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Irma Loredana Galgano

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La guerra tra Stati Uniti e Russia passa ancora attraverso Cuba

02 mercoledì Set 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, Cina, Cuba, Russia, StatiUniti, USA

«Così come abbiamo realizzato una trasformazione storica in Venezuela, confidiamo altrettanto nel grande cambiamento che presto avverrà a Cuba.»1

Durante l’incontro dello scorso 7 marzo a Miami è stato lanciato lo “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas), ovvero un accordo di cooperazione militare anti-narcos tra gli Stati Uniti e altri 17 paesi dell’area latinoamericana. Una nuova alleanza che sembra il coronamento della Dottrina Monroe2, citata direttamente dal presidente Trump a poche ore dall’operazione militare che ha portato al cambio di regime a Caracas e già all’interno del National Defense Strategy – 2026NDS3.

Le ragioni delle relazioni e, soprattutto, dello scontro tra Stati Uniti e Cuba non possono certo essere ricercate nella lotta per le materie prime e il petrolio oppure in quella al contrasto del narcotraffico.

È dalle riforme e nazionalizzazioni portate avanti da Fidel Castro già all’indomani dell’entrata trionfante a L’Avana del 1959 che i rapporti con Washington sono diventati sempre più turbolenti. Inoltre, l’economia dell’isola non ha fatto che legarsi sempre più all’allora Unione Sovietica. 

Nel gennaio 1963 il presidente Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare Cuba allo stesso modo in cui la Russia aveva usato Berlino, rendendola così un ostaggio diplomatico, e che «acting against Cuba might be a more satisfactory response than a nuclear response» (“agire contro Cuba potrebbe essere più soddisfacente di una risposta nucleare”)4. La distensione dei rapporti tra Washington e L’Avana è andata di pari passo a sottili riavvicinamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, come nel luglio 1987 allorquando il presidente Reagan, davanti alla porta di Brandeburgo, concluse il suo discorso rivolgendosi al segretario generale del partito comunista sovietico con un invito preciso: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall” (“Signor Gorbaciov, abbatta questo muro”)5.

Il recente inasprimento della crisi cubana costituisce il concentrato di dinamiche esogene verificatesi negli ultimi quattro anni, aggravate da scelte politiche endogene, quali il rafforzamento dell’embargo statunitense sotto l’amministrazione Trump e la crisi del Venezuela da cui Cuba dipende sul piano economico ed energetico. 

Questi fattori hanno di fatto isolato Cuba, aprendo le porte dell’arcipelago a importanti investimenti cinesi soprattutto nelle telecomunicazioni, con Pechino interessata anche ai settori sanitario e farmaceutico e alla produzione di minerali strategici dual-use (civile – militare) come cobalto, silicio, nichel, indispensabili per la componentistica di batterie, computer, smartphone e semiconduttori. Penetrazione che sta spingendo anche il Giappone verso azioni diplomatiche e geo-economiche in America Centrale e nei Caraibi, sotto la cornice della Free and Open Indo-Pacific Strategy6.

L’atteggiamento ideologico anti-castrista di Washington e la scelta tattica di far prevalere gli interessi politico-elettorali domestici a considerazioni geopolitiche ha impedito dal 1959 a oggi l’ingresso della più strategica porzione di terra oltre il territorio Usa nella sfera d’influenza dell’impero americano. Condotta che palesa il divario strategico che separa gli Usa dalle due grandi potenze, Russia e Cina, che si pongono come sfidanti dell’egemonia globale americana7.

Cuba sta agli Usa come Taiwan sta alla Cina e come gli Stretti Turchi e l’Ucraina stanno alla Russia. Se una potenza riesce a controllare politicamente e militarmente l’arcipelago, potrebbe potenzialmente interdire la libera navigazione commerciale e militare alle navi Usa in uscita dai porti di New Orleans e Houston8.

La rielaborazione in chiave MAGA (Make America Great Again) della Dottrina Monroe presenta l’emisfero occidentale come una sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti, che deve essere resa impermeabile alle potenze rivali9. Significative al riguardo sono state le parole di Stephen Miller, vice capo staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, pronunciate durante un’intervista alla CNN: «You can talk all you want about international niceties and all that, but we live in a world, the real world, that is governed by force, that is governed by power» (“Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”)10.

