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Irma Loredana Galgano

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Testo, immagini e cultura nella fotografia siciliana del Novecento raccontata da Monica Maffioli

01 martedì Set 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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FotografisicilianidelNovecento, Giunti, MonicaMaffioli, recensione


Partendo da una narrazione unitaria della storia della fotografia siciliana del Novecento, Maffioli riesce a metterne a fuoco le specificità identitarie e culturali, in un’altalenante oscillazione tra elementi di “sicilianità” e istanze di “radicale sconfinamento”. 

Per Sciascia1 sulla cultura siciliana hanno corso due opposte tesi: una di Giovanni Gentile, largamente accreditata, e una seconda in sua opposizione.

Partendo dal pregiudizio di una Sicilia sequestrata, ovvero tagliata fuori dal movimento della cultura europea, Gentile deduceva una forma di cultura indigena e tutta schiettamente siciliana che pur dopo l’unificazione era fiorita in Sicilia ma che si era spogliata del suo carattere regionale sulla fine del secolo. In forte opposizione alla teoria di Gentile eruditi e giornalisti locali hanno teorizzato una Sicilia aperta e comunicante, simbolo di una cultura vivacemente italiana ed europea. 

È proprio partendo da riflessioni su queste due opposte teorie che Monica Maffioli sviluppa l’interesse per la fotografia siciliana del Novecento chiedendosi quanta influenza le stesse hanno potuto avere sul giudizio storiografico della produzione fotografica. 

I decenni del dopo-unificazione sono stati un processo che per la Sicilia ha significato l’instaurarsi di dinamiche di tipo coloniale nei confronti del Settentrione italiano. 

Con il primo parziale completamento dell’unificazione italiana nel 1861, la questione degli strati subalterni delle popolazioni meridionali emerse all’interno del dibattito pubblico nazionale con una forza e un’urgenza fino ad allora sconosciuti: non solo in quello politico, ma in tutti i campi della cultura (dalla letteratura, fotografia e pittura, alla sociologia, l’antropologia e l’etnografia) il Sud rurale divenne preoccupazione centrale per una cospicua parte degli intellettuali2.

I Savoia svilupparono una relazione di tipo coloniale con i nuovi territori annessi in quanto vi estesero le leggi piemontesi senza farsi garanti di nuove regolamentazioni che tenessero conto delle esigenze di tutte le regioni del nuovo stato3: ciò che Duggan4 e Riall5 definiscono la “piemontesizzazione” del nuovo stato.

Lo sfruttamento coloniale diede luogo a un diffuso risentimento popolare che si concretò in due fenomeni correlati: l’opposizione armata, comunemente nota come “brigantaggio” e la “diaspora”, che prese forma di esodo postcoloniale, verso altri paesi e continenti, soprattutto le Americhe6.

La linea che prevalse nel dibattito pubblico fu quella dell’alterizzazione del Meridione italiano. Per decenni – e soprattutto dal secondo dopoguerra in poi – il Sud è stato studiato e analizzato all’interno della cornice interpretativa della “teoria della modernizzazione”7, paradigma cognitivo che, applicato al caso italiano, porta avanti l’idea e gli stereotipi dell’arretratezza, del ritardo e dell’immobilità storica del Meridione italiano. 

A partire dagli anni ’80 del Novecento ha iniziato a prendere piede una vigorosa revisione del processo che portò all’unificazione italiana, grazie ai lavori dei cosiddetti neo-meridionalisti – storici, sociologi, antropologi – riuniti intorno all’IMES (Istituto meridionale di storia e scienze sociali) e a varie riviste scientifiche. Attraverso questi studi, si è sempre e più insistentemente arrivati a leggere l’unificazione italiana come processo di colonizzazione interna, con tutte le conseguenze economiche e sociali che una colonizzazione porta con sé. Oltre alla riscoperta del valore dell’organizzazione economica e sociale delle regioni meridionali all’epoca dell’unificazione, questa nuova generazione di studiosi ha anche rivalutato elementi come le reti familiari di tipo arcaico e le relazioni clientelari scoprendo in esse sofisticate forme di organizzazione sociale piuttosto che segni di arretratezza e mancanza di modernizzazione8.

Gli studi sul post-colonialismo – da intendersi in un senso non cronologico ma critico – hanno portato, in Italia, a individuare discorsi di “orientalizzazione” intorno al Sud. Le pratiche coloniali introdotte dai liberali Savoia sono andate di pari passo con i discorsi egemonici nazionali che hanno posto il Sud nel campo della “differenza” rappresentandolo come terra esotica e bizzarra, spesso paragonata all’Africa o alla Turchia e più in generale descritta in modo tale da riprodurre la retorica imbastita dall’Europa nella colonizzazione di Africa, Asia, Americhe: il Sud come una colonia da domare e civilizzare, la sua popolazione come barbara, primitiva, irrazionale e arretrata9.

Il medium fotografico contribuisce per lungo tempo a consolidare l’immagine ideale della Sicilia come una terra arcadica e orientaleggiante, dove all’incontaminato e ruvido incanto della natura si contrappone l’eccellenza del suo patrimonio architettonico e artistico, il fascino delle tradizioni popolari si confronta con la durezza delle condizioni sociali, in un costante alternarsi tra “tragedia” e “letizia”, stati emotivi che celano la complessa identità dell’isola e dei suoi abitanti. 

Dal secondo dopoguerra un’altra Sicilia è oggetto di indagine della fotografia, quella delle diseguaglianze sociali, dei rituali sacri e civili, della violenza mafiosa, degli abusi edilizi. 

Dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, la Sicilia è oggetto di una narrazione letteraria che si avvale dell’uso della fotografia come strumento visivo primario ai fini di una maggiore adesione del racconto alla realtà; il legame tra testo e immagine fotografica sembra essere uno dei connotati specifici della produzione siciliana, dove la grande tradizione letteraria degli scrittori appare saldarsi con la trascrizione figurativa della realtà sociale e culturale, entrambe forme di narrazione capaci di documentare e interpretare la complessa storia politica, sociale, economica, antropologica e culturale dell’isola10.

La fotografia, per sua stessa natura, racchiude in sé molteplici aspetti: è allo stesso tempo documento della realtà che rappresenta, oggetto dotato di proprie caratteristiche tecniche, espressione di una visione artistica e strumento di documentazione storica e di mediazione culturale.

In un primo tempo, la fotografia è stata concepita come tecnica e vista come surrogato del disegno, assunta quindi da subito “al servizio dell’arte”, non essendone riconosciuta alcuna autonomia o artisticità. A essa si domandò di rispondere a un unico compito: essere fedele testimone del vero. Il valore culturale delle fotografie è stato riconosciuto, dal punto di vista normativo, con il Testo Unico del 1999 e, definitivamente, nel 2004, con la sostituzione del Codice dei beni culturali e del paesaggio al Testo Unico. Del complesso dei beni culturali fanno parte quindi a pieno titolo, oltre alle fotografie di supporto alla documentazione artistica o monumentale, anche il variegato mondo delle fotografie d’autore e quello ancora più sfuggente delle fotografie che, per loro natura o contenuto, presentano un particolare interesse storico o etnoantropologico11. Nonostante i tentativi di classificazione di questo bene, resta la natura polisemica di quest’arte, «autonoma e al contempo ancella di ogni altra disciplina bisognosa di sostegno documentario»12.

I criteri metodologici, cronologici e di genere, che fino a oggi hanno connotato gran parte delle ricerche storico-fotografiche svolte in Italia, articolate secondo macro categorie (produzione amatoriale e professionale, documentaria e artistica, sociale e di ricerca), riferite per lo più a una visione nord-centrica, hanno contribuito a consolidare intorno a un ristretto numero di personalità “eccellenti” la conoscenza della fotografia italiana e la celebrazione di solo alcuni “maestri” della fotografia siciliana. Eppure, sottolinea Maffioli nel testo, la fotografia, per sua natura, ha la capacità di essere un medium in grado di coinvolgere e risuonare attraverso una collettività di interpreti, ignoti ai più, che tuttavia, nel loro insieme, hanno profondamente contribuito alla definizione di un’identità specifica della narrazione visiva italiana e siciliana.

Lo scopo prefissosi dall’autrice è quello di proporre un percorso storico-critico incentrato sulla produzione fotografica del secolo scorso in Sicilia, nel tentativo di riconoscere le corrispondenze culturali, letterarie, artistiche, sociali, presenti nella fotografia siciliana – professionale, amatoriale, vernacolare – che connotano le sue peculiarità linguistiche e identitarie. 

