Il sistema economico del Sud degli odierni Stati Uniti tra il 1615 e il 1865 ebbe le sue fondamenta nella schiavitù degli afroamericani. Tra il 1790 e il 1860, l’agricoltura di piantagione conobbe un periodo di grande espansione, ma la giustificazione ideologica del paternalismo dei piantatori incontrò l’accanita opposizione degli schiavi. Inoltre, in reazione ai movimenti antischiavisti del Nord, crebbe anche il nazionalismo sudista, che portò alla Guerra civile e, infine, all’emancipazione e alla completa abolizione della schiavitù.
Tutto questo costituisce il pilastro portante del saggio di Enrico Dal Lago Storia della schiavitù americana. Dalla fondazione delle colonie alla Guerra civile (Carocci, 2025, 232 pp., €22), offerto al lettore in una sintesi interpretativa originale e aggiornata.
Il sistema schiavista del Sud degli Stati Uniti ha da sempre attirato l’attenzione degli storici e degli studiosi, sia americani sia europei. L’obiettivo di tutti questi studi sembrava sempre lo stesso: riuscire a conoscere in profondità le radici e il funzionamento di una società per molti aspetti aliena rispetto al resto del Nordamerica, e tuttavia parte integrante della sua storia.
I fattori fondamentali che hanno contribuito a rendere il Sud così enigmatico e difficile da comprendere per la maggior parte degli americani sono legati, in gran parte e fin dal principio, alla presenza stessa della schiavitù, alla sua successiva eliminazione violenta e alla sua eredità di contraddizioni e problemi mai del tutto risolti nel periodo successivo.
Durante quasi tre quarti della sua storia il Sud è stato identificato con l’istituzione della schiavitù e, dopo la sua abolizione, con i problemi di razzismo legati alla presenza dei discendenti degli schiavi che erano stati forzatamente portati dall’Africa all’America.
Lo scopo del libro di Dal Lago è colmare una lacuna nel campo delle pubblicazioni scientifiche sulla storia della schiavitù americana sia negli Stati Uniti che in Europa. Il suo lavoro è una sintesi interpretativa del percorso storico del Sud incentrata sulla schiavitù trattata nel suo contesto economico, sociale, politico e culturale e, allo stesso tempo, vista alla luce delle idee più importanti che sono state alla base dei dibattiti tra le diverse scuole di pensiero e che hanno rappresentato e rappresentano importanti fasi della storiografia fino al momento storico attuale.
Il 12 aprile 1861, meno di un mese dopo la proclamazione del Regno d’Italia, con l’attacco delle forze della South Carolina a Fort Sumter, un forte unionista nella baia di Charleston, ebbe inizio oltreatlantico la guerra tra l’Unione, cioè il Nord, e gli Stati secessionisti del Sud che in gennaio avevano dato vita ai Confederate States of America. La coincidenza fra il 1861 italiano e americano è naturalmente casuale e la almeno apparente assenza di rapporti tra le due date è sottolineata dal fatto che storici italiani e americani lavorano tranquillamente senza sentire il bisogno di guardarsi negli occhi. Ci sono almeno quattro caratteri comuni tra il 1861 italiano e quello americano: il rafforzarsi dei poteri centrali dello stato, la dimensione territoriale, la nazione e, tema di fondo di tutto il secolo, la nascita della modernità1.
La schiavitù, oggi, è anche una questione di memoria. Ma non solo. È sorprendente come, negli Stati Uniti, sia passato stranamente sotto silenzio il 200° anniversario del 1° gennaio 1808 (giorno in cui venne proibita l’importazione degli schiavi). Ricordi e dimenticanze sembrano sovrapporsi confusamente al gran numero di eventi pubblici e accademici che nel 2007 hanno scandito, anche in Gran Bretagna, il bicentenario della legge che introdusse il divieto del commercio di schiavi, seguito poi solo nel 1834 dalla legge che aboliva la schiavitù tout court. La schiavitù scolpisce così la nostra memoria, i suoi processi e le sue implicazioni ma, nel contempo, rafforza i silenzi, gli oblii, nonché le revisioni in conseguenza del fatto che più la storia è cupa, più è complicato indagarla e raccontarla2.
