Francisco Goya ha intitolato Il sonno della ragione genera mostri1 una sua celebre incisione del 1797 che raffigura un intellettuale addormentato circondato da animali notturni quali gufi, pipistrelli e linci, a simboleggiare come l’abbandono della razionalità lasci spazio a ignoranza, superstizione, paura.
Il libro L’Occidente è morto a Gaza2 di Randa Ghazy ha come sottotitolo una frase che evoca le medesime immagini: Israele e Palestina: il sonno della ragione.

Gaza è il primo genocidio in mondovisione nella storia dell’umanità, il cui obiettivo strategico non è lo sterminio di tutta la popolazione bensì una parte importante di essa per costringere la rimanente a scappare, abbandonando la propria terra.
Sono anni che i palestinesi avvertono – inascoltati – la Comunità internazionale che la legge della giungla imposta in Palestina, la distruzione del diritto internazionale e l’impunità diffusa di cui gode Israele avrebbero prodotto una dottrina barbarica globale. Ora, quella dottrina disumanizzante e criminale usata per Gaza si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente. Le stesse tattiche vengono usate contemporaneamente il Palestina, Siria, Libano e Iran: dai bombardamenti delle infrastrutture civili – scuole, ospedali e quartieri residenziali – ai massacri di donne, vecchi e bambini innocenti3.
L’Operazione Alluvione Al-Aqsa (con riferimento alla moschea di al-Aqșā di Gerusalemme), vasta e complessa offensiva militare lanciata il 7 ottobre 2023 contro Israele da Hamas, è stata eseguita combinando il fattore sorpresa strategica con un elemento di sorpresa dottrinale, basata su un impiego inaspettato di capacità e tecnologie. L’offensiva è stata, inoltre, condotta simultaneamente in ambiente terrestre, aereo, marittimo e cibernetico. Sono stati impiegati dei razzi in grado di raggiungere Tel Aviv e località israeliane ancora più distanti dalla Striscia di Gaza e droni che hanno preso di mira sensori ad alta tecnologia e torri di comunicazione presenti lungo la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza. In contemporanea, migliaia di miliziani di Hamas e altri gruppi armati palestinesi si sono infiltrati via terra nel territorio israeliano e hanno ucciso o ferito migliaia di persone e preso in ostaggio oltre duecento individui. L’offensiva ha riguardato pure l’ambiente marittimo ma, soprattutto, lo spazio cibernetico. Da oltre un decennio Hamas vanta un proprio dipartimento informatico, impegnato in attività ostili contro Israele. Inoltre, consapevole della condizione di inferiorità rispetto a Israele dal punto di vista tecnologico, Hamas ha cercato di amplificare l’effetto della minaccia, con l’obiettivo di minare il morale del nemico e di galvanizzare quello dei propri sostenitori e simpatizzanti. In questo quadro, l’uso dei social media da parte del gruppo armato palestinese è stato uno strumento strategico rilevante nell’attacco a sorpresa. Durante e dopo l’offensiva del 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas hanno pubblicato decine di video e di immagini, anche cruenti (sparatorie e accoltellamenti, registrati in diretta con semplici telefoni cellulari o con bodycams), per alimentare il terrore e per diffondere un senso di impotenza nella popolazione israeliana. Hamas non ha poi esitato a pubblicare video che mostrano abusi fisici e psicologici sugli individui rapiti, compresi bambini e anziani4.
Il libro di Randa Ghazy però non parla di questo, bensì di tutto ciò che è stato prima dell’attacco del 7 ottobre, le molteplici sfumature di questo progetto coloniale: dalla frammentazione della Palestina e il regime di apartheid al blocco su Gaza che dura ormai da quasi vent’anni. E lo fa cercando di ribaltare quel paradigma-trappola che divide il mondo in buoni e cattivi: occidentali che combattono per la libertà, contro arabi e musulmani barbari, incivili, terroristi.
Il popolo palestinese subisce un’occupazione da decenni, in una regione spartita nel 1916 tra due uomini, Mark Sykes e François George-Picot. In una terra gestita con un “mandato” dalla Gran Bretagna. Utilizzando questo prisma per interpretare questa realtà, diventa evidente che ex paesi coloniali come Regno Unito, Italia e Germania abbiano tutto l’interesse a difendere l’unico paese colonizzatore rimasto in “Medio Oriente”: Israele. E, sebbene la politica e la società israeliana abbiano subito una radicalizzazione pericolosa negli ultimi anni, il progetto di dominare l’intera regione precede di gran lunga la nascita dello Stato di Israele: già prima della sua fondazione, per esempio, movimenti sionisti come il gruppo armato Irgum aspiravano non solo alla Palestina, ma anche alla Giordania.5.
