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Irma Loredana Galgano

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Andare “Controvuoto” con un pizzico di ironia. Intervista a Ruggiero Antonio

12 lunedì Dic 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Il “ramingo” Antonio Ruggiero decide di affrontare le proprie paure, in primis quella di volare, e il viaggio nella sua mente ben presto si trasforma in un progetto che diventa un sito, un libro, dei video, delle immagini…

«Un libro tra le nuvole, che parte da una fobia, quella di volare, per parlare di molte altre cose che ci fanno paura, della violenza, del bullismo, del razzismo, ma senza proclami. Solo un pizzico di ironia.»

Abbiamo parlato del suo libro, e anche del suo progetto, in un’intervista.

Il libro Controvuoto è una parte del suo progetto che si prefigge lo scopo di «fare i conti con le emozioni». Com’è nata l’idea?

Controvuoto è un’idea che arriva alla fine di un percorso. La mia fobia di volare era diventata un problema invalidante è sono riuscito a venirne fuori proprio facendo i conti con le mie emozioni, non considerandole solo un premio da ricevere se sono positive o una punizione se sono negative. È stato un viaggio interiore che ho voluto proporre anche a chi, come me, ha qualche problema a guardarsi dentro. Volevo dare una mano ed essere utile dimostrando che non c’è nulla di male se a volte ci si sente un po’ fragili.

Lei ha affermato che man mano che il progetto andava avanti è cambiata la sua percezione delle emozioni. In che senso?

Ho capito che le emozioni non sono solo una reazione agli eventi ma anche dei messaggi su come siamo fatti, su ciò che c’è dentro di noi, su quello che ci hanno lasciato le nostre esperienze e sul modo di intendere la vita che abbiamo anche senza rendercene conto. Soprattutto ho imparato a non vergognarmi delle mie emozioni. Sembra scontato ma a pensarci bene non lo è affatto.

Perché “Controvuoto”? Cosa rappresenta il vuoto e cosa c’è al suo opposto?

Il vuoto, nel mio caso, ha rappresentato l’idea di non essere capace di affrontare le mie debolezze e i miei problemi. Al suo posto non c’è un uomo perfetto che non sbaglia mai ed è sempre sicuro di sé ma una persona disposta a mettersi in gioco e ad accettarsi.

Il progetto ha origine dalla volontà di indagare un’emozione negativa: la paura di volare. Ma poi esplora altri campi “oscuri” come il razzismo, il bullismo… utilizzando un mezzo che lei paragona a una vera e propria arma: l’ironia. Qual è la reale portata di questa “arma”?

L’ironia è la crosticina che si forma sulla pasta al forno cotta leggermente troppo. Alla fine, quando sforni la teglia, è quella che ti fa gola. Oggi in molti sfruttano quest’arma, soprattutto sui social network per le pubblicità o per le campagne a scopo sociale. La sua portata è limitata soltanto alla capacità di non essere banali e scontati, per il resto non ci sono confini.

Il progetto Controvuoto comprende anche immagini e video. Cosa devono rappresentare?

Cerco di intervistare personaggi più o meno famosi chiedendo quali siano le loro paure e come le affrontino ogni giorno. L’obiettivo è dimostrare che tutti hanno delle debolezze e non c’è nulla di sbagliato o di cui vergognarsi. Sembra poco ma se guardiamo i casi di cronaca sui giornali scopriamo che raggiungere questa consapevolezza può fare la differenza.

Lo scopo del progetto è stato raggiunto oppure la sua “indagine” continua?

Non mi sono posto una meta specifica. Spesso ricevo dei messaggi di persone che hanno letto il libro e mi dicono che gli è stato utile anche solo perché li ha fatti sorridere. Allora penso che forse è il caso di andare avanti. Il bello del mio libro e del sito controvuoto.com è che non c’è nessuna formula di “auto-aiuto”, nessuna filosofia religiosa o tentativo di scimmiottare dottrine mediche. Propongo una testimonianza fatta da una persona semplice che si è trovata ad affrontare problemi difficili. Nessuna lezione, solo condivisione, e ho scoperto che funziona.

Se dovesse tirare le somme del progetto Controvuoto e riassumerle in poche parole cosa direbbe?

Bene, bravo, bis!

Quanto coraggio ci vuole per affrontare le proprie paure?

Non poco, ma ho scoperto che il coraggio si può prendere a rate per spenderlo quando serve. Solo che ora mi fanno paura gli interessi.

Antonio Junior Ruggiero: Cameriere, giornalista e in quest’occasione scrittore. Nasce in un paese d’Irpinia che nessuno riesce a pronunciare da Roma in su, Atripalda. Era il 31 gennaio 1984, qualche anno dopo il famoso terremoto del quale sente continuamente parlare fin dall’infanzia, con una frase che si ripete in ogni racconto: “Chi c’aveva la casa è rimasto con la baracca, chi c’aveva la villa s’è fatto la reggia”. Muove i primi passi nel salotto di casa sua. Molti anni dopo, orami quattordicenne, spinto da un’irrefrenabile voglia di viaggiare, comincia a lavorare come cameriere in decine di pizzerie per mettere qualche spicciolo da parte. Riesce a girare il mondo ma per il buco nell’ozono non può farci nulla. Nel 2008 prova a entrare nella Scuola di Giornalismo di Torino ma trova chiuso. Ci riprova il giorno successivo con più fortuna e riesce a presentare la domanda di iscrizione ai test d’accesso. Inspiegabilmente li supera e viene ammesso. Sono anni meravigliosi che culminano nell’iscrizione all’albo dei professionisti e in una serie di premi giornalistici vinti grazie a una fortuna sfacciata della quale un giorno dovrà rendere conto. Intanto si specializza nel settore energia e ambiente, ma anche in questo caso per il buco nell’ozono non c’è nulla da fare. Alla soglia dei trent’anni sposa una ragazza bella e intelligente che ama moltissimo e a qual punto è evidente che questo qui qualche santo in paradiso ce l’ha. Dopo due anni nasce un figlio, Elia, e scopre che la vita può essere meravigliosa. Subito dopo cambia idea davanti a un pannolino alle 3 di notte.

Disclosure: Il libro Controvuoto disponibile in versione digitale è fruibile gratuitamente. (www.controvuoto.com)

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Basta thriller o pubblichiamone ancora? Le pecche della malata editoria italiana nell’intervista a Simonetta Santamaria per “Seguimi nel buio” (IoScrittore, 2016)

28 lunedì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, IoScrittore, MauriSpagnol, racconto, Seguiminelbuio, SimonettaSantamaria, thriller

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Simonetta Santamaria, scrittrice di thriller e noir conosciuta e affermata, decide di sottoporre al vaglio degli editori la sua nuova fatica letteraria, Seguimi nel buio. Una storia che trascina il lettore nei meandri più bui della mente umana, tra le paure e le debolezze di chi è ‘malato’ e la crudele follia di chi tale non è considerato perché sa nascondersi e celare i fili sottili che legano i suoi crimini alle ignare vittime. Autismo e Insanet si affiancano e si scontrano in un libro che merita di essere letto tutto d’un fiato, come ogni mystery che si rispetti.

Eppure il titolo è stato rifiutato perché la linea editoriale sarebbe stata dirottata verso “argomenti più commerciali”. L’autrice non si arrende e partecipa in incognito, utilizzando uno pseudonimo maschile, alla sesta edizione del Torneo Letterario IoScrittore indetto dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol e ne esce vincitrice.

La sua voglia di festeggiare tuttavia è smorzata dal continuo lottare cui sono costretti gli autori italiani che, come lei, non vogliono arrendersi e sottostare alle rigide leggi di mercato, all’abbandono e alla noncuranza degli editori, alle tante pecche della malata editoria italiana.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Simonoir, Nostra Signora del thriller, una delle Signore della suspense… quasi non si contano più i nomignoli che le sono stati attribuiti. D’altronde non è poi così raro per gli scrittori di noir l’essere indicati con soprannomi. Perché secondo lei si sente la necessità di rimarcare il suo ruolo di scrittrice con questi epiteti?

Non saprei, forse per accostarci a qualcuno o a qualcosa che ci “etichetti” visto che le ramificazioni del genere sono tante. Per ciò che mi riguarda, devo ammettere che alcuni sono carini, in effetti rendono bene l’idea di chi sono e cosa scrivo. E, considerando la mia tendenza a una certa autoironia, direi che no, non mi dispiacciono affatto.

I thriller e i noir, pur avendo i loro lettori spesso anche forti, vengono sempre additati come generi di troppo. Secondo lei per quali motivi questa produzione libraria viene considerata così ingombrante?