Gli storici americani hanno costruito teorie di grande complessità e hanno utilizzato metodologie proprie di discipline scientifiche diverse per spiegare in modo convincente le origini e il funzionamento di un regime che ha causato la più grande tragedia della loro storia3.
Nel mettere in evidenza come la Guerra Civile americana sia stato un evento globale nello stesso senso della Ribellione dei Taiping o delle rivoluzioni del 1848, poiché legami diretti con questi eventi in termini di commercio, governo e ideologia manifestano i loro effetti in tutto il globo, Bayly propone nella maniera più chiara un fondamentale problema di natura metodologica agli studiosi di storia comparata della Guerra Civile americana e dei nazionalismi europei dell’Ottocento4. Il problema, sottolinea Dal Lago, riguarda il modo corretto di affrontare una comparazione storica di questo genere: se bisogna trattare separatamente i casi analizzati – in questo caso gli Stati Uniti e altri paesi europei – o se si debba invece tenere conto dei numerosi contatti che vi furono tra di loro durante tutto il corso dell’Ottocento5.
Percorso di studi e analisi che l’autore ha ulteriormente sviluppato nel libro Storia della schiavitù americana, esponendo un resoconto dettagliato di quanto accaduto lungo le due sponde dell’Atlantico.
1T. Bonazzi, Un americanista davanti all’Unità d’Italia, ovvero, l’Atlantico mare nostrum, in Itinerari, gennaio 2026.
2T. Casadei e S. Mattarelli (a cura di), Il senso della Repubblica. Schiavitù, Franco Angeli, Milano, 2009.
3E. Dal Lago e R. Halpern, La schiavitù nella storiografia americana: trent’anni di dibattiti, in Acoma, 2000, vol. 18.
4C.A. Bayly, La nascita del mondo moderno, 1780-1914 (2014), Einaudi, Torino, 2009.
5E. Dal Lago, La Guerra Civile americana, il Risorgimento italiano e i nazionalismi europei dell’Ottocento: histoire croisée e histoire comparée, in Giornale di Storia costituzionale / Journal of Constitutional History, 22 / II 2011.
Quotidiani e riviste sono stati lo strumento principale di chi – come l’autore – si è formato nel Novecento, in assetti analogici, e non è semplice per quelle generazioni confrontarsi con la metamorfosi del giornalismo, viverla e comprenderla in tutta la sua radicalità. Capire sino in fondo quanto la rivoluzione digitale sia stata un vero cambio di paradigma. Il cuore del sistema oggi è la rete. Il giornalismo in generale per cui anche quello culturale è una sorta di ecosistema in cui c’è uno scontro continuo tra giornalisti lettori spettatori e ascoltatori, con quest’ultimi che da almeno un ventennio sono sempre più produttori di notizie. La sfera pubblica è sempre più densa, i media sempre più partecipativi. Chi produce e immette notizie anche culturali nella rete cerca il coinvolgimento dell’utente, la costruzione di comunità, la fidelizzazione di clienti. Per Zanchini quello che è cambiato è il concetto di cultura. Di conseguenza anche quello di giornalismo culturale.
Il concetto di cultura è cambiato soprattutto nel secondo dopoguerra, andando a interessare attività umane che solo qualche anno prima non venivano ritenute legittimate a far parte della famiglia dell’arte in senso tradizionale. Per il sistema mediatico ciò ha significato una crescita quasi esponenziale degli spazi dedicati alle attività che occupano appunto gli esseri umani nel tempo libero, e ai protagonisti di questi universi.
La rivoluzione digitale, con la diffusione pervasiva di internet e delle sue innumerevoli applicazioni, ha prodotto profondi cambiamenti non solo nelle nostre abitudini quotidiane e nei più disparati comportamenti individuali e collettivi, ma anche nel campo della cultura, in ragione dell’uso ormai comune delle tecnologie anche per la produzione e la trasmissione del sapere. È facile osservare come i media digitali non sono solo strumenti grazie ai quali comunicare, informarsi, entrare in relazione con gli altri e intrattenersi. Il modo in cui vengono svolte queste attività determina anche, assieme a tutte le molteplici esperienze della vita, l’organizzazione stessa delle strutture percettive e cognitive attraverso le quali vengono elaborate le rappresentazioni mentali.
