Tra l’autunno 1965 e la primavera 1966 l’arcipelago indonesiano divenne lo scenario di uno dei più sanguinosi e meno conosciuti massacri del XX secolo.
La notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre del 1965 un gruppo di ufficiali vicini alla sinistra, autoproclamatisi Movimento 30 settembre, rapì e uccise alcuni tra i più importanti generali dell’alto comando dell’esercito. Un’altra fazione delle forze armate, guidata dal Maggior Generale Suharto e più vicina alle posizioni dell’Occidente, reagì a tali accadimenti con immediatezza, sconfiggendo i “ribelli” nell’arco di poche ore.
Il gruppo vicino a Suharto incolpò dell’accaduto il Partito comunista indonesiano (PKI – Partai Komunis Indonesia)dichiarandolo reo di aver architettato il presunto colpo di stato e di aver tradito i fondamenti della nazione. In seguito a tali accuse, e a un’intensa propaganda volta a demonizzare e deumanizzare tutti gli appartenenti alle organizzazioni della sinistra, già dalla seconda metà di ottobre iniziarono a verificarsi omicidi su larga scala, incarcerazioni di massa, vessazioni, stupri, saccheggi ai danni dei comunisti. L’esercito, coadiuvato dalle forze religiose anticomuniste oltre che da tutta una serie di gruppi paramilitari e sostenuto dalle grandi potenze occidentali, attuò in meno di un anno la distruzione dell’intera sinistra indonesiana, pose le basi per la propria duratura permanenza al potere e aprì le porte del paese al libero mercato1.
La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 escludeva i crimini contro gruppi politici dal crimine di genocidio. Generalmente, tali feroci episodi sono stati attribuiti a regimi nazifascisti, governi autoritari di vario tipo e a quelli emersi da rivoluzioni socialiste (come Stalin nell’Unione Sovietica o Pot Pot in Cambogia). Gli eventi che hanno coinvolti governi occidentali, come Stati Uniti e Gran Bretagna, sono stati trattati in modo più evasivo e sono state sollevate obiezioni di ogni genere nel tentativo di classificarli. Lo sterminio di civili, militanti e simpatizzanti del PKI non è stato il prodotto di alcuna guerra né può essere attenuato come danno collaterale della repressione successiva all’inizio della lotta armata2.
Sotto la guida di Ahmed Sukarno e Mohammed Hatta, l’Indonesia ottenne l’indipendenza dopo una guerra di liberazione durata dal 1945 al 1949. Per fermare la liberazione, gli olandesi ricevettero il sostegno degli Stati Uniti, che appoggiarono i partiti anticomunisti nelle elezioni del 19553. Sotto la guida Sukarno, furono promosse politiche progressiste e antimperialiste, tra cui la nazionalizzazione delle compagnie straniere, la redistribuzione delle terre ai contadini e una visione multireligiosa della società. Dal 1957 in poi, fu promossa la democrazia guidata, uno stile di governo considerato dagli Stati Uniti contrario alle norme occidentali dei sistemi democratici4. Le élite americane intensificarono la loro ostilità nei confronti di Sukarno quando questi decise di approfondire le relazioni politiche con la Cina e l’URSS e condannò l’invasione del Vietnam5.
Negli anni ’60, il PKI conobbe una rapida crescita. Era la terza forza comunista più grande al mondo, con quasi tre milioni di membri6. Sotto la guida di Dipa Aidit, orientò la sua politica verso la “via pacifica al socialismo”, ottenendo un forte sostegno tra le masse, una certa simpatia da parte dei militari e entrando a far parte della coalizione di governo7. Tuttavia, l’alleanza multiclasse mantenne un precario equilibrio, in cui i comunisti erano disprezzati dagli altri due attori dell’alleanza: le forze armate e i partiti islamici di destra. Per le potenze capitaliste coinvolte nella regione (Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia), il governo di Sukarno rappresentava un ostacolo che richiedeva un intervento per impedire l’avanzata del comunismo8. Le preoccupazioni americane nella regione, prima dell’invasione del Vietnam, furono acuite dalle misure nazionaliste adottate da Sukarno. Gli Stati Uniti avevano cercato di destabilizzare e rovesciare il suo governo fin dall’amministrazione Eisenhower. Nel 1958, alimentarono la ribellione di Permesta nell’Indonesia orientale e la creazione di una pseudo-repubblica in una regione di Sumatra. La Central Intelligence Agency (CIA) si servì della sua filiale con sede a Taiwan, la Civil Air Transport, per fornire supporto segreto ai ribelli su alcune isole e per intimidire il presidente Sukarno9.