Sottostimata, direi. Già il fatto di intendere la cosiddetta “letteratura di genere” un elemento secondario nel panorama mi fa imbestialire. Molti grandi capolavori classici vengono dalle menti di scrittori “di genere” come Mary Shelley, Edgar Alla Poe, Bram Stoker… E perché no, vogliamo aggiungerci Kafka (ditemi se non è disturbante la sua Metamorfosi) oppure il Sommo Dante col suo Inferno, e magari pure la Bibbia (antesignana dei Wu Ming) che in quanto a suspense non scherza mica…

Il caso di Seguimi nel buio è alquanto singolare e merita di essere raccontato. Inizialmente il libro ha subito un rifiuto da parte dell’editore ma è stato poi pubblicato in quanto vincitore del Trofeo Ioscrittore. Parliamo dello stesso testo, possiamo quindi supporre che ci sia una sorta di pregiudizio nei confronti di questo genere letterario?

Più che un rifiuto, la Tre60 (marchio GeMS) con cui avevo pubblicato il precedente romanzo, Io Vi Vedo, mi disse che avrebbe virato su argomenti più commerciali, quindi il thriller non avrebbe più trovato spazio. E comunque “il thriller non vende, ha subito una flessione”: me lo sono sentita dire da almeno altri tre editori. Così ho iniziato a dubitare di me e delle mie storie. Ecco perché ho deciso di partecipare a un torneo in incognito, IoScrittore appunto; sapevo che sarei stata giudicata senza paraocchi, solo per la qualità del mio romanzo. La risposta dei lettori/scrittori (che notoriamente sono spietati verso i colleghi) invece è stata molto positiva, ed eccomi qua. Deduco quindi che qualcosa mi sfugge, o sfugge a loro.

I thriller stranieri invece sembrano sempre essere ben voluti dagli editori, forti del fatto forse che arrivano in Italia quando sono già dei best seller da milioni di copie vendute. Al di là dell’oggettivo limite costituito dalla lingua che impedisce di vendere così tanto prima delle traduzioni, i thriller italiani davvero sono peggiori degli stranieri?

Ma per carità, non bestemmiamo. L’editoria importa sedicenti fenomeni stranieri perché qui basta una fascetta che decanti vendite record, seppure in Papuasia, per essere comprato sulla fiducia. Invece di promuovere gli scrittori italiani che non hanno nulla, e sottolineo nulla, da invidiare al resto del mondo.

Credo che la rovina sia data anche dal fatto che si pubblica molto senza convinzione; un romanzo (di quelli seri, scritti con sudore e sangue) è frutto di un lavoraccio e, una volta vista la stampa dovrebbe essere promosso come merita. Invece qui siamo al fai-da-te, ti pubblicano e ti abbandonano, e lo fanno anche i grandi marchi. È un’editoria malata, con visioni distorte da meccanismi di marketing.

Leggi anche: Chi è lo scrittore più bravo al mondo?

Lei ha dedicato Seguimi nel buio a quelli che “basta thriller”, «a coloro che mi hanno messo i bastoni tra le ruote e sbattuto le porte in faccia». Conserva ancora qualche sassolino nella scarpa di cui vuol liberarsi?

No, i miei sassolini me li tengo perché fanno parte di un cammino di crescita ed esperienza. Però l’ho fatto con polemica consapevolezza, proprio per portare avanti una battaglia iniziata tanti anni fa a favore degli scrittori italiani. Ho cominciato (e lo faccio ancora oggi) scrivendo horror, immaginate la ghettizzazione… Ma noi, proprio qui in Italia, abbiamo dei fior di scrittori horror: Alessandro Manzetti, ad esempio, è stato il primo italiano a vincere quest’anno il prestigioso Bram Stoker Award indetto dalla Horror Writers Association di cui mi pregio di far parte, e a cui concorrono nomi come Sthephen King, Peter Straub, Ramsey Campbell, Jack Ketchum… Eppure qui i media non hanno dato il doveroso risalto alla cosa. Disturba, certo, ma noi esistiamo, e insieme stiamo facendo movimento. Perché prima o poi, questa battaglia la vinceremo.

Il buio può essere incarnato da numerose sfaccettature, in questo libro come in altri suoi scritti lei sceglie di identificarlo con il lato oscuro del male che alberga nella mente e nella psiche delle persone. La follia, intesa come tutto ciò che si distacca dalla normalità, spaventa più del crimine razionale?

Be’, certo, il buio richiama il lato oscuro, tenebre che nascondono verità che la luce nasconde. E la follia alberga laggiù, dove nessuno può vederla ma lei c’è, esiste, in ognuno di noi, e può scattare da un momento all’altro.

Il crimine comune ci indigna, ci spaventa perché mina la nostra integrità, ma della follia ci terrorizza l’imprevedibilità, il suo legame con l’irrazionale, e quell’inquietante senso di appartenenza che ce la fa sentire così… troppo, vicina. Incontriamo il nostro dirimpettaio ogni giorno, gli sorridiamo e saliamo con lui in ascensore. Ma se qualcuno (o qualcosa) ci inculcasse il tarlo del dubbio, state certi che non lo guarderemmo più come prima. E forse eviteremmo di prendere lo stesso ascensore.

Simonetta Santamaria: Scrittrice italiana. Ha pubblicato vari libri, tra cui i saggi illustrati Vampiri, da Dracula a Twilight e Licantropi, i figli della luna (Gremese), tradotti in Francia e Spagna; i romanzi Dove il silenzio muore (CentoAutori) e Io vi vedo (Tea/Tre60), la raccolta di racconti Donne in noir (Il Foglio), gli e-book Black Millennium e Il segreto della janara. Suoi racconti sono apparsi in antologie di prestigio, tra cui Eros e Thanatos (Giallo Mondadori) e The Beauty of Death (Independent Legions), insieme ad autori del calibro di Ramsey Campbell e Peter Straub.

Ha ricevuto il Premio Lovecraft XI e Fantastique/I Fantasy Horror Award. È membro della Horror Writers Association. È stata definita una delle «signore della suspense made in Naples» (la Repubblica) e «lo Stephen King napoletano» (Corriere del Mezzogiorno).

(Fonte Trama e Biografia autrice: www.simonettasantamaria.net)

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il destino non è volontà”, intervista a Monica Bianchetti per “Il cuore appeso” (Linea Edizioni, 2016)

06 domenica Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Dopo otto anni ritorna in libreria con un nuovo intenso romanzo. Partiamo dal titolo. Quand’è che il cuore rimane ‘appeso’?

I cuori appesi sono quelli provati da dolore tristezza fatica, che tentano di vivere, sospesi a un filo, aggrappati a una speranza. Potrebbero cadere da un momento all’altro, ma c’è un qualcosa di misterioso a fare in modo che rimangano ben saldi e prevalga l’istinto vitale.

Il cuore rimane appeso all’albero della vita quando ama e non è riamato, quando perde qualcuno di importante e non riesce più a pulsare nel modo giusto, quando è in eterna attesa di un qualcosa che non arriva mai.

Ci sono molti “cuori appesi” sulla terra, alcuni riescono a non cadere altri invece volano via con il vento.

«Come quel giorno, quando incontrai te. Uno a caso nel mondo…» Secondo lei la vita è regolata dal Fato o dalla volontà? E le vicende dei protagonisti de Il cuore appeso?

Se lo chiede anche Sara, la protagonista del libro: «È davvero il caso il regista delle nostre vite?».

Il destino è volontà o forse la volontà destino? Una domanda che riecheggia nei secoli. Homo faber fortunae suae (l’uomo è artefice della propria sorte) declamavano gli antichi latini.

In realtà il destino non è assolutamente volontà. Il destino incombe sovrasta, il destino succede al di là di noi.

Sara è succube di questo impietoso destino, ma la sua grande volontà e l’amore per la vita la aiuteranno a superare ogni ostacolo e assaporare, malgrado tutto, questa esistenza che le è caduta addosso e che lei tenta in ogni modo di accettare.

Tutti i protagonisti del libro, in qualche modo, subiscono ciò che il destino ha in serbo per loro: dalla tragica sorte della piccola Laura, alla malattia di Costanza, agli uomini che attraversano la vita di Sara, ma anche alla nuova vita che la stessa accetta e dove, al di là di ogni aspettativa, ritrova la serenità con Ettore, continuando il suo viaggio nel mondo.

«Veniamo al mondo. Cadiamo nella vita alla stessa velocità con la quale una meteora buca l’atmosfera e precipita sulla terra. E da qual momento le ore inizieranno a scorrere.» Lei considera la vita una crescita oppure un conto alla rovescia?

