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Irma Loredana Galgano

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Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati

31 martedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, tenutasi a New York lo scorso 27 gennaio, il capo degli affari umanitari Stephen O’Brein lancia l’allarme sulla situazione in Yemen, dove sarebbe in corso la «più grave crisi alimentare nel mondo». O’Brein ha poi precisato che sarebbero «2,2 i milioni di bambini che soffrono la fame» e «10,3 i milioni di yemeniti che necessitano di assistenza medica per sopravvivere». Una situazione catastrofica, conseguenza dell’inasprimento dei conflitti, dei combattimenti e degli attacchi aerei e che rischia di portare «la carestia nel 2017» in considerazione anche del fatto che stime Onu parlano di «18,2 milioni di persone colpite dall’emergenza cibo».

A sottolinearlo è l’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, lo stesso finito nel mirino del movimento per la resistenza Ansarullah con l’accusa di essersi «schierato con gli invasori tacendo sui crimini sauditi». Parlando alla rete televisiva yemenita Al-Masirah, il portavoce di Ansarullah, Mohammad Abdulsalam, ha dichiarato che Ismail Ould Sheikh Ahmed «non può pronunciare una parola di verità». Aggiungendo inoltre che durante la visita dell’inviato nella capitale Sana’a «la coalizione a guida saudita ha effettuato numerosi attacchi contro lo Yemen, ma l’inviato dell’Onu non ha mostrato alcuna reazione».

Anche Amnesty International ha più volte denunciato la grave situazione in cui versa l’intera nazione, i «terribili abusi dei diritti umani e crimini di guerra» compiuti in tutto il Paese e che causano «ai civili sofferenze insopportabili». Amnesty ha documentato abusi dei diritti umani «perpetrati da tutte le fazioni coinvolte» negli scontri. Secondo i dati raccolti «ognuna delle parti in conflitto ha commesso violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario» portando oltre l’80% della popolazione a dover dipendere dagli aiuti umanitari.

Le parti sono da un lato lo schieramento armato degli houthi, alleati dei sostenitori dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, e dall’altro le forze anti-houthi alleate del presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e della coalizione a guida saudita.

Amnesty International afferma di aver documentato 30 attacchi aerei in sei diversi governatorati (Sana’a, Sa’da, Hajjah, Hodeidah, Ta’iz, Lahj) da parte della coalizione a guida saudita che «risulta abbiano violato il diritto internazionale umanitario». Tra questi attacchi, «alcuni sembrano aver deliberatamente preso di mira i civili e obiettivi civili», come ospedali scuole moschee mercati.  La coalizione a guida saudita «ha usato anche munizioni a grappolo», esplosivi letali banditi dal diritto internazionale. Tutti atti che «potrebbero essere definiti come crimini di guerra». Sono stati inoltre monitorati 30 attacchi di terra (posti in essere sia da parte degli alleati sia dagli oppositori delle milizie houthi) ad Aden e Ta’iz «che non hanno fatto distinzione tra combattenti e civili». Ogni schieramento ha «usato armi imprecise, quali artiglieria e mortai o razzi Grad» in aree civili densamente popolate e residenziali, «lanciando attacchi su abitazioni  scuole, ospedali o nelle loro vicinanze». Ognuno di questi attacchi è «una grave violazione del diritto internazionale umanitario ed è considerabile come crimine di guerra».

È il 18 agosto 2016 quando Medici Senza Frontiere annuncia con una nota pubblicata sul sito di aver deciso di evacuare il proprio staff dagli ospedali che supportava nei governatorati di Saada  e Hajjah, nello Yemen settentrionale, come conseguenza del «bombardamento aereo dell’ospedale di Abs il 15 agosto, che ha provocato 19 morti e 24 feriti». Affermando che quello contro l’ospedale di Abs è stato «il quarto e più letale attacco contro strutture supportate da MSF» ma che ci sono stati «altri innumerevoli attacchi contro altre strutture e servizi sanitari in tutto lo Yemen».

Medici Senza Frontiere dichiara di aver costantemente condiviso con tutte le parti in conflitto le coordinate GPS degli ospedali in cui lavora. I rappresentanti della coalizione dichiarano ripetutamente di onorare il Diritto Internazionale Umanitario, ma «questo attacco mostra che hanno fallito nel controllare l’uso della forza». Inoltre MSF non è rimasta «né soddisfatta né rassicurata dalla dichiarazione della coalizione secondo cui questo attacco è stato un errore» e chiede a gran voce alla coalizione a guida saudita e ai governi che la supportano, «in particolare Stati Uniti Regno Unito e Francia, di garantire l’applicazione immediata di misure volte ad aumentare in modo sostanziale la protezione dei civili». Durissima è la condanna di MSF verso tutti gli attori coinvolti che stanno conducendo questa guerra compiendo «attacchi indiscriminati senza alcun rispetto dei civili». D’altronde il fatto che staff medico e persone malate e ferite vengano uccise all’interno di un ospedale dice tutto «sulla crudeltà e la disumanità di questa guerra».

Alla luce di tutto ciò le parole del capo degli affari umanitari dell’Onu, Stephen O’Brein, non possono essere considerate come una vera e propria denuncia che desta meraviglia bensì come una constatazione non più evitabile di una situazione disastrosa ripetutamente notificata da organizzazioni che operano a vario titolo in ambito internazionale.

Amnesty International sottolinea il dato che Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Italia, Olanda e Spagna hanno «sostenuto licenze e vendite all’Arabia Saudita per un valore superiore ai 25 miliardi di dollari nel 2015, includendo droni, bombe, siluri, missili e razzi». Va ricordato che parte di detti Stati hanno aderito al Trattato sul commercio delle armi che ha lo scopo di “ridurre la sofferenza umana” e che rende illecito trasferire armi dove vi è un alto rischio che le armi possano essere utilizzate per commettere serie violazioni del diritto internazionale.
«Il mondo non ha soltanto voltato le spalle alla popolazione dello Yemen; molti Stati hanno in realtà contribuito alle sue sofferenze, fornendo armi e bombe che sono state utilizzate per uccidere e ferire illecitamente civili e distruggere case e infrastrutture. Questo ha causato una catastrofe umanitaria.» (cit. Brian Wood, direttore campagna Esportazione di armi e diritti umani di Amnesty International)

Nel report 2016 Yemen’s Children Suffering in Silence Save The Children denuncia la drammatica situazione del Paese, dove quasi il 90% dei bambini necessita di aiuti umanitari d’emergenza. Il direttore generale dell’organizzazione, Edward Santiago, punta il dito sui governi internazionali, i quali «scegliendo di sostenere l’azione militare e ignorando le conseguenze devastanti per i civili, stanno esacerbando la crisi e mettendo a repentaglio la vita dei bambini». È la stessa Onu, per tramite di Jamie McGoldrick, dell’Ufficio per il Coordinamento degli affari umanitari, a stimare in oltre 10mila i civili morti nei soli ultimi due anni e in oltre 40mila i feriti nello stesso lasso di tempo. Stando ai dati del rapporto 2016 Childhood on the Brink. The Impact of Violence and Conflict on Yemen and its Children dell’Unicef, nel solo 2015 oltre 900 bambini sono stati uccisi e oltre 1.300 sono rimasti feriti.

Quasi un anno fa la rappresentante dell’Unicef nello Yemen, Julien Harneis, affermava che «i bambini stanno pagando il prezzo più alto per un conflitto che non hanno voluto. Sono stati uccisi o feriti, e anche quelli sopravvissuti rischiano di perdere la vita. Anche giocare e dormire è diventato pericoloso». Se una guerra che colpisce staff medico e persone ferite può a buon diritto essere etichettata come crudele e disumana non si può fare a meno di chiedersi come bisogna definirne una, la stessa, che sfoga rabbia e potere contro i bambini che rappresentano sempre e ovunque la reale e incondizionata innocenza. E ancora, se ci fosse un modo per cancellare atrocità e dolore facendo scomparire armi e potere siamo davvero certi si scelga di utilizzarlo rinunciando a privilegi interessi e denaro?

