Cosa rende davvero solida una società? Le leggi? I commerci? La tolleranza? O, piuttosto, un senso condiviso di appartenenza, una memoria collettiva, un legame profondo con i luoghi dell’abitare? Il genio di Trieste di Maurizio Marzi Wildauer (Rubbettino, 2025) spiega le modalità con cui gli Asburgo traghettarono la Trieste del Settecento verso la modernità e mostra come proprio in quel processo si celino le radici del drammatico conflitto etnico che, decenni dopo, avrebbe sconvolto il confine orientale.
Compie l’autore un’approfondita analisi storica di quella che è sembrata a tutti un modello avanzato di convivenza crollato, però, sotto i colpi dei nazionalismi, svelando a tutti la sua natura fragile.
Tutti questi elementi hanno per certo contribuito a plasmare il modello della città nel tempo. Ma, oggi, Trieste cosa rappresenta nella complessa dicotomia tra multiculturalismo e rivendicazioni identitarie dei nuovi nazionalismi? Rappresenta davvero Trieste un laboratorio per la storia e un monito per il futuro?

La dichiarazione di Carlo VI sulla libera navigazione in Adriatico del 1717 e la patente di porto franco del 1719 sono stati due passaggi fondamentali per la Trieste del ‘700. Risale allo stesso anno l’istituzione della compagnia Orientale per i commerci con il Levante. Chiaro quindi l’intento del sovrano di accelerare lo sviluppo economico dei possedimenti austriaci a scapito della decadente Venezia1. Ulteriori e sostanziali cambiamenti giunsero con Maria Teresa e con suo figlio Giuseppe II, il quale con la promulgazione dell’Editto di Tolleranza del 1781 incentivò l’immigrazione nel porto adriatico di minoranze religiose acattoliche, destinate a costruire, nel corso dell’Ottocento, la multi-etnica e multi-confessionale borghesia triestina, autentico referente economico della città fino alla seconda metà del XIX secolo2.
L’emporio triestino fu così in grado di attrarre a sé commercianti e banchieri ebrei, greci, protestanti, armeni, i quali videro nelle potenzialità offerte del porto franco l’occasione imperdibile per accrescere le proprie fortune e allargare le loro reti di relazione3. Accanto alle comunità religiose, in città erano presenti anche gruppi nazionali come sloveni, serbo-illirici e tedeschi, i quali trovarono ampia collocazione in altri settori professionali4.
Le conseguenze della rivoluzione francese non risparmiarono Trieste e il suo porto: in un primo tempo questa diventò il punto focale del commercio dell’Europa centro-orientale con un aumento vertiginoso dei traffici e demografico5. Le tre successive occupazioni francesi, in particolare l’ultima (1809-1813), produssero una seria crisi economica per il porto a seguito del blocco navale contro l’Inghilterra6. Con la Restaurazione l’Austria nel 1814 rinnovò a Trieste la patente di porto franco, permettendo così la ripresa delle attività portuali relative non solo ai commerci marittimi con l’Europa centrale, ma anche ai traffici con il levante, le Indie e i paesi mediterranei. Dal 1812 al 1815 Trieste raddoppiò la propria popolazione, raggiungendo i 45mila abitanti. Un grande impulso alla trasformazione del porto fu dato dagli inglesi, arrivati a Trieste al seguito delle milizie della coalizione antinapoleonica. Proprio i britannici saranno i protagonisti del trapasso dalle entità a carattere economico-familiare dei fondachi a quelle della nuova impresa capitalistica. Tutte nate negli anni Trenta, le assicurazioni (Le Generali, Il Lloyd Adriatico, la Riunione Adriatica di Sicurtà) divennero uno dei principali motori dell’economia triestina, rafforzando lo stretto legame tra il mondo commerciale, assicurativo e bancario7.
Nel 1891 Trieste dovette fare i conti con la chiusura del porto franco, che a seguito di innovazioni industriali e doganali e di fronte al mutato sistema finanziario, non era più vantaggioso al mercato8. La zona franca fu circoscritta solo alle aree del porto, nei cosiddetti punti franchi. Così i piccoli commercianti persero ogni vantaggio dall’uso dei propri magazzini in città, non più protetti dalla franchigia, mentre la cittadinanza triestina dovette subire un aumento dei prezzi dovuto all’ingresso delle imposte dirette, senza poter godere di un adeguamento salariale9. La crisi però non giunse inaspettata. Le sue radici vanno ricercate già negli anni Sessanta, allorquando, con la proclamazione del Regno d’Italia, il porto triestino perse i mercati italiani.