La Storia non è una semplice successione cronologica più o meno conseguente di eventi ma consiste in una relazione tra passato e presente, relazione dialettica non fattuale ma immaginale. Poiché il presente produce immagini sono queste che significano la Storia e che, interagendo con il flusso di eventi, lo significano13. Per cui, sono le immagini del presente che possono dare senso alla Storia e all’impresa storiografica, nella sua indispensabile connessione sociale, culturale e politica, nella sua attitudine collettiva e pubblica. 

Ciascuna società ricorda e dimentica ciò che vuole, e lo fa in forme peculiari. Il rapporto dialettico tra memoria e oblio, le concrete modalità di esercizio dell’una e dell’altro all’interno dello spazio sociale, i mezzi adoperati per conservare la memoria e sterilizzare l’oblio, tutti elementi della dimensione pubblica, variano a seconda della scala sociale e territoriale. In determinate unità di misura, la costruzione sociale della dimensione pubblica avviene attraverso l’oralità, il suo esercizio libero o formalizzato; in altre, attraverso l’esercizio prescrittivo della scrittura; in altre ancora attraverso le immagini, le realtà virtuali, la rete14.

Se nel XIX secolo la “rivelazione” fotografica delle terre poste al di là del Faro è riconducibile all’interno del più ampio processo di unificazione e conoscenza dell’identità italiana, dei suoi territori, così come del suo patrimonio storico e culturale, nel primo Novecento, come evidenziato dal lavoro di Maffioli, la fotografia siciliana di carattere “amatoriale” si confronta con la produzione nazionale “pittorialista”, in particolare piemontese, contribuendo al successo di quella lunga stagione fotografica che solo verso la fine degli anni Trenta lascia il passo alle scelte estetiche moderniste, dalle ricerche futuriste alle formule astrattiste e surrealiste, per infine approdare alla stagione del neorealismo e della fotografia umanista del dopoguerra. La Sicilia che ha accolto lo sbarco degli Alleati e che alla fine della Seconda guerra mondiale fa i conti con le sue condizioni economiche e sociali, diventa il terreno della fotografia di indagine e di denuncia che abbandona la narrazione dell’isola poetica per entrare nel racconto sociale e politico, degli spazi privati e dello scontro tra tradizioni e cambiamenti sociali. 

A questa narrazione fanno da controcanto le numerose pubblicazioni fotografiche e turistiche dedicate agli aspetti paesaggistici e artistici della regione, alla ricerca della sua natura più intima, familiare, rassicurante e allo stesso tempo grandiosa, monumentale, inquietante, testimoniando con forza il costante rapporto identitario dei fotografi siciliani con la loro terra e la sua storia. 

Ciò che trasversalmente traspare dai lavori fotografici raccolti da Monica Maffioli nel libro Fotografi siciliani del Novecento è la costante presenza, più o meno evidente, di un racconto visivo emotivamente disincantato e allo stesso tempo luttuoso, carico di melanconia e di ombre nei confronti di una storia ove convivono dissonanze e consonanze, voci di condanna e altre di assoluzione, istanze di realismo compresenti con elementi di fideismo. 

La fotografia non è uno strumento per registrare la verità di quanto sta fuori, bensì la verità di quanto sta dentro: nella mente del fotografo o dell’antropologo15; essa, come gli altri strumenti di rappresentazione del reale, non è la trasposizione iconografica della realtà tout court, quanto la perimetrazione di quella porzione di spazio che il fotografo percepisce e, attraverso il mezzo tecnico, esperisce. 

Se la fotografia è riproduzione del reale attraverso specifici punti di vista, essa rinvia anche ai modelli di rappresentazione di chi guarda: alla sua personalità ed esperienza individuale, orientata e condizionata dalle convenzioni culturali stabilite presso il gruppo sociale a cui appartiene. I testi fotografici si pongono allora quali oggetti di comunicazione aperti a interpretazioni molteplici: sia orientate a indagare il nesso tra committenza, immagine e fruizione entro un dato contesto storico-culturale, sia rivolte a individuare regole costitutive di ordine tecnico, funzionale e simbolico in una prospettiva più generalizzante16.

Maffioli sottolinea come solamente un quarto di secolo ci separa dal Novecento, eppure è un lasso temporale sufficiente per storicizzare il nostro sguardo sul secolo scorso, tanto più che il passaggio nel Terzo Millennio è coinciso con una trasformazione tecnologica epocale del medium fotografico, dalla dimensione analogica a quella digitale, che ha portato con sé un radicale cambiamento dei linguaggi visivi e sociali.

La ricerca da lei condotta sulla fotografia del Novecento, dunque, non nasce solo dalla necessità di approfondire l’indagine su coloro che ne sono stati gli autori e che hanno contribuito in vario modo alla formazione della nostra cultura visiva, ma anche dalla consapevolezza che, con la fine del XX secolo, si è conclusa una storia della fotografia e altre storie si stanno scrivendo nella contemporaneità.

La fotografia e la riflessione intorno a essa dei primi decenni del Novecento ha avuto la capacità di sintonizzarsi con la svolta dell’epoca, di rappresentarla al meglio e di dare le necessarie coordinate teoriche per orientarsi in quell’inedita situazione in cui venivano a mancare i tradizionali punti di riferimento. Fotografi e teorici della fotografia hanno la profonda consapevolezza che per rendere conto della modernità è necessaria una pratica come la fotografia che ha le stesse caratteristiche dell’epoca in cui si afferma, che è in piena sintonia con essa e che è figlia delle medesime esigenze. Possono dunque il modello e la teoria che ha prodotto a inizio Novecento la svolta del visuale essere utile per comprendere la contemporaneità come anche il futuro stesso della fotografia? Oggi la fotografia non è forse tornata al centro dell’attenzione per le sue capacità di rendere conto del presente (con tutte le sue contraddizioni e incoerenze)?

Del resto, per tutto il Novecento, la fotografia ha svolto il ruolo di “mostrare il vedere”17 e ha aperto alle pratiche quotidiane del vedere e del mostrare. È stata capace di strappare il velo di familiarità e risvegliare il senso di meraviglia, in modo che molto di ciò che è dato per scontato sulle arti e sui media visuali (e forse anche su quelli verbali) venga messo in discussione18. Ovviamente i modelli che hanno prodotto il visuale e la cultura visuale del Novecento non sono sufficienti per rendere conto da soli della contemporaneità, tuttavia la situazione attuale è per certi versi analoga a quella di inizio del secolo scorso. La lettura in parallelo delle due epoche può essere di grande utilità per comprendere la contemporaneità e azzardare per il prossimo futuro un nuovo ritorno alla fotografia capace di spiegare il ruolo attivo assunto dal fotografo grazie alle opportunità offerte dallo sviluppo delle tecnologie digitali, capaci di potenziare il suo raggio di azione e dunque di modificare la portata e la potenza delle immagini fotografiche19.

Il libro di Maffioli segue una partizione temporale articolata in quattro sezioni, che attraversano il Novecento e restituiscono, di volta in volta, mutazioni di sguardo e di linguaggio. La prima parte è centrata sul passaggio tra l’Ottocento e il Novecento e racconta, attraverso le immagini, la costruzione di un immaginario dell’isola oscillante tra stereotipo e narrazione verista. Nella seconda l’autrice focalizza sul consolidarsi di modelli visivi e sulle loro incrinature, tra fotografia artistica e pratiche vernacolari, fino alle tensioni sociali e politiche che attraversano immagini e territori, tra sperimentazioni e propaganda. Con la terza sezione Maffioli giunge al racconto visivo del secondo dopoguerra. Centrali appaiono in questa sezione l’indagine e l’impegno: la fotografia documenta le diseguaglianze, le trasformazioni sociali e le ferite del Sud. Infine, la quarta sezione segna il passaggio a uno sguardo sempre più consapevole e plurale: dai reportage sulla mafia alle indagini di carattere sociale, fino ai nuovi linguaggi visivi che ridefiniscono il rapporto tra chi guarda e il territorio. A margine del testo l’autrice ha inserito circa 300 schede biografiche che rappresentano un tentativo di mappatura degli autori siciliani attivi nel XX secolo quale supporto per la ricerca storico-fotografica. 