Secondo Lyndon Johnson, gli interessi economici del suo paese erano danneggiati dalle politiche di Sukarno, in particolare dalle nazionalizzazioni delle piantagioni, delle miniere di rame e stagno e dagli investimenti nell’industria della gomma. Per la CIA, Sukarno era un leader anticonformista, incline ad allinearsi facilmente con l’URSS o la Cina. I loro analisti non escludevano la possibilità che la sinistra indonesiana avrebbe potuto vincere in elezioni libere e democratiche. Queste prospettive indussero il presidente Johnson a considerare prioritario un piano di addestramento per le forze armate indonesiane, i loro principali alleati di fronte alla radicalizzazione del conflitto10.
Prima ancora che scoppiasse la ribellione, il governo statunitense stava già conducendo campagne anticomuniste nell’arcipelago. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) raccomandò di fomentare l’ostilità pubblica contro il PKI. Il piano prevedeva contatti segreti e il sostegno a gruppi anticomunisti locali e consisteva nell’invio massivo di lettere contenenti informazioni false e denigratorie sul Partito, che preannunciavano le sinistre intenzioni della sinistra, e nel plagiare le menti di organi si stampa, dipartimenti governativi e organizzazioni politiche musulmane favorevoli al Movimento 30 settembre (M30S)11.
La mostruosa portata delle uccisioni, la rapidità con cui furono perpetrate, la protezione statale e il deliberato occultamento dei fatti hanno reso il massacro indonesiano uno dei crimini contro l’umanità più atroci perpetrati dal blocco occidentale durante la Guerra Fredda. Secondo le stime più attendibili, lo sterminio di massa coinvolse tra le 500mila e il milione di persone. Sebbene i crimini fossero diretti contro il PKI, colpirono anche sindacalisti, indù, cristiani, musulmani moderati e la minoranza cinese12.
Per più di quarant’anni – dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso – la sinistra ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della nazione indonesiana, nella lotta anticoloniale contro il Regno dei Paesi Bassi, nella resistenza contro l’Impero del Giappone, nel contrasto del secessionismo e del terrorismo e nel processo di alfabetizzazione di milioni di persone che, attraverso il PKI, acquisirono una coscienza dei propri diritti politici ed economici.
Anche in Cile, Argentina, Brasile durante la Guerra Fredda, come anche in Spagna durante la Guerra Civile, le sinistre vennero devastate dalla reazione anticomunista, ma ciò nonostante anche negli anni più duri rimase in vita un piccolo nucleo (in patria e all’estero) che provò e riuscì a tenere in vita la memoria e la speranza di un cambiamento. Le vittime di Franco, Videla e Pinochet sono in parte riuscite a far sì che la loro storia diventasse patrimonio collettivo, che lo Stato riconoscesse l’esistenza di un’ingiustizia verso di loro.
In Indonesia per le vittime di Suharto niente di simile è stato possibile: la sinistra ancora oggi è ritenuta responsabile dei fatti che condussero alla propria distruzione, e le norme anticomuniste approvate nel 1966 – che vietano l’attività e la propaganda marxista – continuano a essere in vigore.
La repressione della sinistra indonesiana non si limitò a sterminare migliaia di militanti e simpatizzanti del PKI, ma sradicò fino alla radice l’esistenza stessa della sinistra, colpendo la sua ramificata rete associativa, la sua tradizione culturale13 nonché un’intero modo critico di pensare14.

