primo che la mafia sul disincanto aveva saputo costruire i suoi percorsi. Una classe borghese che si serve dei criminali, alleata del mondo istituzionale». Ma soprattutto sottolinea, l’autore, la nascita del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto e composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, le cui accurate indagini hanno portato all’istituzione del maxiprocesso a Cosa Nostra nell’aula bunker dell’Ucciardone, iniziato il 10 febbraio del 1986:

  • 349 udienze.
  • 1314 interrogatori.
  • 635 arringhe difensive.
  • 200 avvocati difensori.
  • 475 imputati.
  • 2665 gli anni di carcere complessivamente inflitti.

Un enorme e scrupoloso lavoro di indagine, quello condotto dal pool di magistrati, cui è seguito un altrettanto valido impegno dei componenti della Corte. Tutto questo non deve essere dimenticato, neanche dalle nuove generazioni. È questa la motivazione principale che ha spinto Calabrò a raccontare dettagliatamente tutta la Storia degli anni che hanno preceduto il maxiprocesso e all’interno della quale se ne ritrovano le motivazioni.

Sono trascorsi 30 anni dall’inizio del processo. Cosa è successo in Italia da allora? La mafia siciliana è stata davvero messa in ginocchio? Qual è il ruolo della criminalità organizzata oggi nella politica e nell’economia? L’Italia ha abbassato la guardia?

Ne abbiamo parlato con Antonio Calabrò.

I mille morti di Palermo racconta la storia che precede e spiega il maxiprocesso di Palermo. Quali sono i motivi che l’hanno portata a scrivere questo libro?

Questo libro è un grande richiamo alla memoria di quelle persone che hanno combattuto la mafia, che hanno perso lo vita. È importante che ne vada tramandato il ricordo. Il nostro è un Paese troppo spesso immemore. Ho tentato di mettere insieme tanti episodi criminali, i 1000 morti, dentro un contesto di spiegazione politica ed economica, in un doppio incrocio tra la cronaca nera, l’ambiente e la situazione politica.

Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò

Trent’anni fa iniziava, nell’aula bunker dell’Ucciardone, il maxiprocesso che, si legge nel libro, ha messo all’angolo la mafia. Le aspettative erano altissime. I risultati?

I risultati, per quel che riguarda il maxiprocesso in senso stretto, sono stati molto buoni. La sentenza è stata confermata anche negli altri due gradi di giudizio. Si è trattato, quindi, di un processo costruito molto bene, con riscontri certi, con prove oggettive e con un obiettivo raggiunto: mettere, per la prima volta, Cosa Nostra in ginocchio. Il maxiprocesso ha dimostrato che lo Stato, con un buon lavoro di indagine e costruzione giudiziaria, può battere Cosa Nostra.

Le cosche sono state scompaginate dall’azione del pool antimafia ma il vuoto di potere è stato subito colmato. Per evitare ciò non sarebbe stato utile e necessario un massiccio e diffuso intervento dello Stato? Per quale motivo non c’è stato secondo lei?

Finito il maxiprocesso, purtroppo, il clima è cambiato e il grande sostegno, anche di opinione pubblica, nei confronti dei magistrati si è affievolito. È cominciato un periodo molto difficile per Palermo. L’impegno avrebbe dovuto essere mantenuto con la guardia alta contro Cosa Nostra ma anche contro la ‘ndrangheta e la camorra. Non è successo e per molti motivi.

Il Paese si è distratto. Era un periodo, siamo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in cui sono cambiati anche gli equilibri internazionali. L’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata su altro. Sicuramente è stato un errore. Era una condizione subita dal Mezzogiorno ma inevitabile.

Poi, nel 1992, c’è stato il periodo delle grandi stragi di mafia ma anche l’inizio di Tangentopoli. La fine del ’92 è stato un momento drammatico per l’economia italiana, con il crollo del valore della lira e una grande difficoltà di tenuta delle casse pubbliche. In sostanza, quello è stato un anno di particole impegno e tensioni che hanno messo in secondo piano l’importanza di una lotta di lunga durata nei confronti della mafia.

Proprio come conseguenza di quel 1992, tramontano le stragi di Falcone e Borsellino, declina la stella politica di un uomo molto discusso, Giulio Andreotti, diventa Presidente della Repubblica un personaggio, Oscar Luigi Scalfaro, che veniva da una lunga militanza da uomo perbene dentro la Democrazia Cristiana. Un passaggio epocale abbastanza grosso dentro il quale se c’è stata, dopo le stragi, una risposta alla mafia abbastanza imponente, è altrettanto vero che l’Italia intera si è trovata dentro una crisi profondissima e la lotta alla mafia, nel tempo, è passata in secondo piano.

Lei afferma che il Quirinale ha sempre avuto un forte segno d’impegno antimafia. Cosa intende per forte segno?

La consapevolezza della pericolosità dell’organizzazione mafiosa nei confronti della tenuta stessa della democrazia. Una consapevolezza che aveva ben chiara un Presidente come Sandro Pertini e che hanno mantenuto i suoi successori, Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella. Il Quirinale insomma si è contraddistinto, nel corso del tempo, come un alto punto di garanzia e di solidità delle istituzioni repubblicane mentre la mafia è l’esatto contrario di una buona tenuta democratica ma anche di una efficiente economia di mercato.

Il maxiprocesso di Palermo ha avuto luogo anche grazie alle rivelazioni dei pentiti Buscetta e Contorno e quelle sui tentativi di “dialogo” tra Stato e mafia con l’aiuto di Brusca e Giuffré. Cosa pensa della Trattativa?

Buscetta, Contorno e tutti i pentiti nella stagione del maxiprocesso vengono interrogati, sottoposti a verifica, si cercano i riscontri da parte di un pool di magistrati attenti, preparati, scrupolosi. Le sentenze reggono in Appello e soprattutto in Cassazione perché basate non solo sulle parole dei pentiti, che erano comunque importanti, ma sui fatti a riscontro, sulla documentazione derivante dagli accertamenti patrimoniali, dalle liquidazioni sui soldi…

Un lavoro enorme, incredibile da parte di un pool di magistrati, cioè di uomini di legge che hanno esperienza, formazione, competenza, sguardi diversi e convergenti, guidati da un personaggio, Antonino Caponnetto, che aveva una fortissima capacità di leadership valorizzando di ognuno le specifiche attitudini. Quel pool era uno strumento eccellente, sarebbe stato necessario conservarlo mentre, certo non per caso, è stato smontato, e Falcone si è ritrovato umiliato da una presidenza dell’Ufficio Istruzione, come quella di Antonino Meli, a indagare sulle rapine. Un patrimonio disperso.

Quanto alla Trattativa tra lo Stato e la mafia, non credo sia avvenuta. Ci sono stati, ma come è sempre accaduto, dei contatti forti tra uomini delle istituzioni e vertici delle cosche mafiose ma non tra lo Stato come entità e la mafia.

Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò

Lei scrive del 10 febbraio 1986: «il giorno in cui lo Stato ha messo la mafia in ginocchio». Lo Stato per tramite dei componenti il pool antimafia o quest’ultimi che vogliamo considerare un intero Stato?

Lo Stato è le sue istituzioni, le sue leggi, le sue regole, i suoi magistrati, i suoi carabinieri, la sua Polizia, i suoi cittadini. Nel momento del maxiprocesso, lo Stato ha dimostrato di essere questo: una struttura con la forza delle istituzioni e l’impegno a far rispettare le leggi. E questo è stato l’elemento vincente.

Negli anni precedenti, durante la lunga e drammatica stagione che arriva a 1000 morti, lo Stato si era dimostrato poco capace di usare i suoi strumenti, i suoi uomini e le sue istituzioni. Molti uomini delle istituzioni erano morti. Voglio ricordare Piersanti Mattarella, ma anche il segretario della Dc Michele Reina, il capo dell’opposizione La Torre, segretario del Pc, magistrati come Costa, Terranova e Chinnici, carabinieri come Giuliano e Di Bona, poliziotti come Russo e Zucchetto, e i tanti altri che sono caduti… Lo Stato non si dimostrava all’altezza di fronteggiare la violenza dei corleonesi e dei loro alleati. Poi arriva la reazione: la costruzione del maxiprocesso, la riprova e la tenuta della Corte.

Ricordiamo con grande gratitudine il pool antimafia ma bisogna rammentare anche la Corte: il presidente Giordano, il giudice a latere, che era Pietro Grasso, e i giudici popolari. Quella Corte che sa tenere il processo dentro i canali della legalità, rispettando in pieno i diritti degli imputati, ma onorando, soprattutto, l’esigenza di arrivare a una risposta, una sentenza che fosse fondata su prove e che fosse equilibrata rispetto alle esigenze del diritto.

Per questo è importante il maxiprocesso: perché non è un’azione persecutoria contro la mafia, è uno straordinario atto di giustizia.

Perché, secondo lei, in Italia spesso sull’impegno istituzionale e politico contro la mafia cala il silenzio?

Nella storia italiana, le cosche mafiose, camorriste, della ‘ndrangheta… si sono mosse all’interno dei circuiti della politica, degli affari e delle istituzioni. Sono state poi, negli anni dell’immediato dopoguerra, vissute, da chi governava, come un baluardo contro la sinistra e contro il Partito Comunista. Sono state all’interno del gruppo dirigente del Paese, in un connubio molto oscuro, molto segreto e anche molto inquinante. Poi, per fortuna, all’interno degli stessi ambienti di governo, si sono mosse persone che si sono impegnate per tenere la mafia fuori dalla politica e dalle istituzioni. Ricordo, di nuovo, un nome per tutti: Piersanti Mattarella. Una persona che, da governatore della Regione Sicilia, aveva fatto del buon governo la sua bandiera di riferimento.

Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò

L’Italia al tempo del maxiprocesso era quella delle soap opera, dei paninari e degli yuppies: distratta, malinformata e fortemente interessata a crescita, sviluppo e denaro. Oggi guardandosi intorno cosa vede?

Vedo un Paese che ha superato molte delle stagioni più drammatiche della sua storia e che cerca, con fatica ma anche con speranza, di ricostruire un destino di futuro migliore.

Vedo un Paese in cui si muovono delle energie, anche nelle nuove generazioni, delle robustezze imprenditoriali, delle intelligenze di ricercatori italiani.

E vedo, purtroppo, che una parte dell’Italia, il Mezzogiorno, con pochissime eccezioni, è molto più lento allo sviluppo, molto più dipendente dalla spesa pubblica e molto inquinato da presenze di criminalità organizzata. L’Italia ha questo problema: il divario di sviluppo, sulla cui negatività incide anche la presenza mafiosa. Ed è una questione che il nostro Paese deve saper affrontare.

