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Irma Loredana Galgano

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Israele e Palestina: il sonno della ragione

01 mercoledì Lug 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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LOccidenteèmortoaGaza, RandaGhazy, recensione, saggio, Solferino

Francisco Goya ha intitolato Il sonno della ragione genera mostri1 una sua celebre incisione del 1797 che raffigura un intellettuale addormentato circondato da animali notturni quali gufi, pipistrelli e linci, a simboleggiare come l’abbandono della razionalità lasci spazio a ignoranza, superstizione, paura. 

Il libro L’Occidente è morto a Gaza2 di Randa Ghazy ha come sottotitolo una frase che evoca le medesime immagini: Israele e Palestina: il sonno della ragione. 

Gaza è il primo genocidio in mondovisione nella storia dell’umanità, il cui obiettivo strategico non è lo sterminio di tutta la popolazione bensì una parte importante di essa per costringere la rimanente a scappare, abbandonando la propria terra. 

Sono anni che i palestinesi avvertono – inascoltati – la Comunità internazionale che la legge della giungla imposta in Palestina, la distruzione del diritto internazionale e l’impunità diffusa di cui gode Israele avrebbero prodotto una dottrina barbarica globale. Ora, quella dottrina disumanizzante e criminale usata per Gaza si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente.  Le stesse tattiche vengono usate contemporaneamente il Palestina, Siria, Libano e Iran: dai bombardamenti delle infrastrutture civili – scuole, ospedali e quartieri residenziali – ai massacri di donne, vecchi e bambini innocenti3.

L’Operazione Alluvione Al-Aqsa (con riferimento alla moschea di al-Aqșā di Gerusalemme), vasta e complessa offensiva militare lanciata il 7 ottobre 2023 contro Israele da Hamas, è stata eseguita combinando il fattore sorpresa strategica con un elemento di sorpresa dottrinale, basata su un impiego inaspettato di capacità e tecnologie. L’offensiva è stata, inoltre, condotta simultaneamente in ambiente terrestre, aereo, marittimo e cibernetico. Sono stati impiegati dei razzi in grado di raggiungere Tel Aviv e località israeliane ancora più distanti dalla Striscia di Gaza e droni che hanno preso di mira sensori ad alta tecnologia e torri di comunicazione presenti lungo la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza. In contemporanea, migliaia di miliziani di Hamas e altri gruppi armati palestinesi si sono infiltrati via terra nel territorio israeliano e hanno ucciso o ferito migliaia di persone e preso in ostaggio oltre duecento individui. L’offensiva ha riguardato pure l’ambiente marittimo ma, soprattutto, lo spazio cibernetico. Da oltre un decennio Hamas vanta un proprio dipartimento informatico, impegnato in attività ostili contro Israele. Inoltre, consapevole della condizione di inferiorità rispetto a Israele dal punto di vista tecnologico, Hamas ha cercato di amplificare l’effetto della minaccia, con l’obiettivo di minare il morale del nemico e di galvanizzare quello dei propri sostenitori e simpatizzanti. In questo quadro, l’uso dei social media da parte del gruppo armato palestinese è stato uno strumento strategico rilevante nell’attacco a sorpresa. Durante e dopo l’offensiva del 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas hanno pubblicato decine di video e di immagini, anche cruenti (sparatorie e accoltellamenti, registrati in diretta con semplici telefoni cellulari o con bodycams), per alimentare il terrore e per diffondere un senso di impotenza nella popolazione israeliana. Hamas non ha poi esitato a pubblicare video che mostrano abusi fisici e psicologici sugli individui rapiti, compresi bambini e anziani4.

Il libro di Randa Ghazy però non parla di questo, bensì di tutto ciò che è stato prima dell’attacco del 7 ottobre, le molteplici sfumature di questo progetto coloniale: dalla frammentazione della Palestina e il regime di apartheid al blocco su Gaza che dura ormai da quasi vent’anni. E lo fa cercando di ribaltare quel paradigma-trappola che divide il mondo in buoni e cattivi: occidentali che combattono per la libertà, contro arabi e musulmani barbari, incivili, terroristi.

Il popolo palestinese subisce un’occupazione da decenni, in una regione spartita nel 1916 tra due uomini, Mark Sykes e François George-Picot. In una terra gestita con un “mandato” dalla Gran Bretagna. Utilizzando questo prisma per interpretare questa realtà, diventa evidente che ex paesi coloniali come Regno Unito, Italia e Germania abbiano tutto l’interesse a difendere l’unico paese colonizzatore rimasto in “Medio Oriente”: Israele. E, sebbene la politica e la società israeliana abbiano subito una radicalizzazione pericolosa negli ultimi anni, il progetto di dominare l’intera regione precede di gran lunga la nascita dello Stato di Israele: già prima della sua fondazione, per esempio, movimenti sionisti come il gruppo armato Irgum aspiravano non solo alla Palestina, ma anche alla Giordania.5.

È proprio l’accesso alla terra l’elemento che distingue il colonialismo dal Settler Colonialism (Colonialismo d’insediamento): «Il motivo principale dell’eliminazione non è la razza o la religione, il grado di civiltà, ecc. ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico, irriducibile del colonialismo d’insediamento»6. Per giustificare l’espropriazione, espulsione e successiva eliminazione da parte dei colini, i nativi vengono “razzializzati”, stigmatizzati come non umani, “disumanizzati” per procedere alla loro eliminazione o, solo in seguito e in qualche caso, all’assimilazione biologica e culturale. La motivazione primaria è quella di farli progressivamente sparire e sostituirsi a essi diventando nativi7. Mentre il colonialismo riproduce sé stesso, il colonialismo d’insediamento estingue sé stesso e giustifica il suo operato sulla base dell’aspettativa di una sua futura scomparsa. Nel caso di Palestina/Israele, in realtà, queste strutture antitetiche sembrano essersi intrecciate e non si può ancora parlare di un colonialismo d’insediamento compiuto8.

