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Irma Loredana Galgano

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#26giugno : Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, fitta l’agenda delle Nazioni Unite per l’obiettivo 3

26 lunedì Giu 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il 26 giugno è la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga e le Nazioni Unite proseguono le campagne e le attività inserite nel programma dell’Agenda 2030, nella fattispecie l’obiettivo 3 che stabilisce, tra l’altro, il bisogno di «rafforzare la prevenzione e il trattamento di abuso di sostanze, tra cui l’abuso di stupefacenti e il consumo nocivo di alcol».

Il programma lanciato quest’anno dall’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC) è Listen First – ascoltare bambini e giovani è il primo passo per aiutarli a crescere sani. Un’iniziativa volta a sostenere la prevenzione dell’abuso di droghe e alcol e promuovere investimenti per il benessere dei bambini e dei ragazzi, ma anche delle loro famiglie e dell’intera comunità.

Attività che si sommano alle numerose altre organizzate lungo tutto il territorio nazionale dalla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT).

Con la Risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987, l’Assemblea Generale dell’ONU scelse il 26 giugno per celebrare la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico di droga, affermando la sua «determinazione nel rafforzare l’azione e la cooperazione a livello nazionale e internazionale per combattere questi fenomeni». Sulla scia di questa determinazione nasce, nel 1997, l’UNODC (Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine – United Nations Office on Drugs and Crime), creato dalla fusione del Programma di Controllo sulla Droga delle Nazioni Unite e dal Centro per la Prevenzione del Crimine Internazionale.

Durante le 26esima Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale, tenutasi a Vienna il 23 maggio 2017, «è stato sottolineato come, nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al traffico di droga, al crimine organizzato transnazionale e al terrorismo, questo tipo di crimini continui a espandersi a livello transnazionale». In quest’ottica va guardato il progetto di rafforzamento dei controlli, della comunicazione e della sicurezza negli aeroporti dell’Africa Occidentale e dell’America Latina (AIRCOP), un’iniziativa congiunta dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD) e l’Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale (INTERPOL).

Il 22 giugno scorso, durante un evento tenutosi presso il Centro internazionale di Vienna, in collaborazione col Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e (ECOSOC) e le organizzazioni non governative, l’UNDOC ha presentato il Rapporto mondiale sulla droga 2017.

Ogni anno muoiono almeno 190.000 persone a causa della tossicodipendenza. E il danno causato da queste problematiche non si ferma alle persone e alle comunità coinvolte: «l’abuso di droghe conduce a malattie debilitanti quali l’HIV, l’epatite e la tubercolosi, mentre il traffico illecito foraggia il riciclaggio di denaro e il terrorismo», inoltre «la corruzione, principale facilitatore della criminalità organizzata, si ripercuote su tutta la catena di approvvigionamento della droga», scrive Yury Fedotov, Direttore Esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine.

Dalla ricerca si evince che terroristi e gruppi armati traggono vantaggio dal commercio di stupefacenti, «secondo alcune stime, più dell’85% delle coltivazioni di oppio dell’Afghanistan si trovano nei territori sotto il controllo dei Talebani». Il commercio di queste droghe continua a prosperare mentre «nuove minacce emergono, quali la diffusione di metanfetamina e di nuove sostanze psicoattive». Inoltre anche il modello imprenditoriale di queste attività si sta evolvendo, «grazie al crescente ruolo della criminalità informatica e del darknet».

Fedotov sottolinea che criminalità e droghe sono sempre stati considerati soggetti marginali dello sviluppo, mentre ora vengono sempre più guardati come un vero e proprio ostacolo al raggiungimento dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030 e in particolare dell’obiettivo 3 sulla salute e dell’obiettivo 16 sulla pace e la giustizia. «La nostra risposta è di lavorare a stretto contatto con i nostri partners per prevenire il traffico e il consumo di droga, e il crimine». Tenendo sempre a mente che «essi si avvantaggiano della stessa instabilità che generano». Una instabilità volta a ostacolare «lo sviluppo, la pace e i diritti umani».

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“La legge sugli ecoreati sta dando i suoi frutti”, parola di Legambiente: 574 ecoreati, 971 persone e 43 aziende denunciate nel 2016

11 domenica Giu 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, dossier, ecoreati, Legambiente

Bilancio in positivo per i primi due anni della legge sugli ecoreati, approvata il 29 maggio 2015. A sottolinearlo un dossier di Legambiente che ne evidenzia l’utile impiego per il sequestro di depuratori malfunzionanti, per fermare l’inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, per intervenire su situazioni di inquinamento pregresso e per fermare attività illegali di vario genere. Una legge con la quale lo Stato italiano, finalmente, sembrerebbe aver dichiarato “guerra” agli ecocriminali. Una svolta necessaria. Una “riforma di civiltà” com’è stata definita proprio da Legambiente.

Il dossier Ecoreati nel Codice penale analizza nel dettaglio i numeri e le storie di una «legge che funziona», frutto di un lavoro parlamentare trasversale sul testo che aveva unificato i progetti di legge di Ermete Realacci (Pd), Salvatore Micillo (M5s) e Serena Pellegrino (Si) ha finalmente consentito alla giustizia italiana di lasciarsi alle spalle «decenni di disastri ambientali senza colpevoli».

Nel 2016, a fronte di 1215 controlli, sono stati sanzionati 574 ecoreati, denunciate 971 persone e 43 aziende e sequestrati 133 beni per un valore di quasi 15 milioni di euro. 18 le ordinanze di custodia cautelare.

143 i casi di inquinamento ambientale, 13 quelli di disastro ambientale, 6 di impedimento di controllo, 5 i delitti colposi contro l’ambiente, 3 quelli di omessa bonifica e 3 i casi di aggravanti per morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale.

La Campania si conferma la regione in cima alla lotta al crimine ambientale con 70 ecoreati contestati mentre è la Sardegna la regione con il maggior numero di denunciati (126). L’Abruzzo è in cima per numero di aziende coinvolte (16) mentre la Puglia per numero di arresti (14). In Calabria è stato registrato il numero più alto di sequestri (43). L’Umbria è invece la regione con il maggior numero di reati contravvenzionali contestati (64). In Liguria è stato registrato il maggior numero di persone denunciate (83).

In base ai dati raccolti dal ministero della Giustizia, per l’attività di 87 procure nel 2016, risultano iscritti 265 procedimenti in applicazione della legge 68/2015 con 446 persone indagate e 13 imputate.

Estendendo l’indagine a ritroso fino al 1 giugno 2015, ovvero alla data di inizio dell’applicazione della legge sugli ecoreati, risultano iscritti 467 procedimenti con 651 persone indagate e 17 imputate. Nel 2015 sono stati 41 i procedimenti in tribunale che hanno portato a condanne di primo grado, dei quali 35 per inquinamento e 3 per disastro ambientale.

