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Il 12 novembre 2019 si è tenuto a Pisa il seminario, coordinato da Michela Lazzeroni, Interpretare la quarta rivoluzione industriale: la geografia in dialogo con le altre discipline, i cui contributi sono confluiti nel libro curato dalla stessa Lazzeroni insieme a Morazzoni. Il seminario era parte del Progetto di Eccellenza 2019 ed è stato organizzato dal Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere con la collaborazione dell’Associazione dei Geografi Italiani e della Società di Studi Geografici. Il suo obiettivo era la riflessione sui processi di accelerazione che caratterizzano i nuovi paradigmi tecnologici e sulla resilienza dei sistemi economici, sociali e territoriali nel rispondere, adattarsi e intraprendere percorsi di cambiamento.
Il libro, che riprende per esteso il titolo del seminario, è nato allo scopo di rilanciare i contributi in un dibattito che si rivolge sia al mondo della ricerca geografica, sia al dialogo e alla ricerca multi e interdisciplinare di fronte alla sfida dell’interpretare le trasformazioni connesse alla quarta rivoluzione industriale. Si articola in due parti distinte: la prima si compone di otto contributi che analizzano diverse prospettive di ricerca dei nuovi paradigmi e cambiamenti in atto; la seconda, composta da nove contributi, è focalizzata sul ruolo della geografia nelle dinamiche di risposta e resilienza dei territori.
Gli autori della prima parte sono: Giuseppe Anastasi, Alberto Di Minim e Giulio Ferrigno, Fabio Lavista, Adriano Fabris, Michela Lazzeroni e Alberto Vanolo, Roberto Ferrari, Alberto Mario Banti.
Gli autori della seconda parte sono: Monica Morazzoni, Alketa Aliaj, Luisa Carbone, Samantha Cenere, Stefano De Falco, Cesare Emanuel e Paola Savi, Monica Maglio, Antonello Romano e Cristina Capineri, Bernardo Cardinale e Silvia Scorrano.
Vanno, inoltre, a comporre il libro la Prefazione di Egidio Dansero, il Capitolo Introduttivo della curatrice Michela Lazzeroni e la Postfazione di Andrea Riggio.

Come sottolineato anche da Dansero nella Prefazione (p. 12), interpretare la quarta rivoluzione industriale richiede un profondo cambiamento nel modo di approcciarsi alla ricerca e al dialogo fra le discipline e con la società. Gli scritti raccolti nel libro curato da Lazzeroni e Morazzoni rappresentano un importante passo in avanti in tal senso in quanto da un lato consentono di fare il punto sulla ricerca geografica italiana attorno alla quarta rivoluzione industriale, in un confronto con le altre discipline, e dall’altro presentano il punto di vista di studiosi di discipline altre rispetto alla geografia, ponendo diversi stimoli e interrogativi alla ricerca geografica, sottolineando un bisogno di geografia per comprendere e interpretare quei cambiamenti connessi a una quarta rivoluzione industriale, tanto più difficile da comprendere proprio perché ci stiamo dentro.
La quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo oggi, più comunemente conosciuta come Industria 4.0, è guidata dall’Internet delle cose (Internet of Things), dall’intelligenza artificiale, dalla robotica avanzata e dalle altre tecnologie abilitanti. La fabbrica viene vista come un insieme di oggetti e macchinari “intelligenti”, interconnessi e in grado di comunicare e poi di prendere decisioni autonome.
Sulla scia del progetto del governo tedesco per l’industria del futuro (Industrie 4.0), in Italia è stato lanciato nel 2017 il Piano nazionale Industria 4.0. A differenza del piano tedesco, che punta esplicitamente allo sviluppo di tecnologie abilitanti e investe pesantemente in formazione e ricerca, Anastasi sottolinea quanto quello italiano si sia concretizzato quasi esclusivamente sotto forma di incentivi alle aziende per l’acquisto di macchinari innovativi. Sono occorse altre misure governative e regionali per porre l’accento sulla ricerca e sulla formazione di figure professionali idonee a guidare la trasformazione digitale1.
Il Piano nazionale Industria 4.0 chiama tutti gli attori coinvolti a vario titolo nel processo produttivo – dagli imprenditori alle istituzioni, fino alle associazioni di categoria, scuole, università e pubblica amministrazione – a dare il proprio contributo al processo di innovazione radicale che la quarta rivoluziona industriale sta portando. In tal senso si è mosso il progetto CrossLab del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa a cui fa riferimento Anastasi nel suo contributo. Laboratori interdisciplinari, integrati e aperti. Come richiesto dalla natura interdisciplinare di Industria4.0 e pensati per favorire la collaborazione di ricercatori di diversi settori scientifici. Inoltre, il progetto prevede il coinvolgimento strutturale delle aziende anche nelle fasi di ricerca, in maniera tale da agevolare l’individuazione dei temi sui quali lavorare, anche congiuntamente.