«Gaza è stata distrutta con la nostra complicità. Con le nostre bombe, il nostro denaro, i nostri voti all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Senza il supporto dei Paesi occidentali, lo Stato d’Israele non avrebbe potuto mettere in atto questi brutali massacri così a lungo»9.

Il 12 settembre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha appoggiato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante a favore di una soluzione a due Stati per Israele e Palestina. Dei 193 membri dell’organismo mondiale, 142 paesi hanno votato a favore della Dichiarazione di New York, 10 contro e 12 si sono astenuti. La risoluzione prevede che l’Autorità Palestinese governi e controlli tutto il territorio palestinese, con un comitato amministrativo transitorio istituito immediatamente dopo il cessate il fuoco a Gaza, dove Hamas non avrà più diritto di controllo10.

Studiando la mappa dei paesi che hanno votato a favore della risoluzione Onu appare evidente che non è appoggiata solo da tutto il mondo occidentale (tranne Ungheria, Israele e Stati Uniti) ma anche da tutto il resto del mondo, praticamente. 

Nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, il conflitto dell’area palestino-israeliana si è esteso fino a coinvolgere pienamente il già martoriato Libano, per non parlare della dura contrapposizione armata e propagandistica tra Israele e la repubblica islamica dell’Iran. Agli inizi del 2025, inoltre, una sorprendente ripresa della guerra civile in Siria ha messo inaspettatamente fine al regime baathista retto da decenni dalla famiglia Hasad. Il Medio Oriente, e con esso l’intero bacino del mediterraneo orientale, si trovano in una congiuntura che sembra aver rimesso in discussione le basi stesse della sua stabilità politica. Stretta tra questo conflitto, la guerra d’aggressione russa in Ucraina, la crisi del modello liberal-democratico, e le continue difficoltà in cui si dibattono le economie dei suoi stati principali, l’Unione Europea appare poco più di una spettatrice con scarsa capacità di incidere sugli eventi in corso11.

Le principali guerre tra Israele e alcuni tra i più importanti stati arabi si sono svolte tutte nell’arco temporale della guerra fredda, tra il 1947 e il 1991, e inevitabilmente ne sono state condizionate, come la quasi totalità degli eventi internazionali di quel periodo. Tuttavia, il rapporto tra l’evoluzione del confronto bipolare e i vari scontri arabo-israeliani è stato tutt’altro che diretto o lineare, e almeno fino al 1967 sarebbe una distorsione presentare Tel Aviv come un alleato tout court degli Stati Uniti o gli stati arabi, in particolare l’Egitto nasseriano, come meri clienti dell’Unione Sovietica. Quella distorsione sarebbe poi ancora maggiore se immaginassimo Israele ed Egitto come mere pedine, e non come interlocutori attivi e dotati di ampia autonomia, delle due superpotenze12.

Nonostante le critiche spesso suscitate dalla teoria dello scontro di civiltà, dall’eccessiva semplificazione delle dinamiche conflittuali all’accusa di imperialismo o americanismo mosse all’autore, l’articolo13, così come il volume14, mostrano alcuni punti di forza inequivocabili: innanzitutto la straordinaria capacità di Huntington di cogliere il mutamento epocale nel passaggio dal sistema bipolare, fondato sulle ideologie, a quello post-bipolare fondato sulla cultura. La rinnovata attualità dello scontro di civiltà offre un punto di vista privilegiato per ricostruire l’origine e l’evoluzione del conflitto arabo-israeliano. 

Nell’analisi di Huntington, le dinamiche dei rapporti di forza tra due o più parti sono spesso il risultato di una lotta per il potere che ha un fattore scatenante nell’incompatibilità dei rispettivi processi di identificazione. Queste identità culturali, che corrispondono alle civiltà, sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il panorama mondiale dopo il 1989.

La connessione tra cultura e potere passa attraverso la dimensione identitaria e supera la versione ortodossa del neo-realismo: dopo il 1989 popolazioni prima divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee si sono riunificate (es: Germania); società prima unite dall’ideologia a appartenenti a civiltà diverse si sono sgretolate (es: Jugoslavia, URSS). Inoltre, la religione rappresenta l’elemento principale che caratterizza le civiltà dal momento che le maggiori tra esse si sono identificate con le grandi religioni del mondo: si pensi al Cristianesimo, all’Islam o all’Induismo per lo sviluppo della civiltà occidentale, islamica o indù. Il conflitto arabo-israeliano può essere considerato uno dei casi più emblematici di conflitto di faglia – conflitti locali che si sviluppano nell’arco di secoli e affondano le loro radici nella storia, nei quali il territorio rappresenta sempre il punto focale del conflitto d’identità. 

L’attuale guerra in corso conferma la natura identitaria, asimmetrica e locale di questo conflitto di faglia. In particolare, i due attori belligeranti locali, Hamas e l’esercito israeliano, hanno scelto di portare avanti le proprie rivendicazioni sacrificando i civili della parte opposta. Il 20 maggio 2024 il Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da entrambe le parti, emettendo mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e i leader di Hamas Yahya Sinwar. Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri. 

