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Irma Loredana Galgano

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La guerra tra Stati Uniti e Russia passa ancora attraverso Cuba

02 mercoledì Set 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, Cina, Cuba, Russia, StatiUniti, USA

«Così come abbiamo realizzato una trasformazione storica in Venezuela, confidiamo altrettanto nel grande cambiamento che presto avverrà a Cuba.»1

Durante l’incontro dello scorso 7 marzo a Miami è stato lanciato lo “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas), ovvero un accordo di cooperazione militare anti-narcos tra gli Stati Uniti e altri 17 paesi dell’area latinoamericana. Una nuova alleanza che sembra il coronamento della Dottrina Monroe2, citata direttamente dal presidente Trump a poche ore dall’operazione militare che ha portato al cambio di regime a Caracas e già all’interno del National Defense Strategy – 2026NDS3.

Le ragioni delle relazioni e, soprattutto, dello scontro tra Stati Uniti e Cuba non possono certo essere ricercate nella lotta per le materie prime e il petrolio oppure in quella al contrasto del narcotraffico.

È dalle riforme e nazionalizzazioni portate avanti da Fidel Castro già all’indomani dell’entrata trionfante a L’Avana del 1959 che i rapporti con Washington sono diventati sempre più turbolenti. Inoltre, l’economia dell’isola non ha fatto che legarsi sempre più all’allora Unione Sovietica. 

Nel gennaio 1963 il presidente Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare Cuba allo stesso modo in cui la Russia aveva usato Berlino, rendendola così un ostaggio diplomatico, e che «acting against Cuba might be a more satisfactory response than a nuclear response» (“agire contro Cuba potrebbe essere più soddisfacente di una risposta nucleare”)4. La distensione dei rapporti tra Washington e L’Avana è andata di pari passo a sottili riavvicinamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, come nel luglio 1987 allorquando il presidente Reagan, davanti alla porta di Brandeburgo, concluse il suo discorso rivolgendosi al segretario generale del partito comunista sovietico con un invito preciso: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall” (“Signor Gorbaciov, abbatta questo muro”)5.

Il recente inasprimento della crisi cubana costituisce il concentrato di dinamiche esogene verificatesi negli ultimi quattro anni, aggravate da scelte politiche endogene, quali il rafforzamento dell’embargo statunitense sotto l’amministrazione Trump e la crisi del Venezuela da cui Cuba dipende sul piano economico ed energetico. 

Questi fattori hanno di fatto isolato Cuba, aprendo le porte dell’arcipelago a importanti investimenti cinesi soprattutto nelle telecomunicazioni, con Pechino interessata anche ai settori sanitario e farmaceutico e alla produzione di minerali strategici dual-use (civile – militare) come cobalto, silicio, nichel, indispensabili per la componentistica di batterie, computer, smartphone e semiconduttori. Penetrazione che sta spingendo anche il Giappone verso azioni diplomatiche e geo-economiche in America Centrale e nei Caraibi, sotto la cornice della Free and Open Indo-Pacific Strategy6.

L’atteggiamento ideologico anti-castrista di Washington e la scelta tattica di far prevalere gli interessi politico-elettorali domestici a considerazioni geopolitiche ha impedito dal 1959 a oggi l’ingresso della più strategica porzione di terra oltre il territorio Usa nella sfera d’influenza dell’impero americano. Condotta che palesa il divario strategico che separa gli Usa dalle due grandi potenze, Russia e Cina, che si pongono come sfidanti dell’egemonia globale americana7.

Cuba sta agli Usa come Taiwan sta alla Cina e come gli Stretti Turchi e l’Ucraina stanno alla Russia. Se una potenza riesce a controllare politicamente e militarmente l’arcipelago, potrebbe potenzialmente interdire la libera navigazione commerciale e militare alle navi Usa in uscita dai porti di New Orleans e Houston8.

La rielaborazione in chiave MAGA (Make America Great Again) della Dottrina Monroe presenta l’emisfero occidentale come una sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti, che deve essere resa impermeabile alle potenze rivali9. Significative al riguardo sono state le parole di Stephen Miller, vice capo staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, pronunciate durante un’intervista alla CNN: «You can talk all you want about international niceties and all that, but we live in a world, the real world, that is governed by force, that is governed by power» (“Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”)10.

In questo clima anche l’attacco agli alleati non è mai del tutto escluso, come nel caso della Groenlandia che il presidente, piuttosto che invaderla, si è proposto di acquistare perché carica di navi russe e cinesi. Il filo rosso che lega Venezuela, Atlantico e Artico è dunque la stessa logica alla base della nuova bussola strategica Usa: prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza e l’influenza americane, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini11.

In seguito all’operazione militare statunitense in Venezuela, Trump ha lasciato intendere che Cuba sarebbe presto “caduta da sola”. Il Venezuela è la principale fonte di petrolio per Cuba, che dipende fortemente dalle importazioni per la maggior parte del suo approvvigionamento energetico. Sebbene Trump non abbia invocato un intervento militare a Cuba, ha definito l’isola una “nazione fallita” e ha ripetutamente paventato la possibilità di un “friendly takeover”, ovvero una “presa di potere amichevole”. 

La Legge Helms-Burton del 1996 vincola legalmente la revoca delle sanzioni statunitensi a cambiamenti politici a Cuba, richiedendo la formazione di un governo di “transizione” o “democraticamente eletto” prima che l’embargo possa essere revocato. Cuba è governata dallo stesso sistema politico a partito unico dal 1959, ovvero da quando Fidel Castro rovesciò il governo sostenuto dagli Stati Uniti instaurando uno stato socialista. Nei quasi settant’anni successivi, il paese ha avuto solo altri due leader: il fratello di Fidel, Raúl, che si è dimesso nel 2018, e il suo successore, Miguel Diaz-Canel. 

Indipendentemente da come evolverà la situazione a Cuba, non si prevede che il modello politico rivoluzionario dell’isola crolli immediatamente. Anche un cambiamento significativo, come una transizione verso un sistema a guida militare più aperto agli investimenti privati, non migliorerebbe necessariamente le prospettive per Cuba. 

Cuba sta attraversando una delle peggiori crisi economiche dai tempi del “Periodo Speciale” degli anni ’90, quando il crollo dell’Unione Sovietica – un’ancora di salvezza economica fondamentale – innescò una diffusa povertà. L’attuale crisi è caratterizzata dal collasso quasi totale della rete elettrica, ormai obsoleta, dalla scarsità di beni di prima necessità dovuta all’inflazione galoppante, da una grave carenza di carburante e dal calo del turismo. Il blocco statunitense sta ovviamente accelerando il deterioramento economico di Cuba. 

La maggior parte dei paesi della regione ha criticato il blocco statunitense contro Cuba. Durante un vertice di quattro giorni a Saint Kitts e Nevis alla fine di febbraio, i membri della Comunità dei Caraibi (CARICOM) hanno espresso preoccupazione per la situazione umanitaria dell’isola e per le potenziali ripercussioni a livello regionale. 

Anche la Russia ha ribadito il proprio sostegno a Cuba. Il ministro dell’Energia russo ha più volte confermato l’invio di petrolio. Già a gennaio di quest’anno la Cina aveva pronto un pacchetto di aiuti per Cuba che includeva circa 80 milioni di dollari in assistenza finanziaria12.

La crisi economica e sociale di Cuba si è per certo aggravata dopo l’intervento degli Stati Uniti ma la situazione è critica da tempo e la popolazione provata e pronta a lasciare l’isola.

L’89% delle famiglie cubane vive in condizioni di estrema povertà e il 78% desidera emigrare o conosce qualcuno che lo desidera. Questo dato è anche coerente con l’alto livello di disapprovazione nei confronti della gestione economica e sociale del governo, che ha raggiunto il 92%13.

Cuba considera che adottare politiche economiche sulla scia di quelle cinesi e mostrare apertura economica comporti dei costi troppo grandi sul piano ideologico14. Però, non avendo un supporto molto ampio da parte di altri paesi, le politiche statunitensi potrebbero portare Cuba ad aprirsi a politiche più favorevoli e in modo più definitivo rispetto a quanto fatto finora, sia per alleviare tali pressioni sia per uscire da questo stato di costante crisi. Il problema riguardo le riforme economiche è che attuarle in tempi di crisi profonde, come quella attuale, non è facile dal punto di vista ideologico e di giustificazione del regime: Cuba starebbe ammettendo che è necessario un cambio di rotta e che, quindi, il regime non riesce a sopravvivere e a imporre il proprio metodo. Un altro problema delle riforme è che necessitano di tempo, una risorsa che Cuba in questo momento non ha15.

Gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione sostenuta ma un’azione diretta come in Venezuela sembra da escludere, sia perché l’esercito cubano sebbene meno numeroso è più fedele rispetto a quello venezuelano, sia pure perché l’isola ben controlla i confini ed è dotata di un forte controspionaggio rispettato anche dagli stessi Stati Uniti. Egualmente improbabile si prospetta un regime change sulla spinta di proteste interne in quanto l’opposizione non è così chiara e ben articolata. La “valvola di sfogo” per le proteste interne che ha funzionato anche in passato è il permesso di lasciare l’isola, di emigrare. Tra le mete più ambite ci sono proprio gli Stati Uniti16.


1Donald Trump, discorso del 7 marzo 2026 all’America Business Forum Miami: https://www.youtube.com/watch?v=_E0asKomMwA (Video del Dipartimento di Stato Americano).

2I principi elencati da James Monroe nella famigerata discussione della fine del 1823, p diventati la Dottrina Monroe, stabilivano l’opposizione degli Stati Uniti a ulteriori progetti coloniali da parte di potenze europee nelle Americhe, nonché il non intervento delle potenze europee nelle vicende delle repubbliche del Nuovo Mondo e la non interferenza degli Stati nelle vicende del Vecchio Continente.

3National Defense Strategy – 2026NDS: https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDF (Consultato il 5 aprile 2026).

4Notes of Kennedy’s remarks at the 508th meeting of the NSC, FRUS, vol. 11, 1963, pp. 668-669.

5Chiara Cannalire, La tensione istituzionale tra Stati Uniti e Cuba: un consuntivo delle tappe focali, in Centro Studi d’Europa, gennaio 2022.

6Si veda: https://www.mofa.go.jp/files/000430632.pdf (Consultato l’8 aprile 2026).

7Vito Fatuzzo, La relazione Stati Uniti – Cuba, termometro geopolitico del primato strategico americano, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 22 luglio 2021.

8Vito Fatuzzo, op.cit.

9Alessia De Luca, La Dottrina ‘Donroe’ e il ritorno alle sfere d’influenza, in ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 8 gennaio 2026.

10Link al video dell’intervista: https://edition.cnn.com/2026/01/05/world/video/stephen-miller-greenland-part-of-us-trump-venezuela-tapper-digvid-vrtc (Visionato il 9 aprile 2026).

11Alessia De Luca, op.cit.

12Diana Roy, Trump’s ‘Maximum Pressure’ Campaign on Cuba, Explained, in CFR – Council on Foreign Relations, 31 marzo 2026.

13Observatorio De Derechos Sociales Cuba e Observatorio Cubano de Derechos Humanos, El estado de los derechos sociales en Cuba, VIII Informe 2025: https://derechossocialescuba.com/wp-content/uploads/2025/09/ods8r_es.pdf (Consultato il 10 aprile 2026).

14Jorge Alberto Ortiz Almanza, Las relaciones entre la República Popular China y Cuba a partir del fin della Guerra Fría, in TONGDAO – Revista Latinoamericana de Estudios de China Contemporánea, 01.01, maggio-ottobre 2024.

15Michela Bongiovanni, Crisi energetica a Cuba: cause, alleati e prospettive future, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 11 marzo 2026.

16Michela Bongiovanni, op.cit.


Articolo pubblicato su Articolo21.org


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Palestina vs Israele: la scrittura è il mezzo per restare umani o per contrastare i culti della morte?

01 martedì Set 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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articolo, Democrazieecultidellamorte, DouglasMurray, Einaudi, Gaza, GuerinieAssociati, Israele, MuhammadalZaqzouq, Palestina, recensione, saggio, Scrivoperrestareumano

Il dovere dello scrittore è scrivere la terribile verità. Il dovere civile del lettore è apprenderla1. Il dovere di raccontare e quello di conoscere rappresentano anche il legame che unisce le opere di al-Zaqzouq Scrivo per restare umano2 e Douglas Murray Democrazie e culti della morte3 anche se l’assunto da cui partono i due autori è diametralmente opposto.

Per Murray, con il suo impegno verso i valori occidentali (capitalismo, diritti individuali e democrazia) Israele rappresenta un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo, in netto contrasto con l’ideologia di Hamas, che proclama amore per la morte. 

Il libro di al-Zaqzouq è un diario che condensa i mesi di patimenti e di incertezza che vanno dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2024. In questo frangente di tempo, insieme alla moglie e ai tre figli l’autore fugge dai carri armati e dalle bombe, spostandosi all’interno di una rete famigliare fitta e radicata nel territorio. Il ritmo di questi spostamenti è dettato dagli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, che annuncia le sue incursioni e i suoi bombardamenti lanciando volantini dagli aerei. Mentre Gaza viene rasa al suolo, la famiglia allargata dell’autore si riunisce e si disperde, si cerca tra le macerie e trova nel gruppo un senso di protezione ancestrale, mossa da una tenace e incrollabile volontà di sopravvivere. Preso nel vortice della guerra, l’autore decide di ancorarsi alle parole, per non essere spazzato via insieme alla sua capacità di amare e di piangere per la devastazione che lo circonda. E così scrivere diventa una necessità, per restare umano.

A quasi tre anni dall’inizio della guerra a Gaza e dopo il recente confronto tra Israele e Iran, il Medio Oriente resta segnato da una profonda instabilità. Da una prospettiva israeliana, la priorità continua a essere il contenimento dell’Iran e della sua rete regionale di alleati. Nell’ottica palestinese, prevale la percezione di una crisi sempre più profonda, aggravata dall’assenza di un credibile orizzonte politico4.

A quasi un anno dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, la situazione a Gaza appare caratterizzata da un paradosso sempre più evidente: mentre la crisi umanitaria continua ad aggravarsi e la presenza militare israeliana si espande sul terreno, la diplomazia internazionale resta sostanzialmente paralizzata. L’architettura politica che avrebbe dovuto accompagnare il cessate il fuoco – imperniata sul cosiddetto Board of Peace (Bop) promosso dall’amministrazione Trump – si trova in una fase di profondo stallo, incapace di tradurre in azione concreta gli impegni annunciati nei mesi scorsi5. L’immobilismo diplomatico complessivo sembra essere legato alla costante evoluzione della situazione militare sul terreno. Negli ultimi mesi Israele non ha osservato alcuna delle clausole di sua pertinenza previste dal cessate il fuoco6, ma ha anche progressivamente ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, superando i limiti territoriali previsti dal medesimo dispositivo diplomatico7.

Le Forze di difesa israeliane (Idf) controllano ormai il 60% del territorio di Gaza e sarebbe nelle intenzioni dello stesso premier estendere il controllo diretto fino al 70% dell’enclave palestinese. La porzione di territorio controllata da Israele è molto superiore a quella definita dalla cosiddetta “linea gialla” stabilita dagli accordi di ottobre 2025. L’espansione è avvenuta attraverso la creazione di nuove aree militari interdette alla popolazione civile e il progressivo avanzamento di una linea di controllo informale, talvolta definita “linea arancione”8. Questa situazione, unitamente all’assenza di un credibile processo politico e di ricostruzione, alimenta il timore che la gestione della crisi non riguardi più soltanto obiettivi militari e di sicurezza, ma possa progressivamente assumere anche una dimensione demografica. Difatti, la prospettiva sul futuro di Gaza evidenzia una crescente divergenza tra la retorica diplomatica internazionale e la realtà sul terreno. In assenza di una rinnovata iniziativa multilaterale e di un reale impegno finanziario internazionale, il rischio è che l’attuale situazione di fatto si trasformi progressivamente in una nuova “normalità” politica e geografica9.

Israele è un paese con una popolazione di nove milioni di persone. In America vivono 333milioni di abitanti. Per mettere le cose in prospettiva, il bilancio delle vittime del 7 ottobre sarebbe equivalso a 44.400 americani uccisi in un solo giorno. Un 11 settembre moltiplicato per quindici. Il numero dei rapimenti, se fosse avvenuto in proporzione negli Stati Uniti, sarebbe stato di quasi 10.000 americani. L’equivalente di circa 5.000 canadesi uccisi e un migliaio presi in ostaggio. Oppure 8.400 francesi o britannici uccisi e 1.750 presi in ostaggio. 

L’8 ottobre 2023 a Times Square centinaia di persone si radunarono per una manifestazione pro-Palestina. Lo stesso avvenne in Germania e in Francia (che ospitano le più grandi comunità musulmane ed ebraiche d’Europa). A Londra, una folla enorme si radunò nei pressi dell’ambasciata israeliana per lanciare dei razzi. Proteste simili si verificarono anche in tutto il Nord America e in Canada, e il tutto è avvenuto ancor prima che iniziasse la risposta israeliana. 

Murray prese la decisione di recarsi quanto prima in Israele perché convinto che l’Occidente era già tutto concentrato non su quanto era accaduto a Nova ma su quello che Israele avrebbe potuto fare in risposta. Il suo timore era che una grande ondata negazionista avrebbe travolto il mondo. Che il più grande massacro subito dagli ebrei dopo l’Olocausto sarebbe stato rapidamente negato, come i negazionisti e altri hanno cercato di negare l’Olocausto nazista10.

Il capo delle SS Heinrich Himmler, nel suo discorso ai luogotenenti più anziani nell’ottobre 1943, descrivendo nel dettaglio quel che i nazisti cercavano di ottenere con l’Olocausto disse: «Possiamo parlarne tra di noi, ma non ne parleremo mai in pubblico. Mi riferisco all’evacuazione degli ebrei, allo sterminio del popolo ebraico. È una pagina gloriosa della nostra storia che mai è stata scritta e che mai verrà scritta». Himmler e le sue SS si classificano tra i soggetti più malvagi della storia dell’umanità, eppure anche loro avevano cercato di nascondere le proprie azioni. Nel 2023, tra le file di Hamas, c’erano persone che si vantavano dei propri crimini, che ne erano orgogliose, e che anzi volevano diffonderli affinché tutto il mondo potesse prenderne visione11. Ed ecco allora perché Murray si chiede cosa possa fare l’Occidente contro questi gruppi di morte, questi culti di morte per salvare sé stesso.

Se l’epica è, per definizione, il genere a cui le civiltà hanno delegato la consacrazione dei propri miti fondativi, è fuori discussione che essi passino attraverso figure, gli eroi, il cui compito primario è quello di fissare con la morte un rapporto dialettico di confronto e superamento. Il profondo legame che unisce eroe e morte, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la morte rappresenta nella vita dell’eroe il momento supremo dell’autoaffermazione: la fama, il kleos, l’immortalità dell’eroe dipendono in primo luogo dal suo sprezzo della morte e, in secondo luogo, dal consumarsi della sua vita anzitempo, prima della corruzione del corpo e dello spirito. Per quanto i modelli eroici siano cambiati nello spazio e nel tempo, questo paradigma del rapporto tra eroe e morte è in qualche modo sostanziale a qualsiasi narrazione eroica ed epica. 

La morte nell’epica non significa quasi mai solo sconfitta, ma può essere riscatto, affermazione di sé, completamento, titanismo, apoteosi, immortalità. In ogni caso essa è il principale elemento che definisce l’eroismo, in quanto limite invalicabile, exitus dalla vita, dalla storia e dalla narrazione, per consegnare l’uomo al mito e alla fama12. Idee che si trovano, dall’antichità ai giorni nostri, nella cultura europea, ma anche in quella indiana, africana e asiatica, e testimoniano che l’epica ha assolto, in tutte le culture mondiali, tra gli altri anche l’arduo compito di educare l’uomo alla morte e alla tanatologia.

Se c’è una congiuntura in cui l’uomo entra drammaticamente in tensione con la coscienza della propria finitudine, cercando parimenti le occasioni e gli strumenti rituali per trascendersi ed eternarsi, quella è senz’altro la condizione di guerra o, per essere più precisi, il combattimento. La battaglia, assieme alla sineddoche duellistica che ne singolarizza pars pro toto le caratteristiche, è il luogo dell’estremo e dell’assoluto, un’esperienza del sacro sinistro (o di trasgressione) che potenzia a dismisura il senso dell’esistere e dell’esserci proprio là dove si sente battere più forte l’ala della morte. Quando il rischio è massimo, la vita appare come aumentata e intensificata, attraversata da un battito potente che fa percepire in un regime esasperato dei sensi il mistero e il soprassalto affettivo dell’esserci. È il grande paradosso della densità esperenziale: dove la corporeità è più gracile ed esposta al “terrore della storia”, dove si avverte nel modo più disarmante la fugacità del transito terrestre e la natura momentanea del nostro stare al mondo, proprio là si costella l’archetipo dell’autenticità e la vita ci pare più vita che altrove. Appesi al nulla e sempre sul punto di precipitarvi in una repentina dissolvenza a nero, i soldati immersi nel turbine della battaglia sperimentano la tensione estrema della vita che si libra incerta sull’abisso.

Nella morale eroica, l’uomo è compiutamente sé stesso solo quando si trova a un passo dalla perdita di sé, sulle soglie della fine, in bilico tra essere e non essere più. In questa prospettiva, l’action d’éclat appare tanto più ricca di significato quanto più grande è il rischio che comporta: costeggiando dappresso la propria dissoluzione, il campione militare riempie di significato la sua impresa. Per i guerrieri delle società arcaiche, la tensione euforizzante dello scontro è il modo con cui ci si accosta alla bellezza e all’intensità dell’essere13.

La morte è quindi una sorta di ombra che accompagna il destino dell’eroe epico. Se di questo aspetto la tradizione cavalleresca tardo quattrocentesca italiana non sembra farsi veramente carico, come ben illustra il caso di Boiardo, ancora legato a una interpretazione quasi ludica della morte, già con Ariosto e con l’esperimento epico di Trissino possiamo cogliere l’approssimarsi a una più complessa interpretazione che comporta un diverso assetto complessivo non solo della configurazione del destino del singolo cavaliere, ma del più generale disporsi delle forme del racconto. Sarà poi con l’esperienza del Tasso epico che si registrerà un ulteriore scarto, dovuto al fatto che la dimensione bellica e una più consapevole perimetrazione delle virtù dei cavalieri diventeranno elementi ideologicamente fondanti della favola. La presenza della morte nella Liberata e poi, sia pure in modi in parte diversi, nella Conquistata, viene infatti interpretata da Tasso alla luce di un significativo ripensamento della statura etica dei suoi personaggi, con un processo di progressiva definizione che l’analisi dell’evoluzione genetica del poema permette di cogliere con particolare evidenza14.

Tasso sembra aver assorbito i presupposti ideologici ridefiniti e codificati dalla cultura rinascimentale italiana. 