Il primo ottobre 2016 è uscito sul New York Times un articolo a firma di Amanda Taub nel quale l’autrice si interrogava su quali potessero essere i motivi per cui alcune guerre fanno notizia, come quella in Siria, e altre meno, come quella in Yemen. Anche le guerre molto violente combattute nel Nord dell’Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sud del Sudan, nella Repubblica Centrafricana, in Somalia… hanno riscontrato scarsissimo interesse da parte dei media e, di conseguenza, dai cittadini non solo statunitensi. La ragione che fa della Siria un’eccezione può essere innanzitutto la presenza dello Stato Islamico che viene individuato come il nemico numero uno da tutti gli occidentali, almeno dalla uccisione di Osama Bin Laden. Ed è qui che entra in gioco la prima contraddizione. Se il terrorismo di matrice islamica desta così interesse da parte del pubblico occidentale al punto che i media ne parlano quotidianamente, perché così non è per l’operato di Aqap, la divisione yemenita di al-Qaida che ha rivendicato tra l’altro l’attentato al giornale satirico parigino Charlie Hebdo? Se lo Stato Islamico fa notizia in quanto è ritenuto dagli occidentali un pericolo reale perché non è lo stesso per Aqap?

Il motivo potrebbe essere che il flusso migratorio dallo Yemen è pressoché inesistente al contrario di quanto accade in Siria e quindi l’eventuale pericolo viene visto e vissuto come remoto, lontano. Inoltre mentre nel caso siriano è stato fin troppo facile individuare il “cattivo” nello Stato Islamico, nel caso yemenita ciò non è altrettanto semplice. Permangono comunque le certezze che, per gli operatori umanitari, i conflitti come quello combattuto in Yemen rappresentano, per i civili di ogni età, «una corsa contro il tempo», come sottolinea l’Unicef, affinché si riesca a fare tutto il possibile per scongiurare il rischio che Paesi come lo Yemen diventino dei «non-Stato, con conseguenze di vasta portata e su lungo termine per i bambini e per le loro famiglie».

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La Spianata delle Moschee: da luogo sacro a oggetto del contendere. E Israele punta il dito sull’Unesco

16 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Durante la 200esima sessione della Commissione esecutiva Unesco, tenutasi a Parigi lo scorso 13 ottobre, è stata approvata una risoluzione basata sul documento presentato di concerto da Algeria Egitto Libano Marocco Oman Qatar Sudan.

Le dichiarazioni relative alla risoluzione hanno fatto subito gridare allo scandalo, all’antisemitismo, alla violazione della memoria storica. Israele ha deciso di sospendere i rapporti con l’Unesco in segno di protesta. Gli organi di stampa, anche italiani, hanno riportato e diffuso i commenti, dai toni forti, del premier Netanyahu il quale ha parlato di “teatro dell’assurdo” e negazione dei legami ebraici con il Monte del Tempio.

«Se non vogliono leggere la Bibbia, almeno guardino ciò che è raffigurato sull’Arco di Tito a Roma e la Memorah che i romani rubarono a Gerusalemme dal Tempio.»

(Fonte: Agenzia Fides 14/10/2016)

A questo punto la curiosità di leggere il contenuto della risoluzione Unesco è alta. Non si può fare a meno di chiedersi se realmente la Commissione esecutiva abbia approvato un documento volto alla cancellazione della memoria storica e antisemita.

Al punto 3 della risoluzione, approvata con 24 voti a favore, 6 contrari (tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna) e 26 astensioni, si legge:

«Affirming the importance of the Old City of Jerusalem and its Walls for the three monotheistic religions, also affirming that nothing in the current decision, which aims, inter alia, at the safeguarding of the cultural heritage of Palestine and the distinctive character of East Jerusalem, shall in any affect the relevant Security Council and United Nations resolutions and decisions on the legal status of Palestine and Jerusalem»

La spianata delle Moschee (Al-Haram al-Sharif) con la Moschea di Al-Aqşa è il sacro Santuario dei musulmani. Ma è anche lo Har Habayt, il Monte del Tempio di cui il Muro Occidentale è il luogo più sacro del Giudaismo. A pochi passi si trovano il Santo Sepolcro e il Monte degli ulivi venerati dai cristiani. La convergenza dei luoghi e degli interessi delle tre grandi religioni monoteiste, unitamente alla particolare situazione geo-politica del posto, non poteva non generare attrito ma, secondo le dichiarazioni della direttrice generale Unesco Irina Bokova, «l’eccezionale valore universale della città, che le è valsa l’iscrizione nel patrimonio Unesco, sta proprio in questa sintesi che rappresenta un appello al dialogo, non al confronto».

«Rafforzare questa coesistenza culturale e religiosa, con la forza degli atti e delle parole. Un’esigenza più forte che mai per placare le divisioni che danneggiano lo spirito multiconfessionale. Formiamo una sola umanità e la tolleranza è l’unica via per vivere in un mondo di diversità».

È in quest’ottica di condivisione e coesistenza che andrebbe forse letta la richiesta avanzata a Israele di cancellare i due siti Palestinesi dall’elenco del proprio Patrimonio Nazionale.

«Deeply regrets the Israeli refusal to comply with 185 EX/Decision 15, wich requested the Israeli authorities to remove the two Palestinian sities from its national heritage list and calls on the Israeli authorities to act in accordance with that decision.»

I siti oggetto della contesa sono Al-Haram Al-Ibrāhīmī/Tomb of the Patriarchs a Al-Khalil/Hebron e il Bilāl ibn Rabāh Mosque/Rachel’s tomb a Betlemme. Nel testo si sottolinea che questi siti sono parte integrante della Palestina e, convinzione riconosciuta dalla comunità internazionale, sono significativi per Giudaismo, Cristianesimo e Islam.

Per l’intero documento Israele viene indicata come ‘la forza occupante’. Non stupisce il risentimento che le autorità israeliane possano aver provato per questo. Non lo si scopre certo con la lettura del documento o con l’analisi di quanto detto in merito alla risoluzione Unesco che Israele e gli israeliani tutti si ritengono i legittimi abitanti, e non occupanti, della Terra Promessa. Ciò che conta, o dovrebbe contare, sono le azioni, compiute o da compiere, e il merito delle decisioni prese dalla Commissione.

«Deeply deplores the failure of Israel, the occupying Power, to cease the persistent excavations and works in East Jerusalem particularly in and around the Old City, and reiterates its request to Israel, the occupying Power, to prohibit all such works in conformity with its obligations under the provisions of the relevant UNESCO conventions, resolutions and decisions»

Viene chiesto a Israele di:

  • Ripristinare lo status quo valso fino al settembre 2000, allorquando la gestione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif era di competenza della Fondazione religiosa Jordanian Awqaf Department.

  • Fermare l’escalation di aggressioni e misure illegali poste in essere contro il personale della Jordanian Awqaf.

  • Fermare la continua occupazione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif da parte degli estremisti di destra e delle forze militari.

  • Fermare le continue aggressioni ai danni di civili, comprese figure religiose musulmane e preti.

  • Porre fine alle violazioni e alle restrizioni all’accesso al sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif, evitando in questo modo le conseguenti violenze e quanto accaduto nel 2015.

  • Rispettare l’integrità, l’autenticità e l’aspetto culturale del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif e si afferma di essere rammaricati per i danni causati dalla polizia israeliana alle porte e alle finestre della Moschea di al-Qibli essendo il luogo di culto musulmano parte integrante del sito Patrimonio dell’umanità.