Molti studi hanno messo in luce come, con la diffusione del web, si rafforzano le capacità individuali di scansione veloce e di selezione, mentre si indeboliscono quelle di attenzione, concentrazione e riflessione, elaborazione logica, attitudine critica, legate precipuamente alla lettura sui mezzi di stampa.
Quando i messaggi passano attraverso lo schermo, inevitabilmente gli elementi emotivi hanno la meglio su quellicognitivi, la reazione immediata come riflesso condizionato (dunque come pregiudizio) ha il sopravvento sulla riflessione mediata di tipo intellettuale (il giudizio), la percezione del reale come istante presente (affermazione del sé) prende il posto della elaborazione del proprio essere nel tempo (responsabilità verso gli altri). In sintesi, nelle nuove forme digitali di fruizione culturale – che dovrebbero sancire il passaggio da una “intelligenza sequenziale” a una modalità percettiva e conoscitiva basata sulla simultaneità e l’ipertestualità1 – sembra affermarsi il primato dell’interruzione rispetto alla concentrazione, della frammentazione rispetto alla continuità, del tempo presente e non della temporalità sedimentata, dell’attualità sull’esperienza. Non si tratta di un semplice cambiamento dei consumi culturali, dunque, bensì dello stile conoscitivo stesso, della tecnica della conoscenza.2
Eppure, sottolinea Zanchini, la frammentazione delle informazioni e la rifeudalizzazione dei saperi erano i due timori principali sino a qualche anno fa. Oggi le preoccupazioni sembrano orientarsi verso i rischi di strapotere dei grandi players globali. Google, Amazon e Meta sono diventati fra i grandi mediatori dell’informazione culturale, con una funzione non dissimile a quella che svolgevano un tempo le poche riviste e i giornali.
I supporti tradizionali per produrre conservare trasmettere ed elaborare il sapere risultano progressivamente soppiantati dai nuovi dispositivi digitali, secondo un processo che si accompagna alla crescente disaffezione nei confronti della lettura tradizionale. Con ciò cambiano anche le risorse stesse della cultura: ora i testi diventano “aperti”, cioè non più completi e definitivamente compiuti, protetti, vincolati a una inequivocabile imputazione di responsabilità dell’autore, bensì continuamente soggetti a possibili integrazioni, revisioni, manipolazioni. Il che implica una metamorfosi del concetto stesso di autore, che ora diviene plurimo e anonimo.
C’è da aggiungere che tendenzialmente all’ubiquità dei media digitali corrisponde la prassi del “nomadismo” mediatico: si può saltare da un mezzo all’altro con grande fluidità, i canali di accesso risultano moltiplicati, si afferma uno schema di esplorazione conoscitiva “per deriva”, in cui la gerarchizzazione delle fonti appare superata, perché conta più il gioco di rimandi, così come la prassi dell’autoassemblaggio delle nozioni mette in crisi la tradizionale autorevolezza dell’autore. Questa tendenza rende sempre più marginale la funzione di “filtro” delle informazioni e delle nozioni svolta dalle aziende editoriali e dalle istituzioni culturali. Fino ad arrivare alla possibilità – complici gli algoritmi di Google – di costruirsi un percorso talmente personale da rendere i media non delle finestre da cui affacciarsi sul mondo, bensì degli specchi in cui ammirare un paesaggio fatto a propria immagine, in cui sono riflesse solo notizie e nozioni che si adeguano alle nostre convinzioni e aspettative, sancendo così il trionfo dell’autoreferenzialità.3
Zanchini sottolinea come oggi, negli ambienti della cybercultura, lettori ascoltatori scrittori giornalisti editori podcaster e influencer non ricoprano più ruoli definiti e circoscritti. Tutto è diventato più fluido, permeabile, sinergico, collaborativo, tra online e offline si assiste non alla semplice sostituzione di un sistema culturale con un altro, quanto alla compresenza di più poli.