Le reciproche accuse di sabotare l’accordo di pace continuano a occupare le cronache quotidiane da mesi. Se a questo si aggiunge una narrativa israeliana e una narrativa araba sulle responsabilità del conflitto, a loro volta sostenute, più o meno convintamente, dagli Stati Uniti e da alcuni paesi euruopei da un lato e dalla maggioranza dei paesi islamici dall’altro, si comprende come il possibile incontro tra le due civiltà sia ancora molto lontano. Innanzitutto perché le ragioni alla base dello scontro, da entrambe le parti, non sono venute meno. L’attuale governo israeliano non sembra disposto ad accettare la soluzione dei due stati, sempre più caldeggiata a livello internazionale, che priverebbe Israele di una porzione importante di territorio, dove ancora vivono molti coloni (come in Cisgiordania). La leadership di Hamas, all’opposto, continua a rivendicare l’intera Palestina come il proprio territorio di origine, come la culla della propria cultura15.

Nel libro L’Occidente è morto a Gaza, Randa Ghazy insiste molto sulle responsabilità storiche dei paesi europei nell’ingenerare le congiunture che hanno determinato gli eventi salienti del conflitto israelo-palestinese e l’instabilità dell’intera regione. Sottolinea le mancanze di azioni, equiparandole egualmente a una responsabilità o corresponsabilità. E ritiene fortemente evidente la responsabilità morale dell’intero blocco occidentale nel disastro umano e culturale del popolo palestinese.

«Non era forse la difesa di Gaza anche la difesa della nostra umanità? E perché, dunque, non l’abbiamo protetta?»16.

Cosa può fare il diritto internazionale di fronte a illeciti e crimini commessi da entrambi le parti impegnate nel conflitto? Poco. I tribunali internazionali raccolgono prove ed emettono sentenze: la loro voce è debole, come peraltro quella di molte altre autorità statali e internazionali, ma può legittimare posizioni che altrimenti resterebbero “arbitrarie” o “di parte”: per esempio, gli Stati o l’Unione Europea possono adottare legislazioni o altre misure proprio sulla base della posizione “meno di parte” dei tribunali internazionali e la stessa protesta diventa più “legittima” ove supportata da atti internazionali provenienti da organi più obiettivi17.

Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina è riconducibile a una storia di lungo corso. Allo stesso tempo, il conflitto ha avuto un impatto anche sull’Europa e sulla sua costituzione politica. Il Trattato di Roma, ad esempio, è stato firmato nel 1957, pochi mesi dopo la crisi di Suez del 1956, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica costrinsero il Regno Unito, la Francia e Israele a ritirarsi dal Sinai. Ciò significò, di fatto, la fine del potere francese e britannico nel Medio Oriente. La Comunità europea è stata uno strumento per ricostruire l’Europa politicamente e normativamente all’interno della Comunità Internazionale, dopo due guerre mondiali, l’Olocausto e in un’epoca di decolonizzazione. 

Nel tempo, la Comunità europea ha risentito molto della guerra in corso, in particolare dall’embargo petrolifero, ma ha sempre avuto un’influenza limitata sul conflitto stesso. A partire dagli anni ’90 e nel mentre si trasformava in Unione Europea, ha sostenuto principalmente la funzione di mediazione degli Stati Uniti. Ha agito come payer not player18 nel MEPP (Middle East Peace Process– Processo di Pace in Medio Oriente, promosso dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda)19. Oltre a essere il donatore chiave, l’UE ha istituito il processo di Barcellona che ha facilitato la normalizzazione arabo-israeliana nel contesto del processo di pace in Medio Oriente20. Il processo di Barcellona si è interrotto con il fallimento di Oslo, ma il ruolo dell’UE come donatore è rimasto. Pagando per la costruzione di un futuro stato ma essendo di fatto esclusa dalla diplomazia21, l’UE ha iniziato a insistere sulla questione della statualità palestinese, che non era esplicitamente inserita negli accordi di Oslo. All’inizio degli anni 2000, l’UE è stata assorbita dal Quartetto per il Medio Oriente guidato dagli Stati Uniti22. Nell’ambito del Quartetto, ha adottato la politica di non contatto nei confronti di Hamas, dopo la vittoria di quest’ultimo alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condizionato il riconoscimento dei risultati al riconoscimento di Israele da parte di Hamas, alla fine della violenza e all’accettazione degli accordi precedenti. Mentre Hamas ha implicitamente rispettato l’ultima condizione, ha rifiutato le prime due. Non fu trovata alcuna soluzione e la divisione della leadership palestinese si trasformò in una breve guerra fratricida: Hamas prese il potere nella Striscia di Gaza e iniziò il blocco terrestre, aereo e marittimo israeliano della stessa. Alla fine degli anni 2000 il processo di pace era in gran parte fallito. Inoltre, il ruolo degli Stati Uniti come unico mediatore era in declino. Per poter concentrarsi sulla Cina e disimpegnarsi dal Medio Oriente, gli sforzi di Washington hanno iniziato a concentrarsi quasi esclusivamente sulla soluzione della questione iraniana, sia attraverso la graduale inclusione dell’Iran nella regione (ICPOA / approccio di Obama), sia attraverso il contenimento di Teheran con accordi di normalizzazione tra Stati arabi e Israele (approccio di Trump). In questo contesto generale locale, regionale e globale, con l’egida del processo di pace in gran parte scomparso, l’UE si è mossa nella direziona di un approccio basato sulla cultura adhocratica per la gestione delle relazioni con le tre parti principali: Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese (AP)23.