All’inizio del ‘900, grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, il porto di Trieste perse la sua funzione emporiale e si avviò a trasformarsi in porto di transito e ciò portò a un duplice cambiamento nella struttura sociale del porto: molte vecchie famiglie si concentrarono su attività specificatamente finanziarie e assicurative, mentre dall’altro lato si facevano strada nuovi coraggiosi trasportatori: gli spedizionieri, figli delle più importanti famiglie di capitani e di proprietari di navi10.
Gli anni della Grande guerra furono per la città difficili a causa della vicinanza del fronte bellico. Dopo la vittoria italiana, la maggior parte dei cittadini non italiani si rifugiò in Austria e nel nuovo stato Jugoslavo, mentre giunsero in città nuovi immigrati dalla penisola italiana, in special modo dal meridione11. L’annessione all’Italia determinò la perdita di importanza di Trieste, che si ritrovò a essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland. Contemporaneamente arrivano gli echi della rivoluzione di Ottobre che accrebbero il numero degli scioperi. Ciò produsse nella città una successione di eventi: il tradizionale internazionalismo pacifista di provenienza austro-marxista12 si rafforzò di fronte al malessere derivante dalla guerra appena passata, e nel 1919 vi fu la fusione tra il partito socialista triestino e quello sloveno13. Così il capitalismo locale si trovò ad affrontare un presunto nemico con un duplice volto: slavo e rosso. Questa situazione preparò il terreno per il fascismo, che in Trieste trovò condizioni più che ottimali per un rapido sviluppo e per la sua immediata affermazione dopo l’azione dannunziana a Fiume14. Con l’ascesa del partito fascista con la marcia su Roma del 1922, Trieste divenne una delle teste di ponte per l’affermazione della nuova ideologia nella politica italiana15. Per quanto riguarda invece l’ambito economico, la conquista della città giuliana veniva vista come la possibilità di accesso privilegiato ai mercati storici di sua competenza con una conseguente agevole penetrazione commerciale nelle aree balcanica, danubiana e levantina16.
Con l’affermazione del nazionalsocialismo in Germania il dinamismo dell’economia tedesca mise in grosse difficoltà l’élite dirigente triestina, che vide nella seconda metà degli anni ’30 un completo predominio germanico sui commerci e specialmente nell’area danubiana. Si aprì così, tra i gruppi dirigenti triestini, un dibattito sulla questione che evidenziò le fallimentari politiche di espansione nei Balcani del governo fascista. Nel ’38 la tradizionale componente ebraica triestina dovette fare i conti con le leggi razziali. Ormai Trieste aveva definitivamente perso quell’aspetto cosmopolita e quella naturale identità di crocevia di cultura e di popoli che tanto l’avevano contraddistinta nel corso dei secoli17.
Anche dopo la fine della seconda guerra mondiale Trieste non riuscì a liberarsi del pesante onere della sua posizione geografica e in più dovette fare i conti con gli ingenti danni economici e strutturali ereditati dal conflitto e dai bombardamenti.
Fino al trattato di pace18, l’intervento statunitense nell’economia triestina si basò principalmente sul “prevention of disease and unrest”, adottato in tutta l’Italia occupata19. Questo programma fu inefficace, come lo furono i tre accordi firmati nel marzo 1948 che assegnavano dei finanziamenti semestrali da stabilire volta per volta a seconda dei bisogni20. Una svolta si ebbe con il piano Marshall che prometteva a Trieste la salvaguardia e il potenziamento delle strutture portanti della città: il porto e l’industria (in special modo la cantieristica)21. Lo scopo finale era raggiungere lo stato di self supporting economyderivante dall’assunto che l’economia triestina era completamente differente da quella del resto della penisola italiana22.
Inoltre, a partire dal 1947, Trieste divenne oggetto di contesa tra italiani e jugoslavi nonché punto nevralgico della Guerra Fredda: una vera e propria linea di contatto lungo la “cortina di ferro” evocata da Churchill nel celebre discorso di Fulton23, che separava le democrazie occidentali dai regimi filo-comunisti. Tuttavia, anche dopo il ritorno all’Italia, sancito dal Memorandum di Londra (condizione poi resa definitiva con gli Accordi di Osimo del 1975), le speranze per un rinnovato slancio della città furono disattese, soprattutto in termini di investimenti e di pieno riconoscimento, da parte del governo italiano, della centralità strategica ed economica della città e del suo porto24.