Sono indicazioni che Ciampi, Napolitano e poi Mattarella hanno sottolineato con grandissima forza.

Per ben due volte nel libro cita Sciascia e il suo monito a non abbassare la guardia soprattutto quando la mafia non si fa sentire. L’Italia, lo Stato e gli italiani hanno abbassato la guardia?

Nella storia italiana ci sono stati tanti momenti in cui ci si è distratti o si è pensato che il problema fosse marginale. Il richiamo a Sciascia, a tenere alta la guardia, vale anche di questi tempi.

È evidente che il potere mafioso, fortemente interno agli affari e a una certa politica, oggi non è più quello di un tempo. Non ci sono più gli interessi e le convergenze in termini di voti, di affari, di prestigio che hanno caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta, fino agli anni Ottanta. Però c’è una presenza pesante dei capitali mafiosi all’interno dell’economia, non soltanto italiana ma internazionale, e c’è un’allarmante indicazione di attività, soprattutto della ‘ndrangheta, anche nelle aree più ricche del Paese.

Come se il pericolo della ‘ndrangheta si fosse spostato, ad esempio, dalla Calabria a Milano. Questo spiega il forte impegno di un’associazione di imprenditori come Assolombarda nel ricordare ai suoi iscritti milanesi e della Brianza che la mafia è un pericolo grave e rischia di stravolgere l’intero assetto dell’economia. Bisogna tenere la guardia alta anche quando non spara.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-maxiprocesso-di-palermo-ha-davvero-messo-in-ginocchio-la-mafia-intervista-ad-antonio-calabro

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“Il Califfato non è una falsificazione dell’Islam” Intervista a Domenico Quirico

02 martedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Nel dibattito sul terrorismo islamico, insistente è la voce che lo vuole estraneo all’Islam eppure il jihad viene indicato come uno dei pilastri dagli stessi musulmani, estremisti certo ma pur sempre islamici.

Il Califfato nasce e si sviluppa al di fuori del modo musulmano o ne rappresenta una parte? Per Domenico Quirico ammettere che quanto sta accadendo nasce da una cellula, crudele e deviata, dell’Islam rappresenta il punto di partenza per poter meglio comprendere il fenomeno jihadista di cui lui ha sentito parlare in anteprima proprio dagli artefici. Un piano, il loro, ben congegnato e preordinato che malinterpretato e sottovalutato ha portato e rischia ancora di portare conseguenze infauste. Centinaia di migliaia le vittime innocenti di questa guerra che si prospetta priva di vincitori con un forte desiderio di riscatto e di rivalsa a muovere una «sanguinaria e crudele epopea» destinata a durare ancora a lungo.

«Sì, l’avanzata dell’islamismo fa veramente paura il giorno in cui ti accorgi che ne respiri, tra ciucche parolaie, quasi inconsapevolmente e senza trasalire l’aria insulsa e sanguinosa».

Domenico Quirico, inviato de «La Stampa», è stato rapito in Libia nell’agosto del 2011 e in Siria nell’aprile del 2013.

«Credevo mi avrebbero ucciso, la Siria è in mano al demonio». Ha dichiarato dopo il rilascio, avvenuto l’8 settembre sempre del 2013. 152 giorni di prigionia raccontati ne Il grande Califfato (Neri Pozza, 2015), un libro che raccoglie la sua analisi di quanto sta accadendo in Siria, di quello successo in passato ma anche di ciò che ha rappresentato per l’autore vivere e subire gli accadimenti.

Processo inevitabile, a suo dire, per chi vuole svolgere il mestiere di scrivere con «onestà, umiltà e passione». Una visione molto avventurosa della professione, una grande voglia di vivere pienamente il suo giornalismo esplorativo, come lui stesso lo definisce.

«Una volta c’erano gli esploratori, anche agli inizi del Novecento… perché c’erano ancora delle cose da esplorare, degli spazi vuoti. Io credo che il giornalismo oggi sia in qualche misura una forma esplorativa dell’uomo, di come si è trasformato. Del resto bisogna addentrarsi in territori sconosciuti, non si può esplorare con il cannocchiale».

E Quirico di sicuro si è avventurato in posti se non sconosciuti dal punto di vista geografico ancora da conoscere da quello politico e sociale. Un giornalista-esploratore con un grande spirito di avventura, che non ha disdegnato di osare per curiosità di conoscenza, che ha vissuto e superato, per fortuna, esperienze dure come il sequestro in terra straniera e che ne parla come di un qualcosa che bisogna mettere in conto se si vuol fare il suo mestiere fino in fondo. Esperienze che lo hanno cambiato, rendendolo una persona diversa.

Abbiamo cercato anche noi di conoscere e comprendere quanto più possibile delle sue “avventure” nell’intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Il grande Califfato è il reportage giornalistico di quanto accaduto negli ultimi anni e non solo, ma è anche un racconto intimistico degli accadimenti della sua vita. È la narrazione di una guerra vista e vissuta attraverso i filtri del suo essere. Quanto l’ha segnata tutto questo?

Obbligatoriamente mi ha segnato. Credo in un giornalismo che è un mestiere, non una missione o altro. Una sorta di artigianato che per forza ti deve trasformare, non necessariamente migliorare. Si trasforma nel senso che la realtà lo plasma. Io sono molto diverso da quello che ero venti o dieci anni fa per ciò che ho vissuto e raccontato, che per me sono due cose coincidenti. Una trasformazione dovuta all’esperienza umana non solo professionale, cosa che accade a chiunque svolge questo mestiere con onestà, umiltà e passione. Credo sia questo uno dei problemi del giornalismo di oggi che non è più immerso e a volte sommerso nella realtà ma vive in una mediazione che l’ha reso freddo, indifferente, qualche volta cinico, altre bugiardo… esiste una forma di giornalismo totalmente bugiardo e paradossalmente è quello che forse utilizza di più gli strumenti che dovrebbero garantire l’aderenza perfetta alla realtà. Mentiamo proprio nel momento in cui utilizziamo gli strumenti più neutri dal punto di vista tecnico. Ciò merita senz’altro una riflessione.

La prigionia l’ha paradossalmente resa uguale agli uomini del jihad. Lei, l’infedele del gruppo, quando si è scoperto vicino ai combattenti della guerra santa? Una vicinanza legata al sequestro non alla causa.

Banalmente quando ho scoperto che, purtroppo, dovevo condividere il loro tempo che era anche il mio. Vivevo con loro e quindi ne ero, ahimè, legato in modo stretto e indissolubile fino a quando loro stessi non avessero deciso di liberarmi. La mia vita diventava in parte anche la loro vita. Io come prigioniero non pregavo, non combattevo… ma ero comunque unito in modo inscindibile al loro destino.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Lei ha sentito parlare per la prima volta del Califfato mentre era prigioniero ad al-Quesser, in Siria. Prima di entrare nel merito di quanto sta accadendo oggi vorremmo facesse un passo indietro, per ritornare a quei giorni e raccontarci quanto provato.

Io, di mestiere, faccio l’inviato, sono stato sequestrato anche altre volte… è la normalità in quei posti quando uno vi si reca per raccontare quanto accade. In questa precisa occasione i problemi maggiori sono stati legati al lungo tempo trascorso con i miei sequestratori. Ora, a distanza di molto tempo e, ovviamente, data la conclusione fortunata di questa storia, ritengo sia stata una straordinaria occasione per capire, in anticipo rispetto agli eventi, quello che stava accadendo in quei luoghi e che la Siria che avevo conosciuto nei miei viaggi precedenti, tra il 2011 e il 2013, si stava trasformando da Paese rivoluzionario in qualcosa di completamente diverso.

Lei ha cominciato a parlare del Califfato subito dopo il suo rilascio ma la notizia non ha avuto molta eco. Tante le critiche però. Perché?

Non ha avuto molta eco perché sembrava una storia un po’ fantasiosa. Che lo scopo di questi gruppi islamisti fosse quello di ricostruire qualcosa che ha avuto il suo sviluppo storico nel Sei-Settecento dopo Cristo appariva a molti un qualcosa di bislacco e di impossibile. In realtà c’era, come mi era stato spiegato dai miei sequestratori, un progetto politico molto concreto, motivato e con dei mezzi e delle cadenze assai ben individuate. Le critiche non si riferivano tanto all’aver parlato di questo progetto di Califfato ma al fatto che io ho descritto un mondo in cui il Male aveva il suo totale e assoluto dominio. In tanti mesi di sequestro non ho mai incontrato, se non una volta, un gesto di umana pietà. E questo è stato mal interpretato, da persone tra l’altro che non avevano letto il libro che avevo scritto al ritorno. A questi le mie parole sono sembrate una condanna aprioristica e semplicistica del popolo siriano, cosa che era ed è totalmente fuori dalla mia idea. In realtà si trattava della constatazione che la brutalità e la violenza dell’esperienza storica che i siriani hanno vissuto e stanno vivendo ancora, purtroppo, ne veniva progressivamente modificando il carattere antropologico, obbligandoli a diventare violenti, feroci, insensibili al dolore degli altri perché ciò avrebbe rappresentato una debolezza che poteva costar loro la vita in uno scenario così estremo.

«Ecco: noi siamo musulmani non pecore, non dimenticarlo più, ci avete umiliato e sfruttato per secoli. È finita». Lei afferma che è sulla memoria e non sulla Storia che i popoli costruiscono il proprio passato. Qual è la memoria dei popoli musulmani? E quella degli occidentali?

La memoria dei popoli musulmani è la constatazione di una decadenza, di esser stati la civiltà del mondo, esattamente nei secoli in cui il Califfato era al suo apogeo mentre l’Occidente era povero e immerso nelle tenebre di un Medioevo e assai lontano dall’esplodere negli splendori del Rinascimento. Mentre il presente è umiliazione, povertà, divisione e debolezza. È sul ribaltamento di questa memoria collettiva di decadenza che il Califfato ha costruito la propria immagine, scegliendo di chiamarsi così non a caso.

La memoria degli occidentali è una visione rovesciata. Il passato non conta nulla e la concezione della Storia e della memoria è quella di un progresso continuo che, con il passare del tempo, ci rende più ricchi, più felici, più affaticati dalle debolezze della natura, dalla nostra condizione di uomini e ci porta, paradossalmente, verso una sorta di immortalità. Questo è speculare rispetto alla memoria dei popoli musulmani. Per loro, per quelli che condividono un certo Islam, è il passato il segreto della condizione umana e trovano il progresso nell’età dell’oro. Per noi invece questo è legato a una visione ottocentesca, ovvero come un qualcosa di inevitabile e immanente.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

«Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo». Davvero l’Occidente ha creduto di poter continuare a esportare e imporre il proprio modello ovunque senza generare una reazione, come accade in Fisica, uguale e contraria?