L’adhocrazia è una cultura organizzativa flessibile descritta come un assetto istituzionale intenzionale che garantisce flessibilità nell’adattarsi a circostanze complesse e in rapido cambiamento, oppure come un risultato dell’attuazione delle politiche, sostenendo che il divario tra le politiche sulla carta e le pratiche politiche è destinato a creare ambiguità, imprevedibilità e, in ultima analisi, deviazioni dagli obiettivi politici iniziali24. Entrambi i meccanismi sono presenti nelle relazioni dell’UE con Israele, Hamas e l’AP. Se da un lato l’adhocrazia ha dato flessibilità agli stati membri e alle istituzioni dell’UE e ha dato vita ad alcune iniziative politiche innovative come la politica di differenziazione, dall’altro ha gradualmente minato alcuni principi condivisi dell’UE: la diplomazia e l’impegno verso un ordine internazionale basato sul diritto25.

Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel marzo 2009. Poco dopo, l’Unione Europea ha deciso di congelare l’upgrade delle relazioni con Israele a causa della politica legata agli insediamenti. Ciononostante, grazie all’attuazione della Politica europea di vicinato, le relazioni tra l’UE e Israele hanno continuato a rafforzarsi in settori quali il commercio, la ricerca e l’innovazione, o l’agricoltura. 

Dal 2006, Fatah e Hamas non sono stati in grado di superare le loro divisioni: da allora non si sono più tenute elezioni. Entrambe le fazioni hanno cementato il loro dominio autocratico rispettivamente sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. Hanno perseguito però strategie diverse: l’Autorità palestinese collabora con Israele nella Cisgiordania occupata, pur riportando la lotta palestinese alle Nazioni Unite. Hamas ha invece perseguito un’insurrezione armata26 e l’attuale conflitto è stato preceduto da quattro guerre tra Hamas e Israele (2008/9, 2012, 2014 e 2021). Nonostante i ripetuti avvertimenti degli esperti dei think tank statunitensi e dell’UE27, alcuna iniziativa diplomatica è stata promossa dall’UE per affrontare la crisi o per spingere alle elezioni dei rappresentanti democratici dei palestinesi, necessari per negoziati di pace. 

Mentre le relazioni dell’UE con Israele e Hamas hanno evidenziato un approccio adhocratico in termini di attuazione delle politiche, nel caso delle relazioni con l’Autorità palestinese è stato il quadro istituzionale dell’UE a provocare risposte adhocratiche, fratturando la stessa Unione e minando il suo impegno inequivocabile per un ordine internazionale basato sul diritto28.

In generale, comunque, le relazioni dell’Unione Europea con Hamas, l’AP e in particolare con Israele non sono dettate da un posizione condivisa, anzi la politica estera, come sottolineato dallo stesso Josep Borrell, è una politica intergovernativa, non è una politica comunitaria29.

Randa Ghazy si chiede se il disinteresse occidentale in generale, ed europeo in particolare, riguardo quanto sta accadendo a Gaza sia motivato dall’orientalismo30 oppure se semplicemente i legami commerciali, militari ed economici con Israele bastino a spiegare la scorta mediatica31 e politica al genocidio. 

Ora la domanda da porsi è se davvero siamo noi europei, noi occidentali a guardare ancora attraverso il monocolo dell’orientalismo oppure la situazione è talmente complessa che anche chi ha uno sguardo “privilegiato”, dall’interno, non riesce comunque a essere meno confuso di noi.

La guerra arabo-israeliana, come tutte le guerre, è una grande semplificatrice: crea l’impressione che esistano due fronti opposti, compatti e decisi nella loro reciproca opposizione, al cui interno gli obiettivi siano ben determinati e lo scopo della vittoria chiaro e distinto. Naturalmente non è così. Non solo all’interno di Israele le differenze politiche sono grandi e crescenti, ma anche all’interno del mondo arabo i conflitti sono numerosi e importanti. Tra questi microconflitti il più noto e allo stesso tempo il più ignorato è quello tra arabi e palestinesi. Esso ha avuto momenti “caldi” molto noti, dal settembre nero in Giordania alla guerra civile libanese, dalla creazione del fronte del rifiuto alle varie iniziative terroristiche delle organizzazioni palestinesi. 

Il conflitto arabo-israeliano si è sovrapposto a un altro processo storico di più ampia portata: la costruzione di solide e credibili entità statali nel Medio Oriente. A questo fine si può arrivare per vie diverse e più o meno tutte sono già state tentate: il regime forte (come nel caso dei Ba’ath siriano e iracheno e nel caso del Fln algerino); il regime pattizio(Libano); il regime religioso o del mito (Israele). Il punto è che tutte queste strade sono state percorse e nessuna ha assicurato ai diversi regimi la stabilità, la continuità e la sicurezza che vorrebbero32.

Stabilità continuità e sicurezza. Esattamente ciò che chiedono a gran voce i palestinesi i quali, dall’aprile dello scorso anno, hanno iniziato a manifestare chiedendo il diritto di vivere in dignità e pace in patria. I principali obiettivi dei dimostranti erano la guerra genocida di Israele e le nuove ipotesi americane di cancellazione e rimozione, nonché la complicità dei regimi arabi e dell’Occidente. Molto critici anche nei confronti di Hamas e della sua dispendiosa forma di resistenza all’occupazione israeliana. Anche i media arabi come Al-Jazeera non sono stati risparmiati per via della loro acritica copertura delle posizioni di Hamas. I palestinesi vogliono che la guerra finisca in modo da avere la possibilità di rimettere insieme le proprie vite spezzate. 