Nel nuovo Millennio, e in particolare dopo il lancio della Belt and Road Initiative (BRI) da parte della Cina25, ha preso avvio – in Italia e non solo – una riscoperta delle potenzialità strategiche ed economiche di Trieste. Tuttavia, prima la pandemia e successivamente il processo di de-risking delle catene del valore avviato dall’Italia, in linea con le decisioni prese in ambito G7, hanno spinto a riconsiderare la propria adesione alla BRI. Chiusa un’opportunità per Trieste, se ne è nel frattempo aperta un’altra. Il lancio del Corridoio economico India-Medio Oriente – Europa (IMEC)26, annunciato a margine del Vertice del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, ha offerto una nuova prospettiva per il porto giuliano grazie al crescente interesse dell’India a considerare Trieste come possibile terminale europeo del corridoio. Primo porto italiano e principale porto petrolifero del Mediterraneo, Trieste presenta almeno quattro punti di forza che la rendono la candidata ideale a ospitare il terminale di IMEC: fondali profondi in grado di accogliere le più grandi navi portacontainer; l’essere ancora oggi un porto franco; una solida ferrovia connessa al resto d’Europa; la presenza dell’oleodotto transalpino (TAL)27.
Già durante la prima guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto Trieste e il suo territorio subirono una metamorfosi nella propria fisionomia etnico-nazionale e le sue componenti minoritarie risultarono, per diversi motivi, molto ridimensionate. I flussi immigratori verso la città e il Litorale mutarono sia per quanto riguarda i luoghi di provenienza, sia per consistenza numerica, sia per intensità.
Intorno al 1913 le componenti della popolazione di Trieste, etnicamente parlando, erano molto variegate: italiani di cittadinanza austriaca, italiani cittadini del Regno d’Italia ( i regnicoli), sloveni autoctoni, sloveni immigrati dalla Carniola, popolazione di lingua tedesca, di lingua croata, una forte comunità ebraica, piccoli ma vivaci nuclei greci, serbi, armeni, svizzeri, albanesi, boemi, polacchi, turchi.
Alo scoppio della prima guerra mondiale la maggior parte dei regnicoli residenti a Trieste venne rimpatriata o internata. Èdifficile dire quanto l’espulsione dei regnicoli rispondesse a un disegno di “pulizia etnica” del territorio voluto dall’Austria per rendere meno preponderante la presenza italiana nel Litorale. L’espulsione o l’internamento dei cittadini di stati nemici presenti sul territorio è pratica comune di qualsiasi paese in stato di guerra, dunque è probabile che la misura presa dal governo austriaco rappresentasse contemporaneamente una necessità bellica e un sistema per rendere più “etnicamente” leale la zona.
Del tutto particolare nel panorama triestino fu l’emigrazione dei membri delle famiglie dell’alta e media borghesia triestina la cui partenza (o permanenza) fu funzionale alla tutela dei propri interessi economici. Estremamente interessante è poi la facilità con cui, a guerra finita, le imprese e la borghesia triestina si adattarono al nuovo status territoriale della zona. Famiglie e aziende che erano nate, fiorite, avevano avuto ottimi rapporti con l’Austria e proclamato sempre la propria fedeltà alla casa d’Asburgo, cambiarono bandiera con una velocità sconcertante. È chiaro che si trattò di un dare-avere tra la ricca borghesia cittadina e la nuova autorità italiana. La prima, preso atto dell’irreversibile fine dell’Impero e del crollo della monarchia, aveva tutto l’interesse a mantenere rapporti più che amichevoli con i nuovi padroni, tutelando in questo modo gli interessi economici; la seconda, pur di evitare la fuga dei capitali appartenenti all’alta società triestina, soprassedeva all’antica lealtà verso l’Austria e concedeva alla borghesia cittadina una nuova verginità irredentista e filoitaliana28.