A questa domanda faccio rispondere la protagonista del mio romanzo.

Dice Sara: «La vita mi aveva masticata e poi risputata nel mondo», ma la vita è crescita speranza progetto e noi siamo degli eroi a continuare a vivere sapendo di dover morire, ma rimaniamo aggrappati a questa vita e viviamo perché «da tempo i miei sogni sono diventati plurali, come la pioggia, perché la vita vale la pena di essere vissuta sempre, anche solo per un momento in cui il sogno non è più tale, ma diviene realtà».

Ne Il cuore appeso narra le complicate vicende di due donne lungo un arco temporale di circa ottanta anni. Perché ha scelto di trascinare il mistero che fa da sfondo alla storia su una linea temporale così estesa?

Perché spesso quando si arriva alla fine dei nostri giorni si tirano delle somme. «La vecchiaia è il luogo dei ricordi», dice Sara. «Non voleva un colpevole, ma solo raccontare la sua vita, districare quella matassa imbrogliata in cui si era persa», questo alla fine desiderava, ma anche rivelare a Lea un segreto, che io adesso non posso svelare ovviamente, ma che si palesa solo alla fine. Un segreto che chiuderà il cerchio.

Lei ha definito le protagoniste del libro, Sara e Lea, “trafficanti di segreti”. Cosa voleva intendere?

La vita è un puzzle. Cercare di declinarla in tutte le sue forme è impossibile, io cerco di farlo attraverso le emozioni che i protagonisti vivono. “Trafficanti di segreti” perché entrambe devono vivere il loro amore in silenzio, nell’ombra.

«Il ruolo di amante non le si addiceva» ma, anche se in epoche diverse e con personalità dissimili, sono entrambe destinate ad amare l’uomo di un’altra donna e pagarne le conseguenze.

Leggi anche l’intervista a Fioly Bocca per L’emozione in ogni passo

Nonostante il mistero, i segreti e il crimine commesso il suo testo rimane più ancorato alla logica di un romanzo rosa che non quella di un giallo o di un poliziesco. Lei ritiene che misteri segreti e crimini appartengano alla ‘ordinaria vita’ di ognuno?

La vita è come il mare. Ci sono giorni di bonaccia e giorni di tempesta, ma le onde mai smettono di giungere a riva. Certi giorni saremo travolti da flutti impetuosi, altri scivoleremo su di un mare calmo, ma noi tutti sappiamo, o almeno lo auspichiamo, che in fondo c’è sempre un faro a illuminare la via e a ricordarci che dalla tempesta possiamo uscire e non per forza dobbiamo arrenderci e soccombere.

La vita è poliedrica e ogni vita, anche la più insignificante o banale, nasconde dei segreti. L’omicidio che compare nel romanzo di per sé ha importanza solo per lo strascico che lascia nella vita di chi rimane. Chi l’abbia commesso alla fine risulta irrilevante.

Frequentemente la realtà supera di gran lunga la fantasia. L’ordinaria follia che leggiamo nei quotidiani o sentiamo al telegiornale purtroppo è molto tangibile.

Otto anni di assenza letteraria sono tanti. Teme un po’ il riscontro del suoi lettori a questa nuova avventura libraria?

Sì, otto anni sono tanti. Ma i miei lettori sanno che la mia scrittura parte da lontano: dall’introspezione, dalla riflessione, dall’ispirazione e spesso deve risultare musica.

Accetto il confronto, qualunque esso sia, perché quando la penna scrive ciò che viene dall’anima poi riesce a trasmettere emozioni, nel bene o nel male.

Cosa si aspetta dall’uscita di questo nuovo libro?

Da quanto, ancora oggi, mi precisano i lettori, quello che i miei libri lasciano loro è emozione trepidazione sentimento. Io spero che anche questo nuovo romanzo possa “entrare” e smuovere scolpire… lasciare traccia.

Forse è più introspettivo dei precedenti, frutto di cinque anni di pensieri storie accadimenti cambiamenti e realtà.

Le vite narrate prendono forma piano piano, si svelano a piccoli sorsi.

Mi è stato pure detto che i miei sono libri che si leggono dal di dentro e che si rileggono anche a distanza.

Quando finisco di scrivere un libro è un po’ una perdita, ma anche una rinascita. Come lasciar andare un figlio per il mondo ben sapendo che potrà essere amato odiato criticato o esaltato.

Mi auguro che questo nuovo romanzo riesca a regalare a chi legge quel fremito che troppo spesso nella vita non abbiamo più modo di provare.

Monica Bianchetti: è nata a Vicenza dove tutt’ora vive. Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce il suo libro Il sapore della neve. Ha collaborato inoltre con Alberto Di Gilio per Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra.

(fonte biografia: quarta di copertina de Il cuore appeso)

Disclosure: Il libro è in vendita anche su Internet Bookshop Italia (IBS) e Amazon.

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

È la lavorazione a fare il libro, non i singoli ‘ingredienti’: la ‘ricetta’ di Giovanni Ricciardi intervistato per “Gli occhi di Borges”

01 martedì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Fazi, GiovanniRicciardi, GliocchidiBorges, intervista, romanzo, thriller

Da pochi giorni in libreria Gli occhi di Borges (Fazi, 2016), la settima indagine per il commissario Ponzetti. Questa volta in quale meandro dell’animo umano spingerà il lettore l’indagine di Ponzetti?

Nel meandro della cosa più sottile e inconsistente che esista: la poesia. La storia è incentrata sulla vicenda del furto, dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, di una preziosa copia della prima raccolta poetica di Borges. Una vicenda che trae spunto da un fatto vero. Ma s’incentra anche sul tema degli oroscopi, dell’astrologia e di un’altra cosa estremamente sottile, che è la libertà umana e il pericolo del suo continuo condizionamento. Il secondo filone del romanzo parla di questo, attraverso il rapporto difficile e critico tra una madre e una figlia adolescente.

(Fonte trama: www.fazieditore.it)

La scena è ancora una volta Roma, la città eterna dalle infinite sfaccettature. In una città così è più facile trovare linfa per i suoi scritti? E se sì, perché?

Roma è sempre presente nei miei romanzi, con la sua bellezza, le infinite storie di uomini e cose che racchiude. Ma stavolta una parte del romanzo si svolge in Argentina, la terra promessa degli italiani nei primi decenni del Novecento, una patria dell’anima, un sogno incompiuto, come la canta Guccini in una famosa canzone.

Quanto di autobiografico c’è nella storia e nei pensieri espressi nei suoi libri?

Tutto e niente. Nei miei libri c’è la mia infanzia, il mio carattere, l’amore per i classici, il senso della giustizia, la sete di verità, le storie che ho vissuto e quelle che ho ascoltato in tanti anni. Ma la trama di un romanzo usa di queste cose come fa una cuoca con gli ingredienti di un piatto. Il sapore del piatto dipende dalla lavorazione, non solo dagli ingredienti.

Studi psicologici ipotizzano l’ambivalente piacere che procura la sofferenza altrui. Il costante aumento di consenso ottenuto dai libri gialli potrebbe essere legato in qualche misura a questo piacere?

Forse. Credo che ci sia anche il piacere di vedere che qualcuno, almeno nella finzione, riesce a mettere ordine nel disordine, a riportare la giustizia dove attecchisce l’ingiustizia, a far tornare i conti della vita, insomma. Nei miei gialli, che sono più psicologici e di ragionamento che d’azione e di sangue sparso ovunque, credo che questo pericolo non ci sia.

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In effetti i suoi scritti sembrano disdegnare l’eccessivo spargimento di sangue e le immagini cruente, rimandando più alle storie del commissario Maigret narrate dal maestro Simenon. Cosa deve caratterizzare un buon giallo secondo lei?

La riuscita della trama, il non tradire il patto implicito col lettore che deve poter arrivare anch’egli alla conclusione a cui arriva l’investigatore attraverso gl’indizi seminati nella trama. Ma è molto importante anche l’ambientazione, la presenza di un tema forte: amore, morte, desiderio, speranza, illusione e disillusione. E poi l’umanità dei personaggi e la credibilità della storia.

Lei è un insegnante di greco e latino, in quotidiano contatto quindi con i grandi classici della letteratura. In cosa è carente e in cosa sovrabbonda la produzione contemporanea di libri rispetto al passato?

Secondo me è carente di grandi storie, di grandi trame, tende all’intimismo ma senza essere attenta alla lezione della leggerezza insegnata da Calvino. A parte qualche grande scrittore americano e qualche romanzo italiano particolarmente ispirato. Inoltre, mancano dei seri romanzi storici di respiro.