Anche l’attività delle Arpa, nell’elaborazione dei dati forniti da AssoArpa, sono positivi e in costante aumento. Dal 2015 al 2016 le prescrizioni impartite sono aumentate da 580 a 1296, le asseverazioni sono passate da 183 a 935, mentre il gettito economico è passato da 491mila euro a quasi 2,2 milioni di euro incassati direttamente dalle tasche dei trasgressori. Per il 2016 le Arpa che hanno prodotto più prescrizioni sono state quelle di Emilia Romagna (413), Piemonte (373) e Veneto (190), mentre quelle più impegnate nelle asseverazioni sono state ancora il Veneto (208), poi Lazio (157) e di nuovo Emilia Romagna (115), che ritorna anche per quanto riguarda il gettito economico (oltre un milione di euro), seguita da Piemonte (circa 950mila euro) e Toscana (oltre 550mila euro).

Tra le indagini più significative del 2016 vengono annoverate:

  • Operazione Poseydon, conclusa il 2 novembre dalla Guardia di Finanza e dalla Capitaneria di porto di Taranto con 14 arresti per i delitti di inquinamento e disastro ambientale, oltre che per illegale fabbricazione e detenzione di ordigni e sostanze esplosive.

  • Operazione Panta Rei eseguita dall’allora Corpo forestale dello Stato di Chieti e Pescara che ha contestato i reati di inquinamento ambientale, insieme alle attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, truffa ai danni dello Stato, peculato e abuso d’ufficio.

  • Operazione condotta dai Carabinieri del Ros e dalla Procura di Brescia, che lo scorso novembre ha bloccato una presunta organizzazione criminale dedita alla miscelazione sistematica di rifiuti speciali pericolosi da spacciare come “materiali ferrosi”, con destinazione ricorrente le acciaierie bresciane.

  • Inchiesta Spazzatura d’oro della Dda di Perugia per i reati di disastro ambientale, inquinamento ambientale e altri reati ambientali.

  • Accuse di disastro ambientale colposo e permanente per la gestione della discarica di Malagrotta alle porte della Capitale, indagine portata avanti dalla Procura di Roma.

Articolo originale qui

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La pubblicazione di un libro. Gli scrittori e il mondo editoriale. Parte Seconda: Gli editori indipendenti

07 mercoledì Giu 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, bibliodiversita, desertificazionelibraria, dossier, editoria, editoriindipendenti, PME, scrittori, scrittura, WMI

Il ruolo degli editori indipendenti nel panorama editoriale italiano e internazionale. Bibliodiversità e desertificazione libraria. Editori indipendenti e autori emergenti.

Gli editori indipendenti in Italia sono quelli che si dichiarano paladini della bibliodiversità, capaci di mantenere alta l’asta della libertà d’espressione grazie al fatto di essere liberi autonomi e sovrani nelle scelte editoriali.

Non rispondendo agli interessi di alcuno riescono a garantire ai lettori piena indipendenza. È veramente questo che accade? Gli editori non-indipendenti sono per contro tutti “dipendenti” da qualcuno? Le loro pubblicazioni sono quindi in un certo qual modo “falsate”?

I grandi editori producono molti titoli ma soprattutto stampano innumerevoli copie puntando al guadagno come ritorno per il numero di copie vendute. Un libro che ha venduto molto e che viene magari anche ristampato è identificato come best seller. Un “best seller” nell’immaginario collettivo diventa un “gran libro”, per l’editore è un “successo editoriale” ma nella realtà rimane semplicemente un titolo che ha venduto molto.

Gli editori indipendenti affermano di preoccuparsi più della bibliodiversità, ovvero di curare la diversità culturale applicata ai libri.

In un articolo pubblicato sull’Huffington Post lo scorso aprile e firmato da Leonardo Romei, venivano riportate tutte le risposte date dagli editori indipendenti presenti al Book Pride 2016 (la Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente) in merito al quesito: cos’è una casa editrice?

Le risposte sono molto varie e parlano di progetti culturali, di laboratori, di strumenti per interpretare lo spirito del tempo… nella gran parte dei casi si percepisce il tentativo di battere sull’aspetto culturale, a volte si palesa la concretezza dell’aspetto economico e la risposta data dalle Edizioni E/O sembra sintetizzare al meglio la complessa situazione. Una casa editrice è «una fabbrica di mondi che però deve fari tornare i conti».

Ecco allora che, almeno in qualcosa, gli editori indipendenti cominciano a somigliare di più ai grandi colossi dell’editoria. Nessuno di loro lavora a un progetto culturale per filantropia bensì tutti lo fanno con un fine economico. Permane l’obiezione che vede gli indipendenti paladini della bibliodiversità. Tuttavia spulciando i cataloghi dei grandi editori si trovano anche lì dei titoli bibliodiversi, certo meno sponsorizzati rispetto ai best seller ma pur sempre presenti. E allora dove sta la differenza, oltre ovviamente nelle dimensioni?

La differenza la dovrebbe fare l’utente che in questo caso coincide con il lettore.

I grandi editori possono giocare con i grandi numeri, con le poderose campagne pubblicitarie e con le “vantaggiose” campagne promozionali volte a invogliare i lettori all’acquisto. Cifre che sempre più spesso divengono per nulla competitive per gli editori indipendenti i quali, per tramite dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti (ODEI), hanno presentato una proposta di legge «a favore della promozione della lettura, per il sostegno delle librerie di qualità, delle biblioteche e delle piccole e medie imprese editoriali» nella quale spiccano le richieste di fissare il tasso massimo di sconto al 5% e di una maggiore regolamentazione delle campagne.

Non si può sapere con certezza assoluta se fissando un tetto massimo di sconto si spingerà il lettore a guardarsi attorno con maggiore attenzione e magari se questi decida di acquistare, a parità di prezzo, libri meno sponsorizzati e pubblicizzati, ma di sicuro regolamentando i ribassi del prezzo di vendita si contribuirà a limitare la “svendita” di un libro.

Nel corso della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri Più liberi, tenutasi lo scorso dicembre a Roma, sono stati presentati i dati dell’indagine Nielsen sul mercato generale del libro di carta. Nei primi dieci mesi del 2016 si è registrato un aumento dello 0,2% del mercato del libro di carta corrispondente a circa 2,1 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Ma il problema di fondo ruota proprio intorno ai quesiti: siamo sicuri che dati col segno più siano segnali positivi dell’editoria? Il mercato del libro è davvero come qualsiasi altro settore della commercializzazione dove chi più vende più guadagna e se così è non ci troviamo dinanzi a una situazione simile al casinò dove è il banco a vincere sempre?

In tutta questa vorticosa giostra fatta di numeri dati vendite e guadagni in che posizione si collocano rispettivamente autori e lettori?

Gianluca Ferrara, saggista e direttore editoriale di Dissensi Edizioni, in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano parla delle difficoltà incontrate come conseguenza della scelta di voler restare dalla parte dei lettori. «Il mercato editoriale è un settore delicato, la “fabbrica del consenso” nasce proprio con i libri, infatti sono i pochi gruppi editoriali che controllano la quasi totalità del settore. Posseggono le tipografie dove si stampano i libri, la distribuzione con cui li veicolano, le librerie dove se li vendono e i giornali dove si pubblicano le recensioni.» Gli spazi che rimangono liberi secondo il sistema appena descritto sono pochi ma al giorno d’oggi, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e nuovi strumenti, le possibilità offerte agli indipendenti sono in aumento e loro dovrebbero approfittarne presentando sempre pubblicazioni lodevoli.