Sulla scorta di Aristotele15, Piccolomini16 riconosce come la morte sia un timore legittimo, in nome di quello che si potrebbe modernamente chiamare istinto di conservazione, ma che, in alcuni casi, nei quali è in gioco un valore collettivo, l’uomo virtuoso possa affrontarla liberandosi di ogni paura. Non si tratta quindi di dare sfogo a un deliberato eccesso dell’ira che spinge a mettere a repentaglio la propria esistenza per adempiere un destino di gloria personale, ma di farsi carico di un più ampio insieme di istanze che garantiscono la sopravvivenza di una intera comunità, di cui il singolo diventa portavoce.

Se nei primi secoli cristiani sembrerebbe che il martirio implichi solo il subire la violenza, non certo inferirla, una tale prospettiva viene esplicitamente smentita almeno a partire dalla pratica della crociata che, sia pure senza una chiara pronuncia teologica in tal senso, tende a riconoscere la dignità del martirio al cristiano morto in quella circostanza17. Un ulteriore ambito di indagine, che ha conosciuto una significativa ripresa, in particolare a seguito dell’11 settembre, è quello della ricerca del martirio o martirio volontario, fenomeno ampiamente discusso nella chiesa antica (e non) a partire dalle contraddittorie indicazioni neotestamentarie di Mt 10,23 e Lc 21,1218. Una maggior cautela nell’uso stesso del termine martirio da parte degli studiosi per indicare questo tipo di fenomeni è indubbiamente subentrata all’indomani della nuova ondata di terrorismo di matrice jihadista che ha colpito l’Europa e gli Stati Uniti a partire dalla proclamazione dello Stato Islamico in Iraq e Siria nel giugno 2014. Ciò è tanto più significativo, perché motivazioni religiose erano e sono esplicitamente addotte da parte di chi compiva tali atti; ma alla loro retorica se ne è venuta opponendo una di segno opposto, a opera di autorità religiose contrarie a questi comportamenti, che sottolineano invece la dimensione intrinsecamente pacifica della religione, di ogni religione, e rivendicano quale caratteristica del “vero martire” la disponibilità al sacrificio di sé, senza inferire violenza, ma solo subendola.

L’identificazione esclusiva del martirio con l’effusione del sangue ha determinato pure l’odierno allargamento semantico del termine al di là della sua originaria connotazione religiosa e cristiana così da travalicare nell’uso comune del termine la sola dimensione religiosa, che può essere sostituita da qualsiasi idealità, anche meramente immanente, dai martiri della patria a quelli del lavoro. Si tratta di un fenomeno che ha coinvolto la stessa chiesa cattolica. Paradossalmente, l’originaria concezione del martirio quale atto di testimonianza, prevalente sul suo stesso esito eventualmente letale, appare essersi conservata piuttosto nelle esperienze nate dalla Riforma, laddove l’aspetto istituzionale, per così dire, del martirio lascia il passo al valore testimoniale dell’atto di coscienza, in cui il credente pone la sua fede di fronte a Dio e agli uomini, pur non potendo rivendicare al proprio gesto alcun valore salvifico.

Nelle sue manifestazioni storiche, il martirio cristiano si rivela un viluppo insolubile di violenza e sacrificio di sé, propaganda e ambizione di leadership, che pone a dura prova le stesse comunità toccate dal fenomeno19.

Il terrorismo suicida di matrice arabo-islamica in quanto atto sacrificale è una forma di violenza politico-religiosa. Esso è un fenomeno di antica data che ha tuttavia conosciuto un’impennata senza precedenti negli ultimi anni. In seno allo stesso mondo musulmano, gli attentatori suicidi non sono identificabili esclusivamente come arabo-palestinesi, e neppure come individui che si prefiggono di compiere aggressioni finalizzate a colpire obiettivi israeliani o occidentali. In Iraq, per esempio, attentatori suicidi colpiscono i “loro fratelli” musulmani appartenenti a fazioni politiche avversarie con la stessa forza devastante. 

Quando, nei mesi successivi all’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000), i colpi portati da uomini e donne bombapalestinesi contro civili israeliani si intensificarono, media politici e pubblico, specialmente occidentali, cominciarono a interrogarsi sulle ragioni di tali gesti. Sul piano linguistico, gli attentatori suicidi vennero chiamati faute de mieux(“kamikaze”), mentre la riprovazione di tali atti si fissò sulle “vittime indifese” di questi attacchi. Così, riconducendo la figura dell’attentatore suicida a un’altra ben nota, il kamikaze appunto, e reagendo moralmente con la condanna dei massacri, media politici e pubblico generico relegarono il fenomeno in uno spazio di discorso che fece degli attentatori suicidi degli “spostati” (al massimo dei “fanatici”) manipolati da altri e, delle vittime degli attentati, l’oggetto di una spietata follia distruttiva. All’origine dello sconcerto vi è per certo l’abitudine ormai di non poter concepire l’uccisione del proprio simile senza la mediazione di un’arma e facendo uso del proprio corpo. Lo “scandalo” dell’attentatore suicida consiste probabilmente nel fatto che un simile gesto contravviene a ciò che l’essere umano è andato elaborando nel corso della sua evoluzione. La storia della tecnologia bellica è, in fondo, una storia di progressiva presa di distanza dal nemico fino a che la guerra moderna portò questo processo al limite estremo, con la possibilità di eliminare anche migliaia di individui senza alcun tipo di contatto, fisico o visivo.

Oltrepassando lo sconcerto derivante dallo spettacolo di un conflitto armato in cui l’attaccante sceglie premeditatamente e sistematicamente di autoeliminarsi nel momento in cui annienta il nemico, e cercando di non cadere nel tranello che consiste nel ricondurre il fenomeno a categorie note o precostituite (kamikaze, follia, disadattamento,…), bisognerebbe assumere il punto di vista dell’attore20 e muovere dalle auto-rappresentazioni di coloro che hanno fatto dell’attentato suicida la meta finale della propria vita oppure un gesto apprezzabile e/o da incoraggiare. 

Le dichiarazioni lasciate dagli attentatori suicidi, così come quelle rilasciate dagli aspiranti tali, i commenti dei lori fiancheggiatori e di quanti ne condividono, in toto o in parte, il progetto convergono verso la nozione di martirio. Chi possa essere considerato martire e perché è una questione complessa irta di eccezioni e sottigliezze dottrinarie, e neppure unanime tra gli stessi musulmani, dal momento che questa è spesso inseparabile dalla concezione, anch’essa ampiamente dibattuta, che si ha del jihad, termine spesso malamente tradotto, nelle lingue europee, con l’espressione “guerra santa” (ma il cui senso è qualcosa come “lotta sulla via di Dio”).

In linea generale, il martire musulmano (shahid) è il testimone (shahid) della verità della fede21.

Come possa il martire testimoniare questa verità è un fatto storicamente contingente e dipendente dal significato che, sempre a seconda delle circostanze storiche, viene attribuito all’altro termine da cui quello di martirio è spesso inscindibile: jihad. Il significato di quest’ultimo però varia da un’idea di lotta che l’individuo combatte con sé stesso per il miglioramento della propria coscienza morale fino all’idea di una guerra vera e propria in difesa o per l’affermazione della propria fede22.

Nella congiuntura mondiale attuale il jihad è riconosciuto, in quanto fatto socialmente, politicamente e ideologicamente rilevante, non in virtù delle cause locali che lo hanno determinato, né per le singole biografie dei suoi combattenti, ma come una serie di effetti globali che hanno assunto la propria universalità che va oltre tali particolarità23.

Questi effetti globali, sulla politica e sul pubblico, nonché sull’immaginario dei jihadisti medesimi, sono il prodotto dei media e non delle storie singole dei particolari attivisti, e neppure delle condizioni ambientali che li hanno spinti a prendere questa via, come nemmeno delle teorie che, riallacciandosi alle varie scuole dottrinarie musulmane, possono giustificare queste scelte. Ciò che va enfatizzato, del rapporto tra istishahad (“sacrificio martiriale”) e media, è che anche coloro che vi prendono parte sembrano essere determinati, nelle loro scelte, da messaggi mediatici. Il istishahad è infatti diventato uno spazio di “discorso visuale” nel quale va certamente collocata un’intenzione comunicativa di tipo politico ma anche, e soprattutto, un modo di rappresentare a sé stessi il proprio destino, la propria missione, il proprio nemico e il proprio gesto che, nel caso degli attentatori suicidi, si presenta come un “martirio-testimonianza” (shahadah ). Persino la pratica di decapitare gli ostaggi e le autopresentazioni eroiche sono tipici riflessi di un codice, quello mediatico, che sembra “autorizzare” (nel senso foucaultiano del termine24) comportamenti e forme di “presentazione del sé” che non hanno nulla a che vedere né con la tradizione islamica, né con forme storiche di comportamento “locali”. I personaggi e i modelli narrativi di una certa produzione mediatica (filmica o televisiva) sembrano invece ciò che prevale su questioni dottrinarie o su teorie politiche. Questo “ambiente mediatico” non influenza soltanto il pubblico occidentale e gli stessi attori, m anche il pubblico islamico che finisce per ricevere una rappresentazione omogenea, mediatica (e quindi distante dal contesto motivazionale specifico) del istishahad  come fatto globale. 

Gli attentatori suicidi, ovvero gli aspiranti martiri non sono quelli che sono comparsi in passato sugli schermi televisivi e digitali intenti a leggere proclami o a minacciare esecuzioni o ostaggi. Pur definendosi tutti “combattenti sulla via di Dio” (mujahiddyn), combattenti ordinari e aspiranti martiri attuano modalità assai differenti di lotta25.

“Possibile” per i cristiani era ed è la morte in quanto inferta da altri, ma ciò non toglieva che altre forme di persecuzione li potessero far considerare dei martiri; “necessaria” è invece la morte per il martire musulmano, sia che venga inferta da altri sia che venga autoinferta. Se diverso è l’esito appare invece molto simile la struttura del contesto in cui tanto il cristiano delle origini quanto il musulmano attuale possono apparire come dei martiri. È infatti un contesto caratterizzato, in ambedue i casi, dalla presenza di uno spazio di comunicazione visuale che fa del martire cristiano delle origini e del martire musulmano attuale dei testimoni in quanto “testimoniati” (visti/ascoltati) da altri: il pubblico del processo al cristiano nel primo caso; il pubblico (prevalentemente mediatico) dell’attacco suicida musulmano nel secondo. L’uno e l’altro sono martiri (testimoni della fede) solo perché pubblicamente visti/riconosciuti.

Una configurazione del tutto speciale sembra assumere, nell’epoca attuale, l’idea del martirio in ambiente musulmano, almeno nel caso di attentatori suicidi. Qui lo shahid è, per definizione, colui che si auto-immola in quanto testimone della propria fede. Questo gesto estremo non è comprensibile solo come reazione disperata a un contesto politico caratterizzato dalla violenza. Si tratta invece di un gesto che, a partire da questo contesto violento, trova una sua ragion d’essere all’interno di una particolare configurazione disposizionale e motivazionale, attivata da concezioni specifiche della “sacralità” e della trascendenza, oltre che da un’idea particolare della relazione tra corpo e spirito26.

Mbembe ha scritto che nella Palestina odierna convivono due logiche apparentemente inconciliabili: quella del martirio e quella della sopravvivenza, e in entrambe convivono, a loro volta, idee di morte, terrore, libertà27.

Il racconto di Muhammad al-Zaqzouq28 è la narrazione di una normale vita scandita da impegni, lavoro, famiglia, divertimento, svago, hobby che è bruscamente interrotta dall’inizio delle controffensive israeliane scatenatisi sulla Striscia in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. Da allora egli ha vissuto a lungo in maniera confusa e incerta, indeciso sul da farsi mentre, al pari di un automa, si spostava senza sosta per svolgere tutte le incombenze necessarie, indispensabili nella quotidiana lotta per la sopravvivenza: code che sembravano interminabili, cariche di una umiliazione difficile da immaginare, solo per ricevere qualche pagnotta, una tanica d’acqua potabile o una bombola di gas che evitasse di dover cucinare sul fuoco di un falò. Una nuova realtà arrivata di colpo, soffocando la pace e il comfort di cui l’autore godeva prima della guerra. 

La scarsità di risorse, unita alla paura generalizzata, aveva caricato la quotidianità di una rabbia tale che spesso semplici discussioni si trasformavano in veri e propri scontri fisici. 

Alcuni dichiaravano apertamente di non volere un’altra guerra manifestando il timore che Israele, questa volta, bruciasse Gaza per intero. 

Per l’autore, l’arrivo a al-Mawāşī, la piccola striscia di sabbia a ridosso del mare dove era stato allestito il campo profughi, rappresenta il momento in cui lo ha assalito la consapevolezza dello sfacelo nel quale erano precipitati, sfollati su un terreno basso che sembrava una tomba di fronte al mare. 

Anche nel contesto religioso del Medio oriente, i drusi sono un popolo straordinario. Oggi la comunità conta meno di un milione di persone, distribuito tra Israele, Libano e Siria. Sebbene parlino arabo e abbiano molte usanze arabe, la loro religione è unica. Presenta delle somiglianze con l’Islam e anche con il cristianesimo, ma è generalmente considerata una scissione dall’Islam sciita. Le comunità druse in Israele sono relativamente indipendenti. Era drusa la famiglia che aveva ottenuto uno dei contratti di catering per il festival di Nora. Molti dei giovani presenti avevano assunto droghe. Una pratica illegale in Israele. Motivo per cui, secondo Murray, di quanto accaduto si parla poco. Gli organizzatori hanno raccontato nel dettaglio cosa hanno visto la mattina del 7 ottobre. La loro narrazione ha condotto l’autore ad elaborare la consapevolezza che, se è vero che in guerra ci sono due fronti combattenti, questo non significa che le parti siano moralmente equivalenti così come non lo sono militarmente29.

Israele oggi, dopo il 7 ottobre, non è più la stessa nazione. L’attacco ha fatto a pezzi sia la psiche di un’intera nazione sia il senso più profondo di sicurezza personale e collettiva della sua popolazione. È una nazione traumatizzata. Il 7 ottobre 2023 è stato uno shock strategico ancora più grande del 6 ottobre 1973, la guerra del Kippur, che ha plasmato la dottrina di difesa di Israele – basata su deterrenza, avviso tempestivo e vittoria schiacciante – e lasciato un segno indelebile nell’intelligence da allora. Ora, quella dottrina di difesa è completamente distrutta: tutti e tre i pilastri sono crollati nello stesso momento. Israele è una nazione fondata sulla forza militare per cui, i pianificatori militari, hanno dovuto elaborare una nuova strategia mentre combattevano una guerra su più fronti, travolti dallo shock. La nuova dottrina di “difesa avanzata” è, con ogni probabilità, un impulso quasi riflesso e quindi mal concepito, miope e insostenibile nel lungo periodo. La ragione del fallimento, secondo questa nuova visione, risiede nell’essersi concentrati sulle intenzioni del nemico piuttosto che sulle capacità militari. L’obiettivo quindi è colpire preventivamente ed eliminare completamente le minacce30.

Una strategia militare che ricorda quella adottata dal generale Luigi Cadorna durante la Grande guerra, basata su attacchi frontali continui, guerra di logoramento e “spallate” progressive per sfondare le linee nemiche. Il risultato fu la disfatta di Caporetto. Le infinite offensive frontali precedenti contro posizioni fortificate di montagna ottennero scarsi guadagni territoriali a fronte di perdite umane devastanti. 

A Gaza sta accadendo la stessa cosa?

Il 4 dicembre 2023, a neanche due mesi dall’attacco del 7 ottobre, il ministero della Sanità di Gaza parlava di almeno 16.248 persone uccise31.

La violenza è centrale in ogni religione, e la religione stessa, d’altra parte, non cessa mai di ricordarcelo. Con sacrifici reali o con la memoria di essi, oppure di figure martirizzate, la religione incorpora e si avvale dell’idioma della violenza che viene riproposta in un linguaggio di tipo iconico, il quale si esprime attraverso quelli che Geertz32 ha definito “simboli sacri”, cioè i “segni” delle verità della fede che si svelano attraverso i simboli medesimi e il cui effetto comprovato è quello di fortificare la comunità dei credenti33.

Nell’esaminare l’antico culto ebraico sacrificale è opportuno distinguere due elementi e realtà concettuali. È possibile infatti esaminare e studiare il culto sacrificale ebraico sia come realtà rituale (così come si presenta nelle sue strutture istituzionalizzate nel III libro del Penatateuco, il Levitico), sia come realtà teologica (così come esso verrà concepito, insegnato, affermato nell’idea dei profeti e dei maestri d’Israele). Mentre l’antico culto sacrificale biblico presenta una indubbia derivazione dalle forme sacrificali del mondo preisraelitico, un diverso significato e valore acquista il culto sacrificale nei Profeti e negli Scrittori Sacri.

Un attento esame delle parole dei Profeti rivela che essi consideravano il culto dei sacrifici niente affatto condannabile. Essi affermavano inoltre che Dio condannava quei sacrifici offerti da coloro che avevano una condotta malvagia e disonorevole. Per cui la grande lezione dei Profeti , che essi cercarono di imprimere nell’animo del popolo di Israele, si ritrova nel libro dei Salmi e in quello della Sapienza. In seguito anche nelle parole dei Maestri e dei Rabbini i quali, pur sottolineando il significato dei sacrifici, insegnarono che l’obbedienza a Dio e l’amore e il rispetto per gli uomini sono più importanti di qualunque tipo di sacrificio34.

In tanti si sono chiesti come questi nobili principi concordino con quanto accaduto dal 1948 a oggi.

Lo Stato d’Israele è stato creato per tutto il popolo ebraico e grazie a lui. L’avvenire del popolo stesso dipende dall’esistenza, dal progresso e dalla consolidazione dello Stato che, comunque, non rappresenta gli ebrei che vivono nella diaspora. Ogni ebreo che vive all’estero è un cittadino del paese di residenza. Ma ogni ebreo, ovunque vive, appartiene al popolo ebraico. Esiste una unità nazionale degli ebrei del mondo, basata su un destino comune, un patrimonio storico comune, aspirazioni comuni per il futuro. Ciò che ha permesso la sopravvivenza del popolo ebraico è la visione messianica dei Profeti d’Israele, la visione di redenzione del popolo ebraico e dell’umanità intera. Lo Stato d’Israele è uno strumento per l’attuazione di questa visione. 

Esso è differente dagli altri a causa delle circostanze nelle quali è stato creato come anche per la sua geografia. Quello attuale è, di fatto, il terzo Stato, dopo il primo distrutto da Babilonia e il secondo da Roma. Il blocco di lingua araba che circonda Israele si estende su una superficie notevolmente più vasta e si compone di una popolazione di gran lunga più numerosa35.

Il Piano delle Nazioni Unite prevedeva la divisione del paese in modo approssimativamente uguale tra arabi ed ebrei. Ciascuno dei due Stati sarebbe dovuto consistere in tre zone separate l’una dall’altra e comunicanti tra loro mediante appositi “punti di intersezione”. Questa artificiosa divisione era motivata dalla volontà di fare in modo che il minor numero possibile di arabi e di ebrei fossero costretti a restare nel territorio dell’altro. Il Piano delle Nazioni Unite non è mai stato tradotto in pratica: gli inglesi hanno abbandonato la Palestina, l’ostilità tra arai ed ebrei è andata sempre aumentando, lo Stato ebraico si è instaurato in un ambito più vasto di quello previsto dall’assemblea Generale delle Nazioni Unite36.

Douglas Murray afferma più volte che la difesa di Israele deve essere compatta da parte di tutto il blocco dei paesi occidentali in quanto rappresenta proprio la difesa del sistema Occidente e dei suoi valori. Difendere e proteggere Israele davvero significa salvaguardare le democrazie occidentali?

La nascita dello Stato di Israele, il ritorno alla sovranità statuale hanno trasformato radicalmente la condizione degli ebrei nel mondo, offrendo loro una scelta fra integrazione nelle società occidentali in cui esse vivono come minoranza e una piena identità politico-nazionale. Nel rapporto con Israele gli ebrei sono uniti – tranne esigue minoranze dogmaticamente antisioniste – circa il suo diritto a esistere come popolo e come Stato, ma divisi, spesso angosciosamente critici, circa i suoi atti politici. Permane poi la questione che riguarda proprio la natura di Israele come Stato ebreo e democratico: come assicurare che Israele resti lo Stato degli ebrei nel senso del sionismo classico – sia quello liberale di Herzl sia quello socialista – ma anche una democrazia per tutti i suoi cittadini. Per molti ciò è un ossimoro, una impossibilità. 

Che Israele sia uno Stato “ebraico”, non solo perché di rifugio dalle persecuzioni di un popolo disperso, ma perché storia e valori ebraici sono parte rilevante dell’identità collettiva del paese e improntano di sé la sfera pubblica è legittimo. Ma non è accettabile che lo Stato favorisca il gruppo ebraico rispetto ad altre etnie37.

A pochi mesi dalle prossime elezioni legislative (previste per fine ottobre 2026) il quadro politico israeliano appare caratterizzato da due dinamiche parallele e strettamente interconnesse: da un lato, la crescente fragilità della coalizione guidata da Netanyahu, sottoposta a forti tensioni sulla questione della coscrizione degli haredim e sul rapporto tra esecutivo e istituzioni giudiziarie; dall’altro, la progressiva ridefinizione degli equilibri tra i principali blocchi politici in vista di una competizione elettorale che potrebbe segnare l’avvio di una fase post-Netanyahu, nella quale la posta in gioco è il ricollocamento del baricentro dell’intero sistema politico israeliano38.

Più che una tradizionale competizione tra destra e sinistra, il confronto appare centrato sulle divisioni all’interno del campo conservatore. Secondo diversi sondaggi pubblicati nei primi mesi del 2026 il calo della popolarità del premier non si è tradotto in un corrispondente rafforzamento della sinistra, bensì nella crescita di partiti riconducibili all’area politica definibile come centro-destra moderato, che è la forza trainante dello schieramento anti-Netanyahu e pivot di una possibile futura leadership nell’era post-Netanyahu39.

Douglas Murray afferma esserci una differenza abissale tra questi due tipi di dolore: quello di una società che piange i propri figli e i propri amici, e l’altro che riguarda una società felice di apprendere della morte dei propri familiari e dei familiari altrui. Di considerarli martiri della causa oppure vittime necessarie, sempre funzionali al raggiungimento dell’obiettivo. 

Muhammad al-Zaqzouq, ricordando il giorno in cui erano tornati a casa dopo tanto peregrinare e i giorni trascorsi al campo dei rifugiati, avvertiva di vivere nella negazione: si rifiutava di ammettere e affrontare quello che era accaduto al suo quartiere, alla sua casa. La morte, la devastazione, la distruzione. La rottura e la convinzione che dove fosse passato l’esercito non potesse tornare la vita. 

Quelle degli autori sono due visioni del mondo che, forse, non si incontreranno mai ma un legame tra i due vi è per certo, ovvero il mezzo scelto per comunicare al mondo la loro storia: la scrittura che, per entrambi, costituisce un punto fondamentale.

Per lunghissimo tempo alla scrittura si è riconosciuto uno status di innocenza. Solo a partire dal Novecento si è iniziato a sospettare che non c’è originale senza scrittura. Da una manciata di anni si riconosce che la scrittura ha pervasive potenzialità di figurazione e plasmazione. Se la conoscenza è caratterizzata da soglie di riconfigurazione complessiva, da mutamenti di orizzonte in avanti e indietro, da incessanti rispecificazioni di dis-positivi, ciò si deve, in rilevante misura, a esercizi di scrittura. 

