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Irma Loredana Galgano

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L’evoluzione attraverso la scrittura. Intervista a Giovanni Nebuloni

25 giovedì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Un libro che spicchi per originalità e una scrittura creata per “conoscere”. Questi gli ingredienti base dell’opera di Giovanni Nebuloni, fondatore della corrente letteraria Fact-Finding Writing che abbiamo intervistato incuriositi dal nuovo romanzo, Inferno a Milano – La nota nella nota (13Lab Editore, 2016) e dal Manifesto programmatico del suo “movimento letterario”.

Inferno a Milano – La nota nella nota è stato indicato come un “action-thriller, ma con parecchie peculiarità”. Quali sono le principali particolarità del suo libro?

Le peculiarità in generale di Inferno a Milano – La nota nella nota, il mio nono romanzo pubblicato, sono le stesse delle mie altre opere.

E cioè, nell’epoca della sempre più facile riproducibilità tecnica di una qualsiasi opera d’arte, si pensi a com’è semplice ridipingere La Gioconda o ricalcare un best seller, forse il più importante fattore di distinzione e qualifica di un romanzo è la novità della trama.

Personalmente, privilegio la trama, ciò che sta sotto l’abito, non il vestito. Uno stile si può apprendere, ma la fantasia non si può acquistare. Le mie storie sono assolutamente originali, esprimono qualcosa di ancora non detto. Il messaggio vorrebbe non essere mai banale ed è della più ampia portata possibile, è “universale”. Nelle narrazioni che offro c’è il respiro internazionale proprio del villaggio globale. Non parlo della trita, desueta condizione della donna o dell’uomo, di un serial killer variamente mascherato, di uno stucchevole rapporto fra persone, del drago e delle ninfe od ovvietà simili.

Nello specifico, in Inferno a Milano – La nota nella nota, il più grande possidente italiano viene assassinato a Milano assieme ai figli e a cinque guardie del corpo. I sicari del commando appartengono a una confraternita russa e dileguandosi dal luogo dell’eccidio – il palazzo d’epoca a cui hanno appiccato un devastante incendio per distruggere le tracce del loro intervento –, s’imbattono in una volante della polizia, sopraggiunta per constatare gli effetti del rogo. Ne colpiscono a morte l’agente alla guida e per circostanze a lei favorevoli, risparmiano la vita a Livia, la collega sul sedile a fianco. Un ispettore non ancora trentenne, la protagonista del romanzo, che sta svolgendo indagini inerenti a misteriose e molto consistenti compravendite immobiliari e di società, in Lombardia e a Milano in particolare. Seguono immediatamente la strana funzione d’uno smartphone che – senza intervento alcuno da parte dell’utente – chiama se stesso (vedi il sottotitolo “La nota nella nota”), l’omicidio di un monsignore cattolico in una chiesa ortodossa, l’arrivo a Milano del ministro per l’economia della Federazione Russa…

Altra sfumatura di tutti i miei romanzi è che il protagonista, il personaggio principale, è sempre una donna.

Tutti i suoi scritti seguono l’ordine di idee della Fact-Finding Writing, la corrente letteraria da lei fondata. Di cosa si tratta esattamente?

Con l’umile spirito dell’artista artigiano, cioè di una persona che ama il proprio lavoro e che opera per realizzare se stesso e offrire qualcosa agli altri, l’obiettivo della Fact-Finding Writing – scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere, mediante la narrazione – è di conoscere e non smettere di conoscere.

Non conosco altre correnti letterarie attualmente vive non solo in Italia e scopo della Fact-Finding Writing, o FFW, è fondamentalmente la trasposizione e la trasformazione dell’impulso naturale, congenito nell’uomo, che tende alla conoscenza, mediante la parola scritta, di solito più ponderata dell’espressione soltanto.

Ciò che ci differenzia da qualsiasi altra forma di vita su questa terra è la parola scritta. Siamo diventati ciò che siamo, ci siamo evoluti grazie alla scrittura e non vedo perché grazie alla scrittura non si debba conoscere ulteriormente. La letteratura può comprendere qualsiasi altra attività mentale, dalla scienza alle religioni. Il contrario non è vero e perché, tramite la letteratura, non cercare di avvicinarsi al segreto dell’universo? C’è forse qualche disciplina o credo che possa asserire, che sia in grado di provare la determinata verità di una teoria scientifica o l’esistenza, reale e razionalmente dimostrabile, di un Dio?

A proposito del nome, mi domandai come chiamare questo indirizzo culturale e ricordai che “Fact-Finding Writing” è un’espressione utilizzata nel linguaggio forense americano, per indicare l’indagine sui fatti durante un procedimento giudiziario, mentre nella comunicazione è la scernita per importanza delle notizie. Decisi di prendere tale espressione e rivolgerla all’indagine generale e universale che solo la letteratura può svolgere.

E poi l’inglese sta diventando sempre più la lingua universale e non c’è un italiano che non mastichi, almeno un poco, la lingua di Shakespeare.

Il logo della FFW non poteva essere che la fotografia della Via Lattea, la nostra galassia… perché una fotografia dell’intero universo non esiste ancora.

La Fact-Finding Writing o FFW “è anche la soddisfazione dell’impulso naturale, congenito nell’uomo, che tende alla conoscenza e vuole interpretare il mondo, svelare la verità”. Se osserva il mondo editoriale italiano e internazionale con lo sguardo della FFW lei cosa vede in realtà?

La FFW osserva con preoccupazione il perdurante marketing e l’avvilente manierismo d’un establishment editoriale nazionale e worldwide che tende al consolidamento di determinate strutture per guadagnare più dell’anno fiscale precedente. L’FFW guarda dall’alto questo immobilismo, perché quantomeno cerca di andare oltre uno statu-quo che qualcuno desidererebbe si perpetuasse in eterno e certo non a vantaggio del merito.

Il Manifesto della FFW parla di “scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere”. Una “conoscenza” che riguarda l’autore, il lettore o entrambi?

Senza dubbio, ambedue. La letteratura – tutta l’arte – è un’entità bilaterale. Non starebbe in piedi senza il lettore, il fruitore, come, né più né meno, non potrebbe vivere senza lo scrittore, il creatore. Io cerco di parlare al lettore, e vorrei che il lettore crescesse con me, che la mia scrittura fosse fonte di stimoli per il lettore. FFW vorrebbe essere anche entertainment, ma non solo ed FFW si potrebbe tradurre anche come “leggere per conoscere”.

Nel suo percorso di scrittura lei sembra voler avvicinare il linguaggio letterario a quello cinematografico. La ritiene una scelta utile per la scrittura o per la comprensione da parte del lettore?

A mio avviso, è imprescindibile, è l’unica scelta possibile per il romanziere del nostro secolo. Altrimenti, c’è il grosso rischio che la lettura delle parole venga fagocitata dalla visione delle immagini. Oggigiorno si vive più di immagini che di parole. Il pericolo è che leggere diventi una noia e che presto la lettura venga abbandonata.

Conosco vita, morte e miracoli dei miei personaggi. Devono bastare poche righe per descrivere il vissuto di un personaggio. I personaggi non vengono delineati minuziosamente quando non è necessario farlo. Non devo tediare e depistare il lettore e la mia scrittura è il risultato di azioni di sintesi. Le narrazioni sono scorrevolissime, non c’è presenza di time-out o tempi, pesi morti. Un mio motto può essere “Annulliamo la noia.”

“Visto” che siamo nell’era delle immagini –assimilabili a uno stormo di turbinanti uccelli o a un nugolo di moscerini – il mio stile tiene d’occhio il terzo occhio, il cinema, più che il teatro. “Nell’ottica” stilistica, mio obiettivo è avvicinare il linguaggio cinematografico al linguaggio letterario. Voglio che per il lettore la pagina diventi “una videata da leggere” – non solo mediante dispositivi digitali –, uno “schermo di carta” che però si possa piegare fisicamente. I personaggi vengono “ripresi” come da una telecamera, con la quale ci si addentra però anche nell’interiorità, dentro la psiche. Ecco l’incipit di Inferno a Milano – La nota nella nota:

“Nel leggero completo di velluto grigio, l’avvocato Aldo Pesenti toccò i gemelli d’oro alla camicia di seta. Sollevò al volto le mani curate. Le abbassò, diede un’occhiata al soffitto a cassettoni e si rimirò in una specchiera. Contemplò il giovanile volto affilato, il fisico asciutto e slanciato e disse che non sempre l’evento più inverosimile era anche il meno probabile. Aggiunse che era inutile formulare più ipotesi del necessario e affermò che, purtroppo, dovevano scartare l’intenzione di avvelenare poco a poco il padre.”

Nei miei personaggi, tendenzialmente m’immedesimo come può fare un attore alla Strasberg o Stanislavskij. Come in un film, i miei personaggi si descrivono anche attraverso le loro parole. I dialoghi, anche privi di didascalie, vorrebbero far sì che la pagina su carta o a video venga percepita come “una visione continua” cioè sempre come in un film.

Quali sono gli autori o i libri che sono stati più significativi per il percorso FFW?

Edgar Allan Poe in cima a tutti.

Ma dovrei fare presente prima che la FFW non è un’invenzione, bensì una scoperta. Ha formalizzato quanto era presente in diversi Autori in precedenza. La FFW è già stata praticata a iniziare da Omero, che con i versi organizzava le conoscenze del suo tempo per cercare di trascenderle: cosa sono i miti se non un’interpretazione del mondo, una ricerca della verità? La Divina Commedia di Dante Alighieri è un esempio sublime di un cercare ansioso di lasciarsi alle spalle le apparenze. Con ogni sua opera, William Shakespeare si è sforzato di allargare e approfondire gli orizzonti. Giacomo Leopardi con composizioni quali L’infinito ha sfiorato la teoria della relatività generale. Giulio Verne ha precorso la scienza e la tecnica con i suoi noti romanzi di fantascienza, o “romanzi della scienza” come venivano definiti ai suoi tempi. Edgar Allan Poe, soprattutto, appunto, e poi Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Lawrence Durrell con I quartetti di Alessandria e Il quintetto di Avignone, Michael Crichton… Tutti questi, senza che l’avessero individuato e tantomeno delineato, inconsapevolmente scrivevano per conoscere.