Le rispondo di sì. Se legge i discorsi dei politici o degli intellettuali occidentali vedrà che buona parte riporta questa visione, tra l’altro con dei fondamenti. I nostri modelli, quelli che noi proponiamo e in qualche misura imponiamo solo parzialmente con la forza ma impiegando altri strumenti, che possono essere considerati indiretti o più subdoli, sono riconducibili tutti al concetto politico di democrazia, alla scienza, al progresso tecnologico, alla relatività di tutte le ideologie e anche addirittura di tutte le professioni religiose, l’indeterminatezza di una ragione prevalente. In altri invece c’è una sorta di auto-dichiarazione di colpevolezza o di debolezza.

Visto dall’Occidente, il Califfato è un’avanzata dell’islamismo che fa paura. Ma guardandolo dal mondo musulmano cos’è?

Ci sono molte sfaccettature. È difficile definire in maniera univoca il pensiero di oltre un milione di musulmani sparsi in diverse aree del pianeta anche se accomunati dalla stessa professione di fede. È, anche nella violenza e nel sangue, il ristabilimento di un equilibrio. Il capovolgimento di una storia ingiusta. Per molti musulmani il Califfato è anche questo. Al di là della retorica che si legge anche sui giornali e che afferma che l’Islam non è questo. Non è vero. L’Islam è anche questo.

Il Califfato non è una falsificazione dell’Islam, ne è una parte. Quella oscura, il cuore nero. Se non partiamo da questa amara constatazione non capiremo mai. Il volerlo respingere in territori definibili neutri, come un qualcosa che non appartiene a niente ed è generato dalla follia di un gruppo di uomini è un modo per non capire. Il che non vuol dire che non sia una sanguinaria e criminale epopea. Lo è. Ma nasce all’interno dell’Islam. Al pari delle guerre di religione o della strage di San Bartolomeo. Una sanguinaria e crudele manifestazione del Cristianesimo.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro?

La continuazione del presente. Questa vicenda, purtroppo, durerà ancora molto tempo.

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Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

17 domenica Gen 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

La Storia, si sa, è fatta di cicli che si ripetono; Giambattista Vico li chiamava ricorsi. Ma quando sono gli errori a essere commessi ripetutamente cosa viene da pensare? Albert Einstein aveva etichettato come follia la propensione dell’uomo a fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso.

Carlo Panella ne Il libro nero del Califfato, edito da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) ad aprile 2015, pone l’accento sugli errori commessi dall’Europa nel 1939 allorquando non capì la gravità del disegno progettato da Hitler e quelli, identici, commessi oggi nell’interpretazione del fenomenojihadista.

«Non rendersi conto che qualcuno ti fa la guerra per imporre la sua “cultura” è un errore. Errore ancora più grande è non capire perché ti vuole annientare».

Perché Hitler ci ha fatto guerra? Perché voleva annientare il popolo ebreo? Perché il Califfo ci fa guerra? Perché vuole annientarci? «Un abisso separa la nostra totale dimenticanza, la stupita ironia, il nostro scherno nei confronti dell’Apocalisse, dalla loro certezza che è immanente e imminente. Schiaccio il detonatore, mi uccido e uccido gli infedeli perché domani, tutti insieme, siamo chiamati al Giudizio Universale».

Il libro nero del Califfato è un testo che vuole focalizzare sulla centralità dello scisma islamico in atto nelle tragiche vicende che hanno visto coinvolto anche il territorio occidentale nei recenti attacchi di Parigi. Ne abbiamo parlato in un’intervista con l’autore Carlo Panella.

«L’Europa ha commesso gli stessi errori nel 1939 e ora li ripete»: il non capire che qualcuno ci combatte per affermare il predominio della propria civiltà e il non cogliere le ragioni per le quali qualcuno vuole annientarci. Cosa spinge il Califfo verso la volontà di annientare l’Occidente? E quali sono i termini di questa guerra di civiltà?

La ragione fondamentale alla base delle azioni del Califfato, come di tutti i movimenti jihadisti, è quella di conquistare potere politico ovunque, in particolare nelle zone che furono sottoposte al dominio islamico in passato, per imporre la legge divina, la sharia. È quello che sta facendo non soltanto in Mesopotamia e in Libia ma anche attraverso atti che noi, erroneamente, definiamo di terrorismo, come gli attentati di Parigi, e che invece sono solamente delle punizioni shariatiche per delle trasgressioni alla legge di Dio.

«Charlie Hebdo» per blasfemia, il Bataclan perché la musica, qualsiasi non solo quella occidentale, è proibita, colpiti bar e ristoranti per punire la promiscuità tra uomini e donne. Tutti segnali molto chiari che l’Occidente non interpreta anche perché abbiamo una visione “egoistica” del mondo. Pensiamo che loro ci vogliano fare paura o che siano dei terroristi. È scontato dire che vogliono farci paura, in realtà tutte le loro azioni mirano a far applicare la sharia.

Non rendersene conto vuol dire ignorare lo scisma religioso interno al mondo islamico. Non è tutto l’Islam ma un Islam scismatico quello che ci attacca. Che ci fa la guerra e quindi noi dobbiamo farla a lui. Farla sul serio però, non quello che l’Occidente sta facendo ora, ovvero bombardando in Siria e Iraq, ma andando a combattere sul terreno o comunque appoggiando chi sta combattendo. Non lo facciamo per varie ragioni ma principalmente perché l’Occidente non ha ideali, quindi non ha coscienza di sé stesso.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel testo sottolinea gli errori del direttore della Cia, di Cameron, di Hollande e della Mogherini i quali affermano che il terrorismo non è Islam. «È Islam, invece: è uno scisma musulmano». Ci spiega i caratteri di questo scisma?

Brennan, Mogherini, Obama… pensano si tratti di una banda di criminali e la trattano come tale, una sorta di bounty killer, quando invece è uno scisma dei Saud e Muhammad al-Wahhab, un teologo islamico. Fece un’azione militare all’inizio dell’Ottocento andando a occupare La Mecca e Medina, si alleò con le tribù dell’Anbar, in pratica le stesse di oggi. È stato l’asse portante della rivolta indiana del 1857 e di quella sudanese del 1880 pur restando nell’ombra e riemergendo con forza durante la rivoluzione khomeinista. Perché l’elemento fondamentale di questo scisma è la pratica liquidatoria di tutte le dottrine idolatriche.

Loro ritengono che i cristiani e gli sciiti siano idolatri perché mentre loro hanno un solo Dio, questi adorano anche i santi o gli imam. Hanno questo atteggiamento persecutorio nei confronti degli idolatri, che verifichiamo anche in questi giorni in Iraq, mosso dalla volontà di venerazione di un unico Dio.

Non conoscere questi elementi, fare dei comodi appelli al bene contro il male o frasi del tipo non si uccide in nome di Dio è una difesa culturalmente miserrima che, ahimè, coinvolge anche il Papato che, peraltro, difronte alla persecuzione dei cristiani in atto da parte di questo movimento islamico, fa ben poco, nonostante le migliaia di martiri cristiani che questi scismatici uccidono ogni anno in tutto il mondo.

Come si colloca in questo scisma l’irrisolto conflitto israeliano-palestinese?

Una delle tante verità che ha spiegato questa vicenda è il fatto che la centralità del conflitto israelo-palestinese per sistemare il Medio Oriente era una bufala. Anzi spiega il contrario. Quanto sta avvenendo in Mesopotamia, in Yemen… in posti in cui mai c’è stato l’intervento occidentale, dimostra che la ragione per cui questo conflitto non si risolve non è in una dimensione di terra contro pace,come si è detto per decenni, ma in un non possumus di tipo islamico dentro, peraltro, questo scisma, per cui i palestinesi musulmani non sono disposti ad accettare l’esistenza dello Stato di Israele. Il tutto concretizzato dalla gestione fatta da Hamas.

Hamas e parte dello scisma non discutono minimamente della questione territoriale. Hanno avuto Gaza gratuitamente nel 2006 da Sharon, ma non fanno la pace con gli ebrei perché devono imporre la sharia su tutto Israele.

Il conflitto israelo-palestinese andrebbe risolto ma ciò non può avvenire perché nel mondo musulmano esiste da sempre il rifiuto della coesistenza tra uno Stato ebraico, uno Stato arabo e uno radicale e non a caso questo rifiuto inizia con una leadership religiosa, Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

L’altro grande nodo delle aspirazioni universalistiche dell’Islam è rappresentato dall’Iran. Ora che le sanzioni sono state revocate lei affermerebbe che la «deterrenza atomica per esportare la rivoluzione» ha funzionato?

Direi di sì. Sono riusciti a convincere le classi dirigenti occidentali della loro volontà di non destabilizzare il Medio Oriente nel momento stesso in cui con strumenti tradizionali lo facevano in maniera parossistica. In Iraq, in Siria appoggiando Assad, in Yemen, a Gaza, in Libano…

Gli iraniani non sono arabi, hanno delle èlite dirigenti estremamente raffinate, pongono all’Occidente il problema di una rivoluzione popolare vincente, hanno un’ideologia di morte basata sul martirio, di nuovo di tipo nazista, gestiscono il Paese in maniera autoritaria però l’incapacità di affrontare la situazione iraniana fa sì che l’Occidente chiami Rouhani affidabile riformista nonostante lo stesso premio Nobel Ebadi continui a dire che da quando c’è lui le condanne a morte in Iran sono duplicate. Assisitiamo al paradosso del riformista che duplica le condanne a morte formalmente per reati comuni, ma per la gran parte sappiamo tutti essere dovute a reati politici o di semplice dissidenza ideologica o verbale.

Contrapposto a quello wahabita c’è questo scisma khomeinista basato sulla ideologia del martirio e obbligo del musulmano di uccidersi per uccidere gli infedeli e, esattamente come per il fenomeno wahabita, non vogliamo prendere atto della radicalità culturale di questa ideologia autoritaria.

Lei ritiene che l’Occidente si rifiuti di comprendere «che queste migliaia di “John” sono uomini di fede» in quanto prenderne coscienza comporterebbe implicazioni terribili. Quali sono queste “implicazioni terribili”?

