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Irma Loredana Galgano

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“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l’Italia (Rizzoli, 2016). Intervista a Daniele Autieri

11 lunedì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DanieleAutieri, Igiornidellacagna, Italia, italiani, mafia, Rizzoli, romanzo

 

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

È uscito a febbraio di quest’anno con Rizzoli I giorni della Cagna. La presa di Roma del giornalista investigativo Daniele Autieri.

Un romanzo che racconta del momento in cui piccole e grandi organizzazioni criminali hanno stretto un patto: unirsi e diventare «la Bestia più feroce che l’Italia abbia mai conosciuto». Nasce così la Cagna, «il patto segreto che in questi ultimi dieci anni mafia autoctona, mafia siciliana, camorra e ‘ndrangheta hanno siglato per prendersi Roma. E lo Stato».

Un libro intense, quello di Autieri, che trasforma la cronaca nera in fiction perché convinto sia l’unico modo per non perdere il contatto con la realtà, per mantenere viva la capacità della letteratura di esplorare l’animo umano. Un libro che spiega e aiuta a comprendere meglio i meccanismi che muovono la grande macchina del crimine attraverso le azioni quotidiane degli attori e delle comparse, dei burattini e dei burattinai e dello Stato, nella sua componente buona, che è costretto a diventare invisibile per combattere la malavita, perché i tentacoli neri di quest’ultima arrivano davvero dove sarebbe inimmaginabile anche solo pensarli.

Daniele Autieri è autore anche di Professione Lolita (Chiarelettere, 2015). Sua è l’inchiesta sullo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Attualmente si interessa degli sviluppi di Mafia Capitale.

Abbiamo parlato con Autieri de I giorni della Cagna, della criminalità organizzata che opera a Roma e anche degli effetti di Mafia Capitale nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Come in Professione Lolita anche ne I giorni della cagna lei trasforma tristi vicende di cronaca in storie romanzate. Quali sono i motivi della scelta di questo registro narrativo? Perché preferisce la fiction al reportage?

Rimanere aggrappati alla vita. Questo per me è il romanzo, la narrativa. La possibilità di raccontare la realtà in modo differente. Se perdiamo il contatto con la realtà, rendiamo orfana la letteratura della sua incredibile capacità di affondare nell’animo umano. La realtà ci aiuta a capire, la letteratura a sognare. Insieme ci permettono di vivere.

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La “Cagna” ha unito tutti i malavitosi nella brama di raggiungere il comune obiettivo: trasformare l’Italia in uno Stato criminale. La Storia della criminalità organizzata quanto è intrecciata a quella della capitale e dell’Italia intera?

La Roma di oggi è un esperimento criminale, il luogo dove camorra, ‘ndrangheta, mafia e mafie autoctone hanno stretto un patto di conquista. Per prendersi la città. E da lì prendersi lo Stato. Negli ultimi anni gli uomini delle mafie hanno messo le mani nelle aziende pubbliche, tantissime inchieste giudiziarie lo dimostrano. Ma soprattutto c’è un filo rosso che unisce alcuni degli scandali industriali degli ultimi anni, facendo pensare che dietro molti fatti accaduti ci sia un’unica organizzazione.

“La Cagna”, che si ispira alla Lupa di Dante, è il simbolo di tutto questo e nasce proprio dal patto siglato tra le organizzazioni criminali.

A Roma tutto è stato fatto in “silenzio”. Perché qui i criminali tendono a diventare invisibili più che altrove?

Perché si confondono con la gente per bene. È questo l’inganno eterno di questa città. Il ferro, il piombo entrano in gioco solo quando tutte le altre mediazioni falliscono. E così i criminali si vestono da persone comuni, si confondono, frequentano i migliori ristoranti e condividono amicizie influenti.

Gli ideali e le ideologie non sembrano sopravvivere a lungo, avidità di soldi e potere sì. I criminali si stanno trasformando in uomini di affari e viceversa?

Alle spalle di tutto c’è il denaro, l’avidità. Ed ecco che si ritorna a Dante. I criminali moderni, quelli più pericolosi, hanno capito che il denaro non si fa solo trafficando cocaina, ma anche controllando lo Stato, le sue aziende, i suoi appalti, le sue poltrone. Meglio quindi indossare un abito scuro, vestirsi da uomini d’affari e ottenere uno strapuntino dal quale è più facile mettere le mani sulla cassaforte.

Per sfamare la Cagna vengono preferite teste di legno, facili da comandare e indirizzare. Vale lo stesso per la politica?

Negli ultimi anni a Roma, ma in tutto il resto dell’Italia, sono state costituite migliaia di società di comodo necessarie solo per ottenere commesse dalle aziende pubbliche e per stornare una buona percentuale di tangenti a chi quelle commesse le aveva assegnate. La testa di legno classica si è evoluta e anche alcune istituzioni “malate” hanno cominciato a beneficiarne.

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

A Roma non si spara perché ci sono i figli di tutti. In base a quali accordi riescono a convivere nello stesso territorio camorra, ’ndrangheta, mafia siciliana, criminalità albanese, rom, russa e delinquenti di varie nazionalità?

Gli accordi sono di due tipi. A livello più basso, quello legato al traffico di droga e all’usura, la divisione è territoriale. Gli albanesi controllano alcune zone di Ponte Milvio in accordo con gli uomini di Mafia Capitale; la camorra ha messo le mani su Tor Bella Monaca e altre periferie, e di tanto in tanto si serve di alcune famiglie rom per fare il lavoro sporco; la ‘ndrangheta si occupa prevalentemente del narcotraffico e gestisce i locali del centro.

A livello più alto, il patto viene siglato tra le famiglie mafiose più importanti, quelle che possono mettere sul tavolo i loro legami con politici e manager. Nulla di teorico, anzi. Di tanto in tanto questi uomini si incontrano in uno studio prestigioso di qualche noto avvocato o commercialista romano. Sono riunioni riservatissime e servono per stabilire la linea di comportamento per il futuro. E soprattutto per spartirsi gli affari che contano.

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Quanti “fighetti” come Max Sanna e Claudio Accardi, in bilico tra il bianco e il nero, ci sono in giro per Roma?

Il grigio è il colore dominante. Claudio Accardi, uno dei protagonisti del libro, lo indossa alla perfezione. È un uomo qualunque, che senza aver mai preso una pistola in mano è stato capace di entrare nelle confidenze dei principali boss della Capitale. Lo ha fatto perché aveva un talento: andare per mare e trasportare centinaia di chili di polvere bianca.

Come lui, in tanti camminano in bilico lungo questa zona grigia: notai, avvocati, commercialisti, prestati agli interessi e agli affari del crimine. Questi uomini oggi rappresentano l’anello tra il mondo criminale e le persone comuni.

Il personaggio di Vento invece, spietato, che fa combattimenti clandestini e anche il sicario per guadagnare denaro ma è al contempo un padre attento e premuroso, che sogna per la figlia una vita diversa, migliore della sua vuole indicare che la strada della delinquenza non è per tutti una scelta?

Vento è uno dei miei personaggi preferiti perché è in grado di ribaltare il paradigma, il luogo comune. Dov’è il bene e dov’è il male? A quale tipo di persone ci sentiamo più vicini e quali invece ci sembrano lontanissime dai nostri valori? Forse è la vita che ci rende uomini o belve. Vento è una di quelle persone che non si aspetta risposte e non si aspetta favori. Semplicemente vive. Solo per sé e per sua figlia. E questo lo rende diverso da tanti altri.

Quartieri a cui si accede da un’unica via. Vedette che controllano il traffico e batterie di criminali e spacciatori a spartirsi il territorio. La mente rimanda subito alla Napoli raccontata in Gomorra di Roberto Saviano o alla Sicilia di Sbirritudine di Giorgio Glaviano. Cosa accomuna e cosa divide Roma dalle altre “capitali” della malavita?

Nei metodi di gestione dello spaccio e di controllo del territorio, ormai certe zone di Roma sono del tutto simili a quelle raccontate da Saviano. Di notte, le piazze di spaccio di Tor Bella Monaca o San Basilio non hanno nulla da invidiare al Parco Verde di Caivano. Roma in più ha la caratteristica di ospitare una “criminalità multietnica”, dove il camorrista convive con l’ex-Nar, con l’uomo delle cosche calabresi o con il killer della mafia albanese. Tutto si mischia e si confonde. E quando gli equilibri sballano, allora torna a parlare il piombo.

Cos’è cambiato a Roma dallo scandalo cui è seguita l’inchiesta denominata Mafia Capitale?

Molto in termini di consapevolezza, molto poco in termini di gerarchia criminale. Grazie a Mafia Capitale abbiamo tutti capito che esistono alcune organizzazioni in grado di controllare vaste zone della città e di arrivare con i loro tentacoli fino alla politica. Ma sono le stesse organizzazioni che non hanno mai smesso di fare affari e continuano a farli ancora adesso, durante il processo. Il crimine non si ferma con un’inchiesta. Si ferma con una battaglia culturale di consapevolezza e sensibilizzazione.