Ho detto di Edgar Allan Poe, ecco, per la FFW Poe è stato “La Musa”.

Il Maestro statunitense considerava Eureka, un poema in prosa: Saggio sull’universo materiale e spirituale del lontano 1848, il suo lavoro più importante e con quella composizione di 40.000 parole circa, volle discutere delle relazioni dell’uomo con Dio e con l’universo. Si disse persuaso che la nascita dell’universo fosse dovuta alla suddivisione in frammenti di una “unità” primordiale, una particella primitiva che si frazionava in un “flash,” per l’azione di una forza ripulsiva. La “unità”, o lo stato di unità, in termini di relatività generale (Albert Einstein) si può assumere ora come una “singolarità gravitazionale.” Cioè il punto dello spazio-tempo in cui il campo gravitazionale tende ad avere un valore infinito, e da cui si è avuto il Big Bang. Mentre il “flash,” o un’esplosione, sarebbe appunto lo stesso Big Bang. Quando la forza ripulsiva si esaurì, gli atomi e i componenti sub atomici si attirarono e diedero vita alle stelle, alle nebulose e alle galassie.

In Eureka, Poe affrontò inoltre il paradosso dell’astronomo Heinrich Wilhelm Olbers (1758-1840), il quale si era domandato: “Come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo?” Poe anticipò di oltre cinquanta anni la risposta corretta: “Se la successione delle stelle fosse infinita, lo sfondo del cielo ci presenterebbe una luminosità uniforme come quella esposta dalla Galassia – la Via Lattea –, poiché non ci sarebbe assolutamente neanche un punto in tutto questo sfondo in cui non esisterebbe una stella. L’unico modo per comprendere, in una tale condizione, i vuoti che il nostro telescopio individua in innumerevoli direzioni, sarebbe quello di supporre che la distanza dello sfondo invisibile sia così immensa che mai nessun raggio abbia finora potuto giungere fino a noi”. Con queste parole, Poe affermò cioè che l’universo non è eterno, non è infinito, che i corpi stellari si evolvono e che la luce delle stelle più lontane non ha ancora avuto il tempo di raggiungere la Terra. Soltanto nel 1901, Lord William Thomson, il barone Kelvin (1824-1907), riconobbe l’esattezza dell’illuminazione di Poe, spiegando che “per avere un cielo continuamente brillante come la superficie del Sole, sarebbe necessario considerare tutta la luminosità stellare fino una distanza talmente elevata da non poter essere stata percorsa dalla luce, che viaggia a una velocità finita.”

Di là dalla specificità di queste asserzioni, verità e supposizioni, ciò che è costitutivo per la FFW è che Poe, non un intellettuale o un filosofo, ma un comune narratore, un artista, ancorché geniale, certo, con un “Poema in prosa”, nel 1848, si poneva al di sopra di scienziati e ne precorreva scoperte del XX secolo.

Altri con l’umiltà di “artista artigiano” avrebbero potuto ricalcarne le orme, cercare di riprendere la posizione nel mondo e la visione del mondo derivante da Eureka, e indicare la centralità della scrittura nell’arduo cammino verso la conoscenza.

Così nacque la “Fact-Finding Writing”.

Ritornando al libro. Inferno a Milano – La nota nella nota è stato indicato da Massimo Ferlinghetti come un “connubio di 007 e filosofia, investigazioni poliziesche e speculative fiction”. Lei definirebbe il suo romanzo più simile a una scatola cinese o a una matrioska?

Una matrioska, è chiaro. Non si parla d’una confraternita russa?

Giovanni Nebuloni: Vive e lavora a Milano. È traduttore da varie lingue, autori di numerosi romanzi e fondatore della corrente letteraria Fact-Finding Writing.

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La scrittura come conoscenza e rinascita. Intervista a MariaGiovanna Luini

09 martedì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, WMI

Intervista a MariaGiovanna Luini, medico-scrittore che interpreta la scrittura come conoscenza e rinascita. Una miscellanea di formazione scientifica e medicina “alternativa” che si riscopre nei suoi romanzi, l’ultimo dei quali, Il male dentro, ambientato in un Istituto di ricerca e cura. La Luini nelle terapie energetiche ha trovato la strada per la sua evoluzione interiore che si propaga anche alla sua scrittura.

MariaGiovanna Luini è lo pseudonimo utilizzato da Giovanna Maria Gatti per firmare le sue opere di narrativa.

Ha conseguito la laurea in medicina e la specializzazione in chirurgia generale e radioterapia. Svolge la professione di divulgatore e comunicatore scientifico presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Risalgono ai tempi in cui era ancora una studentessa i primi contatti con il direttore scientifico Umberto Veronesi, nel cui team ha svolto il lavoro di ricercatrice e assistente. La collaborazione scientifica con il professor Veronesi ha portato anche alla pubblicazione di diversi saggi scientifici.

Ha prestato le sue competenze in campo medico-scientifico e letterario alla casa cinematografica Taodue per la fiction a carattere medico Crimini bianchi e al regista Ferzan Ozpetek per il film Allacciate le cinture di sicurezza.

MariaGiovanna Luini scrive anche sui suoi blog, sui portali online de Il fatto quotidiano e Satisfiction e recensisce libri per Mangialibri.

*****

Sei riuscita a conciliare aspetti e professioni apparentemente così diverse fra loro per concentrare il tuo lavoro sulla comunicazione efficace. Come ci sei riuscita?

Gli esempi di medici scrittori sono tanti e tali che dovremmo avere ormai imparato la lezione. Si può essere medico e si può anche scrivere, si può creare e si può comunicare. Anzi il medico ha una posizione privilegiata nell’osservazione della vita, nella conoscenza diretta (e non solo per esercizio di fantasia) dell’umanità, nelle sue sfaccettature più sottili e nascoste. Lo scrittore e il medico hanno parecchi elementi comuni, uno evidente è la posizione: guardano, ascoltano, producono e riproducono. Traggono conclusioni e prefigurano scenari. Chi, da medico, legge Cecov o Bulgakov intuisce subito il tratto sottile, la capacità di “vedere” che nasce non solo dal talento artistico e creativo ma da una quotidianità alle prese con la salute, la malattia, la morte, il dramma, le confidenze più intime, lo stupore di fronte all’inimmaginabile. Andiamo ad Andrea Vitali: le sue storie hanno dentro l’osservazione speciale, la consapevolezza che solo essere medico regala. Perfino l’ironia è più sottile. L’ironia dei pazienti, dei medici, degli infermieri è molto speciale perché nasce da una consapevolezza amara e cruda di quali siano le priorità reali.

Il male dentro è il tuo romanzo più recente. Uscito lo scorso marzo, edito da Cairo Editore, è ormai giunto alla quarta edizione. Un libro molto intenso. Senza lasciarti tentare dal dramma, o peggio dal melodramma, hai narrato della vita reale, vera, e della malattia, anch’essa reale, che ancora spaventa tanto perché troppo spesso colpisce duro. C’è molto di te, del tuo lavoro come medico ma anche di quello come divulgatore scientifico, delle esperienze vissute in prima persona e di quelle osservate da vicino o da lontano… quanto ritieni importante la narrazione di sé nella costruzione di una storia?

La narrazione di sé non è importante, almeno quando si parla di scrittura volta alla pubblicazione per un pubblico di lettori. Il punto è un altro. Si scrive meglio ciò che si sente, ciò che si conosce intimamente o comunque si comprende. Vero è che lo scrittore riesce a diventare altro, a uscire da se stesso per creare e ricreare identità differenti, ma nessuno mi convincerà mai che – salvo eccezioni rare – tale creazione possa essere del tutto realistica senza un pizzico di esperienza concreta. Il male dentro non è il romanzo dell’Istituto Europeo di Oncologia e neanche di MariaGiovanna Luini in quanto personaggio del romanzo, è una storia composta da tante storie possibili ma non riprese da una realtà quotidiana. Io non sono questo o quel personaggio, mi sono presa in giro qua e là ma non ho scritto un libro di memorie o una cronaca della mia professione medica. Il luogo non è IEO. Il male dentro contiene il mio amore per l’umanità che incontro all’Istituto Europeo di Oncologia, l’amore per la gente e per le relazioni che, sorprendenti e profonde, nascono in un istituto oncologico di eccellenza. Amo il lavoro di scrittore e amo il lavoro di medico, sono entrambi insostituibili.

Sei studiosa e ricercatrice di Reiki, TheReconnection, Energie, Luce. Anche ne Il male dentro si fa riferimento a questo genere di studi e ricerche nonché ai loro risultati che possono o potrebbero essere impiegati come supporto complementare alle terapie standard indicate nelle linee guida della prevenzione e cura dei tumori. Quanto ti hanno aiutato questi studi nella vita e nell’elaborazione delle tue opere di narrativa?

La creatività si nutre di tutto. Sono nata con il bisogno di scrivere, ho imparato a scrivere da sola nel momento stesso in cui ho scoperto di essere in grado di leggere (più o meno a tre anni). Ogni dettaglio della vita, anche quello che sembra più banale, non è a caso. Niente è a caso e tutto nutre la nostra evoluzione. Siamo persone in cammino, non siamo le stesse di un minuto o un giorno o un anno fa: andiamo avanti e ciò che facciamo è influenzato da ogni minimo evento. Le persone che capitano sul nostro cammino hanno un ruolo e tanto significato, lo stesso vale per i pensieri, gli accadimenti, le gioie e il dolore. Le terapie energetiche sono un passo fondamentale della mia evoluzione, si intuisce in ciò che scrivo e si vede nella mia vita di ogni giorno.