Un approccio delle imprese aperte all’innovazione certo ma che rimanda alla open innovation teorizzata già nei primi anni del 2000 ha Henry Chesbrough nel saggio The Era of Open Innovation. Il paradigma closed innovation, ovvero l’innovazione originata all’interno delle imprese, non è più in grado di garantire la sopravvivenza e la prosperità delle stesse. Necessita che le aziende attingano a idee, risorse e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da star-up, università, enti di ricerca, fornitori e consulenti di impresa. Di Minin e Ferrigno parlano del rischio connesso alla non corretta valutazione e valorizzazione di queste fonti di conoscenza le quali, se non considerate, possono mettere a repentaglio il futuro stesso delle imprese. Il loro è stato un vero e proprio viaggio nell’Italia dell’innovazione per vedere e toccare con mano i diversi modelli di business imprenditoriali adottati per gestire l’innovazione aperta2.
Quello che gli autori propongono è un approccio che rivoluzioni la gestione dell’innovazione riprendendo il concetto di March (1991) dell’organizational ambidexterity, ovvero l’adozione di un approccio ambidestro da parte delle aziende per gestire i conflitti aziendali che emergono dalla coesistenza di due opposti: l’attività di exploration (esplorazione di nuove idee, progetti e attività) e l’exploitation (ovvero lo sfruttamento delle tecnologie delle attività esistenti).
Lavista invece nel suo contributo consiglia di partire proprio dal termine “rivoluzione” per cercare di comprendere se si possa propriamente parlare della “quarta rivoluzione industriale” come di un fenomeno di tale portata, similmente a quanto è accaduto per la prima rivoluzione industriale inglese della fine del Settecento.
La storiografia più recente è arrivata a concludere che quanto accaduto in Inghilterra tra la fine del XVIII secolo e i primi del XIX non può essere considerato una “rivoluzione” nel senso letterale del termine. Si trattò piuttosto di un importante passaggio storico, entro un processo di trasformazione europea di lungo periodo , che si svolse in Inghilterra per una serie di caratteristiche peculiari del quadro economico, politico e istituzionale di quel paese (Allen, 2009; Mokyr, 2009; Broadberry, O’Rourke, 2010). Similmente, sottolinea Lavista, la trasformazione indicata come “quarta rivoluzione industriale” potrebbe essere vista come l’esito finale di un processo di trasformazione dell’industria manifatturiera che prese avvio durante la crisi degli anni Settanta del Novecento e che, come nel caso inglese, non ha origini solo tecnologiche.
Il tema della trasformazione tecnologica si intreccia con un altro grande processo di cambiamento che prende avvio tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, quella che viene comunemente chiamata “la seconda globalizzazione”, dopo la prima che aveva caratterizzato la seconda metà dell’Ottocento.
Da un punto di vista storico, in Italia gli effetti di queste trasformazioni sul complesso dell’industria nazionale sono da ricondursi al progressivo modificarsi del Nord manifatturiero: se durante la prima rivoluzione industriale esso si identificava con l’ideale triangolo disegnato da Torino, Milano e Genova, ora è un’area che si snoda tra il Veneto e l’Emilia-Romagna, passando per Milano. Oltre alla deindustrializzazione di alcune aree del paese, Lavista indaga un secondo controverso aspetto di questa quarta rivoluzione industriale la quale, al pari della prima, produce un incremento della disuguaglianza.
Il settore dei servizi, infatti, produce maggiore disuguaglianza rispetto al settore manifatturiero, per via della mancata diversificazione da cui è caratterizzato (Moretti, 2012; Milanovic, 2016).
Una disuguaglianza che per Toschi porta a una crisi dovuta non a una mancanza di risorse bensì a una carenza di comprensione riguardo il modo di utilizzarle e distribuirle. Egli riprende le teorizzazioni di De Geus (1997) sul bisogno improcrastinabile di innovazione/cambiamento della nostra società, ancor prima di insistere sull’ulteriore rafforzamento della “muscolatura” tecnologica, sull’iper-specializzazione di settore, è necessario modellare la visione e la missione del nostro tempo e delle realtà che lo contraddistinguono. Una cultura per il nuovo che comporta, al contempo, una mentalità fortemente sperimentale, pionieristica, una nuova cultura d’impresa.