Una ricerca storico-fotografica che sembra avvicinarsi sempre più allo studio della vita, dei costumi e della cultura, siciliana nel caso del lavoro di Maffioli. I recenti sviluppi dell’etnografia visiva in Italia, infatti, indicano uno spostamento progressivo da un’accezione disciplinare più stretta a una prospettiva allargata, capace di accogliere e far dialogare una molteplicità di casi studio e approcci analitici. In questo contesto, la fotografia assume un ruolo centrale per il carattere di interdisciplinarietà che essa riveste20.

L’attuale mediascape è segnato da un flusso di immagini che circolano a ritmo e intensità esponenzialmente crescenti. Le immagini diventano così la principale fonte di informazione, di comunicazione interpersonale e mediata. Strettamente interconnessa con lo sviluppo delle tecnologie digitali, l’attuale e sempre più diffusa visual culture si basa sulla celebrazione dell’immagine e dei dispositivi che ne rendono possibile produzione, manipolazione e condivisione come strumenti di potente mutazione di assetti socioculturali fondati sulla prevalenza del testo scritto21.

Anche in questo aspetto rivoluzionario della potenza delle immagini possono ricercarsi dei parallelismi tra la situazione contemporanea e quella indagata da Maffioli nel testo.

La velocità di propagazione della cultura visuale ha riportato in superficie l’ambivalenza della cultura occidentale verso le immagini22. Con la proliferazione iconica dell’era digitale sono riapparse angosce, nuove e antiche, sul potere delle immagini e sui loro effetti, generando ondate di panico spesso ingiustificato circa la diffusione di modelli violenti23 o stereotipati.

Al pari della fotografia siciliana del Novecento, a lungo additata come corresponsabile nella creazione di un’identità siciliana arcaica, rurale, arretrata24. Egual discorso vale per la rappresentazione violenta e mafiosa della realtà dell’isola.


1L. Sciascia, Sicilia e sicilitudine, 1969.

2A. Virga, Subalternità siciliana nella scrittura di Luigi Capuana e Giovanni Verga, Firenze University Press, Firenze, 2017.

3M.I. Finley et.al., A History of Sicily, Viking, New York, NY, USA, 1987.

4C. Duggan, The force of Destiny. A History of Italy since 1796, Allen Lane, Londra, 2007.

5L. Riall, Sicily and the Unification of Italy: Liberal Policy and Local Power 1859-1866, Clarendon Press, Oxford, 1998.

6A. Virga, op.cit.

7W. Rostow Walt, The Stages of Economic Growth: A Non-Communist Manifesto, Cambridge University Press, Cambridge, 1990.

8A. Virga, op.cit.

9Ibidem.

10M. Maffioli, Introduzione a Fotografi siciliani del Novecento, Giunti Editore, Firenze, 2026.

11

G. Pappani, La fotografia nell’era digitale: ruoli, utilizzi e prospettive, Il capitale culturale, n. 19, 2019, DOI: 10.13138/2039-2362/2088 

12G. Benassati (a cura di), La fotografia: manuale di catalogazione, Grafis Edizioni, Bologna, 1990, pag. 49.

13W. Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1982 (ed.originale in tedesco, 1955).

14F. Faeta, Public History, antropologia, fotografia: immagini e uso pubblico della storia, rsf -rivista di studi di fotografia, n. 5, 2017, Firenze University press, Firenze, DOI: 10.14601/RSF-21199 

15M. Mead, L’antropologia visiva in una disciplina di parole, La Ricerca Folklorica, n. 2, 1980.

16R. Perricone, I ricordi figurati: «foto di famiglia» in Sicilia, in G. De Luna, G. D’Autilia, L. Criscenti (a cura di), L’Italia del Novecento. Le fotografie e la storia, Einaudi, Torino, 2006. 

17W.J.T. Mitchell, Pictorial turn. Saggi di cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017

18Ibidem.

19E. Crescimanno, Il ritorno alla fotografia: la cultura visuale dall’analogico al digitale, in E. Menduni, L. Marmo (a cura di), Fotografie e culture visuali del XXI secolo, RomaTrE-Press, Roma, 2018.

20G.D. Fragapane, La fotografia come paradigma interdisciplinare, rsf – rivista di studi di fotografia, n. 4, 2016, Firenze University Press, Firenze, DOI: 10.14601/RSF-20231 

21M. Tirino, Il visibile e l’immaginabile, Imago Journal, n. 12 – anno VII, dicembre 2018.

22W.J.T. Mitchell, Picture Theory: Essays on Verbal and Visual Representation, University of Chicago Press, Chicago and London, 1994.

23M. Tirino, op.cit.

24F. Astone, Per un uso critico della fotografia che plasma l’identità siciliana, Forum Italicum: A Journal of Italian Studies, Volume 57, Issue 3, luglio 2023.


Articolo pubblicato sul numero 81 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Liana Zimmardi, L’urlo dei gattopardi

23 venerdì Mag 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Giunti, LianaZimmardi, LurlodeiGattopardi, recensione, romanzo

Il romanzo di Zimmardi conduce il lettore all’autunno 1847, a una manciata di mesi prima lo scoppio dei moti insurrezionali del ’48. Una rivoluzione nella quale in molti hanno creduto ma per ragioni diverse. Isabella di Cabrera, protagonista delle vicende narrate, ci vuol vedere un’opportunità di rivalsa per le donne, una grande opportunità per far valere anche i loro diritti. 

I movimenti rivoluzionari del 1848 rappresentano l’apice di una trasformazione, di un’evoluzione di lungo periodo della società europea, che non si adattava più al quadro istituzionale e territoriale stabilito nel 1814-15 dalle grandi potenze, immediatamente dopo la caduta dell’impero napoleonico. L’assetto deciso dal Congresso di Vienna non aveva, infatti, tenuto conto delle sempre più vive aspirazioni dei popoli all’indipendenza, alla libertà, all’identità nazionale. 

La Sicilia apre l’anno classico del rivoluzionarismo europeo e italiano e la sua insurrezione può essere considerata come il sintomo concreto che darà inizio alla “stagione” delle rivoluzioni del 18481, che da questo estremo lembo d’Europa si sarebbero estese a macchia d’olio, confermando l’esistenza di un comune spirito europeo.2

I riflessi degli eventi rivoluzionari che avverranno a Parigi a partire dal febbraio 1848 saranno recepiti in Sicilia quale occasione rilevante per dare vita a un nuovo sfondo politico in seno all’isola. Si delineò un concetto diverso di autonomia, concepita non più come separatismo ma opposizione al centralismo napoletano e istanza all’autogoverno3 in funzione di un idoneo inserimento del Regno meridionale nel contesto unitario italiano, allora concepito in termini federalistici. 

Muovendosi con disinvoltura all’interno del campo di forze creato dall’esperimento della monarchia amministrativa borbonica, i ceti dirigenti isolani saranno in grado di sfruttare e massimizzare le risorse materiali e simboliche che il nuovo Stato metteva loro a disposizione. L’accumulazione di questo modernissimo capitale politico permetterà alla Sicilia di sfidare i Borboni su posizioni sempre più avanzate passando dal costituzionalismo al nazionalismo, sino alla guerra civile e all’estinzione della monarchia.4

La spinta al cambiamento, generata dalla rivoluzione, avrà una ricaduta sulle donne intellettuali, sulle poetesse e sulle giornaliste, specie tra quante si trovarono schierate con l’ala democratico-repubblicana e laico-socialista: tale componente finì poi per polemizzare aspramente con coloro che ne avevano monopolizzato gli esiti in senso moderato.5 Era opinione ampiamente diffusa che la religione, priva di dogmatismi, intolleranze e violenze, se aperta alle istanze di rinnovamento sarebbe potuta divenire simbolo e modello di unità e di rigenerazione dell’intera collettività, grazie al quale la giustizia sociale avrebbe potuto trarre ispirazione dalla saggezza dell’ordine divino.6 Alla spinta religiosa le donne culturalmente più impegnate univano l’educazione familiare, il senso morale, l’amore per la patria.7

La nobildonna Isabella, protagonista del libro di Zimmardi, sembra incarnare tutti questi aspetti dimostrando il suo impegno non solo nella lotta contro il dominio borbonico ma anche, e soprattutto, per la libertà di tutte le donne. Una libertà che va conquistata nei vari aspetti della società fino ad allora preclusi alla partecipazione femminile come nella sfera privata, emotiva, sentimentale. È l’amore infatti il vero perno intorno cui ruota la narrazione. Storie di amore e passione costruite e modellate sugli eventi di quel periodo storico, di quei giorni, intensi e convulsi che hanno per certo determinato le scelte dei protagonisti. 