In questo clima anche l’attacco agli alleati non è mai del tutto escluso, come nel caso della Groenlandia che il presidente, piuttosto che invaderla, si è proposto di acquistare perché carica di navi russe e cinesi. Il filo rosso che lega Venezuela, Atlantico e Artico è dunque la stessa logica alla base della nuova bussola strategica Usa: prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza e l’influenza americane, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini11.

In seguito all’operazione militare statunitense in Venezuela, Trump ha lasciato intendere che Cuba sarebbe presto “caduta da sola”. Il Venezuela è la principale fonte di petrolio per Cuba, che dipende fortemente dalle importazioni per la maggior parte del suo approvvigionamento energetico. Sebbene Trump non abbia invocato un intervento militare a Cuba, ha definito l’isola una “nazione fallita” e ha ripetutamente paventato la possibilità di un “friendly takeover”, ovvero una “presa di potere amichevole”. 

La Legge Helms-Burton del 1996 vincola legalmente la revoca delle sanzioni statunitensi a cambiamenti politici a Cuba, richiedendo la formazione di un governo di “transizione” o “democraticamente eletto” prima che l’embargo possa essere revocato. Cuba è governata dallo stesso sistema politico a partito unico dal 1959, ovvero da quando Fidel Castro rovesciò il governo sostenuto dagli Stati Uniti instaurando uno stato socialista. Nei quasi settant’anni successivi, il paese ha avuto solo altri due leader: il fratello di Fidel, Raúl, che si è dimesso nel 2018, e il suo successore, Miguel Diaz-Canel. 

Indipendentemente da come evolverà la situazione a Cuba, non si prevede che il modello politico rivoluzionario dell’isola crolli immediatamente. Anche un cambiamento significativo, come una transizione verso un sistema a guida militare più aperto agli investimenti privati, non migliorerebbe necessariamente le prospettive per Cuba. 

Cuba sta attraversando una delle peggiori crisi economiche dai tempi del “Periodo Speciale” degli anni ’90, quando il crollo dell’Unione Sovietica – un’ancora di salvezza economica fondamentale – innescò una diffusa povertà. L’attuale crisi è caratterizzata dal collasso quasi totale della rete elettrica, ormai obsoleta, dalla scarsità di beni di prima necessità dovuta all’inflazione galoppante, da una grave carenza di carburante e dal calo del turismo. Il blocco statunitense sta ovviamente accelerando il deterioramento economico di Cuba. 

La maggior parte dei paesi della regione ha criticato il blocco statunitense contro Cuba. Durante un vertice di quattro giorni a Saint Kitts e Nevis alla fine di febbraio, i membri della Comunità dei Caraibi (CARICOM) hanno espresso preoccupazione per la situazione umanitaria dell’isola e per le potenziali ripercussioni a livello regionale. 

Anche la Russia ha ribadito il proprio sostegno a Cuba. Il ministro dell’Energia russo ha più volte confermato l’invio di petrolio. Già a gennaio di quest’anno la Cina aveva pronto un pacchetto di aiuti per Cuba che includeva circa 80 milioni di dollari in assistenza finanziaria12.

La crisi economica e sociale di Cuba si è per certo aggravata dopo l’intervento degli Stati Uniti ma la situazione è critica da tempo e la popolazione provata e pronta a lasciare l’isola.

L’89% delle famiglie cubane vive in condizioni di estrema povertà e il 78% desidera emigrare o conosce qualcuno che lo desidera. Questo dato è anche coerente con l’alto livello di disapprovazione nei confronti della gestione economica e sociale del governo, che ha raggiunto il 92%13.

Cuba considera che adottare politiche economiche sulla scia di quelle cinesi e mostrare apertura economica comporti dei costi troppo grandi sul piano ideologico14. Però, non avendo un supporto molto ampio da parte di altri paesi, le politiche statunitensi potrebbero portare Cuba ad aprirsi a politiche più favorevoli e in modo più definitivo rispetto a quanto fatto finora, sia per alleviare tali pressioni sia per uscire da questo stato di costante crisi. Il problema riguardo le riforme economiche è che attuarle in tempi di crisi profonde, come quella attuale, non è facile dal punto di vista ideologico e di giustificazione del regime: Cuba starebbe ammettendo che è necessario un cambio di rotta e che, quindi, il regime non riesce a sopravvivere e a imporre il proprio metodo. Un altro problema delle riforme è che necessitano di tempo, una risorsa che Cuba in questo momento non ha15.

Gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione sostenuta ma un’azione diretta come in Venezuela sembra da escludere, sia perché l’esercito cubano sebbene meno numeroso è più fedele rispetto a quello venezuelano, sia pure perché l’isola ben controlla i confini ed è dotata di un forte controspionaggio rispettato anche dagli stessi Stati Uniti. Egualmente improbabile si prospetta un regime change sulla spinta di proteste interne in quanto l’opposizione non è così chiara e ben articolata. La “valvola di sfogo” per le proteste interne che ha funzionato anche in passato è il permesso di lasciare l’isola, di emigrare. Tra le mete più ambite ci sono proprio gli Stati Uniti16.


1Donald Trump, discorso del 7 marzo 2026 all’America Business Forum Miami: https://www.youtube.com/watch?v=_E0asKomMwA (Video del Dipartimento di Stato Americano).

2I principi elencati da James Monroe nella famigerata discussione della fine del 1823, p diventati la Dottrina Monroe, stabilivano l’opposizione degli Stati Uniti a ulteriori progetti coloniali da parte di potenze europee nelle Americhe, nonché il non intervento delle potenze europee nelle vicende delle repubbliche del Nuovo Mondo e la non interferenza degli Stati nelle vicende del Vecchio Continente.

3National Defense Strategy – 2026NDS: https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDF (Consultato il 5 aprile 2026).

4Notes of Kennedy’s remarks at the 508th meeting of the NSC, FRUS, vol. 11, 1963, pp. 668-669.

5Chiara Cannalire, La tensione istituzionale tra Stati Uniti e Cuba: un consuntivo delle tappe focali, in Centro Studi d’Europa, gennaio 2022.

6Si veda: https://www.mofa.go.jp/files/000430632.pdf (Consultato l’8 aprile 2026).

7Vito Fatuzzo, La relazione Stati Uniti – Cuba, termometro geopolitico del primato strategico americano, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 22 luglio 2021.

8Vito Fatuzzo, op.cit.

9Alessia De Luca, La Dottrina ‘Donroe’ e il ritorno alle sfere d’influenza, in ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 8 gennaio 2026.

10Link al video dell’intervista: https://edition.cnn.com/2026/01/05/world/video/stephen-miller-greenland-part-of-us-trump-venezuela-tapper-digvid-vrtc (Visionato il 9 aprile 2026).

11Alessia De Luca, op.cit.

12Diana Roy, Trump’s ‘Maximum Pressure’ Campaign on Cuba, Explained, in CFR – Council on Foreign Relations, 31 marzo 2026.

13Observatorio De Derechos Sociales Cuba e Observatorio Cubano de Derechos Humanos, El estado de los derechos sociales en Cuba, VIII Informe 2025: https://derechossocialescuba.com/wp-content/uploads/2025/09/ods8r_es.pdf (Consultato il 10 aprile 2026).

14Jorge Alberto Ortiz Almanza, Las relaciones entre la República Popular China y Cuba a partir del fin della Guerra Fría, in TONGDAO – Revista Latinoamericana de Estudios de China Contemporánea, 01.01, maggio-ottobre 2024.

15Michela Bongiovanni, Crisi energetica a Cuba: cause, alleati e prospettive future, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 11 marzo 2026.

16Michela Bongiovanni, op.cit.


Articolo pubblicato su Articolo21.org


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The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo?

05 martedì Giu 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, Europa, Italia, italiani, NWO, Piigs, TheCorporation, USA

La questione in fondo si riduce a due semplici quesiti: fin dove sono disposti ad arrivare i business men per raggiungere il loro tanto agognato profitto? Fino a che punto cittadini e governi sono disposti a rinunciare a doveri e diritti pur di rispettare le impunite leggi del libero mercato?

Originariamente il ruolo e lo scopo delle Corporation era tutt’altro rispetto a quello attuale e somigliava più a una cordata di persone o società che appaltavano un grosso lavoro dallo Stato, il quale stabiliva rigidamente tempi, costi e regole. Così sono stati costruiti la gran parte dei ponti americani e le immense ferrovie che attraversano il Paese.
Oggi sono persone giuridiche cui vengono riconosciuti tutti i diritti delle persone e anche più, in quanto sono indicate come particolari. Per legge hanno il solo scopo di tutelare gli azionisti e non la comunità o la forza lavoro. «Non hanno un’anima da salvare o un corpo da incarcerare» e sono prive di «coscienza morale» come sottolinea Noam Chomsky, uno dei tanti intervistati del documentario The Corporation appunto, prodotto da Jennifer Abbott, Mark Achbar e Joel Bakan nel 2003.