Sull’orlo dell’annientamento e dell’espulsione, solo l’azione collettiva e la solidarietà possono guarire la società palestinese e permettere di reagire alla nuova nakba. Reprimere o distorcere tutto ciò significa rinchiudere i palestinesi in formule politiche fallite, e mettere a rischio il futuro di Gaza. Sebbene si tratti di una sfida apparentemente insormontabile, molti palestinesi sono alla ricerca di nuove strategie di emancipazione anticoloniale in grado di salvaguardare il loro futuro in Palestina, di prendere le distanze dall’esaurimento di una politica e dal settarismo delle attuali leadership, sia a Gaza che in Cisgiordania33.


1F. Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797, 21,6 x 16,2, incisione, serie I Capricci, Madrid, Biblioteca Nacional de Espana.

2R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza. Israele e Palestina: il sonno della ragione, Solferino, Milano, 2026.

3R. Jebreal, dalla Prefazione a R. Ghazy, L’Occidente è morto a Gaza, op.cit.

4F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico 2023 – Anno XXV n. VIII.

5R. Ghazy, op.cit.

6P. Wolfe, Il colonialismo di insediamento e l’eliminazione dei nativi, in Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento, E. Bartolomei et.al. (a cura di), DeriveApprodi, Roma, 2017, pag. 58.

7D. Carminati, Il progetto sionista d’insediamento in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism, in América Critica 5 (2), 2021.

8L. Veracini, L’altro cambiamento: il colonialismo di insediamento, Israele e l’occupazione, in Historia Magistra. Rivista di Storia Critica, numero 12, 2013; L. Veracini, Introduzione al colonialismo di insediamento, in Esclusi di E. Bartolomei et.al (a cura di), op.cit.

9R. Ghazy, op.cit, pp. 16-17.

10OnuItalia, UNGA80: sì alla Dichiarazione di NY, Palestina ma senza Hamas, 12/09/2025: https://onuitalia.com/2025/09/12/unga80-si-alla-dichiarazione-di-ny-palestina-ma-senza-hamas/ (Pagina consultata il 12 giugno 2026).

11A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano. Origini sviluppi e prospettive, Roma TrE-Press, Roma, 2025.

12L. Nuti, I conflitti arabo-israeliani nel contesto della guerra fredda, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

13S.P. Huntington, The Clash of Civilizations, in Foreign Affairs, 1993.

14S.P. Huntington, The Clash of Civilizations and the remaking of World Order, Simon & Schuster, USA, 2011 (prima edizione 1996).

15B. Pisciotta, Lo scontro di civiltà e la guerra di faglia arabo-israeliana,in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

16R. Ghazy, op.cit, pag. 17.

17C. Focarelli, La guerra a Gaza e il diritto internazionale, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

18N. Tocci, The Middle East Quartet and (In)Effective Multilateralism, in The Middle East Journale, 67, 1, 2013.

19D. Huber, Il ruolo dell’Europa in Israele/Palestina e la cesura della guerra di Gaza. Da una visione comune alla divisione, in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

20M. Rabbani, Commentary on Policy Brief 1 (The EU’s Construction of the Mediterranean), in MEDRESET Blog, 26 June 2017.

21D. Bouris, The European Union and Occupied Palestinian Territories: State-Building without aState, Routledge, Londra, 2013.

22N. Tocci, op.cit.

23D. Huber, op.cit.

24K. Natter, Ad-Hocratic Immigration Governance: How States Secure Their Power overImmigration through Intentional Ambiguity, in Territory, Politics, Governance, 11, 4, 2023.

25D. Huber, op.cit.

26N. Petrelli, Logoramento e impasse. Un’analisi critica delle strategie di Israele e Hamas (1978 – 2023), in A. Basciani e L. Nuti (a cura di), Il conflitto arabo-israeliano, op.cit.

27Si vedano: D. Levy, How to create the conditions for progress in Israel and Palestine, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 29 Luglio 2020; H. Lovatt, Gaza’s fragile calm: The search for lasting stability, in European Council on Foreign Relation – ecfr.eu, 8 novembre 2018.

28D. Huber, op.cit.

29D. Staunton, Von Der Leyen Does Not Speak for The EU on Israel-Hamas Conflict, Foreign Policy Chief Says, in The Irish Times, 14 ottobre 2023.

30E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2008 (Prima edizione 1978).

31R. Oriani, Gaza, La scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori, People, 2024.

32S. Silvestri, dalla Prefazione a Arabi e palestinesi: tra conflitto e convivenza di Walid Kazziha, IAI – Istituto Affari Internazionali, Roma, Il Mulino, Bologna, 1979.

33B. Abu-Manneh, Palestinesi in lotta contro genocidio e Hamas, in Jacobin Italia, 7 aprile 2025.


Articolo pubblicato sul numero 80 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Milena Contini e Michela Martignoni, La bella Costa

27 mercoledì Mag 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LabellaCosta, MichelaMartignoni, MilenaContini, recensione, romanzo, Solferino

All’espressione “gli uomini fanno la storia” va data un’interpretazione lato sensu. Gli uomini a cui ci si deve riferire sono gli individui afferenti al genere umano: maschi o donne che siano.

È questo uno dei grandi insegnamenti che il libro di Milena Contini e Michela Martignoni ricorda ai lettori.