Ma è proprio partendo dal concetto di cultura e, nella fattispecie, nella dicotomia ancora imperante tra cultura umanistica e cultura scientifica che Fabris sviluppa il suo pensiero incentrato sulla necessità di annullare le distanze.
Viviamo nell’epoca della complessità. Il che vuol dire che ci troviamo a operare in un paradigma di pensiero e di azione nel quale alle connessioni consequenziali, lineari, di stampo causale, vengono sostituite, fra l’altro, connessioni di tipo reticolare. Ciò che emerge, come paradigma del sapere, è l’idea di sistema. Un sistema non costituito da una somma di elementi ma dove gli elementi sono funzionali alle relazioni che li costituiscono. Relazioni che contraddistinguono lo stesso sapere, il quale per sua caratteristica risulta interdisciplinare e tale da interpretare il carattere sempre interconnesso sia della ricerca scientifica che dei suoi risultati. Le barriere erette tra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica, devono essere abbattute per mostrare ciò che l’una può offrire per il migliore sviluppo dell’altra e viceversa.
L’incontro tra i due ambiti di ricerca e studio può essere molto utile anche nell’analisi della quarta rivoluzione industriale e sull’impatto che essa ha avuto non solo sull’economia ma, soprattutto, sul territorio e sulla società in generale.
Lazzeroni e Vanolo sviluppano un articolo confronto sulle prospettive della geografia che da tempo ormai si interroga sull’impatto che le tecnologie hanno determinato e continuano a determinare sul territorio e sui profondi cambiamenti che hanno coinvolto gli individui e i diversi gruppi sociali.
Malgrado si parli sempre di più di smaterializzazione delle attività economiche e dell’emergere di un mondo digitale che sovrasta quello fisico, “il capitale territoriale” sembra ancora contare. La letteratura geografica elaborata in questo campo mette in evidenza i fattori di contesto che influenzano e favoriscono i processi innovativi e le politiche necessarie e le narrazioni messe in atto per potenziare i territori in questa nuova sfida (Storper, 2018; Schäfer, Mayer, 2019).
Tali fattori di contesto sono sia di natura immateriale che materiale. Dal punto di vista delle componenti soft si annoverano le competenze qualificate delle persone che un territorio riesce a mettere in campo, come anche la propensione alla creatività e all’innovazione. Anche in questa quarta rivoluzione industriale tuttavia risultano importanti gli attributi hard, ovvero le infrastrutture materiale in grado di potenziare i territori (le reti Internet, gli investimenti nella sensoristica e nelle tecnologie 5G, la robotica, le piattaforme online).
Malgrado il notevole impatto delle IT e delle tecnologie 4.0 – anche dal punto di vista mediatico – possa far pensare a uno sviluppo ubiquitario e diffuso nel territorio in realtà, come sottolinea Schwab (2016), in questo scenario smart si rafforzano non solo i processi di divario sociale e generazionale nell’accesso e nell’interazione con le nuove tecnologie, ma anche le dinamiche di polarizzazione territoriale, sia tra paesi che all’interno di essi.
Riprendendo le conclusioni di diversi studiosi (tra cui Glaeser (2012) e Moretti(2012), Florida, Adler e Mellander (2017), Lazzeroni e Vanolo sottolineano come il divario non riguardi solo centri e periferie ma sia insito anche all’interno dei contesti urbani economicamente più sviluppati.
Esiste quindi il rischio che le dinamiche di sviluppo 4.0 possano irrobustire i fenomeni di disuguaglianza regionale e urbana, “tagliando fuori” dalla crescita aree interne, piccole città, periferie delle grandi città che possono reagire chiudendosi al cambiamento e allontanandosi sempre di più dalle logiche di sviluppo che caratterizzano invece le aree avanzate, fondate prevalentemente sull’economia della conoscenza e dell’innovazione. Rodriguez-Pose (2018) fotografa questa situazione e parla di revenge of places that don’t matter, dimostrando con dati e statistiche come l’attuale ondata di populismo emersa in alcuni Stati europei presenti una forte connotazione non solo sociale ma anche territoriale, a fronte di modelli economici, sociali e tecnologici che premiano le grandi città e i poli più avanzati e producono forti diseguaglianze tra centro e periferia.
Anche Ferrari, nel suo contributo, insiste sulla rilevanza dei fattori territoriali nella quarta rivoluzione industriale che egli definisce tale per cui ritiene che, come ogni rivoluzione che si rispetti, anche questa esige una lettura che sia almeno trasversale e multidisciplinare: per cogliere appieno le determinanti e le implicazioni in essa condensate è necessario risalire in chiave storica le radici della trasformazione digitale, comprendere i rapporti di forza settoriali da cui origina e che amplifica o riduce, scandagliare gli effetti prodotti sulla società, cogliere la rotta verso cui attrae le imprese, i lavoratori e le istituzioni che più o meno consapevolmente la intercettano; la crescente specializzazione disciplinare inoltre non può coprire o ancor peggio accelerare il rarefarsi di un quadro di conoscenza unitario, per quanto frammentato e in divenire.