In base alla sua esperienza, lei si sente di confermare o smentire il disinteresse dei giovani verso la cultura in generale?

I giovani oggi hanno meno stimoli a leggere e un’enormità di stimoli legati alla cultura dell’immagine. Credo che il disinteresse verso la cultura non sia una cosa generalizzata. C’è bisogno di bravi maestri, che sappiano mediare cose di valore. Quando i ragazzi trovano delle guide attente, s’appassionano anche ai classici.

Da quale delle sue professioni (insegnante e scrittore) lei ha appreso di più?

Sicuramente da quella d’insegnante. Scrivere è una fortuna, non è propriamente una professione per me. La scuola mi dà ancora tanta vita, un po’ di questa vita si trasferisce anche nei miei libri.

Leggi anche la recensione a La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi

Giovanni Ricciardi: Professore di greco e latino in un liceo di Roma. Scrittore italiano. Autore della fortunata serie che vede come protagonista il commissario Ottavio Ponzetti.

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La ‘anomala normalità’ de “La vertigine del caso”. Intervista a Vanessa Chizzini

25 martedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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unnamedBuongiorno Vanessa. Lei si forma al Dams di Bologna e poi sceglie di lavorare in campo editoriale in un percorso che l’ha condotta, quasi per caso, alla ideazione di un ampio progetto di cui La vertigine del caso rappresenta il primo movimento. Qual è lo scopo che si è prefissata di raggiungere?

Non so se a questo progetto sono davvero arrivata “quasi per caso”. A me sembra faccia piuttosto parte di un percorso coerente, in cui l’interesse per la scrittura (mia e altrui) ha sempre avuto un ruolo centrale, tant’è vero che ho scelto di lavorare nell’editoria e in tempi abbastanza recenti ho scritto un testo teatrale, Le nuvole nel piatto… E poi è arrivato questo progetto. Sì, in questo senso è successo “quasi per caso”, perché non è stata una decisione presa a tavolino. È come racconto nel libro a proposito delle idee che ci vengono, a volte come un fulmine a ciel sereno: «     Le idee in qualche modo vanno al di là della nostra volontà, lo so, sembrano seguire percorsi loro. Eppure sono nostre perché sono fatte della nostra vita. Noi poi possiamo ricostruire quel loro percorso e dire: “Ah, vedi, ho avuto quell’idea per questi motivi…” .»

Però non ho uno scopo ben preciso, ho semplicemente trovato congeniale la voce narrante di Mic (con Sam come spalla), così come l’angolo di osservazione della realtà che mi consente di avere. Mi piace il pensiero di andare a fondo, di disseminare i testi di spunti che piano piano verranno approfonditi, stratificandosi e arricchendosi via via di nuovi elementi e personaggi. Ad esempio, L’eleganza matta (il primo dei due racconti di cui si compone il primo movimento del mio progetto) presenta come personaggi principali Mic e Sam, con la signora Adriana che si affaccia alle loro spalle, ma poi in Vertigini e stravedimenti (il secondo racconto di questa prima tappa) la signora Adriana non solo torna ma diventa coprotagonista a tutti gli effetti.

Lei ha paragonato il primo movimento del suo progetto a un LP nel quale lato A e lato B si assomigliano e si completano. In realtà, leggendo il suo libro, si ha più l’impressione di osservare in sequenza i fotogrammi, dritto e rovescio, di una TAC della mente e dei comportamenti umani. La sua scrittura nasce dall’osservazione di ciò che la circonda?

Sicuramente, ma non solo dall’osservazione. Dall’osservazione e dall’immersione. Trovo che il punto di vista di chi si pone al di fuori delle cose rischi di essere sterile e velleitario. Nel libro c’è un momento in cui Mic, dopo aver osservato con un certo disprezzo un gruppetto di persone che fanno confusione in spiaggia, si riconosce suo malgrado in loro. E questo è anche il mio punto di vista. Non di chi si tira fuori ma di chi è bene in mezzo, anche se a volte – purtroppo o per fortuna – si sente un estraneo, ed è da questa prospettiva che non smette di osservare se stesso e gli altri e di farsi domande.

Mic e Sam sembrano, agli occhi di chi legge, dei lui, ma potrebbero anche essere delle lei. Perché ha scelto di giocare con questa evanescenza nelle figure dei protagonisti?

Perché ci sono delle cose in questi personaggi che non mi interessano e non mi paiono rivelanti. Il sesso biologico o l’identità di genere, l’età, la professione, la descrizione fisica… Non hanno importanza per le storie che voglio raccontare e per come le voglio raccontare. A lei sembrano dei “lui” però riconosce che potrebbero essere delle “lei” e questo è per me un dato molto interessante. Capita in effetti che alcuni lettori si accorgano che non viene specificato se si tratti di maschi o femmine, e invece altri lettori riempiono inconsapevolmente i buchi da me lasciati e si creano i loro Mic e Sam, che a volte sono entrambi maschi, a volte entrambe femmine, a volte uno maschio e una femmina, senza contare che uno o entrambi potrebbero essere gender fluid… Mi piace molto la parola che lei ha usato, “evanescenza”, perché è proprio così, un “vedo e non vedo”. Quel che non vedo e quel che non viene detto lo immagino. Non dovrebbe funzionare anche così con la letteratura e l’arte in genere?

La vertigine del caso ruota intorno all’idea delle “cabine spalma-crema”. L’immagine dei vacanzieri intenti a cospargersi di crema per proteggersi dai raggi ultravioletti è solo una delle tante a cui la mente rimanda leggendo i suoi racconti. Sono queste i simboli della eleganza matta che ci circonda?

L’eleganza matta, così come viene definita nel libro, ha a che fare con colpi di testa, quando si sovvertono equilibri e prudenze, e prevale un istinto vitale sulla logica. L’arte è indubbiamente “eleganza matta”. Ma naturalmente non solo. Lo sono anche le cabine spalma-crema, che possono sembrare un’idea folle, ma hanno tutte le caratteristiche che le possono portare a concretizzarsi (tanto è vero che, nella vita reale, sono diventate un brevetto per invenzione industriale).

La voce narrante è Mic, in vacanza con Sam per il weekend. Attraverso lui il lettore riesce a visualizzare le scene narrate. Situazioni tipiche di una vacanza qualsiasi nelle quali si inseriscono le scene finalizzate alla concretizzazione del suo progetto, come il legame con la signora Adriana e l’incontro con l’inventore islandese delle cabine spalma-crema. «Tutto d’un tratto mi sento islandese» dice Mic. E allora il lettore si chiede perché lei ha scelto di figurare nel libro nei panni di un uomo di origine islandese?

Be’, è vero che anch’io ho brevettato nella realtà le cabine spalma-crema come nel libro ha fatto l’inventore islandese, ma non era mia intenzione presentare in lui un mio alter ego. Caratterizzare l’inventore come islandese mi aiutava ad amplificare la perplessità iniziale di Mic, che a differenza di Sam si avvicina alle cabine con grande scetticismo e continua a chiedersi a chi sia potuta venire un’idea del genere. L’eleganza matta è anche un viaggio nelle idee (Mic a un certo punto dice: «Il percorso che porta dalla nascita dell’idea alla sua realizzazione è uno dei miei viaggi preferiti»), un’indagine che cerca di risalire indietro, al punto di inizio, e il fatto che quest’idea sia venuta a un inventore nato e residente in Islanda, paese dove la protezione solare non è certo un’esigenza pressante, allunga per così dire il percorso, aggiunge un altro punto di domanda, è una curiosità in più su cui Mic si interroga.

Le cabine spalma-crema descritte in L’eleganza matta ritornano anche in Vertigini e stravedimenti ma nella forma di una installazione in mostra alla Biennale. La visita all’installazione viene vissuta da Mic come un rituale di passaggio. Cosa ha voluto realmente rappresentare con questa descrizione?

Già ne L’eleganza matta le cabine spalma-crema, oltre a essere un guscio trasparente che ricorda un piccolo autolavaggio, assumono diverse forme a seconda dell’esperienza che ne fa Mic: all’inizio sono semplicemente un dispositivo che applica la crema solare, poi le loro spazzole finiscono per ricordare un orsacchiotto, successivamente sono un luogo in cui rientrare in contatto con la parte più vera di sé… In Vertigini e stravedimenti in fondo avviene un’altra trasformazione, questa volta di stampo artistico, che decontestualizza le cabine e così facendo sposta ulteriormente l’esperienza. C’è anche una sorta di rovesciamento, perché in qualche modo la cabina presente nell’installazione diventa il luogo in cui si lascia qualcosa, e dunque assume i contorni di un luogo della nostalgia. Si entra comunque in contatto con se stessi, ma si tratta di un sé che ci si è lasciati alle spalle. Per Mic diventa soprattutto un ammonimento.