A questo servono i libri, capaci di tenere il lettore ancorato alla realtà. Per non dimenticare. E per evitare di rimanere inconsapevolmente schiavi.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-giorni-della-cagna-come-le-mafie-si-sono-prese-roma-e-l-italia

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La nuova sfida di Giunti: grandi romanzi per i ragazzi

08 venerdì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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La nuova sfida di Giunti: grandi romanzi per i ragazzi

Presentata in questi giorni al Bologna Children’s Book Fair la nuova collana della Giunti interamente dedicata ai ragazzi tra i 7 e i 10 anni. Colibrì, un progetto studiato di concerto con insegnanti, genitori, bibliotecari, librai per la promozione della lettura tra i ragazzi della scuola elementare che risultano essere anche dei lettori forti nelle statistiche dell’Istat.

Maria Chiara Bettazzi, responsabile della collana, ce ne ha parlato in un’intervista.

Perché una collana interamente dedicata ai ragazzi tra i 7 e i 10 anni?

Principalmente perché è un’età durante la quale si formano le passioni, i gusti. Una fase di grande crescita. Anche a livello scolastico aumentano le competenze.

Sentivamo la necessità di proporre una collana che avesse al suo interno una qualità di struttura e costruzione delle storie molto alta ma con tanti gusti differenti. Storie molto diverse tra loro. Si va dal romanzo storico a quello umoristico o realistico. Il tutto non considerato per fasce di età ma per competenze di lettura. Lettori in erba, lettori in gamba e lettori instancabili. Si può essere in erba per alcuni tipi di letture e instancabili per altre così abbiamo provato a immaginare un progetto nel quale i ragazzi potessero sbocconcellare nel grande mondo della letteratura.

Ci è sembrato necessario anche perché negli ultimi anni la letteratura e l’editoria per l’infanzia sono in grande crescita, i lettori più forti sono bambini e ragazzi. Si è fatto tanto per la narrativa seriale, come costruire dei personaggi che accompagnassero i ragazzi nella crescita ma si è un po’ corso il rischio, non solo in Italia, di dimenticare i grandi romanzi. Anche i ragazzi hanno bisogno e voglia, come gli adulti, dei grandi romanzi.

La nuova sfida di Giunti: grandi romanzi per i ragazzi

Cosa piace leggere ai ragazzi di questa fascia di età?

Come è giusto che sia, non c’è una risposta univoca. Ogni lettore è diverso. Questa generazione è talmente infarcita di immagini, di sollecitazioni che diventa troppo riduttivo dire che piace loro il fantastico, il fantasy. È un genere che conoscono bene, per la gran parte lo hanno appreso dalla televisione e dal cinema. Abbiamo riscontrato molto interesse anche verso generi e titoli insospettabili.

Fra i titoli della collana si leggono nomi di scrittori affermati ma anche di autori emergenti. Oltre al fatto di essere destinati a un pubblico mirato, i libri inseriti in Colibrì hanno anche una linea e temi comuni? 

La linea comune va cercata anche nell’assenza di un tema comune. Tutti i libri hanno temi a sé. La mission è dare ai ragazzi storie belle, scritte bene, originali anche nello stile della scrittura.

Secondo i dati diffusi dall’Istat, leggono più libri i ragazzi fra i 6 e i 14 anni che hanno entrambi i genitori lettori. Nel progetto Colibrì sono stati interpellati anche i genitori, insieme agli insegnanti e a coloro che lavorano a vario titolo nell’editoria. Qual è stato il loro atteggiamento nei confronti della lettura?

Giunti ha da sempre come missione l’arrivare al lettore non forte. Alle presentazioni abbiamo notato una grande accoglienza rivolta ai titoli della collana. Speriamo di arrivare ai bambini, ai ragazzi e ai loro genitori di qualsiasi provenienza. Un lettore lo si costruisce dalle letture fatte sin da piccolo attraverso le letture di una mamma, un papà… comunque un adulto. Le letture ad alta voce andrebbero continuate anche dopo che i bambini hanno imparato a leggere, sia nelle scuole che a casa.

La nuova sfida di Giunti: grandi romanzi per i ragazzi

L’influenza dell’ambiente e degli adulti vale pure per la scuola?

Assolutamente sì. La scuola in questo è fondamentale. Non bisogna relegare a lei ogni responsabilità ma è di sicuro uno degli ambiti nel quale possono crescere maggiormente la capacità e la voglia di affrontare la pagina scritta. Riteniamo e vorremmo che per i libri di questa collana non venissero fatte schede di lettura. Immaginiamo la lettura come una scelta libera che porta a un libero risultato. Parlarne in classe, passare il libro a un compagno, discuterne… La scuola può tanto perché può fare arrivare i libri anche a chi in casa ne vede pochi.

Sempre secondo il report 2015 dell’Istat le lettrici prevalgono sui lettori, con un picco nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Lo riscontrate anche nei lettori tra i 7 e i 10 anni?

Tra i 7 e i 10 anni c’è meno scarto. La scuola primaria vede ancora la biforcazione tra lettori forti e meno forti non legata a un fattore di genere.

La nuova sfida di Giunti: grandi romanzi per i ragazzi

Diminuisce la spesa delle famiglie per i libri, scolastici e non, mentre aumenta quella per la cancelleria. Non lo trova un controsenso?

Sapevo della diminuzione della spesa per i libri ma non dell’aumento di quella per la cancelleria. Non so da cosa dipenda quest’ultimo dato. Penso che il calo degli investimenti in lettura sia legato alla crisi che c’è stata e c’è tuttora. Spero venga sopperito dal lavoro delle biblioteche, scolastiche e non. E soprattutto che ci sia presto un’inversione di tendenza.

Il fatto che i ragazzi siano dei lettori così forti e appassionati deve far riflettere gli adulti. Ritengo che alla base della civiltà ci sia la parola, la storia, la capacità di raccontarsi. Un futuro adulto, quindi un ragazzo in crescita, ha la necessità di far poggiare le radici su un qualcosa che penso sia costituito in gran parte da ciò che apprende dai libri.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-nuova-sfida-di-giunti-grandi-romanzi-per-i-ragazzi

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Percoco”, il racconto della prima strage famigliare italiana

06 mercoledì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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"Percoco", il racconto della prima strage famigliare italiana

Nel 1956 a Bari Franco Percoco uccise i genitori e il fratello minore, occultò i loro corpi e per 12 lunghi giorni si comportò come nulla fosse accaduto. Partecipò a feste, si intrattenne con gli amici… fino a quando non decise di lasciare la sua città e rintanarsi in un hotel di Ischia dove si registrò con il suo vero nome e dove lo trovarono i carabinieri giunti sul posto per arrestarlo.

La vicenda dei Percoco è stata indicata come la prima strage famigliare italiana eppure di quanto accaduto si è sempre saputo ben poco.

Marcello Introna, autore televisivo e sceneggiatore, ha studiato l’intero fascicolo relativo al caso Percoco cercando di ricostruire non tanto la vicenda giudiziaria che ne è seguita quanto tutto ciò che è accaduto nella famiglia e nella mente di Franco e che lo ha portato a compiere la strage e racconta il tutto in un libro.

Percoco, edito nel 2012 da Il Grillo Editore, riproposto quest’anno da Mondadori è un romanzo con intensi risvolti psicologici che ruota intorno alla figura del personaggio principale, Franco Percoco, e della sua famiglia. Un libro, scritto a partire dagli atti del processo, che cerca di ricostruire, di immaginare il percorso compiuto e subito da Franco e che lo ha portato a uccidere i suoi famigliari e sentirsi finalmente un uomo libero.

Quali sono le peculiarità di questa vicenda? Percoco era predestinato al male? La sentenza che ha condannato i giornalisti che all’epoca hanno raccontato la vicenda è ingiusta? L’interesse verso questo genere di accadimenti oggi al contrario di allora è troppo? Ne abbiamo parlato con Marcello Introna in un’intervista.

La vicenda narrata in Percoco ripercorre le fasi di quella che è stata definita la prima strage famigliare italiana. Quanto accaduto a Bari per mano di Franco Percoco ha qualcosa di unico per efferatezza e apparente lucidità. Siamo dinanzi a un dramma tutto famigliare, oppure può essere la cartina di tornasole di alcuni cambiamenti in atto nella società dell’epoca?

Credo che i cambiamenti in atto nella società dell’epoca abbiano avuto un peso relativo. Certo erano i primi anni dopo la guerra in cui si pensava all’effimero oltre che allo stretto necessario, ma la vicenda della famiglia Percoco sarebbe stata identica in ogni epoca e in ogni parte del mondo. È una storia di clamorose e volute incomprensioni, di aspettative mal riposte innocentemente e di aspettative mal riposte in cattiva fede. Oscar Wilde diceva che le persone hanno sempre una maschera in faccia ed è la loro unica attrattiva. La famiglia Percoco, secondo questo ragionamento, era paragonabile a un intero carro allegorico. Di quelli che sfilano per le vie principali a Viareggio.

La letteratura ha sempre mostrato un certo interesse per l’analisi dei casi di cronaca. Fino a che punto la ricostruzione letteraria può essere un modo per comprendere il male, o comunque le radici di azioni così truci?

Posso dire cosa è successo a me. Ho approcciato la storia di Percoco convinto di vedere schizzare sangue e budella; mi sono trovato davanti a qualcosa di molto diverso e decisamente meno colorato. Tramite la mia ricostruzione ho capito che le “radici del male”, come le definisce lei, erano le normali attese che una famiglia in apparenzanormale nutriva nei confronti di se stessa. Se si perseguita qualcuno con metodi razionali, continui, sistematici e ciclici può accadere anche questo: che quella apparente normalità diventi un mostro. Franco Percoco era un ragazzo di certo particolare, ma lontano anni luce dal significato che sul dizionario appare scritto accanto al sostantivo “omicida”. Il mio romanzo non è affatto un noir, tantomeno un giallo. Forse, come lo ha definito Cristian Caliandro, un mio caro amico, è un romanzo di formazione al contrario. Un romanzo di “deformazione”.