La Corporation è ormai un’istituzione dominante nella realtà contemporanea. Grandi, enormi società di capitali con poteri altrettanto sconfinati e controlli sempre più limitati.
Le Corporation oggi sono globali ed essendo tali, in sostanza, i governi hanno perso qualsiasi forma di controllo su di loro. A dirlo è l’ex amministratore delegato della Goodyear, una delle Corporation che si scoprì aveva preso parte al complotto ordito per spodestare il presidente Roosevelt. Oggi queste azioni, questi complotti sono inutili perché «il Capitalismo è il padrone incontrastato». Rappresenta ormai a tutti gli effetti «l’Oligarchia regnante del nostro sistema».

Un sistema che nel 2008 ha portato il mondo intero ad affrontare una delle crisi economiche più terribili mai presentatesi dove, ancora una volta, a rimetterci sono stati i deboli e i meno furbi. In Europa, per esempio, a farne le spese sono stati i Paesi additati come deboli o peggio come piigs. Infelice acronimo che voleva sottolineare le porcine economy dei Paesi con un’economia debole e un debito pubblico insostenibile, «i Paesi maiali sono Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna». Un acronimo che è diventato anche il titolo del documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre girato nel 2017.

Come il documentario The Corporation anche Piigs risulta essere molto illuminante per quello che si scopre e non si conosceva e per quello che viene invece confermato da chi, magari, in altre sedi tende a negare o minimizzare.

Stefano Fassina sostiene che la distinzione tra economie forti e deboli all’interno dell’eurozona, e che dà adito a stereotipi e luoghi comuni duri da scalfire, sia in realtà «una lettura strumentale» fatta, «come sempre avviene nella Storia, da chi è più forte, da chi orienta la comunicazione, da chi orienta l’interpretazione» e lo fa per «scaricare su una parte problemi che invece erano sistemici». E va avanti sottolineando il fatto che i Paesi virtuosi erano tali proprio per i problemi dei Paesi periferici: «la Germania cresceva per le esportazioni e la Grecia, che era in debito, riceveva dei prestiti perché qualcuno premeva per importare Mercedes dalla Germania».

Chi esercitava dette pressioni? Gli interessi di chi stanno tutelando in questo modo gli Stati e l’UE?
Possiamo ipotizzare che anche in Europa le Corporation, che chiamiamo Multinazionali o Società di Capitali, si beffano dei diritti dei cittadini e delle leggi per raggiungere i loro tanto amati profitti? Ma laddove i Governi accettano e acconsentono il loro “gioco” non vengono minati i principi fondamentali della Democrazia?

Yanis Varoufakis sostiene che, in realtà, «la Democrazia non è mai stata la caratteristica principale dell’Unione Europea». E racconta nel dettaglio le risposte che si è sentito dare nel momento in cui vi si è recato per contrattare i termini di una eventuale soluzione per il suo Paese. Soluzione che per molti versi poteva sembrare una vera e propria punizione, per un popolo, quello greco, che aveva osato alzare la testa e la voce contro i ferrei diktat dell’austerity. Per esempio, l’Europa nello «spostare le perdite delle banche sulle spalle dei contribuenti più deboli ha rivelato il suo autoritarismo».

Sergio Mattarella lo scorso 26 maggio ha sottolineato come la funzione e il ruolo del Presidente della Repubblica sia di garanzia e non può quindi né deve subire imposizioni di alcun tipo, dichiarando di poter accettare tutte le nomine proposte tranne quella del Ministro dell’Economia. «La designazione del Ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari». L’incertezza della nostra posizione nell’euro «ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende».

Paolo Barnard, sempre all’interno del documentario Piigs, afferma che il debito pubblico è un problema quando uno stato contrae passivi con una moneta non sua. Gli fanno eco Stephanie Kelton e Paul De Grawe. «I Paesi eurozona riscuotono le tasse in euro, spendono in euro ma non hanno sovranità monetaria». Il risultato di questo è che «i mercati possono mettere in sofferenza lo Stato italiano, vendendo in massa i titoli sapendo che il governo non ha euro per ripagare i detentori dei titoli».