Una scrittura in grado di offrire una nuova chiave di comprensione nell’ordine della politica e, in particolare, della bio-politica (che – a giudizio di Foucault – durante il Settecento riconfigura la sovranità in governabilità e pone i poli della popolazione e del corpo come suoi correlati di potere), con un paradigma inedito rispetto a quello attivo fino a tempi recentissimi. 

La scrittura, per Lévi-Strauss40, non riguarda la conoscenza che rappresenta semmai una copertura ideologica, ma è principalmente un fatto di dominazione.

Il “potere ideologico” insito nella scrittura di Murray e in quella di al-Zaqzouq è la rappresentazione di sé e dell’altro.

Le narrazioni della propria vita si basano su fatti biografici, ma vanno oltre gli avvenimenti, poiché le persone si appropriano selettivamente degli aspetti dell’esperienza vissuta, interpretano il passato e costruiscono il futuro per organizzare racconti che abbiano senso per sé stessi e per i propri interlocutori. Queste storie sono costruzioni psicosociali e gli autori sono le persone stesse, ma all’interno del contesto culturale41.

Costruzioni identitarie che vedono diversi attori: l’identità si afferma per confronto e, in linea di massima, per contrasto. Fondamentalmente, quindi, si tratta della dialettica tra l’io e gli altri, intendendo non solo l’io personale ma anche l’io culturale. Nelle narrazioni si è contemporaneamente autori e attori: il racconto del sé si configura come una vera e propria performance, nella ricerca di una espressione della propria personalità – identità – che a conti fatti non ha la pretesa di essere oggettiva, ma è il fil rouge assolutamente soggettivo che unisce i singoli ricordi personali e culturali. Rappresentare e rappresentarsi è un modo per definire sé stessi e, quindi, gli altri , Nessun racconto è neutro, ogni nostro gesto linguistico è rivolto a una comunicazione “orientata”42. Nei casi analizzati, l’orientamento è rivolto alla conservazione e autotutela della propria umanità per al-Zaqzouq e al contrasto dei culti della morte nonché alla preservazione della propria cultura nel caso di Murray.


1V. Grossman, Uno scrittore in guerra, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova, Adelphi, Milano, 2020.

2M. al-Zaqzouq, Scrivo per restare umano, Einaudi, Torino, 2026.

3D. Murray, Democrazie e culti della morte. Israele, Hamas e il futuro dell’Occidente, Guerini e Associati, Milano, 2026

4A.M. Bagaini e G. Dentice, Israele e Palestina: tra guerra, occupazioni ed elezioni, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 7 luglio 2026.

5E. Farge, Board of Peace envoy warms UN that Gaza division risk becoming permanent, Reuters, 21 maggio 2026.

6Si veda: Hamas says deal reached to end Gaza war, calls for ensuring Israel implements it, Reuters, 8 ottobre 2025.

7A.M. Bagaini e G. Dentice, op.cit.

8N. Freiberg, Netanyahu says he ordered IDF to seize 70% of Gaza Strip, well beyond terms of ceasefire deal, The Times of Israel, 28 maggio 2026.

9Si veda: N. Miladenov, Board of Peace High Representative for Gaza briefs the Security Council, United Nations, Security Council Briefing, 21 maggio 2026.

10D. Murray, Introduzione, in D. Murray, op.cit.

11A. Roberts, What Makes Hamas Worse than the Nazis, Washington Free Beacon, 24 novembre 2023.

12M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), La morte dell’eroe II, AOQU – Achilles Orlando Ulysses Rivista di epica, Università degli Studi di Milano, Milano, 2021.

13A. Barbieri, Vivere per morire o morire per vivere. L’archetipo della morte precoce nelle tradizioni eroiche, in M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), op.cit.

14F. Tomasi, «Questa che ‘l vulgo appella morte»: il martirio (e la morte) degli eroi nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, in M. Comelli e F. Tomasi (a cura di), op.cit.

15Aristotele, Etica nicomachea.

16A. Piccolomini, De la institutione di tutta la vita de l’huomo nato nobile, e in città libera, 1543.

17P. Evangelisti, Martirio volontario ed ideologia della Crociata. Formazione e irradiazione dei modelli francescano a partire dalle matrici altomedievali, in Cristianesimo nella Storia , 27, 2006.

18Si veda per esempio la raccolta di studi su Il martirio volontario e le sue interpretazioni in Cristianesimo nella Storia, 27, 2006.

19M. Rizzi, Introduzione a Le ambiguità del martirio: violenza, testimonianza, propaganda, in Rivista di Storia del Cristianesimo, 2/2018, Morcelliana, Brescia.

20Per l’osservazione partecipante di Bronislaw Malinowski si fa riferimento a Argonauti del Pacifico Occidentale (1922).

21U. Fabietti, E. Mauro, Terrorismo, martirio, sacrificio. Antropologia di una forma di violenza politico-religiosa, in OLTRECORRENTE, 13, 2007.

22U. Fabietti, E. Mauro,  op.cit.

23F. Devji, Landscapes of the Jihad. Militancy, Morality, Modernity, Cornell University Press, Ithaca, 2005.

24Nel lessico di Michel Foucault, autorizzare non significa dare un permesso legale o un consenso giuridico, bensì abilitare un discorso, produrre un regime di verità e rendere legittimi certi comportamenti all’interno di una specifica rete di potere.

25U. Fabietti, E. Mauro,  op.cit.

26U. Fabietti, E. Mauro,  op.cit.

27A. Mbembe, Necropolitics, in PublicCulture, 15 (1), 2003.

28M. al-Zaqzouq, op.cit.

29D. Murray, op.cit.

30E. Etzion, La nuova dottrina di difesa di Israele è miope e pericolosa, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 2 aprile 2026.

31ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Escalation Hamas-Israele: la cronologia della guerra, 6 dicembre 2023.

32C. Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna, 1987.

33U. Fabietti, E. Mauro,  op.cit.

34Fonte: Dispensa in ciclostile distribuita da Rav I. Kahn z.1 agli studenti dei primi anni del Collegio Rabbinico (archivio-torah.it). 

35D.B. Gurion, Lo Stato d’Israele e gli Ebrei della Diaspora, in La Rassegna Mensile di Israel, terza serie, Vol. 23, No. 9 (Settembre 1957).

36E. Vitta, La nascita dello Stato di Israele, in La Rassegna Mensile di Israel, terza serie, Vol. 42, No. 7/8 (Luglio-Agosto 1976).

37G. Gomel, Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione: due famiglie separate del popolo ebraico?, in La Rassegna Mensile di Israel, Vol. 82, No. 1 (Gennaio-Aprile 2016).

38A.M. Bagaini e G. Dentice, op.cit.

39T. Hermann e L. Yohanani, What is on the Mind of Israel Voters Heading to the Ballot Box, Israel Democracy Institute, 24 maggio 2026.

40C. Lévi-Strauss, Tristi Tropici, 1955.

41D.P. McAdams, Narrative Identity: What Is It? What Does It Do? How Do You Measure It?, Imagination, Cognition and Personality: Consciousness in Theory, Research and Clinical Practice, 37, 3, 2018.

42A. Campus, La scrittura come rappresentazione del sé e dell’altro, Alteritas Academy Press, Verona, 2025.


Articolo pubblicato sul numero 81 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Indonesia: il genocidio umano e politico dimenticato di un paese che è diventato un gigante

01 mercoledì Lug 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Tra l’autunno 1965 e la primavera 1966 l’arcipelago indonesiano divenne lo scenario di uno dei più sanguinosi e meno conosciuti massacri del XX secolo.

La notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre del 1965 un gruppo di ufficiali vicini alla sinistra, autoproclamatisi Movimento 30 settembre, rapì e uccise alcuni tra i più importanti generali dell’alto comando dell’esercito. Un’altra fazione delle forze armate, guidata dal Maggior Generale Suharto e più vicina alle posizioni dell’Occidente, reagì a tali accadimenti con immediatezza, sconfiggendo i “ribelli” nell’arco di poche ore. 

Il gruppo vicino a Suharto incolpò dell’accaduto il Partito comunista indonesiano (PKI – Partai Komunis Indonesia)dichiarandolo reo di aver architettato il presunto colpo di stato e di aver tradito i fondamenti della nazione. In seguito a tali accuse, e a un’intensa propaganda volta a demonizzare e deumanizzare tutti gli appartenenti alle organizzazioni della sinistra, già dalla seconda metà di ottobre iniziarono a verificarsi omicidi su larga scala, incarcerazioni di massa, vessazioni, stupri, saccheggi ai danni dei comunisti. L’esercito, coadiuvato dalle forze religiose anticomuniste oltre che da tutta una serie di gruppi paramilitari e sostenuto dalle grandi potenze occidentali, attuò in meno di un anno la distruzione dell’intera sinistra indonesiana, pose le basi per la propria duratura permanenza al potere e aprì le porte del paese al libero mercato1.

La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 escludeva i crimini contro gruppi politici dal crimine di genocidio. Generalmente, tali feroci episodi sono stati attribuiti a regimi nazifascisti, governi autoritari di vario tipo e a quelli emersi da rivoluzioni socialiste (come Stalin nell’Unione Sovietica o Pot Pot in Cambogia). Gli eventi che hanno coinvolti governi occidentali, come Stati Uniti e Gran Bretagna, sono stati trattati in modo più evasivo e sono state sollevate obiezioni di ogni genere nel tentativo di classificarli. Lo sterminio di civili, militanti e simpatizzanti del PKI non è stato il prodotto di alcuna guerra né può essere attenuato come danno collaterale della repressione successiva all’inizio della lotta armata2.

Sotto la guida di Ahmed Sukarno e Mohammed Hatta, l’Indonesia ottenne l’indipendenza dopo una guerra di liberazione durata dal 1945 al 1949. Per fermare la liberazione, gli olandesi ricevettero il sostegno degli Stati Uniti, che appoggiarono i partiti anticomunisti nelle elezioni del 19553. Sotto la guida Sukarno, furono promosse politiche progressiste e antimperialiste, tra cui la nazionalizzazione delle compagnie straniere, la redistribuzione delle terre ai contadini e una visione multireligiosa della società. Dal 1957 in poi, fu promossa la democrazia guidata, uno stile di governo considerato dagli Stati Uniti contrario alle norme occidentali dei sistemi democratici4. Le élite americane intensificarono la loro ostilità nei confronti di Sukarno quando questi decise di approfondire le relazioni politiche con la Cina e l’URSS e condannò l’invasione del Vietnam5.

Negli anni ’60, il PKI conobbe una rapida crescita. Era la terza forza comunista più grande al mondo, con quasi tre milioni di membri6. Sotto la guida di Dipa Aidit, orientò la sua politica verso la “via pacifica al socialismo”, ottenendo un forte sostegno tra le masse, una certa simpatia da parte dei militari e entrando a far parte della coalizione di governo7. Tuttavia, l’alleanza multiclasse mantenne un precario equilibrio, in cui i comunisti erano disprezzati dagli altri due attori dell’alleanza: le forze armate e i partiti islamici di destra. Per le potenze capitaliste coinvolte nella regione (Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia), il governo di Sukarno rappresentava un ostacolo che richiedeva un intervento per impedire l’avanzata del comunismo8. Le preoccupazioni americane nella regione, prima dell’invasione del Vietnam, furono acuite dalle misure nazionaliste adottate da Sukarno. Gli Stati Uniti avevano cercato di destabilizzare e rovesciare il suo governo fin dall’amministrazione Eisenhower. Nel 1958, alimentarono la ribellione di Permesta nell’Indonesia orientale e la creazione di una pseudo-repubblica in una regione di Sumatra. La Central Intelligence Agency (CIA) si servì della sua filiale con sede a Taiwan, la Civil Air Transport, per fornire supporto segreto ai ribelli su alcune isole e per intimidire il presidente Sukarno9.

Secondo Lyndon Johnson, gli interessi economici del suo paese erano danneggiati dalle politiche di Sukarno, in particolare dalle nazionalizzazioni delle piantagioni, delle miniere di rame e stagno e dagli investimenti nell’industria della gomma. Per la CIA, Sukarno era un leader anticonformista, incline ad allinearsi facilmente con l’URSS o la Cina. I loro analisti non escludevano la possibilità che la sinistra indonesiana avrebbe potuto vincere in elezioni libere e democratiche. Queste prospettive indussero il presidente Johnson a considerare prioritario un piano di addestramento per le forze armate indonesiane, i loro principali alleati di fronte alla radicalizzazione del conflitto10.

Prima ancora che scoppiasse la ribellione, il governo statunitense stava già conducendo campagne anticomuniste nell’arcipelago. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) raccomandò di fomentare l’ostilità pubblica contro il PKI. Il piano prevedeva contatti segreti e il sostegno a gruppi anticomunisti locali e consisteva nell’invio massivo di lettere contenenti informazioni false e denigratorie sul Partito, che preannunciavano le sinistre intenzioni della sinistra, e nel plagiare le menti di organi si stampa, dipartimenti governativi e organizzazioni politiche musulmane favorevoli al Movimento 30 settembre (M30S)11.

La mostruosa portata delle uccisioni, la rapidità con cui furono perpetrate, la protezione statale e il deliberato occultamento dei fatti hanno reso il massacro indonesiano uno dei crimini contro l’umanità più atroci perpetrati dal blocco occidentale durante la Guerra Fredda. Secondo le stime più attendibili, lo sterminio di massa coinvolse tra le 500mila e il milione di persone. Sebbene i crimini fossero diretti contro il PKI, colpirono anche sindacalisti, indù, cristiani, musulmani moderati e la minoranza cinese12.

Per più di quarant’anni – dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso – la sinistra ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della nazione indonesiana, nella lotta anticoloniale contro il Regno dei Paesi Bassi, nella resistenza contro l’Impero del Giappone, nel contrasto del secessionismo e del terrorismo e nel processo di alfabetizzazione di milioni di persone che, attraverso il PKI, acquisirono una coscienza dei propri diritti politici ed economici. 

Anche in Cile, Argentina, Brasile durante la Guerra Fredda, come anche in Spagna durante la Guerra Civile, le sinistre vennero devastate dalla reazione anticomunista, ma ciò nonostante anche negli anni più duri rimase in vita un piccolo nucleo (in patria e all’estero) che provò e riuscì a tenere in vita la memoria e la speranza di un cambiamento. Le vittime di Franco, Videla e Pinochet sono in parte riuscite a far sì che la loro storia diventasse patrimonio collettivo, che lo Stato riconoscesse l’esistenza di un’ingiustizia verso di loro. 

In Indonesia per le vittime di Suharto niente di simile è stato possibile: la sinistra ancora oggi è ritenuta responsabile dei fatti che condussero alla propria distruzione, e le norme anticomuniste approvate nel 1966 – che vietano l’attività e la propaganda marxista – continuano a essere in vigore. 

La repressione della sinistra indonesiana non si limitò a sterminare migliaia di militanti e simpatizzanti del PKI, ma sradicò fino alla radice l’esistenza stessa della sinistra, colpendo la sua ramificata rete associativa, la sua tradizione culturale13 nonché un’intero modo critico di pensare14.

Negli ultimi dieci anni l’Indonesia sta vivendo un cambiamento nella sua memoria storica. Attraverso il cinema, la letteratura, la scultura sta avvenendo una “costante erosione di un tabù”15.

Nel 2016, un simposio nazionale – che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta alle azioni del Tribunale Popolare Internazionale sui fatti del 1965-66 – è terminato con sorprendenti messaggi di riconciliazione e parziali ammissioni di responsabilità da parte di personalità istituzionali16.

L’International People’s Tribunal 1965, istituito a L’Aia nel 2015 ha visto i giudici condannare l’Indonesia attestando numerosi reati ascrivibili a crimini contro l’umanità. Gli esiti del processo non hanno però valore esecutivo, ma solo morale e, più che condanne vere e proprie, costituiscono delle “raccomandazioni”17.

Ciò che è accaduto tra il 1965 e il 1966 ha avuto un ruolo straordinario nel modellare la storia dell’Indonesia contemporanea. 

Con l’aiuto degli Stati Uniti18, i militari hanno studiato una resa dei conti che prevedeva, oltre alla caduta di Sukarno, anche la distruzione del Partito comunista. Un proposito ostacolato sia dalla popolarità del carismatico presidente indonesiano, sia dalla forza e dall’organizzazione dei comunisti. Nei piani dei generali e dell’Ambasciata americana, dunque, doveva essere espunto il classico coup dÉtat per lasciare il posto a una soluzione più sofisticata. Ciò che serviva era un pretesto, e il miglior pretesto che poterono escogitare era un fallito tentativo di colpo di Stato di cui incolpare il Partito comunista19. I militari indonesiani avrebbero “difeso” Sukarno e salvato il paese da un’azione eversiva e antinazionale; la distruzione del Partito comunista sarebbe stata così giustificabile20. L’agonia del regime di Sukarno durò ancora per alcuni mesi. Dopo un’ulteriore prova di forza dei militari, l’11 marzo 1966 Sukarno – mantenuto nelle sue funzioni ma privato della possibilità di esercitare una reale influenza – sull’onda delle proteste delle associazioni studentesche anticomuniste, affidava i pieni poteri a Suharto. La sua morte, nel 1970, sancì l’avvento ufficiale del nuove regime. 

L’Orde Baru (Ordine Nuovo) abbandonò innanzitutto gli indirizzi di politica estera che erano stati perseguiti fino ad allora da Giacarta enfatizzando i legami con Washington e con i paesi occidentali. Si poneva termine, dunque, al polemico confronto con la Malaysia, si decideva il rientro in seno alle Nazioni unite e si raffreddavano i rapporti con Pechino21.Nell’agosto 1967 l’Indonesia aderiva, insieme a Thailandia, Malaysia, Filippine e Singapore, all’Associazione dei paesi dell’Asia sudorientale (Asean – Association of South-East Asian Nations).22. La nuova collocazione di campo assicurava a Giacarta cospicui aiuti occidentali e l’afflusso degli investimenti che avrebbero contribuito a stabilizzare l’economia del paese, ad abbattere l’inflazione e a definire un modello di crescita all’insegna di uno sviluppo capitalistico accelerato23.

L’Ordine Nuovo era un regime illiberale e autoritario, fondato sulla depoliticizzazione delle masse e sul monopolio del potere da parte dell’élite militare in associazione con la burocrazia statale e il mondo degli affari24. Il potere di Suharto si rifletteva nei risultati positivi di un’economia in crescita25, fondata sullo sfruttamento delle risorse naturali e in particolare del petrolio, anche se frenata da arretratezza, povertà e corruzione. Negli anni Ottanta, quando l’Ordine Nuovo godeva ancora di un ampio consenso, iniziarono ad affiorare i sintomi di un nuovo malessere. L’Indonesia era interessata infatti a un risveglio religioso dovuto al nuovo protagonismo della comunità islamica. 

A partire dagli anni Settanta, in Indonesia iniziava a manifestarsi un crescente fervore religioso, accompagnato dall’attivismo degli ambienti dell’intellettualità musulmana. Un fenomeno apparentemente legato alle trasformazioni in atto nel mondo islamico al tempo della rivoluzione komeinista in Iran, ma che nell’arcipelago indonesiano era dovuto da un lato alla sostanziale esclusione dei musulmani più rigorosi, i santri, dagli affari pubblici e dall’altro alladepoliticizzazione delle associazioni confessionali. Se la nuova politica del regime, che varò diverse leggi favorevoli ai musulmani e ai loro insegnamenti religiosi, veniva apprezzata da una parte degli ambienti modernisti, non riusciva però a scalzare la diffidenza di molti esponenti islamici progressisti che nel corso degli anni Novanta daranno vita a iniziative ispirate a idee di libertà, come il Forum Demokrasi animato da Abdurrahman Wahid. La crisi economica asiatica del 1997 sbilanciò ulteriormente questo precario equilibrio portando alla caduta del regime guidato da Suharto. 

La caduta di Suharto, tuttavia, non portava a una soluzione interna al regime ma dava inizio a un processo di transizione verso la democrazia, la cosiddetta reformasi. Un processo tormentato, all’insegna di mutamenti politici e istituzionali che pareva potessero portare alla “balcanizzazione” dell’Indonesia e al collasso dello Stato26.

Il nuovo presidente Bacharudin Jusuf Habibie diede inizio a una nuova fase sul piano politico e istituzionale. Vennero scarcerati molti detenuti politici e ratificate le convenzioni internazionali sul lavoro e sui diritti umani; mutava anche l’atteggiamento ufficiale nei confronti delle questioni regionali e si adottava un’attitudine più aperta sulla questione di Timor Orientale che dopo il referendum tenutosi nell’estate del 1999 diventava indipendente. Soprattutto, cambiava la scena politica indonesiana con l’indebolimento del Golkar – organismo legato alle Forze armate – e con l’affermarsi di forze nuove. In particolare va segnalato il Partito del risveglio nazionale legato all’associazione islamica tradizionalista Nahdlatul Ulama e il Partito del mandato nazionale che si ispirava al movimento dei musulmani modernisti Muhammadiyah27. Una tendenza che comunque non ha arrestato il processo di democratizzazione dello stato indonesiano, nonostante l’accresciuta influenza delle componenti favorevoli alla “reislamizzazione” dell’Indonesia. Era un fenomeno probabilmente non generalizzato, tuttavia in grado di lasciare un’impronta profonda, poiché se i musulmani indonesiani erano in sostanza moderati, era percepibile nel paese il rafforzamento delle correnti più radicali28.

Il punto di svolta si ebbe tra il 2004 e il 2005, quando i congressi della  Nahdlatul Ulama e della Muhammadiyah si conclusero entrambi con l’esclusione dalla leadership degli esponenti più progressisti e aperti29. Nel luglio 2005, in particolare, il Consiglio degli ulama indonesiani, emanava alcuni editti religiosi che condannavano la tolleranza religiosa, il pluralismo e il secolarismo. Obiettivo di queste fatwa erano soprattutto gli ambienti islamici progressisti colpevoli di non essere conseguenti con l’esigenza di affermare una forte identità religiosa in opposizione alle altre comunità e, sul piano internazionale, all’Occidente30.

Per Nicola Tanno, l’ascesa e la caduta del PKI contengono lezioni fondamentali non solo per comprendere il passato, ma anche per interrogarci sulla consistenza attuale della sinistra e dei movimenti anticoloniali del XXI secolo. Molti dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare sono ancora attuali, soprattutto per quelle forze socialiste che governano – o ambiscono a governare – in contesti del Sud globale segnati da pressioni esterne, fragilità istituzionali e tensioni sociali profonde. La sinistra contemporanea si confronta ancora con domande cruciali: dare priorità alla lotta di classe o a quella contro l’imperialismo? Qual è il ruolo della democrazia in situazioni di emergenza economica o di minaccia militare? Quale spazio riservare al nazionalismo? Le alleanze geopolitiche del Sud globale (Bandung ieri e Brics oggi) servono davvero alla costruzione di un ordine mondiale post-capitalista? 