Il giornalismo culturale a opera degli intellettuali diviene un luogo di osservazione non secondario per cogliere gli snodi che caratterizzano l’articolato rapporto fra approfondimento scientifico ed esigenze divulgative. Ogni mezzo di comunicazione, anziché essere neutro, riflette i caratteri del sistema dei media nel quale ha origine, implica un proprio linguaggio, particolari strategie stilistiche, gabbie retoriche che hanno molto a che fare con la resa comunicativa dei contenuti. La forma-giornale, in particolare, per le esigenze mediali e di stile che la caratterizzano, rappresenta un prodotto estremamente complesso. Il giornalismo culturale rappresenta una sfida per gli intellettuali che abbracciano questa pratica, che porta a offrire al mondo la propria riflessione e che impone, per questo, un’interrogazione sul senso profondo del proprio lavoro, sulla funzione che può svolgere, sugli effettivi stimoli che può fornire alla produzione culturale in senso ampio. Si tratta non solo di un esercizio di stile, ma di un esercizio di pensiero che rimanda alla valenza etica del lavoro dell’intellettuale, qualificandolo come mestiere concreto in grado di suscitare interesse e motivo di crescita per un pubblico vasto.4
Ed è esattamente su queste tematiche che Giorgio Zanchini ne La cultura nei media invita alla riflessione per un sistema che ormai si articola quasi indistintamente tra l’online e l’offline ma che va, in ogni caso, a incidere sulla formazione culturale e sociale delle persone e, di rimando, sul loro essere cittadini di un mondo che, per quanto sembra spostarsi sempre più nel virtuale, rimane comunque concreto e reale.
Il libro
Giorgio Zanchini, La cultura nei media. Dalla carta stampata alla frammentazione digitale, Carocci Editore, Roma, 2024.
1R. Simone, Presi nella rete. La mente si tempi del web, Garzanti, Milano, 2012.
2M. Valerii, M, Conti Nibali, L. Lapenna, G. Addonisio, La trasmissione della cultura nell’era digitale. Rapporto finale, Censis/Treccani, Roma, 2015.
4G. Mazzoli, Il giornalismo culturale di Carlo Bo. Il mestiere di intellettuale fra critica e divulgazione, su Journals UniUrb, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Urbino, 2005.
L’Africa è costituita da società e popolazioni in movimento, che contribuiscono a renderla una realtà interessante, da osservare e analizzare. Il mosaico dell’Africa sub-sahariana unisce studi e riflessioni su vari problemi e tematiche di quest’area del mondo, approfondendo ambiti trasversali della geografia: la geopolitica, le micro-geografie e la sostenibilità.
La finalità primaria del libro è fornire uno strumento di lettura di una realtà geografica molto complessa, articolata e in continuo cambiamento che alimenta molteplici interessi economico-politici e scientifici.
L’idea che la popolazione occidentale ha dell’Africa è spesso distorta. Sovente corrisponde a quella di un luogo inospitale dove regnano malattia povertà caos conflitti armati. Eppure, ricorda Nicoletta Varani nelle note introduttive, l’Africa è un continente molto vasto, con una varietà di paesaggi e risorse naturali, costituito da società e popolazioni in evoluzione crescita e movimento. All’interno di esso poi, per certo, vi è anche povertà e disuguaglianza, al pari di quanto non vi sia sfruttamento e degrado.
Una realtà la quale, per certo, desta interessa, oggi non meno di quanto sia accaduto in passato.
A poco più di sessant’anni dall’inizio delle indipendenze africane, il Continente ha intrapreso un percorso di sviluppo completamente nuovo. In questi anni recenti, prima della pandemia da Covid-19, ha fatto registrare una rapida crescita demografica – circa 1.3miliardi di abitanti –, e altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che permettono e permetteranno di contribuire allo sviluppo economico e commerciale del Continente.