Federico Rampini invece sottolinea la necessità di «riprendere l’economia perché è il nostro futuro». E rimarca «l’analfabetismo economico» di cui soffrono gli italiani. Che non suona tanto come un’offesa quanto come una mera constatazione del fatto che si stenta a capire i concetti base di economia. Si continua a credere che tutto ciò che riguarda l’economia rimanga «nel mondo magico» della stessa. Bisogna invece iniziare a riflettere sul fatto che «tutto è economia»: le guerre, lo sfruttamento, l’abbandono dello stato sociale, della sanità, dell’istruzione…

Per i broker di Wall Street l’Undici Settembre è stata una «benedizione camuffata». Tutti quelli che non erano nelle Torri Gemelle e si sono salvati hanno immediatamente investito in oro e hanno raddoppiato il capitale. A raccontarlo alla telecamera degli operatori di The Corporation è un broker di Wall Street.
Quando l’America bombardò l’Iraq nel 1991, tutti i broker tifavano affinché Saddam Hussein continuasse a dare problemi, a incendiare pozzi, così il prezzo del petrolio sarebbe continuato a salire e loro a guadagnare. «Noi speravamo in una pioggia di bombe su Saddam». Quella, al pari dell’Undici Settembre, era una tragedia, una vera e propria catastrofe con bombardamenti, guerre, morti… il broker si rende conto di questo ma ammette che anche «la devastazione crea opportunità».

Fin dove si spingono questi operatori dei mercati, mediatori o investitori che siano? Esiste un limite oltre il quale si rifiutano di pescare nel torbido?

Stando ai dati forniti da un Rapporto del Dipartimento del Tesoro, in una sola settimana 56 Corporation americane sono state multate per aver commerciato con nemici ufficiali degli Stati Uniti, «compresi terroristi, tiranni e regimi dittatoriali». Le Corporation sono in grado di produrre grande ricchezza ma anche «enormi danni, molto spesso taciuti».

Le politiche governative e statali non possono e non devono piegarsi sempre e comunque agli umori del libero mercato, in considerazione anche e soprattutto del fatto che a guadagnarci, come anche a rimetterci, sono sempre gli stessi. Da un lato le grandi società di capitali, gli investitori e i broker e dall’altro i piccoli investitori e le popolazioni.
Ancora il Presidente Mattarella, sempre nel corso dell’intervento per motivare la bocciatura di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, sottolinea come la manifesta volontà di uscire dall’euro è cosa ben diversa «da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione Europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano». E i cambiamenti necessari da porre in essere sarebbero davvero tanti.

A chiusura del documentario Piigs c’è la lunga e amara analisi di Giuliano Amato sulla sovranità monetaria e su quella economica dei Paesi membri e dell’intera Unione Europea. Egli stesso ammette che la soluzione da loro trovata e poi posta in essere è stata sconsigliata da molti economisti, specie americani. «La vostra Banca Centrale se non è la Banca Centrale di uno Stato non può assolvere alla stessa funzione a cui assolve la Banca Centrale di uno Stato che, quando lo Stato lo decide, diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza». Che poi è quanto affermato anche da Paolo Barnard. Ma gli “architetti” ideatori dell’eurozona, tra cui appunto lo stesso Amato, non hanno voluto dar retta a questi economisti, stabilendo addirittura nei Trattati dei «vincoli che impedissero di aiutare chi era in difficoltà». L’Unione Europea in sostanza non si assume la responsabilità degli impegni dei singoli stati e la Banca Centrale Europea non può comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli stati. Non sono previste agevolazioni creditizie e finanziarie per i singoli stati… insomma, moneta unica dell’eurozona ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. «Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi», chiosa Giuliano Amato.

«Certo che ci saranno trasferimenti di sovranità. Ma non sarebbe intelligente da parte mia richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo» (Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Europe Agency, 24 giugno 2007).

I problemi, che già sapevano esserci in potenza, sono aumentati notevolmente dopo la crisi del 2008 ma, soprattutto, in conseguenza delle misure intraprese per “superarla”. Politiche che, nell’opinione di Stefano Fassina, «hanno aggravato i problemi invece di risolverli».
Si pensi, per esempio, al Fiscal Compact. Il Patto di Pareggio di Bilancio. L’anticristo del Bilancio di un’istituzione pubblica che, paradossalmente, può garantire maggiore benessere ai cittadini lavorando in sofferenza. Perché l’istituzione pubblica è l’unica società esistente al mondo che non ha scopo di lucro, quindi non opera per il profitto ma per i servizi ai cittadini. Basti pensare al New Deal lanciato dal Presidente americano Roosevelt che, forse anche per politiche come questa, si inimicò le Corporation che tramarono per destituirlo.
«Il pareggio di Bilancio dà priorità alla stabilità dei prezzi mettendo in secondo piano il diritto al lavoro, alla salute e a un salario dignitoso… per esempio».