La bella Costa (Solferino, 2026, pp. 256, €18) è un romanzo storico centrato sulla figura di Antonietta Galera e sulla città di Genova. Siamo nel 1800 eppure questa donna ha la forza e la determinazione per opporsi a un matrimonio combinato e sposa un uomo molto più anziano di lei di cui è innamorata certo ma con il quale condivide passioni e ideali. Donna impavida dimostra fin dall’inizio di non volersi tirare indietro, per nessuna ragione, dinanzi ai tanti ostacoli che la vita o il destino pongono lungo il suo cammino.

È una donna molto affascinante e riceve numerose attenzioni ma, con grande maestria, riesce a “sfruttare” il suo charme per conquistare potere e influenza in una società nella quale alle donne venivano notoriamente riservate attività differenti. 

La bella Costa, questo il suo soprannome, si appassiona alla politica quale mezzo di trasmissione di ideali e cultura e riesce a raccogliere intorno a sé un salotto culturale tra i più vivaci della città. Un ritrovo frequentato da Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Notorio il fatto che il sermone Su la mitologia che Monti scrisse nel 1825 era stato richiesto dalla stessa Antonietta Costa per le nozze del figlio Bartolomeo con la marchesa Francesca Maria Durazzo. Lei ne fu entusiasta, come della notorietà e del lustro che avrebbe regalato al matrimonio di suo figlio cantato nei versi del celebre poeta. 

La voglia di riscatto e, per certi versi, di rivalsa che animava le scelte di vita di Antonietta Costa Galera era il riflesso del grande sogno che ella ha inseguito con tanto ardore: una Genova più forte in un’Italia più unita. Ella è stata anche una sostenitrice e collaboratrice di Giuseppe Mazzini con cui condivideva sogni e ambizioni.

Questo, in breve, il ritratto della donna che le autrici hanno scelto di raccontare, attraverso il loro romanzo, quale simbolo di una forza che, al pari di quella maschile, ha mosso il mondo e fatto la storia.

Antonietta Costa Galera sembra la reale protagonista del libro. Anche la città di Genova sembra ricoprire un ruolo importante per le vicende che le autrici hanno scelto di raccontare. Eppure, fin dalle prime pagine, il lettore si accorge che l’unico vero protagonista del libro è il popolo. Sono le persone, raccontate con una profonda e commovente umanità. E questo sembra il reale scopo dell’opera scritta a quattro mani da Milena Contini e Michela Martignoni: raccontare la storia d’Italia e di Genova del 1800 attraverso le vicende pubbliche e personali di personaggi noti, in primis Antonietta Galera ma farlo per raccontare ciò che è realmente accaduto. La forza, la sofferenza, la determinazione, gli amori, le passioni, le speranze di un intero popolo che trova, in questo libro, negli abitanti di Genova la sua incarnazione.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La scuola ci salverà”

21 venerdì Mag 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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DaciaMaraini, Lascuolacisalvera, recensione, saggio, Solferino

«La scuola ci salverà» è il titolo molto imperativo che Dacia Maraini ha scelto di dare al suo libro. Perentorie infatti appaio anche le sue idee riguardo la necessità di avvalersi dell’istituzione scolastica per dare una poderosa virata a questa società la quale, ormai, è da tempo che sembra navigare a vista se non essere addirittura alla deriva. 

L’autrice ha raccolto e inglobato nel testo numerosi suoi articoli inerenti e attinenti il mondo della scuola che ha scritto negli anni e che contribuiscono a far apparire il libro come una sorta di percorso, maturato nel tempo. È il destino della società evoluta, al centro della quale Maraini rivendica il ruolo centrale della scuola, anche oggi, in piena pandemia mondiale. 

La scuola è un’istituzione certo ma si compone di persone, e quando si attacca genericamente la scuola tutto ricade sulle persone che la animano. A rimetterci più di tutti poi sono gli studenti. 

Ricorda più volte Maraini la riconoscenza che l’intera società dovrebbe nutrire nei confronti degli insegnanti. Uomini e, soprattutto, donne che lavorano spesso in condizioni difficili, ambienti ostili, malpagati, minacciati per un brutto voto o un rimprovero, costantemente osteggiati perché ritenuti inutili lavoratori di un’istituzione altrettanto inutile, nell’immaginario comune e sempre più condiviso.

Naturalmente non è così e a pagare le conseguenze sono, sempre, i giovani studenti ai quali togliendo istruzione e conoscenza viene tolta la civiltà, la capacità di vivere e agire in un mondo civile. Che non è l’appartenere o meno a una determinata civiltà o etnia. Oppure l’essere o meno cittadino di uno Stato. Imparare a essere un buon cittadino di una società civile è un concetto ben più vasto che va ben oltre il semplice di diritto all’istruzione e al titolo di studio e abbraccia nozioni come il dovere di essere una persona istruita, colta, educata e civile appunto. 

Chi non entra nel mondo della scuola raramente può comprendere il grido di allarme che lanciano gli insegnanti, il medesimo dell’autrice, peraltro anch’essa docente.

La famiglia e la scuola sono gli ambienti che formano gli uomini e le donne di domani. Ignorare le problematiche, le difficoltà, le gravi carenze presenti in uno o entrambi questi ambienti è un grave errore. Un errore che sembra essere diventato sistemico. Ma Dacia Mariani non ci sta e invoca a gran voce la potenza della scuola che ci salverà, deve farlo. E lo farà se gliene diamo modo. Perché ha le potenzialità per farlo. Bisogna però fare in modo che le venga data anche la possibilità. 