Cosa l’ha spinta a indagare a ritroso per ricostruire i tasselli della vita di Franco Percoco e della sua famiglia?

Io sono un barese orgoglioso e profondamente innamorato della storia della mia terra. La vicenda dei Percoco da noi non è mai passata; è transitata piuttosto, ma lungo un percorso che la riportava puntualmente all’origine. Via Celentano 12. Ciò che ha fatto scattare la scintilla è stato un articolo sulla povera Sara Scazzi in cui un trafiletto citava Franco Percoco mettendo in parallelo le due vicende. Ho chiesto quindi il permesso di accedere agli atti e dopo averlo ottenuto (non è stata la cosa più facile del mondo peraltro) ho studiato il faldone del processo con una mia amica criminologa: Elisabetta de Robertis.

"Percoco", il racconto della prima strage famigliare italiana

Cresciuto in una famiglia che si vergognava dei propri figli, affetto da “esaurimento cronico” e “abitudinario patologico”, Percoco era predestinato al male?

Credo di sì. Penso che ognuno di noi sia predestinato a qualcosa. Ma di certo Percoco non era pazzo, quantomeno non nell’accezione strettamente mentale che si attribuisce al termine. Studiando il processo e scrivendo, mi sono ritrovato paradossalmente a fare il tifo per lui. Intendiamoci… non giustifico affatto, ma per certi versi ho compreso e per quanto materialmente lo sia stato, non era lui il vero assassino in quella casa. Ci sono tante maniera di uccidere le persone.

Franco Percoco nascose in casa i corpi dei famigliari per 12 giorni, durante i quali partecipò a feste, frequentò gli amici, condusse forse la vita che aveva sempre desiderato. Lui ha vissuto l’assassinio come una catarsi e una liberazione?

Lui ha vissuto quei giorni concentrato solo sul presente immediato. Non si è posto il problema, né lo ha fatto quando è fuggito da Bari. Sì, ritengo sia stata una liberazione, un senso di leggerezza così tanto predominante da cancellare momentaneamente qualcosa a cui probabilmente avrà pensato per il resto della sua vita.

Percoco ha saldato il suo conto con la giustizia dopo soli 22 anni, dopodiché si è trasferito a Torino, ha trovato un lavoro e una moglie e ricominciato un’altra vita. Luigi de Secly, direttore della «Gazzetta del Mezzogiorno», e Ciro Bonanno, giornalista che firmò un articolo sul caso Percoco, non sono più stati reintegrati a lavoro dopo l’accusa di aver dato notizie raccapriccianti e aver fomentato il terrore in cui versava il capoluogo pugliese. Non trova tutto ciò paradossale?

Trovo enormemente esagerato il provvedimento nei confronti della «Gazzetta del Mezzogiorno» all’epoca, come trovo esagerata l’esposizione della truculenza oggi. Ovviamente non c’è alcuna via di mezzo, ma del resto il nostro è un Paese che vive di estremi quando ci vorrebbero le vie di mezzo, e di vie di mezzo quando bisognerebbe essere decisi.

Oggi, gran parte del giornalismo e della televisione si basa sulla spettacolarizzazione e sul resoconto dettagliato di ogni crimine commesso. È un bene o un male?

Mah… credo che sia un male. La morbosità è un male e ingenera sentimenti di emulazione. Insomma non è possibile che oggi gente che si è macchiata di crimini disgustosi e molto meno “giustificabili” di quello di Percoco venga eletta star televisiva e in alcuni casi addirittura a moralista. Percoco nel 2016 sarebbe stato invitato a partecipare all’Isola dei famosi. O magari a X Factor.

http://www.sulromanzo.it/blog/percoco-il-racconto-della-prima-strage-famigliare-italiana

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Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

23 mercoledì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AlessandroSanna, Gallucci, GiovanniPrevidi, intervista, Lettori, romanzo

 

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Un piccolo libro molto affettuoso. Così lo hanno pensato gli autori, dedicandolo ai lettori, di qualsiasi tipo.

Lettori. Variazioni sul tipo (Gallucci, 2015) nasce fondamentalmente da un’amicizia tra un libraio-lettore e un illustratore appassionato di librerie. Un testo che nasce dalla fusione di due distinti punti di vista: dietro il bancone per Giovanni Previdi e tra gli scaffali per Alessandro Sanna. Nel primo caso raccontando a parole, nel secondo usando delle immagini che se anche possono apparire delle vignette non lo sono.

Si sono divertiti in questo gioco ma intanto hanno manifestato la loro ironica e a volte malinconica opinione sul rapporto tra gli esseri umani e un oggetto che loro stessi hanno creato. Ne abbiamo parlato in una doppia intervista.

Giovanni Previdi: scrittore e poeta, lavora in una libreria di Bologna.

Nel testo sono descritte numerose tipologie di lettore. Qual è la più bizzarra?

Quello a cui sono più affezionato, che è anche il più bizzarro, estremizzando, è il lettore che legge tutta la vita e crede, a un certo punto, di aver letto tutto. Pensa non ci sia altro da leggere quindi, molto tragicamente, impila dei libri in salotto, infila la testa nel cappio e si suicida senza lasciare nemmeno un biglietto perché ritiene che tutto sia già stato scritto e letto.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Appare evidente che, per la catalogazione dei lettori, un ruolo determinante lo ha svolto il suo lavoro. Qual è la situazione più singolare a cui ha assistito?

Corrisponde alla “sovrana lettrice”. Molto esigente, che vuole far sapere a tutti cosa legge, dice il titolo a voce alta, spera di trovare il libraio impreparato, è convinta di essere l’unica a sapere quali libri bisogna leggere. Una lettrice che se la tira molto insomma. Rappresenta la tipologia difronte alla quale sono rimasto più basito.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Fra le categorie esposte in Lettori salta all’occhio quella degli scrittori che scrivono non per essere letti ma comprati. Come si fa a riconoscere lo scrittore da “lettore immaginario”?

Riconoscerlo è abbastanza semplice. Entra in libreria ma non cerca libri da leggere, cerca il proprio, lo chiede al libraio e, se non è nella posizione che lui ritiene consona, si arrabbia, vuole che sia spostato. Lo scrittore-lettore che non ha voglia di leggerlo, il suo libro, vuole siano altri a farlo.

Il “lettore spaesato” che gira per gli scaffali della libreria e ha difficoltà nel riconoscerla come luogo dove si vendono solo libri è l’ennesima vittima del capitalismo sfrenato?

Non credo. È uno che ha per la testa altre cose rispetto alla lettura. Eppure sente, dentro di sé, il bisogno di entrare egualmente in una libreria. Gli è stato insegnato, fin da piccolo, l’importanza di leggere e lui entra in libreria alla ricerca più che altro di una copertina che lo attiri.

Alessandro Sanna: noto disegnatore, lavora anche come illustratore.

 

I lettori, nei suoi ritratti, hanno tutti una forma stilizzata e parti fisiche (capelli, abiti…) che rimandano alle righe formate dalle pagine che compongono un libro. A cosa è dovuta questa scelta stilistica?

Sono ormai anni che coltivo questo modo di disegnare. Deriva da un esercizio costante di disegno fatto con dei pennelli. Nel 2005 ho sviluppato una versione del Don Chisciotte con figure formate interamente con libri. Dopo quest’esperienza ho continuato il percorso che ha come tema il libro. In questo progetto con Giovanni (Previdi, ndr) ho scelto di costruire dei personaggi pettinati o vestiti allo stesso modo di come sono costruiti i libri.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

In ogni ritratto, accanto al lettore, è presente un animale domestico o no di piccola taglia. C’è una ragione precisa?

Sì. Sono le mie comparse. Quando disegno mi sento una sorta di regista e quindi metto i miei personaggi, li muovo, faccio far loro delle cose a seconda dell’idea, del contenuto o anche del momento, delle improvvisazioni. Quegli animaletti, che sono quasi il mio segno di riconoscimento, danno all’immagine la possibilità di essere imprevedibile, l’opportunità di muoversi, di fare qualcosa di inaspettato. Ritengo che una buona immagine deve sempre avere una buona dose di sorpresa, che magari non è presente sul foglio ma può esserlo nella mente di chi osserva. Guardando gli animali ci si aspetta che qualcuno faccia un salto, che un altro dia un morso a una gamba o a un braccio, oppure possa semplicemente scappare.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Le sue illustrazioni a Lettori hanno una vena ironica che sembra voler attaccare più la società nel suo complesso che non il lettore stesso. Fino a che punto è giusta questa osservazione? E quali ragioni l’hanno spinta verso questa direzione?

Non ho fatto molti pensieri in merito. In tutti i miei libri c’è, dove più dove meno, una presa di posizione ironica. C’è sempre, in ogni mia immagine, una richiesta di intervento da parte del lettore, in questo libro più che mai. Un coinvolgimento. A volte l’ironia può velarsi di malinconia, in maniera leggera. Ma non c’è mai la pretesa di un attacco alla società. C’è solo una visione dal di dentro, anche noi siamo lettori.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

I suoi ritratti sono minimalisti. Nel testo si afferma che i libri fanno il lettore. Possiamo avanzare il postulato che il ritratto fa l’illustratore. Lei è un minimalista?