  • Rinunciare a tutti i progetti di costruzione relativi all’area del sito Patrimonio dell’umanità:

«Deplores the Israeli decision to approve a plan to build a two-line cable car system in East Jerusalem and so called “Liba House” project in the Old City of Jerusalem as well as the construction of the so called “Kedem Center”, a visitor centre near the southern wall of the Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif, the construction of the Strauss Building and the project of the elevator in Al-Buraq Plaza “Western Wall Plaza” and urges Israel, the occupying Power, to renonce the above-mentioned projects and to stop the construction works in conformity its obbligations under the relevant UNESCO conventions, resolutions and decisions»

La Commissione esecutiva ritiene necessario implementare l’attività di monitoraggio della delegazione Unesco per la città vecchia di Gerusalemme e i suoi Muri, invitando il direttore generale a mette in atto le dovute azioni in tal senso e alle parti a collaborare il più possibile per agevolare il lavoro della delegazione.

La sezione seconda del documento riguarda la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza. Si chiede una pronta ricostruzione di scuole, università, siti di interesse culturale, istituzioni culturali, centri per l’informazione e luoghi di culto che sono stati distrutti o danneggiati in conseguenza della guerra.

«Deplores the military confrontations in and around the Gaza Strip and the civilian casualties caused, including the killing and injury of thousands of Palestinian civilians, including children, as well as the continuous negative impact in the fields of competence of UNESCO, the attacks on schools and other educational and cultural facilities, including breaches of inviolability of United Nation Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA) schools»

Si biasimano duramente anche i blocchi israeliani lungo la Striscia di Gaza che, tra l’altro, danneggiano la libertà e rendono difficili gli spostamenti del personale e degli aiuti umanitari. E viene considerato inammissibile il diniego all’accesso al personale educativo. Viene chiesto l’immediato alleggerimento dei blocchi.

La Commissione esecutiva Unesco ha deciso di mettere in agenda il documento indicato come “Occupied Palestine” anche per la prossima sessione, ovvero la 201esima.

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Cosa significa essere italiani? Il tema di èStoria 2017 sarà ‘Italia mia’

09 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Cosa significa essere italiani oggi?

Riccardo Giumelli, in un articolo su La Voce di New York, riporta i dati dello studio condotto da Susanna Mantovani. Molti studenti, interpellati su cosa significhi per loro essere italiani, rispondono: «mi dispiace, non mi viene in mente niente».

E allora ci si chiede da dove viene questo “vuoto”.

Pochi giorni fa gli organizzatori del Festival Internazionale èStoria hanno annunciato il tema per l’edizione 2017 che avrà luogo, sempre a Gorizia, dal 25 al 28 maggio. Italia mia è il titolo scelto con la volontà di affrontare la questione della “incomponibile identità italiana”.

Il negus d’Etiopia Hāyla Sellāsyē I sosteneva che «nel corso della Storia, è stata l’inattività di coloro che avrebbero potuto agire, l’indifferenza di coloro che avrebbero dovuto saperlo più degli altri, il silenzio delle voci quando più erano importanti che ha reso possibile il trionfo del male».

E, a questo punto, verrebbe da aggiungere il trionfo del vuoto della memoria e della coscienza storica.

E proprio per riuscire a colmare, almeno in parte, questo vuoto che èStoria 2017 vuole essere un’occasione per focalizzare sulla «importanza primaria della definizione di un cittadino che, senza cessare magari di sentirsi europeo e cosmopolita, può chiedersi a buon diritto cosa significa e che comporta anche il suo essere italiano».

Il dialetto che diventa lingua. La storia delle comunità italo-brasiliane

Le premesse affinché anche la prossima edizione, al pari di quella dello scorso anno, del Festival internazionale della Storia risulti una manifestazione di notevole interesse, non solo dal punto di vista storico, ci sono tutte. Un lunghissimo percorso storico, quello italiano, con una grandezza culturale, artistica e architettonica immensa che non può e non deve andare perduto o sprecato proprio ora che coscienza e memoria dovrebbero essere ben consolidate.

Tra vecchi e nuovi schiavi. Cosa insegna la Storia? Intervista ad Adriano Ossola, direttore di èStoria

Si ringrazia per la segnalazione Fiammetta Biancatelli dell’Ufficio Stampa e Comunicazione èStoria Festival

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CGIA: Prezzi in calo dello 0,2 per cento, l’Italia in deflazione come nel 1959. Zabeo: ‘Indice delle difficoltà in cui versano le famiglie italiane’

04 giovedì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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L’analisi condotta dalla CGIA rivela un netto calo dei prezzi al consumo e il deprezzamento dei prodotti alimentari nel primo semestre del 2016.

I dati dell’analisi condotta dall’Ufficio Studi dell’Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre indicano un calo dello 0,2% dei prezzi al consumo nel primo semestre di quest’anno. Sarà la prima volta, dal lontano 1959, che si registrerà in Italia una variazione negativa dei prezzi. Ma allora il Pil cresceva del 7% oggi ‘i centri studi e gli organismi internazionali stanno rivedendo al ribasso le prospettive per il 2016’. Su 200 voci di prodotto analizzate la deflazione si è verificata in 68 casi.

Per il coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA, Paolo Zabeo, il fatto che tanti prodotti alimentari abbiano subito un forte deprezzamento ‘è indice delle difficoltà in cui versano le famiglie italiane‘. Dal 2007 a oggi, i consumi sono calati di circa il 6% e, anche se sono in lieve crescita, rimangono ancora lontani dai livelli precedenti la crisi.

Prezzi: cali e rincari più significativi

Per i prodotti alimentari la lista con il segno negativo è lunga. Il prezzo dei pomodori scende del 7%, mentre insalata, zucchero e gelati si fermano a un 2%. Scendono anche i prezzi di gasolio (-12,5%) e benzina (-7,6%) ma qui ha inciso il prezzo del petrolio sceso sotto i 50 dollari al barile. Nella norma può essere considerata solo la contrazione dei prezzi per l’hi-tech dove è il progresso tecnologico a consentire un calo costante. Computer fisso -12,7%, apparecchi per riproduzione di immagini e suoni (tv, dvd, ecc.) -3,7%.

Ad aumentare significativamente sono invece i costi per i servizi postali (+9,8%) e le bollette: fornitura d’acqua +4,5% e fognatura +4,2%. Questo mette in difficoltà le famiglie italiane azzerando o quasi i benefici fruibili dal calo dei costi di luce e gas. La voce dell’hi-tech in contro-tendenza è palmari/tablet il cui prezzo sale dell’8,2% come conseguenza della domanda in continua crescita.

Italia: mappatura della deflazione

La deflazione coinvolge tutto il Paese, comprese le città del Nord e le metropoli. Milano -0,5%, Torino e Roma -0,4%, Vicenza e Bari -0,8%, Sassari, Reggio Calabria e Palermo -0,5%, Perugia -0,5%, Firenze -0,4%. Su 70 comuni capoluoghi di provincia, 45 hanno registrato prezzi in flessione.

Conseguenze della deflazione

I dati dell’analisi condotta dall’Ufficio Studi della CGIA preoccupano gli artigiani mestrini soprattutto per ‘gli effetti della deflazione sulle piccole imprese’. L’artigianato e le piccole imprese ‘vivono quasi esclusivamente di consumi interni e la recessione ha purtroppo ridotto di molto la capacità di spesa degli italiani‘ sottolinea ancora Zabeo. La domanda interna rimane troppo ‘asfittica’ per riuscire a rilanciare il Paese e il suo tessuto imprenditoriale. ‘Oltre a rilanciare gli investimenti, servono politiche di forte riduzione delle tasse che favoriscano la spesa delle famiglie e, di riflesso, anche le piccolissime imprese’.

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Prima: Piccola e Media Editoria

02 martedì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, editoria, WMI

Rapporto Aie sullo stato dell’editoria in Italia. Le caratteristiche della piccola e media editoria. Rapporto ISTAT su produzione e lettura dei libri. I PmE e la digitalizzazione. Cataloghi e e-commerce. I PmE e gli autori esordienti secondo il parere degli editor.