Secondo quanto riportato da Jon Sealy in un articolo per Literary Hub, negli Stati Uniti una serie sempre crescente di piccoli editori indipendenti cerca di aggirare gli ostacoli relativi alla distribuzione e alla vendita dei canali tradizionali aprendo dei propri punti vendita, librerie che siano al tempo stesso centri di commercio al dettaglio e aggregazione culturale. In Italia questo ruolo sembra sia stato assegnato alle fiere di settore.

In buona sostanza quindi l’obiettivo dell’editoria indipendente sembrerebbe ben sintetizzato nelle parole di Carlos Fuentes: «Bisogna creare lettori, non dar loro quello che vogliono». Gli indipendenti sognano di creare dei lettori mentre i colossi sognerebbero di creare dei buoni clienti.

I sogni però devono prima o poi scontrarsi con la realtà e, impossibile negarlo, l’Italia è il Paese dei pochi lettori ma soprattutto dei pochi lettori forti. Ciò significa che le persone che leggono regolarmente, che sono appassionate dalla lettura, che vanno a cercarsi dei titoli che esulano dalle classifiche dei best seller, dalla narrativa di genere, dai libri-tormentone… sono in numero ancora più esiguo e che, per contro, coloro che comprano la narrativa o altro genere a prezzo ribassato nei grandi store commerciali o online forse comprerebbero di meno o non comprerebbero affatto se venisse meno la convenienza economica. Lettori che acquistano libri né più né meno di come fanno la spesa al supermercato, dove le offerte speciali e i tre per due vanno per la maggiore.

È già da un po’ che in Italia si parla di ‘desertificazione libraria‘ in riferimento alle librerie storiche o più o meno recenti che chiudono i battenti per vari motivi ma principalmente ciò va considerato una diretta conseguenza della ‘desertificazione progressiva dei lettori’, frutto a sua volta della ‘desertificazione culturale’ che ormai sta diventando strutturale. Persone, famiglie, coppie, giovani e meno giovani, occupati e inoccupati disposti e addirittura bramosi di accollarsi anche un cospicuo numero di rate pur di ‘possedere’ un’auto, un televisore o uno smartphone di ultima generazione ma che storcono il naso dinanzi una pila di libri che sonnecchia in una pressoché invisibile vetrina. E allora sì che in quest’ottica l’impresa portata avanti dagli editori indipendenti diventa ancora più titanica.

In un’intervista rilasciata per Il Giornale, Matteo Chiavarone, direttore editoriale delle Edizioni Ensemble, afferma che essere “indipendente” è bello ma solo se fai dei bei libri, in numero limitato, mantieni una costante attenzione verso esordienti e autori di Paesi poco esplorati, partecipi assiduamente a eventi culturali e fiere di settore.

Per Gino Iacobelli, già editore e presidente di ODEI, la casa editrice indipendente è «un’azienda che parla con lo scrittore ma anche con il tipografo. Lavora a stretto contatto con tutta la filiera. Gli indipendenti scelgono sempre in virtù di una passione, pur non vergognandosi di gioire dei successi economici ed editoriali».

Se da un lato l’Italia è il Paese dei pochi lettori dall’altro è il regno degli scrittori in erba. Tutti gli editori, grandi e piccoli, indipendenti e non, dichiarano di ricevere decine o centinaia di manoscritti, quotidianamente. Iacobelli sostiene che questo va sempre e comunque visto come un qualcosa di positivo e che ogni editore è libero di scegliere se puntare sulla scrittura oppure sulle idee, magari in questo caso ritornando a lavorare sulla scrittura insieme con l’autore.

E ci sono stati molti casi di “grandi successi” letterari portati avanti da editori indipendenti. Nuovi autori scoperti o scrittori riscoperti, stranieri valorizzati oppure ancora “idee” in cui si credeva fermamente. Il “successo” riscosso dagli editori indipendenti sembra essere quasi sempre legato alle rigide scelte editoriali e all’accurata selezione preventiva dei titoli da inserire nel proprio catalogo per cui è lecito pensare che un autore emergente e non che intende rivolgersi a un indipendente per sottoporre un proprio manoscritto debba preventivamente visionare tutta la linea del catalogo e riflettere, con una quanto maggiore gli riesce obiettiva autocritica, valutare la propria scrittura oppure, quantomeno, la qualità delle proprie idee.

Articolo originale apparso sul numero 49 di Writers Magazine Italia – La Rivista di riferimento per chi scrive diretta da Franco Forte.

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Quanto è importante dibattere e riflettere sull’identità nazionale? ‘Italia mia’ è il tema di èStoria2017 (Gorizia, 25-28 maggio)

24 mercoledì Mag 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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È davvero inutile parlare di «un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia e libera dalle lotte di fazione e di comune» come cantava Francesco Petrarca oppure la riflessione sull’identità italiana è il tema politico-storiografico «più rilevante oggi» come afferma Adriano Ossola, ideatore e curatore del Festival èStoria?

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Come gli altri anni il Festival èStoria, giunto alla XIII edizione, sarà caratterizzato dalla volontà di allargare lo sguardo verso orizzonti internazionali, pur mantenendo fisso l’interesse verso l’identità nazionale, e permarrà anche l’intreccio e il connubio tra varie discipline (storia, letteratura, arte, economia, musica, cinema, archeologia). E in effetti, scorrendo il programma delle giornate conclusive che si terranno dal 25 al 28 maggio, si nota fin da subito l’eterogeneità degli eventi e degli incontri, anche per gli stessi temi che spaziano dall’analisi di fatti e accadimenti storici alla presentazione delle eccellenze del territorio, dal ricordo della strage di Capaci e dell’assassinio di Aldo Moro ai dibattiti su migrazioni e Costituzione, dai progetti europei per la didattica al racconto dei mali che affliggono il nostro Paese…

Lo scopo prefissosi dal direttore Ossola è il riuscire a interrogarsi sull’identità italiana «senza retorica o assunti pregiudiziali». Cercando di smontare i luoghi comuni ma chiedendosi, al tempo stesso, quali ne siano le origini. Bisognerebbe chiedersi anche quanto sia importante comprendere e assimilare l’identità nazionale per imparare a sentirci cittadini del mondo prima e cittadini europei poi.

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La proiezione, martedì 23 maggio al Kinemax di Gorizia, di Todo Modo, un film di Elio Petri tratto dal romanzo di Sciascia, il quale lo ha definito «un film pasoliniano, nel senso che il processo che Pasolini voleva e non poté intentare alla classe dirigente democristiana oggi è Petri a farlo. Ed è un processo che suona come un’esecuzione…» e l’inaugurazione dello Spazio giovani Trgovski Dom di giovedì 25 maggio dedicata al ricordo dell’uomo e del magistrato «lasciato solo a combattere la mafia», di sua moglie e degli agenti di scorta che persero la vita nell’attentato di Capaci sono appuntamenti necessari per tentare almeno di capire la Storia e il percorso del nostro Paese. Utili anche per indicare nuove vie da percorrere per l’evoluzione in senso inverso o perlomeno diverso dello stesso.