Nonostante sia stata a lungo considerata un soggetto marginale da condurre per mano sulla strada della civilizzazione, un recipiente passivo di interventi e aiuti provenienti dal Nord, oggi il continente africano sembra aver ripreso in mano il proprio destino offrendo il suo contributo alla comprensione dei fenomeni della contemporaneità. Le grandi civiltà del suo passato e la straordinaria creatività della sua popolazione contemporanea – costituita in gran parte da giovani inseriti nella globalizzazione grazie dalla diffusione capillare delle tecnologie digitali – suggeriscono uno scenario di grande interesse per una teoria sociale che voglia uscire finalmente dall’eurocentrismo per tentare di comprendere le più recenti dinamiche globali.
Spesso gli osservatori europei hanno insistito sull’intrinseca fragilità delle democrazie africane, apparentemente incapaci di raggiungere un adeguato livello di maturazione. Frequenti sono i brogli elettorali e la corruzione delle classi dirigenti. Questi fenomeni, apparsi in un primo momento nel mondo coloniale e postcoloniale, stanno progressivamente investendo anche le democrazie occidentali. Si diffondono a macchia d’olio nei paesi del Nord sempre più alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. Dove si registra un continuo e progressivo indebolimento del tessuto sociale ed economico.1
Varani e Mazza sottolineano che l’Africa sub-sahariana si evidenza come un’area sempre più fornitrice di materie prime, attirando così l’interesse di numerosi imprenditori e compagnie che ritengono l’area africana un nuovo ampio spazio per gli investimenti.
Anche in questo caso la diffusione della pandemia ha rallentato molti finanziamenti a cui vanno sommate le endemiche instabilità di politica interna che caratterizzavano il Continente.
In soli dieci anni – tra il 2012 e il 2022 – sono stati registrati colpi si stato in Burkina Faso, Mali, Ciad e Niger, instabilità costanti nell’area dei Grandi Laghi, Corno d’Africa e Sahel, instabilità endemica in Somalia, il conflitto di Camerun e la guerra in Tigrè.
Negli stessi anni, sia i paesi europei sia gli Stati Uniti, occupati a risolvere crisi e diatribe interne, spesso non hanno dato risposta alle richieste di molti paesi africani circa la fornitura di strumenti di difesa e aiuti per la formazione. La Repubblica Popolare Cinese e la Russia hanno invece risposto alle richieste con partenariati di cooperazione di sicurezza.
Per contrastare l’influenza di Russia e Cina, il Dipartimento della Difesa americano sta elaborando programmi e autorizzando fondi, come emerge anche dallo Strategy and the Congressional National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2023. Per gli autori, a breve sarà visibile una competizione tra grandi potenze: Russia e Cina, entrambe presenti molto attivamente nel Continente e impegnate soprattutto nel Sahel, e gli Stati Uniti.
Il 29 gennaio si è tenuto a Palazzo Madama il vertice Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune, cui hanno partecipato anche rappresentanti dell’Unione Europea e di organismi internazionali quali le Nazioni Unite. La presidente Giorgia Meloni ha dichiarato apertamente che «all’Africa serve l’Europa». Iniziano così le azioni preliminari per l’avvio del Piano Mattei, un progetto strutturato in cinque punti, o pilastri come li ha definiti lo stesso governo italiano: Istruzione e Formazione, Agricoltura, Salute, Energia, Acqua. Pilastri interconnessi tra loro con gli interventi sulle infrastrutture, generali e specifiche in ogni ambito. È prevista inoltra la creazione, entro l’anno in corso, di un nuovo strumento finanziario per agevolare insieme a Cassa depositi e prestiti gli investimenti del settore privato nei progetti del Piano Mattei.
Oggi il continente africano è formato da 55 stati, i quali posseggono quasi i medesimi confini tracciati dalle potenze coloniali europee, con la rappresentazione cartografica che risulta pressoché immutata nell’ultimo secolo. Tale suddivisione non ha mai tenuto conto delle aree culturali comuni, le quali sono state separate senza alcuna discrezione, frammentando centinaia di gruppi etnici, le quattro famiglie linguistiche principali e le numerosissime sottofamiglie, con conseguenti scontri e conflitti.