«Con il 2014 siamo al quinto anno consecutivo di segno meno: la ripresa non arriva, viene data solo e ancora come imminente. La crisi è diventata un fatto ordinario con cui editori, librerie e distributori si trovano quotidianamente a fare i conti. Ma la crisi è anche una grande spinta modificatrice, che ha cambiato e sta cambiando i processi e i flussi produttivi, le strategie comunicative e la gestione della logistica distributiva alla ricerca di una maggiore efficienza.»

Con queste parole è stato presentato il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2015 dell’Associazione Italiana Editori (Aie), un’indagine su un campione rappresentativo di 220 piccoli editori.

La piccola, o almeno parte di essa, vende in e-commerce, produce e-book, utilizza i social network più della media editoria. Entrambe poi vendono maggiori diritti a editori stranieri, con un aumento del 96,2% rispetto al 2011.

A questo impegno profuso per la promozione e la vendita non corrisponde un aumento delle tirature, delle ristampe e della pubblicazione di nuovi titoli, valori questi tutti con segno negativo. In diminuzione anche la presenza nelle librerie mentre ad aumentare purtroppo sono le rese che passano dal 52% del 2000 al 63,6% del 2014.

Nel Quaderno 6 del «Giornale della Libreria» Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Aie, cerca di porre l’accento sulle qualità identificative della piccola e media editoria che non sono solo e non devono necessariamente essere circoscritte alla dimensione strutturale (numero di occupati, addetti, capitale investito, fatturato, ecc.), criterio questo che «consente di discriminare tra grande, media e piccola casa editrice (e soprattutto tra le diverse “dimensioni” delle piccole) ma che non consente immediatamente di identificare i tratti che caratterizzano i PmE sotto il profilo della strategia o del posizionamento nel sistema competitivo o nel segmento di cui fanno parte».

Secondo Peresson uno dei tratti caratterizzanti il profilo del PmE sta nella dimensione progettuale del lavoro editoriale e nella sua qualità.

«Un grande editore non può permettersi di pubblicare un libro di cui non vende almeno 4-5 mila copie. Noi invece sì. Qualità del prodotto (traduzione, cura redazionale, apparati editoriali, grafica e confezionamento, stampa, ecc.), del rapporto con l’autore, con la rete vendita, con il libraio… restare piccoli significa continuare a lavorare in maniera artigianale, curando tutto il percorso, dal manoscritto alla libreria».

Chiara Valerio, consulente editoriale della casa editrice Nottetempo, in un’intervista rilasciata per Rai Letteratura ha affermato che «molti piccoli editori si sono distinti per una politica specifica di traduzione anche da aree linguistiche molto segnate, penso al lavoro che ha fatto Nuova Frontiera sull’area ispano-americana, Voland su tutta l’area slava e sui russi e quello che sta facendo adesso Sur sugli scrittori sudamericani, e penso che sono costituzionalmente case editrici fondate da persone che non solo maneggiavano quelle lingue ma vivevano in quei mondi. Ancora una volta il fronte della traduzione è stato portato avanti da lettori che avevano frequentato quei libri. Le loro stanze dell’immaginazione erano state aperte in quei libri».

Per la Valerio punto fondamentale delle piccole e medie case editrici è il catalogo, determinante per la loro permanenza sul mercato, non avendo in genere accesso alla grande catena distributiva ed essendo spesso assenti nelle librerie.

Secondo quanto si legge nel Rapporto 2015 dell’Istat su La produzione e la lettura di libri in Italia negli anni 2013 e 2014, oltre la metà degli editori attivi (58,4%) pubblica meno di 10 titoli l’anno. I medi editori rappresentano il 29,2% del totale e pubblicano non più di 50 titoli, mentre i grandi marchi editoriali sono il 12,4% degli editori.

Nel 2013, i circa 1.600 editori attivi censiti hanno pubblicato 61.966 titoli e hanno stampato 181 milioni di copie: circa tre per ogni cittadino italiano. In media sono state stampate poco meno di 3 mila copie per ciascun titolo pubblicato. E se consideriamo che in Italia i lettori forti, ovvero quelli che leggono almeno un libro al mese, sono il 14,3% si capisce bene che la soluzione per uscire dalla crisi del settore editoriale non va certo cercata nel numero di copie stampate. Potrebbe aiutare invece una varietà nella scelta, una selezione accurata dei titoli… ed ecco che si ritorna al punto evidenziato da Chiara Valerio: il catalogo.

I dati Istat sembrano confermare quanto affermato da Peresson. I piccoli e medi editori, cioè quelli che pubblicano non più di 50 titoli l’anno, rappresentano l’87,6% del numero complessivo di editori attivi. I grandi editori, invece, pur essendo il 12,4% del numero complessivo degli operatori del settore, pubblicano oltre tre quarti (76,2%) dei libri proposti sul mercato, con una capacità di produzione e di offerta quasi 12 volte superiore a quella dei piccoli editori in termini di titoli proposti e 34 volte maggiore in termini di copie stampate.

A fronte di una capacità di produzione quantitativamente circoscritta, i piccoli e medi editori hanno sviluppato un’elevata specializzazione tematica delle proposte editoriali, «svolgendo spesso un importante ruolo di innovazione, di esplorazione e di soddisfazione della domanda, rivolgendosi a target di lettori estremamente specifici». Oltre la metà dei piccoli editori (55,4%) ha una linea di produzione editoriale tendenzialmente monotematica.

In base ai dati diffusi dall’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm del Politecnico di Milano, i servizi offerti dai grandi canali di vendita online alle piccole e medie imprese italiane operanti nel comparto dell’editoria hanno registrato nel 2013 una crescita del 28%.

Un settore, quello dell’e-commerce, cui è doveroso e utile guardare sia per abbattere i costi della distribuzione sia per raggiungere una fetta di lettori più ampia e diffusa. Sarebbe bello, e ne parla anche la Valerio nella sua intervista, poter avere una biblioteca e una libreria in ogni città, paese e borgo, come una piazza, come l’edicola o una fontana. Un must cui non è che si è dovuto rinunciare a causa della crisi ma un qualcosa che non è mai stato realtà.

Per definizione gli editori, grandi e piccoli, devono continuare a investire risorse sui cosiddetti esordienti, gli autori nuovi tra i quali, potenzialmente, ci sono i grandi scrittori di domani.

Spesso si leggono lamentele sui tempi di attesa molto lunghi, risposte che arrivano di rado, proposte di pubblicazione ancora più esigue.

Il catalogo della piccola e media editoria pesa per il 19,1% sul catalogo complessivo italiano.

Tra il 2012 e il 2013 il settore ha perso il 21,5% degli addetti e le previsioni per il 2015 sono anche peggiori. Antonio Monaco, presidente del Gruppo Piccoli editori dell’Aie, in un’intervista ha dichiarato: «Il timone per resistere alla tempesta sarà, a mio avviso, la capacità di mettere al centro la professionalità, intesa come una composizione delle diverse professionalità che, combinate, fanno la buona editoria».

Beppe Severgnini, dalle pagine de «Il Corriere» risponde a una lettera col tramite del responsabile delle scelte editoriali di una casa editrice: «(gli scrittori, ndr) sono tutte persone con una vocazione che sono state “trovate” dall’occasione giusta in forma del tutto imprevedibile. Idem per i registi, i calciatori, i pittori: professioni destrutturate che non hanno un percorso istituzionale. Se l’occasione non capita, vuol dire che non c’era il talento o che si è stati sfortunati». Per avallare la sua risposta il responsabile editoriale invita a rileggere le vite degli scrittori del Novecento. Severgnini invece esorta gli emergenti a «presentarsi con un’idea. È questa che manca, quasi sempre».

In un saggio pubblicato sul numero 65-66 di «Allegoria», Luca Pareschi compie un’attenta analisi dei metodi di selezione di opere di autori inediti impiegati da 13 case editrici italiane, diverse per dimensione, localizzazione e orientamento verso gli esordienti.