È proprio l’accesso alla terra l’elemento che distingue il colonialismo dal Settler Colonialism (Colonialismo d’insediamento): «Il motivo principale dell’eliminazione non è la razza o la religione, il grado di civiltà, ecc. ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico, irriducibile del colonialismo d’insediamento»6. Per giustificare l’espropriazione, espulsione e successiva eliminazione da parte dei colini, i nativi vengono “razzializzati”, stigmatizzati come non umani, “disumanizzati” per procedere alla loro eliminazione o, solo in seguito e in qualche caso, all’assimilazione biologica e culturale. La motivazione primaria è quella di farli progressivamente sparire e sostituirsi a essi diventando nativi7. Mentre il colonialismo riproduce sé stesso, il colonialismo d’insediamento estingue sé stesso e giustifica il suo operato sulla base dell’aspettativa di una sua futura scomparsa. Nel caso di Palestina/Israele, in realtà, queste strutture antitetiche sembrano essersi intrecciate e non si può ancora parlare di un colonialismo d’insediamento compiuto8.
«Gaza è stata distrutta con la nostra complicità. Con le nostre bombe, il nostro denaro, i nostri voti all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Senza il supporto dei Paesi occidentali, lo Stato d’Israele non avrebbe potuto mettere in atto questi brutali massacri così a lungo»9.
Il 12 settembre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha appoggiato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante a favore di una soluzione a due Stati per Israele e Palestina. Dei 193 membri dell’organismo mondiale, 142 paesi hanno votato a favore della Dichiarazione di New York, 10 contro e 12 si sono astenuti. La risoluzione prevede che l’Autorità Palestinese governi e controlli tutto il territorio palestinese, con un comitato amministrativo transitorio istituito immediatamente dopo il cessate il fuoco a Gaza, dove Hamas non avrà più diritto di controllo10.
Studiando la mappa dei paesi che hanno votato a favore della risoluzione Onu appare evidente che non è appoggiata solo da tutto il mondo occidentale (tranne Ungheria, Israele e Stati Uniti) ma anche da tutto il resto del mondo, praticamente.
Nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, il conflitto dell’area palestino-israeliana si è esteso fino a coinvolgere pienamente il già martoriato Libano, per non parlare della dura contrapposizione armata e propagandistica tra Israele e la repubblica islamica dell’Iran. Agli inizi del 2025, inoltre, una sorprendente ripresa della guerra civile in Siria ha messo inaspettatamente fine al regime baathista retto da decenni dalla famiglia Hasad. Il Medio Oriente, e con esso l’intero bacino del mediterraneo orientale, si trovano in una congiuntura che sembra aver rimesso in discussione le basi stesse della sua stabilità politica. Stretta tra questo conflitto, la guerra d’aggressione russa in Ucraina, la crisi del modello liberal-democratico, e le continue difficoltà in cui si dibattono le economie dei suoi stati principali, l’Unione Europea appare poco più di una spettatrice con scarsa capacità di incidere sugli eventi in corso11.
Le principali guerre tra Israele e alcuni tra i più importanti stati arabi si sono svolte tutte nell’arco temporale della guerra fredda, tra il 1947 e il 1991, e inevitabilmente ne sono state condizionate, come la quasi totalità degli eventi internazionali di quel periodo. Tuttavia, il rapporto tra l’evoluzione del confronto bipolare e i vari scontri arabo-israeliani è stato tutt’altro che diretto o lineare, e almeno fino al 1967 sarebbe una distorsione presentare Tel Aviv come un alleato tout court degli Stati Uniti o gli stati arabi, in particolare l’Egitto nasseriano, come meri clienti dell’Unione Sovietica. Quella distorsione sarebbe poi ancora maggiore se immaginassimo Israele ed Egitto come mere pedine, e non come interlocutori attivi e dotati di ampia autonomia, delle due superpotenze12.