Ripensare la fine del PKI non significa solo fare i conti con una delle più grandi tragedie del Novecento, ma anche riflettere sulle sfide che continuano a pesare sulle possibilità di costruzione di un’alternativa socialista, democratica e postcoloniale31.

Oggi l’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo, sta emergendo come attore strategico nel cuore dell’Asia-Pacifico, senza clamori ma con una logica precisa di equilibrio e autonomia. Con oltre 275milioni di abitanti e una crescita economica media del 5% annuo, l’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico. Membro fondatore dell’ASEAN, rappresenta un mercato in espansione e un baricentro geopolitico naturale per l’intera regione. Giakarta è anche il motore di un’ambiziosa agenda di sviluppo infrastrutturale: il progetto della nuova capitale, Nusantara, ne è l’emblema. Costruita da zero nel Borneo, Nusantara non è solo un piano urbanistico, ma un simbolo della volontà indonesiana di proiettarsi come potenza moderna e sostenibile.

Nel contesto della crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, l’Indonesia si propone come terza via: dialoga con Pechino sul fronte economico, ma collabora con Washington in materia di sicurezza marittima e di esercitazioni militari congiunte. Un percorso di sviluppo tutt’altro che privo di ostacoli. L’Indonesia infatti deve affrontare sfide interne complesse: le tensioni etniche e religiose, i rischi legati all’instabilità di regioni come Papua occidentale, e le vulnerabilità alle catastrofi naturali in un territorio situato sulla cintura di fuoco del Pacifico. Dal punto di vista della sicurezza marittima, Giakarta è coinvolta nelle dispute del Mar Cinese Meridionale, dove, pur non essendo parte direttamente coinvolta nelle rivendicazioni territoriali più accese, deve difendere le proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) dalle incursioni della Cina32.

Lo sterminio sistematico dei comunisti in Indonesia divenne, inoltre, un modello per gli Stati Uniti e i loro alleati nella lotta globale contro la sinistra, contribuendo in modo decisivo alla vittoria della Guerra Fredda, soprattutto in America Latina. Dal Cile all’Argentina, dal Brasile al Guatemala, il manuale ideato dagli ufficiali indonesiani, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato statunitense venne replicato con spietata precisione. Il “metodo Giacarta” non è affatto consegnato al passato33. L’avanzata globale dell’estrema destra dimostra che quella logica – fatta di repressione brutale e annientamento ideologico – potrebbe tornare a manifestarsi ovunque le sinistre rappresentino una minaccia per il regime capitalista34.


1G. Creta, Un silenzio lungo cinquant’anni: le violenze del 1965 in Indonesia, in Human Security, UniTo – Università di Torino, n. 9, 2019.

2J.A. Bozza, Desenterrar el pasado. La masacre de los comunistas de Indonesia en 1965, in Aletheia, Universidad Nacional de La Plata, vol. 16, n. 30, giugno-novembre 2025.

3C. Bidien, Independence the Issue, in Far Eastern Survey, vol. 14, n.24, dicembre 1945.

4B. Hering, Soekarno: Architect of a Nation, 1901-1970, KIT Publishers, 2001.

5J.A. Bozza, op.cit.

6P. Hampton, Communism and Stalinism in Indonesia, in Worker’s Liberty, n. 61 http://archive.workersliberty.org/wlmags/wl61/indonesi.htm(consultato il 2 giugno 2026).

7J. Roosa, Buried Histories. The Anticommunist Massacres of 1965-1966 in Indonesia, Madison: University of Wisconsin Press, 2020.

8G. Robinson, The killing Season, Princeton University Press, 2018.

9K. Conboy & J. Morrison, Free to the Fire CIA Cover Operations in Indonesia, 1957-1958, Naval Institute Press, 1999. 

10Central Intelligence Agency: Memorandum for the Record (1961) https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP86T00268R000700150019-1.pdf ; Intelligence Memorandum/1/. OCI No. 2330/65. The Upheaval in Indonesia (1965) https://2001-2009.state.gov/r/pa/ho/frus/johnsonlb/xxvi/4445.htm (Data consultazione 4 giugno 2026).

11USDOS, 110. Memorandum Prepared for the 303 Committee, febbraio 1965: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1964-68v26/d110; CIA, William Palmer is United States Secret Service Agent, Giacarta, febbraio 1965: https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP70-00058R000300020083-5.pdf (Data consultazione 4 giugno 2026).

12J.A. Bozza, op.cit.

13N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis, Milano-Udine, 2026.

14N. Tanno, Indonesia la strage dimenticata, intervista a G.B. Robinson, in Jacobin Italia, 29 aprile 2019.

15M. Lane, A cultural Blow to an Eroding Political Taboo: Viewing “Eksil” (The Exiles), a Hit Documentary, in Fulcrum. Analysis on Southeast Asia, 18 marzo 2024. 

16J. Roosa, Buried Histories , op.cit.

17G. Creta, op.cit.

18P.D. Scott, The United States and the Overthrow of Sukarno, 1965-67, in Pacific Affairs, LVIII, n. 2, 1985.

19J. Roosa, Pretext for mass murder. The September 30th Movement and Suharto’s Coup d’État in Indonesia, Università del Wisconsin Press, Madison, 2006.

20J. Roosa, Pretext for mass murder, op.cit.

21M. Leifer, Indonesian Foreign Policy, Allen and Unwin, Londra, 1983.

22F. Montessoro, Un paese cresciuto pericolosamente, in R. Orlandi (a cura di), Indonesia. Passaggio a Sud-est, Il Mulino, Bologna, 2012 e L. Suryadinata, Indonesian Foreign Policy under Suharto, Times Academic, Singapore, 1996.

23J.A.C. Mackie, Problems of Inflation in Indonesia, Modern Indonesia Project, Cornell University, Ithaca, 1967; B. Glassburner (a cura di), The Economy of Indonesia: Selected Readings, Cornell U.P., Ithaca, 1971; G.F. Papanek (a cura di), The Indonesian Economy, Praeger, New York, 1980.

24M. Vatikiotis, Indonesian Politics under Suharto: Order, Development, and Pressure for Change, Routledge, Londra, 1993 e D.E. Ramage, Politics in Indonesia: Democracy, Islam and the Ideology of Tolerance, Routledge, Londra, 1995.

25H. Hill, The Indonesian Economy since 1966: Southeast Asia’s Emerging Giant, Cambridge U.P., Cambridge, 1966.

26F. Montessoro, op.cit.

27C.U. Zazie, Indonesia’s New Political Spectrum, in Asian Survey XXXIX, n. 2, 1999.

28G. Fealy, Islamization and Politics in Southeast Asia: The Contrasting Cases of Malaysia and Indonesia, in N. Lahoud e A.H. Johns (a cura di), Islam in World Politics, Routledge-Curzon, Londra, 2005.

29R.W. Liddle, Year One of the Yudhoyono-Kalla Duumvirate, in Bulletin of Indonesian Economic Studies, XLI, n. 3.

30F. Montessoro, op.cit.

31N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit.

32F. Sardella, Indonesia: La scommessa geopolitica del gigante silenzioso del sud-est asiatico, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 1 giugno 2025. 

33N. Tanno, Il metodo Giacarta, intervista a V. Bevins, in Jacobin Italia, 5 gennaio 2022.

34N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit..


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La lingua italiana all’incontro con i discenti stranieri: la cultura dell’accoglienza attraverso il linguaggio

01 giovedì Gen 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Il confronto con il diverso da sé, l’individuazione di affinità storicamente costituitesi a partire dall’analisi di sistemi culturali significativi – come sono quello linguistico e letterario in una data lingua – sono parte imprescindibile della formazione dell’identità del soggetto e rappresentano l’assunzione di un sapere critico che è modalità necessaria alla conoscenza del mondo contemporaneo. Educare al molteplice dovrebbe rappresentare obiettivo prioritario di ogni disciplina a ogni livello di formazione. Quando poi il campo d’applicazione dell’attività didattica prevede nel suo statuto – come nel caso dell’insegnamento di una lingua – il raffronto e l’accostamento di sistemi culturali, la scelta diventa vincolante e non più opzionale. L’insegnamento della lingua italiana agli stranieri dovrebbe rappresentare oggi, per le sue valenze sociali oltre che culturali, ambito privilegiato di applicazione di una progettazione didattica fondata sul confronto che deriva dalla conoscenza.

Lo scenario degli apprendenti stranieri interessati o coinvolti da interventi didattici finalizzati all’insegnamento della lingua italiana è profondamente mutato in questi anni, di conseguenza si è modificata la platea di quanti si trovano, in qualità di docenti, a rispondere alle nuove esigenze. Se fino a qualche anno fa i docenti interessati all’insegnamento della lingua italiana come lingua straniera o L2 erano operanti solo in contesti specifici quali gli Istituti Italiani di Cultura, i Consolati, i corsi Erasmus, le Università italiana ed europee, o le scuole private, di recente l’interesse ha riguardato e riguarda anche insegnanti che lavorano nei Centri territoriali permanenti, all’interno di organizzazioni di volontariato, oppure le carceri, dove la presenza di stranieri si sta facendo imponente. Negli stessi istituti della scuola pubblica aumenta l’interesse, conseguenza anche dell’istituzione di un’apposita classe di concorso – A23 – Italiano L2 –, verso una più approfondita conoscenza connessa alla necessità di far fronte alle difficoltà di alunni provenienti dai più svariati paesi europei ed extraeuropei, talvolta privi di una conoscenza anche minima dell’italiano1.

L’ambito formativo da sempre è caratterizzato da una serie d’interazioni tra persone e cose, e principalmente le relazioni che il docente instaura con i propri studenti, il rapporto tra compagni stessi e tra studente e materiale didattico. La relazione materiali-studenti può influenzare l’apprendimento di una lingua straniera sia in senso positivo che negativo. 

Tra le diverse tipologie di materiali utilizzabili nella classe di lingua, è utile soffermarsi sulla contrapposizione tra materiale didattico, materiale didattizzato e materiale autentico.

Il materiale didattico è quello creato ad hoc dall’autore per gli studenti e proposto nei manuali di lingua: dialoghi, testi e video “costruiti” a tavolino spesso appaiono come poco motivanti, discutibili perché poco autentici e in quanto tali rappresentano un falso pragmatico. 

Si considera materiale autentico, invece, quello creato per individui madrelingua e per una finalità diversa da quella didattica2. Tale materiale, di qualsiasi natura esso sia, viene comunemente apprezzato e gradito dagli studenti e generalmente la proposta dell’insegnante di analizzare un evento comunicativo ‘autentico’ viene accolta con entusiasmo. 

Maggiormente efficace e vantaggioso è l’utilizzo di materiale autentico didattizzato, reso didattico dal docente dopo attenta riflessione e preparazione, materiale che diventa in tal modo un’efficace mediazione per guidare gli studenti alla comprensione. Il materiale autentico didattizzato mette lo studente a contatto con gli aspetti che contraddistinguono la vera lingua straniera, vale a dire la velocità, l’intonazione, la pronuncia, i diversi registri e le varietà sociolinguistiche. Il materiale ideale, per ottenere una relazione positiva con lo studente, deve proporre metodologie diversificate e stimoli multisensoriali al fine di sviluppare intelligenze, stili cognitivi e di apprendimento diversi, stimolando l’acquisizione linguistica a livello conscio e inconscio. 

È molto utile didattizzare il materiale in forma di Unità Didattica articolata in cinque fasi: motivazione (gli studenti sono chiamati a fare ipotesi, interferenze, previsioni, solo dopo il docente presenterà il materiale offrendo così la possibilità agli studenti di collegare le nuove informazioni con il sapere enciclopedico delle proprie conoscenze), globalità (affrontare il testo e comprenderlo in modo globale attraverso attività tese a questo scopo, come la lettura veloce globale o skimming),analisi (si passa alla lettura analitica o scanning con riflessioni accurate di elementi morfosintattici o lessicali), sintesi(ovvero svolgimento degli esercizi di fissazione e ripetizione e produzioni scritte), verifica (utile per la valutazione dell’apprendimento effettivo da parte degli studenti e sulla necessità o meno di una rimodulazione del materiale o dell’introduzione di altri elementi utili al rinforzo o al recupero dell’apprendimento)3.

Il materiale autentico didattizzato è notevolmente ‘motivante’ per gli studenti di qualsiasi età, provenienza e livello linguistico perché legato strettamente alla vita reale e quindi motiva secondo il bisogno, il dovere e il piacere4.

Nel riflettere sull’insegnamento dell’italiano a stranieri bisogna considerare anche la variabile ambientale in cui si studia l’italiano poiché a ogni contesto di apprendimento corrispondono situazioni di contatto differenti, a seconda se si insegna italiano in Italia come L1, come lingua seconda (L2), all’estero come lingua straniera (LS), o come lingua etnica (LE). 

La peculiarità della L2 consiste nell’essere disponibile nel contesto in cui lo studente straniero studia la lingua. Questa immersione naturale dà la possibilità allo studente di studiare la lingua sia in aula sia fuori da essa, secondo una modalità eterogenea5 che aumenta di fatto il ritmo di acquisizione linguistica. Diversa la situazione allorquando l’italiano viene studiato come LS, come lingua non presente nel territorio dove gli studenti studiano. L’input linguistico non è disseminato nella vita quotidiana, non è usato nella comunicazione di ogni giorno e perciò non può essere appreso in maniera spontanea e naturale dallo studente. L’italiano come lingua etnica (LE) ha come destinatari i discendenti diretti o quasi di italiani, residenti fuori dai confini nazionali, che continuano a tenere rapporti con la comunità di origine italiana. Una caratteristica della LE è che tale lingua è orale ed è considerata una varietà non aggiornata poiché non ha seguito l’evoluzione dell’italiano di oggi. 

Accanto a fattori e variabili legati alla componente motivazionale e psicoattitudinale dell’apprendente, l’apprendimento dell’italiano è condizionato dal contesto di insegnamento e dalla complessità di nodi e di interazioni funzionali che distinguono ogni situazione d’insegnamento L2 o LS. 

La necessità di avviare una nuova ricerca sulla diffusione della lingua italiana all’estero e di definire i nuovi strumenti al suo servizio ha spinto in questi ultimi anni gli organi istituzionali competenti, nel caso specifico il MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – a intraprendere una serie di azioni volta a ricostruire e a misurare il quadro dell’insegnamento dell’italiano nel mondo. Nella prospettiva del MAECI la promozione della lingua dovrebbe essere un progetto che interessa in modo inequivocabile tutto il Sistema Paese6. Si è scelto di adottare una politica che ha voluto attribuire al binomio lingua e cultura italiana un peso specifico importante per rilanciare la propria influenza nel campo delle relazioni internazionali. La strategia che il Ministero ha inteso sostenere – a partire dal 2014 – mira a rafforzare la situazione della lingua italiana nel mondo, facendo leva sulle eccellenze del Made in Italy7. Gli enti istituzionali preposti a veicolare la cultura italiana hanno così raccolto la sfida lanciata dal MAECI proponendo un cronoprogramma di eventi in loco in cui la lingua italiana svolge un ruolo preponderante. Questo è il risultato di una strategia finalizzata a rendere la lingua una scelta educativa, in modo che il pubblico straniero abbia gli strumenti concettuali e culturali per comprendere e apprezzare il messaggio degli artisti italiani, ad attivare il confronto tra più livelli di osservazione per ricostruire l’oggetto di analisi, nonché rivestire la lingua di una connotazione politica ed economica. In questo caso, la lingua italiana vuole essere riconosciuta come uno strumento di dialogo utile per costruire nuove pratiche educative e di scambio8. Su questo versante, gli Istituti Italiani di Cultura (IIC) si servono delle competenze dei lettori di ruolo in servizio presso specifiche realtà universitarie all’estero, con compiti talvolta di supervisione dei corsi di Didattica dell’italiano erogati presso gli IIC e della gestione della biblioteca. Gli spazi formativi degli IIC includono anche i contributi significativi dei docenti che operano in loco con i quali però non è possibile stabilire un contratto a tempo indeterminato9.

L’articolo 126 del Trattato di Maastricht del 1991 ha rappresentato il primo passo che ufficializza l’ingresso del CLIL in ambito europeo. Successivamente il plurilinguismo, come obiettivo, verrà ripreso nel Livre blanc sur l’éducation et la formation approvato dall’Unione Europea nel 1995; un testo programmatico che suggerisce percorsi didattici in cui le lingue straniere diventano veicolo per insegnare altre discipline. 

Un ulteriore aiuto per lo sviluppo di scenari didattici dove è inserito il CLIL deriva dal Quadro comune europeo di riferimento che definisce dei descrittori linguistici dei vari livelli e degli obiettivi didattici comuni per tutti i docenti di lingua straniera in Europa. Ha contribuito anche il Progetto Lingue 2000, che si pone l’obiettivo di innovare i processi di insegnamento/apprendimento delle lingue straniere rafforzando determinate competenze comunicative negli allievi di ogni ordine e grado. 

Per quanto riguarda l’Italia, partito come modello di iniziativa dal basso con la legge sull’autonomia scolastica del 1999, il CLIL è diventato più strutturato con la Riforma Gelmini del 2010, soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado. L’obiettivo è stato inserire la scuola italiana in una dimensione europea10.

Il CLIL utilizza la lingua straniera come strumento matetico associato a concetti e idee di una disciplina che ha finalità non linguistiche11. Una linea di sviluppo curricolare e didattico CLIL stimola i processi educativi bilingue, allineandosi di fatto alle sfide socioculturali della scuola che vede nella crescita dello studente con altre persone e nello scambio di idee12i principi di fondo dell’integrazione e dell’educazione interculturale13.

Il CLIL, nell’insegnamento dell’italiano L2 in Italia, trova abbastanza spazio di diffusione perché grazie a esso il docente ha la possibilità di costruire un percorso di formazione e di apprendimento dello studente al termine del quale quest’ultimo potrà raggiungere delle competenze linguistiche e comunicative di ordine superiore, definite come la lingua per lo studio14.

Nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano LS/L2, come del resto di altre lingue straniere, è molto apprezzato anche l’uso di testi letterari. L’opera letteraria, in quanto testo dotato di una sua specificità stilistica, linguistica e comunicativa, è infatti da tempo considerata strumento particolarmente idoneo all’insegnamento della lingua e la sua adeguatezza è amplificata dalla connessione con un determinato contesto culturale, tale da renderla veicolo privilegiato per l’accesso ai fenomeni culturali e sociali di un dato paese. In questo contesto didattico, l’opera letteraria va considerata uno strumento, non un fine. Perderanno dunque di significato tentativi troppo articolati di contestualizzazione del testo, o ricostruzioni di scenari complessi: questo perché, pur permanendo la necessità di fornire informazioni di base su autori e ambienti, il testo letterario diviene in questa accezione prioritariamente “caso” linguistico, esempio di un particolare utilizzo del sistema lingua in un dato momento storico, oppure repertorio di temi, di cui si deve però rinunciare a indagare nel dettaglio le molteplici connessioni con i codici letterari e con la tradizione15.

La consapevolezza della centralità del testo nei processi di apprendimento non può che basarsi sulla centralità nei percorsi di formazione dei docenti di un bagaglio di conoscenze e di competenze tutte volte a raggiungere e a far scoprire il cuoredella lingua16.

Eppure l’opera letteraria è una promessa di piacere e conoscenza, nonché il tipo di relazione (la tensione a un destinatario) su cui si basa ogni letteratura. Non si tratta solo di comunicare, ma di condividere modi soggettivi di invenzione del mondo. Le potenzialità della letteratura nei corsi di lingua, allora, non si esauriscono nella funzione, pur decisiva, di startper la motivazione allo studio della lingua. Il testo letterario può funzionare come esperienza formativa molto più complessa, sia a livello linguistico sia a livello culturale (livelli tra l’altro strettamente interconnessi): può valorizzare il senso della lingua, della sua didattica come del suo apprendimento, in quanto cultura, dispositivo di identità e di significazione, secondo modalità e gradualità diverse in base al contesto didattico e alle caratteristiche degli studenti. Per cui si può parlare di una vera e propria “educazione letteraria” come momento importante di interfaccia con l’insegnamento dell’italiano L2. Diversamente da altre forme, come la pittura, la lingua è il nostro mezzo di comunicazione quotidiana. La letteratura, usando proprio questo medium, lavora con la quotidianità. La letteratura tiene in esercizio la lingua esplorandone incessantemente le possibilità semantiche; così facendo mostra che cosa, con la lingua, si può fare, in termini inventivi ed espressivi17. Attraverso lo scarto dalla norma stimola insieme la riflessione metalinguistica e la creatività; e con la creatività la ricerca di una propria “voce” nella L2, di una propria identità rimodulata in un’altra cultura. Perché la lingua è sempre espressione di una cultura, di un modo di essere e di pensare, ed è tale nella morfosintassi, nel lessico, nella dimensione socio-pragmatica e nella strutturazione del pensiero18.

Portata in una classe di lingua, la letteratura offre punti di vista inconsueti sul mondo e su di noi, rovescia le prospettive e potenzia nell’apprendente la capacità di pensare altre culture mettendosi in relazione con il mondo globale, perché coinvolge tutte le facoltà della persona (pensiero, fantasia, sentimenti, memoria)19.

Nel 2018, con il Companion Volume with New Descriptors, che integra e aggiorna il Common European Framework of Reference, la letteratura entra ufficialmente nel principale documento di politica linguistica europea. Creando microcosmi con le parole, la letteratura offre al lettore l’occasione di inserirsi in una rete complessa di mondi emotivi e di punti di vista sul mondo, che provocano varie forme di reazione, in un continuum che va dall’identificazione al rifiuto. Sostenere, con strumenti di flessibile precisione, l’atto di dare senso a queste reazioni è il compito dell’educazione letteraria20.

Nella didattizzazione di un testo letterario è importante che le attività di esercitazione linguistico-comunicativa siano agganciate all’analisi e all’interpretazione del testo in quanto testo letterario, con le sue specificità. In un testo letterario, infatti, ciò che è decisivo è come si parla di un certo tema, da quale postazione discorsiva, come vengono declinate e reinventate le situazioni comunicative della vita quotidiana in relazione ai personaggi e ai punti di vista messi in azione21.

Non va quindi mai trascurato il grande potenziale umanistico e interculturale del testo letterario nell’insegnamento della lingua seconda o straniera. Nella società contemporanea le categorie dell’altro e del marginale sono divenute parte integrante delle nostre esperienze quotidiane. L’educazione alle differenze e alla molteplicità è una responsabilità di tutti gli educatori, in particolare quelli di lingua, disciplina che per sua stessa natura si basa sul raffronto e l’accostamento di sistemi culturali22. Dal punto di vista degli apprendenti di italiano L2/LS, ma soprattutto degli apprendenti di italiano lingua seconda, che in Italia vivono per brevi o lunghi periodi, il confronto con un testo appartenente alla cosiddetta letteratura migrante può offrire degli spunti interessanti su cui riflettere, partendo dalla propria comune esperienza di outsiders. La “letteratura migrante” o “letteratura della migrazione” è un fenomeno letterario che comincia a essere studiato in Italia a partire dagli anni Novanta del Novecento. Oggi siamo nella terza fase della letteratura migrante, definita “letteratura di seconda generazione”, ovvero la letteratura dei figli degli immigrati giunti in Italia durante gli anni Settanta e Ottanta. Questi scrittori sono nati in Italia, e in questo paese hanno frequentato la scuola e ne hanno assimilato la cultura. Per essi, la lingua italiana è una lingua materna, con la quale sperimentano anche dal punto di vista formale23. Essi stessi lavorano per cancellare lo “stigma della clandestinità”24, allo scopo di non essere più considerati esclusivamente come esempi di alterità culturale e geografica. 

