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Irma Loredana Galgano

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Campiello Giovani 2016 – Intervista a Carmelita Noemi Zappalà

04 sabato Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Speciale Campiello Giovani 2016 – Intervista a Carmelita Noemi Zappalà

A 21 anni Carmelita Noemi Zappalà decide di partecipare di nuovo al Premio Campiello Giovani e, per la seconda volta, il suo racconto viene scelto tra i finalisti. Re di cuori è stato definito dalla giuria “potente” come il tema che tratta: l’omosessualità. Un argomento di stretta attualità in Italia e su cui l’autrice, seppur giovane, ha molto di serio e realistico da dire. Ne abbiamo parlato in un’intervista.

Hai 21 anni. È la seconda volta che partecipi al Campiello Giovani e sei di nuovo tra i finalisti. Cosa è successo, artisticamente parlando, in questi due anni?

Credo che il mio stile sia cambiato. Sono cambiate un sacco di cose nella mia vita e, di conseguenza, anche il mio modo di scrivere e raccontare. In generale, nonostante il tema e il tono di questo racconto in particolare, tendo a scrivere storie meno tristi. Non che abbia scritto granché, a causa degli impegni universitari. La ragione per cui ho deciso di tornare a un clima di tristezza specificatamente per Re di Cuori è perché il tema trattato, nel modo in cui ho deciso di trattarlo, ne aveva bisogno.

In Corpi di carta, finalista al Campiello Giovani 2014, affrontavi il difficile tema dei disturbi alimentari molto diffuso, purtroppo, tra giovani e giovanissimi. Con Re di cuori hai coraggiosamente deciso di parlare di un tema altrettanto delicato: l’omosessualità. Scrivere per te rappresenta più una sfida o una liberazione?

Be’, onestamente, sono entrambi temi che mi hanno toccata, o mi toccano, molto da vicino. Qualche settimana fa stavo facendo un’intervista per la mia tesi, e l’intervistata (un’autrice) ha detto che, secondo lei, è inevitabile che gli scrittori mettano un po’ di sé in ciò che scrivono, inconsciamente o meno. Io mi trovo a concordare, almeno per quanto riguarda una buona parte dei casi. Nel mio caso, in particolare, sfida e liberazione vanno insieme. La sfida è tirare fuori, tramite la scrittura, ciò che magari non riesco a esprimere o a raccontare altrimenti. Dico sempre che scrivo perché non sono brava con le parole. La sfida, per me, è liberarsi. L’unica differenza, tra il 2014 e quest’anno, è che adesso liberarsi è molto più facile.

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Hai dichiarato che il tuo racconto è anche una doppia critica all’Italia. In che senso?

Da una parte, è una critica al modo di fare del Sud Italia (o, perlomeno, siciliano) del classico “pettegolezzo da giardino”, quello che noi chiamiamo cuttigghio. Il protagonista non muore suicida, ma chi partecipa al funerale, e i loro conoscenti, e i conoscenti dei loro conoscenti, mettono su una rete di pettegolezzi, bugie e supposizioni basate sulla loro percezione del protagonista che alla fine costruisce una realtà fittizia che serve puramente a saziare la loro curiosità e il loro modo di vedere il mondo. Era omosessuale, quindi si è suicidato. I particolari che i personaggi citano – il modo in cui si sarebbe suicidato, il ritrovamento del corpo da parte del fidanzato – sono tutti inventati di sana pianta per passaparola.

La mia seconda critica è per l’Italia in generale. È il 2016. Per mesi, ho sentito ripetere affermazioni così assurde e ignoranti che avrei preferito non poter vedere e sentire. Che l’omosessualità è “contro natura”, per esempio. Abbiamo dovuto ascoltare i nostri politici – coloro che dovrebbero garantire pari diritti a tutti – denigrare la comunità LGBTQ+ giorno dopo giorno, mettere in chiaro che esistono italiani di serie a e di serie b, abbiamo dovuto vedere la legge sulle unioni civili diventare la versione annacquata di ciò che era perché, per dirne una, “i bambini non si toccano”.  Non sto nemmeno qui a commentare le schifezze che ho letto in giro per il web, mascherate come il frutto della libertà d’espressione.

Critico l’Italia perché c’è un sacco di strada da fare. Sto scrivendo queste risposte poche ore dopo il sì alla camera, l’11 maggio 2016. Nutro la speranza che questo non sia solo un traguardo, ma un punto di partenza. (Sto riguardando le risposte quasi una settimana dopo: una parte dei nostri politici dice che vuole il referendum abrogativo. Che amarezza).

Il protagonista del tuo racconto muore a seguito di un incidente, ma per i suoi compaesani sarà un suicidio causato dalla sua omosessualità e dalle sue fragilità. Perché hai voluto mettere in evidenza proprio quest’aspetto?

Il protagonista di Re di Cuori non si suicida. Nella prima parte del racconto, la gente del suo paesino spettegola sulla sua morte, e a poco a poco le bugie e le supposizioni si sovrappongono le une alle altre, fino mettere assieme la storia del suicidio. Cito l’interludio, in cui è il protagonista a parlare: «Hai giocato a sette e mezzo prima, no? Ogni carta vale quanto il suo valore numerico, tranne le figure, che valgono mezzo punto, e il re di denari. Il re di denari viene chiamato ‘matta’ ed è l’unica carta che assume il valore che desidera il giocatore che la pesca. Il re di denari non ha valore, se non quello che ogni persona gli attribuisce a suo piacimento. […]».

Lui sapeva benissimo cosa pensavano di lui i suoi compaesani. Al suo funerale, per “vincere la mano” (per soddisfare, appunto, la loro visione della realtà) questi ultimi mettono insieme un puzzle sulla sua morte utilizzando i pezzi a loro disposizione – la sua omosessualità, il rapporto distrutto coi genitori – e, con un po’ di malignità, ipotizzano che si sia suicidato; così ne parlano tra di loro, lo giudicano, lo dipingono come più gli fa comodo, creando una loro versione degli eventi – una loro realtà alternativa che soddisfa preconcetti già esistenti. Così lui diventa la loro matta.

Nella seconda parte, invece, quando è il fidanzato/narratore a parlare, si capisce che il protagonista non si vergognava affatto del suo orientamento sessuale. Il narratore ricorda, ad un certo punto, una cosa che lui gli aveva detto: «Avevo diciassette anni ed ero un codardo egoista. Non ti saresti mai innamorato di me. Ora non sono più quella persona. Non ho più vergogna di chi sono. Non sono più arrabbiato». Poi il narratore riporta alla mente la sera in cui è morto: «[Ricordo] la voce del poliziotto che mi dice “I’m sorry,”dopo avermi chiamato per avvertirmi del tuo incidente».

Il protagonista non è morto suicida. È morto in un banale incidente stradale. Il protagonista del racconto, a quel punto della sua vita, era perfettamente a suo agio con se stesso, fiero della sua identità (proud, dicono in inglese). Aveva una relazione sana e progetti di sposarsi e avere dei figli. Al suo funerale, invece, la gente preferisce credere alla loro, costruita, versione del suicidio per un insieme di ragioni: per cattiveria, per ignoranza, per stereotipi, perché in Italia si pensa che gli omosessuali, appunto, cedano necessariamente alle loro “fragilità”, e alle pressioni – critiche – sociali. (Non dico che non succeda mai, perché mentirei, ma non era il caso del mio protagonista.) In parte, anche perché è una morte più succulenta e tragica di un banale incidente. A tutti piacciono le tragedie, quando toccano agli altri. Ammetto però di aver giocato tanto con l’ambiguità, a partire dal titolo, lasciando qua e là indizi che lasciassero intuire la verità sulla sua morte, per rispecchiare almeno un po’ il modo in cui il pettegolezzo si confonde con la realtà.

 Cosa ti aspetti dal Campiello Giovani qualora dovesse essere il tuo racconto il vincitore del premio?

Non so cosa aspettarmi, onestamente. Per ora mi godo l’essere finalista per la seconda volta, perché, comunque vada a settembre, lo trovo già un traguardo non indifferente.

http://www.sulromanzo.it/blog/speciale-campiello-giovani-2016-intervista-a-carmelita-noemi-zappala

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Giornalismo culturale – Intervista a Luigi Mascheroni

01 mercoledì Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Giornalismo culturale – Intervista a Luigi Mascheroni

Il giornalismo culturale vive e lotta con noi, anzi no è in crisi. O sta forse rinascendo sotto nuove forme? Da anni si discute di questo, e puntualmente risulta difficile arrivare a una posizione precisa e univoca. È per questo che Sul Romanzo ha pensato di aprire una rubrica dedicata al giornalismo culturale, uno spazio di confronto diretto con addetti ai lavori, per capire quali sono le caratteristiche del giornalismo culturale e quali svolte dovrà intraprendere per superare la crisi e adattarsi all’era del digitale.

Particolare attenzione sarà dedicata al giornalismo culturale che si occupa di libri e ai suoi rapporti con l’editoria, per capire se davvero, come si sostiene, la sua incidenza nella promozione della lettura e nella vendita di libri risulta quasi assente.

Di tutto ciò abbiamo parlato con Luigi Mascheroni, caposervizio cultura e spettacolo de «Il Giornale» e docente di Teoria e tecniche dell’informazione culturale all’Università cattolica del Sacro Cuore, in quest’intervista dove vengono toccati alcuni nodi centrali.