La tua carriera letteraria nasce quasi per caso nel 2005 eppure sei riuscita a conciliare i differenti aspetti della tua vita e garantire sempre un ottimo lavoro. Hai all’attivo sei titoli di narrativa (Una storia di delfini, Le parole del buio, Diario di melassa, Cosa fanno le tue mani, Ritorno ai delfini, Il male dentro) pubblicati in versione cartacea, quattro in formato digitale (È il mio racconto, Nemesi di un destino qualsiasi, Rita Levi Montalcini la vita e le scoperte della più grande scienziata italiana, Caheir di passione). Numerosi poi sono i testi di saggistica scritti con il professor Veronesi e i tuoi lavori di curatrice per testi scientifici dello stesso. Hai anche offerto la tua consulenza a case di produzione televisiva e registi quali Ferzan Ozpetek per la realizzazione di fiction e film a carattere medico. Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi vorrebbe intraprendere il mestiere di scrivere?

Disciplina. Le energie per lavorare esistono, lo snobismo o il disfattismo non aiutano. Ho avuto e continuo ad avere una gavetta molto impegnativa, va bene così. Mettersi in discussione, leggere tantissimo (sembra incredibile ma c’è gente che scrive e non legge), usare le giuste parole con se stessi. Mai dire “non ce la faccio, non posso”. Si può fare, si fa. E usare la generosità: non siamo soli al mondo, abbiamo bisogno degli altri e in particolare chi scrive deve avere il massimo rispetto per i lettori, per il cosiddetto “pubblico”. Deve rispettare i colleghi, onorarli e stimarli e aiutarli con la lettura e la diffusione delle loro opere. L’amore crea il bene per tutti, anche e soprattutto per chi lo dona. I sogni esistono e muovono la nostra vita, a me sono capitate cose incredibili che hanno aperto tante strade… guarda caso, erano proprio le strade dei miei sogni e mai avrei immaginato che potesse accadere. Quando segui un sogno e ci credi, e non permetti a nessuno di fermarti con il disfattismo, la vita ti aiuta. Tenacia, mai abbattersi: ho ricevuto tanti “no” e capita ancora, mai mi sono lasciata sconfiggere da questi no. Un’esperienza recente è stata il lavoro di consulenza per Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek: chi pensava che mi sarebbe capitato di avere un’opportunità così? Invece c’è stata, e mi ha rivelato l’esistenza di persone profonde, meravigliose e creative: è accaduto perché medicina e scrittura si sono fuse (ecco, qui si dimostra che non sono incompatibili) e a quel particolare film, peraltro bellissimo, servivano entrambe.

Articolo pubblicato sul numero 40 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’agente letterario oggi. Intervista a Silvia Meucci

06 sabato Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, scrittori, scrittura, WMI

Silvia Meucci, titolare dell’Agenzia Letteraria Meucci Agency. Ripercussioni in campo editoriale della crisi economica. La figura dell’agente letterario in Italia e all’estero. Le caratteristiche strutturali di un buon manoscritto. Gli errori da evitare quando ci si rivolge a un agente letterario. Esistono i generi letterari evergreen? Il consiglio dell’agente allo scrittore emergente.

Silvia Meucci è nata a Milano. Si è laureata in Lingua e Letteratura Tedesca. Ha lavorato prima in Italia per Feltrinelli e poi in Spagna per Ediciones Siruela e per l’Universidad de Salamanca. Nel 2007 è stata insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana, Onorificenza della Stella della Solidarietà Italiana per il lavoro di diffusione della cultura italiana all’estero. Rientra in Italia e dopo un anno di collaborazione con l’Agenzia Berla & Griffini decide, nel 2012, di fondare la Silvia Meucci Agenzia Letteraria.

Ha accettato di rispondere ad alcune domande sul suo lavoro come agente letterario, dando anche qualche consiglio pratico a chi, ultimato il suo scritto, voglia sottoporlo al vaglio di un’agenzia o degli editor di case editrici.

È un periodo particolare quello che stiamo vivendo, dal punto di vista economico ma anche sociale. Quali sono le ripercussioni più evidenti che ha riscontrato in campo editoriale?

Ripercussioni? In parte positive, sembra paradossale. Oggi gli editori sono più prudenti, più scrupolosi nelle scelte. Quando mi parlano di crisi mi permetto di esortarli a “fare meno ma a fare meglio”, a riappropriarsi di una propria linea editoriale, ferrea, che torni a caratterizzarli. Fino a oggi, troppi editori volevano fare gli “stessi” libri, senza più distinzioni tra marchi, profili editoriali, origini, ma solo per rispondere a logiche di mercato, mode, fenomeni sociologici…

Il lettore non è stupido. A un certo punto si stanca. I bei libri vincono sempre. Crisi o non crisi. E la crisi sul lettore si fa sentire sul poter acquisitivo. Se ho quindici euro, voglio portare a casa un libro, un mondo, una storia che resti, non un prodotto usa e getta. L’editore non è uno stampatore, e ultimamente si era perso di vista, a parer mio, il “mestiere”, quel buffo e strano mestiere che sfida tutte le leggi dell’Economia, e che fa anticipare tutti i costi di produzioni, prima ancora di capire se un prodotto funzionerà o meno. Per questo, bisogna tornare a calibrare bene, anzi benissimo, le proprie scelte editoriali e appoggiare il libro, nel momento del lancio, con un editing accurato, una veste grafica ben studiata, campagne di marketing e messaggi chiari.

Più lavoro, più professionalità, più attenzione. Ecco, secondo me, il lato positivo. Quello negativo è purtroppo un aspetto pesante che non ha che a vedere con la crisi della lettura, ma della vita in sé. Si è ridotta enormemente la fascia di acquirenti. Come diceva Brecht: “prima il cibo, e poi la morale”.

Cosa rappresenta oggi e quanta importanza riveste la figura dell’agente letterario all’interno del business editoriale italiano? E in quello internazionale?

Un agente è importante perché è garanzia per l’editore che il manoscritto che viene proposto è stato già vagliato, è frutto di una selezione, di un’analisi, forse anche di una prima e sommaria correzione, ed è garanzia per l’autore che la propria opera raggiunga effettivamente l’interlocutore adeguato e venga letta. La stessa identica cosa vale per l’estero.

Quali caratteristiche (strutturali, narrative, letterarie, e via discorrendo) deve avere un manoscritto per catturare la sua attenzione di agente letterario?

La voce. L’angolo da cui l’autore spia la realtà. L’originalità. Ma soprattutto, l’onestà. È la storia, il mondo nuovo, i personaggi che devono catturare, rapire, il lettore. E questo rapimento non avviene se la scrittura non è efficace.

Qual è l’errore più comune che riscontra nelle proposte editoriali che le giungono in redazione?

Molti scrivono non leggendosi dentro, non capendo realmente di cosa vogliono parlare e scrivono pensando al successo, al mercato, ai generi di moda. Bisogna scrivere di quello che si sa, di quello che si conosce o che non si conosce personalmente ma che è oggetto di una passione forte, frutto di curiosità, di interesse…

Stare aderenti alla propria mappatura interiore. E non voler andare a creare qualcosa di “artefatto”. I lettori (gli editori) capiscono subito quando un’opera è frutto di uno sterile lavoro a tavolino e quando invece è il risultato di un’esperienza reale o immaginata, ma sentita. Scrivere è scavare dentro e fuori, fa male. Non è un’operazione delicata.

Quali sono i generi letterari che potremmo definire evergreen, ovvero la cui richiesta e commercializzazione non passa mai di moda?

Non amo parlare di generi ma di libri. Bei libri. Il buon libro non passa mai di moda. Indipendentemente dal genere a cui appartiene: mainstream, poliziesco, thriller, storico, sociale o romanzo d’amore. Basti pensare ai Classici o ai capolavori del Novecento. Sono tali perché hanno resistito all’impatto di mode e del tempo. Perché? Perché sono ‘storie’ prodigiose.

C’è un consiglio che sente di dare a un aspirante scrittore in cerca di un agente letterario?

Quello che dico sempre a tutti: un agente non è un critico letterario. È solo un interlocutore, una persona che deve, assolutamente deve, entrare in sintonia con l’opera presentata. Quindi non bisogna avvilirsi se un agente dice “no”, perché ciò che non entra nelle corde dell’uno, può entrare nel sentire di un altro. Succede costantemente.

Articolo pubblicato sul numero 40 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il giornalismo d’inchiesta: aspetti e conseguenze. Intervista a Stefano Santachiara

05 venerdì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, StefanoSantachiara, WMI

Stefano Santachiara. Il giornalismo d’inchiesta: aspetti tecnici e conseguenze.

Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del «Fatto Quotidiano», dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, ha pubblicato Calcio, carogne e gattopardi, un’indagine su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio, autoprodotto e distribuito dalla piattaforma YouCanPrint, disponibile sia in versione cartacea che digitale. Gli abbiamo rivolto alcune domande sugli aspetti tecnici del suo lavoro ma abbiamo anche voluto affrontare il discorso delle conseguenze, spesso spiacevoli, della professione di reporter.

Essere un giornalista significa raccontare i fatti, essere un giornalista d’inchiesta invece ha un significato molto diverso. Ricerca, analisi, descrizione sono i passaggi perentori da seguire per condurre un’inchiesta. A tutti gli effetti il tuo lavoro somiglia più a quello investigativo che giornalistico in senso stretto.

Sì, fare inchiesta significa non accontentarsi della verità superficiale, delle prime dichiarazioni e documenti che ti arrivano sul tavolo.

Non metterei però dei paletti rigidi tra l’inchiesta e le altre categorie. Non solo il cronista di giudiziaria e il nerista, ma anche il notista politico e il responsabile della cultura di un quotidiano o un periodico possono sviluppare vere e proprie inchieste, anche se il tempo e lo spazio sono sempre più circoscritti. Ognuno di noi si evolve sulle basi del proprio background, delle nuove sperimentazioni e dei principi di deontologia e onestà intellettuale che dovrebbe preservare.