Previsto per venerdì 26 maggio in mattinata il dibattito sulla lingua italiana. Tra le più studiate all’estero, secondo recenti ricerche, «in patria non ha (né ha avuto) vita facile», alle prese ieri come oggi con numerose “insidie” che vanno «dai dialetti agli anglicismi, dai social network alla condizione della scuola».

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Una “condizione”, quella della scuola italiana, al centro della discussione e punto focale del progetto europeo di ricerca e divulgazione didattica che ha coinvolto scuole e università in Italia, Austria, Germania, Slovenia e Francia. Un progetto ambizioso e auspicabile fin dal titolo: Insegnare la guerra, educare alla pace.

E sempre nella giornata di venerdì 26 maggio è previsto il convegno su Il giorno più lungo della Repubblica, un confronto sul Caso Moro per meglio comprendere cosa abbia realmente rappresentato per la società italiana. Un’analisi «della più grande cesura del nostro passato», un viaggio a ritroso in un’Italia che non c’è più ma che ancora «ci interroga da vicino».

Un evento imponente, il Festival Internazionale della Storia, con i suoi circa 150 appuntamenti, tra convegni presentazioni dialoghi spettacoli mostre proiezioni di film… e 200 ospiti tra storici giornalisti studiosi artisti e testimoni. Numerose inoltre le scuole e le associazioni coinvolte per il tredicesimo appuntamento che vuole portare «al centro della scena la storia come motivo di dialogo» perché il “dialogo” è sempre una scoperta, una apertura, una conoscenza e bisogna imparare a conoscerlo e usarlo, esattamente come i concetti identità nazionale e patria considerando che questa è, nelle parole di Gian Antonio Stella, «una matrioska, ognuna ne contiene un’altra e s’inserisce in un’altra».

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Agency per la disponibilità e il materiale

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#25aprile : che sia vera #Liberazione

25 martedì Apr 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il 25 aprile è la ricorrenza di un atto di grande coraggio, che poi politicamente lo si condivida o meno è un altro discorso. La ‘liberazione’ del proprio Paese dal governo fascista della Repubblica Sociale italiana e dall’occupazione nazista da parte di ragazzi e ragazze, uomini e donne che hanno scelto di rischiare la vita per il futuro del proprio Paese, in nome dell’affrancamento dall’oppressione e per rincorrere la libertà, è un gesto che merita comunque onore e rispetto.

Il primo anniversario della Liberazione, nel 1946, ha avuto luogo pochi giorni prima del referendum del 2 giugno, quello con cui il popolo italiano scelse di far diventare l’Italia una Repubblica. Nuto Revelli, già ufficiale e partigiano italiano, ha raccontato che risalendo «le valli a parlare di monarchia e repubblica, a portare il discorso nuovo del partito d’azione» incontrava solo «diffidenza e paura». I partigiani sembravano spariti oppure si erano «trasformati in elettori», così i «partiti dei fucili si erano trasformati nei partiti delle tessere», sottolinea Giovanni de Luna, docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino, ricordando le parole di Revelli sulle pagine della Treccani.

Il terzo anniversario della Liberazione invece cadde a una settimana esatta dal 18 aprile del 1948, ovvero dalla votazione di una «costituzione materiale che riconosceva nell’anticomunismo (e non nell’antifascismo) il suo principio ispiratore».

Guido Neppi Modona, magistrato italiano, ha parlato di «un ‘oscuro senso di colpa’ verso i militanti della mussoliniana RSI» al punto che si è arrivati alla «equiparazione tra le parti in causa, per additare nei partigiani i responsabili morali della disunione nazionale, di una lotta fratricida». Una pagina di Storia italiana «da rimuovere, dimenticare» anche perché, stando alla sentenza del Tribunale Militare del 26 aprile 1954 non devono esserci più «dei tollerati, degli umiliati e dei reietti, cui si possa, ad ogni istante, rinfacciare un passato che fu piuttosto opera del fato». Affermare che le colpe non debbano ricadere su qualcuno a caso è più che legittimo ma sostenere che quanto accaduto tra il 1939 e il 1945 sia mera opera del fato suona quanto meno illusorio, per non dire ingannevole.

Quel che è certo comunque è che i partigiani dal giorno successivo alla Liberazione dell’Italia, o forse dal giorno stesso, invece di diventare gli eroi della Patria, sono diventati invisibili. Viene da chiedersi cosa esattamente si festeggi nella ricorrenza del 25 aprile e chi lo festeggia.

Sono anni ormai che alla vigilia della ricorrenza invece di approfondire gli aspetti che l’hanno originata, gli esempi da riportare, gli aneddoti da far conoscere… il dibattito pubblico viene falsato dalle posizioni politiche ostili, dai rappresentanti di Comunità che puntano il dito. Se si è sempre implicitamente presa per buona la sentenza del Tribunale Militare volta a non creare ‘reietti’ allora ci si chiede perché generi tanto scompiglio la partecipazione al corteo del 25 aprile, organizzato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), di una delegazione di palestinesi di oggi anche se il passato Gran Muftì si era alleato con Hitler. Anche gli italiani erano suoi alleati. E lo studio della Storia della seconda guerra mondiale ci ha insegnato che mai come in quegli anni i nemici di oggi erano gli alleati di domani e viceversa. E, sempre ritornando alla suddetta sentenza, se tutto questo lo si è imputato semplicemente al fato che colpa ne avranno mai i palestinesi di oggi delle azioni del passato Gran Muftì guidato anch’egli forse da un beffardo fato?

In un comunicato dalla Segreteria Nazionale ANPI fanno sapere che «è in atto una vergognosa offensiva». In effetti il sentore è quello. Il medesimo raccontato da Neppi Modona e ripreso da De Luna il quale ricorda che su testate giornalistiche come «Il Giornale d’Italia» oppure «Il Tempo» si leggevano giudizi che oscillavano tra «l’ironico ridimensionamento delle figure dei partigiani (“rubagalline” e pronti solo ad andare in soccorso al vincitore) e le esplicite denigrazioni personali, con frammisti apprezzamenti sulla viltà (nascosti nei conventi vaticani) e ingiurie sulla mancanza di “onore” degli antifascisti».

Una opinione che plasmava tutti tant’è che una circolare del 1955 inviata dal ministero della Pubblica Istruzione ai presidi di tutte le scuole italiane li invitava a festeggiare, il 25 aprile, «l’anniversario della nascita di Guglielmo Marconi».

Spiace dover constatare che la situazione grossomodo persiste.

De Luna sottolinea come il ricordare il 25 aprile 1945 deve significare innanzitutto «dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza», quella vera; conoscere la storia del giorno in cui l’Italia ha riconquistato la libertà e lo ha fatto «grazie all’impegno attivo di una esigua minoranza», attraverso una lotta «che rifiutava gli orpelli di ‘Grande guerra’, una guerriglia densa di imboscate e rastrellamenti, di fughe affannose e riusciti colpi di mano». Perché restituire agli italiani «la faticosa quotidianità di quella lotta è anche il modo per rappresentare l’aspetto migliore della nostra identità nazionale, segnato da quell’asciutto senso del dovere riassunto nel motto sei quel che fai». Bisogna però sempre domandarsi quanti italiani si riconoscono nella Resistenza e nella Liberazione e nei valori che esse racchiudono.