Personaggi delineati dall’autrice in modo da rappresentare il duplice e spesso opposto significato del termine: Gattopardo è colui che appartiene o è appartenuto al ceto dominante o agiato in un precedente regime ma è anche colui che si mostra promotore o fautore del cambiamento, anche se in realtà lo fa solo per poter conservare potere e privilegi. Idea basata sull’affermazione di Tancredi, nipote del principe di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.8 Eppure, il principe Fabrizio Corbera di Salina ipotizzava che nulla sarebbe davvero rimasto come prima allorquando affermava: noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene. Borghesia senza radici e senza educazione. 

Il romanzo di Liana Zimmardi è una tormentata storia d’amore immersa in un tubolento periodo storico, un libro che riporta il lettore anche ai problemi legati al ceto sociale e alle classi di appartenenza. Si sofferma sugli intrighi di potere, sugli ideali e sulla volontà di inseguirli. Sugli interesse personali che prevalgono sul bene collettivo. Diventa così inevitabile il raffronto con il presente e la constatazione di quante cose siano cambiate da allora. Sembra quasi che tuttosia cambiato. Ma è cambiato davvero, oppure i cambiamenti ci sono stati affinché tutto restasse immutato?

Il libro

Liana Zimmardi, L’urlo dei gattopardi, Giunti, Milano, 2025.


1P. Pieri, Storia militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni, Einaudi, Torino, 1962.

2M. Morello, Per la storia delle costituzioni siciliane. Lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 1848, in Studi urbinati, 2006, fasc. 3.

3C. Valenti, L’adesione dei Comuni dell’Isola allo Stato Costituzionale di Sicilia nel 1848, in Atti del Convegno di Studi 150° Anniversario della Rivoluzione del 1848 in Sicilia (a cura di M. Ganci, R. Scaglione Guccione). 

4A. Blando, La guerra rivoluzionaria di Sicilia. Costituzione, controrivoluzione, nazione 1799-1848, in Meridiana: 81, Viella Editrice, Roma, 2014.

5S. Soldani, Donne e nazione nella rivoluzione italiana del 1848, in Passato e Presente, n° 46, 1999.

6P. Rosanvallon, Le sacre du citoyen. Histoire du suffrage universel en France, Gallimard, Parigi, 1992.

7S. Orazi, Giornalismo al femminile nel Quarantotto francese e italiano, in Cahiers de la Mediterranee, n° 104, 2024.

8G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1958.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Melancholica deliria multiformia: “L’anatomia della malinconia” di Robert Burton

25 lunedì Gen 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Bompiani, Giunti, Lanatomiadellamalinconia, recensione, RobertBurton, saggio

Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere malinconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Sono queste, o simili, le domande che deve essersi posto Robert Burton quattrocento anni or sono, allorquando iniziò la stesura del suo trattato sulla malinconia.

Burton iniziò la scrittura del testo nel 1620 e la portò avanti, praticamente, fino a che la sua vita non ebbe fine.

Come sottolinea Luca Manini, nella sua introduzione al libro, L’anatomia della malinconia doveva essere, nelle intenzioni dell’autore, una vera e propria cura, una sorta di trattato medico della guarigione.

Accostarsi al libro di Burton significa, per il lettore, avvicinarsi a un’opera che è anche un mondo, che racchiude in sé cielo terra e inferi. Lo trasporta dall’armonia delle sfere celesti sino agli abissi dell’inferno, facendogli osservare il caos che domina il mondo terreno. Ed è in questo caos che si insinua e s’impone, per Burton, la malinconia, questa afflizione dell’animo.

Robert Burton, con L’anatomia della malinconia, ha assunto il compito di studiare la malinconia allo scopo di indicare le possibili cure, e lo ha fatto seguendo uno schema preciso, che trova la sua origine nei principi medici enunciati nell’antichità da Ippocrate e da Galeno:

  1. Analisi sistematica delle cause e dei sintomi.
  2. Esposizione della diagnosi.
  3. Somministrazione della cura.

Il lettore però non deve aspettarsi, nel leggere l’opera di Burton, una trattazione che sia unica e uniforme, piuttosto egli troverà una scrittura ben rappresentativa della natura varia delle manifestazioni dello stato malinconico. Deve quindi il lettore, come scrive lo stesso autore nelle conclusioni dell’opera, attendersi di ridere e di piangere e deve essere, al contempo, sarcastico e comprensivo.

Robert Burton presenta se stesso come una persona malinconica e con questo attiva due distinti processi: da una parte, procede a una identificazione con il lettore malinconico e, dall’altra, assume la possibilità di parlare come auctoritas, ponendosi alla pari con le autorità passate e presenti con le quali puntella ogni pagina della sua opera.

Così come duplice è anche lo scopo ch’egli vuol raggiungere: curare gli altri e curare se stesso, usando la scrittura per sé a scopo terapeutico e destinando agli altri la lettura.

D’altronde duplice è, per Burton, anche la natura stessa della malinconia, poiché essa può essere un sentire di dolce struggimento, ma può anche essere il genio malvagio, che porta sofferenza e tormento spirituale.

La malinconia, che Burton assimila a una delle infinite forme della pazzia, è qualcosa di più di un semplice stato di alterazione mentale e/o fisica.

Secondo le teorie mediche dell’antichità, ancora seguite quando Burton scrisse L’anatomia della malinconia, la salute di corpo e mente era il risultato dell’equilibrio tra i quattro umori che costituiscono l’essere umano: sangue, flegma, bile gialla e bile nera.

Nel momento in cui questo precario equilibrio si spezza, ecco insorgere la malattia, la quale dunque può essere indicata come uno squilibrio tra gli umori, nel segno dell’eccesso o del difetto.

La salute poteva essere riacquistata solo ricomponendo questo equilibrio. Tuttavia Burton vede la malinconia talmente diffusa in tutti da farsi cifra del mondo, causa e motore primi dell’agire umano, degli umani comportamenti al punto che essi sono sorretti non dalla sapienza o dalla ragione bensì dall’irragionevolezza e dall’irrazionalità; dalla vanità che nega la visione di ciò che è vero e reale; dalla mancanza di una virtù che dia alle cose il loro giusto peso e valore; da uno squilibrio che è alterazione, cecità, deformazione, mutilazione.

Ed è proprio la consapevolezza di questo tormento universale che spinge Burton a scrivere L’anatomia della malinconia.

L’autore vuole condurre i suoi lettori nei gironi infernali della malinconia, per indicare loro una via d’uscita dal labirinto di male che la malinconia è, perché la malinconia assume mille forme diverse, tante quante sono le persone. E così li trascina, i lettori, in un flusso ininterrotto di parole citazioni immagini storie personaggi esempi… al punto che per Manini si potrebbe porre a epigrafe dell’opera una delle tante citazioni che lo stesso Burton riporta: melancholica deliria multiformia. Sono parole che hanno in sé il tema del libro, il disordine della mente che delira e la molteplicità.

Ciò che Burton mette in scena nella sua opera è l’uomo dinanzi al mistero delle cose; è l’anelito di conoscenza; l’ansia di investigare. E, nella commedia/tragedia che è la vita umana, egli raffigura, insieme, la possibilità di conoscere e l’impossibilità di farlo fino in fondo, la vastità e il limite, la chiarezza e l’opacità.

Nel momento in cui Burton avoca a sé una conoscenza precisa di ogni singolo aspetto del cosmo, si appella a una serie infinita di auctoritates le quali, a ben vedere, si contraddicono a vicenda. Così egli prima le mette in discussione, poi addirittura le nega.

Per Manini sembra quasi che Burton lanci delle vere e proprie sfide ai lettori, alla loro intelligenza, alla capacità di discernimento, spronandoli così al confronto, come lui stesso fa, e alla riflessione.

Il suo è il metodo di chi non smette mai di porsi domande, che lascia sempre degli spazi aperti alla ricerca nuova. Un invito forse che egli fa al lettore, a non lasciarsi mai pienamente soddisfare da una teoria o da un’altra, a essere sempre aperti a nuove interpretazioni, nuove proposte.

Ma come si riesce a tornare all’armonia? Come si vince lo stato universale della malinconia?