Affrontare il problema del consenso di massa che tutti gli inviati dicono… leggete cosa scrive Cremonesi sul «Corriere della Sera» intorno a Mosul. Ripete più volte: «La popolazione sunnita appoggia in maniera convinta gli uomini dell’Isis».

Dovrebbe bastare per rendersi conto che c’è un’adesione di massa a un’ideologia di morte, autoritaria e violenta, e ciò costringe a prendere atto che dentro l’Islam c’è uno scisma operante. E che questa parte scismatica, che uccide in nome di Dio, non viene contrastata a sufficienza se non con poche dichiarazioni verbali, proprio perché molti dei valori che i jihadisti difendono sono simili se non proprio uguali a quelli di gran parte del mondo islamico.

Elemento questo che non viene preso debitamente in considerazione, sfugge, si mistifica la realtà e si risponde in maniera meccanica con dei bombardamenti che, peraltro, non fanno che aumentare il consenso delle popolazioni civili colpite verso questa nuova forma di autoritarismo, non maggioritario ma di massa.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

In un altro passaggio del libro, definisce i terroristi islamici «simbolo di un male dell’anima che penetra in profondità persino nelle nostre metropoli». In cosa consiste questo male?

Noi non siamo figli di Set ma di Caino. C’è questo rifiuto dei contemporanei di affrontare di petto quello che è l’insegnamento non soltanto della Bibbia ma anche della mitologia greca: la propensione dell’uomo al male, all’assassinio, addirittura al fratricidio.

Ormai l’ideologia che gira, anche ad alti livelli della nostra cultura, è molto simile a quella delle Miss. «Vogliamo la pace nel mondo» è il corale desiderio espresso. Invece questa capacità di attrazione che ha una nuova ideologia di morte dentro un corpo religioso millenario pone dei problemi enormi per quanto riguarda la comprensione dell’uomo e della sua dimensione.

Problemi questi che sono contrapposti al politically correct, al mainstream buonista che pervade tutti gli ambienti della nostra cultura. Siamo difronte a una manifestazione del male dell’animo umano sviluppatasi ora in ambito musulmano, nel Novecento esplose in ambito europeo, che è inquietante e pone problemi drammatici.

Voi amate la vita, noi la morte è il messaggio che lanciano i jihadisti e questo alla nostra cultura, oltre che alla nostra sicurezza, pone dei problemi che si preferisce evitare.

Si sofferma a lungo nel libro sulle differenze tra Al-Qaeda, Isil e Califfato eppure tutte attirano «migliaia di giovani come falene». Perché? E perché l’Occidente stenta a capirne le motivazioni?

Al-Qaeda differisce dal Califfato per una ragione molto semplice: è essenzialmente una struttura organizzativa di tipo classico, non ha avuto la capacità di fare il salto di qualità che il Califfato ha fatto proclamandosi Stato e gestendo un territorio.

Attirano tanti giovani foreign fighter. Una grande capacità di attrazione di questa ideologia di morte che è dentro il corpus dottrinario dell’Islam. Il loro primo teologo di riferimento, Ibn Taymiyya, vissuto alla fine del 1200, sosteneva che il jihad è il sesto principio dell’Islam, più importante del Ramadan e della preghiera stessa. La loro sharia è identica a quella applicata in Arabia Saudita. I loro presidenti storici risalgono al 1800.

Da noi tutto questo viene frainteso, si fa finta che sia colpa nostra. Non c’entra niente l’Occidente. Questo non è un fenomeno di reazione a vere o presunte colpe dell’Occidente. È un fenomeno che nacque, all’interno del mondo musulmano, nel 1740 con lo scismawahabita, è diventato carsico per quasi un secolo e ora è riemerso con una capacità di attrazione di consenso che ebbe non soltanto il nazismo ma anche l’applicazione e la gestione della shoah. L’uccisione, lo sterminio di sei milioni di ebrei fu possibile perché c’era consenso in larga parte del popolo tedesco. Lo stesso fenomeno lo rileviamo oggi.

Quali sono stati i veri errori commessi da Bush e Blair nel 2003? E quanto si è rivelato efficace in realtà il cambio di strategia voluto da Obama?

L’errore fondamentale gravissimo compiuto da Bush e Blair nel 2003 è stato quello di sottovalutare la radicalità del conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq e in Mesopotamia, il non aver compreso che questo elemento religioso era ed è centrale.

In Iraq è stato messo alla guida un personale tecnico-amministrativo che non aveva la minima idea di dove si trovasse e questo ha avuto conseguenze disastrose perché ha radicato, nella componente sunnita, un rifiuto totale dell’amministrazione americana e ha favorito l’impianto dei jihadisti. Ciò è stato in parte risolto dal cambio di strategia imposto dal generale Petraeus ma non ci sono stati comunque grandi risultati, a causa della disastrosa dottrina Obama. Il totale abbandono dell’area ha consentito la persecuzione dei sunniti da parte degli sciiti. Parossistica conseguenza di ciò è la caduta dei sunniti nelle braccia del Califfato.

Pur con gli errori detti, la politica di Bush ci ha lasciato in eredità l’unico alleato affidabile, il Kurdistan iracheno, mini-Stato democratico di fatto nascente e crescente, affidabile sia dal punto di vista politico che militare. Non a caso alleato dell’Italia che, giustamente, lo aiuta.

Il non-interventismo di Obama ci ha lasciato senza alleati, senza interlocutori e con un numero di morti civili che raggiunge la cifra di 300-400mila unità, tra Iraq, Siria e Yemen.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Il 2011 è stato un anno di grande fermento nel mondo arabo, con le rivolte in Tunisia, Siria, Egitto. Quali sono stati i reali motivi, secondo lei? E in seguito cosa è successo durante i mesi di governo della Fratellanza Musulmana?

I motivi erano gli stessi della Rivoluzione iraniana del 1979. Dopo la decolonizzazione, i “cattivi imperialisti” hanno cercato di instaurare in tutto il Medio Oriente delle democrazie, subito destabilizzate da gruppi militari di provenienza filo-nazista, che si sono poi alleati con l’Unione Sovietica, che hanno instaurato dei regimi all’insegna della corruzione e dell’autoritarismo. Incapaci di fare fronte alle richieste di partecipazione e alle tensioni sociali che venivano soprattutto dai giovani.

Le Primavere arabe hanno avuto la capacità di abbattere dei regimi ma, quando si è trattato di gestire direttamente, hanno dimostrato che nel mondo arabo-musulmano non c’è una élite in grado di amministrare lo Stato e così sono andati al potere uomini dei vecchi regimi che hanno saputo riciclarsi.

Lei sostiene ne Il libro nero del Califfato che il vuoto di potere che è derivato dall’eliminazione del regime di Gheddafi in Libia ha contribuito alla «germinazione di terrorismo e jihadismo». Perché?

Non si è minimamente pensato, né nel momento in cui è stato fatto l’intervento né negli anni successivi, a quale potesse essere la gestione della Libia una volta battuto Gheddafi.

Si è fatto finta che sia stato ucciso da una rivolta popolare, il che non è vero in quanto Gheddafi è stato ucciso da forze militari della Nato, e si è lasciato il Paese nel caos con un livello di incompetenza e di non comprensione del territorio spaventosi, soprattutto a fronte dell’arretratezza delle classi dirigenti libiche.

Ora si è cercato di rettificare questo abbandono ma l’idiozia euro-americana nell’abbattere il regime di Gheddafi senza poi minimamente gestire le fasi successive credo andrà studiata nei secoli come manuale di quello che non va fatto in generale nel mondo.

Una lunga e saggia esperienza americana di Nation building nei Paesi in cui sono intervenuti sta ormai scemando verso un dilettantismo drammatico e tutto ciò crea terreno di coltura per la nascita e il radicamento dell’Isis e dei jihadisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel 2006 fu lanciato l’anatema contro la rivista satirica «Charlie Hebdo» e nel gennaio del 2015 c’è stato l’attentato. Pochi giorni dopo, il 14 febbraio 2015, il Califfato minaccia l’Italia: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma… in Libia». Cosa dobbiamo aspettarci?

Dobbiamo aspettarci degli attentati. Tanto più perché facciamo guerra all’Isis. Fortunatamente finora la fase è stata quella di attentati fatti da volontari, islamici di seconda generazione che sono andati a cercare il jihad in Afghanistan, in Yemen o in Mesopotamia e poi sono tornati. Non abbiamo avuto alcun attentato per mano di una centrale operativa specifica creata ad hoc dall’Isis, ma questo passaggio verrà a maturazione a breve.

Non possiamo prevedere dove, se in Italia o in Inghilterra o altrove, ma di sicuro ci saranno attentati, anche perché, a differenza di Al-Qaeda, l’Isis ha una valenza anti-cristiana molto marcata.

Come si combatte il terrorismo?

Creando una rete di alleati nel campo avverso. La follia della gestione obamiana della crisi è tale per cui noi non abbiamo alleati.

Siamo alleati con gli uni e con gli altri, vogliamo fare la pace, far fare la pace a sciiti e sunniti, tra i khomeinisti e gli anti-khomeinisti. In Yemen Obama bombarda gli sciiti con i sauditi e in Iraq e Mesopotamia invece a essere bombardati sono gli alleati dei sauditi e ciò va a favore degli sciiti.

È un quadro parossistico, vergognoso che farà sì che questa crisi complessiva continuerà a svilupparsi fino a quando, finalmente, un nuovo o una nuova presidente non prenderà incarico nel gennaio 2017. Abbiamo davanti oltre un anno di tempo durante il quale questa crisi diventerà sempre più ampia.

http://www.sulromanzo.it/blog/combattere-l-isis-sul-campo-le-ragioni-intervista-a-carlo-panella

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein

29 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

A ottobre è uscito per Mondadori Il Califfo e l’Ayatollah di Fiamma Nirenstein, un libro che osserva «quello che abbiamo di fronte con gli occhiali dell’analisi e non con quelli dell’illusione» per cercare di capire cosa in realtà sia il terrorismo internazionale.

Il terrorismo si presenta agli occhi degli occidentali come un enigma, una sfinge, al punto che siamo stati persino «incapaci di darne una definizione sancita dall’Onu tanto alligna in noi l’incertezza sia sulla sua ragionevolezza sia su come combatterlo». Una situazione, quella medio-orientale, complessa e di difficile interpretazione per cui facilmente si cade nell’inganno del fraintendimento, come nel caso delle rivolte della Primavera araba, le quali mostrarono molti segnali della loro vera natura «che noi abbiamo ignorato del tutto nel nostro infinito egocentrismo».