Se questa fu la sorte dell’alta e media borghesia, il destino delle classi sociali più basse fu diverso. Già prima dello scoppio del conflitto fu chiaro che il Litorale sarebbe stato uno degli scenari in cui si sarebbe svolta la guerra tra Italia e Austria. A Trieste non furono mai presi provvedimenti di evacuazione in quanto, esclusi episodi di bombardamenti aerei, la città non fu mai seriamente minacciata, pur trovandosi nelle retrovie del fronte. La sindrome della fuga, tuttavia, colpì anche la città , oltre le zone limitrofe. Lo spopolamento di Trieste, oltre che per l’allontanamento dei regnicoli, la fuga dei fuoriusciti, l’esilio della borghesia commerciale e imprenditoriale, fu dovuto anche ad altri movimenti migratori connessi alla situazione bellica (la chiamata alle armi innanzitutto ma anche il mancato rientro di coloro che allo scoppio del conflitto si trovavano altrove), nonché la fame (nel corso del conflitto infatti la situazione degli approvvigionamenti peggiorò drasticamente).
Nel 1919 il governo Nitti procedette alla sostituzione dell’amministrazione militare di Petitti, chiaramente provvisoria, con organi civili, attraverso la creazione dell’Ufficio centrale per le nuove province alle cui dipendenze erano istituiti due commissariati generali civili, uno per il Trentino e uno per la Venezia Giulia. La partenza di una figura decisa e autorevole come quella di Petitti di Roreto e la sua sostituzione con il Commissario generale Augusto Ciuffelli, parlamentare completamente preso dal gioco politico dei palazzi romani e dunque poco interessato al suo nuovo incarico, nonché la poca chiarezza nelle reali prerogative del Commissariato e l’inevitabile confusione nel momento del passaggio tra le due forme istituzionali, diedero ai nazionalisti la possibilità di agire e di compiere la prima vera azione di forza contro quelle che erano identificate come le due forze antinazionali per eccellenza: i socialisti e gli sloveni29.
Il 4 agosto, esattamente il giorno del passaggio dei poteri tra Petitti e Ciuffelli, una manifestazione di protesta socialista per un arresto operato dai carabinieri fu attaccata da militari e controdimostranti nazionalisti, degenerando in scontri che portarono all’uccisione di un militare e di un giovane nazionalista. La reazione dei manifestanti nazionalisti (frammisti a esponenti delle forze dell’ordine) fu diretta contro i simboli del movimento socialista e delle organizzazioni slovene (la sede del partito socialista, del giornale Edinost e la scuola magistrale slovena, nonché l’Hotel Balkan, cuore delle attività delle minoranze slovena e croata).
Con gli scontri del 4 agosto la violenza divenne componente essenziale della normalizzazione del territorio: i non italiani cominciarono a temere per la propria incolumità fisica e le squadre – inquadrate ben presto nel Fascio di combattimento – vennero benevolmente tollerate dalle autorità, godendo di una quasi totale impunità30.
Tra la fine della seconda guerra mondiale e il Memorandum di Londra del 1954, la città di Trieste è stata oggetto di una contesa confinaria tra Italia e Jugoslavia, due Stati che dalla Resistenza avevano assunto nuove forme di organizzazione politica. La Conferenza di pace di Parigi del 1946 provò a trovare una parziale soluzione alla questione triestina, istituendo il Territorio Libero di Trieste, che venne a sua volta diviso in Zona A (governata dalle truppe angloamericane rimaste stanziate in città dopo l’Accordo di Belgrado del giugno 1945) e una Zona B a diretta amministrazione jugoslava31. Ciò comunque non servì a sciogliere le situazioni di aperta violenza che la città continuava a vivere. Le tre componenti coinvolte in tale situazione di violenza erano gli abitanti italiani di ispirazione nazionalista, gli abitanti che chiedevano l’annessione alla Jugoslavia socialista e le forze alleate impegnate in un servizio di pubblica sicurezza che prevedeva anche ampie competenze repressive32.
Terre di miti e terra di redenzione: il confine orientale è subito esibito agli occhi della nazione come il luogo per eccellenza in cui la patria si riconosce. Da quella sorgente essa sembra trarre la sua forza, le sue potenzialità espansive, i suoi diritti di conquista. La pregnanza simbolica di quella barriera territoriale e psicologica cresce a dismisura negli anni del fascismo, per arricchirsi ancora di emozioni e segnali contrastanti nel lungo e drammatico secondo dopoguerra. Si è dunque parlato spesso della società locale come di un vero e proprio laboratorio: qui appaiono infatti in piena luce il rapporto contrastato tra potere militare e potere civile e il ruolo dell’esercito in via di smobilitazione come elementi corrosivi della fragile democrazia italiana postbellica; qui la vicenda fascista elabora in modo esasperato la violenza politica che diventa simbolo di una rivoluzione/ribellione che dalla periferia si irradia verso il paese. Il nodo cruciale del rapporto maggioranza/minoranza che viene giocato con estrema difficoltà su tutto lo scacchiere europeo ha qui il suo “esempio italiano” di maggior rilievo, pur tenendo conto delle altre minoranze nazionali (quella tedesca soprattutto) entrate a far parte della compagine italiana dopo la guerra33.