Una domanda a bruciapelo: qual è lo stato del giornalismo culturale in Italia, oggi? E quali sono stati i cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni?

Il giornalismo culturale – come del resto il giornalismo in generale – è in forte crisi per quanto riguarda i numeri: quello sulla carta stampata è pochissimo o per nulla letto, come dimostrano le vendite bassissime dei quotidiani e il poco spazio che i direttori e gli editori danno alla Cultura; quello sul web è letto e discusso da un pubblico molto ridotto numericamente, per lo più di addetti ai lavori: giornalisti, editor ed editori, scrittori, blogger, professori universitari e qualche “lettore forte”…; in televisione un vero e proprio giornalismo culturale non esiste: è presente una più o meno buona informazione culturale ma mancano, almeno sulle reti generaliste, veri programmi di giornalismo culturale.

Tuttavia, per quanto molto elitario e quindi rivolto a un pubblico marginale, dal punto di vista qualitativo, il giornalismo culturale in Italia, soprattutto quello della carta stampata – ma penso anche ad alcuni siti, tipo minima&moralia, o ilLibraio.it o Doppiozero – resta fatto molto bene. Ritengo che le pagine culturali dei nostri giornali siano mediamente più belle, anzi direi molto più belle, varie e interessanti di quelle dei quotidiani europei e americani, dove in realtà il giornalismo culturale è spesso più di costume e società (certo, con alcune prestigiose eccezioni).

Se penso alle pagine della sezione culturale di «Repubblica» o agli inserti di libri e cultura del «Sole24ore», del «Corriere della Sera», della «Stampa» o, perché ci lavoro e perché ne sono convinto, le pagine culturali de «Il Giornale»… beh, è indubbio che siamo di fronte a un giornalismo molto alto, letterario, colto, raffinato anche polemico e irriverente a volte… Quale altro Paese nel mondo, giusto a parte la Germania, può dedicare così tante pagine, per mesi, su tutti i quotidiani, di destra, di sinistra o “terzisti”, alla polemica – cito un caso esemplare – sui Quaderni neri di Heiddegger e il suo più o meno “metafisico” antisemitismo? Certo, sono cose quantitativamente “per pochi”, ma qualitativamente eccellenti.

Insomma, sembra un paradosso: ma il nostro giornalismo culturale sta per morire, perché non lo legge nessuno, ma muore in ottima salute.

 Come dovrà cambiare il giornalismo culturale per adeguarsi ai tempi?

Pur tenendo un proprio approccio alto nel raccontare la realtà letteraria, artistica e scientifica, giocando un po’ più con la cultura mainstream e i fenomeni “pop”, dovrebbe provare a impattare su un pubblico più vasto. Deve cercare un nuovo linguaggio, fatti salvi i contenuti ambiziosi, per parlare ai ragazzi, ai non specialisti, al lettore “debole”. Come farlo? Partendo dalla tv.

Visto che anche nell’era del digitale e della rete, il 90% degli italiani continua a informarsi principalmente tramite la televisione, il giornalismo culturale dovrebbe provare a entrare in televisione: pillole dedicate ai libri in coda a ogni telegiornale, trasmissioni pensate con target diversi ma che ruotano attorno ai film, alle mostre, alle novità editoriali, programmi di approfondimento anche in fasce orarie che non siano quelle notturne… Per parlare a più persone, e poi ritornare in rete e sulle pagine dei quotidiani più “forte”, il giornalismo culturale deve sfondare in tv.

Giornalismo culturale – Intervista a Luigi Mascheroni

Viene da chiedersi però se a eventuali programmi di serio approfondimento culturale in televisione il pubblico poi non riservi lo stesso trattamento delle pagine culturali della carta stampata.

Secondo me, programmi del genere non vengono prodotti perché si pensa che il pubblico sarebbe poco ricettivo. Perché si pensa che non funzionino. Se migliaia e migliaia di persone vanno ai festival letterari, perché non dovrebbero vedere un programma in cui si raccontino libri belli, e non solo i libri che vendono, che sono due cose diverse?

Io penso che un programma di approfondimento e di informazione culturale, scritto e sceneggiato bene, anche in una tv generalista possa funzionare. Dovrebbe essere fatto in maniera diffusa, con spazi dedicati alle mostre, al cinema, ai libri… e che non siano soltanto i trailer dei film di cassetta che stanno per uscire, la trasmissione Porta a Porta sui cinepanettoni o l’intervista al giornalista famoso che promuove il suo libro in televisione: non c’è niente di peggio della marchetta a Che tempo che fa? o a Pane quotidiano o dalla Bignardi, dove peraltro vanno ospiti sempre gli stessi. No, devono essere programmi pensati da gente che è abituata a fare cultura in rete e sui giornali e che provi a portarla al grande pubblico della televisione.

Quando la persona giusta racconta un’opera d’arte, o un film che ha veramente qualcosa da dire sul nostro tempo, o un libro che mette in difficoltà il lettore, lo sfida… beh, può affascinare parecchia gente davanti alla tv…

Circoscrivendo il campo all’ambito editoriale, spesso i giornalisti che se ne occupano sono accusati di essere ininfluenti rispetto alle vendite e di operare in troppa sinergia con gli editori. Sono davvero questi i problemi?

Sono anche questi i problemi, ma non sono i più importanti. Oggi non esiste un giornalista che possa far aumentare le vendite dei libri, non lo fanno neanche i premi letterari. Giusto lo Strega e un po’ il Campiello. Ritornando alla televisione c’è Fabio Fazio, una volta era Costanzo.

Comunque i “vizi”, che ci sono, sono altri. Ad esempio i giornalisti culturali sono molto snob. Tendono – tendiamo, mi ci metto anch’io – a parlare sempre al nostro mondo, a rivolgersi allo scrittore che ha scritto il libro che stiamo recensendo più che al lettore che potrebbe leggerlo. Il giornalista culturale è abituato a parlare con gli addetti ai lavori: colleghi, editor, direttori editoriali… usando un linguaggio che allontana sempre più il lettore generico e generalista.

Ce ne stiamo seduti sui divani di questo nostro salotto letterario immaginario a parlare fra di noi, sprofondati nel nostro autocompiacimento, e non vorremmo mai vedere il lettore sedersi accanto a noi, forse ci dà fastidio… Il lettore serve solo a dirgli, dall’alto delle nostre competenze, quale mostra andare a vedere, quale libro leggere…

Insomma, quando un lettore che è un non addetto ai lavori sfoglia le pagine culturali dei quotidiani inconsciamente percepisce questa distanza, si sente tagliato fuori, a disagio – come uno che entra raramente in libreria e si sentisse gli occhi addosso di un librario altezzoso – e per questi motivi tende a saltarle.

Già da qualche anno, lei tiene un blog di video-recensioni. Il futuro della comunicazione culturale sarà nei video?

Il futuro dell’informazione e della comunicazione culturale è ovunque.

Può essere ancora sulla carta, anche se numericamente più marginale, di élite, però rimarrà. Sarà in televisione se verranno fatte delle buone scelte a livello di trasmissioni, di format, di persone. È sulla Rete, dove si possono fare delle splendide cose culturali. E in radio, dove già oggi si fanno trasmissioni di intrattenimento culturale molto belle.

Il futuro è ovunque qualcuno voglia, possa e riesca a raccontare, con competenza e con passione, un libro, una mostra, un film. Non è un problema di supporto ma di professionalità.

Per quanto riguarda le mie video-recensioni… Visto che la carta stampata è sempre più in crisi e il mio pubblico si riduce di anno in anno, tempo fa ho iniziato a fare qualcosa di nuovo. Con un amico regista, Fulvio Pisani, ho provato a parlare di libri in brevi video, ambientando la “recensione”, che poi è un racconto, in una location che abbia attinenza al contenuto del testo per cercare di far arrivare una novità editoriale che io reputo interessante – un romanzo, un saggio, una raccolta di racconti – a un pubblico il più vasto possibile, pensando non ai lettori forti, ma a chi magari non legge tantissimo, però può essere incuriosito da un video in cui in tre minuti gli racconto di un saggio sul rapporto tra arte e erotismo dentro un sexy shop, o della nuova ristampa di un libro di Manara al museo del Fumetto di Milano, o un pamphlet sui graffiti davanti ai murales del Leoncavallo e così via… Un’illusione? Forse sì. Però mi diverto a farlo, per ora.

http://www.sulromanzo.it/blog/giornalismo-culturale-intervista-a-luigi-mascheroni

 

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Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

26 giovedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Carnefici, intervista, Italia, italiani, Piemme, PinoAprile, saggio

 

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Come è nata l’Italia e soprattutto perché? Garibaldi è un eroe nazionale o un mito costruito per giustificare una storia pensata a tavolino? Ne abbiamo parlato in un’intervista con Pino Aprile, autore di Carnefici (Piemme, 2016), un libro con il quale prosegue la sua instancabile volontà di ricostruire una storia più vera e aderente ai fatti di quella raccontata dalla storiografia ufficiale al pari di una bella fiaba studiata per rabbonire ed “educare”.

La storiografia ufficiale ha sempre descritto l’azione dell’esercito sabaudo come la liberazione del Sud dalla dominazione spagnola volta all’unificazione dell’Italia, ma questa è la versione ricostruita in seguito. Cosa è accaduto realmente tra il 1860 e il 1861 nell’attuale Sud-Italia?