Eppure sarà proprio da uno scenario tanto tragico quanto lo scontro fra sunniti e sciiti «che può nascere la speranza di una nuova stabilità». È questo il messaggio che vuol lanciare Fiamma Nirenstein con il suo libro, scritto per dimostrare che gli errori occidentali (sfruttamento, opportunismo legato al mercato petrolifero, colonialismo) comunque non legittimano il terrorismo né tantomeno ne sono la causa. Ne abbiamo parlato nell’intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

L’immagine che più colpisce all’interno del suo libro è quella dell’Occidente accerchiato da una tenaglia a due ganasce: l’ISIS sunnita e la Repubblica Islamica Iraniana di stampo sciita, entrambe accomunate però da un’aspirazione universalistica in nome dell’Islam. Al di là delle divergenze teologiche, cosa li accomuna?

Li accomuna il progetto di conquista del mondo intero e la volontà di convertirlo alla loro dottrina, l’Islam, anche se uno è sunnita e l’altro sciita.

Li accomuna poi la maniera con cui cercano di portare a compimento il progetto. L’assoluta mancanza di rispetto per i diritti umani che, come descrivo nel libro, si riscontra nelle azioni dell’Isis ma anche nella Repubblica Islamica Iraniana dove vige la shari’a.

Le azioni dell’Isis sono più visibili e più terrificanti ai nostri occhi ma la situazione è da film dell’orrore anche in tutto il mondo iraniano.

Entrambi inoltre hanno ambizioni imperialistiche. L’Iran ormai controlla il Libano, parte della Siria tramite l’assistenza ad al-Assad con l’aiuto degli Hezbollah, lo Yemen, l’Iraq… la sua aspirazione possiamo convenire che sia diventata, almeno in parte, una realtà. Mentre l’Isis ha fondato lo Stato Islamico che comprende una parte della Siria e una dell’Iraq, che tende a espandersi.

L’Isis lo fa in maniera più evidente, dichiarando di voler combattere contro l’Occidente e sottometterlo ai capi e all’ideologia islamista.

È lecito pensare a una futura alleanza tra Isis e Iran o almeno a un accordo, oppure prevarranno la controversia religiosa e l’impossibilità della convivenza tra due universalismi islamici che hanno la loro base in Medio Oriente?

Il terrorismo ha consentito già molte alleanze ai danni dell’Occidente. Basti pensare che si dice che Osama Bin-Laden, sunnita e fondatore di Al-Qaeda, si è nascosto a Teheran per un periodo. Hamas, sunnita, si è appoggiata per molto tempo all’Iran e parte dei suoi capi vivevano a Damasco.

Gli esempi da poter fare sono molti… Ora l’elemento guerra è più forte tra sunniti e sciiti perché c’è il campo di battaglia siriano che spinge in questa direzione. Ma sì, è relativamente realistico pensare a possibili alleanze.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Restiamo un attimo in Medio Oriente. Nell’epigrafe del libro, ringraziando Bernard Lewis, lei afferma che occorrono coraggio e sapienza per comprenderlo. Perché?

È evidente nell’odio irragionevole che caratterizza una parte dell’opinione pubblica, anche occidentale, nei confronti di Israele. Molto spesso si cercano delle scappatoie, la mente rifugge dal vedere le cose come stanno veramente. Inoltre ci vuole molto anticonformismo e tanto buonsenso, come quello che ci ha insegnato il professor Lewis, per non indulgere in fantasie che vedono l’Occidente colpevole e responsabile di chissà cosa nei confronti del Medio Oriente. Ciò non fa che allontanarci dalla comprensione della realtà, la quale è comunque molto complessa e di ardua interpretazione.

Troppe ancora sono le immagini stereotipate. Pensiamo alla figura di Yasser Arafat, da molti visto come un eroe che si è battuto per la libertà del popolo palestinese quando in realtà non è che l’inventore del terrorismo internazionale.

Troppe le cose che in fondo si finge di non capire, come il fraintendimento della Rivoluzione Islamica Iraniana considerata una rivoluzione sociale dovuta alle terribili condizioni in cui era stato ridotto l’Iran. Nessuno era in grado di leggere i testi di Khomeini, in cui si spiegava chiaramente quale era il disegno perseguito, ovvero la creazione di uno Stato Islamico Integralista. Soltanto Bernard Lewis, che conosceva il persiano e che aveva letto quei testi, sapeva con precisione cosa stava accadendo.

Occorrono conoscenza, pazienza, capacità di discernimento, intento e buona volontà per sbrogliare la Storia dai nostri pregiudizi.

«Il Medio Oriente e l’Africa si prendono la loro vendetta per essere stati tanto incompresi». Si tratta solo d’incomprensione o è anche il frutto di politiche occidentali non proprio attente alle conseguenze?

Certamente ci sono state delle politiche occidentali di sfruttamento, di opportunismo legato al mercato petrolifero, di colonialismo… guai a dimenticarsene. Ma ciò di certo non legittima il terrorismo.

L’intento del mio libro è proprio dimostrare questo, cercare di spiegare i motivi di quanto accaduto a Parigi, attentati non legati al fatto che l’Occidente è o è stato colonialista, bensì motivati dall’intento imperialista che il terrorismo nutre a sua volta. E non sono animati né da ragioni sociali né da ragioni storiche, solo da una spinta ideologica. I terroristi sono mossi da una volontà religiosa di dominio.

In Israele accade la stessa cosa. Il terrorismo che c’è nello Stato non ha nulla a che vedere con lo scontro territoriale, altrimenti si sarebbe già giunti a un accordo. Una proposta che prevede due Stati per due popoli fatta decine di volte, a cui io personalmente sono favorevole. Ma gli estremisti hanno un’altra idea, ovvero che Israele deve appartenere solo alla umma musulmana e che gli ebrei se ne devono andare.

Cosa significa oggi per il Medio Oriente trovarsi in balia dell’Isis e della minaccia atomica dell’Iran? Si tratta davvero di un conflitto interno al mondo mediorientale, come ritengono alcuni, oppure l’intervento dell’Occidente è ineludibile e necessario?

L’Occidente non deve combattere solo per intervenire nello scontro tra sunniti e sciiti, ora più evidente che mai, ma deve farlo soprattutto per difendersi.

Siccome il disegno di entrambe le fazioni è imperialista e il mezzo che hanno deciso di impiegare è il terrorismo, è chiaro che noi o restiamo vittime del terrorismo oppure dobbiamo difenderci. Se ciò si tradurrà poi nello andare boots on the ground, come si dice “con gli stivali sul terreno”,o meno è solo una questione tattica non strategica. Una cosa è certa: c’è da combattere e da difendersi.

Si tratta di fare una guerra difensiva, di necessità, senza alcun carattere imperialista. Noi occidentali, siccome abbiamo avuto le terribili esperienze delle guerre mondiali, siamo molto restii a questo, giustamente. Rimane sempre un dubbio, un sospetto sulle intenzioni… la paura del riaffacciarsi delle guerre di conquista. Ma ora non si tratta di questo.

Il mondo è punteggiato, in maniera sempre più virulenta, da attentati terroristici che ormai coprono tutta la carta geografica e l’intenzione viene dichiarata continuamente dall’Isis. Da parte dell’Iran è meno esplicita ma tutti gli studi e tutta l’esperienza confermano la minaccia.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Banche, pozzi petroliferi, finanziatori stranieri, acquisto di armi dall’Occidente, una casa di produzione (Al-Itisaam establishment for the Media Production), una casa cinematografica (Al-Hayat Media Center) e una società di comunicazione (Al-Furqan): più che un gruppo terroristico, l’Isis sembra una holding della guerra santa. Le sembra esagerata una tale lettura?

No, lei dice benissimo. Le cifre di cui l’Isis gode, per finanziare il proprio progetto, sono enormi. Centinaia di migliaia di dollari di budget. Questa è infatti una grande differenza rispetto ad altre organizzazioni, quali Hamas. L’Isis non dipende da donazioni, ha dato vita a un sistema di guadagno che va dalle rapine alle richieste di riscatto, al commercio di opere d’arte, occupa territori dove ci sono pozzi petroliferi importanti e vende petrolio.

In Iran, d’altra parte, proprio mentre noi parliamo cadono le sanzioni, daranno al Paese centinaia di migliaia di dollari e non abbiamo alcuna garanzia che tutto questo denaro non venga poi impiegato per progetti antagonisti innanzitutto a Stati Uniti e Israele, indicati come il grande e il piccolo Satana. Definizione mai smentita, anzi più volte ribadita da Khamenei sia durante che al termine dellaTrattativa 5+1.

Inoltre una Commissione apposita istituita dagli americani, di cui sono stati pubblicati i risultati pochi giorni fa, ci dimostra che tutte le condizioni dell’Accordo ancora non sono state poste in essere. L’Iran doveva mantenere solo 3000 centrifughe di vecchia costruzione e invece ha ancora centrali di ultima generazione che in breve possono produrre uranio arricchito necessario per una bomba, non ha ancora liquidato le sue riverse di uranio, non ha distrutto le fabbriche di plutonio arricchito… e l’elenco è ancora lungo, lo si trova facilmente anche nel mio libro.

Lei sostiene che dobbiamo guardare all’Isis «come all’affacciarsi su di noi di un’apocalisse in senso tecnico», con gli attentati che rispondono a una strategia ben precisa che lega insieme terrorismo e propaganda. Insomma, una guerra vera e propria?

Sì, la si può considerare una guerra non convenzionale vera e propria. C’è un uso spietato dei civili, l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa contemporanei, come i social network, sia per diffondere informazioni che per trovare adesioni.

Purtroppo funziona. Basti guardare ai giovani foreign fighter che scelgono di arruolarsi tra le loro fila, non per motivi sociali, molti di loro hanno studiato, hanno famiglie che li amano, hanno un lavoro… sono mobilitati, vittime di malattie ideologiche esattamente come noi occidentali lo siamo stati nel secolo scorso, pensiamo al Nazismo, al Comunismo…

Dobbiamo ammettere di trovarci di fronte a una malattia ideologica e affrontarla come tale, oltre che con le armi, altrimenti non riusciremo a vincere.