Wildauer definisce Trieste uno “straordinario laboratorio della modernità, una città eretta a modello di convivenza ma che non resistette all’urto dei nazionalismi proprio in virtù delle sue artificiali modalità di nascita e di sviluppo che ne avevano fatto un’Atopia, un non luogo disancorato da qualsiasi radicamento culturale e valoriale e perciò facile e facilmente esposto all’irruzione violenta dell’elemento politico – in particolare quello più irrazionale – della Storia34.
L’indagine retrospettiva condotta da Marzi Wildauer sulla storia di Trieste, nell’analisi di Magris, può essere estesa allo studio delle dinamiche attualmente in corso in Occidente – in particolare in Europa – dove si assiste a una svolta epocale, segnata da profonde innovazioni politiche, economiche e sociali. Trasformazioni che suscitano grande entusiasmo in coloro che vi scorgono un’imperdibile opportunità per implementare un nuovo modello di società, caratterizzato dal definitivo trionfo tecnologico in grado di garantire un maggiore e meglio distribuito benessere e dalla diffusione di un’ideologia universalista – ispirata alla tolleranza, all’equità e all’inclusività – la quale si proporrebbe di emancipare l’umanità dalle catene dei suoi pregiudizi imputabili ad arcaici quanto regressivi miti identitari che rallenterebbero il processo di emancipazione degli individui dal peso delle proprie tradizioni valoriali, culturali e religiose, mantenendoli diffidenti nei confronti di un progetto politico, sociale ed economico improntato al multicultularismo e all’ideologia “no borders”.
La rimozione dei tradizionali steccati comunitari, che rende persino obsoleti i concetti di confine e frontiera – sia geografici che culturali -, sembrerebbe far venire meno i presupposti per la deflagrazione di quelle pulsioni violente che si nutrono delle esasperazioni identitarie e dell’intolleranza che esse generano. Come suggerisce Marzi Wildauer, è stata invece proprio l’incapacità di individuare dei precisi tratti comunitari sulla base di una reale presa di coscienza identitaria una delle principali cause del declino di Trieste a inizio Novecento.
Fino alla seconda guerra mondiale, l’appartenenza culturale e sociale si definiva sulla base della nazionalità e della lingua, entrambi elementi fondatori dello stato nazione. L’ideologia che la nutriva era sfociata poi nei nazionalismi devastatori della prima metà del Novecento35. Gli sconvolgimenti delle due guerre non sono bastati a disperdere completamente questi riferimenti così profondi, ma ha avuto inizio una diffidenza nei loro confronti che ha portato progressivamente all’indebolimento dello stato nazionale che attraversa la più grave crisi della sua bicentenaria esistenza: ha perso il controllo dell’economia, della moneta, della stessa difesa e come ogni fenomeno della storia sotto minaccia di estinzione, quando è incapace di trasformarsi, si irrigidisce nelle sue contraddizioni36. Il cittadino disorientato cerca altri livelli di appartenenza, diffida della dimensione europea troppo lontana, vissuta come estranea, ostile, burocratica e ripiega sui localismi e regionalismi. Le frontiere cadono sulla carta ma permangono nelle menti. A questo si deve aggiungere un’immigrazione che, percependo la debolezza dello Stato che la ospita e l’ostilità alla sua integrazione, si rifugia nella propria identità in cui spesso la fede religiosa è centrale. In questo clima, il rischio di rigurgiti nazionalisti e di tensioni xenofobe è sempre latente37.
Già qualche anno fa scriveva Miran Kosuta: «Nemmeno noi sloveni, per quanto esigui di numero, facciamo eccezione. Di qua e di la del confine, a Trieste come a Lubiana, si stanno percuotendo il petto non pochi Tarzan nazionali. Mi spaventa il loro acuto, metà scimmiesco metà operettistico che potrebbe ridestare gli odii sopiti, le passioni represse, le oscure follie della giungla etnica38».