Nonostante le critiche spesso suscitate dalla teoria dello scontro di civiltà, dall’eccessiva semplificazione delle dinamiche conflittuali all’accusa di imperialismo o americanismo mosse all’autore, l’articolo13, così come il volume14, mostrano alcuni punti di forza inequivocabili: innanzitutto la straordinaria capacità di Huntington di cogliere il mutamento epocale nel passaggio dal sistema bipolare, fondato sulle ideologie, a quello post-bipolare fondato sulla cultura. La rinnovata attualità dello scontro di civiltà offre un punto di vista privilegiato per ricostruire l’origine e l’evoluzione del conflitto arabo-israeliano.
Nell’analisi di Huntington, le dinamiche dei rapporti di forza tra due o più parti sono spesso il risultato di una lotta per il potere che ha un fattore scatenante nell’incompatibilità dei rispettivi processi di identificazione. Queste identità culturali, che corrispondono alle civiltà, sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il panorama mondiale dopo il 1989.
La connessione tra cultura e potere passa attraverso la dimensione identitaria e supera la versione ortodossa del neo-realismo: dopo il 1989 popolazioni prima divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee si sono riunificate (es: Germania); società prima unite dall’ideologia a appartenenti a civiltà diverse si sono sgretolate (es: Jugoslavia, URSS). Inoltre, la religione rappresenta l’elemento principale che caratterizza le civiltà dal momento che le maggiori tra esse si sono identificate con le grandi religioni del mondo: si pensi al Cristianesimo, all’Islam o all’Induismo per lo sviluppo della civiltà occidentale, islamica o indù. Il conflitto arabo-israeliano può essere considerato uno dei casi più emblematici di conflitto di faglia – conflitti locali che si sviluppano nell’arco di secoli e affondano le loro radici nella storia, nei quali il territorio rappresenta sempre il punto focale del conflitto d’identità.
L’attuale guerra in corso conferma la natura identitaria, asimmetrica e locale di questo conflitto di faglia. In particolare, i due attori belligeranti locali, Hamas e l’esercito israeliano, hanno scelto di portare avanti le proprie rivendicazioni sacrificando i civili della parte opposta. Il 20 maggio 2024 il Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da entrambe le parti, emettendo mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e i leader di Hamas Yahya Sinwar. Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri.
Le reciproche accuse di sabotare l’accordo di pace continuano a occupare le cronache quotidiane da mesi. Se a questo si aggiunge una narrativa israeliana e una narrativa araba sulle responsabilità del conflitto, a loro volta sostenute, più o meno convintamente, dagli Stati Uniti e da alcuni paesi euruopei da un lato e dalla maggioranza dei paesi islamici dall’altro, si comprende come il possibile incontro tra le due civiltà sia ancora molto lontano. Innanzitutto perché le ragioni alla base dello scontro, da entrambe le parti, non sono venute meno. L’attuale governo israeliano non sembra disposto ad accettare la soluzione dei due stati, sempre più caldeggiata a livello internazionale, che priverebbe Israele di una porzione importante di territorio, dove ancora vivono molti coloni (come in Cisgiordania). La leadership di Hamas, all’opposto, continua a rivendicare l’intera Palestina come il proprio territorio di origine, come la culla della propria cultura15.
Nel libro L’Occidente è morto a Gaza, Randa Ghazy insiste molto sulle responsabilità storiche dei paesi europei nell’ingenerare le congiunture che hanno determinato gli eventi salienti del conflitto israelo-palestinese e l’instabilità dell’intera regione. Sottolinea le mancanze di azioni, equiparandole egualmente a una responsabilità o corresponsabilità. E ritiene fortemente evidente la responsabilità morale dell’intero blocco occidentale nel disastro umano e culturale del popolo palestinese.
«Non era forse la difesa di Gaza anche la difesa della nostra umanità? E perché, dunque, non l’abbiamo protetta?»16.
Cosa può fare il diritto internazionale di fronte a illeciti e crimini commessi da entrambi le parti impegnate nel conflitto? Poco. I tribunali internazionali raccolgono prove ed emettono sentenze: la loro voce è debole, come peraltro quella di molte altre autorità statali e internazionali, ma può legittimare posizioni che altrimenti resterebbero “arbitrarie” o “di parte”: per esempio, gli Stati o l’Unione Europea possono adottare legislazioni o altre misure proprio sulla base della posizione “meno di parte” dei tribunali internazionali e la stessa protesta diventa più “legittima” ove supportata da atti internazionali provenienti da organi più obiettivi17.
Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina è riconducibile a una storia di lungo corso. Allo stesso tempo, il conflitto ha avuto un impatto anche sull’Europa e sulla sua costituzione politica. Il Trattato di Roma, ad esempio, è stato firmato nel 1957, pochi mesi dopo la crisi di Suez del 1956, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica costrinsero il Regno Unito, la Francia e Israele a ritirarsi dal Sinai. Ciò significò, di fatto, la fine del potere francese e britannico nel Medio Oriente. La Comunità europea è stata uno strumento per ricostruire l’Europa politicamente e normativamente all’interno della Comunità Internazionale, dopo due guerre mondiali, l’Olocausto e in un’epoca di decolonizzazione.
Nel tempo, la Comunità europea ha risentito molto della guerra in corso, in particolare dall’embargo petrolifero, ma ha sempre avuto un’influenza limitata sul conflitto stesso. A partire dagli anni ’90 e nel mentre si trasformava in Unione Europea, ha sostenuto principalmente la funzione di mediazione degli Stati Uniti. Ha agito come payer not player18 nel MEPP (Middle East Peace Process– Processo di Pace in Medio Oriente, promosso dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda)19. Oltre a essere il donatore chiave, l’UE ha istituito il processo di Barcellona che ha facilitato la normalizzazione arabo-israeliana nel contesto del processo di pace in Medio Oriente20. Il processo di Barcellona si è interrotto con il fallimento di Oslo, ma il ruolo dell’UE come donatore è rimasto. Pagando per la costruzione di un futuro stato ma essendo di fatto esclusa dalla diplomazia21, l’UE ha iniziato a insistere sulla questione della statualità palestinese, che non era esplicitamente inserita negli accordi di Oslo. All’inizio degli anni 2000, l’UE è stata assorbita dal Quartetto per il Medio Oriente guidato dagli Stati Uniti22. Nell’ambito del Quartetto, ha adottato la politica di non contatto nei confronti di Hamas, dopo la vittoria di quest’ultimo alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condizionato il riconoscimento dei risultati al riconoscimento di Israele da parte di Hamas, alla fine della violenza e all’accettazione degli accordi precedenti. Mentre Hamas ha implicitamente rispettato l’ultima condizione, ha rifiutato le prime due. Non fu trovata alcuna soluzione e la divisione della leadership palestinese si trasformò in una breve guerra fratricida: Hamas prese il potere nella Striscia di Gaza e iniziò il blocco terrestre, aereo e marittimo israeliano della stessa. Alla fine degli anni 2000 il processo di pace era in gran parte fallito. Inoltre, il ruolo degli Stati Uniti come unico mediatore era in declino. Per poter concentrarsi sulla Cina e disimpegnarsi dal Medio Oriente, gli sforzi di Washington hanno iniziato a concentrarsi quasi esclusivamente sulla soluzione della questione iraniana, sia attraverso la graduale inclusione dell’Iran nella regione (ICPOA / approccio di Obama), sia attraverso il contenimento di Teheran con accordi di normalizzazione tra Stati arabi e Israele (approccio di Trump). In questo contesto generale locale, regionale e globale, con l’egida del processo di pace in gran parte scomparso, l’UE si è mossa nella direziona di un approccio basato sulla cultura adhocratica per la gestione delle relazioni con le tre parti principali: Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese (AP)23.
L’adhocrazia è una cultura organizzativa flessibile descritta come un assetto istituzionale intenzionale che garantisce flessibilità nell’adattarsi a circostanze complesse e in rapido cambiamento, oppure come un risultato dell’attuazione delle politiche, sostenendo che il divario tra le politiche sulla carta e le pratiche politiche è destinato a creare ambiguità, imprevedibilità e, in ultima analisi, deviazioni dagli obiettivi politici iniziali24. Entrambi i meccanismi sono presenti nelle relazioni dell’UE con Israele, Hamas e l’AP. Se da un lato l’adhocrazia ha dato flessibilità agli stati membri e alle istituzioni dell’UE e ha dato vita ad alcune iniziative politiche innovative come la politica di differenziazione, dall’altro ha gradualmente minato alcuni principi condivisi dell’UE: la diplomazia e l’impegno verso un ordine internazionale basato sul diritto25.
Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel marzo 2009. Poco dopo, l’Unione Europea ha deciso di congelare l’upgrade delle relazioni con Israele a causa della politica legata agli insediamenti. Ciononostante, grazie all’attuazione della Politica europea di vicinato, le relazioni tra l’UE e Israele hanno continuato a rafforzarsi in settori quali il commercio, la ricerca e l’innovazione, o l’agricoltura.