Cosa cercano gli editor in un manoscritto? «Si tratta piuttosto di una costruzione di senso a posteriori: un manoscritto piace, in maniera pre-razionale; quando si cerca di spiegarne il perché, lo si riconduce ad alcune caratteristiche notevoli.»

Un editor di una piccola casa editrice milanese di qualità dice: «Se lavorassi in una grande casa editrice dovrei motivare maggiormente le mie scelte, o magari inquadrarle in un progetto. Invece devo dire che in un libro, innanzitutto cerco proprio il piacere della lettura personale. È evidente che se un libro faccio fatica a leggerlo, fatico ad andare avanti, difficilmente è un libro che posso promuovere».

Uno dei luoghi comuni che circolano fra gli aspiranti autori è che una biografia interessante aiuti a pubblicare il manoscritto. Gli editor sentiti da Pareschi non sembrano considerarla fra gli elementi più importanti almeno in fase di selezione, può diventare un valore aggiunto in un momento successivo, durante la promozione del libro.

Anche nelle case editrici medie spesso si applica la politica di scelta di un autore piuttosto che di un libro. «Cosa che commercialmente non conviene, in verità. Però, nei 10 anni in cui ho lavorato per Minimum Fax, abbiamo sempre privilegiato l’idea di trovare un autore e di seguirlo su diversi libri. Di credere nella sua carriera, più che di prendere un titolo X, che magari funziona, ma che sentiamo che non ha alle spalle una penna già forte.»

Originalità sembra essere il tema più ricorrente cercato dagli editor. Originalità di voce, di storia, di temi, di lingua. «Tutto ciò che è nuovo è qualcosa che valutiamo con favore. Tutto ciò che non va in scia, che non segue. Per me conta molto il tasso di novità, di singolarità dell’opera, la sua carica di innovazione, la capacità di prevedere, di precedere le tendenze.» Ecco che si ritorna al concetto di “idea” auspicato da Severgnini.

Il comparto della piccola e media editoria ha subito un duro contraccolpo a causa della crisi che ormai rischia di diventare endemica, per cui gli operatori del settore tendono a diventare sempre più esigenti e selettivi, a orientarsi verso le opportunità offerte dalla rete e dalla digitalizzazione. Qualità, novità, serietà sembrano essere gli imperativi dei PmE che lottano quotidianamente per restare a galla e possono vantare l’onore di non cedere all’inganno della pubblicazione a pagamento.

Articolo pubblicato sul numero 45 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Medical Marijuana: sale il consumo negli USA. E in Italia a che punto siamo?

31 domenica Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Negli Stati Uniti si registra un costante aumento dell’impiego terapeutico della cannabis ma il Progetto Pilota del Governo italiano non decolla.

Nel Marijuana Business Factbook 2016, prodotto dal Marijuana Business Daily, si stima che negli Stati Uniti le vendite annuali di cannabis legalizzata, per scopo terapeutico e ricreativo, si aggirano tra i 3.0 e i 3.4 miliardi di dollari.

Un valore superiore al doppio di quello stimato per l’industria del tabacco (1.5 miliardi di dollari).

Così dalle colonne del blog online Consumerist, una delle principali piattaforme statunitensi di informazione indipendente per i consumatori, lancia l’allarme sulla probabile e plausibile sostituzione di Big Tobacco con Big Marijuana.

Il dibattito sui danni causati dal fumo di tabacco e marijuana è sempre molto acceso, e ferme restano le posizioni di chi li vuole contrapposti in funzione degli effetti benefici e terapeutici della marijuana che il tabacco non ha.

In Italia, in attesa dei dati del Progetto Pilota del Governo sulla coltivazione di cannabis a scopo terapeutico, i promotori della legalizzazione e liberalizzazione dell’erba lanciano già le prime critiche per l’irrisorio quantitativo prodotto e limitato a una sola tipologia di pianta di marijuana.

Negli USA la cannabis produce guadagni, in Italia il farmaco Bediol

L’impatto stimato sull’economia generale degli Stati Uniti dell’industria della cannabis, ad uso terapeutico e ricreativo, per il 2016 si aggira su un valore compreso tra i 14.0 e i 17.2 miliardi di dollari. Le proiezioni al 2020 portano a un valore compreso tra i 24.4 e i 44.00 miliardi di dollari. Un giro d’affari che ha avuto, tra le conseguenze più gradite dai contribuenti, la diminuzione della pressione fiscale o la restituzione delle tasse già versate all’erario.

Secondo CanapaInfoPoint.it i numeri della sperimentazione italiana sono irrisori. Nel primo semestre di quest’anno saranno prodotti 50 kg del farmaco Bediol sfruttando solo una delle numerose varietà di cannabis che possono avere un impiego farmaceutico. La strada migliore da seguire invece, per le scelte terapeutiche, è quella della legalizzazione della marijuana, dell’uso e della auto-coltivazione, la Plant therapy.

Studi americani e spagnoli ridimensionano l’efficacia terapeutica della cannabis

L’American Academy of Neurology ha pubblicato nell’agosto 2015 i risultati della revisione degli studi sull’uso della cannabis sativa o dei cannabinoidi nei disturbi neurologici.

L’uso prolungato della marijuana potrebbe produrre una riduzione dell’ippocampo, un declino della memoria e della capacità di prendere decisioni. Non sembra che la cannabis abbia effetti curativi per ogni patologia neurologica ma migliora i sintomi indesiderati e allevia la sofferenza.

In un articolo riportato online dall’International Association for Cannabinoid Medicines, il dottor Manuel Guzmán (docente presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia molecolare della Complutense University di Madrid) analizza le considerazioni del National Cancer Institute of the US sui benefici di cannabis e cannabinoidi sul cancro.

Nonostante flebili evidenze di attività antineoplastica in alcuni pazienti, sarebbe errato affermare che i cannabinoidi sono farmaci antitumorali efficaci e che sia proficuo un loro impiego di massa.

È necessario che vengano condotti ulteriori esaurienti studi clinici per poter stabilire un futuro impiego dei cannabinoidi come farmaci antitumorali oltre che nelle cure sintomatiche e palliative.

L’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze coltiva cannabis per curare gravi patologie neurologiche e neoplastiche

Sul sito dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze si legge che il Progetto Pilota per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis, voluto di concerto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, è volto alla “cura di patologie gravi e altamente invalidanti, come la sclerosi multipla, la sclerosi laterale amiotrofica, il glaucoma, le malattie neoplastiche“.

Insomma tutte patologie neurologiche e neoplastiche per cui “i preparati a base di cannabis sembrano essere molto efficaci e con un rapporto rischio-beneficio nettamente a favore di quest’ultimo“.

Governo italiano, rimandato a settembre il ddl sulla cannabis

Il testo presentato da Roberto Giachetti del Pd, che contiene “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, non sembra avere un numero di sostenitori tale da raggiungere la maggioranza (315) in Parlamento e così verrà ridiscusso a settembre.

© 2016, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Chi è lo scrittore più bravo al mondo?

29 venerdì Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, scrittori, scrittura, WMI

Criteri di classificazione degli scrittori più bravi o più venduti. I classici e la Letteratura di genere. I gusti del grande pubblico e i consigli di scrittura degli autori celebri. Riflessioni sul Premio Nobel per la Letteratura e la ‘direzione ideale’ degli scrittori premiati.
Lo scrittore più bravo al mondo, la qualità della scrittura e quella del narrato.

“Chi è lo scrittore più bravo al mondo?” Spesso il concetto di più bravo viene associato a quello di più noto o peggio di più ricco.

Sono tante le classifiche che si trovano anche in rete e che stilano la lista degli scrittori più venduti al mondo.

Stando agli annuali elenchi della rivista «Forbes» a farla da padrone è l’americano James Patterson che finisce nella top ten degli artisti più ricchi al mondo. Patterson ha venduto oltre 300 milioni di copie. Perché?