Due sono i rimedi principe che Burton suggerisce a conclusione della propria opera:

  1. Evitare l’ozio. Tenersi sempre fisicamente e mentalmente impegnati.
  2. Pregare.

Somma cura è, per la malinconia, raggiungere il summum bonum che, secondo Epicuro e Seneca, è la tranquillità della mente e dell’animo. Per sconfiggere questo male, o malessere che sia, la disperazione deve essere volta in speranza di rigenerazione.

In diversi punti del testo ma, in particolare nelle conclusioni, Robert Burton si rivolge direttamente al lettore, lo coinvolge in qualità di agente attivo della propria guarigione dalla malinconia, gli ricorda il legame indissolubile tra mente e corpo.

Ma ciò che colpisce delle parole dell’autore è l’umiltà che egli prova dinanzi al lettore, il timore e, al contempo, la consapevolezza di essersi messo allo scoperto scrivendo il libro e, di conseguenza, esposto alla critica. Teme che alcuni passaggi del testo possano essere poco apprezzati, perché troppo satirici e pieni di amarezza, oppure perché troppo comici o scritti con troppa leggerezza.

Si mostra consapevole di eventuali errori e sviste e non esita a imputarle alla mancanza di revisione. Avrebbe dovuto leggere, rileggere, correggere ed emendare ma non lo ha fatto: non ne ho avuto l’agio o il tempo, non avevo né amanuenses né assistenti.

L’anatomia della malinconia è un’opera monumentale, e non solo per la sua grandezza fisica – essendo composta infatti da oltre tremila pagine. È un viaggio nella cultura seicentesca. È un’opera che potrebbe continuare all’infinito, è un trattato medico ma anche un manuale di anatomia e fisiologia, un trattato filosofico ma anche una sorta di antologia della poesia europea, un atlante geografico e un testo di storia antica e moderna, un trattato di astrologia e astronomia ma anche un libello satirico.

Un libro che si può leggere come un viaggio verso un rinnovato ordine, verso una luce nuova; come una lotta per riconquistare ciò che si è perduto, riformando e rifondando il mondo. E se diamo per certo l’assunto di Burton secondo cui il mondo intero è malinconico (se non addirittura pazzo), allora, sottolinea Manini, tutte le persone potranno trovare qualcosa che, ne L’anatomia della malinconia, possa parlare a loro, essere loro di aiuto e di conforto.

Burton stesso scrive che trova conforto nel pensare le critiche varie come i palati: tanti saranno quelli che lo criticheranno almeno quanti quelli che lo apprezzeranno. Nella sua opera sarà talmente vasta e varia la mole di informazioni che il lettore, anche contemporaneo, troverà che questo equilibrio sarà per certo mantenuto.


Bibliografia di riferimento

Robert Burton, L’anatonia della malinconia, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Firenze/Milano, prima edizione settembre 2020.

Titolo originale: The anatomy of melancholy – volumi I, II, III, originally published by Oxford University press, 1989, 1990, 1994.

Traduzione e note Luca Manini.

Introduzioni di Luca Manini, Amneris Roselli, Yves Hersant.

Traduzione delle citazioni latine e revisione generale di Amneris Roselli.

Testo in inglese a cura di Thomas C. Faulkner, Nicolas K. Kiessling, Rhonda L. Blair.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” di Franco Garelli (ilMulino, 2020)  

“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 


© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018)

22 martedì Mag 2018

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Giunti, GiuseppeLavenia, Ledipendenzetecnologiche, recensione, Rete, saggio

Quasi metà della popolazione mondiale utilizza internet. In Italia le connessioni da dispositivi mobili sono 80 milioni, pari al 134% della popolazione (stimata in quasi 60 milioni di persone), nella misura in cui in tanti dispongono di più dispositivi legati al medesimo account. È bene allora, e anche doveroso per certi punti di vista, rendersi conto di quanti accedono a esso, per quanto tempo e finalizzato a che cosa.

E questo è esattamente lo scopo della ricerca condotta da Giuseppe Lavenia e che ha portato alla scrittura di Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura, edito da Giunti a gennaio 2018. Un saggio sulle potenzialità del cervello umano e delle tecnologiche, sull’uso di entrambi ma, soprattutto, sull’abuso nell’utilizzo della Rete e sulle sue patologiche e deleterie conseguenze.

L’immensa diffusione di internet può considerarsi a tutti gli effetti un fenomeno di massa che si estende a tutti i Paesi e «diviene realmente globale, coinvolgendo la popolazione mondiale al di là delle differenze di genere, razza, etnia, ceto, religione». Una vera e propria rivoluzione con tantissime sfaccettature positive, come sottolinea lo stesso Lavenia nel testo, ma che rischia di diventare un boomerang allorquando soprattutto, ma non in via esclusiva, per i “giovani adulti” l’uso del proprio smartphone è «diventato così essenziale da richiedere di controllarlo e utilizzarlo in qualsiasi momento». Una dipendenza. Ecco di cosa si tratta. Una patologia che colpisce sempre più persone e che ha sintomi, devianze e livelli di gravità molteplici.

Il linguaggio di internet è interattivo e ipertestuale, le comunicazioni sono veloci, velocissime, garantiscono facilmente l’anonimato e regalano ai produttori come anche agli stessi fruitori un tanto benefico quanto ambiguo «senso di infinitezza». La Rete ma soprattuto i social creano con una certa semplicità ciò di cui l’utente come persona ha sempre bisogno, ovvero un «supporto sociale», una rete fatta di esseri umani questa volta che gli danno il supporto cercato con like, commenti, emoticon, messaggi… Tutto ciò “fa stare bene” nell’immediato ma quanto è reale? E quanto invece è effimero e magari anche controproducente?

Navigando in internet attraverso computer, tablet o smartphone si compiono azioni ed esperienze sensoriali limitate che danno una percezione alterata della realtà, quella vera non virtuale. Si possono addirittura creare dei personaggi, gli avatar, che sono versioni edulcorate e autocelebrative di se stessi, modellate sugli ideali cui si fa riferimento oppure sui modelli che si pensa gli altri vorrebbero vedere. Solamente che spesso si finisce con l’identificarsi in tutto e per tutto con l’avatar, staccandosi dalla vita vera. La dipendenza da MUD o giochi di ruoli online può portare a quel fenomeno definito hikikomori, in base al quale i giovani «di fronte a molteplici disagi della crescita, al fenomeno del bullismo e della competizione imposta dalla società impiegano la modalità della fuga nella tecnologia».

Fenomeno pericolosamente in crescita, anche in Italia, come il blue whale, il «modello manipolatorio di gruppo» che, seguendo un preciso «iter di manipolazioni e sottomissione», mette progressivamente a repentaglio la vita della vittima. Processo per certo agevolato dal «meccanismo di condivisione virtuale» che «potenzia l’effetto di distacco dal mondo reale».

La gran parte delle patologie comunque, sottolinea Lavenia, sono presenti anche nella vita offline, solo che con internet divengono di più facile accesso e perciò più diffuse:

Sovraccarico cognitivo
Gioco d’azzardo
Trading
Shopping convulsivo
Porno-dipendenza

Si assiste sempre più di frequente a manifestazioni più o meno gravi di nomofobia, ovvero di paura di rimanere fuori dalla connessione mobile e questi sono atteggiamenti che non possono e non devono essere minimizzati. Piuttosto è necessario provvedere a una corretta prevenzione e una tempestiva diagnosi. Ed è in questa fase che il libro di Lavenia diventa ancora più tecnico, con la descrizione analitica dei sintomi dei vari disturbi e patologie come anche degli strumenti di valutazione, in particolare i test, e dei protocolli di intervento, rimanendo al contempo utile e accessibile.

Nonostante i molteplici aspetti tecnici, Le dipendenze tecnologiche permane un saggio interessante e di facile comprensione anche per un lettore comune. Una lettura piena di informazioni teoriche ma soprattutto pratiche, con esempi concreti che agevolano l’immissione o meglio la re-immissione di problemi seri nel contesto della vera vera, reale. Perché è proprio questo il punto su cui invita a riflettere il saggio di Giuseppe Lavenia. Per quanto possano essere virtuali le realtà create e usate online ricadono inevitabilmente in quella che è la vita reale, offline. Sembra un’affermazione ovvia ma poi, guardando i numeri delle ricerche, non lo è, come il testo di Lavenia può sembrare il resoconto su un argomento di cui tanto, forse troppo, si parla ma ci si rende conto fin dalle prime pagine che non lo è, nell’impostazione come nel contenuto. Un libro necessario ecco cosa in realtà è. Assolutamente da leggere.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografie e trama libro www.giunti.it



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Il mondo non ha perso la forza di salvarsi. “Un luogo a cui tornare” di Fioly Bocca (Giunti, 2017)

03 giovedì Ago 2017

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FiolyBocca, Giunti, Lemozioneinognipasso, recensione, Unluogoacuitornare

Clochard per scelta, olio cartone telato di Rosario Capuana

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con Giunti editore, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca è una bella metafora dello stesso mondo, in cui i ‘civilissimi’ occidentali quotidianamente compiono piccoli o grandi gesti mostruosi considerandoli ormai normali. Basti citare come esempio l’anteporre carriera benessere denaro al proprio essere-umano, al proprio ben-essere, ai sentimenti, agli affetti, ai figli… Un libro pieno di riflessioni mature sulla vita e sui sentimenti, sempre e perennemente acerbi, a volte un po’ troppo.