Durante la prima edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, tenutasi a Firenze il 21 e il 22 ottobre 2014, l’allora ministra Stefania Giannini annunciò la volontà di creare una nuova classe di concorso specifica per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. La classe di concorso di Lingua italiana per discenti di lingua straniera(A23) è stata istituzionalizzata il 22 febbraio 2016 con il D.P.R. 19/2016. L’anno scolastico 2017/2018 per la prima volta ha visto l’inserimento delle e degli insegnanti della classe A23 all’interno dell’organico docenti. I vincitori del concorso a cattedre del 2016, i docenti abilitati non di ruolo e i non abilitati chiamati dalle graduatorie di terza fascia sono stati tutti destinati, in contingenti di massimo due unità, esclusivamente ai Centri provinciali di Istruzione per Adulti (CPIA) su posti di potenziamento. Di fatto, pur essendo l’unica classe di concorso che, sulla base di requisiti e titoli può dirsi competente in temi riguardanti la didattica dell’italiano come lingua seconda, la A23 è stata esclusa dalle scuole secondarie di primo e secondo grado25. Con un comunicato stampa pubblicato sul sito ministeriale il 12 novembre 2024, Giuseppe Valditara ha dichiarato di aver firmato il decreto che stanzia 12.8 milioni di euro a favore delle scuole con classi in cui la presenza di studenti stranieri che entrano per la prima volta nel sistema scolastico italiano supera il 20%. Un passo volto a includere realmente i ragazzi stranieri nel sistema educativo italiano26.

Le principali difficoltà con le quali devono scontrarsi i minori che arrivano in Italia da paesi stranieri sono la conoscenza e la comprensione della lingua italiana. La complessità legata all’apprendimento di una lingua nuova, diversa da quella materna, è stata mostrata dagli studi di linguistica acquisizionale e la nozione di interlingua27 nasce proprio in rapporto agli sforzi di comunicazione verbale compiuti da colui che apprende una seconda lingua28.

Indubbio che le classi forate da alunni con livelli di scolarizzazione fortemente disomogenei – siano essi italiani o stranieri – possono tradursi in un oggettivo fattore di rischio di parziale o totale insuccesso formativo per tutti gli alunni coinvolti in tali situazioni, finendo per riverberarsi sul complesso processo di apprendimento della intera classe. Paradossalmente però gli alunni stranieri potrebbero essere avvantaggiati da fattori quali la stimolazione del bilinguismo precoce, un minore condizionamento dell’elaborazione semantica oppure da determinati valori presenti in differenti culture, eppure questi elementi di vantaggio non riescono generalmente a compensare gli elementi di svantaggio29. Le difficoltà maggiori si riscontrano proprio nell’apprendimento della lingua italiana, non vi sono differenze tra i due gruppi nelle prove matematiche e visuospaziali30.

Nel novembre 2020, la Commissione Europea ha adottato il Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-202731,che pone l’accento sulla necessità di fornire un sostegno mirato in tutte le fasi del processo di integrazione. Una delle azioni principali è fornire un’istruzione e una formazione inclusive, attraverso il rapido riconoscimento delle qualifiche e favorendo un più veloce apprendimento delle lingue. 

In passato, il materiale didattico era un elemento centrale e la figura dell’insegnante dominava il processo di apprendimento attraverso la trasmissione di conoscenze nozionistiche e un rapporto unidirezionale con gli apprendenti. Secondo un atteggiamento meno tradizionale, invece, è necessario che l’insegnamento tenga conto degli allievi con le loro caratteristiche psicologiche e sociologiche, nonché con i loro bisogni comunicativi, le influenze socioculturali, il loro bagaglio di esperienze e conoscenze. Di conseguenza, l’istruzione secondo questo approccio centrato sul discente, dovrà essere articolata in modo da adattarsi il più possibile alle sue peculiarità psicologiche e socioculturali. Da qui l’importanza dei bisogni linguistici, la cui prerogativa è più volte sottolineata nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (QCER). Secondo questa prospettiva, l’analisi dei bisogni si rivela uno strumento privilegiato per tutte le parti coinvolte: da un lato si rivela estremamente utile per il docente, in tutte le fasi del percorso formativo, dall’altro diventa fondamentale per lo studente, che può riflettere in modo più critico sulle difficoltà e sui progressi personali32.


Irma Galgano, laureata in Lettere, indirizzo geografico-antropologico, è docente per le classi di concorso A012, A018, A019, A021, A022, A054. Formatore e Supervisore EIPASS, docente esperto nei percorsi di orientamento e formazione per il potenziamento delle competenze STEM, digitali e innovazione, docente L2 – Insegnante di italiano per stranieri, collabora con varie riviste.


NOTE

1L. Spera, Educare al molteplice: la letteratura per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, in Versants, Universitàt Bern, vol.2, num. 67, 2020.

2D.A. Wilkins, A communicative Approach to Syllabus Construction in Adult Language Learning, in J.P. Menting (a cura di), The context of Foreign Language Learning, van Essen and Company, Assen, 1975.

3P. Begotti, Insegnare italiano a stranieri: dalla didattizzazione di materiale autentico all’analisi dei manuali in commercio, Università Ca’ Foscari di Venezia, Venezia, 2008.

4P.E. Balboni, Le sfide di Babele, Utet Università, Torino, 2019.

5F. Caon, Un approccio umanistico affettivo all’insegnamento dell’italiano ai non nativi, Cafoscarina, Venezia, 2005.

6G. Maugeri, L’insegnamento dell’italiano a stranieri. Alcune coordinate di riferimento per gli anni Venti, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, Venezia, 2021.

7C. Bagnoli, M. Vedovato, Il legame tra strategie competitive, strategie di gestione della conoscenza e cultura imprenditoriale nelle piccole imprese del nord-est Italia, in L. Marchi, S. Marasca (a cura di), Le Risorse Immateriali nell’Economia delle Aziende, Il Mulino, Bologna, 2010.

8G. Maugeri, G. Serragiotto, Indagine sull’insegnamento della lingua e della cultura italiane in Libano, ItalianoLinguaDue, 2019. 

9G. Maugeri, 2021, op.cit.

10G. Serragiotto, La metodologia CLIL e l’italiano a stranieri, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2023.

11C.M. Coonan, Progettare per CLIL: una cornice di riferimento, in G. Serragiotto (a cura di), Le lingue straniere nella scuola, UTET Università, Torino, 2004.

12H. Simon, D. Zatta, Strategia e cultura d’impresa, Il Sole 24 ore, Milano, 2008.

13R. Dolci, B. Spinelli, Percorsi di sviluppo di un’identità interculturale in ambienti integrati di apprendimento sulla scia dei referenziali per le lingue, in G. Serragiotto (a cura di), Il piacere di imparare, il piacere di insegnare, La Serenissima, Vicenza, 2006.

14G. Serragiotto, Il CLIL nell’italiano L2: la comprensibilità dei testi, in M. Santipolo (a cura di), Italiano L2: dal curricolo alla classe, Guerra, Perugia, 2009.

15L. Spera, op.cit.

16V. Pinello, Il testo letterario nella didattica dell’italiano L2/LS. Tra agonia, morte e qualche ipotesi di resurrezione, in A. Arcuri, E. Mocciaro (a cura di), Verso una didattica linguistica riflessiva. Percorsi di formazione iniziale per insegnanti di italiano come lingua non materna, Università degli Studi di Palermo, Palermo, 2014.

17D. Brogi, M. Marrucci, Che cos’è l’educazione letteraria e come può interagire con l’insegnamento dell’italiano L2, Unistrasi – Università per Stranieri di Siena, Siena, 2019. 

18P. Diadori, Tradurre: un’esperienza interculturale, Carocci, Roma, 2018.

19E. Ardissino, S. Stroppa, La letteratura nei corsi di lingua. Dalla lettura alla creatività, Guerra, Perugia, 2019.

20D. Brogi, M. Marrucci, op.cit.

21D. Brogi, M. Marrucci, op.cit.

22L. Spera, Educare al molteplice: la letteratura per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, in L’arte di insegnare la lingua con la letteratura, Versantes, fascicolo italiano, 2, 67, 2020.

23V. Pinoia, Insegnare italiano come lingua seconda o straniera attraverso i testi della letteratura della migrazione: una proposta didattica, in Italiano LinguaDue, Università degli Studi di Milano, Milano, n. 1, 2021.

24U. Fracassa, Patria e lettere. Per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia, Giulio Perrone Editore, Roma, 2012.

25I. Deiana, A23: facciamo il punto!, in Lingue e Linguaggi, Università del Salento, Lecce, n. 41, 2021.

26Link al comunicato stampa: https://www.mim.gov.it/-/scuola-ministro-valditara-firma-decreto-da-12-8-milioni-per-l-integrazione-degli-studenti-stranieri-un-passo-concreto-per-l-uguaglianza-delle-opportun

27Selinker nel 1972 ha dato vita alla “teoria dell’interlingua”, definendola come un sistema il cui obiettivo è rispettare delle regole, risultato di una grammatica mentale, cioè di un insieme di regole che possono essere ricondotte alla lingua materna (L1), alla lingua da apprendere (L2) e ai meccanismi mentali.

28F. Spadaro, Integrazione e inclusione dei bambini stranieri nelle scuole italiane, in State of mind di inTHERAPY, 5 settembre 2022.

29F. Coin, Alunni stranieri: il futuro nella didattica enattiva, in Formazione & Insegnamento, XI – £ – 2013.

30M. Murineddu, V. Duca, C. Cornoldi, Didattica di apprendimento scolastico degli studenti stranieri. Difficoltà di apprendimento, Vol. 12, n. 1, ottobre 2006.

31Link al Piano: https://www.integrazionemigranti.gov.it/AnteprimaPDF.aspx?id=858

32Linee guida sulle metodologie e gli approcci innovativi nell’insegnamento di una seconda lingua (L2) alle persone adulte con background migratorio: https://www.unistrasi.it/public/articoli/7307/LineeGuidaL2_ALLIN_ITA_FINAL.pdf


Articolo pubblicato sul numero 77 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-lingua-italiana-e-gli-studenti-stranieri-la-cultura-dellaccoglienza-attraverso-il-linguaggio



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Il ruolo delle scam city nella società di oggi: truffe, lavoro e relazioni sociali

06 martedì Mag 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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50mila schiavi per un business che ha fruttato nel 2023 ben 64miliardi di dollari.1 Sono queste le stime più accreditate utili a quantificare, per meglio definire, la più colossale quanto “banale” truffa romantica posta in essere nell’era del digitale, del metaverso e delle criptovalute. Solo in Italia le persone che almeno una volta sono state vittime di raggiri telematici sono 12.7milioni.2

Le scam city, le città della truffa, sono una creazione soprattutto birmana e si trovano lungo i confini del Paese in guerra dove fruttano denaro illegale alla mafia cinese ma anche alla giunta militare. Compound all’interno dei quali c’è tutto: ristoranti, parrucchieri, negozi. Manca però la libertà, soprattutto relativa alle comunicazioni e alle visite all’esterno. Sono almeno 15 le aree edificate intorno alla città birmana di Miawaddy. Decine di luoghi che promettono espansione edilizia con sbancamenti per nuove costruzioni.3

Le operazioni di truffa sono radicate nell’ascesa dei casinò e delle operazioni di gioco d’azzardo online nella regione del sud-est asiatico. In Myanmar, gli attori della criminalità organizzata operano nel paese da anni, ma la situazione è peggiorata dal colpo di Stato militare.4

Il primo febbraio 2021 i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato guidato dal generale Min Aung Hlaing (già a capo di Tatmadaw, l’esercito birmano), rovesciando il Governo civile di Aung San Suu Kyi, arrestata col Presidente Win Myint e altri esponenti della Lega nazionale per la democrazia. Dopo il golpe, è iniziata in tutto il Myanmar una protesta pacifica con centinaia di migliaia di persone nelle piazze e una sorta di sciopero diffuso in tutti i settori vitali dell’economia. Ma questo movimento di disobbedienza civile ha dovuto affrontare una repressione durissima. La protesta pacifica si è trasformata, con il tempo, in una guerra diffusa di alta e bassa intensità, portata avanti sia dalle Forze di difesa popolari (Pdf), che fanno capo al Governo di unità nazionale (Nug – in clandestinità), sia alla resistenza delle milizie armate regionali, i cosiddetti eserciti etnici (Eao, oltre una ventina) che in parte negoziano con la Giunta e in parte vi si oppongono, specie nelle aree delle comunità karen, kachin e dell’Arakan. I più forti sostenitori della Giunta sono i russi, ma Tatmadaw ha potuto godere dell’appoggio più o meno diretto anche di Cina, India e Vietnam. La collocazione strategica del Myanmar lo rende una tessera fondamentale del dominio asiatico: per i cinesi, è lo sbocco sull’Oceano Indiano, dove sbarcano energia e beni indispensabili allo sviluppo della Repubblica popolare; per l’Occidente è un terreno di scontro con Pechino; per i Paesi del Golfo, la connessione tra Indonesia e Bangladesh.5

La guerra per il controllo del centro frontaliero di Myawaddy, sul fiume Moei, davanti alla città tailandese di Mae Sot, è stata resa ancora più complessa dalla presenza di tanti piccoli agglomerati urbani affacciati sul fiume che segnano il confine tra Myanmar e Thailandia, ovvero le scam city. Nate alcuni anni fa lungo i confini con la Cina o con la Thailandia come grandi o piccoli centri d’azzardo frontalieri, dopo l’Operazione 1027 con la quale la Resistenza ha riconquistato gli agglomerati sul confine cinese, gli affari si sono spostati e intensificati sul confine tailandese. Pare, inoltre, che le alleanze variabili – e quindi le sorti della guerra – dipendano in sostanza anche da chi potrà controllare e gestire le scam city.6

Le Bgf/Kna sono guidate da Saw Chit Thu, colonnello, segretario generale e consigliere senior del gruppo di miliziani, diventato una figura di spicco nel gruppo scissionista Dkba – Esercito Democratico Buddista Karen, che firmò il cessate il fuoco con l’allora giunta militare. Nel 2010 la Dkba è stata trasformata in Forza di guardia di frontiera beneficiando, in cambio dell’integrazione nel comando militare del Myanmar, del sostegno materiale sul campo di battaglia fornito dall’esercito e dello spazio per costruire lucrative attività criminali. L’esercito del Myanmar ha beneficiato a sua volta delle entrate che da queste derivano.7 I flussi finanziari nella regione del Mekong suggeriscono che l’industria della truffa in un solo Paese della regione potrebbe generare tra i 7.5 e i 12.5 miliardi di dollari, ovvero la metà del prodotto interno lordo del Paese stesso.8

La pandemia di Covid-19 e le misure di risposta associate hanno avuto un impatto drastico su tali attività illecite in tutta la regione. Le misure di sanità pubblica hanno chiuso i casinò in molti paesi e, in risposta, gli operatori dei casinò hanno spostato le operazioni in territori meno regolamentati e nello spazio online sempre più redditizio. Di fronte a nuove realtà operative, le bande criminali hanno preso di mira sempre più i lavoratori migranti, bloccati in questi paesi e senza lavoro a causa delle chiusure delle frontiere e delle attività commerciali, per lavorare nei centri di truffa. Allo stesso tempo, le misure di risposta alla pandemia hanno visto milioni di persone costrette a casa a trascorrere più tempo online, rendendole veri e facili bersagli. 

Approfittando della mancanza di opportunità di lavoro in molti paesi, delle ridotte opportunità di lavoro per i giovani laureati, i trafficanti sono stati facilmente in grado di reclutare fraudolentemente persone in operazioni criminali con il pretesto di offrire loro lavori veri. Le piattaforme digitali hanno notevolmente ampliato la portata degli attori criminali organizzati coinvolti in frodi online, consentendo loro di prendere di mira per il reclutamento persone in diversi paesi e di diversi gruppi linguistici. 

I casi di tratta documentati nel sud-est asiatico hanno solitamente coinvolto persone che hanno avuto un accesso limitato all’istruzione e sono impiegate in lavori sottopagati. Tuttavia, il profilo delle persone truffate in queste recenti operazioni di truffa online è diverso: molte delle vittime sono istruite, a volte provenienti da lavori professionali o con lauree, esperti di computer e di lingue. 

Gli uomini costituiscono la maggioranza delle vittime, sebbene anche le donne siano state prese di mira e, sebbene la gran parte delle vittime sono adulti, i rapporti evidenziano la presenza anche di adolescenti. 

Il ruolo di primo piano dei social media e di altre piattaforme digitali è una caratteristica intrinseca e sorprendente di queste operazioni di truffa online. Negli ultimi anni, il sud-est asiatico ha assistito a una crescita esponenziale della tecnologia digitale, del business e dell’e-commerce, nonché a una crescente digitalizzazione e “appification” nella regione.

Le principali piattaforme digitali sono state utilizzate dai trafficanti per ingannare le persone nel sud-est asiatico e oltre con falsi annunci di lavoro per reclutarle in operazioni fraudolente. Vengono inoltre utilizzate in dette operazioni per frodare persone in tutto il mondo.

Molti dei centri in cui le persone sono costrette a commettere attività criminali online si trovano fisicamente in giurisdizioni in cui la governance e lo stato di diritto sono deboli e l’autorità è contestata. Il colpo di Stato militare, la violenza in corso e i conflitti armati in Myanmar, e il conseguente crollo dello stato di diritto, hanno fornito terreno fertile per un aumento esponenziale dell’attività criminale. Molti dei centri truffa in Myanmar si trovano in aree di confine scarsamente regolamentate, e spesso porose, caratterizzate da una mancanza di strutture formali di applicazione della legge. Molti centri di truffe online della regione hanno sede in zone economiche speciali (SEZ), istituite dai rispettivi Stati, che sono caratterizzate da una regolamentazione opaca e dalla proliferazione di molteplici economie illecite, tra cui il traffico di esseri umani, il commercio illegale di animali selvatici o rari e la produzione di droga. Nel 2019 c’erano oltre 5.300 SEZ in 147 economie in tutto il mondo, con altre in programma di essere istituite.9

Sebbene possano svolgere un ruolo nello stimolare lo sviluppo economico, le SEZ hanno spesso sollevato una serie di preoccupazioni sui diritti umani, dai processi attraverso i quali vengono istituite al loro funzionamento, all’interno di un quadro generale di limitata supervisione legale. I rapporti indicano che non sono state condotte indagini sulle accuse di collusione tra gli attori criminali dietro queste operazioni fraudolente e alti funzionari governativi, politici, forze dell’ordine locali e influenti imprenditori.

Dai report emergenti, così come dagli screening e dalle identificazioni effettuati da alcuni paesi della regione, è chiaro che gli individui costretti a lavorare in questi centri truffaldini rientrano nella definizione legale di persone vittime di tratta. 

Nel caso delle truffe online, le persone vengono reclutate principalmente per fittizi ruoli professionali quali programmatori, addetti al marketing o specialisti delle risorse umane, attraverso quelle che sembrano essere procedure legittime e persino elaborate che possono includere colloqui, nonché test di lingua e altro. Alcune vittime hanno riferito di essere state prese di mira dai reclutatori nel loro paese di origine o da un paese terzo, mentre altre sono state reclutate quando erano già presenti nel paese di destinazione. I trafficanti si mostrano disponibili anche ad aiutare con il trasporto, inclusa in alcuni casi la documentazione necessaria. All’arrivo, i migranti vengono solitamente accolti dai trafficanti che li prelevano all’aeroporto e li accompagnano in alloggi temporanei o li trasferiscono direttamente nei complessi recintati o nei centri dove operano le truffe, ospitandoli lì, dove vengono sorvegliati da guardie di sicurezza spesso pesantemente armate. Viene loro tolto il passaporto in tutti i casi. 

Questo uso dell’inganno per reclutare persone nelle truffe online costituisce l’elemento “mezzo” della definizione di tratta di persone. In alcuni casi, gli individui potrebbero aver capito di essere stati reclutati per condurre frodi online, ma sono stati ingannati sulle condizioni, ad esempio non erano a conoscenza del fatto che sarebbero stati detenuti nei compound, sottopagati o non pagati, soggetti a percosse e altre forme di violenza, o costretti a pagare un riscatto per andarsene. 

Gli individui sono costretti a perpetrare frodi online utilizzando una serie di piattaforme tra cui falsi siti Web di gioco d’azzardo e piattaforme di investimento in criptovaluta, nonché truffe romantiche e finanziarie – pig-butchering, in cui false relazioni romantiche o amicizie vengono utilizzate per frodare gli utenti online di ingenti somme di danaro.10

Appare quindi evidente che, all’interno di questo fenomeno delle scam city, si configurano due grandi categorie di truffati: i “reclutati” e i “truffati online”. 

I criminali che mettono in atto truffe romantiche utilizzano dinamiche psicosociali in modo non etico, ma molto efficace, per manipolare la vittima. E, laddove si pensa che questi “truffatori” sono, nella gran parte dei casi, dei “truffati” a loro volta, il quadro si complica notevolmente.

Le truffe romantiche online sono un fenomeno criminale in forte crescita in alcuni paesi (Usa, Gran Bretagna, Germania, Italia), ma molto probabilmente si sta espandendo in tutti quei paesi dove è diffuso l’uso di social network. I criminali sfruttano a loro favore il fisiologico bisogno di relazionarsi, socialmente espresso più o meno consapevolmente dalla vittima, per costruire un copione, una narrazione convincente per arrivare a “spingerla” nella condizione di prestare aiuto (quasi sempre economico) facendo leva sul solido e coinvolgente rapporto di fiducia precedentemente stabilito. Questa dinamica psicosociale avviene con modalità piuttosto veloci per il fatto che si tratta quasi sempre di rapporti a distanza che prevedono di conseguenza interazioni comunicative molto diverse da quelle più tradizionali vis à vis. Sono presenti, nello sviluppo di relazioni a distanza di questo tipo, sia processi di maggiore disinibizione che di maggiore idealizzazione del potenziale partner, il che rende il rapporto contemporaneamente e inizialmente più veloce e intenso rispetto allo scenario tradizionale dove invece si percepiscono più informazioni (sia positive che non) durante la conoscenza diretta. L’abilità persuasiva del criminale consiste nell’utilizzare le specifiche conoscenze di queste dinamiche psicosociali in modo non etico, ma molto efficace, per manipolare il comportamento della vittima. Oltre ai danni finanziari diretti – ovvero quanto effettivamente i criminali riescono a estorcere alle vittime – vi sono da considerare i danni economici indiretti dovuti al deterioramento dello stato finanziario/patrimoniale e le problematiche psicosociali – problematiche stress correlate, ansia, depressione, rischio suicidiario – provocate alle vittime e alla rete sociale connessa a loro, in particolare la famiglia. 