Negli ultimi dieci anni l’Indonesia sta vivendo un cambiamento nella sua memoria storica. Attraverso il cinema, la letteratura, la scultura sta avvenendo una “costante erosione di un tabù”15.
Nel 2016, un simposio nazionale – che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta alle azioni del Tribunale Popolare Internazionale sui fatti del 1965-66 – è terminato con sorprendenti messaggi di riconciliazione e parziali ammissioni di responsabilità da parte di personalità istituzionali16.
L’International People’s Tribunal 1965, istituito a L’Aia nel 2015 ha visto i giudici condannare l’Indonesia attestando numerosi reati ascrivibili a crimini contro l’umanità. Gli esiti del processo non hanno però valore esecutivo, ma solo morale e, più che condanne vere e proprie, costituiscono delle “raccomandazioni”17.
Ciò che è accaduto tra il 1965 e il 1966 ha avuto un ruolo straordinario nel modellare la storia dell’Indonesia contemporanea.
Con l’aiuto degli Stati Uniti18, i militari hanno studiato una resa dei conti che prevedeva, oltre alla caduta di Sukarno, anche la distruzione del Partito comunista. Un proposito ostacolato sia dalla popolarità del carismatico presidente indonesiano, sia dalla forza e dall’organizzazione dei comunisti. Nei piani dei generali e dell’Ambasciata americana, dunque, doveva essere espunto il classico coup dÉtat per lasciare il posto a una soluzione più sofisticata. Ciò che serviva era un pretesto, e il miglior pretesto che poterono escogitare era un fallito tentativo di colpo di Stato di cui incolpare il Partito comunista19. I militari indonesiani avrebbero “difeso” Sukarno e salvato il paese da un’azione eversiva e antinazionale; la distruzione del Partito comunista sarebbe stata così giustificabile20. L’agonia del regime di Sukarno durò ancora per alcuni mesi. Dopo un’ulteriore prova di forza dei militari, l’11 marzo 1966 Sukarno – mantenuto nelle sue funzioni ma privato della possibilità di esercitare una reale influenza – sull’onda delle proteste delle associazioni studentesche anticomuniste, affidava i pieni poteri a Suharto. La sua morte, nel 1970, sancì l’avvento ufficiale del nuove regime.
L’Orde Baru (Ordine Nuovo) abbandonò innanzitutto gli indirizzi di politica estera che erano stati perseguiti fino ad allora da Giacarta enfatizzando i legami con Washington e con i paesi occidentali. Si poneva termine, dunque, al polemico confronto con la Malaysia, si decideva il rientro in seno alle Nazioni unite e si raffreddavano i rapporti con Pechino21.Nell’agosto 1967 l’Indonesia aderiva, insieme a Thailandia, Malaysia, Filippine e Singapore, all’Associazione dei paesi dell’Asia sudorientale (Asean – Association of South-East Asian Nations).22. La nuova collocazione di campo assicurava a Giacarta cospicui aiuti occidentali e l’afflusso degli investimenti che avrebbero contribuito a stabilizzare l’economia del paese, ad abbattere l’inflazione e a definire un modello di crescita all’insegna di uno sviluppo capitalistico accelerato23.
L’Ordine Nuovo era un regime illiberale e autoritario, fondato sulla depoliticizzazione delle masse e sul monopolio del potere da parte dell’élite militare in associazione con la burocrazia statale e il mondo degli affari24. Il potere di Suharto si rifletteva nei risultati positivi di un’economia in crescita25, fondata sullo sfruttamento delle risorse naturali e in particolare del petrolio, anche se frenata da arretratezza, povertà e corruzione. Negli anni Ottanta, quando l’Ordine Nuovo godeva ancora di un ampio consenso, iniziarono ad affiorare i sintomi di un nuovo malessere. L’Indonesia era interessata infatti a un risveglio religioso dovuto al nuovo protagonismo della comunità islamica.