Gli sloveni rappresentano per i triestini un doppio, un alter ego rimosso, osteggiato, temuto, respinto, che si colloca al di là di una linea d’ombra raramente attraversata. Una mancanza che ha impedito a tutti, triestini e sloveni, di sentirsi e dunque di essere a casa, di vivere questa terra di frontiera come una casa natale in cui sentirsi armoniosamente familiari39.
Causa di ciò sono stati per certo i nazionalismi contrapposti. Ecco perché oggi inquieta la serpeggiante tentazione di ritorno alle politiche di stato nazionale e lo scarso interesse per l’Europa. Questa è una terra in cui tre lingue, tre culture hanno saputo intrecciarsi, comprendersi, integrarsi senza che alcuna rinunciasse alla propria identità. Necessita la ripresa di questo dialogo. Comunicare in queste terre significa conoscersi e riconoscersi, accettarsi40. Per Rossetti tornerebbe utile una TV senza confini, in grado di far conoscere la realtà sociale e culturale di un’area plurima che rappresenta “in piccolo” la nuova Europa, quella della cultura latina, sassone, slava. Un terra che può diventare il laboratorio anche della nuova Europa.
L’idea che Trieste possa rappresentare ancora una volta un laboratorio, un caso studio per comprendere l’evoluzione della modernità rappresenta anche la tesi portante del libro di Marzi Wildauer: l’autorità statale può anche creare dal nulla l’Atopia, può apprestare un apparato burocratico efficiente e funzionale, può fondare una città quadrata, anonima e asettica, può inventarsi un sistema normativo evoluto ed efficace, può anche secolarizzare una società per renderla del tutto indifferente e anodina sul piano del conflitto teologico. Ma quello stato non riuscirà a mantenere quella condizione di neutralità a lungo. Perché è proprio il modo originario di vivere degli uomini nella storia che andrà pian piano a ricostruire un nesso territoriale con i luoghi in cui abitano; perché appartiene alla natura umana la ricerca di una natura trascendente cui affidare il senso della propria esistenza; perché, come insegnava Aristotele, l’uomo è essenzialmente un “animale politico” che misura la sua esistenza sulla terra attraverso l’inestinguibile conflitto con l’Altro, con il nemico. Ogni tentativo desacralizzante troverà in una nuova teologia politica il suo punto di caduta. Ogni sforzo di radicamento può durare lo spazio di qualche generazione, ma a lungo andare i processi di radicamento torneranno immancabilmente a legare gli esseri umani al loro luogo.
Per cui si può affermare che la risposta alle domande iniziali, nonché alla tesi del libro di Marzi Wildauer è sì, Trieste può bene rappresentare un laboratorio per la storia, un caso studio per la comprensione del presente e un monito per futuro.
1E. Aphi, Trieste, Laterza, Bari, 1988.
2M. Cattaruzza, Trieste nell’800, le trasformazioni di una società civile, Edizioni Del Bianco, Udine, 1995.
3Si vedano: L. De Antonellis Martini, Porto franco e comunità etnico-religiose nella Trieste settecentesca, 1968; G. Stefani, I Greci a Trieste nel Settecento, 1960; A. Millo, Trieste 1719-1954, 1997; O. Katsiardi-Hering, La presenza dei Greci a Trieste in Storia economica e sociale di Trieste, 2001; G. Milossevich, I serbi nella storia di Trieste, 1987; M. Dogo, La comunità serbo-illirica di Trieste, 1748-1908 in Storia economica e sociale di Trieste, 2001.
4R. Romano, Lavorare in funzione del porto. Principali tappe dello sviluppo del porto triestino fra Ottocento e Novecento in O.T.I.S. – Osservatorio del lavoro transfrontaliero per le aree portuali di Trieste, Monfalcone e Koper/Capodistria, a cura di Tullia Catalane Sergio Zilli, La Mongolfiera Libri, Trieste, 2008.
5Si vedano: A. Caroli e Autorità Portuale di Trieste, Il porto di Trieste – cronaca e storia delle costruzioni portuali, Italo Svevo, Trieste, 2002; AAVV, La città dei gruppi, 1719-1918, a cura di Roberto Finzi e Giovanni Panjek, LINT, Trieste, 2001.
6E. Godoli, Trieste, Laterza, Bari, 1984.