A volte il giornalista d’inchiesta svolge un lavoro parallelo e di supporto all’apparato investigativo, può capitare che per intuizione, capacità logico-deduttiva, rapporti stretti con gli inquirenti, scopra materiale scottante di rilievo penale. Ma bisogna sempre fare molta attenzione, dopo le prime risultanze occorre procedere al fact checking: incrociare i dati acquisiti con nuovi documenti e testimonianze per verificare i riscontri. È fondamentale non lasciarsi influenzare dalle tesi che si sono costruite, rimettendo qualora fosse necessario tutto in discussione con il fine della sola ricerca della verità, che significa sviluppare l’inchiesta giornalistica nella massima correttezza ed equidistanza lasciando parlare i fatti.

Cosa ti ha spinto nella direzione del giornalismo d’inchiesta?

Non saprei fornire un’unica motivazione, le nostre scelte sono il risultato di predisposizioni naturali, insegnamenti che riceviamo in famiglia, a scuola, consigli di colleghi e amici, avvenimenti più o meno imprevedibili che troviamo lungo il cammino. A volte prima, a volte poi, scopriamo qual è la nostra passione e credo sia giusto, malgrado tutte le difficoltà, cercare di farla coincidere con il proprio mestiere.

Ricordo un episodio avvenuto al liceo: il professore di Lettere, Alberto Ricchetti, motivò il doppio voto che mi aveva dato, 4 e 10, apparentemente incomprensibile, scrivendo: ‘Sei fuori tema oppure, se è come penso, sei un giornalista’. Nel compito avevo parlato della guerra civile in Yugoslavia, non accontentandomi di attingere dalle cronache embedded, scrivendo dunque che in ogni conflitto esistono interessi economici e geopolitici diversi e che la pulizia etnica non era prerogativa soltanto dei miliziani del presidente Milosevic ma anche dei fascisti croati Ustascia contro i cittadini serbi residenti nella regione della Krajina.

In quegli anni, come tanti coetanei, scoprii la passione civile nel biennio di Mani Pulite, la rabbia impotente per le stragi di Capaci e via D’Amelio.

La molla decisiva però, quella che mi fece “sentire” le parole del maestro di liceo, fu la visione casuale de Il muro di gomma di Marco Risi, il film sull’inchiesta giornalistica che cercò di far luce sulla strage di Ustica e i depistaggi di Stato. Di lì a poco iniziai a collaborare per la Gazzetta di Modena e in particolare di Reggio Emilia, dove la curiosità e la pratica sul campo furono alimentate dagli insegnamenti della mia caposervizio Luisa Gabbi.

Quali requisiti tecnici deve contenere un articolo o un reportage d’inchiesta?

Le informazioni fondamentali che devono essere fornite al lettore, possibilmente già in forma sintetica nell’attacco di ogni pezzo, rispondono alla regola di stampo anglosassone delle cinque W: who, what, where, when, why. Una volta spiegati gli elementi essenziali, l’approfondimento di una particolare circostanza o aspetto è naturalmente soggettivo.

Cito un esempio che vale per il reportage del videomaker come per l’estensore di un articolo di cronaca. Il 26 luglio 2006 la mia regione si risvegliò bruscamente dopo un attentato di ‘ndrangheta che distrusse l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo. L’Emilia credeva di avere gli anticorpi adatti a respingere le infiltrazioni mafiose, invece presenti come in ogni zona dove il benessere diffuso è occasione di riciclaggio per le cosche, che stringono rapporti con pezzi di economia e politica. Allora lavoravo per Modena Radiocity e la mattina appresi la notizia durante il consueto “giro di cronaca” che consisteva, anche in radio come nei giornali, nel chiamare numeri concordati di vigili del Fuoco, polizia e carabinieri per sapere cos’era accaduto nella notte. Si trattò di un attacco allo Stato in controtendenza rispetto alla strategia della sommersione tipica delle mafie al Centro-Nord. Per fortuna non ci furono vittime ma quando arrivai sul posto vidi uno scenario di guerra, gli uffici erano stati sventrati con un chilo di pentrite, esplosivo cinque volte più potente del tritolo. L’Agenzia era stata punita dalla cosca degli Arena perché aveva scoperto una frode fiscale che nascondeva un giro di riciclaggio tra Svizzera, motor valley e il paradiso fiscale delle Isole Vergini. Tra le macerie fumanti intervistai il direttore percependo il suo terrore. La mattina stessa il boss crotonese l’aveva chiamato per dirsi “a disposizione per ricomprare macchinari”. Quel racconto passò quasi in diretta sulle frequenze della radio, nei mesi seguenti continuai a occuparmi del caso raccogliendo nuove testimonianze, recuperando documenti, scavando a ritroso su flussi di denaro e legami tra i soggetti coinvolti. I collegamenti mi hanno condotto sino a Roma, all’inchiesta del pm della Dda capitolina Giancarlo Capaldo sul riciclaggio di Telekom-Sparkle che vide ancora protagonisti gli affiliati alla cosca Arena, alcuni dei quali si erano occupati di far eleggere il senatore Nicola di Girolamo del Pdl tramite brogli organizzati presso emigrati in Germania. Già, proprio la nazione della strage di Duisburg, dove le penetrazioni della ‘ndrangheta sono state raccontate praticamente in solitudine dalla massima esperta di mafie tedesca, la giornalista e scrittrice Petra Reski.

È fuor di dubbio un mestiere complesso il tuo, spesso difficile, con dei risvolti duri come le implicazioni giudiziarie che possono seguire a un’inchiesta. Come vivi questi momenti?

A quale caso in particolare di riferisci?

Sicuramente quello più noto è il “Sacco di Serramazzoni, primo caso di rapporti tra ‘Ndrangheta e Pd di governo al Nord” che tu raccontasti nel 2011 e che fu poi oggetto della trasmissione Report. Per la partecipazione al programma di Rai3 una coop ti ha chiesto un risarcimento danni di circa 1 milione di euro, una causa definita “intimidatoria” da Ossigeno, Articolo 21, sindacato e Ordine dei giornalisti…

Tutti quanti, compresa la conduttrice Milena Gabanelli, abbiamo rifiutato la proposta di mediazione pre-processuale prevista dalla legge perché riteniamo di aver esposto in modo continente fatti documentati e di rilievo pubblico. La sola differenza, a parte il fatto che il mio breve intervento ha riguardato la lettura di visure camerali e la conferma dell’esistenza di un procedimento penale, è che la Rai tutela i propri giornalisti mentre il giornalista freelance o precario che viene colpito nel “limbo” di un passaggio televisivo deve arrangiarsi da solo. Per fortuna ho trovato un avvocato di grandi qualità professionali e umane come Fausto Gianelli, responsabile del Forum Giuristi democratici e già legale dei ragazzi pestati dalla polizia durante il G8 di Genova. Gianelli si era subito accorto che si trattava di una causa mirata a imbavagliare la stampa scomoda con fini pedagogici: colpire il giornalista che osa toccare certi sepolcri imbiancati per educarne altri cento che eventualmente volessero fare altrettanto.

Sei stato chiamato in giudizio per altre cause simili? Come affronti questo aspetto del tuo lavoro?

Di querele in vent’anni ne ho ricevute diverse ma sono state tutte archiviate o definite in udienza preliminare con sentenza di non luogo a procedere. Le ho sempre affrontate serenamente, nel merito, perché consapevole di aver lavorato in modo corretto e per quanto riguarda l’aspetto economico l’editore, come da prassi, assicurava la tutela legale.

Ora invece mi trovo costretto a pagare un avvocato per un processo ‘kafkiano’. Si tratta di una querela per diffamazione per un articolo pubblicato nel 2010 su «L’Informazione» di Modena relativo a dissidi tra un ufficiale dell’Accademia militare e l’ex moglie. La querela è stata riesumata proprio appena dopo il fallimento del giornale, nel luglio 2013, ed è stata sospinta da mani sapienti fino al processo malgrado l’articoletto in questione fosse senza firma e senza sigla. Dunque non solo non vi è uno straccio d’indizio sulla paternità ma, ancora più assurdo, il dibattimento che dovrò sostenere riguarda un articolo in cui non sono identificabili i protagonisti, ma proprio nel modo più assoluto: non ci sono i nomi, le iniziali, le età, le residenze del co-querelato, l’ufficiale, e della querelante, l’ex moglie, di cui non si conosce neppure il lavoro e la nazionalità. Ho solo saputo, a margine dell’udienza preliminare, che si tratta di una persona con precedenti penali. Dunque: o siamo in presenza dell’invenzione di un nuovo reato e non ci hanno avvertito, la “diffamazione senza il diffamato”, o evidentemente qualcuno ha del tempo da perdere e del denaro da farmi perdere.

Quale consiglio senti di dare a chi vuole intraprendere questo mestiere?

Il consiglio è sempre di provarci. Purtroppo il mercato è saturo e soffre come gli altri settori della crisi economica e della destrutturazione dei diritti del lavoro. Ma nonostante tutti i problemi, le minacce, le cause, gli ostacoli professionali che colpiscono i giornalisti veri, sono sempre più persuaso che si debbano seguire le proprie passioni e ciò che si sente giusto.

So che non ti piace parlare di quello a cui stai lavorando e allora per concludere ti chiedo se mai ti sei pentito delle scelte fatte in passato…

Errori ne ho fatti certamente ma pentito no, rifarei lo stesso percorso.

Intervista pubblicata sul numero 41 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il romanzo tra heroic fantasy e avventura. Intervista a Lorenzo Camerini e Andrea Gualchierotti per “Gli Eredi di Atlantide”

02 martedì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Un libro scritto a quattro mani. Una storia che nasce dalla passione di due amici per la cultura heroic fantasy e i romanzi d’avventura. Gli Eredi di Atlantide trasporta il lettore tra le rovine del mondo perduto ma anche a esplorare i misteri dell’antico Egitto, seguendo i protagonisti in un lungo “viaggio” pieno di accadimenti, simboli e miti.

Fonte: glierediatlantide.wix.com/erediatlantide

Lorenzo Camerini è laureato in Storia Medievale. Lavora a Vancouver.