Venezia, il suo Lido e tutta la laguna in genere sono associati, nell’immaginario collettivo, ai canali, ai palazzi, alla bellezza e all’eleganza. Le comparse di Vertigini e stravedimenti sembrano “sporcare” tutto ciò con il caos, come del resto i personaggi secondari de L’eleganza matta sembrano farlo nello stabilimento balneare che occupano. È anche questa la degenerazione del mondo moderno?

Be’, è la classica domanda da un milione di dollari… I pochi abitanti rimasti a Venezia probabilmente le direbbero che sì, il caos portato dai tanti turisti che ogni giorno affollano la città è una degenerazione del mondo moderno. Ma in Vertigini e stravedimenti Mic, Sam e la signora Adriana cercano di tenersi il più possibile alla larga dalle rotte più battute. La sua domanda mi ha fatto piuttosto pensare a un altro tipo di caos, che Mic descrive così: «    Mi piacciono i percorsi che hanno un orientamento, un passo dopo l’altro, quando le novità non spuntano dal nulla, ma si cominciano a scorgere in fondo alla strada e piano piano prendono forma. Mi inquieto quando ci vedo tutti lì con le bende sugli occhi come se fossimo in un enorme cortile, ancora bambini, a giocare a mosca cieca. Anche se non siamo più bambini e non c’è più nessun cortile». Che poi questa sia una peculiarità del mondo moderno o una caratteristica dell’essere umano è un altro discorso…

Veniamo ora alla scrittura. Il suo stile è secco deciso colloquiale. Sembra quasi che non voglia lasciare spazio a pentimenti, risentimenti. Un taglio netto. È questo che rappresenta per lei l’intero progetto, una sorta di svolta in cui ha deciso, in un certo qual modo, di mettere a nudo la sua anima?

Non so se sia possibile scrivere senza mettersi a nudo, in un modo o nell’altro. Il che non significa che quanto si va scrivendo abbia un’impronta autobiografica. Ma se la voce di Mic mi è congeniale, sicuramente lo è anche perché esistono svariati punti di contatto tra me e il personaggio. Dopodiché non c’è solo Mic. La signora Adriana e Sam sono due figure ben diverse. Mi colpisce e mi coglie anche un po’ alla sprovvista quello che lei dice a proposito del fatto che il mio stile sembra non voler lasciare spazio a pentimenti e risentimenti. Sicuramente c’è una presa di posizione, un modo preciso di stare al mondo, uno sguardo ben delineato. Però io ho cercato di raccontare questo stare al mondo anche attraverso l’evocazione, senza appiattirmi sulla realtà nuda e cruda. Le cabine spalma-crema nascono come invenzione letteraria, e la nuotata nei canali veneziani è una pratica che quasi tutti sconsiglierebbero vivamente. Non per niente quest’ultimo è un elemento su cui nel libro Mic, Sam e la signora Adriana scherzano molto, ma poi la nuotata di Mic va oltre il dato di verosimiglianza, è un pretesto che permette alla narrazione di raggiungere un altro livello.

Il ‘viaggio’ viene simbolicamente visto come una metafora della vita. In un passaggio del testo si legge che uno dei sei artisti sul treno d’epoca, lo scrittore di Treviglio, vorrebbe «saltare giù, arrampicarsi verso una finestra, sedersi a tavola. È sera, fuori inizia a fare buio e noi non abbiamo ancora cenato». È un’immagine che rimanda all’idea di qualcuno che vorrebbe cambiare la situazione che sta vivendo in quel momento magari perché in cerca di una normalità che verrebbe vissuta come tranquillità. Cosa cerca davvero lo scrittore in quelle case dalle finestre basse fin quasi da poterci saltare dentro?

Probabilmente tutte le vite che non vive, non ha vissuto e non vivrà, ma su cui fantastica. L’immagine dell’edificio così vicino ai binari al punto che ci si potrebbe quasi saltare dentro è però presto sostituita dalla scoperta di cos’è in realtà quell’edificio, vale a dire una piscina. La piscina è un’altra forma di normalità, per tornare alla sua domanda, dentro ci sono le persone che nuotano e fanno lezione, ma è allo stesso tempo un mondo a parte, racchiuso da quelle mura, separato dal resto. È una normalità un po’ anomala. Ecco, forse è questo che mi piace raccontare, o una delle cose che mi piace raccontare: una anomala normalità.

Ma la locomotiva che ha accompagnato Mic e suoi compagni di avventura nasconde anche altri simboli da interpretare. Un viaggio nel tempo che rappresenta più un’ispezione nei meandri della mente umana o un’esplorazione accurata delle età della vita?

La locomotiva d’epoca che si blocca sui binari fuori Venezia, venendo in tal modo alla ribalta della cronaca e diventando centrale nella storia di Mic, Sam e della signora Adriana, rientra nel progetto di un festival, che ha deciso di farle percorrere la pianura padana con a bordo sei artisti appartenenti a diversi ambiti. Il tema di questo progetto è “Un viaggio nel tempo e nell’identità” e su questa suggestione i sei artisti devono produrre uno scritto. Ma è una questione che percorre tutto il libro: la riflessione sul tempo e sull’identità si mescola a quella sulla scomparsa (e di nuovo su tutte le vite che potremmo vivere), l’installazione alla Biennale di Venezia offre nuovi spunti con domande sulle stagioni e le diverse età della vita, che non sempre corrispondono ai dati anagrafici. Alla fine mi sembra che il vero filo rosso sia rappresentato proprio dal tema dell’identità.

La simbologia dell’elemento acqua è molto vasta ma una interpretazione ricorrente è il collegamento al liquido amniotico, al grembo materno, alla rinascita. Mic sembra ricercare questa sicurezza “dentro Venezia”, un luogo dove sembra che «tutto potesse rimanere sospeso. Sarà che non esistono momenti giusti o sbagliati». La nuotata lungo i canali di Venezia, eccezionalmente aperti ai bagnanti e chiusi alla navigazione, è per Mic la giusta occasione per una espiazione e una “rinascita”?

È soprattutto la giusta occasione per uno stravedimento. «Lo stravedimento è un passo dell’andare / Quando vediamo le montagne dentro il mare» scrive un altro dei sei artisti della locomotiva d’epoca componendo il testo di una canzone. Ed è esattamente quello che fa Mic: nuota nei canali veneziani in un continuo saliscendi tra tuffo e risalita che dà una sensazione “di montagna” e raccoglie dentro di sé l’esperienza di questo weekend, dall’installazione della Biennale con la cabina spalma-crema alle parole di Sam e della signora Adriana, dagli scritti dei sei artisti al fantasma di Ettore Majorana, e guarda dentro la sua e la nostra vita. «E allora vedremo dentro la nostra vita / In piedi sulla barca a farci ombra con le dita / Tra poveri gesti e grandi slanci / In bilico a un soffio dai crepacci / Paure dissolte in due respiri / Nell’aria tersa dei desideri.». E in fondo le paure dissolte in due respiri lasciano spazio all’eleganza matta dei colpi di testa…

Dove pensa che condurrà il lettore il secondo movimento del suo progetto?

A Milano, in un palazzo di ringhiera, a fare la conoscenza di nuovi personaggi…

Vanessa Chizzini: Nata a Udine. Laureata al Dams di Bologna. Lavora in campo editoriale. Ha fondato una casa editrice specializzata in cinema e teatro. Autrice di testi teatrali e racconti. Detentrice dei diritti sul brevetto industriale della “Cabina di fotoprotezione con spazzole rotanti”. Ha scelto di autoprodurre “La vertigine del caso”, il libro che raccoglie il primo ‘movimento’ del suo progetto.

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© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

13 giovedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Fernandel, intervista, LivioRomano, Pertroppaluce, romanzo

 

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Dopo aver tentato, invano, di tenere a freno la lingua, o meglio la penna, ritorna oggi in libreria Livio Romano con una nuova turbinante commedia all’italiana intitolata Per troppa luce (Fernandel) che tenta di illuminare molti lati bui della società contemporanea e, per farlo, rispolvera e tira a lucido il meglio del suo personalissimo stile di scrittura. Periodi lunghi e articolati che sembrano avvilupparsi su sé stessi come i rami di uva spina, dolce amaro e pungente che si stringono in un unico fraseggio.