I libri oggi sono commercializzati al pari di una qualsiasi altra merce e come tali per rendere devono essere inseriti nel sistema mediatico della promozione. Gli americani, il popolo che ha inventato la cosiddetta ‘fabbrica dei sogni‘, in questo sono dei veri maestri.

Numerose opere di Patterson sono state trasposte cinematograficamente, ma non tutti i libri che diventano film vendono milioni di copie. Quindi dev’esserci dell’altro.

Patterson viene «considerato uno dei più importanti autori di thriller del nostro tempo». Al ‘nostro tempo’ infatti il thriller, come il giallo, il poliziesco e il noir acquistano sempre maggiore consenso e diffusione.

Generi letterari nati nell’accezione negativa di produzioni ‘commerciali’ o ‘di massa’ hanno faticato non poco per trovare una congrua collocazione nel panorama letterario. Ancora non troppo ben visti dai cultori della Letteratura vengono sempre più considerati come scritti che non si limitano a raccontare un crimine e relative indagini ma opere di narrativa che denunciano i mali sociali e la violenza, o quantomeno ne parlano.

Ma perché il pubblico è sempre più attratto da un qualcosa da cui nella vita reale si cerca di fuggire?

Stephen King è un altro scrittore e sceneggiatore statunitense che ha all’attivo una prolifica e fortunata carriera, con libri entrati regolarmente nelle classifiche dei più venduti e una vendita complessiva di oltre 500 milioni di copie. King entrò a far parte della giuria composta da 125 scrittori celebri che nel 2013 stilò l’elenco dei 10 libri più belli di tutti i tempi. Non è presente in esso nessuno dei libri e quindi degli autori attualmente ‘produttivi’, neanche Patterson o lo stesso King, mentre figurano nomi del calibro di Tolstoj, Flaubert, Twain, Cechov, Eliot… autori che non hanno cercato o studiato il modo di scrivere un libro che piaccia al pubblico, che venda milioni di copie e che sia rappresentato cinematograficamente o meglio, visto il periodo, nei teatri.

Leggendo Tolstoj, Flaubert, Twain, Cechov, Eliot non ti chiedi com’è o come sarebbe il film, non ripercorri mentalmente le scene qualora ne avessi già visto la trasposizione in video, bensì ti figuri il mondo nel quale affrontano la vita i personaggi, protagonisti di storie intense, uniche, straordinarie come solo la vita vera può esserlo. Impari, senza neanche rendertene conto, tutto sulla società, sui luoghi che ospitano le vicende con, spesso, riferimenti e collegamenti ai grandi eventi che hanno caratterizzato il corso della Storia.

Quindi mentre il grande pubblico sembra apprezzare sempre più libri che rispondano alle sue precise richieste, opere di narrativa studiate a tavolino e lanciate nel mercato con vere operazioni di marketing, gli scrittori più famosi, tra i quali figurano gli autori dei libri sopra descritti, preferiscono i classici.

Ma cosa cerca il grande pubblico in un libro?

Stando alla classifica stilata lo scorso anno da «MetalliRari» tra i 10 scrittori più ricchi al mondo troviamo 5 autori di thriller e noir, 3 autori di romanzi rosa e 2 autori di fantasy. Si può dedurre che la prima cosa che i lettori cercano in un libro sia l’evasione, al pari del grande pubblico televisivo e cinematografico.

Studi psicologici ipotizzano l’ambivalente piacere che ci procura la sofferenza altrui, che diviene in parte compensatorio della nostra aggressività repressa. Quindi il costante aumento di consenso ottenuto dai libri gialli, thriller, polizieschi, noir e horror potrebbe in qualche misura essere dovuto anche a questo ‘ambivalente piacere‘.

Raggiunta a un convegno sul tema delle “grandi storie romantiche” Lidia Ravera affermò: «Sì, però le lettrici non sono ingenue, sanno bene che il principe azzurro non esiste». Lo sanno quindi che nella vita reale non ha senso attendere l’arrivo di una carrozza e che il ‘vivere per sempre felici e contenti’ ha un significato differente ma leggono comunque con passione e costanza i romanzi rosa che ruotano intorno alla figura del grande amore da sogno.

Per quanto concerne il fantasy poi alcuni sostengono di leggerlo «perché non è soltanto evasione», ma anche avventura, thriller, horror… il tutto condito da una buona dose di Storia, più o meno fantasiosa.

Ma il bravo scrittore è colui che sa adattarsi alle richieste dei lettori o colui che sa meglio trasmettere il proprio messaggio, la propria eredità letteraria?

«Se lo fai solo per soldi o per fama, non farlo. Se lo fai perché vuoi delle donne nel letto, non farlo. Se devi startene lì a scrivere e riscrivere, non farlo. Se è già una fatica il solo pensiero di farlo, non farlo. Se stai cercando di scrivere come qualcun altro, lascia perdere.» Scriveva Charles Bukowski, lo scrittore che per molti “derise l’umanità”, lui che in fondo ha solo cercato di descriverla questa umanità, senza filtri né belle parole.

Nel suo libro On Writing, uscito in Italia nel 2010 per la Sperling&Kupfer con il sottotitolo Autobiografia di un mestiere, Stephen King elenca oltre venti consigli diretti agli aspiranti scrittori utili per diventare delle ‘buone penne’.

I suoi in realtà sono più consigli da manuale che segreti del mestiere. Suggerisce di essere costanti, chiari nella scrittura, di leggere molto, di limitare l’uso degli avverbi, di fare attenzione a dialoghi e personaggi e poi ritorna anche lui sulla questione economica: «Non scrivere per denaro, ma per il piacere di farlo, perché se puoi farlo per piacere, puoi farlo per sempre».

Il nostrano Umberto Eco invece in La bustina di Minerva, edito da Bompiani nel 2000, elenca ben 40 regole da seguire per scrivere bene. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a suggerimenti sulla tecnica di scrittura che Eco ha ammesso di aver ‘ricopiato’ dalla rete.

«Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.»

Eco suggerisce, tra l’altro, di scrivere in maniera semplice e poco ridondante, di usare con parsimonia le figure retoriche e le citazioni, di fare attenzione alla punteggiatura e ai congiuntivi. Ma i suoi consigli, dispensati tra il serio e il faceto, si fermano all’aspetto manuale della scrittura lasciando intendere che ‘il mestiere di scrivere’ è, al pari di qualsiasi altro lavoro, basato soprattutto su tecnica ed esperienza.

Opinione simile ha espresso il regista e scrittore italiano Biagio Proietti, il quale in un’intervista ha definito l’attività di un buon scrittore come un «oneroso lavoro da bravo artigiano».

In maniera sempre più ricorrente nell’immaginario collettivo lo scrittore più bravo al mondo viene identificato con il ricevente il Premio Nobel per la Letteratura.

Secondo le disposizioni testamentarie di Alfred Nobel il Premio è assegnato all’autore «nel campo della letteratura mondiale che si sia maggiormente distinto per le sue opere in direzione ideale».

La gran parte degli autori a cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura erano sconosciuti al grande pubblico e tali sono rimasti anche dopo, fatta eccezione per il fatto di saperli individuare come vincitori del prestigioso premio. In rarissimi casi i premi Nobel sono letti dal grande pubblico e leggendo le motivazioni per cui sono stati candidati o hanno vinto il premio se ne comprende anche la ragione.

“Perché nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”; “Perché nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture”; “Cantrice dell’esperienza femminile, che con scetticismo, fuoco e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa”; “Autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensuale, esploratore di un’umanità al di là e al di sotto della civiltà regnante”; “Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati”; “Per la sua cartografia delle strutture del potere e per la sua immagine della resistenza, della rivolta e della sconfitta dell’individuo”; “Attraverso le sue immagini dense e nitide, ha dato nuovo accesso alla realtà”; “Che con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità”; “Per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e scoperto il mondo della vita dell’occupazione”.