7G. Mellinato, Crescita senza sviluppo, Consorzio Culturale del Monfalconese, Begliano, 2001.
8F. Lodato, Il porto franco di Trieste, EUT, Trieste, 2000.
9F. Babudieri, Il porto di Trieste in Istituto per l’enciclopedia del FVG, 1972.
10R. Romano (2008), op.cit.
11E. Aphi (1988), op.cit.
12M. Cattaruzza, Socialismo adriatico: la socialdemocrazia di lingua italiana nei territori costieri della monarchia asburgica: 1888-1915, P. Lacaita, Manduria, 1998.
13ibidem
14Si vedano: A. Vinci, Il fascismo al confine orientale in Il Friuli Venezia giulia, Einaudi, Torino, 2002; D. Mattiussi, Il Partito nazionale fascista a trieste: uomini e organizzazioni del potere, 1919-1932, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli – Venezia Giulia, Trieste, 2002.
15A. Ara, C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 2015.
16F. Babudieri, op.cit. e G. Mellinato, op.cit.
17R. Romano, op.cit.
18Per info e dettagli si veda: https://www.difesa.it/assets/allegati/44075/07_convegno1996_italia_del_dopoguerra.pdf
19D.W. Ellwood, L’alleato nemico: la politica dell’occupazione anglo-americana in Italia, 1943-1946, Feltrinelli, Milano, 1977.
20G. Valdevit, Dalla crisi del dopoguerra alla stabilizzazione politica istituzionale ne il friuli Venezia Giulia in Storia di Italia, le regioni dall’unità a oggi, a cura di Finzi, Magris e Miccoli, Einaudi, Torino, 2002.
21G. Mallinato, P.A. Toninelli, La città reale: economia, società e vita quotidiana a Trieste, 1945-1954, Comune Trieste, 2004.
22R. Romano, op.cit.
23Per info sul discorso di Churchill si veda: https://winstonchurchill.org/resources/speeches/1946-1963-elder-statesman/the-sinews-of-peace/
24A. Gili, Trieste: l’asset strategico italiano per IMEC, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 30 maggio 2025: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/trieste-lasset-strategico-italiano-per-imec-210014
25Per info sulla BRI si veda: https://eng.yidaiyilu.gov.cn
26Per info sul Corridoio IMEC si veda: https://www.esteri.it/it/temi/aree_geografiche/asia/asia-meridionale/corridoio-economico-india-medio-oriente-europa-imec/
27A. Gili, op.cit.
28F. Ceccotti, Trieste 1914-1919. La città spopolata. La città rifugio in ibidem: Un esilio che non ha pari. 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001.
29P. Purini, Le metamorfosi etniche di Trieste nel periodo 1914-1919 in ANNALES – Ser. hist. Sociol.- 12 – 2002 – 2.
30P. Purini, op.cit.
31D. De Castro, Il problema di Trieste. Genesi e sviluppi della questione giuliana in relazione agli avvenimenti internazionali (1943-1952), Cappelli, Bologna, 1953.
32F.M. Mengo, La violenza diffusa nella Trieste del Territorio Libero e la sua rappresentazione nell’informazione jugoslava in Krypton – Vol. 5/6 – 2015, RomaTre Press, Roma.
33A.M. Vinci, Costruzione dell’italianità al confine orientale in Contemporanea, vol. 13, n.1 (gennaio 2010), Il Mulino, Bologna.
34F. Magris, Trieste, laboratorio per la Storia e monito per il futuro?, dalla Prefazione a Maurizio Marzi Wildauer, Il genio di Trieste, nascita e destino di una città cosmopolita, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2025.
35D. Marani, La cittadinanza consapevole e l’integrazione tra culture nell’Europa senza frontiere relazione svolta il 24 aprile 2009 nel quadro del corso Problemi della democrazia italiana nell’era della globalizzazione e dell’integrazione europea promosso dal Centro Studi Dialoghi Europei e Laboratorio democratico Bruno Pincherle.
36G. Rossetti, Note sul processo di integrazione europea nel litorale adriatico in Tigor: rivista di scienze della comunicazione – A. II (2010) n. 1 (gennaio-giugno).
37G. Rossetti, op.cit.
38M. Kosuta, Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, Diabasis, Reggio Emilia, 2005.
39C. Magris, Introduzione a M. Kosuta, op.cit.
40G. Rossetti, op.cit.
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