Il mito di Atlantide è pieno di fascino e al contempo di contraddizioni. È stato più un rischio calcolato o un azzardo la scelta di ambientare il vostro romanzo tra le “rovine” dell’Impero sommerso?

Direi che è stato un rischio calcolato, se rischio lo vogliamo chiamare. Quando è nata l’idea di scrivere un libro con Andrea, abbiamo pensato a un’ambientazione che fosse soddisfacente per entrambi. Il fascino di Atlantide è sempre stato molto forte nell’immaginario comune, ma stranamente non è mai stato oggetto di numerosi libri, come invece altri soggetti storici o leggendari, quindi la nostra scelta alla fine è caduta sul mitico continente inabissato.

Quanto lavoro c’è voluto per ricreare in maniera verosimile ambientazione e personaggi?

Siamo stati fortunati, perché abbiamo potuto contare sull’aiuto inestimabile di Platone. Come è noto, il filosofo greco ha parlato esaustivamente del mito di Atlantide nei suoi dialoghi, addirittura con una descrizione fisica dell’architettura e della topografia della città, quindi noi abbiamo deciso di seguire le sue indicazioni. Per quanto riguarda poi il mondo in cui la storia si svolge, abbiamo cercato di interpretare liberamente leggende e teorie più diffuse nella cosiddetta archeologia misteriosa, per ottenere un’ambientazione che avesse un sapore “classico”, ma non già visto. Lo stesso per i personaggi: fedeli alla struttura dell’epica antica, incarnano valori e figure tradizionali, ragionano come uomini appartenenti a un’epoca e una cultura arcaica, ma crediamo che possano lo stesso incontrare il favore di un pubblico moderno.

Il vostro romanzo è un misto di fantasy e avventura. Perché un lettore, amante dei due generi, dovrebbe scegliere proprio Gli Eredi di Atlantide?

Gli Eredi di Atlantide cerca di unire il fascino di un ambientazione suggestiva come quella di Atlantide con altri temi cari all’archeologia misteriosa. Il tema del viaggio è un topos classico dell’epica occidentale, dall’Odissea in poi, che ben si presta per un racconto di questo genere. Abbiamo cercato poi nello stile di omaggiare uno dei nostri autori preferiti, Robin E. Howard, il creatore di Conan e del genere oggi conosciuto come Sword & Sorcery, caratterizzato da una prosa piuttosto ricercata e fluente rispetto a un certo stile più asciutto e conciso di moda oggi. Naturalmente, come sempre, sta al lettore giudicare se i nostri sforzi hanno avuto un risultato apprezzabile per un amante di questa letteratura.

Andrea Gualchierotti è laureato in Sociologia. Lavora a Roma.

Nel libro c’è la forza, la potenza, il dominio di un Impero pieno di insediamenti e ricchezze ma c’è anche il lato oscuro, il male, il tradimento. Cosa vogliono trasmettere ai lettori i personaggi e soprattutto i protagonisti della storia?

La storia del nostro romanzo non vuole avere palesemente una morale, né presenta, neppure in maniera velata, un fine didascalico. Gli elementi che hai elencato sono, tutti, delle costanti della storia umana: la nobiltà e il tradimento, l’idealismo e l’interesse personale sono l’impasto non solo delle vicende dei nostri personaggi, ma scelte reali che ciascuno a suo modo si trova a dover valutare. Ovviamente ne Gli Eredi di Atlantide questi bivi esistenziali assumono proporzioni epiche e avventurose, e se c’è un qualche insegnamento che forse può essere tratto dal nostro romanzo è che tutto, anche la speranza, anche la vittoria, si pagano al prezzo della sconfitta dei propri dubbi, in una continua violenza contro le nostre debolezze.

Il registro narrativo che avete scelto per Gli Eredi di Atlantide è molto articolato, un vocabolario curato e frasi molto lunghe arricchite con svariati aggettivi. È una scelta legata al genere del romanzo o dettata da altre motivazioni?

I romanzi di avventura offrono ormai qualunque tipo di variante, sia a livello di contenuti che di linguaggio, quindi sapevamo di non doverci adattare a un canone preciso, e di poter lavorare con gli strumenti che più sentivamo nostri.

Nel nostro piccolo, sia per gusto personale che per scelta “d’autore”, abbiamo scelto di rifarci allo stile della narrativa weird degli anni Trenta e Quaranta, quando negli Stati Uniti, su modeste riviste popolari, uscirono quelli che poi si sarebbero rivelati i capisaldi della letteratura fantastica del Novecento: i racconti di Conan già citati da Lorenzo, le storie di H.P.Lovecraft, e in generale una schiera di autori che privilegiavano una scrittura pittoresca e sgargiante, forse un po’ barocca per i gusti attuali, ma capace di evocare un potente senso del meraviglioso, che per noi è l’ingrediente fondamentale di una storia d’avventura.

Adhon e i suoi fedelissimi, dopo aver superato numerosi ostacoli, riescono a raggiungere il luogo dove la loro stipe potrà continuare a esistere. È un finale che lascia il lettore molto incuriosito. State già lavorando al sequel?

L’abitudine a spiegare tutto, chiarendo anche l’ultima virgola, è un vezzo di molti autori che abbiamo preferito evitare. Pur lasciando il campo aperto ad alcune “ipotesi”, la vicenda degli Eredi è nata come auto-conclusiva e il romanzo vuole essere autonomo. Ciò non toglie che, nel tempo, abbiamo fantasticato un po’ sul possibile futuro di alcuni dei personaggi, elaborando un canovaccio per un seguito, una sorta di “parte 2” che pur affondando le proprie radici nella storia de Gli Eredi di Atlantide, costituisca un romanzo indipendente.

In questi mesi, grazie anche all’apprezzamento di molti lettori e all’invito del nostro editore, stiamo lavorando proprio su questo. Gli affezionati del primo libro potranno ritrovarvi elementi familiari, anche se inseriti in un contesto diverso e con una trama che non sarà un banale “secondo tempo”.

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per ‘L’emozione in ogni passo’

27 mercoledì Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FiolyBocca, Giunti, intervista, Lemozioneinognipasso, romanzo

soloCopL’emozione in ogni passo (Giunti, 2016) è il secondo romanzo di Fioly Bocca, una scrittrice, una donna, una madre che, attraverso le parole, racconta la vita, le emozioni, i sentimenti, i dolori, le paure e soprattutto la speranza. “Una necessità che, io credo, ci accomuna tutti.”

Il libro racconta la storia di Alma e Frida, i loro tormenti, il loro essersi smarrite, il lungo Cammino che le porterà prima a incontrarsi poi a ritrovarsi. Un cammino spirituale, metaforico e reale, che diventerà anche un percorso fisico e psichico. Una autoanalisi e un’auto-rivelazione fondamentali per ognuno. Le medesime che l’autrice scopre “percorrendo” la sua scrittura.

Ne abbiamo parlato con Fioly Bocca in un’intervista.

Schermata 2016-07-27 a 09.37.00fonte: www.giunti.it

L’emozione in ogni passo è il racconto del cammino, metaforico e reale, condotto da Alma e Frida verso Santiago de Compostela e alla ricerca di se stesse. Il Cammino è un percorso da seguire o da costruire?

Il Cammino si costruisce, in un’interazione continua con esso. Ci prefiggiamo una partenza, alcune tappe, tempi di percorrenza, una meta. Ma, al momento del via, dobbiamo essere pronti a lasciarci sorprendere, e qualche volta accompagnare per mano. Vedremo così panorami che non avevamo previsto, scorci inattesi; magari cercando rifugio a un temporale.
Il Cammino si fa, con la complicità del Cammino.

Alma e Frida sono due donne apparentemente diverse tra loro che si incontrano in un momento delle loro vite nel quale entrambe si sono smarrite. Quanto incide e quanto determina il loro “essersi incontrate” sullo sviluppo della storia?

L’incontro delle due donne era necessario per la loro evoluzione, in un momento di grande fragilità per entrambe. Seppure così diverse da essere quasi complementari, Alma e Frida riconosco una nell’altra lo stesso profondo bisogno: quello di riconciliarsi con se stesse e la propria vita, dopo un avvenimento che le ha fatte deragliare dalle proprie esistenze. Nel caso di Alma è una ricerca di risposte, di una misura precisa ai propri sentimenti. Nel caso di Frida invece è la necessità di fare i conti con una perdita che renderà la sua vita per sempre “altro” da ciò che è stato fino a quel momento.
Incontrarsi sarà identificare nell’altra il proprio disagio e percorrere insieme un pezzo di strada verso la precisa volontà di superarlo.

Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai (Giunti, 2015), è stato un grande successo di pubblico che si è appassionato alla sua scrittura che potremmo definire “dei sentimenti”. Secondo lei, cosa hanno trovato i lettori nel suo libro da spingerli al virale passaparola che ne è derivato?

È difficile per me rispondere a questa domanda. Non dirò quello che credo abbiamo trovato, ma quello che spero, abbiano incontrato nella mia scrittura: il bisogno di leggere, anche tra le righe di un dolore, lo spiraglio di una speranza. È una necessità che, io credo, accomuna tutti; la vita mette spesso a dura prova, ma se si riesce comunque a concederle ancora fiducia, può ricompensarci, almeno in parte, offrendoci nuovi punti di osservazione e la possibilità di evolvere, di avvicinarci a noi stessi nella nostra dimensione più autentica.
Raccontare una storia attraverso i sentimenti di chi la vive, offre certamente una prospettiva soggettiva; ma per me è anche quella più reale, più vicina al vero.

Anche lei, con la sua scrittura, sta portando avanti un suo percorso personale?

È quello che mi auguro. La scrittura è alle volte auto-rivelazione, il più potente strumento di autoanalisi che io abbia sperimentato. Le storie che si raccontano sono sempre anche un fare luce sulle nostre zone oscure. Già solo per questo, è una strada che merita di essere percorsa.

Se poi si riesce a offrire qualche cosa agli altri, allora è quasi un miracolo: la possibilità di condividere un processo creativo è un enorme sprone per chi si incammina in questa ricerca, che è bellezza, ma anche disciplina e fatica.