Ma se tutti sapevano l’inutilità, o meglio la nocività di questi provvedimenti per i singoli Stati e, soprattutto, per i cittadini, perché sono stati posti in essere comunque? Sono stati imposti a reale beneficio di chi? Del mercato? Delle Corporation, che in Europa diventano le Multinazionali?

A seguito del veto del Presidente Mattarella, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio diffonde un video nel quale sottolinea che il governo del cambiamento sia stato stoppato non per Paolo Savona e l’impossibilità di trovargli un sostituto, bensì perché chiunque, nel corso della sua carriera, fosse stato in qualche misura critico sull’euro non andava bene. Non poteva andare bene. «Se siamo in queste condizioni non siamo in una Democrazia libera». Nel Contratto di Governo non c’è l’uscita dall’euro, è prevista la modifica dei Trattati, la rivisitazione di alcune regole europee. Il veto quindi si basava su opinioni non su reali intenzioni. Eppure il tutto andava fermato o cambiato. Perché?

Nel momento stesso in cui Luigi Di Maio ha palesato l’eventualità di procedere con l’iter per la messa in stato di accusa del Presidente il dibattito sui media ma, soprattutto, sui social si è infervorato generando due aperte fazioni che, prontamente, si sono schierate a favore o contro Sergio Mattarella. Gli interventi vertevano tutti o quasi sul diritto costituzionale o meno che aveva o che ha il Presidente della Repubblica di opporsi alla nomina di un singolo Ministro e su quali motivazioni detta scelta debba basarsi. Nessuno però o quasi si è posto l’unico interrogativo utile, ovvero: i mercati e gli investitori sono una motivazione valida?
La risposta è arrivata, qualche giorno più tardi le dichiarazioni di Mattarella, da Günther Oettinger, commissario UE al Bilancio: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nella giusta direzione» (“The markets will teach the Italians to vote for the right thing”). Il giornalista Bernd Thomas Riegert ha poi rimosso questo tweet e lo ha sostituito adducendo come motivazione il fatto di non aver riportato fedelmente la citazione di Oettinger. Il succo di quanto scrive in seguito non si discosta poi tanto dalla prima versione. Si tratta semplicemente di un messaggio meno chiaro, meno esplicito ma di eguale sostanza.
Un modo meno “aggressivo” di dire la stessa cosa, diciamo nei termini usati anche dal Presidente Mattarella.

Gli italiani però si sono offesi per le sue parole, quelle del commissario UE, e questi allora si è pubblicamente scusato. Va bene, scuse accettate ma la sostanza non cambia. È vero oppure non lo è che i mercati influenzano i governi? È vero oppure non lo è che se un Ministro dell’Economia non piace ai mercati il ministro non lo può fare? È vero oppure non lo è che, se i singoli Paesi mantengono la responsabilità sui debiti pubblici pur avendo abbandonato la sovranità monetaria, è necessario quantomeno rinegoziare i Trattati?

Nell’intervista rilasciata per il documentario Piigs, Noam Chomsky evidenzia quanto sia «interessante osservare le reazioni in Europa quando qualche politico suggerisce che forse la gente dovrebbe avere voce su ciò che la riguarda». Citando, per esempio, i Referendum popolari indetti in Grecia nel 2015. «La reazione è stata di incredulità: Come osate chiedere alla gente cosa deve accadergli? Non sono affari loro. Devono seguire gli ordini. Prendiamo noi le decisioni…».
Yanis Varoufakis ricorda che al primo Eurogruppo cui ha presenziato propose un accordo, un compromesso tra la Troika e il Governo greco, «a metà tra le loro imposizioni e il mandato elettorale». Wolfgang Schauble rispose: «Le elezioni non possono essere permesse se modificano il programma economico della Grecia».

«La Grecia è stata selvaggiamente punita per aver osato chiedere un Referendum e i tecnocrati europei hanno imposto misure ancora più dure, per togliere loro dalla testa l’idea folle che la democrazia possa avere un qualche valore». (Noam Chomsky)

Fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo?