Quelle appena elencate sono alcune delle motivazioni per cui sono stati scelti e premiati i più recenti nobel per la Letteratura, espressioni che racchiudono la direzione ideale delle opere scritte da questi autori che poco o nulla hanno in comune con gli scrittori più venduti o più ricchi al mondo mentre tanto sembrano averne con i grandi classici, autori dei libri selezionati dai 125 scrittori celebri.

Non è cosa facile stabilire chi sia lo scrittore più bravo al mondo, forse addirittura impossibile ma la via indicata da Alfred Nobel anche se opinabile e imperfetta è sicuramente indicativa di una particolare tipologia di autori che si vuol premiare per il loro ‘ideale’, ovvero per l’impegno con cui hanno raccontato i mali sociali, i soprusi, hanno narrato degli oppressi, denunciando a volte situazioni di estremo disagio. È innegabile che questo tipo di opere letterarie abbia una immensa eredità che trasmette al lettore, svolgendo al contempo l’impagabile funzione di informare, educare e fungere da monito.

Oscar Wilde diceva che «non esistono libri buoni o libri cattivi, esistono solo libri scritti bene o scritti male» e questo potrebbe anche essere vero ma la differenza non è solo la qualità della scrittura a farla, è il narrato che può anche arrivare a diventare un esempio al pari dei grandi personaggi.

Pensiamo alla forza e alla determinazione che contengono i testi del premio nobel 1997 Dario Fo. In ogni sua opera la sopraffazione dei poveri, degli analfabeti, dei deboli è il tema fondamentale e l’occasione da cui partono le critiche, ora satiriche ora rabbiose, a chi di queste sopraffazioni è responsabile. Ce n’è per tutti, perfino per il concetto stesso di democrazia, ritenuto la maschera sorridente di una élite finanziario-capitalista aggressiva e cinica.

Scritti che rispecchiano le azioni di denuncia dei grandi uomini che hanno lottato, pagando con la propria vita, contro i soprusi e le ingiustizie: Malcon X, Martin Luther King, Mahatma Gandhi, per citarne alcuni.

Forse non si riuscirà mai a stabilire con certezza assoluta chi è il più grande scrittore al mondo e forse non si riuscirà neanche a stabilire quale sia il libro migliore ma di sicuro esistono, e si spera ce ne saranno tanti altri ancora, testi e autori straordinari per il loro operato e i loro scritti… in poche parole per la loro eredità letteraria.

Articolo pubblicato sul numero 44 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte.

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Consiglio di Stato: ‘Illegittimo far pagare fecondazione eterologa agli assistiti’

24 domenica Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Consiglio di Stato respinge ricorso Regione Lombardia, eterologa gratuita come omologa. Ditattito sulla fecondazione assistita sempre acceso

IcsiDue giorni fa, il 21 luglio, il Consiglio di Stato ha respinto l’appello della Regione Lombardia e confermato la decisione del Tar. Ha ritenuto illegittimo far pagare agli assistiti le spese per la fecondazione eterologa quando quelle per l’omologa sono finanziate. ‘Non è giustificata e risulta come una discriminazione’. Il dibattito sulla fecondazione assistita in Italia prosegue più intenso che mai e le diverse posizioni istituzionali sembrano ricalcare l’opinione divisa dei cittadini.

Il caso della Lombardia

A presentare il primo ricorso era stata l’associazione Sos infertilità che riteneva ingiusta la disparità di trattamento per le coppie affette da sterilità o infertilità assolute. La sentenza è stata accolta con favore anche dall’associazione Luca Coscioni, il cui segretario, Filomena Gallo, ha rimarcato la sconfitta di una ‘politica, che ancora una volta ha rinunciato al proprio ruolo di garante degli interessi di tutti i cittadini’.

Per l’assessore Giulio Gallera ‘è curioso che i giudici censurino le disparità di trattamento solo perché la Lombardia ha un sistema sanitario virtuoso e un bilancio in attivo’. Seguendo questo criterio la disparità sarebbe lecita in regioni ‘con i conti in dissesto’. Paola Macchi, consigliere del M5S, parla di ‘chiusure mentali da Medioevo’ da parte della ‘cricca del neo moralizzatore Maroni’ il quale ha “buttato” soldi pubblici in avvocati per ‘cancellare in Lombardia la democrazia e la laicità’.

Le motivazioni alla base della sentenza dei giudici sembrano molto chiare: non si possono e non si devono discriminare i pazienti in base alle loro capacità economiche. È un concetto esemplare che lascia intendere la presenza di un servizio sanitario nazionale altrettanto equo. Ma è la realtà? Uno sguardo panoramico alla situazione nelle altre regioni italiane lascia emergere un quadro tutt’altro che roseo.

Cosa accade nel resto d’Italia?

Il 13 aprile 2016 Adnkronos ha resi pubblici i risultati di un’indagine condotta per monitorare la pratica della fecondazione eterologa negli ospedali pubblici italiani dove gli assistiti pagano solo il ticket (che si aggira sui 500 euro) e nel caso di Bologna neanche quello. Le strutture sono pochissime: l’ospedale Careggi di Firenze, il Santa Maria degli Angeli di Pordenone, il S. Orsola-Malpighi di Bologna. I 3 centri accreditati dalla Regione Lazio non sono ancora partiti. Stesso discorso per la Regione Lombardia. Di contro a Roma e Milano operano numerosi centri privati e convenzionati per l’infertilità che praticano anche l’eterologa.

Ma gli italiani cosa pensano dell’eterologa?

I bambini nati con la tecnica della fecondazione assistita sono in media il 2-3% del totale. Da aprile 2014, con la modifica della Legge 40/2004 che vietava l’eterologa in Italia è stato possibile ottenere 246 cicli di fecondazione, 94 gravidanze e 50 bambini nati. Il ricorso e le richieste dell’eterologa sono in costante aumento anche per il continuo crescere dell’età media delle gestanti. L’unica cosa che proprio non sembra voler aumentare è il numero di donatori. In Italia il commercio di gameti è vietato, quindi le donazioni devono essere gratuite e volontarie. Ma questo spirito di solidarietà sembra essere un po’ carente negli italiani. Alcuni ne vedono la causa nella scarsa informazione, nella mancanza di una campagna di sensibilizzazione che sicuramente non c’è ma è solo questo o c’è dell’altro?

L’egg sharing è la disponibilità a donare ovociti “sovrannumerari” da parte di donne già in cura per altre procedure. Enrico Papaleo del San Raffaele ha provato a tastare il campo con le sue pazienti: la risposta è stata no ‘9 volte su 10’. Leggendo i commenti di svariati forum emerge in maniera inequivocabile che chi il problema non l’ha non lo avverte come tale, come una malattia o una necessità bensì un capriccio tanto più fastidioso quanto maggiormente ricade sulle casse pubbliche.

 

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Processo Antinori, il gup chiede rinvio a giudizio: chi è davvero il guru dell’eterologa?

22 venerdì Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il processo a Severino Antinori, accusato di aver sottratto ovuli a un’infermiera, si terrà a novembre. La medicina tra scienza e criminalità.

severino_antinori_GettyImages-50803239Severino Antinori è stato rinviato a giudizio dal gup Anna Magelli con l’accusa di aver rubato ovuli a un’infermiera spagnola, di origini marocchine, che lavorava nella clinica Matris da lui diretta. Il processo inizierà il 17 novembre presso l’ottava sezione penale del Tribunale di Milano. Il medico respinge tutte le accuse e parla di ‘persecuzione’.

Antinori è stato arrestato il 13 maggio, dai carabinieri del Nas di Milano, mentre si trovava all’aeroporto di Roma. Con lui sono imputate anche le due segretarie, Marilena Muzzolini e Bruna Balduzzi, l’anestesista, Antonino Marcianò e Gianna Carabetta, accusate con il professore di estorsione ai danni di una paziente. Per loro il gup ha accettato le richieste dei legali e rinviato l’udienza al 12 settembre.