La frode avviene perché vi è la concomitanza di vari elementi che rendono maggiormente vulnerabile la vittima. Questi elementi concernono sia caratteristiche psicologiche delle vittime (basso autocontrollo, impulsività, il forte desiderio di trovare un partner), sia fattori contestuali relativi ai truffati (un evento traumatico o comunque fortemente stressante come una separazione o altro) sia la capacità persuasiva del criminale. 

Nel settore della psicologia scientifica vi è stato molto recentemente lo sforzo di individuare alcune caratteristiche psicologiche che rendono le vittime più vulnerabili nei confronti delle truffe romantiche, ma rimane da chiarire se alcune dimensioni quali, ad esempio, l’impulsività e lo scarso autocontrollo riscontrato in queste ricerche siano caratteristiche precedenti all’interazione manipolatoria o siano la conseguenza del processo di innamoramento molto frequente nel caso delle truffe sentimentali. Analizzare attraverso la prospettiva della persuasione il fenomeno delle romance scam può aiutare meglio come fenomeno psicosociale. I processi persuasivi presi in considerazione sono: la reciprocità (dobbiamo contraccambiare ciò che ci viene offerto/proposto), l’autorità (siamo più propensi ad accettare una richiesta se arriva da chi giudichiamo come autorevole/competente), il consenso sociale (a parità di altre condizioni, tendiamo ad adottare scelte comportamentali condivise da un gruppo numeroso di persone), la scarsità (siamo propensi ad attribuire un valore maggiore a qualcosa che percepiamo come scarsamente disponibile), l’impegno e la coerenza (abbiamo la tendenza a effettuare scelte o comportamenti coerenti con quelli effettuati precedentemente) e la piacevolezza percepita di chi emette il messaggio persuasivo (preferiamo accettare richieste da persone che ci piacciono o, in misura maggiore, che abbiamo la percezione che piacciamo loro).11

Nonostante siano generazioni native digitali, sono Gen Z e Millennial le vittime maggiori di fenomeni che vanno dalle frodi con carte di credito al phishing. Tra il 2022 e il 2023 è stato registrato un incremento del 6 per cento dei tentativi di truffa online e l’importo del denaro sottratto è passato da 114 milioni di euro e 137 milioni di euro.12

La Rete e, in particolare, i social media sono entrati a far parte della vita di ciascuno di noi in tempi e modi differenti e, dunque, il loro utilizzo varia da generazione a generazione. A oggi le fasce generazionali entrate in contatto con il mondo digitale sono state descritte in quattro categorie: i Baby Boomers, la Generazione X, la Generazione Y e la Generazione Z. Ognuna di queste si è rapportata in maniera differente al Web e alla tecnologia, sviluppando competenze e comportamenti diversi tra loro. 

I boomers sono nati in un periodo storico (1946/1964) caratterizzato da un forte benessere economico e sono la generazione economicamente più stabile. Questo li rende mediamente più ottimisti e consente loro di vivere la vita con un atteggiamento di relativa sicurezza. Sebbene prediligano ancora la comunicazione face-to-face sono ormai presenti anche sui social network. Tuttavia, la loro inesperienza li porta spesso a utilizzare i vari dispositivi elettronici in maniera inadeguata e ad avere scarsa capacità critica nei confronti delle notizie che scorrono in Rete sotto i loro occhi. La Generazione X (1965/1979) manca di un’identità sociale ben strutturata e si caratterizza dall’incertezza seguita all’ottimismo dei loro predecessori. Gli appartenenti a questa generazione hanno sviluppato un atteggiamento disincantato caratterizzato da apatia, scetticismo e pessimismo verso il futuro, oltre che da una mancanza di fiducia verso le istituzioni. Sono nati in un mondo analogico ma hanno abbracciato sin dall’inizio la trasformazione tecnologica digitale. Al contrario dei boomers, utilizzano i social in maniera più consapevole e con un atteggiamento critico che li porta a verificare le fonti delle informazioni che stanno consultando online. 

La Generazione Y (o Millennials, Nativi Digitali, Net Generation) comprende i nati tra il 1980 e il 1995, cresciuti insieme alla digitalizzazione, alla globalizzazione e all’accelerazione tecnologica. Un contesto in continuo mutamento caratterizzato dalla convergenza tra le varie piattaforme tecnologiche e da un ambiente comunicativo sempre più ibrido traonline e offline. Al contrario dei loro predecessori, i Millennials hanno sviluppato sin dall’infanzia una buona propensione al networking e all’interazione digitale e sono aperti a ogni forma di innovazione e assimilano con velocità i cambiamenti. Comunicano principalmente attraverso i social network. Se le generazioni precedenti tendono a utilizzare i new media soprattutto come mezzi informativi, i Nativi Digitali, oltre ad avere in generale una maggiore familiarità con i nuovi strumenti tecnologici, vedono i social come un vero e proprio mezzo di espressione personale. 

La Generazione Z si compone di tutti i nati dal 1996 a oggi. Diversamente dalle generazioni precedenti, i “post-millennials” non conoscono una vita senza digitale, in quanto per loro la tecnologia è un linguaggio innato e naturale sin dalla tenera età. Si tratta della generazione più globalizzata e iperconnessa della storia. Di fatto, la maggior parte della loro vita relazionale si svolge sulle piattaforme social, in particolare quelle di recente sviluppo, che incidono quindi significativamente nel loro processo di socializzazione. 

L’intenso sviluppo tecnologico degli ultimi anni ha portato le nuove generazioni a vivere valori e visioni del mondo completamente diversi rispetto a quelli dei propri genitori o di chi li ha preceduti. Contaminando ogni aspetto della vita sociale dei giovanissimi, Internet diventa un vero e proprio bisogno generazionale: fa parte di quelle esigenze necessarie alla stregua di qualunque altra attività vitale. I mezzi di comunicazione non sono strumenti neutrali assoggettabili in toto alla funzione che assegniamo loro, ma mezzi che modificano il nostro pensiero e il nostro modo di agire indipendentemente dall’uso buono o cattivo che ne facciamo, influenzando profondamente il rapporto dell’uomo con i propri simili e il mondo circostante. È inevitabile, dunque, che l’espandersi dei rapporti umani da una dimensione esclusivamente offline a una online provochi una virata decisiva nel cammino attraverso cui i giovani, i “nativi digitali”, fondano la costruzione del loro sé.13

I consumi dei media si sono caratterizzati per un’esplosione continua, mentre i tassi della formazione sono stati determinati da ampliamenti modesti, più incoraggianti che in passato, ma deludenti se paragonati al modo in cui la comunicazione coltiva la struttura sociale.14 L’uomo contemporaneo, in particolare le nuove generazioni, vivono infatti sempre più immersi in un universo strutturato intorno a realtà sempre più artificiali, autonome e indipendenti, un mondo rispetto al quale la “natura” appare come una realtà estranea e distante. Questo universo tecnologico emergente dispone di alcune grandi attrattive, prima fra tutte quella di una promessa di coinvolgimento in un universo rassicurante, prevedibile, pregno di emozioni, di pathos e, dunque, di senso. Una realtà, insomma, nella quale con-fondersi. Nel mondo contemporaneo, le tecnologie elettroniche sembrerebbero aver trovato, a partire dal paradigma costituito dal medium televisivo, il più straordinario e insuperabile strumento di destabilizzazione della realtà sociale. In tale ambito, l’attuale sviluppo e diffusione dei nuovi media stimola frequentemente una sorta di panico mediatico, ovvero un tipo di angoscia derivante dal conflitto tra le necessità del reale e la seducente corruzione dell’immaginazione. 

Nella società contemporanea stiamo assistendo, tra l’altro, a un ritorno in grande stile di un atteggiamento di stampo neo-romantico, caratterizzato principalmente da una sempre più diffusa rivalutazione degli aspetti affettivo-emotivi come valore fondamentale per l’essere umano.15

Esistono due differenti tipo di emozione le quali esprimono diversi rapporti con il mondo circostante. La prima s’iscrive nell’istante. Essa scoppia in una sorta di folgorazione. Il suo regime è la successione rapida, la varietà. Impaziente di godere nuove vibrazioni, il soggetto dimentica subito quelle appena provate, in attesa di quelle che stanno per giungere. La seconda forma di emozione s’iscrive invece nella durata. Essa è più elaborata della prima. Il soggetto che la prova lascia all’avvenimento affettivo il tempo di approfondire e svilupparsi.16 Il primo tipo di emozione uccide la sensibilità. Tutto avviene di colpo e lo stato affettivo non ha il tempo necessario per diversificarsi e maturare. La capacità emotiva viene appagata prima di essere trasformata in sentimento. Il rapporto con il mondo è in questo caso orientato verso l’azione e la reazione rapida. Si tratta insomma di un tipo di emozione molto primitivo in quanto direttamente correlato a quelle finalità di carattere evolutivo necessarie alla sopravvivenza. Il secondo genere di emozione emerge quando, a differenza della prima, ci si pone di fronte al mondo in un atteggiamento di tipo “contemplativo”. 

Diversamente dalla società razionale moderna, in cui l’imprevedibilità emotiva era stata bandita perché ritenuta pericolosa, oggi ci si sente realizzati solo nel momento in cui si possono esprimere liberamente le proprie emozioni. Naturalmente i media accentuano questa esigenza. L’emozione suscitata dai media è fondamentale soprattutto per consentire una forma di identificazione. Questo emergente culto delle emozioni inverte di fatto la scala dei valori, concependo il mondo non come oggetto di conoscenza, bensì come strumento per ottenere la felicità, finendo confusamente per proporre una vera e propria filosofia anti-intellettualistica e anti-scientifica. Per gli individui contemporanei la condivisione dei sentimenti e delle emozioni sembrerebbe dunque chiaramente soppiantare la ricerca di un impegno orientato verso la costruzione di sentimenti durevoli e stabili.17

L’individuo delle “tribù” contemporanee è un enfant eternel, un bambino completamente assorbito in un suo universo affettivo-emotivo. Usciti definitivamente dalla cultura “eroica” giudaico-cristiana che ha caratterizzato la modernità, basata sulla concezione di un individuo attivo e padrone di sé e dell’ambiente circostante, si sarebbe entrati nell’universo del “vitalismo” delle tribù postmoderne, fondato non più sulla pianificazione e sulla realizzazione di determinati progetti ma prevalentemente orientato a lasciar godere del piacere di stare insieme, di condividere l’intensità del momento, di prendere il mondo per quello che è.18

Quello che stiamo vivendo oggi sembra dunque un processo di slittamento da un individuo dotato di un’identità stabile che esercita le sue funzioni sulla base di rapporti contrattuali ben definiti, a una persona fornita di molteplici possibili identificazioni, in grado di ricoprire indifferentemente svariati ruoli all’interno di “tribù affettivo-emotive”. Le identificazioni multiple trovano uno straordinario alleato tecno-culturale nell’ambito delle nuove tecnologie della comunicazione, in particolare nella possibilità fornita da internet e dai videogiochi di potersi creare una serie indefinita di personalità e di poterle interpretare in una condizione di coinvolgimento vieppiù crescente. L’uomo emozionale si presenta dunque come un essere dall’identità relativamente immatura, abitante di un mondo che confusamente promuove un infantilismo di fondo. 

Consumismo, infantilizzazione e reincanto tecnologico vanno a braccetto con un ulteriore polo che caratterizza la nostra epoca: l’invasione di un atteggiamento ludico nei confronti della realtà.19

Sulle spalle dell’individuo occidentale incombeva, circa un secolo fa, una patologia psichica definita clinicamente nevrosi. Oggi incombe la depressione. Se la nevrosi va considerata un “dramma della colpa”, la depressione è una “tragedia dell’insufficienza”. La conquista della definitiva emancipazione dell’individuo finalmente sovrano, il diritto di scegliere, il dovere di diventare se stessi, senza poter fare appello ad alcun ordine esterno, avrebbe imposto un pesante tributo, rappresentato appunto in una forma alternativa di dipendenza: la dipendenza da se stessi.20

Le peculiarità socio-psicologiche che caratterizzano l’attuale fase del processo di individualizzazione, sarebbero legate fondamentalmente alla paralisi dettata da una sorta di terrore: quello che l’uomo contemporaneo ha di scoprire in se stesso i motivi della sua dipendenza, la sua fragilità, la sua inevitabile mortalità, in breve tutto ciò che gli ricorda la sgradevole verità dei suoi limiti. Egli soffre della “malattia di non saper soffrire”.21

L’epoca che stiamo vivendo si caratterizza per una inondazione globale di immagini, che produce un paradossale effetto di accecamento e persino un ottundimento della coscienza. Se, da una parte, l’eccedenza accecante di immagini finisce per annullarne i significati, dall’altra, l’ipervisibilità diventa un autovalore o, addirittura, attiva un meccanismo di godimento. È attraverso questo meccanismo che può generarsi la produzione di un nuovo tipo di soggettività, in quanto le nuove tecnologie non operano soltanto a livello di dispositivo simbolico – tramite una manipolazione dei segni e delle rappresentazioni mentali – ma anche a livello dei dispositivi materiali: producendo effetti di risignificazione esperenziale delle dimensioni del tempo, dello spazio e del corpo. I sistemi multimediali, dunque, lontano dall’essere banali “mezzi di” – comunicazione, calcolo, diffusione di contenuti, ecc. – sono attivi generatori di “materializzazioni”, di “rifigurazioni mentali”. Le tecnologie multimediali sono, dunque, performative; ossia hanno la capacità non solo di formare discorsivamente il soggetto ma anche di produrre effetti materiali sul corpo.22

Un ulteriore aspetto che andrebbe indagato a fondo è la solitudine e l’isolamento di chi è iperconnesso. Ricordando la teoria degli usi e delle gratificazioni e riproponendo l’ordine dei bisogni sociali individuato nella piramide di Abraham Maslow, si può affermare che i social appagano:

  • Il bisogno di sicurezza, ossia il desiderio di protezione e tranquillità. All’interno della rete dei contatti non ci sono persone ostili e, se ci sono, vengono agevolmente “rimossi”.
  • Il bisogno associativo, vale a dire l’esigenza di sentirsi parte di un gruppo, di essere apprezzati, amati e di interagire e collaborare con altri.
  • Il bisogno di autostima, ovvero la necessità continua di sentirsi tenuti in considerazione.
  • Il bisogno di autorealizzazione, ovvero l’esigenza di sviluppare ed esternare la propria personalità, realizzare le proprie aspettative e raggiungere una posizione gratificante e pregevole all’interno del gruppo sociale. 

Tutti questi sono sì bisogni eterogenei che i social network soddisfano, ma paradossalmente sono anche necessità che vengono accresciute in maniera esponenziale proprio dagli stessi social. Ed è proprio questo il motivo per cui Bauman definiva confessionale la società odierna, nella quale tutti sembrano non avvertire più la gioia di custodire un segreto. 

Con i social network sembra realizzarsi quella particolare forma di sociazione che, per Simmel, è rappresentata dalla socievolezza. Una singolare modalità d’interazione nell’ambito della quale il processo di associazione integra un valore in sé: una relazione sviluppata nella modalità del gioco, che si contraddistingue per l’assenza di tutte quelle tensioni che, invece, sono proprie dei rapporti e dei vincoli politici, economici e giuridici. Contrariamente alle finalità per le quali sono stati pensati, i social stanno diventando sempre più autoreferenziali, determinando lo sviluppo di vere e proprie comunità personalizzate e io-centriche, modellate sui gusti e sulle preferenze dell’individuo.  Entro questa cornice, si inseriscono quello che può essere considerato il paradosso dei social network, ovvero l’emergere di forme di isolamento sociale – di eremiti di massa – e la conseguente diffusione di forme di rifiuto della vita reale. Al fascino del mondo virtuale fa da contrappeso tutta una serie di criticità, che vanno dagli atteggiamenti scorretti e/o disfunzionali sino ai cosiddetti cyber crimes. Comportamenti lesivi che, non di rado, si annidano tra le pieghe dei social e che, per certi versi, sono incentivati dalla struttura e dalle caratteristiche proprie dei network. La virtualità, sommata alla semplicità di accesso e di utilizzo, fa sì che i social vengano percepiti alla stregua di ambienti prettamente ludici e privi di conseguenze. Per un verso, si crede che il virtuale si contrapponga al reale e che tutto ciò che accade online (in quanto appunto non-reale) non possa determinare né ricadute sociali né, men che meno, conseguenze e/o sanzioni di tipo giuridico. Per un altro verso poi, si pensa che in Rete ( e, dunque, anche sui social) regni l’anonimato più assoluto.23

Le tipologie di truffa online sono varie. E molte fanno leva sulla voglia della vittima di guadagnare soldi. Alcuni tipi si basano su schemi piramidali dove la leva è il desiderio della vittima di ottenere soldi facili e quindi la si induce a investire in cryptomonete. In altre situazioni, dopo aver instaurato una relazione di tipo romantico, si chiede un prestito che non verrà mai restituito. 

Da sempre le frodi sono figlie dell’avidità e, senza cadere in depressione, i truffati dovrebbero comunque prendersela in primis con sé stessi. Cedere alle lusinghe dei guadagni facili e cadere nel vortice del trading online è un attimo. Per operare in crypto o sui mercati finanziari non è possibile improvvisarsi.24

Ragionamento parallelo vale per le romance scam. Uno scarso contatto con il reale, un’elevata tendenza ad avere credenze romantiche e un’elevata tendenza all’idealizzazione delle relazioni predicono un più alto rischio di essere vittime. Mentre altri fattori psicologici non hanno un effetto significativo (tendenza alla solitudine, estroversione, amabilità, nevroticismo e sensation seeking).25

Quando l’uomo diventa consapevole che in qualsiasi momento può servirsi della ragione e delle proprie capacità calcolatorie per conoscere le condizioni del proprio agire pratico e quindi orientarlo, allora il mondo si rivela privo di un senso proprio ma diventa anche facilmente dominabile.26

Il reincanto tecnologico è la versione newmediale di quel più vasto fenomeno socioculturale che da qualche anno viene indagato e definito come reincanto o reincantamento. Riprendendo la formulazione weberiana di Disincanto, le riflessioni sul reincanto (non necessariamente tecnologico) hanno messo finora in risalto soprattutto il ritorno all’arcaico, la dimensione nostalgica di una visione “infantile” che si apre verso il mondo dei sogni collettivi, dei miti, delle grandi configurazioni dell’immaginario: idoli, archetipi, icone depositate in un altrove psicologico e sociale che oggi riaffiorano, filtrate da quel neo-tribalismo che guarda con sospetto le grandi narrazioni razionali che hanno dominato durante tutto il corso del Novecento. Una b-side o dark-side culturale che a volte rischia di giustificare sotto argomentazioni postmoderniste i più spericolati eccessi di ciò che resta dei media di massa.27

Forse più di quanto non faccia il sapere razionale scientifico, che si fonda su procedure esplicite e quindi costantemente verificabili e rinegoziabili, l’immaginario svolge un ruolo di legante profondo, spesso inconscio: un deposito di modelli di comportamento, un luogo di mediazione dei conflitti di mentalità, un terreno dove si confrontano configurazioni mentali, desideri, paure che agiscono sulle scelte di vita. 

Strettamente legata all’idea di una presenza profonda è l’immagine della rete, infrastruttura sottostante che garantisce la connessione fra tutti gli aspetti del sistema (big/open data, interoperabilità, standardizzazione di formati e protocolli, etc.), Ma l’impronta figurale della rete ha riportato allo scoperto anche un antichissimo archetipo dell’immaginario narrativo e iconico: il labirinto. Tema che risale al mito di Teseo e del Minotauro e che ben rappresenta una condizione percettiva ed epistemologica (ma anche psicologica) di perdita della linearità, della sequenzialità direzionale, a favore di una continua molteplicità di scelte possibili. Il digitale non è solo una tecnologia ma anche e soprattutto un linguaggio e una logica, in grado di dar vita anche alla rappresentazione dei bisogni emozionali, della sensibilità, dei desideri, della dimensione onirica.28

Evidente appare il carattere onnivoro e onnicomprensivo del digitale che da una parte è diventato ormai il gestore di tutta la dimensione organizzativa e produttiva di aziende, amministrazioni , istituzioni scientifiche: in una parola il gestore del razionale; ma d’altra parte – e con gli stessi strumenti e linguaggi – può dar corpo alla dimensione estetica e fantastica, ed essere il gestore dell’immaginario.29 I soggetti sono oggi chiamati a ricostruire, nell’ambito di un dialogo sempre aperto con altri soggetti e altre tecnologie, il significato complessivo del processo comunicativo. Se in apparenza potrebbe trattarsi di strumenti intuitivi, potenzialmente per “tutti”, allo stesso tempo, per la implicita conoscenza informatica che richiedono, è necessario mettere gli individui nelle condizioni di agire consapevolmente nel mondo simulato.30


1J. Tower, Jason Tower on the Dangerous Proliferation of Scam Compounds in Southeast Asia, United States Institute of Peace, 13 maggio 2024.

2L. Gabriele, 12,7 milioni di Italiani vittime di truffe on line. Arriva il reato, consumerismo, 13 maggio 2024.

3E. Giordana, L’edilizia truffaldina delle “Scam City” – Viaggio lungo il confine tailandese-birmano dove fioriscono le città della truffa, Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 10 aprile 2024.

4Online scam operations and trafficking into forced criminality in southeast asia: Recommendations for a human rights response, United Nations Human Rights – Office of the High Commission, 2023.

5Myanmar – Conflitto, Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 18 gennaio 2023.

6E. Giordana, Il ruolo delle Scam City nel conflitto in Myanmar, ISPI, 31 maggio 2024.

7The Karen Border Guard Force/Karen National Army Criminal Business Network Exposed, Justice for Myanmar, 22 maggio 2024: https://www.justiceformyanmar.org/stories/the-karen-border-guard-force-karen-national-army-criminal-business-network-exposed?utm_source=justiceformyanmar&utm_medium=email&utm_campaign=karen-bgfkna-regional-criminal-network-exposed

8Policy report: Casinos, cyber fraud, and trafficking in person for forced criminality in Southeast Asia, UNODC – United Nations Office on Drugs and Crime, September 2023.

9Online scam operations and trafficking into forced criminality in southeast asia: Recommendations for a human rights response, United Nations Human Rights – Office of the High Commission, 2023.

10ib.

11M. Agnoletti, Le truffe romantiche o sentimentali (romance scam) online come fenomeno psicosociale persuasivo, in State of Mind di inTHERAPY, 29 novembre 2019.

12Report 2023 delle attività della Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica.

13M. Simoncelli, Cyberwarfare e cyberlife; F. Farriggia e D. Foschi, Giovani e new-media. Una ricerca-azione sperimentale, IRIAD REVIEW, numero 7, luglio 2021.

14M. Morcellini, La scuola nella modernità. Per un manifesto della Media Education, Franco Angeli, Milano, 2004.

15G. Pecchinenda, Il coinvolgimento tecnologico: il Sé incerto e i nuovi media, in Quaderni di Sociologia, 44/2007 – la società contemporanea / Giovani e nuovi media.