Mi sono reso conto che per dire le cose in profondità non c’è bisogno di aggiungere tanti particolari. Per usare un paradosso: necessita il minimo sulla superficie per avere il massimo della profondità.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-libro-che-racconta-i-lettori-come-non-li-avete-mai-visti

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Il dialetto che diventa lingua. La storia delle comunità italo-brasiliane

21 lunedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il dialetto che diventa lingua. La storia delle comunità italo-brasiliane

È nella differenza che possiamo crescere, non nell’omologazione. Giorgia Miazzo per 10 anni ha studiato a fondo le comunità di italo-brasiliani che, a distanza di oltre 140 anni dall’inizio delle migrazioni, hanno mantenuto pressoché intatti gli usi, i costumi, le tradizioni, le musiche e soprattutto la lingua che li lega al Paese di origine, l’Italia.

Studiare le migrazioni del passato per la Miazzo è doveroso, un riconoscimento per i sacrifici sopportati da tanti italiani costretti a lasciare l’Italia. Ma immergersi in quelle situazioni può essere anche un utile modo per conoscere e capire meglio le migrazioni di oggi, sia quelle degli italiani che si recano, per vari motivi, all’estero, sia quelle dei tanti stranieri che giungono nel nostro Paese.

Cantando in Talian, un progetto di Giorgia Miazzo che ha dato origine a cinque pubblicazioni, conferenze, incontri e corsi linguistici. Ne abbiamo parlato con la coordinatrice in un’intervista.

Dieci anni di ricerche su fonti e sul campo per studiare le comunità italo-brasiliane e la loro storia. Quali sono stati i motivi propulsori del Progetto Cantando in Talian?

Per ragioni di studio e lavoro mi sono recata in Brasile circa 10 anni fa. Sono rimasta affascinata da questa bellissima comunità di italo-veneti brasiliani. Mi sono sentita in dovere di fare qualcosa per queste persone. Hanno ancora un cuore che pulsa qui in Italia ma, per il resto, non ci sono più legami, sia per motivi storici che sociali. Da parte nostra si è persa ogni tipo di conoscenza di questa comunità. La mia è stata una ricerca centrata maggiormente sulla lingua. È fuor di dubbio interessante che un dialetto, quello veneto, si parli ancora oggi, a distanza di 140 anni dalle grandi migrazioni in Brasile. Volevo che la storia di questi migranti, che tanto hanno sofferto, fosse conosciuta anche qui in Italia, dove tale segmento di Storia è pressoché sconosciuto.

Gli italiani emigrati in Brasile e i loro discendenti mantengono le proprie tradizioni, usi e costumi, musica ma soprattutto l’idioma: il Talian. Cosa ha rappresentato per queste comunità vederlo riconosciuto ufficialmente come lingua?

C’è una parte della comunità che da anni lotta per ottenere questo riconoscimento e per loro dev’essere stata una gioia grande. Dapprima vietato dalla dittatura, il Talian veniva poi indicato come la lingua degli stupidi, assolutamente inutile. Tante altre persone invece non sono a conoscenza di questi trascorsi né sanno della differenza tra il Talian e l’italiano. Tra il dialetto veneto e quelli in generale dell’Italia del Nord e l’italiano. Anche in tante scuole italiane per anni è stato raccontato che questa era una lingua che non sarebbe più servita. Tutti dovrebbero prendere coscienza che il Talian è un qualcosa di cui andare fieri. Prima di tutto perché è la lingua delle loro radici.

In Brasile la ricorrenza dei 140 anni dall’inizio dell’emigrazione italiana è molto sentita, con numerose manifestazioni ed eventi. E in Italia?

In Italia molto poco. Io ho fatto un po’ di promozione. Circa 100 incontri tra Italia e Brasile con conferenze, corsi, progetti vari nei Comuni e nelle scuole… L’interesse generale era molto centrato, giustamente, sulla ricorrenza della Grande Guerra ma ho avuto l’impressione che questa parte di Storia fosse stata un po’ dimenticata. Nei libri, anche scolastici, si racconta delle migrazioni e degli immigrati italiani che se ne sono andati nelle Americhe senza spiegare i vari scaglioni, senza definire chi è partito, da quale zona e per andare dove. Durante le tante conferenze nelle scuole mi sono resa conto che manca proprio la conoscenza da parte dei ragazzini ma anche degli adulti.

Il dialetto che diventa lingua. La storia delle comunità italo-brasiliane

La lingua, la musica, le tradizioni aiutano un popolo a sentirsi tale, a ritrovare la propria nazionalità o a sentirne meno  la lontananza. Cosa sarebbe accaduto alle comunità italo-brasiliane se fossero state costrette a rinunciare a tutto questo? 

La loro in effetti non è stata proprio una scelta. Non razionale almeno. In tanti gruppi migratori si è lentamente sopito questo attaccamento alle tradizioni. Nel caso degli italo-veneti in Brasile c’è da dire che sono stati costretti a mantenere la lingua e le tradizioni perché era l’unico legame che avevano con l’Italia. Per tanti anni, dopo esser giunti lì, sono rimasti isolati e questo isolamento ha fatto sì che la lingua e le tradizioni si cristallizzassero. Per questi motivi il caso del Brasile è unico al mondo. Se guardiamo alle migrazioni in Canada, in Australia, in Sud-Africa, in Argentina non troviamo fenomeni linguistici comparabili con quanto accaduto per ilTalian. Se fossero stati costretti a rinunciare anche alla lingua e alle tradizioni, in quella situazione di isolamento, sarebbe stato ancora più difficile. Sono partite tante gambe, tante braccia ma i cuori sono rimasti in Italia e questo legame si è palesato attraverso la lingua, le tradizioni, la gastronomia.

Cosa pensa accadrebbe agli immigrati e ai rifugiati extracomunitari in Italia e in Europa se fossero costretti a rinunciare alle loro tradizioni, usi e costumi, musica e lingua?

Equivarrebbe a omologarsi tutti in un mondo grigio, che è quello che vogliono per noi e penso anche per loro. Sarebbe più comodo da gestire per alcuni ma sicuramente vuoto. Tradizioni e lingue sono speciali proprio perché tramandate di generazione in generazione. È il nostro modo di sentirci a casa, in qualunque parte del mondo ci troviamo.

Sarebbe molto triste anche se la globalizzazione va esattamente in questa direzione. L’epoca della velocità, dell’inglese, del fast food… quello che non abbiamo capito è che sarebbe una grande perdita, per loro ma anche per noi. Perché è nella differenza che possiamo crescere.

La storia dei tanti migranti che si riversano in massa lungo le coste italiane ricorda per certi versi quella di tanti disperati italiani fuggiti in varie e remote parti del mondo per sfuggire alla miseria. Forse la forza degli italiani è stata proprio quella di fare quadrato, l’appartenenza a una comunità li ha aiutati a ricrearsi una vita dignitosa e buone prospettive per il futuro dei propri figli. Pensa che per i migranti di oggi potrebbe valere lo stesso?

È vero che i migranti italiani del passato sono riusciti a crearsi una copertura di comunità, ma lo hanno fatto con tanto sacrificio e umiltà. Non credo si possa fare lo stesso oggi. Sia per la presenza di strutture organizzate nei posti di arrivo, per la mancanza di isolamento e anche della forza di volontà. Oggi mancherebbe la serietà, la determinazione e tutta una serie di valori che sono andati perduti, come la religiosità e lo stesso senso di appartenenza. Oggi, noi italiani ce la sappiamo sempre cavare, a volte bene altre male, ma in maniera molto più individualista rispetto al passato.

Per gli stranieri che giungono in Italia bisognerebbe fare un discorso diverso. Non tutte le etnie stanno reagendo allo stesso modo. Sicuramente alcune culture sono rimaste intatte senza aggregarsi alla nostra, forse ciò è dovuto al fatto che noi non abbiamo permesso che accadesse. È importante preservare la propria cultura ma lo è anche mantenere le aperture.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-dialetto-che-diventa-lingua-la-storia-delle-comunita-italo-brasiliane

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Cosa può fare la Cultura contro la mafia? Intervista a Gaetano Savatteri

15 martedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Cosa può fare la Cultura contro la mafia? Intervista a Gaetano Savatteri

Alla sottocultura mafiosa si risponde con la cultura dell’impegno e della consapevolezza. Di ciò ne è convinto Gaetano Savatteri, giornalista e direttore artistico del Trame Festival (a Lamezia Terme dal 15 al 19 giugno), che ripone molta fiducia nella parola scritta e nella comunicazione.

Cultura, impegno, consapevolezza, comunicazione possono essere il modo per affrancarsi dalle catene dell’assoggettamento mafioso, in tutte le sue forme, e per Savatteri le centinaia di giovani che ogni anno scelgono di partecipare alla manifestazione di Lamezia Terme, in Calabria, sono la testimonianza reale e tangibile dell’utilità di questo percorso.

Ne abbiamo parlato in un’intervista.

Il Trame Festival giunge quest’anno alla sesta edizione. L’Open Trame.6 Contemporary Art avrà come tema la libertà da ogni forma di costrizione.Un’opera d’arte ha un impatto maggiore e più incisività di un testo scritto?