Un romanzo che, raccontando la storia di Argea e Zeligo, mostra, come il riflesso di uno specchio, quella di tutti. Di chi è prigioniero delle convenzioni e della ‘normalità’ e di chi, al contrario, vive fuori dagli schemi perché costretto, come Zeligo, oppure perché nel vuoto del benessere economico non si riconosce più, come Pietro.

Da sfondo alle vicende dei protagonisti ci sono i sentimenti, le emozioni, i desideri come quello della maternità ma si avverte la volontà di raccontare un diverso modo di guardare il mondo, anche questo un desiderio o, se si preferisce, una visione. Il bisogno di abbracciare una decrescita che, nel caso di Argea, non è solo economica ma esistenziale. A cosa serve lavorare tanto per produrre molto, guadagnare il massimo e dimenticare che tutto questo non ci rende in alcun modo più ricchi dal punto di vista umano? A nulla. E le scelte compiute dalla protagonista sono la dimostrazione che, a volte, le rinunce sono solo l’inizio.

 

Che senso ha trascorrere i giorni a produrre, ad accumulare denaro che si spenderà poi in rimedi antistress? Si chiede Argea a un certo punto della storia e della sua vita. E decide che non ne vale la pena. Decisamente no. Perché «non c’è niente di più triste di un’allegria simulata».

La scrittura di Fioly Bocca è lieve, lenta, intensa e profonda, altalenante come solo i pensieri veri sanno essere. Un registro narrativo perfetto per raccontare di come un ubriaco senzatetto straniero (bosgnacco), di nome Zeligo, sia presto diventato un “vecchio amico” di un’aspirante giornalista scrittrice compagna fissa e madre dei figli di un noto direttore editoriale, di nome Argea. Di come, in breve tempo, la donna guardandolo non vedrà più in lui l’ubriaco senzatetto straniero ma un amico senza il quale la sua vita sarebbe di certo più vuota.

Argea accoglie Zeligo nella sua casa e nella sua vita e viene a sua volta accolta dal mondo al quale appartiene il suo amico bosgnacco, fatto di persone rivestite da una brutta corazza di vestiti laceri e sporchi ma con una grande anima e un cuore pulsante di amore.

L’esatto opposto del mondo dal quale proviene lei, perfettamente incarnato dal suo compagno Gualtiero. Una bella e curata copertina che racchiude in sé il nulla, o peggio il Male.

Uno stile, quello di Bocca, che cura in ogni minimo dettaglio non le parole bensì i sentimenti e le emozioni che vuole far conoscere, trasmettere o semplicemente raccontare ai suoi lettori affinché comincino anche loro a vedere «il male che fa il male degli altri» in questo mondo che, nonostante tutto, «non ha perso la forza di salvarsi», perché «c’è molto bene che non fa notizia». Ed è da quello che bisogna partire o ripartire, come ha fatto Argea.

Un libro intenso, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca che, raccontando la storia di Argea, narra di quello che accade ma, soprattutto, di «quello che uno fa, delle cose che accadono». E il lettore non può non chiedersi: ma cosa siamo o siamo diventati? Ma cosa insegniamo ai nostri figli?

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia dell’autrice www.giunti.it

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La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” (Giunti, 2016)

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

Siamo quello che nel cuore sentiamo di essere? “Potrebbe trattarsi di ali” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana Editrice, 2017)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La Filosofia può aiutare ad affrontare il terrorismo? Intervista a Ermanno Bencivenga

15 lunedì Mag 2017

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ErmannoBencivenga, filosofia, Giunti, intervista, paura, Prendiamolaconfilosofia, saggio, terrore, Terrorismo

 

La filosofia può aiutare ad affrontare il terrorismo? Intervista a Ermanno Bencivenga

Un approccio filosofico può aiutare ciascuno di noi a capire quale sia l’atteggiamento giusto da tenere riguardo il fenomeno terroristico. Questa la base di partenza e il motivo ispiratore di Prendiamola con filosofia di Ermanno Bencivenga (edito da Giunti), un libro che tenta di dare risposta a tutte le domande che è necessario porsi per guadagnare una posizione responsabile in proposito a eventi di oggi o di ieri, questo poco importa, purché si comprenda quanto abbiano da insegnarci.

Paura, terrorismo e cambiamenti epocali inevitabili esaminati con la lente del ragionamento filosofico in un libro che è un’indagine su quanto le parole mettono in gioco nel tempo del terrore.

Ne abbiamo parlato con Ermanno Bencivenga nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Che cosa può dire un approccio filosofico sul terrorismo rispetto agli altri approcci? In che cosa consiste l’originalità del discorso della filosofia e perché è utile affidarsi a quest’ultimo?

Un approccio storico può informarci sulle origini del fenomeno. Un approccio politico o economico può chiarire quali siano i fattori in gioco, in termini di potere o di finanza. Un approccio legale può illustrare i diritti e doveri che le leggi nazionali e internazionali riconoscono alle varie parti. Un approccio filosofico può aiutare ciascuno di noi a capire quale sia, per lui o per lei, l’atteggiamento giusto nei confronti del fenomeno, mostrandone tutti gli aspetti e tutte le domande cui bisogna dare risposta per raggiungere una posizione responsabile in proposito.

La filosofia può aiutare ad affrontare il terrorismo? Intervista a Ermanno Bencivenga

Libertà di espressione e rispetto per le fedi religiose. Mai come in questi anni tali principi, o meglio diritti, sono spesso al centro di dibattici pubblici e politici. Si sta veramente conducendo una “guerra” planetaria per tutelarli o rischiano di essere o diventare solo una copertura per interessi di altra natura?

Gli interessi di altra natura ci sono, naturalmente. Ma bisogna evitare ogni forma di riduzionismo, economicista per esempio. Ricordiamo il fallimento, intellettuale prima ancora che politico, del riduzionismo di stampo marxiano. Gli esseri umani sono animali razionali, quindi, oltre che da emozioni e interessi, sono mossi dalla ragione. E capire chi abbia ragione, in questi casi, è molto difficile. La difficoltà va affrontata, non evitata con il ricorso a facili slogan che mortificano e avviliscono la nostra natura di esseri pensanti. Una mortificazione che finiremo per pagare: con la frustrazione, con la depressione, con la rabbia.

Nel testo si legge: «che un evento si sia verificato ieri o duemila anni fa non conta», importa solo «quanto abbia da insegnarci». Che cosa abbiamo imparato o che cosa avremmo potuto e dovuto imparare dagli eventi storici passati?

Nel mio libro faccio riferimento, per esempio, al comportamento di Socrate durante il suo processo e la sua esecuzione, nel 399 a. C. Sono eventi sui quali continuiamo a interrogarci e dai quali continuiamo a imparare. È giusto scendere a compromessi per salvarsi la vita? È giusto fare un’eccezione per sé stessi quando si pensa che ci sia stato fatto un torto? È giusto rispondere al male con il male? Socrate ci fornisce le sue risposte e il suo esempio; sta a noi prenderli in esame e decidere da che parte stiamo.

Leggi anche – L’Isis versione ultravioletta e macabra dell’Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Tornando ai fatti recenti invece, quanto incidono le emozioni “a pelle” provate per gli attentati alle Torri Gemelle e a «Charlie Hebdo», per citare qualche esempio, su quelle che dovrebbero essere analisi più ragionate e obiettive della situazione contemporanea globale?

Le emozioni sono parte integrante della nostra umanità e bisogna accettarle ed esprimerle. Indipendentemente da tutte le analisi che ne ho fatto, io il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle ho pianto in pubblico, e credo fosse una reazione perfettamente umana a quel che era successo. Poi, però, è anche giusto porsi delle domande e cercare delle risposte, anche per evitare che tragedie del genere si ripetano.