16M. Lacroix, Il culto dell’emozione, Vita e Pensiero, Milano, 2002.

17G. Pecchinenda, op.cit.

18M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, Milano, 2004.

19G. Pecchinenda, op.cit.

20A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 2010.

21H.E. Richter, Il complesso di Dio, Ipermedium Libri, S.Maria C.V (CE), 2001.

22P. Barone, C.V. Barbanti, I nuovi media come dispositivi semiotecnici. Uno sguardo pedagogico, MeTis. Mondi educativi. Temi, indagini, suggestioni, 10/01/2020.

23M.N. Campagnoli, Relazioni e solitudini nella Rete, Rivista Italiana di Informatica e Diritto – Periodico Internazionale del CNR-IGSG, Fascicolo 1 – 2022.

24G. Ursino, Quando l’avidità può giocare brutti scherzi, ilsole24ore.com, 26 febbraio 2023.

25G. Gualtieri, F. Ferretti, A. Pozza, F. Carabellese, R. Gusinu, A. Masti, A. Coluccia, Le “online romance scam” (truffe sentimentali via internet). Dinamiche relazionali, profilo psicologico delle vittime e degli autori: una scoping review, Rassegna Italiana di Criminologia, Anno XIV n°2 2020.

26M. Weber, La scienza come professione, Bompiani, Milano, 2008 (traduzione di P. Volonté). 

27G. Lughi, Creatività digitale e reincanto tecnologico, Mediascapes journal, 1/2013. 

28G. Lughi, Il ruolo dell’immaginario nella cultura digitale, Culture Digitali, n° 9 maggio-settembre 2023.

29G. Lughi, op.cit.

30V. Neri, Nuove tecnologie per la comunicazione del patrimonio culturale. Per un’etica tecno-mediale, in V. Neri (a cura di), Nuove tecnologie, immagini e orizzonti di senso. Prospettive interdisciplinari contemporanee, Pisa University Press, Pisa, 2017.


Articolo pubblicato su Satisfction.eu


Disclosure: Per le immagini, credits www.pixabay.com


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Rivoluzione digitale: cultura come bene globale o rifeudalizzazione dei saperi?

10 giovedì Apr 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, cultura

La digitalizzazione ha cambiato il nostro modo di comunicare, ma anche di recepire le informazioni, e dunque di trasmettere la conoscenza. Questa pervasività riguarda sempre più da vicino il mondo della cultura, inteso nell’accezione più ampia del termine e nella duplice dimensione di materialità e immaterialità. La rivoluzione digitale è stata un vero e proprio cambio di paradigma. 

Il cuore del sistema oggi è la rete ma è il concetto stesso di cultura a essere molto diverso. La sua trasformazione è iniziata già a partire dal secondo dopoguerra, allorquando andava a inglobare attività umane sino ad allora ritenute non legittimate a far parte della famiglia dell’arte in senso tradizionale. Ma la rivoluzione digitale sta trasformando la cultura in un bene globale oppure stiamo inconsciamente assistendo a una rifeudalizzazione dei saperi?

Per i filosofi greci la cultura consiste nella paidéia, termine che fa esplicito riferimento all’apprendimento delle belle arti, come la poesia, la filosofia, la retorica. Tramite lo studio di queste ultime, l’uomo acquisisce la conoscenza di sé e del mondo, e allo stesso tempo viene guidato nella ricerca della verità.  Per i classici, la cultura è un valore, un obiettivo che l’individuo deve raggiungere: non riflette quindi uno stato di cose, quanto piuttosto un ideale da conquistare, uno stato da realizzare, un progetto, una tensione verso qualcosa di migliore. 

I latini, successivamente, sintetizzano il concetto di cultura in un altro termine, humanitas, intendendo con esso una formazione dell’uomo che sia la più complessa possibile, da cui però vengono escluse tutte le forme di attività utilitaristica, tra cui il lavoro manuale o l’applicazione delle arti. Il termine humanitas ha quindi un’accezione più estesa rispetto al passato, dato che in senso metaforico essa racchiude in sé aspetti come la coltivazione dello spirito. Cicerone, nelle Disputationes Tusculanae (45 a.C.), parla ad esempio di una cultura animi, nel senso di una cultura sinonimo di crescita e di affinamento interiori, che produce un cambiamento radicale tale da trasformare la persona. Ciò significa che chi si accultura riesce a separarsi dalla “massa”. Si vengono così a formare élites di dotti che posseggono conoscenze precluse ai più. 

Similmente, il Medioevo accetta il carattere elitario della cultura e affida alla filosofia il compito di far comprendere all’uomo il mondo soprasensibile. In questo periodo il termine cultura si caratterizza in maniera ancora più estesa arrivando a comprendere anche lo studio delle lingue, dell’arte, delle lettere e delle scienze. 

L’Illuminismo delinea l’evoluzione umana nei termini di progresso, dove il più alto gradino della scala culturale è occupato dalla società che aveva raggiunto un alto livello di civilizzazione. Arnold vede la cultura come «il meglio che sia stato pensato e detto ovunque nel mondo contemporaneo».

Questa nozione di cultura come affinamento dello spirito e delle conoscenze, prerogativa delle classi dirigenti, e la sua connotazione come fattore di distinzione (e/o discriminazione) sociale, rimangono immutate fino a quando entra in crisi l’immagine del mondo classico come età dell’oro e in quanto civiltà depositaria della perfezione.

A partire dalla fine dell’Ottocento, si passa da una concezione della cultura umanistico-classsico a una concezione di tipo socio-antropologico. Herder afferma che ogni nazione ha la sua cultura «egualmente meritevole».  La cultura ora non si riferisce più unicamente a un ideale di realizzazione, formazione del singolo individuo, ma si arriva a concepirla secondo un aspetto più multiforme che riguarda l’intera società; la cultura diventa qualcosa che gli individui acquisiscono in quanto membri di una società, socialmente.

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, le società occidentali hanno una rivoluzione dei consumi che ha contribuito non poco a modificare contenuti e forme dell’informazione culturale. L’aumento del benessere e del tempo libero nonché lo sviluppo macroscopico dell’industria dell’intrattenimento hanno cambiato radicalmente le abitudini di vita delle persone. Sono cresciute moltissimo domanda e offerta di prodotti culturali che riguardano la sfera “estetica” o del tempo libero degli individui. 

Ecco allora che la cultura sembra diventare la bussola di orientamento di una intera società preda dell’entusiasmo. 

Già Durkheim aveva parlato della funzione orientativa dell’agire sociale posto in essere dalla cultura. Egli conferisce alla cultura importanza soprattutto nei momenti in cui entra in crisi un determinato sistema culturale. Poiché ciclicamente le situazioni sociali sono soggette a mutamento e poste in discussione, si renderebbe necessario un continuo aggiustamento delle forme culturali ai bisogni che la società esprime di volta in volta; la cultura in simili circostanze orienta invece l’agire sociale poiché rappresenta «qualcosa di sempre già dato che si impone agli individui».

Simmel, al pari di Weber, sottolinea invece la dimensione creativa di idee e cultura, che non possono essere considerate mero riflesso delle condizioni sociali. La cultura inoltre non è solo consuetudine, ossia abitudini trasmesse da una generazione all’altra in maniera passiva, ma anche innovazione e in questo giocano un ruolo attivo proprio le idee. 

Burnett definisce la cultura o civiltà «intesa nel suo ampio senso etnografico, come quell’insieme complesso che include la conoscenza, la credenza, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società». Uno dei tratti innovativi di questa definizione è l’allargamento dell’etichetta culturale a dimensioni che non sono propriamente intellettuali.

A differenza della tradizione umanistica, che poneva l’accento sull’esclusività aristocratica della cultura, Tylor riconosce che ogni soggetto ha libero accesso alla cultura e ciò è possibile perché ogni individuo è membro di una società. La connessione tra cultura e società diviene così imprescindibile: non vi è apprendimento della cultura senza un’azione socializzatrice, e allo stesso tempo non c’è cultura senza l’appartenenza a una società. Ma questo può esser veritiero per le società piccole, omogenee, isolate. 

La società attuale è continuamente oggetto di trasformazioni e cambiamenti che ne mutano la fisionomia. Le tessere del mosaico culturale non sono più separate fra loro, anzi si mescolano fino a comporre nuovi puzzle culturali. All’interno di un singolo Stato non troviamo unità di religione, lingua, consuetudini, ma una amalgama disomogenea composta dalla sommatoria delle diverse fotografie culturali. 

Si assiste quindi a una sorta di “globalizzazione culturale” che riflette quella economica, la medesima che, per Screpanti, sta dando origine a una forma di imperialismo fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento. La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante l’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli stati possono porre ai suoi movimenti. Un’ulteriore novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra stato e capitale. Sta venendo meno quel rapporto simbiotico basato sulla convergenza dell’interesse statale alla costruzione della potenza politica e dell’interesse capitalistico alla creazione di un mercato imperiale protetto. Oggi il grande capitale si pone al di sopra dello stato nazionale, nei confronti del quale tende ad assumere una relazione strumentale e conflittuale. 

All’interno di questo sistema di “costruzione e conquista” del mercato globale non può non aver un ruolo determinante la cultura, in particolare nell’accezione di significato a essa attribuita da Grossberg.

Parafrasando Marx, se le persone fanno la storia ma in condizioni che non dipendono da loro, i cultural studies esplorano il modo in cui ciò avviene entro e attraverso le pratiche culturali, e il posto di queste ultime entro specifiche formazioni storiche. La cultura, da questo punto di vista, è il luogo dove si produce e si lotta per il potere; non un potere necessariamente inteso come dominio, quanto piuttosto come un rapporto sbilanciato di forze che tendono al controllo di determinate fasce di popolazione. 

Metabolizzare il ruolo dominante della cultura per la sopravvivenza sociale di un popolo aiuta a meglio comprendere anche gli attacchi perpetrati al suo patrimonio.

La cultura riveste una notevole importanza per ogni gruppo umano, etnia o nazione. L’espressione genocidio culturale indica proprio quei fenomeni di annichilimento della cultura che diventano lo strumento con cui distruggere un gruppo umano. Esso è attuato senza attacchi diretti, fisici o biologici, alle persone. Il patrimonio culturale è la parte visibile della cultura e il suo valore risiede nel significato. La cultura è simbolica e rappresenta cose intangibili. Il patrimonio culturale, pertanto, è costituito dal valore che i beni cultuali e del paesaggio assumono in seno alla società e alla comunità cui appartengono. Essi riflettono l’identità di una comunità. Il patrimonio culturale può essere identificato come espressione di quella identità culturale propria di un popolo. Esso diviene la stessa rappresentazione di un popolo, del modo di agire, dell’interiorità composta da affetti, della concezione etica ed estetica e, più in generale, manifesta l’essere di tale comunità e degli individui che sono e si sentono parte della medesima. 

Nei primi anni Settanta, Abruzzese parlava dei principali cambiamenti che cominciavano a intravedersi nella cultura delle società avanzate. In quell’epoca pre-digitale, l’immaginario sociale era fortemente dominato dal linguaggio cinematografico, ma Abruzzese indicava che si era avviata una fase sociale di superamento del modello della società dello spettacolo. Affermava infatti che «la tecnologia dell’informazione distrugge finalmente ogni vecchio discorso sull’immagine spettacolare».

Ancora agli inizia degli anni Sessanta del Novecento la cultura di massa veniva socialmente considerata un fenomeno di scarsa rilevanza rispetto alla cultura tradizionale, cioè alla letteratura, al teatro oppure alla filosofia. D’altronde, la sua immagine era notevolmente influenzata da quella posizione radicalmente critica che era stata adottata nei suoi confronti, a partire dagli anni Quaranta, dagli autori della Scuola di Francoforte. In particolare Horkheimer e Adorno i quali hanno esplicitamente accusato la produzione culturale di adottare un modello tipicamente industriale basato sull’omogeneizzazione e sulla standardizzazione. 

Assolutamente degna di critica era invece per Eco la cultura di massa, tale perché doveva essere considerata con il massimo rispetto e interesse. Negli anni Sessanta non erano in tanti a pensarla così. Pochissimi intellettuali, tra i quali Morin, che riteneva necessario adottare una visione dialettica del rapporto esistente tra il sistema di produzione culturale e i bisogni degli individui, poiché la produzione ha la necessità vitale di sfruttare l’esistenza di una relazione costante tra la ripetizione e l’innovazione, la standardizzazione e la creatività. Ciò fondamentalmente avviene perché le industrie culturali non possono fare a meno di mantenere vive delle aree d’innovazione e creatività dalle quali attingere di volta in volta idee e talenti per le loro attività commerciali. Hanno costantemente bisogno di nuove energie da riversare all’interno dei loro prodotti. 

Dagli anni Sessanta a oggi, è trascorso un periodo piuttosto lungo nel quale si è presentato il rilevante fenomeno della diffusione delle tecnologie digitali, che hanno profondamente cambiato la condizione di vita delle persone. 

La digitalizzazione sta influendo sul mondo reale, come già fatto in passato dal cinema. Si assiste all’indebolimento della capacità di elaborare spiegazioni, ragionamenti razionali e concetti astratti, con la successione di immagini che vanno a sostituirsi progressivamente alle parole e alle frasi che, invece, richiedono impegno e attenzione. Il “capitalismo digitale” semplifica, facilità e rende comodo l’uso di prodotti e servizi che, però, sono volti alla creazione di posizioni monopolistiche che mirano a carpire l’attenzione degli utenti, tramite i loro stessi dati, per indurli sempre più a rimanere sulle piattaforme e acquistare tramite le pubblicità mirate in esse inserite. Codeluppi sottolinea i problemi legati al sovraccarico informativo, alla produzione e all’elaborazione dei dati attraverso algoritmi con attenzione al comportamento online delle persone, appiattimento e superficialità di contenuti e relazioni, con omologazione dei gusti e di quello che viene considerato di successo. A conclusioni differenti erano giunti invece Lash e Lury nel 2007. 

Affrontando l’analisi della cultura di massa contemporanea con una prospettiva di tipo globale e dinamico, il loro studio ha confermato che i beni culturali, più che essere interessati da quel processo di omogeneizzazione evidenziato in passato anche da Horkheimer e Adorno, tendono a produrre delle forme di differenziazione che sono particolarmente intense. 

Una frammentazione tale da portare l’universo culturale verso quel “culto del banale” di cui si è interessato Jost, evidenziato anche dal filosofo americano Danto: il forte orientamento dell’arte del ventesimo secolo verso il tentativo di trasfigurare il banale in un’opera d’arte. Anche nel mondo dei media si è sviluppato qualcosa del genere, basti pensare al grande successo dei reality show. Da “finestra sul mondo” la televisione si è così trasformata in una finestra sullo spazio intimo di vita delle persone. Poi è iniziato il periodo, tutt’ora in corso, dei social network. 

Evidentemente, ci troviamo di fronte a un fenomeno che non è più un processo di trasmissione di messaggi dotati di un contenuto, ma una pura forma di circolazione. Cioè una connessione costante basata su un flusso ininterrotto di contenuti irrilevanti e finalizzati solamente a ottenere questo risultato. 

Guardando al passato, si può suddividere la cultura in diverse fasi: la cultura dell’oralità, la cultura della scrittura e della stampa, la cultura dei mass media, la cultura digitale. Ognuna di queste grandi stagioni culturali ha sviluppato il proprio immaginario, in stretta relazione con le concrete potenzialità offerte dal relativo contesto di comunicazione. L’età dell’oralità si basava soprattutto sul racconto del mito il quale rimane centrale anche nell’età della scrittura manuale, condensandosi però in opere più strutturate. Durante l’età della stampa compare un fattore destinato a diventare sempre più rilevante: la diversificazione della tradizione culturale. Un fenomeno, quello della frantumazione culturale, che diventa macroscopico con l’età dei mass media. La cultura digitale poi porta all’estremo la diversificazione delle voci e dei soggetti di produzione culturale. Dal punto di vista dell’immaginario, la cultura digitale presenta un duplice aspetto: da una parte vi è l’immaginario digitale “derivato”, ovvero quello ripreso dal patrimonio culturale del passato grazie a processi sempre più avanzati di digitalizzazione di musei, biblioteche, foto- e cinte-teche, archivi musicali, raccolte di documenti; dall’altra c’è l’immaginario digitale “originale”, quello generato dalle potenzialità tecnologiche specifiche dei linguaggi digitali, che hanno creato configurazioni mentali e culturali impossibili da realizzare – e anche solo da pensare – nel mondo analogico. 

La diversificazione delle fonti e la grande flessibilità degli strumenti digitali hanno dato luogo alla remix culture: la ripresa di elementi dell’immaginario tradizionale che vengono reinterpretati e rielaborati per costruire nuovi prodotti. Una modalità tipica dei videogiochi, i quali spesso incorporano elementi della mitologia, del folklore, della cinematografia e della letteratura, adattandoli ad ambienti digitali interattivi. A rappresentare questo nuovo assetto culturale sembra esserci una profonda ibridazione di linguaggi, generi, contenuti, tuttavia va rilevata la persistenza – proprio nel digitale – di alcuni ben determinati generi e stili novecenteschi. Una persistenza che sembra quasi voler mantenere un legame tra i media analogici del secolo scorso e l’età digitale, così da costituire una sorta di “classicità del contemporaneo”. 

Basti pensare alla fantascienza e al profondo impatto che ha avuto sulla cultura digitale. Molti progressi tecnologici e concetti rappresentati nella letteratura e nei film di fantascienza sono serviti da ispirazione per i nuovi scenari del mondo digitale. Opere come 1984 di Orwell, Neuromancer di Gibson e i film Blade Runner e Matrix, diretti rispettivamente da Scott e Wachowski, hanno influenzato sia lo sviluppo di narrazioni distopiche, sia l’estetica cyberpunk, sia gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, della realtà virtuale e delle tecnologie futuribili, evidenziando anche le problematiche legate alla stessa intelligenza artificiale, alle riflessioni filosofiche e psicologiche sulle realtà virtuali, sul potere degli hacker, sulla fusione di corpi umani con la tecnologia. 

Una delle questioni più discusse, lungo l’intera storia della ricerca sui media, è il rapporto tra la quantità dei contenuti in circolazione e la loro qualità. Da un lato, infatti, la rete rende disponibile al consumo una quantità di immagini, contenuti e informazioni enormemente maggiore rispetto al passato; e dall’altro, soprattutto, la comunicazione a due vie propria del Web abbassa anche le soglie di accesso alla produzione, rendendo possibile, per la prima volta in termini tanto ampi, una partecipazione diffusa alla scrittura e alla pubblicazione dei contenuti. L’innovazione fondamentale della rete va ricercata proprio nella pratica mash-up o remix, ovvero nella produzione e/o nel riuso attivo dei materiali che può tradursi in mille forme, come il ritocco delle fotografie digitali, il montaggio video su YouTube, la scrittura e la revisione di testi su Wikipedia e via discorrendo. 

Mentre Lessig considerava le pratiche mash-up emblematiche di una nuova sensibilità culturale, per Lanier il Web attuale non concede più spazio alcuno alla produzione originale, ma costringe gli utenti a operare all’interno di parametri di composizione particolarmente rigidi, limitandone la creatività e imponendo pratiche di riscrittura continua degli stessi contenuti. 

Le applicazioni diffuse sul Web non fanno altro che nascondere le reali potenzialità del computer, così che l’utente è costretto a rispettare le regole dettate dalla combinazione dei diversi software, anziché piegare la macchina ai propri scopi. La condizione definita da Lanier loch-in: l’utente è imprigionato in una struttura di senso rigida e chiusa, imposta dai software, e vincolato al rispetto di regole di esecuzione che paradossalmente limitano le possibilità stesse dell’hardware a disposizione.  Le pratiche di remix dei contenuti sono viste in una prospettiva critica perché contrapposte all’unico vero esercizio di creatività, che è il controllo dei codici di programmazione che consentono di modificare concretamente la struttura di rete. 

Ancora più radicale è stata la critica di Keen,  per l’immissione in circolo di elementi culturali rozzi, reportage informativi poco curati, notizie non verificate e tentativi artistici velleitari. Questa sorta di rivolta dei dilettanti contro i professionisti della cultura ha ispirato una pericolosa tendenza di pensiero, avversa allo specialismo e fautrice di un’equivoca democrazia dell’eccesso. 

La produzione amatoriale ha avuto però anche il merito di aver fatto emergere la cultura del quotidiano, quel sottofondo di attività che le persone hanno sempre svolto nel corso del tempo – gli hobby, i giochi e l’artigianato, il riuso spontaneo delle forme culturali, i modi del folk – e che attraverso il Web guadagnano oggi una visibilità inedita. In questo senso, il remix digitale non va valutato come atto artistico, soggetto di conseguenza a giudizi estetici e di valore, ma come fenomeno di massa puro e semplice, che affonda le sue radici nel vuoto del tempo libero e nelle pratiche di imitazione e di bricolage che lo hanno storicamente riempito. 

Eppure, nella critica di Carr, questa enorme quantità di stimoli messa in circolo dalla rete rende impossibile la concentrazione, e produce una forma mentale meno capace di esercitare ragionamenti in profondità.

Il cervello umano viene di continuo equiparato a una Macchina di Turing, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e sé stesso.

Stiamo assistendo a una frammentazione eccessiva, a una deterritorializzazione selvaggia e a una rifeudalizzazione del sapere oppure stiamo semplicemente valutando la cultura emergente con parametri vecchi?

In quest’ottica, quello che il Web sta facendo non è aumentare la quantità di informazione ma mostrare, in modo definitivo e più onesto, il fatto che il mondo è sempre stato too big to know, troppo grande per essere conosciuto. 

Prima si filtra e poi si pubblica, era la regola dell’industria culturale moderna; nella rete, all’opposto, prima si pubblica e poi si filtra. Per cui questo surplus cognitivo risulterebbe essere tipico di tutte le fasi in cui l’innovazione cambia i metodi di produzione, abbatte i costi e sommerge il mercato con una quantità ingovernabile di contenuti.


Bibliografia e Sitografia

(in ordine di consultazione)

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G. Zanchini, La cultura nei media. Dalla carta stampata alla frammentazione digitale, Carocci Editore, Roma, 2024.

I. Crespi, Cultura/e nella società multiculturale: riflessioni sociologiche, EUM – Edizioni Università di Macerata, Macerata, 2015.

U. Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Mondadori, Milano, 2004.

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F. Crespi, Manuale di sociologia della cultura, Laterza, Bari, 2002.

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M. Callari Galli, Cultura e contemporaneità, in Rassegna Italiana di Sociologia, XLV, 1, gennaio-marzo, 2004.

E. Screpanti, L’imperialismo globale e la grande crisi, DEPS – Collana del Dipartimento di Economia Politica e Statistica, n° 14, Siena, 2013.

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A. Abruzzese, Forme estetiche e società di massa, Marsilio, Padova, 1973.

V. Codeluppi, La cultura di massa nell’era digitale, in H-ermes. Journal of Communication, n° 25, 2023.

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U. Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 2001 (prima edizione 1964). 

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V. Campanelli, Remix It Yourself. Analisi socio-estetica delle forme comunicative del Web, Clueb, Bologna, 2011.