Dal 2006, Fatah e Hamas non sono stati in grado di superare le loro divisioni: da allora non si sono più tenute elezioni. Entrambe le fazioni hanno cementato il loro dominio autocratico rispettivamente sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. Hanno perseguito però strategie diverse: l’Autorità palestinese collabora con Israele nella Cisgiordania occupata, pur riportando la lotta palestinese alle Nazioni Unite. Hamas ha invece perseguito un’insurrezione armata26 e l’attuale conflitto è stato preceduto da quattro guerre tra Hamas e Israele (2008/9, 2012, 2014 e 2021). Nonostante i ripetuti avvertimenti degli esperti dei think tank statunitensi e dell’UE27, alcuna iniziativa diplomatica è stata promossa dall’UE per affrontare la crisi o per spingere alle elezioni dei rappresentanti democratici dei palestinesi, necessari per negoziati di pace.
Mentre le relazioni dell’UE con Israele e Hamas hanno evidenziato un approccio adhocratico in termini di attuazione delle politiche, nel caso delle relazioni con l’Autorità palestinese è stato il quadro istituzionale dell’UE a provocare risposte adhocratiche, fratturando la stessa Unione e minando il suo impegno inequivocabile per un ordine internazionale basato sul diritto28.
In generale, comunque, le relazioni dell’Unione Europea con Hamas, l’AP e in particolare con Israele non sono dettate da un posizione condivisa, anzi la politica estera, come sottolineato dallo stesso Josep Borrell, è una politica intergovernativa, non è una politica comunitaria29.
Randa Ghazy si chiede se il disinteresse occidentale in generale, ed europeo in particolare, riguardo quanto sta accadendo a Gaza sia motivato dall’orientalismo30 oppure se semplicemente i legami commerciali, militari ed economici con Israele bastino a spiegare la scorta mediatica31 e politica al genocidio.
Ora la domanda da porsi è se davvero siamo noi europei, noi occidentali a guardare ancora attraverso il monocolo dell’orientalismo oppure la situazione è talmente complessa che anche chi ha uno sguardo “privilegiato”, dall’interno, non riesce comunque a essere meno confuso di noi.
La guerra arabo-israeliana, come tutte le guerre, è una grande semplificatrice: crea l’impressione che esistano due fronti opposti, compatti e decisi nella loro reciproca opposizione, al cui interno gli obiettivi siano ben determinati e lo scopo della vittoria chiaro e distinto. Naturalmente non è così. Non solo all’interno di Israele le differenze politiche sono grandi e crescenti, ma anche all’interno del mondo arabo i conflitti sono numerosi e importanti. Tra questi microconflitti il più noto e allo stesso tempo il più ignorato è quello tra arabi e palestinesi. Esso ha avuto momenti “caldi” molto noti, dal settembre nero in Giordania alla guerra civile libanese, dalla creazione del fronte del rifiuto alle varie iniziative terroristiche delle organizzazioni palestinesi.
Il conflitto arabo-israeliano si è sovrapposto a un altro processo storico di più ampia portata: la costruzione di solide e credibili entità statali nel Medio Oriente. A questo fine si può arrivare per vie diverse e più o meno tutte sono già state tentate: il regime forte (come nel caso dei Ba’ath siriano e iracheno e nel caso del Fln algerino); il regime pattizio(Libano); il regime religioso o del mito (Israele). Il punto è che tutte queste strade sono state percorse e nessuna ha assicurato ai diversi regimi la stabilità, la continuità e la sicurezza che vorrebbero32.
Stabilità continuità e sicurezza. Esattamente ciò che chiedono a gran voce i palestinesi i quali, dall’aprile dello scorso anno, hanno iniziato a manifestare chiedendo il diritto di vivere in dignità e pace in patria. I principali obiettivi dei dimostranti erano la guerra genocida di Israele e le nuove ipotesi americane di cancellazione e rimozione, nonché la complicità dei regimi arabi e dell’Occidente. Molto critici anche nei confronti di Hamas e della sua dispendiosa forma di resistenza all’occupazione israeliana. Anche i media arabi come Al-Jazeera non sono stati risparmiati per via della loro acritica copertura delle posizioni di Hamas. I palestinesi vogliono che la guerra finisca in modo da avere la possibilità di rimettere insieme le proprie vite spezzate.