A partire dagli anni Settanta, in Indonesia iniziava a manifestarsi un crescente fervore religioso, accompagnato dall’attivismo degli ambienti dell’intellettualità musulmana. Un fenomeno apparentemente legato alle trasformazioni in atto nel mondo islamico al tempo della rivoluzione komeinista in Iran, ma che nell’arcipelago indonesiano era dovuto da un lato alla sostanziale esclusione dei musulmani più rigorosi, i santri, dagli affari pubblici e dall’altro alladepoliticizzazione delle associazioni confessionali. Se la nuova politica del regime, che varò diverse leggi favorevoli ai musulmani e ai loro insegnamenti religiosi, veniva apprezzata da una parte degli ambienti modernisti, non riusciva però a scalzare la diffidenza di molti esponenti islamici progressisti che nel corso degli anni Novanta daranno vita a iniziative ispirate a idee di libertà, come il Forum Demokrasi animato da Abdurrahman Wahid. La crisi economica asiatica del 1997 sbilanciò ulteriormente questo precario equilibrio portando alla caduta del regime guidato da Suharto.
La caduta di Suharto, tuttavia, non portava a una soluzione interna al regime ma dava inizio a un processo di transizione verso la democrazia, la cosiddetta reformasi. Un processo tormentato, all’insegna di mutamenti politici e istituzionali che pareva potessero portare alla “balcanizzazione” dell’Indonesia e al collasso dello Stato26.
Il nuovo presidente Bacharudin Jusuf Habibie diede inizio a una nuova fase sul piano politico e istituzionale. Vennero scarcerati molti detenuti politici e ratificate le convenzioni internazionali sul lavoro e sui diritti umani; mutava anche l’atteggiamento ufficiale nei confronti delle questioni regionali e si adottava un’attitudine più aperta sulla questione di Timor Orientale che dopo il referendum tenutosi nell’estate del 1999 diventava indipendente. Soprattutto, cambiava la scena politica indonesiana con l’indebolimento del Golkar – organismo legato alle Forze armate – e con l’affermarsi di forze nuove. In particolare va segnalato il Partito del risveglio nazionale legato all’associazione islamica tradizionalista Nahdlatul Ulama e il Partito del mandato nazionale che si ispirava al movimento dei musulmani modernisti Muhammadiyah27. Una tendenza che comunque non ha arrestato il processo di democratizzazione dello stato indonesiano, nonostante l’accresciuta influenza delle componenti favorevoli alla “reislamizzazione” dell’Indonesia. Era un fenomeno probabilmente non generalizzato, tuttavia in grado di lasciare un’impronta profonda, poiché se i musulmani indonesiani erano in sostanza moderati, era percepibile nel paese il rafforzamento delle correnti più radicali28.
Il punto di svolta si ebbe tra il 2004 e il 2005, quando i congressi della Nahdlatul Ulama e della Muhammadiyah si conclusero entrambi con l’esclusione dalla leadership degli esponenti più progressisti e aperti29. Nel luglio 2005, in particolare, il Consiglio degli ulama indonesiani, emanava alcuni editti religiosi che condannavano la tolleranza religiosa, il pluralismo e il secolarismo. Obiettivo di queste fatwa erano soprattutto gli ambienti islamici progressisti colpevoli di non essere conseguenti con l’esigenza di affermare una forte identità religiosa in opposizione alle altre comunità e, sul piano internazionale, all’Occidente30.