Tutte le grandi imprese e la nascita dei Paesi hanno bisogno di quelli che vengono chiamati “miti fondanti”, ovvero delle belle favolette, delle fiabe. Non raccontano la verità. Indicano la direzione del racconto.

La Spagna moderna nasce grazie alle imprese del Cid Campeador, ma questi non è mai esistito. La Svizzera moderna origina dalla sfida di Guglielmo Tell che centra la mela con la balestra, ma è scientificamente provata l’esistenza solo della balestra e della mela, lui non è mai esistito. Il più grande impero, per estensione, della storia dell’umanità, quello sovietico, è nato sul mito della conquista del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo. Ma il palazzo era vuoto, ci sarebbe potuto entrare chiunque.

Noi abbiamo il mito dei Mille di Garibaldi. In realtà questi erano 60.000. Con circa 22.000 soldati piemontesi che figuravano come disertori e colpevoli di aver rubato agli arsenali militari del Piemonte cannoni, esplosivo, armi varie… molti combattevano addirittura con le loro divise, altri con delle decorazioni della guerra di Crimea. Normalmente i disertori vengono fucilati, invece loro vennero ripresi nell’esercito e qualcuno fece anche una bella carriera.

Tutto questo per dire intanto che non c’era nessuno da liberare al Sud perché l’Italia da redimere era quella occupata dagli austriaci, ovvero il Triveneto. Ma al Sud non c’erano gli “spagnoli”, c’erano i meridionali, che non erano meridionali di nessuno. I Borbone erano una dinastia napoletana da 127 anni, parlavano napoletano. In Turchia vige un’espressione: «Storia costruita ufficiale». E, in Italia, viene giustificata la costruzione di questa storia “molto educativa”, affermando che il compito della storia non è di raccontare i fatti ma di servire a creare gli italiani, uno spirito nazionale, unitario.

In Carnefici lei afferma che pochi Paesi hanno fatto uso politico della storia come il nostro. Si riferisce a qualcosa in particolare? Ci sono episodi di vera e propria censura?

Non solo veri e propri casi di censura ma un’intera storia costruita a tavolino, calpestando la realtà concreta degli eventi. Quando pubblicai Terroni (Piemme, 2013) raccontavo di massacri, come quelli di Pontelandolfo e Casalduni. La prima reazione fu il silenzio. In seguito mi accusarono di aver inventato tutto. Va da sé che non è così: i documenti sulla strage di Pontelandolfo sono numerosi; grazie al lavoro extra-accademico svolto da ricercatori volontari fuori dall’Università è diventato uno degli eventi più documentato della storia. La terza reazione fu l’affermare: «Noi lo sapevamo». Allora mi è venuto naturale chiedermi: «E perché non ne avete parlato per un secolo e mezzo?». Quello che fecero i nazisti è niente se confrontato con le azioni dei bersaglieri al Sud.

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Non è che noi siamo peggiori degli altri. Con la rivoluzione industriale sorgeva l’esigenza di creare gli Stati nazionali. Ovvero le Nazioni dovevano costituirsi in Stati. Questo avvenne ovunque con un bagno di sangue. Basti pensare alla guerra di secessione degli Stati Uniti che loro, più onesti di noi, non hanno mai etichettato “di liberazione”. Si è trattato di una guerra che ha fatto più vittime statunitensi delle due guerre mondiali. In Francia la Vandea è stata letteralmente rasa al suolo perché contraria alla rivoluzione. Un esercito guidato dal generale Westermann, in poco tempo, sterminò tutti. Però oggi, in Francia, c’è un Istituto di Stato con un’immensa biblioteca e un centro studi che finora ha prodotto 850 volumi sul massacro della Vandea. Dov’è in Italia il centro studi sul genocidio dei meridionali? Sta nascendo fuori dallo Stato. Quello che stiamo facendo in tanti. Una costruzione collettiva di una memoria vera che possa unire e non dividere.

La guerra condotta dall’esercito sabaudo contro l’esercito borbonico durò pochi mesi. Quella combattuta contro i cittadini e i ribelli durò all’incirca dieci anni. Perché di tutto questo non si fa menzione nei testi e nei saggi della storiografia ufficiale?

Ora viene anche detto esplicitamente: la paura che sapere come è stata unita l’Italia potesse distruggere questa costruzione così fragile. L’Italia, a differenza di altri Paesi, è una comunità molto ricca di culture diverse. Può essere relativamente facile dare uno Stato a una Nazione, ma quando devi dare una Nazione a uno Stato dove sono già presenti più Nazioni non hai altra possibilità che eliminarne alcune. È la ragione per cui in Turchia hanno eliminato gli armeni, massacrano i curdi, sono stati eliminati gli assiri di montagna, sterminati i greci dell’Asia Minore. Una sola Nazione si deve prendere lo Stato.

È un’ideologia molto radicata e potente, che ha fatto centinaia di migliaia di morti, nata già sul finire del Settecento ma è l’Ottocento il secolo della sua massima espressione. In Italia, lo Stato più grande dell’epoca, il più solido economicamente, il primo a essersi avviato verso la rivoluzione industriale era il Regno delle due Sicilie. Se i vinti avessero ricordato come al Sud sono state distrutte le fabbriche tra le più grandi d’Italia, il modo in cui sono stati sottratti i depositi d’oro delle banche – che equivarrebbero oggi a un valore nominale pari a 1.500 miliardi di euro –, se qualcuno ricorda tutto questo prende un’arma e protesta. E così è stato fatto per anni, al Sud. Perciò l’unico rimedio era l’amnesia. Sterminare chi voleva ricordare e chiedere di render conto, e far dimenticare agli altri. E questo è stato fatto.

«L’Italia è un Paese nato sulla menzogna e sull’assassinio della verità». Lo diceva Sciascia, non Pino Aprile.

Il Sud è stato annesso o conquistato?

Lo dicevano loro: «Il Sud è stato annesso e conquistato, non unificato». Tant’è che un parlamentare siciliano, Giuseppe Bruno, nel 1861 in Parlamento protesta contro i giornali e gli stessi colleghi parlamentari del Nord e afferma: «Onorevoli colleghi basta parlare di province conquistate, il Paese è stato unito! Siamo italiani!». Quanto riportato si trova negli atti parlamentari, chiunque può andare a leggerli.

Nel 1866 ci fu un dibattito, sempre in Parlamento, generato dall’elezione di Mazzini a Messina, per dispetto ai Savoia. Lui era un condannato ma siccome era nato un nuovo Stato, l’Italia appunto, tutte le giurisprudenze degli Stati precedenti non avevano più valore. Eppure la risposta del capo del Governo in Parlamento fu: «Mazzini resta condannato perché è vero, signor capo dell’opposizione, che le legislazioni di tutti i Paesi preunitari non valgono più, tranne che per il Piemonte, perché noi non abbiamo fatto l’Italia ma abbiamo allargato il Piemonte». E l’impresa partì con l’ordine di Cavour: «Non perdete tempo a fare prigionieri, fucilate».

Perché la Repubblica di San Marino è rimasta esclusa dal processo di unificazione?

La risposta è: «Boh!». Se tutti gli Stati preunitari vennero invasi, annessi e derubati, perché la Repubblica di San Marino no? Ci sono delle ipotesi. Nella Repubblica di San Marino nascevano banche. Crispi e i figli di Garibaldi, ovvero i duci della spedizione in Sicilia, coloro che portarono via l’oro dei depositi del Banco di Sicilia, potrebbero aver pensato a un porto franco dove depositare il “bottino di guerra”. È esagerato sospettare che un paradiso fiscale non lontano da casa facesse comodo?

Se non c’è un’altra spiegazione plausibile, uno è autorizzato a sospettarlo, a maggior ragione in quanto Garibaldi era un evasore fiscale. In una sua lettera manoscritta si legge: «Signor esattore non sono in grado di pagare le imposte». Poi, sempre lui, fa da garante a un enorme prestito chiesto dal figlio al Banco di Napoli, senza garanzie, e non pagano né lui né il figlio. Come ha fatto a costruire a Caprera le case, le strade, la stalla per 500 capi di bestiame, e ancora comprare un’intera flottiglia di imbarcazioni, compreso un panfilo da 42 tonnellate? Si racconta che dopo aver consegnato il Regno a Vittorio Emanuele si sia ritirato a Caprera con un sacco di fagioli. Forse non erano solo fagioli. È documentato che prendesse soldi da Vittorio Emanuele. Nei documenti è pure testimoniato che prese una grossa somma prima di andare a Caprera.

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Nel libro lei entra nel merito anche dei rapporti tra Garibaldi, i Sabaudi, Inghilterra e Stati Uniti. Perché inglesi e statunitensi avevano così a cuore il processo di unificazione dell’Italia?