Un esempio molto importante è quello palestinese. Si parla sempre della loro volontà di creare un proprio Stato, se ciò fosse vero l’avrebbero fatto da tempo. Tante volte gli è stata offerta questa possibilità. Ciò che li spinge, come si vede anche durante l’ultimaIntifada definita dei coltelli, è un’incredibile macchina della propaganda. Consiglio di visionare il materiale che si trova sul sito Palestinian Media Watch per vedere tutto quello che viene trasmesso dai media palestinesi, altrimenti non si comprende questa macchina dell’odio che spinge tanti giovani ad accoltellare, a investire con le automobili…

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Nel suo libro, c’è un’altra immagine che colpisce molto, quando paragona la paura del Vecchio Continente a quella «avvertita quando l’immortale Impero romano ha cominciato a sgretolarsi». Fino a che punto possiamo parlare di sgretolamento del Vecchio Continente?

Possiamo far cominciare lo sgretolamento del Vecchio Continente, ma in realtà di tutto l’Occidente, da quando l’Onu ha cambiato completamente la sua natura.

All’interno delle Organizzazioni Unite si sono formate delle maggioranze legate prima all’Unione Sovietica, quella dei Paesi denominati “non allineati” e dei Paesi arabi e musulmani in generale, che hanno completamente rovesciato l’idea originaria dell’Onu. Nata in seguito agli orrori della seconda guerra mondiale avrebbe dovuto combattere per la difesa della libertà, per la promozione dei deboli e delle donne, per l’uguaglianza dei cittadini e per la diffusione di tutte le idee, indipendentemente da chi appartenessero. È accaduto l’esatto contrario. Tutti i nostri valori sono stati minati da un’organizzazione internazionale che ha cominciato palesemente a combatterli.

Da presenza compatta e morale in difesa della libertà e della democrazia siamo diventati una comunità incerta e impaurita, con un fortissimo senso di colpa legato al continuo fraintendimento e stravolgimento delle proprie idee da parte avversa.

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“Noi ancora una volta” Intervista a Marie Therese Taylor

22 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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NONA TAPPA INTERVISTA ALL’AUTRICE

Parlando di  “Un insolito Natale in Australia” avevo accennato a un altro che lo aveva preceduto, “Noi ancora una volta”. Questo libro era stato presentato solo in formato digitale, adesso viene proposto anche in cartaceo.

È la storia di cinque amiche che si ritrovano tutti gli anni, lo stesso giorno, alla stazione Termini, al Caffè Trombetta, sino a quando, all’ennesimo appuntamento, se ne presenta una in meno, Margherita, la quale si trova in coma in ospedale. Le altre, cercano di aiutarla a venirne fuori, facendole sentire musica e storie a lei familiari. Un po’ come nel Decameron una delle ex ragazze detta il tema della giornata, tema che le altre dovranno riempire con i loro ricordi e con le musiche che copriranno gli spazi notturni. I ricordi di cinque donne che hanno passato la cinquantina e hanno trascorso i loro anni di fulgore in maniera effervescente. Ognuna di loro allora decide di prendere in mano il proprio destino e di accettarlo o di cambiarlo, con quella caratteristica forza che ogni donna possiede. Raccontando queste storie, le donne fanno anche una riflessione sulla propria vita, su quello che hanno ottenuto e su quello che sono diventate.

Un’occasione per parlarne e per scoprire qualcosa di più della misteriosa autrice, Marie Therese Taylor.

Qual è la genesi dei volumi?

Gli scrittori sono sempre forti lettori, dato l’attuale boom del libro erotico ho deciso di rileggere uno dei più grandi scrittori del genere di tutti i tempi, quel Boccaccio dal cui nome per secoli è derivato il genere boccaccesco. Volendo definire questo genere lo chiamerei erotico ironico, dove è il sorriso a farla da padrone.

Perché proprio il Decameron?

Rileggendo quel testo ho scoperto che ben sette dei dieci narratori erano donne. Donne capaci di affrontare temi pruriginosi ma anche di prendersi gioco con affetto dell’umanità intera. Perciò ho deciso di trasporre ai giorni nostri la vicenda, lì sfuggivano dalla peste qui dal coma. È sempre l’incombere di una morte annunciata che rende più piacevole i momenti che si stanno vivendo.

Sì ma tu parli di tradimenti, di corna non mi sembra molto allegro

Ma c’è sempre una profonda ironia e le donne escono sempre vincenti, anche quando sembra essere tutto perduto loro si salvano, grazie all’amicizia.

Marie Therese Taylor è lo pseudonimo di Alessandra Oddi Baglioni, donna in vista e manager di successo. L’uso di uno pseudonimo, almeno inizialmente, è stato dettato dalla necessità o dalla volontà di celare la sua vera identità?

No per niente. Alessandra Oddi Baglioni scrive romanzi storici dopo accurate ricerche e studi bibliografici, Marie Therese Taylor scrive più di sentimenti e racconta storie di donne come lei. Sono due facce della stessa persona. Diciamo che come Marie Therese mi permetto di svelare maggiori fatti intimi di persone che se sapessero il mio vero nome sarebbero più facilmente riconoscibili.

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Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

10 giovedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

È innegabile che, dopo la strage al Bataclan, siamo scesi in guerra.

Ma chi è il nostro nemico? Qual è il suo scopo? E quello di chi lo combatte? Come si vince la guerra contro il terrorismo? Quali sono i principali errori commessi dall’Occidente? Domande che è opportuno porsi e risposte che potrebbero anche lasciare increduli o irritare ma che è giusto conoscere.

Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista esce domani, 11 dicembre, per Mondadori, scritto a quattro mani da Franco Cardini, docente di Storia Medievale alla Scuola Normale di Pisa, saggista e studioso dei rapporti tra il mondo cristiano euromediterraneo e l’Islam, e da Marina Montesano, docente di Storia Medievale all’Università di Messina, studiosa di storia della cultura medievale e dei contatti tra Oriente e Occidente letti attraverso le fonti della storia delle crociate e del pellegrinaggio.

Poche settimane di lavoro sono bastate a Franco Cardini e Marina Montesano per raccogliere e riunire per iscritto tutti gli errori commessi e le idiozie pensate o dette riguardo quanto sta accadendo e rischia di trascinare tutti nell’ennesima carneficina voluta dagli uomini per “salvare il mondo (occidentale) e condurlo alla pace”.

Proprio di tali errori abbiamo parlato con Franco Cardini, in quest’intervista rilasciata in anteprima a Sul Romanzo, pochi giorni prima dell’uscita di Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista.

Fin dal titolo, una presa di posizione molto netta. Quali sono le idiozie e gli errori più comuni e pericolosi che l’Occidente sta commettendo nei confronti del terrorismo islamista?

Ve ne sono di più tipi. C’è quella dei politici e dei capi di Stato ad esempio, che in linea di massima fingono di non capire, o non capiscono, che siamo davanti a un movimento politico, che è quello jihadista, che non ha nulla di religioso a parte qualche slogan, che vuole l’unione di tutti i musulmani per combattere l’Occidente.

Ci troviamo dinanzi a un postulato ideologico che sembra fatto apposta per attaccare un ambiente che si sta proletarizzando. L’Islam conta un miliardo e seicento milioni di persone, la maggior parte delle quali appartiene a ceti sociali bassi, sia culturalmente sia economicamente, ma che comunque guardano allo sviluppo europeo. Che hanno presente, seppur in modo molto schematico, le ragioni per cui il mondo occidentale è diventato ricco e si è diffuso con la sua potenza, non soltanto per la forza delle sue invenzioni e delle sue scoperte, ma anche per il sistema coloniale, che è stato un sistema di sfruttamento.

Difronte a questa realtà non si può reagire combattendola come fosse uno sbocco di violenza irrazionale, non si riuscirà a vincere con gli aerei, con i droni o con le truppe di terra.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Perché secondo lei si continuano a impiegare questi metodi indicandoli come risolutivi?

Le potenze occidentali e anche il mondo musulmano alleato delle prime, soprattutto le monarchie del golfo Persico e della penisola arabica, non riescono a mettersi d’accordo. Questo sarebbe già un elemento di stupidità se non venisse anche il sospetto, e nel libro si parla pure di questo, che in realtà non si combatte questo nemico perché tutto sommato non è tale ma fa comodo a qualcuno.

Da un lato c’è la difficoltà dei politici, il loro impantanarsi in dichiarazioni di guerra totale al fenomeno jihadista, che appaiono molto ferme ma non lo sono affatto. Ricordiamo che la coalizione contro il cosiddetto Stato Islamico non è invenzione recente, non è nata dopo l’attentato di Parigi del 13 novembre, è in piedi da un anno e mezzo.

Così una coalizione composta dalle principali potenze occidentali, inclusi noi anche se siamo il fanalino di coda, dai Paesi arabi-musulmani (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Egitto…), compresi Paesi musulmani che non sono arabi, come la Turchia, non ha fatto niente se non impantanarsi in questioni particolari come il caso della Siria.

Cos’è successo in realtà in Siria?

Intorno alla questione siriana è sorta una ferocissima polemica soprattutto in merito al fatto che il presidente Assad resti in carica o si ritiri. Quanto accaduto è dovuto alla grave mancanza di previdenza e intelligenza dei politici… Assad aveva proposto da tempo una riforma costituzionale in Siria che avrebbe portato alle elezioni sulla base di un pluripartitismo. Ebbene la sua proposta non è stata accettata, le potenze occidentali l’hanno ritenuta strumentale e demagogica, quando in realtà sarebbe stato un modo per pacificare, almeno temporaneamente, il Paese e andare a libere elezioni. Ora la Siria è inquinata da forze jihadiste aderenti all’ISIS che hanno in pratica fagocitato tutte le altre formazioni anti-Assad.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Qual è stato il ruolo, se ne hanno avuto uno, dei media internazionali?

I media continuano a non informarci correttamente, parlando un linguaggio per un verso allarmistico e per un altro molto generico. Lasciano intendere che tutto l’Islam è pericoloso, il che non ha il minimo fondamento.

Nel mondo islamico ci sono continue lotte: quelle tra i gruppi religiosi, gli sciiti e i sunniti, e poi tra Stati musulmani, che spesso non si limitano all’aspetto politico diventando veri e propri scontri militari.

I nostri mass media continuano a non informarci di tutto ciò, mostrando invece una sorta di colata lavica che sta avanzando e che può travolgere l’Occidente. Sembra tutto studiato per generare in noi apprensione, disorientamento, per indurci ad azioni inconsulte. E a ben riflettere ciò è proprio quello che vogliono le centrali terroristiche. Se ci lasciamo terrorizzare facciamo il loro gioco. Non capire una cosa così semplice è da idioti.

In quest’ottica, come valuta la reazione del governo francese ai recenti attentati che hanno colpito Parigi?

Lascia senza parole la reazione inconsulta del presidente Hollande. Se ne capisce purtroppo la logica politica ma questa è un’aggravante.