N. Carr, The Shallows. What the Internet is Doing to Our Brains, Norton, New York, 2010.

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D. Weinberger, Too Big to Know, Basic Book, New York, 2011.

C. Shirky, Cognitive Surplus. Creativity and Generosity in a Connected Age, Penguin, New York, 2010.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Disclosure: Per le immagini credits www.pixabay.com


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Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Elisabetta Galimi, Il successo a portata di like

Giorgio Zanchini, La cultura nei media


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Editoria al femminile e femminilità in letteratura

06 giovedì Mar 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il trend occupazionale femminile nel settore dell’editoria è in continua crescita. Ci sono donne che hanno fatto la storia dell’editoria italiana e altre che questa storia la stanno facendo. La loro non è solo la voce della femminilità in letteratura ma, soprattutto, dell’editoria al femminile.

Si può individuare negli anni Settanta una vera e propria svolta culturale, un momento a partire dal quale alle rivendicazioni politiche e civili si affiancarono una presa di coscienza del valore del lavoro e della riflessione intellettuale e la richiesta e la conquista, seppur parziale, di una centralità su questo piano da parte delle donne. È allora che irrompe sulla scena un folto numero di donne impiegate a vario titolo nel settore dell’editoria libraria e periodica, mentre cambia l’ottica con cui si guarda alla funzione della lettura e della scrittura. A quel punto, la necessità e l’urgenza della conoscenza e del riconoscimento del lavoro creativo delle donne inaugura una stagione di scoperte e riscoperte letterarie e saggistiche, di valorizzazione e/o risignificazione dell’autorialità femminile, e di un inedito protagonismo delle intellettuali. Inge Feltrinelli, al riguardo, parlava di esplosione di energie da anni soffocate, e di porte chiuse che ora le donne hanno finalmente forzato (I. Schoenthal Feltrinelli, Energie esplose, in La Stampa-Tuttolibri, 3 settembre 1977). 

Numerose imprese “generaliste”, sia case editrici librarie – da Feltrinelli a Einaudi, da Editori Riuniti a Bompiani, da Savelli a Guaraldi – sia testate giornalistiche – dalla Stampa al Corriere della Sera, dall’Unità al Manifesto – sono fondamentali per promuovere le opere delle scrittrici, per riproporre le cosiddette “madri” della letteratura femminile, per tradurre e diffondere quelli che sarebbero diventati i classici del pensiero femminista.

Intanto alcune autrici raggiungono traguardi di tirature, al di fuori dei consueti recinti del romanzo sentimentale, e una notorietà eccezionali, come Elsa Morante con La Storia, Camilla Cederna con le sue inchieste, Oriana Fallaci con i suoi reportage e le opere autobiografiche (E. Rasy, La lingua della nutrice. Percorsi e tracce dell’espressione femminile con una introduzione di Julia Kristeva, Edizioni delle donne, Roma,1978).

Se alcune sigle preferiscono rimanere fedeli a un lavoro “interno” e a una scelta categoricamente separatista – come gli Scritti di Rivolta femminile – altre – come le Edizioni delle donne, Dalla parte delle bambine, a ancor di più La Tartaruga edizioni – in dialogo e in sintonia con affini esperienze internazionali, finiscono per stabilire una connessione tra discorso femminista e discorso culturale tout court, oltre che tra progetto culturale e mercato, e dunque per costituire un altro forte impulso alla valorizzazione della saggistica e della letteratura delle donne. 

Gli anni Settanta sono costellati anche di “non femministe” che si guadagnano la ribalta del discorso pubblico e della vita culturale. Natalia Ginzburg è una di queste. La sua figura è emblematica sotto molti aspetti: per la sua condizione di marginalità nella compagine tutta al maschile della Einaudi, nonostante l’autorevolezza del suo contributo, oltre che il talento di “scopritrice” di scrittori e scrittrici di valore; per la perentorietà della sua voce dalle tribune di stampa, radio e televisione; per la sua complessa, a tratti contraddittoria, posizione sulla questione femminista. Per molte di queste donne in editoria la conquista di una mansione significa la conquista di uno spazio creativo e di una visibilità anche in campi editoriali da sempre dominati da firme maschili, come il fumetto: è il caso di Grazia Nidasio, protagonista di un suo radicale rinnovamento stilistico e tematico oltre che in prima linea nella fondazione dell’Associazione Illustratori e del Sindacato dei lavoratori del fumetto (R. Cesana, I. Piazzoni, (a cura di) Libri e rose: le donne nell’editoria italiana degli anni Settanta, Milano University Press, Milano, 2024).

Quando si pensa all’editoria al femminile in Italia oltre a Inge Feltrinelli si pensa subito a Elvira Sellerio ed Emilia Lodigiani. Più di recente a Marina Berlusconi ed Elisabetta Sgarbi. Ma esiste tutto un universo di piccole e medie realtà editoriali che quotidianamente lavorano per crescere ma, soprattutto, per portare avanti idee e ideali. Una costellazione di “punti fermi” editoriali i quali, a volte, per non perdersi si uniscono creando reti, collaborazioni, associazioni, cooperative. 

R-esistenze è un progetto corale di nove case editrici: 8tto edizioni, Astarte Edizioni, Asterisco edizioni, Capovolte, Edizioni Le As-sassine, Le Commari edizioni, le plurali editrice, Oso Melero Edizioni e Settenove. Un progetto nato dall’idea di mettersi in rete per valorizzare percorsi condivisi, per evidenziare la presenza come imprenditrici nel mondo culturale. Alla costituzione sono state previste due fasi: la prima, svoltasi tra settembre e novembre 2024, la seconda che si svolgerà tra marzo e maggio 2025. Partendo dal tema dell’identità, tutte le case editrici aderenti hanno proposto e proporranno un titolo del proprio catalogo, per esplorarlo da diversi punti di vista, con diverse modalità di scrittura, narrazione, sguardi e possibilità. 

L’identità non è un dato innato e statico, ma qualcosa sempre in divenire, fatto di processi cognitivi e affettivi allo stesso tempo. È il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di una comunità. 

Trovare la propria identità, a volte, significa rifiutare il concetto stesso di identità, attuando una serrata critica anti-identitaria. È il caso di Judith Butler, eclettica intellettuale americana per la quale fare filosofia significa farlo in modo civilmente e politicamente impegnato. A lei si deve la teoria della “performatività del genere”, secondo la quale il genere che “marchia i corpi” diviene tale solo grazie alle ripetizione continua, quasi rituale, di atti che finiscono per ingenerare una conformità di comportamento. In altre parole, non si nasce “donne” o “uomini” ma lo si diventa, a seconda delle pressioni che il contesto sociale esercita su ciascuno di noi e delle norme alle quali ciascuno di noi deve adeguarsi (M.G. Bernardini, Judith Butler, Carocci, Roma, 2025). 

La differenziazione sessuale da sempre è stata un fondamentale criterio di organizzazione dello spazio e delle relazioni fra gli esseri umani. La prospettiva del genere è frequente negli studi sulla condizione delle donne, negli studi cioè dove si tentato di tracciare il profilo di un attore sociale svalutato e poco conosciuto. Il sex-gender system è l’insieme dei processi, delle modalità di comportamento e dei rapporti attraverso i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotto dell’attività umana e pianifica la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro (G. Rubin, The Traffic in Women, 1975). 

C’è chi ha voluto opporsi con tutte le proprie forze a questi “ingabbiamenti” i quali, unitamente a quelli razziali ed economici, sono stati per secoli la giustificazione per tanti. María Galindo ha utilizzato la sua “scrittura bastarda” per passare in rassegna le questioni fondamentali del femminismo analizzate da una prospettiva anarchica e decoloniale (M. Galindo, Femminismo bastardo, Mimesis, Sesto San Giovanni – Milano, 2024).

Articolo uscito sul numero di marzo 2025 della rivista cartacea Leggere:Tutti


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina della rivista, credits www.pixabay.com


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Il tempo tra vita e letteratura

04 lunedì Nov 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il tempo è una categoria fondamentale in letteratura. Gli scrittori riflettono sullo scorrere della vita e raccontano le emozioni del tempo. Non dovrebbero anche gli altri umani riflettere sulla reale importanza del tempo?

Il tempo interviene in letteratura in modi diversi. Ci sono autori che trattano il tempo come un problema. Un esempio è il racconto di Borges Il giardino dei sentieri che si biforcano in cui, sotto l’insolita veste del thriller, l’autore presenta una suggestiva teoria del tempo secondo la quale questo è plurimo e a ogni istante della vita si aprono tracce temporali diverse, che si biforcano. C’è poi chi rappresenta il tempo nel suo fluire, confuso, immenso. È il caso della Recherche di Proust. Il tempo è un ente sempre più complesso, proprio come conferma l’intuizione. Ne sono esempi: La macchina del tempo di Wells, I fiori blu di Queneau, in cui la storia è vista come un sogno, deposito tangibile del nostro inconscio, e «il mio racconto Ti con zero» (intervista a Italo Calvino, 1985, in L. Baranelli, Sono nato in America, Mondadori, 2022). 

Il tempo è una categoria fondamentale della narrativa, poiché non può esserci narrazione senza l’azione dei personaggi nel corso del tempo. Nella poesia, invece, la funzione strutturante del tempo è meno importante: impressioni emotive o visive possono essere elencate come se avvenissero in un unico istante, senza un primo e un dopo. Tuttavia, il tempo è comunque un tema fra i più frequenti e importanti. L’io lirico, infatti, nel momento in cui rileva la propria interiorità, tende a confrontare momenti diversi della propria vita, come ricordarsi di quand’era bambino, rievocare un amore finito o una felicità perduta, oppure immaginare la propria vecchiaia (Il tempo e la memoria, Edizioni Atlas).

«Ci sono giorni in cui il tempo sembra non scorrere mai e giorni in cui, invece, la lancetta dell’orologio gira così velocemente da non riuscire a seguirla», affermava Joyce nell’Ulisse. Al tempo cronologico e lineare del romanzo ottocentesco, egli contrappone il tempo della coscienza, La tecnica dello stream of consciousness che permette di raccontare i pensieri e il loro fluire anche senza una logica apparente. Il tempo della coscienza è fatto di momenti indistinguibili che trapassano l’uno nell’altro e formano un flusso che continuamente si arricchisce. Se nei poemi omerici venivano esaltate le qualità positive di questo eroe, con il romanzo di Joyce Ulisse diventa l’archetipo delle peregrinazioni e delle angosce quotidiane dell’uomo contemporaneo, il simbolo di una nuova e rivoluzionaria percezione del tempo (S. Galeone, L’Ulisse di Joyce e la rivoluzione nel modo di concepire il tempo, in Libreriamo is Culthic, 2023). 

«Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari e orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un’unica ora ci può sembrare un’eternità e un’altra invece passa in un attimo. Dipende da quel che viviamo in questa ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore» (M. Ende, Momo, 1973). 

Nel libro di Ende i Signori Grigi hanno lo scopo di procacciarsi ciò che è necessario alla loro stessa sopravvivenza: il tempo degli esseri umani. Negli ultimi due decenni Internet ha rivoluzionato il modo in cui si acquista, si comunica e si consumano i media. Per molti aspetti ha reso la vita più facile e veloce, ma ha anche portato sfide ed effetti collaterali, La tecnologia può aver semplificato molti compiti, na ha anche aumentato le distrazioni. Non è che i Signori Grigii mmaginati da Ende si siano nascosti dentro i dispositivi digitali di uomini ignari che stanno sprecando il loro prezioso tempo?


Articolo pubblicato sul numero di novembre 2024 della rivista cartacea Leggere:Tutti


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La scienza come narrativa e la letteratura scientifica: incontro, scontro o necessità?

01 martedì Ott 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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I temi e i problemi trattati da scienza e letteratura a ben guardare non sono così dissimili, eppure la vicinanza tra le due è sempre stato motivo di accese discussioni, sia in ambito scientifico che letterario. I campi del sapere devono restare separati oppure dalla loro unione possono nascere nuove forme del sapere?

«La scienza si trova di fronte a problemi non dissimili da quelli della letteratura: costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e deduttivo, e deve sempre stare attenta a non scambiare per leggi obiettive le proprie convinzioni linguistiche» (I. Calvino, Filosofia e Letteratura, 1967). In realtà, nell’ambito della cultura ufficiale, il rapporto tra ricerca scientifica e letteraria è stato quasi sempre marginalizzato, non solo per la tendenza accademica a distinguere i campi del sapere ma anche per la diffidenza antitecnologica palesata dagli intellettuali più influenti. In Italia questa diffidenza si è concretizzata dapprima nel crocianesimo e nella riforma scolastica gentiliana e, successivamente, in un diffuso idealismo e in un’inclinazione estetizzante che hanno osteggiato la visione materialistica della realtà (C. D’Amicis, Scienza e Letteratura, Treccani, 2007). 

L’ipotesi della contrapposizione tra scienza e letteratura spesso è basata su una presunta dicotomia di strutture linguistiche: il linguaggio scientifico sarebbe meno ridondante e ambiguo e, contemporaneamente, più strutturato e rigido. Il linguaggio letterario sarebbe invece più teso alla comunicazione di emozioni, retorico, libero e basato più su analogie e giustapposizioni che su deduzioni. La lingua italiana però è nata anche come strumento di comunicazione scientifica. Il Convivio di Dante Alighieri è un manifesto di diffusione e democratizzazione della cultura, un trattato di scienza laica del mondo moderno definito un “banchetto di scienza e sapienza”. In esso Dante spiega che l’uso della lingua volgare era funzionale soprattutto alla diffusione del sapere, ribaltando l’allora comune paradigma dell’uso del latino e della divulgazione delle idee solo per pochi studiosi (L. Ristori, Scienza e Letteratura, discipline in equilibrio dinamico, MaCSIS, 2012).

L’atto del “fare” letteratura presuppone che chi scrive sia al contempo artigiano e scienziato; che l’artificio letterario venga realizzato con un progetto: con elementi ponderati e misurati, tratti dal serbatoio di combinazioni evolutive della natura, concetto che in senso esteso viene a coincidere con tutta la realtà, sia vera che immaginata. Si delinea così un profilo “fabbrile” dello scrittore, alla maniera di Ezra Pound, che opera in un laboratorio con strumenti pratici per realizzare l’artefatto letterario in modo non dissimile dallo scienziato. La scrittura non incontra la scienza, perché la scrittura, se ben fatta, è già scienza – e viceversa – con norme, regole, architetture, un’estetica elaborata nei millenni mimando proprio forme e proporzioni naturali. Così come la scienza è a sua volta una narrazione umana, scritta con una sintassi e con caratteri più complicati di quelli alfabetici, pur sempre ideati dalla nostra specie. La migliore letteratura sembra così essere quella scientifica. La letteratura incontra la scienza nell’analisi, nello stupore per l’osservazione dei dettagli, delle regole e delle eccezioni che strutturano le forme sensibili della natura (T. Lisa, Fare letteratura con la natura. Quando la scrittura incontra la scienza, L’Indiscreto, 2024).

La nostra è un’epoca scientifica, se con questa denominazione intendiamo riferirci ai periodi in cui la scienza ha avuto il suo massimo sviluppo. Ma se intendiamo che oggigiorno la scienza svolge un ruolo nella visione del mondo della gente, ebbene, in tal caso, quest’epoca ha ben poco di scientifico. Esiste un palese e diffuso analfabetismo scientifico. Si potrebbe combatterlo con la narrativa: partire da un brano di narrativa, dai versi di una poesia, da una citazione tratta da un film o da un fumetto per affrontare singoli e importanti problemi legati all’immagine, spesso distorta, che la scienza ha nell’opinione pubblica (M. Salucci, Dalla mela di Newton all’Arancia di Kubrick. La scienza spiegata con la letteratura, thedotcompany edizioni, 2022). 

«I mass media confondono l’immagine della scienza con quella della tecnologia e questa confusione trasmettono ai loro utenti che ritengono scientifico tutto ciò che è tecnologico, in effetti ignorando quale sia la dimensione propria della scienza, di quella – dico – di cui la tecnologia è certo un’applicazione e una conseguenza ma non certo la sostanza primaria. La tecnologia è quella che ti dà tutto e subito, mentre la scienza procede adagio. Questa abitudine alla tecnologia non ha nulla a che fare con l’abitudine alla scienza. Ha piuttosto a che fare con l’eterno ricorso alla magia» (U. Eco, Il mago e lo scienziato, La Repubblica, 2002). 

Letteratura e scienza sono discipline ben distinte, ma non isolate. Invece di essere trattate come isole, le varie culture andrebbero viste come spazi approssimativamente definiti, ma con confini porosi. Non ci sono muri tra le culture, ma frontiere e spazi di transizione. Dall’incontro tra scienza e letteratura, tra l’altro, è nato il genere della fantascienza. Molti autori di tale genere sono stati scienziati: Fred Hoyle, Carl Sagan, Isaac Asimov, Michael Crichton. Edgar Allan Poe invece può essere citato come esempio di letterato che muove passi in ambiente scientifico. Egli ha proposto un nuovo modo di deduzione come modello scientifico, mentre ha sostenuto la necessità dell’intuizione e dell’immaginazione nel suo modus operandi. Il premio Nobel per la poesia 1979, Odysseas Elytis, ha scritto opere intrise di concetti matematici e geometrici, ai quali ha saputo attribuire un grande effetto emotivo e simbolico (D.G. Berta, Distanti, ma unite: la simbiosi tra scienza e letteratura, Trust in Science, 2020). 

Nelle opere di Primo Levi il lettore non può non cogliere l’impressione che attraverso la letteratura il chimico abbia tentato di scavarsi un varco nell’impenetrabile oscurità della materia vivente e pulsante, dell’universo misterioso o dell’uomo. Uno spiraglio per comprendere il meccanismo con cui si incatenano le molecole, una chiave per capire le regole del Lager, regno della distorsione di ogni logica umana. Scrivere per capire, è questa la funzione dell’esperimento letterario di Se questo è un uomo, scritto non per formulare nuovi capi d’accusa, bensì per fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. La salvezza delle parole garantisce ordine e sistema, dona uno spessore da frapporre tra due regni, il notturno e il diurno, le stelle e gli abissi. Tale è la funzione della letteratura in Levi, un argine all’insania generata dal grembo stesso della ragione umana e per questo ripetibile. Il laboratorio scientifico offre a quello creativo specifici strumenti da impiegare nell’esperimento della scrittura, impiegata come setaccio per distillare l’essenziale dal superfluo, per sciogliere il groviglio confuso dell’essere umano e della sua esperienza nella storia, un coacervo in cui convivono forze e tensioni opposte. Allo stesso modo, lo scrittore passa al vaglio della lente del chimico l’esperimento più atroce del XX secolo. Scienza e letteratura, dunque, sono due strumenti diversi nelle mani di un centauro che ha sperimentato la gioia del volo creativo e il rigore del chimico e di entrambi si serve per non scivolare nel fondo, nell’abisso assordante e babelico dove l’uomo è nemico all’uomo e domina la legge impietosa della lotta per la sopravvivenza (A. Carta, Parole come molecole: scienza e letteratura in Primo Levi, ADI, 2015). 


Articolo pubblicato sul numero di ottobre 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


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Il rapporto antropologico tra uomo e albero è un archetipo senza tempo

04 martedì Giu 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il legame tra uomo e albero, tra uomo e foresta, è sempre stato strettissimo. Da essa egli ha ricavato il sostentamento vitale che non si è mai ridotto alla mera nutrizione. La forza di questo legame si trova nella grande spiritualità che lo caratterizza.

Uomo e albero è una correlazione primaria della civiltà. Nel sistema antropologico e mitologico del secolo scorso, come in quello simbolistico attuale, le piante hanno la stessa valenza delle pietre e degli animali. Nella storia religiosa europea il culto degli alberi ha avuto una parte importante. Nulla di più naturale, poiché agli albori della storia l’Europa era coperta di una immensa foresta primigenia, dove le sparse radure devono essere sembrate delle isolette in un oceano di verde. Gli scavi di antichi villaggi di palafitte nella valle del Po hanno mostrato che molto tempo prima del sorgere e probabilmente della fondazione di Roma, il Nord dell’Italia era tutto coperto di di fitte selve di olmi e di castagni e specialmente di querce (J.G. Frazer, Il ramo d’oro, Einaudi, 1950).  L’esistenza di boschi sacri e la sacralità di boschi naturali, prima che venisse instaurato il culto degli dei, è attestata presso i popoli antichi. La letteratura medievale romanza e germanica è piena di tradizioni legate a culti dell’albero trasmessi dall’antichità etnologica e storica, che acquistano significati nuovi (G.B. Bronzini, 1993). Si pensi a Dante pellegrino nell’aldilà che sentì ribellarsi con voce umana il pruno da cui tolse soltanto un ramoscello. (Inf. XIII, vv. 31-33). La stessa selva nera fitta e oscura in cui Dante si ritrova sperduto è un campione reale, prima che simbolico e allegorico, delle molte foreste che occupavano l’Europa alto-medievale. 

La foresta ha sempre rappresentato per le comunità umane un’importante fonte di risorse da cui ricavare cibo e acqua essenziali per la sopravvivenza, piante e funghi medicinali con cui curare le malattie, così come legno e altri materiali da costruzione. L’importanza della foresta, però, non si esaurisce nella mera dimensione materiale legata al sostentamento degli individui, ma abbraccia anche la componente spirituale. Questo è probabilmente il motivo per cui numerosi rituali associati a una iniziativa religiosa, a elementi taumaturgici o a una comunione con l’universo, sono tradizionalmente praticati in luoghi particolari situati nel cuore di una foresta, come dimostrano gli studi condotti nelle regioni più disparate del globo: dalla Siberia all’Amazzonia (S.V. Beyer, Singing to the Plants: A Guide to Mestizo Shamanism in the Upper Amazon, UNM Press, 2010; G. Harvey, The Handbook of Contemporary Animism, Acumen Publishing, 2014). I ritrovamenti di reperti preistorici sull’Appennino hanno da tempo confermato la presenza di attività umana nelle foreste di queste montagne sin dall’antichità. 

Tra gli archetipi – simboli arcaici e universali dell’inconscio collettivo, ben radicati nella psiche di qualunque essere umano, a prescindere dalla specifica estrazione, etnia o retroterra culturale – vi è quello della foresta, che rappresenta il mistero e la trasformazione. Lo stretto legame dell’uomo con la foresta e i benefici psicofisici che ne derivano si possono leggere nella cornice della cosiddetta “biofilia”, ovvero dell’attrazione istintiva che l’uomo prova per la natura e le altre forme di vita. (M. Antonelli, D. Donelli, F. Firenzuoli, S. Nardini, L’uomo e la foresta: le radici lontane di un rapporto naturale in “Terapia Forestale”, CNR Edizioni, 2020). Un’immagine aulica che rimanda alla lirica dannunziana, alle sensazioni prodotte dalla pioggia che cade intensamente sulla pineta in cui si sono introdotti il poeta ed Ermione, i quali, purificati dall’acqua piovana e inebriati dai suoni e dalla musicalità della stessa, sembrano immergersi progressivamente nella natura divenendo parte di essa (G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1902). 


Articolo pubblicato sul numero di giugno 2024 della rivista cartacea Leggere:Tutti


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