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“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l’ex Impero sovietico

05 venerdì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AnneApplebaum, EstEuropa, Europa, Germania, ImperoSovietico, Lacortinadiferro, Mondadori, recensione, saggio, USA

 

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

È uscito in Italia lo scorso maggio per Mondadori il saggio di Anne Applebaum La cortina di ferro, nella versione tradotta da Massimo Parizzi. Un libro che conduce il lettore negli anni dell’ex Impero sovietico, della Germania divisa tra occidente e “anti-occidente”, quando il Muro di Berlino fu eretto. Il 1961, una data che ha segnato un grande cambiamento.

La Applebaum paragona più volte il regime sovietico a quello nazista. I numerosi punti in comune tra il “tallone sovietico” e quello nazifascista la inducono a ritenere che sconfitto il secondo sia subentrato il primo che però prontamente venne isolato e nascosto al mondo intero dietro una “cortina di ferro” che va considerata tale ben oltre il senso metaforico.

Se da una parte le origini ebraiche della Applebaum sembrano non tanto influenzare quanto indirizzare le sue indagini verso una ricerca storica che avvalori le sue convinzioni, dall’altro tutto ciò lo fa con una tale dovizia di particolari e con un coinvolgimento tale che anche il lettore più scettico o più in contraddizione con le sue idee non può non restarne affascinato. Si tratta naturalmente di un interesse storico, se così lo si vuol definire. Quando si analizzano fatti, eventi accaduti in passato è sempre meglio quantomeno cercare di conoscere e analizzare più interpretazioni possibili, poi viene da sé che ognuno resta libero di pensarla come giusto ritiene. Nel libro della Applebaum l’analisi del dualismo tra capitalismo/consumismo e comunismo/anticonsumismo si somma a quella sulla “pulizia etnica” compiuta dalle autorità sovietiche ai danni di tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi paragonandola più volte a quella compiuta dal regime nazista contro il popolo ebreo. In realtà, quando si parla di genocidi e massacri, sono tanti i casi che possono essere citati come esempio, purtroppo.

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

In La cortina di ferro Anne Applebaum analizza nei minimi dettagli quella che definisce un’opera di “disarticolazione della classe politica e della società civile” compiuta nella Germania orientale in Iugoslavia, Albania, Romania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia per agevolare il “processo di stalinizzazione”. Operazione che fu resa possibile grazie anche all’implacabile “lavoro” svolto dalla polizia segreta il cui compito precipuo era individuare e soffocare ogni forma di opposizione o dissenso.

Agli inizi degli anni Cinquanta il culto di Stalin era dilagante, il suo stesso nome era venerato in URSS come “simbolo della vittoria del consumismo”, l’Europa dell’Est venne letteralmente e materialmente separata dall’Occidente da muri, recinzioni e filo spinato. L’idea comune era che il Muro di Berlino dovesse restare per sempre.

I metodi impiegati per ottenere il “consenso” purtroppo sono più o meno sempre gli stessi di tutti i regimi: violenza, controllo delle informazioni, pulizia etnica. Le autorità sovietiche, in collaborazione con i partiti comunisti locali, espellevano da città e paesi tutti i tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi… e li portavano, a bordo di camion o treni, in campi profughi lontani centinaia di chilometri. Complici di tutto ciò furono, almeno inizialmente e in qualche misura Stati Uniti e Gran Bretagna. La pulizia etnica a danno dei tedeschi, secondo quanto riportato dall’autrice, sarebbe stata sancita dal Trattato di Potsdam.

Il primo ad adottare con entusiasmo il termine “totalitarismo” fu Benito Mussolini, dandone anche, come ricorda la Applebaum nel testo, la migliore definizione mai coniata: «Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato».

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

Per l’autrice l’idea stessa di “controllo totale” voluta dal totalitarismo oggi può sembrare addirittura grottesca, ma per capire la storia del XX secolo bisogna indagare per comprendere come, dove e perché il totalitarismo ha funzionato, sia in teoria che in pratica.

Il saggio della Applebaum anche se si rivela fin da subito una lettura impegnativa, per la mole del testo e per il suo contenuto, non fa mai pentire il lettore della sua scelta di proseguire. Un libro, La cortina di ferro, che crea una “breccia” nel Muro di Berlino quando ancora non si immaginava neanche potesse essere un giorno abbattuto, che aiuta a meglio conoscere e forse comprendere le dinamiche interne e le conseguenze dei totalitarismi del XX secolo che hanno condizionato e a volte determinato i destini di numerosi popoli europei.

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