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Fioly Bocca: Vive nel Monferrato. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università degli Studi di Torino. Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai, è stato un grande successo del passaparola. I diritti di traduzione sono stati venduti in Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Turchia. L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

155ef7_27bdf5024e224437ae14a0bc00aa3945Si ringrazia per la segnalazione e la mediazione Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quando la poesia racconta il “banale quotidiano”. Intervista a Vivian Lamarque

24 venerdì Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Madredinverno, Mondadori, VivianLamarque

 

Quando la poesia raccolta il «banale quotidiano». Intervista a Vivian Lamarque

Madre d’inverno (Mondadori, 2016) è una raccolta di poesie che non parlano di grandi avventure, sentimenti di gloria, eventi travolgenti… ma tratteggiano semplicemente la vita, fotografata nei suoi gesti quotidiani, nei suoi dolori e con tutte le difficoltà che solo il reale può farci “immaginare”.

Vivian Lamarque è nata a Tesero, in provincia di Trento, ma vive a Milano. È una scrittrice, poetessa e traduttrice che descrive il «banale quotidiano» perché è «lui la nostra vita» ma lo fa con la grinta e l’ispirazione di chi è convinto del proprio pensiero e del messaggio che vuole trasmettere al lettore.

Sentimenti e sofferenze filtrati attraverso gesti quotidiani, dolori e malattie che si raccontano e si contano nelle cicatrici che restano indelebili nel tempo, l’amore materno e l’infanzia lontana… emozioni pure di cui abbiamo parlato con Lamarque in quest’intervista, a pochi giorni dall’evento che la vedrà protagonista il prossimo 30 giugno alle ore 19.00 a Milano, presso la Biblioteca Sormani, nei giardini della Guastalla.

I suoi componimenti non hanno una rigida metrica, sembrano invece versi modellati intorno al fatto o al sentimento narrati. Quali sono i motivi di questa scelta stilistica?

Non penso che lo stile si scelga, o per lo meno io non l’ho scelto, suona ovvio ma penso che lui abbia scelto me, o meglio che io e lui si sia un tutt’uno. Come un cantante lirico non può decidere se essere tenore o baritono, così un poeta non credo possa scegliersi la voce.

L’ho ritrovata direi identica (gioioso/dolorosa) nella prima poesia che scrissi a dieci anni. Che poi erano due: La Signora M. buona e La Signora M. cattiva. Erano versi ironici, cantabili, eppure, senza che io lo sapessi, mentre descrivevo qualità e difetti di una vicina di casa con il cognome che iniziava per M, la penna in realtà era mossa dalla scoperta appena fatta di avere due madri, quella con cui vivevo era la madre adottiva, in un altrove viveva l’altra, la biologica.

In Poesie ospedaliere vengono raccontati sentimenti e sofferenze filtrati attraverso gesti quotidiani che possono sembrare anche banali. Quanto incide e condiziona la quotidianità nella libera manifestazione degli stati d’animo?

Sì, il banale quotidiano. È lui la nostra vita. Lì, come tutti, vivo, lì scrivo.

Ho scritto poesie che parlano di minestra da mescolare altrimenti attacca, che parlano di stirare e di smacchiare le giacche, cosa che non so fare tra l’altro, di riso in bianco, di cucchiai e forchette e crudeli bambini cucchiaini e, in Madre d’inverno, di moduli ACI e di A112, di Compro Oro, di Sim, di Contramal e di Algasiv, di flebo, di urina… però la flebo era rosa e l’urina era d’oro.

Quando la poesia raccolta il «banale quotidiano». Intervista a Vivian Lamarque

In diversi passaggi, come anche in Ritratto con mare II, nella narrazione si affaccia il suo “essere bambina”. Questi cori del passato sono motivati da un intenso desiderio nostalgico di ritrovare entrambi i genitori?

Grazie per il riferimento a quella poesia, alla marina 18×24, mi è cara. Certo il passato ci richiama nostalgicamente tutti quanti come pericolosa sirena, specie l’infanzia, felice o infelice non importa, ma innamoriamoci anche del futuro, pagina di quaderno candida, in attesa del nostro pennino. E soprattutto del presente, di oggi, di ora, che le sto rispondendo e a un metro da me, sul balcone, luccica una fogliolina nuova di vite del Canada.

I genitori? Certo, ne avevo quattro, ma a quattro anni ne avevo persi già tre. Ma se anche in punto di morte si chiama mamma, figuriamoci in punto di vita.

«Una madre a cui piace farsi saccheggiare». In Manna impressiona l’immagine della «casa da svuotare un grumo di sangue alla volta». I sostantivi di una madre sono dono e sacrificio?

I sostantivi di una madre sono un po’ di più di due. Dono, sacrificio, ma anche molto altro: abbraccio, abbandono, passione, gelo, rispetto, violenza, amorevolezza, cecità, dedizione, distrazione ecc.

In Ipotesi sul dimenticare si legge: «che sia forse un dono quella nebbia quello smarrimento?». Confondere ricordi, realtà e immaginazione cosa aggiunge o toglie alla vita?

Quella nebbia può offrirci non trascurabili possibilità, minor visuale sulla crudezza del reale (sparizione della squallida facciata di casa di fronte, riapparizione di uno scomparso innamorato..).  e un errore nel ricordare, ricordare il non avvenuto può arricchire allungare il passato breve della vita.

Nelle Dedicate si parla molto anche di amicizia: «cuciti e ricuciti chi all’addome all’anca alla gola chi al ventre alla mano chi sul petto proprio dove sotto gli batte il cuore». Cosa rappresenta per lei l’amicizia e cosa rappresentano i “punti metallici”?

Sto alludendo alle loro cicatrici, ai loro interventi chirurgici, ai punti delle suture. «Con gli anni i miei amici sono diventati tutti ricamati» allude alla loro età che, come la mia (ho 70 anni), ha avuto tutto il tempo e i più svariati modi per farci conoscere malattie, ricoveri, interventi, operazioni.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-la-poesia-racconta-il-banale-quotidiano-intervista-a-vivian-lamarque

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Liberarsi dalle mafie per l’Economia: Confcommercio e Trame contro il malaffare

17 venerdì Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Confcommercio rinnova la collaborazione con Trame, il Festival dei libri sulle mafie che si tiene in questi giorni a Lamezia Terme, in Calabria

Inaugurazione_Lapini, Savatteri, Briguglia, CaputoTrame.6 è stato inaugurato il 15 giugno con un reading e uno spettacolo teatrale “anticontraffazione” che rientrano nel Progetto Nazionale di Educazione all’acquisto legale e responsabile di Confcommercio.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Anna Lapini, componente di giunta Confcommercio Imprese per l’Italia con incarico per la legalità e la sicurezza, per porle alcune domande sul Festival e sulle azioni contro il malaffare per l’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Racket, usura e corruzione sono una grave e concreta minaccia all’imprenditorialità. Secondo lei quali azioni è necessario intraprendere per liberare le imprese da questa dura forma di criminalità?

La Confcommercio continua a sostenere Trame in quanto assolutamente in linea con la sua filosofia: combattere il racket, l’usura, la violenza attraverso l’esempio e la cultura, convinti che bisogna rivolgersi ai giovani e cercare di diffondere “la cultura della legalità”. Trame ci dà l’occasione di comunicare con un linguaggio diverso, nuovo e senza retorica, la volontà delle imprese di essere libere dalla criminalità.

Un’altra tematica a cui teniamo tanto è la diffusione di una maggiore consapevolezza delle conseguenze, per la salute oltre che economiche, di un acquisto di materiale contraffatto oppure di un servizio illegale. Per la criminalità organizzata il mercato non è più dettato da droga, fumo o alcol ma da oggetti di uso quotidiano. Abbigliamento, scarpe, giocattoli, alimentari, cosmetici, profumi… beni consumati da tutti. Ciò causa un danno di proporzioni incredibili.

Si pensa che le vittime di racket e usura si trovino soprattutto nei territori storici della criminalità organizzata. È così che stanno le cose o è un male diffuso in tutta Italia?

Sì, è provato anche dalle nostre indagini, dalle statistiche Censis e da tutti gli studi. È diffuso dappertutto anche per la tipologia delle merci. Oggetti che vanno ovunque, entrano in tutte le case. Da un’indagine condotta da Confcommercio risulta che una persona su quattro, almeno una volta all’anno, acquista un prodotto o un servizio contraffatto. Inoltre il 70% è convinto di aver fatto un buon affare.

Cosa rappresenta il Festival Trame in un piccolo paese o una cittadina calabresi?

Qui stanno cambiando la cultura. Ragazzi che studiano o lavorano e, per una settimana all’anno, sacrificano tempo o ferie per mettersi al servizio di questo cambiamento culturale. Volontari, ospiti, cittadini sono consapevoli del grande cambiamento in atto in questo piccolo luogo. Hanno fatto molto, resta tanto da fare ma sono convinta che si riuscirà a costruire ancora altro.

Ci siamo preposti di girare tutta l’Italia con il reading e lo spettacolo teatrale per informare i nostri colleghi di quelli che sono i danni di questo sistema di criminalità organizzata. La legalità non è solo un fatto etico e sociale, ma anche economico. I numeri ci dicono che il malaffare sottrae al commercio, agli alberghi, ai pubblici esercizi circa 27 miliardi di euro all’anno e mette a rischio oltre 260 mila posti di lavoro regolare.

“Costruire trame contro il malaffare” è uno slogan del Festival. Per vincere la criminalità bisogna fare “rete”?

In tanti sostengono che questo non è più il momento dei navigatori solitari ma dell’insieme che vince. Per noi è un fatto economico, non lo nascondiamo. Dobbiamo combattere contro la merce contraffatta e le criminalità perché se un imprenditore non è libero dal racket e non è sicuro nel luogo dove lavora certamente non può produrre profitto né per sé né per lo Stato.