La filosofia può aiutare ad affrontare il terrorismo? Intervista a Ermanno Bencivenga

La sensazione è di assistere a un cambiamento epocale che coinvolge e coinvolgerà gli abitanti dell’intero pianeta e che originerà un “mondo diverso”. I paletti che vari stati tentano di mettere per arginare detto cambiamento basteranno a tenerli separati dal resto del mondo oppure, dopo inutili quanto sanguinosi conflitti, cadranno inesorabilmente?

Non c’è alternativa a un mondo planetario. Rinchiudersi in un proprio spazio protetto è una scelta infantile e perdente. Bisogna accettare la sfida, che è culturale prima che politica o economica: inventare insieme una nuova forma di convivenza, trasformare l’attuale situazione di crisi in un’opportunità di crescita comune.

Leggi anche – Qual è la strada per sconfiggere il terrorismo? Intervista a Benedetta Berti

In questo tempo del terrore, qual è la vera posta in gioco?

Di poste in gioco ce ne sono tante. Come sarà chiaro da tutto quel che ho detto finora, per me la più importante è riuscire a mantenere la nostra umanità e il nostro senso di giustizia sociale, che in questo momento stanno correndo un gravissimo rischio di essere annientati dalla paura, dall’ansia e dall’odio.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-filosofia-puo-aiutare-ad-affrontare-il-terrorismo-intervista-a-ermanno-bencivenga

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Umanità e Giustizia salveranno i migranti… e anche tutti gli altri. “Padre Mosé” di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi (Giunti, 2017)

03 lunedì Apr 2017

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AbbaMussieZerai, Africa, DonMussieZerai, Europa, Giunti, GiuseppeCarrisi, immigrazione, Italia, migranti, PadreMose, paura, recensione, romanzo

È uscito a gennaio di quest’anno con Giunti il libro-denuncia di Abba Mussie Zerai, scritto con Giuseppe Carrisi, Padre Mosé. Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza. Un pugno nello stomaco e un simbolico schiaffo in faccia a chi ancora vuol fingere di non vedere e non capire che la punizione in alcun modo deve essere progettata e inflitta a coloro che, in balia della disperazione più nera, si lanciano in un viaggio disperato alla ricerca di un luogo dove raccogliere ciò che resta della loro dignità e della loro esistenza e tentare almeno di ricominciare. Uomini e donne, bambini e bambine costretti a lasciare i loro luoghi natii a causa della sofferenza, della povertà, delle carestie, delle guerre, delle dittature, del terrorismo… La soluzione a questa immensa emergenza umanitaria non deve essere studiata contro di loro ma per loro. Se si riuscisse anche a punire i reali colpevoli sarebbe meglio ma intanto bisogna pensare a non aggredire ulteriormente queste persone perché così facendo non solo causiamo loro altro male e sofferenze ma perdiamo anche quel briciolo di umanità che si spera alberghi ancora in tutti e in ogni occidentale, emblema e simbolo condiviso del corretto “viver civile”.

I cristiani imparano fin dalle prime lezioni di catechismo il racconto del liberatore del popolo di Israele, riuscito a salvare la sua gente dall’esercito del faraone e dalle acque del mare. La storia di Padre Zerai invece ancora non è così nota. Ma anche lui, come l’altro Mosé, cerca di salvare la sua gente da un esercito di famelici assalitori e dalle acque di un mare. Un’impresa titanica, considerando i numeri e le distanze, che avrebbe scoraggiato e fatto desistere tanti ma non lui che ha scelto di andare sempre avanti nonostante la mancanza di risorse, le difficoltà oggettive, le intimidazioni, le minacce e le porte in faccia. Abba Zerai è molto cristiano, credente e praticante una spiritualità che nulla sembra avere in comune con i fasti dello Stato Pontificio, con il lusso di chiese palazzi e cattedrali rivestite di oro e preziosi… ma molto assomiglia alla fede predicata e praticata da Gesù Cristo, da san Francesco, dai padri francescani e benedettini… un amore senza tempo e senza limiti verso le creature che popolano la Terra, soprattutto i più bisognosi, i meno “fortunati”, gli ultimi che il Vangelo stesso indica come quelli che “saranno i primi”.

Mussie Zerai dà a questa affermazione un significato tanto probabile quanto preoccupante. Bisogna avere il «coraggio di cambiare nel rispetto reciproco», è necessario «mettere l’uomo al centro di ogni scelta» altrimenti «si rischia di imboccare una strada in rapida discesa, alla fine della quale c’è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell’uomo». Dobbiamo riflettere su quanto afferma Zerai perché «oggi tocca ai profughi e ai migranti. E domani?».

Nonostante le testimonianze orribili riportate nel testo traspare dalle parole di Mussie Zerai una profonda fiducia nel genere umano e non si può fare a meno di chiedersi se ciò derivi dal fatto che egli sia nato e cresciuto in quella parte del pianeta dove vi è più sofferenza proprio perché c’è più umanità. Interi popoli sopraffatti dalla brama di pochi avidi e corrotti, soggiogati da dittature ed estremismi politici e religiosi, che non vogliono e non riescono a piegarsi alla violenza e scelgono di fuggire dai luoghi che hanno dato loro i natali, quegli stessi posti che continuano a essere i supermercati del benessere occidentale. Oggetto di contese che in apparenza hanno motivazioni politiche o religiose ma che in realtà nascondono quasi sempre valenze economiche e finanziarie. Petrolio, gas, diamanti, minerali… giacimenti che fanno gola a tanti, servono a tutti, arricchiscono pochi e condannano alla miseria troppi.

Leggi anche – Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati

Perché l’Italia e l’Europa non riescono a stilare un efficace piano di prevenzione e sostegno dell’emergenza umanitaria in atto? Padre Zerai afferma di aver avuto la risposta a questo interrogativo «nel 2014, quando è scoppiato lo scandalo di Mafia Capitale». Se lui solo con pochi amici fidati è riuscito in questi anni ad aiutare migliaia e migliaia di profughi senza avere a sua disposizione né risorse né mezzi come si può davvero credere che gli stati occidentali con tutte le risorse a loro disposizione non riescano a studiare un concreto piano di prevenzione e intervento? La risposta va cercata lontano da quello che viene da politici e media indicato come il problema, ovvero il fiume di migranti che con ogni mezzo cerca la salvezza lungo le coste italiane e greche. Non sono loro il problema, queste persone rappresentano la conseguenza dei problemi generati anche dagli stessi stati occidentali.

Leggi anche – La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Un libro necessario Padre Zerai di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi, capace di raccontare senza filtri quanto realmente sta accadendo alle persone che abitano la Terra, quello che viene taciuto e perché. «Anche gli ultimi esistono e il loro diritto alla vita non è diverso da quello degli altri», sottolinea Abba Zerai che ha deciso di votare la sua vita al sacerdozio dopo aver scelto di impiegarla per aiutare i più bisognosi. Azioni e concetti che non sono banale retorica ma esempi di vita vera, reale umanità che ancora persiste in persone, come Zerai, cresciute in un clima di violenza e paura che al contatto con il benessere del mondo occidentale non hanno scelto di volere ogni bene per se stessi bensì di adoperarsi affinché ognuno possa avere almeno il minimo per mantenere o riguadagnare la dignità spettante a ogni essere umano. Perché «la Persona non deve essere il custode della legalità, anzi costantemente deve mettere in crisi la legalità confrontandola con la giustizia». E la giustizia non deve essere mero rispetto della legalità bensì pieno rispetto dell’equità.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte Biografia autori www.walkaboutliteraryagency.com

Leggi anche:

Migrazioni… di organi

Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo-Tilotta (Mondadori, 2016)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“I mercanti dell’Apocalisse” di L.K. Brass

26 lunedì Set 2016

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Giunti, IldealdellApocalisse, ImercantidellApocalisse, LkBrass, NWO, ordinemondiale, recensione, romanzo, thriller

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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

Articolo originale qui

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per ‘L’emozione in ogni passo’

27 mercoledì Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FiolyBocca, Giunti, intervista, Lemozioneinognipasso, romanzo

soloCopL’emozione in ogni passo (Giunti, 2016) è il secondo romanzo di Fioly Bocca, una scrittrice, una donna, una madre che, attraverso le parole, racconta la vita, le emozioni, i sentimenti, i dolori, le paure e soprattutto la speranza. “Una necessità che, io credo, ci accomuna tutti.”