Un romanzo, Per troppa luce, che induce il lettore a continui saltelli spaziali tra il Nord e il Sud Italia evidenziando una volta gli uni una volta gli altri difetti. Innumerevoli sono i casi umani, le vicende e gli scandali, che possono o potrebbero esistere e svilupparsi nella realtà, descritti con abilità nel libro di Romano, dopo averli passati attraverso la centrifuga del suo turbinoso pensiero.

Lo abbiamo raggiunto per un’intervista proprio sulla linea di partenza di questa sua nuova avventura letteraria.

Esce oggi con Fernandel il suo nuovo romanzo o, come si suol dire, la sua nuova fatica letteraria. Qual è l’aspetto più faticoso della scrittura e dell’uscita di un nuovo libro?

Intorno all’aspetto della composizione del romanzo, che ho impiegato un paio d’anni a finire, fra prima stesura e successive riscritture, la maggior fatica è stata, francamente, quella di provare ad appianare la lingua che avevo scelto di utilizzare, a renderla meno pirotecnica sia sintatticamente che dal punto di vista del lessico. Un altro sforzo che ho fatto è montare, esattamente come si fa con i film, il “girato”. I primi lettori erano davvero disorientati da queste analessi a incastro, che si rimandavano a vicenda.

Quel che è venuto fuori è una commedia grottesca, a volte erotica, a volte di riflessione teologica, e senza contare gli aspetti sentimentali e quelli di denuncia civile. Spesso è anche un gran divertissement di costume, una parata di maschere umane tragiche, comiche, straniate e stranianti.

L’idea era di fotografare il Caos di questo scorcio di secolo osservandolo da una provincia corrotta, e libertina, ed emancipata, ma anche tantissimo vitale. Ora dovrò fare i conti con la fortuna di quest’opera che, in tutta onestà, considero la mia più riuscita, il sunto di vent’anni di esperimenti, sia linguistici che tematici. Si sa: la fortuna di un libro oggigiorno va stimolata, sollecitata. E da quando esordii, diciotto anni fa, le cose son moltissimo cambiate: nessuno più offre gettoni di presenza per le presentazioni, e spesso neppure rimborsi spese.

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Ogni scrittore vorrebbe che i suoi libri camminassero da sé. Sì, conosco qualcuno che gode moltissimo a stare al centro dell’attenzione, a parlare a sale più o meno affollate, ma non è il mio caso. Anche i media son totalmente cambiati. Le testate tradizionali, i grandi giornali sono in crisi profonda e ho l’impressione che funzioni di più la recensione o l’intervista sul web che il pezzo, per dire, su «Repubblica». Quello che tutte le volte mi stupisce è, invece, quanto la critica accademica resti attenta ai fenomeni sotterranei, alla produzione indie, come oggi si dice, quando è di qualità. Mi capita di scrivere un libro, se ne parla quel po’ sui media, qualche apparizione tv. Poi a distanza di anni trovi che tal ricercatore ti cita in un saggio e questo, insieme agli apprezzamenti che ricevo dai lettori, è l’unico motivo per il quale continuo a dedicarmi a quest’attività un po’ folle del raccontare storie.

Il titolo del libro è Per troppa luce ma all’interno sono narrate tante zone d’ombra della società e dei protagonisti. È un dualismo apparentemente contraddittorio e voluto?

È del tutto voluto, ovviamente. Antonio e Simona, i due protagonisti, sono, come si dice, due angeli caduti dal cielo. Ciascuno a modo suo, non partecipano del generale impazzimento cui sono esposti soprattutto gli esponenti della mia generazione. Son loro a possedere una luce interiore. Son loro, alla fine, e in maniera del tutto inconsapevole, senza essere animati da fervori salvifici, che “mettono a posto le cose”, catarticamente. Volevo che la loro purezza, il loro candore, le contraddizioni del loro amore rifulgessero dentro a un turbine di avvenimenti che mette a nudo, derisoriamente, l’humus culturale, sociale, economico e politico dentro al quale viviamo.

Lei è pugliese e anche i protagonisti del romanzo lo sono. Loro tendono sempre a confrontarsi con quelli del Nord. Anche lei lo fa? E se sì perché?

È la mia ossessione narrativa da sempre, fin da quell’esordio einaudiano in cui dei “vitelloni” di provincia vanno e vengono dal Nord. Il Sud esporta da cinquant’anni cervelli e talenti: si sa. Ma ogni meridionale sente prima o poi il suo richiamo della foresta. Ogni tanto mi capita di trovare quarantenni che fino a ieri lavoravano e prosperavano, chessò, a Londra. Li ritrovo che campicchiano male destreggiandosi fra progetti europei, chimere di turismo ecosostenibile, eventi culturali in un’epoca da Bambole, non c’è una lira.

Io personalmente vivo male il mio esser tornato. Ci son dei momenti in cui guido e mi chiedo: “Ma cosa ci sto a fare qua?” e mi viene voglia di tornarmene al Nord, in una (ormai) mitica terra in cui i talenti sono riconosciuti e favoriti. Ma mi rendo conto che attorno a questa contraddizione si sviluppa la mia poetica. Che non potrei scrivere più se non vivessi questo equilibrio precario fra l’esser tornato e la voglia di scappare via.

I suoi personaggi sembrano aver assorbito in pieno le cattive abitudini e le nevrosi dell’era moderna. Con la scrittura vuol regalare al lettore più uno spaccato irriverente o una denuncia sociale?

Salomonicamente, ma neppure tanto, risponderei che voglio fare denuncia sociale accendendo un faro di irriverenza sulle molte brutture della nostra Italia.

Anni fa scrissi un reportage narrativo, una non-fiction novel, come si dice oggi, su una battaglia civile contro la costruzione di un porto turistico in una zona di bellezza incontaminata. Fui assalito da molti dubbi. Sembrai a me stesso moralista, giudicante, un castigamatti dalla spada spuntata. In effetti, a fronte dei fatti gravissimi, e veri, che raccontai, se si trascura il grandissimo favore da parte dei lettori e di molta stampa, da parte dei poteri la reazione fu il muro di gomma. Il non parlarne, il far finta di niente. Un moralista che non moralizza neppure sé stesso. Però, ecco, io non posso non divertirmi quando scrivo.

In Per troppa luce l’ironia scorre spesso lungo uno strato di beffa tragica, ed è il mio modo di lavare onte subìte, il mettere in scena, esasperandoli, personaggetti da quattro soldi detentori di poteri variegati. Sovente ridono anche i lettori e, mi creda, è in assoluto l’osservazione più bella mi possan fare: “Mi son sbellicato fino a cadere a terra”. Era proprio quel che volevo. Il riso e il pianto creano un rapporto molto intimo fra autore e lettore.

In Per troppa luce c’è molto della frattura italiana e dell’annosa questione meridionale. Leggendo il suo libro emerge a gran voce un Sud che cerca un progresso che spesso equivale a corruzione e cementificazione e gli strani che tentano di ostacolare ciò perseguitati e schiacciati dal Sistema. Dove sta andando il nostro Paese secondo lei?

Io mi son laureato con una tesi sull’illuminista Norberto Bobbio, un pessimista che soleva ripetere: «L’ottimismo comporta pur sempre una certa dose d’infatuazione, e l’uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato». Ecco, io credo che questo sia il Paese più bello del mondo, ma mi coglie in un periodo di profondissimo pessimismo sulle nostre sorti.

Due anime italiane si contrappongono e sempre lo faranno, come in una commedia di Virzì. I cialtroni, gli arraffoni e arruffoni, i populisti, gli amanti degli slogan, i salvatori della patria da un lato, e i razionali, i colti, i ponderati dall’altro (quest’ultima categoria è predominante, ma la narrazione mediatica del nostro Paese tende a mostrarci che siamo preda della prima tribù).

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Non è più solo una questione meridionale. Giorni fa è calato tal Briatore (mi creda, ho dovuto informarmi su chi fosse costui) e ha proclamato: voi pugliesi siete troppo legati a questa natura, a queste bellezze culturali e architettoniche, non capite che noi ricconi vogliamo alberghi lussuosi a picco sul mare e del resto ci importa zero. Un personaggio che sembra spuntato fuori da Per troppa luce…

Di formazione giuridica, poi, invecchiando sto diventando cinico anche nei confronti di un potere che reputavo piuttosto sano: la magistratura. Ecco, quando ti viene meno pure la fiducia nei confronti dei guardiani della legge il tuo pessimismo costruttivo comincia ad assumere sfumature inquietanti, apocalittiche. Poi, d’altro canto, le mie frequenti incursioni in Svizzera, Olanda, Inghilterra, e gli ospiti che da colà ricevo mi fanno capire che sono impastato di Meridione e Omero, di spropositato senso dell’accoglienza e spirito errabondo, di vento e sole e mare che lassù mi mancherebbero troppo.