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Che tutti gli attori chiamati in causa per la ricorrenza del 25 aprile parlino di necessità di vedute unite non è necessariamente un fattore positivo. Che ci siano diversi punti di vista, anche storici, non è un male. Ciò che invece sarebbe auspicabile è la rivalutazione di una storia reale e collettiva, che collochi eventi e avvenimenti nella realtà in cui si sono svolti, tra i luoghi e le persone, e non solo, come troppo spesso accade, negli «artifici istituzionali».

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Italia: Tortura, G8, Diaz, Bolzaneto. La condanna della Corte europea e l’iter infinito di una legge che tarda ad arrivare

10 lunedì Apr 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Bolzaneto, Diaz, G8, Genova, Italia, italiani, paura, violenza

 

Sono trascorsi quasi 16 anni dall’irruzione nella scuola Diaz da parte della Polizia a Genova e dal trasferimento nella caserma di Bolzaneto, 2 dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo ma la legge italiana sul reato di tortura non è stata ancora approvata in via definitiva.

La notte del 21 luglio 2001 in conseguenza degli scontri avvenuti durante tutto il giorno a Genova la Polizia fece irruzione nella scuola Diaz giustificando il gesto come una «perquisizione ad iniziativa autonoma» compiuta allo scopo di cercare armi e black bloc. I testimoni hanno raccontato tutt’altra versione, parlando di «cosa indegna in un sistema democratico». In tutti questi anni tanto è stato detto raccontato e denunciato ma ogni cosa sembra essersi arrestata dinanzi al muro di gomma dell’inadeguatezza delle leggi italiane che non hanno consentito equi processi in primis perché gli agenti, a viso coperto, erano sprovvisti di numero identificativo e secondo poi perché anche chi è stato processato non ha scontato alcuna pena per decorrenza dei termini. In un Paese democratico ciò non sarebbe mai dovuto accadere.

Il fatto poi che solo oggi, dopo quasi 16 anni, il governo riconosca pubblicamente che «durante il G8 di Genova sono stati commessi abusi e violenze contro i manifestanti» mentre ancora la legge sul reato di tortura rimbalza tra le due Camere sembra quasi una beffa, oltre al danno che innegabilmente c’è stato.

Il Guardasigilli Orlando ha dichiarato nei giorni scorsi, in merito ai tempi di approvazione del ddl, «siamo nella fase degli emendamenti, finalmente mi pare che ci sia la corsa libera in Senato per arrivare in fondo», sottolineando che «il ministro Finocchiaro è al lavoro su questo fronte e credo che potremmo adempiere a un impegno che a questo punto non è soltanto di carattere generale ma anche specifico su quella vicenda».

La relativizzazione alla vicenda della scuola Diaz è certamente doverosa ma un’adeguata legge sul reato di tortura è e sarebbe stata comunque necessaria, anche se quanto accaduto la notte del 21 luglio 2001 non fosse mai successo.

Nel nuovo testo di legge vengono introdotti anche i termini «reiterate violenze», l’agire «con crudeltà» e il «verificabile trauma psichico». Contestualizzazioni che possono far scattare la pena a dieci anni. Sulle violazioni commesse da esponenti delle forze dell’ordine invece si fa un passo indietro e i 15 anni proposti dalla Camera vengono di fatto annullati dall’emendamento approvato in Senato secondo cui «se tali fatti sono commessi da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni o da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni». Sfatando così ancora una volta il mito che funzionari amministratori e governanti pubblici devono rappresentare il corretto esempio ed esemplare deve o meglio dovrebbe essere la pena per coloro che violano la legge, trasgrediscono o commettono reato mentre svolgono e ricoprono il loro incarico ufficiale e pubblico. Se poi parliamo di ‘pubblica sicurezza’ ecco riaffacciarsi l’ombra della beffa che grava su questa come su troppe altre vicende.

Gravissima l’accusa rivolta dai giudici di Strasburgo all’Italia, rea di «aver sottoposto ad atti di tortura e trattamenti inumani e degradanti» le persone condotte nella caserma di Bolzaneto sempre in quella tragica notte del luglio 2001 e di «non aver condotto un’inchiesta penale efficace» complice anche la mancanza di un’adeguata legge sul reato di tortura. Ragazzi e ragazze tra i 18 e i 28 anni subirono insulti e minacce sessuali, furono costretti a denudarsi davanti ai poliziotti, nelle loro celle furono spruzzati gas orticanti, un testimone-vittima affermò di essere stato costretto a inginocchiarsi e abbaiare. Viene da chiedersi cosa esattamente pensavano di ottenere gli agenti che  hanno messo in scena questo squallido teatrino dell’orrore e della perversione. Loro che sono i fautori dell’ordine pubblico quale assetto di civiltà e giustizia intendevano raggiungere?

Con 6 dei 65 cittadini, italiani e stranieri, ricorrenti è stata firmata, lo scorso 7 aprile, una «risoluzione amichevole» in base alla quale il governo italiano si impegna a colmare la lacuna legislativa e predisporre corsi di formazione specifici «sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine», e risarcire ciascuna vittima con «45mila euro per danni morali e materiali e per le spese processuali». L’Italia quindi 16 anni dopo ammette le proprie responsabilità ma non può riconoscere che è stata tortura perché ancora non esiste una legge per questo tipo di reato.

In un articolo scritto nel 2011, in occasione dei dieci anni dai fatti del G8 di Genova, Amnesty International evidenziava i ritardi e gli errori del governo italiano, iniziati ancor prima che il vertice dei ‘grandi’ avesse luogo. Due giorni prima che «oltre 200.000 persone si ritrovassero a Genova per protestare contro il vertice del G8» Amnesty International «chiedeva alle autorità italiane di proteggere i manifestanti, garantendo un uso legittimo della forza da parte degli agenti della polizia». Un appello rimasto evidentemente inascoltato visto che tra il 19 e il 22 luglio del 2001 «Genova divenne teatro di aggressioni indiscriminate da parte degli agenti di polizia verso manifestanti pacifici e giornalisti durante i cortei, violenze ingiustificate nel raid alla scuola Diaz, arresti arbitrari e maltrattamenti nel carcere provvisorio di Bolzaneto». Amnesty  cita minacce «di stupro e di morte, schiaffi, calci, pugni, privazione del cibo, dell’acqua, del sonno e posizioni forzate per tempi prolungati».

Ad aggravare ulteriormente un quadro drammatico e sconcertante è il fatto che nei 10 anni intercorsi dai fatti di Genova all’articolo di Amnesty International «altri episodi hanno chiamato in causa la responsabilità dei corpi di polizia per l’uso delle armi e della forza»:

  • La morte di Federico Aldrovandi durante un fermo (2005).
  • La morte di Gabriele Sandri, raggiunto da un colpo di pistola sparato da un agente della stradale (2007).
  • La morte in custodia di Aldo Bianzino (2007), Giuseppe Uva (2008) e Stefano Cucchi (2009).
  • L’aggressione e gli insulti razzisti denunciati da Emmanuel Bonsu, fermato da agenti della municipale (2008).