Per Nicola Tanno, l’ascesa e la caduta del PKI contengono lezioni fondamentali non solo per comprendere il passato, ma anche per interrogarci sulla consistenza attuale della sinistra e dei movimenti anticoloniali del XXI secolo. Molti dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare sono ancora attuali, soprattutto per quelle forze socialiste che governano – o ambiscono a governare – in contesti del Sud globale segnati da pressioni esterne, fragilità istituzionali e tensioni sociali profonde. La sinistra contemporanea si confronta ancora con domande cruciali: dare priorità alla lotta di classe o a quella contro l’imperialismo? Qual è il ruolo della democrazia in situazioni di emergenza economica o di minaccia militare? Quale spazio riservare al nazionalismo? Le alleanze geopolitiche del Sud globale (Bandung ieri e Brics oggi) servono davvero alla costruzione di un ordine mondiale post-capitalista?
Ripensare la fine del PKI non significa solo fare i conti con una delle più grandi tragedie del Novecento, ma anche riflettere sulle sfide che continuano a pesare sulle possibilità di costruzione di un’alternativa socialista, democratica e postcoloniale31.
Oggi l’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo, sta emergendo come attore strategico nel cuore dell’Asia-Pacifico, senza clamori ma con una logica precisa di equilibrio e autonomia. Con oltre 275milioni di abitanti e una crescita economica media del 5% annuo, l’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico. Membro fondatore dell’ASEAN, rappresenta un mercato in espansione e un baricentro geopolitico naturale per l’intera regione. Giakarta è anche il motore di un’ambiziosa agenda di sviluppo infrastrutturale: il progetto della nuova capitale, Nusantara, ne è l’emblema. Costruita da zero nel Borneo, Nusantara non è solo un piano urbanistico, ma un simbolo della volontà indonesiana di proiettarsi come potenza moderna e sostenibile.
Nel contesto della crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, l’Indonesia si propone come terza via: dialoga con Pechino sul fronte economico, ma collabora con Washington in materia di sicurezza marittima e di esercitazioni militari congiunte. Un percorso di sviluppo tutt’altro che privo di ostacoli. L’Indonesia infatti deve affrontare sfide interne complesse: le tensioni etniche e religiose, i rischi legati all’instabilità di regioni come Papua occidentale, e le vulnerabilità alle catastrofi naturali in un territorio situato sulla cintura di fuoco del Pacifico. Dal punto di vista della sicurezza marittima, Giakarta è coinvolta nelle dispute del Mar Cinese Meridionale, dove, pur non essendo parte direttamente coinvolta nelle rivendicazioni territoriali più accese, deve difendere le proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) dalle incursioni della Cina32.
Lo sterminio sistematico dei comunisti in Indonesia divenne, inoltre, un modello per gli Stati Uniti e i loro alleati nella lotta globale contro la sinistra, contribuendo in modo decisivo alla vittoria della Guerra Fredda, soprattutto in America Latina. Dal Cile all’Argentina, dal Brasile al Guatemala, il manuale ideato dagli ufficiali indonesiani, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato statunitense venne replicato con spietata precisione. Il “metodo Giacarta” non è affatto consegnato al passato33. L’avanzata globale dell’estrema destra dimostra che quella logica – fatta di repressione brutale e annientamento ideologico – potrebbe tornare a manifestarsi ovunque le sinistre rappresentino una minaccia per il regime capitalista34.
1G. Creta, Un silenzio lungo cinquant’anni: le violenze del 1965 in Indonesia, in Human Security, UniTo – Università di Torino, n. 9, 2019.
2J.A. Bozza, Desenterrar el pasado. La masacre de los comunistas de Indonesia en 1965, in Aletheia, Universidad Nacional de La Plata, vol. 16, n. 30, giugno-novembre 2025.
3C. Bidien, Independence the Issue, in Far Eastern Survey, vol. 14, n.24, dicembre 1945.
4B. Hering, Soekarno: Architect of a Nation, 1901-1970, KIT Publishers, 2001.
5J.A. Bozza, op.cit.
6P. Hampton, Communism and Stalinism in Indonesia, in Worker’s Liberty, n. 61 http://archive.workersliberty.org/wlmags/wl61/indonesi.htm(consultato il 2 giugno 2026).
7J. Roosa, Buried Histories. The Anticommunist Massacres of 1965-1966 in Indonesia, Madison: University of Wisconsin Press, 2020.