Come si evince dal romanzo, lei ha molto da dire al lettore ma nel farlo sceglie la via più difficile, ovvero uno stile di scrittura complesso e articolato. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Sì, lo scrisse qualcuno già al mio secondo libro: questo è un autore che ha moltissime storie da raccontare. Quando credi di aver declinato la commedia umana in tutte le forme possibili, ecco che ti bussa alla porta un personaggio, uno scorcio, un’atmosfera, una sensazione che chiedono di entrare in scena.

Questa faccenda della lingua è la mia croce e la mia delizia. L’ha detto Giulio Mozzi, cui devo quasi tutto: «Livio Romano è un eccellente scrittore. Malmenato dall’editoria, che lo trova troppo difficile, troppo artista, troppo troppo scrittore. I suoi libri meriterebbero pubblicazioni in pompa magna. Ma l’establishment culturale lo respinge».

Dopo quell’esordio in cui sperimentavo un mio pastiche, tutto funambolismi lessicali e sintattici, tutto giocato sull’avanguardismo, presi coscienza che ciò che volevo non era mostrare quanto fossi abile a giocare con gli stili, bensì, semplicemente, raccontare delle storie. Ho imparato a gestire gli intrecci, i dialoghi, a delineare i personaggi. E però, pur avendo fatto uno sforzo titanico per render la mia lingua più piana, che non significa piatta, anche il mio romanzo più popular, che deve tutto alla mia ammirazione per i nuovi narratori inglesi, Niente da ridere, da molti era considerato di difficile lettura (sia detto per inciso: un brano di quel romanzo, tradotto in inglese e declamato allo Smoke Alley Theatre di Dublino, ha suscitato l’ilarità sfrenata e il gradimento delle centinaia di persone accorse: non sarà che noi italiani siam diventati così pigri che pure le cose vagamente più elaborate ci paiono ostiche, anche nella narrativa?, e parlo soprattutto degli editori).

Per quest’ultimo romanzo, così, mi son detto (ero reduce dalla rilettura del mio amato Gadda, e qua e là dovrebbe notarsi anche qualche riflessione di tipo metaletterario, del tipo “ma guarda un po’ come siamo costretti a parlare”, tipiche dell’Ingegnere): hai fatto quattro libri in cui ti sei sforzato di diventare leggibile ai più, e ti han letto i soliti quattro gatti, dunque perché mai non far tornare, fra i personaggi, anche la tua Voce più autentica, iperletteraria, forse, o solo leggermente più raffinata della media della roba che si legge oggidì, alla fine dei conti. È quel che ho fatto. E ho trovato di nuovo il meraviglioso editore Giorgio Pozzi disponibile ad assecondarmi.

http://www.sulromanzo.it/blog/per-troppa-luce-la-nuova-commedia-all-italiana-di-livio-romano

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016). Intervista a Armando d’Amaro

07 venerdì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ArmandodAmaro, FratelliFrilli, intervista, Lamesata, romanzo, thriller

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Maria Masella per “Testimone”

06 giovedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

Articolo originale qui

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il Laboratorio Formentini per l’Editoria. Intervista alla direttrice

21 mercoledì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Nel cuore di Milano un laboratorio dedicato all’editoria

Inizia oggi il secondo anno e il nuovo corso del Laboratorio Formentini per l’Editoria lanciato per la prima volta il 21 settembre 2015 dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Uno spazio, fisico e virtuale, dedicato alla «valorizzazione del lavoro editoriale» e aperto a tutte le figure, professionali e non, interessate a vario titolo al mondo dell’Editoria e del libro.

Molte le iniziative previste per l’apertura a partire da oggi alle 11.30, per i giorni seguenti e per tutto l’autunno varie per forma e organizzazione ma accomunate tutte dalla volontà di fare di Milano il fulcro della valorizzazione dell’Editoria italiana, la Città del Libro e il faro dell’eccellenza culturale italiana nel mondo.

Ne abbiamo parlato con Luisa Finocchi, direttrice della Fondazione Mondadori, in un’intervista che si apre, come il prologo di un bel libro, sui temi e la narrazione del secondo capitolo del Laboratorio Formentini per l’Editoria.

Il Laboratorio Formentini per l’Editoria mira a essere uno spazio per la valorizzazione del lavoro editoriale, che invece come viene considerato in generale nel nostro Paese?

Credo che il lavoro editoriale, essendo un lavoro molto specifico e che, per definizione, si svolge nell’ombra, sia sostanzialmente poco conosciuto da chi non gravita attorno al mondo dei libri: questo vale per tutte le fasce d’età, dai ragazzi, per cui ciò che succede “dietro” un libro è un mistero affascinante, agli adulti, per i quali il lavoro della filiera, le competenze che servono e la suddivisione dei ruoli dentro una casa editrice sono spesso una grande sorpresa.

Nel cuore di Milano un laboratorio dedicato all’editoria

La sede del Laboratorio è Milano, città al centro di non poche discussioni negli ultimi tempi: da “Città del Libro” a ospite di una nuova fiera che sembra competere con quella di Torino. Si discuterà anche di questo con l’Associazione Italiana Editori (AIE), tra i protagonisti del prossimo Laboratorio?

Il progetto entro cui il Laboratorio Formentini è stato pensato, progettato e infine realizzato prende le mosse proprio dalla constatazione che Milano è al centro di un distretto editoriale ricco e complesso e, di conseguenza, è il posto migliore per creare uno spazio dedicato al lavoro editoriale. L’AIE è uno dei soggetti che, nel corso dell’ultimo anno, hanno organizzato workshop e iniziative al Laboratorio, ma non è previsto un momento di discussione sulla questione del doppio Salone, perlomeno finché non ci sarà una piena chiarezza sul progetto di un Salone a Milano e sui suoi rapporti con Torino.

Il Laboratorio Formentini compie un anno. Si può già avanzare un primo bilancio dell’iniziativa?

Direi che meglio di così non si poteva immaginare: in un anno, abbiamo fatto circa 300 incontri tra seminari, presentazioni, workshop professionali; abbiamo ospitato 8 mostre (la maggior parte delle quali a tema editoriale); abbiamo coinvolto più di 50 scuole in laboratori a loro dedicati; a questo si aggiunge il lavoro svolto in collaborazione con alcune università e gli Istituti italiani di Cultura. In totale, circa 10 mila persone sono venute a trovarci nell’arco degli 11 mesi in cui siamo stati aperti. Siamo soddisfatti, anche se sappiamo di poter fare meglio.

Nel cuore di Milano un laboratorio dedicato all’editoria

Quali figure professionali del mondo editoriale hanno risposto con maggiore entusiasmo al vostro invito al confronto e al dialogo?

Le figure tradizionalmente ritenute più sommerse, come i traduttori. Ma in generale, editor, autori, uffici stampa, uffici diritti, redattori, illustratori, grafici e così via hanno sempre accolto le nostre proposte e, anzi, si fanno continuamente avanti proponendo di loro iniziativa degli incontri di varia natura.

Nel caos di una città metropolitana come Milano e nel fervore di un settore, come quello editoriale, in piena metamorfosi come si inserisce nella giusta prospettiva la necessità di tempo e silenzio professata dai sostenitori dell’Accademia del Silenzio all’interno del Laboratorio?

Si colloca perfettamente tra le proposte del Laboratorio: le loro serate sempre molto partecipate sanno proporre nuove prospettive al bisogno di tempo e silenzio, coinvolgendo e coniugando competenze e saperi diversi.

Con loro stiamo valutando la possibilità di aprirsi anche al mondo della scuola e di trovare nuovi modi per sensibilizzare la città su questi temi.

Nel cuore di Milano un laboratorio dedicato all’editoria

Molte delle figure professionali che operano nel settore editoriale più che nel silenzio in realtà sembrano agire nell’ombra. Traduttori, studiosi, agenti letterari per citarne alcuni. È una scelta o una necessità?

Entrambe le cose. Soprattutto, credo che sia la natura stessa di queste professioni che impone di lavorare nell’ombra: è una forma di discrezione, c’è dietro l’idea di mettersi al servizio di una parte del libro e di contribuire silenziosamente alla sua riuscita.

Cosa si aspetta dal secondo anno del Laboratorio Formentini per l’Editoria?