L’orientamento generale che emerge, nell’analisi dei conflitti africani, è di caratterizzarli come lotte intestine, intra-statali, in apparenza etniche. Si ha la tendenza a spiegarne origine e sviluppo ricercandone un solo registro interpretativo principale, laddove gli stessi protagonisti ne utilizzano più di uno, dando loro il medesimo valore. In Europa e, in genere, sui media occidentali essi vengono rappresentate come brutali e selvagge, dal sapore esclusivamente etnico e perciò arcaiche, incomprensibili. Eppure si tratta di conflitti molto più moderni di ciò che si è portati a credere, legati alle condizioni socio-economiche e ambientali delle terre in cui scoppiano, dove si mescolano registri culturali e umani diversi.
L’Africa è entrata nella globalizzazione ancor prima dell’Europa, tornando a essere al centro degli interessi del commercio globale sia per le materie prime che per le infinite possibilità economiche che offre, inclusi i traffici illeciti. In molti casi ciò non ha fatto che acutizzare o far emergere vecchi conflitti mai del tutto sopiti o addirittura crearne di nuovi.2
Il continente africano è estremamente ricco di risorse naturali e detiene il 65% della terra arabile del pianeta. Eppure l’Africa detiene il primato del continente che ritrova molti dei suoi paesi nella parte più bassa della graduatoria ISU – Indice di Sviluppo Umano.
Benché la povertà non sia una causa diretta dei conflitti, essa rappresenta certamente un incentivo, poiché strettamente connessa all’appropriazione di ricchezza e risorse e, conseguentemente, all’illegalità e alla violazione dei diritti umani. L’estrema competizione per le risorse svolge un ruolo determinante per l’instabilità regionale, anche per via di alleanze di potere, talvolta implicite, tra uomini d’affari locali, signori della guerra e multinazionali. Lo stretto legame tra sfruttamento delle risorse minerarie e il finanziamento di guerre e conflitti è ormai noto. Basti pensare alla Repubblica Democratica del Congo.
La Grande guerra d’Africa è stato il risultato di un insieme di conflitti diversi, collegati tra loro al nodo centrale del conflitto tra il governo di Kabila e i suoi ex alleati ruandesi. Almeno sei paesi (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad) si combatterono con proprie truppe sul territorio congolese. A ciò vanno aggiunte le varie guerriglie il cui computo è tutt’ora arduo. Così, a partire dall’epicentro congolese, tutta l’Africa centrale è stata travolta, impoverendosi. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, circa un terzo dei congolesi vivrebbe ancora oggi in uno stato di denutrizione e sottoalimentazione grave.
Anche in Congo, come prima in Liberia e in seguito nel Sahel o in Nord Mozambico, il warlordismo ha cambiato pelle ed è diventato a pieno titolo un attore del caos indotto dalla globalizzazione competitiva, nel quale soggetti di tipo molto vario concorrono per il potere e le risorse.3
I megatrend, come il cambiamento climatico, la digitalizzazione, la crescita demografica e l’urbanizzazione, stanno trasformando tutti gli aspetti della politica, dell’economia e della società in Africa. Di conseguenza, influenzano anche le dinamiche dei conflitti, alterando i modelli di intervento straniero nelle aree di crisi. Nell’analisi degli autori, emergono due aspetti principali: la gamma dei poteri di intervento si sta allargando e si interviene sempre più a distanza, delegando. Al momento sono tre i paesi i quali maggiormente stanno intervenendo in un numero crescente di conflitti africani: Emirati Arabi Uniti, Turchia, Russia.
Il fallimento delle politiche di sviluppo economico di molti stati africani ha generato forti discrepanze sulle direzioni dei modelli di cooperazione per lo sviluppo. Si è fatta sempre più largo la consapevolezza che la cooperazione Nord-Sud potesse rappresentare un ostacolo allo sviluppo di aree fragili, trovando l’unica alternativa nella strategia Sud-Sud.