8G. Robinson, The killing Season, Princeton University Press, 2018.
9K. Conboy & J. Morrison, Free to the Fire CIA Cover Operations in Indonesia, 1957-1958, Naval Institute Press, 1999.
10Central Intelligence Agency: Memorandum for the Record (1961) https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP86T00268R000700150019-1.pdf ; Intelligence Memorandum/1/. OCI No. 2330/65. The Upheaval in Indonesia (1965) https://2001-2009.state.gov/r/pa/ho/frus/johnsonlb/xxvi/4445.htm (Data consultazione 4 giugno 2026).
11USDOS, 110. Memorandum Prepared for the 303 Committee, febbraio 1965: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1964-68v26/d110; CIA, William Palmer is United States Secret Service Agent, Giacarta, febbraio 1965: https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP70-00058R000300020083-5.pdf (Data consultazione 4 giugno 2026).
12J.A. Bozza, op.cit.
13N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis, Milano-Udine, 2026.
14N. Tanno, Indonesia la strage dimenticata, intervista a G.B. Robinson, in Jacobin Italia, 29 aprile 2019.
15M. Lane, A cultural Blow to an Eroding Political Taboo: Viewing “Eksil” (The Exiles), a Hit Documentary, in Fulcrum. Analysis on Southeast Asia, 18 marzo 2024.
16J. Roosa, Buried Histories , op.cit.
17G. Creta, op.cit.
18P.D. Scott, The United States and the Overthrow of Sukarno, 1965-67, in Pacific Affairs, LVIII, n. 2, 1985.
19J. Roosa, Pretext for mass murder. The September 30th Movement and Suharto’s Coup d’État in Indonesia, Università del Wisconsin Press, Madison, 2006.
20J. Roosa, Pretext for mass murder, op.cit.
21M. Leifer, Indonesian Foreign Policy, Allen and Unwin, Londra, 1983.
22F. Montessoro, Un paese cresciuto pericolosamente, in R. Orlandi (a cura di), Indonesia. Passaggio a Sud-est, Il Mulino, Bologna, 2012 e L. Suryadinata, Indonesian Foreign Policy under Suharto, Times Academic, Singapore, 1996.
23J.A.C. Mackie, Problems of Inflation in Indonesia, Modern Indonesia Project, Cornell University, Ithaca, 1967; B. Glassburner (a cura di), The Economy of Indonesia: Selected Readings, Cornell U.P., Ithaca, 1971; G.F. Papanek (a cura di), The Indonesian Economy, Praeger, New York, 1980.
24M. Vatikiotis, Indonesian Politics under Suharto: Order, Development, and Pressure for Change, Routledge, Londra, 1993 e D.E. Ramage, Politics in Indonesia: Democracy, Islam and the Ideology of Tolerance, Routledge, Londra, 1995.
25H. Hill, The Indonesian Economy since 1966: Southeast Asia’s Emerging Giant, Cambridge U.P., Cambridge, 1966.
26F. Montessoro, op.cit.
27C.U. Zazie, Indonesia’s New Political Spectrum, in Asian Survey XXXIX, n. 2, 1999.
28G. Fealy, Islamization and Politics in Southeast Asia: The Contrasting Cases of Malaysia and Indonesia, in N. Lahoud e A.H. Johns (a cura di), Islam in World Politics, Routledge-Curzon, Londra, 2005.
29R.W. Liddle, Year One of the Yudhoyono-Kalla Duumvirate, in Bulletin of Indonesian Economic Studies, XLI, n. 3.
30F. Montessoro, op.cit.
31N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit.
32F. Sardella, Indonesia: La scommessa geopolitica del gigante silenzioso del sud-est asiatico, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 1 giugno 2025.
33N. Tanno, Il metodo Giacarta, intervista a V. Bevins, in Jacobin Italia, 5 gennaio 2022.
34N. Tanno, Arcipelago rosso, op.cit..
Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
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