La speranza o forse l’ingenuità nel voler credere che siano gli unici.

«Le forze di polizia sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Perché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione degli abusi, il riconoscimento delle responsabilità e una complessiva trasparenza».

Che sia sempre chiaro il ruolo degli agenti e dei funzionari delle forze dell’ordine, che l’esistenza e/o la presenza di frange estreme non diventi una giustificazione o la regola per la prevaricazione dei diritti umani di cittadini e manifestanti, compreso il diritto alla esternalizzazione del proprio dissenso. Affinché sia sempre chiaro e definito e mai si superi il confine che porta dalla Polizia di Stato allo Stato di Polizia.

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© 2017 – 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’epidemia di Ebola diventa un libro: “Intoccabili” di Valerio La Martire (Marsilio, 2017)

05 mercoledì Apr 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Sarà presentato giovedì 6 aprile alle 19:00 presso la Casa delle Letterature in Roma il libro Intoccabili di Valerio La Martire edito da Marsilio in collaborazione con Medici Senza Frontiere. Alla presentazione parteciperà Massimo Wertmuller che leggerà alcuni stralci del libro. Interverranno l’autore e Alessia Arcangeli, infermiera MSF tra i protagonisti del libro. Modererà la serata Laura Berti, giornalista televisiva.

Sono trascorsi tre anni dalla dichiarazione ufficiale della più grande epidemia di Ebola della storia e Valerio Lo Martire ha voluto ricordare questa grave emergenza umanitaria in un romanzo-testimonianza, Intoccabili, la cui idea è nata in seguito al resoconto di quanto accaduto a Monrovia durante la missione a cui ha partecipato il medico italiano Roberto Scaini. Un racconto che «toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta».  Un libro che vuole rappresentare l’emozionante testimonianza di un operatore umanitario e dei suoi colleghi che hanno deciso di «mettersi tra l’Ebola e le sue vittime».

Valerio La Martire: è nato a Roma, ha scritto i suoi primi racconti all’età di dodici anni e pubblicato il suo primo libro nel 2009. Volontario nel mondo ambientalista e copywriter per Medici Senza Frontiere e altre organizzazioni internazionali.

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Legge sui Testimoni di Giustizia: unanimità alla Camera ora passa al Senato. Per la Bindi segnato un punto importante

11 sabato Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Unanimità di voto alla Camera per le nuove disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia e dei loro congiunti, parenti o conviventi. Il testo, scaturito dalle indicazioni della commissione Antimafia a prima firma della presidente Rosy Bindi è stato approvato il 9 marzo 2017 con 314 voti a favore e zero contrari. Passa quindi al vaglio del Senato.

Nonostante i tagli effettuati dalla commissione Bilancio, che hanno considerevolmente ridotto il budget di spesa preventivato per le misure incluse nel provvedimento, la Bindi si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, affermando che si tratta di «un punto importante nella civiltà giuridica del nostro Paese». Per la presidente della commissione Antimafia infatti era intollerabile «continuare a normare con la stessa legge persone che per quanto siano preziose per la lotta alla criminalità, sono diverse profondamente».

Fino a questo momento i testimoni di giustizia, che in Italia sono 78, legalmente venivano accomunati ai collaboratori, che sono invece 1277, anche se la differenza sostanziale, come sottolinea la stessa Bindi, non sta nel numero ma nell’origine. «I collaboratori si sono macchiati di delitti efferati, i testimoni di giustizia invece sono cittadini normali, che hanno subito la violenza delle mafie o assistito e denunciato e si sono recati nelle aule giudiziarie a indicare i colpevoli». Normali cittadini, coraggiosi, che innanzitutto non avrebbero mai dovuto essere accomunati a criminali pentiti mentre avrebbero dovuto da sempre ricevere il pieno totale e incontrastato supporto dello Stato. Sono anni che si discute delle carenze sulla tutela dei testimoni di giustizia i quali, è sempre bene ribadirlo, non hanno commesso reati o crimini di alcun genere ma sono diventati tali in seguito a una testimonianza o una denuncia di un crimine visto o subito. Molti di loro hanno parlato, in interviste o pubbliche dichiarazioni, di una situazione di quasi totale abbandono da parte delle istituzioni, di mancanza di sussidi protezione e difficoltà di reinserimento nella quotidianità una volta terminati i processi, con la pressoché totale impossibilità di trovare una nuova occupazione e deficit anche nella salvaguardia della vita propria e dei famigliari. Al programma di protezione speciale accedeva infatti solo chi era considerato “in pericolo di vita” in base alle indicazioni dell’autorità giudiziaria. La decisione era di competenza della Commissione centrale. E ammesso pure che il testimone rientrasse nel programma ciò non significava automaticamente l’inizio di una nuova vita. A cominciare infatti era una sorta di “latitanza” all’incontrario, non bisognava nascondersi dall’autorità ma dai criminali denunciati e letteralmente scomparire dal mondo conosciuto sino ad allora. In più fino ad oggi, a causa della confusionaria legge in vigore, veniva spesso assimilato ai collaboratori di giustizia. Come a dire oltre al danno anche la beffa.

Al momento della presentazione alla presidente Bindi della proposta di legge votata all’unanimità dalla commissione Antimafia, Davide Mattiello dichiarò che grazie a questa «saranno definiti in maniera più rigorosa i criteri di accesso alle misure speciali, saranno certi i tempi e le modalità di uscita dalle misure speciali ma soprattutto le misure speciali saranno confezionate addosso al testimone e ai suoi famigliari “come un abito sartoriale” per evitare danni e traumi». Danni e traumi che finora, purtroppo, ci sono quasi sempre stati.

Lo scopo dichiarato della proposta, secondo Mattiello, è «aumentare la qualità della vita dei testimoni di giustizia e contenere i costi di protezione».

La proposta di legge della commissiona Antimafia è stata dedicata a Rita Atria, la «giovanissima e coraggiosa testimone di giustizia morta il 26 luglio 1992» affinché «nessun testimone di giustizia debba mai più sentirsi così solo». Sembra quasi un paradosso che la legge scritta, stando alle dichiarazioni della presidente Bindi, per separare finalmente testimoni e collaboratori di giustizia sia dedicata a una persona innegabilmente coraggiosa ma esattamente in bilico tra i due universi.

Vivo apprezzamento al testo della proposta di legge è stato espresso anche dall’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia per tramite del suo presidente Ignazio Cutrò maggiormente perché durante i lavori «ampio spazio è stato dato alle audizioni dei testimoni di giustizia» per cui «le misure di assistenza economica, protezione e reinserimento lavorativo vanno nella direzione da noi voluta» e questo vale «sia per coloro che vivono in località protetta sia per coloro che hanno scelto di non abbandonare la propria terra di origine». Le agevolazioni al reinserimento lavorativo e professionale riguarderebbero soprattutto l’ambito della pubblica amministrazione.