Da una parte per via dell’ideologia degli Stati nazionali. Gran parte del pianeta è stato disegnato a tavolino da inglesi e americani, vedi il Medio Oriente o l’Africa, per esempio. Dall’altra perché questa ideologia ha origine in ambiente massonico. E loro erano i capi della massoneria mondiale. La nascente civiltà industriale aveva bisogno di Stati nazionali incubatori della stessa industria, che la facessero crescere fin quando non fosse stata in grado di competere alla pari con le altre e a quel punto sarebbero cadute le frontiere. Così è nata l’Europa, che si è unita quando i livelli di industrializzazione sono diventati equiparabili. Un’Italia grande faceva comodo, rappresentava un pugnale sotto la Francia, serviva a schiacciarla, con l’Inghilterra che stava sopra. In più in Italia c’era un Paese, come il Piemonte, che aveva un disperato bisogno di rubare i soldi a qualcuno perché, di fatto, era fallito e diventato di proprietà dei Rochelle di Parigi.

Buoni rapporti però Garibaldi sembra averli avuti anche con Cosa Nostra, il cui patriarca Joe Bonanno narra «[…] che il nonno e i suoi picciotti seguirono Garibaldi perché fu loro garantito di poter condurre più liberamente i propri affari». La trattativa Stato-Mafia è nata con la stessa Italia?

Esatto. Quella fu la prima trattativa Stato-Mafia. Grazie anche ai buoni uffici del barone Sant’Anna della Massoneria inglese, che mise al servizio di Garibaldi i suoi picciotti.

A chi come lei cerca un’altra verità viene spesso chiesto quale sia il senso di tanto rivangare. Invece io le domando perché, secondo lei, a tanta gente spaventa poter conoscere una verità diversa da quella ufficiale?

Perché tocca rivedere tutto quello che si sa, che si è. La propria identità. Tocca ricostruire, letteralmente, la propria anima. Le ragioni per stare insieme. Ormai, in un certo senso, un equilibrio, sia pure malato, è stato raggiunto. Io ritengo che gli equilibri malati portino brutte cose, meglio affrontare, come in una cura psicoanalitica, la verità e ripartire da basi più vere e più solide.

Lei dedica un capitolo, in Carnefici, anche all’interpretazione di Matteo Simonetti del Piano di Kalergi, indicato dalla Merkel come «il padre dell’Europa», dove si prospetterebbe, prima della seconda guerra mondiale, «[…] la trasformazione dell’Europa in un continente meticcio, con l’invasione di migranti, specie dal Sud». Era stata prevista o predetta anche l’emigrazione interna italiana verso il Nord?

È stata organizzata. Dopo la seconda guerra mondiale il Sud, contrariamente al Nord, ne uscì devastato. Gli alleati risarcirono l’Italia. L’allora presidente di Confindustria Costa impose che il risarcimento dato per il Sud venisse investito al Nord, per finanziare la ripresa industriale. Peppino di Vittorio protestò e la risposta fu: «Se vogliono mangiare, vengano al Nord».

http://www.sulromanzo.it/blog/quanti-erano-i-mille-di-garibaldi-la-vera-storia-dell-unita-d-italia

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Campiello Giovani 2016 – Intervista a Gaia Tomassini

24 martedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Speciale Campiello Giovani 2016 – Intervista a Gaia Tomassini

Il racconto Benedetta si è tinta i capelli di Gaia Tomassini è tra i finalisti al Premio Campiello Giovani 2016. Una storia che parla di donne, della loro forza e determinazione come delle fragilità e i silenzi, e che, attraverso la loro descrizione, offre uno spaccato della vita, dei suoi problemi e degli “alleati” che aiutano a superarli.

Gaia Tomassini studia Giurisprudenza e coltiva la passione per la scrittura da diversi anni. È la prima volta che partecipa al Campiello Giovani. Le abbiamo chiesto qualche curiosità sul racconto finalista e ascoltato alcune sue considerazioni sul Premio in un’intervista.

Sei molto giovane eppure sono già diversi anni che coltivi la passione per la scrittura. Solo quest’anno però hai deciso di “allungare le tue storie” e partecipare al Campiello giovani. Perché?

Per diversi motivi: da un lato quest’anno mi è sembrato di aver trovato un personaggio, nella fattispecie Benedetta, che richiedesse uno spazio, qualche parola in più rispetto ai miei soggetti precedenti; inoltre, guardando la deadline mi sono resa conto di essere giovane ma non giovanissima, e che e quest’anno sarebbe stato l’ultimo anno per partecipare al Campiello Giovani. È andata bene!

Benedetta si è tinta i capelli ha come protagonista una donna. Un personaggio che dici di avere in mente da tempo. Intorno a quali peculiarità lo hai costruito?

Mi sono sempre piaciute le donne forti, quelle che fanno carriera, cercano di conciliarla con gli impegni famigliari e si fanno in quattro per ciò in cui credono. Benedetta è così, è diventata uno dei boss della Guardia di Finanza e allo stesso tempo riesce ad avere una famiglia, degli amici e a stare vicino a chi ne ha bisogno, nella fattispecie Daniele e la moglie di lui, Caterina.

Un personaggio fittizio cui mi sono in parte ispirata è Erin Strauss della serie TV Criminal Minds, una donna che raggiunge i vertici nel mondo dell’FBI (ma Benedetta per fortuna non cede alla pressione come Erin!).

Speciale Campiello Giovani 2016 – Intervista a Gaia Tomassini

La storia ha come location una caserma della Guardia di Finanza. Perché questa scelta?

Avevo bisogno di un ambiente molto gerarchizzato e piramidale, e così mi sono venuti in mente i Corpi dello Stato italiano. La scelta è ricaduta sulla Guardia di Finanza per motivi di “praticità”: il papà del mio ragazzo è un finanziere, ho chiesto a lui tutti i dettagli sul Corpo che mi potevano essere utili per la storia (per esempio, avevo bisogno di sapere se si potesse andare a lavorare in borghese e come fosse strutturato, almeno nei tratti principali, il Corpo per non scrivere cose che poi non rappresentassero la realtà).

Daniele, collega e unico amico di Benedetta, si prodiga per aiutarla nonostante la sua riottosità. Quanto contano i valori umani nella società contemporanea?

Daniele non è l’unico amico di Benedetta, è l’unico amico che Benedetta ha nell’ambiente lavorativo. Poi dal rapporto professionale è nata un’amicizia.

Penso che i valori umani continuino a contare molto, anche se a volte ce ne dimentichiamo.Benedetta è l’esempio che si può essere forti quanto si vuole, che ce la si può fare anche da soli, ma che non è necessario fare gli eroi o dimostrare una freddezza che non sempre si ha. Probabilmente potrebbe rialzarsi da sola, ma non significa che debba per forza fare tutto senza l’aiuto di qualcuno. Allo stesso tempo, Daniele non è lì per caso: sono stati gli anni a stretto contatto che hanno cementato il loro rapporto di amicizia; Benedetta c’era quando in difficoltà era Daniele, ora è l’inverso; è un dare e avere continuo. Nei valori umani e nella vicinanza reciproca si nascondono degli alleati formidabili, nonostante non sia sempre facile riconoscerne la loro portata.

Cosa ti aspetti dal Premio Campiello Giovani qualora il tuo racconto dovesse essere scelto come vincitore?

Non mi aspetto di vincere il Campiello Giovani, ma sono già contentissima di essere arrivata fino a questo punto. Nell’ipotesi in cui ciò si dovesse realizzare non mi aspetto nulla di preciso né pretendo qualcosa dal premio: è da marzo, da quando ho saputo che ero tra i 25 semifinalisti, che il Campiello mi regala emozioni davvero uniche; spero continui così.

http://www.sulromanzo.it/blog/speciale-campiello-giovani-2016-intervista-a-gaia-tomassini

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

17 martedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

E io pago di Daniele Frongia e Laura Maragnani (Chiarelettere, 2016) è un libro che nasce dai documenti visionati e/o redatti dalla Commissione per la riforma e la razionalizzazione della spesa di Roma, di cui Frongia è stato presidente.

Quanto costa agli italiani «mantenere la capitale più corrotta e inefficiente d’Europa»? Cosa fare per «ridurre gli sprechi e i danni alla nostra vita»?

Ne abbiamo parlato in quest’intervista con Daniele Frongia, statistico e informatico presso l’Istat e consigliere comunale a Roma per il Movimento Cinque Stelle fino al 2015, e Laura Maragnani, scrittrice e giornalista per «Europeo» e «Panorama».

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Laura Maragnani è autrice anche di Le ragazze di Benin City (Melampo, 2007),Ecce omo (Rizzoli, 2008) e I ragazzi del ’76 (Utet, 2010). Con una forte vocazione per il giornalismo di impegno civile, in E io pago spulcia tutti i conti della Capitale per capire chi ha sbagliato, dove finiscono i soldi pubblici anche, ma soprattutto cosa fare per invertire la rotta e portare Roma e l’Italia intera verso la salvezza.

La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

Nell’antefatto al libro si legge: «a Roma, tra il 2013 e il 2015, è successo un piccolo miracolo. Per due anni, in Campidoglio, ha lavorato la Commissione comunale per la spending review». Che Paese è quello in cui cercare di mettere in ordine i conti pubblici viene considerato un “evento miracoloso”?

È un Paese dove il consenso elettorale è stato costruito per decenni grazie a favori, clientele, regalìe, appannaggi, vantaggi, concessioni e scambi di ogni tipo. Dove l’articolo 97 della Costituzione, quello che prescrive il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, è lettera morta. Dove i vantaggi privati, sia dei singoli sia di intere categorie (i costruttori, per esempio), hanno prevalso sull’interesse pubblico in modo sistematico e scandaloso, drenando risorse importanti dalle tasche dei contribuenti e costruendo la fortuna economica e sociale di pochi privilegiati. Non solo a Roma, ovviamente. E purtroppo.