La scuola è il luogo più idoneo dove potersi affrancare dalla barbarie dilagante, dalla presunzione di conoscenza che anima dibattiti reali e virtuali, dalla aggressività dilagante, dalla brutalità delle persistenti distinzioni di genere, dal razzismo e dalla xenofobia. Fenomeni tutti che, inutile negarlo, stanno conoscendo una stagione di crescita e prosperità inaccettabili per una società che si ritiene civile. 

La seconda parte del libro è quasi per intero dedicata al racconto di tre distinte storie che ruotano intorno ai temi della povertà e dell’emigrazione. Paralleli tra mondi opposti. Persone che hanno facile accesso all’istruzione e non ne apprezzano le potenzialità da una parte. Persone disposte ad affrontare qualunque avversità pur di avere una possibilità di accesso all’istruzione dall’altra. Pur senza cedere a una banalizzazione che non è mai opportuna, bisogna cominciare ad ammettere che la denigrazione costante che in Italia si fa dell’istruzione, della scuola, degli insegnanti, degli esperti, … di sicuro non porterà mai nulla di buono. 

Pur essendo strutturato in due distinte parti, la prima delle quali molto più giornalistica della seconda, definibile più letteraria in senso stretto, La scuola ci salverà non affronta comunque temi di stretta attualità, quali il dibattito tra didattica in presenza e Dad, oppure i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) destinati alla scuola. Al di là dei tempi di scrittura e stampa è evidente che questa sia stata una scelta precipua dell’autrice, la quale ha voluto dare un’impronta più storico-intellettuale al testo. Permane comunque l’incisività del grido di allarme che esso evoca e invoca e che non può e non deve rimanere inascoltato.

Bibliografia di riferimento

Dacia Maraini, La scuola ci salverà, Solferino Editore, Milano, 2021

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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Quanto incide la scuola su crescita ed economia? “Nello specchio della scuola” di patrizio Bianchi (ilMulino, 2020)

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“Bruciare i libri. La cultura sotto attacco: una storia millenaria”

20 martedì Apr 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Bruciareilibri, recensione, RichardOvenden, saggio, Solferino

Bruciare i libri – Burning the books è il titolo che Richard Ovenden, bibliotecario alla Bodleian Library dell’Università di Oxford, sceglie per il suo libro. Un’espressione che fa inorridire tutti i cultori del sapere e della conoscenza. Un’immagine che rimanda a uno scempio enorme compiuto, materialmente, in diverse occasioni e, letteralmente, ogni qual volta si sceglie di tagliare fondi alle istituzioni (enti, fondazioni, biblioteche, archivi) che questo sapere sono preposte a conservare.

È molto d’impatto rievocare i roghi di libri appiccati dai sostenitori del regime nazista a Berlino il 10 maggio 1933. Anche l’autore lo fa. Anzi è proprio con queste immagini che apre il suo resoconto. Ma è egli stesso a invitare e invogliare il lettore a scavare più a fondo perché gli attacchi incendiari a sapere e conoscenza sono ormai all’ordine del giorno. Metaforicamente parlando, si intende. 

Biblioteche e archivi sono costantemente sotto attacco, apparentemente per i loro enormi costi a fronte della loro ormai palese inutilità, a maggior ragione ora che siamo nell’era digitale. E, man mano che viene protratto e incrementato questo pubblico discredito, vengono diminuiti i fondi e i finanziamenti.

Ma siamo davvero così certi che archivi e biblioteche non servano più?

Il declino continuo delle risorse per archivi e biblioteche è affiancato dall’ascesa delle grandi aziende tecnologiche che hanno di fatto privatizzato l’archiviazione e la trasmissione delle informazioni in forma digitale, trasferendo all’ambito commerciale alcune funzioni delle biblioteche e degli archivi pubblici. Queste aziende hanno obiettivi ben diversi rispetto alle istituzioni che tradizionalmente mettevano la conoscenza a disposizione della società. 

Ovenden sottolinea come, proprio nel momento in cui i finanziamenti pubblici alle biblioteche sono ridotti al minimo, si scopre che anche le istituzioni democratiche, lo stato di diritto e le società aperte sono in pericolo. E non è un discorso riconducibile solo alle dittature del Novecento e a quelle ritenute lontane dalle società occidentali. Si tratta invece di un pericolo reale anche in quelle società che si sentono al sicuro, protette dalla corazza della democrazia, ignorando o dimenticando che questa non è immutabile o inviolabile, essendo al contrario molto fragile e vulnerabile. 

Basti a ciò pensare che i libri e il materiale archivistico sono ritenuti importanti non solo da coloro che desiderano proteggere il sapere, ma anche da chi vuole distruggerlo. 

La vita moderna predilige sempre più ciò che si svolge in tempi rapidi. Gli investitori cercano guadagni istantanei, e le transazioni finanziarie sono tanto automatizzate che in borsa ogni ora se ne concludono miliardi. Mentre, sottolinea Ovenden, la memoria dell’umanità, il sapere creato in tutte le sue innumerevoli forme, dalla tavoletta di argilla alle informazioni digitali, non si limitano mai agli obiettivi immediati. 

Distruggere il sapere è certamente più economico, facile e comodo rispetto al doverlo analizzare, catalogare, salvaguardare e rendere fruibile, ma se anteponiamo la comodità e l’economicità al sapere stesso, ci avviamo sicuramente verso una società meno capace di distinguere il vero dal falso.