Sull’orlo dell’annientamento e dell’espulsione, solo l’azione collettiva e la solidarietà possono guarire la società palestinese e permettere di reagire alla nuova nakba. Reprimere o distorcere tutto ciò significa rinchiudere i palestinesi in formule politiche fallite, e mettere a rischio il futuro di Gaza. Sebbene si tratti di una sfida apparentemente insormontabile, molti palestinesi sono alla ricerca di nuove strategie di emancipazione anticoloniale in grado di salvaguardare il loro futuro in Palestina, di prendere le distanze dall’esaurimento di una politica e dal settarismo delle attuali leadership, sia a Gaza che in Cisgiordania33.
1F. Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797, 21,6 x 16,2, incisione, serie I Capricci, Madrid, Biblioteca Nacional de Espana.
2R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza. Israele e Palestina: il sonno della ragione, Solferino, Milano, 2026.
3R. Jebreal, dalla Prefazione a R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza, op.cit.
4F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico 2023 – Anno XXV n. VIII.
5R. Ghazy, op.cit.
6P. Wolfe, Il colonialismo di insediamento e l’eliminazione dei nativi, in Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento, E. Bartolomei et.al. (a cura di), DeriveApprodi, Roma, 2017, pag. 58.
7D. Carminati, Il progetto sionista d’insediamento in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism, in América Critica 5 (2), 2021.
8L. Veracini, L’altro cambiamento: il colonialismo di insediamento, Israele e l’occupazione, in Historia Magistra. Rivista di Storia Critica, numero 12, 2013; L. Veracini, Introduzione al colonialismo di insediamento, in Esclusi di E. Bartolomei et.al (a cura di), op.cit.
9R. Ghazy, op.cit, pp. 16-17.
10OnuItalia, UNGA80: sì alla Dichiarazione di NY, Palestina ma senza Hamas, 12/09/2025: https://onuitalia.com/2025/09/12/unga80-si-alla-dichiarazione-di-ny-palestina-ma-senza-hamas/ (Pagina consultata il 12 giugno 2026).
11A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano. Origini sviluppi e prospettive, Roma TrE-Press, Roma, 2025.
12L. Nuti, I conflitti arabo-israeliani nel contesto della guerra fredda, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.
13S.P. Huntington, The Clash of Civilizations, in Foreign Affairs, 1993.
14S.P. Huntington, The Clash of Civilizations and the remaking of World Order, Simon & Schuster, USA, 2011 (prima edizione 1996).
15B. Pisciotta, Lo scontro di civiltà e la guerra di faglia arabo-israeliana,in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.
16R. Ghazy, op.cit, pag. 17.
17C. Focarelli, La guerra a Gaza e il diritto internazionale, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.
18N. Tocci, The Middle East Quartet and (In)Effective Multilateralism, in The Middle East Journale, 67, 1, 2013.
19D. Huber, Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina e la cesura della guerra di Gaza. Da una visione comune alla divisione, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.
20M. Rabbani, Commentary on Policy Brief 1 (The EU’s Construction of the Mediterranean), in MEDRESET Blog, 26 June 2017.
21D. Bouris, The European Union and Occupied Palestinian Territories: State-Building without aState, Routledge, Londra, 2013.
22N. Tocci, op.cit.
23D. Huber, op.cit.
24K. Natter, Ad-Hocratic Immigration Governance: How States Secure Their Power overImmigration through Intentional Ambiguity, in Territory, Politics, Governance, 11, 4, 2023.
25D. Huber, op.cit.
26N. Petrelli, Logoramento e impasse. Un’analisi critica delle strategie di Israele e Hamas (1978 – 2023), in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.
27Si vedano: D. Levy, How to create the conditions for progress in Israel and Palestine, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 29 Luglio 2020; H. Lovatt, Gaza’s fragile calm: The search for lasting stability, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 8 novembre 2018.
28D. Huber, op.cit.
29D. Staunton, Von Der Leyen Does Not Speak for The EU on Israel-Hamas Conflict, Foreign Policy Chief Says, in The Irish Times, 14 ottobre 2023.
30E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2008 (Prima edizione 1978).
31R. Oriani, Gaza, La scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori, People, 2024.
32S. Silvestri, dalla Prefazione a Arabi e palestinesi: tra conflitto e convivenza di Walid Kazziha, IAI – Istituto Affari Internazionali, Roma, Il Mulino, Bologna, 1979.
33B. Abu-Manneh, Palestinesi in lotta contro genocidio e Hamas, in Jacobin Italia, 7 aprile 2025.
Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
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