In E io pago si sottolinea il fatto che «Roma è l’esempio da manuale di come non si amministra una città». Ma il resto dei Comuni italiani in quali condizioni versa?

Roma è sciupona, è sprecona, è a un passo dal fallimento. Ma non è un caso unico.

Dal dopoguerra a oggi l’assalto al bene pubblico è stato capillaredal Nord al Sud, tanto che prima del Campidoglio sono andati in default Taranto e Catania, la piemontesissima Alessandria e molti altri comuni mal amministrati. Se dovesse emergere la verità sui bilanci degli 8 mila comuni – di cui circa 5 mila tra piccoli e piccolissimi – ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Per mantenerli spendiamo 61 miliardi l’anno e quei soldi non bastano mai, come possiamo constatare davanti ai tagli costanti ai servizi comunali, alla cattiva manutenzione delle strade e degli edifici pubblici, o al disastroso stato delle scuole dei nostri figli.

O si riducono gli sprechi e si comincia a spendere in modo più accorto o virtuoso, o dal disastro non si esce.

«Anche il bilancio dello Stato italiano è, con tutta probabilità, uno splendido falso. E l’Europa lo sa perfettamente». Cosa devono aspettarsi gli italiani da una situazione del genere?

Ce lo ha dimostrato la Grecia, ahinoi.

In appendice al testo è inserito il Vademecum del buon amministratore in cui analizzate punto per punto soprattutto cosa non fare in nome dell’imperativo: “basta sprecare!” Quali sono i punti prioritari da mettere in atto per tentare di salvare la Capitale e l’Italia intera?

Come giornalista, io parto sempre dal Vangelo secondo Giovanni: «la verità rende liberi». E, come cittadina, dalla celebre lezione di Luigi Einaudi: «Conoscere per deliberare». E io pago ha dimostrato ai romani quanto poco sanno sui conti veri del Campidoglio. Perciò dobbiamo chiedere, pretendere, mettere in atto una gigantesca operazione-verità. E non solo a Roma. Dobbiamo capire i conti e i bilanci di tutti i nostri comuni, delle regioni, delle migliaia di società controllate e partecipate. Se non c’è una mappatura degli sprechi non è possibile né capire dove si può intervenire, né, soprattutto, scegliere come farlo. E a pagare rimarranno sempre i soliti.

Daniele Frongia ha svolto il ruolo di consigliere comunale, quello di presidente della Commissione per la spending review di Roma e scritto con la Maragnani E io pago con il duplice volto di analista tecnico da un lato e cittadino indignato dall’altro. «I cittadini devono sapere la verità!» sembra essere il suo imperativo categorico. Conoscere i dati, l’entità del danno e avviare le possibili soluzioni sembra essere l’unica strada percorribile per risanare le casse pubbliche e quindi, come diretta conseguenza, quelle di tutti i cittadini, romani e italiani.

La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

Partiamo con i paradossi: in centro a Roma non si trova nulla a meno di 1500 euro al mese e parliamo di metrature risicate al massimo. Nonostante ciò, per citare uno dei tanti esempi riportati nel testo, la Repubblica araba d’Egitto paga 1 euro a settimana. Un affitto che si può definire simbolico. Come è possibile che i cittadini accettino passivamente tutto questo?

Purtroppo molti cittadini non sono informati e l’Amministrazione si è sempre guardata bene dal pubblicare sul sito web i nomi di tutti gli inquilini delle case comunali. Un’operazione trasparenza che porterebbe a fare luce su molti aspetti della politica romana degli ultimi decenni.

Ora, grazie a qualche giornale e a qualche denuncia (compreso il nostro libro), i cittadini sono più consapevoli di come il loro patrimonio immobiliare sia stato utilizzato ma, al contempo, come diceva Flaiano: «in Italia la situazione politica è grave ma non è seria».

Ogni anno il debito di Roma aumenta «quando va bene di decine, e se va male di centinaia, di milioni di euro». Eppure parliamo della città con il più vasto patrimonio artistico e tra le più visitate al mondo. Dove vanno a finire gli introiti che una città come Roma si presume produca in gran quantità?

Abbiamo individuato quattro categorie di “perdite”:

  • Sprechi duri e puri. Soldi buttati a mare, come i mega stipendi conferiti a dirigenti senza alcun titolo, le consulenze a quattro o cinque zeri regalate a professionisti non necessari, le prebende, i benefit, le auto blu per i consiglieri comunali, e molto, molto altro.
  • Regali di Cesare. Quattrini che diamo al Vaticano senza alcun obbligo e che potremmo tranquillamente evitare di sborsare, magari per pagare un presepe vivente, una festa della befana o le borse di studio per una fondazione religiosa che sta di fronte a una scuola comunale che cade a pezzi.
  • Soldi schifati. Somme che potremmo facilmente introitare ma che evidentemente non ci piacciono, come quelli dell’evasione, dei canoni non adeguati, delle multe dimenticate o degli immobili concessi gratis agli amici e agli amici degli amici.
  • Risparmi disgustosi. Soldini che potremmo risparmiare con un po’ di oculatezza negli acquisti ma che preferiamo dilapidare con generosità e abbondanza. Per esempio, pagando il doppio del dovuto per alcuni beni e servizi.

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Quali sono i motivi principali che hanno portato i conti della Capitale in un tale «abisso finanziario»?

Pessima gestione della cosa pubblica da parte dei politici, sciatteria amministrativa da parte di alcuni dirigenti, corruzione e la “complicità” di un’informazione spesso distorta (pensiamo al periodo dei fasti veltroniani: anche oggi molti giornali di centro sinistra si guardano bene dall’evidenziare i disastri economici dei contratti derivati e delle numerose opere incompiute).

Lo scandalo Mafia Capitale ha richiamato l’attenzione di tutti su una piaga per l’intero Paese ma quanto incide realmente la corruzione sui costi sostenuti, direttamente e indirettamente, dalla collettività romana e italiana?

Abbiamo stimato un’incidenza complessiva dei fenomeni corruttivi in circa 650 milioni di euro l’anno, solo per Roma. Dati in linea con la Corte dei Conti che ha parlato di circa 1.3 miliardi in due anni.

Di non secondaria rilevanza è poi l’impatto “sociale” della corruzione esprimibile attraverso:

  • Distorsione del mercato (venir meno del principio di imparzialità della P.A.).
  • La corruzione relativa alle gare d’appalto interferisce con la concorrenza del mercato.
  • Mancato rispetto dei principi di efficacia, efficienza della P.A. (l’aggiudicazione di gare avviene verso soggetti che non propongono il miglior servizio al minor costo).
  • Freno alla crescita economica e agli investimenti, soprattutto esteri.
  • Sfiducia diffusa verso la classe politica.
  • Erosione del servizio pubblico.

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

06 venerdì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GiulianoPesce, intervista, IoeHenry, MarcosyMarcos, romanzo

 

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

Da pochi giorni in libreria, Io e Henry (Marcos y Marcos, 2016) di Giuliano Pesce è un libro strutturato su diversi livelli. Sarà il lettore stesso a scegliere se vuol vederci un racconto umoristico, una spy-story o un romanzo che inglobi tutto questo e molto altro ancora. Riflessioni sulla contemporaneità si alternano a soliloqui con la propria mente e alterchi con personaggi reali o immaginari.

Un libro, quello di Pesce, costruito intorno alla constatazione che «se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Tagliaferro, il protagonista, un sogno lo ha ma non è quello che sembra. L’originalità di questo libro sta anche in questo.

Ne abbiamo parlato con Giuliano Pesce in un’intervista.

Io e Henry è un libro con una struttura e una storia originali, a cavallo tra un “finto” romanzo e una semiseria spy-story. Perché questa scelta narrativa?

Potrà sembrare strano, ma il romanzo nasce dalla prima frase. Un giorno ho preso un foglio e ho scritto un aforisma che mi ronzava in testa: «Se hai un sogno vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Poi, ho aggiunto: «Il vecchio Henry lo diceva sempre». A quel punto mi sono trovato davanti a diverse domande: chi è questo Henry? Perché è “vecchio”? E perché pronuncia una frase simile?

La storia è stata la mia risposta a queste domande, subordinata al bisogno che sentivo di scrivere qualcosa che, oltre che catturare l’attenzione del lettore, fosse anche divertente, da leggere, ma soprattutto da scrivere.

Nel testo sono innumerevoli le citazioni, i paragoni e le similitudini con personaggi o aneddoti tratti da cinema, musica e letteratura contemporanei. Quali sono i motivi alla base di questo stile di scrittura?

Come dicevo, volevo scrivere qualcosa che fosse divertente. Lo stile del romanzo nasce in parte da questo bisogno. E in parte dal fatto che volevo un protagonista che fosse sì un uomo comune, ma che avesse anche un modo tutto suo di vedere il mondo. Così ho riversato in Tagliaferro qualcosa che mi capita di provare spesso. Cioè la sensazione che il mondo di oggi sia una gigantesca bolla di rumore informativo, ripiena di tante, tantissime parole, immagini e suoni, dietro cui è difficile scovare dei veri significati.