Non si reagisce a una cosa grave come quelle accaduta in territorio francese, fatta da cittadini francesi o belgi che tali restano anche se di fede musulmana, con un’azione unilaterale di bombardamento indiscriminato su un centro urbano, anche se poi hanno sostenuto di aver ucciso solo terroristi, non si capisce bene sulla base di quali fonti o risultanze.

Bombardando un centro urbano non si uccidono solo militari (i terroristi si comportano come tali) ma anche la popolazione civile. Ora noi non siamo in guerra con Raqqa, una città che dipende formalmente dal governo iracheno, un Paese alleato, amico. Noi italiani stiamo addestrando l’esercito e la polizia iracheni. Raqqa è occupata dalle forze dello Stato Islamico, tenuta in ostaggio da una banda di briganti, e non si possono bombardare dei civili che oltretutto sono già delle vittime.

Hollande è presidente di un Paese, la Francia, che fa parte dell’ONU e dell’Unione europea e non può procedere unilateralmente solo sulla base di un bisogno di fare una rappresaglia che, se proprio la vogliamo chiamare col suo nome, è una vendetta, consumata però ai danni di persone del tutto innocenti rispetto a quello che è successo a Parigi.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Quali saranno le dirette conseguenze di queste azioni?

Regalare simpatie al Califfo. Mettiamoci nei panni di una persona a cui sono stati ammazzati dei famigliari a causa dei bombardamenti fatti dall’aviazione di un Paese che sostiene di essere nemico dello Stato Islamico. Le simpatie dei superstiti penderanno sempre più per il Califfo, e ciò è proprio quello che lui vuole.

Prima ha parlato delle influenze della disinformazione. Queste, unitamente alle azioni dei governi, quanto vanno a incidere sull’opinione pubblica?

Non si può spargere disordine, paura indiscriminata, apprensione. È un’idiozia. Equivale a fare il gioco dei terroristi.

Gli operai musulmani picchiati, le facciate delle moschee sporcate con sangue di maiale, le famiglie che rivendicano la tradizione del presepe in odio ai bambini musulmani… Io sono invecchiato sentendo la storia, che annualmente si ripete, di qualche famiglia che protesta per il presepe nella scuola, ma a ben guardare è sempre stato uno scontro tra italiani, i musulmani non hanno mai detto nulla in proposito.

L’Islam considera Gesù un grande profeta e ha una forte venerazione per la Madonna. I musulmani non hanno alcun preconcetto, sono alcuni italiani che portano avanti campagne per una scuola laica o, per contro, azioni motivate dall’intenzione di ferire l’altro che deve essere un nemico per principio.

Come si combatte il terrorismo?

Senza dubbio c’è un pericolo ma, da che mondo è mondo, il terrorismo non lo si batte con i bombardamenti. Lo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione, individuando i centri terroristici, distruggendo alle radici le ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di andare a fare il terrorista.

Ci sono ragazzi che vanno a fare i soldati col Califfo che sono stati allevati da noi, con i nostri valori… sono drogati, spaesati, marginalizzati, si può dire tutto ma bisogna pur chiedersi perché a un certo punto la nostra società li delude talmente da spingerli a unirsi a una banda di tagliatori di teste.

Il Califfo è un nemico che si riuscirà a sconfiggere?

Si riuscirà a batterlo. Insomma il Califfo ha una cinquantina di migliaia di persone al suo seguito, non di più. Certo sono ben armati, sono ben addestrati e bisogna interrogarsi su chi gli dà i soldi per finanziarsi.

Una delle ragioni per cui i turchi hanno abbattuto l’aereo russo sembra riconducibile al fatto che la Russia fosse sul punto di bombardare un convoglio di petrolio pompato dal Califfo che si stava dirigendo verso la Turchia.

In una situazione internazionale come la nostra, nella quale ogni cosa è costantemente monitorata, tutti i movimenti di conti, anche di importo non particolarmente rilevante, sono controllati, ebbene in questo sistema dovremmo credere al racconto che non si riesce a individuare la fonte finanziaria alla quale attinge il Califfo?

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

C’è chi teme che nei prossimi decenni vi sarà una lenta e inesorabile islamizzazione del continente europeo. Che cosa ne pensa e cosa direbbe ai sostenitori di questa ipotesi?

Noi cristiani d’Europa, pur non avendo una forte identità religiosa, siamo cinquecento milioni di persone abbastanza ricche nel complesso, o comunque in rapporto alla media islamica. I musulmani che per il momento sono tra noi, considerando quelli che arrivano e quelli che si convertono, ammontano circa a una decina di milioni di persone in tutta Europa. Quelli che paventano queste teorie qualche calcolo lo hanno mai fatto?

Inoltre bisognerebbe chiedersi: con quali strumenti ci convertirebbero? Io vedo le moschee che sono molto modeste, spesso non gliele facciamo neanche aprire. I loro giornali sono altrettanto modesti. Non hanno un’università…

Capirei che qualcuno avesse paura di essere colonizzato dai protestanti, che hanno moltissimi mezzi. Dagli ebrei, che sono pochi ma hanno molti mezzi e sono molto colti. Io non ho mai visto alcun accenno di colonizzazione da parte degli islamici.

Ritornando alla Turchia, lei ritiene possa essere visto come un Paese-ponte fra Occidente e Oriente oppure un tentativo mal riuscito di integrazione di un territorio di pace fra Cristianesimo e Islam?

La Turchia è un Paese che si è fortemente occidentalizzato, anche in maniera autoritaria. Già nell’Ottocento scelte fatte da sultani andavano in questa direzione, poi c’è stata una grande rivoluzione europeizzatrice condotta da Mustafa Kemal Atatürk.

In questo momento c’è una situazione di reflusso e anche di simpatie islamistiche, per un verso di volontà di riforma nei confronti delle tradizioni musulmane e per l’altro proprio di inclinazioni a favore dello Stato Islamico.

Erdogan, che certo non nutre simpatia verso l’IS, è un politico che ha ricevuto vantaggi dal cauto ritorno a una condizione nella quale la fede islamica ha più peso rispetto al passato. In questo momento, non ha più tanto interesse a entrare in Europa come un tempo. Le sue richieste furono bocciate e gli fu addirittura chiesto di condurre delle prove di lealismo verso l’Europa. Noi abbiamo abolito la pena di morte mentre in Turchia ancora c’è, però l’UE si sente parte dell’Occidente e noi sappiamo che Paesi occidentali mantengono la pena di morte, gli Stati Uniti d’America, per esempio, dove viene applicata piuttosto spesso. Per cui si poteva anche venire incontro a questo processo di europeizzazione della Turchia, che era sincero. Non lo è altrettanto adesso, perché il clima è cambiato.

Erdogan ora ha altre possibilità: ha davanti a sé il mondo musulmano in crescita, è diventato, insieme ad altri Stati quali l’Egitto e l’Arabia Saudita, uno dei principali Paesi musulmani sunniti del mondo, ha davanti a sé anche la possibilità di attrarre Paesi musulmani sunniti del centro dell’Asia che hanno una forte componente etnica turca. Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan… grandi produttori di petrolio e di materie prime, verso i quali Erdogan sta facendo una politica di fratellanza etnica volta alla creazione di un potenziale mercato comune. Ovvio poi che ciò lo mette in rotta di collisione con la Russia, ma questi due Paesi sono geo-politicamente destinati a essere nemici.

In questa fase, a Erdogan l’Europa sta stretta, magari è interessato a rimanere nella NATO che attualmente è un’organizzazione paralizzata da una buona dose di ambiguità nei confronti dello Stato Islamico.

La Francia tende a risolvere principalmente la questione siriana eliminando Assad, altri Paesi NATO non sono dello stesso avviso, molti Stati membri ritengono che tra l’IS e alcuni Paesi arabi nostri alleati ci siano dei rapporti. Non si osa dire che c’è un rapporto di amicizia, di collaborazione o di complicità ma questo è nelle cose perché molto probabilmente tra la compagine dello Stato Islamico e quella dell’Arabia Saudita, del Qatar e della stessa Turchia ci sono delle relazioni anche a livello governativo.

Lo stiamo vedendo: se i Paesi occidentali della Nato lo volessero davvero, il Califfo sarebbe spazzato via in pochi giorni.

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Cosa andrebbe fatto?

Tanto per cominciare ci vorrebbe una campagna di terra. E proprio su questa gli Stati membri non trovano un accordo.

Erdogan sostiene che sarebbe pronto a farla. Noi sappiamo perché la vuol fare: il suo esercito passerebbe dalla Siria e dal Kurdistan, sistemerebbe secondo gli interessi turchi questi Paesi e poi arriverebbe al Califfo e, a quel punto, chissà cosa farebbe. Naturalmente non possiamo permettere che ciò accada. D’altra parte non si può attaccare il Califfo se non con forze musulmane sunnite, perché questi tiene a presentarsi come il più puro rappresentante dell’Islam sunnita. Attaccandolo con un esercito di soldati musulmani sunniti si dimostra al mondo islamico che non è lui il puro rappresentante dell’Islam sunnita.

Il fatto è che queste forze musulmane noi non le abbiamo e Erdogan non vuole mettercele a disposizione, lo stesso vale per il presidente egiziano. Inoltre sono pochissime. Il Maghreb africano non si vuole impegnare. E allora noi con chi la vogliamo fare questa campagna di terra contro il Califfo? Con gli occidentali che lui chiama crociati? Oppure con gli iraniani? È proprio quello che il Califfo vuole. Essere attaccato dagli occidentali e dagli iraniani per dimostrare all’Islam sunnita che lui è il miglior sunnita del mondo, il più degno di esserne il capo, attaccato dai crociati cristiani e dagli eretici sciiti iraniani.

E le campagne aeree?

Batterlo solo per via aerea non è possibile, in quanto le forze del Califfo non sono tante e per poter attaccare efficacemente un’armata militare piccola in un territorio enorme bisogna prima farla concentrare e per fare ciò occorre un’azione di terra. Altrimenti si uccidono solo dei civili inermi, come è già accaduto e sta ancora accadendo purtroppo in Afghanistan.

Il Califfo, evidentemente, ha forti intelligenze in molti Paesi dell’Occidente e dell’Islam sunnita. Per questo continua a sopravvivere. Costituisce di sicuro un pericolo nel vicino Oriente ma va fatto un discorso diverso, in quanto il Califfo non organizza direttamente attacchi terroristici che invece partono da cellule autonome. Se poi queste forze autonome lavorano nella sua direzione e fanno attacchi terroristici efficaci il Califfo se ne appropria, ci mette il suo marchio, come un franchising, dando così l’idea di avere una forza territoriale nel vicino Oriente compatta e un’altra terroristica diffusa in Europa. Ma si tratta solo di un errore visuale ottico.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Eppure è proprio questo errore ottico a spaventare maggiormente l’Occidente. Perché?