Da alcuni anni Trame, in ogni sua edizione, ha avuto una sorta di “totem” artistico che occupa gli spazi in cui si svolge il festival. Abbiamo avuto le opere di Chiara Rapaccini e Renzo Bellanca. Sicuramente un’opera d’arte, soprattutto se all’esterno, quando occupa uno spazio o lo valorizza, ha un’evidenza speciale. Parla un linguaggio diretto e immediato. Per questo abbiamo voluto rinnovare l’esperienza, ma con il coinvolgimento di giovani artisti disposti a confrontarsi sui temi del nostro festival. Da questa idea nasce il bando per un’opera diffusa nei luoghi di Trame e sui suoi temi.

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Cosa può fare la Cultura contro la mafia? Intervista a Gaetano Savatteri

Come si conquista la libertà dalle mafie?

Con il lavoro di tutti. Magistrati e forze dell’ordine, in primo luogo, hanno il compito repressivo. Ma ciascun cittadino, nel suo lavoro e nelle sue attività, può dare il suo contributo per il diritto e la civiltà del vivere democratico, condizioni che impediscono l’affiorare delle mafie. Dove c’è democrazia reale e libertà sostanziale non ci sono mafie.

In che misura la cultura può contribuire, in maniera concreta, alla lotta alle mafie?

Trame è un festival di libri. Di libri sulle mafie. Ma soprattutto di libri. Ecco, crediamo che la conoscenza e l’informazione siano i presupposti per impedire l’attecchire delle mafie. Prima ancora che un fenomeno criminale, le mafie sono fenomeni culturali. E alla sottocultura mafiosa si risponde con la cultura dell’impegno e della consapevolezza.

Cosa può fare la Cultura contro la mafia? Intervista a Gaetano Savatteri

I giovani, la scrittura e le mafie. Al di là della retorica, cosa sognano veramente i ragazzi calabresi per il futuro della loro terra?

È difficile dire cosa sognano i ragazzi calabresi. Molti di loro sognano di poter vivere nella loro terra senza la schiavitù dell’emigrazione forzata, della clientela come unico modo per procacciarsi un guadagno, dell’assoggettamento alla ‘ndrangheta come mezzo di sopravvivenza o di mobilità sociale. Certo è che i cento tra ragazze e ragazzi che ogni anno partecipano come volontari a Trame, provenienti dalla Calabria o da altre parti d’Italia, sognano di far parte di una grande comunità libera e allegra. E con le loro magliette colorate danno visibilmente questo messaggio.

Fin da giovanissimo, ha votato il suo percorso professionale a una scrittura che raccontasse il lato oscuro della società italiana, quello attraversato dai tentacoli delle mafie. Quali sono le difficoltà maggiori legate a una simile scelta?

Ho raccontato storie di mafia perché sono cresciuto in Sicilia, e non potevo ignorare cosa vedevo, anche col mio mestiere di giornalista, negli anni della mia formazione. Erano gli anni in cui Cosa Nostra uccideva giornalisti, poliziotti, carabinieri, magistrati, medici e chiunque altro ostacolasse i suoi progetti. Mi chiedo se era possibile raccontare altro, in quegli anni e in quei posti. Mi arrovello da anni sulle ragioni per cui una terra che ha prodotto raffinatissime opere, uomini di grande coraggio, pensieri e cultura europei, potesse allo stesso tempo convivere con il piombo di Totò Riina e Bernardo Provenzano. È questa parte oscura, appunto, che vorrei indagare.

Quali erano i suoi sogni quando è ritornato in Sicilia e ha fondato, insieme ad altri giovani ragazzi, il periodico «Malgrado Tutto»?

Sono fortunato. Sognavo allora di diventare un giornalista. Ci sono riuscito, anche grazie a quell’esperienza giovanile in un giornale fondato da ragazzi in un piccolo paese del sud della Sicilia. Su quei pochi fogli ho sbrigato il mio apprendistato, un po’ da autodidatta. Allora è nata la fiducia e la passione per la parola, scritta o detta, per la comunicazione, per il piacere di raccontare storia che spero non mi lasci mai.

http://www.sulromanzo.it/blog/cosa-puo-fare-la-cultura-contro-la-mafia-intervista-a-gaetano-savatteri

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Di cos’è fatto l’universo? Ce lo racconta Lucia Votano

14 lunedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Di cos’è fatto l’universo? Ce lo racconta Lucia Votano

Per Lucia Votano, già direttore del Laboratorio nazionale del Gran Sasso, dirigente di Ricerca associata all’INFN, professore incaricato di Fisica generale all’Università di Urbino, che ha lavorato al CERN di Ginevra, al DESY di Amburgo e al progetto JUNO in Cina, e autrice de Il fantasma dell’universo. Che cos’è il neutrino (Carocci Editore, 2015), tra i titoli finalisti al Premio Galileo 2016, non si pone nemmeno il dubbio o l’interrogativo sul suo lavoro.

Lavorare in laboratori sotterranei o in luoghi estremi come ghiacciai polari o profondità marine è un “sacrificio” secondario e tollerabile se rapportato alla soddisfazione di conoscere e capire l’universo, anche attraverso lo studio di particelle pressoché invisibili. I neutrini, come le onde gravitazionali, sono scoperte che hanno avuto recenti conferme e saranno un supporto notevole.

Ne ha parlato Lucia Votano, nell’intervista che gentilmente ci ha concesso. Traspare, dalle sue parole, tutto l’entusiasmo e la passione per il proprio lavoro. Racconta anche la Votano dell’importanza della conoscenza e della cultura, della necessità per l’Italia di ritrovare uno slancio in questa direzione, in modo da arrestare, il prima possibile, il declino culturale oltre che economico nel quale il Paese sta precipitando.

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Ne Il fantasma dell’universo si narra di come si sono formati, quattordici miliardi di anni fa, i neutrini e di come sono giunti fino a oggi. Perché il loro studio è così importante? Quali informazioni possono rivelarci?

I neutrini sono apparsi a decimillesimi di secondo dal Big Bang e dopo un secondo, liberi di muoversi, hanno pervaso tutto l’universo. Ancora oggi in ogni suo centimetro cubo si calcola ci siano circa trecento di questi neutrini che sono i più antichi che potremmo rivelare. Tuttavia la loro energia è molto bassa e ancora non siamo in grado di misurarli. Quando questo sarà possibile, essi potranno raccontarci com’era l’universo nei suoi primissimi istanti. I cosmologi che sono riusciti a misurare la prima luce, apparsa 380 mila anni dopo il Big Bang, ne stanno ricavando moltissime informazioni sulla storia ed evoluzione del cosmo. Se riusciremo a misurare anche il fondo cosmico di neutrini, potremo indagare un’epoca ben più antecedente.

Le sorgenti di neutrini sono comunque tante, sia naturali sia artificiali. Ne arrivano dal Sole, dalla Terra, dalle stelle morenti, con i raggi cosmici, sono prodotti negli acceleratori o dalle centrali nucleari e tutti ci raccontano e ci aiutano a capire i processi che li hanno generati.

Ai neutrini è stato dedicato anche l’esperimento OPERA, protrattosi dal 2008 al 2012, con il coinvolgimento di 140 fisici di ventisei Istituti di ricerca dislocati in 11 Paesi. Tutta questa mobilitazione per studiare ciò che lei, nel suo libro, definisce il fantasma dell’universo. Qual è la reale portata di questa scoperta?

L’esperimento OPERA ha fornito la prima prova diretta al mondo del fenomeno delle oscillazioni, cioè della capacità dei neutrini di trasformarsi da un tipo all’altro. Il CERN produceva e inviava verso il Laboratorio del Gran Sasso un fascio di neutrini esclusivamente di tipo (sapore) muonico. OPERA è riuscita a catturare e misurare anche quelli che si erano trasformati in neutrini di tipo (sapore) tau. In questo senso è la prova diretta delle oscillazioni. L’importanza di questo fenomeno, ipotizzato da Bruno Pontecorvo alla fine degli anni Cinquanta, risiede nel fatto che esso dimostra che i neutrini hanno una massa, ancorché piccolissima. Ciò non era previsto dal Modello Standard (MS) delle interazioni delle particelle elementari, pertanto è un segnale di nuova fisica e della necessità di guardare oltre il MS.

Di cos’è fatto l’universo? Ce lo racconta Lucia Votano

Se i fantasmi dell’universo sono i neutrini, quelli della Terra sembrano i fisici che li studiano, chiusi in laboratori siti negli angoli più remoti del nostro pianeta. Ne vale sempre la pena?

La curiosità di capire di cosa è fatto il mondo e l’universo, la capacità di astrazione della mente umana che si sforza di ricondurre la miriade di fenomeni e le meravigliose manifestazioni della natura a poche interazioni fondamentali tra minuscole particelle elementari, è questo che fa dell’uomo un essere pensante, il più nobile tra gli animali della terra. Studiare i neutrini rientra in questo tentativo di rispondere a fondamentali domande antiche come l’uomo, usando però il metodo scientifico che ci ha insegnato Galileo Galilei. Non si pone neanche il problema se valga o no la pena: “Cogito ergo” devo fare ricerca di base per migliorare sempre di più la conoscenza dell’uomo sul mondo e tutto l’universo.