Tagliaferro, all’inizio della storia, ha appena perso i pochi appigli che aveva (l’amore, il lavoro, la casa) e cerca disperatamente di trovare nuovi punti di riferimento. Tuttavia, quasi tutto gli sembra già visto, sentito, rimasticato, sputato fuori dalla sua mente ormai sovraccaricata da input esterni, che hanno in un certo qual modo sommerso il suo vero Io. Lo stile che ho adottato serve principalmente a rendere a livello espressivo queste sensazioni che attanagliano il protagonista.

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La vicenda narrata in Io e Henry ruota intorno alla figura del protagonista ma ha come ambiente di riferimento il Centro di salute mentale Villachiara. Pirandello affermava che esistono solo due modi per liberarsi del peso della vita: la morte o la pazzia. Il protagonista vive la sua “alienazione” come una fuga dalla realtà?

La singolarità del mio protagonista, Tagliaferro, è rintracciabile proprio qui. La sua è certamente una fuga da una realtà che non gli piace più. Ma non solo. È anche il tentativo, forse vano, di costruire una realtà nuova, che non sia solo l’incomprensibile somma delle diverse volontà degli individui, gettate alla rinfusa sul piatto della vita. Tagliaferro vuole una realtà che dipenda soltanto da lui. Per questo si mette alla caccia del Registro-01, l’unico strumento in grado di concedergli il potere di cui ha bisogno.

La realtà può spaventare, o fare male. Ma Tagliaferro, grazie a Henry, scopre che a volte la miglior difesa è l’attacco.

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

«La sofferenza interiore, la terrificante depressione che ti attanaglia, inevitabilmente, quando ti rendi conto della differenza che esiste (ed esisterà sempre) tra il mondo come lo vorresti e il mondo com’è». Tagliaferro cerca di vincere il suo male di vivere con l’umorismo e la follia?

L’umorismo è sicuramente una componente importante del romanzo. Ma Tagliaferro, pur essendo il narratore, ne è quasi una vittima involontaria. Le situazioni in cui si viene a trovare ondeggiano tra il drammatico e l’assurdo; e l’unico modo che ha per affrontarle è quello di lasciarsi trascinare da questo flusso.

Per quel che riguarda la follia, io non credo che Tagliaferro sia pazzo. A volte penso che i pazzi non esistano neppure. Se consideriamo la vita e i suoi canoni come il risultato della mediazione tra le diverse volontà di tutti gli individui, i folli sono semplicemente coloro che rifiutano di sedersi al tavolo delle trattative. Coloro che, per così dire, preferiscono tentare di far saltare il banco. E Tagliaferro rientra senza dubbio in questa categoria.

Parlando di umorismo la mente rimanda nuovamente a Pirandello. Anche Tagliaferro, come i personaggi del grande drammaturgo, ha una patina di tristezza che trasmette al lettore. Come Pirandello anche lei scrive le sue storie per sfidare il pubblico, per stimolarlo?

Certamente. Io e Henry è un libro che può essere letto su tanti livelli. Può essere gustato come un semplice romanzo umoristico e – mi auguro – avvincente. Ma spero anche che alcune situazioni e certe riflessioni dei personaggi, seppur deformate dalla lente dell’umorismo, possano spingere i lettori a ripensare al mondo di oggi e, soprattutto, al nostro modo un po’ troppo dogmatico di interpretarlo.

«Come ciascuno di noi, anche il protagonista del romanzo è – almeno in parte – il prodotto del costante bombardamento di immagini, suoni, parole a cui ci sottopone il mondo di oggi e che, inevitabilmente, finisce per condizionare il nostro modo di essere, pensare e agire». Siamo dei burattini? E nelle mani di chi?

Uno dei temi principali del libro è proprio questo. E ho cercato di affrontarlo da vari punti di vista, che vanno dal complottismo più esacerbato (ci sono oscuri signori che ci dominano!) all’influenza che il mondo esercita sul nostro Io, passando per alcuni concetti come la Fortuna, il Destino e la Possibilità.

Quanto di nostro riusciamo davvero a provare? E quanto siamo vittime di quello che ci investe dall’esterno?

Sono domande che mi pongo spesso e a cui, purtroppo, non sono in grado di dare una risposta soddisfacente. Spero, però, che il libro possa spingere i lettori a riflettere su tutto questo e, magari, a cominciare a cercare le proprie risposte.

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Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”

05 giovedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

Articolo originale qui su Liberidiscrivere

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Come difendersi dall’odio online?

03 martedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GiovanniZiccardi, intervista, LOdioonlineViolenzaverbaleeOssessioniinRete, RaffaelloCortinaEditore, saggio

 

Come difendersi dall’odio online?

Nell’era di internet è aumentata la libertà di espressione oppure la Rete rende tutti bersagli più esposti e meno tutelati?

Cyberbullismo, troll e haters sono tra le più diffuse manifestazioni di odio online. Ma cosa le caratterizza rispetto alle tradizionali forme di odio razziale, politico o religioso?

Giovanni Ziccardi è professore alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, dove tiene anche corsi post-laurea in Informatica Giuridica, Computer Forensics e Investigazioni Digitali. È autore di libri e scritti sul tema della libertà e delle sue violazioni, sui crimini informatici e le nuove tecnologie.

In L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete (Raffaello Cortina Editore, 2016) descrive le varie forme di manifestazione di odio in rete, le sue peculiarità nonché le differenze rispetto a quelle tradizionali.

Le forme di odio online originano una “immaginaria piramide”. Come riconoscerle? Come difendersi?

Abbiamo chiesto informazioni e delucidazioni direttamente a Giovanni Ziccardi in un’intervista.

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Tra cyberbullismo, troll e haters il mondo dell’odio online sembra davvero molto variegato. Proviamo a circoscriverne le caratteristiche specifiche anche rispetto all’odio offline e le ragioni della diffusione?

Nel mio libro ho diviso l’odio in tre grandi categorie, sia online sia offline.

La prima è quella delle espressioni d’odio in senso stretto, richiamandomi alla tradizione giuridica e politica post seconda guerra mondiale. In tal senso per espressioni d’odio vanno intese quelle espressioni volte a istigare odio politico, razziale o religioso e anche, nei tempi più recenti, omofobico o, comunque, contro minoranze ben individuate.

Il secondo, grande ambito dell’odio è il cosiddetto odio interpersonale, dove a generare espressioni d’odio da una persona verso un’altra (o da più persone verso una singola) sono temi non solo correlati alla politica, alla razza o alla religione ma anche argomenti comuni.

Il terzo ambito è il terrorismo che si basa, in tutto il mondo, anche sulla propaganda d’odio, ossia da un lato l’esaltazione delle azioni e degli attentati nel tentativo di trovare adepti e di radicalizzare i simpatizzanti e, dall’altro, la denigrazione dei nemici politici.

Le caratteristiche specifiche dell’odio online sono la capacità di amplificazione del danno, la persistenza delle espressioni d’odio in rete, la capacità di “tornare” in maniera imprevista e la possibilità che sia trattato con sistemi automatizzati di natura semantica. Nel primo caso, l’amplificazione del danno, non sempre chi odia in rete è consapevole della potenza che hanno le espressioni circolanti in internet. Nel secondo caso, la persistenza, l’odio rimane per sempre in rete, una volta pubblicato, e ha successo a seconda di quanto la discussione diventi “di tendenza”.

Come difendersi dall’odio online?

È possibile definire un identikit dell’odiatore online? Come possiamo riconoscerlo e difenderci?

È molto difficile perchè l’odio è diventato, in un certo senso, “comune”. Non è più solo correlato a grandi temi quali il razzismo, la religione o la politica, ma si può generare da ogni tema. Quindi a diffondere espressioni d’odio può essere, come una volta, l’estremista (di qualsiasi fazione politica) ma anche il semplice utilizzatore di internet che decide di alimentare un dibattito con toni violenti. La difesa può essere o evitando la discussione, o segnalando alle forze dell’ordine o ai gestori della piattaforma le espressioni offensive o, infine, cercando, con la “controparola” (non d’odio, ovviamente) di fare ragionare l’altra parte.

Quale ruolo svolgono i social network nella diffusione e radicalizzazione dell’odio online?

I social network sono oggi una piattaforma importante sulla quale circolano la maggior parte delle espressioni d’odio semplicemente per il fatto che su di esse circolano la maggior parte delle espressioni online umane in generale. Questo è il motivo per cui i gestori di tali piattaforme sono da anni attenti a cercare di capire come fare per contribuire a limitare la circolazione delle espressioni d’odio senza intervenire sul diritto fondamentale di libertà di manifestazione del pensiero o a come riuscire a intervenire in tempi rapidi sulle segnalazioni degli utenti. In alcuni Stati, ad esempio la Germania e la Francia, si sostiene da tempo che i gestori delle piattaforme non facciano abbastanza per contenere l’odio (e in alcuni casi, anzi, lo agevolino perché genera profitti), per cui cercano di concordare insieme alle grandi società delle politiche di “reazione” che siano efficaci e che tutelino le minoranze, soprattutto in periodi di forti sconvolgimenti politici.

Nella “immaginaria piramide” dell’odio digitale lei colloca al vertice «le espressioni e le azioni di odio così come sono disciplinate a livello internazionale, politico e normativo, spesso con accordi tra stati». In cosa consistono esattamente queste manifestazioni di odio e perché le colloca in cima alla piramide?