Il mio presidente nazionale, Carlo Sangalli, dice sempre che denunciare si può, si deve e conviene. Si può perché è possibile, lo vediamo con l’azione di tante organizzazioni sul territorio che non si è più soli. Si deve in quanto è un dovere. Conviene perché è evidente quanto è necessario agire per invertire la rotta.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Trame Festival dei libri sulle mafie e in particolare Fiammetta Biancatelli per i contatti e la disponibilità.

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi? Intervista a Bruno Tognolini

10 venerdì Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Le storie raccontate in cerchio davanti al fuoco o curve a sciacquare i panni lungo gli argini dei fiumi diventano leggende o favole a seconda del volere di chi le narra incantando il suo pubblico. Le lavandare che tutto sanno e tutto narrano sembrano il fulcro delle fàule di Bruno Tognolini ma non lo sono. È la vita, con il suo divenire, il centro del racconto. Sono le persone, con il loro agire, che animano il mondo e lo rendono ciò che è. Sono i pensieri che si mescolano alla paura e inventano i fatti che poi diventano storie. Sono i fatti che si lavano, come i panni, e diventano altro.

Ciò che non lava l’acqua (Gallucci Editore, 2016) è una raccolta di fiabe che invita a molte riflessioni sulla società, sull’umanità, sulle bugie e anche sulle verità. Ne abbiamo parlato con l’autore, Bruno Tognolini, in quest’intervista.

La sua storia personale è un po’ singolare: da Cagliari a Bologna, dalla maturità classica a quella magistrale, dalla facoltà di Medicina e Chirurgia al DAMS. Lei viaggia su un doppio binario?

Forse sì, ma in fondo come tutti. Con un sorriso mi accorgo che a volte prima dell’esempio letterario, per esplorare un argomento, mi sorge in mente quello scientifico e medico: viaggio anche io su un doppio binario, tutti abbiamo due emisferi cerebrali. Le neuroscienze si arrovellano per comprendere quali dei due presiedano, o prevalgano, su quali funzioni. Ma mi è sempre spiaciuto che i medici, così bravi a trovare nomi aulici e favolosi per parti o funzioni del corpo, in questo caso abbiano fallito, o dispregiato: la via possente di scambio fra i due emisferi non è chiamata pons coelestis, come meriterebbe, ma “corpo calloso”. Che brutto nome. Eppure è lì che viaggia la forza, e forse la salvezza: non in uno dei due emisferi, o in entrambi, ma nella via di scambio che li lega. E per concludere con un’ultima sorridente similitudine, che ancora di più sembra disertare l’emisfero umanistico (ma non è così): anche gli smartphone sono ormai “octa‑core”, hanno otto cervelli, mentre noi restiamo solidamente “dual core”. Solo due cervelli, ma per fortuna ci abbiamo fatto il callo.

Nella sua biografia si legge: «Lo studio della Comunicazione era esplorato con Umberto Eco nelle aule, non meno che con Giuliano Scabia e Gianni Celati per le strade e “nello spazio degli scontri”. Ciò che in seguito per anni e finora avrei imparato, io l’ho sognato lì». Cosa ha sognato allora e cosa sogna oggi?

Dei sogni di allora alcuni si son persi, alcuni son cambiati fino a parere altri, alcuni son cambiati ma son riconoscibili, come in un adulto ben cresciuto si vede il bambino. Alcuni infine sono rimasti, se non identici, del tutto fedeli a sé stessi. Uno potrei raccontarlo così. Mi incantavano, in quegli anni del DAMS, i versi finali di una poesia di Peter Handke, da Song of childhood: «Quando il bambino era bambino, | lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia, | che ancora continua a vibrare». Benché spaventato dalla cosiddetta ala militare degli studenti ribelli, anch’io, che appartenevo all’ala creativa DAMS, nella manifestazione dell’11 marzo del ‘77 a Bologna portavo in tasca un sanpietrino. Lo scagliai in via Ugo Bassi contro la vetrina di un incolpevole bar. Ma ben altra determinazione occorreva al braccio, che deve ignorare il dubbio dei greci e persuadersi della forza dei goti: il vetro vibrò sotto il colpo, ma non si ruppe. E fu la mia fortuna. Perché se la vetrina fosse venuta giù, ora non potrebbe più vibrare ogni volta che ci passo davanti e la guardo. Quante vetrine percosse da quanti ragazzi d’allora, con braccio più forte e barbaro del mio, sono venute giù in cocci, e con esse negli anni la forza di quelle braccia, e dei sogni confusi e caduchi che le agitavano. E ora nulla vibra più al loro passaggio: il loro mondo è quello che è, non trema più di mutamenti e fioriture. Il mio sì: può ancora cambiare, migliorare, e occorre ancora battersi per questo. Con armi diverse, ma sempre per questo. Son stato fortunato: son stato debole, per fortuna. Come un bambino. Ecco cosa dicevano quei tre versi.

Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Ciò che non lava l’acquaè dedicato: «Ai miei nonni di Nuoro e Gavoi. Agli altri nonni di Valtellina. Ai miei genitori di Cagliari. Alla salute e al rigoglio dei meticci». Le persone, i popoli, secondo lei, sono destinati alla sedentarietà selettiva o a spostarsi e mescolarsi?

Credo di sì, spero di sì, che siano destinati a mescolarsi, per la salute e salvezza del genere umano. I genetisti parlano di lussureggiamento dei meticci, che unendo in sé diverse nature e culture hanno a disposizione una cartuccera di risposte ai cimenti dell’ambiente più vasta e ricca che non le razze pure, destinate come si sa al deperimento genetico, vitale e culturale. Le migrazioni che ci invadono, che a noi paiono rovinosi fenomeni mai visti, son tali solo per il nostro egocentrismo: in altre epoche sono state uguali e maggiori. Le ondate di umani in viaggio sono probabilmente l’abituale e salutare viavai della specie in cerca di soluzioni ai disastri che da sé stessa si è predisposta. Credo di poter restare convinto di questo anche quando mi accadesse, e spero non sia, di imprecare a mia volta contro gli altri, gli stranieri, che arrivano a togliermi di sotto i piedi il posto mio. Il posto mio mi verrà tolto, e imprecherò, ma il posto nostro e quello di tutti avrà forse qualche possibilità in più d’essere salvo.

Nel suo libro utilizza, per descrivere i racconti, il termine sardo fàule che, per assonanza, rimanda alle favole. Ma le sue sono fiabe con personaggi concreti e reali e una morale tagliente come una stilettata. Che cos’è in realtà che non si riesce a lavare con l’acqua?

Cosa non lava l’acqua, ahimè, io non lo so. Son le parole che si cercano l’una con l’altra, con movimento combinatorio oracolare, o cromosomico, a volte all’insaputa dello scriba estensore. Quella frase mi suonava solo bene, dolce e sciaguattante nel rotolare delle liquide: “lava l’acqua”, “la‑la”, come in “fàula”, come in “fai la‑li‑là”, come nell’incantevole radice “lalìa”. Ma non è vacua glossolalìa questo titolo, è profezia, o più umilmente bella frase sibillina, enigmatica, da interpretare. Per lasciare lavoro da fare. E allora proviamo.

La Lavandaia canta una canzone, che dice «Ciò che non lava l’acqua neanche il fuoco laverà»: eppure lei lava, con la sua acqua, ed è convinta di poter lavare tutto. Davvero tutto? Non dice forse – attenzione, lo sto scoprendo adesso: il tempo del disvelamento, o forse solo di una possibile interpretazione del responso sibillino, viene quando deve e può: anche nel corso della risposta alle domande d’un’intervista otto anni dopo… – non dice forse la Lavandaia che il fiume scorre e «si porta via le vite, ripulisce il paese dalla scoria»? E non prosegue poi chiedendosi: «E il fiume chi lo pulisce? Non le alluvioni, i diluvi, le piene, che del resto poco si vedono da queste parti»? E non risponde a sé stessa così: «Io lo pulisco, noi lavandaie dei racconti, quando ci passa sotto le mani: noi siamo il filtro»? E non conclude con un’altra domanda, affranta e sgomenta: «E noi chi ci pulirà? Potremo mai ritornare innocenti, dopo aver raccontato?». Non sarà allora quello, ciò che non lava l’acqua? L’acqua non lava le mani di chi ha lavato con l’acqua delle fàule, delle bugie e dei racconti, le vite dei suoi simili? Non lo so, non credo, spero di no; ma soprattutto non lo so. Non si può sapere tutto, soprattutto se si vuole raccontare. Qualche lavoro dovrà pur farlo anche il lettore…

Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

«Bugia fa verità» si legge nell’epilogo del libro. Racconto e memoria sono più potenti di acqua e fuoco per lavare e cancellare?

Sto dando risposte lunghe e attorcigliate, me ne rendo conto. A questa domanda allora lascio che risponda la Lavandaia, che lo fa con parole più terse e frugali delle mie. Forse lavare a cancellare serve per riscrivere e ricominciare. «I mali di ieri lavati son storie di oggi», lei dice, «che servono per affrontare i mali di oggi».

Ciò che non lava l’acqua è un libro di racconti che sembra costruito stratificando diversi livelli con differente intensità emotiva. Quale messaggio le piacerebbe fosse maggiormente colto dal lettore che legge le sue fàule?

Forse l’ultimo. Che non a caso è l’ultimo: è l’Ite, missa est, il commiato con cui la Lavandaia, l’io narrante, o meglio il noi narranti, salutiamo e vediamo andar via il diletto lettore, che è stato con noi, e gli vogliamo dare ancora una benedizione, un viatico, la raccomandazione materna della letteratura. E cioè, come ancora dice lei (non è pigrizia, giuro: è solo che le parole migliori sono le sue):

«Così mio lavoro è lavare nei fiumi del cuore i canti e i racconti degli altri, e rimetterli in giro nel mondo a proteggere i corpi. Perché i panni che mi passano per mano, che le mie mani restituiscono puliti, sono lunari di poveri fratelli, agnelli simili a noi, compaesani di questa Gavoi che è la vita di ognuno. Forme incerte che trascolorano negli arazzi dei giorni, negli aloni delle lenzuola, nelle alate speranze. Biancheria ch’è di nuovo bianca, pagina pronta per altre scritture ancora. Inchiostro, acqua, sudore, sangue, feci. Fratellanza, racconti, compassione».