È un altro esempio di idiozia il non capire la trappola mediatica nella quale entriamo quando crediamo che il Califfo sia il grande burattinaio del terrorismo europeo.

Il Califfo semplicemente si serve di un terrorismo europeo che è endemico, spontaneo, indipendente da lui che non ci mette un soldo, non ci mette nemmeno uno dei suoi uomini, non fa progetti, lascia che questo terrorismo generi da solo e chiaramente sta riuscendo nel suo intento.

http://www.sulromanzo.it/blog/gli-errori-occidentali-contro-il-terrorismo-islamista-intervista-a-franco-cardini

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

09 mercoledì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

La collana Zoom, la sfida editoriale interamente digitale di Feltrinelli Editore, compie quattro anni. Un modo per dare spazio «a libri che finora non si potevano fare» a causa dei costi elevati della carta e della distribuzione.

Ma la si può guardare anche come un ritorno agli anni Settanta e alle riviste che davano molto spazio ai singoli racconti, alle storie brevi, ai romanzi a puntate.

Quali sono le differenze maggiori tra allora e oggi? Ce ne ha parlato Piersandro Pallavicini che è nato come scrittore pubblicando storie brevi sulle riviste di carta alla fine degli anni Ottanta e ha scelto Zoom per pubblicare i suoi racconti oggi.

Pallavicini è uno scrittore italiano e docente universitario, autore di racconti e romanzi nei quali immette flash pseudo-biografici, riflessioni ed emozioni che sono lo specchio della sua anima. Storie intense nella quali si avvicendano personaggi reali che compiono azioni di fantasia e personaggi di fantasia che ripetono azioni vissute, riviste per adattarle alla trama e al contesto ma frutto di esperienze di vita che hanno portato negli anni l’autore a convincersi che l’unico rimedio al mal di vivere è “l’ottimismo a oltranza”.

Sono trascorsi quattro anni da quando Feltrinelli ha lanciato Zoom. Come valuta l’esperimento di un’editoria digitale ed economica per il lettore? Potrebbe essere una strategia per arginare la disaffezione alla lettura?

Temo proprio di no, perché non esiste una strategia per arginare la disaffezione alla lettura. L’unica potenzialmente efficace sarebbe che in capo a qualche mese non esistessero più i telefoni cellulari e internet fosse ad accesso limitato ed estremamente costoso, allora il tempo che dedichiamo a farfugliare in Rete fosse riguadagnato per altre attività. E la lettura tornerebbe a essere popolare quasi quanto prima. La possibilità di fare editoria su supporto non cartaceo con la sua economicità consente di aprire spazi che altrimenti non ci sarebbero in questo momento storico, come la pubblicazione dei racconti singoli. Fino agli anni Settanta, Ottanta, anche Novanta in realtà potevano trovare spazio su delle riviste di carta create apposta per ospitare racconti. Si scriveva con l’idea, con una destinazione, non si scriveva a vuoto sperando che succedesse chissà quale miracolo per veder pubblicato il racconto singolo. Invece con questi nuovi spazi elettronici c’è stato un grande ritorno al racconto singolo, al piacere di scriverlo e questo fa guadagnare in qualità.

«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

Non è la prima volta che abbraccia progetti editoriali nuovi e alternativi, come nel caso delle edizioni Ediarco. Cosa l’ha spinta a prendere parte alla sfida di Feltrinelli Zoom?

La possibilità di scrivere un racconto. Avevo delle storie che volevo raccontare… una, due, tre… che non potevano diventare un romanzo, che non potevano diventare parte di una raccolta di racconti e, quando ho capito che c’era questa possibilità, le ho scritte e pubblicate.

Io nasco come autore tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, un periodo in cui gli scrittori crescevano scrivendo racconti che uscivano su riviste, ce n’erano tante ed erano molto belle, erano delle palestre di scrittura.

 Ho ritrovato quel tipo di spazio in collane come Zoom. L’unica diversità è che questa non offre quel rapporto così stretto tra editor o redattore e autore, come invece succedeva per le riviste. Zoom e simili sono spazi più per scrittori che hanno già un passato consolidato e meno per gli esordienti.

«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

Con Feltrinelli Zoom ha pubblicato tre racconti: London Angel, Racconti per signora e Dalle parti di Arenzano. Soprattutto dal primo sembra si possa evincere uno dei leitmotiv della sua produzione, ovvero il legame che unisce Africa e Italia e i rispettivi scrittori. Ci può spiegare le ragioni del suo ritornare su questa suggestione?

London Angel in particolare è un racconto che parla di Italia e Africa ma soprattutto di amicizia. In esso si parla di come le amicizie vadano curate in modo tale da farle resistere anche alla distanza, com’è il caso dell’io narrante e di Jadelin Mabiala Gangbo.

Su questo poi si innesta, inevitabilmente, il tema della diversità, del colore della pelle, delle origini… anche se poi il racconto tende a entrare proprio nelle profondità di un rapporto di amicizia riuscendo così anche a dimostrare che in fondo queste differenze contano poco o nulla.

Restando sul tema dell’amicizia così come trattato nel racconto London Angel, appare quasi un rapporto di dipendenza quello che il protagonista, Sandro, ha nei confronti di Jadelin e per il quale più volte rischia di rovinare anche il proprio matrimonio. Perché ha voluto rappresentare l’amicizia in questo modo?

È un aspetto dell’amicizia, questo, che mi riguarda personalmente, è quasi una confessione autobiografica. Il mio modo di fare amicizia con persone dello stesso sesso… non dico di aver veramente messo in gioco la mia vita famigliare però ho investito parte del mio tempo, parte degli affetti. E forse in quel momento della mia vita doveva essere così.

A una persona a cui si vuole bene sul serio, a un amico vero va dedicato affetto sincero e profondo. L’amicizia non è uscire insieme qualche volta, chiacchierare di belle cose ma è un sentimento tra due persone che hanno delle affinità, è un amore senza sesso se vogliamo.

«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

Un’altra caratteristica della sua produzione va ricondotta alla palese volontà di raccontare storie dentro le quali inserisce “cori” autobiografici e pillole pseudo-biografiche di altri autori. Cosa la spinge verso queste soluzioni?

Raccontare se stessi attraverso altri personaggi credo sia una fase inevitabile per qualsiasi scrittore. È un voluto gioco di mascheramento il mio tra quello che ho fatto veramente io e l’agire dei miei personaggi. Anche un po’ “pericoloso” in quanto a volte sono stato preso alla lettera e quindi cose che i mei personaggi hanno fatto e che io non farei mai mi sono state attribuite, e ciò ha comportato anche spiacevoli equivoci. Un modo di giocare e anche di rischiare con la scrittura di cui però non riesco a fare a meno. La scrittura per me è anche questo, non solo un esercizio, un mestiere.

In ogni opera c’è una parte più o meno consistente del suo autore, ma quanto di Piersandro Pallavicini c’è realmente nei suoi racconti?

Qualsiasi scrittore scrive di ciò che conosce, non necessariamente di ciò che ha vissuto.

Dal punto di vista aneddotico c’è pochissimo, sono veramente poche le cose che ho vissuto davvero e sono finite nei miei romanzi. Forse c’è molto del mio carattere, questo sì, soprattutto nei romanzi più recenti, quali Romanzo per signora o Una commedia italiana(Feltrinelli, 2012 – 2014, ndr), fondati su aspetti peculiari del mio carattere.

Una caratteristica che definisco ottimismo a oltranza, ovvero se non proprio ottimismo in senso stretto, almeno la volontà di non prendere troppo sul serio i drammi, incluse la malattia e la morte, proprio come antidoto al male di vivere. Una questione di atteggiamento mentale che più pratico più mi convinco essere salutare.

«Zoom di Feltrinelli è una collana per scrittori consolidati», intervista a Piersandro Pallavicini

Gli autori che ha scelto e inserito nei suoi racconti hanno per lei un significato umano-artistico particolare?

In London Angel c’è Jadelin Mabiala Gangbo che è una persona importantissima per me. In altri racconti o romanzi parlo di scrittori che sono stati a me molto cari.

In Romanzo per signora uno dei protagonisti, Leo Meyer, in realtà è una controfigura di Pier Vittorio Tondelli, di cui si parla anche come personaggio realmente esistente. Nello stesso romanzo si parla di Frederic Prokosch, scrittore realmente esistito. Tondelli e Prokosch sono legati, nel mio immaginario, a doppio filo perché, soprattutto il primo, è lo scrittore grazie al quale ho iniziato a leggere e a scrivere in modo serio. Tondelli scrisse, poco prima della morte, verso la fine degli anni ’80, un bellissimo pezzo uscito su uno dei primi numeri di «Panta»dedicato a un’intervista, che aveva cercato di fare senza riuscirci, a Prokosch il quale, molto anziano, era morto pochi giorni prima dell’appuntamento. Quel magnifico racconto di Tondelli mi ha portato in seguito a scoprire Prokosch, a collezionarlo, a procurarmi le edizioni originali autografate, i libretti che realizzava in proprio e regalava agli amici.

In Una commedia italiana ci sono altri scrittori a me cari, come Marcello Marchesi da cui ho imparato molto di quello humor che sta dietro la commedia all’italiana, della battuta sempre pronta che ti fa sorridere anche difronte al dramma.

Nei suoi racconti si trovano anche delle piccole “provocazioni”, come ad esempio la volontà dei protagonisti di London Angel di voler essere fotografati mentre consumano un amplesso. A quali riflessioni vuole indurre il lettore attraverso questi escamotage?

Dal mio punto di vista non è una provocazione. Nell’ottica di costruire un parallelo tra io narrante e me stesso, che è molto stretto per quel racconto, questo genere di cose non rappresentano una linea di rottura del comportamento. In London Angel l’episodio aveva anche una valenza diversa e ricollegabile alla coltivazione dell’amicizia tra il protagonista e Jadelin. Farsi fotografare da qualcuno mentre si sta facendo sesso è in realtà un modo per introdurre un grado ulteriore di intimità tra le persone coinvolte. Perché l’amicizia può consentire anche questo senza che nessuno si scandalizzi.

http://www.sulromanzo.it/blog/zoom-di-feltrinelli-e-una-collana-per-scrittori-consolidati-intervista-a-piersandro-pallavicini

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