Ferrari ritiene utile l’analisi dei fattori geografici in quanto in grado di offrire molteplici strumenti di analisi e valutazione dei molti punti ancora oscuri della dinamica dell’innovazione: la velocità del cambiamento nei contesti a ritardo di sviluppo, il giusto equilibrio da ricercare mediante politiche attive a favore delle condizioni abilitanti (capitale umano e sociale, tecnologie, capitali finanziari) nei diversi contesti territoriali e nelle diverse arene competitive.
L’ultimo contributo della prima parte è incentrato sull’analisi dei fenomeni che hanno avuto luogo e sono cresciuti di pari passo alla quarta rivoluzione industriale, in particolare la globalizzazione, il neoliberismo e il neonazionalismo.
La risposta più evidente alla globalizzazione è venuta dai movimenti e dai partiti variamente definiti populisti o sovranisti, ma che Banti preferisce chiamare neonazionalisti. Per questi partiti il tema della geografia è certamente centrale: nei loro programmi, così come nella loro retorica, l’opposizione ai processi di globalizzazione è resa indispensabile dalla necessità di difendere il territorio del proprio Stato-nazione, considerato come una fortezza assediata dalla migrazione di persone considerate estranee, così come dalla concorrenza economica straniera. Questi partiti così attivi nell’opporsi alla globalizzazione, tacciono invece sugli effetti prodotti dalle politiche neoliberiste. La cosa non può sorprendere in quanto le destre, di solito, considerano le disuguaglianze come una realtà naturale e inevitabile, mentre apprezzano l’individualità vincente dei leader, sia politici che economici: per questo i partiti neonazionalisti incorporano senza alcun problema il neoliberismo nei loro programmi di governo. I partiti di sinistra o centro-sinistra hanno reazioni diverse rispetto ai fenomeni di globalizzazione. In genere, spinti da una visione del mondo umanitaria e solidale, considerano i flussi migratori sotto una luce prevalentemente positiva. A stupire invece è, nell’analisi dell’autore, l’accettazione anche da parte di questi partiti della visione neoliberista.
La seconda parte del volume è interamente dedicata all’esplorazione, attraverso saggi ed esperienze di geografi, di come i territori rispondono alla “domanda” della quarta rivoluzione industriale.
I territori da sempre ci comunicano valori, idee, speranze, comportamenti e desideri di chi li abita, li consuma, li attraversa. Ogni territorio quindi ha le proprie stories e attraverso il sistema di relazioni fisiche e virtuali si costituisce in un “paesaggio dell’informazione” che, racconta Morazzoni, ha una sua digital storytelling che, a sua volta, riformula l’idea di città, territorio, bene culturale. E poi ci sono le applicazioni digitali, i social network che accrescono la fama reputazionale di molti luoghi, spesso marginali, deboli, periferici che si ridefiniscono e acquisiscono un nuovo posizionamento competitivo territoriale.
Le comunicazioni e le tecnologie digitali hanno dunque un ruolo strategico nella riattivazione delle memorie, nella selezione dei mercati e nella creazione di nuovi prodotti, per esempio, turistici. Si ri-concettualizzano gli spazi dell’abitare (la città), del lavoro (la fabbrica fordista), dello svago (le destinazioni del turismo di massa).
L’analisi dei contributi del libro porta a pensare che davvero, come sottolineato da Riggio nella Postfazione, l’intera opera ruota intorno al concetto che l’essere umano sta diventando, nel bene e nel male, grazie alle nuove tecnologie della quarta rivoluzione industriale e dell’Industria 4.0, un agente aumentato di trasformazione del mondo, dell’ambiente, di ciò che ci circonda, secondo la definizione datane dalla stessa curatrice Lazzeroni nel primo capitolo del libro.
L’attuale sviluppo economico e tecnologico cambia infatti il senso del legame tra lavoro e identità che nel passato ha portato a pensare l’uomo come soggettività collegata a ciò che faceva o produceva e quindi in termini di funzione sociale connessa al ruolo che assumeva nel mondo del lavoro. I nuovi sistemi tecnologici possono rappresentare un’occasione per togliere l’uomo dalla mono-dimensionalità sociale e dal funzionalismo produttivo del passato nella misura in cui saranno in grado di esprimere trame sociali multilivello capaci di intrecciare e dare senso progettuale e realizzato a linguaggi, culture, esperienze, idee, sentimenti e relazioni umane centrate su una idea di sviluppo umano e non più solo economico (Seghezzi, 2016).