La Storia ci ha insegnato che le grandi e piccole rivoluzioni scientifiche raramente sono avvenute per caso, quasi sempre invece sono state il frutto della dedizione e dello studio degli scienziati supportati da apparecchiature esistenti o create ad hoc. Ciò vale ancora oggi?

Vale sempre di più, perché ad esempio la ricerca in fisica delle particelle elementari ha bisogno di potenti acceleratori quali il Large Hadron Collider del CERN, la fisica astroparticellare ha bisogno di laboratori sotterranei per eliminare il disturbo dei raggi cosmici. Grandi infrastrutture ed enormi apparati sperimentali sono gli strumenti indispensabili per fare ricerca in questi campi. Ogni esperimento, inoltre, è condotto da un insieme di scienziati, da una Collaborazione come noi diciamo, che ad esempio nel caso di ATLAS e CMS, i due esperimenti che hanno scoperto il bosone di Higgs, arriva a qualche migliaio di persone.

Un secolo dopo la formulazione della teoria della Relatività Generale da parte di Albert Einstein arriva la conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali. Cosa comporta questa scoperta nel lavoro di ricerca e studio dell’universo?

La scoperta delle onde gravitazionali è l’ultima, tra le previsioni della Relatività Generale, ad aver avuto il suggello della prova sperimentale. È una scoperta storica, di grande rilevanza, che non cessa di entusiasmare i fisici.

Altro aspetto molto importante è che l’uomo possiede da oggi un altro strumento di esplorazione dell’universo. Solo con quest’unico evento abbiamo imparato che esistono sistemi binari costituiti di due buchi neri di dimensioni di qualche decina di masse solari, di cui non conoscevano l’esistenza.

L’uomo ha sempre osservato e studiato l’universo attraverso la luce, in generale con le onde elettromagnetiche di varie frequenze che ci arrivano dal cosmo, più recentemente abbiamo imparato a utilizzare anche i neutrini, d’ora in poi potremo usare anche le onde gravitazioni. Èquindi uno studio che si avvale di molti messaggeri che farà progredire molto la nostra conoscenza dell’universo.

Di cos’è fatto l’universo? Ce lo racconta Lucia Votano

In più di un’occasione lei ha palesato la sua preoccupazione per il declino culturale, oltre che economico, in atto nel nostro Paese. Quali ritiene ne siano le principali cause? E cosa andrebbe fatto?

Non lo dico io, ma fior di economisti. Gli investimenti in quello che Umberto Eco chiamava il “triangolo della cultura”, cioè formazione, creatività e ricerca scientifica, sono uno dei motori, forse il principale di crescita sociale ed economica di un Paese. L’Italia purtroppo sta regredendo nelle classifiche di parecchi parametri che ne misurano il benessere economico e sociale; la correlazione con la contemporanea decrescita degli investimenti nella scuola, nella ricerca, in cultura è forte. È quindi chiaro cosa si dovrebbe fare per risalire la china.

Il punto di forza del Premio Galileo è senz’altro il tentativo di avvicinare la scienza ai giovani, dal momento che il vincitore sarà selezionato da studenti della scuola superiore di secondo grado. Come mai, in Italia, si è verificata una sorta di frattura tra i giovani e la scienza, proprio nel periodo in cui le nuove tecnologie riempiono la vita di tanti adolescenti? E cosa può fare la scienza per risanare tale frattura?

La Scienza deve impegnarsi sempre di più nella divulgazione, nel far capire ai giovani qual è il senso profondo e l’interesse della ricerca scientifica, avvalendosi anche di tutte le nuove tecnologie.

Quando i giovani delle scuole visitano i nostri laboratori, spesso rimangono colpiti dall’entusiasmo con cui i nostri ricercatori parlano di quello di cui si occupano. Anche questo è importante, perché i ragazzi sanno riconoscere e intuire che dietro c’è amore per il proprio lavoro, impegno, curiosità di conoscere.

La scuola da parte sua deve svolgere bene il suo compito, insegnare ai ragazzi a ragionare, a sviluppare il senso critico, saperli appassionare alla scienza e alla matematica. Servirebbe anche un maggiore collegamento tra le varie discipline, tra fisica, matematica e filosofia o letteratura. Ad esempio la nascita della scienza moderna nel Seicento non è un fenomeno che si spiega senza conoscere la storia di quel periodo, o ancora, la rivoluzione al concetto di spazio e tempo apportata da Einstein si collega molto ai movimenti culturali del secolo scorso.

In poche parole servono più scienziati che facciano buona divulgazione e ottimi insegnanti di scuola superiore.

http://www.sulromanzo.it/blog/di-cos-e-fatto-l-universo-ce-lo-racconta-lucia-votano

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Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

08 martedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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BeatriceMautino, ControNatura, DarioBressanini, intervista, Rizzoli, saggio

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

Come può la scienza combattere la cattiva informazione che, nel gran calderone dell’informazione globale, sembra proliferare come una coltura in laboratorio? Quali mezzi ha a disposizione affinché false scoperte o finte teorie vengano passate come scoop scientifici quando in realtà altro non sono che colossali bufale?

Ne abbiamo discusso con Dario Bressanini, ricercatore presso il dipartimento di Scienze chimiche e ambientali dell’Università degli studi dell’Insubria a Como e autore, insieme a Beatrice Mautino, del saggio Contro Natura. Dagli OGM al«Bio», falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola (Rizzoli, 2015), tra i titoli finalisti al Premio Galileo per la divulgazione scientifica edizione 2016.

Contro Natura è stato pensato e strutturato per fornire non certezze ma dubbi. Far ricredere le persone sulle loro convinzioni. Proprio come si fa in un normale processo scientifico: si parte analizzando i fatti per poi verificare se i preconcetti, le idee concordano. Se i fatti contraddicono le opinioni queste vanno cambiate.

Avvicinare i giovani alla scienza e abituarli al metodo scientifico è, per Bressanini, fondamentale. Utile per diventare cittadini critici in grado di sviscerare le informazioni e scovare le bufale mediatiche.

Medicina omeopatica, soluzioni fai da te, cibo biologico, alimenti geneticamente modificati e geneticamente mutati, mutazioni naturali e operazioni di laboratorio, paure, pregiudizi, preconcetti, bufale e divulgazione scientifica… ne abbiamo parlato con Dario Bressanini in un’intervista.

Nel testo, scritto a quattro mani con Beatrice Mautino, avete dichiarato di voler scrivere un libro alla Micheal Pollan, il giornalista americano noto per i suoi reportage sul campo. Perché?

Riteniamo sia un modo molto efficace di fare divulgazione scientifica. Il saggio tipico di divulgazione scientifica, in Italia ma anche all’estero, di solito si concentra sulla scienza, sui dettagli tecnici, invece l’approccio di Pollan l’abbiamo un po’ adottato perché parte dalle storie. Raccontare delle storie che hanno, in questo caso, uno sfondo scientifico ma in maniera tale da far arrivare il messaggio a un numero maggiore di lettori. Comprensibile anche ai non specialisti della materia.

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

I “laureati alla Google University” hanno trovato il loro colpevole mentre gli scienziati ancora cercano di trovare i fondamenti dell’esistenza o meno della sensibilità al glutine. È colpa dei “laureati alla Google University”, dell’informazione, spesso sommaria e contraddittoria, oppure della mancanza, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, di un canale di diffusione diretta e globale di una corretta divulgazione scientifica?

Le cause sono molteplici. C’è una fetta di lettori-commentatori che ora con i social network hanno più possibilità di dare sfogo alle loro teorie complottiste o ascentifiche. Cattiva informazione sul web ce n’è tanta. Quello che manca, per chi non è addetto, è la capacità di distinguere le stupidaggini dalle ricerche serie. E a questo punto, siccome non si può pretendere che il pubblico sia esperto di tutto, nessuno lo è, si sente la mancanza, almeno in Italia, di quel filtro del giornalismo scientifico. Nel nostro Paese l’informazione scientifica la fa il giornalista generalista.

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La varietà di piante create con la tecnica della mutagenesi ammonta a oltre 2200 specie e innumerevoli sono i mutamenti avvenuti direttamente in natura. Qual è il rapporto tra la naturale evoluzione genetica e le mirate operazioni compiute nei laboratori di tutto il mondo?

Quello che si fa nei laboratori di tutto il mondo, con qualsivoglia tecnica, in realtà non è nient’altro che una emulazione di quello che accade in natura. Non c’è alcun motivo razionale nel ritenere una modifica avvenuta in natura per forza migliore di una fatta in laboratorio.

Qual è la reale differenza tra i cibi geneticamente modificati e quelli geneticamente mutati? Perché in Italia si demonizzano i primi e si accettano i secondi?

Non c’è una risposta scientifica, nel senso che per la scienza non importa come è stata ottenuta la modifica genetica ma contano le proprietà dell’alimento. La legislazione europea distingue invece il modo in cui sono ottenuti i vari vegetali e questo ha generato una diffidenza nelle persone che ritengono i cibi modificati diversi dal resto di ciò che mangiamo. Con la tecnica della modificazione genetica si possono fare cose molto più avanzate, precise e potenti e forse è anche questo che scatena un po’ di paura.