La prima edizione è stata pubblicata da Ilisso Editore nel 2008 e ora lei ripropone il libro, pubblicato con Gallucci Editore. È come le storie che si raccontano all’interno, «bugie e verità, e lavarle parlando dicendole a tutti più volte, ogni volta più belle»?

Sì, forse è così. O almeno lo spero. Mandare le storie nel mondo, dicendole a tutti più volte, o almeno più volte che posso, se la prima non basta, finché arrivino a chi ne ha bisogno. Ma qui si passa nell’altro mezzo mondo: l’editoria, la distribuzione, le presentazioni, gli scaffali, i rendiconti, le copie vendute. La mia Lavandaia si disorienta, si gira e se ne va. E io preferisco – finché posso, perché poi la perderò – andarle dietro e stare ancora un po’ con lei.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-raccontare-storie-aiuta-ad-affrontare-i-mali-di-oggi

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché la gastronomia ci salverà? Intervista a Carlo Bogliotti

08 mercoledì Giu 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Perché la gastronomia ci salverà? Intervista a Carlo Bogliotti

Il nostro pianeta sta collassando ed è dovere di tutti attuare il prima possibile un cambiamento delle abitudini alimentari, sociali, culturali che inevitabilmente incidono sull’ambiente che ci circonda. Solo il cambiamento che parte da ognuno di noi riuscirà a invertire la rotta dell’economia globale.

Di questo tema più che mai attuale abbiamo parlato con Carlo Bogliotti, direttore editoriale e amministratore delegato di Slow Food Editore, stretto collaboratore di Carlo Petrini e co-autore insieme a lui di Buono, giusto e pulito, il libro manifesto della filosofia di Slow Food riproposto, in versione aggiornata, a distanza di dieci anni dalla prima uscita.

Ne abbiamo parlato con Carlo Bogliotti, amministratore delegato e direttore editoriale di Slow Food Editore.

L’uomo sta perpetrando una vera e propria devastazione economica, ecologica e sociale ai danni dei suoi simili e dell’intero pianeta. Cosa si può e si deve fare per smuovere in maniera risolutiva le coscienze di tutti?

L’attuale sistema sta distruggendo le risorse naturali ma anche, attraverso l’omologazione, la cultura, la socialità, le tradizioni, l’identità di molti popoli e su scala globale questi problemi non fanno che aumentare. Partendo dal cibo, la prima operazione da compiere, per smuovere le coscienze, è incrementare i progetti educativi, nella scuola fino all’università, ma anche da parte di associazioni, come la stessa Slow Food. Implementare tutta una serie di operazioni che ci portino a conoscere meglio quello che mangiamo, come viene prodotto, l’influenza delle nostre abitudini alimentari su certi equilibri, non solo ambientali ma sociali ed economici, alla base di questa devastazione.

Se le persone prendono coscienza di ciò che sta accadendo avranno già compiuto il primo passo per invertire la tendenza.

LEGGI ANCHE – “Monasteri del Terzo millennio” di Maurizio Pallante

Possiamo produrre come esempio un tema di questi giorni: l’olio di oliva importato dalla Tunisia. Ci si scandalizza tanto che si tolgono i dazi ma non si fa informazione sul fatto che un buon olio extravergine italiano non costa meno di 7-9 euro a litro. Le stesse persone che si scandalizzano di questi dazi che favoriscono la Tunisia magari poi comprano l’olio al supermercato a 3-3,5 euro a litro e non sanno che proprio quella è una miscela fatta con olio importato. Che sono questi alimenti a danneggiare la produzione italiana.

L’attuale sistema economico-finanziario si sta sgretolando eppure troppo spesso i cambiamenti posti in essere per sanare le ferite sembrano più formali che sostanziali. Non si può o non si vuole cambiare radicalmente questo sistema?

Io credo che non si voglia al momento, nel senso che, purtroppo, questo sistema ha generato dei potentati transnazionali che superano ampiamente il potere che hanno i governi. Anche le istituzioni internazionali, come ad esempio l’ONU, si dimostrano sempre meno in grado di fronteggiare questi poteri economico-finanziari, abili e favoriti dal fatto che la finanza diventa sempre più qualcosa di intangibile e molto veloce.

Gli strumenti sono pochi ma si potrebbe fare qualcosa che non si fa perché, forse, tanti governi sono succubi di questo sistema che li tiene sotto scacco.

Anche in questo caso torniamo alla buona volontà dei cittadini. Bisogna fare un’opera di ampia educazione sui nostri comportamenti, su dove mettiamo i nostri soldi, su come li spendiamo, in mano a chi li diamo… per evitare che questi soggetti abbiano tutto questo potere che è basato sulle nostre vite, su quello che facciamo anche se non sempre ce ne rendiamo conto.

Perché la gastronomia ci salverà? Intervista a Carlo Bogliotti

Modificare le proprie abitudini alimentari quanto incide sul cambiamento generale di ogni persona e sul suo rapporto con l’ambiente che lo circonda?

Può incidere in maniera impressionante. Se io mi ri-sincronizzo con le stagioni, re-imparo a mangiare a seconda della stagione, tendenzialmente preferirò l’acquisto di prodotti locali che, di stagione, sono quelli che costano meno. Alimenti prodotti mediamente in maniera più sostenibile per l’ambiente e acquisti che sostengono le economie locali. Ciò fa sì che si creino delle micro-economie di territorio virtuose, che sono, secondo noi, la base per la ripartenza. Un cambiamento globale che parte dal locale, dalle nostre abitudini.

Si è da poco concluso un evento che è stato da molti descritto come utile e necessario per avviare un profondo e risolutivo processo di cambiamento nel quadro della nutrizione degli abitanti della Terra. EXPO2015 ha dato dei buoni input oppure si è rivelato solamente una bella vetrina?

È difficile valutare quanto questi input, che pur ci saranno stati, abbiano poi avuto una ricaduta effettiva sulle abitudini delle persone. È stato un momento importante di focalizzazione su questi temi che hanno raggiunto un pubblico che di solito non se ne interessa, attratto da una certa spettacolarizzazione che c’è stata.

Poteva forse essere fatto in maniera differente, puntare su altri fattori… è vero che ha portato all’attenzione di tanti il tema ma, soprattutto noi che ci lavoriamo quotidianamente, notiamo che l’interesse è già scemato.

«La gastronomia è felicità» si legge nel testo, dove viene anche evidenziata l’importanza del gastronomo. Perché è così importante questa figura professionale?

Nel libro si sostiene che la gastronomia sia una vera e propria scienza, che è sempre stata un po’ la Cenerentola delle scienze. Coinvolge tante discipline diverse. Il gastronomo, secondo la definizione che se ne dà in Buono, pulito e giusto, è una persona intelligente, curiosa, che ha voglia di educarsi, di sperimentare, consapevole di ciò che mangia e delle dinamiche che ruotano intorno al cibo e fa le sue scelte di conseguenza.

L’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la prima al mondo, forma proprio queste figure che hanno, da un punto di vista professionale, la possibilità di lavorare all’interno dell’immensa filiera del cibo.

Si dice che è una scienza della felicità in quanto è naturale che chi ha maggiore consapevolezza del cibo tenderà a scegliere il migliore, più conveniente, che fa bene alla salute, che avvicina le persone e non le separa, dà economia a livello locale, insomma che appaga a tutti i livelli.

Buono, pulito e giusto viene riproposto dopo dieci anni. Cosa è cambiato in questo lasso di tempo?

È cambiato tanto per noi che abbiamo un osservatorio privilegiato su questi temi. Siamo ancora probabilmente all’inizio di un processo di cambiamento, quello che si auspica nel libro, tuttavia va detto che l’attenzione verso il tema del cibo è cresciuta a dismisura.

Molti elementi che si auspicavano nel libro si sono, almeno in parte, realizzati oppure tendono a realizzarsi.

Va detto però che spesso l’attenzione verso il cibo equivale a un interesse vuoto rivolto alla spettacolarizzazione che ne viene fatta dai media o come nel caso di Expo e non invece verso ciò che effettivamente mangiamo ma è pur vero che che passi in avanti ci sono stati.

Perché la gastronomia ci salverà? Intervista a Carlo Bogliotti

Educazione, Coproduzione e Dialogo tra Regni sono le tre idee da praticare ampiamente descritte nel testo. Equivalgono a un percorso oppure sono dei processi simbiotici?

Esattamente come i tre aggettivibuono, pulito e giusto sono tre aspetti della qualità del cibo intimamente legati tra loro, anche queste sono tre parti di un unico processo.

LEGGI ANCHE – OGM e “bio”: cibo contro natura?

Nell’introduzione a Buono, pulito e giusto si fa anche riferimento all’affinità tra il contenuto del libro e quello dell’EnciclicaLaudato si’ di Papa Francesco, escludendo ovviamente i temi strettamente teologici. Lei sostiene che i due testi hanno un filo logico comune. Quale?

Il filo logico che hanno in comune riguarda la struttura dei due testi. Si parte dalla constatazione che le attività dell’uomo stanno devastando la Terra ma anche l’umanità, intesa come l’essere umano, ovvero vanno a ledere tutte le qualità che un uomo dovrebbe avere per curare e custodire la Terra o il Creato, come dice Papa Francesco, per poi passare all’esposizione di quelle che potrebbero essere le soluzioni.

Sia nel libro di Petrini che nell’Enciclica di Papa Francesco si lancia proprio un appello rivolto a tutte le persone, affinché prendano coscienza e si apprestino ad abbracciare il cambiamento all’interno delle proprie vite che in un caso è quello di diventare gastronomi, come lo intende Petrini, nell’altro è quello di fare appello alla propria Fede, al proprio essere cristiani per instradare un cambiamento quanto mai necessario.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-la-gastronomia-ci-salvera-intervista-a-carlo-bogliotti

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