La cooperazione Sud-Sud è una comune iniziativa sviluppata su esperienze condivise che coinvolgono stati del Sud, sulla base di obiettivi comuni con finalità di solidarietà e collaborazione tra eguali, riconoscendo la necessità di migliorare l’efficacia di suddetta cooperazione allineando le iniziative alle priorità di ciascun stato.
Così pensata, la cooperazione Sud-Sud certifica il trasferimento di risorse, tecnologie e conoscenze tra i paesi in via di sviluppo, inserito all’interno delle rivendicazioni di un passato coloniale e post-coloniale condiviso, e ancorato nel quadro più ampio di promozione del valore collettivo del Sud.
La riformulazione delle pratiche e delle strategie della cooperazione internazionale ha portato all’affermarsi, sulla scia dell’iniziativa Sud-Sud, della cooperazione triangolare. Gli autori ritengono essa si sia manifestata per la necessità di uno strumento più efficace per favorire strategie di sviluppo territoriale.
L’espressione si riferisce allo scambio diretto di conoscenze esperienze competenze risorse e know-how tecnico fra i paesi in via di sviluppo, spesso con l’esistenza di un donatore o di un’organizzazione multilaterale.
L’Agenda 2063 è il Piano di sviluppo per l’Africa per raggiungere uno sviluppo socio-economico inclusivo e sostenibile nell’arco di cinquant’anni.
Le società dell’Africa sub-sahariana sono fortemente condizionate da un crescente sentimento d’apertura verso sistemi democratici integrati in un’economia di mercato. Varani e Mazza ritengono evidente che la risultante di questi cambiamenti porti in dote tensioni sociali e conflitti su più scale, giustificando il riaffiorare di un certo pessimismo verso i processi di democratizzazione.
Ancora oggi, difatti, la transizione socio-economica che investe il continente è frutto di logiche neocoloniali espresse dalla pressione occidentale volta all’adozione di un modello neoliberale.
Il colonialismo è mai davvero finito, oppure è stato semplicemente adattato ai tempi?
La società coloniale, fondata sulla dominazione, è inseparabile dalla società colonizzata, oggetto della dominazione. Oltre che dalla messa in rapporto delle differenze culturali, la situazione coloniale nasce dagli scarti stabiliti fra i suoi elementi costitutivi e dalla logica inegualitaria che ne organizza le relazioni. Dal punto di vista formale, queste relazioni si stabiliscono tra una minoranza demografica costituita in maggioranza sociologica dalla dominazione che esercita, cioè la società coloniale, e una maggioranza demografica ridotta allo stato di minoranza sociologica, che è poi la società colonizzata.4
La presidente Meloni ha dichiarato alla stampa che la logica del Piano Mattei è quella di una piattaforma programmatica, in una collaborazione da pari a pari che dovrà stabilire anche i contenuti esatti del testo. Il capitolo più delicato del Piano – che omaggia il fondatore dell’Eni Enrico Mattei e per questo ampiamente criticato proprio per il suo essere un nome di rimando coloniale – è il progetto già in essere dell’elettrodotto Elmed fra Italia e Tunisia e l’iniziativa per lo sviluppo di biocarburanti in Kenya.
Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki, ha sottolineato l’apprezzamento verso il cambio di paradigma nei rapporti con l’Africa ma ha anche dichiarato che avrebbe preferito essere consultato sui punti del Piano stesso.
L’Africa è per certo un Continente ricco di criticità ma, accanto a queste, gli autori hanno voluto sottolineare l’infinita serie di potenzialità che potrebbero e dovrebbero rappresentare degli strumenti utili per ridefinire le strategie di sviluppo del territorio, garantendo una maggiore indipendenza su larga scala. Potenzialità che fanno capo, soprattutto, alla consistente presenza di risorse naturali, sulle quali si manifestano gli interessi di paesi occidentali, in quella che per gli autori si presenta come una “nuova colonizzazione”.
Il libro
Nicoletta Varani, Giampietro Mazza, Il mosaico dell’Africa sub-sahariana. Sostenibilità e geopolitica, Carocci Editore, Roma, 2023
1Jean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo. Ovvero, come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.
2Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020.
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