È l’idea di odio che si è diffusa nel mondo dopo l’olocausto e la soluzione finale programmata dai nazisti. Mai, prima, si era visto l’odio dell’essere umano nei confronti dei suoi simili arrivare a simili livelli, non si credeva possibile. Da allora, dopo le ceneri di Berlino e della seconda guerra mondiale, si elaborò un’idea di odio e di propaganda che voleva punire, in primis, le espressioni d’odio correlate alla razza, alla politica o alla religione. Ciò perché si erano rivelate “sul campo” le più idonee a creare totalitarismi, a generare persecuzioni e stermini, a funzionare da propaganda razzista, ad accendere genocidi. Questo è il motivo per cui tali espressioni sono anche definite “espressioni d’odio in senso stretto”: per la loro capacità nociva.

Alla base di detta piramide invece si trovano quelle espressioni non considerate di odio né offensive. Di cosa si tratta e in base a quali criteri è possibile stabilire se qualcosa sia offensivo o meno?

Si tratta di tutte quelle espressioni che possono essere accese, o violente, o offensive, ma che non sconfinano nell’istigazione all’odio o alla violenza politica, religiosa e razziale. In questo caso la percezione della offensività è soggettiva, e sono espressioni che possono dar vita ad altri reati (ad esempio la diffamazione) ma che non si ritengono idonee a generare, ad esempio, discriminazione nei confronti di minoranze o a istigare violenza nei loro confronti.

Nel testo lei sottolinea l’importanza di non divulgare espressioni tecnicamente scorrette e cita tra i vari esempi «le parole del presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, con la suggestiva idea di “taggare” i potenziali terroristi» e «l’approccio di Donald Trump nel corso della campagna presidenziale statunitense del 2016, con la surreale proposta di chiudere internet negli Stati Uniti d’America». Perché alcuni capi di Stato e/o di governo, in carica o candidati, tendono a una generica criminalizzazione della rete?

La politica ha sempre, nel corso degli anni, criminalizzato la rete, perché la rete è spesso il primo soggetto visibile in una catena di responsabilità e, soprattutto, perché vi è un timore diffuso, in tutti i legislatori, nei confronti dell’informatica e nei confronti del sapere tecnologico (meglio: di chi ha più sapere tecnologico dei politici). Ciò ha portato a norme che criminalizzano comportamenti, che prevedono responsabilità oggettive, che non stimolano l’imprenditoria e l’evoluzione tecnologica ma che, anzi, tendono a frenarla. Alcuni aspetti della rete quali, ad esempio, la crittografia, o un possibile anonimato, sono storicamente i punti che più preoccupano la classe politica.

Come difendersi dall’odio online?

In L’odio online lei si sofferma a lungo sulla differenza tra l’approccio nordamericano e quello europeo. Perché, dopo il nazismo, gli europei tendono a limitare la protezione delle espressioni di odio?

Vi sono due grandi approcci, quello all’europea e quello all’americana. In Europa abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale sul nostro territorio, con milioni di ebrei sterminati e con partiti totalitari che hanno fatto dell’uso delle espressioni d’odio la loro forza politica. Vi è quindi un approccio più concreto, volto a far sì che il governo possa intervenire per regolare anche un aspetto così delicato come quello della parola e della opinione al fine di impedire che determinate situazioni si ripetano.

Negli Stati Uniti invece vi è l’idea, tutelata dalla Corte Suprema, che il governo non debba intervenire nel mercato delle idee altrimenti si rischia una alterazione degli equilibri del mercato stesso, dal momento che comunque l’idea “buona”, anche nel confronto con le idee d’odio, alla fine riuscirà a emergere. Qui vi è l’idea che il legislatore non si possa permettere di intervenire come “guardiano della mente” del cittadino.

Sono due aspetti – e approcci – molto diversi tra loro ma con entrambi una grande tradizione costituzionale.

Come difendersi dall’odio online?

L’odio razziale, pur essendo una delle espressioni maggiormente lesive della dignità umana, rimane purtroppo una delle manifestazioni di odio più diffuse. Cosa è cambiato al riguardo oggi rispetto al passato? L’uomo bianco continua consciamente o inconsciamente a lavorare per mantenere inalterata la propria superiorità?

Oggi non è cambiato molto rispetto agli inizi del Novecento se non nell’uso dei mezzi per diffondere le idee di superiorità. Una cosa molto particolare, che si nota, è che l’odio razziale oggi è strettamente connesso a eventi politici e di cronaca, per cui in momenti di emergenza (ad esempio: una crisi politica di gestione di flussi migratori) si notano picchi d’odio (che spesso si sgonfiano in pochi giorni). È come se l’odio razziale in rete fosse fluido, strettamente connesso agli eventi.

Inoltre è abbastanza comune la generazione di odio razziale anche in casi non politici ma, ad esempio, di costume. Un caso clamoroso furono gli attacchi razzisti a Miss America di alcuni anni fa, la cui unica colpa era quella di avere sangue indiano nelle vene.

http://www.sulromanzo.it/blog/come-difendersi-dall-odio-online

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Mi chiamo Thiago” Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino

28 giovedì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.

(Articolo originale qui: Liberidiscrivere )

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

27 mercoledì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GiuliettoChiesa, intervista, monocolooccidentale, NicolaiLilin, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, Piemme, Putinofobia, saggio

 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Putinofobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l’Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l’Unione Sovietica, ora diventata Russia.

Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.

Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte… come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.

Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell’Occidente con l’Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.

Nicolai Lilin, che ha curato la prefazione a Putinofobia, scrive che: «la politica dell’Occidente, che con tutte le forze cercava di frantumare il multiculturalismo ereditato dal regime sovietico per poter manovrare meglio le piccole regioni staccate dal grande polo legato al Cremlino, da subito ha sfruttato la propaganda russofoba come l’elemento principale su cui poter costruire i nazionalismi locali».

Perché lo ha fatto? Quali sono i motivi alla base della russofobia 2.0? Ne abbiamo parlato con Giulietto Chiesa nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La russofobia occidentale non è un fenomeno nuovo. Quali sono le peculiarità della “russofobia 2.0 o Putinofobia”?

La russofobia risale ad almeno tre secoli fa, da quando esiste la Russia come grande Paese e questo dice già molte cose. La Russia viene vista come un avversario. La russofobia 2.0 è qualcosa di nuovo nel senso che è anche una forma di astio dei gruppi dirigenti europei e occidentali in genere nei confronti di una Russia che si credeva fosse ormai stata conquistata definitivamente e invece si rivela altra cosa da quelle che erano le nostre illusioni o speranze. C’è una sorta di rivincita dell’Occidente contro questa Russia incomprensibile.

Più che essere un ragionamento è una malattia. Una sorta di violenta ripulsa di ciò che è diverso da noi tanto più violenta quanto più i russi, a prima vista, sembrano uguali a noi. Sono uguali a noi. In questo sta il paradosso. E scopriamo spesso, in ritardo, con nostro disdoro e fastidio, che in realtà, sebbene siano così uguali a noi, sono anche molto diversi. Il tutto confluisce in questa specie di ripulsa che riguarda però solo i gruppi dirigenti o da quella parte costituita dagli opinion maker, cioè dai mass media. Non credo che questo sentimento sia molto diffuso, in Occidente, tra la gente comune, normale, piuttosto che sia un’operazione politica guidata dai gruppi dirigenti occidentali che vogliono tenere la Russia diciamo in disparte e usano tutti i mezzi a disposizione per farlo.

Quali sono i reali motivi alla base della character assassination alla quale la stampa occidentale ormai da anni sottopone Vladimir Putin?

Si usa il 2.0 in quanto qui c’è una differenza rispetto alle altre forme di russofobia della Storia. Adesso c’è un grande personaggio, di valore mondiale che può facilmente essere preso a bersaglio nel fuoco dei riflettori e accusato di tutte le nefandezze che servono per esemplificare il rifiuto dell’Occidente nei confronti della Russia. È accaduto altre volte, nel corso della storia, che la Russia schierasse personalità di grande calibro, ma Putin è questo 2.0, è il ventunesimo secolo che dimostra, indirettamente e involontariamente, che l’Occidente non è capace di accettare la Russia quale essa è.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Nell’introduzione a Putinofobia Roberto Quaglia afferma che di solito i russofobi non sono consapevoli di essere tali. Da dove deriva questa fobia inconsapevole per la Russia?

In parte deriva dal fatto che l’Occidente non riesce a capire dove sta il problema, nel senso che guarda i russi e li vede uguali a sé stesso. Qui sta parte della verità. La loro cultura, come anche la letteratura, ha impregnato la nostra. Basti pensare a Tolstoj, a Dostoevskij…

Quando si va poi al contatto diretto di questo Paese, nella vita quotidiana, nel modo di pensare, di sentire il tempo e lo spazio, le dimensioni del pianeta… lo spirito dei russi è diverso da quello occidentale. E qui si arriva alla contraddizione. L’Occidente non capisce dove sta la differenza, che invece è molto semplice: la Russia non è solo Europa.

La Russia non è né prevalentemente europea né prevalentemente asiatica. Nel corso della storia è stata a volte più europea altre più asiatica. Ogni volta che diventa più asiatica l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi.