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Rotta Libia-Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef

03 venerdì Mar 2017

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Il rapporto Unicef della serie Child Alert intitolato “Un viaggio fatale per i bambini: la rotta migratoria del Mediterraneo centrale”, stilato in base ai dati raccolti lungo tutto il 2016, parla chiaro: «i bambini e le donne rifugiati e migranti subiscono regolarmente violenza sessuale, sfruttamento, abuso e detenzione lungo la rotta del mar Mediterraneo, dal Nord Africa all’Italia». Tre quarti dei bambini rifugiati o migranti coinvolti nell’indagine ha dichiarato di aver subito «violenze, molestie o aggressioni per mano di adulti durante il tragitto», mentre all’incirca metà delle donne e dei bambini hanno subito «abusi sessuali durante la migrazione – spesso più volte e in diversi punti lungo il viaggio». Molto frequenti sono anche gli abusi verbali e psicologici, le percosse o altre forme di violenza fisica. Gli abusi più frequenti risultano fra le ragazze.

«Occorrono vie e piani di sicurezza sicuri e legali per proteggere i bambini migranti, per tenerli al sicuro», afferma Afshan Khan, direttrice dell’Unicef per l’Europa e Coordinatrice speciale per la crisi dei minori migranti e rifugiati nel continente. Una rotta, quella tra il Nord Africa e l’Europa, «in cui muoiono più persone», controllata per la gran parte «dai trafficanti e da altri individui che vedono come prede i bambini e le donne disperati che sono semplicemente alla ricerca di un rifugio o di una vita migliore».

L’Unicef ha chiesto ai governi nazionali e all’Unione Europea l’adozione di misure necessarie e improrogabili, riassumibili in sei punti:

  • Proteggere i bambini rifugiati e migranti, in particolar modo quelli non accompagnati, da sfruttamento e violenza.
  • Porre fine alla detenzione dei minorenni richiedenti lo status di rifugiato o migranti, introducendo una serie di alternative praticabili.
  • Mantenere unite le famiglie, miglior misura per tutelare i bambini e garantire che sia riconosciuto loro uno status giuridico.
  • Consentire ai minori rifugiati e migranti di studiare e assicurare loro l’accesso a servizi sanitari e sociali di qualità.
  • Intervenire sulle cause che producono i movimenti di massa di migranti e rifugiati.
  • Promuovere misure contro xenofobia, discriminazione ed emarginazione dei bambini migranti e rifugiati, nei paesi in transito e in quelli di destinazione.

Azioni indispensabili per porre rimedio a situazioni strazianti, indescrivibili, ingiuste perché «nessun bambino dovrebbe mai essere costretto a mettere la sua vita nelle mani dei trafficanti semplicemente perché non ha alternative».

Leggi anche – Migrazioni di… organi

Per i governi e l’Unione Europea invece la soluzione sembra essere l’accordo di chiusura della rotta Libia-Italia. Il 2 febbraio scorso è stato firmato, dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni  e dal presidente del “governo riconosciuto dalla comunità internazionale” Fayez al Sarraj, l’accordo che ha come obiettivo l’incarico affidato per la Libia di «impedire gli arrivi e le partenze di migranti e richiedenti asilo provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana». Se anche il governo libico riuscisse a mettere in atto misure valide di ostacolo al transito dei migranti e dei rifugiati siamo certi che questa sarebbe una soluzione valida e a lungo termine? Non si profila il rischio che chiudendo questo canale di transito se ne cerchi subito un altro? Non è forse lecito pensare che giocare al gatto col topo con i trafficanti li renda solo più rabbiosi e violenti? A farne le spese non saranno sempre gli stessi “disperati” che altra scelta non hanno?

In considerazione del fatto che la Libia è un Paese che non riconosce lo status giuridico di rifugiato, è presumibile pensare che i migranti e i rifugiati intercettati saranno imprigionati e forse destinati a subire abusi e torture di cui narrano i soggetti del report dell’Unicef. Lo scorso anno sono sbarcate in Italia 180mila persone che le labirintiche leggi europee non sono riuscite a ricollocare tra i vari stati membri. I numeri sono grandi è innegabile ma bisogna ricordare sempre che si parla di esseri umani, di uomini, di donne, di bambini… di persone che hanno, che devono avere il diritto di trovare in rifugio sicuro. E se si ritiene improponibile la migrazione continua si operi almeno per evitare la distruzione della loro patria di origine, da cui, e questo è sempre doveroso ricordarlo, fuggono per mancanza di alternative non per puro diletto.

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Migrazioni… di organi

14 martedì Feb 2017

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flussimigratori, immigrazione, migranti

Il 7 e l’8 febbraio si è tenuto in Vaticano un summit sul traffico internazionale di organi, indetto dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Monsignor Sorondo, cancelliere dell’Accademia, in apertura ha sottolineato che «il traffico di organi e il “turismo dei trapianti” sono un crimine contro l’umanità». Alla due giorni in Vaticano hanno partecipato rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, concordi sul fatto che intorno all’argomento ci sia ancora «molto silenzio». Troppo.

L’espianto e il reimpianto di un organo non sono pratiche che si possono fare in autonomia o comunque non senza le necessarie conoscenze tecniche e mediche. Dietro, intorno e a fianco al “donatore” e al ricevente non ci può mai essere solo il trafficante. È una rete, una ragnatela nera che imprigiona e condanna i disperati mentre al tempo stesso sembra fruttare infiniti guadagni a chi la tesse e la cela.

Alessandro Nanni Costa, presidente del Centro nazionale trapianti italiano, afferma che il primo ostacolo da affrontare è riuscire a «quantificare il traffico illegale di organi» in modo tale da poter poi «prevedere delle politiche di contrasto condivise a livello internazionale».

Ha destato molto scalpore la presenza della Cina al summit, una nazione che dal 1984 consente la rimozione degli organi da condannati a morte e giustiziati. Monsignor Sorondo ha voluto interpretare la  presenza di questo Paese come la «dimostrazione, da parte dell’attuale governo, di voler cambiare rotta e seguire la dignità umana». Ma per Dafoh (Doctors against forced organ harvesting – Medici contro il prelievo forzato di organi) il Summit on organ trafficking and transplant tourism «non dovrebbe avere luogo senza l’assicurazione che il governo cinese abbia messo fine al suo programma di prelievo di organi». E invita i partecipanti alla due giorni in Vaticano a chiedere a Huang Jiefu, presidente del Comitato nazionale cinese sulla donazione e il trapianto di organi, e al governo cinese di «verificare che qualsiasi prelievo forzato di organi dai prigionieri di coscienza, incluso i membri del Falun Gong (movimento spirituale dichiarato fuorilegge nel 1999, ndr) e qualsiasi altro gruppo prigioniero, sia finito e non riprenderà».