Alla questione del perché sia necessario preservare archivi e biblioteche, Ovenden risponde con cinque punti precisi:

  • Facilitano l’istruzione dell’intera società e di sottogruppi specifici.
  • Forniscono un insieme eterogeneo di idee e di conoscenze.
  • Contribuiscono al benessere dei cittadini e al rispetto dei principi delle società aperte, proteggendo i diritti essenziali e favorendo l’integrità di chi prende le decisioni.
  • Forniscono un punto di riferimento fisso e permettono di riconoscere verità e menzogne grazie alla trasparenza, alle verifiche, alle citazioni e alla riproducibilità.
  • Contribuiscono a rafforzare le identità storiche e culturali della società, conservandone la documentazione scritta. 

Chi non percepisce la necessità di preservare la conoscenza e i luoghi in cui essa viene custodita con ogni probabilità non comprenderà neanche l’importanza di una testimonianza come quella di Richard Ovenden. E non riterrà opportuno né doveroso riflettere, tra l’altro, sulla profondità della definizione formulata da Michel Melot: «la biblioteca è una macchina per trasformare la convinzione in conoscenza. La credulità in sapere».

Ed è proprio perché sono in tanti a non percepire l’importanza di tutto ciò che bisogna lottare ancora più strenuamente per preservarlo.

Bibliografia di riferimento

Richard Ovenden, Bruciare i libri. La cultura sotto attacco: una storia millenaria, Solferino, Milano, 2021. 

Titolo originale: Burning the Books. A History of Knowledge Under Attack.

Traduzione di Luisa Boplicher e Daniele A. Gewurz.

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, esclusa l’immagine della copertina, credits www.pixabay.com

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il grande inganno di internet” di David Puente (Solferino, 2019)

16 venerdì Ago 2019

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DavidPuente, Ilgrandeingannodiinternet, recensione, saggio, Solferino

Uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico e politico di oggi sono, purtroppo, le fake news, ovvero le false notizie che andrebbero a inficiare la altrimenti corretta informazione. Sarà vero ma ciò non toglie che, anche laddove circolassero solo notizie vere e non manipolate, i problemi reali che un paese come il nostro deve affrontare resterebbero invariati.
L’informazione falsa e manipolata non è un’invenzione del Terzo Millennio né della Rete. La funzione svolta da internet può essere semmai paragonata a quella di un acceleratore di particelle, questo sì.

Il pericolo, si afferma, è la potenza o meglio il potenziale di queste “bufale” che muoverebbero l’opinione pubblica e, di conseguenza, i voti in cabina elettorale verso quei politici o quei partiti che ne saprebbero fare un miglior uso.
La soluzione a questo legittimamente definibile problema però non va cercata nello smascheramento delle bugie, o fake, bensì nel tentativo di capire il motivo o i motivi per cui le persone crederebbero o credono con tanta faciloneria alle false notizie piuttosto che a quelle vere.

David Puente, debunker di professione, pubblica con Solferino Editore il suo resoconto sui più clamorosi, a suo parere, casi di fake news italiani, che egli stesso ha o avrebbe prontamente smascherato, nonché una sorta di decalogo su come svelare una “bufala”. Al tutto fa da sfondo la narrazione della vita e della tecnica di un “demistificante qualificato”.
Magari le intenzioni di Puente sono nobili. Forse lui veramente crede in quello che fa e nella sua pubblica utilità ma qualche perplessità, lo si conceda, non può mancare.

Leggendo il libro, visionando il blog personale dell’autore, scorrendo i suoi articoli si denotano chiaramente un linguaggio e un metodo comunicativo che rispecchiano in toto la divulgazione del Terzo Millennio. Non si ritrova un registro narrativo articolato e chiaro, volto a spiegare in maniera esaustiva quanto l’autore vuol comunicare, la sua tesi e le argomentazioni a supporto o contrarie a essa quanto, piuttosto, uno stile di scrittura molto coreografico, spettacolare, enfatico caratterizzato da continui e ripetuti “lanci” di frasi a effetto volte a lasciar intendere in chi legge l’imminente arrivo della tanto attesa soluzione del mistero, ovvero lo smascheramento della fake news.

Una informazione, quella di David Puente, che è molto simile alla contro-informazione che afferma di voler contrastare. Stile e linguaggio eccessivamente scenografici, spettacolari. Inoltre, pur volendo ammettere una certa utilità sociale nel lavoro svolto da Puente davvero non se ne comprende lo scopo ultimo. Considerando il numero di notizie false che girano in Rete e fuori da essa come può egli davvero credere che il metodo per fermarle sia smascherarle? Un’impresa molto donchisciottiana bisogna ammetterlo.

Necessita piuttosto un profondo cambio di paradigma nella formazione delle persone. La cultura, la conoscenza, la competenza, lo sviluppo di un acuminato senso critico, di una spiccata capacità di giudizio potrebbero magari aiutare a contrastare il diffondersi di notizie false e magari anche limitarne gli effetti negativi. Questo potrebbe davvero servire per invertire la tendenza attuale, non l’azione di un singolo il quale, per quanto abile possa essere, da solo per certo non potrà mai riuscire nell’intento di smascherare tutte le bugie che ogni istante vengono scritte, raccontate o lanciate sul web e fuori da esso.

Ci saranno sempre quelli che criticheranno David Puente, o chi per lui, e quelli invece che lo vedranno come un guru, che seguiranno il suo lavoro e accetteranno, sempre e comunque, la sua versione. Ed è proprio su questo che bisogna riflettere. Sulla necessità delle persone di avere, per ogni cosa, una guida certa di cui fidarsi, cui delegare qualche responsabilità. In questo caso quella di riflettere, di conoscere, di capire… di sforzarsi almeno di farlo.


Articolo originale qui


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