Il libro racconta la storia di Alma e Frida, i loro tormenti, il loro essersi smarrite, il lungo Cammino che le porterà prima a incontrarsi poi a ritrovarsi. Un cammino spirituale, metaforico e reale, che diventerà anche un percorso fisico e psichico. Una autoanalisi e un’auto-rivelazione fondamentali per ognuno. Le medesime che l’autrice scopre “percorrendo” la sua scrittura.

Ne abbiamo parlato con Fioly Bocca in un’intervista.

Schermata 2016-07-27 a 09.37.00fonte: www.giunti.it

L’emozione in ogni passo è il racconto del cammino, metaforico e reale, condotto da Alma e Frida verso Santiago de Compostela e alla ricerca di se stesse. Il Cammino è un percorso da seguire o da costruire?

Il Cammino si costruisce, in un’interazione continua con esso. Ci prefiggiamo una partenza, alcune tappe, tempi di percorrenza, una meta. Ma, al momento del via, dobbiamo essere pronti a lasciarci sorprendere, e qualche volta accompagnare per mano. Vedremo così panorami che non avevamo previsto, scorci inattesi; magari cercando rifugio a un temporale.
Il Cammino si fa, con la complicità del Cammino.

Alma e Frida sono due donne apparentemente diverse tra loro che si incontrano in un momento delle loro vite nel quale entrambe si sono smarrite. Quanto incide e quanto determina il loro “essersi incontrate” sullo sviluppo della storia?

L’incontro delle due donne era necessario per la loro evoluzione, in un momento di grande fragilità per entrambe. Seppure così diverse da essere quasi complementari, Alma e Frida riconosco una nell’altra lo stesso profondo bisogno: quello di riconciliarsi con se stesse e la propria vita, dopo un avvenimento che le ha fatte deragliare dalle proprie esistenze. Nel caso di Alma è una ricerca di risposte, di una misura precisa ai propri sentimenti. Nel caso di Frida invece è la necessità di fare i conti con una perdita che renderà la sua vita per sempre “altro” da ciò che è stato fino a quel momento.
Incontrarsi sarà identificare nell’altra il proprio disagio e percorrere insieme un pezzo di strada verso la precisa volontà di superarlo.

Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai (Giunti, 2015), è stato un grande successo di pubblico che si è appassionato alla sua scrittura che potremmo definire “dei sentimenti”. Secondo lei, cosa hanno trovato i lettori nel suo libro da spingerli al virale passaparola che ne è derivato?

È difficile per me rispondere a questa domanda. Non dirò quello che credo abbiamo trovato, ma quello che spero, abbiano incontrato nella mia scrittura: il bisogno di leggere, anche tra le righe di un dolore, lo spiraglio di una speranza. È una necessità che, io credo, accomuna tutti; la vita mette spesso a dura prova, ma se si riesce comunque a concederle ancora fiducia, può ricompensarci, almeno in parte, offrendoci nuovi punti di osservazione e la possibilità di evolvere, di avvicinarci a noi stessi nella nostra dimensione più autentica.
Raccontare una storia attraverso i sentimenti di chi la vive, offre certamente una prospettiva soggettiva; ma per me è anche quella più reale, più vicina al vero.

Anche lei, con la sua scrittura, sta portando avanti un suo percorso personale?

È quello che mi auguro. La scrittura è alle volte auto-rivelazione, il più potente strumento di autoanalisi che io abbia sperimentato. Le storie che si raccontano sono sempre anche un fare luce sulle nostre zone oscure. Già solo per questo, è una strada che merita di essere percorsa.

Se poi si riesce a offrire qualche cosa agli altri, allora è quasi un miracolo: la possibilità di condividere un processo creativo è un enorme sprone per chi si incammina in questa ricerca, che è bellezza, ma anche disciplina e fatica.

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Fioly Bocca: Vive nel Monferrato. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università degli Studi di Torino. Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai, è stato un grande successo del passaparola. I diritti di traduzione sono stati venduti in Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Turchia. L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

155ef7_27bdf5024e224437ae14a0bc00aa3945Si ringrazia per la segnalazione e la mediazione Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Nel mare del tempo” di Elisabetta Cametti (Giunti, 2014)

22 sabato Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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ElisabettaCametti, Giunti, Nelmaredeltempo, recensione, romanzo, stroncatura, thriller

Elisabetta Cametti, Nel mare del tempo

Dopo I guardiani della storia  Elisabetta Cametti ritorna in libreria con K –Nel mare del tempo, sempre con la casa editrice Giunti; ancora una volta un thriller contemporaneo che parla di etruschi. Nuove avventure per Katherine Sinclaire, il suo fidanzato Jethro e la cagnetta Tremilla. La storia riprende il filo del primo romanzo; mentre la protagonista cerca di riprendersi dalle vicissitudini precedenti, si ritrova a dover affrontare nuovi ostacoli e intrighi che causeranno la morte o il ferimento di praticamente tutti coloro che le stanno intorno.

La mole del testo, come di quello precedente, è imponente: 576 pagine per un giallo sono davvero tante; a tratti sembra di essere incappati in un mistero senza fine, aggravato da nuovi, tetri sviluppi e omicidi ripetuti. È impensabile una lettura continuativa per un libro di queste dimensioni, così va a finire che l’adrenalina ricercata dagli appassionati del genere scema di pagina in pagina e ci si ritrova sospinti verso la fine, solo per correttezza, dalla volontà di ultimare la lettura. Troppe interruzioni, troppi cambi di registro appesantiscono il testo. Ne sono un esempio lampante le ripetute dissertazioni sul popolo etrusco, sulla magia, sul passato collegato al presente, su delucidazioni tecniche e teoriche che non servono alla lettura né alla risoluzione del mistero.

In Nel mare del tempo i buoni e i cattivi si intuiscono facilmente, come l’epilogo. Troppo romanzato, per un thriller, un lieto fine che finisce per irritare il lettore. Una protagonista trattata alla stregua di una principessa da troppe persone, finanche da coloro che un attimo prima hanno dichiarato di odiarla e di volerla uccidere. Non si può dire che non sia una bella storia quella raccontata da Elisabetta Cametti, che non siano interessanti le narrazioni sugli etruschi; traspare certamente il lavoro di ricerca compiuto dalla stessa autrice, ma quello che non funziona è l’aver assemblato tanto materiale e averlo offerto al lettore per esteso.

Il testo ricorda molto, per struttura, le opere di Dan Brown, ma gli americani in generale hanno una maggiore propensione alla spettacolarizzazione, con la capacità di rendere interessanti anche cose scontate. Gli italiani non sono così e quando cercano di somigliare ai cugini d’oltreoceano, l’esito finale risulta un po’ artefatto. La stessa protagonista è forzatamente una persona normale, banale. Si notano tutti gli sforzi dell’autrice per renderla una persona comune, anche se poi gli atteggiamenti cozzano, a volte, con le parole, l’abbigliamento con il guardaroba, la professione con la quotidianità.

Fin dalle prime pagine si intuisce che Katherine non è solo la prescelta dai “guardiani del tempo” ma anche il birillo che deve assolutamente rimanere in piedi; tutti gli altri personaggi, come l’intera vicenda, sembrano costruiti per raggiungere questo scopo. Gli argomenti affrontati nel libro sono molteplici e spaziano dalla storia all’architettura, dalla religione alla spiritualità, dalla geo-morfologia dei terreni all’astronomia, dal racconto di drammi familiari a quello di gravi patologie psichiche; eppure nel lettore non resta nulla.L’autrice si limita a un’esposizione asettica dei contenuti e situazioni anche gravi scorrono in maniera neutra. A fine lettura restano le medesime sensazioni di quando si legge uno scrittore che potrebbe essere Dan Brown o un autore analogo per stile e tematiche: una grande quantità di immagini, anche cruente, di atmosfere, di luoghi, di persone e poche sensazioni, emozioni, riflessioni.

Abbandonando il tentativo di emulare altri e tralasciando i timori di svelare se stessa, unitamente alla forza delle conoscenze relative all’antico popolo degli etruschi e alla passione per il mistero, Elisabetta Cametti potrebbe orientarsi verso un tipo di scrittura più spontanea di quella impiegata per Nel mare del tempo.

http://www.sulromanzo.it/blog/k-nel-mare-del-tempo-di-elisabetta-cametti

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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