Nella dichiarazione firmata da tutti i convegnisti si invitano i leader religiosi a «incoraggiare le donazioni etiche di organi e condannare la tratta di esseri umani che ha l’obiettivo della rimozione e del traffico di organi» e i governi di tutti i Paesi a «riconoscere come crimine il traffico di organi, compreso l’uso di organi da prigionieri morti per esecuzione capitale». Viene chiesto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, al Consiglio d’Europa, alle agenzie delle Nazioni Unite e a tutti gli organismi internazionali di «cooperare per raccogliere informazioni sul traffico di organi e sulle reti criminali che lo sostengono» e riconosciuto il ruolo dei mass media nella scoperta e nella diffusione di scandali e atti criminali in materia di traffico di organi, come pure si riconoscono i passi avanti fatti nel mondo dopo la firma della dichiarazione di Istanbul, sottoscritta dai partecipanti al Summit Internazionale sul Turismo del Trapianto e sul Traffico di Organi tenutosi in Turchia dal 30 aprile al 2 maggio 2008.

Con la legge 236/2016, entrata in vigore il 7 gennaio 2017, viene inserito nel Codice Penale italiano l’articolo 610-bis “Traffico di organi prelevati da persona vivente”, nuovo reato punito con reclusione multa e interdizione dall’esercizio della professione qualora l’imputato sia un medico. Il reato riguarda anche chi organizza o propaganda viaggi finalizzati al traffico di organi  e/o pubblicizza annunci con qualsiasi mezzo. Il presupposto è naturalmente che gli organi siano trattati illecitamente, ma la disposizione può trovare applicazione anche in caso di violazione della disciplina del trapianto di organi e tessuti prelevati da vivente attualmente in vigore. L’entità delle pene consente l’applicazione della legge italiana anche quando i fatti siano commessi all’estero. Il reato è stato inserito nel Codice Penale tra i delitti contro la personalità individuale, subito dopo le fattispecie di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù e la tratta di persone. Sono dei reati gravi che evocano immagini forti, fotogrammi di un mondo che preferiamo pensare non esista più. Invece la situazione reale è molto più grave di come viene descritta perché la responsabilità di quanto accade non è solo di chi si sporca le mani ma anche di chi pur avendo la coscienza sporca preferisce pensare di non avere nulla a che a fare con tutto ciò.

Leggi anche – Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati

Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie, cura e ascolta i migranti che approdano lungo le coste dell’isola, nel libro Lacrime di sale (Mondadori, 2016), scritto a quattro mani con la giornalista Lidia Tilotta, racconta la sua esperienza e afferma di aver visto molte volte quelle inconfondibili cicatrici sui corpi soprattutto dei giovani. Quasi tutti negano. Ovvio. È la paura che li frena nel parlare. La stessa paura che viene incanalata e diffusa negli europei e li spinge a credere che in realtà queste persone non sono né povere né bisognose, ma hanno tanti soldi e mille pretese. Così il fatto che molti di loro, per procurarsi i soldi del viaggio, vendono un rene o sono costretti a prostituirsi viene dimenticato o ignorato. Bartolo sottolinea il fatto che l’espianto e il reimpianto di un organo che deve continuare a funzionare non possono essere fatti ovunque e da chiunque. Ecco allora che si riaffaccia la “ragnatela nera”. Basta soffermarsi a riflettere.

Atta Wehabrebi, il trafficante divenuto collaboratore di giustizia, ha svelato i retroscena del sistema “a cellule” in base al quale a chi ha la possibilità di pagare in contanti viene garantito l’approdo lungo le coste italiane, documenti per identità false, trasporto per spostamenti verso il Nord Europa. Chi non può pagare invece viene “affidato” al gruppo egiziano dell’organizzazione. Migranti uccisi e depauperati dei propri organi. Il collaboratore ha parlato di gruppi minori operanti in Egitto e Tunisia «non comparabili con gli altri per numero di viaggi e guadagni». Organizzazioni che «non sono in conflitto tra loro anzi collaborano». Delinquenti, certo. A cui però viene resa vita facile da chi dovrebbe ostacolarli e invece latita.

Ancora Bartolo in Lacrime di sale dice che non ci vuole molto a passare «dal traffico di esseri umani a quello di organi umani. Reso ancor più semplice dall’aver trasformato le persone in numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce». Uomini avidi, spietati, che credono solo nel denaro e nel potere, «e non sto parlando di chi organizza la tratta degli esseri umani. Parlo di chi la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia». E l’Occidente guarda annoiato, quasi infastidito, chi vende un rene per scappare dal proprio Paese, per pagare il biglietto di un viaggio troppo costoso, fingendo di non sapere che ogni giorno «piccoli innocenti vengono utilizzati come macchine che forniscono preziosi pezzi di ricambio».

Secondo stime della Global Financial Integrity, la fondazione statunitense considerata uno dei migliori centri di analisi dei flussi finanziari illeciti, il 10% dei 118mila trapianti annui praticati in tutto il mondo è illegale. Mediamente si parla di 12mila trapianti che fruttano al mercato nero e alle organizzazioni criminali internazionali fino a 1,4miliardi di dollari. Un Report dell’Unhcr e dell’International Organization for Migration condotto a Khartoum, capitale del Sudan, parla di almeno 66 casi accertati di rapimento nei soli primi sei mesi del 2015 posti in essere da «gruppi criminali ben organizzati e con ramificazioni internazionali». Rapimenti per cui viene chiesto un riscatto di «14mila dollari per chi ha la famiglia a Khartoum, 30mila per chi ha i parenti in Europa». Chi paga ha salva la vita, chi non paga «finisce nelle mani di aguzzini e diventa merce di scambio sul mercato illegale degli organi».

Alessandro Nanni Costa ha dichiarato che in Italia viene fatto «un attento controllo sulle liste di attesa dei trapianti e verifichiamo se qualcuno scompare all’improvviso». Ma pur ammettendo come valide le misure precauzionali poste in essere dal Centro, l’Italia non è “tutto il resto del mondo”.

Don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo che da anni è attiva sul territorio per fronteggiare il traffico di uomini, ha raccontato che «nel deserto del Sinai sono stati ritrovati centinaia di corpi ai quali mancavano organi vitali come reni, fegato e cuore». Si calcola che negli ultimi anni sono passati attraverso il Sinai circa 60mila profughi, la gran parte provenienti da Eritrea, Etiopia e Sudan. «I rapimenti erano all’ordine del giorno. Poteva capitare che durante uno stesso periodo venissero sequestrate anche 1500 persone. E ancora oggi ci sono fosse comuni sparse per tutte il deserto».

Nanni Costa ribadisce che «i compratori vengono da paesi ricchi e sono spesso arabi, turchi, israeliani, perfino statunitensi. Da noi, come detto, ci sono maglie strette dalle quali è difficile passare».

Nella relazione conclusiva del Summit in Vaticano si legge che il traffico di organi e il turismo dei trapianti è «molto vasto e diffuso in Asia, Messico, America Latina, Egitto, Pakistan, India». Ma si legge anche che «i ricettori sono i malati da Canada, Usa, Europa Occidentale, Paesi del Golfo, Australia», i quali «si trasferiscono temporaneamente in quei Paesi per ricevere l’organo di cui hanno bisogno».

Il traffico illegale di organi e il turismo dei trapianti sono un business che frutta milioni di dollari ma anche una nuova forma di schiavitù ai danni di migranti rifugiati disperati… in un mondo che sembra non dover mai smettere di essere una bilancia, nel quale la differenza tra il piatto in alto e quello in basso alla fine la fanno sempre denaro e potere.

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