Se la russofobia attuale è «una lente di ingrandimento» sulla nostra civiltà, lei che ci ha guardato profondamente attraverso cosa ha visto?

Ho visto che la Russia, se noi fossimo in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

E io qui ho ampiamente attinto alla riflessione che faceva Arnold Toynbee nel suo purtroppo non molto famoso libro intitolato Il mondo e l’Occidente (Sellerio, 1992). Già il titolo è pieno di significati.

L’Occidente si è contrapposto a tutto il resto il mondo da quando è diventato “occidente”. Questo è il problema: l’Occidente sta aggredendo il resto del mondo. Non è capace di fare altro che aggredire anche la Russia. Per tre secoli, come dice Toynbee, l’Occidente ha potuto giovare di questa sua caratteristica, ma oggi, nel ventunesimo secolo, la tattica aggressiva non funziona più.

Stiamo assistendo all’inizio della fine di questi dominatori occidentali. Il che è molto grave, perché l’Occidente è anche il più armato. La tentazione di utilizzare la propria forza per continuare la dominazione diventerà sempre più concreta finché non vi sarà una riflessione di grande respiro culturale. Riflessione che, in verità, non vedo all’orizzonte.

Con il Madison Valleywood Project il governo americano vuole unire le forze di Hollywood e Silicon Valley per attuare una strategia contro l’Isis o per portare avanti la propaganda contro il nemico designato, in maniera analoga alle numerose azioni di cui si parla nel libro e messe in campo contro i russi?

Sarò più brutale. L’Occidente che si propone di fare ciò che dice lei è un sogno. Ignora il fatto l’Isis e il terrorismo islamico sono il prodotto dello stesso Occidente. Quindi tutte le strategie che vengono elencate per spiegare come questo è contro il terrorismo islamico sono in realtà delle fantasie che servono a manipolare l’opinione pubblica.

Il terrorismo islamico è un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando.

È un sistema largamente sperimentato nella storia di questo ultimo secolo e che ha sempre funzionato. Si usano, di volta in volta, dei capri espiatori che credono di lavorare per i propri interessi ma in realtà lavorano per “il re di Prussia”.

LEGGI ANCHE – Hollywood e Silicon Valley per combattere l’Isis, la nuova strategia di Obama

L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetto in questo senso. Era il Comunismo sovietico il nemico mortale da combattere. Una volta abbattuto o suicidatosi, a seconda delle interpretazioni, l’Occidente è rimasto senza nemico. Ha proceduto per circa un decennio non solo senza nemici ma con un nuovo gigantesco alleato e vassallo e in pratica non è riuscito a spiegare, al resto del mondo, come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli.

Ha mostrato che il problema non è esterno all’Occidente, è interno, nel modello di sviluppo. Così nell’anno 2001 i dominatori dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, hanno prodotto il mutamento di rotta della storia politica del mondo.

Hanno creato l’11 settembre del 2001 per mettere dinanzi agli occhi di tre miliardi di persone il nuovo nemico, cioè l’estremismo islamico.

Così è iniziata la guerra contro il terrorismo islamico che dura ormai da quindici anni. Sia il Presidente di allora, George Bush jr, sia il suo Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, affermarono: «comincia una guerra che durerà 50 anni» e l’altro «durerà un’intera generazione». Questo era il piano: sostituire il terrore rosso con il terrore verde.

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Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Papa Francesco, e con lui tanti analisti, hanno parlato di una terza guerra mondiale combattuta in tutto il mondo senza un focolaio preciso. Siamo anche in una nuova versione della Guerra Fredda?

Io non parlo per conto terzi. Parlo per me stesso. Sono stato uno dei primi analisti al mondo a dire apertamente che stiamo entrando nella terza guerra mondiale. Quando si parla di questo non si può che riferirsi a una guerra atomica. Una guerra mondiale fatta a pezzettini non ha alcun senso, c’è sempre stata.

Durante la Guerra Fredda si sono combattute, per conto terzi, decine e decine di guerre locali che servivano per mantenere l’equilibrio tra le due potenze. Nel momento in cui è finito il bipolarismo ed è finita la Guerra Fredda, queste sono continuate ma non sono conflitti mondiali.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Una guerra mondiale è lo scontro tra l’Occidente (Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e pochi altri) e l’Asia. In questo senso l’Asia è tutto il resto il mondo. Solo che tutto il resto del mondo è impreparato a questo conflitto, lo sono solo gli Stati Uniti d’America e la Russia che dispongono del potenziale nucleare necessario.

Quando si scontreranno questi due Stati sarà lo scoppio della terza guerra mondiale. Ritengo sarà anche la fine dell’attuale civiltà umana. Ma molti non lo vedono perché non capiscono o non sanno qual è il carattere della guerra moderna, se lo sapessero non direbbero le sciocchezze prive di fondamento che dicono quando si parla di guerra diffusa e via discorrendo.

Il primo segnale di non-democrazia è il tentativo di ostacolare le opinioni divergenti. Possibile che gran parte della “massa democratica occidentale” non riesca a cogliere questo segnale nell’informazione dominante?

Purtroppo è possibile e reale. Nel libro precedente a questo, intitolato È arrivata la bufera (Piemme, 2015), spiego nel capitolo dedicato a Matrix cosa è già accaduto da quaranta-cinquanta anni a questa parte.

L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo.

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Ritengo realistico affermare che gran parte della popolazione vive dentro Matrix, dentro una prigione virtuale nella quale crede di essere libera, come accade appunto nel film, ma che è un universo irreale. Il mondo reale è altrove, fatto in un altro modo, è furibondo, feroce, senza tregua.

L’importante è non far capire alla gente in che situazione vive, lo capirà soltanto quando sarà il momento di finire tutti abbrustoliti. A quel punto molti se ne renderanno conto ma sarà un po’ tardi.

La grande massa della gente non sa nulla di ciò che la circonda. È stata bombardata da una miriade di proiettili che attraversano ogni secondo, ogni attimo della nostra vita e sono spesso non solo non percepiti e indolori ma addirittura piacevoli. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

La più grande arma costruita dall’Occidente per annichilire il senso comune, il buon senso, la razionalità, la solidarietà, la cooperazione, la consapevolezza della limitatezza delle risorse… tutto questo è stato cancellato dalla visione di miliardi di persone.

Parliamo di un’arma che spegne l’intelligenza e quindi, alla lunga, non potrà che produrre mostri. Come ci indica l’acquaforte di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». L’Occidente è stato trasformato in un gigantesco formicaio di persone la cui ragione è stata addormentata.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Lei paragona le inquietanti sensazioni che proviamo noi oggi, che viviamo un’epoca di grande cambiamento, a quanto devono aver provato i dinosauri. Siamo destinati all’estinzione?

Destinati no. Non credo in un qualche destino preordinato, è un qualcosa che forgiamo noi sempre, in un modo o nell’altro. Devo questa mia convinzione guarda caso alla lettura di uno straordinario romanzo russo, Guerra e Pace di Tolstoj, citato più volte in Putinofobia.

Noi popolo siamo protagonisti e, quando siamo in tanti, produciamo un movimento, un muoversi delle idee, delle correnti profonde della storia. Non esistiamo inutilmente. Esistiamo con la nostra forza fisica, con la presenza fisica e intellettuale.

Non credo ai complotti. La trasformazione in automi sta avvenendo ma non è il risultato di un complotto bensì della commistione tra l’informazione manipolata e il potere. E avviene in modo quasi automatico ormai. Il coordinamento dei nostri movimenti dall’esterno è avvenuto su un sesto della popolazione, che è l’Occidente. Il resto del mondo, secondo me, non è stato neanche minimamente scalfito da questo meccanismo.

Non credo che l’Occidente arriverà a dominare il mondo al punto che non ci possa più essere speranza. C’è ancora un grande movimento nel mondo. Non esiste un Nuovo Ordine Mondiale, non è mai esistito, esiste invece un “piccolo disordine occidentale”.

Riusciranno i popoli a organizzarsi e fermare la follia omicida e suicida dell’Occidente? Beh, la questione è aperta.

L’Occidente pensa di essere invincibile e questo è il suo tallone d’Achille. Se tale consapevolezza si farà strada in importanti settori intellettuali e dirigenti, sulla spinta di altri popoli non occidentali, noi potremo salvarci.

Noi europei non troveremo la soluzione del problema. Noi abbiamo creato il problema. Noi siamo il problema. Non credo potremo comprendere quanto sto dicendo in termini tali da modificare il corso delle cose che precipita verso lo scontro e cioè verso la terza guerra mondiale. Lo potremo fare solamente insieme agli altri popoli, alle altre culture, alle altre civiltà, alle altre religioni, alle altre tradizioni…

La soluzione la possiamo trovare solo tutti insieme. Chiunque progetti l’uscita da questa crisi, che è mondiale ed epocale, da solo, qui in Europa… beh si fa una grande illusione.

Se dovessi riassumere in poche parole, che restassero impresse nel lettore che legge Putinofobia, il senso di questo libro, direi: smettiamola di ritenere l’Occidente il centro del mondo. Non lo è più. Non perché sia buono o cattivo. Semplicemente non lo è più. Quanto più riusciranno a liberarci da questa idea tanto più potremo salvarci e preservare la nostra civiltà.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-putin-ci-fa-paura-intervista-a-giulietto-chiesa

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