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

Contro Natura è tra i cinque saggi finalisti al Premio Galileo edizione 2016, è fuori di dubbio positiva l’attenzione dei ragazzi verso questa tematica ma, in generale, l’interesse sembra molto scarso se non addirittura inesistente. Ritiene ciò sia imputabile ai ragazzi stessi o al sistema di educazione e formazione?

Sinceramente non sono molto d’accordo. Mi reco spesso negli istituti superiori, lo stesso fa la mia co-autrice Beatrice Mautino, e riscontro sempre molto interesse. Certo i ragazzi sono bombardati da tantissime cose ma non li ritengo così apatici e disinteressati come spesso vengono descritti.

Quanto è importante, secondo lei, avvicinare i giovani alla scienza e abituarli a ragionare secondo un metodo scientifico?

Secondo me è fondamentale. L’approccio al metodo scientifico diventa un modo di approcciare i problemi e le questioni che ci interessano come cittadini. È importante studiare la scienza ma lo è parimenti apprenderne il funzionamento. L’idea di non prendere per buono tutto ciò che ci viene detto o tramandato ma metterlo alla prova, fare dei test, dei ragionamenti. Lo studio delle scienze non deve essere finalizzato al diventare uno scienziato, lo diventa una piccolissima parte. La conoscenza del metodo scientifico ci permette di essere dei cittadini migliori, capaci di distinguere la cattiva dalla corretta informazione, le bufale da ciò che invece è scientificamente provato.

http://www.sulromanzo.it/blog/come-la-scienza-combatte-la-cattiva-informazione-intervista-a-dario-bressanini

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini

01 martedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini

Perché tutte le maggiori potenze mondiali pur affermando di combattere il terrorismo islamico non riescono a sconfiggerlo? Qual è la vera forza deglijihadisti? Perché continuano a fare proselitismo in Occidente? Quanto può essere utile la sociologia del terrorismo per comprendere il fenomeno e cercare di arginarlo?

Ne abbiamo parlato con Alessandro Orsini, direttore del Centro per lo Studio del Terrorismo dell’Università Tor Vergata di Roma, Research Affiliate al MIT di Boston, docente di Sociologia del Terrorismo alla Luiss e alla Loyola University di Chicago, editorialista de «Il Messaggero», autore di ISIS. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli, edito da Rizzoli a gennaio di quest’anno.

Nel sottotitolo del suo libro lei parla di fortuna ma nel testo afferma che «l’Isis continua a esistere perché è guidato da professionisti del terrore di alto livello». Non si tratta solo di buona sorte, quindi.

Non si tratta soltanto di fortuna. L’ascesa dell’Isis è stata favorita dal fatto che Russia e Stati Uniti si sono paralizzati a vicenda. Putin non vuole inviare i propri soldati a morire per liberare Raqqa perché teme che i ribelli filo-americani corrano a conquistare Damasco. Dal canto suo, Obama non può liberare Raqqa che rimarrebbe sotto il controllo di Bassar al Assad e, quindi, di Putin, che è padrone di Assad. Perché gli americani dovrebbero andare a morire per consegnare un territorio nelle mani dei loro nemici?

Le cause del successo dell’Isis sono numerose. Una delle più importanti è il contesto, ma ciò non toglie che i capi dell’Isis siano professionisti del terrore dotati di una notevole intelligenza politica, anche se tale intelligenza è utilizzata per fare cose mostruose, come la strage di Parigi.

Quando Stati Uniti e Russia affermano che la loro priorità è la lotta contro l’Isis, affermano il falso. Per Putin e Obama, Damasco è molto più importante di Raqqa. Prima di ogni altra cosa, ambiscono a conquistare la Siria.

Una delle posizioni di fondo del libro è che l’Isis rappresenti principalmente un problema politico, non militare. Perché?

L’Isis è il nulla, sotto il profilo militare. Lo abbiamo visto, chiaramente, quando sono state riconquistate Tikrit, Sinjar e poi Ramadi. Per ora, l’Isis deve rimanere dov’è. Se Russia e Stati Uniti troveranno un accordo politico per la spartizione della Siria, avvieranno il processo di sterminio dello Stato Islamico. Se non troveranno un accordo, lo Stato Islamico continuerà a vivere. La situazione, purtroppo, è resa ancor più complessa dalle rivalità tra Iran, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Nel libro, spiego che i responsabili di questo disastro sono numerosi.

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini

Soffermandosi sui due blocchi attualmente in essere in Medio Oriente, e cioè Russia-Iran e Stati-Uniti-Arabia Saudita, lei afferma che sembrano agire per danneggiarsi a vicenda. Quanto vantaggio ricava l’Isis da questa situazione?

Un vantaggio enorme. I bombardamenti russi sono rivolti, per la gran parte, contro i ribelli filo-americani, anziché contro i miliziani dell’Isis. Le persone che prendono la metropolitana tutte le mattine per andare a lavoro ritengono che sia prioritario combattere contro l’Isis, ma non i grandi della terra, i quali cercano di raccogliere il nostro consenso, affermando, falsamente, che la loro priorità è la lotta contro l’Isis. Le persone comuni ascoltano queste dichiarazioni e si tranquillizzano, pensando che i grandi della terra stiano facendo qualcosa per loro, ma non sanno che la vera lotta contro l’Isis non è mai iniziata e che, in questo momento, esiste una volontà politica che intende mantenere in vita l’Isis.

Quanto può risultare utile studiare a fondo le “maledette regolarità” dei terroristi per prevenire o contrastare attacchi jihadisti?

Studio i terroristi quattordici ore al giorno nel tentativo di prevedere quello che faranno nel futuro prossimo e il modo in cui seducono i nostri ragazzi. È un lavoro molto difficile, ma è utile per la società. Credo che il compito dei sociologi del terrorismo sia quello di mettere i propri studi al servizio della società, ma sono anche consapevole di risentire molto della mia formazione al MIT di Boston, che insegna a ragionare in questo modo.

La sociologia del terrorismo dovrebbe avere un’utilità pratica. Questo aiuta a comprendere come mai il mio libro si basi sullo studio delle vite concrete dei terroristi e di ciò che realmente fanno le loro organizzazioni. Attribuisco un’importanza enorme alla teoria, ed io stesso ho elaborato una teoria sociologica per spiegare i processi di disumanizzazione del nemico politico nelle cellule terroristiche, ma poi queste teorie devono aiutarci a capire come vivono i terroristi, come si finanziano, come organizzano la loro vita quotidiana, come reclutano, quali sono i loro rapporti con i loro familiari e molto altro.

Lei indica otto differenze tra Isis e Al-Qaeda. Quali sono le più determinanti?

Dal punto di vista delle persone che prendono la metropolitana per andare al lavoro, la differenza più importante è che al-Qaeda preferisce esportare terroristi, perché ritiene che l’attentato perfetto sia quello contro le nostre città, mentre l’Isis preferisce importare terroristi, perché ritiene che la priorità sia quella di chiamare a raccolta tutti i jihadisti per edificare una nuova realtà statuale che chiama califfato.

L’Isis non voleva colpire Parigi. È stata costretta a farlo perché i bombardamenti aerei erano diventati troppo intensi. Se noi smettessimo di bombardare l’Isis, al Baghdadi non realizzerebbe più attentati in Europa. Al Qaeda, invece, continuerebbe perché, come ha scritto Bin Laden, attribuisce un valore intrinseco al massacro dei cittadini occidentali mentre svolgono la loro vita quotidiana.

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini

I media occidentali tendono a rappresentare l’Isis come dotato di una «forza impressionante», ma lei dimostra nel libro che i fatti sono diversi da quelli riportati. Quali sono, secondo lei, le cause di questa discrepanza?

L’Isis è il nulla che avanza nel niente. I fatti dicono che, nella grande maggioranza dei casi, avanza quando non trova nessuna seria opposizione davanti a sé. Prendiamo il caso di Sabrata, la città libica, verso il confine con la Tunisia. I giornali dissero che l’Isis avanzava impetuosamente in Libia. Analizzai i fatti e trovai che l’Isis aveva conquistato Sabrata, entrando con venti fuoristrada nel centro della città. Ha presente quelle grandi macchine che si chiamano Pick-up? Sabrata era priva di truppe in sua difesa perché lo Stato non esiste più in Libia. Lo ripeto, come esercito, l’Isis è un fenomeno irrilevante. Come fenomeno culturale, invece, è imbattibile, almeno in questo momento.

«Non esistono solo il Bene e il Male». Lei si sofferma a lungo nell’analisi degli errori della mentalità a codice binario. Perché l’Occidente ha difficoltà a comprendere le cause profonde del fenomeno Isis?

Siccome noi occidentali attribuiamo un’importanza immensa al denaro, pensiamo che il denaro sia la causa di qualunque fenomeno politico o religioso. L’osservazione sociologica dimostra che le persone sono diverse e che non tutti agiscono dietro la spinta di interessi economici. Ci sono uomini che scelgono la povertà e il martirio, pur avendo la possibilità di vivere una vita agiata. Il caso del miliardario Bin Laden è il più noto di tutti. Nel mio libro racconto le vite dei jihadisti che sono riusciti a realizzare una strage nelle città occidentali dal 2001 a oggi e mostro che, nella maggioranza dei casi, la povertà non è una causa importante di terrorismo.