La crescita della complessità (intesa come varietà, variabilità nel tempo, interdipendenza e indeterminazione) nei nuovi sistemi di produzione mette sotto pressione le soluzioni organizzative e lavorative pre-digitali e fordiste (Rullani, 2018). Tale processo è reso evidente dallo sviluppo di estesi sistemi autogovernativi che mettono in rete robot, sensori delle reti IoT (Internet of Things), algoritmi di apprendimento, collegamenti via Cloud, data analysis: questi processi rendono gestibili in modo automatico quei problemi di bassa e media complessità che in precedenza richiedevano l’intervento dell’uomo. Questo tipo di complessità non genera solo la perdita di controllo ma ha anche un effetto propulsivo perché spinge gli attori più dinamici, liberati da processi più di routine, a innovare attraverso la messa in azione della creatività propria della conoscenza generativa: quest’ultima, grazie alla condivisione resa possibile dalla comunicazione e interazione in rete, può essere prodotta a costi più bassi e può essere alimentata in rete dall’interazione dei lavoratori in modo collaborativo (Costa, 2018).
È questo il principale aspetto intorno a cui hanno ruotato i contributi della prima parte del libro ed è questo il motivo che rende la lettura ancora cogente sotto il profilo dell’attualità degli argomenti trattati in quanto questi sono ancora in divenire e meritevoli di considerazioni ad ampio spettro.
La seconda parte del libro racconta delle pratiche poste in essere in vari luoghi d’Italia quali esemplificazione della correlazione tra geografia, quindi territorio, e quarta rivoluzione industriale e lo fa in un’ottica che solo in apparenza sembra riduttiva, nel senso di limitata al territorio indagato. In realtà i casi studio analizzati danno una prospettiva di più ampio respiro su quello che realmente accade in questo periodo di iperstoria.
Le tecnologie ICT sono diventate forze ambientali, antropologiche, sociali e interpretative. Esse creano e forgiano la nostra realtà fisica e intellettuale, modificano la nostra autocomprensione, cambiano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con noi stessi, aggiornano la nostra interpretazione del mondo, e fanno tutto ciò in maniera pervasiva, profonda e incessante (Floridi, 2017). Il passaggio dalla carta al digitale ha modellato il nostro essere in funzione di inforg, entità composte di informazione che scambiano dati non solo e non tanto con altri umani ma con macchine. Questo significa che abbiamo adattato il nostro ambiente agli agenti ICT (Carnicella, 2020).
Dai contributi del libro curato da Lazzeroni e Morazzoni, come anche dalla letteratura sull’argomento, appare ormai chiaro quanto sia importante un approccio multidisciplinare e interdisciplinare per comprendere la quarta rivoluzione industriale sia nei suoi aspetti economico-politici sia, soprattutto, per le sue ripercussioni su territori, società e cultura.
E davvero il libro Interpretare la quarta rivoluzione industriale rappresenta un importante contributo in questa direzione, come sottolineato da Dansero nella Prefazione. Molti interpreti, molti sguardi sulle trasformazioni in atto permettono al lettore di entrare in un simbolico dialogo tra discipline e visioni del mondo variegate, convergenti o divergenti ma tutte importanti per l’apporto alla tematica di partenza come anche agli sviluppi della medesima. Un libro orientato al mondo accademico e della ricerca eppure, al contempo, utile per enti, amministratori, aziende che approcciano o vivono la quarta rivoluzione industriale.
Riferimenti bibliografici
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Broadberry S., O’Rourke K.H., (2010), The Cambridge Economic History of Modern Europe, vol. I: 1700-1870, Cambridge University Press, Cambridge.
Carnicella A. (2020), Recensione a “La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo” di L. Floridi, “Phronesis”, n. 2, seconda serie (59-64).
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1I sostegno alla formazione per l’Industria 4.0 (e la sua evoluzione green/5.0) si articolano su due livelli: le misure governative nazionali, che agiscono prevalentemente tramite la leva fiscale e i fondi del PNRR, e i bandi regionali, finanziati tramite i programmi PR FSE+ e il Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). [https://www.mimit.gov.it/it/pnrr/progetti-pnrr/pnrr-transizione-4-0]
2I risultati dell’indagine sono confluiti tutti nel libro Il gioco degli opposti (Di Minin, Marullo, Piccaluga, 2019).
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