La strana storia dell’incontro di Antinori con l’infermiera

La giovane infermiera, in vacanza in Italia, mentre cenava da sola in un ristorante è stata avvicinata da Antinori che si sarebbe presentato come un ‘medico famoso’. Lei gli avrebbe detto di avere di un diploma da infermiere e lui le avrebbe offerto un lavoro nella sua clinica e un alloggio in un piccolo hotel di Milano. Un breve viaggio in Spagna e poi il repentino ritorno in Italia, l’inizio del lavoro in clinica Matris e poi la tragedia.

Stando al racconto del suo avvocato Roberta de Leo, la ragazza avrebbe chiesto aiuto al professore per una cisti ovarica. Il consiglio fu di risolvere con delle iniezioni ma poi, il 5 aprile, fu ‘immobilizzata, anestetizzata e costretta a subire un’asportazione di ovuli’. Realizzato quanto accaduto, chiamò il 112. Per un malore post-intervento, fu ricoverata alla clinica Mangiagalli dove i medici hanno confermato il prelievo di ovuli. Una visita medico legale avrebbe rilevato la presenza di ecchimosi compatibili con le manovre di immobilizzazione per l’anestesia forzata.

La versione di Antinori invece racconta che la ragazza a marzo aveva sottoscritto un programma di “donazione” ma poi ad aprile ‘dice di essere stata costretta all’intervento’. Dalla perquisizione nella clinica i militari avrebbero prelevato 6 embrioni derivati dalla fecondazione degli ovuli dell’infermiera e sequestrato i moduli del consenso informato. Pare che la firma non coinciderebbe con quella della donna.

Severino Antinori è il gran guru dell’eterologa o un affarista privo di scrupoli?

La scarsa trasparenza nella documentazione della clinica Matris ha insinuato il sospetto che tra le donatrici ci fossero anche giovani donne italiane. Gli ospedali pubblici non riescono a soddisfare le richieste proprio per la carenza di donatrici e le cliniche private, che possono importarli dall’estero, spesso sono bloccate dagli iter burocratici. Far venire le donatrici straniere in Italia potrebbe essere la scorciatoia.

Antinori deve rispondere anche dell’accusa di estorsione ai danni di una coppia a cui avrebbe chiesto 28 mila euro, 16 mila in più del pattuito. Stando alle intercettazioni, li avrebbe minacciati con frasi del tipo ‘i tuoi embrioni li rivedi tra 20 anni’. La difesa si giustifica con il fatto che la coppia non ha mai sporto denuncia e inoltre ‘la signora ha anche ricevuto un mazzo di fiori’. Una “delicatezza” assente nei riguardi dell’infermiera indicata da Antinori come una ‘donna di malaffare’ affiliata ‘dell’Isis’.

L’inchiesta sugli ‘ovuli rubati’ si intreccia con l’altra per stalking ai danni della moglie e delle figlie disposta dal pm Gabriella Fazi a Roma. Il medico, secondo gli investigatori, era convinto che in famiglia stessero preparando un sistema per ridimensionarlo nella gestione del patrimonio e la paura di essere emarginato lo avrebbe reso violento tra le mura domestiche.

Antinori si erge a vittima della giustizia e si paragona a Enzo Tortora ma, in realtà il suo sembra somigliare più al caso stamina di Davide Vannoni il quale, con il patteggiamento della pena sembra essere riuscito a voltare presto pagina e guadagnare la possibilità di trasferirsi all’estero. ‘Andrò a lavorare in Russia’ ha dichiarato.

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Turchia: golpe fallito, epurazioni riuscite

17 domenica Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il fallimento del colpo di Stato e la dura repressione del governo turco dinanzi a un Occidente che sta col piede in due scarpe.

1280px-Obama_and_Erdoğan_speakingNella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 una fazione dell’esercito turco ha tentato un colpo di stato, bloccato nel giro di poche ore dal presidente Tayyp Erdogan che ha ripreso il controllo delle istituzioni, supportato dalla popolazione scesa nelle piazze e per le strade. Lo stesso appoggio che è giunto all’unisono da Nato, USA, Germania e Italia al governo ‘democraticamente eletto’ e al suo presidente che nel tempo si è progressivamente allontanato dall’Occidente e dall’Europa, ha spezzato l’alleanza con Israele, salvo poi tentare un riavvicinamento, si è scontrato con Putin, salvo poi chiedere scusa, si è avvicinato a paesi dell’ala sunnita, ha intrapreso una progressiva islamizzazione del Paese. E deve essere stato proprio quest’ultimo punto il motivo che ha spinto le fazioni ribelli dell’esercito a tentare il golpe.

In Turchia la laicità della democrazia la difende l’esercito

Tra i compiti più sentiti dei componenti il secondo esercito, per potenza e dimensione, della Nato, dopo quello americano, c’è la difesa della democrazia laica dello Stato, istituita dal fondatore della patria Kemal Ataturk ostacolando l’islamizzazione del Paese e il ritorno al passato ottomano, ai califfati e alla legge islamica. Ma il tentativo di golpe da parte dell’esercito turco è sembrato all’Occidente troppo poco corretto nei confronti di un ‘governo democraticamente eletto’ e alla notizia del fallimento Matteo Renzi ha dichiarato alla stampa: ‘in Turchia ha vinto la stabilità’. Ciò che invece non è sembrato poco democratico ad alcuno è il ‘gesto della rabbia mutuato dai Fratelli musulmani che Erdogan ha fatto salutando i migliaia di sostenitori che lo acclamavano.
Le epurazioni del ‘governo democraticamente eletto’

Erdogan ha rivolto fin da subito il suo interesse ai “traditori” che ‘pagheranno un caro prezzo’. Ha chiesto agli Stati Uniti l’estradizione di Fethullah Gulen, l’ex iman che ora vive negli Usa e che lui ritiene la mente del tentato colpo di Stato, il quale non solo nega un suo coinvolgimento, ma sostiene che ‘c’è la possibilità che il golpe sia stata una messa in scesa per continuare ad accusare i miei sostenitori’.

In realtà la durata lampo dell’avventura, risoltasi in una fumata nera nel giro di poche ore, lascia spazio a qualche perplessità. Ma ciò che fa davvero riflettere è l’enorme numero di morti, quasi 300, di feriti, oltre 1.400, e di arrestati, circa 6.000. Il ministro della Giustizia turco ha dichiarato che la cifra ‘supererà i 6 mila attuali. Continuiamo a fare pulizia’. Tra gli arrestati si contano, insieme ai militari golpisti, dei magistrati e oltre 3 mila giudici sono stati rimossi dagli incarichi.

Il premier Binali Yildirum ha sottolineato che la pena di morte non è prevista dalla Costituzione del Paese, ma che non si escludono dei ‘cambiamenti legali per accertarsi che simili tentativi di colpo di Stato non si ripetano’.

Botta e risposta tra Ankara e Washington

Per Bekir Bozdag, ministro della Giustizia turco, se gli Stati Uniti continueranno a sostenere Gulen danneggeranno la loro reputazione. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha risposto che i sospetti sugli Usa sono ‘totalmente falsi e danneggiano i rapporti’.

Questi rapporti tra l’Occidente e la Turchia che sembrano sempre in bilico tra il bene e il male: un Paese che si è tentato di europeizzare e a cui non è stato concesso, ancora, il permesso di diventare membro dell’Unione, e che non conviene lasciarlo diventare un nemico.

La Turchia possiede il secondo esercito più forte della Nato, è il ponte di collegamento europeo tra Occidente e anti-Occidente, può decidere di chiudere o spalancare le frontiere alle migliaia di migranti, che vi giungono via terra o via mare, nonché ai foreign fighters. Riveste insomma un po’ il ruolo che fu della Libia di Mu’ammar Gheddafi. Ciò che è accaduto nel Paese del rais è noto, ma cosa accadrà invece in quello con un ‘governo democraticamente eletto’ tanto difeso dall’Occidente?

 

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