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini

A proposito della capacità attrattiva dell’Islam e della radicalizzazione di giovani europei segnati da drammi esistenziali, poveri e benestanti che siano, lei suggerisce di riconsiderare il modello di “ricchezza” occidentale basato sul PIL. Una soluzione potrebbe essere il suo metodo DRIA (modello teorico con finalità di ricostruire i processi socio-psicologici che presiedono al delitto di sangue nelle formazioni terroristiche)?

L’osservazione storica dimostra che il capitalismo occidentale ha diffuso un livello di ricchezza e di libertà, in tutti gli strati della popolazione, che non ha precedenti nella storia dell’uomo. È quanto ha scritto Schumpeter e sono d’accordo con lui. Il problema è che non tutti sono interessati a essere più liberi o più ricchi. I giovani jihadisti che hanno seminato il terrore nelle nostre città, dal 2001 a oggi, si battevano per costruire una società meno libera e meno ricca. Con il modello DRIA, che spiega ciò che accade nelle vite dei ragazzi occidentali che si convertono alla cultura jihadista, ho cercato di spiegare che il terrorismo di vocazione esisterebbe lo stesso, anche se eliminassimo ogni più piccola traccia di povertà. La crescita della ricchezza non è in grado di rispondere alle domande dei giovani sul significato delle loro esistenze. Il terrorismo di vocazione nasce da una perdita di significato esistenziale che viene recuperato attraverso l’adesione a un’ideologia radicale che crea ciò che ho chiamato la mentalità a “codice binario”.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-russia-e-america-non-attaccano-l-isis-intervista-ad-alessandro-orsini

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi… Intervista a Maurizio Pallante

25 giovedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DestraeSinistraaddio, intervista, Italia, italiani, Lindau, MaurizioPallante, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Per Maurizio Pallante siamo in una fase di chiusura di un’epoca storica, cominciata 250 anni fa con la Rivoluzione industriale. La crisi attuale è la somma della crisi ecologica, di quella climatica, morale, occupazionale… Quando un’epoca storica si chiude cominciano a vacillare la cultura, il sistema dei valori, i modelli di interpretazione della realtà che la società ha sviluppato e sui quali ha conquistato il consenso delle popolazioni. In questo momento nasce l’esigenza di iniziare a costruire un paradigma culturale diverso.

Destra e sinistra addio (Lindau, 2016) ha nel titolo la definizione della crisi, ma c’è nel sottotitolo la parte del construens, “per una nuova declinazione dell’uguaglianza”. La sconfitta storica della sinistra non è la sconfitta dell’idea di uguaglianza ma il fallimento dell’interpretazione che la sinistra ne ha dato. Per recuperare questa idea occorre declinarla in maniera diversa, estendendola a tutti i viventi, perché tutte le forme di vita sono in relazione tra di loro. L’uguaglianza inoltre non può essere limitata a un reddito monetario ma deve coinvolgere nel loro complesso gli stili di vita delle persone.

«Anche le persone meno interessate alla politica si sono rese conto che nei Paesi democratici le differenze tra i partiti più rappresentativi della destra e della sinistra si sono progressivamente attenuate fino a scomparire quasi del tutto.»

Destra e sinistra addio è il nuovo saggio di Maurizio Pallante, ne abbiamo parlato con l’autore in un’intervista.

Fin dalle prime pagine del libro, lei afferma con chiarezza che la destra è rimasta ferma sulle sue posizioni e la sinistra le si avvicina sempre più. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di questo slittamento della sinistra?

La sconfitta storica che ha subito, testimoniata dall’abbattimento del muro di Berlino nel 1989 e dovuta al fatto che la sinistra si poneva gli stessi obiettivi di fondo della destra, ovvero la crescita economica, con delle finalità diverse. Per la sinistra lo scopo era una più equa redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali. Ma la Storia ha dimostrato che l’economia di mercato, sostenuta dalla destra, era in grado di far crescere l’economia più delle scelte della sinistra. Per cui la sinistra si è trovata a sostenere lo stesso tipo di obiettivo con degli strumenti meno efficaci per raggiungerlo.

Questo ormai rende molto esigua la differenza tra partiti politici di destra e di sinistra. Perché allora sembra tanto difficile da accettare? E per quali ragioni si continua a fomentare nell’opinione pubblica l’idea di una differenza tra destra e sinistra al punto che l’appartenenza politica viene intesa e vissuta come tifo da stadio?

Perché ormai la politica è gestione di posti di lavoro, di appalti, di attività economiche… e ci sono dei gruppi di potere che cercano di conquistare il consenso della popolazione per poter gestire le somme legate ai posti di lavoro, agli appalti, alle attività economiche, ai privilegi che hanno i politici… Ormai la distinzione tra destra e sinistra è più formale che sostanziale e la politica ha perso completamente la carica etica e di ricerca del bene comune ed è diventata uno strumento per intervenire nelle attività economiche e produttive gestite dalla collettività, dallo Stato e dagli Enti locali.

A proposito di opinione pubblica, lei nota come le scelte di politica interna ed estera di destra, se gestite dalla sinistra, registrano meno opposizione sociale. È solo una diffidenza quasi atavica verso la destra, oppure ci sono altre ragioni?

Nell’immaginario collettivo è ancora radicata l’idea che la sinistra sia quella parte politica che fa gli interessi di una più equa redistribuzione delle risorse. Se una politica di destra viene gestita dalla destra, che ha sempre amministrato le risorse in maniera meno equa, le classi popolari possono essere spinte dalla sinistra a protestare. Ma se è la sinistra che fa la stessa politica economica della destra, manca la spinta alla protesta. Lo prova ad esempio il fatto che le Riforme costituzionali, proposte dal governo attuale, non suscitano la stessa reazione negativa avuta a suo tempo dalle medesime Riforme proposte dal precedente governo di centro-destra.

Cosa rappresentano Siryza, Podemos e Movimento Cinque Stelle nell’attuale scenario politico europeo?

Io farei una distinzione tra Siryza e Podemos, espressione politica di una sinistra non convenzionale, non legata alla storia del Novecento, e Movimento Cinque Stelle, che fin dall’inizio ha dichiarato di non essere né di destra né di sinistra.

Siryza, presentatosi come una reincarnazione diversa della sinistra, oggi sta facendo delle politiche di destra per cui sta suscitando l’opposizione popolare.

Podemos non sappiamo ancora cosa farà, per ora ha avuto buoni risultati elettorali, si vedrà se sarà in grado di gestire una politica di sinistra andando al governo ma, se ciò non accadesse, l’alleanza con i socialisti gli imporrà di portare avanti una politica di centro-destra e allora a quel punto in Spagna andranno di nuovo alle elezioni.

I Cinque Stelle invece stanno, in questo momento, rendendosi conto di tutto il malcontento che la popolazione ha accumulato nei confronti della casta politica, stanno cavalcando la carta morale, della politica gestita nell’interesse della collettività. Il consenso da loro ottenuto sembra derivare più che dalle proposte che fanno, dall’insoddisfazione della popolazione riguardo la gestione del potere da parte dei partiti tradizionali.

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Secondo lei, per superare la crisi e lo stallo in cui versano i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, bisogna riscoprire una finalità più ragionevole da assegnare alle attività produttive. Cosa intende?

Oggi il fine dell’attività economica e produttiva è la crescita della produzione di merci, e gli esseri umani sono il mezzo per raggiungere questo fine. Bisogna invertire questo rapporto. Il fine deve tornare a essere il benessere degli esseri umani e le attività produttive il mezzo per raggiungere questo scopo. Questo è il cambiamento che va fatto per superare la crisi.

Il Capitalismo si è servito anche della spiritualità trasformando i fedeli in consumatori?

Sì. E questo è stato uno degli elementi di fondo. La sinistra è stata sconfitta anche perché la sua posizione nei confronti della Chiesa e della religione le ha alienato il favore e la simpatia delle masse. Mentre il Capitalismo ha usato, strumentalmente, la religiosità della popolazione per cambiare il sistema dei valori in senso materialistico. Da questo punto di vista ha avuto anche un appoggio, in Italia, da parte della Chiesa cattolica. Questa, da una parte, continuava a predicare che bisognava non essere succubi del materialismo e del consumismo, dall’altra sostenendo, attraverso il partito della Democrazia Cristiana, la crescita economica, dicendo che era un bene, si è posta in una posizione di grande contraddizione.

Mantenendo l’attuale sistema economico, anche se dovesse registrarsi una reale ripresa i problemi ambientali persisterebbero. E ciò come può essere visto come un bene?

I problemi ambientali si aggraverebbero. Questi sono causati dal fatto che la crescita economica prevede un consumo crescente di risorse ed è arrivata a esaurire molte delle risorse non rinnovabili, a consumare le risorse rinnovabili di un intero anno entro la metà di agosto. Per cui la crescita economica mette in discussione la capacità dell’ecosistema terrestre di fornirgli le risorse di cui ha bisogno. Vengono inoltre immesse nell’ambiente di sostanze non metabolizzabili dai cicli biologici o perché sono troppe, come l’anidride carbonica e quelle derivanti dall’effetto serra, o perché sono sostanze di sintesi chimica o non biodegradabili, come la plastica. In tutti gli oceani ormai galleggiano masse di rifiuti di plastica grandi come dei continenti. L’aumento della produzione, ammesso che possa avvenire, comporterebbe un aumento delle emissioni e del consumo delle risorse. E questo sicuramente non è un bene.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-la-sinistra-ha-fallito-ecco-i-motivi

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