Abbiamo già un calendario piuttosto fitto per l’autunno, considerando anche il fatto che il Laboratorio è una delle sedi di Bookcity. Dunque ci aspettiamo, anzitutto, di avere parecchio lavoro. Faremo inoltre delle iniziative che mirano, tra l’altro, ad allargare il pubblico che frequenta il Laboratorio. L’idea è che il distretto editoriale milanese cominci a restituire, negli spazi del Laboratorio, il proprio immenso bagaglio di conoscenze e competenze professionali, mettendolo a disposizione di categorie di persone che non sono in stretto contatto con questo mondo: penso ai bambini ma anche agli stranieri, per i quali stiamo elaborando iniziative legate all’insegnamento dell’italiano.  L’obiettivo però rimane sempre quello: diventare un polo d’attrazione e il luogo che chi lavora nel mondo dell’editoria si figura pensando a una Casa del libro.

http://www.sulromanzo.it/blog/nel-cuore-di-milano-un-laboratorio-dedicato-all-editoria

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il Rinascimento italiano nel romanzo ‘geo-storico’ di Luciana Benotto

14 mercoledì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Luciana Benotto ha voluto fondere le sue passioni per la narrativa e la geo-storia scrivendo un romanzo ambientato nel Rinascimento italiano. In Il Duca e il cortigiano (La Vita Felice, 2015) racconta le gesta non sempre gloriose di Cesare Borgia e riporta, come in un fotogramma, uno spaccato dell’Italia e degli italiani dell’epoca.

L’abbiamo raggiunta per un’intervista proprio a ridosso della sua partecipazione a uno degli incontri organizzati dalla libreria La Tramite di Milano e volti alla valorizzazione della passione per la letteratura, un interesse che la Benotto afferma di avere da… sempre.

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fonte: www.lavitafelice.it

Questa sera parteciperà all’iniziativa Dare voce a una passione con un confronto tra autrici sulla passione per la letteratura. Cosa rappresenta per lei la letteratura e da dove nasce la sua passione per essa?

La mia passione per la letteratura, o per lo meno per la narrativa, ha radici molto lontane; risale infatti alla prima infanzia. A quell’epoca mia madre tutte le sere, per farmi addormentare, mi raccontava una fiaba o una favola e già la mia immaginazione correva. E se questa narrazione era orale, in seguito si trasformò nella parola scritta quando iniziai a sfogliare le fiabe illustrate.

Poi vennero le elementari e il prestito bibliotecario del sabato. A me quello pareva un momento magico: poco prima che suonasse la campanella di uscita la maestra apriva le ante di un armadio a muro che conteneva testi per bambini e io pregustavo il piacere della lettura chiedendomi quale libro sarei riuscita ad aggiudicarmi. A nove anni mi è venuta la voglia di provare a scrivere e ho cominciato a tenere un diario. Il primo racconto però, l’ho scritto verso i trent’anni.

Ma indipendentemente dalla mia storia personale, credo che la propensione per la letteratura e la scrittura, intese come qualcosa di irrinunciabile, sia innata: alcune persone sono brave a disegnare, altre a suonare, a cantare, a cucinare. Ognuno di noi ha una dote, bisogna solo farla venire a galla e coltivarla.

Lei è una scrittrice, una giornalista e anche un’insegnante con la passione per la geo-storia. Quanto incide questa passione sulla sua scrittura?

Quando mi laureai in Lettere Moderne, lo feci grazie a una tesi in Geografia umana, ovvero una disciplina che studia la distribuzione, la localizzazione e l’organizzazione spaziale degli uomini, analizzando in quale modo essi percepiscono il territorio e lo interpretano. Insomma, non è una geografia che racconta quanto è alto quel monte o lungo quel fiume, ma come l’uomo modifica lo spazio in cui vive. Ovviamente è una materia che va a braccetto con la storia, perché gli interventi antropici sono fatti nel tempo.

Questo interesse, anche se non insegno tale materia – una volta lo facevo, ma poi l’ordinamento scolastico italiano l’ha ridotta a Cenerentola diminuendo il numero di scuole dove si insegna e il numero di ore, quasi che l’Italia non sia un paese a vocazione turistica – non l’ho certo perduto, esso accompagna le mie storie ambientate spesso nel passato: sono infatti molto attenta alla descrizione dei luoghi dove si devono muovere i personaggi che, a mio avviso, devono essere quanto più possibile vicini alla realtà, perché noi viviamo nella realtà, così come loro vivevano nella loro.

In Il Duca e il Cortigiano (La Vita Felice, 2015) lei narra delle vicende del Rinascimento italiano. Perché ha scelto di ambientare il suo romanzo in questo periodo storico?

Il Rinascimento fu il momento del massimo splendore artistico del nostro paese, c’era la ricerca della bellezza, dell’armonia, dell’equilibrio: la Chiesa e i nobili, ma anche i ricchi mercanti, facevano a gara per avere le loro chiese e le loro dimore progettate e abbellite dai migliori artisti e questo nonostante i problemi politici che vedevano stati, staterelli e repubbliche italiane stringere alleanze e scioglierle a seconda delle convenienze, ossessionati dalla voglia di potere e dalla paura degli eserciti stranieri d’oltralpe che ci vedevano una facile preda per le loro mire espansionistiche, vista la debolezza creata proprio dalla frammentazione politica. Credo traspaia, da ciò che dico, il mio interesse per questo incredibile periodo e per i suoi personaggi.

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Lei ha scelto di raccontare la storia di Cesare Borgia, figlio illegittimo di papa Alessandro VI, focalizzando così l’attenzione di chi legge su uno degli aspetti più ipocriti dello Stato della Chiesa: il potere temporale. Cosa è realmente cambiato oggi al riguardo?

Il potere temporale della Chiesa nasce con la cosiddetta Donazione di Costantino, un falso perché in realtà fu Pipino il Breve a regalare il territorio dei Longobardi a papa Stefano II che l’aveva unto re dei Franchi per grazia di Dio; da allora il patrimonio di san Pietro continuò ad allargarsi fino a quando nel 1870 ci fu la presa di Porta Pia voluta dai Savoia che vollero con quel gesto unificare il paese (Cavour aveva sostenuto che la capitale del nuovo regno doveva essere Roma).

Rispetto a quella data, che ha visto lo Stato del Vaticano ridursi a una zona di Roma, il potere temporale non è comunque scomparso. Nonostante questo piccolo stato non abbia territori sotto di sé, esso ha continuato e continua a occuparsi della politica italiana e internazionale. Lo ha fatto nel bene e nel male a seconda dei punti di vista; ultimamente mi pare che papa Francesco, persona che stimo molto per il suo coraggio, si sia preso la briga di sostituirsi a certi politici ignavi, che pensano solo al loro tornaconto e non ai bisogni della gente comune.

Il suo ruolo di insegnante le dà accesso a una posizione privilegiata per valutare l’apprendimento dei ragazzi. Ritiene che la storia, passata e presente, da loro imparata sia sufficiente a far capire i reali meccanismi della politica e del potere?

Dipende da come gliela si spiega. Io uso il metodo di rapportare fatti passati al presente, quando questi collimano e possono essere utili a far comprendere gli errori da non ripetere. La storia solitamente è una materia poco amata perché ritenuta noiosa, ma se agli studenti si presentato fatti e personaggi non come fantasmi di uno sconosciuto passato, ma come persone che come noi amano, soffrono, gioiscono, lottano, allora li si avvicina a questa disciplina e si appassionano. Sì, quello che viene fuori è un interesse per la politica, perché capiscono che è legata al potere, e il potere decide per loro, per noi tutti.

Ritornando ai suoi libri. Quali caratteristiche deve avere un romanzo storico per essere definito un buon libro?

Un romanzo storico deve essere composto da personaggi veramente esistiti e da altri di fantasia, altrimenti sarebbe un saggio. Per quanto riguarda i primi ritengo che non si possa inventare niente sul loro conto: non si può cambiare quello che hanno fatto, tutt’al più se ci sono dei buchi si possono rappezzare creando situazioni verosimili. Importanti sono la ricostruzione degli ambienti, dai paesaggi dell’epoca a quelli degli interni, gli usi e costumi, la mentalità, le credenze, i gusti, la moda.

Per scrivere un romanzo storico bisogna aver studiato tutti questi elementi legati al periodo nel quale si intende ambientare la vicenda. Quando mi capita di vedere dei libri, di solito di genere giallo, che hanno per protagonisti persone della levatura di Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli eccetera, nei panni di investigatori e similari, penso che essi, indignati, si rivoltino nella tomba.

fonte: www.factotumagency.it

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